febbraio 2010
Archivio del Mese
Archivio del Mese
Posted by Il Duca Carraronan on 26 feb 2010 | Tagged as: Film e TV, Steampunk
Gli spunti Steampunk di questa volta sono due cortometraggi: uno intero e un trailer.
Il primo è La Main des Maîtres, corto francese, vincitore a fine 2009 del Deffie Award for Best HD Animation e già proiettato nei festival di mezzo mondo, inclusi l’Imaginaria Film Festival e lo Science+Fiction, entrambi in Italia. È inutile ricopiare le brevi e vaghe descrizioni che appaiono nei siti: dura quattro minuti, guardatevelo direttamente.
Ho messo la versione trovata su YouTube perché ci sono i sottotitoli in inglese. Non che servano a molto: sono poche e inutili le battute nell’osceno gracidio dei mangiarane.
| Sito ufficiale: http://www.lamaindesmaitres.com/en/ |
Il secondo cortometraggio è The Anachronism, canadese, di cui propongo il trailer. Non si vede molto se non una breve apparizione del calamaro meccanico, l’elemento Steampunk principale (e unico?) di questa storia ambientata a fine Ottocento.
Dal sito ufficiale:
On a sun dappled summer day a science expedition propels two children toward an enigmatic encounter at the edge of their known world. Arriving on an isolated beach, they stumble upon the shipwreck of a robotic squid submarine. The secret it holds within changes their lives forever.
The Anachronism is a Steampunk science-fiction short set in the late nineteenth century. Unfolding with the simplicity of a children’s storybook, this lush journey through the landscapes of Canada’s West Coast draws inspiration from a whimsical juxtaposition of Pacific Rim cultural references to elaborate an elegant meditation on the courage of curiosity and the haunting effect of childhood trauma. In 2009 the film won six Leo Awards including Best Short Drama.
Il corto è del 2008, dura 15 minuti e ha vinto quattro Leo Awards. Sarà disponibile online a partire dal 16 Aprile 2010. Tanto per precisione: è altamente improbabile che il “childhood trauma” comprenda stupri tentacolari robotici di minori visto che NON è un prodotto giapponese, chiaro? Ora immagino che non lo vedrà nessuno…
| Sito ufficiale: http://www.theanachronism.com/home.html |
Posted by Il Duca Carraronan on 22 feb 2010 | Tagged as: Concorsi Letterari, Steamfantasy, Steampunk
Negli anni scorsi mi era capitato spesso di organizzare piccoli concorsi per racconti all’interno del Forum del Ducato. L’ultimo concorso risale all’inizio del 2009, la Gara Pornofantasy che aveva unito il pubblico del Forum del Ducato con quello di Baionette Librarie. Pensavo di organizzare una gara Rabbit Weird questa estate, ma poi per la mancanza di voglia ho rinunciato.
Poche settimane prima di chiudere il suo blog, Gamberetta mi aveva invitato a organizzare una nuova gara a tema Steampunk Tecnologico: in fondo io adoro lo Steampunk Tecnologico, pure a Gamberetta non dispiace e sono passati parecchi mesi dall’ultima gara. Era una buona idea.
Un concorso a partecipazione gratuita, ovviamente, ma questa volta con un premio. Gamberetta mi aveva suggerito di cercare un ciondolo steampunk o qualcosa di simile. Con l’aiuto di alcune amiche ho selezionato un premio che spero possa piacere (più in giù ci sono le foto). Oltre al ciondolo c’è un altro premio: trovate tutti i dettagli nel box sotto.
Credo sia giusto organizzare il concorso anche se lei non può più pubblicizzarlo su Gamberi Fantasy o seguirne l’evoluzione. Credo che il miglior modo per ringraziarla e dirle che ci manca è darle un BEL racconto Steampunk da leggere per quando tornerà tra noi, scritto con cognizione di causa e con uno stile che non sia un insulto alle più banali convenzioni della buona narrativa. Darle un po’ di fiducia nelle capacità degli scrittori italiani. Potete riuscirci?
Lunghezza dei racconti: tra le 2.000 e le 7.500 parole.
Tipo di racconto: Steampunk Tecnologico con o senza Fantasy.
Vincolo Conigliesco: nel racconto deve essere presente almeno un coniglio, non necessariamente in un ruolo importante e non necessariamente un coniglio in carne ed ossa. Trovate voi il modo di integrare l’elemento conigliesco nella storia. Non ci vuole niente, con un minimo di fantasia.
Ulteriore vincolo: va bene l’ironia, ma niente parodie, opere comiche o “omaggi” con il Duca e Gamberetta. Cercate di scrivere seriamente, come se fosse davvero un racconto di cui vi frega qualcosa e non una roba buttata giù “tanto per”. Ok?
Consegna racconti: entro e non oltre domenica 7 agosto 2010.
Numero di racconti per partecipante: da uno a quanti te ne pare.
Correzioni e reinvio: quante volte ti pare, ma alla fine gareggia solo l’ultimissima versione inviata di un certo racconto per cui NON mandare tre versioni diverse dello stesso racconto con tre finali diversi nella speranza che uno mi piaccia più degli altri .
Dove inviare: mandare i racconti a concorso.steampunk@gmail.com.
Formato del file: RTF, DOC, DOCX o ODT.
Inserire nella mail: nickname (se disponibile e/o se vi va), obbligatorio nome e cognome. L’indirizzo a cui inviare il premio verrà chiesto solo in caso di vittoria: non spacciatevi per donne nella speranza di essere favoriti dal Duca. Io manderò l’oggetto SOLO alla persona di cui avete dato il nome (se ve lo siete inventati e non vi chiamate davvero “Samantha Lolita” sono cavoli vostri).
Chi decide il vincitore: il Duca e basta (non è possibile chiedermi pareri o editing per opere che intendente inviare al concorso: al massimo posso rispondere ai dubbi sullo Steampunk e poco altro).
Quando verrà comunicato il vincitore: in base al numero e alla lunghezza delle opere, tra settembre e ottobre (ma pensavo di copiare altri premi prestigiosi e non dirlo nemmeno dopo tre anni ^_^).Premio: il ciondolo in foto, l’editing dell’opera con il Duca per migliorarla un altro po’ (se e dove necessario) e infine la pubblicazione in formato digitale gratuito (PDF, EPUB, RTF e forse altri formati) su Baionette Librarie e in qualunque altro posto in cui riuscirò a farlo finire. Nel caso in cui ci fossero almeno tre o quattro opere decenti, oltre al vincitore pubblicherò in eBook anche gli altri meritevoli: una bella antologia del concorso! Non è molto probabile, dubito perfino che si possa trovare UN racconto decente da premiare, ma nel caso la mia intenzione è quella. Inviando il vostro racconto ACCETTATE di pubblicare l’opera in internet con questa licenza Creative Commons o equivalente (i diritti per guadagnarci sopra, nel caso, rimangono vostri: io voglio solo che possa girare gratis in internet, poi se voi trovate anche un editore cartaceo o Spielberg ci fa un film, buon per voi! ^_^).
Tornando al ciondolo: è un premio per ragazze, per cui se siete dei maschinerd sfigatisingle e non avete nessuna a cui darlo, potrete regalarlo alla cara Gamberetta a cui il concorso è dedicato (provvederò a trovare un modo per farglielo avere). Il ciondolo si chiama “Past in Pink… Steampunk“. Mi piace l’abbinamento degli ingranaggi e dell’ottone (steampunk) con i cristalli rosa (Gamberetta). Dal vivo (e nelle foto del venditore) si vede bene che i cristalli sono rosa: le mie due foto rendono male. L’oggetto è identico a come veniva pubblicizzato.
Foto dal negozio online (^_^)
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Cliccare per ingrandire
Foto che ho fatto io (._.)
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Cliccare per ingrandireAnnullamento concorso: nel caso in cui non ci fosse nessun racconto decente, NON verrà premiato il meno brutto: se faranno troppo schifo annullerò il concorso e regalerò il ciondolo, se mi va, tirando a caso tra i partecipanti (o scegliendo la loli più carina del gruppo).
Non sono il Premio Urania, non voglio premiare pura spazzatura e sporcarmi il nome con la merda: la vittoria ve la dovete guadagnare con la qualità, non sgomitando in una lotta tra ritardati in stile Fentasi Itagliano. Avete più di cinque mesi, degnatevi di produrre qualcosa che non sia la solita itaglianata fatta da itaglioti retard-snob. Chiaro?
Se i partecipanti saranno meno di dieci, annullerò la gara a meno che tra questi non vi siano (miracolo!) tre o quattro racconti abbastanza decenti da meritare la pubblicazione nell’antologia in eBook. Onestamente mi pare impossibile, ma non si sa mai. ^_^”Chi può partecipare: maschi e femmine, di qualsiasi età, pubblicati da qualche editore o del tutto inediti, è lo stesso. I racconti NON devono essere stati già pubblicati in eBook o cartaceo (voglio roba nuova, ma valuterò caso per caso eventuali pubblicazioni su Internet precedenti) e preferirei che rimanessero inediti fino alla fine del concorso (anche per poterli presentare al meglio in caso di vittoria, con l’editing fatto assieme), ma se volete pubblicarli prima del verdetto sui vostri blog immagino di non potervi fermare. Dopo la gara, in ogni caso, potrete fare quello che volete (condendo il tutto con “ke kattivo il duka il mio rakkonto è mlt più bello kuella ke a vinto dv averli ftto dei favori sexuali!!!111″).
Per domande: mandate i vostri dubbi a concorso.steampunk@gmail.com oppure usate i commenti di questo articolo.
Progettate il racconto con l’idea di NON superare le 7.500 parole —PAROLE, non caratteri, PAROLE— e, se proprio non vi basta lo spazio, potete sforare di 500 parole portando il limite massimo a 8.000 piuttosto che tranciare il finale o fare altri brutti tagli alla cavolo.
Cercate però di progettare bene il racconto: 7.500 PAROLE (grossomodo 44.000 battute) sono TANTE se sapete scegliere e gestire bene le scene da scrivere! Se mi mandate 7.900 parole di cui 2.000 di prologo e infodump tagliabili, NON fate una bella figura.
Non accorciate e/o sintetizzate opere più lunghe o trame immaginate per un ipotetico romanzo: progettate fin dall’inizio un’opera nuova che stia attorno alle 3.000-6.000 parole. Ok? È il metodo più sensato per non produrre aborti pieni di tagli, infodump e, in generale, illeggibili.
Come contare le parole
Ora vi farò vedere come si contano le parole su OpenOffice 3 e su Office 2007, con tanto di screenshot. Nel caso di OpenOffice, per evitare sgradevoli casi di conteggi sballati, ho inserito il suggerimento di selezionare tutto il testo prima di effettuare il conteggio (altrimenti può capitare che dica stronzate, come nello screenshot riportato).
| OpenOffice 3 |
![]() Cliccare per ingrandire |
| Office 2007 |
![]() Cliccare per ingrandire |
Con Office 2003 bisogna andare al menù Strumenti e fare Conteggio parole. Se avete Office 2000 o OpenOffice 2 arrangiatevi a trovare il conteggio. Non è difficile.
Steampunk accettato
Lo Steampunk accettato per questo concorso è quello Tecnologico. La precisazione non è banale: lo Steampunk della prima generazione (come quello di Jeter e Powers: maghi egizi, re Artù, Merlino…) era Historical Gonzo Fiction e non era necessariamente legato al retrofuturismo o alle invenzioni portentose. Lo Steampunk definito con la frase “come sarebbe stato il passato se il futuro fosse accaduto prima” è più recente. Tecnologie anacronistiche, contaminate dallo stile e dal gusto estetico della meccanica dell’Ottocento: razzi spaziali, basi sottomarine, dirigibili, macchine analitiche (calcolatori meccanici), armi a raggi, esoscheletri corazzati a vapore, mech bipedi a vapore, macchine orbitanti spara raggi della morte, avventure coloniali su Marte ecc… ecc…
Potete scegliere di inserire invenzioni portentose in un mondo per il resto normalmente di metà Ottocento o primissimi anni del Novecento (anche in stile Edisonata, con l’eroico inventore e le sue macchine portentose che lo fanno trionfare) oppure potete ambientare la storia in un Ottocento alternativo in cui i macchinari anacronistici sono diffusi (il telefonoscopio di Albert Robida -un mix tra TV e videochiamata-, le auto a vapore, il chinotropio e le fortezze a vapore come in The Difference Engine, i mech da combattimento a vapore, armi spara fulmini di Tesla ecc… ecc… inventate qualcosa o pescate in giro nei classici).
