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Mar 08

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Aumentare il conflitto e sollevare domande: fai soffrire i personaggi!

Nei precedenti due articoli sulla realizzazione delle storie abbiamo visto cos’è una storia e perché il fallimento deve legarsi al fatal flaw del personaggio. Facciamo un passo ulteriore.
Abbiamo detto che il personaggio deve fallire finché non cambia sé stesso per adeguarsi alle nuove sfide. Questo però non significa che debba fallire tutto sempre e comunque, ma che nell’insieme debba fallire.

Cosa intendo? Il personaggio deve fallire per colpa del fatal flaw (difetto che impedisce la vittoria) e questo implica anche il vincere nel modo sbagliato e trovarsi una vittoria che si tramuta in una sconfitta. Il meglio che può avere è una vittoria di Pirro.
Se qualcosa pare andare bene al protagonista, successivamente questa stessa cosa porterà a una sconfitta ben superiore al poco guadagnato!

Pirro, Re dell’Epiro e degli idioti guerrafondai. Affrontò la Repubblica di Roma vincendo vittorie inutili fino a quando il suo esercito, demoralizzato e bersagliato dalla guerriglia romana, venne annientato. Pirro tornò a casa sua e da lì prosegui a fare guerre contro i suoi vicini. Coglione sanguinario.

Paolone detto “lo Zampone” è un malavitoso impulsivo e poco propenso a valutare i rischi. Paolone ottiene finalmente i soldi necessari per comprare l’auto dei suoi sogni, un veicolo modificato illegalmente per divenire un vero mostro della strada che vola a 300 all’ora e scoreggia fiamme (con tanto di intestazione a un prestanome). Quest’auto viene rubata perché Paolone l’ha lasciata in qualche posto poco raccomandabile fidandosi del proprio “nome” per proteggerla. Peccato che l’auto sia nuova e quasi nessuno dei delinquenti della zona sappiano ancora che è la sua nuova bestiolina!

Paolone però è un delinquente professionista e sa come scoprire chi lo ha derubato! Diffonde la notizia per spaventare i colpevoli e promette di non fare loro niente se l’auto tornerà indietro. Paolone ci sa fare e presto chiunque sia stato si cagherà nelle mutande. Sfortunatamente l’auto finisce poche ore dopo a pezzi coinvolta come veicolo per la fuga in una rapina in banca finita male. E proprio come tutti i delinquenti della zona hanno saputo che quella è la sua auto, così anche alla polizia è arrivata la voce che il proprietario è lui e non quello che sembrerebbe dalla targa.

Rapina di cui magari i poliziotti lo sospetteranno complice per la somiglianza con uno dei rapinatori fuggiti, l’autista: somiglianza che si ferma ad essere grosso come un armadio e con un bomber nero addosso, ma meglio fare un controllo per sicurezza, anche per capire se davvero il vero proprietario dell’auto era lui… e Paolone l’ultima cosa che vuole è trovarsi la polizia che gli bussa alla porta alle cinque del mattino, mentre lui si trova con una pistola in casa detenuta illegalmente che gli procurerebbe dei brutti guai.

E la vicenda prosegue con lui che scappa in mutande e stivali da motociclista dalla finestra del bagno… e pensare che la polizia non aveva nessun mandato di perquisizione! Erano lì davvero solo per portarlo in centrale e fargli qualche domanda che lo avrebbe rapidamente tolto dalla lista dei sospettati! Con la sua fuga, un gesto decisamente impulsivo, però la situazione è cambiata…

In mutande non ne ho trovati, ma se avete certi fetish cercate voi…

Capito il meccanismo? Le cose vanno sempre peggio.
Questa è anche chiamata “escalation del conflitto”, ovvero la situazione diventa sempre peggiore. Nel mondo delle sceneggiature si dice che se il protagonista prima viene minacciato, dopo viene picchiato e solo dopo ancora tentano di ucciderlo. Una progressione ragionevole e naturale se vogliamo tenere il protagonista sulle spine.

Se prima tentassero di assassinare il protagonista e dopo lo minacciassero di fargli la bua, di che dovrebbe spaventarsi? È già sopravvissuto ai sicari, non è che il timore di ricevere una sberla dietro la nuca sia così terribile! E, come abbiamo spiegato nel precedente articolo su fallimento e fatal flaw, il significato di ciò che avviene è relativo al personaggio che lo subisce.

