settembre 2009

Archivio del Mese

Isaak Babel, le frasi brevi e il singolo aggettivo

Posted by on 27 set 2009 | Tagged as: Libri, Scrittura

Oggi volevo dire due cose su Isaak Babel. È un autore russo molto famoso, magari non quanto Tolstoj o Dostoevskij o Gogol per le masse, ma è molto famoso. Non mi interessa però come “autore russo” o per le sue opere in generale, ma come autore che ha fatto delle affermazioni precise sulla scrittura per la narrativa.

Isaac_Babel
Isaak Emmanuilovich Babel
(Odessa, 13 luglio 1894 – Mosca, 27 gennaio 1940)
Isaak Babel era un ebreo nella Russia antisemita. La famiglia scampò per un pelo al pogrom del 1905, protetta da una famiglia cristiana, e Isaak riuscì a studiare e a diventare giornalista nonostante gli stretti vincoli posti all’ammissione scolastica degli ebrei.

Da giovane adorava Gustave Flaubert e Guy de Maupassant e per un anno lesse solo Lev Tolstoj, arrivando a dire che grazie a lui “aveva compreso le sublimi virtù della gente russa”. Detta da un ebreo che vive in mezzo a dei russi che ammazzavano i giudei non appena capitava l’occasione (non erano ben integrati come in Germania) e il resto del tempo li tenevano in un regime stile apartheid, è una frase che fa riflettere sul potere della letteratura: rende scemi. ^_^

Isaak combatté per anni al fianco dei rivoluzionari bolscevichi, fece il traduttore per il controspionaggio e partecipò alla Guerra Polacco-Bolscevica del 1919-1921 al fianco dei feroci cosacchi della Prima Armata a Cavallo del generale Budënnyj. E i cosacchi, Isaak lo sapeva bene, erano i più feroci antisemiti in un mondo di antisemiti.

All’esperienza della guerra in Polonia dedicò i racconti pubblicati nel 1924 e poi raccolti nel libro “L’Armata a Cavallo” del 1926. Racconti crudi, in cui la violenza contro gli ebrei dei territori invasi non ha colore politico: bianchi e rossi infieriscono allo stesso modo. Ma era il mondo della Russia comunista prima di Stalin, quando la Pravda poteva ancora definire “astro nascente della nostra letteratura” un autore così brutale nel rappresentare la realtà della Rivoluzione (ma anche all’epoca gli autori che avevano una visione più romantica lo osteggiarono).

Isaak Babel aveva un problema (a parte l’essere ebreo, russo e comunista): era uno di quei coglioni delle “regolette sulla scrittura”. E da alcune cose che diceva, sembra anche uno dei coglioni peggiori: peggiore di Orson Scott Card, peggiore di Flaubert, forse perfino peggiore di Strunk & White, l’anticristo degli Artisti che odiano le “regolette” e il suo allievo prediletto. Il peggiore dei peggiori. Vogliamo leggere un suo parere?

[...] before I take out all the rubbish, I break the text into shorter sentences. The more full stops the better. I’d like to have that passed into law. Not more than one idea and one image in one sentence. Never be afraid of full stops. [...]
I take out all the participles and adverbs I can. Participles are heavy, angular, they destroy the rhythm. They grate like tanks going over rubble. Three participles to one sentence and you kill the language. All that “resenting,” “obtaining,” “concentrating,” and so on. Adverbs are lighter. They can even lend you wings in a way. But too many make the language spineless. [...]
A noun needs only one adjective, the choicest. Only a genius can afford two adjectives to one noun.

Citato in “How Fiction Works” di Oakley Hall.

Frasi brevi. Evitare i participi. Limitarsi a un solo aggettivo per volta, il migliore. Non è proprio vero che bisogna essere dei geni per riuscire a metterne due, ma di certo è rischioso gestire più di un solo aggettivo per volta e precipitare nel ridicolo al terzo aggettivo è praticamente assicurato. Quattro aggettivi sono un pericolo anche per Joyce. Si può scrivere meglio evitando di fare gare di aggettivazione estrema e concentrandosi di più su nomi e verbi, no? Come diceva Le Carré: “Lasciate che i verbi facciano il lavoro”.

A proposito di James Joyce, che potremmo usare come “genio” capace di gestire più di un aggettivo per volta senza scadere nel ridicolo, Oakley Hall suggerisce questo brano:

The high cold empty gloomy rooms liberated me and I went from room to room singing. From the front window I saw my companions playing below in the street. Their cries reached me weakened and indistinct and, leaning my forehead against the cool glass, I looked over at the dark house where she lived.

Non mi piace molto come scrive, ma non mi sento offeso e preso per il culo da quel “high cold empty gloomy”. Ha una sua musicalità, un suo ritmo, una sua forza difficile da spiegare. Non mi fa impazzire, per cui lo sforzo titanico di mettere quattro aggettivi di seguito non riesco a percepirlo come “ripagato”, ma non prenderei a calci nei denti Joyce per questo (per altro forse sì, ma io non sono il suo pubblico ideale).

Nel libro di Oakley Hall potete trovare un altro esempio, tratto da “Il generale nel suo labirinto” di Márquez, in cui vengono indicati vari aggettivi che è bene tenere perché necessari al testo. Gli aggettivi e gli avverbi di modo non vanno tolti tutti, ma solo quelli superflui: nel caso degli aggettivi saranno gran parte e nel caso degli avverbi di modo saranno quasi tutti.
Vengono tolti perché superflui (“ciò che non aggiunge qualità al testo la sottrae”) e non “perché sì perché è fantasy”, come invece vorrebbero far credere gli ignoranti che disdegnano i manuali di scrittura per partito preso oppure i gegni che lo fanno per incapacità di comprensione e apprendimento (la volpe e l’uva della narrativa: non capisco una mazza di come si fa a scrivere quindi i manuali fanno schifo e li odio… LOL!).

