Questo è il signor Prosciutto, nell’ultima foto del 3 agosto. Notate il portamento signorile, il profilo nobile, l’eleganza con cui indossa la moderna pettorina del mestiere a fianco del tradizionale cravattino di corda della sua gente, simbolo del suo antico lavoro già nel medioevo, a cui ha appeso con calcolata trascuratezza il monocolo.

Ci siamo incontrati a luglio.
Un vero signore, silenzioso, riservato, buon ascoltatore, che non faceva pesare troppo i suoi 7,9-8 kg. Pochi giorni dopo la foto è morto. Se ne è andato come era arrivato, all’improvviso (vincemmo l’onore di conoscerlo alla sagra degli alpini di Porretta Terme).
Lo abbiamo seppellito come lui avrebbe voluto, dentro di noi. In meno di tre settimane di lui è rimasto solo il ricordo di quella garbata, silenziosa, bonarietà di quando era in vita e del suo carattere un po’ ombroso, salato, dopo la morte. E le cotiche, nel freezer, per la pasta e fagioli alla veneta. So quanto teneva alla sua cotenna; lo si capiva da quegli sguardi che lanciava, credendosi non visto, alle scatole di borlotti.

Come mai i prosciutti muoiono, così, senza segnali premonitori?
Poco ancora ne sa il mondo scientifico, ma l’ipotesi più diffusa è il Death Note.

Addio, signor prosciutto.