dicembre 2009

Archivio del Mese

Steampunk Web: Internet è una serie di tubi!

Posted by Il Duca Carraronan on 29 dic 2009 | Tagged as: New Weird, Steamfantasy, Steampunk, Storia

Come si dice da tre anni ormai, “Internet è una serie di tubi”.
Per chi non si dovesse ricordare i dettagli della vicenda che ha reso famosa questa frase del senatore Ted Stevens, ecco un paio di link: Wikipedia e Boing Boing.

I just the other day got, an internet was sent by my staff at 10 o’clock in the morning on Friday and I just got it yesterday. Why?
Because it got tangled up with all these things going on the internet commercially…
They want to deliver vast amounts of information over the internet. And again, the internet is not something you just dump something on. It’s not a truck.
It’s a series of tubes.

And if you don’t understand those tubes can be filled and if they are filled, when you put your message in, it gets in line and its going to be delayed by anyone that puts into that tube enormous amounts of material, enormous amounts of material.

Meno male che è un ex-senatore ormai, perché dover spiegare a una simile mummia retrograda la differenza che passa tra Internet e la posta pneumatica, o le tubazioni del lavandino, credo sia impossibile. ^_^”
Al massimo si riuscirà a spiegargli la differenza tra una e-mail e internet, così smetterà di dire che gli internet gli arrivano in ritardo di ore perché i tubi del web sono intasati…

Il riferimento ai tubi di internet nella nuova grafica immagino sia stato colto da tutti e visto che internet è una serie di tubi, ecco due video dedicate a internet nell’Età del Vapore!

Il secondo video riporta una serie di meme di internet ancora molto in voga all’epoca del filmato (nel 2007): chi non ricorda il ragazzino ciccione, lo Star Wars Kid, o Gary Brolsma, il cretino della Numa Numa Dance?
Il primo video è solo la sequenza iniziale del secondo rifatta meglio, con un internet deliziosamente Steampunk-Retard. Fantastico. ^_^

E ora un paio di informazioni sulla posta pneumatica che potrebbero far felici gli amanti dello steampunk/steamfantasy che bazzicano da queste parti. La posta pneumatica (meglio “tubi pneumatici”) utilizza l’aria compressa o il vuoto generato da pompe per muovere contenitori lungo una serie di tubi, fino al punto di smistamento o all’arrivo finale. Questi contenitori, dei cilindri in metallo o vetro/plastica e metallo, contengono piccoli oggetti o messaggi. Se ne possono vedere spesso nei costumi steampunk, agganciati alle cinture.

Rohrpost_clindro

Le applicazioni attuali sono limitate, ridotte al trasferimento di piccoli oggetti fisici (non semplici informazioni riducibili in digitale) all’interno dei confini di un edificio: denaro in un supermercato o in banca, medicinali in un ospedale, più raramente ormai burocrazia interna a un’azienda, biglietti in un aereoporto (o perfino pezzi di aereo in quello internazionale di Denver), oggetti vari in una fabbrica… cose di questo tipo. Magari qualche mio lettore ci lavora abitualmente con la posta pneumatica.

Decenni fa però la posta pneumatica collegava gli uffici postali all’interno delle grandi città.
Il fax prima e internet poi hanno spodestato i tubi pneumatici dal ruolo di corriere all’interno dei confini cittadini, ma un tempo la posta pneumatica permetteva di recapitare messaggi a chilometri di distanza, da un ufficio postale all’altro.
In Germania c’erano buste specifiche per l’invio dei messaggi attraverso la Rohrpost.
Si era arrivati a ipotizzare, decenni fa, che in futuro la posta pneumatica avrebbe raggiunto ogni casa degli Stati Uniti. Pur con tutti i suoi limiti, ad esempio l’impossibilità per le fan di inviare mutandine usate al Duca, trovo la diffusione di Internet con banda larga un’evoluzione tecnologica molto superiore alla retrofuturistica “posta pneumatica in tutte le case”: le fan del Duca possono, ad esempio, mostrargli il seno in webcam. ^_^

Un paio di info sulle diffusione delle reti di posta pneumatica:

1853: Collegamento della Borsa di Londra con il principale ufficio telegrafico cittadino (distante 200 metri).
Anni 1850: Genova (12 km di tubi, sperimentale, poi sviluppata dal 1913).
1864: Amburgo (con progetti nel 1963 per una nuova rete di 49 km su 5 linee).
1865: Berlino (fino al 1976: nel 1940 arrivò a 400 km di tubi per collegare 79 tra uffici postali e telegrafici).
1866: Parigi (fino al 1984: arrivò a una lunghezza di 467 chilometri nel 1934).
1875: Vienna (fino al 1956).
1889: Praga (55 km, servizio interrotto dall’inondazione del 2002).
Altre città che si sono dotate di un servizio di posta pneumatica, in qualche epoca: Monaco di Baviera, Rio de Janeiro, Roma, Firenze, Napoli, Milano, Torino (nelle città italiane iniziò a svilupparsi seriamente solo dopo il 1913, grazie alle sperimentazioni condotte a Torino nel 1911 e a Genova nel 1910), Trieste, Marsiglia, Boston, New York, Philadelphia, Chicago e St. Louis.

Per maggiori informazioni consiglio questa pagina.
Ogni sistema era un po’ diverso, ma il principio era lo stesso. In ogni caso era una tecnologia costosa e che richiedeva molta manutenzione visto che le capsule (sparate a 30-50 km/h, mica lumache!) venivano decelerate alla destinazione da un deflettore che sbucava fuori a intercettarle. Le capsule, per ridurre l’attrito e favorire la buona tenuta d’aria, erano spesso coperte di feltro.

Posta_pneumatica_Genova_1946a
Lettera inviata con la posta pneumatica di Genova, 1946
 
posta_pneumatica
Francobollo apposito per il servizio

La posta pneumatica, di cui si decise il progressivo abbandono a partire dagli anni ‘60 (tranne nel caso di Amburgo che ancora voleva investire) e per noi ormai simbolo di retrofuturismo, grazie all’uso massiccio fatto dai governi e dalle aziende è diventata il simbolo della burocrazia (in particolare della stagnazione della burocrazia fine a sé stessa).
Nel romanzo 1984 di George Orwell è proprio tramite la posta pneumatica che arrivano sulla scrivania di Winston gli articoli da modificare per il Ministero della Verità. Nel film Brazil, assieme ad altre tecnologie retrò, appare anche la posta pneumatica. Nel videogioco Grim Fandango, un piccolo capolavoro, il protagonista Manny Calavera ha la posta pneumatica che gli arriva dritta in ufficio nel Dipartimento della Morte. La posta pneumatica non sfigurerebbe, per usi interni agli edifici o per le consegne cittadine, in nessuna opera Steam: in Perdido Street Station, romanzo Steampunk Fantasy di China Miéville appartenente alla corrente del New Weird[nota], nella scena in cui l’impiegato falsifica la fattura delle larve e poi la spedisce al destinatario, viene usato un complesso sistema di gabbie metalliche, ganci e nastri trasportatori (attivati da calcolatori meccanici che ricevono istruzioni tramite schede perforate) che potrebbe essere benissimo sostituito da un più semplice sistema di posta pneumatica (pur mantenendo il controllo a schede).

Hlavní-panel
Ovladací-panel Pouzdra-pro-zásilky Dmychadlo-ze-30-let
Strojovna-se-dmychadly Hlavy-tras Vstup-trasy
La Posta Pneumatica di Praga: pannello di controllo principale; pannello di controllo di un pompa; capsule moderne in alluminio e plastica; pompa originale degli anni ‘30; sala macchine con le pompe; controlli della cinque corsie principali; ingresso in cui si inseriscono le capsule.

Se si possono inviare lettere e oggetti perché non persone? In fondo una capsula o un vagone non sono molto diversi…
E infatti si pensò di utilizzare vagoni mossi dall’aria compressa anche per il trasporto di persone. Vennero realizzate delle tratte, anche di chilometri, tra 1844 e 1869, ma per vari problemi alla fine la tecnologia non prese mai piede (ad esempio mancanza di finanziamenti negli scavi per passare sotto il Tamigi e altre cose di questo tipo… senza contare che costavano più del doppio, in spese per l’energia, dei treni a vapore).
Un indiscutibile vantaggio del vagone-capsula sarebbe stata l’assenza di fumo nei condotti scarsamente areati della metropolitana (se ne parla anche in The Difference Engine di questo problema). Locomotive con motori ad aria compressa, ma non spinte dall’aria compressa esterna, vennero realizzate con successo per uso minerario nell’Ottocento. Dato che il trasporto umano lungo “tubi” (parodiato nei Jetsons -i Pronipoti in Italia- o in Futurama) non è di mio diretto interesse per l’articolo mi fermo qui. ^_^

proposed applications of the system to passenger and postal service by Alfred Ely Beach 1868 Alfred Ely Beach's pneumatic train car as it originally appeared in an 1870 issue of Scientific American
A sinistra: applicazione del tubo pneumatico per il trasporto di posta e persone proposta da Alfred Ely Beach nel 1868. A destra: vagone del treno pneumatico di Alfred Ely Beach come apparso nel 1870 su “Scientific American”.