Curioso che Isaak Babel fosse più avvelenato nei confronti degli aggettivi che degli avverbi di modo. Forse gli avverbi di modo in russo non hanno lo stesso suono disgustoso che hanno in spagnolo e in italiano (e in tono minore in inglese). Benissimo non dovevano suonare, visto che comunque li sconsiglia, ma qui dovrebbe intervenire qualche esperto di narrativa che conosce bene il russo per togliere i dubbi.

Un comunista ebreo russo della prima metà del Novecento può dare suggerimenti sulla narrativa poco diversi da quelli di un capitalista americano di oltre mezzo secolo dopo o di un professore di inglese suo contemporaneo o di un grande letterato francese di metà Ottocento: le buone idee non badano all’anno, alla razza e alla nazione.

Per farvi un’idea del suo stile riporto la traduzione in inglese distribuita da SovLit.com del racconto “La Morte di Dolgushov” tratto da “L’Armata a Cavallo”.
Ho evitato le due traduzioni in italiano che avevo letto perché, a parte eventuali problemi di copyright, le ho reputate inadeguate: quella di Renato Poggioli sembrava una cattiva traduzione dall’inglese (con tanto di He che regolarmente diventa Egli invece di essere omesso) e quella di Costantino Di Paola, questa forse davvero dal russo, non mi convinceva rispetto alla versione in inglese.
Non so quale versione sia più fedele all’originale russo, ma quella in inglese mi suona meglio anche se l’abbondanza di avverbi in “-ly” mi fa sospettare che pure questa traduzione sia di bassa qualità (e la seconda frase mi pare una schifezza illeggibile in tutte le versioni).

La Morte di Dolgushov
Testo in inglese fornito da:
SovLit

The curtains of battle were moving toward the city. At noon, Korochaev, in a black cloak, the disgraced commander of the fourth division, fighting alone and seeking out death, flew past us. On the run he shouted to me:

“Our communications links are broken! Radziwillow and Brody are in flames!”

And he galloped off, fluttering, all black, with eyes like coal.

On the plain, flat as a board, the brigades were repositioning themselves. The sun was rolling along in the crimson dust. The wounded, in ditches, were snacking. Nurses were lying on the grass and singing quietly. Afonka’s scouts were roaming the field, searching out the dead and uniforms. Afonka passed by within two feet of me. Without turning his head he said:

“They smacked us right in the face. Ain’t no doubt about it. They’re thinking of changing the divisional commander. The soldiers don’t trust him.”

The Poles came up to the forest three versts from us and set up their machine guns nearby. Bullets whine and scream. Their lament grows unendurably. Bullets wound the earth and dig into it, trembling with impatience. Vytyagaichenko, commander of the regiment, snoring in the sunshine, cried out in his sleep and woke up. He got on his horse and rode off to the lead squadron. His face was crumpled, in red streaks after his uncomfortable sleep, and his pockets were full of plums.

“Son of a bitch,” he said angrily and spit a seed out of his mouth. “What a hell of a mess. Timoshka, pull out the flag!”

“Shall we get going?” asked Timoshenko, taking the staff out of the stirrup and unfurling the banner, which had a star on it and some wording about the Third International.

“We’ll see what’s up there,” Vytyagaichenko said. Then he suddenly let out a wild yell: “Girls, to your horses! Squadron commanders, get your men together!”

The buglers sounded the alarm. The squadrons lined up in a column. A wounded soldier crawled up out of a ditch and, covering his face with the palm of his hand, said to Vytyagaichenko, “Taras Grigorevich, I’m a delegate. It looks like we’re going to be left behind.”

“Defend yourselves,” Vytyagaichenko mumbled and reared his horse up on its hind legs.

“We kind of have the idea, Taras Grigorevich, that we won’t be able to defend ourselves,” the wounded man called after him.

“Don’t whine,” Vytyagaichenko retorted. “It’s not like I’m gonna abandon you.” And he gave the order to get ready.

Just then, the whining, womanish voice of my friend Afonka Bida rang out. “Don’t go racing off, Taras Grigorevich. We’ve got six versts to cover. How you gonna fight if the horses are worn out? We’ll make it in plenty of time.”

“At a walk!”, commanded Vytaygaichenko, not raising his eyes.

The regiment set off.

“If I’m right about the Divisional Commander,” whispered Afonka, holding back, “if they replace him, things will start moving. Period.”

Tears flowed from his eyes. I stopped by Afonka in amazement. He spun around like a top, grabbed his cap, started to wheeze, let out a whoop, and galloped off.

Grishchuk with his idiotic tachanka cart and I stayed behind until evening, wandering around between the walls of fire. Divisional headquarters had disappeared. Other units wouldn’t take us in. The regiments entered Brody, and were beaten back by a counterattack. We went up to the city cemetery. A Polish scout jumped up from behind a grave and, shouldering his rifle, began to shoot at us. Grishchuk turned around. His tachanka squealed with all four wheels.

“Grishchuk!”, I shouted through the whistling and the wind.

“What nonsense,” he answered sadly.

“It’s the end of us,” I exclaimed, seized by a fatal panic. “It’s the end of us!”