Potete inserire elementi fantasy a piacere. Non sono necessari, ma nemmeno proibiti. Potete spaziare da uno Steampunk tecnologico ambientato nel vero Ottocento a una città Fantasy Steampunk in stile New Crobuzon. O potete contaminare di Fantasy un’ambientazione ottocentesca retrofuturistica, mischiando tecnologia e magia (golem a vapore fatti di carne, legno e metallo). Sono ben accette anche le avventure coloniali nello spazio, tra i canali di Marte o le letali giungle di Venere.
Fate voi, basta che sia chiaramente Steampunk tecnologico: non incollate un paio di gadget steampunk in una storia progettata per non essere nemmeno un po’ steampunk. Non funziona così: sarebbe squallido, poco professionale e, fondamentalmente, di cattivo effetto. Pensate la storia fin da subito come qualcosa di Steampunk, retrofuturistico, tecnologico: un tripudio di legno, meccanica e mentalità retrò.
Potete a piacere calcare la mano sul “punk”, come piace ai militanti politicizzati della Steampunk Magazine, oppure potete rimanere più fedeli alla tradizione ottocentesca e scrivere avventure con spiccati elementi razzisti, classisti e imperialisti senza criticarli o denigrarli in nessun modo. A me va tutto bene.
Ora qualche immagine con commento, per chiarire meglio le idee. Troverete fonti e letture Steampunk da cui attingere nella prossima sezione del post.
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| Il telefonoscopio. Un mix tra una televisione (si possono vedere spettacoli teatrali o leggere le ultime notizie) e un dispositivo per la video-chiamata. Parecchio anacronistico. |
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| Scheletri che lavorano in una fabbrica o forse in un ospizio per i poveri gestito da un necromante. È steampunk in stile “prima generazione”, alla Powers o Jeter. Non stonerebbe affatto in uno Steam Fantasy, ma di per sé in questa immagine non c’è nulla di Steampunk Tecnologico. |
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| “Steampunk” di Manitto e Torriani, fumetto pubblicato nel 1994 da Hobby & Work. Mech a vapore bipedi, malvagi crucchi con armi automatiche e truppe aviotrasportate con le ali meccaniche! Detto così sembra bello, ma non lo è: c’è pochissima di questa roba… |
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| Un laboratorio con degli strani macchinari e dei mostriciattoli. L’uomo forse è lo scienziato che li ha scoperti o creati. O uno scienziato-stregone che li ha evocati mischiando la cabala ai più avanzati studi sull’elettromagnetismo. Temo che i mostriciattoli abbiano mangiato il suo pranzo. Potrebbe andar bene, dipende dai retroscena tecnologici. |
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| Steamnocchio. Steampunk Tecnologico, fantasy, inventori e Collodi tutto assieme! (di Fabricio Moraes, uno dei vincitori della competizione “Steampunk: Myths & Legends“) |
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| L’Oscillatore Eterico Austroungarico! Tremate, russi! |
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| Steam Trek: le parodie NON sono gradite! |
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| Il Pedobear nella Guerra Franco-Prussiana: questo FORSE non è Steampunk nemmeno per Jeter e Powers… |
PS: e non dimenticate il coniglio! ^_^
Letture consigliate varie
Non ci sono molti testi in italiano da consigliare, soprattutto se si restringe il campo allo Steampunk con elementi tecnologici. Consiglio Perdido Street Station di China Miéville, per chi vuole darsi allo steampunk fantasy. Le Macchine Infernali di Jeter ha vari elementi tecnologici e bizzarrie (uomini pesce, incroci deformi, automi a orologeria, una macchina per distruggere la Terra) in un ottocento per il resto normale: può valer la pena provare a leggerlo. La Macchina della Realtà di Sterling e Gibson ha un 1855 retrofuturistico: lo stile è noioso, ma per i riferimenti e l’ambientazione può essere un’ottima lettura per imparare qualcosa sullo steampunk (è il libro che chiude il prima generazione, l’unico in pratica ad essere “punk” e paragonabile in qualche modo al cyberpunk).
Consiglio anche la prima parte di Fuoco nella Polvere di Lansdale (macchinari strani retrofuturistici e un Ottocento diverso dal nostro, a partire dai giapponesi), ma se lo leggete tutto male non fa: non mettetevi però pure voi a far parodie dei personaggi dei romanzi del XIX secolo che non sono gradite in questo concorso!
Per la fabbrica dei draghi di metallo e il clima retrò tecnofantasy, consiglio anche le prime 50 pagine (circa) di Cuore d’Acciaio di Swanwick: il resto non c’entra manco per sbaglio con lo Steampunk.
Li trovate tutti piratati su eMule. O potete cercarli in biblioteca.
In inglese ci sono più libri, ma preferisco segnalare materiale in italiano.
Per ulteriori spunti consiglio di guardare i manuali di Space 1889 e Castle Falkenstein, in particolare questo manuale ricco di illustrazioni di marchingegni steampunk:
Steam Age: Amazing Wonders Through the Power of Steam.
Trovate anche altri manuali di questi giochi su Gigapedia.
Ulteriori spunti e informazioni a tema Steampunk.
Brass Goggles
The Gatehouse
Laboratory of Time: il principale forum italiano.
Steampunk Forum: il principale forum internazionale.
La sezione Steampunk di Dark Roasted Blend.
La mia sezione Steampunk.
Prossimamente parlerò ancora di Steampunk, con un articolo dedicato per ripercorrere i molti modi in cui lo Steampunk si è evoluto dalle origini, rendendo difficile definirlo solo come un “genere” quando ormai è una “sensibilità” artistica che colpisce narrativa, artigianato, moda, disegno ecc… con differenti accezioni, seppure con molti punti in comune. Un assaggio è già stato dato in questo articolo. Mi concentrerò sulla narrativa e spero di pubblicarlo a marzo.
Manuali di scrittura e consigli utili.
L’articolo sulle descrizioni di Gamberetta e quello sui dialoghi. Chiari, semplici e ricchi di esempi. Un’ottima lista di manuali di scrittura, praticamente tutti in inglese e reperibili su Gigapedia. Per informazioni sull’Ottocento consiglio i libri indicati qui.
Per completezza, se vi interessa, qui “???” riporta un mio commento ricevuto via mail a tema infodump e strane creature.
Una richiesta.
Se anche non vi interessasse partecipare, vi chiedo di pubblicizzare sui vostri blog o nei forum che frequentate (se a tema fantastico o scrittura) questo concorso, in modo che tutti gli interessati possano esserne informati il prima possibile: dei cinque mesi disponibili mi aspetto che due o tre vadano via solo nella ricerca di informazioni e nella lettura del materiale utile.
Posted by Il Duca Carraronan on 19 feb 2010 | Tagged as: Ebook, Editoria
Sono disponibili i dati di vendita degli eBook in USA nell’ultimo trimestre 2009, dandoci così l’intero ammontare delle vendite dell’anno (limitatamente ai soli venditori considerati da IDPF, ricordandoci che questi sono con gli sconti da grossista e quindi le cifre reali sono circa il doppio ecc… come al solito) per poter fare un confronto con l’anno precedente al Grande Boom, il 2008.
Cominciamo dicendo che il Natale 2009, che si diceva sarebbe stato un ulteriore piccolo banco di prova per gli eBook (più per i lettori di eBook che per gli eBook), è andato alla grande: nuovo record assoluto di vendite, ben 19,1 milioni di dollari solo a dicembre.
L’ultimo trimestre 2009 ha totalizzato 55,9 milioni di dollari, che è più di quanto si fosse venduto nell’intero anno 2008 (53,5 milioni). Straordinario è dir poco. Ah, per chi è interessato: avevo ovviamente previsto che si sarebbe stato il record a dicembre in un mio precedente post e che la cifra finale del trimestre sarebbe stata di 55-57 milioni. Questo non significa che sono in grado di prevedere le cose, ma che ciò che io affermo diventa vero perché sono uno stregone quantistico e creo la realtà con i miei desideri che erano cose così scontate che qualsiasi cretino poteva arrivarci. ^_^
Ecco un piccolo grafico riassuntivo degli ultimi quattro anni di ricavi nel mondo degli eBook: credo che non ci voglia un genio per capire che il 2009 si è lanciato in una bella corsa, triplicando il volume di affari del 2008. E il 2010 promette meraviglie perfino maggiori.
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Anno Ricavi (ML $) Crescita 2006 20 — 2007 31,8 +59% 2008 53,5 +68% 2009 165,8 +210%
Ora i risultati di un piccolo sondaggio tenuto da Rich Adin sul famoso blog di settore “An American Editor”. Nel sondaggio veniva chiesto di scegliere una sola cosa, la più insopportabile, che avrebbe assolutamente impedito l’acquisto di un eBook. Non se ne poteva scegliere più di una, né metterle in ordine di importanza. Solo la più schifosa di tutte. Come vedremo ora il valore informativo del sondaggio non è granché, con queste premesse, ma qualcosa di interessante si può ricavare ugualmente.
Un po’ più della metà dei lettori (56%) non comprerebbe a causa dei DRM: metà di questi (30%) non comprerebbe indipendentemente da quale sia il DRM, non importi che in teoria l’eBook possa funzionare con tutte i dispositivi presenti e futuri. È una questione di principio. I DRM sono VELENO per un sacco di persone. Gli editori devono capirlo o rischiano di fottersi con le loro mani. Non che me ne importi della loro sopravvivenza, ma dovrebbe importare a Loro quantomeno…
La terza risposta più importante riguarda il prezzo, ma va interpretata: il 26% non vuole eBook che costino più di 9,99$. Ok, è il prezzo che Amazon ha sempre usato come termine di paragone, ma è davvero lui il prezzo ottimo? E se fosse 7,99$? Quel 26% ci sarebbe stato anche se ci fosse stato scritto 7,99$, in fondo la domanda riguardava il concetto di “prezzo equo non bassissimo” ed era l’unica alternativa alle risposte sui DRM. Potrebbe anche essere 6,99$ o 5,99$ il prezzo equo, chi lo sa?
Konrath ci ha già dato degli spunti per riflettere e possiamo dire che il prezzo equo probabilmente è meno di 7,99$ visto che appena si abbassa il prezzo le vendite si impennano.
Guardate la quarta risposta: l’8% del totale ritiene che il prezzo equo sia al massimo 4,99$. Ok, è solo l’8%, sono pochi. Può essere. Ora guardate davvero quell’8% per quello che è: se lo calcoliamo come parte del pubblico interessata al prezzo equo, vediamo che è un 8 su 34 (26% del 9,99$ più 8% del 4,99$) che alla fine è il 23,5% delle opinioni a tema prezzo!
Ancora più importante: che il libro sia auto-pubblicato non frega a nessuno. Sì, cari editori, avete fatto un tale eccellente lavoro nel gettare MERDA sui lettori, costruendo apposta un clima di TOTALE SFIDUCIA nei vostri confronti che ora, francamente, del vostro bollino sull’eBook non frega nulla a nessuno (2%).
E lì si parla dell’estero, in Italia è molto peggio a giudicare da ciò che popola le librerie. Complimenti, la vostra politica banditesca di fottere i soldi al lettore occasionale e fregarvene se poi non torna a comprare di nuovo vi ha proprio ricompensati. Lungimiranti. Bravi. Complimenti. Fieri di voi stessi? ^_^
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| I’ve isolated the ideal nature of the universe. And you’re not part of it. (www.disapprovingrabbits.com) |
Ma se il lettore può scegliere quanto pagare, se vuole pagare, qual è il prezzo che sceglierebbe? Una parziale risposta ce la dà Smashwords, che da due anni pubblica eBook.
Alcuni autori hanno deciso di vendere le proprie opere a prezzo libero: si può prendere il libro gratis oppure pagare qualcosa, scegliendo di dare da 0,99$ a 14$. Non sono libri di grandi autori, non mi risulta: sono libri di Signor Nessuno, con tutta la qualità auspicabile e la base di fan che questo comporta.
C’è da immaginare che NESSUNO avrebbe dato un soldo, giusto? In fondo non è come coi libri di Konrath o simili: qui il libro gratis non devi andarlo a cercare chissà dove, senza sapere nemmeno se esiste, ma è la prima scelta che il negozio di propone. In pratica ti urlano di NON pagare, che NON ne vale proprio la pena. Giusto?
