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Set 03

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“Dunkirk”: un altro caso “Apollo 13”?

Ho visto Dunkirk e mi è piaciuto molto, anche se non mi ha lasciato la voglia di rivederlo. È il tipo di film che preferisco, con personaggio credibili che fanno cose eroiche ma possibili invece di eroi esagerati che fanno cose palesemente da film e basta. Avevo un po’ di timori per via del problema di fondo di questo genere di film storici che cerca di presentare prima di tutto l’evento, lo scenario, invece di costruire una storia tradizionale sfruttando la base storica.

Voglio concentrarmi su alcuni aspetti narrativi. Non parleremo della regia o delle scelte visive, perché non è il mio campo. Non parleremo degli eventuali anacronismi ed errori, ma se proprio volete vi lascio un link a tema. Non parleremo del fatto che la spiaggia di Dunkerque qui rappresentata sia molto meno caotica di quella reale, per cui il regista Nolan ha preferito rappresentarla più sobria e assieme opprimente, con meno soldati di quelli reali, meno aerei e molte meno esplosioni. La realtà storica era più casinista e hollywoodiana del film, e Nolan non voleva fare qualcosa che ricordasse i soliti film di guerra americani.

Non parleremo dell’uso dei suoni per costruire l’atmosfera, del fatto che sia un film che non ha paura di ridurre al minimo le musiche e non cerca di riempire ogni momento senza battute con delle melodie invasive: ciò che vediamo e i suoni ambientali dominano tutto, proiettandoci nella vicenda come se fosse vera, senza musiche complicate a ricordarci che non sta accadendo per davvero. Dico solo, perché rientra nel mio campo, che la realtà non ha musiche di accompagnamento, quindi perché l’imitazione della realtà, la narrativa, per somigliarle dovrebbe sentirsi in obbligo di averne? Vi rimando a questo articolo per approfondire.

Parleremo solo di questioni narrative.

Dunkirk, non è difficile notarlo, non ha delle “storie vere e proprie”, basate su un arco del personaggio. Non sono nemmeno storie davvero complete, ma solo uno sprazzo nella vita di tre gruppi di personaggi durante i giorni della ritirata inglese, anche se è possibile delineare perlomeno un inizio, uno svolgimento e un “finale”, diciamo, per tutte. Per chi non lo ha visto o non ha letto niente sul film, mi spiego meglio: il film segue tre gruppi di personaggi sul molo (i soldati che tentano di tornare in Inghilterra), in mare (una barca civile che fa rotta verso Dunkerque per aiutare nell’evacuazione) e in cielo (i piloti della RAF che proteggono le navi dai bombardieri nemici).

La durata delle vicende è diversa in base allo scenario, e i diversi eventi sono presentati alternando scene senza badare all’esatto scorrere del tempo: gli eventi sul molo arrivano a durare una settimana, quelli della barca un giorno e quelli dei caccia un’ora. A fine film vediamo la conclusione di tutti e tre, nonostante la durata molto diversa per cui le vicende del pilota d’aereo sono solo una frazione del tempo della vicenda della barca civile, e questa a sua volta è solo una frazione degli eventi dei soldati sulla spiaggia e sul molo.

A me le diverse durate non hanno creato alcun problema, anche se non avevo idea che ci fossero. Però dopo la visione ho letto che diverse persone hanno trovato fastidiosa la violazione della narrazione lineare, cronologica, e questo è normale. Tecnicamente è un punto debole, c’è poco da fare, e si può solo “lottare” per farlo pesare il meno possibile. Anche in sala ho sentito dei commenti, a fine film (seguito direi in religioso silenzio, non ho mai sentito voci, e la sala era abbastanza piena), di alcuni ragazzi che non avevano capito bene gli eventi o avevano capito la differente durata solo al termine della visione.

In realtà la differente durata delle tre storie è “raccontata”, in modo goffo, da alcune scritte iniziali. Quando vediamo le prime tre scene, troviamo impresso per alcuni secondi il titolo (es. Il mare) con sotto per sottotitolo un’indicazione temporale (es. un giorno). Il problema è che senza sapere cosa significhino queste scritte, diventano addirittura una distrazione: se uno legge “un giorno” non pensa “la durata dell’evento sarà un giorno”, ma “perché rimani sul vago e non dici quale giorno?”. Stesso discorso leggendo “un’ora”.