“Why do women go through all the trouble?’ he answered even sadder. “Why all the proposals and marriages, and having fun at the weddings?”

A pink tail shined in the sky, then faded away. The Milky Way emerged through the stars.

“It makes me laugh,” said Grishchuk sorrowfully and pointed his whip at a man sitting on the side of the road. “It makes me laugh that women go to all that trouble.”

The man sitting on the road was Dolgushov, the telephone operator. Spreading out his legs, he stared at us.

“I’m done for, you see?” said Dolgushov as we approached. “We see”, answered Grishchuk, stopping the horses.

“You’ll have to waste a cartridge on me,” said Dolgushov.

He sat leaning against a tree. His boots were sticking out in different directions. Without lowering his eyes from my gaze, he carefully pulled back his shirt. His stomach had been ripped open, his intestines were hanging on his knees, and you could see the beating of his heart.

“The Poles’ll show up and have their fun. Here are my documents. Write my mother and tell her what happened.”

“No,” I answered and spurred on my horse.

Dolgushov laided his blue palms on the ground and looked at them distrustfully.

“You’re running away?” he muttered, sliding down. “You’re running, you louse.”

Sweat crawled down along my body. Machine guns tapped out faster and faster with hysterical insistence. Framed in the nimbus of the sunset, Afonka Bida galloped up to us.

“We’re really giving it to them,” he shouted out happily. “What’s all the hub-bub here?”

I pointed out Dolgushov to him and rode away.

They spoke briefly. I didn’t hear their words. Dolgushov held his papers out to the platoon commander. Afonka hid the papers in his boot and shot Dolgushov in the mouth.

“Afonka,” I said, riding up to the Cossack with a pitiful smile, “I just couldn’t”.

“Go away,” he said, growing pale. “I’ll kill you. You guys in glasses have as much pity for our boys as a cat does for a mouse.” And he cocked his rifle.

I rode away at a walk, not turning around, feeling cold and death at my back.

“Bona,” Grishchuk shouted out behind me, “stop fooling around.” And he grabbed Afonka by the arm.

“The goddamn lackey,” shouted Afonka, “He’s not gonna get off that easy.”

Grishchuk caught up with me at the turn in the road. Afonka wasn’t there. He had ridden off in the opposite direction.

“You see, Grishchuk,” I said, “today I lost my Afonka, my best friend.”

Grishchuk pulled a shriveled apple out from underneath his seat.

“Eat,” he told me. “Please, eat.”

Isaac Babel (1933)
“Solo nel 1923 imparai come esprimere i miei pensieri in modo chiaro
e non troppo prolisso. Quindi tornai a scrivere.”

(Isaak Babel)

Sarà il caso di imitarlo? Prima studiate e trovate qualcosa per cui valga la pena scrivere (nel suo caso la guerra, su cui si era ben informato di persona) e solo dopo riprendete a scrivere. Magari evitando di scrivere per settimane la storia di due cinesi in un bordello (1919) o scopiazzare racconti dalle memorie di un ufficiale francese (1920): o farlo giusto come esercizio di scrittura mentre si trova il “proprio stile”, senza pensare subito di poter iniziare con la “grande opera di una vita”. Ma forse l’italiano medio si sente migliore di Isaak Babel, un miserabile ebreo comunista, vero? ^_^

Lieto fine per quelli che odiano le “regolette” (e gli ebrei): nel 1940 Stalin fece fucilare Babel senza alcun motivo ragionevole a parte un “perché sì, perché sono le purghe”. Forse anche baffone non amava le regolette di scrittura: siete in buona compagnia. ^_^

USA: vendite degli eBook a luglio e qualche dato sul cartaceo

Posted by on 24 set 2009 | Tagged as: Ebook, Editoria

Nuove entusiasmanti notizie del mondo degli eBook: no, non parlo del Sony PRS-300 venduto a 199$ (schermo 5 pollici, molto “portatile”, senza ingresso SD, ma ha ben 512 MB di memoria) o del colosso Asustek che fa annunci “di punto in bianco” del suo ingresso imminente nel settore dei lettori di eBook, annunciando lettori (e-Ink?) a partire da 170$ (modello base) già per Natale (!!!) e spargendo voci di star lavorando a dei lettori a doppio-schermo touch screen ripiegabili come se fossero libri.

Qualcosa di molto meglio: un nuovo record nelle vendite degli eBook in USA a luglio!

Vendite degli eBook nel mese di luglio 2009: 16,2 milioni di dollari
Vendite degli eBook nel mese di giugno 2009: 14 milioni di dollari
Crescita rispetto a giugno 2009: +15,7%

Vendite degli eBook nel mese di luglio 2008: 5,2 milioni di dollari
Crescita rispetto ad luglio 2008: +213,5%

Luglio è stato il miglior mese di sempre per le vendite degli eBook in USA, con un nuovo record che supera del 15,7% il precedente record di giugno (che a sua volta superava del 15,7% il record ancora precedente, i 12,1 milioni di aprile 2009!).
Come sempre ho usato, quando possibile, le esatte percentuali fornite da IDPF dato che, a causa dei dati di vendita arrotondati forniti al pubblico, i risultati usando i dati pubblici sarebbero un po’ meno precisi (il +213,5% diverrebbe un +211,5%).

Ok, direte, un +213,5% e un +15,7% sono due belle cose, ma chi ci dice che non siano le stesse percentuali di crescita del settore cartaceo tradizionale (a parte il buon senso e cinque minuti di vita sul pianeta terra)?
Niente da obiettare. Sforniamo anche i dati del cartaceo USA per un confronto.

