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Anniversario di un Addio e Lippamanni

Scritto da il 21 giu 2012 | Categorie: Concorsi Letterari, For The Lulz, Riflessioni, Troll & Flame

Se non ti interessa l’anniversario e vuoi saltare direttamente al caso Lipperini-Manni, clicca qui.

Esattamente un anno fa, il più celebre autore di horror per bambini d’italia chiuse il suo blog. Beh, proprio un anno fa no, ma ci sono andato vicino: era il 19 giugno 2011. Vicino più o meno come il suddetto autore, GL, quando sostenette pubblicamente che il film Apocalypse Now fosse ispirato al libro Dispacci di Herr invece che a Cuore di Tenebra di Conrad. O un’altra delle sue celebri gaffe, ormai andate perdute tra il blog cancellato (lasciò solo due articoli e cancellò tutti gli altri) e la distanza temporale che ha reso vaghi, indistinti, i ricordi di questi piacevoli aneddoti innocenti.

Questo post nasce prima di tutto per commemorare GL.
GL è stato il più riuscito dei personaggi comici sfornati dagli anni del boom del Fantasy Italiano (2007-2010). La sua comicità nasceva da una equilibrata, raffinata, amalgama di serietà e dabbenaggine. Come un professorino che non sa nulla degli argomenti di cui parla, siano questi l’economia, le citazione nell’ambito della letteratura, la narratologia, la storia della critica o quella dei manuali di scrittura, ma comunque è tutto impettito e pretende d’avere ragione, sparando sciocchezze gagliarde senza un’ombra di vergogna. E senza mai portare puntuali citazioni e fonti (cosa d’altronde impossibile, visto che sparava scempiaggini). E se qualcuno gli faceva notare gli errori, portando puntuali citazioni a prova di ciò, o faceva finta di niente (per poi ripetere beatamente gli errori ancora e ancora) o esplodeva tramutandosi in uno pseudo-Hitler dal volto congestionato, all’apice di un discorso furibondo, strillando anatemi e accuse.
Mi piaceva e in un certo senso gli volevo, e gli voglio, bene.
A mio modo.

GL era una vittima. Questo posso dirlo con certezza.
GL era una vittima di sé stesso. Abbiamo avuto tanti autori pessimi, prima, assieme e dopo di lui. Molti scrivevano peggio di lui, per incapacità tecnica e per faciloneria dei contenuti (penso a romanzi come Amon, Unika, Arsalon e tanti altri). Eppure solo GL fu il grande animatore comico degli anni 2009-2010. Come mai?
Mentre tanti altri pessimi autori suoi pari per cattiva qualità e talvolta anche peggiori come il povero Marco Davide della Trilogia di Lothar Basler non ricevevano alcuna attenzione, e furono e sono TANTI, lui ne ricevette molta. Come si spiega? Beh, GL, a differenza di Marco Davide, per esempio, aggrediva chiunque lo criticasse, con tanto di circolino di lettori diversamente astuti, come Imp.Bianco, Eleas, Valberici e alcuni altri ereditati dalla collega in Mondadori Licia Troisi (e condivisi con Lara Manni). GL sbraitava, offendeva apertamente, aggrediva senza ragione… semplicemente gli altri, come tanti blog o come il forum Massacri, riportavano e commentavano le sue sparate. Sparate che essendo sciocche gli facevano fare la figura dello sciocco. Questo faceva incazzare ancora di più GL, che proseguiva gli attacchi e pure questi prima o poi venivano, per il divertimento di constatare a quale livello arrivassero le sue sparate, riportati e commentati. Un circolo vizioso.
E come è chiaro, la colpa era di GL.

Tant’è che la recensione che più lo ferì, temo, seppur non certo la più dura o la più crudele (parecchi si lamentarono che era stata troppo buona), con anche alcuni elementi dell’opera che giustamente vennero lodati, fu quella di Wunderkind a opera di Gamberetta.
E questa recensione GL se la cercò, anzi, la causò da solo. Con i propri insulti.

Riporto dalla recensione:

l’autore del romanzo, G.L. D’Andrea (d’ora in poi G.L.), mi sta antipatico. E questa antipatia, a differenza di quanto accaduto con la signora Troisi, non nasce dalla lettura della sua opera. G.L. mi stava sullo stomaco prima che aprissi Wunderkind.

Il signor G.L. mi ha offesa negli scorsi mesi senza alcuna ragione e la faccenda non mi ha fatto piacere.

Fatto di cui ero a conoscenza visto che alcune settimane prima un amico, estimatore anche lui di Gamberetta, mi scrisse:

GL ha detto che Gamberetta è un vampiro che succhia la vita alla gente e bisognerebbe tirarle le monetine per farla star zitta

E Gamberetta ricordò la cosa al tempo della chiusura del blog da parte di GL:

Il caro signore in tempi non sospetti quando nessuno sapeva chi fosse (me compresa) e non aveva ancora pubblicato, venne su aNobii, entrò a gamba tesa in una discussione sul New Weird, e mi disse che ero morta e rubavo la vita alla gente.

E nonostante le offese ripetute, oggettivamente immotivate (giacché se l’ambito è la critica e le recensioni allora valgono i loro criteri, e Gamberetta ha onestamente applicato sempre quelli dei più grandi recensori statunitensi, come Damon Knight) e gratuite, Gamberetta trattò l’opera con ESEMPLARE GIUSTIZIA: solo 3 gamberi marci (“brutto”, ma non orrendo in modo aberrante… quello va dai 5 gamberi marci in poi) e perfino lodi per alcune idee, seppur male utilizzate, e per una scena ben riuscita.

Cito:

Volendo tirare su il sacco nero di Wunderkind dal pozzo, e volendosi sporcare le mani a frugare all’interno, qualcosa di buono si trova.

La magia, qui chiamata Permuta, è basata sull’uso dei ricordi. Il mago, chiamato Cambiavalute, rinuncia a un suo ricordo per piegare alla sua volontà le leggi fisiche. E più è importante il ricordo che decide di sacrificare più potente è l’incantesimo. Non è male come idea, purtroppo è gestita male.
Con una simile regola di fondo, almeno i maghi più potenti dovrebbero essere ridotti come il protagonista di Soldato nella Nebbia di Wolfe o il protagonista del film Memento, ma non è così. Il Barbone Barbuto pare avere un’ottima memoria. E anche quando van Zant compie gli incantesimi più potenti non pare che dopo abbia perso molto.
C’è la buona idea, non ci sono le dovute conseguenze (oltre ai già rilevati problemi nell’utilizzo della magia stessa).

[...]

Come accennato, quando G.L. esce dal tunnel degli aggettivi, quando invece di dire che una cosa è orribile, sacrilega, oscena, spaventosa, ecc. dice cos’è, se la cava in maniera passabile. Il Calibano, la morte del Cid, l’esercito di mani e altre scene qui e là sono intorno alla linea della decenza. Peccato che tutto il romanzo dovrebbe essere almeno su quel livello.

Quanti altri avrebbero avuto tutta questa gentilezza (troppa), moderazione e giustizia, nel trattare l’opera di qualcuno che si divertiva a passare il tempo vomitando contro di loro odio e insulti? Occhio e croce, io dico nessuno.
E invece di ringraziare, invece di baciarsi i gomiti per la fortuna… GL continuò gli insulti, più forti, costanti e continui di prima. Quasi ininterrottamente dal 2009 al 2011, quanto meno una frecciatina se non l’insulto vero e proprio verso Gamberetta e chiunque adottasse criteri simili ai suoi, ovvero quelli della critica accademica e dei grandi recensori d’oltreoceano, e più in generale contro chiunque osasse criticarlo (tutti ridotti a una indistinta massa di adoratori di Gamberetta, per GL).

Serietà critica che GL e Lara non sapevano nemmeno dove stesse di casa. Potrei citare il caso storico dell’aggressione violenta e gratuita di GL contro tale “Nihal”, una gentile ragazza stupefatta dalla vicenda con cui ho avuto modo di parlare in privato su aNobii poco dopo i fatti, ma non lo citerò ora: citiamo un esempio di discussione utile secondo Lara Manni, protagonista della seconda parte di questo articolo.

Lara Manni, ipocritamente sempre collocata nel comodo mezzo, con una retorica delle posizioni moderate studiata con arte per attirare una grossa fetta di lettori stanchi di posizioni estreme, che siano corrette o sbagliate. Una retorica che, imbiancata ogni tanto come ogni sepolcro per bene che si rispetti, aveva una discreta presa sui lettori, inclusi quelli “di parte avversa” che detestavano GL.

Lara Manni era una di quelle che, come i VuMinchia, detestava l’ironia e il sarcasmo. Ricordiamo che l’ironia è l’arma tipica della sinistra, il potere destabilizzante e livellatore della risata, e la sua assenza o il suo odio è tipicamente visto come un simbolo della pomposità del potere fascista. Curiosamente, in Italia, appena gli intellettuali raggiungono una posizione di prestigio da difendere, per quanto piccola, si dimenticano dell’ironia e assumono posizioni che perfino Benito Mussolini avrebbe trovato ridicole (Mussolini che, stranamente, apprezzava la comicità contro di sé molto più di Berlusconi, VuMinchia o la Lipperini, ma d’altronde aveva tutta un’altra levatura morale).

Lara Manni, oltre a detestare l’ironia, criticava le recensioni e i commenti che non cercassero di tirare fuori in tutti i modi anche aspetti positivi, anzi, meglio tacere su quelli negativi o nel caso dire in modo chiaro che non erano errori, ma limiti del proprio gusto… e altre stupidaggini simili, il tutto in nome di un presunto scambio di opinioni utile a entrambi.
Ma poi, quando si trattava di critiche rivolte ai suoi amichetti, come GL…

Commento di un lettore sul blog di GL:

Ciao, ho finito il tuo libro, ma confesso che non mi è piaciuto. Si vede che vuoi imitare Barker e Lovecraft, ma di quest’ultimo riprendi solo lo stile ridondante. Scusa se vado giù duro, ma di trama qui non ho proprio avvertito traccia… Un’ultima cosa: come si fa a “umettarsi una lacrima”?
Cat

Risposta di Lara, sul blog di GL:

Mi intrometto pesantamente nel blog del padrone di casa. Cat, adesso tu ti siedi, con calma, e mi esponi la tua idea di trama, eh? Perché per dire che in Wunderkind non c’è trama ci sono solo due spiegazioni: uno, hai un concetto di intreccio molto particolare ed è interessante capire qual è. Due, forse hai esagerato con la Forst? :)
Ps. Omaggiare non è imitare, santi numi.

E la cosa è talmente ridicola che mi viene solo da citare il vecchio commento sulla vicenda di Gamberetta:

Che dite, era ironica? Oppure alludere che qualcuno parli perché ha esagerato con il bere è “utile” scambio di vedute tra “autore” e lettore?

E non fu solo GL o Lara, fu tutto il circolino di amichetti comuni tra lui e Lara o tra lui, Lara e Lippa (e spesso fan di Licia Troisi), che girava attorno. Due anni di insulti, talvolta velati, talvolta espliciti, e minacce più o meno serie rivolte a Gamberetta e a chi osava sembrare “del suo gruppo”.
Zwei, che c’entrava solo vagamente, ma che fece recensioni contro altri fantasy orrendi, si becca da gente non molto diversa insulti, minacce, anche collegati al suo essere di origine ebraica. Io pure ho ricevuto insulti e minacce, come è normale, e non sono mica corso a piangere dai lettori, in quella ricerca ossessiva di attenzione, fosse anche qualche ora di attestati di solidarietà, che era tipica del modo di fare di GL.

E con Gamberetta?
Nel suo caso, anche se quasi sempre stette zitta sulla questione (forse non vedendo nemmeno tutto perché mi disse che seguiva sempre meno i blog fantasy italiani, men che meno quelli di certa gente), le cose furono un po’ più gravi. A parte le solite, classiche, masse di insulti in pubblico, su facebook o via mail, vi furono anche minacce di picchiarla. Non minacce scherzose, che uno ci sorride sopra e amen, intendo minacce dette con toni e in contesti seri. Vabbé, sono capitate anche a me, le si dà per scontate e anche se fastidiose si sa che alla fine non significano nulla.

Però Gamberetta, a quanto sapevano i tizi del premiato gruppetto di amici di Lara/GL e contorno esteso di amici di amici, è una giovane ragazza. Dico a “a quanto sapevano” perché Lei si è definita come tale e loro avevano solo la sua parola, non sapendo nulla della persona reale… che nell’edizione in carne e ossa è una bellissima e dolcissima fanciulla, tra parentesi, che mischia la serietà con l’umorismo e l’aggressività/decisione con un animo romantico (ma il 2D ha sempre un fascino che è precluso al 3D, diciamolo).

Essendo una ragazza, scatta in automatico una molla nella testa di queste persone: come avviene da secoli, una ragazza che non sa stare al proprio posto merita uno stupro. Cominciando dal basso, prima i classici inviti a farsi una scopata, già nel 2007, come risposta alle recensioni troppo dure e dettagliate. E proseguirono per anni.

Fai tutta la acida, la saputella, la rabbiosa. Mi fai pena. Davvero. Ma va farti una scopata! E scarica tutta ‘sta energia negativa che hai accumulato con il rosicamento.

(25 ottobre 2010)

Talvolta perfino suggerimenti non tanto signorili sul fatto che, nel caso, a somministrarle una bella scopata per guarirla ci potevano pensare loro. Ed ecco poi fioccare non solo minacce, non sempre scherzose, di morte, ma anche il passo successivo della dialettica di certo pubblico del Fantasy Italiano, ovvero di rapirla (sottinteso) e seviziarla (esplicito), una volta perfino di stuprarla in branco per insegnarle una lezione (tutt’ora mi pare che per insegnare alle lesbiche il “gusto del cazzo”, si pratichino sequestri e stupri in branco allo scopo di “guarirle”, giusto per ricordare in che ambito umano ci troviamo) e altre graziosità che in gran parte sono scomparse assieme ai siti su cui erano state pubblicate, ormai chiusi da tempo, o sono annegate nel mare di facebook, e di un po’ ne ho ricordi così vaghi, nella nausea che mi dava quella mole di odio rivolto in modo esplicito contro il fatto che Gamberetta fosse una femmina, che non le ho conservate né saprei ritrovarle se ancora ce ne fossero online. Tranne una. Giusto per mostrare che non dico cazzate, ma chi all’epoca c’era qualcosa si ricorderà se non dormiva con una mascherina di prosciutto sugli occhi.

