giugno 2009

Archivio del Mese

Steam Mech: Leviathan di Scott Westerfeld e Steam Wars di Larry Blamire

Posted by Il Duca Carraronan on 28 giu 2009 | Tagged as: Libri, Mech e Robot, Steamfantasy, Steampunk

Avevo già accennato da altre parti che Scott Card, mesi fa, aveva annunciato di stare lavorando a una trilogia per Young Adults ambientata in un mondo Steampunk Fantasy.
Visto il “segnale” positivo ho proseguito le ricerche e un paio di settimane fa mi sono imbattuto in un’opera che pur non essendo Fantasy (almeno non credo… non mi pare) è anch’essa Steampunk ed è dedicata pure lei a un pubblico giovane: Leviathan.
L’autore non è l’ultimo degli sconosciuti, ma Scott Westerfeld.
Ok, non è famoso come la Rowling, ma non è nemmeno M. C. Williams. ^__^

Scott Card e Scott Westerfeld che si muovono in periodi ravvicinati per pubblicare roba Steampunk quando, beh, tutti i segnali fanno pensare che lo Steampunk (fantasy o meno) piaccia sempre più…
…mi fa sospettare che si muovano in quella direzione perché hanno ottimi motivi per ritenere che ci possa esserci un ulteriore boom di interesse. Anzi, c’è già da tempo un revival di interesse per gli elementi “steam” (se non per lo steampunk in sé) come dimostrano videogiochi, forum, blog e perfino una rivista dedicata:
la domanda va solo soddisfatta.

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Copertina statunitense di Leviathan

Una corazzata terrestre di mille tonnellate che si muove su otto gambe di ferro come un letale ragno gigante. Una aeronave da guerra plasmata con i corpi di un capodoglio, api, pipistrelli, falchi e un mucchio di idrogeno. Queste sono due delle bizzarrie Steampunk del romanzo “Leviathan” di Scott Westerfeld, la cui uscita è prevista per il 6 ottobre 2009.

Non so dire se il romanzo abbia l’approccio e i contenuti necessari per aspirare ad essere anche New Weird (anche se, dalla lista di libri New Weird e dalla lettura dell’antologia di Vandermeer, sembrerebbe che nonostante la precisa definizione data anche il cesso della stazione sia quanto meno uno “stimulus” del genere…), ma in fondo chissenefotte.

La storia è ambientata in un 1914 alternativo, steampunk, in cui il mondo è diviso tra due scuole di pensiero militare: i Clankers (”casinari”?) che fondano la loro tecnologia sul ferro e sui motori a vapore, con anacronismi tecnologici steampunk “tradizionali”, e i Darwinisti che plasmano gli animali in armi e veicoli con la loro evolutissima bioingegneria. Il Leviathan del titolo è una di queste macchine viventi.

Clankers sono gli Imperi Centrali, Austria e Germania, opposti proprio come nel nostro 1914 all’alleanza Anglo-Francese, di ispirazione Darwinista. Su Russia, Italia, Impero Ottomano e compagnia bella, non so dire come siano orientati tecnologicamente o se siano più “arretrati” e quindi “normali”.

Ora la trama dell’opera in poche parole…

Quando l’Arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e sua moglie vengono assassinati, i loro fidati consiglieri decidono di trasferire il loro unico figlio, il Principe Alek, in un luogo sicuro: un castello abbandonato nel mezzo di una invernale terra di nessuno (Scozia?).
Nel frattempo Deryn Sharp, una “maschiaccia” britannica, ha deciso di camuffarsi da ragazzo per arruolarsi nel British Air Service, una forza aerea Darwinista che impiega come veicoli da combattimento animali plasmati con la bioingegneria.
Ovviamente questi due personaggi finiranno per incontrarsi. La Guerra Mondiale tra Clankers e Darwinisti sarà inevitabile o le due alleanze riusciranno ad evitarla (tipo prendendo a calci in culo la Serbia, o chi cavolo ha ucciso l’Arciduca in questa ambientazione, e basta)?

Sotto potete vedere la vecchia copertina dell’edizione americana e quella confermata per l’edizione inglese. Westerfeld non ha ancora mostrato la copertina scelta per l’edizione francese. Potete trovare ulteriori informazioni nel blog dell’autore.

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Vecchia illustrazione di copertina dell’edizione statunitense
e copertina confermata di quella inglese

Ed ecco il commento di un lettore:

Westerfeld has kicked off his new series with bang, averaging more battles and bombings per chapter than a textbook on both World Wars combined. If nonstop-action and edge of your seat suspense is your cup of java, then this roaring, clanking, hissing, spitting, steaming trilogy opener is perfect for you, gentle reader.

Come commento, anche detto da uno che si è accaparrato una delle copie distribuite in anteprima con mesi di anticipo, mi pare un pochino esagerato. Ma il libro sembra interessante, anche se classificato per young adults. E in più, come spiega l’autore, il libro conterrà ben 50 illustrazioni in bianco e nero a cura di Keith Thompson: questo ha lo scopo di imitare i romanzi del periodo, che erano spesso illustrati (chi non ricorda le illustrazioni de I Miserabili o di tanti altre opere tra la metà dell’Ottocento e la Grande Guerra?). E in più le illustrazioni aiuteranno il lettore a visualizzare i mostri strambi che popolano l’ambientazione. Fa molto Light Novel giapponese. L’idea mi pare eccellente.
Un po’ per volta verranno pubblicate anche sul blog di Westerfeld, fino alla pubblicazione del libro. Quando uscirà me lo procurerò originale, senza aspettare settimane o mesi per una versione piratata.

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La prima illustrazione resa pubblica da Westerfeld

L’idea del confronto tra nazioni tecnologiche classiche, base sul ferro e sui motori (a vapore), e nazioni diverse, basate su una bioingegneria che, non spariamo cazzate, è “magia” con un altro nome, è lo stesso che avevo avuto io per la mia ambientazione. Ricordo ancora i lollosi rospi-mortaio. ^__^
Questo ancora nel 2007, prima che l’ambientazione diventasse più steampunk, raggiungendo un pieno livello di steamfantasy, come è ora. Quindi non posso certo dire che l’ìdea mi dispiaccia! È piuttosto tradizionale e odora di “già visto” a otto chilometri di distanza[Nota], ma è meno banale di tante altre cose che popolano i romanzi di speculative fiction e penso che abbia delle potenzialità (se no non l’avrei utilizzata pure io).

Comunque, nonostante questa pseudo-magia spacciata per bioingegneria, l’ambientazione appare solo Steampunk e non Steamfantasy. E credo che non ci sia nemmeno da discuterne: le componenti fantasy non mi pare ci siano, o comunque quel poco che c’è ricade nell’ambito delle stupidaggini in stile Steampunk e non del fantasy vero e proprio.

Il testo ha di buono, a quanto ho capito, di aver esaltato la parte di immaginario Steampunk legato alla tecnologia, operazione necessaria quando l’ambientazione stessa NON è nemmeno più quella Vittoriana (e neanche Edoardiana): se non si mettono Mech a vapore e mostri biomeccanici, cosa diavolo ne rimarrebbe dello Steampunk dichiarato? ^__^

Carina anche l’idea dei Mech a vapore, bisogna solo sperare che venga sfruttata per bene: quello nella vecchia copertina USA, color khaki/senape e con delle belle croci patenti in nero, spacca di brutto! Mi ricorda la mie vecchie farneticazioni sulla Guerra Franco-Prussiana coi Mech.^__^
Farebbe molto Sakura Wars se ci fossero anche i piloti che usano i poteri spirituali per la guida, lol.

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Qualche Mech da Sakura Wars: notate le piastre di metallo imbullonato che fanno molto carro della prima guerra mondiale, come il mitico A7V tedesco

Comunque, in linea generale, continuo a preferire i Golem a Vapore tecnomagici. Sono molto più Steamfantasy, col cervello gelatinoso dominato da uno spirito elementale (il cervello positronico di Asimov in versione fantasy), i tubicini colmi di liquame sotto la corazza e il risveglio lento pieno di interruttori da premere, col motore a kerosene che porta il bollitore in pressione e un indicatore meccanico a due cifre che scatta con dei “TONG!” durante le operazioni di avvio e diagnostica messe in atto dal cervello per riprendere la guida del proprio corpo meccanico. E in caso di guasto l’addetto controlla sul manuale il codice dell’ultima operazione.

Ma anche così, come semplici Mech a vapore (e Mech enormi come corazzate terrestri, a quanto pare, proprio come il “O-Daisuchiimu” della Guerra Russo-Giapponese descritto in GURPS Steampunk), dovrebbero far felice il buon Larry Blamire, che dagli anni ‘70 continua a girare attorno all’idea di un’ambientazione vittoriana piena di Mech da combattimento. Si, alcuni anni prima che si coniasse il termine Steampunk e molto prima che lo Steampunk “maturo” prendesse la deriva tecnologica-anacronistica per cui è diventato famoso.

Larry e il suo STEAM WARS (si, il nome esisteva prima ancora che qualcuno iniziasse a usarlo per indicare la versione Steampunk di Star Wars) mi stanno simpatici: è il tipo di Steampunk che preferisco, quello fatto di anacronismi tecnologici e non quello di stupidaggini magiche alla Jeter/Powers.
E le immagini sono molto carine, pur nella loro colossale idiozia: perché mech bipedi e non veicoli ruotati o cingolati? Ma soprattutto perché diamine i piloti devono essere così allo scoperto?

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1896: “runabout” prussiano e USSF Jefferson
e un enorme Gunrig classe Goliath

Da: WHY STEAM WARS IS LIKE A JEALOUS MISTRESS
[dopo più di 20 anni di tentennamenti...] I decided to get things rolling once and for all by setting up the world of the piece, presenting it to the public, finally organizing notes, sketches and paintings–a solid support for the film concept I’ll be shopping around. I’ve rewritten the treatment, solidified the characters. I’m recently discovering–much to my embarrassing ignorance–things like steam punk and manga involving giant robots (sorry, I was busy!). But perhaps creating on the sidelines in ignorant bliss allows SW to remain fresh, unique to the way I see it. I have caught the amazing trailers for STEAMBOY though, and all I can say is IT LOOKS GREAT. Can’t wait to see it. And I hope it does HUGE.

I see STEAM WARS as clearly as if it’s being projected–a tough, gritty, colorful but realistic live-action adventure with a wry sense of humor. Yes, I said realistic. It’s my intention that the steam rigs not be treated self-consciously. I’m not tracing a history of steam warfare– when the story opens we are thrust into the middle of a battle. I see these not as robots but as fighting machines like tanks or submarines, manned by crews who approach their specified tasks as a normal workday–and we’ll see their operation down to the smallest detail. The Victorian conceit here just happens to be that war is fought in these eccentric walking battleships. In introducing this single fantastic element, it’s important to me to remain matter of fact, with a technology that seems right for the period.

Onestamente ho un po’ di simpatia per un artista, sceneggiatore e scrittore dilettante che ha ideato in modo indipendente le stesse cose ideate dopo anche da altri, interessandosi allo Steampunk tecnologico prima di altri, ma per poi lasciarlo da parte (beh, aver scoperto una cosa non significa averne capito appieno le potenzialità) e arrivare a riscoprirlo e rivalutarlo solo dopo che tanti ne hanno fatto man bassa, quando ormai le idee originali sono bruciate.

I Mech bipedi al posto dei carri cingolati li posso accettare: fanno parte delle idiozie che ricadono sotto la “sospensione dell’incredulità” e servono per dare colore e, in più, mi ricordano i Mech tecnomagici di un prodotto che aveva piacevoli dettagli steampunk-fantasy, ovvero Final Fantasy VI. Ma Larry, fortunatamente, non disdegna anche le grandi artiglierie semoventi.

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Artiglieria Semovente Tyler, 1872

Per concludere: lo Steampunk rulla, quando è anacronismo tecnologico alla Steam Wars o alla Space 1889 e non magia egizia/mago merlino alla Powers/Jeter. E rulla di brutto anche senza doverci aggiungere il Fantasy però, per i miei gusti bizzarri, uno pseudo-Ottocento SteamFantasy come quello a cui sto lavorando da tempo rimane l’ideale. ^__^
Aspetto fiducioso ottobre!
 


Nota sulle Navi Viventi: porto uno dei molti esempi possibili di bioingegneria per mostrare quanto sia già visto e rivisto, scegliendo quello più “simile” al Leviathan: il Musuca, un capodoglio modificato geneticamente per funzionare come nave da guerra. Appare nel primo OAV di Blue Submarine n°6 quando gli umani riescono a frantumare lo scudo protettivo con i siluri e svelano il reale aspetto del “nemico”.
Ecco un paio di immagini delle navi-viventi di Blue Submarine: immagine 1 e immagine 2.
Ringrazio Gamberetta per il suggerimento e le immagini fornite.
Torna su.