Magari all’inizio della storia tentano di uccidere il personaggio, ma questo avviene quando la sua vita non vale nulla, lui è un disperato, senza amici, senza una persona che lo ami, senza soldi… sta peggio di Riggs nel primo Arma Letale!
Per lui, come per Macbeth, morire può essere un sollievo. Quando non si ha niente da perdere, perdere “tutto” non è poi questo gran problema.

Verso la fine della storia però il nostro personaggio ha soldi, ha una carriera, ha amici, ha una fidanzata, si è risollevato ed è diventato qualcuno… e arriva la minaccia di rivelare un suo piccolo segreto che gli farà perdere amici, carriera, fidanzata ecc. certo, avrebbe più soldi di quelli che aveva all’inizio del romanzo e non sarebbe morto, ma avrebbe perso TUTTO il resto, in primis la sua reputazione. E ora che la sua vita ha di nuovo un valore, non è disposto a tornare a essere un disperato solitario come prima.

Domandati cosa rischia di perdere il personaggio e quanto questo lo devasterà: questa è la misura della gravità della minaccia. E noi, come lettori o spettatori, dobbiamo sentirla in pieno e vederla come molto più grave dello scontro all’ultimo sangue tra pezzenti disperati visto a inizio film.

Però Bumfights aveva una grande idea di fondo.

Il vantaggio di  aumentare il conflitto è anche che la storia non diventerà piatta.
Se il livello del conflitto fosse sempre identico, dopo un po’ ci abitueremmo e lo considereremmo la norma. Bisogna per forza variarlo. Ma come? Riducendolo sempre di più? Direi proprio di no: dopo un duello mortale con dei sicari cannibali, la nota sul registro e la tirata d’orecchi da parte del professore diventa davvero poco spaventosa. Non resta che aumentarlo!

Tra alti e bassi, il conflitto dovrà tendere ad avere picchi sempre più alti.
La tensione deve salire con il pericolo, calare con la sconfitta del pericolo, salire ancora più in alto, scendere ancora, poi salire ancora più di prima e così via. La vicenda sarà sempre più pericolosa, sia quando il personaggio sarà nella fase in cui fallisce per colpa del proprio fatal flaw sia nella fase in cui vince grazie al proprio cambiamento interiore. L’argomento viene approfondito e arricchito con esempi nel mio corso a pagamento, nel modulo dedicato alla scrittura.

Il conflitto ha picchi sempre più coinvolgenti

Questo vuol dire anche che conserverai il meglio per dopo.
Non inizierai la storia con la scena più drammatica possibile, perché sarebbe sprecata. In più, dato che non conosciamo il personaggio ancora, non sarebbe drammatica per noi! Partirai con una buona scena che incuriosisca e attiri il lettore, e alzerai il rischio sempre di più fino all’ultimo 25-30% della storia, quando darai il meglio del meglio. Parleremo ancora in futuro del perché all’inizio certe scene troppo drammatiche siano sprecate.

Per semplificare il processo creativo, immagina di avere un obiettivo e una domanda per ogni “capitolo” del tuo romanzo, o equivalente in un film o fumetto. Nel corso a pagamento parliamo a fondo di come ragionare scene e capitoli per favorire la lettura e la comprensione della storia, padroneggiando la natura stessa di scene e capitoli. Piccoli consigli che fanno la differenza.

Primo consiglio, ragiona il capitolo come qualcosa con un solo punto di vista, quello del protagonista della storia di cui il capitolo fa parte. Se non lo fai, stai tradendo la natura stessa del concetto di capitolo: una micro-storia, che per definizione essendo una piccola storia implica un protagonista, e il protagonista è a sua volta per definizione il detentore del punto di vista.
Fai come fa George R. R. Martin, insomma: se il tuo romanzo ha più storie, ognuna col suo protagonista, dedica ogni capitolo a uno solo di questi personaggi. E con lo stesso ragionamento visto prima, fai che le loro storie conservino il meglio per quando saremo davvero coinvolti dalle loro vicende!

Tieni la parte migliore per ultima.

