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Lug 19

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[Analisi] “Arma Letale”: Struttura Generale

Questa settimana iniziamo a occuparci del primo film della serie Arma Letale, eseguendo un’analisi completa dei suoi aspetti secondo il modello fornito dalla Marks. Ho scelto questo film perché è particolarmente adatto all’uso didattico e ha diversi problemi che la Marks, nella sua analisi in L’arco di trasformazione del personaggio, non sottolinea adeguatamente.

Con altri film non è detto che faremo l’analisi intera, anzi, probabilmente ci concentreremo sull’arco di trasformazione e sul difetto fatale a scapito della progettazione iniziale della struttura tematica dell’opera. Questa volta invece vedremo entrambi gli aspetti per esteso, e aggiungeremo delle cose in più che la Marks non tratta, ma che sono molto utili da sapere. Lasceremo invece da parte le spiegazioni estese su alcuni dettagli secondari, tanto le trovate sul libro.

Cominciamo ricordando un aspetto importante: in questa storia abbiamo dei coprotagonisti, ovvero il protagonista è stato diviso in due personaggi per esplorare due aspetti diversi del difetto fatale. Nel caso dei coprotagonisti è naturale che il conflitto di relazione riguardi loro due, ovvero come riescano assieme a superare i due diversi aspetti dello stesso difetto e così imparino a capirsi e a lottare assieme. Ok?

Se un autore non è interessato al rapporto tra i due personaggi, è preferibile usare un solo personaggio come protagonista e all’altro, anche se ha pure lui un difetto a tema con la storia, dargli un ruolo di alleato non-protagonista. In questo ruolo potrà funzionare comunque da stimolo al cambiamento per il protagonista, se necessario, ma non sarà il rapporto con lui quello vitale per la vittoria: può imparare da lui, ma non vince con lui (o comunque non solo con lui: magari è tutta una squadra di alleati a servire).

Ci torneremo in futuro, magari, per parlare di un diverso genere di coprotagonisti, quelli uniti soltanto da un obiettivo comune invece che avere sia un obiettivo che un difetto fatale simile, e che apre a diversi problemi e riflessioni che la Marks non affronta nel dettaglio.

In questo film abbiamo una classica storia di “buddy cop”, ovvero due poliziotti con personalità e modi di fare molto diversi che devono lottare assieme contro il crimine. Un genere molto diffuso di cui Arma Letale è solo uno dei moltissimi esempi, per quanto molto ben riuscito nel puro aspetto del rapporto tra i personaggi.

Guardiamo i due poliziotti: abbiamo Martin Riggs, il bianco, un poliziotto che ha manie suicide, e abbiamo Roger Murtaugh, il nero, un cinquantenne che pensa a godersi la famiglia e ad arrivare alla pensione. Dato l’aspetto drammatico di Riggs, Murtaugh bilancia la storia fornendo un blando lato comico: il vecchio sbirro con la moglie che cucina di merda e la figlia che si fa le canne, in un contesto famigliare in cui non esiste alcun “distacco rispettoso” verso la figura paterna. Qui arrivano pure a fargli gli auguri a sorpresa irrompendo mentre si fa il bagno, come se non avesse diritto nemmeno alla privacy…

L’idea di fondo per la storia è:

due poliziotti rischiano la vita nel dare la caccia a dei feroci narcotrafficanti, per fermare un pericoloso cartello

Da qui sappiamo che il film parla di vita e di morte, giusto? Quindi se noi avessimo scelto questa idea, avremmo pensato a una storia in cui il difetto fatale può aumentare le chance di morire. E infatti è così.

Trattandosi di un film che parla di due aspetti opposti, la vita e la morte, ci aspettiamo che parli di come “bilanciarli” in modo sano, senza che nessuno dei due prevalga. Quindi i personaggi devono, a livello di punto di vista tematico, “scegliere la vita” per evitare la morte e per farlo devono “dare il giusto valore alla vita”. Uno ha un problema nel suo rapporto con la vita, l’altro con la morte.