Pazzi per la Storia: il video del test di Pavia

Posted by Il Duca Carraronan on 26 giu 2009 | Tagged as: Armi da Fuoco, Consulenze, Documentari, Oplologia

Ecco finalmente il video del test di penetrazione sul foglio di acciaio C40, direttamente dall’episodio di “Pazzi per la Storia” del 24 giugno.
Lo ha segnalato su Facebook il buon Claudio Gatti, l’archibugere esperto che potete vedere nel video assieme alla recluta Alex Braga.
Per chi si era perso tutto il discorso vi rimando alla pagina sulla giornata passata a Pavia e alla consulenza balistica fornita per il documentario di History Channel Italia.

Come potete vedere prima dice che si spara dal fianco se si spara nel mucchio, senza precisare che è per via del fumo che brucia gli occhi (visto che fumata?) e non per la mancanza di precisione dell’arma in sé (che di certo non migliora se uno nemmeno la punta bene!), ma poi quando ha bisogno di sparare al meglio se la tiene bene contro la spalla.

Non è una contraddizione: nel fuoco di massa, continuo (si possono dover sparare anche 20 proiettili di fila), per non diventare ciechi col fumo degli archibugi senza forcella (e quindi con lo scodellino ancora più vicino agli occhi) va benissimo tirare dal fianco… e poi quando bisogna sfruttare al massimo la poca precisione disponibile, si tira dalla spalla accettando il fastidio di ricevere una nuvola di fumi urticanti dentro gli occhi. All’epoca gli occhialoni di plastica per il tiro ad avancarica non c’erano. ^_^

Il tiro dal fianco lo facevano anche i prussiani nell’Ottocento coi fucili ad ago Dreyse quando a furia di sparare la camera perdeva tenuta (non c’era gomma a sigillarla e i proiettili erano senza bossolo) e l’arma iniziava a fare vampate incandescenti verso la faccia del tiratore. ^__^

Prossimamente pubblicherò un paio di nuovi articoli della serie “Chiedilo al Duca”.
E ovviamente altri conigli. Tanti conigli.
Alla prossima.

Fantasy senza Fantasia? La Strazzu colpisce ancora!

Posted by Il Duca Carraronan on 25 giu 2009 | Tagged as: Fantasy, For The Lulz, Libri

Oh, sta per uscire, se non è addirittura già uscito, il nuovo libro di Chiara Strazzulla!
Ricordate la Strazzulla, vero? Quella che in scrittura preferiva gli starnuti ai manuali della Writer’s Digest. Quella degli Eterni, ovvero la versione siciliana degli Elfi virata ancora di più allo Yaoi (ovvero froci).
Gli Elfi che facevano il bagno tra le bolle di sapone, con l’effetto grafico di bolle e vapore che copriva a mala pena i loro genitali (ma la versione DVD sarà uncensored e conterrà uno speciale OAV intitolato “Gli Eterni nella Terra degli Orsi Gay”!) e i capelli privi di doppie punte che scendevano in luminose cascate di frociaggine.

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Lyannen e Tyke, de “Gli Eroi del Crepuscolo”…

E il dramma degli Eterni: essere così gay e doversi fingere “diversi”, perlomeno un pochino, inventandosi attrazioni inesistenti per le “femmine” (che in realtà hanno scopo unicamente riproduttivo, come nell’Antica Grecia). Che dramma! CHE DRAMMA!

Come dimenticare questo capolavoro dell’italico ingegno, questa prova artistica e narrativa, questo tripudio di originalità, in cui il bell’omosessuale massacra con gusto i cattivi che sono tali in quanto “brutti” e, si sospetta, pericolosamente eterosessuali.

Il nuovo libro si intitola “La Strada che scende nell’Ombra” e ha tutte le carte in regola per essere un nuovo CAPOLAVORO!

In un mondo diviso e stanco, l’Ombra si è destata e le Otto Genti non sanno se ci sarà l’alba di una nuova èra, oppure la fine.
I prescelti dalla profezia per raggiungere la Fortezza Impenetrabile e combattere il malefico potere sprigionato dalla Gemma Bianca sono i meno presentabili che si possa immaginare. Mentre la resa dei conti si avvicina e tutti i popoli entrano in guerra, il Magus guida la Compagnia piú ribalda e riottosa che si sia mai vista verso il destino che trasformerà gli ultimi, i peggiori delle Otto Terre, nei nuovi Eroi.

Serrati colpi di scena, battaglie memorabili, una Compagnia dei peggiori dotata di mille risorse e di una simpatia e vitalità umana irresistibili, una stupefacente varietà di mondi, personaggi nelle cui gesta risuona l’antica epica. Un romanzo che ribalta sottilmente il concetto di Bene e di Male, e conferma il talento della più giovane autrice di fantasy italiana.

Al di là delle stronzate propagandistico-pubblicitarie, che ormai sappiamo essere una costante (anzi, Licia Troisi in un suo articolo di un po’ di mesi fa, un annetto mi pare, scriveva che è lecito e normale mentire e dire stronzate, falsificando la realtà, se è per promuovere un prodotto e che quindi nessuno si deve scandalizzare), quello che fa davvero schifo è il “più giovane autrice di fantasy italiana”.

Alla Einaudi mentono sapendo di mentire.
Sono degli sporchi untori di menzogne, in palese malafede. Come fanno a non sapere che Elisa Rosso, edita da PIEMME (non da Pincopallo Edizioni, da PIEMME!) con “Il Libro del Destino” nel 2008, non ha neanche 16 anni mentre la Strazzulla ora ha 18 anni (se non già 19, non ricordo in che giorno compiva gli anni, ma era in questo periodo mi pare).

La malafede è l’unica cosa su cui possiamo fare affidamento

Ecco il mio commento sull’editoria italiana. Schifosi ipocriti bugiardi… -____-

Notevole la fantasia della Strazzulla: siamo passati dalla “Compagnia dei Rinnegati”, formata da scarti e reietti (secondo il marketing, in realtà se avete letto la recensione linkata in cima è TUTTO IL CONTRARIO!) alla “Compagnia dei peggiori”. Complimentoni. ^_^”"

La Compagnia dei peggiori
Morosilvo Dan Na’Hay, astuto mercante di schiavi di Terra degli Uomini
Thix Arnur Velinan, arrivista fuorilegge di Terra Elfa
Shaka Alek, impenetrabile mercenario di Terra dei Demoni
Pelcus Vynmar, ladro di Terra Nana con la passione per gli esplosivi
Lady Ametista, ipnotizzatrice di Terra Folletta piuttosto vendicativa
Farik Rilkart, testardo brigante di Terra Goblin
Ardrachan Caleth, guerriero omicida di Terra Fata in preda alla follia
Arinth Naun, strategico terrorista di Terra Gnoma

Notevoli scelte. Guardate i nomi delle terre: Terra Gnoma, Terra Fata, Terra Folletta… Woodrow Wilson[1], il grande stronzo yankee dei Quattordici Punti, sarebbe fiero di te! ^_^

E i personaggi, divini!, anche se non ho ben capito cosa sia uno strategico terrorista e non sono tanto sicuro nemmeno dell’arrivista fuorilegge
Ho invece ben colto l’ennesimo riferimento Yaoi nell’impenetrabile mercenario.
Ah, Strazzu Strazzu, hai proprio la fissa per queste zozzerie, eh? ^____^
E pure Thix Arnur Velinan mi suona come “Tits Anus Velina”.

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Shaka Alek non era poi tanto impenetrabile…

Sono veramente triste felice. Spero che sia un “fantasy umoristico” alla Pratchett, anche se non è presentato come tale: ma se avessimo Editori normali, intellettualmente normodotati e non così tanto corrotti e disonesti, basterebbe la descrizione fornita da Einaudi stessa per catalogarlo come tale senza alcun dubbio. Ma siamo in Italia e i nostri Editori sono quelli che sappiamo essere: è molto probabile che sia l’ennesimo romanzo idiota che si prende drammaticamente sul serio… sigh…

EDIT 3 Luglio 2009:
È possibile leggere il primo capitolo del nuovo libro!

 


Note:
1: Wilson intendeva i Quattordici Punti come un mezzo per far terminare la guerra e raggiungere una pace equa per tutte le nazioni. Arrivò a Versailles il 4 dicembre 1918 per la Conferenza di Pace di Parigi del 1919 (diventando il primo presidente degli Stati Uniti a compiere un viaggio in Europa durante la carica), dove si adoperò a fondo per promuovere il suo piano. Alla fine Wilson riuscì a far passare l’idea che tutti i paesi perdenti dovessero essere smembrati su base etnica, con lo scopo di creare stati etnicamente omogenei (”principio dell’autodeterminazione dei popoli“).
Con questa decisione, le potenze vincitrici di fatto prepararono la strada alle pulizie etniche registrate in Europa da allora (compreso lo sterminio degli ebrei in Germania e la cacciata di 620.000 tedeschi e 300.000 ungheresi dai nuovi paesi creati ai trattati di Parigi) e a nuove guerre. Torna in cima.

Un video vintage perché sono vecchio dentro

Posted by Il Duca Carraronan on 23 giu 2009 | Tagged as: Conigli, For The Lulz, Riflessioni, Steamfantasy, Steampunk

Sono vecchio dentro.
Mi piace l’Ottocento e mi piace il mondo non oltre la Seconda Guerra Mondiale. Meglio ancora se precedente la Prima. La mia idea di fantasy ideale è uno Steampunk Fantasy (o Steamfantasy, scegliete voi il nome che è uguale) con una ambientazione fantasy ispirato al nostro mondo di fine Ottocento – inizio Novecento, ma con un sacco di roba bizzarra Fantasy ficcata dentro e anacronismi tecnologici Steampunk tipo corazzate terrestri, golem da combattimento a vapore con o senza pilota, aeronavi molto più grandi dei veri Zeppelin e con una notevole capacità di carico per gas tossici, truppe e bombe con cui salutare i “selvaggi” delle colonie.
Elmetti chiodati, baionette, fucili bolt-action, armi chimiche e mostri tecnomagici a vapore. E le porno fatine tossicodipendenti: Angra lo sa che da più di un anno sono la mia fissa.
Questa più o meno è come era venuta la mia ambientazione da un annetto a questa parte, nel suo secolo e mezzo circa di sviluppo coperto, partendo dall’equivalente di un 1840 piuttosto realistico fino ad arrivare allo Steampunk Fantasy pompato al massimo (con perfino tendenze tecnologiche Dieselpunk) che mi piace un casino.

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Ma è tutta roba old.
Penso ancora agli Imperi, a come era bello il mondo prima della Grande Guerra.
A come era più bello prima che il sogno si infrangesse e la borghesia incontrasse la sua strana morte.
Rimpiango quando i negri stavano al loro posto, assieme alla feccia araba, e le nazioni bianche si spartivano un mondo che era ed è loro per Diritto di Nascita: i selvaggi possono occupare le loro sporche terre De Facto, ma De Iure solo le nazioni bianche discendenti dall’Impero Romano ed eredi del diritto romano possono governarle. E prima o poi ce le riprenderemo.

Sono vecchio dentro. Mi piace la roba di un secolo fa.
Quindi ecco un video vecchio dentro, proprio come me.

Aspetto che arrivi via posta il mio elmetto chiodato.
Ritorneremo!

Filmato Rabbit Weird: “Bunnies in Space”

Posted by Il Duca Carraronan on 21 giu 2009 | Tagged as: Conigli, Rabbit Weird

Non resisto, devo postare questo bellissimo video. Mi è appena arrivata la notifica da Disapproving Rabbits, uno dei siti sui conigli che preferisco. È un classico video Rabbit Weird. ^_^

Cos’è il Rabbit Weird? Senza effettuare l’analisi vera e propria (è qualcosa che affonda le sue radici nei secoli passati e i cui stimoli evocativi si possono trovare in Bosch e in Mantegna e un precursore nel Bianconiglio di Alice) posso fornire questa definizione sintetica: se ci sono conigli per il gusto dei conigli e senza motivo che ci siano, questo è un elemento Rabbit Weird. E se questo elemento Rabbit Weird è un elemento importante della storia/immagine/video e l’effetto risulta bizzarro, allora è Rabbit Weird.

Motto del genere: Abbandonarsi al Conigliesco / Abbracciare il Conigliesco.

Qualche esempio
1) “La collina dei conigli” non è Rabbit Weird: quei conigli, per quanto la storia sia fantastica, non sono completamente bizzarri o fuori posto. Al più si può considerare uno Stimolo per il moderno Rabbit Weird (mi sento molto Vandermeer a dire queste cose!).
2) La Battaglia della Somme con i tedeschi interpretati da conigli grigi e gli inglesi da conigli marrone è Rabbit Weird: non c’è nessun motivo per mettere dei conigli in uniforme al posto degli umani ed è di certo un elemento importante virato al conigliesco!
3) La Londra del 1835 con le carrozze trainate da conigli invece che da cavalli, non è Rabbit Weird: l’elemento della carrozza in sé è Rabbit Weird, ma se questo elemento secondario è l’unica “anomalia” allora non è sufficiente per poterlo definire Rabbit Weird.
4) Quattro. Quattro è tutto, quindi è anche Rabbit Weird.