Nonostante tutto BEN il 15% dei download è stato con donazione (54 su 353 del piccolo campione di ultimissime vendite considerato). Un 15% di persone che invitate in ogni modo a NON pagare decide che “No, DEVE pagare per l’eBook che leggerà, comunque sia!” a me pare un successo straordinario.
No, davvero, non sto scherzando: perché diavolo hanno pagato? ^_^”"
Ora la cosa interessante: qual è la dimensione della donazione? Tutti 7,99$ e 9,99$, come certuni vorrebbero far credere sia il prezzo equo, bello e giusto per il cliente? Decisamente no: guardate pure la tabella.
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Solo (a occhio, contando le colonne) l’8% ha deciso di sborsare 9,99$ o più. Dopo c’è il vuoto cosmico fino ai 5$, come a dire che 8,99$, 7,99$ o 9,99$ è tutta la stessa schifezza dal punto di vista psicologico, quindi chi è disposto a spendere “di più” spenderà ugualmente per un 9,99$ come per un 7,99$.
Il 92% dei donatori, come detto, ha scelto come prezzo PERFETTO per un eBook la cifra di 5$ o inferiore (questa cifra massima “ideale” l’aveva giusto suggerita Tombolini poche settimane fa!), con una distribuzione molto simile tra chi ha pagato 2$, 3$ e 5$ (leggermente a favore dei 5$). Trattandosi di acquisti sulla fiducia non mi stupisco della bella fetta di 0,99$, l’offerta simbolica per eccellenza, anche se è stata meno abbondante di quanto si potesse pensare.
Ora una mia piccola considerazione: è una scelta intelligente vendere con la donazione? Non chiedo se è una bella idea (lo è, mi piace) o se può aiutare a far marketing con roba che si vuole dare gratis in ogni caso per costruirsi un proprio brand e una base di fan come fa Konrath (allora tanto vale fare la bella figura due volte e guadagnare qualcosina in più, altra idea che mi piace molto): mi chiedo se è efficiente dal punto di vista degli incassi.
Ho i miei dubbi. La tentazione di pagare zero è forte (85%), tanto forte che potrebbe colpire anche chi, posto di fronte al prezzo di 1,99$, pagherebbe senza pensarci due volte. Come me. In questo caso l’aver incassato 0,49$ a copia (considerando tutte le vendite, anche quelle a 0$) è molto peggio che averne incassati 1,99$.
Meglio allora, a mio parere, vendere gli eBook a 1,99$ o poco di più, quale sia il prezzo ottimo per massimizzare i guadagni senza, allo stesso tempo, perdere troppo potenziale passaparola. Se a pari guadagni X ottengo con 1,99$ N lettori e con 3,99$ solo N/2, allora è meglio far pagare 1,99$ e guadagnare il doppio di lettori. Pensate ai lettori come ai biglietti della lotteria: più ne avete e più possibilità di sono di vincere un boom delle vendite grazie al passaparola! ^_^
Io credo, ma non sono certo, che il prezzo perfetto per massimizzare i guadagni sia 2,49$ o 2,99$: qualcosa che non dia troppo la sensazione psicologica di star svendendo il libro (alcuni lettori potrebbero provarla e snobbare la lettura).
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| Look, we’re going to be nice about this. Which hand do you sign checks with? (www.disapprovingrabbits.com) |
E per finire, un buon motivo per essere ottimisti nel 2010.
Se ricordate i lettori di eBook costano tanto anche perché lo schermo costa tanto, e lo schermo costa tanto perché PVI (il produttore di schermi E Ink), anche a piena produzione, non riesce nemmeno a soddisfare l’enorme richiesta mondiale! Fortunatamente si è aggiunta ora AUO, un gigante con una capacità produttiva che fa impallidire PVI, e che produce gli schermi con tecnologia SiPix Microcup (in pratica come E Ink, ma il touch screen viene molto più bello, potrebbe supportare il colore in futuro e non è obbligato ad avere la base fragile in vetro).
Qual è la buona notizia, a parte l’ingresso di un altro grosso produttore di schermi?
Ricordate che PVI aveva stimato un mercato per i lettori di ebook di 2 milioni di pezzi nel 2009 e che poi aveva corretto a 3 milioni in autunno perché il boom di richieste aveva coperto 1 milione di pezzi solo tra ottobre e dicembre? E poi, con ottimismo, avevano dichiarato 6 milioni di lettori di eBook in vendita per il 2010? Lo ricordate, no?
Ecco, si sono già dovuti rimangiare la previsione: sia PVI che AUO concordano che, visto l’enorme afflusso di competitori e l’allargamento del mercato dei lettori di eBook, i lettori venduti saranno almeno 10 milioni nel solo 2010. AUO conta di piazzare 1-2 milioni di schermi ePaper (SiPix Microcup immagino), PVI i restanti (stanno investendo 1,5 milioni di dollari solo per triplicare la capacità produttiva di schermi E Ink).
E fuori dai 10 milioni rimangono tutti i competitori diversi. Si annuncia per il 2010 il colore, con l’ePaper flessibile a colori di Bridgestone (sì, quelli delle gomme, ne avevamo già parlato), l’entrata in gioco di LG (sì, quelli dei monitor, altro colosso mostruoso) che già fornisce lo schermo flessibile antiurto su base di acciaio inossidabile per lo Skiff da 11,5 pollici (magnifico foglio-lettore in bianco e nero), possibilità che altri oltre ad ASUS utilizzino anche la tecnologia a colori OLED (che non è ePaper vera, ma è bellissima) ecc… ecc…
Ditemi se non c’è da essere ottimisti! Un prezzo di partenza per un buon lettore di eBook (bianco e nero, 6 pollici, WiFi e 3G) a 149$ non sarebbe nulla di strano per gli ultimi mesi del 2010. Anche PVI la pensava così già l’estate scorsa: l’unica cosa che sottolineava è che molto difficilmente, con tutta l’enorme domanda di schermi immaginata, si sarebbe arrivati ai 100$ prima del 2011.
Incrociamo le dita. ^_^
Posted by Il Duca Carraronan on 17 feb 2010 | Tagged as: Libri, Storia, Storia Militare
Dopo gli articoli di bibliografia minima sul Medioevo e sul Rinascimento, pensati in particolare per gli scrittori alle prime armi, ecco quello sul Lungo XIX Secolo… circonciso: sì, per preferenza personale ho deciso di amputare la prima fetta, concentrandomi sul periodo tra il 1837 e il 1914, dove si colloca il meglio dell’Ottocento e il mondo dell’Età Vittoriana in senso ampio (più adatta per gli appassionati di Steampunk che non il primissimo Ottocento). Per motivi di disponibilità dei testi (e di brevità) mi sono concentrato sull’Inghilterra, vera nazione guida del periodo.
Nonostante le cose si facciano davvero interessanti solo dopo il 1851, ho suggerito lo stesso anche un testo dedicato esclusivamente alla vita nel 1837-1851, giusto per completezza (e perché è uno dei migliori testi in italiano che ho letto).
Questa volta ho deciso di non limitarmi ai soli testi in italiano visto che l’ottima disponibilità di quelli in inglese, addirittura gratuiti (piratati), permette di suggerire titoli ancora più specifici per i bisogni di chi intende ambientare storie nell’Inghilterra Vittoriana.
I testi sono stati divisi in tre blocchi più un quarto “bonus”: storia in generale (per inquadrare l’epoca, necessario se non si hanno solide basi storiche); vita quotidiana (dettagli spiccioli e informazioni spendibili per immaginare la vita nell’Inghilterra Vittoriana che un tipico libro di storia generale non fornisce); altri argomenti interessanti (sei testi scelti per soddisfare ulteriori curiosità specifiche del lettore); link a siti internet che si occupano di argomenti correlati (vita quotidiana, armi) e libri gratuiti dedicati al mondo militare (non adeguatamente coperto nei testi precedenti).
Segnalerò ulteriori testi e risorse web in futuro, per ora iniziate con questi.
| Storia in Generale |
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Il Trionfo della Borghesia (1848-1875), di Eric J. Hobsbawm.
Tra il 1848 e il 1875 l’economia capitalistica estende la sua influenza su tutti i continenti, trasformando o semplicemente subordinando le realtà più diverse. L’ideologia liberista si afferma in Europa e negli Stati Uniti che insieme costituiscono il centro propulsore della grande trasformazione. Grandi concentrazioni di ricchezza, vasti movimenti di popolazioni, sviluppi straordinari e concrete applicazioni della tecnologia su larga scala caratterizzano questi decenni. Sul piano politico, la rivoluzione, che ha dominato la scena nei settanta anni precedenti, scompare dall’orizzonte.
Esiste anche un testo dedicato al periodo precedente, L’Età della Rivoluzione (1789-1848), ma non lo inserisco perché per gli obiettivi di questo articolo ha più senso concentrarsi sulla seconda metà del secolo. L’inizio di questo libro presenta comunque una sufficiente panoramica degli anni precedenti, in particolare della Primavera del Popoli del 1848.
L’Età degli Imperi (1875-1914), di Eric J. Hobsbawm.
La storia dell’Età degli Imperi è quella del mondo e della società del liberalismo borghese avanzante verso la strana morte che la coglie proprio quando essa raggiunge il suo apogeo, a causa proprio delle contraddizioni insite in questa sua avanzata. Con uno stile espositivo intelligente, Hobsbawm accompagna il lettore alla scoperta di un mondo apparentemente lontano e lo rende consapevole delle profonde radici che legano quel mondo al nostro secolo breve.
A mio parere è il più interessante del trittico di Hobsbawm, ma non escludo che questo dipenda solo dalla mia preferenza per la Belle Époque.
Potete trovare i tre libri di Hobsbawn in inglese qui:
http://gigapedia.com/items/387712/the-age-of-revolution–1789-1848 (PDF con OCR)
http://gigapedia.com/items/54354/the-age-of-capital–1848-75 (formato DjVu, lo odio)
http://gigapedia.com/items/388472/age-of-empire–1875-1914 (PDF)
Inghilterra Vittoriana. Genesi e Formazione, di George Kitson Clark.
Quest’opera costituisce una proposta di integrale revisione della storiografia sull’Inghilterra dell’800. Lo scopo dell’autore è di mettere a nudo i luoghi comuni di talune correnti storiografiche che non sempre hanno saputo cogliere i multiformi aspetti di un realtà storica complessa. La Rivoluzione Industriale non fu una forza cieca e negativa: pur tra contraddizioni e sofferenze essa creò una ricchezza che si diffuse nelle varie classi sociali, elevandone il tenore di vita.
La copertina proposta sopra è quella dell’edizione inglese (The Making of Victorian England) perché la copertina italiana non l’ho trovata online, ma non vi perdete nulla: è solo uno sfondo grigio con delle scritte nere dentro a rettangoli bianchi. Io ho l’edizione italiana Jouvence del 1981, presa su libreriauniversitaria.it. Non so se ce ne sono ancora copie disponibili. Su altri siti lo segnano come non reperibile. Il testo non è recentissimo (1962), ma è un classico tra gli studi sull’Inghilterra Vittoriana e ha una parte iniziale sulla demografia che mi è piaciuta molto. Sfortunatamente è piuttosto noioso da leggere: non ci troviamo di fronte a un grande narratore come il Gilbert della Grande Guerra. In inglese lo potete trovare senza problemi.
| Vita Quotidiana |
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La vita quotidiana in Inghilterra ai tempi della regina Vittoria, di Jacques Chastenet.
Con il suo nome segnò un’epoca: mai come sotto il suo regno l’Inghilterra fu tanto potente nel mondo. In questo volume Jacques Chastenet, accademico di Francia, racconta la vita quotidiana in Gran Bretagna nel primo periodo del regno della regina Vittoria. È il trionfo dell’età industriale e del capitalismo: si sviluppano le industrie, si allargano i commerci, nascono le prime ferrovie e si costruiscono le prime navi a vapore. Nasce il proletariato, si organizzano i primi sindacati e le classi inferiori cominciano la loro battaglia per ottenere il diritto di voto e la possibilità di eleggere i propri rappresentanti in Parlamento. Il lavoro e il sacrificio sono considerati valori supremi e la divisione sociale è rigida.
Questo libro è fuori commercio, ma con un po’ di fortuna si può ancora reperire su eBay. L’ho visto la prima volta nella biblioteca del mio quartiere, me ne sono innamorato e l’ho comprato subito su eBay, stessa edizione del 1998, ancora avvolto nel cellophane.