Secondo consiglio, a inizio capitolo domandati qual è l’obiettivo del personaggio e fai in modo che sia chiaro per il lettore. Anche implicitamente, basta che il lettore sappia cosa il personaggio vuole e quindi perché si trova lì quando il capitolo inizia. Il lettore si domanderà: riuscirà a ottenerlo? Questa è la domanda a cui il tuo capitolo deve rispondere con questa micro-storia incentrata su questo obiettivo.

Esempio.
Abbiamo lasciato Gino nel suo ultimo capitolo che aveva appena annunciato di avere un modo per procurarsi i soldi che gli servono per la sua azienda. All’inizio del nuovo capitolo lo troviamo in un bagno pubblico, di fronte allo specchio, mentre fa esercizi di respirazione e fa le ultime prove del suo discorsetto su quanto la sua azienda sia solida e quindi quanto sia sicuro che sarà in grado di ripagare il prestito e bla bla bla e magari vediamo pure un dipendente della banca, perplesso, che entra in bagno.

Senza bisogno di alcuno spiegone dell’autore, con poche battute ben pensate e poche azioni, abbiamo capito che il suo piano per trovare i soldi (l’obiettivo) è… uno stupido prestito? Se già sappiamo che Gino è incapace di correre rischi e questo lo blocca nel trovare soluzioni innovative, come nell’esempio della pizzeria visto nell’articolo sul fatal flaw, capiamo subito che questo è solo l’ennesimo errore che farà prima di cambiare mentalità. La domanda però ci rimane: otterrà il prestito o non lo otterrà?

Wow, che grande idea: un prestito!

La vicenda si evolve grazie al conflitto per fare in modo che la risposta alla domanda sia un bel “sì”, ma si conclude invece con un “no”. Oppure, tornando alle vittorie di Pirro, la risposta può essere un “sì, ma…” o ancora peggio un “no, e inoltre…” in cui alla disfatta si aggiunge un disastro ulteriore connesso ma inaspettato.
Dietro il “sì, ma…” c’è proprio quel MA che tramuta il successo in un amaro successo e poi in una sconfitta.

Se Luigi è disperato perché vuole salvare la sua azienda da 200 dipendenti, fondata dal nonno, e alla fine trova un finanziatore che gli dice “Certo, io ti do tutta quell’enorme cifra che chiedi, ma mi compro così il 60% della tua azienda.” Poi però il tizio subito dopo cede la sua quota a un cinese che ordina di delocalizzare il tutto in Cina e così il protagonista ha comunque perso il possesso della sua azienda e non è riuscito a difendere i lavoratori, che finiranno tutti licenziati.

Cosa ci dice tutto questo?
Ci dice che il personaggio non deve solo lottare (e fallire): DEVE SOFFRIRE. D’altronde vogliamo che il personaggio abbia lo stimolo necessario per cambiare sé stesso e adattarsi alle nuove situazioni, giusto? Vale la “formula” spiegata da Ray Dalio, filantropo e finanziatore, e 69esimo uomo più ricco del mondo con un patrimonio si 15,9 miliardi di dollari al febbraio 2017:

Progresso = Sofferenza + Riflessione


Intensificare il conflitto e costruire una serie di fallimenti sempre peggiori, perché avvengono contro conflitti sempre più intensi, porta a una sofferenza sempre peggiore. Sofferenza sempre più forte che porterà il personaggio a “capire” e a convincersi a superare i propri limiti. E noi soffriremo col personaggio e vorremo sapere come andrà a finire, come vedremo in futuro.

Alla prossima!

 

Dettagli sull'autore

Il Duca di Baionette

Il Duca di Baionette (Marco Carrara) è nato in un secolo, vive in un altro e crede di vivere in un altro ancora. Dal 2006 si occupa in modo costante di narrativa fantastica e tecniche di scrittura. Dal 2008 si occupa di editoria digitale sul suo blog Baionette Librarie, di cui si è autonominato Duca. Nel gennaio 2012 ha avviato AgenziaDuca.it per trovare bravi autori e aiutarli a migliorare con corsi di scrittura mirati. Gli stessi corsi forniti gratuitamente agli autori di Vaporteppa.

Nel gennaio 2013 ha ideato il progetto editoriale divenuto Vaporteppa nell’ottobre successivo, con la decisione di Antonio Tombolini, A.D. di StreetLib, di adottare la collana. Ora è Duca sia di Baionette che di Vaporteppa, un po' come Macbeth che ottiene una seconda baronia all'inizio della sua vicenda.
Nel gennaio 2017 ha avviato un canale YouTube.

