gennaio 2009
Archivio del Mese
Archivio del Mese
Posted by Il Duca Carraronan on 30 gen 2009 | Tagged as: For The Lulz, Troll & Flame
ACTHUNG!
Questo post è tra il Trollesco e il For The Lulz!
Leggetelo a vostro rischio e pericolo. Non prendetelo troppo sul serio.
A meno che non siate froci. Ma in fondo chi non lo è almeno un po’?![]()
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Ricordate questo?
http://www.steamfantasy.it/blog/2008/09/13/sarei-potuto-essere-io-e-forse-lo-sono/
È un articolo scritto 140 giorni fa in cui mi sfottevo da solo dandomi del mostro (mi paragonavo a Pacciani). L’idea di farlo era partita da un intervento trollesco tentato da Andrea D’Angelo, lì mostrato, provato e commentato con abbondanza di citazioni e link. Il clima dell’articolo era volutamente grottesco e comico (si vedano le immagini scelte e i video con cui mi paragono al “mostro”), ma l’argomento di fondo era serio: un Troll che usa tecniche da Troll.
Andrea D’Angelo, scrittore e forse regista hard, colpito nel vivo con la Forza della Verità -le citazioni-, ci è rimasto male. E naturalmente non ha fatto nemmeno finta di stare al gioco: appena lo ha scoperto (140 giorni dopo, ovvero oggi alle 9:11 -dati PhpStats-… e io che pensavo fosse quel nuovo utente che mi leggeva tramite un lettore di Feed Anonimo via web proprio dal giorno del tentato flame… mi sbagliavo! ^__^) si è imbufalito e ha prodotto un post nel suo blog alle 9:56 -orario fornito dal suo blog- in cui lancia di nuovo accuse, si difende a spada tratta e naturalmente… non cita nulla per dimostrare di avere ragione chiarendo ciò di cui sta parlando! Vecchio vizio!
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Potete leggere l’articolo nella sua sede originale oppure cliccando qui ▼
Mette solo un link al mio articolo. Che a sua volta contiene sia citazioni che, fondamentali per capire il discorso, altri link agli articoli indicati. Praticamente nessuno leggerà mai TRE livelli di articoli: evitare le citazioni esplicite affidandosi alle mere accuse è un modo per evitare che la gente “si informi davvero”.
Il fatto che molta gente si fidi delle auctoritas senza controllare le fonti citate è noto (e questo dà ampio potere di controllo mediatico ai giornalisti) da molto tempo e non riguarda solo la carta stampata, ma anche internet.
Bravo, ottima tecnica!
Visto che io non sono lui e preferisco che abbiate tutto QUI PRONTO per assicurarmi che leggiate TUTTO, ecco il pezzo più significativo dell’articolo di 140 giorni fa.
Cliccare per aprirlo ▼
Quello che segue è l’unico riferimento alla sua persona fatto da Angra nell’articolo in cui Andrea D’Angelo sarebbe intervenuto per “difendersi”. Potete visitare il link indicato e leggere tutto perché io non ho paura di citare ciò di cui parlo invece di inventare menzogne nella speranza che nessuno vada a controllare e venga quindi plagiato perché ha la colpa di essersi fidato. Chi non è disposto a indicare ciò di cui parla è probabile che non stia parlando di niente, se non di proprie invenzioni fantasiose.
Dal Blog di Angra:
La seconda considerazione riguarda il fatto che all’utilità della “dettagliata scheda di valutazione” credo veramente poco. La terza considerazione è: chi giudica la giuria? Uno dei giurati è la Troisi (no comment), uno è il buon Franz col quale ci siamo mandati sostanzialmente affanculo (seppur con un educato giro di perifrasi: per l’esattezza gli ho detto sul forum di FM che o non capisce l’italiano o fa finta), e uno è Andrea d’Angelo, che giudicando buono il suo stesso ultimo romanzo dimostra di avere gusti molto diversi dai miei (nonché, cosa più importante, da quelli di una buona parte di quei pochi che lo hanno letto). Gli altri due non li conosco, ma 3 giurati su 5 il cui giudizio non prenderei per oro colato mi bastano e avanzano.
Io avevo espresso un parere simile scrivendo:
ero proprio curioso di scoprire quale libro sarebbe stato premiato da cime di competenza come D’Angelo e la Troisi…
E quindi?
D’Angelo si sente offeso personalmente perché qualcuno non lo ritiene, visto il parere che ha dei suoi scritti (romanzi, recensioni e post), un valutatore conforme ai propri gusti o dotato di chissà quale raffinato livello di competenza in materia?
O si sente offeso per la vicinanza con la parola “Troisi”? Questo già lo capirei di più…
Nessuno ha scritto insulti. Io non sono una cima nella valutazione delle poesie e se qualcuno me lo dice non mi offendo perché 1) offendersi per qualcosa che non è un’offesa è una cosa idiota e 2) c’è una cosa che si chiama consapevolezza dei propri limiti.
Frignare non cambia nulla.
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Dall’articolo di oggi di Negrore:
Se sono così irritato per quello che c’è scritto nella pagina raggiungibile cliccando sul link sopra incollato, forse, si potrebbe pensare, ho la coda di paglia. No. Ciò che mi irrita non è tutta la questione – sebbene contenga falsità piuttosto fastidiose -, bensì il fatto che in data successiva a quel brano e a quei commenti io abbia dialogato in rete con la persona in questione. Se avessi saputo, non avrei sprecato un millisecondo del mio tempo con lui. Non sono così misericordioso con gli imbecilli (e la cultura posseduta non assolve, mi dispiace; anzi, semmai aggrava). E, purtroppo, non riesco nemmeno a provare pietà. Devo migliorare, dunque.
La persona in questione, ovvero quella che ha scritto “le cose raggiungibili cliccando sul link sopra incollato”, posso essere solo io. Altrimenti avrebbe precisato altro.
Peccato che il suo tentativo di trolling, come ampiamente dimostrato nell’articolo precedente, sia stato effettuato in data 12 Settembre 2008 (e il mio articolo è del 13 Settembre 2008). E allora? Beh, le mie ultime chiaccherate con D’Angelo, svoltesi sul blog di Nutza in un clima di cordialità e rispetto reciproco, vanno dal 14 Agosto 2008 al 19 Agosto 2008.
L’ultimo tentativo di dialogo, a cui non ho mai ricevuto risposta, fu questa mia mail del 20 Agosto 2008 di cui riporto l’inizio:
da Granduca di Sfinterburgo
a XXX-INDIRIZZO-OMESSO-PER-PRIVACY-XXX
data 20 agosto 2008 20.39
oggetto problema accesso al sito e steamfantasy
proveniente da gmail.comCiao, sono Carraronan!
