settembre 2011
Archivio del Mese

Archivio del Mese
Posted by Il Duca di Baionette on 30 set 2011 | Tagged as: Conigli
Domenica scorsa sono andato a Milano per l’International Rabbit Day 2011. L’Associazione Animali Esotici (AAE, di cui ho parlato già qui) aveva organizzato, per il pomeriggio, una sfilata di coniglietti portati dai soci nel parco del Museo di Storia Naturale. Decine di coniglietti in recinti montati attorno all’area della sfilata, oppure in braccio o a spasso -al guinzaglio- coi padroni servitori umani. Tanti bei conigli, piuttosto calmi durante l’evento (un paio si allontanavano per esplorare e guardare da vicino gli altri umani, anche nel mezzo della sfilata).
Ho sentito solo una signora sgridare il proprio coniglio nel recinto: mi pare di aver capito che aveva aggredito un altro coniglio, ma non sono sicuro.
| Video della prima edizione della Giornata, nel 2010 |
Parecchi incroci con i testa di leone, in pratica ciuffi e basettoni abbinati a conigli con manti di vari colori, e perfino un bel coniglio Nuova Zelanda, reduce da un laboratorio (è nelle foto sotto, quello grosso e bianco che se ne sta in braccio).
Un veterinario ha spiegato che ci sono conigli nani con le orecchie non corte come dovrebbero, ma di proporzioni normali. A furia di incroci e bizzarrie genetiche in pochi decenni il nano è passato da pesare non più di un 1 kg a diventare un animale che sfiora gli 1,8 kg e, talvolta, sviluppa pure orecchie di lunghezza normale per le proprie dimensioni (immagino che perlomeno il musetto schiacciato da bulldog nei “nuovi nani” rimanga).
Nelle foto potete ammirare un bel coniglio arancione, sguardo nobile e cipiglio da aristocratico, con un occhio azzurro e l’altro… mezzo azzurro e mezzo nero: i conigli oltre agli occhi di colori diversi possono avere un singolo occhio di due colori.
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I conigli sono belli.
Gli oomani sono stopidi. ^_^
| Un saluto al coniglietto Mandorla, il bellissimo ariete di Giorgia che ieri ha attraversato il Ponte Arcobaleno. Ora è assieme a tanti altri coniglietti ad attendere di poter incontrare di nuovo la sua amica umana. |
![]() Ecco Mandorla, uno splendido ariete. |
| Cinnamon nel frattempo getta giù dal ponte qualsiasi umano che non gli garbi (cioè tutti, a vista), ma per quelli che vogliono bene ai coniglietti non c’è alcun pericolo. |
Posted by Il Duca di Baionette on 28 set 2011 | Tagged as: Ebook, Riflessioni
Oggi c’è stata la conferenza stampa di Amazon a New York (10:00 ora locale, 16:00 ora italiana). Non c’era lo streaming. L’ho seguita su canale Twitter dedicato al Kindle e sul sito di Nate.
Ci sono notizie molto buone e di conseguenza, forse, molto cattive.
Dipende se pensiamo solo a ora o se immaginiamo scenari di medio-lungo periodo.
Amazon ha presentato tre eReader e un tablet.
Si era detto che il tablet sarebbe costato sicuramente meno di 300 dollari perché c’erano ricerche secondo cui un buon tablet sotto quel prezzo poteva ottenere almeno cinque milioni di vendite in pochi mesi. Minimo. Si aspettava quindi un tablet “riempitivo” a 249 dollari, un concorrente diretto del Nook Color e del futuro Nook Color 2 (confronto coi 7 pollici, non con i 9,7 dell’ottima iPad 2 da 499 dollari di prezzo minimo).
Amazon ha fatto del suo meglio (ovvero del suo peggio, in prospettiva diversa).
Il Kindle Fire non è un mero riempitivo: ha uno schermo sì da solo 7 pollici, ma con l’eccellente tecnologia IPS (ampio angolo di visione) già presente sugli schermi degli iPad e, udite udite, processore dual core (pare sia un OMAP 4 da 1 Ghz). Il che lo rende un ottimo attrezzo anche per giochicchiare. Risoluzione 600×1024 pixel, con una densità quindi di 169 pixel per pollice, come già avveniva sul Nook Color. Per fare un paragone gli iPad hanno 768×1024 a 9,7 pollici ovvero appena 132 ppi. Lo schermo del Kindle Fire è rinforzato antiurto e antigraffio. Autonomia 7,5-8 ore (riproduzione video o lettura, con Wi-Fi spento).
Tutto questo ad appena 199 dollari, con consegne dal 15 novembre.
Il sistema di cloud fornisce spazio illimitato per i contenuti comprati su Amazon, così tutti i film, giochi e libri sono sempre disponibili. Oltre al cloud illimitato ci sono 8 GB di spazio disponibile per installare Apps, custodire in locale musica, documenti, filmati ecc… solite cose, lo sapete come funziona un computatore, poffarbacco!
Vera novità è Amazon Silk, un browser che nelle intenzioni deve essere rapidissimo perché, invece di pesare solo sul processore del tablet, elabora in remoto i dati della pagina richiesta sulla rete di computer del cloud (Amazon Elastic Compute Cloud, detto Amazon EC2) prima di inviarli al tablet per ridurre al minimo la fatica di ridimensionare e gestire gli elementi. In pratica il principio su cui si basano gli omogeneizzati. Pappetta web predigerita in remoto. Maggiori informazioni nel video qui sotto.
Per ulteriori aggiornamenti su Amazon Silk, seguite il blog ufficiale. |
E ora parliamo dei nuovi Kindle.
Ce ne sono tre modelli: Kindle, Kindle Touch e Kindle Touch 3G.
Il Kindle è il nuovo lettore di base, dotato di Wi-Fi e di porta micro-USB, ma senza 3G e senza touch. È stato ottimizzato per fare una sola cosa: leggere testi, saggistica e narrativa, senza fronzoli e senza le inutili complessità che si fantasticano per gli enhanced eBook (chi mi ha ascoltato su Carta Vetrata sa quanto sono scettico sulla loro “importanza”). Per renderlo più leggero e più compatto possibile hanno tolto il tastierino, per cui ora le ricerche sul dizionario e l’invio di mail non sarà più possibile come con il Kindle 3. Utile per portarlo in giro, 18% meno ingombrante, anche se rimane lontano dalla comodità di un 5 pollici o di un grosso smartphone. Lo schermo è sempre l’eccellente E Ink Pearl con 16 livelli di grigio e 600×800 pixel di risoluzione.
Il lettore base non si chiama ufficialmente Kindle 4, ma per distinguerlo dai precedenti potete definirlo così. Costa 79 dollari nella versione con pubblicità incluse, 109 dollari nella versione senza pubblicità. Le pubblicità a quanto ricordo per il Kindle 3 non erano molto invasive: c’erano screensaver pubblicitari quando si spegne il lettore e un piccolo box pubblicitario (guardalo in azione) in fondo all’indice dei libri.
È già in vendita.
Il Kindle Touch e Touch 3G si differenziano tra loro per la presenza o meno del 3G a fianco del Wi-Fi.
Schermo sempre E Ink Pearl a 600×800 pixel. Grazie allo schermo multi-touch sarà possibile inviare email come avveniva usando il tastierino fisico del Kindle 3 e sfruttare il comodo dizionario, ma non sono questi i motivi principali per cui potrebbe valere la pena comprarlo: ciò che davvero differenzia i modelli Touch dal Kindle base è la funzione X-Ray, ovvero la capacità di penetrare nel testo per trovare tutti i passaggi che contengono certi concetti, personaggi, figure storiche, luoghi e approfondire eventualmente tramite Wikipedia. Si sta leggendo un romanzo storico e viene citato un evento che non si conosce? Un paio di colpetti e si va su Wikipedia a informarsi.
Amazon invented X-Ray, a new feature that lets customers explore the “bones of the book.” With a single tap, readers can see all the passages across a book that mention ideas, fictional characters, historical figures, places or topics that interest them, as well as more detailed descriptions from Wikipedia and Shelfari, Amazon’s community-powered encyclopedia for book lovers.
Amazon built X-Ray using its expertise in language processing and machine learning, access to significant storage and computing resources with Amazon S3 and EC2, and a deep library of book and character information. The vision is to have every important phrase in every book.
Per ampliare il contenuto dei volumi, inoltre, Amazon ha creato un nuovo componente software denominato “X-Ray”: oltre ai capitoli dell’antologia che si desidera leggere, si scaricano dai server anche byte aggiuntivi contenenti informazioni e nozioni aggiuntive. Per esempio, se il libro parla della Rivoluzione Francese ci saranno magari le definizioni Wikipedia relative a quel periodo (Versailles, Luigi XV, Robespierre ecc), tutte accessibili con un tocco e mostrate in modo coerente alla pagina e a quanto si sta leggendo.
Spazio anche agli aspetti sociali: condivisione commenti, passaggi sottolineati ecc… in un modo simile a quanto già sperimentato su Bookliners. Ovviamente sarà possibile, come prima, prestare i proprio eBook per 14 giorni ad altri utenti (se l’editore concede il permesso di prestito). Informazioni più dettagliate nella pagina del prodotto.
Il Kindle Touch costerà 99 dollari nella versione con pubblicità e 139 dollari nella versione senza (149 e 189 dollari se c’è il 3G), spedizioni a partire dal 21 novembre e come al solito chi prima ordina prima verrà servito. Mi tenta molto il modello da 99 dollari: spero che lo vendano anche in Italia, magari annunciando la cosa con un’apertura natalizia del Kindle Store italiano.