Definizione alternativa, in particolare se l’elemento conigliesco fa parte di una divergenza tecnologica, sul modello di Clockpunk o Dieselpunk o simili (tecnologia a base di conigli e/o a forma di conigli): Bunnypunk.
^____^

Esbat di Lara Manni

Posted by Il Duca Carraronan on 19 giu 2009 | Tagged as: Fantasy, Libri

Questa non è una recensione. Io non so fare recensioni, prevedono troppo sforzo e troppa organizzazione: preferisco dare un parere sul libro senza farmi ulteriori problemi. A chi non è d’accordo che si possa dare un parere personale su qualcosa fino a qualche giorno fa avrei consigliato un bel trasferimento in Iran, ma pare che neppure lì siano così tanto bravi a tenere a freno la libertà di espressione. Peccato.

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“Esbat” di Lara Manni.
Feltrinelli, 2009, 276 pagine.

Io sono una persona semplice e ragiono in modo semplice.
Per me i fatti contano più delle chiacchere e Tolstoj faceva la cacca dal culo come tutti gli altri. E un romanzo che voglia essere buona narrativa vale per quello che suscita nel lettore.
Sono un uomo semplice con idee semplici: cacca, sangue, vita, morte. E Mauser. Che mondo sarebbe senza Mauser?

Concetti forse alieni agli allevatori di arroganza letteraria, quelli che hanno le batterie di Spocchia D.O.C. nutrite col sangue del popolo in sbrilluccicanti Torri d’Avorio, ma di certo non nuovi agli esperti di narrativa come William Strunk (1918, sembra ieri) e compagnia bella. Ma il popolo prima o poi prende le armi, le Torri bruciano e c’è un proiettile per chiunque lo abbia richiesto per tempo (triplice copia, foto formato tessera, prego consegnare al Consiglio dei Commissari del Popolo non oltre il 12 Giugno).

Chi non è d’accordo con la mia semplice visione delle cose potrà parlarne con il Mauser 1871. È un bravo fucile, gentile e comprensivo, e sarà felice di spiegargli che, sotto gli strati di saccenza, tutti gli uomini sono sacchi di budella e vanno giù allo stesso modo se gli pianti un 11×60R nel cranio. Va giù il ricco e va giù il povero. Va giù l’avistocvatico intellettuale e va giù il volgo pvoletavio. Piacevole eguaglianza.
Ho pensieri comunisti. Troppo spesso.

Credo sia ora di prendere la pasticca Bianca. È quella contro il comunismo. Immagino che me la porti un’infermierina col caschetto di capelli rosa e la divisa che copre appena le mutandine. Sarebbe bello. Come la corazzata Potemkin.

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Gli effetti dello sballo Internazionale stanno lasciando il mio corpo, più vuoto e Nero di prima…

Ho letto Esbat di Lara Manni su suggerimento di Gamberetta, che ha aiutato l’autrice a sistemarlo e a renderlo più adatto alla pubblicazione. Almeno mi pare di aver capito che sia andata così: d’altronde mi pare che sia stata spesso ben disposta nel valutare i testi inviati dai suoi fan e a fornire pareri in privato (o perlomeno così pare dal blog). Non vedo perché sarebbe dovuta andare diversamente con Lara. Pareri, non penso “editing” vero e proprio (un lavoraccio), se no sarebbe una specie di santa.

Già nei mesi scorsi Lara Manni ha lasciato ringraziamenti a Gamberetta nel proprio blog o l’ha citata con evidente stima, per cui immagino che quel poco che Gamberetta ha fatto sia stato comunque “molto” per Lara medesima che comunque aveva già due editor veri, Carlo Buga e Giovanna Salvia, citati pure loro nei ringraziamenti sul sito. E dato che i due editor a cui toccava davvero fare il lavoro sono loro due, immagino che ogni problema del testo riscontrato sia a loro (e a Lara) imputabile. ^__^

Se non fosse stato per Gamberetta, io non lo avrei mai letto. Esbat non è il mio genere: una vecchia mangaka scopre che il protagonista delle sue storie esiste davvero. Uao: poi tipo, chessò, esistono anche i personaggi della Torre Nera che escono fuori e salvano Stephen King? E il romanzo nasce da una Fan Fiction liberamente ispirata a Inu Yasha… Sigh. Ci sono sacchi su sacchi di chissenefrega per i miei gusti!

Ma avevo un valido motivo per leggerlo, a parte compiacere Gamberetta, ovvero la speranza che il libro facesse schifo e di poterlo usare come arma contro di lei in stile “ah ah su questa merda c’è il tuo nome nei ringraziamenti ah ah che n00b che sei ah ah!“. L’avrei fatta proprio incazzare, eh eh. Ho uno strano rapporto di amore-odio con lei. O forse voglio solo che mi picchi. ^___^

Quando avevo preso il libro in mano per iniziare la lettura mi era passata per la testa questa scena: Gamberetta che entrava nella mia camera dalla finestra e mi inseguiva per casa armata di bokken. Era una prospettiva inquietante, ma c’era anche qualcosa di eccitante nell’idea che lei, la bellissima Gamberetta, mi picchiasse con una spada di legno.
Sei stato un Duca molto cattivo! Hai maltrattato Lara! Prendi questo! E questo!
Sì, fammi male! Sono stato taaaaaanto cattivo!“.
Partivo quindi molto prevenuto. E un po’ eccitato.

Dura soltanto tre secondi: fatelo ripartire nel caso il primo avvio se li mangi…

Ma sfortunatamente Esbat si è rivelato un buon romanzo. Non privo di difetti, alcuni dei quali tanto “standard” da farmi pensare che forse non tutti i suggerimenti di Gamberetta (o meglio di Strunk, Scott, Gerrold, Twain, Dibell ecc…) devono essere stati presi in considerazione. Poi, boh, non ne ho idea: non ho mai letto l’opera né in versione “bozza” né in quella di “fan fiction”, per cui non so proprio come fosse prima che Lara sfruttasse le doti di Gamberetta per aggiustarlo.
Che poi, come detto prima, io non so in che modo abbia aiutato Lara. Se devo valutare dai ringraziamenti sul sito/libro, c’è scritto chiaramente “Nei confronti di Gamberetta del blog Fantasy Gamberi: senza la quale questa storia avrebbe avuto più buchi di una forma di groviera” che fa pensare che più che editing vero e proprio siano stati invece suggerimenti e valutazione della trama (segnalando appunto le incoerenze, i buchi).
E comunque, alla fine, quello che appare sul libro lo decide in realtà l’autore e non gli editor.

Essendo io una mente semplice (che non capisce le battute raffinate e si spancia dal ridere come un bifolco se vede una lucertola gigante coi cingoli), di fronte a un buon romanzo mi sono completamente dimenticato le mie intenzione distruttive. Sigh. Dovrete accontentarvi del mio livello standard di severità nei confronti della narrativa. Sono severo perché la narrativa riguarda il tempo, il denaro e la fantasia delle persone, quindi è una cosa seria. Fottutamente seria.

028dinosaurtank
UAO!!! Dinosaur-Tank da Ultra Seven! Ke bllo!!!
Sì, ho gusti da bifolco.

Partiamo dal principio. Esbat nasce come Fan Fiction di Lara Manni dedicata al manga Inu Yasha di Rumiko Takahashi. Non è però una semplice Fan Fiction dedicata al manga Inu Yasha, ma un vero e proprio “WHAT IF…?” che riunisce l’autrice del manga, i suoi personaggi e i fan in carne e ossa: cosa accadrebbe se un personaggio entrasse dalla finestra e…?
Non un’idea originalissima, ma è valida. Meglio del solito gruppo di Eroi che sfida il Cattivo in stile Strazzulla. E comunque Lara non nasconde le sue “fonti di ispirazione”, dedicando nel suo sito pagine ai nomi dei personaggi, alla storia di Esbat e ad altre cose che potrete vedere da soli esplorando le pagine.

Lara Manni è brava bravina quanto basta per attirare l’attenzione di qualcuno “del settore” e così arriva a essere pubblicata da Feltrinelli.
Nessun invio del romanzo alla cieca. Nessun troisiano “hey, l’ho mandato solo alla Mondadori e ho avuto fortuna!”. Lara Manni è onesta e non lo nasconde.

Volevo iniziare porgendoti i miei complimenti per il tuo primo traguardo: già passare dall’Erika Fanfictions Page alla Feltrinelli non è esattamente da tutti. Puoi raccontarci com’è andata?
Così: un lettore della fan fiction ha passato il link a una persona che lavora nell’editoria e che si è interessata della storia sia presso un agente che presso la casa editrice. Poi ci ho lavorato molto: per passare dalla fan fiction al romanzo sono state necessarie cinque stesure, anche se la storia in sè non è cambiata moltissimo, in apparenza. E’ stato un lavoro di linguaggio e di psicologia dei personaggi, soprattutto.

Fonte: Intervista di Sakura87

Debiti. Ne ho moltissimi. [...]
Nei confronti di Angelo Scotto, senza il quale Esbat non sarebbe arrivato nelle mani di chi l’ha portato in altre, preziosissime mani: quelle di Roberto Santachiara e, poi, in quelle di Alberto Rollo e, infine, in quelle di editor meravigliosi come Carlo Buga e Giovanna Salvia.

Fonte: pagina dei Ringraziamenti del blog.

E non c’è nulla di male in tutto questo: se il testo ha del potenziale mi sembra giusto che un qualche “cercatore di talenti” (definiamolo così, senza intendere davvero un Talent Scout di mestiere) faccia del suo meglio per portarlo alle stampe.
Se io producessi un buon libro su… boh, sulle “Mitragliatrici a vapore nello SteamFantasy Cileno“, sarei ben lieto di accettare l’aiuto di un eventuale appassionato d’armi e di fantasy che mi dicesse “questo è bello, merita di trovare un editore”. Vi pare?

Lo stesso Cesare Calamandrei[1] è stato notato per le sue competenze nell’ambito delle armi antiche (in particolare per la precisione con cui riportava complessi meccanismi da sparo con pochi tratti di matita) da un “pezzo grosso” (Emanuele Marcianò) e così è arrivato a lavorare a Diana Armi di cui ora, dopo più di 30 anni di duro lavoro, è vicedirettore: mica lo hanno pescato dal secchio dei neo-laureati senza arte né parte!
Non ci vedo nulla di male nelle qualità e nelle doti premiate.

Preferisco qualcuno che crede nell’opera e la spinge per vederla pubblicata che non l’ennesimo editor rincoglionito che pesca “Ghirardi” o “Elisa Rosso” dal cestone degli ultimi arrivi dopo aver scartato tutti quelli scritti da maggiorenni (anche se, non avendo letto mai l’Esbat in versione Fan Fiction, non saprei dire se tutta questa qualità c’era davvero… mah! ^__^).
Il lavoro dei bravi editor dovrebbe essere proprio anche quello di notare i nuovi talenti.

favoritismi

Ovviamente per problemi di pubblicazione i riferimenti espliciti (i nomi) sono stati cambiati. E così Sesshomaru è diventato Hyoutsuki, Inu Yasha è diventato Moeru, Rin è diventata Aiko, Naraku è diventato Yobai (se ho capito bene: io quella roba l’ho seguita un po’ di anni fa, poi mi sono rotto i coglioni e ho smesso, per cui non mi ricordo molto) ecc…

La Storia in Breve:
C’è una scimmia gialla che scrive un fumetto che piace sia alle scimmie gialle della sua isola che a milioni di altri minorati fan in giro per il mondo. Quando sta per concludere la storia, viene visitata dal demone protagonista. Servizio lamentele a domicilio. “Spiacente signora, ma non sono disposto ad accettare un simile finale: se non lo cambia porterò la mia protesta fino al Sindacato!”
Lei tentenna, forse sognando di poter sfruttare i soldi guadagnati in dieci anni di puttanate pubblicazioni per pagarsi una carica della polizia sugli scioperanti, con tanto di lacrimogeni e braccia spezzate. Proprio quello che vorrebbe che accadesse ai suoi odiati fan craniolesi.

Il demone capisce l’andazzo, si cala le braghe e tira fuori il c… sì, insomma, capisce che l’autrice si è infatuata di lui e decide di fare l’amore con lei per convincerla a inventarsi un finale della storia migliore. È vecchia e racchia, ma non ha scelta.
La fumettara però non si accontenta di un solo coito: per potersi accoppiare ancora e ancora decide di non concludere proprio la storia, mandare la trama a puttane e utilizzare i fan (sempre più incazzati) come vittime sacrificali. Infatti per raggiungere il demone-gigolò a ogni luna piena (esbat), quando il rito per passare da un mondo all’altro è possibile, deve sacrificare qualcosa di molto “prezioso” come un proprio arto oppure un fan sfegatato.
All’inizio si affetta le dita di mani e piedi, ma poi il demone ha pietà, le spiega come funziona la questione e la invita a scannare i fan perché se già gli fa schifo scopare con una 50enne “intera”, figurarsi con una 50enne senza le gambe!