Association of American Publishers (AAP)
vendite dei libri di carta in USA, dati pubblicati il 23 settembre 2009

Volume complessivo di vendite a luglio: 1,54 miliardi di dollari
Crescita di luglio sul mese precedente: +2%

Adult Hadcover: 88,7 milioni, +6,9% in luglio, -15,5% da inizio anno
Adult Paperback: 124 milioni, +9% in luglio, -11,2% da inizio anno
Adult Mass Market: 68,2 milioni, -13,5% in luglio, -5,3% da inizio anno
Children/Young Adults Hardcover: 55,8 milioni, -5,4% in luglio, +22,2% da inizio anno
Children’s/Young Adults Paperback: 58,2 milioni, +4,1% in luglio, +2% da inizio anno

Su Teleread trovate anche gli altri dati del settore, ovvero Audiobook, pubblicazioni universitarie e testi scolastici, che si mangiano da soli gran parte del mercato. Come in Italia: i libri costano, chi studia deve comprarli e ci sono milioni di persone che studiano, quindi nulla da stupirsi che il settore editoriale sopravviva grazie alle scuole/università.

Le vendite di eBook dall’inizio dell’anno sono aumentate del +173%, mentre in quello cartaceo solo del +2%. Anche se il settore eBook rappresenta solo una minima parte dell’editoria (16,2 milioni contro 1,54 miliardi in luglio: 1% del settore? O forse 2%, dato che i dati AAP sono definiti come “domestic net sales” mentre quelli AAP+IDPF degli eBook sono con gli sconti e vanno grossomodo raddoppiati alla vendita finale?), mi paiono comunque due velocità di crescita molto diverse. ^_^

Se agosto e settembre dovessero comportarsi come luglio, potremmo sperare in 48 milioni di dollari per il terzo trimestre 2009. Se il terzo trimestre dovesse avere un andamento simile al secondo, con un piccolo calo e una risalita, si potrebbero raggiungere addirittura i 50 milioni. Se la crescita del terzo trimestre sul secondo (37,6 milioni) fosse pari a quella del secondo sul primo (25,8 milioni), la cifra si aggirerebbe attorno ai 54 milioni. Quel che mi sento di dire è: non meno di 45 milioni e ottime chance di fare 50!

fatina nel tè
Una fatina che fa il bagno dentro al tè:
non c’entra con gli eBook, ma è una cosa che può sempre capitare

Il gioco del parlare di narrativa in modo vago e la voglia di vomitare

Posted by on 22 set 2009 | Tagged as: Riflessioni, Scrittura

Ho visto una striscia divertente. Pensavo di proporla in un post, così, per divertirsi, con giusto qualche riga di commento come testo. Poi ho pensato a cosa scrivere, ho riletto vecchie discussioni nel web e ho ripescato alcuni brani tratti dai libri sulla scrittura per la narrativa. Ho riflettuto un paio di giorni e ora ho solo voglia di vomitare. ^__^

Ecco la striscia. Segue qualche riga di considerazioni.
Cercherò di essere involuto e intimista. Ci proverò. Almeno un po’. E fallirò.

impostor_2

La striscia si spiega da sola: se negli altri campi è necessario sfoderare conoscenze tecniche precise e puntuali, nella critica letteraria si possono tirare fuori fiumi di stronzate e, se uno se la sa cavare nel bluffare, riuscire a farsi passare per uno che sa perfino di cosa sta parlando. Magari non un genio, ma comunque uno che “sa qualcosa”. Il trucco sta nel tenersi sul vago, sul filosofico, nel parlare di aria fritta, senza riferimenti precisi e puntuali al testo che viene trattato: proprio come nell’ultima vignetta.

I due volumi sono un’esagerazione, ovvio, ma a livello più basso, tra gente già di suo poco esperta o addirittura formata da altrettanti millantatori (più o meno consapevoli l’uno dell’altro, ma capaci di costruirsi una rete intellettualoide di supporto), è una cosa che funziona.

Se pensate che non funzioni, spiacenti per voi, ma o siete ritardati o siete vissuti al di fuori del mondo per un bel po’: fate due passi sui forum/siti di settore e controllate quanto l’aria fritta (“La libertà dello scrittore!”, “Chi ha detto che mettere quattro aggettivi di fila sia una cattiva idea?”, “Un incipit orrendo non è un buon motivo per criticare l’incipit orrendo”, “Gli avverbi in mente spiegano e specificano l’azione del verbo: solo un idiota ignorante che confonde i libri con il cinema li toglierebbe!”, “Chi può giudicare un testo di narrativa se esso in quanto intrattenimento è personale e quindi basato sul gusto e il gusto è per sua natura ingiudicabile?”, “Parlavo in generale, non di questo libro”, SIGH…) basti a mandare avanti i discorsi, a scapito dei precisi e puntuali riferimenti al testo e a scapito dello studio della scrittura per la narrativa e dei suoi meccanismi.