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| Gli eBook autopubblicati incontrano il Kindle da 79 dollari: gioia per gli autori, si diffonde il digitale: “Grazie Amazon, gigante buono!” |
Prima ho detto che Amazon ha fatto del suo peggio facendo del suo meglio e ora vi spiego il motivo. Amazon gioca sporco, credo sia evidente. Con quel prezzo non può vendere quel tablet se non con guadagni azzerati o addirittura sottocosto, fiduciosa di rifarsi con la vendita dei prodotti collegati come libri, film, Apps o anche la pubblicità sul dispositivo nel caso degli eReader (30-40$ di differenza sono lì, nelle special offers: TU “compri” il dispositivo e così autorizzi Amazon a vendere TE alle aziende per la pubblicità). Questa pratica non serve a guadagnare col prodotto (nel modo “onesto” -sfruttamento degli schiavi a parte- con cui Apple guadagna con gli iPad, per dire), ma serve a fare in modo che la concorrenza non guadagni coi propri prodotti. Quando Gesù moltiplica il pane, i fornai e i contadini lanciano sonori vaffanculo. E quando tutti i fornai e i contadini saranno falliti, Gesù potrà dare il pane creato dal nulla allo stesso prezzo dei fornai di prima o superiore (e che poi non si lamenti se lo crocifiggono!). Chiaro il concetto in teoria?
Ora passiamo al concetto in pratica.
Amazon vuole costruire un monopolio digitale. Per farlo non ha bisogno di guadagnare ora, ha bisogno di, come ha sempre fatto in passato, reinvestire il guadagno in espansione del suo dominio. Come reinvesti all’istante in “espansione” i 50 dollari guadagnati da un tablet venduto a 249 dollari? Vendendolo invece a 199 dollari. Milioni di clienti in più in giro per il mondo lo compreranno e saranno sempre più vincolati al mondo Amazon e alla sua distribuzione di intrattenimento digitale (streaming video, eBook e in futuro App di vario tipo). La concorrenza perderà soldi e alla fine dovrà ritirarsi. Amazon diventerà un semi-monopolio sempre più potente e, ed è questo il casino, alla fine potrebbe perfino diventare un monopolio (o qualcosa di molto simile: il più importante semi-monopolio).
E quando sarà ricca, grassa, sicura di sé e senza nemici credibili non avrà più bisogno di essere gentile coi clienti o di offrire sostituzioni gratuite sui Kindle rotti. Potrebbe pure optare, giusto per non avere guai in tribunale, di adottare una politica anti-sesso sul modello Apple, cancellando l’erotismo e la pornografia da quello che sarà diventato il principale distributore di beni digitali (e quindi di cultura: romanzi, saggi ecc…) del mondo. E chinarsi alle richieste di qualsiasi setta di svitati con avvocati a sufficienza per disturbarlo, come gli equivalenti del MOIGE o i gruppi femministi o i Fratelli Musulmani. Libertà di parola addio, c’è l’imprenditoria privata…
Non è tanto bello, ma il Capitalismo funziona così e quindi potrebbe accadere. Forse non accadrà, ma potrebbe, in teoria. Che il Capitalismo funzioni riducendo l’offerta e riducendo la concorrenza ai pochi semi-monopoli “adatti alla sopravvivenza” è banalmente ovvio (si veda lo storico Immanuel Wallerstein in Comprendere il Mondo). Pensate a quando pochi anni fa Borders diceva che non potevano esserci due supercatene di librerie negli USA: o Barnes & Noble sarebbe stato distrutto/comprato da Borders o viceversa.
Alla fine Amazon ha contribuito alla distruzione del concorrente meno sveglio ed è rimasto solo Barnes & Noble.
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Juan Sánchez Villa-Lobos Ramírez spiega a Connor MacLeod l’essenza del Capitalismo: per guadagnare di più devi estromettere la concorrenza finché non rimarrà un monopolio. |
E ora Barnes & Noble è uno dei principali avversari di Amazon perché la sfida sul digitale. Vi ricordo i dati riportati nell’articolo di ieri sul mercato USA: Amazon controlla il 22,6% del mercato librario, Barnes & Noble il 17,3%, Borders controllava l’8,1%. Questi erano i tre Big. Borders è morto e la sua fetta di vendite fisiche andrà, immagino, più a Barnes & Noble che ad Amazon.
E Barnes & Noble, pure lui in crisi, come sta riuscendo a sopravvivere? Grazie al digitale: il suo Nook e il suo Nook Color avevano permesso nuovi guadagni, sia sui dispositivi che sugli eBook. Uno scontro con Amazon sul suo stesso campo, anche a suon di prezzi.
Il Nook viene preso a calci in culo, assieme agli eReader Sony da 149-199 euro. E fin qui ok, si sapeva che sarebbe successo. Competere col Nook a 119 dollari o il Kobo Touch a 129 dollari quando Amazon offre un dispositivo inferiore (ma che fa ciò che davvero conta: leggere) a 40-50 dollari in meno e uno equivalente a 20-30 dollari in meno, non è facile. Anzi, è proprio difficile. E con la loro sconfitta viene sconfitto, in quella battaglia se non nella “guerra” dei formati, l’ePub 2. L’ePub attualmente (versione 2) non è meglio di Mobipocket, ma è Open (il che è molto importante per salvare sul lungo periodo le biblioteche digitali dei lettori) e il nuovo ePub 3 è molto promettente per i libri che non siano formati solo da testo in sequenza. La sconfitta di ePub non è desiderabile: i formati Open devono trionfare perché in ballo c’è la trasmissione della cultura negli anni a venire con gli eBook, siano essi saggi per l’ambito universitario o romanzetti di puro intrattenimento. Nessun può volere che la cultura umana sia intrappolata dentro un formato proprietario, che sia coi DRM o senza.
Ma i tablet? Amazon non si era mai lanciata nel settore tablet.
Barnes & Noble sopravvive anche grazie al Nook Color, il secondo tablet più venduto negli USA dopo i due iPad. E il Nook Color da 249 dollari seppure abbia uno schermo buono come quello del Kindle Fire non ha il sistema di cloud di Amazon per velocizzare il browser e per l’accesso a tutti i prodotti multimediali acquistati. In più il Nook Color aveva un processore single core da 800 Mhz (ARM Cortex-A), mentre Kindle Fire avrà un dual core (pare OMAP 4 da 1 Ghz).
Se davvero il Nook Color 2, che deve uscire entro l’anno a 249 dollari (pare col nome Encore), avrà anche lui un processore dual core equivalente (c’erano voci di un OMAP 4 da 1,2 Ghz) e uno schermo non superiore a quello di Kindle Fire (e del vecchio Nook Color), saranno veramente guai per Barnes & Noble! Chi pagherebbe 50 dollari in più per un prodotto equivalente per hardware, ma svantaggiato sul software perché manca il colossale supporto cloud?
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| “Venite, bambini, zio Amazon vi regala le caramelle.” “Grazie! Sei molto più figo di zio Barnes e zio Kobo!” “Mangiate le caramelline, sì, tutta ciccia per quei culetti da stuprare…” “Che hai detto, zio?” “Uh, che a casa ho altri dolcetti da farvi provare. Andiamo?” |
Tempi duri anche per Microsoft, prossima all’ammutinamento a causa dell’eccessivo investimento su Windows 8 e sull’ambito tablet… e ancora la conferenza stampa di Amazon non aveva rivelato il prezzo del Kindle Fire! Ballmer presto finirà crocifisso in sala mensa?
Da secondo tablet del mercato, Nook Color rischia di scivolare oltre il terzo posto, annientato dal Kindle Fire. E con eReader e tablet massacrati, Barnes & Noble rischia di crollare a pezzi: il cartaceo è in crisi sempre maggiore, il nuovo business è nel digitale, e se verrà sconfitto anche lì sarà kaputt. Amazon si prenderà tutti i suoi clienti e sarà a un passo dal monopolio negli USA.
Tutto questo mi ricorda la Germania hitleriana (Barnes & Noble) e l’Unione Sovietica stalinista (Amazon) che si dividono la Polonia (il mercato di Borders). Poi ricordate come è proseguita la cosa, no? Non proprio con un “e vissero assieme felici e in pace, soddisfatti di quanto conseguito”. ^_^
Discorsi simili si potranno fare quando Amazon costruirà una comunità di clienti/lettori italiana, annientando l’obsoleto IBS e riducendo gli altri negozi a mere comparse che rosicchieranno gli avanzi del mercato.
Nemmeno questo è desiderabile: la concorrenza di un lupo armato di fucile contro un branco di cani da pastore zoppi non è sana concorrenza, è un massacro il cui unico risultato possibile è il monopolio del lupo sul gregge dei clienti. E al lupo ogni tanto garberà farsi un cosciotto di pecora, dopo tanti anni di sedano e carote per sembrare “il migliore amico delle greggi”.
Non è detto che accadrà, ma potrebbe accadere.
E non è il potrebbe del “potremmo incontrare una razza aliena di benefattori che ci insegni come curare ogni malattia, quindi perché cercare di curare il cancro?”. È più il potrebbe del “il Capitalismo funziona in questo modo, quindi potrebbe accadere”. Nell’attesa scuotete pure una catena accanto all’orecchio: il suo gioioso tintinnare un giorno potrebbe accompagnare i nostri passi, tagliandoci le caviglie con le piaghe del tracciamento dati e del cloud obbligatorio che renderà impossibile possedere una copia locale dei beni digitali per difenderli da cancellazioni o manipolazioni.