Perché il demone si rivolge alla sua “creatrice”? Perché in realtà lei non ha inventato il demone né gli altri personaggi, ma si è limitata a costringerli a compiere certe scelte contro la propria volontà, cosa che il demone sente chiaramente. La Sensei ha il potere di vedere un altro mondo nei propri sogni e trovare lì l’ispirazione per il manga… e ciò che disegna vincola gli eventi di quel mondo, costringendo così un demone sanguinario che detesta gli umani a doversi comportare da “buono” con loro. E la prospettiva di un finale in cui sarà costretto a vivere per decenni con una umana, dandole perfino dei figli, fa incazzare il demone alla grande. ^__^

Oltre alla mangaka e ai personaggi del manga, ci sono i fan. I fan hanno un ruolo chiave, in particolare l’hikikomori Sasaki, capo del più importante forum mondiale sul manga “La leggenda di Moeru” (quello che rilascia le scans già tradotte in inglese per i fan di tutto il mondo) e la ragazzina italiana, emo e stupida come una merda, Ivy.
Quello dell’hikikomori, ovvero gli otaku di manga/anime o altri sfigati che si rinchiudono in camera vivendo di internet (la parola appare solo verso la fine del libro, ma si capiva benissimo fin dall’inizio quanto Sasaki fosse messo di merda), è un problema rilevato in modo particolare nel Giappone degli ultimi anni… e sovradimensionato a fine giornalistico, ovviamente. ^__^
Lo stesso protagonista di Rozen Maiden, anime e manga che mi sono piaciuti molto, è un hikikomori. Hikikomori si può rendere in italiano con “scemo di merda”. Traduzione un po’ libera, ma efficace.

Passiamo all’incipit.
Io sono un fanatico degli incipit: l’inizio di un romanzo, in particolare la prima paginetta, è l’elemento chiave che distingue l’imbrattacarte che non sa quello che sta facendo dallo scrittore che si è degnato di prendere la scrittura “sul serio”. Il primo capitolo dichiara molte cose: il tono, i personaggi, le caratteristiche dell’opera… insomma costruisce quello che viene chiamato “il patto col lettore”.

E gli scrittori lo sanno bene. “L’incipit è la parte più importante del testo” è una sorta di mantra che martella gli autori da tempo. E non può che essere così, data la natura specifica della narrativa: una sequenza ordinata di parole, letta dall’inizio verso la fine. Un pessimo incipit significa rischiare di giocarsi dei lettori che, di fronte alla stupidità dello scrittore e alla sua incompetenza, potrebbero decidere di leggere qualcos’altro. Oppure, se l’incipit è troppo banale, potrebbero interrompere la lettura di un libro che, dopo, potrebbe rivelarsi invece completamente diverso dalle premesse (e magari molto bello). Ma, appunto, data la natura di “sequenza di parole ordinate” del romanzo, non è possibile conoscere il DOPO prima del PRIMA e se il PRIMA è in grado di scacciare il lettore, questi non può essere accusato di non aver letto il DOPO: la colpa è solo dello scrittore.
Uno scrittore che scrive cattivi incipit è un mentecatto. Peggio, è un lurido bastardo che rovina il proprio lavoro e la possibilità per gli altri di goderne. È feccia che non merita di vivere. Nella guerra per il dominio della narrativa è solo uno scarto umano da fucilare.

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Cattivi scrittori, questa è la vostra fine!

Com’è l’incipit di Esbat?
Buonino. Non ottimo, né molto buono, ma buonino sì. Inserisce l’elemento fantastico chiave su cui si baserà il romanzo e ci presenta la Sensei, il personaggio più importante del libro. In poche parole: stila il patto col lettore e poi lo rispetta.
È vero, ci sono parecchie informazioni e c’è una sorta di sintesi degli eventi del fumetto, ma è inserita in modo sufficientemente naturale e permette al lettore di afferrare qualcosa del manga che ha fatto entusiasmare per dieci anni milioni di fan. Non mi lamento: non è il massimo che si poteva fare, ma è accettabile.

E in più, e questo è il vero discriminante, si comincia a entrare nella testa della Sensei, a provare il suo disprezzo per le fan. Me la sono immaginata come una sorta di Meyer che deve “sorridere” e produrre roba per un esercito di cretinette/cretinetti che disprezza.
Ecco qualche estratto dei pensieri della Sensei. Godibili, anche se al di fuori del contesto generale perdono molta forza.

[Guardando il disegno di Moeru]
Proprio carino. Scommetto che finirai incollato nel diario di qualche migliaio di adolescenti.
Sorride. Era stato semplice, in fondo, creare una serie di successo mondiale. Bastava rimescolare tutti gli elementi delle antiche leggende e farli rivivere in personaggi forti e belli, che attirassero gli adolescenti dei due sessi.
A quell’età non si pensa ad altro, giusto? Vecchia storia: vincere e fottere.

[Pezzo finale della sequenza in cui si vanta di aver spacciato cliché invece di inventarsi qualcosa di originale... e ci ha fatto una barca di soldi! Sigh.]
Spade magiche e anelli fatati.
Tutte cose già raccontate, è vero: ma io le ho raccontate meglio degli altri.

[Altre raffinate considerazioni sulle sue fan]
Splendido e spietato, la formula perfetta. Almeno un milione di ragazzine lo vorrebbe nel proprio letto. Su Internet fioriscono ogni giorno centinaia di disegni amatoriali con Hyoutsuki che si bagna, nudo, sotto la luna, mentre le navigatrici inondano di cuoricini e dichiarazioni d’amore la pagina dei commenti.
Un branco di adolescenti in calore per un personaggio inesistente. È stata proprio brava. Geniale. anzi.

Lara Manni ha fatto meglio di quanto facciano molti scrittori più “famosi” di lei. Per questa volta si è salvata dalla fucilazione. Ho rispetto verso chi sa produrre incipit quanto meno “decenti”. ^__^

Che cosa mi ha portato a proseguire la lettura dopo i primi capitoli?
Come detto il libro non era proprio del genere che avrei volontariamente letto. E in più non avevo alcun motivo di leggerlo per accanirmici contro, dato che si era dimostrato valido. Ma la Sensei cinica e l’idea che il demone si fosse mutilato per viaggiare tra i mondi mi avevano incuriosito. E poi, dopo 60 pagine, c’era Ivy a convincermi che dovevo assolutamente proseguire la lettura!
Ho un debole per le ragazzine sceme, emo/goth e che si fanno (o perlomeno vorrebbero farsi) i tagli sulle braccia. E la scena in cui sta decidendo se tagliarsi o meno è descritta con una deliziosa vena di ironia. E poi Ivy, perla di cliché adolescenzialfantasy, è ovviamente fan di Tolkien e ha come nickname Rohan! LOL! Fantastica. ^__^

Il mio dubbio però è questo: io ho proseguito la lettura perché apprezzavo il cinismo della mangaka (che poi può essere benissimo il cinismo della tipica scrittrice famosa) e soprattutto la stupidità dell’adolescente emo. Ma il grosso del pubblico a cui si indirizza il testo, ovvero appassionati di manga/anime, molti dei quali sono giovani e di sesso femminile, potrebbe godere altrettanto di un testo in cui la mangaka beniamina è una stronza senza cuore che considera le proprie fan una massa di cretine in calore che si farebbero scopare da un personaggio inventato?
Forse sì. Forse no. Secondo me NO: temo che tutto questo per una lettrice di 17 anni davvero “innamorata” di Sesshomaru (o di altri gnokki) non sarebbe altrettanto spassoso quanto lo è per me. E senza lo spasso che provavo rivedendo in Ivy altre persone conosciute, dubito che avrei proseguito la lettura. ^__^

Passiamo al modo in cui il romanzo è scritto.
Da qualche parte ho letto che c’è il narratore kinghiano. Non so che voglia dire, ma se è tipo i bambini cingalesi posso mandare un SMS per donare un euro. ^_^

cingalesi
Cingalesi. Troppo stupidi per tenere in piedi la loro stessa isola. Dal 1796.

Quello che ho visto io è una sovrabbondanza di POV-Char (personaggi detentori di punto di vista), talvolta semplicemente inutili e altre volte inutili ma divertenti (e quindi tollerabili).

Infatti il fatto che sia un “buon romanzo” non significa né che sia perfetto né che sia privo di problemi che l’autrice, con un po’ di attenzione ulteriore, avrebbe potuto evitare del tutto. I difetti nell’opera non mancano e proverò a indicarne due o tre a titolo d’esempio (senza considerare che spesso la descrizioni sono troppo statiche per i miei gusti).

C’è il POV del gatto all’inizio del capitolo 4. L’unico effetto che ha questo POV-Char è quello di rovinare la scena: i pensieri del gatto, il suo “punto di vista” è troppo umanizzato per sentirlo gattesco, in più la sua morte è completamente asettica perché il lettore non può sviluppare alcuna simpatia per la bestiola. Sarebbe stato meglio se l’autrice si fosse limitata al POV della Sensei (la fumettara), mostrandoci il gatto che magari le fa le fusa o si lascia accarezzare, per poi risultare introvabile quando il pericolo si avvicina (la Sensei che chiama il gatto avrebbe aumentato la tensione: l’animale che intuisce il pericolo è un cliché).

Invece Lara preferisce non parlarci affatto del gatto, per poi farlo apparire dal nulla, come POV-Char tra l’altro, solo per farlo morire in poche pagine. Non abbiamo avuto l’occasione di provare affetto per il micio tramite “gli occhi della Sensei” e non abbiamo potuto domandarci assieme alla Sensei che fine avesse fatto: niente di tutto ciò.
Il gatto appare, pensa come una persona, ci ricorda perché prima non era apparso in scena (sigh…) e infine si fa ammazzare. Sigh di nuovo. POV-Char peggio che inutile: superfluo al fine narrativo e dannoso per la resa finale della scena.

IDEA![2]
Forse il POV-Char gattesco fa parte di quegli elementi del New Italian Epic tipo lo “sguardo obliquo”. Ecco un punto di vista diverso e innovativo: il gatto! Come sono acculturata! Come sono N.I.E.! Guardami, VuMinghiOne, so essere N.I.E. anche senza mani! Guarda come sono brava! ^__^

NO! Non è una bella trovata. E il N.I.E. mi pare una massa di stronzate pseudo-intellettuali tenute in piedi per il gusto di sé stesse. Pura masturbazione per una cricca di amichetti: seghe, seghe, fortissimamente SEGHE!

Ovviamente tutto questo bel ciarlare ha il suo posto d’onore su Carmilla Online che, “sarebbe bene chiarire una volta per tutte, ha una modalità di critica ondeggiante fra il penoso e il marchettaro intra-kompagni” (fonte: il buon Elvezio Sciallis di Malpertuis). ^_^

Ok, un po’ sto esagerando per scherzare però… però se fossi Lara e qualcuno mi dicesse “Cioè, sei troppo New Italian Epic!!![3] io davvero prenderei il revolver Bodeo 1889 del bisnonno e mi farei saltare la testa. Meglio la morte che il disonore. ^__^

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Lo Sguardo Obliquo: “Harpo” tra i precursori del New Italian Epic?

In altri casi l’eccesso di POV-Char non mi è dispiaciuto, anche se il prezzo da pagare c’è stato. Saltare da una testa all’altra (Max, Ivy, Sensei, Professore, Madre di Ivy ecc…) non permette di affezionarsi in modo adeguato a nessun personaggio, o quantomeno rende più difficile l’opera perché si può passare “meno tempo dentro la sua testa”. Scegliere di aggiungere un POV-Char è una scelta chiave, molto difficile e pericolosa, per cui non va presa con tanta leggerezza (si veda, tra i molti manuali esistenti, “PLOT” di Ansen Dibell, capitolo 3: “Would you trust a Viewpoint with shifty eyes?”). Lara Manni è stata “fortunata” è il disastro narrativo non c’è stato, ma il rischio era concreto!

L’effetto finale per il lettore è stato quello di non avere una storia vista dagli occhi dei protagonisti, ma più un effetto panoramico tipo “affresco generale” delle azioni di tutti i personaggi coinvolti a vario livello nella vicenda.
Che sia questo il narratore kinghiano? Se sì… posso pure evitare di mandare l’SMS da un euro: che crepi di fame, il negro! ^_^

POV superflui che ho apprezzato sono stati quelli della sequenza “madre di Ivy – madre di Sasaki – Ivy – Sasaki – Sensei”, nel Capitolo 6. Mi sono piaciuti per la costruzione intelligente, con lo schema “X ha un problema” uguale per tutti (la Sensei ha una frase costruita in modo diverso, ma siamo lì…). Molto grazioso. E poi ho subito provato simpatia per Ivy, la cretinetta che si vuole fare i tagli sulle braccia. LOL, che nella sua insignificante stupidità è un’icona di un intero mondo adolescenziale fatto di sterco modellato in forma umanoide. Lo avevo già detto che sono vekkio dentro e odio i giovani? ^__^

Il problema dei cambi eccessivi di POV si vede però già a fine Capitolo 6: nelle ultime due pagine ci sono in sequenza: Hyoutsuki – Ivy – Sasaki – Sensei – Hyoutsuki – Ivy (confuso: lo ipotizzo dalla frase presa dalla canzone) – Sasaki – Sensei – Hyoutsuki – Ivy (confusione risolta) – Sasaki – Sensei (confuso) – Hyoutsuki – Ivy.
QUATTORDICI cambi di POV-Char in due pagine!