Anzi, peggio ancora. Chi si macchia del terribile crimine di occuparsi della narrativa dal punto di vista di chi si occupa della narrativa, ovvero con gli strumenti, i metodi e il punto di vista dello scrittore professionista (grazie alle opere in materia che gli scrittori pubblicano) per cercare di capire cosa non vada in un testo che appare “brutto”, viene perseguitato, insultato in modo più o meno velato e cacciato da piccoli nuclei di individui che praticano il “gioco del critico vago”.
In particolare il voler “spiegare e motivare” un problema di scorrevolezza o di immedesimazione PRESENTE nel testo viene ribaltato dichiarando che lo scopo Vero è quello di demolire l’opera A PRIORI: essendo per primi in malafede, accusano di malafede chi è in buona fede per mascherare la propria malafede e instillare il dubbio nel lettore, giacché chi accusa per primo è in vantaggio e l’eventuale accusa identica in risposta appare come semplice ritorsione. Dialettica eristica, la morte del dialogo intelligente e la difesa prediletta per il Giocatore del “gioco del vago”, in particolare tramite l’argumentum ad auditores e la generalizzazione.

Gioco, ecco, questo è il termine che potrebbe calzare.
Tutta la questione mi ricorda molto l’esempio del “gioco dei difetti” spiegato da Eric Berne (medico chirurgo e psichiatra, ufficiale medico nell’esercito statunitense durante la Seconda Guerra Mondiale) in “A che gioco giochiamo“.

Eric_Berne
Eric Berne non è OK. Io non sono OK. Tu non sei OK.

Le mogli si riuniscono, bevono il tè e sparlano dei mariti, con il tacito accordo che il divertimento stia nello sparlare dei mariti in sé e non nel dialogare in modo intelligente dei propri problemi di vita coniugale per trovare soluzioni. Quando una nuova signora si aggiunge e invece di “giocare secondo le regole” decide di discutere sul serio dei problemi, cercando anche di giustificare il comportamento dei mariti e analizzare la questione in modo più razionale, le altre donne si irritano per il “gioco rovinato”.
Se la situazione di incomprensione prosegue e la nuova arrivata non capisce che lì nessuna è davvero interessata a discutere in modo razionale e intelligente, le altre smetteranno di invitarla in modo che non rovini più il loro bel “gioco dei difetti”.

Non è molto diverso ciò che succede in certi luoghi pieni di gente capace di parlare di un libro senza occuparsi del libro in sé, parlando “in generale”, chiacchierando “di massimi sistemi”, e quando viene fatto notare che per il libro in questione ciò che dicono non ha alcun valore o attinenza, questi si barricano dietro frasi come “Sì, lo so, ma io parlavo in generale, mica del libro!”.

Pare brutto in una discussione su un libro specifico parlare del libro specifico?
Evidentemente sì, perché questo costringerebbe a citare il testo in modo preciso e puntuale, facendo uso delle conoscenze di scrittura per la narrativa utili in quell’ambito: il problema è che il finto intellettuale e critico NON conosce le tecniche di scrittura (segue affermazione che i manuali sono scritti da falliti, idioti, mentecatti e anche quando non è così sono del tutto inutili “perché sì”) e NON ha le capacità e la maturità critica per discutere in modo intelligente del testo.

Molto più facile fare il Vago, dandosi un’aria da navigato intellettuale, e usando come frasi per far tacere “il rozzo tecnico” qualche roba figa origliata nelle discussioni di qualche genio che per aver preso una laurea in lettere (o star studiando lettere) pensa di sapere tutto della narrativa e di conseguenza snobba gli scrittori e i loro manuali tacciandoli di essere tutti truffatori e tutti coglioni che scrivono solo coglionate… ce ne sono a dozzine, ovunque, fate un giro e li trovate. E dato che molte cose dette dagli scrittori nei “loro manuali” sono le stesse scritte da William Strunk (professore di inglese alla Cornell University per 46 anni) e da Elwyn White (Pulitzer per “l’intero corpo delle sue opere” nel 1978) decenni prima in “The Elements of Style“, ne consegue che Strunk è un coglione e un truffatore pure lui.
E come Scott Card e gli altri pure Strunk e White sono stati traviati dal cinema e dai film d’azione di Sylvester Stallone pieni di esplosioni, per questo non capiscono che la narrativa è Arte “priva di regole” e non ci si può concentrare su stupidi dettagli legati all’immedesimazione e al mostrare. Giusto?

william_strunk
William Strunk junior, un celebre drogato di cinema e televisione che non aveva idea di cosa fosse la Scrittura secondo molti intellettuali del “parlar vago di narrativa”. E chi lo ha ammirato e ha studiato il suo libro, come King e più di mezzo secolo di scrittori di narrativa (Matheson?), non è meno cranioleso di lui, giusto?

 
Brani da The Elements of Style, detto anche Strunk & White (prima edizione 1959, brani tratti dalla quarta edizione del 1999, ora c’è anche una quinta del 2009).
(Leggetelo in inglese che la versione in italiano è dello Strunk -senza White- del 1918 e mi pare tradotta di merda)


Rich, ornate prose is hard to digest, generally unwholesome, and sometimes nauseating. If the sickly-sweet word, the overblown phrase are your natural form of expression, as is sometimes the case, you will have to compensate for it by a show of vigor, and by writing something as meritorious as the Song of Songs, which is Solomon’s.
[...]
Avoid the elaborate, the pretentious, the coy, and the cute. Do not be tempted by a twenty-dollar word when there is a ten-center handy, ready and able. Anglo-Saxon is a livelier tongue than Latin, so use Anglo-Saxon words. In this, as in so many matters pertaining to style, one’s ear must be one’s guide: gut is a lustier noun than intestine, but the two words are not interchangeable, because gut is often inappropriate, being too coarse for the context. Never call a stomach a tummy without good reason.
If you admire fancy words, if every sky is beauteous, every blonde curvaceous, every intelligent child prodigious, if you are tickled by discombobulate, you will have a bad time with Reminder 14 (NdDuca: Avoid fancy words). What is wrong, you ask, with beauteous? No one knows, for sure. There is nothing wrong, really, with any word — all are good, but some are better than others. A matter of ear, a matter of reading the books that sharpen the ear.
The line between the fancy and the plain, between the atrocious and the felicitous, is sometimes alarmingly fine.


