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Lug 05

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Empatia: il segreto di una buona storia

Abbiamo parlato in precedenza di come si struttura a grandi linee una storia, sul perché abbia bisogno di conflitto e sul motivo per cui questo conflitto debba essere legato a una caratteristica difettosa del protagonista. Il protagonista è tale proprio perché quella sua caratteristica si rivela ormai catastrofica, tale a portarlo alla sconfitta se non la cambierà, a causa degli eventi… e la storia è interessante proprio perché il personaggio non è già perfettamente in grado di vincere, ma deve imparare come fare.

Fin qui tutto bene. Ma tutto questo conta qualcosa se del personaggio non ci importa nulla? Se vederlo perdere o vincere ci è indifferente? O peggio ancora, conta qualcosa se il personaggio ci dà fastidio e vogliamo vederlo solo perdere, per cui invece di dispiacerci per lui quando soffre pensiamo che se lo merita? E quando alla fine vince, nell’improbabile caso in cui avessimo resistito fino alla fine a seguire la storia, ti pare una buona cosa se ci troviamo a pensare che sia un finale di merda e che non meritava minimamente di farcela?

A quanto pare c’è qualcosa di molto più importante della storia stessa, tanto da rendere la storia inutile se manca: l’empatia per il personaggio. Per seguirne le vicende vogliamo soffrire con lui, essere in pena, provare dispiacere e ansia quando le cose gli vanno male ed esaltarci quando si riscatta e trionfa contro chi lo umiliava. Forse in futuro parleremo di questo piacere che è proprio della narrativa, il “piacere pertinente”, citando Aristotele.

Aristotele però ci fa comodo già ora, visto che nella Poetica identifica come utilissime per conseguire questo piacere tipico delle storie due caratteristiche:

  • la paura;
  • la pietà.

Aristotele 2400 anni fa ne sapeva più di tantissimi scrittori e sceneggiatori di oggi, eppure aveva avuto accesso a molte meno storie da studiare. Sarà che forse prendeva sul serio l’argomento? ^_^

La paura.

La paura, secondo Aristotele nella Retorica, è l’anticipazione del male, è l’ansia e l’inquietudine che ci colpisce quando sappiamo di essere prossimi a un pericolo sufficientemente forte da metterci a disagio. La paura è causata dall’attesa di una catastrofe imminente. La paura secondo Aristotele non è causata da eventi lontani nel futuro, ma da eventi prossimi. Non conta tanto il pericolo reale, ma l’incertezza del pericolo legata alla nostra percezione… talvolta una situazione sicura percepita però come un pericolo reale può terrorizzare più di un pericolo reale sottovalutato.

Quindi, per esempio, possiamo essere terrorizzati se sentiamo voci e rumori di notte in casa nostra perché dei ladri sono entrati e potrebbe succedere di tutto, senza sapere che il ladro in realtà è un coglione vecchio stile di quelli che scappano via frignando se si accorgono di essere stati scoperti… o magari non era neppure un ladro, ma nostra figlia che torna a tarda notte dopo essere uscita di nascosto nonostante il divieto di uscire quella sera… e ora si trova la fronte a un cm dalla penna del martello da guerra che il papino usa nelle rievocazioni storiche (e come difesa domestica da zingaro). Nemmeno per lei c’è pericolo, visto che il babbino ha fermato il colpo per tempo, ma la percezione dell’evento è molto diversa e probabilmente bisognerà asciugare la pozza di piscio da terra.

Può invece lasciarci del tutto indifferenti uno sviluppo economico spregiudicato che aumenterà sempre di più il rischio di un conflitto continentale, o un mutamento climatico che potrebbe portarci all’estinzione o a perdere buona parte del benessere a cui siamo abituati nell’arco di pochi decenni. Molte persone si mettono alla guida dopo aver bevuto a sufficienza da rallentare i propri riflessi e partono senza preoccuparsi del fatto che entro pochi minuti moriranno bruciate dentro il proprio veicolo dopo un incidente… il non sapere l’imminenza del pericolo evita la paura.

Ma come possiamo avere paura in una storia inventata?

La pietà.

E qui entra in gioco la pietà, ovvero la prefigurazione di un evento catastrofico a danno di qualcuno che non lo merita e per cui proviamo quindi dispiacere. La pietà discussa da Aristotele è quella che oggi chiamiamo empatia in una storia. Quindi la pietà è scatenata dall’incertezza, dall’attesa, portata da un pericolo imminente, ovvero dalla paura, per il protagonista o altri personaggi di cui stiamo seguendo le vicende. In particolare per il protagonista, che è quello che seguiamo in modo più ravvicinato.