 


Nota sul New Weird.
Ho preferito parlare di corrente, come è in realtà più corretto fare, perché nel caso di China Miéville l’interpretazione del New Weird coincide con un fantasy ricco di elementi bizzarri che lo discostano dai brutti cloni di Tolkien, ma politicamente impegnata, no-global e specchio del mondo del “dopo Seattle” (in particolare in Iron Council): una visione estremamente diversa da quella di VanderMeer la cui definizione di “genere New Weird” (che di per sé è MOLTO valida, innovativa e interessante) se applicata in realtà comprende solo le sue opere personali. La famosa lista di opere New Weird a fine antologia, nessuna delle quali (perlomeno nessuna di quelle che è stato possibile valutare) rispetta la definizione data, è un calderone assemblato con disgustosa e plateale malafede solo al fine di far pubblicità a VanderMeer (dando un background prestigioso al New Weird) e di conseguenza dargli “autorevolezza” come Scrittore all’avanguardia. Chi se lo sarebbe cagato di striscio se avesse rivelato che non c’era nessuna bibliografia di opere da indicare coerenti con la “precisa” definizione di New Weird da lui coniata a parte le sue? Nessuno.

Perché ha fatto tutto questo? Nella speranza di un dibattito flame pubblico che poi non c’è stato e di cui si è pure lamentato alcuni mesi fa: ha sparso menzogne, ha lavorato duro per scandalizzare chiunque avesse mezzo cervello nel cranio e una infarinatura minima di narrativa fantastica… e non ha ottenuto in cambio l’attenzione/pubblicità desiderata! Povero cocchino. In compenso le vendite dell’antologia sono andate bene, anche se il mondo ha ignorato le sue affermazioni come se fosse un povero scemo. ^_^

Dopo aver scoperto tutto ciò nella primavera scorsa, leggendo l’antologia The New Weird che avevo comprato su Amazon e trovandone poi conferma altrove, ho provato un tale ribrezzo nei confronti di VanderMeer da non riuscire più a sopportarlo, nonostante spesso dica cose condivisibili nel suo blog. Comunque, tolta la miseria umana di VanderMeer come individuo che ricorre alla menzogna e alla falsificazione (e se ne sbatte dell’incoerenza) per guadagnare qualche monetina, la sua definizione di New Weird rimane eccellente a patto di non “estenderla” all’idea che qualsiasi opera di qualsiasi sotto-genere, sia essa steampunk, science fantasy, tecnofantasy ecc… vada etichettata come New Weird se risulta molto fantasiosa: usare un “genere” come sinonimo di “fantasioso e ben fatto” è una colossale stronzata che nessun individuo dotato di un cervello potrebbe tollerare. Il New Weird è una cosa precisa e molto bella, punto, non un calderone pubblicitario in cui ficcare di tutto, altrimenti è meglio interpretarlo solo come corrente e non come genere (non tutte le opere della “corrente” New Weird ricadono nella definizione di “genere” New Weird data da Jeff VanderMeer).
 

Auguri di Buon Nat’Anale dal Duca

Posted by Il Duca Carraronan on 25 dic 2009 | Tagged as: Musica, Vita del Duca

Oggi c’è un compleanno speciale: un sacco di anni fa, ma tanti-tanti-tanti credo almeno 100, è nato Babbo Nat’Anale (si chiamava così perché era nato da una che anche dopo il parto era rimasta vergine e potete intuire che la scelta dei buchi per uscire si era ristretta) e poi visto che vestiva troppo “allegro”, tutto di rosso, e toccava i bambini in posti osceni con la scusa di dar loro dei regali allora lo hanno inchiodato su un monte assieme a due renne, ma non sono sicuro dei dettagli perché al posto dell’ora di religione io avevo quella di baionette e tipo tante cose sul buddismo maomettano non le ricordo.

Due video musicali per un Buon Natale Anale Nat’Anale.
Il primo mi è piaciuto molto anche se non è esattamente una canzone Nat’Analizia.
Il secondo ha il tipo di Lulz etnico-religioso che apprezzo.


 

Resoconto delle donazioni Natanalizie per il Duca.
In 20 giorni ho ricevuto cinque donazioni in denaro per un totale di 18 euro lordi (per me 16,06 euro): ringrazio Angra, “???”, Diego, tale Franco (che non ha commentato) e Nixen. Ho ricevuto anche vari link su siti a tema con i miei articoli e tra i tanti ringrazio Demonfly, Zeros83 e Beatrice. Ringrazio tutte le mie fan per le mail inviate con segnalazioni a tema ecchi/hentai o altri doni in natura. Un ringraziamento in particolare a Martina.

Con questi 16,06 euro potrei comprarmi tre pinte di Guinness o tre cognac. Come vedete i soldi dati al Duca non finiscono spesi in “vino”. ^__^ E l’intero euro rimasto potrei cambiarlo in monetine da un centesimo per bersagliarci con la fionda gli scrittori fantasy italiani alle presentazioni dei loro aborti.
Oppure potrei investirli in un buon libro.
 

Un po’ di Steam per Baionette Librarie

Posted by Il Duca Carraronan on 23 dic 2009 | Tagged as: Novità sul Sito

Come dovreste aver notato raggiungendo questo articolo, ho rinnovato il theme del sito.
Se non lo vedete diverso, fate refresh (F5) e date la colpa ai comunisti e agli ebrei.
Avevo bisogno di una sidebar in più e mentre spulciavo per scoprire che stringhe di codice dovevo inserire per averne un’altra (è una cazzata), ho pensato: perché non cambiare il tema coi post-it che è vecchio (ottobre 2007, da quando è nato il sito) e fa schifo ai cani?
E per una mia dimenticanza soffriva del male di vivere dell’overflow hidden, ovvero quell’anomalia per cui del codice corretto secondo gli standard di programmazione dei CSS (ovvero “Overflow: hidden”) funziona bene su Chrome, Safari e Firefox, ma ovviamente dà strambe sparizioni del background colpito da overflow su Internet Explorer (questione della stronzata inLayout true escogitata da casa microzozz, brutti pezzi di merda).

Ho deciso di adottare un tema più Steampunk.
Ingranaggi, legno, tubi di ottone, indicatori di pressione. Tutto fatto a mano con i pezzi prelevati da tre sfondi su Steampunkwallpaper.com. Sono partito dal vecchio tema e ho rifatto il necessario lavorando sul foglio di stile (CSS).
Nell’header c’è una fetta di cartina dell’Europa di fine Ottocento e un disegno di Yamashita Shunya, artista che adoro. Il pezzo di Golem/Mech (ritoccato da me con la bandiera di guerra tedesca) non so di chi sia. La baionetta è una seitengewehr 98/05 tedesca presa da Wikipedia. Le informazioni necessarie sono comunque riportate nel footer, come richiesto dalla licenza Creative Commons di SteampunkWallpaper.

Al posto del Frundsberg con la barba ricolorata in rosso, ho ficcato il mio capoccione con il pickelhaube d’acciaio. Il vecchio avatar che usavo dal 2005 non era più in tema con il mio spirito positivista, ottocentesco, europeo e militarista.

Spero vi piaccia.
Lasciatemi un commento.

Consiglio di lettura Steampunk: Boneshaker

Posted by Il Duca Carraronan on 18 dic 2009 | Tagged as: Libri, Steampunk

Come ho annunciato qui il 16 dicembre, ecco oggi l’articolo per pubblicizzare il libro Boneshaker di Cherie Priest. Mi ero accorto dell’uscita su gigapedia del file scaricabile già la mattina del 17 dicembre, ma ho preferito aspettare qualche ora prima di pubblicare questo articolo, già pronto da due giorni, per concedere l’onore della prima segnalazione all’adorata Gamberetta.

Ci dovrebbero essere quattro buoni motivi per consigliare Boneshaker:
1) è Steampunk in un Ottocento alternativo, con tecnologie più avanzate;
2) è Steampunk chiassoso, avventuroso e pieno di bizzarrie (o così lo spacciano);
3) l’autrice è una che AMA lo Steampunk e non una che spera solo di farci soldi;
4) quattro.

boneshaker
Copertina di Boneshaker: non è male.
 
Cherie_Priest
L’autrice in versione Steampunk
e qui con i capelli blu/viola (lol!)

In the early days of the Civil War, rumors of gold in the frozen Klondike brought hordes of newcomers to the Pacific Northwest. Anxious to compete, Russian prospectors commissioned inventor Leviticus Blue to create a great machine that could mine through Alaska’s ice. Thus was Dr. Blue’s Incredible Bone-Shaking Drill Engine born.

But on its first test run the Boneshaker went terribly awry, destroying several blocks of downtown Seattle and unearthing a subterranean vein of blight gas that turned anyone who breathed it into the living dead.

Now it is sixteen years later, and a wall has been built to enclose the devastated and toxic city. Just beyond it lives Blue’s widow, Briar Wilkes. Life is hard with a ruined reputation and a teenaged boy to support, but she and Ezekiel are managing. Until Ezekiel undertakes a secret crusade to rewrite history.

His quest will take him under the wall and into a city teeming with ravenous undead, air pirates, criminal overlords, and heavily armed refugees. And only Briar can bring him out alive.