L’opera si concentra solo sui primi 14 anni del regno della regina Vittoria (ovvero 1837-1851), scegliendo l’Esposizione Universale come punto di svolta tra il primo periodo del regno e il secondo. Divertimento, viaggi, educazione, vita borghese, vita nei sobborghi, letture, esercito… coprendo molti argomenti si tratta di un’opera molto utile per costruirsi una visione d’insieme della vita in quegli anni.
Il culto del lavoro, il risveglio evangelico con la conseguente attenzione alla condizione dei lavoratori (disinnescando la bomba del socialismo un piccolo cambiamento alla volta), la politica del periodo, le scuole durissime in cui la borghesia inviava i figli (con bambini talvolta denutriti fino alla cecità o rinchiusi in punizione per settimane) e molto altro ancora.
The Writer’s Guide to Everyday Life in Regency and Victorian England, di Kristine Hughes.
Un’opera interessante, ma non eccellente. Ho notato anche alcune imprecisioni, ma non avendole segnate non le ricordo bene (una forse era dentro le pochissime righe, una manciata, dedicate alle armi). La prima parte, quando parla dell’illuminazione stradale e delle candele, è fatte bene. Anche la parte sui commerci da strada e sul cibo (la produzione del burro, il tè, il latte, la cucina) non è male. Dopo però la qualità diminuisce e la lettura, seppur piacevole, diventa meno illuminante. Molto positiva è la presenza di una ricca bibliografia al termine di ogni capitolo e, talvolta, di approfondimenti come i rimedi medici dell’epoca o le ricette di cucina.
Non merita il titolo che si è scelto, non quanto le due opere suggerite più sotto, ma val la pena leggerlo.
Lo trovate su gigapedia a questo link.
Daily Life in Victorian England, di Sally Mitchell.
Un testo notevolmente superiore al precedente, pur trattando gli stessi argomenti con la stessa comoda suddivisione. Molto bella la parte sulla servitù, sull’educazione e in generale le informazioni sulla vita e sui riti sociali (il corteggiamento, ad esempio). Si parla anche di narrativa: la lettura era diffusa a ogni livello sociale, spesso tramite un solo individuo che a sera leggeva storie acquistate a capitoli (per ammortizzare gli alti costi del libro li vendevano così) di fronte a tutta la famiglia sfruttando l’unica fonte di luce della casa… e la narrativa era davvero come la TV, con prodotti concepiti solo per solleticare la fantasia delle masse con storie avventurose che settimana dopo settimana, capitolo dopo capitolo, proseguivano e facevano discutere e appassionare il pubblico (come capita ora tra i fan delle serie televisive o degli anime).
Ah, ulteriore curiosità a tema librario: già all’epoca andavano di moda le trilogie. I librai, all’epoca veri signori del settore, imponevano agli editori di proporre i libri non in un tomo unico, ma in tre per poter guadagnare almeno il doppio… peccato che così i libri costassero così tanto che pochissimi li compravano e la massa (anche di gente facoltosa) preferiva affittarli o, soprattutto il popolo, comprare i singoli capitoli prodotti e venduti al di fuori del circuito delle libreria direttamente da autori ed editori (la gente voleva davvero leggere, ma il prezzo era ingiusto: qualcuno sta pensando alla situazione attuale e agli eBook? ^_^).
Consigliatissimo.
Il testo termina con una ricca appendice di bibliografia, comprendente gli URL dei siti web più interessanti (sono indicati anche i miei due preferiti, che ho riportato nella prossima sezione dell’articolo) e i siti da cui scaricare i libri d’epoca privi di copyright (su Archive.org o su Google Books) per accedere direttamente alle fonti utilizzate dall’autrice. C’è anche un piccolo glossario, ma impallidisce al confronto con quello del prossimo libro.
Lo trovate su gigapedia a questo link.
What Jane Austen Ate and Charles Dickens Knew, di Daniel Pool.
Libro di difficile lettura. Non per come è scritto, ma per come lo hanno piratato: aprendolo al PC sembra perfetto, ma in realtà nel Cybook Gen3 non si apre e NESSUN programma (né Calibre né altri anche molto costosi) è stato in grado di convertirlo in altri formati o di renderle leggibile. C’è qualcosa di irreversibilmente rotto per colpa del modo in cui è stato fabbricato il PDF, temo.
Passando invece ai contenuti è un ottimo libro. Ho letto da alcune parti che è il miglior libro a tema vita quotidiana nell’Età Vittoriana. Di certo è un’eccellente raccolta di saggi su tutti gli aspetti da conoscere della vita nel mondo Vittoriano: denaro, abitudini, modi di dire, leggi, riti sociali ecc…
E, come se non bastasse, dispone di un glossario enorme, talmente ricco e bello che farebbe testo a sé: ben 136 pagine dedicate! Val la pena scaricarlo anche solo per il glossario.
Lo trovate su gigapedia a questo link.
| Altri Argomenti Interessanti |
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La guerra civile americana, di Mitchell Reid.
La guerra civile (o guerra di secessione) che si combatté fra il Nord e il Sud degli Stati Uniti dal 1861 al 1865 fu un conflitto che lasciò sul terreno oltre seicentomila morti e che ebbe conseguenze enormi sulla società e sull’economia del paese, a partire dall’emancipazione degli schiavi neri. Reid Mitchell ripercorre la storia della guerra di secessione, esponendone in primo luogo l’andamento dal punto di vista militare, e poi collocandola all’interno della politica dell’Unione e dei Confederati. Una particolare attenzione è data agli aspetti sociali della guerra e alle differenti conseguenze che essa ebbe su uomini e donne, sulla popolazione bianca e su quella nera.
Un libro molto breve e molto chiaro: in appena 150 pagine (circa) viene data una visione di insieme del conflitto, fin dalle sue basi politiche in cui la schiavitù dei neri era solo un pretesto di un presidente Repubblicano del Nord industriale (eletto “non proprio legalmente”) per schiacciare e umiliare il Sud filobritannico (nonché Democratico) colpevole di essere troppo orgoglioso per accettare l’ennesimo insulto del Nord che lo voleva come semplice somma di colonie sottomesse e non come membro alla pari degli Stati Uniti.
La rivoluzione industriale in Inghilterra, di Edward A. Wrigley.
La rivoluzione industriale ha aperto la strada all’affermarsi di un nuovo mondo, caratterizzato dall’incremento della ricchezza, dall’accresciuta mobilità, dall’urbanesimo. Questa imponente serie di mutamenti ha sottratto l’Inghilterra prima e l’intero Occidente poi a quei limiti interni dello sviluppo studiati e paventati dagli economisti classici. Ciò è avvenuto non tanto aumentando le produzioni “organiche”, tipiche del contesto agricolo, quanto passando allo sfruttamento di risorse minerali. In questa prospettiva, la rivoluzione industriale si presenta come un processo di crescita economica di lunghissimo periodo, tutt’altro che progressivo e unitario, condizionato anche da elementi casuali.
Un volumetto che inquadra uno dei fenomeni fondamentali dell’epoca moderna in modo sintetico: non è una lettura fondamentale, ma è breve e se le dimensioni dei precedenti volumi di storia generale dell’età vittoriana vi hanno scoraggiato (in particolare il noioso Kitson Clark) è un dignitoso sostituto per gli aspetti energetici e demografici.
Balaclava. La carica dei 600, di Cecil Woodham-Smith.
“Sembrava impossibile che quella linea sottile e disordinata ce l’avrebbe fatta mentre le gigantesche colonne di fanteria russa la bersagliavano con un fuoco ininterrotto [...] Sempre più spesso nella linea si formavano dei vuoti, il pendio si copriva di corpi e si faceva scivoloso per il sangue, ma ogni volta i superstiti serravano le file e riprendevano l’assalto, mentre gli ufficiali gli stavano addosso e li incitavano bestemmiando e urlando come demoni.” (Cecil Woodham-Smith)
La storia della Brigata di cavalleria leggera di Sua Maestà Britannica e dei suoi cavalleggeri, mandati ottusamente a morire e a coprirsi di gloria nella valle della Morte, durante la guerra di Crimea (1854-55). Ancora oggi l’impresa di Balaclava, la carica dei 600 contro le imprendibili batterie di cannoni russe, è ricordata da alcuni come un atto di fulgido eroismo, da altri come un inutile massacro. E nelle parole del generale francese Pierre Bosquet, che assistette al macello della Brigata leggera, risuona l’eco di un’impresa militare straordinaria: «C’est magnifique, mais ce n’est pas la guerre: c’est de la folie».
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Child Sexual Abuse in Victorian England, di Louise Jackson.
La prima indagine dettagliata sul modo in cui gli abusi sui minori venivano scoperti, discussi, considerati e puniti nell’età Vittoriana ed Edoardiana. Il libro fornisce un’approfondita analisi dell’atteggiamento Vittoriano, incluso quello dipendente dalla morale Cristiana, nei confronti del problema degli abusi sui minori e della condizione delle bambine “corrotte” (la perdita dell’innocenza che rende pericolose nei confronti degli altri bambini). Un testo prezioso nell’ambito della storia del crimine, dell’assistenza sociale e della famiglia.
Lo trovate su gigapedia a questo link.
Jacquard’s Web, di James Essinger.
Di schede perforate e computer meccanici si era già parlato nei commenti del blog, per cui mi pare giusto consigliare questo testo sulla nascita dell’informatica. È piacevole da leggere, ricco di aneddoti e curiosità, perfetto per guidare il lettore dalla nascita del primo telaio programmabile di Jacquard nel 1801 (ovvero un telaio in cui il disegno prodotto con la seta poteva essere modificato cambiando semplicemente il set di schede perforate e non l’intero telaio) alla macchina differenziale di Babbage, fino al censimento USA del 1890 che impiegò schede perforate e tabulatrici della Tabulating Machine Company (divenuta poi IBM) e ancora oltre…
Lo trovate su gigapedia a questo link.
Londra. L’oro e la fame, di AA. VV.
1851-1901: Londra è la metropoli imperiale, la capitale di un’Inghilterra orgogliosa, al culmine del potere e della ricchezza. Le ineguaglianze sono all’ordine del giorno: lusso e miseria, cultura e abbruttimento, libertà e oppressione sono i diversi aspetti di una civiltà che ha esercitato un grande fascino sulle generazioni successive. Il volume raccoglie una serie di articoli che rievocano la vita, i costumi e il modo di pensare propri della Londra vittoriana.
Una raccolta di articoli molto interessanti. I rumori e, soprattutto, gli odori di Londra, così forti e diversi da identificare le singole zone: l’odore di catrame e trucioli dei cantieri navali e del molo; quello di gin e oppio dei quartieri bassi di notte; il fetore dei quartieri più poveri dove l’aria ha un sapore amaro e l’acqua del Tamigi è nera come inchiostro per lo scarico delle fognature di tutta la zona ovest della città; e infine il profumo delizioso di cioccolata, spezie e zucchero che aleggia nella grande area di biscottifici, panifici e zuccherifici di Bermondsey. Le tariffe e l’uso di vetture di piazza e calessi, con le guide distribuite ai turisti in modo che non venissero truffati (i tassisti disonesti c’erano anche nell’800). Fognature e bagni pubblici. La stagione mondana. I saldi, con i negozianti onesti che si lamentano della follia collettiva che si accende quando iniziano i saldi e tutti comprano tutto a pochi spiccioli… per poi scoprire che era merce difettosa, messa in mostra proprio per il periodo dei saldi dai negozianti disonesti. La Londra letteraria dei caffè. Il mondo della prostituzione, donne “da salvare” per i molti contagiati dal risveglio evangelico (c’erano già centri di accoglienza per riabilitarle), viste spesso con tolleranza dai magistrati: nel 1844 un magistrato londinese respinse una petizione di cittadini che si lamentavano dell’attività notturna delle prostitute perché non non vi era stato un reale turbamento dell’ordine pubblico (e si rifiutò di «imprigionare una sventurata solo perché gli era stata portata davanti da un poliziotto»).