Ho conservato e ricordo bene solo una delle più “scherzose”, forse perché questa era di sicuro nota a Gamberetta che l’aveva citata un paio di volte, una in cui ancora si vede un tentativo di umorismo, anche se non capisco bene cosa ci sia di divertente, o di comico, nel dire di voler trafiggere una ragazza e stuprarla mentre muore:

null
Edit 26 giugno 2012: Roghi (Imp.Bianco) si è pentito del commento e ha chiesto scusa. Il Roghi di ora non è più il Roghi di anni fa.

Eleas è Gianrico Gambino, che gestiva il sito gianrico.org (su cui apparvero i commenti dell’immagine), ormai non più esistente nella precedente versione, e che aveva un’ossessione così malsana (vabbé, parlo io, lol!) verso Gamberetta da dedicarle post di acceso odio ogni settimana, talvolta ogni giorno per vari giorni consecutivi. Così ossessionato che, se ricordo bene il nome, Valberici gli fece notare con una certa preoccupazione la cosa.

E il bello è che questa gente frequentava Lara che, come vedremo dopo, non solo aveva posizioni identiche alla Lipperini, ma quasi sicuramente è la Lipperini. Quella che ho descritto al meglio che ho potuto è, come viene chiamata, la “cultura dello stupro”. Il genere di maschilismo che la Lipperini odia e combatte. Eppure GL, Lara, gli altri… o zitti o a partecipare.

E quando si bersaglia qualcuno, nello specifico con minacce di morte, o la si aggredisce/ammazza, per il fatto di essere femmina (quindi la minaccia/aggressione, in quella forma e gravità, non sussisterebbe se si fosse uomini), è ciò che la Lipperini da mesi ci fa una testa così sul suo blog: FEMMINICIDIO.
Eppure, tutti zitti… tutti sì sì, certo, i diritti delle donne, e come vi permettete a fare umorismo sessista e lo stalking è uno stillicidio continuo e la pornografia svilisce e rende schiava la donna e bla bla bla IN PUBBLICO, NEI “SALOTTI BENE” DEL WEB, poi in privato, nei siti un po’ più per pochi intimi, il registro cambiava leggermente… ^_^”"

Io che, in teoria, per i loro canoni “pubblici” sono un individuo spregevole, non mi sogno nemmeno lontanamente di minacciare una ragazza e soprattutto non per il fatto che sia una ragazza… il che temo mi renda terribilmente maschilista e antiquato, una sorta di relitto proveniente da un passato triste e infelice. ^_^”

Ecco, immaginate questa gente che continuamente ti dice che se solo sapesse che faccia hai e dove abiti verrebbe a picchiarti, oppure a rapirti per torturarti, stuprarti in branco e ucciderti. O quando va bene spezzarti la schiena, così potrai vivere il resto della vita in sedia a rotelle (questa la trovai particolarmente disgustosa, detta da gente che si vanta del proprio perbenismo e poi scherza sulle tragedie altrui). E quando non dice questo, allora ti accusa di essere una codarda, perché ti nascondi dietro una personalità che esiste solo sul web e non dici chi sei, dove abiti e non mostri che faccia hai.
Cioè, lol, Gamberetta è buona, ma non è mica idiota!

Lasciamo i lodevoli esemplari umani di contorno e torniamo a GL.
La recensione di Gamberetta attirò l’attenzione su un libro prima trascurato dai più, avviando a tutti gli effetti il grande periodo di ilarità, lazzi e modeste arrabbiature. Sì, anche arrabbiature: non è sempre facile ridere di insulti, anche pesanti, rivolti con arroganza da un tizio che si è dimostrato un inetto e un ignorante, ben diverso da un ipotetico Umberto Eco che maltratti qualcuno perché ha detto sciocchezze sulla semiotica.
Ma, come chiaro a chiunque, chi fu causa del proprio male fu solo GL.

Un meccanismo simile, nel periodo 2007-2009, giusto per ricordare che la Storia non insegna mai nulla a certi soggetti, era stato innescato da Andrea D’Angelo, detto Negróre, autore per Nord di una trilogia fantasy (nel 2002-2003) e di un romanzo autoconclusivo (nel 2005), ormai sparito dalla scena editoriale. Anche Negróre aveva il vizietto di non sopportare le critiche vere, quelle basate su criteri tecnici della scrittura e di coerenza della storia, e di aggredire in risposta. Lo fece con me, lo fece con Gamberetta, lo fece con altri. Ogni volta la risposta alle sue aggressioni era una raffica di “calci intellettuali” tale da farlo sparire di nuovo con la coda tra le gambe.

Immaginate un Negróre potenziato di cento volte, ma senza il suo gruppo di amichetti, senza l’appoggio di Lara Manni e della Lipperini (sulla cui probabile unica identità tornerò dopo) e di tutto il loro circolino VuMinchia/KaiZecche: quest’entità paradossale, questa parodia esasperata dello scrittore ipersuscettibile, questa follia fatta uomo, nato da donna mortale e disceso sulla Terra per la nostra salvezza ilarità, costui era GL. E solo per questo il suo nome merita un posto nella Storia del Fantasy Italiano.

E con Negrore condivise il destino.
L’intera vicenda ha il sapore fantasy di un profezia e merita menzione, ma essendo un po’ lunga da citare qui vi rimando all’eccellente articolo di Angra: La Profezia di Negróre.
In quell’articolo troverete riferimenti alla ciliegina sulla torta: GL, che odiava gli eBook, si trovò il terzo libro di Wunderkind pubblicato, con il suo consenso ovviamente, solo in digitale. E troverete il buon San Drone da Zieri, scopritore di Licia Troisi (e anche suo, per quanto riguarda Mondadori), che lo smerdò pubblicamente smontando tutto il castello di stupidate sul perché non sarebbe stato pubblicato in cartaceo: il primo aveva venduto malissimo e il secondo di conseguenza non lo avevano voluto i librai, tant’è che per trovarlo bisogna cercarlo, a fatica, nelle librerie di catena Mondadori obbligate a tenerne almeno una copia… in queste condizioni nessuno avrebbe mai voluto il terzo.
E pochissimi lo avrebbero letto visto che in digitale, nonostante i vari tizi che si proclamavano fan e amici di GL e che hanno sbraitato come ossessi quando il Wunderkind 3 venne annunciato senza cartaceo, lo hanno letto in così pochi che solo in quattro (amichetti inclusi) lo hanno aggiunto su aNobii. Se considerate che un romanzo autopubblicato con un minimo di successo come Assault Fairies ne ha 103, il motivo per cui la Mondadori non ha voluto il Wunderkind 3 appare perfettamente sensato.

E quando in massa i librai non vogliono qualcosa non è perché alla Casa Editrice ne hanno stampate 100mila copie e vendute 20mila (visto che il singolo libraio ne ha chieste se va bene 12, più facilmente 2 o 3 di prova, e a quelle bada, ergo alcuni saranno soddisfatti e altri molto delusi), ma perché qualsiasi sia il numero stampato, non ne è stato venduto un cazzo. Nessun libro da possibile boom silurato per un errore nei numeri stampati: se pure vi fu quell’errore, non fu certo il problema determinante (e più volte si disse, pure, che Wunderkind non era un libro pensato per fare il botto, stile Licia, ma solo un esperimento di medio profilo nella nicchia horror-fantasy).

Il più bel blurb per i suoi eventuali, futuri, romanzi:

Wunderkind è stato il mio fallimento.
(Sandrone Dazieri)

GL amava definirsi un bersaglio.
Come ben spiegato prima era sì un bersaglio, ma non come si raffigurava. Non era il povero giudeo vittima dell’odio immotivato. Era più simile all’eccentrico che scende in strada e urla insulti alla gente, frignando poi se lo picchiano. O, mantenendo il linguaggio della caccia suggerito da bersaglio, era un tizio vestito da anatra, con un cartello sul petto e uno sulla schiena, decorati entrambi con cerchi rossi concentrici, che girava alla ricerca dei cacciatori per tirare loro pietre e ricevere in cambio fucilate.
GL era un indossatore di bersagli. Mestiere che l’alta moda dovrebbe rivalutare.

GL venne tradotto all’estero, in Germania, in Francia, in Polonia e in altri paesi (mai in inglese). Come sapete la traduzione, legata all’acquisto dei diritti spesso ancora prima che il libro venga pubblicato, non ha granché a che fare con la reale qualità dell’opera. Un bravo agente o un bravo editore, se il libro non è tremendo-tremendo (questo caso), o se ha dietro un piano di marketing per trasformare l’autore in un brand vero e proprio dell’editore (Licia Troisi), riesce a ottenere che qualcuno, a qualche prezzo, magari non alto, compri i diritti di traduzione per il proprio paese.
GL adorava l’essere tradotto all’estero, si sentiva come il Capitano Nemo che fa il profeta nella propria patria… ops, gaffe in stile GL! Dante, nemo propheta in patria, a cui il fallimento in Italia sarebbe stato compensato dal successo all’estero, dimostrando così di essere troppo grande, troppo bravo, per quei piccoli italiani ingrati capaci solo di disprezzare.

A ogni nuovo paese, GL aggiornava sul blog la sua mappa del Risiko, con un nuovo paese in rosso, “conquistato”. E a ogni nuova recensione o commento positivo all’estero, lo segnalava con entusiasmo. La ridottissima quantità di questi, meno di quanto sarebbe stato lecito immaginare: se uno compra i diritti di un libro poi fa girare la voce, allerta i blogger e i siti che fanno recensioni in cambio di libri ecc… vengono fuori parecchie recensione per ogni paese, più quelle “vere”, non su commissione. GL gioiva, annunciava come queste recensioni (vuoti giri di parole, talvolta moderatamente entusiasti) fossero la prova che se solo non fosse nato in Italia, ora sarebbe stato un autore di successo, rispettato, ma che gli italiani sanno solo distruggere e per colpa loro non abbiamo i nostri Gaiman e i nostri Barker… e altre sciocchezze di questo genere, ma avete capito l’antifona.

Ma se poi si va su terreno neutrale, se si valuta quanti parlavano del libro per davvero, nelle recensioni delle librerie… la situazione è più desolante. Licia Troisi, per dire, tradotta in tedesco con tutta la prima trilogia, seppure non abbia nemmeno vagamente il successo che ha in Italia, ha comunque la sua discreta fetta di recensioni su Amazon, anche piuttosto positive visto che il pubblico tedesco ha gusti demenziali come quello italiano (pure peggio, visto che il primo libro del ciclo dei nani è peggio di Nihal della Terra del Vento, a mio parere).
E GL, orgogliosamente pubblicato in Francia e Germania, quante recensioni aveva? Su Amazon.fr ben… nessuna. Ignorato. E in Spagna? Ancora zero. Beh, rimane il suo più grande orgoglio, la pubblicazione in Germania ed effettivamente c’è una singola recensione e non è neppure un voto infimo: ben 3 stelle su 5.

Guardiamola da vicino… uhm, riguarda l’audiolibro e non il romanzo. Va bene. Vediamo cosa dice. Se il mio francese è estremamente cattivo, il mio tedesco è non pervenuto, ma con l’aiuto del traduttore di Google e dell’amico che sa leggere tedesco di un mio amico, ho raffazzonato qualcosa. Dice cose come (cerco di rendere il senso al meglio che posso):

— Chiaramente Caius è il Wunderkind e tutto gira attorno a lui, ma il motivo esatto per cui questo accada, o perché lui sia il Wunderkind, non sono chiari.
— I diversi personaggi e le creature sono tutti, inclusi il protagonista, Caius, non abbastanza tangibili per me. Le loro motivazioni, le loro sensazioni, i loro pensieri, spesso li ho trovati incomprensibili.
— A un certo punto ho continuato solo per sentire Simon Jäger. Legge benissimo, dona a ogni personaggio una voce distinta [...] è un grande narratore, uno che si deve semplicemente ascoltare. Sfortunatamente questo non basta a soddisfarmi.

In pratica un pastrocchio: storia e personaggi mal realizzati, confusi, non credibili. Di buono solo l’attore che legge l’audiolibro. Un 3/5 che è facile scomporre in un 5/5 (attore) e un 1/5 (romanzo).
Ma a quanto mi risulta il buon GL non si è mai vantato di questa recensione.

La nostalgia mi ha fatto dilungare nei ricordi già per oltre 2000 parole… oh cielo, oh cielo, che sciocchino che sono. Torniamo alla questione principale, GL ormai ridotto al clown del Fantasy Italiano… e qui avrei dei bei ricordi su come GL si arrabbiasse all’inizio, dicendo che lui scriveva Horror, non Fantasy, da cui lo sfottò di essere un “autore di horror per bambini” visto che lo pubblicavano nella narrativa per ragazzini a fianco di Geronimo Stilton, e poi quando il gruppetto Lippa-Manni si scontrò sul Fantasy con il critico Cortellessa subito GL divenne un autore Fantasy felice di esserlo… eh eh eh, ma sto divagando.
Dicevo, GL ridotto al clown del Fantasy Italiano che a un certo punto chiude il blog. Inutile raccontare di nuovo tutto, se ne parlò in modo chiaro e dettagliato in questo mio vecchio articolo e in quest’altro mi presi la gloria di aver contribuito in modo significativo a sfondare di calci nel culo sia GL che la giornalista corrotta che lo supportava.