Scusa il disturbo, ma è una cosa urgente di cui mi sono accorto questa
mattina: quando entro nel tuo sito riesco ad accedere correttamente
con http://negrore.com, ma se cerco di entrare con il subdominio
“www”, ovvero con http://www.negrore.com, il sito non funziona.
OpenDNS mi restituisce errore, non riuscendo a localizzare lo
specifico subdominio www.
Nella mail, dopo la questione del problema tecnico, rispondevo a un suo dubbio sullo “SteamFantasy” fornendo link, indicazioni e l’assicurazione che Miéville definisce PSS “New Weird” (come è giusto che lo definisca, anche se l’ambientazione in sé è classificabile come SteamFantasy).
Ora, forse mi sbaglierò perché sono un imbecille (cit. D’Angelo) e comunque non sono stato pubblicato dalla prestigiosa Nord, ma… ma sono quasi sicuro che Agosto 2008 venga prima di Settembre 2008. Non ci giuro, ma mi pare proprio di si. ^__^
E dopo ho evitato di inserirmi in discussioni con lui a quanto ricordo, proprio per non scatenare flame (e inoltre lui, pochi giorni dopo la pubblicazione del mio articolo che non aveva letto, decise di lasciare “amenità come internet” per completare il suo libro).
E allora perché si sente offeso? Perché pensa di aver sprecato tempo con me, che sono un imbecille?
Notate poi il raffinato ragionamento:
Pretendono libera espressione, ma non accettano il diritto di replica (che in rete si manifesta con un intervento diretto all’interno dei blog in cui prendono di mira qualcuno).
[...]
Vi prego una cosa: non intervenite in una questione annosa – la data del brano lo sottolinea. Non sono qui per crearmi un esercito. Né tanto meno per ricevere buffetti d’incoraggiamento (infatti bloccherò i commenti a questo brano, affinché sia chiaro).
Non serve nemmeno commentarlo. ^__^
Chi è che non accetta diritto di replica? Chi è che blocca i post così non si può commentare senza andare del tutto Off Topic e rendendo inutile il commento stesso slegato dall’articolo di contesto?
Ecco. Bella figura.
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Comunque non preoccuparti: io non sono un Troll che viene nel blog degli altri a rompere le scatole. Io sono un tipo di Troll diverso, che trolleggia a casa propria. ;-)
Da quando abbiamo avuto “problemi” ho evitato apposta di scrivere commenti nel tuo blog, anche se ho continuato a leggerti e seguirti. Non sono tutti persone capaci di andare in un articolo a casaccio, magari vecchio di mesi (sette da Angra, dieci da Taotor), solo per cercare lo scontro a tutti i costi. ^__^
Box “Perché sì – 4 teh lulz”: Dendrofilia
http://en.wikipedia.org/wiki/Dendrophilia_(paraphilia)
La Dendrofilia significa letteralmente “amore per gli alberi”. Il termine può riferirsi a una parafilia, ovvero una forma di feticismo, che consiste nell’attrazione sessuale per gli alberi. Questo può comportare il desiderio di congiungersi sessualmente con gli alberi stessi, l’adorazione degli alberi come simboli fallici o entrambe.
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Alberi che si inculano… c’è a chi piace… Brenda Love, autrice di The Encyclopedia of Unusual Sex Practices, sostiene che anticamente gli alberi fossero simbolo di fertilità e che gli uomini usassero, in certi giorni, eiaculare sui tronchi in maniera rituale.
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Un Pino vecchio di migliaia di anni, come ci informa Andrea D’Angelo. Salirono l’ennesimo tratto impervio della via montana. A destra la parete rocciosa s’innalzava, scoscesa; la pietra scura era punteggiata da pini mughi e da qualche raro ciuffo d’erba. Sull’altro lato, lo strapiombo sembrava chiamarli dalle sue profondità brumose. Era un invito suadente, subdolo.
[...]
Continuarono a salire. I pini mughi si fecero sempre più rari, l’erba scomparve del tutto e il sentiero sterrato diventò una via di roccia scivolo-sa e stretta.
[...]
Infine cominciarono a vedere i primi pini mughi - gli ultimi, in realtà – e la roccia nuda conquistò sempre più spazio.
[...]
Chiazze di granito si affacciavano soltanto nei punti più scoscesi, come volti di vecchi cui il tempo avesse imbiancato barba e capelli, mentre i pochi abeti e i pini mughi sembravano rassegnati.
[...]
Il gruppo si mise in azione. Allargarono lo spazio sotto i pini, scavando frettolosamente nella neve, ed estrassero cibo e coperte per rifocillarsi e dormire.
(La Rocca dei Silenzi, pagine 7, 10, 137, 192)Grazie d’esistere, Pino!
(Andrea D’Angelo)Precisazione: il pino mugo non è un albero, ma un cespuglio del genere Pinus, ciò non toglie che sia però straordinariamente erotico ^__^
Mi spiace dover scrivere queste cose di nuovo perchè onestamente voglio davvero bene a D’Angelo. Senza motivo, così, perché mi viene naturale. E come potete vedere ancora oggi, dopo più di TRE MESI dalle accuse di ipocrisia e ferocia ecc… non ho ancora aggredito “La Rocca dei Silenzi” (a parte la discussione su Anobii con l’autore risalente alla primavera 2008) né mi sono unito al coro di commenti negativi su Gamberi Fantasy.
Lui poi può credere quello che vuole e scrivere di me quello che vuole, dandomi dell’imbecille quanto gli pare o accusandomi di essere ipocrita o qualunque cosa gli venga in mente, ma la Realtà non cambierà solo perché lui non la gradisce.
Davvero, non mi importa quello che fa o quello che crede: io lo aNo.
Se D’Angelo lo vorrà io continuerò a trattare con lui civilmente come facevo prima che lui cercasse apposta lo scontro dandomi sottilmente dell’ipocrita. Se non lo vorrà, non lo farò. Questione sua.
Io sono disponibile come sono sempre stato a distinguere l’autore dalla sua opera e l’esperto in un campo dalla persona in toto, cosa che lui, non so in preda a quali allucinazioni o sviste, sembra non aver notato. E cosa che lui per primo non fa, dando liberamente dell’imbecille, ecco le vere offese personali, agli altri.