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| Un giorno nessuno potrà dire che non sia andata così. Forse. Chi controlla il presente controlla il passato. E chi controlla il caffè che io vado al cesso e tra poco esce? |
Guardiamo un attimo all’aspetto positivo nel mare di casini che potrebbero succedere tra un po’ di anni: quando il Kindle Store italiano aprirà l’avvento degli eBook sarà ancora più rapido grazie ai 60-79 euro (la magnifica conversione 1 a 1 colpirà ancora?) del Kindle. Si è detto che siamo in ritardo di tre anni sugli USA, ma gli USA all’inizio del 2009 non avevano nessuno lettore sotto i 100 euro/dollari. E questo è un settore dove la diffusione dei dispositivi è determinante per la diffusione della lettura digitale. ^_^
Anche se gli italiani, invasi dal tablet Fire ben prima di aver costituito una solida comunità di lettori su eReader E Ink come quella USA, potrebbero anche lanciarsi sul Fire invece che sui Kindle e poi dire che “cavolo, questi eBook fanno proprio cagare con ‘sti schermi luminosi! Molto meglio la carta!”. ^_^”"
Posted by Il Duca di Baionette on 27 set 2011 | Tagged as: Ebook, Editoria
È da maggio che non faccio un aggiornamento generale dedicato al mercato eBook USA e bla bla bla. Le solite robe che ormai risultano sempre meno rilevanti visto che, quando iniziai a parlarne nel 2008, avevano solo lo scopo di dire che prima o poi sarebbe potuto accadere anche da noi perché non abitiamo mica su Marte. Cose come Facebook, cellulari e PC sono arrivati anche qui, visto che soddisfacevano i desideri del pubblico (farsi i cazzi altrui invece di lavorare, nel caso di FB), quindi perché gli eReader e gli eBook dovrebbero fare diversamente visto che soddisfano desideri di lettura presenti da noi come negli USA? Non si sa.
Mistero della fede anti-eBook: questo è il Suo Corpo di Carta, prendetene tutti, questo è il Suo Sangue d’Inchiostro, bevetelo in segno di alleanza contro il digitale.
In fondo, assodato che gli eBook crescono e cresceranno anche da noi, seppur con un ritardo di 3 anni stimato da Tombolini per raggiungere le stesse percentuali di mercato degli USA, cosa ci importa degli USA?
A me poco o niente (se non quando la cosa coinvolge anche l’Italia) e pure negli USA c’è gente, ma ci tornerò in un articolo futuro, che da un po’ di mesi sta dicendo quello che dicevo pure io da oltre un anno: chissenefrega che il mercato eBook sta crescendo di X o di Y quest’anno negli USA e chissenefrega che i prezzi più bassi di quelli considerati troppo alti facciano vendere di più (cosa a cui solo gli scemi non arrivavano/arrivano… e alcuni non arrivano però anche all’altro fatto, ovvero che vendere a 0,99 dollari funziona in modo eccellente quando gli altri vendono a 9,99 dollari o più, mentre le cose cambiano parecchio quando tutti iniziano a vendere a 0,99-2,99).
Se il mercato cresce e continuerà a crescere, beh, lo farà che si contempli la cosa o meno: se un Autore usa la scusa del mercato ancora in crescita o delle politiche di prezzo migliore “incerte” per attendere di scrivere e autopubblicarsi, è un coglione. Lavorate, capre, invece di sognare che il martirio di certi editori cartacei vi porti a un paradiso con migliaia di vergini pronte a comprare i libri che NON avete ancora scritto. E comunque non diventerete mai ricchi (e non solo perché scrivete così di merda che Licia Troisi sembra un’alternativa ragionevole): giocate al Lotto invece di fare narrativa se vi interessa solo la speranza di arricchirvi.
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Il problema è di fondo. Il problema è come si ragiona: Editori e Autori che ragionano come venditori di alimentari prossimi alla scadenza (Tutto con l’80% di sconto! Venghino, siori, venghino!) invece che come produttori/sostenitori di opere creative diverse l’una dall’altra. Non bisogna competere sui libri a 0,99 euro invece che a 2,99 euro perché a mettere i prezzi bassi sono buoni TUTTI: bisogna pensare a COSA (argomento) e COME (tecnica) si scrivono i libri, ovvero tornare a fare gli Scrittori e gli Editori, nella prospettiva di un mercato futuro SANO in cui il pubblico scelga consapevolmente i libri e preferisca avere “proprio il romanzo che cercava” a 3,99 euro invece di “quattro romanzi diversi da quello che cercava” a 3,96 euro.
Stavo leggendo in questi giorni La Fiaccola dell’Onore, fantascienza militare scritta piuttosto male, con un protagonista piatto e i cattivi che sono dei neonazisti spaziali (WTF!), ma ha un minimo di spessore scientifico nella resa dei combattimenti spaziali e solo questo mi interessava. Non mi pare difficile da capire che non farei a cambio, per lo stesso prezzo complessivo, con tre romanzi rosa o tre gialli o tre di fantascienza SENZA combattimenti spaziali. Io volevo questo romanzo perché di questo hanno parlato bene, non ne voglio un altro a meno che non se ne parli altrettanto bene per gli aspetti scientifici e di credibilità degli scontri. Punto. Solo se mi date esattamente quello che voglio, non altra roba, posso pensare di scegliere tra le alternative in base al prezzo.
Un romanzo o un saggio non sono rotoli di carta igienica interscambiabili: se voglio un saggio sulla fisica nella fantascienza, non sono disposto a ottenere allo stesso prezzo tre saggi sull’allevamento di gatti e cani da compagnia.
Tornerò sull’argomento negli articoli dedicati futuri. Questo era solo un breve assaggio in anteprima, tanto ripetere queste cose a oltranza non fa male.
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| Romanzi a 0,99 dollari l’uno. Soliti paranormal romance o soliti fantasy merdosi. Davvero gli autopubblicati pensano che potranno competere avendo tutti gli stessi contenuti visti mille volte, la stessa scrittura dilettantesca e lo stesso prezzo da carità? Non è competere, è sperare nel colpo di fortuna: tanto vale allora giocare al Lotto. |
Passiamo agli USA, visto che questo aggiornamento di loro doveva occuparsi.
Eravamo fermi ai dati di marzo 2011. Faccio un riassunto dei primi tre mesi del 2011, giusto per rinfrescarvi la memoria. Ricordate come al solito che questi sono dati provenienti dai principali editori che li comunicano alla AAP e quindi non tengono conto della massa di autopubblicati che stanno invadendo il mercato con risultati talvolta straordinari.
— Da dicembre 2010 a gennaio 2011 il settore trade (narrativa e saggistica di consumo, le tipiche cose da libreria) balzò da 49,5 ML $ a 69,9 ML $, cifra ancora più importante se ricordiamo che a gennaio vi fu un misterioso tracollo del cartaceo per cui gli eBook passarono dal rappresentare il 10% del settore trade di dicembre a rappresentarne il 23,4% a gennaio.
— A febbraio 2011 il crollo della carta proseguì (appena 156,8 ML $), misterioso come nel mese prima, mentre gli eBook facevano un bel record di 90,3 ML $ arrivando a valere il 29,5% del settore trade.
— A marzo 2011 le cose tornarono un pochino più normali, con gli eBook ridotti a 69 ML $ (che era comunque un +39,4% rispetto a dicembre 2010). La carta si riprese, tornando a un più che dignitoso 267,7 ML $ sul trade (senza contare i romanzi per ragazzi e bambini: se consideriamo anche quelli e li stimiamo allo stesso livello di febbraio, c’è un bel raddoppio rispetto al mese precedente). Gli eBook tornarono a un più credibile 17% (o poco meno) del settore trade.
Cosa è successo nei tre mesi successivi?
Un po’ di cose, ma poco interessanti. Tranne a giugno e forse per questo mese almeno so il motivo. Spiacente se non mi invento spiegazioni sugli altri mesi, ma il mio lavoro non è quello di sparare balle per convincere qualche coglione a darmi dei soldi. Io mi occupo solo di narrativa, spiacente. Per le balle andate a bussare ai ragazzi del marketing o dai signori con lo straccio unto di economia e commercio nel taschino: in cambio del loro stipendio si inventeranno stronzate attinenti al vero quanto potrebbe esserlo il parere che potrebbe darvi un bimbo africano in cambio di una barretta Mars.
Esperti di aria fritta condita col senno di poi.
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| Analista del mercato editoriale in azione. Grande attenzione a prezzi, formati, packaging del cartaceo, inseguimento delle mode più balorde annusate da qualche altro pseudo esperto (angeli-vampiri al liceo che affrontano templari-licantropi, il tutto come sfondo di una storia d’amore) ecc… ma divieto assoluto di parlare di dare più soldi e più tempo a Editor scelti sulla base di capacità professionali verificate. Meglio vendere merda modaiola rancida in cambio di soldi buoni che faticare per costruire la fiducia dei clienti! |
Ad aprile gli eBook sono cresciuti ancora e il cartaceo non se l’è cavata tanto male.
Soliti dati AAP, di cui ricordo che non ci si può fidare troppo perché vengono immessi incompleti e poi corretti a distanza di mesi… non è che non valgano niente, non è così, è solo che tra la variabilità delle fonti (non è sempre lo stesso numero di editori a dare i dati, ad esempio per la carta erano 92 ad aprile e 79 a maggio), le correzioni successive quando i dati diventano più precisi (che è il motivo per cui a distanza di mesi i dati cambiano e i vecchi comunicati non combaciano più con i nuovi riassunti), le bizzarre modifiche nel modo di fare conteggi da un mese all’altro (ad aprile, ad esempio, i libri di religione sono entrati nel settore trade in cui non li avevano mai conteggiati… così, perché sì! E io li levo quando faccio i conti, tiè!) e assenza degli autopubblicati e dei piccoli editori (solo 15 editori circa forniscono dati per gli eBook), non rappresentano tanto una visione di insieme “vera” del settore, ma più una sorta di approssimazione del “punto di vista dei Grandi Editori”.