Riducendo la questione all’osso:
— Un tizio chiese, usando come nick Lara Manni e aggiungendo un bel “firmato: Lara Manni”, roba che urla sono falso ai quattro venti anche all’orecchio meno attento, se a GL piaceva la fica.
— GL e Lara si infuriano, minacciano di denunciarlo di furto di identità.
— Il tizio frigna in privato, via mail (mai dimostrato, bisogna crederci sulla fiducia) con Lara, di essere un 14enne e che è pentito e che lo ha fatto per noia spinto da siti contro GL come il forum di Massacri Fantasy. Il presunto 14enne scrive la breve confessione sul blog di GL e su quello di Lara, con un pentimento da “guardate, il vero volto del Nemico è quello di un codardo spaventato” degno della miglior propaganda hitleriana (presente i processi farsa con gli imputati, nemici politici, vestiti con pantaloni troppo larghi e senza cintura, in modo che cadessero quando si alzavano e facessero ridere il pubblico?)
— GL e Lara, assieme alla Lipperini, usano la conveniente accusa contro Massacri, di cui il presunto 14enne non era nemmeno un utente noto, per avviare la macchina del fango degna del miglior Il Giornale o della miglior Striscia la Notizia contro gli utenti di quel forum e, per estensione, chiunque abbia collaborato a riempire negli anni le scarpe di GL di sassolini da levare ora…

Ecco l’intero fattaccio illecito che secondo questi geniacci sarebbe stato un FURTO di identità e che secondo GL, ma lo aveva detto in altra sede, avrebbe reso GL stesso responsabile e lo avrebbe potuto far finire in tribunale assieme al presunto 14enne:

Annotazioni per la riflessione:
— Non era in alcun modo possibile scambiarlo per la vera Lara Manni, visto che ella commenta usando il profilo privato con il login, e in più il suo nick non è “Lara Manni”, ma solo “Lara”.
— GL avrebbe potuto censurare il commento, come fatto con tanti altri in passato (e fino a pochi minuti prima), e magari attivare la moderazione, che è una semplice norma di buon senso sui blog che hanno un minimo di visibilità.
— Alla luce di parecchie menzogne precedenti e successive, incluso un fake su twitter usato contro di me poche settimane fa che sospetto sia stato creato da GL, ma non ci giuro (perché sospettosamente, minuto per minuto con margine ridottissimo, sapeva cosa accadesse e commentava su FB per diffamarmi -come mi riferì con screen di prova un comune “amico”- mentre io chiedevo al tizio di piantarla di tirarmi in ballo su cose che riguardavano GL e Lara Manni, nonostante quel profilo twitter nato il giorno stesso, e cancellato al termine della giornata d’uso, non avesse alcun follower), ma è solo l’ultima goccia di una lunghissima serie… come indicato nel vecchio articolo, era facile che il tizio fosse un fake di GL, creato per attuare la più demenziale exit strategy della storia.

Dopo che l’intero casino venne risolto come ricordato qui, con Lara Manni intellettualmente e moralmente presa a calci e la Lippa danneggiata nella sua credibilità presso il pubblico sul web in modo non trascurabile, GL ebbe il suo “esilio” senza nemmeno la soddisfazione della vittoria. L’ennesimo fallimento in due anni di fallimenti.
La Lippa dovette pure ammettere, facendo una enorme figura di merda, di aver richiesto la CENSURA di parte del mio articolo, richiesta a cui ho ubbidito di buon grado, e come chi lesse l’articolo prima della censura e i molti che lo ricevettero in privato dopo, non venne censurato nulla di davvero offensivo: solo Verità scomode in grado di sputtanare la Lipperini come giornalista (ma nemmeno tanto, ne ha fatte così turpi nella sua carriera che ben altri hanno detto ben di peggio!).
In più quello del “Ti piace la figa?” – “Chiudo il blog!” divenne un meme nel piccolo web del Fantasy Italiano, meme ancora ripetuto quando capita l’occasione. GL arrivò tra le risate come un clown, visse tra le risate come un clown e se ne andò nel fragore delle risate come un clown. Una storia che sarebbe molto triste… se solo non facesse ancora ridere. ^_^

Al riso festoso si aggiunge il riso amaro dell’ipocrisia, aspetto meno divertente del personaggio, come pure della giornalista amichetta o di Lara Manni. L’ipocrisia mette tristezza, non fa ridere. In questo caso voglio ricordare che mentre GL sbraitava di leggi e tribunali, come il miglior demagogo in pieno giustizialismo elettorale, nonostante non vi fosse stato alcun reato (appurato da vari lettori laureati in legge e pure da lettori semplicemente dotati di buon senso) né alcuna responsabilità per GL, se anche vi fosse stato un reato (sottolineato di nuovo dalla Cassazione pochi mesi dopo), fu GL il primo a commettere dei REATI, di cui sussistono prove certe.

Tant’è che attribuì l’azione del presunto 14enne (che aveva subito prima lasciato altri commenti poco edificanti, cancellati da GL) a Marco Albarello (detto Alberello), su Facebook, davanti a oltre 200 persone (270 amici circa, incluso me, seppure ancora per poco), che nulla aveva a che fare (come GL sapeva avendo accesso ai dati dei commenti sul suo blog, ad esempio gli IP o altri dati), solo perché pochi giorni prima aveva copiato il modo di scrivere commenti di GL (sparate libere senza prove) per farci una lunga discussione sul blog, fino a quando GL non capì che lo stavano prendendo per il culo e si incazzò.
Questa è DIFFAMAZIONE.

Ecco i dettagli (sono stato autorizzato dai due interessati):

Mail di Alberello a Zwei, esperto in legge:

La diffamazione, in diritto penale italiano, è il delitto previsto dall’art. 595 del Codice Penale secondo cui:

«Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1032.

Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2065.
Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore ad euro 516.
Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.»

In pratica GL mi ha accusato pubblicamente o quantomeno ha insinuato di essere il tizio che sul suo blog ha violato il codice penale rubando l’identità altrui (che tra l’altro se è uno pseudonimo nemmeno è tale). Non voglio certo trascinarlo in tribunale adesso, così come non me fregava niente in passato (mi è bastato prenderlo per il culo), ma nel caso fosse reato ci terrei a farlo notare, visto che loro continuano a gridare allo stalking ed accusarci di commetterne. :) Grazie per la consulenza, buon lavoro.

Risposta di Zwei:
Premesso che un giudice ti odierebbe per il tempo perso, il reato potrebbe configurarsi. Tenetemi aggiornato sulla faccenda.

Concludo dicendo che esistevano ben 3 GL diversi, e spero esistano ancora:
La persona fisica dietro agli altri due, un uomo magro, sorridente, che cade in gaffe imbarazzanti quando parla con il suo tono serio, un po’ intellettuale, con un po’ di barbetta e di baffi, come muffa arrampicata su un volto più giovanile di quello che la sua età suggerisce. Un individuo per bene, probabilmente abile nel suo lavoro, che ho conosciuto di sfuggita a Torino, nel 2009, e non mi è dispiaciuto per niente andare apposta lì per conoscerlo.
L’Autore Implicito del Wunderkind, come direbbe Wayne Booth, uno scrittore con una discreta fantasia, ma pochissimo buon senso e pochissima capacità di far ragionare e muovere in modo credibile i personaggi, aggravato da enormi buchi di teoria nella scrittura per la Narrativa (praticamente non sapeva cose fosse il Punto di Vista, quello vero, non la mera scelta tra “io” e “egli”, ma quello su cui si fonda la Narrativa moderna basata sull’immersione… e anche la rivoluzione del Mostrato, vecchia di 150 anni e giunta al suo apice tecnico-teorico pochi decenni fa, temo gli fosse sfuggita). Un GL che non mi piace granché, ma che apprezzo per il poco che ha di buono, come fece anche Gamberetta.
Il GL sul web, un individuo irrazionale, rabbioso, arrogante, ossessionato dai propri nemici, la macchietta di sé e per questo ridicolo come un clown. È questo terzo GL che ha fatto affondare il secondo e ha rovinato la vita al primo. Questo terzo GL è quello che non mi piace, quello che in un certo senso detesto, perché ha fatto (e continua a fare, negli spazi limitati prima del blog di Lara Manni e poi solo di Facebook) del male agli altri due.

 


Lo Strano Caso della Signora Lipperini e della Signorina Manni

Chi è Lara Manni?
Lara Manni è un marchio italiano di calzature fondato nel 1982, inizialmente una piccola azienda famigliare poi espansa con un discreto successo anche all’estero. Secondariamente, Lara Manni è anche il nome di un’autrice che ha contribuito, parlando molto e facendo parlare molto di sé con la propria continua attività nell’ambito del circolino Lipperini-VuMinchia, agli ultimi tre anni di storia del fantasy italiano sul web.
In libreria la sua presenza è stata molto più circoscritta, praticamente ridicola: un romanzo con Feltrinelli fallito miseramente, Esbat (che a me non era dispiaciuto, ma a quasi tutti quelli che conosco che lo hanno letto per colpa mia ha fatto schifo), il passaggio due anni dopo al nuovo editore Fazi, con Sopdet, altro che libro che a quanto mi è stato detto ha venduto ben poco, e infine Tanit, sempre con Fazi, pochi mesi fa.

Lara Manni avviò in Italia una sorta di leggenda buona, quella della scrittrice di fan fiction di successo, su EFP, che viene scoperta da qualcuno che a sua volta la segnala a un altro tizio, trova un agente letterario e viene pubblicata. La morale è quella che chiunque, se sa fare bene, può farcela. Peccato che la storia faccia falle da tutte le parti, non notate nell’entusiasmo generale in stile “una nostra compagna ce l’ha fatta!”…

Leggete queste due versioni della storia rilasciate da Lara…

Dunque, come ho fatto. Il merito è di un lettore e fanwriter, presente qui, che ha mandato il link di Esbat a una sua amica giornalista. La quale l’ha mandato al suo agente letterario. Il quale, alla fine, mi ha chiamato, ed è stato lui a proporlo all’editore.
però, io so che Feltrinelli invece accetta i manoscritti: mi hanno raccontato che un romanzo uscito l’anno scorso, quello di Vanni Santoni, viene proprio dal web, da un sito di concorsi letterari. Quindi secondo me bisogna insistere!!!

(Link)

Volevo iniziare porgendoti i miei complimenti per il tuo primo traguardo: già passare dall’Erika Fanfictions Page alla Feltrinelli non è esattamente da tutti. Puoi raccontarci com’è andata?

Così: un lettore della fan fiction ha passato il link a una persona che lavora nell’editoria e che si è interessata della storia sia presso un agente che presso la casa editrice. Poi ci ho lavorato molto: per passare dalla fan fiction al romanzo sono state necessarie cinque stesure, anche se la storia in sè non è cambiata moltissimo, in apparenza. E’ stato un lavoro di linguaggio e di psicologia dei personaggi, soprattutto.

(Link)

Nel primo caso era un lettore che ha un’amica che lavora nell’editoria e che le procura un agente, e non un agente qualsiasi, ma il potentissimo Santachiara, uno dei più influenti agenti d’Italia (lo stesso agente, guarda caso, della Lipperini che veniva pubblicata proprio da Feltrinelli!). Nel secondo caso il lettore ha un’amica giornalista che la mette in contatto con Santachiara.

Come mai dico con tanta sicurezza che fu subito Santachiara e non dopo?
Perché lo disse Lara Manni:

Debiti. Ne ho moltissimi. [...]
Nei confronti di Angelo Scotto, senza il quale Esbat non sarebbe arrivato nelle mani di chi l’ha portato in altre, preziosissime mani: quelle di Roberto Santachiara e, poi, in quelle di Alberto Rollo e, infine, in quelle di editor meravigliosi come Carlo Buga e Giovanna Salvia.

(Link)

Le due versioni combaciano perfettamente, visto che la Lipperini è sia una giornalista (per Repubblica, molto famosa, e ha un programma radio per la RAI) che un’autrice della Feltrinelli. Quindi la lettrice contattala Lipperini, sua amica, e la Lipperini usa la propria influenza per convincere Santachiara e far pubblicare da Feltrinelli, il proprio editore, questa Lara Manni.
La cosa cozza un po’ con certe affermazioni fatte da Lara…


Clicca per ingrandire.

In più il modo in cui Lara, fin da subito, si inserisce benissimo nel circolino Lipperini-WuMing, quel circolino di sostegno reciproco e mutue citazioni e mutui attestati di stima, che rimbalza poi su Carmilla Online e da lì altrove, coinvolgendo talvolta anche Evangelisti, è considerato un gruppo estremamente chiuso, riservatissimo, per pochi eletti.
Eppure arriva Lara ed è dentro, boom, assieme a GL che però sapevamo già essere caro amico della Lipperini. L’ipotesi che anche Lara sia cara amica della Lipperini, e quindi abbia mentito riguardo la raccomandazione, è quindi estremamente probabile. Cara amica… o perfino la stessa persona, come vedremo tra poco.

E qualcuno, ormai convinto che la Manni e la Lipperini siano la stessa persona, mostra grosse perplessità sulla faccenda “amicizie”:

Già. E’ curioso però che WM1, parlando della sua traduzione, ringrazi Biondillo e Lara Manni, cioè a quanto pare la solita Lippa, e che un altro libro di King venga tradotto da Giovanni Arduino, altro amicone di Lara. E che WM4 incensi il libro di Lara Manni.

In pratica Lara sembra diventata il fulcro del gioco, quando di fatto non è nessuno: e non alludiamo alla sua presunta inesistenza, ma proprio allo scarso peso di un’autrice marginale di un settore tutto sommato marginale come il fantasy manghesco. Tutti questi debiti di riconoscenza da parte di persone che di norma non riconoscono un debito nemmeno a sparargli sembrano davvero strani. Forse attraverso Lara si pensa di raggiungere un nuovo pubblico, e comunque la sua voce è meno “compromessa” di quella della Lippa, notoriamente schierata a favore di Wu e quindi non credibilissima nei giudizi. Insomma una voce nuova, distante dalle logiche dei circoletti, che si aggiunge al gruppo dei sostenitori storici. Finchè non si scopre che quella voce probabilmente non esiste.