Firmiamo un armistizio, beviamoci una Grappa di Pino Mugo del Trentino e abbracciamoci nel Boschetto della Felicità: io non ho rancori verso di te. ^__^
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PS: Grazie Negrore per le visite tramite il link, spero che te ne arrivino altrettante dai miei. È sempre proficuo per il business lavorare di flame, eh? ^__^
Posted by Il Duca Carraronan on 23 gen 2009 | Tagged as: Armature, Armi da Fuoco, Consulenze, Oplologia, Storia Militare
Questo articolo nasce dalla consulenza svolta per History Channel Italia sulle armi da fuoco e sulle armature presenti alla Battaglia di Pavia del 1525. Lo scopo della consulenza era quello di arrivare a definire l’arma da fuoco e il tipo di acciaio da utilizzare per simulare in modo realistico e storicamente attendibile quello che sarebbe potuto avvenire se un cavaliere francese avesse ricevuto un colpo di archibugio spagnolo contro il pettorale dell’armatura.
Un buon pettorale sarebbe rimasto intatto facendo spiaccicare il proiettile come si vede in una delle scene all’inizio del film di Ermanno Olmi Il Mestiere delle Armi? Si sarebbe piegato, ma senza forarsi, limitando il tutto a una brutta concussione e a una costola rotta? O il proiettile avrebbe sfondato l’armatura e sarebbe affondando nel corpo del cavaliere, che è quello che le testimonianze storiche affermano (con enfasi notevole)?
Per poter condurre test di penetrazione che simulino l’interazione tra le armi da fuoco utilizzate dalla fanteria imperiale e le armature indossate dai cavalieri francesi alla Battaglia di Pavia del 1525 bisogna conoscere sei cose principali:
Disponendo di queste informazioni è possibile scegliere di conseguenza i fogli di acciaio per i test, l’angolo con cui inclinarli e le caratteristiche che il proiettile deve avere all’impatto (forma, materiale, velocità).
Questo articolo non tratta la Battaglia di Pavia in sé e non approfondisce l’argomento dei moschetti con la forcella nel dettaglio (questo avverrà in un altro articolo apposito). Non contiene nulla di nuovo per chi ha letto i precedenti articoli sulle armi ad avancarica e sulle armature, ma è un esempio di applicazione a un caso reale delle nozioni apprese in precedenza. Per approfondimenti ulteriori segnalo:
Avancarica: energia cinetica e velocità
e Le Armature: test di penetrazione e conclusioni.
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La Battaglia di Pavia, 1525 (cliccare per ingrandire) |
Le Armature dei Cavalieri Francesi
Le armature impiegate dai francesi all’epoca erano sia di produzione francese che importate dal sud della Germania e dal nord dell’Italia. La produzione francese di corazze era abbondante e i documenti dell’epoca attestano centinaia di fabbricanti di armature tra Parigi, Bordeaux, Lione e Tours. Pochissimi esemplari di armature di fattura francese identificabili sono però arrivati fino ai giorni nostri e sono tutte in metallo di pessima o mediocre qualità (ferrite priva di carbonio e ricca di scorie o un mix di ferrite, perlite, pochissimo carbonio -0,1%- e scorie). La difficoltà identificativa dipende anche dalla pratica (a differenza di quanto accadeva in Austria, Germania Meridionale e Italia Settentrionale) di non apporre alcun marchio di fabbrica sui pezzi.
Questa ricca offerta interna unita alla cattiva qualità del prodotto fa ben capire come mai in Francia vi fosse anche una forte domanda di costose armature di fabbricazione lombarda e tedesca: se un ferro di cattiva qualità poteva andar bene per l’armatura di un normale uomo d’arme, di certo non andava bene per chi, come un ricco cavaliere o un nobile facoltoso, poteva investire in prodotti di maggiore qualità, di norma indicati come “a prova di balestra” (ad esempio le armature di fattura milanese-bresciana).
L’assenza della marchiatura che identifica con orgoglio il produttore, assieme alla richiesta di armature di importazione (i documenti a riguardo abbondano, con ordini di centinaia di bracciali, pettorali e gorgiere) e di artigiani stranieri (Gabriele e Francesco Merate, di Milano, dal 1494 al 1497 lavorarono nella città di Arbois, in Francia), sono tutte prove a favore dell’inferiorità tecnologica della metallurgia francese e della conseguente scarsa qualità della produzione locale.
Le armature italiane di alta qualità erano fatte di un acciaio a medio livello di carbonio e povero di scorie, simile come resistenza al moderno mild steel (acciaio dolce). Mancava ancora sia la tecnologia che il motivo (le armi da fuoco più potenti non erano ancora comuni) per produrre acciai interamente formati da martensite temprata in acqua e poi sottoposta a rinvenimento. Nella seconda metà del secolo (dal 1540) il primato tecnologico nelle armature passerà da Milano all’inglese Greenwich ed alcune città tedesche, in grado di ottenere sia dorature che alta qualità degli acciai, entrambe necessarie per il mercato di lusso.
In Austria già a fine ‘400, come anche in Italia, era possibile “in teoria” produrre armature in martensite sottoponendole a tempra con risultati più o meno validi (spesso la tempra non andava a buon fine) piuttosto che di perlite raffreddata ad aria, ma è più facile che la massa dei cavalieri francesi dotati di armature italiane non possedesse tali manufatti “ipertecnologici” (LOL).
Ciò non toglie che tanti cavalieri, per motivi di disponibilità o di mancanza di conoscenza, indossassero anche corazze di pessima fattura francese: è facile per noi giudicare la qualità di quegli acciai, con le foto al microscopio e secoli di conoscenze accumulate, ma lo era molto meno per la gente dell’epoca.
Inoltre le armi da fuoco usate dalla fanteria spagnola erano ancora una “novità” (per quanto venissero usate da 100 anni, dal tempo della guerra degli imperiali contro gli eretici Hussiti, ma fu un’esperienza “educativa” che coinvolse i tedeschi e non i francesi) e non il principale pericolo per i cavalieri, in particolare per quelli francesi, abituati a ragionare ancora in termini di “frecce e picche” come pericoli principali da cui difendersi.
In più, come vedremo dopo, la potenza di fuoco degli imperiali fu tale che non si può certo fargliene una colpa se i francesi arrivarono del tutto impreparati per resistere.
Una corazza francese in ferrite con scorie (composti simili al vetro che inquinano il metallo) è più dura di una in sola ferrite pura (non ottenibile con la metallurgia medievale): la durezza Vickers sale da 80 a 150-180.
Ma allo stesso tempo le scorie (3-4%) la rendono sia più dura che più fragile: la resistenza diminuisce da circa 200 KJ/m^2 (ferro puro spesso 2 mm) a 120-150 KJ/m^2. Apparentemente più “dure”, in realtà più fragili.