Il libro si chiude con la descrizione dei funerali della regina Vittoria, che portò il lutto per l’amato principe Alberto per tutti gli ultimi 40 anni della propria vita e lo abbandonò solo per il funerale, quando si fece seppellire con l’abito da sposa, felice di potersi riunire al marito. Con la morte della Nonna d’Europa si chiude un’epoca e i contrasti già presenti tra il nipote tedesco, il Kaiser, e il resto dei famigliari inglesi, spezzato quell’ultimo legame, si aggravarono (Guglielmo II abbandonò i festeggiamenti per i 200 anni del Regno di Prussia per poter accorrere al capezzale della nonna e rimanere con lei negli ultimi giorni).
| Siti internet e manuali militari |
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Sul web non mancano le risorse dedicate al mondo, alla storia e alla vita nell’Inghilterra Vittoriana. Consiglio in particolare questi tre siti: http://www.victorianlondon.org/, http://www.victorianweb.org/ (in inglese) e http://georgianagarden.blogspot.com/ (in italiano).
Per chi è interessato al mondo militare suggerisco di scaricareThe soldier’s pocket-book for field service (1871) del colonnello Sir Garnet Wolseley. È un manuale reperibile gratuitamente, utile per farsi un’idea della vita militare inglese tra la Guerra di Crimea e l’inizio del Novecento. Il PDF non è dei migliori, come capita di solito con le opere scannerizzate da Google o da Microsoft.
Sempre a tema militare vi ricordo che c’è il mio articolo sull’avancarica a percussione e questi due manuali di cui avevo già parlato: Carabine da Bersaglieri (1855), ottimo manuale sulla teoria e sull’uso delle carabine a camera dei bersaglieri (con informazioni storiche e balistiche preziosissime), e The Infantry Manual (1847) dell’esercito inglese.
Se invece vi interessano i fucili a retrocarica del periodo, la migliore risorsa del web a mio parere è http://www.militaryrifles.com/: fucili a retrocarica a polvere nera tra il 1865 e il 1888, periodo che non ho ancora coperto su Baionette Librarie. Per i fucili con polvere infume tra fine Ottocento e la Grande Guerra suggerisco invece l’italiano http://www.exordinanza.net/.
Per gli appassionati di combattimento suggerisco anche queste due opere del grande spadaccino Alfred Hutton, Fixed Bayonets (1890) e Cold Steel (1889), dedicati rispettivamente al combattimento con la sciabola e al combattimento con la baionetta inastata (sul fucile Lee-Metford, ma si può applicare anche ai fucili precedenti e a quelli successivi).
Posted by Il Duca Carraronan on 09 feb 2010 | Tagged as: Ebook, Editoria
J.A. Konrath, 39 anni, sovrappeso e con la barba, è uno degli scrittore “fortunati”: con i suoi libri (e tutto il contorno di lavoretti tipici della vita della scrittore) riesce a mantenersi. Lavora come un negro, un po’ come Jeff VanderMeer, per riuscire a guadagnare quanto un operaio. Ma ne vale la pena perché è il padrone di se stesso e fa ciò che ha sempre amato fare. Se da piccolo avesse sognato di fare il macellaio, ora sarebbe molto più ricco. ^_^”
Non è quindi uno Stephen King o un Dan Brown o un Bernard Cornwell: è “solo” uno che con l’impegno alla fine è riuscito a (soprav)vivere di scrittura, ma è sempre in bilico, alla VanderMeer, tra il dover tornare a timbrare il cartellino e il poter proseguire così.
Un precario della narrativa. È il massimo a cui un aspirante scrittore pubblicato può puntare, rimanendo nell’ambito delle possibilità realistiche.
Konrath ha deciso di rendere pubblici i dati di vendita e le royalty dei suoi eBook venduti su Amazon, sia di quelli di cui ha ceduto i diritti all’editore Hyperion (tutti della serie Jack Daniels, thriller, tre dei quali sono stati tradotti anche in Italia) che di quelli che ha deciso di vendere in proprio, senza alcun editore come intermediario.
I dati sono relativi al periodo compreso tra 1 gennaio 2009 e 31 giugno 2009. Perché lo ha fatto? Perché ci sono importanti considerazioni su come la politica dei prezzi sbagliata di un editore possa seriamente danneggiare un autore: ora in modo limitato, ma già nel corso del 2010 o nel 2011 potrebbe essere un danno molto più serio (ricordate che le vendite degli eBook in USA stanno continuando a crescere alla grande).
eBook venduti tramite l’editore Hyperion su Amazon Titolo Prezzo ($) Venduti Totale ($) Royalty ($) Whiskey Sour 3,96 550 2.178,00 341 Dirty Martini 6,39 202 1.290,78 604 Fuzzy Navel 7,59 152 1.153,68 341 Rusty Nail 7,99 153 1.222,47 341 Bloody Mary 7,99 180 1.438,20 381
Tutti Assieme ― 1.237 7.283,13 2.008
Ho pubblicato anche il valore complessivo delle vendite su Amazon perché, con il modello di acquisto all’ingrosso (Amazon per ogni opera acquista al prezzo del cartaceo, con lo sconto da grossista, e poi vende l’eBook a un prezzo talvolta in perdita e talvolta no… ci sono molti libri comprati a 14$ e venduti a 9,99$: il vero business di Amazon, fino a ora, era quello del Kindle e gli eBook erano solo di supporto), la percezione del reale denaro in gioco può risultare sfalsata. In questo caso non c’è il modello agenzia con la sola percentuale da dividere, tipo 50-50 o 60-40 o 70-30. Chiaro?
Konrath ha ricevuto il 25% della cifra pagata da Amazon all’editore Hyperion per ogni eBook venduto e quindi le royalty non sono calcolate in base al prezzo di vendita sul negozio del Kindle. Queste royalty possono variare da un minimo di 0,62$ (il libro venduto da Amazon a 3,96$ è stato acquistato da Hyperion a 2,48$) a un massimo di 2,99$ (il libro venduto a 6,39$ è quello più costoso per Amazon: lo ha pagato ben 11,96$… vendita sottocosto! Urrà!).
Qualche considerazione tratta dai dati.
Il libro a 3,96$ ha venduto il triplo del migliore di quelli a 7,99$. Questo è un fatto. I guadagni in royalty del più economico sono stati leggermente inferiori (341$ contro 381$), ma questo dipende anche dal prezzo di acquisto all’ingrosso. Possiamo però vedere che, guardando la cifra pagata davvero dai lettori, il più economico ha fatto incassare tra il 51% e il 78% in più di quelli più costosi (2.138$ contro 1.438,20$ o 1.222,47$).
Questo significa che se la vendita fosse avvenuta con il modello agenzia, basandosi solo sulla percentuale, l’autore vendendo a 3,96$ invece che a 7,99$ avrebbe ottenuto il 300% delle possibilità di innescare passaparola (triplo dei lettori, triplo delle chance) ottenendo assieme guadagni maggiori del 50%!
Sembra un affare dannatamente buono far pagare ai lettori la metà e simultaneamente guadagnare una volta e mezzo tanto!
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| Gli editori si sentono fischiare le orecchie? |
E questo è il meno.
La vera sorpresa, che ha sorpreso pure me nonostante in passato avessi sostenuto più volte l’idea che gli eBook si sarebbero potuti vendere a un prezzo minuscolo come 1,99 euro per favorire al massimo l’acquisto, arriva ora: la mia proposta di prezzo, che ad alcuni (Sandrone e Dimitri) era sembrata così ESTREMA e UTOPICA, è invece quella in grado di aumentare più delle altre i guadagni!
Essere il Duca è un grosso problema: si ha ragione sempre, anche quando si comincia a dubitare della propria opinione… davvero una cosa fastidiosa! ^__^”"
Ecco i libri venduti da Konrath direttamente sul negozio del Kindle, senza passare da un editore. Questi sono stati venduti col modello agenzia e l’autore ha ricevuto il 35% del prezzo, ovvero 0,70$ per eBook venduto.
eBook venduti da solo su Amazon Titolo Prezzo ($) Venduti Totale ($) Royalty ($) The List 1,99 5.142 10.232,58 3.600 Origin 1,99 2.619 5.211,81 1.833 Disturb 1,99 1.139 2.266,61 797 Shot of Tequila 1,99 900 1.791,00 630
Tutti Assieme 1,99 9.800 19.502,00 6.860
Seguiamo il discorso di Konrath e traiamo alcune conclusioni:
― gli eBook a 8$ vendono una media di 340 eBook l’anno [incasso: 2.720$];
― gli eBook a 4$ vendono una media di 1.100 eBook l’anno [incasso: 4.400$];
― gli eBook a 2$ vendono una media di 4.900 eBook l’anno [incasso: 9.800$].
Non ci vuole un genio della matematica per capire che i profitti maggiori sono stati fatti con gli eBook al prezzo più basso.
I cinque eBook pubblicati con Hyperion fanno guadagnare mediamente in royalty 803$ l’uno, all’anno, su Amazon. I quattro eBook che ha pubblicato da solo a prezzo bassissimo fanno guadagnare 3430$ l’uno, sempre nel corso dell’anno, su Amazon.
Se Konrath avesse i diritti digitali di tutti i suoi sei libri (questi cinque più il sesto che all’epoca non era ancora in vendita in eBook) e potesse venderli su Amazon a 1,99$, guadagnerebbe 28.580 dollari all’anno, in totale, invece dei 4.818$ (803$ a libro per sei libri) che guadagna con Hyperion.
O, in altre parole, dato che Hyperion ha i diritti su sei dei suoi eBook, lui sta ricevendo un danno economico da mancato guadagno pari a 15.762$ all’anno.
Hyperion ha anche i diritti per stampare le versioni cartacee dei suoi libri, è vero, ma quei libri di carta non stanno vendendo abbastanza da fargli guadagnare 15.762$ in royalty. Va considerato che ben quattro sono già finiti nel mercato dei paperback a 7,99$. Ci sono eBook venduti al prezzo del cartaceo o peggio: la Kindle edition di Bloody Mary ora costa al cliente finale 11,49$ (Amazon paga/pagava all’editore 8,47$) mentre il prezzo del paperback è 7,99$.
Konrath, come fa giustamente notare, guadagnerebbe di più vendendoli da solo. E infatti ora si trova proprio nella prospettiva di sperare che l’editore smetta di stampare i cartacei! Se potesse riappropriarsi dei diritti su quei libri, possibile se l’editore smettesse di venderli, potrebbe cominciare a guadagnare più soldi di prima applicando la strategia di prezzo corretta invece di quella cretina.
Il mercato degli eBook è quello su cui puntare per il futuro.
Quelle migliaia di vendite a 1,99$ contro le neanche duecento vendite a 7,99$ sono avvenute in un mercato, quello della prima metà del 2009, appena all’inizio della fase del BOOM che viviamo tutt’ora. Se nel 2009 gli eBook avevano un mercato (stimato) del 1-2%, nel corso del 2010 potrebbero arrivare decisamente al 4-5%. È pochissimo, quasi niente, ancora. Ma è pur sempre il triplo (circa) e gli editori stessi, un po’ preoccupati dagli avvenimenti, pensano che il 50% verrà toccato entro pochi anni (il 2018, si diceva, ma è probabile che la perdita dello scarso margine di guadagno nel cartaceo acceleri molto le cose: i costi dell’editoria tradizionale sono grandi e rosicchiare i profitti può far passare certe opere da un modesto attivo a un chiaro passivo).
E volete sapere un’altra cosa curiosa? Quegli eBook venduti a 1,99$ erano reperibili GRATIS sul sito dell’autore:
Because I’m still making money. I don’t think piracy has hurt my sales. In fact, I think it helps my sales by giving me a wider distribution network and greater brand recognition.
My self-pubbed Kindle titles are $1.99 or less. Since last April, I’ve sold over 20,000 books on Amazon.
Want to hear the funny thing? These same ebooks are available for free on my website. For FREE.
Does free hurt sales? Apparently not.
Migliaia di copie acquistate di qualcosa che si poteva avere gratis e leggere gratis sul Kindle. E chi acquista eBook si può immaginare che sia un po’ più digitalmente alfabetizzato del tipico lettore ancora incollato alla carta (che in poche parole si traduce con “sa dove sono le cose e se vuole può prendersele”).
D’altronde 1,99$ è un prezzo così RIDICOLO da far sentire chiunque un pidocchio, un meschino e un ingrato, all’idea di rubare all’autore che si apprezza perfino una cifra tanto misera da essere carità. Ovvio che quel dollaro e novantanove va guadagnato: se si sparge la voce che i libri fanno schifo, è più facile che chi vuole provare “tanto per” decida di optare per la versione piratata.