Queste scritte delle durate arrivano, a peggiorare la situazione, dopo le scritte iniziali. Altro “raccontato” fortemente deprecato nel cinema: mentre vediamo un gruppo di soldati avanzare in una cittadina deserta, stanchi, demoralizzati, e li vediamo cadere preda del fuoco dei tedeschi nascosti chissà dove, non ha alcuna utilità fermare il film ogni pochi secondi per mostrarci una schermata nera in cui un po’ alla volta si formano le scritte che ci dicono che sono soldati in fuga e che ci vorrà un miracolo per salvarsi. “Raccontato” inutile completamente, senza nemmeno quel minimo di utilità delle scritte introduttive di certi film storici, perché la scena con cui va a interferire è ben più chiara delle scritte stesse!

Parliamo dell’assenza di una storia vera e propria nelle tre vicende. I personaggi ci appaiono perfettamente formati, già in grado di arrivare a fine vicenda. Il soldato protagonista delle vicende sulla spiaggia grazie al proprio approccio molto determinato riesce dove altri accanto a lui, ugualmente attivi e aggrappati alla vita, muoiono: lui ha le doti per farcela, ma capiamo che la fortuna è altrettanto o più importante dell’iniziativa personale. D’altronde buona parte delle forze inglesi alla fine si salvano, no?

Ancora più marcata la questione con l’anziano che guida la barca e con il pilota della RAF: entrambi si mostrano professionisti altamente qualificati, e compiono fino in fondo la propria missione seppur con un finale molto diverso (ma non faccio spoiler a riguardo) legato al solo caso.

“Bene: i dati dicono che sono perfettamente in grado di vincere senza alcun cambiamento interiore, quindi sopravviveremo.”

Ci troviamo di fronte a un problema: quello di Apollo 13.

All’epoca Apollo 13 fu un successo, proprio come è stato Dunkirk adesso, ma fu un successo di breve durata e cadde poi nel dimenticatoio. Il motivo è quello individuato già da alcuni recensori all’epoca: la mancanza di un forte impianto emotivo, di un’esperienza interiore che trasformi il protagonista. Il comandante già a inizio film è perfettamente in grado di cavarsela, il suo viaggio verso la Luna non comporta alcun cambiamento interiore. Non possiamo rispecchiarci nella sua vicenda e vederci le nostre vite, e il nostro stesso bisogno di cambiare: vediamo solo che se uno è coraggioso e abilissimo, vince…
Questo esempio mi è rimasto impresso, perché Dara Marks lo discute con grande efficacia all’inizio del saggio L’arco di Trasformazione del Personaggio. Appena è terminata la visione di Dunkirk, mi è subito saltato in mente.

L’assenza di archi narrativi nelle tre vicende che permettano di risuonare con le nostre esperienze, dandoci qualcosa che vada oltre i meri eventi, può penalizzare fortemente l’opera in futuro. Non dico che verrà messa da parte come Apollo 13, di cui molti non ricordano nemmeno il nome del comandante (Jim Lovell), un eroe vero, mentre più o meno tutti si ricordano quello di un eroe inventato, ma con un forte viaggio interiore, come Luke Skywalker, però può succedere.

A parte questo problema Dunkirk ha fatto un gran lavoro visivo e ho letto paragoni con Mad Max: Fury Road, altro film la cui trama ha dalle fortissime carenze narrative (e soprattutto ha dei contenuti abbastanza stupidi, a differenza di Dunkirk) che a molti non è piaciuto proprio per questo. Tra parentesi, Mad Max: Fury Road a me è piaciuto più di Dunkirk e l’ho rivisto volentieri una volta.

Se la storia è infestata dalle idiozie che distraggono e buttano fuori dalla vicenda perché ne mostrano la natura fasulla, priva di credibilità, per chi cerca un film “vero e proprio”, “completo”, conta poco la grande bellezza visiva se c’è carenza del resto…
… anzi, è un aggravante non aver speso qualche spicciolo per una storia ben fatta dopo aver investito barche di soldi per fare inseguimenti ed esplosioni senza computer grafica! Significa proprio che al regista non gliene fregava nulla di lavorare davvero bene e si accontenta di fare le cose a metà (ma noi il biglietto lo paghiamo intero, non dimezzato). Dunkirk almeno ha evitato (in parte) questo problema di Mad Max: Fury Road.

Il cinema è un media visivo e sonoro, ma rimane sempre narrativa, quindi ci si aspetta che sviluppi bene tutti gli aspetti dell’esperienza: solo gli animi ingenui si stupiscono dei film dalla grafica stupenda che dopo il successo iniziale poi cadono nel dimenticatoio, mentre film o serie televisive con immagini e sonoro solo “buoni” (non eccelsi), ma storie davvero ricche e incisive, conquistano il pubblico e rimangono per decenni nel cuore della gente.