Adora i conigli, gli scafandri da palombaro, i trattori e le fatine. Talvolta parla di sé in terza persona, come Silvio Berlusconi, i dittatori e i pazzi. Ops, l’ha appena fatto!

Permalink link a questo articolo: http://www.steamfantasy.it/blog/2017/03/08/aumentare-il-conflitto-e-sollevare-domande-fai-soffrire-i-personaggi/

3 comments

  1. Terra Nova

    Nel caso di Martin si arriva anche al punto in cui i soli capitoli di di Daenerys di A Game of Thrones (vabbe’, si ha vita facile con il personaggio più isolato di tutti) sono stati ripubblicati come racconto a sé stante (Path of the Dragon) e funzionano tanto da buscarsi un Hugo Award.

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    Progresso = Sofferenza + Riflessione

    lol, ma è la trama di (spoiler)
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    Westworld!
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    (fine spoiler)

  2. Arth

    E’ vero che il conflitto è il sale di una storia, ma oltre quale livello il conflitto, da giusto e necessario, diventa uno sfrangimento di maroni per il lettore? Mi è capitato di imbattermi in storie in cui, ossessionati dal conflitto e dal desiderio di mantenere il loro pubblico sulle spine, gli autori ingigantivano il fatal flaw rendendo il protagonista un beota totale e sforando nell’OOC col solo scopo di aumentare i drammi, e concludendo la storia con un payoff che non era assolutamente sufficiente a controbilanciare il livello di frustrazione causato nei lettori/spettatori (e parlo di storie che, per stessa ammissione degli autori, erano destinate al puro intrattenimento, a divertire). Insomma, c’è differenza tra “Soffro per il protagonista ma è tutto così logico e ben scritto che non posso fare a meno di apprezzarlo e di volerne ancora”, e “Questi stratagemmi da due soldi per creare drammi mi fanno venir voglia di buttare via il libro”.

  3. Il Duca di Baionette

    Basta applicare le regole correttamente e per definizione non vi sono problemi, visto che la definizione stessa di regola è “ciò che incrementa l’efficienza”.

    In quelle storie potevano esserci una serie di violazioni diverse:

    – mancanza del giusto rapporto aristotelico di causalità e necessità, pur di far finire sempre peggio il personaggio “tanto per”;

    – mancanza della simmetria tra primo e terzo atto, per colpa di una ripetizione continua del modello frattale di scena nel secondo atto (ed eventuale violazione della simmetria interna nelle due metà del secondo);

    – tipicamente legato al primo: mancanza di evoluzione del personaggio che invece di imparare sempre di più e quindi presto liberarsi del difetto, sembrava non imparare mai nulla dal passato e andava sempre peggio… di solito le serie TV si incartavano così fino a obbligare a chiuderle quando il pubblico era sceso troppo (nemmeno le tragedie funzionano così: il personaggio cambia ecc. e impara dal passato, ma di solito per proiettarsi verso un destino di vittoria che è peggio della sconfitta, o annientarsi da solo);

    – in generale: eccessiva lunghezza (vedasi i due punti prima) non giustificata dalla vicenda… possibile che per raccontare la storia di accettazione di sé di un tizio e quelle parallele di altri due, invece di 30 episodi ne servono davvero 90? Non stiamo rimescolando la stessa roba diluendo il cambiamento in modo insensato? Se il conflitto si alza sempre di più, si può diluire la storia solo fallendo nel far imparare il protagonista dagli errori… ma questo è un difetto oggettivo, come detto prima, perché il personaggio deve vivere ogni scena come un piccolo “cambiamento”, una “svolta”, che contribuisce a quello totale. Alla fine viene voglia di vedere la storia di qualcun altro di diverso.

    D’altronde, come visto, il conflitto non può calare nei suoi picchi o la storia perderebbe senso. La necessaria e ovvia conseguenze è che sbagliassero a gestire qualcosa nel resto.
    L’applicazione di una regola correttamente, per definizione, aumenta l’efficienza.
    La non applicazione (sbagliare qualcosa equivale a non applicare) riduce l’efficienza.

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