(Link)

Diciamolo chiaramente, non è la stessa cosa se un editor qualsiasi casualmente tra migliaia di fan fiction ne trova una, ne rimane colpito, e la fa pubblicare… o se una tizia potente e influente, su diretta segnalazione di un’amica, dice all’editore tramite il suo agente potente e influente che vuole che quel testo venga pubblicato. La favola buona diventa una classica storia di raccomandazioni.
Ma si salva almeno l’altro elemento della favola buona, Lara Manni era davvero, se non l’autrice con la fan fiction più celebre su EFP, quanto meno una delle più celebri? Sfortunatamente pare di no, era nella media, una tra le tantissime, né più né meno apprezzata di altre.
Leggete in questa pagina sotto “Esbat era una storia molto popolare sull’EFP?”:
http://lisachanoando.livejournal.com/180937.html

Al 17/3/2009 “Esbat” contava 21 capitoli e 85 commenti; “Sopdet” 20 capitoli e 67 commenti; “Tanit” era ancora in corso (7 capitoli) e contava 28 commenti. Al 20/5/2009, “Esbat” era stata cancellata in vista della pubblicazione, “Sopdet” non mostrava nuovi commenti, “Tanit” era stata complet ata con 13 capitoli in più e un totale di 86 commenti. Notare che in entrambi i casi già campeggiava il banner della prossima pubblicazione di Esbat.

Un po’ di dati random, adesso. A ottobre 2007 (all’incirca, il periodo in cui rosencrantz ha terminato Esbat), “L’ULTIMA TENTAZIONE” di AYRILL contava 15 capitoli e 153 commenti; “TUTTO PER COLPA DI UN TRENO!” di Dolce Sango91 20 capitoli e 147 commenti; “Dance&Love” di Mirokia 18 capitoli e 228 commenti; “Nemesi” di lete89 54 capitoli e 148 commenti; “Nemesi Project” di shana 4 capitoli e 56 recensioni; “Le origini” di supersara 24 capitoli e 83 commenti; “New Life in A New School” di DarkyChan 19 capitoli e 114 commenti; “Raise your voice” di Dreamer21 20 capitoli e 105 commenti; “Outlaw” di Dreamer21 13 capitoli e 94 commenti; “The pursuit of Happiness” di Makino 13 capitoli e 144 commenti; “LADY ICE & LORD FIRE” di AYRILL 8 capitoli e 105 commenti; “Cucciolo d’uomo” di elyxyz era una one-shot da 16 commenti; “Nuova identità” di Marea 34 capitoli e 148 commenti; “La vita con te” di Onigiri 20 capitoli e 131 commenti.

Tutti questi dati sono estrapolati dal Web Archive e precisamente dalla sezione di Inuyasha dell’EFP in quel periodo storico. Non ho letto nessuna di queste storie, e pertanto è possibile (probabile, anzi) che molte di queste storie siano inferiori in qualità a Esbat (che invece ho letto): tuttavia la popolarità, in tempi in cui l’EFP non aveva né gli strumenti delle “storie scelte” né le classifiche “di qualità” delle recensioni, si misura(va) in un modo soltanto. Recensioni.

[...]

Avete mai fatto un giro nelle sezioni davvero popolari, come HP o Naruto o Twilight? Ci sono storie da mille, duemila recensioni. Sia più brevi che più lunghe di “Esbat”. E soprattutto anche meglio scritte di “Esbat” (questo, peraltro, non lo diciamo neppure noi: vox populi). Eppure a nessuna di queste è stata mai prospettata una pubblicazione.

Ho controllato su Archive.org e quanto detto corrisponde, a quanto ho potuto verificare, a verità. Se poi qualcuno è interessato a impelagarsi su questioni esterne, come la non certo innocentissima figura in ambito fake di uno dei due autori (Defe), vi rimando a quanto detto in modo esaustivo, credo, nella discussione presso aNobii.com sul caso Lipperini-Manni.
Non modificando in alcun modo la veridicità di quanto indicato, vi invito a non trattare la questione Defe qui.

Ma Lara Manni è il suo nome vero o è uno pseudonimo per difendere la privacy in caso di pubblicazione? D’altronde è un’autrice molto schiva nel mondo reale, seppure iperattiva in quello del web, di cui non esistono foto, che non è apparsa mai a nessuno se non, a quanto mi risulta, allo stesso GL che la andò a trovare a Roma, come testimoniato qui
Ce lo dice Lara Manni in una intervista del giugno 2009:

Lara Manni è il tuo vero nome? Visto che il tuo campo è il fantasy-trattino-horror non dovresti avere un nome esotico, dal sapore germanico, con delle K o delle W, un secondo nome o almeno un paio di lettere puntate? qualcosa tipo Lahara K. T. Manni, magari?

E’ il mio vero nome: in compenso il mio nickname su EFP è Rosencrantz. Non è abbastanza esotico? L’ho scelto pensando a “Rosencrantz e Guildestern sono morti” di Tom Stoppard, che secondo me è una fan fiction tratta da “Amleto”.

Poi, a marzo, scoppiò la questione: Serino, all’interno di una faida nel mondo dei critici/giornalisti, aggredì la Lipperini affermando che fosse Lara Manni. Il suo articolo conteneva alcune imprecisioni e non portava prove concrete, ma alcuni lettori cominciarono a fare due più due e a furia di somme venne raccolta una quantità enorme di coincidenze, triangolazioni di aiutini/supporti e… beh, lascio il riassunto a chi è più bravo di me a farli:

Tutto il faccendone aka per chi non ne avesse abbastanza
Posted on 9 giugno 2012

Ci vorrebbe il Giampi per fare un comodo storify, ma lui lavora solo per chi lo liscia. Dovrete accontentarvi del vecchio metodo. Tutta la storia della Lippa Mannara è in questi link:

Serino afferma che la Lipperini è Lara Manni e si incensa da sola, cominciano ad accumularsi le coincidenze e parte la contro-operazione “fake di Serino”. La Lippa tace e la nostra piccola inchiesta si scontra col muro di gomma (intermezzo: rapito un nostro commento!). Anche Serino adesso tace. Ci viene il dubbio che l’operazione Lara Manni sia parte della manovra di invasione della letteratura di genere da parte del Wumingo. Torniamo indietro al 2005 e indaghiamo sulla sparizione di Luigi Bernardi. Le tracce dell’invasione si accumulano, ma il coraggioso popolo della rete cerca di reagire (aka la lacrimevole storia del ragazzo prodigio). Il Wumingo però non sta con le Manni in mano e sferra il suo contrattacco. A questo punto torniamo al fake: due episodi grotteschi come ”Perfiduca” e l’intervista al robot di Lara Manni. Infine si svela il meccanismo della triangolazione recensoria. Il resto è sotto gli occhi.

(Link)

La Lipperini che scrive fan fiction su InuYasha, possibile?
Non mi sembra proprio il tipo, così seria, così impegnata, così impettita, in fondo ha cominciato a parlare tanto del meraviglioso mondo delle fan fiction solo dopo che Lara è stata pubblicata… o forse no? Forse la Lipperini, guarda caso, diede segni in anni non sospetti di un particolare interesse verso la serie InuYasha, arrivando, caso strano, a citarla nei suoi discorsi?
Pare di sì. Nel 2005.

Qualche settimana fa, ad una nota e stimata operatrice culturale dedita alla promozione della lettura fra i ragazzi, tentavo di raccontare come, per esempio, ci siano tematiche della nostra mitologia anche in quelli che vengono ritenuti prodotti “lontani” e ovviamente deleteri come l’animazione giapponese (per dire: il conflitto padre-figlio di cui si parlava un post fa sta interamente nell’anime “Inuyasha” trasmesso da Mtv e amatissimo dai ragazzini).

(30 novembre 2005, quinto commento)

E con l’inizio di giugno si arriva alla prova definitiva, la prima vera e propria prova concreta con cui, di norma, si smascherano gli pseudonimi. In tal caso non sarebbe nemmeno uno pseudonimo, avendo dichiarato che quello era il nome vero quando avrebbe potuto usare qualsiasi giro di parole per pararsi il culo, ad esempio dire che “Lara Manni” era uno pseudonimo per motivi di privacy, ma si tratta di un vero caso di inganno tramite l’invenzione di una persona allo scopo di ottenere vantaggi facendo leva sulla mal riposta fiducia degli ingannati.

La prova è il bollino SIAE.
Spiegazione in breve di cosa è il bollino SIAE, quel piccolo riquadro adesivo argentato posta dentro ai libri (mai veramente obbligatorio, dato che in un modo o nell’altro gli editori ottenevano nel contratto di non farlo apporre, e da qualche anno dichiarato come “opzionale” anche dai nostri giudici). Il bollino è un mezzo di garanzia per l’autore che sa quanti bollini esistono e sa che ogni libro deve avere il bollino, di conseguenza sa quante copie sono state stampate. Questo è utile per stimare le royalties in casi di successi rilevanti. Senza il bollino l’editore potrebbe mentire: dire che ne ha stampate 20mila e vendute 15mila, pagando le royalties (e erodendo l’eventuale debito dell’anticipo) solo su 15mila copie, mentre magari ne ha stampate 50mila e vendute 35mila. Capito, no? Se invece ne stampa solo 10mila come concordato e ne vende 3mila, ma poi mente all’autore dicendo che ne ha vendute solo 2mila e su quelle calcola il compenso, il bollino non aiuta l’autore in alcun modo.


Bollino di Esbat, riporta “Lipperini Lor” al posto di “Manni Lara”.

La SIAE è leggendaria per la capacità di sbagliare quasi sempre gli pseudonimi sui bollini (il nome sopra il bollino indica l’autore a cui vanno le royalties). La norma infatti è che la SIAE metta il nome reale, anche se l’autore voleva lo pseudonimo per difendere la propria privacy. Certe volte fanno errori che riportano nomi inesistenti, né quello vero né quello di penna. Per questo i bollini, tra li addetti ai lavori, sono considerati la PROVA CERTA della presenza di un dato autore dietro un dato pseudonimo. In tal modo venne, per esempio, smascherato Giulio Leoni (J. P. Ryan) dall’ormai defunto Vegetti. Ma in quel caso era un segreto di pulcinella e Leoni, pubblicamente, ci fece una risata sopra.
Non so perché facciano questi casini alla SIAE, credo sia solo sbadataggine (e infatti vari editori, come Fazi coi due romanzi successivi di Lara o la DeAgostini con la serie Unika, non fanno apporre i bollini per evitare rischi), ma a prova di quanto dico ecco una carrellata di bollini fotografati da me:


Primo e secondo bollino.
Il vero nome di Licia Troisi è Felicia Troisi: nel primo caso la SIAE ha imbroccato giusto l’innocente pseudonimo (o simil-pseudonimo, vista la somiglianza…), ma nel secondo Licia si è tramutata nell’inesistente “LUCIA”! WTF?

Una nota sui bollini di Licia.
Ricordate la balla, in cui ero cascato pure io, secondo cui dopo la figuraccia di aver pubblicato Nihal nei “Massimi della Fantascienza”, alla Mondadori avevano subito cambiato collocazione ai libri della troisi mettendoli tra quelli per “ragazzi”?
Ricordo che i “Massimi della Fantascienza” era (è?) una collana nata per stampare il meglio della narrativa fantastica (originariamente solo fantascienza) che aveva fatto la storia del genere, tanto che poco prima dell’Era Ferrari in Mondadori in uno dei volumi si vantavano del successo costruito grazie all’alta qualità della selezione e di conseguenza grazie al rispetto verso i lettori. Ah-ah. Certo, poi ci hanno infilato il primo fantasy di una esordiente… Gian Arturo Ferrari ha riscritto il significato della parola Rispetto, pescandolo sotto la voce Disprezzo.
Se alla biblioteca di Dalmine scoprirò qual era quel romanzo con il discorsetto introduttivo, farò le foto. Quando avrò tempo di andare a cercare.

Beh, la balla era una balla.
Lì c’è il bollino del secondo volume della serie, in hardcover (notare pure il 4a Edizione… confermo che ho guardato bene dal vivo e fatto varie foto, è proprio una 4a edizione hardcover). E notate l’appartenenza ai “Massimi della Fantascienza”, ancora, molti mesi dopo lo scandalo iniziale!

Terzo e quarto bollino.
Francesco Dimitri ha il proprio nome riportato correttamente, seppur troncato. GL invece non ha la sua sigla “G. L.”, che è parte del suo pseudonimo come lo sono le R. R. di George Martin, ma si trova il nome esteso e troncato in “GIUS”.

Chiunque può facilmente verificare l’abitudine della SIAE di riportare i nomi reali andando in una libreria Giunti e prendendo Hyperversum, come ho fatto io pochi giorni fa, e leggendo sul bollino che Cecilia Randall è riportata come RANDAZZO CECI.

Se oltre al bollino, che come detto è considerato in editoria la prova definitiva, e ai molti collegamenti mostrati prima ancora non credete, perché magari pensate che “LIPPERINI LOR” possa essere Lorella, Loretta o Lorenzo, insomma non per forza Loredana (ma questo non cambierebbe che Lara Manni abbia mentito sul suo vero nome e quindi perché non dovrebbe aver mentito in generale ed essere proprio quella Loredana Lipperini?), ecco alcuni altri elementi su cui riflettere.

Gli indirizzi IP.
Non posso indicare l’IP esatto per motivi di privacy, ma posso dire che degli IP usati da Lara nei pochi commenti lasciati su Baionette Librarie (WordPress traccia gli IP per motivi di sicurezza/controllo fake):

— 4 erano IP dinamici di Telecom Italia provenienti da Roma.
— 5 erano IP statici di proprietà della RAI (tutti indicati come di Roma, meno uno indicato come Mentana… lol?).
— 1 era un IP statico Vodafone wireless (le famose connessioni all’aperto in vacanza di cui parlava nel blog?).

Dieci commenti in giorni diversi di mesi diversi: luglio 2009, settembre 2009, due giorni diversi del febbraio 2010, maggio 2010.
Chi di voi ha ricevuto commenti da Lara nel proprio blog WordPress, o in altri che indichino gli IP, verifichi il numero qui se è curioso:
http://whatismyipaddress.com

I cinque del tipo 212.162.xxx.xxx da me erano tutti della RAI, per cui consiglio di concentrarsi sugli IP che iniziano così perché potrebbero essere della RAI.
E non ho mai avuto altri visitatori con un IP del tipo 212.162.xxx.xxx
Ho chiesto a Gamberetta conferma e mi ha detto che di ben 27 commenti lasciati sul suo sito, ben 25 vengono da IP della RAI.