Dicevo, ad aprile le cose non sono andate male (dalla pagina AAP):
Adult Hardcover – $111.4 million
Adult Paperback – $95.9M
Children’s/Young Adult Hardcover – $41.2M
Children’s/Young Adult Paperback – $36.8M
Adult Mass Market Paperback – $28.5M
E-Books – $72.8M
Totale di 386,6 ML di dollari di cui 313,8 ML in cartaceo.
Gli eBook valevano il 18,83% del settore trade. Non male.
Gli eBook erano passati dai 28,3 ML dell’aprile 2010 ai 72,8 ML dell’aprile 2011, un bel +157,5% di crescita. Alla carta invece le cose non sono andate bene per colpa dei crolli di gennaio a febbraio: dai 1712,4 ML di gennaio-aprile 2010 ai 1671,9 ML di gennaio-aprile 2011 (libri a tema religioso inclusi, credo). Un bel -2,4%. Niente di tragico: c’è la crisi, c’è Borders che stava/sta andando a gambe all’aria ecc…
Passiamo a maggio.
Soliti dati AAP. Questa volta alla AAP decidono che anche gli audiobook vanno infilati in generale nel trade (ad aprile invece li avevano conteggiati una volta sì e una no, lol, evviva la coerenza!). E io li levo e levo pure i libri di religione, ma solo per fare i conti meglio sulla percentuale degli eBook (gli audiobook di certo non sono cartacei, come dovrei conteggiarli? E se nel trade infilano anche lo stufato d’asina e le salamelle come la mettiamo?).
| Categoria | 2011 YTD (ML $) | 2010 YTD (ML $) | Variazione |
| Adult Paperback | 473,1 | 576,4 | -17,9% |
| Adult Hardcover | 386,2 | 504,1 | -23,4% |
| Adult Mass Market | 185,1 | 264,8 | -30,1% |
| Children’s/YA Hardcover | 198,1 | 211,4 | -6,3% |
| Children’s/YA Paperback | 163,5 | 192,5 | -15,1% |
| eBook | 389,7 | 149,8 | +160,1% |
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| Totale (senza eBook): | 1406 | 1749,2 | -19,6% |
| Totale (con eBook): | 1795,7 | 1899 | -5,44% |
Dando per buoni i dati dei mesi scorsi, senza ritocchi verso l’alto successivi (che non sono stati comunicati per cui non posso saperli), gli eBook a maggio erano a circa 87,7 ML di dollari. Un mese eccellente, quasi buono come febbraio.
Ho lasciato fuori dai miei conti gli audiobook scaricati dal web (passati da 31,2 a 36,5 ML di dollari, +17%), in eccellente stato di salute, e i libri di argomento religioso (dai 227,8 ai 252,5 ML di dollari, +10,8%), unico settore cartaceo di vasto consumo le cui vendite non hanno risentito del clima di crisi economica. Dovendo scegliere tra credere a uno zombie ebreo (o a qualche altra bislacca divinità) oppure credere ai Grandi della politica e della finanza mondiale, punterei anche io sulla superstizione.
Se conteggiamo anche questi due settori in crescita, il 2011 (2084,7 ML) rispetto al 2010 (2158,4 ML) è sceso di appena il 3,41%. Dal -2,4% al -3,41%, in un solo mese la prestazione dell’anno perde un intero punto percentuale. Brutto segnale, nevvero?
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E poi arrivò la Caporetto del cartaceo: giugno 2011.
Dati presi da qui e qui. La tabellina vale più di qualsiasi introduzione.
| Categoria | Giugno 2011 (ML $) | Giugno 2010 (ML $) | Variazione |
| Adult Paperback | 48,4 | 133,7 | -63,8% |
| Adult Hardcover | 84,9 | 113,8 | -25,4% |
| Adult Mass Market | 47,4 | 60,4 | -21,6% |
| Children’s/YA Hardcover | 42,0 | 60,6 | -30,8% |
| Children’s/YA Paperback | 44,5 | 51,5 | -13,6% |
| eBook | 80,2 | 29,8 | +167,2% |
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| Totale (senza eBook): | 267,2 | 420,0 | -36,4% |
| Totale (con eBook): | 347,4 | 449,8 | -22,8% |
Un tracollo. Una Caporetto.
Il settore trade dal blando -5,44% dei primi cinque mesi passa a oltre il -10% sull’intero anno secondo la AAP (ma a me facendo i conti viene solo -8,75%). Ho usato il dato del -5,44% senza audiobooks e libri di religioni perché le fonti che citavano la AAP questa volta non li riportavano. Un raddoppio del disastro. In un solo mese c’è stata una Caporetto editoriale. Solo gli eBook stringono i denti, confermando quota 80 ML superata nel mese precedente. Con quei 267,2 ML $ il cartaceo si colloca a metà tra la caduta devastante di febbraio e il rialzo di marzo 2011, con l’aggravante del paragone ignominioso con il buon giugno 2010.
Gli eBook sono passati dal 18-19% del mercato trade di aprile al 23% di giugno.
Nella prima metà del 2011 gli eBook hanno totalizzato 473,8 ML contro i 181,3 ML di dollari dei primi sei mesi del 2010 (+161,3%). Ah, ricordate che vi ho detto che i dati della AAP cambiano (verso l’alto) a mano a mano che arrivano informazioni più complete (con mesi di ritardo) da distributori e librai? Ecco un esempio classico: se sottraete il totale attuale dal totale del mese scorso, vengono 84,4 ML di dollari… ma per giugno ne dichiarano 80,2 soltanto! Da qualche parte nei cinque mesi prima, probabilmente su aprile e/o su maggio, sono piovuti 4,2 ML non conteggiati precedentemente.
Non arriverò al livello di rant contro la AAP di Nate Hoffelder, ma di certo non apprezzo il modo in cui comunicano le loro informazioni:
The May 2011 sales stats were released today by the AAP, and as usual I tried to do a month to month analysis. My figures for sales in January through April didn’t quite add up to what other blogs were reporting. I asked someone at the AAP for assistance because the ebook sales figures in the old press releases didn’t seem to add up right.
Let me pass along what I was told.The AAP publishes numbers each month which are then revised in the weeks and months after the press release goes out. The figures change because publishers send in updated sales data for a given month for a number of reasons: late returns, unreported sales, sales originally reported in the wrong categories, etc. Today’s numbers are going to change over the next few weeks.
You know, if Al Capone had gotten into publishing I don’t think the IRS would ever have caught him.
What this means is that all of my analysis is now bunk. The numbers I was using were very likely wrong fairly soon after they were committed to paper. It also means that all the news articles based on the monthly AAP figures – everyone’s articles – are all wrong. They were based on fiction. No one really knows what the sales figures are until months and months later.
Amen, fratello Nate.
^__^
Motivo del calo di giugno? La crisi c’era anche prima. Ma un calo così grosso come si può spiegare? Un po’ di certo il caso, magari non erano previsti bestseller a sufficienza per quel mese, ma perché allora i paperback hanno sofferto così tanto più degli hardcover? Una mia idea ce l’ho: Borders.
Come saprete a luglio Borders ha iniziato la chiusura programmata di tutti i punti vendita rimasti, ben 399 negozi (erano 1200 appena sei anni fa). I mesi precedenti erano stati caratterizzati da sempre più punti vendita che chiudevano con relativi sconti selvaggi e forse a giugno l’influenza è stata ancora maggiore. Mi suona un po’ debole come giustificazione, ma di sicuro un po’ ha influito. Considerando che Borders sta svendendo con sconti che possono essere anche del 70-90% per sbarazzarsi della merce, non mi stupirei che molta gente a giugno abbia snobbato le altre librerie per comprare a prezzo ridicolo da Borders.
Ma anche così, non penso proprio che basti a far tornare i conti senza ipotizzare anche un qualche calo delle vendite periodico (come sono sempre successi) non collegato a Borders.
Vedremo cosa diranno i dati di luglio. Dovrebbero uscire proprio in questi giorni.
Chiudendo quei 399 negozi, gli ultimi 31 hanno chiuso proprio domenica scorsa, Borders ha mandato a gambe all’aria 10.700 dipendenti come grazioso regalo estivo.
Rimangono in piedi i 717 negozi di Barnes & Noble. Nonostante abbia sofferto a giugno, Barnes & Noble ha le vendite degli eBook in costante crescita, sta continuando a puntare sul digitale col suo Nook (e il Nook Color era -è?- il tablet più venduto negli USA dopo iPad) ed è la maggiore catena di librerie degli USA.
A febbraio 2011 la stima di come si dividesse il mercato librario era questa: Amazon 22,6% (grassa, avida troia); Barnes & Noble 17,3%; Borders 8,1% (brucia, strega, brucia!); Books-A-Million 3% e indipendenti 6%. E visto che la somma non fa 100%, ciucciatevi il calzino e guardate l’originale (non mi pare dica dove sia finito il resto della cifra, anche se di sicuro una parte è nei supermercati e negli angoli di vendita libri di altri negozi). ^_^
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| Scaffale Borders degli scorsi mesi: la disperazione stimola la creatività dei dipendenti. Presente quando hanno tirato due atomiche in testa ai giapponesi e quelli in risposta hanno iniziato a produrre manga e anime? Qualcosa del genere. |
Ho accennato prima ai tablet.