Dimenticarsi che la narrativa tramite audio e immagini sia sempre narrativa, è il marchio del dilettante. E Nolan non lo è, e proprio per questo possiamo lodare il modo con cui affronta il problema: mentre troppa gente che parla di film senza conoscere la teoria proietta la propria stupidità sugli altri credendo che i registi siano altrettanto ignoranti di loro. Non pensate che Miller non sapesse, in tutto o in parte, che rischi ha corso con Mad Max: Fury Road, o che non lo sapesse Nolan con questo film.

In più, come accennavamo, Dunkirk ha ricordato al cinema che la musica non è sempre obbligatoria e che altri suoni più reali possono agire anche meglio per costruire il nostro responso emozionale, la nostra ansia per il tempo che scorre e la tragedia imminente se un “miracolo” non salverà gli inglesi, per cui un piccolo posto nella storia del cinema se lo è scavato anche solo così.

Però, come detto all’inizio, non mi sento in grado di parlare di queste cose per cui evito, a differenza della massa dei commentatori di film che parlano di cose che apertamente non conoscono, e mi concentro sul mio campo tecnico…

Film visivamente fantastico, ma si possono trovare facilmente molte critiche alla storia anche da parte di chi ha adorato l’esperienza visiva e sonora. Chi si dimentica che la narrativa cinematografica è narrativa, sbatte gli occhioni vacui senza capire o essere in grado di spiegarsi che qualcuno possa non apprezzarlo e accusa gli altri di non capire nulla di cinema. Chi invece tiene conto di tutto e applica la teoria nota, e non solo ciò che gli piace considerare in un film, non ha problemi a spiegarsi sia le critiche che i pregi del film.

Il trucco usato da Nolan.

Proprio nel gestire questo problema, l’assenza di forti archi narrativi per rendere più “reale” e meno “film” la vicenda, Nolan ha dato il meglio. Appena ho visto che il film seguiva tre gruppi di personaggi, nei primi minuti di visione, ho tirato un sospiro di sollievo: a livello tecnico era evidente cosa aveva scelto di fare per risolvere il problema del troppo realismo a scapito della finzione narrativa.

Avendo deciso di non voler creare storie col modello classico, basate su personaggi che superano o falliscono nel superare un difetto interiore, Nolan ha adottato una soluzione semplice ed elegante per ridurre al minimo i problemi: ha scritto tre storie brevi invece di una lunga. In pratica invece di scegliere di sbagliare apertamente, ha scelto di evitare in buona parte il problema per poter fare ciò che voleva senza causare un errore completo.

Ricordate come mai le storie hanno bisogno di una struttura? Per tenerci incollati lungo la durata della vicenda. La lunghezza di un film o romanzo ci richiede, se possibile, una storia solida che ci mantenga lì fino alla fine. Una storia corta, invece, può terminare prima che il nostro interessi si riduca e basare tutta la propria forza su un’idea di fondo. È la classica questione dei racconti che devono reggersi su una idea o una situazione, mentre i romanzi su solide strutture narrative. Un racconto dilatato in un romanzo, senza una ristrutturazione completa, non funzionerà.

Cosa ha fatto allora Nolan? Dovendo fare un film “realistico” fino al punto di rifiutare il modello restaurativo classico, un film che è più documentaristico che narrativo nel suo volerci mostrare la realtà fisica dell’evacuazione, pur con tutte le licenze che si è preso per renderla meno caotica e meno hollywoodiana, invece di raccontarci una sola vicenda di 106 minuti ne ha raccontate tre. E all’improvviso non hai più una sola vicenda di 106 minuti, ma hai tre entità separate di poco più di 30 minuti l’una e che collettivamente costruiscono una macro-vicenda corale di 106 minuti.

Facendo un paragone con la narrativa, dalle mie stime, un film da 90-120 minuti equivale a un romanzo senza riassunti, nello stile di Vaporteppa, di 40.000-60.000 parole, quindi un romanzo non molto lungo. Tanti romanzi che leggiamo vanno oltre le 90.000 parole, senza contare i mattoni di 200-300.000, e hanno diverse parti riassunte che bisognerebbe estendere in un film per mostrarle oppure tagliarle del tutto. Avere, mettiamo, 30-35 minuti per storia equivale ad avere circa 16.000-17.000 parole di sole scene vivide e immersive. Un racconto molto lungo, al limite col romanzo breve.

Una struttura narrativa classica non ci sta in così poco spazio. Alieni Coprofagi dallo Spazio Profondo con 28.900 parole ha faticato a sviluppare tutto l’arco correttamente, e un paio di migliaia di parole in più per mostrare la vita di Nunzio in cella avrebbero aiutato notevolmente l’opera. Con 16.000-17.000 parole ci fai le opere più brevi di Carlton Mellick III, come Il Ninja Morbosamente Obeso o Puttana da Guerra, che si reggono solo sull’idea di fondo e non brillano certo per struttura narrativa.