Ma perché dovremmo provare dispiacere?
La parte difficile entra in gioco qui. La pietà è principalmente la reazione a un’ingiusta sofferenza e quest’ultimo concetto include la chiave della questione: se è ingiusta significa che non riteniamo che il personaggio se la meriti, quindi non ha fatto nulla che gli debba far meritare tale dolore e non pensiamo che lo meriti a priori perché ci sta sulle palle.

In pratica stiamo tifando per lui, e tifiamo per lui perché riteniamo che sia un personaggio che rispecchia i valori positivi in cui crediamo: lo vediamo come moralmente giusto. Come spiega Aristotele non possiamo provare questo sentimento per persone che consideriamo maligne, perché non vogliamo che le loro pene siano alleviate, anzi, pensiamo proprio che si meritino le disgrazie!

Molti dicono che Narcos sia una serie molto bella, ma tra quelli a cui non piace è diffusa la critica che siano tutti troppo stronzi per provare piacere a vederla (ovvero manca empatia e quindi manca “piacere pertinente” aristotelico). Quando l’avrò vista ne parleremo.

Se fossimo indifferenti al destino del personaggio, non proveremmo paura per lui e quindi mancherebbe tensione drammatica. Se fossimo ostili al personaggio lo vorremmo vedere finire male… e questo funzionerebbe malino anche se fosse una tragedia, visto che poter fare il tifo per il personaggio che finisce male è comunque molto più coinvolgente emotivamente rispetto al mero godere delle disgrazie che capitano a uno stronzo. L’assenza di empatia compromette il godimento della storia.

Come mai proviamo paura? Perché nel vedere accadere eventi dolorosi a un personaggio che noi percepiamo positivo e quindi “come noi”, in quanto noi tutti ci vediamo come quelli buoni della situazione, non importa quanto facciamo schifo, in un certo senso ci immedesimiamo (lui è come noi, noi come lui) e quindi sentiamo che quel pericolo in un certo senso potrebbe riguardare anche noi o i nostri cari.

Tutti pensiamo che ci accadano cose brutte ingiustamente e molto raramente accettiamo che siano i nostri torti a causarle, per cui siamo molto sensibili all’idea di qualcun altro che, come noi, soffre ingiustamente e in cui possiamo rivedere la narrazione malata con cui giustifichiamo le nostre vite e sentirla rinforzata, come se ci dicesse “vedi, succede a lui che non ha colpe proprio come succede a te, vedi che quindi non è colpa tua se soffri?”

Nell’identificarsi col personaggio ha un ruolo determinante, nella narrativa scritta, l’uso di un solido punto di vista all’interno del personaggio. Un piccolo vantaggio rispetto ai film, in cui è più difficile ottenere un simile coinvolgimento. Non per niente gli autori davvero esperti arrivano a prediligere un filtro profondo nella mente del personaggio in cui ogni evento è filtrato dalla sua mente (viviamo e percepiamo tutto come il personaggio) proprio per aumentare al massimo l’immersione e quindi l’empatia. Ogni cosa è conseguenza di altre: se si accetta l’importanza dell’empatia, non si può rifiutare l’importanza di ciò che la potenzia.

Moralmente giusto non vuol dire che sia un santo.

Un personaggio moralmente giusto è un personaggio che percepiamo “come noi”, e per cui possiamo fare il tifo quando lo vediamo soffrire ingiustamente, ma non è un santo e non è senza peccato. Nunzio in Alieni Coprofagi dallo Spazio Profondo è personalmente colpevole della propria condizione di obeso, ma questo non significa che meriti di venire umiliato di fronte ai colleghi dal suo capo perché, a causa della mole e della puzza di sudore che ha, non si è accorto di aver calpestato una merda e di averla portata fin dentro l’ufficio…

Un romanzo breve bello, per persone di buon gusto.

Il personaggio può anche essere una persona deprecabile, se nell’insieme è comunque “buona” rispetto agli altri attorno a lui (è nel suo piccolo il “fulcro del bene”, come dice Robert McKee in Story) o se scopriamo solo nel corso della storia la sua vera natura perché prima non ha motivo di apparirci nel massimo dello schifo. Se ci affezioniamo a lui prima di scoprirne i lati peggiori, probabilmente rimarremo combattuti tra il nuovo disprezzo e il vecchio affetto e vorremo vedere come prosegue la storia. Buoni esempi di questo sono Ciro nella prima stagione di Gomorra e Walter White di Breaking Bad.

Comunque ricordiamolo… anche il più stronzo degli stronzi si considera una brava persona, per cui se non proviamo empatia significa che la storia è progettata male: non siamo veramente dentro di lui, nel suo punto di vista, se non lo vediamo come lui si vede. Ci torneremo in futuro.