L’acciaio usato nelle armature milanesi, a medio livello di carbonio (0,5%), con scorie attorno all’1%, ma non sottoposto a tempra (raffreddato ad aria formando così perlite invece di martensite), ha una resistenza alla frattura di circa 260 KJ/m^2.
Il miglior metallo trovato nelle armature francesi esaminate è un mix di ferrite e un pochino di perlite con lo 0,1% di carbonio e 1-2% di scorie: un acciaio (o meglio un ferro acciaioso) da 180-200 KJ/m^2.
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Dettaglio di un’armatura di Francesco I di Francia, acquisita a inizio Novecento dal Metropolitan Museum. |
Le armature utilizzate dai francesi erano perlopiù armature a piastre di design “simile” a quello della AVANT, ovvero arrotondate (alla milanese) e non spigolate (alla massimiliana) come era invece la preferenza tedesca. Un’armatura con ampie piastre arrotondate tende a far atterrare il colpo con un angolo non ottimale, un po’ come succede con le armature dei carri armati che sono inclinate apposta, il che a pari spessore la rende più efficiente di un’armatura a scaglie o lamellare priva della stessa rigidità e forma. Alan Williams in “The Knight and the Blast Furnace” stima l’angolo di impatto tipico offerto come di circa 30° gradi: questo rende l’energia necessaria al colpo per penetrare maggiore di un 15-20% circa (energia per penetrare con un colpo perpendicolare divisa per il coseno dell’angolo d’impatto).
Lo spessore delle corazze pettorali del periodo si aggirava tra i 1,5 e i 2,5 mm, con la maggioranza dei reperti studiati da Williams sui 2 mm. La porzione frontale della corazza è quella più importante perché protegge gli organi vitali e, assieme alla parte frontale dell’elmo, è quella di maggior spessore. Per fare un esempio di quanto variasse lo spessore basta prendere i dati della seguente armatura da fanteria fabbricata a Innsbruck nel 1563: pettorale 1,9 mm; schiena 1,2 mm; elmetto 1,4 mm; fiancali (le piastre che scendono dalla corazza a proteggere l’area inguinale e la porzione superiore della coscia) 0,9 mm.
Un tipico cavaliere francese con indosso un’armatura italiana col pettorale spesso 2 mm (sotto forma di un sistema di piastre sovrapposte – pancera, petto e ampie spalle – o come piastra unica), avrò avuto schiena, bracciali e gambali tra gli 1 e gli 1,5 mm massimi.
Abbiamo le risposte ai primi quattro punti per delineare un’ottima corazza da cavaliere:
Le Armi da Fuoco degli Imperiali
Lo schieramento imperiale comprendeva alcune migliaia di archibugieri spagnoli, ma che generi di armi portavano e quanta energia cinetica potevano offrire i loro proiettili?
Oltre all’archibugio vero e proprio, con la canna inferiore al metro e di calibro tra i 16 e i 20 mm, sparante proiettili sferici in piombo morbido del diametro di 15-19 mm (per via del gioco che facilita il caricamento ad avancarica, qui esagerato a un intero millimetro per comodità), vi era anche il “moschetto” (o archibugione) che nel linguaggio armiero riferito al ‘500 e alla prima metà del ‘600 non indica un “normale fucile ad anima liscia” come il Brown Bess settecentesco, bensì un’arma tanto grossa e pesante da dover essere maneggiata con l’aiuto di una forcella piantata al suolo (che aiuta a stabilizzare la mira e, in mancanza d’altro, si può usare per infilzare il nemico).
La canna del moschetto è molto lunga, il che aumenta notevolmente la velocità del proiettile. La polvere da sparo, in particolare quella non in grani, ha una combustione piuttosto lenta per cui se la canna è troppo corta il proiettile rischia di uscirne prima di aver ricevuto la spinta esplosiva da parte di tutta la polvere. Una canna abbastanza lunga (lunga in relazione sempre al calibro della canna, tant’è che vengono misurate in “calibri”) da permettere a tutta la carica di contribuire alla spinta migliora notevolmente le prestazioni.
Alan Williams ha condotto dei test usando una palla di piombo da 40 grammi sparata con una canna da 20 mm usando 20 grammi di polvere da sparo non in grani (serpentine powder, in inglese, una polvere composta da salnitro, carbone e zolfo nella percentuale 75-15-10). La dose di polvere pari a 1/2 del peso della palla, che può sembrare enorme, è normale per l’epoca (all’inizio del Quattrocento, con polveri meno valide di quelle del Cinquecento, si arrivava a dosi pari al peso della palla!) e ancora nel Settecento i manuali di addestramento inglesi prevedevano questa dose di polvere per il Brown Bess (qualunque dose tra 1/3 e 1/2 del peso della palla può essere considerata storicamente attendibile). Solo nell’Ottocento, con i proiettili minié più aereodinamici, le cariche vennero ridotte fino anche a 1/7 o 1/9 del peso della palla.
Il test ha previsto la variazione della lunghezza della canna per registrare come questo influisse sulla velocità alla bocca del proiettile. La canna lunga appena 13 calibri (254 mm) ha fatto raggiungere al proiettile una velocità di soli 149 m/s. Le canne lunghe 20 e 48 calibri (381 e 914 mm)hanno fatto registrare velocità alla bocca di 239 e 255 m/s. La canna ultralunga da 72 calibri (1372 mm), in grado di simulare un pesante moschetto con la forcella, ha permesso invece una velocità eccellente di ben 343 m/s.
La formula dell’energia cinetica è:

Ovvero metà massa (in kg) per il quadrato della velocità: se la massa raddoppia l’energia raddoppia, ma se la velocità raddoppia allora l’energia quadruplica. Semplice, no?
Un tipico archibugio con una canna di 900 mm che spari palle di piombo da 19 mm (40 grammi) a circa 255 m/s (con una dose di polvere da sparo non in grani pari a metà del peso della palla) avrà un’energia cinetica di 1300 J. Armi di calibro inferiore avranno energie sui 900-1200 J, ma difficilmente un archibugiere avrebbe portato con sé calibri piccoli, ad esempio 15 mm, anche perché la fabbricazione delle canne è più difficoltosa quando il calibro è minore. Inoltre i calibri inferiori (nel caso delle palle sferiche) sono meno efficaci nel penetrare le armature perché il calibro minore ha sì meno superficie da penetrare (bene), ma percentualmente ha ancora meno massa (male!): un proiettile da 16 mm rispetto a uno da 18 mm ha bisogno solo del 80% dell’energia necessaria al primo per penetrare una data corazza (formula di Krupp), ma la sua massa è solo il 70% per cui a pari velocità è svantaggiato rispetto al calibro maggiore di un buon 10%!