Una storia di obesità e castigo: leggilo subito!

Il vantaggio però è che una storia così breve la finisci prima che il problema si faccia grave per l’esperienza di lettura, o di visione. L’assenza di una struttura ricca di significato non pregiudica il completamento dell’esperienza, danneggia solo il risultato dell’esperienza stessa perché in assenza del plusvalore dato dalla struttura rimangono solo i fatti nudi privi di un significato ulteriore. Qui un racconto di fantascienza si salva con l’idea meravigliosa, che ci fa dire “cavolo, che forza!”, mentre una storia basata su fatti reali avrà dalla sua il realismo puntiglioso, che ci farà dire “cavolo, ma è stato davvero così, vivere quell’evento era proprio così.”

Dunkirk costruisce l’esperienza dell’attesa per imbarcarsi e dei pericoli per tornare la casa. L’esperienza di combattere su uno Spitfire britannico. L’esperienza di cosa deve aver significato per i tanti proprietari di piccole imbarcazioni andare a salvare il proprio esercito in pericolo. Sfortunatamente non ho visto dettagli così entusiasmanti, così vividi e sorprendenti da farmi dire “devo rivederlo per imprimermi meglio quella cosa”, ma solo quanto bastava a farmi pensare “sì, suona credibile, suona come gli eventi veri” (escluso il numero minore di esplosioni e i pochi aerei, ma anche se ho notato subito l’errore non mi ha dato alcun fastidio reale, come non mi ha dato fastidio l’assenza assurda di sigarette). Se questo genere di cose ti acchiappano, sei a cavallo… altrimenti ti farà schifo.

I personaggi mancano di una costruzione solida dell’empatia: sono i “buoni” solo perché non fanno cose brutte e sono inglesi, mentre gli altri sono nazisti e quindi cattivi perché sì nella logica del film, fine.

I personaggi mancano di solide motivazioni e solidi obiettivi, nessuno di loro sta lottando per realizzare un sogno o simili, ma solo per sopravvivere agli eventi, mentre il tempo scorre e la fine dell’esercito inglese sembra imminente:

  • Nel caso della coppia di soldati nonostante siano pro-attivi e determinati a vivere, è la fortuna a salvarli (anzi, se fossero stati meno pro-attivi e fossero rimasti a fare la fila sulla spiaggia avrebbero evitato buona parte dei momenti in cui si hanno rischiato di morire) e non hanno un obiettivo preciso reale, se non tornare a casa “in qualche modo”. Reagiscono agli eventi, non perseguono un disegno più vasto.
  • Il pilota sta facendo il suo dovere, abbattere aerei tedeschi, e ovviamente pure lui non vuole morire. Reagisce solo agli eventi, non ha un grande obiettivo in mente.
  • Il comandante dell’imbarcazione civile sa che la missione di salvataggio è sicura, perché difficilmente aerei o sottomarini se la prenderanno con piccole barche come la sua, per cui non rischia granché e infatti porta i due giovanotti senza farsi problemi: fa il proprio dovere da bravo inglese, è competente, e sa di rischiare poco.

Sono molto diversi da Michael Corleone o da Luke Skywalker, insomma. Sembrano persone per bene come tante in una guerra di massa che li travolge, non sono singoli individui che guidano il proprio destino in una vicenda che è del tutto personale e che ha solo per sfondo la guerra.

Nolan ha fatto un ottimo lavoro con ciò che poteva fare nonostante tutti gli handicap che aveva scelto. Il film risultante rimarrà nella memoria e verrà discusso con entusiasmo come ancora tanti discutono e ricordano Il Padrino o Pulp Fiction? Probabilmente no. Probabilmente il film verrà ricordato per i suoi meriti nell’uso del suono e di un modo molto documentaristico e volutamente più asettico, più psicologico e meno “boom boom sangue urla budella”, di rappresentare la guerra.

Mi piacerebbe vedere più film così, o magari a metà tra questo approccio e quello classico di Hollywood per non farcirsi di troppi handicap. Magari lavorando un po’ di più sull’empatia e sugli obiettivi personali, per rendere meno “anonimi” i protagonisti. Più simili a Stalingrad del 1993, per esempio, o a Band of Brothers.