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Fortunatamente questo è il pezzo peggiore in quanto a confusione. Il resto del libro non è così rimbalzino. La scrittura di Lara Manni in una scelta come questa è… fin troppo cinematografica![5] ^_^
Qui si va ben oltre l’applicazione dei consigli di Strunk e compagnia sul “mostrare” e sul “punto di vista”. Qui serve davvero una telecamera al posto del word processor per realizzare il tutto e una TV al posto del libro per vederlo!

Quel rapidissimo alternarsi di personaggi, privo addirittura della dichiarazione dei soggetti interessati e che costringe a usare il testo in sé per individuare il POV-Char, è fattibile con una macchina da ripresa senza problemi perché “si vede chi è in quel momento a pensare/agire”, ma in un testo è molto più difficile.
In più, onestamente, quella sequenza confusa serviva a ben poco: sarebbe bastato alternare Hyoutsuki e la Sensei e lasciare il commento gioioso della craniolesa Ivy per dopo. O qualcosa di simile.
E Sasaki che conta gli accessi al sito “mille… duemilacinquecento… diecimila” è utile per il lettore quanto una bicicletta per un pesce.
In sintesi: idea BUONA; riuscita SCARSA; utilità per la scena NULLA.

Bello invece il POV-Char del professor Bettini. Superfluo (appare solo una volta, per due pagine, per dare un POV inutilmente alternativo a quello di Ivy), ma bello: se io fossi un professore sarei stronzo quanto lui. Sicuro.

Un errore interno nella gestione del POV, e non una scelta consapevole del POV-Char, si può vedere a pagina 200. Non è l’unico, ma è quello che ricordo meglio. La scena ha il POV concentrato su Masada fin da pagina 196, quando costringe la Sensei a vomitare l’abbondante dose di Roipnol[6] ingerita per tentare il suicidio, fino alla conclusione all’inizio di pagina 203.

“Non dovresti fumare,” la rimprovera Masada porgendole la tazzina.
“Fottiti.”
Masada si ritrae, stupefatto. La guarda in viso. Incontra due occhi scintillanti di odio puro.
“Io berrò il caffè e tu te ne andrai da casa mia. Subito.”
È ancora scossa. Non ragiona. È normale. Prendi tempo.
“Ne parliamo dopo. Attenta a non scottarti, il caffè è…”
Il getto di liquido bollente lo prende in pieno viso. Il mondo diventa un’agonia rossa. Masada urla, schiaccia i palmi delle mani sugli occhi, cade in ginocchio.
Male. Maaale.
Lei rimane immobile a guardarlo.
“Perché sei venuto? Perché hai rovinato tutto? Era perfetto così. Bastardo”.
Il piede di lei saetta sulle sue costole. Masada boccheggia. Sente le sue unghie che gli lacerano le guance, cercano di avvicinarsi a quell’orrore pulsante che sono le sue palpebre. Cieco, torturato, ansante, riesce a fermarla, le stringe i polsi. Lei si contorce come un serpente, cerca di colpirlo ancora con il ginocchio.
È impazzita. Ospedale. Subito. Devo chiamare. Telefono.

Notato?
Se il POV-Char è Masada, e lo è stato per pagine in modo a mio parere perfetto, come mai per una singola riga troviamo “Lei rimane immobile a guardarlo”? Lui ha i palmi sugli occhi ed è accecato dal dolore. Anche dopo arrancherà per la casa, reso cieco (forse in modo permanente, ma poco importa) dal caffé bollente. Come cavolo fa a vedere che la Sensei rimane immobile a guardarlo? Non è nemmeno il tipo di pensiero che, nel suo stato, sarebbe normale avere.
E, se notate, dopo la descrizione è ancora ben mantenuta nei limiti del POV-Char e della sua lotta per la sopravvivenza.

Per ottimizzare il brano basterebbe eliminare “Lei rimane immobile a guardarlo”.
Tanto la battuta successiva si riferisce direttamente a un personaggio maschile (”Perché sei venuto?” e non “venuta”) e dato che lì ci sono solo due persone, un maschio e una femmina, è evidente che sia la Sensei a pronunciarla. Eliminare quella frase non crea alcuna confusione nei dialoghi e risolve uno sgradevole problema di spaesamento dovuto al POV ballerino. Semplice, no?

Tolto quell’errore il resto del capitolo non è niente male. La lotta di Masada contro la Sensei è gradevole, ben resa e trucida al punto giusto: è credibile. Brava Lara Manni. ^_^

Un altro errore di POV piuttosto grave avviene a pagina 157, quando il demone Hyoutsuki incontra per la prima volta Ivy, la ragazzina italiana. Il POV è quello di Hyoutsuki.

È molto giovane. Quasi una bambina, rispetto alla Donna che si è messa d’inciampo nella sua vita. Sorvola sui capelli spettinati di Ivy, sui suoi occhi spalancati per lo stupore. Non gli interessano il color topo della frangetta, le mani grassocce che tiene intrecciate all’altezza del seno, la maglietta che scopre le ginocchia tonde.

Hyoutsuki, che non ha motivo di conoscere il suo nome, pensa a lei per una singola frase con il nome Ivy. Dopo ritorna giustamente a pensarla come una ragazza e basta, ma per un istante il POV è stato scosso dall’equivalente di un terremoto: come diavolo fa a sapere che si chiama Ivy?

Comunque voglio sottolineare di nuovo che questi errori mostrati sono quelli più gravi e che in generale gli errori nel testo sono pochi. Un numero di sviste limitato per i due editor, Carlo Buga e Giovanna Salvia, è comprensibile anche se non giustificabile: se guardiamo con onestà al resto del fantasy italiano, c’è di molto peggio in giro proprio a livello di editing! Anche senza tirare in ballo gli orrori della Troisi.
O forse, visto che il libro è carino, sono troppo buono io con quei due editor… ^_^”’

Eccessi di informazioni / Infodump.
Le parti con troppe “informazioni” infilate dentro mi sono pesate meno di quanto credevo. Troppi infodump mi fanno stracciare il libro, vomitando maledizioni contro il bastardo che ha osato ficcarli nel testo. Questo non è successo, quindi posso dirmi soddisfatto. Lara ha saputo sfruttare i dialoghi, in particolare le chattate tra Max ed Ivy, con sufficiente intelligenza da permette il passaggio di informazioni “wikipediane” sulla Wicca Deviata senza causare un trauma eccessivo al lettore: in fondo Max è un saputello, è realistico che sia loggorroico e che copieincolli da Wikipedia!
Questo però non rende buona l’idea di infarcire di informazioni il testo, ma diciamo che Lara ha saputo limitare i danni. Meglio che niente.

Tornando alle note positive.
L’ambiente dei Fan e delle Fan Fiction e la parte giapponese, per quel poco che si vede nell’economia della storia, è realizzato con capacità. Non ho percepito quel senso di “sfondo di cartapesta” e “scarsa credibilità” che provo di norma con tanti libri. Si capisce che Lara sa di cosa parla… o quanto meno è abbastanza brava da non farci vedere in cosa è ignorante. Che poi per uno scrittore è lo stesso.

Chris e le sue due amiche stronze mi sono piaciute molto. Anche loro sono credibili, come lo sono i desideri meschini di successo che chiedono alla Grande Madre durante i riti di accoppiamento. Ed è credibile il modo in cui ingannano l’amichetta scema per fare in modo che venga stuprata dal bruttone che le accompagna in auto, sacrificando in questo modo il “potere della sua verginità” per ottenere che la Divinità esaudisca finalmente i loro desideri. Scontato. Banale. Credibile.
Peccato che poi lei riesca a sfuggire indenne. Poco credibile.

Chris non poteva non piacermi.
Guardate la descrizione stringata, ma calzante, che ne fa Ivy a pagina 162:

Chris è magra. Ha due tette bellissime.

…ed è minorenne! Proprio il mio tipo! Sono un vecchio lolicon. ^__^

Sulla Wicca.
L’autrice, come fa notare più volte (fino alla Nausea), ha inventato una Wicca deviata che non esiste. E se ne scusa così tanto da far vomitare. A me la sua versione deviata di paganesimo piace, visto che si fonda sul sesso e sul sacrificio, concetti primitivi adatti per plasmare l’essenza rituale di una Grande Madre caotica e distruttiva come lo è la Natura stessa. Fa molto “primitivo”. È credibile.
Poi, certo, poteva evitare di tirare in ballo così tanto la Wicca se non voleva infastidire i wiccan, ma onestamente chissenefrega: fosse per me li passerei tutti per le armi, quei rottinculo. ^__^
Non ho apprezzato molto la questione della Luna di Ghiaccio piazzata a giugno invece a febbraio: se questa luna ha a che fare, come dice Lara nei “ringraziamenti”, con il nome di Hatsukoi non si poteva allora far iniziare la storia a febbraio?
Perché spostare il mese in cui si festeggia una certa luna? In tutto il romanzo non sono riuscito proprio a cogliere PERCHÈ CAVOLO il mese d’inizio dovesse proprio essere giugno per forza, ovvero per quale motivo se fosse stato febbraio la storia si sarebbe demolita da sola. Boh. E francamente del significato italiano del nome del personaggio me ne sbatto le palle. Alla grande. ^_^

Comunque, come per la storia dei wiccan, non me ne frega niente: per me i nippofili otaku froci che si esaltano con la traduzione del nome possono pure scannarsi con i wiccani offesi dallo spostamento di quell’Esbat. Mi sembrano un branco di mongoloidi che lottano nel fango. ^_^

pensierino_wiccan
Un pensierino personale per gli amici Wiccan e per gli amici Otaku ^_^

E arriviamo al finale.
Col finale, in teoria, avrei potuto rischiare di cambiare radicalmente idea sul libro. Sono molto sensibile su cose come la coerenza e l’assenza di Deus ex Machina e artefatti simili. Qui però devo però mettere uno spoiler.
Parlo del Finale! Pericolo Spoiler! ▼

Per chi non ha letto lo spoiler: il finale non mi è dispiaciuto.

Un piccolo consiglio per quelli che, copincollandosi a vicenda dopo aver letto la sparata pubblicitaria sulla copertina, hanno continuato a definire “Esbat” Horror: smettetela di drogarvi prima di scrivere le recensioni, coglioni.
Non avete un cervello che classifichi i libri per voi, invece di bervi come poppanti le puttanate scritte sulla copertina? È solo un normale Urban Fantasy (elementi fantastici introdotti nel nostro mondo reale altrimenti normale), bestie: piantatela di menarvelo in giro con questa storia dell’Horror! ^__^

Conclusione
Forse, a causa del mio modo di scrivere un po’ acceso, non sono stato in grado di trasmettere al meglio il mio parere sul libro. Non sono nemmeno avvezzo a mettere voti numerici, d’altronde non scrivo mai recensioni, tanto che non ho nemmeno un sistema di voto come ce l’ha Gamberi Fantasy. Però posso dire che il voto che ho dato su IBS a Esbat è stato 4/5. Non è un 4 pieno, ma è di certo più un 4 che non un 3.

E visto che Lara, a quanto ho letto tra blog e facebook, sembra affetta da insicurezza cronica, metterò le cose in chiaro: SEI STATA BRAVA. Non frignare per la battutacce sparse nell’articolo che poi sembri Nihal e mi viene voglia di abbatterti col Mauser 71.
Non posso lanciarti l’osso come premio, ma fidati: mi è paciuto il tuo romanzo, lo consiglierò alle mie amiche otaku e leggerò volentieri Sopdet. Ok? ^__^
 


Note
1: Cesare Calamandrei (Firenze 1940 – vivente) è considerato uno dei più grandi esperti di armi antiche d’Italia. Giornalista, scrittore, pittore, disegnatore, figurinista militare, modellista, lavora dal 1973 per Diana Armi ed è consulente per il Museo Stibbert e per il Museo di Castel Sant’Angelo.
Tra le sue opere figurano testi come “Baionette Italiane (1814-1991)“, “Meccanismi di accensione. Storia illustrata dell’acciarino dal serpentino alla retrocarica“, “Storia dell’arma bianca italiana. Da Waterloo al nuovo millennio“, “Lame in guerra. Storia delle armi bianche italiane dal 1900 al 1945” e “Il dormiente. Storia di un cavaliere dimenticato lungo la via Francigena, delle sue armi e del suo cavallo“. Torna su.

