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Mag 24

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L’Arco di Trasformazione: il punto di vista tematico

Continuiamo il discorso dedicato all’arco di trasformazione del personaggio nel modo in cui viene descritto da Dara Marks nell’omonimo saggio, che vi invito a comprare e leggere.

Breve riassunto del concetto chiave visto la volta scorsa.
La tridimensionalità del protagonista non nasce dall’ammassare dettagli a caso
o dal farlo comportare secondo manierismi, come capita spesso ai personaggi degli anime (talvolta fino a ridurli a vuote maschere), che nulla hanno a che fare con il suo difetto fatale o con il tema della storia.

Il nostro personaggio non diventa tridimensionale perché facciamo sapere al lettore qual è il suo sport preferito, o cosa mangia a colazione o che musica ascoltava da ragazzo… va bene avere dettagli, ma la quantità non fa la qualità. Anzi, tanti direbbero che “di meno è di più”!

Ciò che è importante davvero è ciò che genera conflitto, quindi i dettagli utili sono quelli che aiutano a generare un conflitto coerente in tutti gli aspetti della vita: esteriore, interiore e di relazione. Il personaggio diventa tridimensionale perché il suo difetto si esprime in tre dimensioni conflittuali legate alla sua personalità.

Un cubo: tanti personaggi sono tridimensionali come lo è lui, e nulla di più.

Tema, contesto e parole chiave.

Abbiamo già visto cosa sono tema e premessa in passato, e li ritroviamo nella versione adottata dalla Marks coi nomi di tema e punto di vista tematico. Il tema esprime l’argomento di cui la storia parla a livello di reale significato, non di semplice azione. Il tema è ciò che dà significato alla vicenda e viene espresso attraverso le azioni dei personaggi.

Il punto di vista tematico è un concetto simile alla premessa, seppur non così vincolato alla forma causa-effetto precisa e al dover idealmente “contenere il finale”. Questo lo rende più debole, da solo, ma all’interno del sistema della Marks risulta facile da gestire e nonostante la formulazione meno precisa è difficile che porti a degli errori se si segue il resto della progettazione correttamente. Il punto di vista tematico è, come dice il nome, l’opinione personale che vogliamo far passare riguardo al tema scelto.

Come si sceglie il tema, come lo si trova? Bisogna interrogarsi, nel momento in cui si inizia a delineare in modo chiaro la storia che si vuole raccontare, su quale sia quell’aspetto della realtà umana che non è più in equilibrio nella vita del protagonista. L’aspetto che non è più in equilibro, quello su cui dobbiamo esprimere un parere, è proprio quello che genera il conflitto e da cui deriveremo il difetto fatale (fatal flaw) del protagonista in modo che sia idoneo alla storia. Il tema è un aspetto tangibile, che diventa azione e conflitto perché può essere espresso fisicamente.

Per esempio in Rambo è perfetto che il difetto sia l’incapacità di esprimersi se non tramite la violenza, e possiamo ammirare come la vita di Rambo sia solitaria, chiusa, diffidente verso chiunque non sia un suo ex-commilitone, e soprattutto come l’incapacità di comunicare sia all’origine di tutto il problema con lo sceriffo.

Rambo fa di tutto per farlo incazzare e per sembrare un soggetto pericoloso: lo fa negli sguardi scocciati, nelle accuse, come quando chiede “perché ce l’hai con me? Non ti ho mica fatto niente”, e perfino nei suoi continui silenzi irrispettosi. Dice di voler essere lasciato in pace, ma fa tutto da solo per ottenere di finire nei guai. E a suo modo anche lo sceriffo è incapace di comunicare coi suoi uomini, un po’ come Rambo. Ci torneremo in futuro.

Due personaggi con un problema simile, in modi diversi.

Nel film L’Attimo Fuggente la storia ruota attorno a un invito fatto dal professor Keating ai ragazzi: “carpe diem”, nel senso di cogliere l’attimo. L’Attimo Fuggente è un film pieno di problemi a livello di contenuti trasmessi e di come il pubblico li ha percepiti in modo spaventosamente acritico. Ne parleremo in futuro: ora non vale la pena mischiare le cose. Ve lo dico giusto perché so che alcuni di voi che mi seguono detestano il messaggio secondario che traspare in questo film dietro il messaggio positivo. Però L’Attimo Fuggente costruisce in modo egregio la storia attorno al tema, e solo questo ci interessa per ora.