Il pericolo Apollo 13 è lì in attesa, ma a parte questo ancora complimenti a Nolan: meglio un film così che l’ennesima porcata a base di soldati dalle doti incredibili che fanno stragi incredibili e vincono perché la rule of cool domina e il realismo vale zero. ^__^

Dettagli sull'autore

Il Duca di Baionette

Il Duca di Baionette (Marco Carrara) è nato in un secolo, vive in un altro e crede di vivere in un altro ancora. Dal 2006 si occupa in modo costante di narrativa fantastica e tecniche di scrittura. Dal 2008 si occupa di editoria digitale sul suo blog Baionette Librarie, di cui si è autonominato Duca. Nel gennaio 2012 ha avviato AgenziaDuca.it per trovare bravi autori e aiutarli a migliorare con corsi di scrittura mirati. Gli stessi corsi forniti gratuitamente agli autori di Vaporteppa.

Nel gennaio 2013 ha ideato il progetto editoriale divenuto Vaporteppa nell’ottobre successivo, con la decisione di Antonio Tombolini, A.D. di StreetLib, di adottare la collana. Ora è Duca sia di Baionette che di Vaporteppa, un po' come Macbeth che ottiene una seconda baronia all'inizio della sua vicenda.
Nel gennaio 2017 ha avviato un canale YouTube.

Adora i conigli, gli scafandri da palombaro, i trattori e le fatine. Talvolta parla di sé in terza persona, come Silvio Berlusconi, i dittatori e i pazzi. Ops, l’ha appena fatto!

Permalink link a questo articolo: http://www.steamfantasy.it/blog/2017/09/03/dunkirk-un-altro-caso-apollo-13/

15 comments

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  1. Gwenelan

    Articolo molto interessante, specialmente la parte sul “trucchetto” usato da Nolan.
    Ma standing ovation per:

    un film che non ha paura di ridurre al minimo le musiche e non cerca di riempire ogni momento senza battute con delle melodie invasive: ciò che vediamo e i suoni ambientali dominano tutto, proiettandoci nella vicenda come se fosse vera, senza musiche complicate a ricordarci che non sta accadendo per davvero

    Ooooooh! Pensavo di essere io quella strana che odia le musiche nei film! E’ la prima volta in assoluto che leggo un commento simile *happy dance*!

    Refuso:
    “e ricordano Il Padrino o ?”

  2. Il Duca di Baionette

    Nel link citato a tema, c’è un bel pezzetto tratto da Band of Brothers con un assalto senza musiche: funziona perfettamente con soltanto le urla dei soldati che gridano ordini e i suoni di stivali, spari ecc.

    D’altronde la realtà è senza musiche e dubito che un film con le musiche possa aspirare ad essere più scioccante della reale esperienza di combattimento, ergo le musiche non servono davvero: sono solo una scorciatoia per ottenere un buon risultato facilmente quando non si sanno, o non si possono (per via dei toni larger-than-life al posto di quelli credibili), gestire i dettagli reali per ottenerne uno davvero ottimo e autentico.

    Refuso:
    “e ricordano Il Padrino o ?”

    Sì, mi ero scordato il secondo titolo. Mi venivano in mente solo film con strutture lineari e non sapevo quale scegliere, solo che poi mi sono scordato…
    Alla fine ho messo Pulp Fiction, che è non lineare ed è assieme un eccellente esempio di costruzione dell’empatia usando personaggi negativi contestualizzati.

  3. Davide Politi

    Bene. Interessante. Lo devo vedere.
    Sarebbe interessante, se ti va, approfondire il discorso delle carenze di Mad Max. Ti andrebbe di spiegarti più precisamente?
    Quanto all’arco di trasformazione, sbaglio a pensare che Max ne ha uno completo?

  4. Il Duca di Baionette

    @Davide Politi
    Questo non è un articolo su Mad Max: Fury Road. quindi non si parla nel dettaglio di quello. Riguardo alle idiozie, il film stesso nel mostrarle le rende evidenti (cos’è più evidente di ciò che è davanti agli occhi?) quindi chi lo ha visto sa già di cosa si sta parlando: ha senso parlarne solo per chi non ha visto il film, e questo si fa in un articolo dedicato apposito e non nei commenti su Dunkirk.

    Puoi mandarmi via mail la tua analisi dell’arco di trasformazione di Max in Mad Max: Fury Road, elemento per elemento citando i minuti del film in cui appaiono i diversi elementi, se vuoi che te lo controllo e ti dico cosa non va.

  5. Davide Politi

    Hai ragione. Scusa l’OT. Magari la prossima volta che mi capiterà di rivederlo prenderò degli appunti e te li sottoporró. Grazie per la risposta comunque :)

  6. Ermenegidlo

    Segnalazione non inerente al tema dell’articolo
    il primo link rimanda ad un sito potenzialmente “molesto”, appena visualizzata la pagina si è aperto un pop-up in cui viene detto che il pc è infettato e bisogna fare “qualcosa”.
    Il pop-up è comparso solo una volta nonostate abbia fatto più di un tentativo quindi potrebbe essere un caso isolato.
    Per ora non sembrano esserci conseguenze per il mio pc, potrebbe essere legato ad aver adblock attivo.