I commenti che si trovano in giro sono molto positivi, inclusi quelli di personaggi affidabili come Cory Doctorow:

Cherie Priest’s zombie steampunk mad-science dungeon crawl family adventure novel Boneshaker is everything you’d want in such a volume and much more.
[...]
It’s full of buckle and has swash to spare, and the characters are likable and the prose is fun. This is a hoot from start to finish, pure mad adventure.
(Cory Doctorow su Boing Boing)

Il romanzo in pochissimo tempo è finito tra i migliori libri del 2009 di Publishers Weekly, quinto posto su cinque nella lista “Science Fiction/Fantasy/Horror”, fianco a fianco con un pezzo grosso come China Miéville.
E a quanto diceva l’autrice le vendite stanno andando molto bene.

Ancora prima di cominciare la lettura c’è una cosa che mi ha fatto apprezzare ancora di più l’autrice (a parte che veste Steampunk e si tinge i capelli di strani colori): è una che pare prendere lo Steampunk ottocentesco seriamente.
Una che scrive di bizzarrie e cose strambe non perché non sa nulla del passato (non che sia un genio, eh…), ma per usare il passato come piattaforma per il fantastico. Molto diversa dai tanti (aspiranti o editi) scrittori fantasy che parlano di generici medioevi di cartapesta perché non sanno nulla del medioevo reale (il fantasy come giustificazione dell’ignoranza e non come trampolino per l’immaginazione: che schifo!).
Leggete qui:

As some of you local buffs are aware, I’ve also ignored a couple of major turning points in Seattle’s development: the 1889 fire that destroyed most of the city and the 1897 Denny Hill regrade. Since both of these events took place well after the events of this book (which transpired in 1880), I had a fair bit of leeway when making up my version of Pioneer Square and its surrounding blocks.

For reference’s sake, I used a Sanborn survey map from 1884 to make sure that I loosely, generally followed the likely lay of the land, but heaven knows I went off the rails a bit here and there.

Ergo.

Assuming a much earlier, much bigger population base, it is not altogether outside the realm of reason that some of Seattle’s landmark buildings might’ve been under way in the 1860s, before the wall went up.

That’s my logic and I’m sticking to it.

So there’s no need to send me helpful e-mails explaining that King Street Station wasn’t started until 1904, that the Smith Tower wasn’t begun until 1909, or that Commercial Street is really First Avenue. I know the facts, and every digression from them was deliberate.

Il problema però è che, pur informandosi (quanti autori di fantasy italiano hanno la mentalità per informarsi anche solo sulla mappa storica di una città?), decide di fare poi un po’ troppo come le pare dal punto di vista della credibilità/realismo a quanto capisco leggendo subito dopo questo:

At any rate, thank you for reading, and thank you for suspending your disbelief for a few hundred pages. I realize that the story is a bit of a twisted stretch, but honestly—isn’t that what steampunk is for?

Ok, lo Steampunk sono ANCHE le puttanate, ma se c’è una solida base tecnologica “credibile” è molto meglio, come per tutta la fantascienza o lo science-fantasy (a cui lo steampunk un po’ appartiene) che si rispetti. Puttanate, ma non SOLO puttanate. Speriamo bene e incrociamo le dita…

Potete trovare Boneshaker su gigapedia.

E ora qualche elemento che mi ha fatto subito pensare al videogioco Damnation.
Entrambi sono ambientati in una America in cui la Guerra Civile si è trascinata molto più a lungo che nel nostro mondo. In Damnation ci sono le PSI, industrie d’armi che si sono arricchite vendendo a entrambi gli schieramenti, guidate un pazzo che vuole dominare la “nuova America”… è una cosa così ritardata che sembra pari-pari presa da G.I. Joe: il parallelo con M.A.R.S. e COBRA mi sembra calzante.
Spero che in Boneshaker simili stronzate ci vengano risparmiate. ^_^”
In Boneshaker la piaga degli zombie è dovuta a a un gas rilasciato nell’ambiente. In Damnation gli zombie sono soldati e operai delle PSI, imbottiti di un siero schiavizzante che un po’ per volta li riduce a zombie affamati di carne umana. E, se ricordo bene, in una parte del gioco dicono che il siero viene rilasciato nell’acqua per zombificare la popolazione. Zombificazione tramite avvelenamento in entrambi in casi.
Entrambi sono Weird West, termine sotto cui si colloca anche lo Steampunk (con o senza Horror) nel selvaggio west, come nel gioco di ruolo Deadlands o nel film Wild Wild West.
Entrambi contengono dirigibili e pirati dell’aria (il gruppo di eroi/terroristi anti-PSI di Damnation con la nave volante ha molto dei “corsari dell’aria”).

I vecchi e i malati trascorrono i loro ultimi giorni nelle fabbriche di carne in scatola. Le persone sono importanti per le PSI: niente e nessuno viene sprecato.
(dai megafoni della propaganda PSI nel gioco, LOL!)

Tornando al titolo di Boneshaker: ora lo troverete meno figo. ^__^

 

Royalties, tre scimmie ed Edgar Allan Poe

Posted by Il Duca Carraronan on 17 dic 2009 | Tagged as: Ebook, Editoria

Royalties nel mondo degli eBook
The Society of Authors, società inglese dedita alla difesa degli scrittori dal 1884, ha pubblicato alcune interessanti riflessioni su quale percentuale del prezzo dei libri digitali dovrebbe andare agli scrittori. Il parere non è quindi quello di assoluti sprovveduti come me che non sanno niente del mondo editoriale e non possono capire i costi dietro il libro al di là del solo costo fisico ecc… ecc… la classica stronzata sparata dai dinosauri del cartaceo e da certi loro Artisti leccapiedi, che però si dimenticano di parlare degli invenduti e del magazzino perché se no il popolino bue potrebbe capire come stanno davvero le cose (la potente arma dell’Ignoranza).

Royalties on ebooks should be much higher than they are. Until the economics and scale of the market become clearer, we consider that publishers should share ebook income equally with their authors. In any event we particularly encourage authors to try to negotiate steep increases to their royalties at agreed sales thresholds (as publishers recoup their set up costs). When a book has become well-established, it may be reasonable for the author’s share to rise to as much as 75%. On other forms of electronic access – e.g. rental and pay-per-view – authors should receive at least 50%, preferably nearer 85%, of the publisher’s receipts.

In suggesting these royalties we have taken into account that:
(a) publishers need to cover their overheads and make a profit; but
(b) the direct costs of originating, producing and keeping an ebook ‘in print’ are low (e.g. no printing costs); and
(c) the cost of making an ebook available through a third party distributor such as Amazon is minimal. Publishers’ warehousing and distribution costs are eliminated, as are losses from dealing with returns and unsold stock.

Citano anche Amazon, dove i libri appena usciti costano 9,99$.
Anche considerando tutti i costi dietro il libro anche tolti quelli fisici, fare 50-50 garantirà comunque le spese degli editori e farà loro ottenere il giusto guadagno. Ma, come fanno notare, dopo che i costi fissi saranno stati pagati lo scrittore dovrà ricevere ben più della metà! ‘Sticazzi. Neanche io, che sono un pericoloso estremista no-DRM e quindi Islamico e Comunista, sarei arrivato a tanto. ^_^

Posizione interessante. Chissà se in Italia, dove l’editoria è dominata da brontosauri che si cagano addosso alla prospettiva degli eBook e sperano che non arrivino prima del loro pensionamento, una cosa simile verrebbe accettata. O anche solo il 30-40% di royalties, se non proprio il 50%, finché l’IVA non passerà per gli eBook dal 20% al 4% come è già per i libri di carta. Non è fantascienza che l’IVA possa a breve scendere: in Spagna sono già orientati a dare all’eBook il 4% di IVA, come il cartaceo, al posto del 16% normale, come suggerito proprio dall’Unione Europea nel marzo scorso.
Parlamento italiano, batti un colpo se ci sei…

Non sono degli idealisti, anzi, è gente che guarda al denaro nell’editoria prima di ogni considerazione ulteriore sul “bene comune”, sulla “diffusione della cultura” e su altre cose (per loro) di minor valore: sono fieri sostenitori del Public Lending Right program (che ha forme diverse in base al paese: in alcuni le Biblioteche Pubbliche devono pagare NON a copia detenuta, ma per ogni volta che un libro viene prestato: più la gente legge e più ti costa diffondere la cultura, sigh) e appoggiavano (appoggiano?) posizione vetuste sulla difesa dell’attuale copyright.
Trovate l’articolo intero qui.

 
Le Tre Scimmie dell’Editoria
Ricordate quando si diceva che a non vendere l’eBook si ottiene l’unico risultato che i lettori che vogliono l’eBook e non la carta, non potendolo comprare, si troveranno a doverlo leggere piratato per forza? E io stesso non avevo potuto comprare l’ebook di Boneshaker perché era disponibile (che poi non si capiva nemmeno se fossero legali visto che l’autrice stessa se ne stupì quando gliele ho indicate) solo in formato coi DRM che il mio lettore non può leggere? E comunque i DRM mi fanno schifo in ogni caso e non li voglio.