Rule 4: Write with nouns and verbs
The adjective hasn’t yet been built that can pull a weak or inaccurate noun out of a tight place.


Rule 8: Avoid the use of qualifiers
Rather, very, little, pretty — these are the leeches that infest of the pond of prose, sucking the blood of words. The constant use of the adjective little (except to indicate size) is particularly debilitating; we should all try to do a little better, we should all be very watchful of this rule, for it is a rather important one and we are pretty sure to violate it now and then.


No one can write decently who is distrustful of the reader’s intelligence, or whose attitude is patronizing.

Tra gli altri poveri stronzi (perché alcune delle cose che dicono sono le stesse cose dette dai poveri stronzi dei manuali), giusto per completezza, ricordiamo: Gabriel García Márquez (odia gli avverbi in “-mente” e si vanta di non averne messo nessuno in L’Amore ai Tempi del Colera); Ezra Pound (consigliò a Hemingway di non fidarsi degli aggettivi); Voltaire (l’aggettivo come nemico del nome); Gustave Flaubert (suggerì a Guy de Maupassant di cercare sempre la parola giusta e il verbo giusto, le mot juste, senza cedere alle soluzioni più facili e volgari… ovvero correggere un nome/verbo meno adatto di quello “perfetto” tramite avverbi e aggettivi che lo rendano più specifico); John Le Carré (“We went for a bald style… profound suspicioun of adjectives and making the verb do the work”) ecc… ecc…
Tutti citati anche in “How Fiction Works” di Oakley Hall (finalista al premio Pulitzer nel 1958, ha servito nei Marines durante la Seconda Guerra Mondiale).

Chi si presenta a parlare di narrativa di un certo tipo (fantasy e fantascienza) pensando che sia lecito far uso di conoscenze tratte dai manuali scritti proprio dagli autori di quel tipo di narrativa (ma le cui considerazioni e consigli vanno al di là del mero genere, e chi ha letto i manuali lo sa: ma i grandi letterati non si sporcano leggendo questi orribili manuali scritti da stupidi scrittori che magari non sono nemmeno laureati in lettere!) viene a rovinare il gioco dei critici da due soldi.

Gene_Wolfe
Gene Wolfe (1931 – vivente)
Stimato e apprezzato autore di fantasy e fantascienza, veterano della Guerra di Corea e ingegnere… è una delle grandi menti dietro la macchina che produce le patatine Pringles.
Non è laureato in lettere, ma conosce la scrittura più di tanti gonzi con un pezzo di carta.

Questi “critici dell’aria fritta” magari per due o tre anni si sono divertiti in qualche comunità online a costruirsi un pubblico, delle amicizie e una reputazione da tizi che sanno quel che dicono: che qualcuno venga a rovinare tutto facendo capire che loro non sanno di che parlano è una cosa che non possono tollerare. E fanno i gruppetti di squadristi, usando tecniche tra il borderline e la palese violazione delle regole della community, per isolare, offendere e scacciare chiunque osi contestarli “con motivazioni valide”. Non posso fare a meno di vomitare di fronte a tutto ciò. ^_^

Gamberetta ha rotto il gioco a molti due anni fa, portando con ammirevole testardaggine un diverso modo di parlare di fantasy, più serio, a imitazione di quello che si può leggere all’estero, nelle discussioni che noi possiamo solo invidiare. E in tanti si sono incazzati perché anche se è stato possibile cacciarla dal proprio adorato forum, non è stato possibile cacciarla dalla “sala da tè del web”. E la sua semplice esistenza è ancora un atto di accusa contro di loro.

E il fatto che anche altri stiano cominciando a capire che si può e si deve studiare la narrativa di genere per parlarne con cognizione di causa (scartiamo quelli che cercano di fare commenti precisi e puntuali senza aver prima studiato… ho già accennato una volta agli imitatori di Gamberetta che fanno più danni che altro, smerdando così anche i commentatori più seri e accorti), fa sentire questi “truffatori del discorso” sempre più minacciati e spaventati. E urlano contro i critici puntigliosi. Urlano contro il mondo. Urlano in realtà contro la propria ignoranza e stupidità, che li soffoca e li fa sentire impotenti, ma non possono privarsene perché “studiare” significherebbe darla vinta al Nemico.

gamberetta_shunya
Gamberetta in una immagine utilizzata dai fan per adorarla.
L’immagine non è idealizzata: la Vera Gamberetta è molto più bella. PUNTO.

Il cavallo meccanico di Leviathan e due mech reali

Posted by on 18 set 2009 | Tagged as: Libri, Mech e Robot, Steampunk

Altra illustrazione da Leviathan. Le precedenti illustrazioni svelate le trovate qui: seconda (il mostropalla scoreggione), terza (la folla ammira il Leviathan), quarta (Alek che si fa le seghe mentali coi soldatini) e quinta (il Cyklop Stormwalker, mech che vanta un design diversamente intelligente). Questa nuova immagine dovreste averla vista, di sfuggita, nel trailer del libro.

leviathan_capitolo18_horse_scout

Cavallo meccanico degli esploratori tedeschi. A riguardo Scott Westerfeld dice:

One thing you’ll notice about real-life walkers is that they walk slowly. Animals are still much quicker than machines when it comes to moving on legs. In fact, animals are generally better than machines at everything, except under very specific circumstances. You might think that cars are faster than horses, but only if you create a very flat surface (aka, a road) for them to use. On almost any naturally occurring surface, horses win.