Per una dettagliata trattazione su come presentare in modo positivo, per creare empatia, un personaggio negativo, vi rimando al mio corso per scrittori. Lì analizzeremo la costruzione dell’empatia in Abaddon di Giuseppe Menconi e come un caso praticamente identico in un’altra storia, sbagliando l’ordine degli eventi da presentare, abbia ottenuto un effetto opposto. E analizzeremo molto più nel dettaglio la questione dell’empatia: questa è solo un’introduzione!
In agosto la lezione dedicata all’empatia verrà quasi sicuramente pubblicata per i corsisti Beta, e da fine settembre 2017 il corso sarà ufficialmente in vendita per tutti.

Empatia non è simpatia.

Inutile precisarlo ma… il mantra secondo cui un personaggio dovrebbe essere simpatico è un suicidio artistico. Ed è una stronzata, dal punto di vista tecnico-teorico. Sì, se un personaggio ci è simpatico è più facile che lo consideriamo come noi e quindi che proviamo empatia, ma è una scelta facile e non è obbligata.

Ciro in Gomorra non è simpatico. Macbeth nell’omonima tragedia non è un tizio simpatico. Nemmeno Walter di Breaking Bad è simpatico. E non è simpatico Michael Corleone ne Il Padrino o Rambo nel suo film. E scusate se cito solo alcune tra le più grandi opere prodotte dall’abilità narrativa umana, eh!

Lasciamo perdere la simpatia: se c’è bene, ma se non c’è va bene uguale perché quel che conta davvero è l’empatia. Chi rinuncia a scrivere di un personaggio che gli interessa perché non è simpatico, farebbe meglio a non scrivere proprio.

Comicità…

Per finire, una piccola nota extra. Nelle storie con un forte umorismo l’empatia, in piccola dose, ancora ancora può tornare comoda, ma probabilmente non vorremo l’immedesimazione. Prendete Fantozzi: ci dispiace per le sue sfighe, ma allo stesso tempo ne ridiamo per la loro assurdità. Se fossimo dentro Fantozzi, se vivessimo il suo dolore come lui lo vive, non avremmo niente da ridere. Sarebbe orribile. Essere fuori grazie all’impostazione particolare di quei film, o alla presenza di un narratore “invadente” nelle storie comiche scritte, ci distanza per evitare l’immedesimazione e ci permette di godere da fuori delle disgrazie altrui.

Disgrazie che però sono eccessive, esagerate, e quindi comiche. Con Rambo non ridiamo, eppure Rambo subisce una serie di disgrazie… ma sono tutte credibili. Con Fantozzi quando viene punito non lo vediamo licenziato o umiliato in modo credibile di fronte ai colleghi, ma lo vediamo crocifisso in sala mensa o assegnato al ruolo di parafulmine aziendale. Quando la moglie vuole tradire Fantozzi, non ci troviamo di fronte a uno scenario di gelosia da film drammatico, ma in una casa in cui ogni cassetto trabocca di forme di pane… fino a quando Fantozzi capisce che la moglie è innamorata del panettiere.

In Un pesce di nome Wanda, Ken tenta in ogni modo di uccidere una vecchietta, e finisce per ammazzarle tutti i cani nel tentativo. L’ultimo cagnolino rimane spiaccicato sotto un blocco di cemento. Quando il regista realizzò questa scena la fece in due varianti: senza sangue o col sangue, usando delle interiora prese in macelleria. Nella proiezione di prova venne usata la scena col sangue, e il pubblico non la trovò per niente divertente. Il sangue diceva che era una morte vera, non era comicità. Per la proiezione nelle sale venne scelta la versione senza sangue: il film, giusto per ricordarlo, al botteghino guadagnò otto volte il proprio budget e divenne un classico tra le commedie.

Se Fantozzi subisse solo sofferenze realistiche in un contesto del tutto credibile, non rideremmo molto. E in ogni caso, se noi fossimo Fantozzi, non rideremmo per niente. Come non ridiamo quando Rambo ha i flashback sulle torture subite in Vietnam.

… e satira.

Ancora diverso il caso della satira. Nella satira si colpisce e si critica qualcosa della società che troviamo sbagliato e degno di bastonatura, per promuoverne il cambiamento. Questo può avvenire anche nel contesto di una tragedia tradizionale o di una storia eroica tradizionale: l’oggetto della satira può far parte del difetto fatale del protagonista o delle caratteristiche negative degli antagonisti.