Sembra stupido basare il proprio business sulla proibizione dell’acquisto.
Se voglio comprarlo in eBook, o tu editore me lo dai e lo pago volentieri o io me lo procuro piratato (e tu non ricevi un soldo). Se lo metti in vendita in eBook magari lo compro settimane prima che venga piratato, perché ho fretta e subisco crisi di acquisto librario compulsivo (come con Boneshaker): quale modo migliore per disinnescare la pirateria che non offrire eBook a basso prezzo (magari marchiati con social-DRM)?

Qual è stata la geniale idea di Simon & Schuster, Hachette e HarperCollins?
Per proteggere le vendite dei costosi cartacei hardcover da 25-35 dollari, hanno deciso di posticipare la vendita degli eBook relativi di alcune settimane o mesi (fino a 6 mesi di differenza). Ovviamente la paura che qualcuno diffonda gli eBook in versione piratata è il motivo principale.

tre_scimmie_editoria

Si dimenticano che già ora i libri cartacei vengono piratati in pochi giorni o addirittura poche ore: quando la Rowling dichiarò il suo odio contro la pirateria e che l’ultimo libro di Harry Potter non sarebbe uscito in eBook, i pirati provvedettero a piratarlo prima dell’uscita ufficiale. Non mancarono le intimidazioni da parti dei legali della Rowling contro chiunque facesse semplicemente sapere che esisteva una copia piratata in giro o parlasse del contenuto del libro prima della data di uscita ufficiale.

Questa volta non c’è proprio nessuna giustificazione possibile: questa mossa non è oggettivamente in grado di aiutarli in nessun modo, anzi, può solo stimolare ulteriormente l’ego dei pirati librari pronti ad ammazzarsi di fatica per rilasciare in poche ore gli eBook dei sicuri bestseller-megaseller appena usciti (i grandi titoli che questi editori vorrebbero proteggere). In più è pericoloso discriminare i possessori di lettori di eBook abituandoli fin da subito a NON comprare per “odio verso gli editori” e a preferire le copie piratate per una questione etica.
E questa è proprio il tipo di mentalità il cui sviluppo gli esperti di settore vorrebbero evitare prima che l’odio contro gli editori, un po’ come era avvenuto contro la case discografiche che criminalizzavano i clienti, distrugga qualsiasi rapporto di fiducia possibile.

La posizione degli esperti di settore è chiara: sono degli idioti.
Ma guardiamo il lato positivo: perlomeno è il segno che stanno cominciando a vedere gli eBook come qualcosa di normale, da integrare nei loro piani editoriali in modo stabile. Sono degli idioti ugualmente, ma potrebbe andare peggio: potrebbero pensare che gli eBook si affermeranno tra 50 anni, come diceva Ferrari della Mondadori, e ignorarli del tutto.

Qualche link a riguardo:
E-book pirates’ new heroes: S&S and Hachette
Stupid e-book delays: HarperCollins joins the un-party
HarperCollins Joins Ranks Of Those Delaying E-Books
Book Publishing Thinks It’s A Darwin Exception!

 
Un autore che avrebbe apprezzato il mondo degli eBook
A proposito delle persone con idee “moderne”, come quelle che vorrebbero usare gli eBook per scavalcare vetusti meccanismi editoriali ed essere liberi di far da soli quando lo reputano necessario: siete in buona compagnia con un signore piuttosto famoso che, se avesse avuto gli eBook, lo avrebbe fatto volentieri. Ma forse qualcuno vi dirà che chi la pensa così è un idiota che non capisce il ruolo insostituibile (sì, come se fosse una legge fisica) dell’Editore.

E_A_Poe
poepublisherquote
“I am resolved to be my own publisher. To be controlled is to be ruined.”
Edgar Allan Poe, lettera a George W. Eveleth del 4 gennaio 1848
Ma in fondo Poe era solo un fesso, no? ^_^

E per finire le vendite di eBook negli USA, ormai appuntamento fisso su Baionette Librarie.
Ottobre ha segnato, come immaginavo, un nuovo record: 18,5 milioni di dollari (il vecchio record era 16,2 milioni a luglio). Le vendite di eBook sono state 3,5 volte più grandi di quelle dell’ottobre del 2008 e segnano un +23,3% rispetto a settembre 2009.
Niente male.

Marstenheim di Angra

Posted by Il Duca Carraronan on 15 dic 2009 | Tagged as: Ebook, Fantasy, Libri

Come avevo accennato nell’articolo dell’otto dicembre, avevo intenzione di fare un po’ di pubblicità a un certo romanzo: Marstenheim di Angra. Ho preferito aspettare che ne parlasse Gamberetta per non toglierle l’onore della prima segnalazione pubblica.

Marstenheim è un romanzo di avventura, Science Fantasy, con una certa originalità nel mettere assieme gli elementi fantastici ben scelti, ma non particolarmente bizzarro. Dovrebbe soddisfare senza problemi anche i gusti di chi non ama le cose troppo bizzarre, pur essendo molto più innovativo del solito fantasy nel solito medioevo-di-cartapesta atemporale. Un onesto Science Fantasy con una spruzzata di influenza dello Zuddas di C’era una volta un computer e di Balthis l’avventuriera nel dipingere un mondo che dall’alto sviluppo tecnologico è precipitato nella barbarie.

L’ambientazione, alla fine ridotta alla sola città di Marstenheim e poco altro (ottima scelta), è un buon miscuglio di elementi diversi. Si nota una certa vena di Warhammer in alcune cose, come negli schieramenti visivamente netti, come sono visivamente molto diversi gli eserciti del wargame: i crociati indossano cotte di maglia, le forza della Repubblica hanno i fucili ad avancarica, gli adoratori dei demoni sono deformi, gli uomini-ratto sono uomini-ratto (ma sono molto più divertenti degli Skaven) ecc… ecc… Non esattamente lo stesso livello di differenza che potrebbe passare tra francesi, prussiani e inglesi nella Guerra dei Sette Anni. Anche se un francese e un ratto, in fondo, non sono molto diversi. ^_^

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“Gya” disegnata da Laura Bagliani

Ho seguito il romanzo, fornendo l’aiuto che potevo dare, da quando Angra ha iniziato a pubblicarlo sul suo sito. L’ho letto complessivamente tre volte prima prima che venisse rilasciato per intero e poi una quarta volta, per individuare gli ultimi refusi (o quelli nuovi, apparsi di fresco) e permettere ad Angra di correggerlo al meglio nei primi giorni dopo la pubblicazione online.
Anche se il lavoro di segnalazione e suggerimenti è stato piuttosto lungo, non è stato pesante: prima di tutto il romanzo è ben scritto e divertente, quindi rileggerlo tre o quattro volte non è stato un problema, e poi la quantità di difetti da segnalare era limitata. Sì, c’erano parecchie piccole cosette da sistemare, ma tutti errorini lievi o questioni di gusto. O sonorità strane, come parole che rimavano in “ano”. Nell’insieme il romanzo era già bello pronto fin dalla prima volta che l’ho letto.

In più Angra ha mostrato l’approccio che un vero autore dovrebbe avere nei confronti dell’editing: stare in silenzio e leggere gli appunti ricevuti, valutando in proprio quanto ricevuto senza ribattere in modo sterile o far polemiche. Un atteggiamento di professionalità e maturità nei confronti dell’opera scritta e del lavoro del collaboratore per l’editing che pochi hanno. La cosa di cui mi sono stupito è che abbia fatto tutto quello che avevo detto. Perlomeno tutto quello che si poteva fare senza stravolgere troppo la storia, che è comunque tanto. Non me lo aspettavo. E non so dire se sia stata una cosa buona o meno. ^_^”

Il punto debole del romanzo è l’inizio. Io stesso l’ho visto come uno scoglio, alla prima lettura. L’inizio non invoglia: i ratti sono simpatici, ma non sono ancora divertenti come Skiapp e compagnia, e per quanto l’evento mostrato sia importante per la trama, non vi è un elevato coinvolgimento emotivo per il lettore o una particolare meraviglia.
Passata la prima scena, il resto del romanzo vola via. Ben scritto e gradevole.

Il finale non mi dispiace.
L’Epilogo in sé lo trovo molto bello, ma nell’insieme il finale anche se ben fatto non dà quella sensazione di oppressione e di perdita che si sente quando finisce qualcosa di “veramente coinvolgente” che ti ha tenuto incollato fino all’ultimo capitolo/episodio.
Ma a questo tornerò dopo.

Angra ha fatto un ottimo lavoro nel correggere il tiro, comunque. La versione precedente era priva di due scene, una d’azione con i soldati (dovreste individuare facilmente dove ho aiutato di più l’autore nel sistemare la primissima bozza della nuova scena) e una coi ratti. Mi sono piaciute molto e sono state una sorpresa: in poche ore Angra ha individuato cosa andava aggiunto e ha provveduto. Un lampo.
Aver inserito quelle scene e averne modificate altre ha permesso di chiudere meglio le vicende in sospeso di alcuni personaggi e, di conseguenza, la vicenda generale della città.