2: l’Idea ovviamente è “sfruttiamo un appiglio qualsiasi per sfottere assieme sia Lara che il NIE”. Perché sì. Perché posso. Non ho bisogno di motivazioni più complesse. Torna su.

3: scherzo anche qui dato che il mio bisnonno non mi ha lasciato in eredità nessuna Bodeo 1889 il signor Angelo Scotto ha ben argomentato le sue idee sul perché Esbat debba essere ritenuto N.I.E. (per quanto l’idea di etichettarlo così mi faccia venire i brividi…) e ha avuto l’onestà intellettuale, mancata a Falconi quando recensì la Troisi per FantasyMagazine, di mettere in chiaro i suoi rapporti con la scrittrice:

Lara Manni è una mia amica. Ho visto Esbat nascere e svilupparsi, così come sto assistendo allo sviluppo di Sopdet. Inoltre, credo di essere amico anche della scrittrice che ha convinto Lara a tentare l’impresa della narrazione.
Dico questo perché è giusto riconoscere che forse il mio punto di vista non è completamente imparziale, anche se mi sono sforzato di argomentare nella maniera più oggettiva possibile.

Quindi è tutto ok ^_^ Torna su.

4: Quattro. Dal Quattro non vi è ritorno.

5: La critica a scopo denigratorio di certi leccapiedi dei Cattivi Scrittori secondo cui la narrativa basata sul “mostrare”, sui “punti di vista” e sulla “reazione emotiva del lettore” sarebbe derivata direttamente dal cinema è una stronzata senza capo né coda, frutto di piaggeria intellettualoide e grassa antistorica ignoranza.
Immaginate Strunk nel 1918 già plagiato dagli action movie di Hollywood? E lo stesso Kipling de “L’uomo che volle farsi Re”, un altro drogato di film con Sylvester Stallone? Matheson poi, se seguire le regole della buona narrativa (tipo sapere cosa è il POV) equivale a produrre merda, è un letamaio purulento di rara grandezza. Torna su.

6: Roipnol o Darksene o Rohypnol ecc… è una droga ipnotica utilizzata come sonnifero. Il principio attivo dietro i nomi commerciali è il Flunitrazepam, sintetizzato per la prima volta negli anni ‘70. Oltre all’effetto sonnifero causa spesso uno stato di amnesia che la rende particolarmente indicata come droga da stupro, perfetta da versare a tradimento nelle bibite delle ragazze. Mai uscire di casa senza una bustina e un po’ di preservativi: l’Amore può aspettarti dietro l’angolo. ^_^ Torna su.

Pazzi per la Storia su History Channel

Posted by Il Duca Carraronan on 15 giu 2009 | Tagged as: Consulenze, Documentari, Storia Militare

Da mercoledì 17 giugno 2009, per sei mercoledì, verrà trasmessa alle 21:00 su History Channel Italia la serie di documentari “Pazzi per la Storia” (autore Valdo Gamberutti, produzione Wilder).

Dal Sito Ufficiale:
Quali emozioni si provano nel furore di una battaglia medioevale?
Come si combatte in una schiera? Cosa si mangia in una città sotto assedio e come trascorre il tempo nel campo degli assedianti? Pazzi per la storia è il viaggio a ritroso nel tempo grazie al quale due uomini di oggi possono rispondere a queste e ad altre domande.
Proiettati nel passato, Alex Braga e Giulio Spadetta vengono coinvolti, su fronti opposti, nella preparazione e nel combattimento di alcune delle battaglie decisive nella storia del Medioevo e del Rinascimento in Italia.

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Pazzi per la Storia si avvale delle straordinarie risorse dei gruppi italiani di rievocazione storica. [...] Non contenti di leggere libri o fare ricerche d’archivio, i rievocatori si calano anima e corpo nelle loro ricostruzioni, rivivendo i momenti, le circostanze, i luoghi e i personaggi della storia.

I sei documentari trattano sei importanti battaglie svoltesi nella penisola italiana tra medioevo e rinascimento. L’ultimo episodio in ordine cronologico (secondo in ordine di trasmissione) è quello sulla Battaglia di Pavia per cui avevo fornito la consulenza balistica e di cui ero andato a vedere le riprese della “performance” del foglio di acciaio C40.
Avevo fornito anche un parere per i test di penetrazione su maglia di ferro e armature imbottite (bambagione, nello specifico), ma erano stati solo a scopo confermativo dato che Marco Curti aveva già trovato tutto il necessario a riguardo e aveva già analizzato perfettamente il problema da solo. Bravo Curti. ^_^

Elenco degli Episodi Giorno
Battaglia di Cortenuova (1237) 17 giugno 2009
Battaglia di Pavia (1525) 24 giugno 2009
Battaglia della Saccisica (1404) 1 luglio 2009
Battaglia di Taranto (1042) 8 luglio 2009
Battaglia di Calmazzo (1502) 15 luglio 2009
Battaglia di Montecchio Vesponi (1352)    22 luglio 2009

Per chi, come me, non dispone di abbonamento a SKY, mi risulta che su DDUniverse qualcuno abbia già fatto una decina di giorni fa la richiesta per ottenerne la versione digitale nel circuito di eMule. Non sono sicuro, ma mi pare anche, a quanto ho capito, che saranno comunque visibili in modo legale sul sito di “Pazzi per la Storia”.

Sembra una serie interessante e divertente. Per chi ne ha la possibilità consiglio di vederli. Aggiungerò comunque un ulteriore promemoria tra una settimana, per la puntata su Pavia: lo sprezzo del pericolo mostrato dal foglio di acciaio C40 di fronte all’archibugio è degno degli Arditi della Grande Guerra. ^__^

Vendite degli eBook in aprile e dati sulla correlazione tra pirateria e vendite

Posted by Il Duca Carraronan on 10 giu 2009 | Tagged as: Ebook, Editoria

E neanche tre settimane dal precedente articolo sull’eccezionale primo trimestre 2009 vissuto dal mercato degli eBook statunitense, ecco nuovi rassicuranti dati per il mese di aprile 2009. La fonte è sempre la solita: International Digital Publishing Forum (IDPF).

Vendite di eBook nel mese di aprile 2009: 12,1 milioni di dollari
Vendite di eBook nel mese di marzo 2009: 10 milioni di dollari
Crescita rispetto a marzo 2009: +21%

Vendite di eBook nel mese di aprile 2008: 3,7 milioni di dollari
Crescita rispetto ad aprile 2008: +228,3%

La crescita rispetto allo stesso mese del 2008 è straordinaria, battendo perfino il record del +174% del gennaio scorso che aveva fatto gridare al miracolo. E una crescita del +21% sul mese precedente non sono bruscolini!

Ipotesi sul secondo trimestre.
Se maggio e giugno avranno gli stessi dati di vendita di aprile, quindi crescita zero nei due mesi, si arriverà a 36,3 milioni (+40% sul primo trimestre… forse troppo ottimista). Se maggio e giugno dovessero mostrare una variazione rispetto ad aprile paragonabile a quella mostrata da febbraio e marzo rispetto a gennaio, allora potremmo attenderci grossomodo 35,5 milioni (+37,5%).
Se invece la crescita mese su mese si dovesse mantenere stabile al 20%, ipotesi davvero fin troppo ottimista, si potrebbe arrivare a sperare di sfiorare i 44 milioni, ma francamente mi pare una cifra esagerata. E poi l’idea di sfondare il 40 ha portato già sfiga a qualcun altro, quindi lasciamola da parte. ^___^
Io sono moderatamente ottimista e penso che i 35 milioni siano un traguardo raggiungibile per il secondo trimestre.

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Luoise di “Zero no Tsukaima” vestita da french maid e con orecchie da gatto.
Pantsu: Always Related.

Uno studio interessante sulla pirateria dei libri
Brian F. O’Leary ha aggiornato lo studio sull’effetto della pirateria sui libri, pubblicando una nuova serie di “diapositive” in formato Power Point. Fonte della notizia: Boing Boing.
Qui trovate i dati del piccolo esperimento.

Lo studio è stato svolto utilizzando dati forniti dalla O’Reilly (la più grande casa editrice di ambito tecnologico) e dalla Random House (la più grande casa editrice generalista). L’esperimento è piccolo e va inquadrato nell’ambito delle esperienze sempre positive sperimentate da piccoli e grandi scrittori di narrativa nel corso degli anni (dal Doctorow appena pubblicato di qualche anno fa, alla storica esperienza della casa editrice TOR fino alle recenti prese di posizione favorevoli di Neil Gaiman e di Paulo Coelho -vero fanatico della libera distribuzione-): il formato elettronico gratuito in narrativa allo stato attuale aumenta le vendite del cartaceo.

Lasciando stare l’anomalia delle vendite più basse (che comunque riguardano i libri piratati prima che lo fossero, ovvero prima della settimana 19: non è imputabile alla pirateria!) che può dipendere benissimo da qualche testo “fortunato/più vendibile” nell’altro gruppo o qualcosa di simile, il secondo picco di vendite solo nei libri piratati è ciò che merita davvero attenzione. Un picco di vendite più forte di quello iniziale a 5 mesi dall’uscita del libro, proprio quando si iniziano a vedere delle copie elettroniche piratate del testo nei circuiti di P2P: è qualcosa di più che una “stranezza” o un mero caso!
Sembra proprio una prova ulteriore a favore della tesi secondo cui la distribuzione gratuita aumenta le vendite.

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Vedete il secondo picco di vendite nelle settimane successive all’uscita della versione piratata del libro? Cliccare per ingrandire.

Ricordiamo però che:
1. La correlazione non è causalità: non è detto che un libro perché piratato aumenti le vendite del cartaceo (come dice Gaiman) o gli garantisca il secondo picco quando appare nei circuiti di P2P (esperimento condotto). Se fa schifo e nessuno dopo averne letto un po’ lo vuole comprare (ricordate gli “Eroi del Crepuscolo” di Chiara Strazzulla, ben incellophanato in gran parte delle librerie? Se fosse stato così bello da costringere all’acquisto con poche righe di lettura, di certo non lo avrebbero corazzato così…) allora l’eBook gratuito può essere addirittura dannoso! Forse. Sono solo supposizioni basate sulla mia esperienza: tre libri non acquistati dopo aver scoperto che potevo leggerne l’incipit… e aver visto che era merdoso. ^__^
2. Ci sono settori che potrebbero essere danneggiati dalla pirateria dei libri, ma ce ne sono altri (la narrativa) in cui la pirateria o, legalmente, la libera distribuzione possono essere un ottimo modo per aumentare le vendite e i guadagni.
3. Quel che vale oggi non è detto che valga domani.
4. Quattro.

Sul punto 3 voglio sottolineare una cosa: la diffusione del lettori di eBook (qualsiasi tipo: dal dedicato con schermo e-ink al Eee Pc al videofonino) è ormai un dato di fatto e la loro futura diffusione di massa è ormai una certezza, non meno della morte o delle tasse. La domanda è solo quando: due anni, tre anni, più probabilmente cinque o dieci al massimo, prima che la lettura di eBook sia la norma?

I libri cartacei verranno penalizzati quando tutti (o molti, più correttamente) avranno lettori di eBook perché quello che stimola la vendita del cartaceo in presenza di copie piratate e/o libere, al momento attuale, è la scomodità della lettura al computer o dello stamparsi da soli i libri. Quando per tutti sarà comodo leggere un libro piratato, non ci sarà motivo di spendere 18-25 euro per un romanzo che si può avere gratis.

Se anche rimarrà mercato per edizioni pregiate, bei libri illustrati, grossi manuali tecnici ed edizioni economiche da 4-8 euro, i romanzetti da 20 euro probabilmente si estingueranno. E sarà un bene. Gli economici da 8 euro o meno credo che rimarranno perché costano meno che stamparsi i libri da soli (soprattutto meno fatica) e aiutano in tante occasioni in cui sarebbe pericoloso lasciare il costoso lettore di eBook incustodito: spiaggia, piscina, posti in cui può subire urti violenti ecc…

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Luddisti: meglio nascondere il lettore di eBook!

Che futuro potrebbe esserci?
Editoria digitale, ma senza DRM: in ogni caso i sistemi di protezione possono essere superati e in più i danni causati dai DRM sono superiori ai vantaggi. Si veda anche il seguente articolo e il discorso di Doctorow a proposto. Inoltre l’attuale trend della grande distribuzione è quello di NON vendere prodotti con DRM: si veda la questione della musica digitale solo DRM-free di Wall-Mart, la più grande catena di negozi del mondo che ha deciso di dare un taglio deciso alla merda coi DRM.