Soddisfiamo una piccola curiosità allora: quanti statunitensi hanno un tablet, quanti un eReader e quanti entrambi? Chi ha un iPad o simili ha bisogno di un Kindle? Un pesante attrezzo retroilluminato è ideale per leggere quanto un leggero oggettino passivo che somiglia proprio alla carta di un libro? Ho già sfottuti i teorici dell’iPad come Kindle Killer nell’aggiornamento a tema eBook di agosto, ma non resisto mai quando posso farlo. ^_^
Vediamo qualche dato concreto.
Ricordate il famoso raddoppio degli adulti britannici dotati di eReader a Natale 2010? Anche gli USA hanno avuto il loro raddoppio: gli adulti dotati di eReader sono passati dal 6% di novembre 2010 al 12% di maggio 2011.
Anche i possessori di tablet a maggio erano aumentati, seppure non quanto quelli di eReader: 8% degli adulti in possesso di un iPad, un Samsung Galaxy, un Motorola Xoom o un Nook Color contro il 7% di gennaio 2011 e il 5% di novembre 2010. Quel misero +1% tra gennaio e maggio fa sospettare che iPad 2 abbia creato più un “ricambio” tra i possessori del primo iPad che non un boom della penetrazione del mercato, all’uscita. Più importanti invece le compere Natalizie (dal 5% al 7%).
Interessante la sovrapposizione di possesso eReader-tablet: 3% li possiede entrambi (9% solo eReader, 5% solo tablet), il che significa che tra i possessori di un Kindle Killer (o equivalente) i 3/8 -circa 40% come dicevano anche fonti precedenti- ha sentito il bisogno di avere qualcosa di meglio per leggere eBook. E quel 12% di proprietari di eReader potete scommettere che sono quasi tutti forti e fortissimi lettori, non tizi da 3-4 libri l’anno.
Proseguendo coi tablet si arriva al Tablet di Amazon.
C’erano state molte voci negli scorsi mesi, voci che non ho mai riportato perché non è un eReader e perché delle voci mi frega poco se non sono davvero interessanti, e alla fine è stato avvistato e provato poche settimane fa. Dati? Quasi ignoti. Schermo da 7 pollici, forse una variante da 10 pollici nel 2012, un “Kindle OS” basato su Android 2.2 (in una versione così modificata e personalizzata da Amazon da non rimanere quasi nulla di Google all’interno).
Mese di uscita? Si diceva ottobre 2011, ma nell’articolo sostengono novembre. Uguale, che importa. Prezzo? Molto buono, pare che costerà solo 250$, di sicuro meno di 300$ (perché una ricerca aveva dichiarato che un tablet sotto i 300$ poteva ottenere in pochi mesi vendite per oltre cinque milioni di pezzi). Un avversario non tanto per iPad, ma per il Nook Color: lo scopo pare non essere spodestare il Re dei Tablet, ma il povero Cristo al secondo posto. Che poi è quello che fa guadagnare bei soldini al maggiore avversario di Amazon nell’ambito eBook. Astuti.
Ci sarebbe da parlare del fantomatico sistema di abbonamento agli eBook di Amazon e del sistema di prestito librario, ma perché farlo? Mercoledì 28 settembre ci sarà una conferenza stampa di Amazon in cui, quasi sicuramente, annunceranno il tablet e magari qualcos’altro. Non hanno mai fatto conferenze stampa per annunciare i Kindle, ma con un tablet forse vogliono fare le cose in modo più à la Apple.
Ah, il Kindle. Giusto.
il Kindle 4 potrebbe arrivare presto, già a ottobre. O forse no. ^_^ C’è stata una bizzarra serie di fraintendimenti riguardo un’intervista radiofonica al CEO di Hachette Livre e ai tweet a tema rilasciati poco dopo dal giornalista. Sembrava, fino a pochi giorni fa, che il CEO avesse annunciato l’apertura del Kindle Store francese per l’8 ottobre e assieme l’inizio delle vendite del Kindle 4. Peccato che l’8 ottobre, un sabato, sia un giorno bizzarro per avviare le vendite del Kindle 4 [NdDuca del 29 settembre: infatti poi lo hanno annunciato e messo in vendita il 28 settembre, un mercoledì].
![]() I tweet a tema, per chi gracida il francese. |
Riassumendo: è altamente probabile che il giorno 8 ottobre apra il Kindle Store francese, affiancandosi al tedesco nell’invasione del continente pianificata da Amazon. Mercato eBook francese che al momento non vale granché, nonostante il buon ritmo di crescita:
Although online sales of e-books rose by some 40% year-on-year in 2010, they still represented only about a third of the 1.8%, Gallimard told the SNE general assembly yesterday. The other two-thirds were made up of physical forms of distribution, such as CD-Roms and USB keys. If applications and licence revenues are added, SNE figures show that e-books held 2.5% of the book market last year.
Solo 1,8% del mercato, di cui appena 0,6% online e 1,2% con vendita su supporto fisico. O almeno così diceva a luglio TheBookseller.com, poi non so altro (l’Italia dovrebbe raggiungere l’1% del mercato trade per l’inizio del 2012, non siamo tanto indietro rispetto al resto del continente).
Dopo quello francese dovrebbe aprire lo store spagnolo (c’erano voci di una apertura entro l’anno) e poi quello italiano, si spera. Dico si spera, perché per l’Italia non c’erano state voci particolari, se non quel dettaglio degli altri 1000 eBook Mondadori presso Amazon entro Natale dopo i 2000 iniziali. Ricordate?
Segrate, 27 luglio 2011 – Mondadori e Amazon hanno sottoscritto oggi un accordo grazie al quale oltre 2.000 e-book trade del Gruppo di Segrate saranno disponibili per i possessori di Kindle. I clienti europei potranno acquistare gli e-book di Mondadori attraverso Kindle store su Amazon.co.uk, Amazon.de e Amazon.com.
Le case editrici Mondadori, Einaudi, Sperling&Kupfer e Piemme metteranno a disposizione degli utenti di Kindle in Europa migliaia di e-book attraverso i Kindle store. Ed entro Natale Mondadori arricchirà l’offerta per i lettori con altri 1.000 titoli digitali, incluse tutte le novità di ciascuna casa editrice previste per il prossimo autunno-inverno.
Spero che dicano qualcosa a riguardo mercoledì.
Non mi sembra così folle l’idea che assaltino in pochi mesi Francia, Spagna e Italia forti di un nuovo tablet che costa la metà di iPad e di un nuovo Kindle 4. Magari sotto i 100$ per battere la concorrenza del nuovo Nook a 119$ e del nuovo Kobo Touch a 129$? A proposito: spero che Kobo trovi dei distributori in Europa perché il loro eReader è un’allettante alternativa allo strapotere di Kindle (i Sony PRS-650 al doppio del prezzo non erano un vera alternativa al Kindle 3, se uno poteva farselo spedire).
C’erano altre voci in questo periodo, ma eviterò di parlarne: la possibilità di fare figure da pirla a raffica come accaduto a Nate (il caso del Kindle Store “Olandese”) non mi ispira, motivo per cui preferisco prendere tutto con le pinze. E rimetterlo nel fuoco.
E poi sono pigro e non mi va di scrivere altro. È tutta così noiosa questa roba! Niente nazisti spaziali e niente eroi con la mandibola squadrata che li affrontano. Perché il mercato eBook invece che un covo di Banditi col Cilindro che sfruttano il lavoro degli schiavi in puro stile Capitalismo 2.0 non può diventare qualcosa di figo come la fantascienza militare in Urania?
Fate i bravi e aspettate mercoledì, su, che manca solo un giorno e mezzo…
Posted by Il Duca di Baionette on 23 set 2011 | Tagged as: Conigli
Inizia un nuovo anno di dolci, morbidi, graziosi pucciolosi kawaiiglietti pelosi.
Morbidini bellini culettini saltellini! Cì! ^-^
Non tutti sembrano convinti di dover far la fatica di saltare quando si può passare in mezzo. In due danno pure una bella capocciata, poveri ciccini.
Non vi anticipo cosa è quella roba bianca sul naso del coniglietto, ma non sono stato io.
Posted by Il Duca di Baionette on 18 set 2011 | Tagged as: Editoria, Notizie Varie, Oplologia, Riflessioni
EDIT 28 Settembre 2011
Qui trovato il documento originale del 16 agosto 2011, molto più ricco dell’intervista:
http://www.earmi.it/varie/scienze%20forensi.pdf
Sono ben 23 pagine dense di informazioni deprimenti sullo stato della nostra magistratura, di cui solo una piccola parte è finita nell’articolo. Per chi vuole vedere per forza come una strumentalizzazione ad hoc contro la magistratura l’articolo del Fognale arrivato un mese dopo (macchina del tempo?), vorrei ricordare che se avessimo magistrati più competenti e capaci anche un certo nanerottolo sarebbe ormai in gabbia da un pezzo perché magari non tutto, ma qualcosa lo ha fatto di sicuro. L’incompetenza della magistratura danneggia tutti, soprattutto chi blatera d’essere di Sinistra.
Oggi ho scoperto, con notevole sorpresa, un’intervista a Edoardo Mori su Il Fognale Giornale. Il giudice Edoardo Mori è da anni una delle persone che stimo di più al mondo, dopo Gamberetta. Il suo sito earmi.it è stato lo stimolo principale per la nascita di Baionette Librarie e in generale per il mio interesse verso la balistica negli ultimi cinque anni. Leggendo i suoi articoli è possibile trovare critiche feroci contro l’incompetenza della magistratura, dei giudici e della legislazione italiana nell’ambito delle armi. Questo articolo, che vi ripropongo in versione completa (l’originale inizia qui), è stupendo. Se avete già sentito voci sull’incompetenza dei periti italiani e della magistratura, come gli innocenti regolarmente condannati e le prove inquinate in allegria dalle forze dell’ordine (o l’abitudine a considerare perito balistico qualificato un semplice “cacciatore esperto”), Edoardo Mori vi aprirà un altro po’ gli gli occhi sull’inesistenza della giustizia in Italia.