Riggs ha perso il desiderio di vivere. Ha perso la moglie da un po’ di tempo e la sua vita è distrutta, si è ridotto a vivere in una roulotte, con solo il cane come amico ora che gli altri poliziotti lo credono pazzo, bevendo birra per colazione e piangendo mentre guarda i cartoni animati. Non è che voglia morire e basta, ma la morte ormai gli è indifferente. L’unica cosa che evita che si spari in testa, nonostante abbia scelto già un proiettile dedicato e talvolta di notte si metta e piangere e si ficchi la pistola in bocca, è il lavoro di poliziotto. Sente di dover continuare a fare il proprio dovere… e nel farlo non gli importa se vivrà o morirà.

Murtaugh invece ha troppa voglia di vivere. Non è un codardo e sa sparare più che bene, anche se non è un mostro come Riggs. Murtaugh ha una famiglia felice e che lo ama, ha una bella casa e ha perfino una bella barca per quando sarà in pensione, anche se non capisce niente di barche. Murtaugh ha troppo da perdere per voler rischiare la pelle, anche se è disposto a correre dei rischi quando il dovere lo chiama, come vedremo all’inizio del film. Murtaugh è quello che ha bisogno della trasformazione minore, tra i due, e agisce per aiutare Riggs, quello col problema più grosso, a cambiare.

Forse si è accorto di come è fatta la sceneggiatura dopo il midpoint del film…

Entriamo più nel dettaglio. La storia non parla di coraggio e codardia, entrambi i protagonisti sono coraggiosi a sufficienza, ma parla di come usare il proprio coraggio nel rapporto con gli altri, nemici inclusi. Quindi parla dell’approccio generale alla propria vita e ai rapporti con gli altri, più che all’aspetto interiore coraggio/codardia. Non è Abaddon. Audacia sconsiderata e cautela eccessiva sono solo aspetti che nascono dai veri problemi dei personaggi.

Riggs è un combattente solitario e dopo aver perso la moglie non gli è rimasto niente: non vediamo amici, non vediamo nulla a parte lui e il cane. E, come detto, i colleghi non vogliono lavorare con lui perché lo credono pazzo. Riggs è scollegato dagli altri, è solo, e la solitudine lo sta uccidendo, anche se lui non lo ha ancora capito. Tutte le sue caratteristiche costruiscono l’immagine di un uomo che perdendo la moglie ha perso anche l’unico contatto con le altre persone, facendoci capire che la moglie era tutta la sua vita fuori dal dovere di poliziotto: ora quando finisce il lavoro non ha altro a cui tornare…

Murtaugh invece è molto connesso con gli altri, pure troppo, tanto da avere dei problemi a usare un livello di violenza letale contro i nemici: preferisce trovare il modo di catturarli vivi. È troppo premuroso, troppo cauto, e quando i nemici sono stronzi assetati di sangue dare troppo valore alla loro vita, o evitare di assumersi rischi per farli fuori, può uccidere. Voler evitare scontri a fuoco per cautela, può portare alla morte… non è vera cautela, non è quella che permette di sopravvivere.

E qui dovreste aver capito come mai dicevo “dare il giusto valore alla vita”: perché il film non parla di “scegliere la vita” e basta, ma di saper scegliere la vita senza uccidere la propria. E quando un criminale tenta di ammazzarti, significa ucciderlo prima che lui ti uccida: scegliere la TUA vita a scapito della SUA. Quindi suona più come “dare il giusto valore alla vita” che non “sceglierla” sempre e comunque.
Se Murtaugh imparasse da Riggs a sparare per uccidere con maggiore facilità, ma senza prendersi i rischi esagerati che prende Riggs, sarebbe a posto.. e viceversa, Riggs deve imparare da lui a non fare il bersaglio umano fregandosene che gli sparino o meno.

Gli antagonisti rappresentano ciò che toglie valore alla vita, sempre e comunque, anche in modo eccessivo. Non c’è un giusto bilanciamento, e infatti ci troveremo di fronte a dei criminali irragionevoli, che usano un livello di violenza insensato fino alla fine. Delle macchiette, cattivi farlocchi, senza spessore. L’ossessione per la violenza usata a cazzo di cane, quando potrebbero vincere usandone di meno o usandola su obiettivi migliori, è il loro vero problema che li porta alla distruzione totale (lo vedremo bene nell’analisi).