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| Con gli archibugi a miccia si poteva sparare dal petto/spalla, come mostrato nei manuali militari di fine ‘500, oppure dal fianco -per evitare vampate dello scodellino e fumo negli occhi- come mostrato in questo dipinto dedicato alla Battaglia di Pavia. |
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| Disegno da un’opera di primo ‘500: cavaliere che spara con l’archibugio. |
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| Da un manoscritto del 1473: archibugio usato dalla spalla. |
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| “La Battaglia di Pavia. L’Avanzata di Carlo V.” Arazzo di Bernard van Orley (1508-1541), scuola fiamminga. Particolare con gli archibugieri che tirano dalla spalla e non dal fianco. |
Un moschetto con la forcella, sempre in calibro 20 mm, avrà invece un’energia di 2300 J alla bocca grazie alla maggiore velocità della palla (sempre di 40 grammi in piombo). Ma questi moschetti erano presenti alla battaglia di Pavia del 1525? Secondo gli storici si, anche se non è dato sapere in quale quantità. Addirittura gli spagnoli dello schieramento imperiale erano stati visti usare questi nuovi mostruosi moschetti solo 4 anni prima, all’assedio di Parma del 1521, secondo la testimonianza di Martin du Bellay che dice di aver visto in mano agli spagnoli archibugi tanto grandi da richiedere l’uso di una forcella per sostenerli. E nel 1524 il “leale servitore” di Bayard testimonia la morte del suo padrone causata da un grosso proiettile sparato da uno di quegli archibugi tanto grandi da sembrare “hacquebute à croc” (ovvero archibugi da posta in italiano: grandi armi da usare in posizioni difensive, spesso poggiate su un sostegno a “uncino” come la forcella o dotate di un uncino di ancoraggio per il tiro dagli spalti e dai carri, da cui il “croc” indicato dal servo di Bayard).
Non c’è nessun motivo particolare per pensare che i suddetti spagnoli non avessero con sé queste mostruose armi da fuoco utilizzate nei quattro anni precedenti anche se nelle opere d’arte sulla battaglia si vedono archibugi più piccoli: le testimonianze dell’epoca, come quella di Paolo Giovio, ne dichiarano la presenza sul campo.
Quanto poteva pesare il proiettile sparato da un simile archibugione? Oltre ai classici 40 grammi già visti, un calibro ridotto per una simile arma, vi erano anche moschetti che sparavano proiettili di 70 grammi (4000 J a 340 m/s), ovvero con un calibro di quasi 23 mm. Vari proiettili da 50-70 grammi sono arrivati fino ai giorni nostri, testimonianza della corsa al calibro spaventoso dei moschetti con la forcella (i proiettili per archibugio da posta più pesanti di tutti, segnati nell’inventario di Norimberga di Conrad Gurtler del 1462, erano da 75 grammi).
La decelerazione dei proiettili sferici è molto rapida, tanto che nei primi otto metri arriva a 2,5 m/s per metro! Alla distanza di 100 metri un proiettile sferico ha già perso metà della sua energia cinetica (dati forniti da Bert S. Hall citando esperimenti di Benjamin Robins, il padre del pendolo balistico, e test moderni). Un proiettile sparato a 40 metri avrà probabilmente 2/3 dell’energia di partenza (stima a occhio).
Rimane il problema della polvere. Nella prima metà del Quattrocento venne inventata la polvere in grani, ovvero polvere da sparo umidificata con acqua o urina (quella dei religiosi era la più pregiata per via della loro vicinanza a Dio che li rendeva migliori: gli uomini del medioevo sapevano ragionare in modo “coerente”, ma bizzarro!), ridotta in panetti, divisa in grani di dimensioni uniformi e seccata. Questa polvere è molto migliore di quella classica perché i grani sono porosi e ricchi di ossigeno (che è un comburente per la fiamma), il che velocizza notevolmente la rapidità con cui viene rilasciato il gas dell’esplosione. Una carica di polvere in grani uniformi permette di inviare proiettili con 1/3 o più di velocità rispetto a quella non in grani, con un conseguente aumento dell’energia cinetica di almeno un 50%. Archibugi e moschetti con proiettili da 40 grammi farebbero in tal caso tra 1750 e 3000 J. Ma gli spagnoli di Pavia avevano nelle fiaschette della polvere in grani? Non lo so.
Sicuramente la conoscevano, ed è anche comoda dal punto di vista logistico perché non va rimescolata (la polvere normale, a causa dei differenti pesi delle componenti, tende a separarsi rovinando la miscela), ma non saprei se le armi da fuoco di Pavia fossero caricate con polvere in grani o con polvere non in grani. Non ho trovato fonti che ne parlassero. Probabilmente usavano entrambe, in base alla disponibilità, come era normale nel Quattrocento e all’inizio del Cinquecento. Solo negli anni successivi la polvere in grani uniformi, molto più comoda, diventò lo standard in Europa.
Tornando agli ultimi punti rimasti:
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Manuale inglese di addestramento del ‘600: caricamento e uso del moschetto con la forcella passo dopo passo (clicca per vedere tutta la pagina) |
Conclusioni: come simulare tutto ciò?
Partiamo dalle armi da fuoco: come visto bisogna ottenere una combinazione tra peso della palla sferica in piombo e velocità alla bocca che garantisca circa 1300 J per simulare l’archibugio classico con polvere serpentina e 3000+ J per simulare il moschetto con polvere in grani (o un moschetto con calibro poco più grosso di 20 mm, con polvere non in grani).
Disporre di un proiettile da 2300-3000 J è importante per rendere al meglio il test, data la presenza certa di grandi moschetti con la forcella a Pavia, vera “novità militare” degli spagnoli che unita al fuoco in massa, alle pessime armature francesi e alla stupidità di Francesco I permisero la vittoria straordinaria degli imperiali.
Come simulare le armature? Per simulare le corazze pettorali non servono vere e proprie corazze, ma basta sfruttare dei normali fogli di metallo di vario spessore variando quello al posto della qualità (così non bisogna mettersi a cercare ferri lavorati schifosi come i peggiori ferri francesi di primo ‘500).
Per simulare una buona armatura milanese basta prendere un normale foglio di acciaio dolce (mild steel) con le seguenti caratteristiche: 0,15-0,2% carbonio, sui 150-170 VPH, di 2 mm di spessore (o qualcosa di molto simile), con una resistenza alla frattura sui 235-250 KJ/m^2.