Meglio sistemi di digital watermark (filigrana digitale, per indicare a chi il file è stato venduto), ma anche quelli sono e saranno bypassabili in qualche modo. Soprattutto per i libri se consideriamo che l’HTML non può essere “marchiato” e tanti venditori di eBook al momento attuale vendono i libri in più formati, tra cui proprio l’HTML.
Io stesso ho messo in P2P un libro in HTML acquistato su un sito americano, scartando tutti gli altri formati (PDF, PRC ecc… tutto incluso per 4 dollari appena!) perché temevo avessero qualche “filigrana digitale” all’interno.
Ebbene sì, anche io sono un pirata. Sono un pericolo pubblico.
Qualcosa in contrario, frociaglia fascista digitale? ^___^

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Pirati: la piaga del nuovo secolo. Ci ruberanno il lavoro, scoperanno le nostre donne, instaureranno una teocrazia comunista e infine banchetteranno con le nostre anime.
O qualcosa di simile, secondo Sarkozy e i difensori del copyright attuale a oltranza.

Il settore editoriale dovrà adattarsi al mondo del futuro, come già sta facendo quello dei giornali. Il cartaceo costa, è scomodo ecc… e già vari giornali, tra cui grosse testate straniere, puntano di passare a breve al solo digitale con costi molto ridotti per loro e abbonamenti più economici per i lettori (che in un mondo di lettori eBook collegati wireless come quello USA, significa avere il giornale preferito sempre aggiornato sul proprio lettore: mica male!).

Non c’è motivo per cui il settore editoriale non si debba adeguare ai tempi invece di lamentarsi sempre contro il progresso tecnologico, piaga del genere umano (ah, i bei tempi in cui non c’erano gli antibiotici, lo stato censurava le informazioni a piacimento e nessuno piratava i libri su internet… sigh).
Tutti i settori si sono adattati ai cambiamenti dettati dal progresso e dall’ingegno umano: armamenti, chimica, automobili, aviazione, musica (più o meno)… perché il libro non dovrebbe comportarsi come tutti gli altri invece di frignare come una checca sottosviluppata del cazzo?

Libri con watermark, più libera distribuzione con donazioni volontarie (modello vincente già sperimentato dal settore musicale: i fan, gli unici che davvero comprano, già ora sono disposti a dare contributi volontari o a pagare mezzo euro per un brano che possono avere gratis!), più edizioni economiche on-demand (esiste già nel Regno Unito una macchina che stampa sul momento il libro scelto) ecc… l’evoluzione non è morte del settore, ma cambiamento e innovazione.
Il terribile e mostruoso treno, sostituendosi alle diligenze, non ha ucciso il settore dei trasporti. ^__^

Non è solo una questione di pirateria.
È una cosa evidente per tutti, a meno di non essere ignoranti (se non ci si informa non si può capire quale sia la questione) o stupidi (c’è chi semplicemente non capisce anche le cose più ovvie) o in malafede (come i difensori del copyright a scapito dei diritti civili, Sarkozy e l’allegra compagnia neofascista dei protezionisti digitali).

Bisogna andare avanti fino alla vittoria: il diritto alla privacy e alla libera diffusione di idee e informazioni, senza la censura e il controllo statale, è un diritto fondamentale garantito dalla Costituzione. Se per lottare in nome della Costituzione e difendere i principi della carta dei Diritti dell’Uomo bisogna compiere un piccolo crimine, che lo si compia!

Può darsi che nella rara occasione in cui per seguire la giusta rotta ci voglia un atto di pirateria, la pirateria stessa possa essere la giusta rotta.
(Governatore Swann, da “Pirati dei Caraibi: la maledizione della prima luna”)

Quando i nazisti occupavano la Francia, i partigiani erano chiamati terroristi.
La lotta continua. Fino alla vittoria, sempre!

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Jean Moulin, uno dei leader della resistenza francese.
Catturato come terrorista, torturato da Klaus Barbie, comandante della Gestapo e responsabile dell’anti-terrorismo a Lione, e deceduto in seguito ai maltrattamenti.
Ora è un eroe di Francia sepolto nel Panthéon.

EDIT delle 16:13 circa: mi ero dimenticato di mettere il grafico e la precisazione che il picco avviene subito dopo l’arrivo del libro piratato nei circuiti di P2P o simili. Sono vecchio e lolicon, abbiate pazienza… ^_^”"

La Mitragliatrice a Vapore di Mr. Perkins (1824)

Posted by Il Duca Carraronan on 02 giu 2009 | Tagged as: Armi da Fuoco, Oplologia, Steam: a Vapore!

Mi sono accorto di non aver mai parlato della, usando un termine moderno, “mitragliatrice” a vapore di Jacob Perkins. Probabilmente perché nessuno degli articoli precedenti trattava argomenti correlati: mitragliatrici o motori a vapore.
È un’arma strana e merita un po’ di spazio, anche se temo che qualcuno dei miei lettori già la conosca: a quanto mi risulta è più nota lei del fucile a vento Girandoni (che però usava aria compressa con una pompa manuale e in termini balistici faceva pietà). È una sorta di “must” per chiunque si voglia far passare seriamente per amante dello Steampunk: non conoscerla è come non conoscere Space 1889 (o peggio).

 
L’inventore
Jacob Perkins, celebre inventore americano dal cui genio sono dipese molte innovazioni tecnologiche (21 brevetti americani e 19 inglesi), è nato a Newburyport, Massachussets, il 9 luglio 1766. A dodici anni divenne apprendista di un orefice e, segno del suo genio, quando il maestro morì appena tre anni dopo, lui era già in grado di lavorare da solo. A soli 15 anni inventò un nuovo sistema per placcare le fibbie delle scarpe -un lavoro molto redditizio all’epoca- e gli affari prosperarono.
Era un artigiano così abile che a 21 anni lo Stato del Massachusetts gli commissionò la realizzazione degli stampi per le monete di rame dello Stato. Le invenzioni proseguirono, ma venne ingannato da alcuni “sponsor” approfittatori e cadde in rovina. Si trasferì a New York e poi a Filadelfia dove realizzò le prime lastre in acciaio per fabbricare banconote con componenti in rilievo, in modo da rendere più difficile il lavoro dei contraffattori. Alla fine, nel 1818, non riuscendo a trovare fondi e un ambiente adatto per esprimere al massimo la propria creatività, emigrò in Inghilterra: lì ottenne finanziamenti, fabbricò lastre per banconote per il governo e sviluppò strumenti per misurare la velocità della navi ecc…
alla fine la sua attenzione venne attirata dai motori a vapore: realizzò il primo motore a vapore a pistone singolo con un bollitore capace di sostenere una pressione di 800 libbre per pollice quadrato (psi), pari 54,4 atmosfere.

 
La Mitragliatrice
Alla fine Perkins realizzò la sua arma a vapore, lo “steam gun”, e la rese pubblica.
L’arma è registrata nel Regno Unito con brevetto numero 4592 del 15 maggio 1824.

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Schema dello “steam gun” di Perkins, come apparso sul The London Mechanics’ Register del 6 novembre 1824. Segue la descrizione dell’arma pubblicata dalla rivista.


A – The Chamber of the Gun, from which the Barrel is charged.
B – The Handle which directs the piece working in the Chamber, and by means of which the Balls are conveyed from the Hoppers (C) into the Barrel.
C – The Hoppers, into which the Balls are placed, and from which they drop one by one into the Chamber, when the Handle (B) is moved to its extent.
D – The Barrel, which is about six feet In length.
E - A Regulating screw, by means of which the Handle is kept tight.
F – A Swivel Joint, which allows of the Gun being elevated or lowered to any point, and by means of which the Barrel may be moved in almost any direction.
G – A Throttle Valve, by which the steam is admitted from the Generator of the Engine, and into which the Pipe, communicating with the Barrel, is introduced.
H – Mr. Perkins` admirable mode of uniting Pipes so as to resist any pressure. This represents the junction of the Pipe from the Generator with that from the Chamber.

L’arma era costituita da una canna “D”, con una struttura circolare “A” per l’inserimento dei tubi “C” con le palle di piombo (caduta verticale) e la manopola col grilletto “B” per far precipitare le palle verso il flusso di vapore ad alta pressione.
La struttura, molto semplicemente, era collegata tramite un giunto a snodo “F” (swivel joint) alla struttura di giuntura dei tubi “H” (con la valvola “G” per dosare la quantità di vapore ammesso) che univa l’arma vera e propria al tubo rigido del Generatore di Vapore: il vapore ad alta pressione dosato con la valvola “G” veniva inviato lungo la canna e spingeva le palle fuori dalla canna a gran velocità.

Il giunto a snodo “F” permetteva di puntare la canna verso l’alto, il basso, a sinistra e a destra con sufficiente rapidità. La canna era lunga sei piedi (182 cm), in grado quindi di spingere per il tempo sufficiente la palla permettendole di acquistare la dovuta velocità d’uscita.

Le dimensioni, unite al bisogno di un generatore di vapore (una grossa caldaia non pesa come una piuma…), la rendono un ingombrante “pezzo d’artiglieria” da trainare con gli appositi carriaggi piuttosto che un’arma da impiegare a livello di compagnia (come sono invece le mitragliatrici di squadra moderne per cui bastano due o tre persone per trasportarle e impiegarle senza problemi). Era più ingombrante della successiva mitralleuse francese (1866) o anche della prima mitralleuse belga a 50 canne (1851) (entrambe ippotrainate).

La diversità dell’arma di Perkins rispetto alle prime mitragliatrici “sperimentali” (di 30 anni dopo) sta anche nell’impiegare una sola canna per le raffiche: non molte canne che sparano in sequenza una sola volta e poi si cambia il caricatore (la mitralleuse Reffye usata dai francesi nella guerra Franco-Prussiana del 1870 aveva 25 canne), ma una sola canna che spara tutti i proiettili uno dietro l’altro. Concezione molto moderna.

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Reffye mitrailleuse, “Canon à balles modèle 1866″.
Venticinque canne rigate da 13mm disposte su cinque righe.

L’arma, impiegando vapore di spinta invece che esplosioni di composti chimici, rispetto alle mitragliatrici successive è immune alle esplosioni della camera di sparo per surriscaldamento, non soffre di inceppamenti per la cattiva qualità delle munizioni col bossolo (non le usa!) e la canna è meno stressata e può sostenere il fuoco per periodi molto prolungati (intere ore) senza surriscaldamenti che la rovinino o la portino alla rottura: proprio come un treno.

Le mitragliatrice moderne invece soffrono molto il surriscaldamento della canna e della camera di sparo, costringendo il trasporto di una o due canne supplementari per la sostituzione: una tipica squadra di MG42 nella seconda guerra mondiale portava sempre almeno una canna di riserva per evitare di stressare l’arma oltre il punto critico (ovvero di deformazione del metallo e guasto permanente della rigatura).
Senza contare i primi modelli di inizio Novecento che usavano serbatoi da 20 litri d’acqua per il raffreddamento della canna (e gli inglesi con una raffica o due si scaldavano l’acqua per il té)… oppure i modelli, come le Gatling, che per evitare il problema del riscaldamento utilizzavano anche una dozzina di canne a rotazione (con notevole aumento del peso dell’arma).

L’arma disponeva di un bollitore capace di sostenere una pressione di 900 psi, pari a 61,2 atmosfere, ancora superiore al record di 800 psi conseguito poco tempo prima! Notate che il generatore di vapore richiesto non ha bisogno di disporre di pistoni o altro per tramutare l’energia del vapore in energia meccanica, ma ha bisogno solo del vapore ad alta pressione da usare per spingere le palle invece di spingere un pistone. Tecnicamente è un dispositivo più semplice del motore a vapore di una locomotiva.

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Uniflow Steam Engine: inventato da Perkins nel 1827 (anacronistico!) e brevettato da Leonard Todd nel 1885. Divenne famoso grazie al tedesco Johann Stumpf nel 1909. Impiegato nell’ambito industriale fino alla Seconda Guerra Mondiale.

Il Duca di Wellington, che in altri ambiti fu quasi tecnofobo (il suo disgusto per i treni è passato alla storia), si interessò moltissimo alla nuova arma. Avendo combattutto in prima persona contro Napoleone, aveva bene in mente il potenziale di simili armi contro 100-200mila avversari schierati in linea o in colonne da assalto alla francese.

Fu proprio grazie alle pressioni esercitate dal Duca che un gruppo di ufficiali del genio e dell’artiglieria accettò di presenziare alle prove dell’arma. Ma molte cose andavano a svantaggio di Perkins, nonostante l’illustre sostenitore: Jacob era nato nelle ex-colonie, quindi era guardato dall’alto in basso dagli aristocratici conservatori inglesi che dominavano i vertici militari; inoltre i militari inglesi, più di quelli di tutte le altre nazioni, erano dei conservatori estremisti, tanto che nel decennio successivo arrivarono a rifiutare un ottimo fucile rigato con ottime prestazioni balistiche perché “impiegava proiettili non sferici e i militari hanno sempre usato palle di piombo” (proiettile a espansione Norton, 1834) o perché “il proiettile era formato da due parti e non da una sola, quindi troppo complesso da produrre” (proiettile a espansione con tappo di legno Greener, 1836). Solo nel 1851 abbracciarono con entusiasmo i proiettili non sferici, scegliendo il design del francese Minié (si veda questo articolo per i dettagli sull’evoluzione dei fucili militari dell’epoca).