Il parente in RAI che verifica.
Non molto giorni fa mi era stato comunicato da un’amica “reale” (non gente conosciuta solo online) che ha un parente in RAI (non so di che grado di parentela, non ho chiesto… magari è “mio, mio cugino” stile Elio e le Storie Tese, ma non credo ^_^) in grado di verificare i nomi del personale a cui aveva sottoposto il dubbio, essendo anche lei amica online di Lara e quindi interessata, che non esisteva nessuna Lara Manni lì. La Lipperini invece sappiamo che c’è, ha pure il programma alla radio.
Se non è la Lipperini, quanto meno le vive nella borsetta e le fa da pet sulla scrivania in ufficio, temo. Giusto per chiarire la questione…

Il libraio che lo sa.
Il libraio della famosa libreria di Piazza Repubblica, a Cagliari, quello che per dire ha avuto un ruolo nel lancio di Michela Murgia, quando l’argomento Lara/Lippa è stato introdotto da Alberello ha subito innocentemente, con tono pacato, risposto che è ovvio che la Lara Manni sia Loredana Lipperini e che nell’ambiente lo si dava ormai per scontato. Bizzarra coincidenza?
Una svista dovuto all’errore sul bollino da parte della SIAE (che razza di errore sarebbe mettere il nome di una persona che non c’entra niente al posto del nome giusto?) è stato sufficiente a convincere il popolo dei librai/addetti ai lavori di una cosa falsa di tale enorme portata per l’immagine di entrambe?
Alberello, tutto entusiasta, mi ha pure rotto le scatole telefonato poco dopo per dirmelo non potendo aspettare di contattarmi su MSN…

Lo strano parallelo con King.
Alberello (che ringrazio per il link) mi ha ricordato che qui, nel caso Lippa-Manni, se fossero davvero (come pare l’unica soluzione ragionevole) una sola persona, ci sarebbe una bellissima citazione kinghiana! Ed entrambe adorano King!
Il caso Lara-Lippa si è “concluso”, seppure con effetti diversi, come quello King-Bachman: coi documenti per le royalties (nel nostro caso sotto forma di bollini SIAE):

Tra il 1977 e il 1984 ho pubblicato cinque romanzi sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. Erano Ossessione (1977), La lunga marcia (1979), Uscita per l’inferno (1981), L’uomo in fuga (1982) e L’occhio del male (1984). Due sono i motivi per cui alla lunga sono stato riconosciuto sotto il nome di Bachman: perché i primi quattro libri, tutti originariamente in edizione tascabile, erano dedicati a persone con cui avevo rapporti di vario genere e perché il mio vero nome compariva sui documenti riguardanti i diritti d’autore di uno dei romanzi. Ora mi si chiede perché l’ho fatto e pare che non riesca a trovare risposte molto soddisfacenti. Meno male che non ho assassinato nessuno, vero?

Ora immaginate i fan che per anni sarebbero andati avanti dicendo che no, Bachman non era King, come poteva avere tempo per scrivere con entrambi i nomi ecc… se lui non avesse confessato la cosa. Un po’ come accade ora, con la Lippa che non confessa.

Intanto su Wikipedia.
Loredana Lipperini, con il nick Lippa, è l’autrice della propria pagina su wikipedia, che custodisce e controlla fin dal 11 settembre 2006. Curiosamente, non si sa perché, un po’ come capitò all’epoca quando Falconi si fece la pagina da solo e venne eliminata, la Lippa è anche autrice della pagina di Lara Manni… che per mancanza di pubblicazioni, troppo poche, non è considerata sufficientemente enciclopedica ed è stata eliminata.

Eppure è tutto così strano.
Se Lara non è la Lippa, hanno tutti gli interessi a smentire perché qui si configura un REATO chiaro, secondo l’attuale orientamento della Cassazione:

La Corte di Cassazione (sent. n. 46674/2007) si riferisce dunque al reato previsto dall’art. 494 c.p., che punisce chiunque per ottenere un vantaggio per sé o per altri, ovvero danneggiare un terzo, attribuisce a sé o ad altri una falsa identità, o qualità alle quali la legge riconduce determinati effetti giuridici, inducendo la controparte in errore (si tratta della cosiddetta sostituzione di persona).

(Link)

Come confermatomi sia da Zwei che da altri due amici, uno avvocato da anni e l’altro solo laureato in legge, il caso è cristallino e il parere della Cassazione evidente.
Se fosse vero, se la Lippa è Lara Manni, allora l’inganno portato fino a questo punto è un REATO: nome reale falso, con età falsa e vari elementi falsi di background nel tempo, ma pochi, per dare credibilità; finto incontro testimoniato da GL; l’esempio di successo spontaneo nelle fyccine che diventa libro stampato; sfruttamento della credulità altrui per costruire un circolino parallelo di rimbalzo e rinforzo alle proprie idee; utilizzo del nome e del personaggio per vendere libri ingannando i lettori, peggio ancora farsi aiutare da Me -una consulenza- e da Gamberetta -valutazione e consigli- mentendo sulla propria identità per ottenere l’aiuto che difficilmente o mai sarebbe giunto alla Lipperini ecc…

E se invece la Lippa è Lara, il non ammettere la colpa è anch’esso ben spiegato dal REATO che così ammetterebbe di aver commesso, certamente a lei noto essendo una giornalista di un certo livello, non la prima arrivata. Una professionista con una lunga carriera alle spalle e trucchi da vendere (ma nonostante tutto l’anno scorso, come raccontato nella prima parte del post, l’ho fatta finire in trappola con il trucco più cliché del mondo, quello dell’arrendevolezza alla censura!).

È ragionevole dubitare che la Lipperini sia Lara Manni?
È possibile dubitare che Lara Manni e la Lipperini possano essere la stessa persona, come è possibile credere nelle fatine (cosa ragionevole, visto che esistono) o nella reincarnazione o nella capacità del popolo di votare il leader migliore. Ma non è un “ragionevole dubbio”, dati gli elementi forniti. Si può aver ragione, per pura fortuna, ma i fatti sono tutti contro l’idea che possano essere persone distinte.

Pensate a cosa è il “ragionevole dubbio”.
Se un tizio viene trovato mentre deturpa un edificio storico con un martello, chi può dire che sia “lui” che stia agendo e non un alter ego alieno che lo ha sostituito fino all’ultimo istante in cui, sorpreso, si è trovato con in mano un martello e davanti due poliziotti che gli ordinano di interrompere il vandalismo?
Possiamo provare che non esistano civiltà aliene in grado di effettuare lo scambio? Ovviamente no.
E forse le nostre carceri sono piene di innocenti “colti sul fatto”, ma ahimé per la legge degli umani questo non è considerato un “ragionevole dubbio”.
Forse la Lipperini non è Lara e forse gli alieni sfregiano i monumenti e poi danno la colpa agli altri.
Non mi stupirei di nessuna delle due possibilità…

E ora la domanda finale: “Perché?” Ecco la mia ipotesi.
Come con tutti i “nomi d’arte” lo scopo era di non trascinarsi dietro il peso della propria posizione di intellettuale/giornalista ecc… che sarebbe diventata “quella che scrive stronzatine sui manga” e derisa, per poter elevare la stima delle FF nel pubblico (senza rinunciare alle spintarelle degli amici per farlo, tutti i pipponi su FF e Arte e bla bla bla includendo come AMICA anche “se stessa” sotto forma di Lippa, ovvero giornalista seria, impegnata e femminista) e, una volta ottenuto un adeguato successo che la ponesse fuori da feroci critiche dannose, magari rivelare la propria identità dando così un ulteriore colpo a favore delle FF (stile: “Dopo 10 libri e 15 anni di successi, il prodigio del fantasy impegnato Lara Manni si scopre essere l’intellettuale Lipperini”).
Sogni di gloria demenziali uniti alla paura, legittima, di non potersi esporre perché in Italia il Fantasy viene abbinato ai deficienti.

L’editoria è piena di fake, incluse storie strappalacrime di vere persone mai esistite. E invenzioni varie su come Tal dei Tali è giunta a scrivere un dato libro ecc… spesso casi creati ad hoc, da svelare dopo la campagna di lancio del libro (si veda il caso Thomas Jay, marketing del peggiore tipo, fatto alle spalle dei tanti che davvero muoiono da innocente nelle carceri USA), ma qui andiamo ancora oltre, con un personaggio che ha comunicato attivamente per anni con la gente, magari come Lippa e come Lara assieme con la stessa persona, che ha chiesto e ottenuti visibilità e favori, inclusi quelli della cara amica Lipperini, che in realtà era sé stessa…

L’editoria è un mondo di cialtroni che considerano i lettori dei fessacchiotti e li imbottiscono di stupidate, dall’inizio alla fine, mentendo senza pudore.
Magari fossimo ancora ai bei tempi in cui l’unico elemento di “minore onestà” nei rapporti col lettore era avere un nome d’arte per un genere e uno per un altro. Stefano Di Marino aveva e ha un nome d’arte diverso per ogni gruppo di libri: Stephen Gunn per la serie “il professionista”, Xavier LeNormand per “Vlad”, Etienne Valmont per “Jasmine” ecc…
ma a quanto so non si è mai messo a fare una discussione in cui le sue 7-8 personalità diverse si appoggiavano e sostenevano tra loro! Figurarsi anni di citazioni e stima reciproca Lippa-Manni! E comunque qui, come ben chiarito, siamo oltre lo pseudonimo svelato, pratica normale e accettata: qui vi sarebbe un REATO ben preciso.

Io spero tanto che si avveri il miracolo e che siano tutte concidenze, per quanto improbabili, e che Lara non sia la Lippa. Lo dico perché la Lippa come giornalista era già disprezzabile (ho colto più di un commento di disprezzo verso di lei alla fiera della piccola editoria a Roma… come dire che non serve nemmeno volerne parlare, nel settore se capita per un articolo o per un altro motivo l’argomento Lipperini scattano anche le pernacchie) e nel condurre una campagna diffamatoria contro Massacri Fantasy degna del peggior schifo giornalistico denunciato da Barzini un secolo fa, ha solo dimostrato di essere ciò che già si sapeva fosse: la versione femminista degli ultimi anni di Striscia la Notizia, stessi meccanismi accusatori e di caccia alle streghe, o come dicono altri è un rigurgito di “berlusconismo”.
Se fosse anche Lara, non ci sarebbe nulla in più di cui godere.

Ma se Lara fosse davvero l’innocente e talentuosa autrice che, risucchiata in un vortice di amichetti e corruzione, è diventata la vipera ipocrita che era diventata (ricordate come tollerava, e quindi incoraggiava col silenzio, insulti contro i ragazzi di Massacri e Gamberetta o altri sul suo blog, per poi dire cose in stile “ma io volevo solo stare in pace, fuori da queste polemiche!!!” appena le parti offese osavano far notare la cosa), peggiorando anche nello stile e passando dal leggibile Esbat al trombon-filosofico-malscritto Sopdet (un po’ come Dimitri da Pan è passato ad Alice, e nel mezzo c’è solo l’amicizia e la stima reciproca con GL), allora sarebbe una prova ulteriore del meccanismo perverso e in sé malvagio dell’editoria tradizionale, che non solo non coltiva talenti ma li appiattisce, li stringe nella morsa dell’intellettualese, e infine li rigurgita sotto forma di Zombie Intellettualoide Standard che scrive porcate e non se ne rende conto.
Dopo Dimitri, poi tradito dai suoi stessi compagni di merende, avere anche Lara sarebbe il massimo.

Io spero tanto che Lara non sia la Lippa, che sia chiunque altro, non so, anche un muratore polacco qualsiasi, e che il bollino sia solo “la coincidenza più assurda della storia dell’editoria italiana”.

Che rapporti ho avuto con questi soggetti?
Sessuali no, no di certo, non che io ricordi. ^_^”"
Posso dire che GL era un mio fan, lo trovai prima su aNobii, che mi chiese l’amicizia, e poi scoprii che quel tizio era l’autore di Wunderkind. Leggeva il mio blog, gli stavo molto simpatico, avevamo alcune passioni in comune. Anche a me GL “fisico” stava simpatico, un po’ come mi sta simpatica anche Licia Troisi “fisica”. Per i motivi indicati anche da Gamberetta, speravo di essere di aiuto per migliorare lo stile di GL che prima accettò con discreto entusiasmo l’idea che gli dessi un parere sul suo libro, poi quando lo inviaii, e sottolineo che era un parere che esaltava il più possibile gli elementi positivi e calcava la mano il meno possibile su quelli troppo negativi, questi fu offeso dai “suggerimenti”, perché non potevo permettermi di parlargli di scrittura, perché non ero uno scrittore ecc… eppure avevo ben documentato le indicazioni, che all’epoca potevo dare con molta minore capacità di oggi, usando un paio di manuali che avevo letto.
Se mi devo pentire di una cosa, a parte il tempo perso, è stato dell’eccessiva generosità e gentilezza, per timore che potesse offendersi e chiudersi a riccio, nella speranza che apprendesse alcuni concetti tipici della scrittura per la Narrativa e li usasse nel libro successivo.

Ma GL fu chiaro: la scrittura è Arte in cui non esistono criteri oggettivi e, come ripeté più volte, tutta la storia dei manuali era solo un modo per speculare sugli aspiranti autori propinando idee sulla scrittura che vengono direttamente dal cinema di Hollywood.
Demenziale. E da parte di un laureato in lettere, con tanto di master (se ben ricordo), queste corbellerie sono roba da revoca immediata della laurea.

Mantenni a lungo rapporti sporadici con GL, via mail (il GL via mail è simile al GL fisico, forse giusto con una punta extra verso il GL Web, ma poco). Di norma lui punzecchiava me in un articolo, io poi punzecchiavo lui. Io stavo zitto e lui, quando recepiva, faceva un risata e mi segnalava che aveva colto il riferimento. Quando feci l’articolo sulle corazzate russe circolari gli piacque molto e si fece un bel facepalm alle spalle del progettista. Solo due volte ci fu un malinteso, quando sfottei pesantemente Negróre, ma GL pensò che l’avessi con lui… mi contattò, gli fornii i link di riferimento alla sfottò e si fece una risata quando capì tutto (detestava Negróre, moltissimo).
Poi, un po’ alla volta, la rottura (non sopportavo i continui attacchi e insulti verso un sacco di gente, questo mi rendeva impossibile mantenere il rapporto senza criticare GL quando capitava l’occasione), divenuta definitiva tempo dopo.