O qualcosa di simile, tanto se si usano armi del calibro e della potenza giusta (2-3000 J), non si noterà alcuna differenza.
Un foglio simile dovrebbe essere penetrato (inteso come “buco del diametro del proiettile”) con 750-800 J da un proiettile di 18 mm che non si deformi (ovvero in acciaio o, se in piombo, con energia sovrabbondante per non schiacciarsi all’impatto, come quello di un buon archibugio o di un moschetto). Per simulare l’angolatura dell’armatura basta inclinare il foglio in modo che il proiettile vi atterri con un angolo di 30 gradi. In tal modo la resistenza dell’armatura salirà a quasi 900 J (750 diviso il coseno dell’angolo).
Per simulare una corazza da 2 mm in pessimo ferro francese (robusto la metà del buon acciaio milanese) basta prendere un foglio dello stesso acciaio dolce di prima (AISI 1015-1020), ma con uno spessore di solo 1,6 mm (vedesi test di Williams).
Ma dimostrare di poter penetrare un buon foglio di acciaio è un test sufficiente: se passa un AISI 1050 è ovvio che passerà anche una schifezza che vale meno della metà!
Se invece dell’acciaio dolce si dovesse usare dell’AISI 1050, ovvero acciaio al carbonio con 0,5% di carbonio (e ovviamente senza scorie schifose dentro, trattandosi di acciai moderni), con resistenza alla frattura di 320 KJ/m^2 circa per un foglio da 2 mm, allora bisognerebbe variare gli spessori di tutto.
Per simulare l’armatura milanese da 2 mm usando un acciaio AISI 1050 (1,36 volte più robusto del mild steel a 0,15%, secondo Williams, ma secondo altri dati -tensile strength in MPa su eFunda- 1,6 volte più robusto) bisogna disporre di un foglio da 1,6-1,8 mm. Per simulare con l’acciaio 1050 una pessima armatura in ferro francese da 2 mm ne servirà uno da 1,4 mm, diciamo.
Alla fine, per simulare una delle migliore corazze pettorali possibili a Pavia, si è optato per un acciaio AISI 1040 (UNI C40) spesso 2 mm. E’ un 10-15% più robusto del tipico acciaio milanese che si voleva simulare, ma non importa. Il tiro eseguito, come spiegato nell’articolo sulla giornata di riprese, ha permesso un impatto angolato adeguato per simulare un’armatura arrotondata.
Nel futuro articolo dedicato ai moschetti con la forcella verrà inserita una modellazione fatta con le formule di penetrazione dei proiettili nella carne e nell’acciaio dolce per simulare, con un esperimento teorico che è più un giuoco che altro, le affermazioni di Paolo Giovio sulla potenza dei pesanti archibugi spagnoli. Giuochiamo con la Storia! ^__^
La simulazione era stata inclusa nel documento inviato a History Channel ed era piaciuta molto.
Posted by Il Duca Carraronan on 15 gen 2009 | Tagged as: Concorsi Letterari, PornoFantasy
Aggiornamento rapido per ricordare che ci sono ancora due settimane di tempo (scadenza 1 febbraio alle 23:59) per partecipare alla prima Gara PornoFantasy patrocinata dal Ducato del Porno, l’associazione culturale dove fare sesso coi conigli è del tutto normale.
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E in onore di Gamberetta: “Dannate elfe!” (Pensaci alla gara: ti aspetto come ospite d’onore ^__^) |
Per ora sono arrivati dieci racconti. È un buon risultato visto il tema (definizione di PornoFantasy) e le aspettative, ma arrivare a quindici o a venti sarebbe ancora meglio. Fatevi sotto.
Siete ancora in tempo per partecipare: bastano poche ore, una serata, per preparare un buon testo delle dimensioni richieste. Molto meno se uno è abituato a scrivere.
Presto l’articolo sulle armature e le armi da fuoco alla Battaglia di Pavia del 1525.
Posted by Il Duca Carraronan on 06 gen 2009 | Tagged as: Consulenze, Documentari, Storia Militare, Vita del Duca
Il 27 ottobre 2008 ho ricevuto una mail intitolata “history channel” dal signor Marco Curti.
Gentile “Duca Carraronan”,
Ti scrivo dalla redazione di History Channel, stiamo realizzando una serie di puntate sulla rievocazione storica all’interno delle quali i conduttori si cimenteranno nell’apprendere l’uso delle armi. Ho avuto modo di vedere sul sito steamfantasy che spesso ti sei occupato delle armi da fuoco rinascimentali e delle simulazioni degli impatti dei colpi sulle armature. Considerando il tuo interesse per l’oplologia e per la storia sperimentale vorremmo avere indicazioni rispetto alla possibilità di poter ricreare delle prove di tiro con armi rinascimentali [...]
Volevo quindi chiederti un contatto diretto in modo tale da poterne parlare a voce.
Seguiva firma, recapito e numero telefonico.
All’inizio non sapevo cosa pensare: poteva essere benissimo la mail di qualcuno che mi voleva prendere per i fondelli. D’altronde ho buoni motivi per essere antipatico a parecchia gente. Controllai il dominio dell’indirizzo e-mail (Wilder.it) e scoprii che la Wilder produce proprio i documentari per History Channel Italia.
Sembrava tutto apposto, senza nessuna fregatura, per cui risposi specificando il mio ambito di conoscenze, le fonti bibliografiche principali che utilizzo e, soprattutto, che non ho alcun titolo di studio in ambito storico e che non pratico il tiro ad avancarica. Tanto per togliere ogni dubbio.
Il giorno dopo Curti mi telefonò e mi spiegò per bene che cosa volevano simulare: armi da fuoco contro armature francesi alla battaglia di Pavia del 1525. Era fattibile, sono cose che conosco abbastanza da poter fornire le specifiche per costruire una simulazione adeguata. Spiegai le principali problematiche del caso via telefono, assicurai che era fattibile in modo serio e preciso, e promisi di produrre entro la fine della settimana un documento dedicato al caso.
Venne un testo di circa 3400 parole dedicato ai calibri e alle velocità alla bocca delle armi da fuoco del periodo, alla metallurgia delle armature francesi e allo spessore medio delle corazze pettorali. Aggiunsi, come curiosità ulteriore, una simulazione teorica (fatta con le formule di penetrazione in tessuti umani misti e nell’acciaio) delle affermazioni di Paolo Giovio (1483-1552, medico, storico e biografo) sui grandi archibugi spagnoli capaci di penetrare anche due o tre uomini d’arme francesi per volta.