Torniamo al problema di fondo dell’opera, che si ripercuote sul finale.
Marstenheim non è la storia di “un personaggio che fa una cosa”. Me ne sono accorto nel tentativo di sintetizzarlo in una o due frasi per consigliarlo agli amici. La storia non è riassumibile come “la vicenda di un personaggio”, ma solo come “la vicenda di una città in cui passano dei personaggi”.
Lo stesso utilizzo di POV usa-e-getta, come il maggiore Drong, testimonia che l’interesse principale è nel dare un affresco delle vicende della città più che delle vicende di un singolo protagonista.
Non è come Rambo che in entrambe le versioni, film e romanzo, è la storia di un reduce distrutto dalla guerra e incapace di tornare alla vita civile perché il mondo civile per primo è ostile (la vicenda di una persona che si conclude per intero nella sua “morte/ritorno dal colonnello come simbolo del mondo militare” -in base alla versione-).

Anche le Cronache del Mondo Emerso sono riassumibili in poche frasi su Nihal e questo è un grosso punto di forza. Fin dal primo libro si capisce che è la storia di Nihal: una ragazza in un mondo in guerra scopre di essere l’ultima superstite di un genocidio e cerca vendetta contro i Kattivi.
Non un generico gruppo di eroi che parte per salvare il mondo “tanto per” contro un cattivo “perché sì”: una vicenda personale che esige vendetta di persona. Metterla sul personale è una buona idea. Poi, ok, la vicenda è una stronzata e il Kattivo è un ritardato, ma quanto meno si può sintetizzare dal punto di vista di un personaggio.

Qual è il problema di non essere la “storia di un personaggio” e basta?
Prima di tutto che è più difficile costruire un legame emotivo in poco spazio. Nelle Cronache del Ghiacco e del Fuoco è vero che non c’è la vicenda di un singolo personaggio, ma la mole di vicende ben legate permette di costruire delle aspettative/simpatie per i vari POV-Char (Tyrion in particolare), permettendo al lettore di sviluppare preferenze dinastiche e di fare il tifo per un personaggio e/o famiglia o per l’altro. E in più le vicende generali (la guerra civile) sono chiare e si riassumono facilmente, magari con un improprio paragone con la Guerra delle Due Rose.

In Marstenheim ci sono troppi personaggi e troppo poco tempo per affezionarsi davvero a qualcuno. Il personaggio che può riscuotere maggiore simpatia e una sorta di affetto è Skiapp, che ho adorato, ma non ho visto della vera concorrenza da parte di Aix o di Carmille o di altri. Senza affetto è anche più difficile provare sofferenza nel distacco dall’opera, al suo termine. Skiapp e gli uomini ratto forniscono anche il necessario elemento di comicità per sdrammatizzare, motivo in più per cui il lettore potrebbe simpatizzare per loro.

Un romanzo che vi consiglio di leggere per le feste.

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Popoffka: le cannoniere circolari russe

Posted by Il Duca Carraronan on 12 dic 2009 | Tagged as: Marina e Navi, Steam: a Vapore!, Storia Militare

Pensavo che la mitragliatrice a vapore fosse una bizzarria conosciuta, ben nota ai veri amanti dello Steampunk o dell’Ottocento. Mi ero sbagliato: non la conosceva praticamente nessuno, neppure tra gli appassionati di oplologia.
Questa volta però parlerò di qualcosa che è veramente molto nota, pur essendo una stramberia che si ricorda per la sua stupidità e non per aver precorso i tempi con qualche intuizione geniale: le cannoniere circolari “popoffka”, costruite e sperimentate dai Russi tra il 1871 e il 1879.
Un Epic Fail la cui eco rimbomba nella storia militare da 130 anni.

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Cannoniera circolare NOVGOROD, una delle due “popoffka”

Definire che tipo di nave fossero le popoffka non è semplice. Lo stesso termine “cannoniera”, che io ritengo il più valido per descriverle, è stato usato per imbarcazioni molto diverse nel corso dell’Ottocento. La cannoniera (gunboat) del periodo napoleonico era una barca con un singolo cannone a poppa (o due: uno a prora e uno a poppa), ideata per massimizzare il volume di fuoco pur non disponendo di velieri adeguati su cui montare i cannoni. A metà Ottocento divenne una nave di dimensioni maggiori, più simile a una batteria galleggiante in alcuni casi, ma già con altri nomi aggiuntivi a confondere le acque (li vedremo tra poco). Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la cannoniera divenne semplicemente una nave da guerra di dimensioni modeste e con un numero ridotto di cannoni, per motivi di spazio, ma senza un aspetto esteriore particolarmente “diverso” da quello di altre navi più grandi.

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Quattro cannoniere norvegesi affrontano la HMS Tartar inglese
nella Battaglia di Alvøen del 1808 (episodio della Guerra delle Cannoniere)

Il problema è che le popoffka erano molte cose: erano corazzate, erano cannoniere ed erano monitori. Ognuna di queste tre classificazioni descrive un loro aspetto: nessuna delle tre è sbagliata e difatti tutte vengono utilizzate. Non voglio dilungarmi troppo sulla marina militare del periodo o sulle sue evoluzioni, magari tornerò in futuro a parlare di pirofregate, corazzate e altro ancora, per cui cercherò di sintetizzare il più possibile le informazioni sul contesto storico in cui si svilupparono le popoffka.

Dopo la Guerra Civile Americana il mondo della marina militare era spaccato in due: da una parte i sostenitori della HMS Warrior, dall’altra quelli dell’USS Monitor. La prima era alta, stretta e lunghissima (127 metri), mentre la seconda era bassa, larga e corta (52 metri).
La Warrior quando apparve nel 1861 era la più grande, veloce e corazzata nave da guerra che il mondo avesse mai visto: due volte più grande della pirofregata corazzata francese rivale, La Gloire.
Il Monitor del 1862 era una nave piccola, con appena due cannoni nella torretta (l’unica parte che sporgeva dall’acqua abbastanza da offrire un buon bersaglio), ma poco adatta a combattere in mare aperto.
La Warrior era veloce (17,5 nodi, pari a 32,4 km/h, unendo l’effetto di vele e motori a vapore) e potente, ma lenta da manovrare a causa della grande lunghezza.
Il Monitor era più lento (8 nodi), ma era agile, compatto e in grado di speronare navi più grandi e goffe come le corazzate a casamatta confederate (che a loro volta, come “arieti navali”, speronavano di gusto i velieri e le pirofregate).
La soluzione ideale stava nel mezzo, come dimostrarono le navi da guerra del decennio successivo alla Guerra Civile Americana.

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USS Monitor

I piccoli monitori avevano molti difetti (corazzature dello scafo spesso inadeguate, torri che ruotavano con difficoltà, scarsa capacità di navigare in mare aperto, velocità non eccezionale), ma la semplicità delle loro forme stimolò molto gli architetti navali: navi tozze e stabili, che ricordano delle zattere. La loro “novità” portò alcuni dementi progettisti a estremizzare le caratteristiche di stabilità della forma a zattera.

Sir Edward James Reed (direttore delle Costruzioni della Royal Navy britannica dal 1863 al 1870) criticò l’eccessiva lunghezza della Warrior che la rendeva difficile da manovrare in combattimento. Secondo Reed le nuove navi da guerra dovevano essere molto più corte, un po’ più larghe e soprattutto senza alberi per diminuire il rollio e aumentare al massimo la stabilità. Aveva perfettamente ragione: le sue idee erano valide, sensate e rivolte al futuro invece che radicate nel passato. Peccato che non tutte le sue idee fossero così buone, come vedremo tra poco.

L’idea di ridurre la lunghezza e aumentare la larghezza della navi piaceva molto agli esperti degli anni 1860-1870: non solo avrebbe migliorato la stabilità e la manovrabilità, ma avrebbe anche alleggerito la nave perché il perimetro della scafo da corazzare di una nave “tozza” (a pari area) sarebbe stato minore rispetto a quello di una nave più lunga e stretta. Reed portò questo ragionamento alle estreme conseguenza: il cerchio.

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Sir Edward James Reed, l’architetto navale John Elder e il Vice-Ammiraglio Popoff
il trio del male delle corazzate circolari

Questa geniale idea entusiasmò un costruttore privato, John Elder, e l’occasione per costruire sul serio delle navi circolari gli venne offerta dal Vice-Ammiraglio russo Andrey Alexandrovich Popoff (o Popov, in base alla trascrizione preferita).
Dopo la Guerra di Crimea, con il Trattato di Parigi del 1856, era stato proibito alla Russia di possedere una flotta da guerra nel Mar Nero (per evitare un’ulteriore aggressione al moribondo, ma necessario per la stabilità politica dell’Europa, Impero Ottomano). L’Ammiragliato russo, di conseguenza, temeva di subire un’aggressione britannica nel Mar Nero devastante come quella del 1855 nel Mare di Azov che aveva portato alla distruzione della fortezza di Kinburn. Non potendo disporre di una flotta da guerra, perlomeno i russi volevano dotarsi di una flotta pesantemente corazzata e armata per la difesa costiera. Una flotta da difesa invincibile in grado di assicurare alla Russia la necessaria protezione, pur senza violare il trattato.