Citando un passo bellissimo:
L’indagato innocente avrebbe più vantaggi dall’essere giudicato in base al lancio di una monetina che in base a delle perizie.
Oppure:
Ogni volta che ho segnalato mostruosità tecniche contenute nelle sentenze, mi sono dovuto poi giustificare di fronte al Csm. E ogni volta l’organo di autogoverno della magistratura è stato costretto a prosciogliermi. Forse mi ha inflitto una censura solo nel sesto caso, per aver offuscato l’immagine della giustizia segnalando che un incolpevole cittadino era stato condannato a Napoli.
E (grassetto mio):
In effetti i giudici d’appello un tempo erano eccellenti per prudenza e preparazione, proprio perché dovevano porre rimedio alle bischerate commesse in primo grado dai magistrati inesperti. Ma oggi basta aver compiuto 40 anni per essere assegnati alla Corte d’appello. Non parliamo della Cassazione: leggo sentenze scritte da analfabeti.
E (grassetto mio):
E non parliamo delle centinaia di casi, sconosciuti ai più, conclusi per l’inadeguatezza delle toghe con un errore giudiziario mai riparato: un innocente condannato o un colpevole assolto. In compenso il Csm è sempre solerte a bastonare chi si arrischia a denunciare le manchevolezze delle Procure.
Perché chi non fa “gioco di squadra” e difende i diritti dei cittadini, è un nemico. Proprio come in editoria, dove chi critica le truffe editoriali poi non verrà pubblicato da nessuno: chi difende i diritti dei lettori è sempre un nemico degli editori, per certa gente.
Dopo aver letto una relazione scritta per un pubblico ministero pugliese, con la quale il perito avrebbe fatto condannare un innocente sulla base di rivoltanti castronerie, mi permisi di scrivere al procuratore capo, avvertendolo che quel consulente stava per esporlo a una gran brutta figura. Ebbene, l’emerita testa mi segnalò per un procedimento disciplinare con l’accusa d’aver “cercato di influenzarlo” e un’altra emerita testa mi rinviò a giudizio.
e
Ci vorrebbe una sanzione penale per i Pm. Ma cane non mangia cane, almeno in Italia. In Germania, invece, esiste uno specifico reato. Rechtsverdrehung, si chiama. È lo stravolgimento del diritto da parte del giudice.
Perché tra scrittori magistrati non è lecito criticarsi. Non importa che l’altro abbia torto marcio, è il principio: in editoria magistratura nessuno può permettersi di dire nulla sul lavoro degli altri. Bello, no? Non vi risuonano gli urletti isterici degli autori offesi dalle autopsie letterarie, ovvero dal fatto che un pubblico istruito ed esigente (orrore!) possa accorgersi che scrivono in modo indegno e (doppio orrore!) far capire agli altri lettori che quegli autori sono degli incompetenti pieni di scoregge?
Come avevo già detto più volte, i problemi che affliggono l’editoria italiana sono dovuti alla mentalità di merda che domina in Italia. Chi difende la cultura del “non studiamo i manuali” e “facciamo il gruppetto di amyketti”, sta difendendo il meccanismo di fondo che la genera e, di conseguenza, anche l’intero apparato di aristocratici della giustizia che godono del proprio essere al di sopra della legge e hanno il potere di liberare i criminali e perseguitare gli innocenti, talvolta perfino il contrario, secondo il gusto del momento. E probabilmente eiaculano quando ottengono il suicidio di un innocente dopo anni di carcere e di uso della tortura fisica e psicologica: non è forse il potere di un Dio quello di distribuire la vita e la morte a piacere, senza subirne mai le conseguenze?
Nei fatti il magistrato è Legibus Solutus, come i monarchi del Settecento.
i cittadini sono trattati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interrogatori degenerano in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i diritti dell’inquisito.
Detto da un giudice di cassazione con 42 anni di servizio, non da un anarco-comunista bombarolo con la kefiah e Il Capitale che va con le spranghe alle manifestazioni.
Il problema è tutto di mentalità: è lei che genera la cultura dell’idiozia e dell’incompetenza da cui consegue logicamente il nepotismo e la corruzione (se non sussiste meritocrazia e non si sa come scegliere, perché non aiutare gli amiketti? È anche comprensibile se ci si mette nei panni degli inetti!), che ha distrutto l’Italia dall’editoria alla magistratura passando per la politica e i vari professionisti inaffidabili.
E il giudice si tolse la toga:
“Non sopportavo più l’idiozia di troppi colleghi”
di Stefano Lorenzetti
Magistrati, alzatevi! Stavolta gli imputati siete voi e a processarvi è un vostro collega, il giudice Edoardo Mori. Che un anno fa, come in questi giorni, decise di strapparsi di dosso la toga, disgustato dall’impreparazione e dalla faziosità regnanti nei palazzi di giustizia. «Sarei potuto rimanere fino al 2014, ma non ce la facevo più a reggere l’idiozia delle nuove leve che sui giornali e nei tiggì incarnano il volto della magistratura. Meglio la pensione».
Per 42 anni il giudice Mori ha servito lo Stato tutti i santi i giorni, mai un’assenza, a parte la settimana in cui il figlioletto Daniele gli attaccò il morbillo; prima per otto anni pretore a Chiavenna, in Valtellina, e poi dal 1977 giudice istruttore, giudice per le indagini preliminari, giudice fallimentare (il più rapido d’Italia, attesta il ministero della Giustizia), nonché presidente del Tribunale della libertà, a Bolzano, dov’è stato protagonista dei processi contro i terroristi sudtirolesi, ha giudicato efferati serial killer come Marco Bergamo (cinque prostitute sgozzate a coltellate), s’è occupato d’ogni aspetto giurisprudenziale a esclusione solo del diritto di famiglia e del lavoro. Con un’imparzialità e una competenza che gli vengono riconosciute persino dai suoi nemici. Ovviamente se n’è fatti parecchi, esattamente come suo padre Giovanni, che da podestà di Zeri, in Lunigiana, nel 1939 mandò a farsi friggere Benito Mussolini, divenne antifascista e ospitò per sei mesi in casa propria i soldati inglesi venuti a liberare l’Italia.
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Mori confessa d’aver tirato un sospirone di sollievo il giorno in cui s’è dimesso: «Il sistema di polizia, il trattamento dell’imputato e il rapporto fra pubblici ministeri e giudice sono ancora fermi al 1930. Le forze dell’ordine considerano delinquenti tutti gli indagati, i cittadini sono trattati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interrogatori degenerano in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i diritti dell’inquisito. E il Gip pensa che sia suo dovere sostenere l’azione del Pm».
Da sempre studioso di criminologia e scienze forensi, il dottor Mori è probabilmente uno dei rari magistrati che già prima di arrivare all’università si erano sciroppati il Trattato di polizia scientifica di Salvatore Ottoleghi (1910) e il Manuale del giudice istruttore di Hans Gross (1908). Le poche lire di paghetta le investiva in esperimenti su come evidenziare le impronte digitali utilizzando i vapori di iodio. Non c’è attività d’indagine (sopralluoghi, interrogatori, perizie, autopsie, Dna, rilievi dattiloscopici, balistica) che sfugga alle conoscenze scientifiche dell’ex giudice, autore di una miriade di pubblicazioni, fra cui il Dizionario multilingue delle armi, il Codice delle armi e degli esplosivi e il Dizionario dei termini giuridici e dei brocardi latini che vengono consultati da polizia, carabinieri e avvocati come se fossero tre dei 73 libri della Bibbia.
Nato a Milano nel 1940, nel corso della sua lunga carriera Mori ha firmato almeno 80.000 fra sentenze e provvedimenti, avendo la soddisfazione di vederne riformati nei successivi gradi di giudizio non più del 5 per cento, un’inezia rispetto alla media, per cui gli si potrebbe ben adattare la frase latina che Sant’Agostino nei suoi Sermones riferiva alle questioni sottoposte al vaglio della curia romana o dello stesso pontefice: «Roma locuta, causa finita». Il dato statistico può essere riportato solo perché Mori è uno dei pochi, o forse l’unico in Italia, che ha sempre avuto la tigna di controllare periodicamente com’erano andati a finire i casi passati per le sue mani: «Di norma ai giudici non viene neppure comunicato se le loro sentenze sono state confermate o meno. Un giudice può sbagliare per tutta la vita e nessuno gli dice nulla. La corporazione è stata di un’abilità diabolica nel suddividere le eventuali colpe in tre gradi di giudizio. Risultato: deresponsabilizzazione totale. Il giudice di primo grado non si sente sicuro? Fa niente, condanna lo stesso, tanto – ragiona – provvederà semmai il collega in secondo grado a metterci una pezza. In effetti i giudici d’appello un tempo erano eccellenti per prudenza e preparazione, proprio perché dovevano porre rimedio alle bischerate commesse in primo grado dai magistrati inesperti. Ma oggi basta aver compiuto 40 anni per essere assegnati alla Corte d’appello. Non parliamo della Cassazione: leggo sentenze scritte da analfabeti».