But I best not say more, as two of my characters have this exact same discussion in Leviathan.

Non molto diverso dal discorso già fatto in precedenza sul Cyklop.
Aggiungerei però una cosa: ma senza i sensori e l’elettronica e tutto il necessario per “decidere” dove posizionare il piede in modo autonomo, come il BigDog, che cavolo di vantaggio avrebbe se anche fosse veloce come un cavallo vero? Un cavallo, o un mulo, su terreno difficile decidono dove piazzare i piedi, cercano di non finire in terra con una zampa rotta: tu gli dici dove andare, ma non devi governare singolarmente ogni zampa a ogni passo per fare in modo che il mulo non scivoli su un sasso tondo e si sfracelli in fondo al ghiaione.
Ma un mech puro, stile automobile? Mette le zampe avanti, alla distanza prevista dal ritmo di corsa scelto, e poi? Senza sensori e senza algoritmi per la decisione del passo in base alle informazioni dei sensori? Ricordiamo che l’unico motivo valido per avere zampe e non ruote, in questo caso, è la capacità del cavallo/mulo di muoversi in ambienti sconnessi che metterebbero a dura prova i veicoli tradizionali (sia in termini di velocità che di manutenzione), nei boschi, col fango, sulla neve ecc…
Qualcosa in stile Golem-Cavallo steamfantasy mi pare molto più credibile, come essere vivente meccanico alternativo che sceglie dove piazzare gli zoccoli, di quanto non lo sia un cavallo meccanico incapace di decidere. Cavalchereste un cavallo cieco e lobotomizzato, se non per caricare diritto, lancia in resta, o tirare una carrozza?

E ora qualche altro mech reale. Il Timberjack della Plustech, il boscaiolo a sei zampe (questo sembra molto figo, nelle coltivazioni di alberi dell’industria moderna, con le adeguate distanze tra gli alberi per girarsi e lavorare) con pilota, e il nuovo mech gru ROBOTOPS (Tadano Ltd) che ha due eccitanti braccioni ed è senza il pilota all’interno (si guida via joystick da lontano, così se lo si usa per distruggere le capanne degli uomini-scimmia africani e quelli iniziano a scagliare frecce e lance, il pilota può ridersela a distanza di sicurezza: ideale per originali vacanze safari nel cuore di Negrolandia).

Senza parlare dei classici veicoli edili a quattro zampe, come quello impiegato per la funivia (o quel che era) che ha lavorato sui monti orobici due anni fa: piloni costruiti su una parete con una pendenza mostruosa, grazie al robot-ragno che con estrema lentezza (che palle) muoveva un piede alla volta e faceva il lavoro. Guidarlo credo fosse una cosa da cagarsi in mano: un errore e sarebbe finito a rotolare con tutto il robot giù per il pendio (e il pilota non era protetto: se gli si ribaltava il ragno addosso era sfrittellato e basta).

E chiudiamo con un ritardato su un tigre meccanica… sigh…

Prossimamente un po’ di arte steampunk da un gruppo di ingegnosi francesi che penso conosciate già in molti, ma val la pena inserirla per completezza. Sì, sono stupidi mangiarane, ma per le cose frivole hanno gusto, come al tempo delle sbrilluccicose divise imperiali. Se le linkate in un commento vi taglio una mano. ^_^

Ah, una nota sull’immagine nuova: come mai il pickelhaube del cavalleggero non è un pickelhaube “con la punta” (come l’avevano dragoni, corazzieri e fanteria, a parte i cacciatori con lo shako), ma un kugelhaube con la palla di cannone, come lo usavano gli artiglieri (e nemmeno tutti, visto che uno degli stati dell’Impero Tedesco prevedeva la punta anche per loro)?
Mah…

PS: ieri quarto record di visitatori unici consecutivo, ben 448. ^__^

Mi fingo democratico: sondaggio sugli articoli

Posted by on 16 set 2009 | Tagged as: Novità sul Sito

Ieri ho letto un paio di cose che mi hanno fatto riflettere. No, non mi sono tramutato in uno specchio. Intendevo dire che mi hanno fatto pensare a qualcosa di diverso dai conigli dalle ragazze nude. Riporto i due pezzi.

giusto oggi ho letto un post (stimolante come non se ne vedevano da tempo su quel blog, spero che il duca non me ne vorrà)
[...]
Concordo con chi ha detto che è uno dei post migliori, almeno al livello di quello su Adhara.

E mi è venuta la curiosità di guardare quali post hanno più commenti. Ieri sera erano:

Strazzu colpisce ancora 116
Negri, editori, lettori e scrittori 90
Adhara e il mondo del porno 80
Cronache del plagio emerso 70

I tre articoli più tecnici in ambito oplologico racimolano quantità di commenti ben minori…

Arco lungo 19
Penetrazione delle armature 14
Percussione e proiettili a espansione 10

L’unico in controtendenza era quello sulle baionette seghettate, arrivato addirittura a 42 commenti. Mi pare evidente che gli articoli più seri e specialistici in ambito oplologico non possono conquistare l’entusiasmo del pubblico (a parte Okamis che se li legge tutti con entusiasmo… e visitare YouPorn invece? ^_^): il mio scopo in quel caso è “servire” chi cerca informazioni, producendo articoli che siano i migliori possibili, non racimolare facili consensi (come invece è in voga nei blog di tanti scrittori… ma appunto io non sono scrittore).