Il documento verrà rielaborato, corredato di foto e pubblicato su Baionette nelle prossime settimane.
Il testo piacque molto (anche grazie alla simulazione teorica sulle affermazioni di Giovio, che l’autore del documentario già conosceva) e nelle settimane successive rimasi in contatto con Curti via mail e telefono. Un po’ per volta si delineò meglio anche cosa volevano fare “di preciso” (poi, sul campo, si è potuto fare meno di quanto desiderato per problemi di tempo… peccato) e Curti mi passò il contatto email dell’archibugiere per farmi controllare le caratteristiche degli archibugi forniti per il test.
Il fornitore della potenza di fuoco era Claudio Gatti. Nel documentario interpreta il ruolo del soldato imperiale che spiega il funzionamento dell’archibugio a miccia al presentatore/attore mentre il resto del gruppo di ricostruttori storici fa da “comparsa” sullo sfondo. Nel giro di poche e-mail mi chiarì che la sua arma (il cui calibro, 18,7 mm, era buono, ma non eccezionale) poteva andare ben oltre la carica massima che sarebbe stata necessaria per simulare il proiettile più potente utilizzato dagli imperiali: secondo il costruttore poteva reggere fino a 40 grammi di polvere svizzera numero 2 e io, nell’ipotesi più fantasiosa, gliene avrei fatti mettere al massimo 10-15 grammi per simulare le performance delle armi ad avancarica dei test di Krenn.
Insomma, le armi c’erano. Per finire abbiamo dovuto scegliere il tipo di acciaio da acquistare: dovendoci limitare a un solo acciaio per i test ho suggerito un C40 -banale acciaio al carbonio allo 0,4%- spesso 2 mm per simulare le migliori armature milanesi che potevano essere presenti alla battaglia. Devo ringraziare l’ingegnere meccanico Giovanni Maione per avermi confermato alcune cose tecniche, permettendomi così di scegliere senza rimorsi quel tipo di acciaio.
A Pavia
Il 19 dicembre, con uno slittamento di una settimana causa pioggia, ci sono state le riprese del “test di penetrazione”. Un po’ prima delle 10 sono arrivato al castello Visconteo, dove ho incontrato dal vivo Marco Curti, Valdo Gamberutti e i due gruppi di rievocatori storici (gli archibugieri di Claudio Gatti e i lanzichenecchi della Compagnia della Fenice).
Mi avevano anche proposto, vista la barba e il phisique du rôle, di indossare uno dei costumi portati dal gruppo dei lanzi per partecipare alle riprese sugli spalti del castello, ma col fatto che si pensava di correre entro breve al poligono di tiro per il test ecc… ho preferito rifiutare la proposta.
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| Uno dei costumi che ho preferito: corazza pettorale, morione e abbondanza di nero e di oro del Sacro Romano Impero. |
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| Il lanzichenecco con l’accento toscano! |
Mi sono divertito molto coi lanzichenecchi, in particolare col loro capo (Luca Guglielmi) che mi ha mostrato posizioni di combattimento con le armi inastate, mi ha confermato l’agilità e la versatilità di alabardine, alabarde e falcioni per attaccare e difendersi (come diceva George Silver nel suo libro del 1599) e mi ha mostrato come viene usata la guardia a otto della katzbalger per impugnarla assieme all’arma ad asta (in modo da averla già in mano quando, come è naturale accada, l’asta della propria alabarda/picca verrà spezzata dal nemico e si dovrà entrare in corpo a corpo con la spada corta).
Le armi inastate, dall’aspetto massiccio e pericoloso (seppur non affilate), erano piuttosto leggere da maneggiare, come mi aspettavo dai pesi noti degli esemplari storici, grazie anche all’ottimo bilanciamento. L’alabarda più pesante portata disponeva di tre spazi sul dorso della lama per raccogliere e spezzare picche. Luca mi ha raccontato che in combattimento si è trovato a usarla con efficacia per inchiodare al suolo le aste nemiche e poi spingere col peso del corpo per frantumarle.
La mattinata è volata tra il falconetto che veniva trasportato sugli spalti solo per scoprire poi che le zone adatte alle riprese non disponevano di postazioni per l’artiglieria (tutte rimaste nella zona modernizzata con la tromba delle scale…), le riprese con l’attore/presentatore che mostrava le mappe dei domini di Carlo v e ne descriveva in breve la storia famigliare (da osservare assicurandosi ogni volta che il cellulare fosse spento per evitare figure di merda) e le chiacchere con i lanzichenecchi.
Il lanzo con il morione mi ha confermato, come avevo sempre sospettato, che infilarsi la corazza pettorale senza la schiena (o perlomeno un supporto di cuoio inchiodato) è una fatica immensa se non c’è nessuno che aiuti a chiudere le cinghie.
I corazzieri dell’Ottocento usavano corazze petto-e-schiena da infilare da sopra la testa e chiudere in un attimo con il comodo cinturino. E anche i picchieri del ‘600 avevano di norma corazze petto-e-schiena nonostante a loro servisse praticamente solo il petto per resistere ai colpi nemici. È molto più comodo avere anche la “schiena” della corazza per la maggiore rapidità e facilità di vestizione.
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Alcune delle armi della compagnia, da una foto del sito ufficiale. Notate l’alabarda al centro. (Clicca per ingrandire) |
Un po’ dopo mezzogiorno siamo partiti, con un’ora abbondante di ritardo, per andare a effettuare i test dove indicato dalla Questura, al poligono vicino. Arrivati al poligono ho conosciuto il gruppo degli archibugieri, tutti molto simpatici e con facce adatte al ruolo. Ho osservato le riprese della scena che si svolgeva al poligono, con l’attore che interpreta una recluta del campo imperiale che vuole provare l’efficacia dell’archibugio per essere sicuro di poter davvero ammazzare i temibili cavalieri francesi con quella roba.
L’attore (che lavora alla radio in non mi ricordo che programma) era bravo. In particolare le scene di “spavento” quando l’archibugio tuona sono state bellissime (non erano nemmeno tuoni particolarmente forti: saranno stati la metà del devasto acustico che fa un Garand o un moschetto del ‘700 a piena carica). E l’improvvisazione ogni volta che inciampava nei rovi accanto alla piastra era spettacolare. ^___^
Prima un balestriere venuto dal passato (un ruolo un po’ sfigato) ha tirato contro la piastra senza nemmeno graffiarla (i dardi sono finiti tutti decapitati all’impatto e la scena era più simbolica che altro, fatta con una balestra leggera: usando un’ingombrante balestrona da 1200 libbre con dardi di peso adeguato credo che un buco nella piastra lo avrebbe fatto), poi Gatti, nel ruolo dell’archibugiere esperto che istruisce la recluta, ha mostrato la potenza delle armi “moderne”.