Nel video di Yotobi commentato una settimana fa, per esempio, Yotobi assume il ruolo dello YouTuber poco previdente che ha scommesso tutto su YouTube, ha fatto dei bei soldi in modo facile e ora sta perdendo tutto. Questa è una figura negativa che Yotobi critica, per cui non costruisce l’empatia nel “tramutarsi” e autoaccusarsi della cosa: vuole che godiamo nel pensare quanto queste disgrazie siano meritate.

Ci presenta gli YouTuber non come personaggi moralmente giusti per cui soffrire, ma come antagonisti moralmente deprecabili delle cui disgrazie possiamo godere come se l’Adpocalypse fosse una punizione divina legata al karma negativo. Il video ha avuto un enorme successo da parte del pubblico, molto meno da parte degli YouTuber che si sono sentiti accusati, perché il pubblico trova che certi YouTuber siano moralmente deprecabili e quindi vede come un atto di giustizia la fine delle loro fortune viste come immeritate.

Anche se ancora oggi non capisco come mai per criticare gli YouTuber li paragoni alle creature più intelligenti e coraggiose che esistano…

In una vicenda di pochi minuti funziona perfettamente, ma in una storia più complessa e strutturata, soprattutto se immersiva, l’ideale sarebbe stato mostrare l’arco eroico (o tragico) dello YouTuber che affronta il suo difetto fatale oppure mostrare gli YouTuber che inseguono i soldi facili e non pensano al futuro come dei nemici da contrastare per il protagonista “formica” che costruisce un business lento e solido, e non fa come le “cicale” rivali che ora fanno più soldi di lui con la pubblicità e basta.

Questa breve introduzione all’empatia finisce qui. Per chi vuole approfondire sul serio, per imparare a padroneggiarla nella pratica e non solo averla capita a grandi linee nella teoria, vi rimando al mio corso ricco di esempi che coprono tutti i casi possibili della questione. Per chi invece è interessato ad approfondire il pensiero di Aristotele, da cui ancora oggi abbiamo moltissimo da imparare, suggerisco di leggere la sua Poetica e il saggio di Ari Hiltunen Aristotele a Hollywood.

Dettagli sull'autore

Il Duca di Baionette

Il Duca di Baionette (Marco Carrara) è nato in un secolo, vive in un altro e crede di vivere in un altro ancora. Dal 2006 si occupa in modo costante di narrativa fantastica e tecniche di scrittura. Dal 2008 si occupa di editoria digitale sul suo blog Baionette Librarie, di cui si è autonominato Duca. Nel gennaio 2012 ha avviato AgenziaDuca.it per trovare bravi autori e aiutarli a migliorare con corsi di scrittura mirati. Gli stessi corsi forniti gratuitamente agli autori di Vaporteppa.

Nel gennaio 2013 ha ideato il progetto editoriale divenuto Vaporteppa nell’ottobre successivo, con la decisione di Antonio Tombolini, A.D. di StreetLib, di adottare la collana. Ora è Duca sia di Baionette che di Vaporteppa, un po' come Macbeth che ottiene una seconda baronia all'inizio della sua vicenda.
Nel gennaio 2017 ha avviato un canale YouTube.

Adora i conigli, gli scafandri da palombaro, i trattori e le fatine. Talvolta parla di sé in terza persona, come Silvio Berlusconi, i dittatori e i pazzi. Ops, l’ha appena fatto!

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7 comments

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  1. Lynn

    Secondo me Narcos non è del tutto privo di empatia. Meriterebbe un’analisi approfondita la costruzione del personaggio di Pablo Escobar: la venerazione per moglie e figli, l’affidamento che fa su suo cugino, i sogni dell’impossibile, il “riscatto sociale” cercato attraverso la via sbagliata… E le scene scelte per mostrare il suo amore di padre! Se Narcos ha avuto tanto seguito, un motivo c’è. E come gli sceneggiatori ci siano riusciti… Secondo me è degno di analisi

  2. Davide Politi

    Grazie per questa introduzione :)
    Spero che tra i prossimi articoli sarà trattata anche la gestione dei vari tipi di pow.

    Mi sorge una domanda che interessa, forse in senso un po’ più lato, l’empatia e il coinvolgimento:

    Di solito ho osservato un maggiore coinvolgimento in opere in cui il protagonista finisce, ad un certo punto, in situazioni in cui lo spettatore si vorrebbe trovare.

    Parlando con i miei conoscenti meno analitici e di gusti più semplici, ho notato che i film che piacevano a loro lo facevano proprio per queste situazioni di “potere” in cui il protagonista si veniva a trovare, e cosa faceva il protagonista in queste situazioni (mentre per esempio io mi trovo a concentrarmi più sulle conseguenze problematiche di queste situazioni e alla risposta del personaggio a questi problemi, anche se anche a me piacciono molte scene di “potenza”).