  7. VonFrundsberg

    Visto Sabato.
    I “titoli” ad inizio di ogni racconto sono in effetti fuorvianti. Ad esempio io non avevo capito subito che era la durata complessiva del singolo episodio, ma pensavo fosse il tempo mancante ad un ipotetico “evento X” e questo mi ha incasinato un po’ la visione :/

  8. Il Duca di Baionette

    @VonFrundsberg
    Ti è piaciuto, nonostante quel problema e gli errorini storici qua e là? Io agli errori vari storici, se non sono molto grossi, non do peso.. certo che faceva un po’ strano non vedere i soldati fumare come turchi, tra le altre cose. XD

  9. Mattomatteo

    @ Duca
    Non è un “rimprovero” (e di che, poi?), solo una constatazione basata sui miei gusti personali…
    tu dici, diguardo ad “Apollo 13”:

    All’epoca Apollo 13 fu un successo, proprio come è stato Dunkirk adesso, ma fu un successo di breve durata e cadde poi nel dimenticatoio. Il motivo è quello individuato già da alcuni recensori all’epoca: la mancanza di un forte impianto emotivo, di un’esperienza interiore che trasformi il protagonista. Il comandante già a inizio film è perfettamente in grado di cavarsela, il suo viaggio verso la Luna non comporta alcun cambiamento interiore. Non possiamo rispecchiarci nella sua vicenda e vederci le nostre vite, e il nostro stesso bisogno di cambiare: vediamo solo che se uno è coraggioso e abilissimo, vince…

    A me il film è piaciuto, e amo riguardarlo, proprio per il motivo per cui tu dici che è “sbagliato” (la parte che ho evidenziato).
    Anche se i tre astronauti (e il personale a terra) non migliorano mai, durante la storia, ciò non di meno affrontano i vari problemi che si presentano, senza mai arrendersi; anche se alla fine fossero morti, non sarebbe successo certo per mancanza di forza di volontà o inventiva.

    Un film, invece, che mi è piaciuto ma non ho mai avuto interesse a rivedere, è “Schindler’s list”… e quella è una storia in cui il protagonista ha una crescita interiore: da ricco donnaiolo senza nessun interesse per il prossimo, a persona disposta a spendere tutto quello che ha per salvare al vita ai prigionieri ebrei.

    @ Ermenegidlo:
    Tieni sempre attivo “Adblocker” (è una mano santa contro pubblicità moleste e link potenzialmente pericolosi), e non cliccare mai su avvisi del genere… come fai notare tu stesso, cercherà di farti scaricare un file infetto!

  10. Il Duca di Baionette

    Lo scopo delle regole e della teoria è avere proprio idee universali non legati ai bias personali, ovvero al gusto, che portano poi all’errore del ragionamento per “eccezione”. Si dà per scontato che tutti abbiano delle opere mal sviluppate che piacciono, ed è quindi irrilevante parlare della cosa, come già spiegato in passato: anche la peggiore opera di merda che piacerà solo al 5% del pubblico avrà un 5% di gente a cui piace, e quelli di quel 5% saranno convinti che sia bella come lo sono quelli a cui piace un’opera con un gradimento dell’85%.

    Per esempio se io non conoscessi la teoria potrei dire “A me The Martian è piaciuto moltissimo eppure il protagonista non un arco di trasformazione, quindi la trasformazione non è importante” e sarei un pirla se lo dicessi: se il 5% delle opere che ci piacciono non avesse trasformazione e il 95% sì, su un insieme formato da opere totali in cui il 50 lo ha e il 50 non lo ha, per esempio, basterebbe farsi due conti per capire l’enormità della maggiore efficienza delle storie con l’arco corretto.

    Anche il fatto che non ti sia piaciuto “proprio” per l’assenza dell’arco, è probabilmente un bias. Hai davvero una ricerca statistica che dice che le opere con l’arco a te non piacciono, il che farebbe di te un “alieno” nel consesso degli umani all’atto pratico, perché hai confrontato tutte le cose che ti piacciono e che non ti piacciono verificando quando queste hanno l’arco e quando no?

    Schindler’s List è un’opera con un sacco di problemi, incluso il monologo finale demenziale che ammazza l’opera. Non è certo un ottimo esempio, se non per le prime scene molto ben realizzate nel delineare il protagonista.