Con Lara Manni ebbi meno contatti. Qualche mail, soprattutto quando Dimitri, l’autore di Pan, diceva coglionate a tema eBook e Lara (che sosteneva gli eBook proprio come la Lipperini, ora questo è molto più facile da spiegare) ne voleva discutere.
Una piccola consulenza sulla scelta della pistola e del calibro per una vecchietta che spari contro un demone con indosso un kimono attraverso una comune porta in legno. Questo mi valse, a rapporti già rotti, ma non distrutti, la citazione nei ringraziamenti di Sopdet.

Il primissimo contatto fu indiretto.
Come sapete Lara chiese aiuto a Gamberetta per rattoppare il proprio primo romanzo, Esbat, e per avere supporto psicologico pre-pubblicazione in generale, e Gamberetta mi parlava in modo positivo di come poteva essere il romanzo se Lara lo avesse sistemato. All’inizio me ne fregai di Lara e del suo blog, ma Gamberetta mi convinse alla fine a dare una chance a Esbat.
Lessi Esbat, mi piacque, e feci una pseudo-recensione generalmente positiva. Su questo sito non faccio mai recensioni, al massimo commenti sparsi nei commenti o cose simili, per cui con quell’unico strappo alla regola posso dire di avere il 100% di “quasi recensioni” positive. ^_^

E con questo, seppure abbia ancora tanti aneddoti (di pubblico dominio) da raccontare su entrambi, come quando GL si cagò in mano trovandomi a sorpresa a commentare nel Sito Segreto del Progetto Segreto per una antologia Steampunk di soli amiketti per la (defunta) collana Epix di Mondadori, non ho altro da aggiungere su questi personaggi.

A parte una cosa.
Come dicevo spesso a Gamberetta e ad Angra e a tanti altri, vedendo nuovi romanzacci fantasy che abbassavano il minimo storico di un’ulteriore tacca, “in futuro ripenseremo con rimpianto all’autore X”. Qualcosa di simile con GL. Nella sua pagliaccesca serietà, con tutti i suoi amichetti e i suoi appoggi più o meno ininfluenti, GL era migliore e superiore ai suoi eredi attuali. Eredi che vengono dalla, ahimé, fogna indistinta delle primissime autopubblicazioni dell’era eBook. E io lo avevo detto, subito, già nel 2010: un giorno rimpiangeremo GL.
Gente come MillantMan e il suo amichetto. MillantMan perlomeno è placido, flemmatico, e questo attenua il fastidio della sua supponente ignoranza e la sua smania di dare lezioncine morali a gente che eticamente e intellettualmente sta chilometri sopra di lui (ricordate i commenti di pochi giorni fa). L’amichetto, che non posso nominare perché ha chiarito nel suo blog che denuncerà chiunque osi dire meno che bene di lui (non perché prenda sul serio la minaccia, ma perché è così ridicola da meritare che la rispetti), ha una boria e un’aggressività pari a quelle del GL dei tempi migliori. Ma senza nessuno degli aspetti positivi di GL: ha meno fantasia di lui, meno cultura, meno capacità di produrre ragionamenti un minimo interessanti (seppur sballati), una piattezza di fondo che stimola lo sbadiglio e scrive peggio.
Se mi ridate GL, ve li regalo entrambi.

Concorso: chi ha incontrato GL?
Narra in non più di 5000 battute, spazi inclusi, l’incontro tra GL e la fantomatica Lara Manni a Roma! Chi sarà stata… o stato? E GL lo sapeva prima o fu una sorpresa? Va bene una singola scena in stile slice of life, senza titolo: Mostrate, non Raccontate! Sbizzarritevi e lasciate la vostra storia nei commenti (conteggerò le battute del testo prima di approvare il commento col racconto, se il testo del racconto supera le 5000 lo censuro e vi avverto del problema). Non si vince niente, ma GL ci odierà tutti! ^_^

 

Il Vincitore del Concorso Steampunk

Scritto da il 27 nov 2011 | Categorie: Concorsi Letterari, Steampunk

Sono rimasto parecchi giorni in dubbio tra premiare L1L0 o Piloti e Nobiltà.
Sono racconti equivalenti come qualità dello stile e meriterebbero entrambi la vittoria.
Però sono molto diversi in altri aspetti (a partire dal Punto di Vista: profondo nel primo, ma con degli svantaggi insiti nel personaggio scelto; più distaccato nel secondo, meno filtrante), il che permette di scegliere adottando un criterio preciso.
La vittoria di uno sull’altro dipende quindi solo dalla scelta di quale aspetto privilegiare: originalità del protagonista o struttura narrativa.

Ho scelto di premiare la maggiore originalità nel protagonista di L1L0 nel mischiare l’umorismo ebraico con le leggi della robotica (nonostante la storia un po’ scontata e lineare, seppure il finale sollevi le sorti della narrazione infilando un po’ di dubbio) rispetto alla struttura narrativa molto superiore nella gestione dei conflitti e nell’economia degli elementi di Piloti e Nobiltà (ma con un personaggio più classico, ben fatto e apprezzabile, ma senza particolare originalità).

“The Huge Hunter or The Steam Man of the Prairies” di Edward S. Ellis (1868)
Aggiungete le tre leggi della robotica di Asimov e l’umorismo ebraico.
Fantascienza d’epoca più fantascienza successiva e spirito punk-cazzaro: steampunk!

E ora iniziano i lavori per l’antologia, sperando di poterla pubblicare per febbraio 2012.
Dei finalisti saranno sicuramente presenti L1L0, Piloti e Nobiltà e La Maschera di Bali. L’autore di Lunasil sta lavorando al nuovo finale ed è facile che questo racconto sarà presente.
Il Colosso di Colorado Springs è incerto: è ancora insipido e bisogna vedere se sarà possibile migliorare Tesla e costruire una storia migliore. Se migliorerà sarà nell’antologia.
Ho lasciato a Forlani, che si era ritirato dalla finale per problemi di tempo, la possibilità di fare la revisione per l’antologia verso Natale: se Photophantastes sarà abbastanza buono, ci sarà anche lui.

Dei fuori concorso sarà presente Caligo. Non lo avete ancora potuto leggere perché i fuori concorso non sono stati rilasciati e non avevano diritto al breve commento pubblico, a differenza di quelli in gara, ma sono sicuro che a molti piacerà.
Non ne ho trovato altri che avessero una stile abbastanza buono da pensare di poterli sistemare senza rifarli da zero oppure dotati di una storia così interessante da meritare una pesante riscrittura per tentare il salvataggio.

Uno degli ulteriori motivi di ritardo nella pubblicazione di questo post è che ho deciso di inviare una mail a ognuno degli autori fuori concorso: a parte due ridotte all’osso, tutte le altre contengono una manciata di brani del racconto con spiegazioni su cosa non va e su come risolverlo. Non ero tenuto a farlo, ma mi è sembrato giusto premiare lo sforzo dei partecipanti con un commento che li aiuti a migliorare la tecnica di scrittura.

In compenso ci sono due racconti ripescati tra quelli non arrivati in finale che potrebbero entrare nell’antologia. Mi sono già stati inviati in una nuova versione pochi giorni fa, devo solo leggerli e decidere. Forse nessuno dei due andrà bene, ma comunque sono due possibilità in più.

Infine sarà nell’antologia l’inedito dannunziano RabbiT, anche questo scritto da Forlani. Merita un posto come Speciale, senza dubbio. E ha il miglior uso dell’elemento conigliesco, migliore anche di L1L0.
In totale ci saranno quindi da un minimo di cinque racconti a una massimo di dieci.

Vi ricordo l’appello per la ricerca di illustratori per l’antologia, con un piccolo aggiornamento: L1L0 verrà illustrato dall’autore per cui, a meno di un cambio di idea improvviso, è già coperto.
Ringrazio Alan D’Amico, Francesco e Veronica che si sono offerti di illustrare i racconti bisognosi. Ringrazio anche tutti gli altri che si sono offerti. Se qualcun altro desidera offrire il proprio lavoro guarderò volentieri come disegna e nel caso lo contatterò in privato.
Lasciate un commento qui o mandatemi una mail.

Appena possibile fornirò ai disegnatori i racconti bisognosi, in uno stato di lavorazione più (finalisti) o meno (ripescati) avanzata. Se non ne dovesse piacere nessuno, o se quello che piace è stato assegnato, si può sempre ritirare la propria offerta! ^_^

 

Aggiornamento sul Concorso Steampunk

Scritto da il 01 nov 2011 | Categorie: Concorsi Letterari, Steampunk

Segnalazione di servizio per il concorso.
Tutti i finalisti hanno terminato l’editing per la finale. È stato un editing orientato a dare gli strumenti (e gli esempi sul testo) agli autori per valutare come sarebbero stati in grado di migliorare i propri racconti con un pochino di aiuto. Scusate i tempi un po’ lunghi, causati per la maggior parte dai miei impegni (l’editing è iniziato a metà agosto) e in parte minore da quelli degli autori.
I finalisti sono: La Maschera di Bali, L1L0, Piloti e Nobiltà e Il Colosso di Colorado Springs.

Due racconti sono stati ritirati dalla finale.
L’autore di Photophantastes ha avuto grossi problemi di tempo e non è riuscito a effettuare la revisione, piuttosto pesante nel suo caso perché prevedeva grosse parti di riscrittura per migliore la gestione del Punto di Vista. Senza revisione non poteva sperare di competere con gli altri. Se riuscirà a effettuare la revisione a fine anno e se verrà un buon lavoro, sarà incluso nell’antologia (in cui, in ogni caso, sarà presente l’inedito dannunziano).

L’autore di Lunasil (lo stesso di Piloti e Nobiltà) ha scelto di ritirare il racconto dalla finale perché, seppure molto migliorato con l’editing, era privo di un finale degno di nota che gli permettesse di gareggiare ad armi pari con gli altri. Mi piace Lunasil e so che è piaciuto anche ad alcuni di voi, già nella prima versione, per cui sarei molto contento di vederlo completato nel migliore dei modi (l’autore ha già un paio di idee) per l’antologia. Un piccolo commento di incoraggiamento per l’autore? ^_^

Un piccolo incoraggiamento!

I racconti finalisti non verranno pubblicati nella nuova versione per la finale. Servono solo a me per valutare a chi dare la vittoria. Ho intenzione comunque di passarli a un ristretto numero di lettori per vedere quali preferiscono, ricevere qualche critica e orientarmi meglio per la fase di editing ulteriore per l’antologia. Per ora vi dovete accontentare delle prime versioni consegnate per la gara. ^_^

L’antologia in eBook, gratuita, vorrei poterla completare per il primo trimestre 2012. Per farlo ho bisogno del vostro aiuto: mi piacerebbe che tutti i racconti avessero almeno una o due illustrazioni in bianco e nero. Se qualcuno di voi è interessato o conosce chi può essere interessato, passerò i racconti ai possibili illustratori dopo aver visionato uno o due disegni di esempio (basta il materiale su un account Deviantart, giusto per farmi un’idea). Naturalmente allo stesso modo in cui gli illustratori possono scegliere le opere, gli autori possono scegliere di non accettare o selezionare da soli il proprio illustratore in privato. Basta segnalarmi la cosa.

Al momento La Maschera di Bali e Il Colosso di Colorado Springs hanno già un illustratore scelto dall’autore. I racconti finalisti scoperti sono gli altri: L1L0 e Piloti e Nobiltà sicuramente avranno bisogno di illustrazioni, visto che saranno presenti nell’antologia, mentre per Photophantastes e Lunasil lo saprò in futuro, come detto prima.
Sì aggiungeranno alla lista i Fuori Concorso ed eventuali altri racconti ripescati per l’antologia, se dalla prima fase di editing mi sembreranno promettenti a sufficienza. Cercherò di fornire una lista affidabile il prima possibile. Sto lavorando alla cosa, abbiate pazienza. Sperando che gli autori siano ancora interessati.

Tutta l’antologia è gratuita: gratis il lavoro degli autori, gratis il mio editing, gratis la creazione dell’ePub, gratis per i lettori dovunque riuscirò a farla arrivare. Se qualche illustratore è interessato, dovrebbe lavorare a titolo gratuito. So che non è allettante visto che, al contrario degli autori, non potrà nemmeno ricevere l’editing come regalo… comunque il suo nome verrà indicato assieme a quello dell’autore del racconto (a tutti gli effetti sarà co-autore del “racconto illustrato”) e ci sarà un link al sito/pagina personale dell’illustratore. Nel caso si inserisca una biografia dell’autore, verrà inserita anche quella dell’illustratore.
So che non è molto e che non ripaga il lavoro fatto, ma così stanno le cose. Naturalmente se un autore volesse pagare un illustratore per il proprio racconto potrà farlo, certo.

La licenza Creative Commons delle singole illustrazioni, se richiesto, potrà essere diversa da quella dei racconti: si potrà mettere “Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate – Condividi allo stesso modo” al posto di “Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo“.

Cerco anche un illustratore per la copertina.
Colori o bianco e nero. Meglio se a colori, basta che si veda bene in scala di grigi su un tipico schermo E Ink in 600×800 pixel. Se non troverò nulla potrei finire per partorire un collage di vecchiume ottocentesco fuori copyright che vi farà rimpiangere lo schiacciasassi della prima raccolta! ^_^

L’annuncio per la ricerca degli illustratori verrà ripetuto a metà novembre, quando dichiarerò il vincitore del concorso.