Nel 1870 Popoff fece costruire un vaporetto circolare del diametro di appena 24 piedi (7,3 metri) per effettuare test più concreti di quelli fatti fino a quel momento e per convincere l’Ammiragliato a realizzare una flotta di dieci corazzate circolari per difendere lo stretto di Kerch e la foce del Nipro.

I russi nel Mar Nero soffrivano di fondali bassi (anche solo cinque metri nelle zone che volevano difendere) il che rendeva automaticamente interessante l’uso di monitori a basso pescaggio (che infatti sono navi fluviali o, al più, adatte alla difesa costiera), dotati di torretta coi cannoni. La forma circolare sembrava la migliore per avere il massimo della corazza e il massimo della potenza di fuoco, ma con un pescaggio minimo. L’idea dei “fortini galleggianti” in grado di sparare in ogni direzione piacque, ma era troppo costosa per cui si decise di metterne in cantiere solo due: la Novgorod (varo nel 1873) e la Vice-Ammiraglio Popoff (varo nel 1875), più grande, che fu chiamata così in onore del suo ideatore (inizialmente era la Kiev).

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novgorodonsliprear Popovkas Vice-Admiral Popov (1875) and Novgorod at the Sevastopol x20090
La Novgorod, da una incisione sul legno del 1876, e altre immagini

Guardando le immagini potete ben capire perché, tra i tre termini disponibili, ho preferito usare “cannoniere”.
Quando si parla di corazzate (Ironclad o Iron-clad) si intende, per l’epoca di riferimento delle popoffka, una “cannoniera corazzata” (il nome esatto infatti è Ironclad Gunboat) come le “corazzate a casamatta” della Guerra Civile Americana: qualcosa a metà strada tra la cannoniera e la batteria galleggiante, con una pesante protezione di metallo che difende i cannoni.
Quando si parla invece di monitori (monitor), detti anche “cannoniere corazzate a torri” (o “corazzate a torri”), si intendeva una nave corazzata che, al posto della casamatta difensiva piena di cannoni, aveva solo un numero ridotto di pezzi (uno o due) per ogni torre girevole pesantemente corazzata.

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Una cannoniera corazzata a casamatta, la USS Cairo (1861)

Nelle popoffka i due cannoni erano disposti in una barbetta (il parapetto difensivo in ferro da cui sporgevano) che fungeva da piattaforma corazzata (i cannoni avevano affusti propri e un meccanismo per girare e puntare su bersagli distinti o sullo stesso), ma l’ulteriore caratteristica tipica dei monitori, ovvero la torre corazzata che difende i cannoni, è meno accentuata: la barbetta protegge bene gli artiglieri, ma il cannone risulta un po’ scoperto perché deve tirare oltre il bordo. Sono di sicuro più simile ai monitori che alle corazzate precedenti.
In inghilterra le popoffka sono conosciute soprattutto come circular iron-clads (cyclads) e a me non dispiace affatto chiamarle “corazzate circolari”, ma per una questione di precisione preferisco usare la definizione di “cannoniere circolari”.

La Novgorod aveva un diametro di 101 piedi (30,8 m) e un pescaggio massimo di 12 piedi e 6 pollici (3,8 m). La corazza del bordo si estendeva dal limite del ponte, 1 piede e 6 pollici (45,7 cm) sopra la linea di galleggiamento, fino a 4 piedi e 6 pollici (1,37 m) sotto la linea di galleggiamento. L’armatura del bordo corazzato era spessa 9 pollici (22,8 cm) nei 3 piedi superiori e 7 pollici (17,8 cm) nei 3 piedi inferiori. Lo scafo in legno dietro la corazza era rinforzato con pesanti traversine di ferro cave, a loro volta piene di legno. Lo scafo in legno, come ulteriore protezione prima della cintura corazzata interna, era spesso 27 pollici (68 cm) nel punto massimo ed era rivestito con lastre di rame (per proteggerlo dall’acqua).
Il ponte aveva un’armatura spessa 2,75 pollici (7 cm) e nel punto più alto si trovava 5 piedi e 3 pollici (1,6 m) sopra la linea di galleggiamento. La barbetta era alta 7 piedi (2,1 m) ed era protetta da un’armatura spessa 9 pollici (22,8 cm).
Le ciminiere erano protette nei primi 3 piedi di altezza da 4,5 pollici (11,4 cm) di armatura.
La Novgorod era armata con due cannoni rigati a retrocarica da 11 pollici (280 mm, con canna lunga 20 calibri) disposti su affusti distinti nella barbetta che permetteva un puntamento a 360 gradi. Successivamente i due pezzi da 11 pollici vennero sostituiti con due cannoni rigati ancora più moderni da 8 pollici (203 mm).
Le armi secondarie erano due pezzi da 88 mm e due pezzi da 2,5 libbre, oltre a qualche torpedine (da intendere col significato dell’epoca: come mina marina galleggiante e non come siluro).
Aveva un dislocamento di 2491 tonnellate (2706 a pieno carico) ed era spinta da un motore a vapore a pistoni con 6 alberi (ci sono sei eliche, tre a destra e tre a sinistra del timone) con 8 caldaie cilindriche, per un totale di 3000 cavalli (ihp, indicated horsepower). La velocità nonostante l’enorme potenza era scarsa, appena 7 nodi massimi (13 Km/h, in realtà mai raggiunti), per cui si decise di ridurre gli alberi a 4 (eliminando le due eliche più esterne e due caldaie) e i cavalli a 2000, ottenendo così una velocità massima “reale” poco inferiore, 6 nodi (11 Km/h), ma un notevole risparmio in carbone.
Portava 160 tonnellate di carbone.

La Vice-Ammiraglio Popoff era molto simile, ma un po’ più grande: il diametro dello scafo era 120 piedi (36,5 m) e il pescaggio massimo era 13 piedi e 6 pollici (4,1 m). La cintura corazzata era dotata di un secondo strato di armatura spessa 7 pollici (17,8 cm), separato dal primo da 4,5 pollici (11,4 cm) di legno. Anche la barbetta era più spessa di 7 pollici, per un totale di 16 (40,6 cm).
Il ponte era corazzato con 3 pollici di armatura (7,6 cm) e i due cannoni rigati a retrocarica erano da 12 pollici (300 mm, sempre canna lunga 20 calibri). Le armi secondarie erano otto pezzi da 88 mm e due cannoncini a canne rotanti da 1 libbra (quasi sicuramente Hotchkiss da 37 mm a cinque canne)
Aveva un dislocamento di 3550 tonnellate (3990 a pieno carico) ed era spinta da un motore a vapore da 4500 cavalli per garantire una velocità massima teorica di 8,5 nodi (15,7 km/h, anche questi mai raggiunti), ma poi, come nel caso della Novgorod, venne ridimensionato togliendo due eliche e due caldaie e riducendo la potenza a 3066 cavalli (velocità massima reale di 6 nodi, 11 Km/h).
Portava 170 tonnellate di carbone.

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Mitragliera/Cannoncino meccanico Hotchkiss da 37 mm a cinque canne rotanti

Lo scafo relativamente leggero e la forma circolare che favoriva uno scarso pescaggio permisero di abbondare con l’armatura, come visto: ben il 20% del dislocamento della Novgorod e il 34% di quello della Vice-Ammiraglio Popoff.

Nel 1871 vennero messe in cantiere a San Pietroburgo, poi le parti furono trasferite nel 1873 ai cantieri Nikolaeff, sul Mar Nero, per montarle. Reed stesso venne a vederle nel 1875 (anno di completamento della seconda, la Popoff).
Gli architetti navali d’Europa erano incuriositi da questo bizzarro e costoso esperimento, ma a parte Reed e pochi altri, la maggior parte degli esperti (Barnaby, White) ritenevano che sarebbe stato un fallimento. E anche persone meno qualificate, come i costruttori delle navi nel cantiere russo (o come qualsiasi persona di buon senso, anche senza esperienza navale), pensavano che l’idea di una nave circolare a fondo piatto fosse una colossale scemenza.
Alla fine le due popoffka vennero condotte alle foci del Danubio per una prova in acque fluviali (mi pare nel 1875 o nel 1876). Riuscirono a risalire la corrente in modo adeguato, ma quando si trattò di tornare indietro fu un disastro!

Cominciarono a ruotare su sé stesse e da una riva all’altra come tronchi fluitati, senza che le macchine potessero farle governare.
(”The British Navy”, volume I, pag. 194)

Nel 1879 la Vice-Ammiraglio Popoff compì la traversata Sebastopoli-Batum col granduca Costantino a bordo, alla velocità non entusiasmante di appena 6 nodi (11,1 Km/h), ma in fondo si trattava solo di andare dritta (cosa che le popoffka sanno fare). Considerando che Sebastopoli si trova in Crimea e Batum nell’attuale Georgia, e in mezzo ci sono 750-800 Km di Mar Nero, potete immaginare che il viaggio non sia stato esattamente rapidissimo: 70 ore almeno?
Ciliegina sulla torta, poco dopo che il granduca fu sbarcato la nave decise di andarsene di traverso per i fatti propri e si incagliò con tanta ostinazione che ci vollero quattro piroscafi per trascinarla fuori e rimetterla a galla. In fondo il viaggio era finito: perché non tornare a fare quello che le piaceva di più, ovvero sbandare come un’ubriaca e finire incagliata? ^_^

William Henry White, uno dei noiosi uccellacci del malaugurio che non capivano l’Arte Geniale insita nelle navi circolari amate da Reed (qui viene bene un parallelo con gli scrittori montati che disdegnano le regole e poi si lamentano che nessuno li capisce), aveva già spiegato chiaramente che l’enorme inerzia della nave, unita al fondo piatto (minima resistenza laterale da parte dell’acqua), avrebbe impartito un moto circolare alle popoffka non appena si fosse toccata la barra per farle manovrare. Dritte potevano andare, ma era meglio che evitassero di modificare la rotta se non in modo estremamente blando.