  11. Mattomatteo

    Hai davvero una ricerca statistica che dice che le opere con l’arco a te non piacciono, il che farebbe di te un “alieno” nel consesso degli umani all’atto pratico, perché hai confrontato tutte le cose che ti piacciono e che non ti piacciono verificando quando queste hanno l’arco e quando no?

    Assolutamente no; parlavo esclusivamente di “Apollo 13”, e solo perchè è il film con cui veniva confrontato “Dunkirk”.
    Per il resto, ammetto che avevo dimenticato quello che avevi detto in altri post, e che hai riassunto qui:

    Lo scopo delle regole e della teoria è avere proprio idee universali non legati ai bias personali, ovvero al gusto, che portano poi all’errore del ragionamento per “eccezione”. Si dà per scontato che tutti abbiano delle opere mal sviluppate che piacciono, ed è quindi irrilevante parlare della cosa, come già spiegato in passato: anche la peggiore opera di merda che piacerà solo al 5% del pubblico avrà un 5% di gente a cui piace, e quelli di quel 5% saranno convinti che sia bella come lo sono quelli a cui piace un’opera con un gradimento dell’85%.

    Per esempio se io non conoscessi la teoria potrei dire “A me The Martian è piaciuto moltissimo eppure il protagonista non un arco di trasformazione, quindi la trasformazione non è importante” e sarei un pirla se lo dicessi: se il 5% delle opere che ci piacciono non avesse trasformazione e il 95% sì, su un insieme formato da opere totali in cui il 50 lo ha e il 50 non lo ha, per esempio, basterebbe farsi due conti per capire l’enormità della maggiore efficienza delle storie con l’arco corretto.

    “Mea culpa”, e grazie per avermi rinfrescato la memoria. ;)

  12. Milord

    Bell’ articolo, considerazioni intelligenti, grazie. È raro sentir parlare in termini tecnici di opere che “tradiscono” volutamente la teoria, eppure un maggior interesse a questo proposito non solo ci sarebbe utile a comprendere meglio quando e perché talune di queste opere funzionano comunque (un numero irrisorio, se paragonato alle precedenti) ma rafforzerebbe anche l’idea della necessità della teoria stessa sottolineando come tali opere non sono che “l’eccezzione che conferma la regola” (ovvero “l’opera tal dei tali tradisce la teoria, ma nel suo particolare caso funziona perché…”). In effetti bisognerebbe diffondere l’idea che la teoria non è fatta di regole assiomatiche da applicare acriticamente, ma piuttosto di considerazioni di carattere generale che derivano da precisi ragionamenti. Solo quando si conoscono le conseguenze del contravvenire a tali considerazioni si può valutare se nel proprio specifico caso ne vale la pena, e se si mira ad ottenere il massimo effetto sulla maggior parte del pubblico, temo che nella quasi totalità dei casi la risposta sarà no xD.

  13. RobertoGeroli

    Può darsi che i titoli poco chiari siano un problema di traduzione: in inglese immagino che i tioli dicessero “One Day” piuttosto che “A Day”, rendendo più chiaro al pubblico che si trattasse di un numerale

  14. Mattomatteo

    Duca, rileggendo l’articolo mi è venuta in mente una considerazione.
    Tu scrivi:

    Proprio nel gestire questo problema, l’assenza di forti archi narrativi per rendere più “reale” e meno “film” la vicenda, Nolan ha dato il meglio. Appena ho visto che il film seguiva tre gruppi di personaggi, nei primi minuti di visione, ho tirato un sospiro di sollievo: a livello tecnico era evidente cosa aveva scelto di fare per risolvere il problema del troppo realismo a scapito della finzione narrativa.

    Avendo deciso di non voler creare storie col modello classico, basate su personaggi che superano o falliscono nel superare un difetto interiore, Nolan ha adottato una soluzione semplice ed elegante per ridurre al minimo i problemi: ha scritto tre storie brevi invece di una lunga. In pratica invece di scegliere di sbagliare apertamente, ha scelto di evitare in buona parte il problema per poter fare ciò che voleva senza causare un errore completo.

    Ricordate come mai le storie hanno bisogno di una struttura? Per tenerci incollati lungo la durata della vicenda. La lunghezza di un film o romanzo ci richiede, se possibile, una storia solida che ci mantenga lì fino alla fine. Una storia corta, invece, può terminare prima che il nostro interessi si riduca e basare tutta la propria forza su un’idea di fondo. È la classica questione dei racconti che devono reggersi su una idea o una situazione, mentre i romanzi su solide strutture narrative. Un racconto dilatato in un romanzo, senza una ristrutturazione completa, non funzionerà.