Quindi gli ostacoli della storia sono persone che non danno valore alla vita nel senso che uccidono, ma sono anche persone che non danno valore nel senso che umiliano e denigrano la vita altrui pur di guadagnare: torturano, trafficano droga, sfruttano prostitute, alimentano un ambiente saturo di violenza, disperazione e corruzione, in cui si crogiolano. Torneremo su questo tema quando parleremo di Alieni Coprofagi dallo Spazio Profondo, una storia che in questo è simile ad Arma Letale… ma i cattivi sono più ragionevoli!

Il signor Joshua è cattivo perché sì, e pur di fare la macchietta del cattivo preferisce farsi ammazzare invece di scappare quando ha la possibilità di salvarsi.

Ricapitolando, Arma Letale è una storia che parla di vita e morte e di come due persone diverse devono imparare a dare il giusto valore alla vita, soprattutto trovando il giusto equilibrio nelle relazioni con gli altri, per poter scegliere la vita per davvero. Riusciranno a farlo trovando la forza l’uno nell’altro, bilanciando i propri difetti e trovando la sintesi tra il desiderio di morte di uno e il troppo attaccamento alla vita dell’altro.

E ovviamente per “dare valore alla vita” i protagonisti dovranno ammazzare, visto che non è possibile fermarli con le buone, chi toglie valore alla vita. Non potrebbero far finta di nulla e lasciarli fare, anche se ne avessero la possibilità: l’opera dei malvagi si regge sull’inazione dei giusti. ^__^

La prossima volta inizieremo l’analisi dei tre atti del film. Non ho ancora deciso se concludere tutto in una volta sola o se dividere in due parti. Non sarà un’analisi corta, e con questo articolo separato ho perlomeno alleggerito un po’ la mole di contenuti.

Alla prossima!

Dettagli sull'autore

Il Duca di Baionette

Il Duca di Baionette (Marco Carrara) è nato in un secolo, vive in un altro e crede di vivere in un altro ancora. Dal 2006 si occupa in modo costante di narrativa fantastica e tecniche di scrittura. Dal 2008 si occupa di editoria digitale sul suo blog Baionette Librarie, di cui si è autonominato Duca. Nel gennaio 2012 ha avviato AgenziaDuca.it per trovare bravi autori e aiutarli a migliorare con corsi di scrittura mirati. Gli stessi corsi forniti gratuitamente agli autori di Vaporteppa.

Nel gennaio 2013 ha ideato il progetto editoriale divenuto Vaporteppa nell’ottobre successivo, con la decisione di Antonio Tombolini, A.D. di StreetLib, di adottare la collana. Ora è Duca sia di Baionette che di Vaporteppa, un po' come Macbeth che ottiene una seconda baronia all'inizio della sua vicenda.
Nel gennaio 2017 ha avviato un canale YouTube.

Adora i conigli, gli scafandri da palombaro, i trattori e le fatine. Talvolta parla di sé in terza persona, come Silvio Berlusconi, i dittatori e i pazzi. Ops, l’ha appena fatto!

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3 comments

  1. Giorgio Boccola

    Mi permetto una domanda a latere di questa interessante introduzione: si fa cenno ad alcune carenze nella trattazione della Marks, quindi vorrei sapere a quali letture integrative è stato fatto ricorso. Grazie mille!

  2. Il Duca di Baionette

    Alla teoria spiegata nei video e articoli precedenti. Se li hai visti e conosci il libro della Marks, sai già che lei non tratta empatia e posta in gioco. Più le altre cose che avendo visto il film e avendo letto la spiegazione della Marks, è evidente non abbia detto (perché non riguardavano direttamente la spiegazione dell’arco di trasformazione) e invece vanno indicate in una discussione più completa.

  3. Mattomatteo

    La prossima volta inizieremo l’analisi dei tre atti del film. Non ho ancora deciso se concludere tutto in una volta sola o se dividere in due parti. Non sarà un’analisi corta, e con questo articolo separato ho perlomeno alleggerito un po’ la mole di contenuti.

    Se non è corta, direi che è meglio farla in due parti… tempo fà dicesti che preferivi fare più articoli, ma brevi, perchè era più facile (per noi utenti) leggerli e ricordarli, e fummo tutti d’accordo.

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