Reed, messo di fronte alla Crudele Realtà, si difese dichiarando che in fondo si trattava di navi adatte alla acque basse e a un servizio costiero, come “cittadelle marine a vapore”, quindi non era grave che fossero incapaci di muoversi in modo decente.
Erano troppo lente per opporsi alla corrente del Nipro e non potevano nemmeno girarsi correttamente. Il rapporto dell’ammiraglio Tchikatchoff al granduca fu chiaro: fallimento completo.

Comunque, a parte i famosi Reed ed Elder, vi furono anche altri fessi (fortunatamente casi rari) che nel 1876-1879 continuarono a proporre l’idea della nave circolare come difesa costiera sotto forma di “cittadella galleggiante”. Ne riporto uno.

Per disporre di una efficiente flotta per la difesa costiera, noi dovremmo, a mio parere, avere quattro corazzate circolari di prima classe (circa 8500 tonnellate), per il Tamigi e i porti del Sud; sei corazzate circolari di seconda classe (circa 5000 tonnellate) da stazionare in altri porti del Regno Unito; e trenta cannoniere della classe “Cometa” suddivise lungo la costa, dove più necessario. A queste, andrebbero aggiunte delle torpediniere, quando ne verrà introdotto un tipo veramente valido.
(Comandate Noel, dal saggio “On The Best Types of War-Vessels for the British Navy” del 1876, citato in “The British Navy”, vol. III)

E infine il parere di un esperto italiano dell’epoca.

Il vantaggio della forma di queste navi, consiste in ciò che essa permette un pescare minimo con uno spostamento massimo, quindi grandissima potenza di corazza e di cannoni le sono applicabili; ma per contro offrono tali inconvenienti da rendere molto problematica se non la loro assoluta utilità, per lo meno l’efficacia dei loro mezzi d’offesa. Infatti l’accesso difficilissimo dell’acqua ai propulsori le rende incapaci di grandi velocità, quindi assenza di sperone, mentre possono essere facilmente raggiunte dallo sperone di un qualsiasi nemico più rapido, al quale non possono sfuggire, in alto mare, in nessuna maniera.
(Ingegner Boccardo, 1880, in “Enciclopedia delle Arti e Industrie”, vol. II, pag. 941)

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Sir William Henry White, Direttore delle Costruzioni dell’Ammiragliato dal 1885 al 1901,
e segretario di Reed fino al 1870: un ometto materialista che non capiva l’ARTE
della navi circolari!
(^__^)

Conclusione
L’esperienza delle popoffka insegnò agli architetti navali che non bisogna fissarsi su un singolo aspetto strambo nel design di un nave, estremizzandolo fino a surclassare tutti gli altri aspetti tradizionali e “sicuri”. Il risultato dell’estremismo progettuale fu una nave retrograda, incapace di manovra, come se l’arte nautica fosse tornata indietro di millenni.
All’epoca i test sui modelli erano ancora un lusso nuovo, nato negli anni 1860, ma costruire un modello anche solo “abbozzato” della Novgorod prima di produrla avrebbe dimostrato che non era possibile manovrarla in un fiume e men che meno in mare aperto (a meno di non puntare, con molta fortuna e il mare piatto, solo da andare diritti). Nel 1974 venne realizzato un modello in scala della nave, funzionante, e venne effettuato un test non esattamente scientifico, ma con una buona approssimazione e fattibile anche nell’Ottocento: il modellino dimostrò tutte le debolezze della nave reale. Avrebbero potuto farlo anche nel 1873, prima di sprecare soldi. Fortunatamente ne costruirono solo due.
Una cosa però si può dire: quando si tratta di girare a 360 gradi, lo sanno fare! ^_^

Dal punto di vista scientifico era banalmente ovvio già all’epoca (e Reed era un coglione a non esserci arrivato, ma gli altri lo avevano capito) che una forma circolare offre una fortissima resistenza contro l’acqua (form drag al 90%, contro il 10% di una forma a dardo: di peggio c’è la nave quadrata e quella triangolare che avanza contro un lato).
Gli stessi russi si accorsero che l’enorme potenza del motore non contribuiva molto nel renderla più manovrabile o veloce, e difatti esclusero le eliche laterali e ridussero la potenza. Lo scarso pescaggio unito al fondo piatto le rendeva incontrollabili: l’armamento e l’armatura più pesante del mondo non servono a molto se le navi non sono in grado entrare in azione quando richiesto, in modo rapido e affidabile, che è il “requisito minimo” nella guerra navale.
Le due navi fecero parte della Flottiglia del Danubio durante la Guerra Russo-Turca del 1877-1878, poi relegate a “Difese Costiere Corazzate” nel 1892 e infine nel porto di Sebastopoli a fare le navi cargo nel 1903. Vennero smantellate nel 1912.

A parziale discolpa di Popoff possiamo ricordare che le navi che aveva immaginato non erano fatte per una guerra navale tradizionale e che i limiti in cui dovevano operare erano molto forti (tra pescaggio scarso e il non poter essere navi da guerra vere e proprie): se parte dei loro limiti fosse stata superata, ad esempio con una forma meno sferica per tagliare meglio l’acqua a prora e a poppa, avrebbero potuto svolgere in modo più che dignitoso il loro compito.
In ogni caso la sua carriera proseguì in modo soddisfacente.

Per quanto riguarda l’architetto navale John Elder, sostenitore fin dagli anni 1860 delle navi circolari, ebbe ancora un’occasione nel 1879 per mettere in pratica il proprio fetish navale con un design “quasi circolare”. Lo Zar Alessandro II aveva bisogno di un nuovo yatch imperiale “Livadia” perché il precedente (con lo stesso nome) era affondato pochi mesi prima. Sfortunatamente lo Zar soffriva di mal di mare, il che rendeva difficoltosa la realizzazione di una nave che fosse assieme molto grande, lussuosa, in grado di raggiungere la velocità massima di 15 nodi e capace di tenere decentemente il mare aperto. Il costruttore avrebbe guadagnato in percentuale sul costo del vascello, ma in caso di violazione delle specifiche ci sarebbero state pesantissime multe (non volevano un secondo caso popoffka: la nuova nave doveva poter navigare diritta nel passare in rassegna la flotta!)
John Elder, nei suoi cantieri scozzesi, la realizzò nel 1880. Per ottenere il massimo della stabilità partì dalla forma circolare e poi la modificò, allungandola a prora e a poppa. La potenza dei motori, 12mila cavalli, venne scelta dopo un attento studio del modellino in scala 1/10. Il “Livadia” fu una nave strana, ma estremamente lussuosa, con velocità di punta in condizioni ottimali di 17-18 nodi.
In mare aperto, senza onde alte, si comportò bene. Sfortunatamente soffrì molto le onde alte otto metri quando finì per tre giorni e tre notti in una brutta tempesta al largo dello Golfo di Biscaglia: la nave, danneggiata, se la cavò, ma la sensazione provata dagli ospiti a ogni onda era di starsi sfracellando contro le rocce, colpa del profilo ancora troppo tondeggiante e del fondo ancora troppo piatto che faceva sentire tutta la violenza dell’impatto con l’acqua. Con uno scafo circolare, come fece notare il capitano Verkhovsky del comitato scientifico russo che scortava la nave dalle acque britanniche al Mar Nero, diminuire la velocità come si faceva con le altre navi non aiutò affatto: l’effetto era uguale a 2,5 nodi come a 8 nodi.

 


Fonti principali per le Popoffka:
The British Navy, vol. III (pag. 51-53 e 496-510), 1882, di Sir Thomas Brassey.
The World’s Worst Warships (pag. 26-29), di Antony Preston.
La Marina da Guerra (pag. 64-65), di Giovanni Santi-Mazzini.
Naval Science, vol. III (pag. 1-4), 1874, trascritto da Lars Bruzelius qui.
The British Navy, vol. I (brano tradotto e riportato in La Marina da Guerra).
Enciclopedia delle Arti e Industrie, vol. II (brano riportato in La Marina da Guerra).

Il Vendicativo Dio del Tetris

Posted by Il Duca Carraronan on 08 dic 2009 | Tagged as: Filmati vari, Novità sul Sito

Non resisto: sto lavorando a degli articoli più seri (e mi sto massacrando di informazioni sui proiettili armor-piercing per il puro LULZ), ma devo pubblicare questo video di College Humor sul Dio del Tetris. ^_^

Quando comincia a chiamare il tetramino “I” è incredibilmente Ducale.