Soprattutto, se il giudice sbaglia, non paga mai. «La categoria s’è autoapplicata la regola che viene attribuita all’imputato Stefano Ricucci: “È facile fare il frocio col sedere degli altri”. Le risulta che il Consiglio superiore della magistratura abbia mai condannato i giudici che distrussero Enzo Tortora? E non parliamo delle centinaia di casi, sconosciuti ai più, conclusi per l’inadeguatezza delle toghe con un errore giudiziario mai riparato: un innocente condannato o un colpevole assolto. In compenso il Csm è sempre solerte a bastonare chi si arrischia a denunciare le manchevolezze delle Procure».
Il dottor Mori parla con cognizione di causa: ha dovuto subire ben sei provvedimenti disciplinari e tutti per aver criticato l’operato di colleghi arruffoni e incapaci. «Dopo aver letto una relazione scritta per un pubblico ministero pugliese, con la quale il perito avrebbe fatto condannare un innocente sulla base di rivoltanti castronerie, mi permisi di scrivere al procuratore capo, avvertendolo che quel consulente stava per esporlo a una gran brutta figura. Ebbene, l’emerita testa mi segnalò per un procedimento disciplinare con l’accusa d’aver “cercato di influenzarlo” e un’altra emerita testa mi rinviò a giudizio. Ogni volta che ho segnalato mostruosità tecniche contenute nelle sentenze, mi sono dovuto poi giustificare di fronte al Csm. E ogni volta l’organo di autogoverno della magistratura è stato costretto a prosciogliermi. Forse mi ha inflitto una censura solo nel sesto caso, per aver offuscato l’immagine della giustizia segnalando che un incolpevole cittadino era stato condannato a Napoli. Ma non potrei essere più preciso al riguardo, perché, quando m’è arrivata l’ultima raccomandata dal Palazzo dei Marescialli, l’ho stracciata senza neppure aprirla. Delle decisioni dei supremi colleghi non me ne fregava più nulla».
Perché ha fatto il magistrato?
«Per laurearmi in fretta, visto che in casa non c’era da scialare. Fin da bambino me la cavavo un po’ in tutto, perciò mi sarei potuto dedicare a qualsiasi altra cosa: chimica, scienze naturali e forestali, matematica, lingue antiche. Già da pretore mi documentavo sui testi forensi tedeschi e statunitensi e applicavo regole che nessuno capiva. Be’, no, a dire il vero uno che le capiva c’era: Giovanni Falcone».
Il magistrato trucidato con la moglie e la scorta a Capaci.
«Mi portò al Csm a parlare di armi e balistica. Ma poi non fui più richiamato perché osai spiegare che molti dei periti che i tribunali usavano come oracoli non erano altro che ciarlatani. Ciononostante questi asini hanno continuato a istruire i giovani magistrati e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma guai a parlar male dei periti ai Pm: ti spianano. Pensi che uno di loro, utilizzato anche da un’università romana, è riuscito a trovare in un residuo di sparo tracce di promezio, elemento chimico non noto in natura, individuato solo al di fuori del sistema solare e prodotto in laboratorio per decadimento atomico in non più di 10 grammi».
Per quale motivo i pubblici ministeri scambiano i periti per oracoli?
«Ma è evidente! Perché i periti offrono ai Pm le risposte desiderate, gli forniscono le pezze d’appoggio per confermare le loro tesi preconcette. I Pm non tollerano un perito critico, lo vogliono disponibile a sostenere l’accusa a occhi chiusi. E siccome i periti sanno che per lavorare devono far contenti i Pm, si adeguano».
Ci sarà ben un organo che vigila sull’operato dei periti.
«Nient’affatto, in Italia manca totalmente un sistema di controllo. Quando entrai in magistratura, nel 1968, era in auge un perito che disponeva di un’unica referenza: aver recuperato un microscopio abbandonato dai nazisti in fuga durante la seconda guerra mondiale. Per ottenere l’inserimento nell’albo dei periti presso il tribunale basta essere iscritti a un ordine professionale. Per chi non ha titoli c’è sempre la possibilità di diventare perito estimatore, manco fossimo al Monte di pietà. Ci sono marescialli della Guardia di finanza che, una volta in pensione, ottengono dalla Camera di commercio il titolo di periti fiscali e con quello vanno a far danni nelle aule di giustizia».
Sono sconcertato.
«Anche lei può diventare perito: deve solo trovare un amico giudice che la nomini. I tribunali rigurgitano di tuttologi, i quali si vantano di potersi esprimere su qualsiasi materia, dalla grafologia alla dattiloscopia. Spesso non hanno neppure una laurea. Nel mondo anglosassone vi è una tale preoccupazione per la salvaguardia dei diritti dell’imputato che, se in un processo si scopre che un perito ha commesso un errore, scatta il controllo d’ufficio su tutte le sue perizie precedenti, fino a procedere all’eventuale revisione dei processi. In Italia periti che hanno preso cantonate clamorose continuano a essere chiamati da Pm recidivi e imperterriti, come se nulla fosse accaduto».
Può fare qualche caso concreto?
«Negli accertamenti sull’attentato a Falcone vennero ricostruiti in un poligono di tiro – con costi miliardari, parlo di lire – i 300 metri dell’autostrada di Capaci fatta saltare in aria da Cosa nostra, per scoprire ciò che un esperto già avrebbe potuto dire a vista con buona approssimazione e cioè il quantitativo di esplosivo usato. È chiaro che ai fini processuali poco importava che fossero 500 o 1.000 chili. Molto più interessante sarebbe stato individuare il tipo di esplosivo. Dopo aver costruito il tratto sperimentale di autostrada, ci si accorse che un manufatto recente aveva un comportamento del tutto diverso rispetto a un manufatto costruito oltre vent’anni prima. Conclusione: quattrini gettati al vento. Nel caso dell’aereo Itavia, inabissatosi vicino a Ustica nel 1980, gli esami chimici volti a ricercare tracce di esplosivi su reperti ripescati a una profondità di circa 3.500 metri vennero affidati a chimici dell’Università di Napoli, i quali in udienza dichiararono che tali analisi esulavano dalle loro competenze. Però in precedenza avevano riferito di aver trovato tracce di T4 e di Tnt in un sedile dell’aereo e questa perizia ebbe a influenzare tutte le successive pasticciate indagini, orientate a dimostrare che su quel volo era scoppiata una bomba. Vuole un altro esempio di imbecillità esplosiva?».
Prego.
Sono rassegnato a tutto.
«Per anni fior di magistrati hanno cercato di farci credere che il plastico impiegato nei più sanguinosi attentati attribuiti all’estrema destra, dal treno Italicus nel 1974 al rapido 904 nel 1984, era stato recuperato dal lago di Garda, precisamente da un’isoletta, Trimelone, davanti al litorale fra Malcesine e Torri del Benaco, militarizzata fin dal 1909 e adibita a santabarbara dai nazisti. Al processo per la strage di Bologna l’accusa finì nel ridicolo perché nessuno dei periti s’avvide che uno degli esplosivi, asseritamente contenuti nella valigia che provocò l’esplosione e che pareva fosse stato ripescato nel Benaco dai terroristi, era in realtà contenuto solo nei razzi del bazooka M20 da 88 millimetri di fabbricazione statunitense, entrato in servizio nel 1948. Un po’ dura dimostrare che lo avessero già i tedeschi nel 1945».
Ormai non ci si può più fidare neppure dell’esame del Dna, basti vedere la magra figura rimediata dagli inquirenti nel processo d’appello di Perugia per l’omicidio di Meredith Kercher.
«Si dice che questo esame presenti una probabilità d’errore su un miliardo. Falso. Da una ricerca svolta su un database dell’Arizona, contenente 65.000 campioni di Dna, sono saltate fuori ben 143 corrispondenze. Comunque era sufficiente vedere i filmati in cui uno degli investigatori sventolava trionfante il reggiseno della povera vittima per capire che sulla scena del delitto era intervenuta la famigerata squadra distruzione prove. A dimostrazione delle cautele usate, il poliziotto indossava i guanti di lattice. Restai sbigottito vedendo la scena al telegiornale. I guanti servono per non contaminare l’ambiente col Dna dell’operatore, ma non per manipolare una possibile prova, perché dopo due secondi che si usano sono già inquinati. Bisogna invece raccogliere ciascun reperto con una pinzetta sterile e monouso. I guanti non fanno altro che trasportare Dna presenti nell’ambiente dal primo reperto manipolato ai reperti successivi. E infatti adesso salta fuori che sul gancetto del reggipetto c’era il Dna anche della dottoressa Carla Vecchiotti, una delle perite che avrebbero dovuto isolare con certezza le eventuali impronte genetiche di Raffaele Sollecito e Amanda Knox. Non è andata meglio a Cogne».
Cioè?
«In altri tempi l’indagine sulla tragica fine del piccolo Samuele Lorenzi sarebbe stata chiusa in mezza giornata. Gli infiniti sopralluoghi hanno solo dimostrato che quelli precedenti non erano stati esaustivi. Il sopralluogo è un passaggio delicatissimo, che non consente errori. Gli accessi alla scena del delitto devono essere ripetuti il meno possibile perché ogni volta che una persona entra in un ambiente introduce qualche cosa e porta via altre cose. Ma il colmo dell’ignominia è stato toccato nel caso Marta Russo».
Si riferisce alle prove balistiche sul proiettile che uccise la studentessa nel cortile dell’Università La Sapienza di Roma?