Quando pubblicherò l’articolo sui fucili ad ago o sui primi fucili col bossolo metallico o le tabelle di decelerazione per confrontare proiettili sferici e proiettili minié, non mi aspetterò certo invii di mutandine usate con foto da parte delle mie fan giovani e carine. Non dico di non farlo, eh, so che ci siete e siete tante, ma dico solo che non penso di potervi entusiasmare così tanto con i grafici di caduta e di perdita di velocità dei proiettili sferici (ma magari quando parlerò degli elmetti della Grande Guerra mmmhhh… so che vi fanno bagnare, lo so!!!).

bunnylip
Se non facessi del mio meglio negli articoli di oplologia,
questo batuffolo (o uno dei suoi simili) verrebbe a sgozzarmi nel sonno

L’articolo sui “Negri” è stato, nel suo piccolo, una sorpresa.
L’argomento era estremamente banale, ma proprio per questo permetteva a tutti di unirsi e dire la propria: era una cosa per tutti, che gran parte dei lettori hanno vissuto in prima persona. Permette di identificarsi. È come quando in un romanzo si mettono personaggi che rispecchino desideri/aspettative/sofferenze del pubblico target: l’identificazione, il provare simpatia e comprensione per il personaggio, aiuta la lettura.

Il problema è che a me non piace parlare in modo (del tutto) banale di argomenti banali e, se non fosse stato per quello spezzone (stavo controllando l’audio di Radici dopo aver effettuato il montaggio sul video inglese), non avrei mai fatto un post dedicato alla bellezza dell’essere ignoranti. Con i negri invece diventava un po’ meno banale e mi è venuto lo stimolo. E poi avevo quel disegno con le angurie che volevo pubblicare da troppo tempo. ^_^

La stessa scelta del termine Negro, a parte il video caduto a fagiuolo, aiutava l’argomento: identificarsi come vittime dell’editoria con altre vittime storiche, sottolineando il parallelo tra la mentalità degli schiavisti bianchi e quella degli editori, favorisce la sensazione di “dover dire la propria sull’argomento”, unendosi alla rivolta contro l’ingiustizia percepita: diamine, ci trattano come Negri Ignoranti, ma anche noi Negri siamo uomini!

Mi aspettavo che riscuotesse un buon successo, data la formula applicata per realizzarlo, ma pensavo a 30 commenti in tre giorni e non certo a 90. ^_^
Grazie a tutti quelli che hanno partecipato alla discussione.

 
Un piccolo sondaggio per voi
Abbiamo visto che l’articolo scherzoso con elementi pornografici su Adhara è piaciuto. Non era una vera recensione, non era veramente un’analisi del brano: era solo un gioco divertente basato su un incipit che mi aveva ispirato.
L’articolo di segnalazione/sfottimento della nuova opera della Strazzulla pure è piaciuto. E quello sul plagio nel fumetto delle Cronache, beh, ha avuto il successo normale per un articolo di denuncia “riassuntivo” di quel tipo.

Ora mi piacerebbe sapere da voi che articoli volete in futuro.
Più articolo scherzosi? Con elementi porno o umorismo basato sul sesso? Più articoli di segnalazione di manuali e discussioni sulla scrittura? Più articoli in generale sul Fantasy? O sullo Steampunk? Più conigli? Più articoli sulle armi, anche non colossali come i grandi classici precedenti, basta che siano interessanti e abbiano foto? Più articoli dedicati a saggi storici e curiosità storiche? Articoli sulle serie di anime loli-mecha-pantsu? Più elfe futanari? Segnalazioni di libri interessanti e narrativa distribuita online? Più discussioni di commento attorno a temi caldi, magari un po’ polemici, prendendo spunto da articoli e notizie a tema fantasy/editoria/lettura? Altro?

Usate i commenti per dire la vostra su TUTTO quello che riguarda il futuro contenuto del blog, nel modo che preferite, anche confrontandovi tra di voi nelle preferenze e nella priorità delle stessa. Discussione libera.

 
Qualche numero per i curiosi
Dato che ho installato su un mio database php-stats e non uso servizi come ShinyStats, i lettori non possono sapere quanti visitatori al giorno ho su Baionette. Se siete curiosi questi sono i dati degli ultimi sette giorni, tagliati dalla pagina del resoconto mensile.

statistiche_settembre_settimana_record_417

Nella seconda colonna ci sono sopra le pagine totali visitate e sotto i visitatori unici (IP unici in 24 ore). Non posso tenere conto dei lettori che seguono solo sui lettori di Feed, perché senza un accesso “reale” alla pagina lo script non si attiva (e non posso metterlo nella pagina dei Feed).

Oggi i visitatori sono stati 305 (alle 18:50). Dovrei arrivare oltre i 400 a fine giornata… magari non un nuovo record, ma una cifra molto vicina. In generale se ho 270-300 visitatori entro le 20:00 mi attesto attorno ai 360-400 per mezzanotte.

Il record giornaliero prima di settembre era stato di 403 visitatori a fine luglio. Ad agosto, con tanta gente in ferie (quando non si lavora si cazzeggia meno…), non ho mai battuto quel record e anche i visitatori complessivi del mese sono stati in calo: 8783 contro i 9610 di luglio.

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