Le prove vennero svolte presso la manifattura di Perkins, a Regent’s Park.
Inizialmente Perkins sparò le palle con ritmo lento, a imitare il fuoco di un moschetto o di un piccolo pezzo d’artiglieria campale, contro una lastra di ferro spessa 1/4 di pollice (0,635 cm) a 35 yarde di distanza (30 metri). Lo scopo della prima prova era solo di mostrare la forza con cui le palle da moschetto si spiaccicavano contro la lastra.
Le fonti dicono palle “da un’oncia”, come capita spesso, ma in realtà erano un po’ più pesanti: 32-34 grammi e non 28 grammi. Il regolamento inglese prevedeva infatti che le palle dei moschetti da 0,75 fossero fuse in modo da ricavarne 14 da una libbra di piombo (una libbra contiene 16 once), ovvero palle da 0,69-0,71 pollici.

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Le palle spiaccicate nella prima prova contro la lastra.

Per massimizzare l’effetto psicologico dello spiaccicamento sugli ufficiali ignoranti (”se si appiattiscono così deve spararle proprio FORTE!”), come mostrato nel disegno sopra, Perkins impiegò palle in piombo morbido. In realtà fin dal Settecento gli inglesi impiegavano, soprattutto nei fucili rigati (in particolare quelli per uso sportivo), proiettili in piombo duro legati col 3% di antimonio (fonte: “Carabine da Bersaglieri”, Regno di Sardegna, 1855). Un piccolo trucco del geniale Perkins. ^___^

La prova proseguì. Per dimostrare che le palle inviate erano abbastanza forti da uccidere un uomo a 30 metri (30-50 metri a quell’epoca era diventata la distanza più importante di tiro per i moschetti, per massimizzare le vittime e il crollo del morale prima della “decisiva” carica alla baionetta), Perkins mise in fila 11 tavole di legno molto resistente spesse 1 pollice (2,54 cm), distanziate di 1 pollice l’una dall’altra. I proiettili le trapassarono tutte senza difficoltà.

Se ipotizziamo che il legno fosse semplice abete (classico legno da prove balistiche per cui abbiamo ottime formule per la penetrazione) e se immaginiamo che le palle fossero ancora in piombo morbido come prima, l’energia necessaria per attraversare ogni tavola sarebbe stata di 170 J circa.
Per delle tavole distanziate così tanto non va sommato tutto il legno e rifatto il calcolo, basta solo moltiplicare l’energia: quindi 11 tavole richiedono almeno 1870 J. Se consideriamo che la palle si sarebbe fermata nel tentativo di sfondare la dodicesima, si può arrivare a ipotizzare 2000 J o poco meno. Con palle da 32 grammi (0,69 pollici) sarebbero 350 metri al secondo a 30 metri, e quindi -calcolando un 22% di perdita di energia cinetica come da prove sperimentali per palle da 0,69- sarebbero stati 2560 J e 400 metri al secondo alla bocca.
Quasi come un moschetto Brown Bess (460-470 metri al secondo alla bocca).

Perkins mise il vapore a tutta forza, per portare al massimo il ritmo e la violenza dei colpi (in pratica aprendo di più la valvola non solo aumenta il ritmo di fuoco, ma anche la forza dei proiettili: nei primi tiri contro la lastra il vapore non stava mostrano tutta la sua violenza!), e falciò una lunga tavola di legno atta a simulare una linea di fanteria. L’arma priva di rinculo mise a segno tutti i colpi: se ci fosse stata davvero una compagnia di fucilieri in quel punto, sarebbero stati tutti massacrati in mezzo minuto.
Come sottolinea l’autore dell’articolo del 1824 “Mr. Perkins Steam Gun”, una simile arma posta al fianco di un reggimento schierato per il fuoco di linea avrebbe massacrato i nemici senza infastidire le proprie truppe.

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La Sottile Linea Rossa del 93esimo Highlander, Battaglia di Balaclava, 25 ottobre 1854.
Trenta anni dopo. Immaginate cosa potrebbe fare lo Steam Gun contro di loro? ^__^

Non contento di ciò, Perkins decise di tornare alle piastre di ferro. Prese di nuovo la piastra da 1/4 di pollice, quella su cui aveva fatto spiaccicare a uno a uno i proiettili morbidi e con una raffica a piena forza da 500 colpi al minuto la ridusse a un groviera. Più di 6 mm di ferro falciati come se fossero di legno.

Se, per ridurre al minimo le “doti dell’arma”, ipotizziamo che Perkins in questo esperimento abbia impiegato una lastra di ferro battuto (wrought iron con scorie, equivalente all’ottocentesco ferro svedese, peggiore del ferro ARMCO puro attuale) e non di acciaio dolce (mild steel AISI 1010-1020), cosa plausibile visto che fino al 1855 non sarà possibile produrre acciaio dolce a bassissimo costo, e che i proiettili fossero in piombo duro e non in piombo morbido…
…allora l’energia necessaria per trapassare la lastra sarebbe stata di 2840-3400 J (resistenza del ferro con scorie rispetto al mild steel pari al 50-60%, come da dati di Alan Williams), ovvero una velocità a 30 metri di 422-461 metri al secondo (477-521 metri al secondo alla bocca).

È realistica una velocità alla bocca così elevata? Sì.
Benjamin Robins, il padre del pendolo balistico, registrò nel 1742 una velocità di 509 metri al secondo per una palla di moschetto sparata con una dose di polvere pari a metà del peso della palla. E anche Benton, nell’Ottocento, registrò 579 metri al secondo da un fucile rigato per uso sportivo caricato con polvere pari al 46% del peso della palla.
Quindi velocità molto alte, ma non straordinarie in sé.

Come ci fa notare l’autore dell’articolo “Mr. Perkins Steam Gun”, quest’arma oltre a un volume di fuoco micidiale, senza precedenti (Perkins disse che poteva portare la pressione della caldaia fino a 2.000 psi e le raffiche da 250-500 a 1000 colpi al minuto senza problemi, se l’arma fosse stata richiesta), ha anche altri vantaggi: è economica.
Se si suppone che una sola canna scarichi 250 palle al minuto questo equivarrebbe a 15.000 palle da un’oncia all’ora che per 16 ore (un’intera giornata di scontro, tanto l’arma non soffre di surriscaldamento della canna) sarebbero 15.000 libbre di piombo (un po’ di più, come visto, ma seguiamo i dati esatti dell’articolo). La sola spesa in polvere da sparo, facendo lo stesso con dei moschetti, sarebbe di 35 Sterline ogni 1.000 proiettili, pari a 525 Sterline in 16 ore (il salario giornaliero di 3.500 operai!). La mitragliatrice a vapore può sostenere quel volume di fuoco con una buona scorta d’acqua e solo 3 o 4 Sterline di carbone Morte di massa a basso costo.

La richiesta di carbone, poco costoso ma ingombrante, unita al forte consumo di acqua e alla mole del generatore di vapore, la rendeva un’arma ingombrante, paragonabile come traino di cavalli a un pezzo d’artiglieria d’assedio da 24 libbre, probabilmente. Non proprio l’oggetto più comodo del mondo da portarsi appresso.

Ma i vantaggi erano innegabili. Come arma da postazione, montata in un forte o simili (in una ridotta a difesa dell’artiglieria d’assedio) dove la grossa caldaia e il consumo di acqua diventavano irrilevanti, poteva fornire un volume di fuoco straordinario. Un’arma difensiva, più che offensiva.

Gli ufficiali tecnici non criticarono la precisione e la gittata (alte, seppur nel limite delle palle sferiche, come già discusso in questo articolo), né la letalità o il volume di fuoco, né l’affidabilità (l’arma era molto semplice e non soffrì di alcun inceppamento, a differenza delle mitragliatrici di 40 anni dopo), ma pur di rifiutarla per partito preso si inventarono che il vapore così potente avrebbe potuto in teoria deformare la sfericità del proiettile. D’altronde si erano presentati alle prove solo per far felice Wellington.

Cioè… LOL! Come se la spinta della polvere da sparo non fosse identica! E inoltre la questione fu della deformazione teorica in sé, ignorando il fatto che in realtà l’arma era (per l’epoca) precisa e dotata di un’ottima gittata (200-300 yarde di tiro letale, come i fucili rigati Baker). Comunque, inventata la scusa per rifiutare l’arma, si sentirono felici e contenti. Il Duca di Wellington, ricevendo di nuovo la conferma che i suoi colleghi ufficiali erano degli imbecilli come dieci anni prima, lo fu molto meno.
Una perla di saggezza inglese ▼

Un’arma tanto pericolosa e letale o la usavano i britannici o nessun altro. E, dato il design avveniristico e l’altissima tecnologia frutto del genio di Perkins, solo lui poteva progettarla. Ricordiamo che mancavano ancora 12 anni all’invenzione del fucile ad ago di Dreyse e 42 anni alla diffusione in massa delle armi a retrocarica a colpo singolo negli eserciti! L’invenzione di Perkins era davvero qualcosa frutto di un genio inimitabile dai contemporanei (e infatti solo nel 1861 l’inventore sudista Winans proporrà una mitragliatrice a vapore che, a quanto pare, era peggiore di quella di Perkins).

Qualcuno dirà “Ma se l’arma era tanto buona, innovativa, ecc… perché nessun altro governo in quegli anni ci ha pensato?”.
In realtà fu proprio il contrario: mezza Europa si interessò all’arma di Perkins. I francesi richiesero una dimostrazione della nuova arma e Perkins, a Greenwich, ne portò una versione modificata secondo le specifiche francesi e in grado di sparare 60 palle da 4 libbre (1,8 kg!) al minuto. In pratica un cannoncino automatico. Il principe Polignac ne fu molto soddisfatto e chiese anche di vedere la versione “mitragliatrice” che sparava raffiche di palle da moschetto. Anche qui il principe gongolò come un bimbo in un negozio di giocattoli. Ma quando si trattò di parlare di soldi, i francesi non furono interessati: erano lì per “vedere”, mica per comprare! Chi ce li ha i soldi da buttare? Sigh. In ogni caso è probabile che Perkins, senza il parere positivo del governo, non l’avrebbe venduta lo stesso.

L’Autocrate di Russia, lo Zar Alessandro I, ne volle comprare sull’unghia una batteria (parecchi esemplari, insomma) per quanto era rimasto affascinato da quell’arma, ma qualsiasi offerta venne rifiutata da Perkins: la Russia non era un’amica dell’Inghilterra e quindi non doveva mettere le mani su un’arma tanto pericolosa.
Perfino i Greci, nella loro lotta contro i Turchi, arrivarono a chiederne un paio! La notizia dell’arma non era certo passata inosservata. Ma i militari Britannici, appunto, erano famosi per l’acume delle loro menti…

Estratto di un articolo d’epoca, dal The London Mechanics’ Register, 6 novembre 1824.

the_london_mechanics_register_november_1824_steam_gun_perkins
“If Mr. Perkins’s steam guns were introduced into general use, there would be but very short wars; since no fecundity could provide population for its attacks…

What plague, what pestilence would exceed, in its effects, those of the steam gun? – 500 balls fired every minute… one out of 20 to reach its mark – why, 10 such guns would destroy 150,000 daily. If we did not feel that this mode of warfare would end in producing peace, we should be far from recommending it…

We have heard, but we do not vouch for the fact, that the Emperor of Russia, who has more knowledge of the importance of steam than some of us Englishmen, has sent an agent to procure a supply of Perkins’s steam guns, which that gentleman’s patriotism will not allow him to offer…”

E già, pensa come sarebbero veloci e indolori le guerre se tutti disponessero di armi estremamente letali come queste “mitragliatrici” o peggio, tipo gas tossici o bombardieri! Positivismo portami via: mi fischiano nelle orecchie qualcosa come due conflitti mondiali… ^__^

 


Fonti principali:
“Gas, Air & Spring Guns of the World” di W.H.B. Smith, 1957. Contiene un’inesattezza nel riferirsi a proiettili più duri “in ferro”: è una cosa insensata, priva di prove sui documenti d’epoca e balisticamente non credibile (il vantaggio del +25% di penetrazione è superato dalla perdita del 31% di peso). La cosa più probabile è che abbia pensato “ferro” quando ha letto di proiettili più “duri” perché non era (e non è) di conoscenza comune il fatto che il piombo indurito con l’antimonio venisse fabbricato ben prima del 1880.
L’articolo “Mr. Perkins Steam Gun” tratto da “Mechanics’ Magazine” vol. 5, pagina 147, del 1826.
L’articolo “Mr. Perkins’s Extraordinary Steam Gun” tratto da “The London Mechanics’ Register” del 6 novembre 1824.
Un breve accenno tratto da “Armi da Fuoco” di E.S. Ellacott. Contiene varie inesattezze, nonostante la scarsa mole (25 righe appena), inclusa l’inverosimile dichiarazione che la lastra di ferro fosse spessa 1,25 cm (mezzo pollice invece di un quarto). Quest’ultima forse dipende dalla dozzinale traduzione italiana.