«E non solo. S’è preteso di ricostruire la traiettoria della pallottola avendo a disposizione soltanto il foro d’ingresso del proiettile su un cranio che era in movimento e che quindi poteva rivolgersi in infinite direzioni. In tempi meno bui, sui libri di geometria del ginnasio non si studiava che per un punto passano infinite rette? Dopodiché sono andati a grattare il davanzale da cui sarebbe partito il colpo e hanno annunciato trionfanti: residui di polvere da sparo, ecco la prova! Peccato che si trattasse invece di una particella di ferodo per freni, di cui l’aria della capitale pullula a causa del traffico. La segretaria Gabriella Alletto è stata interrogata 13 volte con metodi polizieschi per farle confessare d’aver visto in quell’aula gli assistenti Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro. Uno che si comporta così, se non è un pubblico ministero, viene indagato per violenza privata. Un Pm non può usare tecniche da commissario di pubblica sicurezza, anche se era il metodo usato da Antonio Di Pietro, che infatti è un ex poliziotto».
Un sistema che ha fatto scuola.
«La galera come mezzo di pressione sui sospettati per estorcere confessioni. Le manette sono diventate un moderno strumento di tortura per acquisire prove che mancano e per costringere a parlare chi, per legge, avrebbe invece diritto a tacere».
Che cosa pensa delle intercettazioni telefoniche che finiscono sui giornali?
«Non serve una nuova legge per vietare la barbarie della loro indebita pubblicazione. Quella esistente è perfetta, perché ordina ai Pm di scremare le intercettazioni utili all’indagine e di distruggere le altre. Tutto ciò che non riguarda l’indagato va coperto da omissis in fase di trascrizione. Nessuno lo fa: troppa fatica. Ci vorrebbe una sanzione penale per i Pm. Ma cane non mangia cane, almeno in Italia. In Germania, invece, esiste uno specifico reato. Rechtsverdrehung, si chiama. È lo stravolgimento del diritto da parte del giudice».
Come mai la giustizia s’è ridotta così?
«Perché, anziché cercare la prova logica, preferisce le tesi fantasiose, precostituite. Le statistiche dimostrano invece che nella quasi totalità dei casi un delitto è banale e che è assurdo andare in cerca di soluzioni da romanzo giallo. Lei ricorderà senz’altro il rasoio di Occam, dal nome del filosofo medievale Guglielmo di Occam».
In un ragionamento tagliare tutto ciò che è inutile.
«Appunto.
Le regole logiche da allora non sono cambiate. Non vi è alcun motivo per complicare ciò che è semplice. Il “cui prodest?” è risolutivo nel 50 per cento dei delitti. Chi aveva interesse a uccidere? O è stato il marito, o è stata la moglie, o è stato l’amante, o è stato il maggiordomo, vedi assassinio dell’Olgiata, confessato dopo 20 anni dal cameriere filippino Manuel Winston. Poi servono i riscontri, ovvio. In molti casi la risposta più banale è che proprio non si può sapere chi sia l’autore di un crimine. Quindi è insensato volerlo trovare per forza schiaffando in prigione i sospettati».
Ma perché si commettono tanti errori nelle indagini?
«I giudici si affidano ai laboratori istituzionali e ne accettano in modo acritico i responsi. Nei rari casi in cui l’indagato può pagarsi un avvocato e un buon perito, l’esperienza dimostra che l’accertamento iniziale era sbagliato. I medici i loro errori li nascondono sottoterra, i giudici in galera. Paradigmatico resta il caso di Ettore Grandi, diplomatico in Thailandia, accusato nel 1938 d’aver ucciso la moglie che invece si era suicidata. Venne assolto nel 1951 dopo anni di galera e ben 18 perizie medico-legali inconcludenti».
E si ritorna alla conclamata inettitudine dei periti.
«L’indagato innocente avrebbe più vantaggi dall’essere giudicato in base al lancio di una monetina che in base a delle perizie. E le risparmio l’aneddotica sulla voracità dei periti».
No, no, non mi risparmi nulla.
«Vengono pagati per ogni singolo elemento esaminato. Ho visto un colonnello, incaricato di dire se 5.000 cartucce nuove fossero ancora utilizzabili dopo essere rimaste in un ambiente umido, considerare ognuna delle munizioni un reperto e chiedere 7.000 euro di compenso, che il Pm gli ha liquidato: non poteva spararne un caricatore? Ho visto un perito incaricato di accertare se mezzo container di kalashnikov nuovi, ancora imballati nella scatola di fabbrica, fossero proprio kalashnikov. I 700-800 fucili mitragliatori sono stati computati come altrettanti reperti. Parcella da centinaia di migliaia di euro. Per fortuna è stata bloccata prima del pagamento».
In che modo se ne esce?
«Nel Regno Unito vi è il Forensic sciences service, soggetto a controllo parlamentare, che raccoglie i maggiori esperti in ogni settore e fornisce inoltre assistenza scientifica a oltre 60 Stati esteri. Rivolgiamoci a quello. Dispone di sette laboratori e impiega 2.500 persone, 1.600 delle quali sono scienziati di riconosciuta autorità a livello mondiale».
E per le altre magagne?
«In Italia non esiste un testo che insegni come si conduce un interrogatorio. La regola fondamentale è che chi interroga non ponga mai domande che anticipino le risposte o che lascino intendere ciò che è noto al pubblico ministero o che forniscano all’arrestato dettagli sulle indagini. Guai se il magistrato fa una domanda lunga a cui l’inquisito deve rispondere con un sì o con un no. Una palese violazione di questa regola elementare s’è vista nel caso del delitto di Avetrana. Il primo interrogatorio di Michele Misseri non ha consentito di accertare un fico secco perché il Pm parlava molto più dello zio di Sarah Scazzi: bastava ascoltare gli scampoli di conversazione incredibilmente messi in onda dai telegiornali. Ci sarebbe molto da dire anche sulle autopsie».
Ci provi.
«È ormai routine leggere che dopo un’autopsia ne viene disposta una seconda, e poi una terza, quando non si riesumano addirittura le salme sepolte da anni. Ciò dimostra solamente che il primo medico legale non era all’altezza. Io andavo di persona ad assistere agli esami autoptici, spesso ho dovuto tenere ferma la testa del morto mentre l’anatomopatologo eseguiva la craniotomia. Oggi ci sono Pm che non hanno mai visto un cadavere in vita loro».
Ma in mezzo a questo mare di fanghiglia, lei com’è riuscito a fare il giudice per 42 anni, scusi?
«Mi consideri un pentito. E un corresponsabile. Anch’io ho abusato della carcerazione preventiva, ma l’ho fatto, se mai può essere un’attenuante, solo con i pregiudicati, mai con un cittadino perbene che rischiava di essere rovinato per sempre. Mi autoassolvo perché ho sempre lavorato per quattro. Almeno questo, tutti hanno dovuto riconoscerlo».
Non è stato roso dal dubbio d’aver condannato un innocente?
«Una volta sì. Mi ero convinto che un impiegato delle Poste avesse fatto da basista in una rapina. Mi fidai troppo degli investigatori e lo tenni dentro per quattro-cinque mesi. Fu prosciolto dal tribunale».
Gli chiese scusa?
«Non lo rividi più, sennò l’avrei fatto. Lo faccio adesso. Ma forse è già morto».
Intervistato sul Corriere della Sera da Indro Montanelli nel 1959, il giorno dopo essere andato in pensione, il presidente della Corte d’appello di Milano, Manlio Borrelli, padre dell’ex procuratore di Mani pulite, osservò che «in uno Stato bene ordinato, un giudice dovrebbe, in tutta la sua carriera e impegnandovi l’intera esistenza, studiare una causa sola e, dopo trenta o quarant’anni, concluderla con una dichiarazione d’incompetenza».
«In Germania o in Francia non si parla mai di giustizia.
Sa perché? Perché funziona bene. I magistrati sono oscuri funzionari dello Stato. Non fanno né gli eroi né gli agitatori di popolo. Nessuno conosce i loro nomi, nessuno li ha mai visti in faccia».
Si dice che il giudice non dev’essere solo imparziale: deve anche apparirlo. Si farebbe processare da un suo collega che arriva in tribunale con Il Fatto Quotidiano sotto braccio? Cito questa testata perché di trovarne uno che legga Il Giornale non m’è mai capitato.
«Ho smesso d’andare ai convegni di magistrati da quando, su 100 partecipanti, 80 si presentavano con La Repubblica e parlavano solo di politica. Tutti espertissimi di trame, nomine e carriere, tranne che di diritto».
Quanti sono i giudici italiani dai quali si lascerebbe processare serenamente?
«Non più del 20 per cento. Il che collima con le leggi sociologiche secondo cui gli incapaci rappresentano almeno l’80 per cento dell’umanità, come documenta Gianfranco Livraghi nel suo saggio Il potere della stupidità».
Perché ha aspettato il collocamento a riposo per denunciare tutto questo?
«A dire il vero l’ho sempre denunciato, fin dal 1970. Solo che potevo pubblicare i miei articoli unicamente sul mensile Diana Armi. Ha chiuso otto mesi fa».
(561. Continua)
Quando sarà disponibile online il resto dell’intervista, la aggiungerò.
Aggiungo l’intervista a Edoardo Mori fatta per Armi e Strumenti, sito molto serio e con un altissimo livello tecnico degli articoli, in cui parla delle follie legislative nell’ambito delle armi. Leggi fatte da ignoranti e incompetenti. I discorsi di Mori sul modo in cui la Giustizia si occupa di armi non sono granché diversi da quelli che io e Gamberetta facciamo sul modo in cui l’Editoria si occupa di Narrativa Fantastica.
Come è ovvio. L’ignoranza, l’idiozia e la malafede sono i mali comuni di qualsiasi ambito, poiché fanno leva sulla pigrizia e sull’arroganza degli stolti, e creano in questo modo tutti i problemi del mondo.
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Buon divertimento!