 

Raccolta dei Racconti Steampunk

Scritto da il 06 apr 2011 | Categorie: Concorsi Letterari, Ebook, Libri, Scrittura, Steamfantasy, Steampunk

Ho deciso di pubblicare i racconti Steampunk “in gara” (non i fuori concorso) con licenza leggermente più restrittiva di quella indicata nel regolamento (che verrà invece applicata all’eventuale antologia) per garantire meglio i diritti degli autori sui testi. Mancano i racconti che sono stati ritirati e un racconto privo di appigli Steampunk (Mondi in guerra). Un altro racconto troppo poco Steampunk per il regolamento del concorso (Lowres) è stato lasciato: a qualche amante del cyberpunk potrebbe interessare.

Ci sono 30 racconti, per un totale di circa 1 milione di battute.
Non è ovviamente possibile, né utile nella maggior parte dei casi, effettuare un editing di tutti i testi. I più promettenti, quelli candidati alla vittoria e al possibile inserimento nell’eventuale antologia, hanno guadagnato il diritto a ricevere un editing soft per migliorarli un po’. Non è permesso riscriverli da zero cambiando troppe cose o mettendo nuove scene che stravolgano le storia originale: il vincitore tra i testi per l’antologia deve somigliare a ciò che è stato selezionato. Questo perché altrimenti tutti i racconti, rifacendoli completamente diversi (ovvero diventando altri racconti), potrebbero meritare la vittoria. I testi candidati alla vittoria sono quelli che mi è parso possibile rendere decenti con un editing poco invasivo o che l’autore saprebbe rendere decenti, a mio parere, con le giuste indicazioni (rifare una scena con un POV -Point of View, Punto di Vista- diverso, ad esempio), senza stravolgerne però la struttura o i contenuti.

L’immagine scelta per la copertina della raccolta,
modificata a partire dalla copertina di “Simplicissimus” del 15 settembre 1914

L’idea avanzata alcuni mesi fa di usare i racconti come base per parlare di scrittura ecc… è stata respinta. Invece di parlare degli errori più comuni sfruttando estratti dai racconti, preferisco pubblicare per intero i racconti e, come promesso successivamente, aggiungere un paio di righe di commento per ciascuno. Solo un paio, come premio e indicazione di cosa sistemare (tra la massa di cose) per l’autore. Ho un quaderno zeppo di appunti per ogni racconto, ma ne userò solo un percentuale infima (non posso scrivere 2000-5000 parole di spiegazioni per ognuno dei 30 racconti, bestie). Misteriosamente, durante la scrittura dell’articolo, il “paio di righe” si è gonfiato in modo allarmante… O_o

Se volete parlare di scrittura e trovare risposte ai vostri dubbi, avete tre ottimi articoli: Descrizioni, Dialoghi e Mostrare. Il ritorno di Gamberetta e l’arrivo del terzo articolo rende inutile cominciare una lunga, noiosa e inconcludente sequenza di spiegazioni articolate sugli errori in questa sede. Se non siete sicuri di una cosa e non avete voglia di studiare da soli i manuali perché siete pigri, da Gamberetta ci sono centinaia di commenti con inclusi esercizi di scrittura commentati. Potete trovare le risposte ai vostri dubbi lì.
Se proprio non riuscite a trovare risposta in quanto già scritto lì (cosa di cui dubito, a meno che non siate dei gonzi che non capiscono le risposte), provate a chiedere in quelle sedi.

Non fatemi domande su cose già spiegate negli articoli o nei commenti: è offensivo pretendere il tempo degli altri se per primi non si usa il proprio per leggere le spiegazioni già scritte. Fare domande per cui sono già presenti risposte non è diverso da dire “brutto stronzo, dai, scrivimi una roba, su, tanto non hai un cazzo da fare oggi, eh, stronzo?”. Chiamatevi stronzi da soli, se proprio ci tenete. ^_^

Se non siete disposti neppure a leggere lì le risposte, non sareste disposti a leggerle neppure da me per cui è inutile che le riscriva io. E comunque, ma è solo il mio parere personale, se uno non è disposto a faticare studiando per anni sui manuali per migliorare la propria scrittura, significa che non gli importa per davvero di diventare un bravo autore: inutile perderci tempo (a meno di non venire pagati la giusta tariffa). Ma è solo il mio parere.

Ho notato che alcuni errori più ricorrenti, errorini che chiunque potrebbe correggere con la semplice buona volontà (sovrabbondanza di aggettivi e di avverbi, ad esempio), fanno parte del bagaglio di errori tipici di cui parlavano già i primi due articoli di Gamberetta. Articoli che era stato indicato di studiare nel bando del concorso. E che era stato ripetuto più volte di studiare, nel corso degli aggiornamenti.
Questa mancanza di applicazione delle indicazioni di editing più basilari, quelle che non richiedono alcuna comprensione o riflessione complicata, ma solo buona volontà e ripetizione meccanica seguendo una “lista” delle cose da controllare, mi ha deluso molto. C’è chi ha cercato di competere con il romanzo Amon nella frequenza degli avverbi di modo: se era uno scherzo, non l’ho trovato divertente.

Ho messo i testi più interessanti tra i primi. Vi consiglio di leggere per intero perlomeno questi tre, che sono i più carini: Piloti e Nobiltà, L1L0 e Photophantastes e magari sfruttare i commenti per dire come vi sembrano. Altri possibili candidati alla vittoria sono Lunasil, Il Colosso di Colorado Springs e La Maschera di Bali.

Scarica la raccolta in ePub, Mobipocket e PDF:
Concorso Steampunk di Baionette Librerie (EPUB) Concorso Steampunk di Baionette Librerie (MOBI) Concorso Steampunk di Baionette Librerie (PDF)

Il PDF include una pagina con l’indice dei racconti. Mobipocket e ePub sono dotati di una comoda e moderna TOC, richiamabile con l’apposito comando del lettore di eBook (o visibile a sinistra, nell’apposita colonna, se usate il plugin per ePub di FireFox).

 


 

Oggetto d’Amore

Quella notte era particolarmente silenziosa e buia lungo Molino delle Armi.

Inizia senza un POV, con una frase inutile relativa all’irrilevante notte fuori al laboratorio. Subito, per gradire, un avverbio di modo che compete per il premio all’inutilità: che differenza c’è tra una notte silenziosa e una “particolarmente” silenziosa? E “particolarmente” rispetto a cosa? Già è strano che la notte di Milano, seppure nel 1842, sia silenziosa: quell’aggettivo rende già a sufficienza la particolarità di quella notte.

Arturo Telli sedeva al tavolo del suo laboratorio e lavorava con la concentrazione e l’abnegazione che sempre impiegava per perfezionare e inventare armi e oggetti meccanici. Arturo Telli perseguiva uno scopo, una vera e propria ossessione.

Continua col narratore, ma è meglio iniziare subito con il POV di Telli e rimanerci per tutto il racconto. Tutte le info inutili (come queste qua sopra), i commenti privi di qualsiasi valore fatti dal Narratore (Telli è “l’abile armaiolo”, ad esempio) ecc… ecc… vanno tagliati. La semplice regola di scegliere un POV e seguirlo, descrivendo ciò che fa e prova attraverso il suo filtro umano, risolve quasi tutti i problemi del testo.
Quel “suo laboratorio”, come anche i parenti “suoi macchinari” ecc… fanno sembrare il testo una brutta traduzione dall’inglese. Di chi sarebbero il laboratorio di Telli e i macchinari di Telli, se non di Telli? Inutile ribadire l’ovvio ogni volta sottolineando che sono proprio “suoi”.

«Prima di lasciarla andare voglio ricordarle che questa sarà l’ultima volta che le sarà concesso. [...] Non possiamo perderlo di nuovo».
Arturo Telli non si lasciò intimidire dall’autorità di quel personaggio: «Non sono d’accordo. Io non ho ancora raggiunto il mio scopo e i servigi che ho compiuto per lei rappresentano la mia garanzia sul fatto che sarò io, e solo io, a dire quando potrete arrestare lo sventratore. D’altronde, se siete dentro quell’uniforme ben confezionata e impreziosita da belle medaglie luccicanti, lo dovete solo a me [...]».

Mi pare evidente dalla risposta di Telli che non si sia fatto intimidire. Non ha senso precisare qualcosa prima di mostrarla. Questo errore avviene regolarmente in un certo romanzo horror per bambini e in altri esempi di narrativa italiana, fin troppo comuni, in cui l’editing è assente o affidato a incapaci.

Passando alla storia, i problemi non si riducono. Il fatto che sia un armaiolo, come tutto il dialogo iniziale, non ha alcuna rilevanza per la storia o per il finale che vorrebbe essere a sorpresa (ma è solo cliché). Lo sventratore è inutile, sembra messo solo per non far sembrare troppo cattivo Telli e per far credere, all’inizio (col dialogo), che il protagonista intenda combattere il crimine o qualcosa di simile. Il coniglio non ha alcun ruolo utile nella storia, ma almeno è presente: vincolo soddisfatto al minimo sindacale.

 
Bunny – Il cacciatore di taglie
L’inizio è un “meh”. Il POV è confuso e i dialoghi mi paiono poco credibili.
Un certo gusto per i “suo/suoi” inutili è presente anche qui, fin dalle prime righe:

il suo sigaro d’importazione Nibiana [...] Con i suoi occhi rotondi e scuri soffocati dalle pesanti palpebre

con in più un certo gusto per il doppio aggettivo (Babel disapprova).

Ecco il POV che oscilla:

[Il Barone] guardò con disappunto il suo contrabbandiere preferito. «O no?» chiese ironico sbuffando del fumo in faccia al suo interlocutore.

Bunny è visto con il POV del Barone, che lo definisce nella propria testa il “suo contrabbandiere preferito” e, poco dopo, “suo interlocutore”. E’ innaturale definire sé stessi tramite il modo in cui ci vedono gli altri: chiaramente qui siamo nel POV del Barone (anche se di sfuggita, grazie al Narratore Epilettico) e non nel POV di Bunny.
Eppure già dalla riga dopo:

Bunny non se ne curò, erano altre le preoccupazioni protagoniste dei suoi pensieri.
Prima fra tutte: portare al sicuro le sue chiappe pelose!

E qui è chiaro che siamo nel POV di Bunny (Narratore Epilettico o meno: in fondo non importa come ci siamo finiti).
Ahi, ahi, ahi. Saltellare da un cervello all’altro durante gli accapo è una pessima idea, quasi quanto saltellare nel pieno di una frase.

«Anzi» continuò Luna. «Sei tu che hai bisogno di me. O sbaglio? Dai, raccontami tutto!»
«Devo recuperare per il Barone una cassa. Dentro c’è una mecca per il piacere. Vado, pago e torno!» fu veloce e sintetico.

Come indicato per il racconto precedente, è meglio non sottolineare l’ovvio: che sia stato veloce e sintetico lo si è visto nella battuta di dialogo.

Passando alla storia, la situazione peggiora. Fino al momento in cui cominciano a dubitare della natura della Mecca (è un automa all’avanguardia o una bambina vera?) avevo speranza che si potesse aggiustare e selezionare per l’antologia. Correggendo i balzi di POV, tagliando la mole di info inutili (la spiegazione sui figli di nessuno, tra le altre) e cose così, si poteva cavare fuori un testo passabile. Il personaggio di Luna mi era piaciuto. Il problema è che la vicenda va avanti a coincidenze e Deus Ex Machina (l’amico cacciatore di taglie) pur di non affrontare la Vera Natura della storia (il conflitto interiore) e il tema della pedofilia.

Bunny parte bene, con un possibile conflitto interiore tra il dovere verso il Barone, condito dal bisogno di soldi, e il desiderio di non far del male a un innocente (Bunny è evidente che non è cattivo). L’intera storia doveva partire dalle conseguenze della scelta di Bunny di non consegnare la Mecca al cliente per timore che fosse davvero una bambina rapita venduta a un ricco pedofilo. Oppure dalle conseguenze dell’averla consegnata credendo fosse una Mecca, scoprire cosa era successo, e voler correggere l’errore. Un po’ in stile Han Solo, che prima non vuole combattere e desidera solo saldare il proprio debito con Jabba the Hutt, ma poi l’orgoglio lo porta a voler far rimangiare a Luke l’accusa di codardia per cui torna indietro e salva il culo ai Ribelli (conflitto interiore: desiderio di farsi i fatti propri contro reputazione di contrabbandiere coraggioso). Manca il conflitto nel protagonista e la storia diventa una sequenza di banalità.

 
Mammuth
Troppe info inutili. Il supertreno corazzato è carino, anche se non mi è chiaro come funzioni (ma tanto non importa: meglio un treno corazzato in più che uno in meno!), e sono una buona aggiunta anche gli esoscheletri. L’idea del cameratismo tra soldati che sono degli pseudo-sconosciuti e il fatto che Arkady facendo la spia ottenga il “rispetto” degli ufficiali (gente che ammazza a sangue freddo i propri soldati per una rissa in cui non c’è stato neanche il morto) sono delle scemate (e raccontate, per giunta).

[...] una piccola incomprensione tra scommettitori causò una discussione piuttosto animata.
L’uomo dai baffi a ferro di cavallo stava cercando di calmare le acque quando il calcio di un fucile lo colpì sulla nuca, sbattendolo a terra. Il fucile apparteneva ad un certo Nikanor Ostromirovsky, un ex detenuto con diverse accuse di aggressione aggravata a suo carico. Ferro, come Arkady aveva mentalmente soprannominato il milite dalla pelle olivastra, si rialzò e, con un balzo, fu addosso ad Ostromirovsky con la baionetta sguainata.
Uno sparo interruppe il combattimento.
Sulla porta si stagliava un gigantesco ufficiale in vena di ispezioni a sorpresa. Con la magnifica pistola riservata solo a militari d’un certo rango ancora stretta in pugno urlò: – Branco di cani! Cosa pensate di fare nei miei vagoni? Faide tra camerati? Inaccettabile!
- Veramente, signore… – cercò di giustificarsi Ferro.
- Silenzio soldato! Deve saltare fuori il responsabile di questo o dieci di voi, scelti a caso, saranno fucilati seduta stante, e, guarda caso, tu sei già stato sorteggiato!
Nessuno fiatò, erano tutti troppo impegnati a guardarsi attorno, lanciando qua e là occhiate di circostanza senza trovare il coraggio di guardare l’ufficiale in volto. Trascorse un interminabile minuto carico di tensione e lo spietato comandante di plotone sollevò il braccio armato verso Ferro e pose il dito sul grilletto.
- Ostromirovsky! – gridò Arkady – La responsabilità di tutto questo è di Ostromirovsky.
Maksimilian gli mise una mano sulla spalla: – Sei diventato matto? – sussurrò.
- Piccolo figlio di puttan… – una pallottola in fronte fece sbollire rapidamente l’attaccabrighe. Due attendenti entrarono nel vagone e diedero una pulita sommaria al pavimento, il corpo del giustiziato venne gettato dal treno con noncuranza.
Com’era immaginabile, quanto accaduto, non favorì certo un rapporto amichevole tra Arkady ed i compagni di viaggio.
Una delle regole mai scritte del cameratismo era: non fare la spia. Le circostanze particolari ed il fatto che l’azione del giovane fosse stata compiuta come un gesto di altruismo verso la truppa non importavano nulla a nessuno.