    Esempi di questa cosa possono essere:
    la ricchezza e l’eccesso ne “Il Lupo di Wall Street”;
    i poteri dati dalla droga di “Limitless”;
    l’appartenenza a un gruppo speciale di persone con possibilità fuori dalla norma in “Harry Potter”;
    i superpoteri dei supereroi o di altri personaggi in generale (es Dragonball);
    anche situazioni romantiche “ideali” come in “Romeo e Giulietta” “Twilight” o “50 sfumature di Grigio”.

    Questa riflessione è nata da una discussione con un mio cugino riguardo il fatto che “Lo chiamavano Jeeg Robot” non gli sia piaciuto particolarmente e dal ricordo, poi, che al liceo “Romeo e Giulietta” affascinava le mie compagne per la storia d’amore più che per la tragedia.

    Secondo te è giusto quel che dico? È questo un elemento che contribuisce al coinvolgimento in certi tipi di storie? E se sì, che regola generale potremmo provare a trarne?

  3. Il Duca di Baionette

    La questione è esterna alla teoria e si sovrappone con i gusti personali, quindi non è né interessante né significativa. In più è troppo ampia: i più grandi film amati dal pubblico non rappresentano situazioni in cui vorrebbero trovarsi. Se la mettiamo troppo sul vago (“Vorrebbero trovarsi in quella di Rambo nel senso di essere capacissimi e spacca culi”), in senso lato, allora non c’è nemmeno una questione da discutere: ogni cosa può essere tutto e il suo opposto, in senso ampio, se si vuole.

    L’altro problema che rende irrilevante la questione è che è nata da una discussione, quindi da un bias legato al voler dare una risposta. La risposta che si dà non è ciò che realmente avviene, ma ciò che uno negli infiniti possibili errori che potrebbe fare per capire cosa provava, dice. Avrebbe avuto senso solo se si fosse misurato il responso emotivo e il coinvolgimento durante la visione, con mezzi scientifici.
    Essendo biased a priori la questione, non vale la pena che ti fai domande.

    Esistono le opere viste solo per soddisfare fantasie, come i ragazzini che sognavano al loro compleanno di ricevere la lettera e scoprire di essere come Harry Potter, o fantasticavano che gli fosse accaduto, ma questo fa parte dei gusti e non è significativo né interessante a livello tecnico-teorico visto che non riguarda il COME (“come costruire empatia con qualsiasi personaggio”) fare le cose ma solo le COSE (“non posso scrivere di Michael Corleone, devo scrivere di maghetti”) da fare…

    E se ragioniamo sulle COSE allora smettiamo di scrivere o fare film: facciamo solo porno. I porno hanno un successo e un gradimento colossale, a prezzi modestissimi di realizzazione.

  4. Davide Politi

    Grazie per la risposta. Non ci avevo riflettuto in quresto senso, impegnato come ero a cercare di trovare un senso a certi criteri di apprezzamento, ma in effetti il fatto che siano criteri soggettivi è la risposta piu ovvia.

  5. Davide Politi

    Spoiler su Narcos!

    Ps. anche secondo me Narcos presenta una certa costruzione dell’empatia. Pablo, specialmente nella prima parte della serie, è presentato persino come quello più ragionevole dei narcos (in alcuni momenti persino più giusto delle forze dell’ordine), quindi, come dici, quello buono rispetto al contesto in cui si trova.

    Del resto, a giudicare dal numero dei nostalgici apologisti, il vero Pablo, quello storico, sembra essere riuscito proprio a fare quello che qualunque autore dovrebbe fare con i propri personaggi bastardi: presentarsi come moralmente giusto, un Robin Hood colombiano, e la serie sicuramente spinge in questa direzione, magari non con un pieno successo però.

    Poi col tempo impazzisce e capitombola alla Macbeth.

  6. Gwenelan

    Articolo che attendevo da tempo :)! Grazie di averlo postato, interessante e molto chiaro, come al solito. Credo di aver capito alcune cose su cui prima avevo dei dubbi, attendo la parte più approfondita per vedere se effettivamente ho capito bene!

  7. Ale

    Un buon esempio di costruzione dell’empatia nei confronti di un personaggio negativo è “Il camorrista” di Giuseppe Tornatore del 1986, ispirato alla figura del boss Raffaele Cutolo. Il personaggio è negativo in termini assoluti, ma viene presentato ben calato nel contesto, e l’unica cosa che viene da pensare come spettatore è: “se mi trovassi in quell’ambiente, vittima delle stesse circostanze, vorrei solo essere altrettanto in gamba.”

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