Ora immaginate Konrath che non vende 4900 eBook (ottenibili col 2% di mercato in eBook) di ogni romanzo a 1,99$ l’anno, ma 30.000 o 40.000 (col 50% di mercato in eBook, ho stimato abbondantemente al ribasso). Verrebbe una gran bella cifra nelle sue tasche. Mentre gli eBook a 7,99$ arrancherebbero a 2000-2700 vendite, o perfino meno se ipotizzassimo un calo delle vendite dovuto alla percezione diffusa che il prezzo giusto sia entro i 6$. Konrath già ora ipotizza, e sembra una stima ragionevole, vendite dei propri eBook in aumento del 50% nel corso del 2010.
E ricordate che da pochi mesi, grazie a Kindle for PC, è possibile comprare i libri su Amazon anche senza avere il Kindle. Io ne ho già comprati un paio a 6-7$ e ho messo i PRC nel mio Cybook. Più possibilità di vendere per Konrath! ^_^
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| J.A. Konrath e Jeff VanderMeer. Il segreto del loro successo? |
Badate bene: questo non significa che qualsiasi Pinco Pallino nel 2015 potrà vendere da solo la sua mezza dozzina di romanzi e ricavarne 20.000 e più euro l’anno. Per guadagnare bisogna farsi conoscere, bisogna proporre libri validi e bisogna avere fortuna. Si deve costruire una base di pubblico e saper lavorare coi nuovi media e con tutto il mondo delle pubbliche relazioni, incluso investire in pubblicità (sotto forma di vera e propria pubblicità o di “presenza” sul web), trovare un editor esperto (magari tramite agenzie in grado di inviare gli scrittori a dei professionisti freelance) ecc… il tutto in una dura competizione contro decine di migliaia di altri scrittori motivati e preparati. E sì, anche impegnandosi moltissimo si può fallire. Molte persone, semplicemente, non saranno in grado di farcela da sole.
Anche Konrath lo dice: se anche questo metodo ora va bene per LUI, non significa che i nuovi autori debbano smettere di cercare un SERIO editore. Serio, appunto, che non è necessariamente ciò che potrebbero trovare in Italia. Ma un serio editore, con dei seri editor e un serio modo di concepire i libri e la loro commercializzazione, è una risorsa preziosa.
Per ora fermiamo il discorso qui. Dedicherò il prossimo articolo proprio a qualche riflessione sul prezzo degli eBook mantenendo tutti i costi del libro che non dipendono dalla carta.
Voglio chiudere l’articolo con una citazione di Dimitri, presa dal commento linkato prima:
Duca: io do per scontato di star parlando di un’editoria che è fatta da gente che del suo lavoro mangia. Che si possano ‘fare’ ebook a 5 euro è fuor di dubbio. Anche gratis, certo.
[...]
Ma dire ‘facciamo libri a due euro’ è irrealistico, e non aiuta la causa – la rallenta, come ogni dichiarazione di principio.
Io sarò irrealistico e le mie saranno solo dichiarazioni di principio che rallentano la causa, ma questo vallo a spiegare a Konrath, che con il mio suo irrealismo ci fa molti più soldi che col tuo realismo. Guadagnare quattro volte tanto rimane quattro volte tanto sia che ci sia un editore sia che ci sia solo l’autore, anzi è ancora più importante farlo se l’editore deve arrivare il prima possibile in pari con l’investimento. E se Amazon non estenderà il modello agenzia 70-30 anche agli eBook da 1,99$, si potrà sempre vendere a 2,99$ (limite attuale per ricevere il 70% dei compensi) e si guadagnerà di più che con gli eBook a 9,99$.
Magari è solo un caso che Konrath abbia guadagnato di più con gli eBook a 1,99$ (come era solo un caso che Doctorow vendesse più cartacei dando gli eBook gratis… e Gaiman… e Coelho… e un sacco di autori su Random House, ops, aspetta: non era solo un caso!), ma in futuro pensiamoci due volte prima di esprimere facili giudizi e attribuire facili etichette di “irrealtà” per screditare la posizione degli altri.
Facciamo parlare i fatti, non le chiacchiere. È solo un suggerimento, poi ognuno è libero di fare come preferisce e come il cuore gli comanda. Grazie. ^_^
Posted by Il Duca Carraronan on 06 feb 2010 | Tagged as: Ebook, Editoria
Ripropongo con il consenso dell’autore l’articolo che Antonio Tombolini, CEO di Simplicissimus Book Farm, ha pubblicato oggi sul suo blog personale. Grassetti e corsivi sono stati mantenuti come nell’originale. L’articolo finale di Henry Blodget è stato modificato, inserendo il contenuto in un riquadro di blockquote invece che nel box di Business Insider.
Apple, Amazon, MacMillan e la guerra degli ebook: ma… non manca qualcuno?
Autore: Antonio Tombolini.
Le apparenze
Il Povero Editore, MacMillan, nei panni di Davide, riesce ad imporre ad Amazon, nei panni di Golia – dopo due anni di oppressione – la sua vittoria, nell’interesse dei buoni, di quelli cioè che non vogliono uccidere i libri, e che vogliono fare solo – oh, sì! – l’interesse degli autori e delle belle arti. A dare a Davide-MacMillan la forza per imporsi è Apple, nei panni del Buon Samaritano.
Qual era l’oppressione che Golia-Amazon imponeva a Davide-MacMillan? Approfittando del suo strapotere Golia-Amazon imponeva agli ebook del povero editore in vendita nel Kindle Store i prezzi che voleva lui, togliendo così al povero editore il controllo del prezzo del suo prodotto, e mettendo così a rischio anche – indirittamente – la remunerazione degli autori. E’ il modello wholesale, vendita all’ingrosso, in cui il dettagliante (Amazon in questo caso) chiede al fornitore (MacMillan, l’editore) il prezzo netto di acquisto a lui riservato, e poi è il dettagliato a decidere il prezzo di vendita al cliente finale.
Dopo due anni di codesta oppressione, arriva il BuonSamaritano-Apple, a proporre col suo iBooks agli editori un modello diverso, il modello agenzia: il dettagliante (iBooks di Apple, in questo caso) non compra una merce, ma funge da agente di vendita per conto del fornitore (MacMillan, l’editore), e viene da questi ripagato con una commissione, o provvigione. Qui è il fornitore-editore a decidere il prezzo al cliente finale, e l’agente-iBooks si limita a richiedere la sua provvigione.
In cosa consiste dunque la vittoria odierna di Davide-MacMillan? Costui – grazie all’appoggio del BuonSamaritano-Apple che gli dice oh, ma no, il prezzo dei tuoi ebook con me, nel nostro iBooks, lo deciderai tu! – si ribella a Golia-Amazon e riesce ad averla vinta: d’ora in poi il Povero Editore venderà i suoi ebook al prezzo che decide lui, anche nel Kindle Store di Golia-Amazon, costretto a cedere.
Ma qual è la realtà?
Chi è davvero MacMillan? Certo non un Povero Editore: è uno dei big six publishers, dei maggiori sei editori di lingua inglese, e dunque del mondo.
Grazie alla vittoria di MacMillan, i loro ebook saranno venduti nel Kindle Store a 14,99$ invece che a 9,99$: una strana forma di healthy competition, quella auspicata dal CEO di MacMillan, questa che fa lievitare del 50% i prezzi per il consumatore!
In tutta questa storia è ben strano che il mondo dei buoni (MacMillan-Apple) dimentichi del tutto che c’è un attore del mercato che forse è il caso di tenere in considerazione: il consumatore, il cliente finale, quello che alla fine mette le mani in tasca e sborsa i soldi che tengono in piedi le aziende. E’ ben strano che MacMillan, gli editori, non capiscano che quello che detta legge, alla fine, è colui che misura il valore aggiunto, e che dunque, alla fine, sarà proprio il consumatore ad imporre il suo prezzo agli ebook: e tutti sanno – se non si vuole fingere – che perfino la soglia dei 9,99$ è già ora fin troppo alta per chi compra ebook, e viene accettata solo ora, in una fase embrionale del mercato. Ma che a regime, diciamo entro tre anni da ora, un ebook non potrà costare più di 5$ (o 5€): se ci si possa guadagnare o no (e ci si può guadagnare sì, altroché se ci si può guadagnare!) è un problema che autori, editori e librai dovranno risolversi da loro.
A cosa condurrebbe una scelta analoga a quella di MacMillan (aumentare i prezzi degli ebook fino ai 12-15$) da parte di tutti gli editori dominanti? Ad accelerare la loro estinzione: gli autori si accorgeranno che così facendo guadagneranno di meno, semplicemente perché si venderanno meno ebook (legali). E aderiranno sempre di più alle proposte (prima tra tutte, guarda un po’, quella di Amazon) di auto-pubblicarsi, accettando di vendere a prezzi bassi i loro ebook, in cambio del 70% dei ricavi. Un signore di nome Paulo Coelho l’ha già fatto, per dire.
E allora, che resta da fare agli editori?
Un sacco di cose: anticipare quel che il mercato chiede e si aspetta, ovvero ebook a prezzi inferioni ai 5$/€, proponendoli subito, senza attendere di esservi costretti, mettendo mano subito alla ristrutturazione dei loro costi di produzione.
Ben sapendo che nel mondo degli ebook (come le major discografiche stanno dimostrando nella musica) la riduzione dei costi di produzione è più che proporzionale alla riduzione dei ricavi che comunque ci sarà. Che tradotto poi vuol dire che nel mondo degli ebook l’editore (e con lui l’autore) potrà guadagnare più di quel che guadagna ora: purché si concentri da subito sul suo mestiere di editore nel nuovo mondo, sul valore aggiunto che può rappresentare rispetto alla scelta di auto-pubblicazione.
Insomma, io la penso un po’ così:
apri articolo di Henry Blodget su Business Insider ▼
Un articolo adatto per la massa di pubblico che (giustamente) non aveva tempo per inseguire la mole di interventi apparsa nei giorni scorsi sui giornali e sui siti di settore. Articoli che talvolta, da entrambi le parti, erano un po’ troppo schierati (leggasi “leggera forma di malafede”) invece che intenzionati a studiare la realtà del caso nella sua complessità, sfruttando il trucco demagogico di rappresentare la vicenda come un duello Poveri e Buoni (Macmillan e Autori) contro Ricchi e Cattivi (Amazon e… uh, forse pure noi?).
Non ci sono Buoni e Cattivi, ma di certo c’è un forte interesse in gioco: quello di noi lettori che i soldi li dobbiamo sborsare e non abbiamo nessun motivo per essere costretti ad accettare DRM, prezzi folli e ogni altra sorta di stronzata venga in mente ai difensori dello Status Quo editoriale.
Qui sotto metto una lista con altri articoli e informazioni sullo stesso tema, per chi vuole approfondire. La lista verrà aggiornata all’apparire di nuovi articoli interessanti.
29 Gennaio
― http://www.teleread.org/2010/01/29/amazon-removes-macmillan-titles-from-direct-sale/
― http://www.boingboing.net/2010/01/29/amazon-and-macmillan.html
30 gennaio
― http://www.ereads.com/2010/01/macmillan-hurls-itself-and-its-authors.html
31 gennaio
― http://www.teleread.org/2010/01/31/amazon-capitulates-in-macmillan-e-book-disagreement/
― http://www.businessinsider.com/henry-blodget-hey-john-sargent-ceo-of-macmillan-books-screw-you-2010-1
1 febbraio
― http://paidcontent.org/article/419-in-amazon-vs.-macmillan-amazon-is-the-winner/
― http://www.teleread.org/2010/02/01/reader-backlash-against-the-amazonmacmillan-war-putting-our-money-where-our-mouths-are/
2 febbraio
― http://www.teleread.org/2010/02/02/john-scalzi-buy-new-option-still-not-available-for-macmillan-titles-on-amazon-please-support-macmillan-authors/
3 febbraio
― http://www.ereads.com/2010/02/you-wanna-turn-us-off-too-murdoch.html
4 febbraio
― http://www.internetevolution.com/author.asp?section_id=556
6 febbraio
― http://www.teleread.org/2010/02/06/macmillan-books-back-on-amazon/
Voglio sottolineare l’importanza di questo pezzo dell’articolo di Blodget:
First, if Macmillan collapses, so be it. Someone else (Amazon?) will happily publish whatever good books Macmillan would have published. Macmillan’s editors will find other employers, perhaps at Amazon.