Come si può trasformare “cogli l’attimo” in qualcosa di reale, di concreto? La vita è formata da attimi, quindi chi sa cogliere l’attimo ha un controllo sulla propria vita. L’invito di cogliere l’attimo diventa un invito a prendere il controllo delle proprie vite. In che senso però? In questo caso i ragazzi devono imparare a comportarsi secondo la loro vera natura, invece di sottostare ciecamente alla volontà altrui, per poter così diventare dei veri uomini. Devono capire chi sono e cosa vogliono, per potersi realizzare come individui invece di limitarsi a diventare ciò che i loro genitori e insegnanti vogliono che diventino. Cogliere l’attimo, scoprire sé stessi e prendere il controllo della propria vita.

Il problema interiore dei ragazzi è che non sono fedeli alla propria natura. La rinnegano per conformismo. Il professor Keating li mette di fronte alla possibilità di scegliere, cosa che loro non pensavano nemmeno possibile per davvero. I ragazzi dovranno trovare il coraggio di scegliere una vita pienamente vissuta, seguendo la propria creatività e le proprie idee, oppure appassire divenendo una pedina in un mondo dominato dal conformismo e dalla repressione della creatività. E qui ci si può ricollegare al discorso dei problemi collaterali nel messaggio del film, ma lo faremo un’altra volta.

“Non avete proprio idea di cosa vi sto facendo, eh?”

Quindi se i ragazzi devono trovare il coraggio di essere fedeli alla propria natura, di cogliere l’attimo e affermarsi come individui e non diventare soltanto ingranaggi di un macchinario sociale grigio e anonimo, ci aspettiamo che il “contesto” in cui lottano vada nella direzione opposta ai loro desideri.

La storia esterna riguarda l’imparare a dare valore all’individuo singolo, quindi gli ostacoli devono togliere valore agli individui e il contesto deve essere un ambiente rigido, duro, censorio, poco propenso a capire e accettare la diversità, intollerante. Notate: stiamo individuando delle parole chiave che descrivano il tutto. Vedete come aver costruito tutto attorno al tema ci permette di scegliere al meglio gli elementi?

Qual è il contesto scelto dal film per esprimere quelle parole chiave? Una scuola molto prestigiosa e molto rigida, con un insegnamento molto classico, nozionistico, ostile alla creatività, e con dietro tutta l’eredità di una lunga e onorata tradizione. Il genere di scuola che ha prodotto i migliori uomini della società e lo fa pesare agli studenti, mettendoli di fronte alla possibilità di eccellere… o all’infamia di non essere mai all’altezza delle aspettative di tutti.

Tornando ai personaggi, se sappiamo che devono imparare a essere onesti con sé stessi e lottare per controllare le proprie vite, quali tratti potranno avere nel loro carattere? Saranno forse maschi alpha con la mascella squadrata, la reputazione di far sparire in misteriosi incidenti chi li ostacola? Tizi che fissano negli occhi i professori più stronzi fino a rimandarli balbettanti a sedere dopo aver dato loro un bel voto a priori? O saranno dei ragazzi insicuri, forse poco onesti nei confronti dei propri sentimenti (non sanno dire ciò che provano nemmeno a sé stessi), introversi, magari perfino con un carattere fragile e instabile. Altri termini chiave da tenere da parte per guidare la creazione della storia.

“Oh, no, papà mi ‘obbligherà’ a studiare ad Harvard per diventare un medico, invece di studiare da attore! E sì, potrei come molti altri attori studiare proprio mentre vado all’università, per esempio Donald Sutherland studiò recitazione mentre faceva Ingegneria Meccanica, e dopo la laurea fece subito l’attore e mai l’ingegnere, ma non è molto meglio se invece di accettare che la vita non è facile e inseguire i miei sogni lo stesso, e dimostrare ai miei genitori che non c’è niente di male nel recitare, mi ammazzo per punire papà?”

Fanno un po’ pena, poveri ragazzini insicuri, eh? Dipende dal punto di vista tematico scelto. Tentiamo un cambio radicale giusto come gioco, conservando insegnante rivoluzionario, scuola rigida e ragazzi fragili.