 
Andamento delle visite e prossimi articoli
Guardate la tabella (equivalente internet di “Giochiamo a chi ce l’ha più grosso”):

statistiche_inizio_dicembre_1015

Il record è 1015, con un numero di pagine per visitatore ancora accettabile. E sopra la media di altri siti con un buon numero di visitatori (non i Forum però) che conosco: spesso è più vicina al due che non al due e mezzo o tre. Le statistiche parziali di oggi sono delle 16:00 quindi è probabile che a fine giornata starò attorno ai 1000 visitatori.

La differenza rispetto ai 500 utenti giornalieri precedenti è tutta dovuta ai visitatori giunti da Google Images. La massa apre due pagine (immagino sia dovuto all’accesso cliccando sul link per far sparire il frame), per cui mi abbassano la media di visitatori complessive. Più rari quelli che non cliccano, visitando solo la pagina nel frame, ma meno rari di quelli che visitano anche l’index del sito facendo tre pagine o quattro.
Non è pubblico di “qualità”, nel senso che chi fruga Google Images è facile che ignori i testi e prenda solo le immagini, ma comunque è sempre meglio che non averli.

In fondo qualcuno il sito lo visita per davvero. O magari ci tornerà in futuro.
Quanti bei siti ho scoperto io usando Google Images? Decine e decine. Una buona fetta, credo quasi la metà, di quelli sulle armi che popolano i miei segnalibri di Firefox.

Non ci sono particolari keyword singole a trainare le visite: si tratta di una distribuzione a tappeto sulle varie immagini degli articoli. La gente arriva per keyword di ogni tipo: moschetti, fatine, elfe, futanari, “Adhara + Stoya”, lettori di ebook, battle of Pavia, armatura gotica, natale immagini porno, fucile ferguson ecc…

Quello che cercava “figure professionali campo balistico” su Google temo che sarà rimasto deluso all’apparire delle Elfe Futanari con mazze di 30 centimetri… ^__^”"

Tra pochi giorni metterò un articolo un po’ più interessante di questo.
Ci sono un sacco di cose di cui devo parlare, con articoli più o meno lunghi, e vorrei anche fare un po’ di pubblicità a un certo romanzo, ma prima finirò di leggerlo per la quarta volta (o quel che è) e magari aspetterò che una certa persona ne parli prima di aggregarmi, così linkerò direttamente il suo intervento.

Voi intanto ricordatevi di fare un Regalo di Natale al Duca.
Sono preferiti i link in discussioni a tema in forum ben trafficati, mini-recensioni di Baionette Librarie sui vostri blog (o altri modi per darmi visibilità) e l’utilizzo massiccio della funzione “Condividi su Facebook“, ma se non vi viene in mente un modo diverso per manifestare il vostro gradimento potete anche darmi qualche euro da investire in alcool.
O spedirmi le vostre mutandine usate, mie adorate fan.
^___^

Fai un Regalo di Natale al Duca!

Posted by Il Duca Carraronan on 04 dic 2009 | Tagged as: Vita del Duca

Natale si avvicina e il Duca è stato tanto cattivo…
Nessuna Babba Natale sexy verrà a visitarlo se non sarai tu a mandarla! *__*

Ti piacciono gli articoli di Baionette Librarie e vuoi dare un paio di euro in segno di apprezzamento? Ora puoi effettuare una donazione per sostenere il costoso stile di vita del Duca a base di superalcolici, privé con le spogliarelliste e manuali sulle armi!
Il Duca ha bisogno di te: mandagli Babba Natale in modo che possa molestarla! ^_^

Babba_Elfa_Natale_Ducale

Clicca sul pulsante e dona!

Non si ottiene in cambio nulla facendo questa donazione.
Non otterrete l’accesso a qualche area riservata del sito né contenuti extra, ma se le migliaia di ore spese dal Duca su Baionette Librarie (per creare gli articoli, mantenerlo e rispondere ai molti quesiti giunti via eMail) negli ultimi due anni ti hanno regalato un servizio gradito ora puoi manifestare il tuo apprezzamento facendo TU un regalo al Duca.

Donazione consigliata: 2-4 euro.
Se donerete una cifra maggiore il Duca sarà molto felice, ma siete liberi di valutare come preferite quanto vale per voi il servizio fornito da Baionette Librarie e dal Duca.

Potete donare traendo i fondi direttamente dal vostro saldo Paypal o tramite carta prepagata (es: Postepay) o con carta di credito (anche come fonte interna di un conto Paypal con i fondi azzerati). Ci sarà una spesa di gestione della transazione pari al 3,4% + 0,35 euro fissi.
Questo è il motivo per cui è meglio donare 2 euro invece di 1 euro: una percentuale ben maggiore di denaro arriverà al Duca invece che a Paypal.

Se mi donerete 5 euro berrò una birra e poi rutterò in vostro onore. Più soldi offrirete e più birre e/o cognac berrò. Se saranno abbastanza vi ringrazierò pisciando contro un muro e urlando “Vaffanculo!” nella notte. Forse.
Con 50 euro farò un privè con una spogliarellista russa.
Saranno soldi ben spesi e il loro uso verrà documentato dopo le feste.
Donate! Donate! Donate! ^____^

Proposta di regalo alternativa (gratis)
Invece di mandarmi dei soldi, per ogni euro che volete donare convincete un appassionato di armi/steampunk/ebook a visitare Baionette Librarie e assicuratevi che gli sia piaciuto. Insomma, attirate gente che potrebbe tornare a leggere in pianta stabile.

Oppure parlate del sito appena possibile, nei vostri blog (potete regalare una mini-recensione invece di 5 euro) o nei forum che visitate, rimanendo a tema (niente Spam): se in un post qualcuno parla di archi o di armi da fuoco, unitevi alla discussione e mettete i link dei miei articoli. I link nei siti giusti, in argomento, valgono molto più di qualche euro.

Fate conoscere il sito ogni volta che potete.

Steampunk Exhibition a Oxford

Posted by Il Duca Carraronan on 03 dic 2009 | Tagged as: Steampunk

Appunto prima dell’articolo vero e proprio.
Il 30 novembre siete venuti su Baionette Librarie in 553 e ho urlato “record!”. Il giorno dopo siete venuti in 621 e mi avete costretto a correggere il record. E fin qui mi va anche bene, ma ora mi avete rotto le palle: possibile che ieri dovevate proprio venire in 714 costringendomi di nuovo a dichiarare che il record è cambiato?
Non faccio in tempo a dire una cosa che mi dovete venire a smentire!
Mi volete far aver ragione per una settimana almeno o continuerete a darmi torto?
Il record è 714. Punto. Non costringetemi a cambiarlo.
Per punizione un articolo anche oggi. ^____________^

Questo articolo lo volevo fare da un bel po’, da quando avevo visto le foto dei ritardati degli artisti steampunk coinvolti, qualche settimana prima che la mostra iniziasse. Poi, tra una cosa e l’altra a tema eBook, è passato tutto ottobre e novembre senza che ne parlassi.

Oxford_Steampunk_rowd_small
Mostra vivente sui danni della droga Gli Artisti Steampunk

Ok, i siti dedicati veramente allo Steampunk sono ben altri che non il mio quindi chi poteva essere interessato alla notizia ne avrà sentito parlare sui siti “di settore” (la notizia è rimbalzata ovunque, con debita capatina su Boing Boing), ma mi sarebbe piaciuto lo stesso partecipare al rimbalzo mediatico come faccio con le notizie a tema eBook. Cercherò di dedicare più spazio allo Steampunk in futuro.

In questi mesi (13 ottobre 2009 – 21 febbraio 2010) è in corso una mostra dedicata alle opere Steampunk “tridimensionali” presso il Museum of the History of Science dell’Università di Oxford. È la prima esibizione mondiale di arte Steampunk in un museo. Le opere in mostra sono fondamentalmente divise in due categorie: roba funzionante rifatta secondo l’estetica Steampunk (orologi, lampade ecc…) e roba di “fantasia” o di ispirazione storica Steampunk (sculture, boiate varie…).

Oltre all’esibizione pura e semplice di opere ci sono anche una serie di eventi collegati, come la serata del 7 dicembre 2009 dedicata ai film Steampunk.
Godetevi il video di presentazione e le foto.

 
Occhio_Dr_Grim_small oxford-museum-steampunk-exhibition-manifesto_small
Questo aggeggio (opera del Dr. Grymm) mi ispira deliziose idee SteamFantasy…
 
maschera_small braccio_steampunk_small
“Luke, sono tuo padre…”
Il braccio meccanico mi fa cagare a spruzzo

 
Albert_minette_small cosmonaute_small
Due opere di Stephane Halleux: “Albert Minette” e “Cosmonaute”.
Mi sembrano Stanlio e Ollio Austronauti Steampunk…

 
pet_robot_small Azzy_small
Il Pet Robot di Stephane Halleux e l’artista (sigh) Azzy

Altre foto qui, qui e qui.
E qui c’è un piccolo fumetto per spiegare lo Steampunk ai visitatori del museo.

Tutto ciò mi piace molto.
C’è il tipo di Retard Pseudo-Ottocentesco che adoro.
Sento il cervello colarmi dalla orecchie…

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