D’accordo al 100% (è la stessa posizione che avevo espresso altre volte): se davvero questi specialisti dell’editoria sono così vitali e importanti e lo saranno sempre di più (e io credo e spero che lo saranno), l’eventuale estinzione dei Dinosauri vedrà i seri professionisti assunti da Nuove Aziende che hanno davvero bisogno di loro per poter competere.
Posted by Il Duca Carraronan on 04 feb 2010 | Tagged as: Grande Guerra, Storia Militare
Quattro mesi fa, al tempo del sondaggio sugli articoli, avevo detto che mi sarei occupato anche di eventi e curiosità della Grande Guerra. È ora di fare un primo articolo, per non dimenticare ciò che merita di non essere dimenticato: l’eroismo del sottotenente Warneford, il primo uomo che distrusse uno Zeppelin in volo.
Dedico questo articolo alla cara Gamberetta. Aveva annunciato di voler parlare di dirigibili rigidi nella, ormai abortita, recensione di Boneshaker. Torna presto tra noi: hai un pubblico che ti vuole bene e che ti aspetta!
Reginald “Rex” Alexander John Warneford nacque il 15 ottobre 1891 a Darjeeling, in India, da genitori inglesi originali dello Yorkshire. Il padre era ingegnere delle Ferrovie Indiane. Da piccolo Rex Warneford studiò in Inghilterra presso la scuola Re Edoardo VI, a Stratford-upon-Avon. Tornato in India con la famiglia Rex Warneford frequentò il collegio inglese a Simla e successivamente scelse di lavorare nella marina mercantile, unendosi alla British-India Steam Navigation Company.
Quando scoppiò la Grande Guerra Rex si trovava in Canada, in attesa di tornare in India. Non vi tornò mai: diede le dimissioni e partì per l’Inghilterra dove si unì al secondo battaglione del famoso Sportsman’s Regiment (un reggimento di atleti). Anche se era prestigioso farne parte, era molto difficile che il reggimento sportivo venisse inviato a combattere. Rex Warneford voleva la guerra: si fece trasferire al Royal Naval Air Service.
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| Reginald Alexander John Warneford, sottotenente decorato con la Victoria Cross: fu il primo uomo a distruggere uno Zeppelin in volo |
Warneford in principio era arrogante, presuntuoso e non era nemmeno granché come pilota. Il suo comandante, Groves, aveva ben chiaro in mente che si sarebbe rotto il collo molto prima di entrare in azione, ma l’istruttore Warren Merriam vide il buono presente in Rex e seppe insegnargli a domare l’impulsività a sufficienza per eseguire quanto richiesto dalla missione. Quando venne inviato alla Central Flying School presso Upavon, Rex aveva dimostrato a Groves di essere un giovane e audace aviatore.
Il 23 febbraio 1915 Warneford ottenne le ali e venne inviato al secondo Gruppo (Wing, in inglese), presso Eastchurch. Gli ufficiali superiori si accorsero subito che Warneford aveva bisogno di un po’ di sana azione per scaricare tutte le sue energie animali e lo inviarono al primo Gruppo, al di là della Manica, sotto il comando del tenente colonnello Arthur Longmore (futuro Generale d’armata aerea nella Seconda Guerra Mondiale). Rex arrivò a Vernue (Furnes in francese) il 7 maggio 1915 e continuò a dimostrarsi insofferente e incontrollabile come prima. Longmore ne ebbe subito abbastanza del nuovo pilota: sarebbero stati gli Unni a insegnargli un po’ di disciplina (ma non funzionò).
Per il suo primo volo fuori da Vernue, Rex ricevette un obsoleto biplano Voisin a due posti. Il suo osservatore-mitragliere avrebbe ricordato a lungo l’esperienza. Poco dopo aver preso il volo Warneford individuò un ricognitore tedesco che volava in circolo su Zeebrugge. Rex non si fece sfuggire l’occasione e ordinò all’osservatore di utilizzare la mitragliatrice non appena possibile. Inseguirono il velivolo nemico fino alla base, ma la mitragliatrice si inceppò. Warneford non poteva tollerare di aver perso la preda: abbandonò i comandi e cercò di infilarsi nel posto dell’osservatore per sistemare l’inceppamento.
Si possono bene immaginare le “acrobazie” dell’aereo in simili condizioni.
Si racconta che al ritorno a Vernue Warneford dovette aiutare l’osservatore terrorizzato a scendere.
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| Biplano Voisin I (tipo L). Non so se era questo il modello pilotato da Rex, ma dato che si parla di “vecchio” non credo fosse il Voisin III del 1914. |
Longomore fornì a Warneford un nuovo aereo, più adatto alle acrobazie richieste dal folle pilota: un modernissimo monoplano biposto Morane-Saulnier tipo L (il numero 3253), modificato per diventare monoposto agendo ugualmente come ricognitore-caccia (la mitragliatrice era “in caccia”, sincronizzata con l’elica: una novità assoluta per l’epoca). Longmore aveva avuto l’accortezza di voler evitare nuovi traumi agli osservatori, negando alla radice la possibilità che ci potesse essere un secondo uomo sul veicolo guidato da Rex. LOL!
Warneford venne invitato a fare del suo peggio. Non se lo fece ripetere: con il suo nuovo caccia mise assieme in pochi giorni un invidiabile record inseguendo aerei nemici, bombardando postazioni d’artiglieria, attaccando truppe in movimento e perfino dando la caccia allo Zeppelin LZ39 (17 maggio 1915) che scaricò la zavorra e sfuggì per un pelo alla mitragliatrice del folle Rex.
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| Monoplano parasol ad ala alta Morane-Saulnier tipo L: questo in particolare è un Pfalz AII, ricognitore tedesco senza armi prodotto su licenza. |
Il 6 giugno 1915 i tedeschi tentarono di lanciare un attacco congiunto dal cielo e dal mare sull’Inghilterra. Dagli hangar del Belgio occupato si levarono in volo tre Zeppelin: uno (LZ38) per problemi tecnici dovette atterrare subito e gli altri due (LZ39 e LZ37) furono costretti dalla nebbia a rientrare prima di raggiungere la costa inglese.
Gli inglesi si erano accorti di cosa stava accadendo. A mezzanotte e venti del 7 giugno l’ammiragliato avverti Longmore. All’una di notte gli aerei partirono da Vernue per intercettare gli Zeppelin. Ovviamente uno dei piloti era il sottotenente Warneford. Era la sua prima missione notturna.
Preso dalla bellezza del volo, Warneford salì a 2.000 piedi (circa 600 metri) prima di ricordarsi di essere in missione. Mentre tentava di abituarsi alla scarsa luce e a leggere le strumentazioni di bordo arrivò a 3.000 piedi (900 metri). Nel frattempo Rose, l’altro sottotenente alla guida di un Morane-Saulnier tipo L, era fuori vista nella foschia e degli altri veicoli non c’era traccia. Warneford era separato dal gruppo, nel buio della notte, con il solo rumore del motore a spezzare il silenzio.
Essersi separato dal gruppo era la cosa migliore che potesse capitargli: Warneford finì per trovare uno Zeppelin tutto per sé. Dopo pochi minuti di volo vide un veicolo enorme presso Ostenda. Sembrava lungo un chilometro. I bagliori in coda permettevano di vedere la copertura in gomma dipinta giallo ocra. Warneford non riusciva a credere che una simile mostruosità potesse volare.
Era lo Zeppelin LZ37 comandato dall’Oberleutnant (primo tenente) Otto van der Haegen. Lo Zeppelin era molto più piccolo di quanto fosse sembrato a Warneford: era lungo appena 158 metri, con 22.500 metri cubi di idrogeno in 18 celle, quattro mitragliatrici sulle gondole e tre motori Maybach da 210 cavalli.
Warneford lo inseguì. Considerate che il suo aereo andava più veloce dello Zeppelin, ma non di molto: 100-115 Km/h contro 80 Km/h. Arrivò a contatto all’una e cinquanta, presso Bruges, ma venne respinto dalle mitragliatrici dello Zeppelin che gli sforacchiarono le ali. Secondo alcune fonti Rex fece fuoco con la mitragliatrice Vickers da .303 o perfino con la carabina (così, per una questione di principio!), ma questo non sembra molto probabile e, in più, non appare nemmeno nel resoconto ufficiale.
Rex continuò a seguire lo Zeppelin.
Lo Zeppelin scaricò le zavorre e prese quota, per scoraggiare il piccolo caccia che arrancava nel tentativo di superare i 7000 piedi (2130 metri). Warneford non era disposto a lasciarsi sconfiggere: se lo Zeppelin, per quanto potente, era in fuga allora lui doveva dargli la caccia. Continuò a seguirlo, prendendo quota un po’ alla volta, nella speranza di portarsi sopra il nemico senza essere visto. Lo Zeppelin aumentò la velocità e puntò su Gand.
Alle due e venticinque lo Zeppelin scese di nuovo a 7.000 piedi, per fare una pausa dall’alta quota e approfittare dello strato di nubi che copriva Gand. Warneford era arrivato a 11.000 piedi d’altezza (3350 metri). Probabilmente i tedeschi si credevano al sicuro, ormai. In pochi minuti Rex fu sopra il nemico, nella posizione ideale per attaccare. Spense il motore e si lanciò in picchiata.
Warneford vedeva bene il rivestimento superiore dello Zeppelin (verde, secondo il resoconto ufficiale) e, come sperava, non c’era nessuna mitragliatrice là in cima. A 7.000 piedi, poco sopra lo Zeppelin, iniziò a scaricare le sei bombe incendiarie da 20 libbre (9 kg) che aveva in dotazione. No, non le doveva lanciare a mano: il suo aero disponeva già di un rudimentale sistema di sgancio che permetteva di far precipitare una bomba per volta.
Le prime due andarono a vuoto, ma appena lasciò cadere l’ultima vi fu un’esplosione così forte che lo spostamento d’aria ribaltò l’aereo e lo fece ruotare su se stesso più volte. Warneford sarebbe caduto fuori dal veicolo se non fosse stato assicurato al posto dalla cintura di sicurezza.
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| Warneford lanciato all’attacco. Il colore dello Zeppelin è sbagliato e mancano le nubi, ma è una delle poche raffigurazioni in cui l’aereo di Warneford è rappresentato correttamente: monoplano con ala montata sopra la fusoliera e non biplano o perfino monoplano con l’ala a metà altezza della fusoliera. |
Lanciarsi dall’alto sopra gli Zeppelin e sganciare bombe era esattamente la tecnica che Churchill aveva raccomandato per affrontare quei giganti dell’aria. Si pensava infatti che lo strato di gas inerte presente tra il rivestimento del telaio in alluminio e le celle dell’idrogeno avrebbe vanificato l’effetto dei proiettili incendiari: da queste considerazioni, rafforzate dal successo di Warneford, nacque la teoria (sbagliata) per cui era meglio lanciar bombe sugli Zeppelin senza perder tempo a sparargli addosso proiettili incendiari.
L’aereo era fuori controllo, ma Rex riuscì in poco tempo a mandarlo in picchiata per riprenderne i comandi, mentre aggiustava la miscela di aria e carburante del motore rotativo Le Rhône nella speranza di cavarne fuori qualcosa in più di qualche colpo di tosse. Niente da fare. Rex planò in un campo nei pressi di Gand, mentre si godeva lo spettacolo dello Zeppelin in fiamme che si schiantava al suolo, lasciandosi dietro una scia di denso fumo e materiale in fiamme.
Non c’erano nemici in vista. Warneford preparò l’aereo per la distruzione, nel dubbio che potesse far capolino il nemico, e poi si mise al lavoro per riparare il motore. Il danno non era grave: una delle pompe si era rotta e tutto il carburante era fuoriuscito mentre l’aereo ruotava su se stesso. In appena trentacinque minuti dall’atterraggio Warneford, che era sempre stato un abile meccanico, riparò l’aereo e mise nel serbatoio il carburante di riserva. In quel momento apparve un gruppo di cavalleggeri tedeschi. Fortunatamente il motore era ancora caldo e pronto al decollo. Warneford saltò nella carlinga e prese il volo gridando «Salutatemi il Kaiser!» ai cavalleggeri che lo fissavano a bocca aperta.
Naturalmente questi dettagli pittoreschi non appaiono nell’austero resoconto ufficiale consegnato a Longmore, ma fanno parte della vicenda raccontata da Warneford e tramandata fino a oggi. Qui sotto potete leggere il rapporto redatto da Warneford.
Wing Commander Longmore.