    Il “trucco” usato da Nolan, è il motivo per cui alla gente piacciono certe “opere brevi”, dove i personaggi non evolvono mai?
    Per capirci, in questo contesto la mia definizione di “opera breve” indica:
    1) cartoni animati (soprattutto quelli per i più giovani),
    2) serie televisive (soprattutto quelle più vecchie, tipo: Supercar- A-Team, Star Trek TOS, eccetera),
    3) fumetti (penso soprattutto ai Bonelli… prendiamo per esempio Tex Willer: le sue avventure sono pubblicate da quasi 70 anni, eppure il suo modo di comportarsi non è cambiato quasi per niente!).

    Tra l’altro, mi accorgo ora che la maggior parte degli esempi che mi vengono in mente si riferiscono ad opere “vecchie” (anche se non ho una data precisa da usare come spartiacque)… potrebbe essere che un tempo, per questo genere di opere, non venisse reputata necessaria (o, addirittura, venisse ritenuta controproducente) una evoluzione dei personaggi?

  15. Il Duca di Baionette

    No. Un’opera lunga divisa in parti è un’opera lunga, non è breve. Un’opera breve è autoconclusiva e non prosegue mai, se prosegue il problema della mancata evoluzione si ripresenta.

    I fan delle opere in cui i personaggi non mutano sono semplicemente il sottinsieme di tutti i fan potenziali dell’opera a cui viene sottratto la quota di pubblico “normale” e rimane solo quella di pubblico che è così accecato dal fetish per quel tipo di personaggio/storia da non importargli se non c’è mai nemmeno un briciolo di cambiamento.
    La Marks indica i film di 007, per esempio. Tanti personaggi Bonelli, casa editrice un tempo pressoché monopolista ma le cui vendite non sono più all’altezza di una volta, sono bloccati nel loro limbo nostalgico, intrappolati dal terrore che cambiarli potrebbe far perdere lo zoccolo duro di fan (e comunque non ha senso pensare a cambiarli, sono carne morta che si trascina da decenni: andrebbero sostituiti con nuovi eroi e nuove serie ben progettate… intendo, meglio di Orfani)

    Per tutte le opere l’assenza di struttura è un problema. I fumetti americani di supereroi sono in calo costante, con la Disney che ha espresso interesse in futuro solo per investire sui film degli eroi Marvel senza badare più al resto, separando bene le cose e lasciando la Marvel Comics ad affondare per i cavoli propri.

    Nel corso degli anni Marvel e DC hanno tentato di tutto per risollevare le cose: reboot di ogni genere, personaggi che “muoiono” ma poi aspetti qualche mese e tornano di nuovo (quindi il valore emotivo della morte di un personaggio è zero), tentativi spesso grotteschi di rendere “seri e impegnati” personaggi che sono nati per essere dei pagliacci in calzamaglia per un pubblico di adolescenti ecc.

    Tutto questo per contrastare il nemico numero uno, ovvero i Manga, dove le storie “finiscono” prima o poi, anche quando sono enormemente lunghe (Naruto), e spesso finiscono in spazi e tempi molto più ridotti. Sono opere complete, in cui i personaggi di norma evolvono umanamente (anche se non per forza con un rigoroso sistema di flaw-sfida-cambiamento-vittoria).
    Nelle opere migliori tra quelle “scemotte”, come One Piece, abbiamo addirittura l’applicazione corretta del modello dell’arco, soprattutto all’inizio dell’opera con le prime storie, tant’è che una delle storie che il pubblico ama di più, quella di Nami, è realizzata precisamente con l’arco di trasformazione (di Nami) e l’uso di un personaggio catalizzatore (Rufy).
    In Naruto abbiamo un’efficace costruzione dell’empatia sul protagonista.

    Perfino nel mondo occidentale i cartoni di successo stanno adottando modelli diversi. My Little Pony, nonostante sia una merda di cartone per bambine (non ragazzine: bambine) ha avuto un enorme successo fuori target andando anche su uomini e donne adulti… guarda caso è un’opera progettata per cambiare continuamente, dove i protagonisti mutano e risolvono i loro problemi (anche nel giro della prima stagione), non rimangono eterni 007 a cui fare un restyling ma nel concreto sempre la stessa merda sono.

    La serie Rick & Morty, nonostante sia una serie il cui punto di forza sono le idee straordinarie e folli, ha anche dei personaggi che evolvono nel tempo e che quindi sembrano più veri. Addirittura nei primi episodi viene risolto un arco di trasformazione sui genitori, ma poi c’è il cambio di universo causa catastrofe che resetta quanto accaduto.

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