Che ne dite di vedere i ragazzi come “merde che andrebbero raddrizzate a legnate”, lasciando crollare i deboli e forgiando nel ferro i pochi uomini che ne sopravviveranno? Questo se fossi io a scrivere la storia: nella mia Keating sarebbe un falso-alleato, sarebbe il vero antagonista che illude con cazzate i ragazzini impressionabili e li conduce lieti alla loro stessa rovina. Alla fine i personaggi capirebbero che solo la durezza, la disciplina e il rigore potranno purgarli dei loro difetti e far sì che affermino le loro REALI identità di uomini, e non quella confusione ormonale di adolescenti in lotta con l’autorità che ribolle loro dentro per colpa dell’età e della mancanza di esperienza. Da “cogli l’attimo” a “la disciplina fa di un ragazzo un uomo”.

È facile far passare per buono il professore simpatico e alternativo… molto più difficile far capire che è il professore duro, che accetta di essere visto come il “cattivo” per il bene dei suoi ragazzi e della loro formazione come uomini, possa avere ragione. Capire che chi dice “No!” può essere quello veramente buono, che soffre anche per ciò che deve fare per il bene dei ragazzi, e chi dice solo “Sì! Sì! Sì!” sia un narcisista che vuole circondarsi di adorazione. Il genitore che fa solo regali è sempre più simpatico, no?

Quando uno dei ragazzi si ammazza io ghigno e lo vedo come un danno collaterale: troppo debole per la vita, troppo debole per il mondo, non sarebbe mai diventato nulla di valido. Un ramoscello spezzato in un mondo che cerca aste di ferro per guidare alla gloria le nostre civiltà e i loro valori, contro il caos e le orde che verranno a distruggerci. Magari da Urano, sotto forma di alieni con il volto di enormi culi e un odio irrazionale per qualsiasi specie trovi “buffe” le scoregge.

Qualcosa si impara.

Avere ben presente il tema permette di decidere il contesto e i personaggi in modo coerente con quanto si vuole esprimere, e ci permette anche di capire meglio, grazie al processo creativo “indirizzato”, cosa vogliamo davvero raccontare. Magari prima di sviluppare l’idea del “cogliere l’attimo” non sapevamo che l’ambiente ideale fosse una scuola rigida e tradizionalista, ma quando abbiamo deciso che i protagonisti erano dei ragazzini perché abbiamo visto “cogliere l’attimo” come una ricetta per divenire uomini, allora tutto è stato subito più chiaro.

Scegliere i termini chiave che identificano il difetto e il contesto non è un vuoto esercizio: è una garanzia per poter procedere sicuri. La prossima volta affronteremo gli elementi veri e propri presenti nei tre atti dell’arco di trasformazione del personaggio. Chi vuole approfondire l’analisi de L’Attimo Fuggente, può trovare altri dettagli nel libro di Dara Marks.

P.S.
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Dettagli sull'autore

Il Duca di Baionette

Il Duca di Baionette (Marco Carrara) è nato in un secolo, vive in un altro e crede di vivere in un altro ancora. Dal 2006 si occupa in modo costante di narrativa fantastica e tecniche di scrittura. Dal 2008 si occupa di editoria digitale sul suo blog Baionette Librarie, di cui si è autonominato Duca. Nel gennaio 2012 ha avviato AgenziaDuca.it per trovare bravi autori e aiutarli a migliorare con corsi di scrittura mirati. Gli stessi corsi forniti gratuitamente agli autori di Vaporteppa.

Nel gennaio 2013 ha ideato il progetto editoriale divenuto Vaporteppa nell’ottobre successivo, con la decisione di Antonio Tombolini, A.D. di StreetLib, di adottare la collana. Ora è Duca sia di Baionette che di Vaporteppa, un po' come Macbeth che ottiene una seconda baronia all'inizio della sua vicenda.
Nel gennaio 2017 ha avviato un canale YouTube.

Adora i conigli, gli scafandri da palombaro, i trattori e le fatine. Talvolta parla di sé in terza persona, come Silvio Berlusconi, i dittatori e i pazzi. Ops, l’ha appena fatto!

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