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| Le riprese del test di penetrazione. Notate Gamberutti che discute con l’attore e, in tutta la sua bellezza, la piastra di C40 che attende calma e posata di recitare la sua parte! |
C’erano stati un po’ di casini con le tempistiche e non era stato possibile fare i test preliminari desiderati, per cui siamo arrivati alla ripresa dello sparo senza che potessi prima suggerire a Gatti variazioni nella dose della polvere. Mancando la prova “pratica” avevo solo la speranza che i miei conti fossero esatti.
Il fatto che Gamberutti già pensasse di fare il test stile Giovio con tre piastre distanziate e in mezzo la carne di maiale non migliorava la mia fiducia nelle cariche basse usate da Gatti: solo 100 grani (6,4 grammi) di polvere nera svizzera numero 2 (equivalente a FFFg), la dose che usano di solito per il tiro a salve, per una palla da 18 mm (34 grammi), ovvero il 18% del peso della palla contro la dose del 33% circa usata nei test di Krenn.
Fortunatamente il test è stato con una piastra sola e io, forte dei miei conti e della valutazione della differenza in ultimate tensile strength tra l’acciaio scelto (un AISI 1040 o UNI C40) e quello di riferimento dei calcoli (un AISI 1015, il 25% più debole), ero quasi sicuro che il proiettile sarebbe passato. Il balestriere e alcuni archibugieri no, ritenevano che il piombo morbido si sarebbe spiaccicato contro il duro acciaio indipendentemente dalla velocità (ah, illusi, tremate di fronte al potere delle formule balistiche! ^__^).
Gatti, forse perché aveva appena sentito la “botta” sparando a palla poco prima (quando si spara a salve il rinculo è molto minore perché non c’è nulla ad opporsi al gas), sembrava più convinto di me che si potesse sconfiggere la “corazza” senza dover modificare affatto la carica di base.
Al primo tiro l’archibugio ha bucato senza problemi il foglio di acciaio.
Con una stima a occhio l’arma disponeva alla bocca di 1800-2000 J che alla distanza di tiro (circa otto metri) diventavano 1650-1750. Il foglio secondo i miei calcoli richiedeva 1200 J per essere perforato da una palla di piombo di 18 mm. I proiettili inoltre tendono a deformarsi con impatti di questo tipo quando posseggono meno di 1/3 della velocità iniziale, causando (se riescono lo stesso a sfondare) larghi buchi irregolari e sfrangiati.
Il foglio di acciaio era posto più in basso dell’archibugio, all’altezza dello stomaco del tiratore, il che aggiungeva anche un angolo di impatto non ottimale al colpo (già calcolato nei 1200 J che ho stimato come impatto a 30° contro i 1000 J di un impatto perpendicolare) come sarebbe stato nella realtà contro le corazze milanesi arrotondate.
Il foro era molto netto, tondo e pulito, con una bella fetta circolare di acciaio strappata via e conficcata nel fango assieme al piombo: l’energia necessaria è stata ben al di sopra di quella richiesta, proprio come pensavo (anche se con quella carica così bassa non avrebbe mai passato una seconda lastra… ma per mancanza di tempo non è stato possibile proseguire le riprese dei test).
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| La piastra col buco mostrata da Curti |
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| La palla da 18 mm dentro al buco da 26-27: i buchi più grandi del proiettile che li causa sono normali (notate come il metallo è piegato verso l’interno: probabilmente il segmento strappato non arriva nemmeno a 18 mm di diametro!) |
Una gran bella esperienza. Curti e Gamberutti, anche se presi dal lavoro, sono stati molto cordiali e simpatici. La consulenza è stata completamente gratuita, però mi è stato rimborsato il viaggio e apparirà il mio nome nei titoli di coda come “consulente balistico”. È valsa la pena andare anche per salvare il documentario da una piccola gaffe piuttosto fastidiosa (per gli ingegneri perlomeno): durante le riprese della scena col foglio d’acciaio per due volte l’attore/presentatore ha detto “4% di carbonio” invece di “0,4%” (cioè si passava da un ottimo acciaio da bonifica a una più fragile ghisa), non so se per un errore di battitura nel copione o cosa, ma dopo la seconda ripresa ho segnalato il problema a Gamberutti ed è stato risolto nei ciak successivi.
Edit di qualche minuto dopo la pubblicazione.
Aggiungo queste notizie relativa al documentario:
http://www.libero-news.it/adnkronos/view/25343#
(Adnkronos) – Il primo episodio della serie, prodotta da Wilder per Fox Channels Italy, e’ stato girato a Pavia. Il 24 febbraio del 1525, la citta’ fu infatti teatro dello scontro tra gli imperiali di Carlo V e la gendarmeria francese guidata da Francesco I. Una battaglia che fu decisiva per le sorti dell’Europa cinquecentesca e che si concluse con la vittoria imperiale. A Pavia sono stati ricreati tutti i momenti dello scontro, a cominciare dall’assedio iniziale, fino alle strategie utilizzate dagli eserciti in battaglia.Il tutto raccontato con lo stile avvincente di una telecronaca dai due “commentatori” d’eccezione Giulio Spadetta e Alex Braga. In ogni episodio, i due conduttori, rivivranno in prima persona le grandi battaglie che hanno modificato la storia del nostro Paese, si sfideranno e si addestreranno per affrontare, dall’interno, un conflitto di grande rilevanza storica sul piano locale e nazionale
http://www.omnimilano.it/www/notizie_visualizza.php?Id=021621
(OMNIMILANO) Milano, 27 dic – Nella prossima primavera il canale satellitare History Channel (canale 407 di Sky), manderà in onda la serie in sei episodi “Pazzi Per La Storia”, dedicata alle grandi battaglie del Medioevo e del Rinascimento e realizzata grazie al sostegno dell’Assessorato alla Cultura della Regione Lombardia. “E’ importante conoscere gli eventi storici, in particolare quelli che sono avvenuti sul nostro territorio – ha detto l’assessore regionale alle Culture, Identità e Autonomie, Massimo Zanello – e che solitamente si studiano sui libri di scuola. Con questo progetto è possibile rivivere quei fatti che hanno segnato la storia dell’Italia, con un format agile e accattivante, per rivivere i fatti con attenzione ai dettagli e ai momenti di vita vissuta in tempi ormai lontani”
Aggiornamento (26 giugno 2009)
Potete vedere il video del test di penetrazione QUI.