Sir,
I have the honour to report as follows: I left Furnes at 1:00 A.M. on June the 7th on Moräne No. 3253 under orders to proceed to look for Zeppelins and attack the Berchem Ste. Agathe Airship Shed with six 20-lb.bombs.On arriving at Dixmude at 1:05 A.M. I observed a Zeppelin apparently over Ostend and proceeded in chase of the same. I arrived at close quarters a few miles past Bruges at 1:50 A.M. and the Airship opened heavy maxim fire, so I retreated to gain height and the Airship turned and followed me.
At 2:15 he seemed to stop firing and at 2:25 A.M. I came behind, but well above the Zeppelin; height then 11,000 feet, and switched off my engine to descend on top of him. When close above him, at 7000 feet I dropped my bombs, and, whilst releasing the last, there was an explosion which lifted my machine and turned it over. The aeroplane was out of control for a short period, but went into a nose dive, and the control was gained.
I then saw that the Zeppelin was on the ground in flames and also that there were pieces of something burning in the air all the way down.
The joint on my petrol pipe and pump from the back tank was broken, and at about 2:40 A.M. I was forced to land and repair my pump.I landed at the back of a forest close to a farmhouse; the district is unknown on account of the fog and the continuous changing of course.
I made preparations to set the machine on fire but apparently was not observed, so was enabled to effect a repair, and continued at 3:15 A.M. in a south-westerly direction after considerable difficulty in starting my engine single-handed.I tried several times to find my whereabouts by descending through the clouds, but was unable to do so. So eventually I landed and found out that it was at Cape Gris-Nez, and took in some petrol. When the weather cleared I was able to proceed and arrived at the aerodrome about 10:30 A.M. As far as could be seen the colour of the airship was green on top and yellow below and there was no machine or gun platform on top.
I have the honour to be,
Sir,
Your obedient servant,
(signed) R. A. J. Warneford,
Flt. Sub-Lieutenant.
Nel giro di poche ore la notizia dello Zeppelin distrutto raggiunse ogni angolo dell’Impero Britannico. Le foto di Warneford apparvero nei giornali e sugli schermi dei cinema. Era un eroe. Mary Gibson, cugina di Rex, scrisse che «sollevò un poco gli animi, depressi dagli altri cupi bollettini di guerra». Il giorno dopo, con una procedura inusuale, il Re in persona inviò un telegramma a Warneford per annunciargli il conferimento della Victoria Cross.
Il governo francese non rimase insensibile all’eroismo di Rex: annunciò il conferimento della Croce della Legion d’Onore e chiese a Warneford di andare a Parigi per ricevere l’onorificenza. Terminata la cerimonia venne ordinato a Rex di partire da Buc con un biplano Farman per portare a Vernue il giornalista americano Henry Needharn, intenzionato a scrivere un articolo speciale sull’abbattimento dello Zeppelin. Il biplano Farman però era stato assemblato in fretta e in modo incompleto.
Pochi minuti dopo la partenza il biplano iniziò a rispondere male ai comandi e a 800 metri di altezza si avvitò su se stesso. La coda andò in pezzi. A 200 metri di altezza, probabilmente mentre Warneford tentava di guidarlo in un atterraggio di fortuna, l’aereo si rovesciò e i due uomini, che non avevano le cinture, furono sbalzati fuori. Il giornalista morì all’impatto col suolo, Warneford un’ora più tardi. Era il 17 giugno 1915, dieci giorni dopo l’impresa che lo aveva fatto entrare nei libri di storia.
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| Monumento funebre di Rex Warneford al Brompton Cemetery di Londra. Venne donato alla famiglia dai lettori del “Daily Express”. |
Torniamo ai tedeschi.
Lo Zeppelin in fiamme precipitò per oltre due chilometri. Una parte si schiantò contro il tetto del convento di Santa Elisabetta a Gand e un’altra parte finì contro il monastero Onze Lieve Vrouw Visitatie. Tutti gli uomini a bordo persero la vita meno uno, il timoniere Alfred Mühler, che rimase nella gondola in fiamme e saltò giù a trenta metri d’altezza, subito prima che si schiantasse contro il tetto. Si racconta, in una delle versioni della storia, che finì dentro all’edificio, cadde sul letto appena lasciato da una suora e corse fino al piano terra mentre lo Zeppelin in fiamme distruggeva tutto. Secondo un’altra versione era finito su un tavolo della cucina. Finita la guerra Mühler aprì una birreria dove raccontò per molto tempo la straordinaria vicenda, confermando il modo in cui Warneford aveva abbattuto lo Zeppelin LZ37.
Nell’incendio persero la vita due giovani suore, un bambino e un uomo che aveva tentato di salvarlo (secondo un’altra versione morirono una suora e un giardiniere nel convento e un bambino nel monastero), mentre molte altre persone rimasero ferite.
Madre Thérèse disse dell’avvenimento: «Nonostante il lutto noi tutte avevamo nel cuore un’immensa gioia per l’intrepida audacia e la vittoria del tenente Warneford. Dopo la guerra, in memoria di quel giovane venne affissa una targa sul muro del nostro convento e gli fu dedicata una via lì vicino.»
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| Traduzione alla brutto dio: “Il 7 giugno 1915 alle 2:30 del mattino, l’aviatore inglese Warneford abbatté il dirigibile tedesco numero 37″. Foto presa da qui. |
Tutto chiaro? Per chi vuole dedicarsi alla distruzione dei conventi con l’ausilio, arma insolita!, di un’aeronave in fiamme, basta ricordarsi di far bruciare vivi nell’atto due dozzine di crucchi e le suore saranno perfino felici di essere state prese di mira. Alla faccia dell’amore cristiano…
Note sulle fonti.
Dove possibile i dati dubbi sono stati controllati su tutte le fonti indicate e su fonti ulteriori, perlopiù in internet su siti di appassionati o forum frequentati da appassionati. Qui sotto trovate la spiegazione di due dei problemi principali affrontati nella stesura dell’articolo. Per i dettagli tecnici di LZ37 mi sono affidato a Zeppelin! The German Airship Story e Zeppelins: German Airships 1900-40 che riportavano dati più in linea con quelli delle altre fonti, sia per la capacità in metri cubi di gas che nel numero dei motori, rispetto a Whitehouse (dopo che aveva confuso LZ37 con L37 ho iniziato a prendere con le pinze ogni dettaglio tecnico da lui citato).
Nota sui nomi degli Zeppelin.
In The Zeppelin Fighters i dirigibili LZ37 ed LZ38 venivano erroneamente chiamati L37 ed L38 (con tanto di spiegazione sbagliata). L’autore aveva semplicemente confuso L con LZ ed LZ con L, per cui la spiegazione era giusta, ma l’applicazione sbagliata: LZ, che sta per Luftschiff [airship] Zeppelin, indica il nome per il produttore ed L la classe militare e/o il nome (numero tattico) di quelli per la marina. È possibile controllarlo anche su fonti dell’epoca, dove si parla sempre di LZ37 e non di L37 nel caso dello Zeppelin abbattuto da Warneford.
Faccio qualche esempio: LZ5 per i militari fu ZII; LZ38 si chiamava così sia per il produttore che per i militari, ed era uno Zeppelin “tipo p” che faceva parte della classe L10; ed L10, che dava il nome alla classe L10, era il nome militare dello Zeppelin LZ40; anche LZ37 si chiamava così sia per il produttore che per i militari ed era uno degli Zeppelin “tipo m2″ dei dodici della classe L3 nata con LZ24 (il cui nome militare era L3, appunto); L37 era invece il nome militare di LZ75, sopravvissuto alla guerra, trasferito nel 1920 in Giappone e infine smantellato; L38 era il nome militare di LZ84, costretto ad atterrare per i danni il 29 dicembre 1916 in Russia (Whitehouse invece diceva che LZ38 era quello caduto sul fronte orientale ed L38 quello partito per bombardare l’Inghilterra, lol!).
Gli Zeppelin prodotti per l’esercito (non per la marina, che mantenne la designazione L) dal 1915 in poi ottennero come nome militare LZ più il numero di produzione aumentato di 30 (LZ56 divenne LZ86). Una buona lista di nomi si può trovare qui o nel libro di Peter Brooks.
Nota sul numero di persone a bordo di LZ37.
Gilbert, nell’edizione italiana (possibile errore di traduzione?), segnalava nove morti su dieci uomini di equipaggio. Whitehouse segnalava ventotto uomini nello Zeppelin. La lista ufficiale dei caduti segnala invece solo otto nomi di morti nell’equipaggio (manca ovviamente il nono uomo, il superstite). Ventotto sono oggettivamente TROPPI per uno Zeppelin di quelle dimensioni e nove, per quanto sia la cifra giusta dato che ci sono otto morti, sono meno dei sedici (fonte Peter Brooks) e più indicati per i dirigibili di classe L3 “tipo m” (LZ37 è, più esattamente, un “m2″, ma la stazza è quella). La spiegazione è semplice e l’ho trovata qui.
The LZ37 was on a special mission to give a number of airship designers, specialists and technicians from the Zeppelin factory some firsthand knowledge of the various problems experienced by the crews on active service.
There was in fact 28 persons on board the LZ37 on the night it was downed. The LZ37 came down near Ghent on German held territory so any civilians on board would have been returned to Germany for burial as may have been some of the crew.
Un’altra curiosità sui “numeri” dell’equipaggio si può trovare qui.
LZ.37’s crew number is interesting. The Zeppelin was an ‘m-class’. From statements made by survivors of Zeppelin L.7 – another ‘m-class’ – which was shot down over the North Sea in May 1916, the standard crew allocated to a Navy ‘m-class’ was 22, of which 18 would fly – the remaining four allowed for absences due to sickness, etc. So, I wonder why the Army’s LZ.37 flew with only nine.
Si trattava quindi di ventotto persone a bordo, di cui solo nove erano militari dell’equipaggio e i restanti erano tecnici e specialisti venuti a studiare i problemi degli Zeppelin in azione e che, probabilmente, fornivano anche la manodopera necessaria per sostituire gli altri nove uomini d’equipaggio rimasti a terra.
![]() Questo articolo è dedicato alla Memoria di tutti gli uomini che durante la Grande Guerra sono morti nell’adempimento del proprio Dovere, sia quelli che la Vittoria ha reso più buoni e belli di quanto non fossero, sia quelli che la Sconfitta ha consegnato alla Propaganda dei Vincitori per tramandarli ai posteri come mostri e barbari anche se, storia e fatti alla mano, erano più umani e civili dei loro avversari. |
Posted by Il Duca Carraronan on 01 feb 2010 | Tagged as: Senza Categoria
Gamberi Fantasy chiude a tempo indeterminato, forse per sempre.
Gamberetta ci ha accompagnati con i suoi articoli, i suoi consigli di lettura, i suoi spunti, le sue recensioni e la sua ironia per due anni e mezzo. Ha sopportato gli insulti e le aggressioni delle checche isteriche pubblicate da editori più o meno famosi (e più o meno a pagamento), talvolta condite dai pregiudizi e dall’odio delle loro cricche di leccaculo decerebrati e di troll che in mancanza di argomentazioni ripetevano sempre la solita solfa a cui era stato già abbondantemente risposto.
Gamberetta ha sempre resistito agli attacchi e ha continuato a tenerci compagnia, nonostante tutto, rispondendo all’ignoranza e alla malafede con la qualità dei suoi articoli, perché voleva bene al suo pubblico. Anzi, di più: perché rispettava l’intelligenza del suo pubblico. Cosa che molti non fanno, preferendo vuote parole di comodo al vero rispetto intellettuale.
Ora Gamberetta, per problemi famigliari, è costretta a chiudere il blog.
Mi sento debitore nei confronti di Gamberetta per molte cose e a lei va tutta la mia stima e il mio affetto per quello che ha fatto, che stava facendo e che aveva in progetto di fare. Ci sono così tante cose per cui dovrei e dovremmo ringraziarla che, al momento, non mi sento nemmeno in grado di iniziare a elencarle. Sento solo che qualcosa di bello ci ha lasciati.
Auguro a Gamberetta che la sua situazione possa migliorare e che possa tornare presto a sorriderci e a farci sorridere con l’intelligenza e l’ironia che l’hanno sempre contraddistinta.
La saluto accostandola di nuovo a Needa Schuetlitch, sapendo che aveva apprezzato il nuovo logo “militaresco” del fan club molto più del precedente.
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| Ci mancherai, Gamberetta. |