Seriamente: una banda di sconosciuti che si accoltellerebbero per futili motivi un giorno sì e l’altro pure, dovrebbe scegliere di sacrificarsi (in 10 poi!) per difendere il coglione del gruppo che ha cercato di spaccare il cranio di un compagno? Ma per davvero? Srsly? Ognun per sé: alla minaccia lo avrebbero consegnato subito, altro che sacrificarsi in 10 scelti a caso (di cui uno è Ferro che vuole sacrificarsi per salvare il tizio che ha cercato di sfondargli il cranio: LOL, nemmeno i Martiri del Cristianesimo…).
Meglio tagliare il raccontato, così si risolve anche il problema delle idee contestabili o ingenue (che a nessuno piacciano gli spioni è ovvio, non serve tirare in ballo il cameratismo).

Sistemando qua e là e tagliando le enormi quantità di infodump poteva anche diventare passabile per l’antologia, ma la storia non va bene (comincia col soldato Arkady e il fatto che debba andare a combattere in una guerra che sembra brutta, sporca e sovraccarica di propaganda, ma poi tutto quello che muove la storia è la vicenda della cacciatrice Victoria che però è avvenuta tutta in background e nel racconto c’è solo il finale) e l’elemento conigliesco è tirato per le orecchie e insufficiente. Peccato.

Una piccola chicca liciana, degna di Nihal che piange “perché è triste”:

Arkady si voltò verso Vic Halloran, che si tolse il casco mostrando il suo volto.
Lunghe ciocche di capelli rosso acceso scivolarono lungo le spalle del cacciatore, incorniciando un volto candido dal quale scintillavano due splendidi occhi verdi. La sua bocca era morbida e carnosa ed il naso sottile e lievemente alla francese. Era decisamente bellissima.

“Era decisamente bellissima”: sì, perché se no non lo capivamo da soli. ^_^

Grazie per la precisazione. Srsly.

 
Bumblebee
Infodump a piacere e commenti inutili come se piovesse, inclusa la spiegazione sugli Aviar di cui né il testo né i lettori hanno alcun bisogno. Il nobile che fa il portapacchi è una stupidata. La bambina drogata è una buona idea, ma andava calcata la mano sui lati pedofili della faccenda, che invece non vengono nemmeno accennati. Tra i commenti inutili ci sono cose come:

Edy intanto con grande agilità si era arrampicata fuori dall’abitacolo e con il telo piegato sotto il braccio avanzava verso la coda dell’aviar.

Quel “con grande agilità” è un commento inutile: arrampicarsi fuori dall’abitacolo di un aereo in volo per raggiungerne la coda credo che faccia intuire a sufficienza la “grande agilità” al lettore.

L’elemento conigliesco è veramente minimo, ma è già meglio delle semplici ghette viste sopra. Il racconto non è terribile, si può sistemare, ma l’idea finale dell’anomalia sembra messa lì “tanto per”, buttata per arricchire il finale, e non ha un reale legame con il resto della storia (non uno utile e percepibile nel corso della storia, prima della rivelazione stessa). Devo pensare se può valer la pena vedere se l’autore può migliorarla ancora o se è una perdita di tempo.

 
L’ultimo caso di O’Mallory
La prima riga parte male:

Seduto davanti a lui, in un magnifico completo rosso e bianco, il vecchio Conte di Norfolk aspettava paziente, con un’espressione tranquilla sul viso rugoso.

“A lui” chi? Si capisce che si riferisce al POV, ma noi non sappiamo ancora un accidenti di chi sia il POV! È meglio riordinare le frasi iniziali e presentare prima O’Mallory, che appare proprio nella frase successiva, e poi il tizio sottoposto all’interrogatorio. Oppure tagliare direttamente il “Seduto davanti a lui” e tenere solo la descrizione del Conte (pure questa da aggiustare, comunque).

La sirena che al quinto livello, senza oblò, segnalava l’alba, trovò Sean bocconi sul pavimento della sua cabina.

Frase un po’ goffa. Sembra che la sirena sia senza oblò (fisicamente), invece è il quinto piano ad esserlo e la sirena (in mancanza di luce) indica l’alba. Meglio tagliarla del tutto e concentrarsi, come sempre, su come il POV filtra la realtà che lo circonda. Non uscire dal personaggio. Non bisogna dire che la sirena trova Sean: Sean è il protagonista, non la sirena, per cui è meglio che Sean senta la sirena e non che la sirena trovi lui.

Quando al mattino il frastuono della sveglia ci obbliga ad alzarci, sentiamo l’allarme che ci scassa le palle oppure percepiamo che “l’allarme della sveglia ci ha trovati addormentati”?
La risposta è sempre nel filtro applicato alla realtà dal POV (quel filtro per cui uno “sporco straccione negro”, dal mio punto di vista, è invece un “immigrato svantaggiato dalla società capitalista” per un altro individuo… e in realtà è un nero italiano da tre generazioni, avvocato di successo, con un look trasandato e jeans stracciati di marca per seguire la moda) e nel modo in cui funzionano i cinque sensi.

La sera prima, tornato in cabina, aveva finito una prima bottiglia [...]

Tagliare la sequenza di ricordi o, meglio, di bisogno dell’autore di inserire riferimenti di background. Non servono. Concentrati sul qui e ora: è un racconto, hai poco spazio e non puoi permetterti pessime trovate che sarebbero tollerabili (a malapena) in un romanzo. Non sprecare le parole: pensa ai bambini in Africa che non le hanno!

Tutto ciò che aveva era stato venduto o impegnato [...]

Ancora col background? Taglia. Se l’ambiente in cui vive è miserabile, basta che lo descrivi per quel che è. Sapere che una volta non faceva così schifo non lo rende ORA più miserabile. Applica il POV: qui e ora, senza seghe o informazioni inutili.

Il finale con l’incidente simulato è carino. In fondo non mi è dispiaciuto troppo perché, se ricordo bene, si vedeva che era facile da aggiustare. Come nel caso precedente: devo rileggerlo ancora (passato un po’ di tempo dall’ultima rilettura) e pensarci su qualche giorno prima di contattare l’autore per fare un tentativo.

 
Il Lunasil
Questo era un racconto che mi aveva fatto ben sperare per la scorrevolezza e i protagonisti simpatici, vivi. Il finale è il problema più grosso: non sembra un vero finale, non ci sono davvero conseguenze dopo la risoluzione del conflitto principale (il casino col Lunasil). Il racconto parte, va avanti gagliardo a testa alta, poi barcolla un po’ e alla fine si ammoscia come il pisello di un vecchio. Questo è un grosso problema.

Ci sono da fare parecchie piccole correzioni nelle frasi, fin dall’incipit, ma niente di drammatico. Ad esempio, una tra le tantissime, qui:

«Vai da quella parte,» indicò Galeazzo a un certo punto.

“A un certo punto” va tagliato: Galeazzo sta indicando in quel momento, non serve dirlo che sta accadendo proprio adesso nel tempo della storia invece che domattina o tre giorni fa. E “indicò”, così senza dire come, è poco visivo: indica con l’indice o con un cenno del mento? Immagino con l’indice. Oppure usa il Carcano ’49, puntandolo con un braccio solo come se fosse un bastone?
Forse è meglio rifare la frase mettendo prima Galeazzo che indica nel punto esatto e poi l’ordine.

Di fianco a lui, Galeazzo era salito in piedi sul sedile, in equilibrio assai precario, e scrutava la selva in cerca del Lunasil, con il Carcano ’49 appoggiato alla spalla e pronto al fuoco.

Anche qui manca la precisione descrittiva. “Equilibrio assai precario” non significa molto, non è nulla di visivo. È commento del Narratore o del POV su un qualcosa di visivamente concreto. Leggendolo il lettore immagina qualcosa (io lo immagino che ondeggia e sbatte le braccia per riprendere l’equilibrio), ma tu non gli hai detto cosa immaginare: eppure il compito del narratore è proprio fare questo lavoro, senza delegare tutto al lettore!
Galeazzo oscilla o barcolla, sta per cadere giù, ma pianta una mano sulla carrozzeria e si rimette in piedi? Inventa qualcosa e l’immagine di precarietà sarà più vivida per il lettore che non dovrà più inventarsi qualcosa da solo per completare il riquadro bianco lasciato nei fotogrammi della scena.

Una nota sulle armi, valida anche per Bunny e per altri racconti: i nomi delle armi vanno usati il meno possibile e spesso sono inutili. In questo caso viene ripetuto ossessivamente “Carcano ’49″, il nome del fucile a raggi della fanteria italiana. Come nel caso del Beretta BM59 o del Carcano M1891 o del Beretta AR 70/90, nella mente dei personaggi deve diventare solo “il fucile” dopo la prima presentazione atta a renderlo più riconoscibile al lettore (sempre che il POV permetta il riconoscimento: questo è un problema che il cinema, e la terza persona oggettiva cinematografica, non hanno). Nel caso del Beretta BM59 è accettabile che qualcuno lo pensi come “il FAL”, visto che era un nome molto usato (era indicato ufficialmente come FAL BM59 -fucile automatico leggero BM59- che è più semplice contrarre in FAL).

 
Piloti e Nobiltà
Questo è uno dei racconti che ho trovato più interessanti. La storia è coerente, chiusa, con un buon finale e non spreca elementi: tutti i dettagli sono inseriti in funzione dell’economia del racconto. Solo ciò che serve, con pochissimi sprechi (di natura stilistica). Il primo conflitto, il fastidio causato dagli ospiti alla pilota, si allarga poi diventando il vero conflitto (il problema grosso da risolvere) e la soluzione trovata permetterà alla pilota di prendersi la rivincita sugli ospiti che le stanno sulle palle. La risoluzione del problema principale porta alla risoluzione dei problemi secondari.
Tra tutti è quello che ha maggiormente la struttura di un vero racconto (anche più di L1L0, altro racconto che ho apprezzato), senza sembrare un mix di scene a caso oppure un concept per un romanzo oppure un riassuntone.

Dei problemi del testo parlerò con l’autore e non c’è niente di così scandaloso da meritare apposita segnalazione qui. Errori banali come i “suoi” di troppo e cose così.

 
Il Colosso di Colorado Springs

La mente di Nikola Tesla sondava lo spazio. Grazie al Teslascopio l’Io si espandeva nell’etere veloce come il pensiero. Marte, Giove, Saturno. Nikola superò senza fatica il sistema solare e si addentrò nelle profondità galattiche. Mentre avanzava, controllò ogni centimetro cubo con l’occhio della mente.

Le prime righe sono il cosiddetto background (es: visione fuori pov, un uomo e una donna al tavolo di un ristorante). Il vantaggio del background è che imposta la scena, lo svantaggio è che è fuori POV. Non sei dentro la testa di qualcuno e non stai filtrando il mondo con la sua testa. Che si faccia background con una terza persona cinematografica o con uno squallido narratore, il problema rimane. Qui sarebbe meglio partire subito dal POV di Tesla che usa il Teslascopio (senza bisogno di dargli un nome, lo sta già usando) per abbracciare con la mente l’universo. Si può mostrare come se fosse una proiezioni astrale in cui Tesla si concentra sui singoli pianeti, in cerca di informazioni. Si può farlo immergere sotto le nubi di acido solforico di Venere, nelle grotte lunari abitate da Seleniti e poi dritto nell’Angustus Labyrinthus di Marte (mostrando industrie estrattive?) e più in là fino alla “Città Inca”, scoperta da Tesla molto prima che lo facesse il Mariner 9 (una cupola protettiva sotto cui si trova un centro industriale marziano a mappa quadrata). Questo renderebbe più visivo il suo controllo, facendolo concentrare su punti di interesse nella mole di stimoli che riceve “espandendo l’Io” nel sistema solare

Il Teslascopio raggiunse il proprio limite

Anche qui puoi mostrare cosa succede, senza riassumerlo extra-POV. Tesla spinge per abbracciare fette di spazio sempre più grandi oltre il sistema solare, arriva a Boh, cerca di imporre la propria volontà per sfruttare al massimo le capacità della macchina di far espandere l’Io, gioca coi comandi (ti inventi qualche manopola di qualche valore), e alla fine rinuncia.

Il cratere straripava di conigli: sembravano quasi incollati gli uni agli altri.

Tra “sembravano quasi incollati” e “sembravano incollati” non vedo differenza nell’immagine: tagliare il “quasi”. Meglio ancora rifare la frase senza i due punti: “Il cratere straripava di conigli, appiccicati gli uni agli altri.”. Meglio ancora dire “Il cratere straripava di conigli” e poi mostrare le zampette e i musetti coi nasini tremanti che spingono e si fanno strada tra i corpi, un mare ribollente di orecchiuta pelosità che diventa una creatura sola (e poi appare la mano fatta di conigli).

Le antenne all’esterno del Colosso inviarono i segnali al Teslascopio II che li rielaborò e l’immagine ricostruita dell’hangar apparve davanti all’occhio della mente di Nikola.

È meglio ridurre a zero le spiegazioni. Non dire in che modo Tesla riceve le immagini, mostrale soltanto. Non uscire dal POV di Tesla. Quando navighi su internet vedi il funzionamento dei nodi della rete, i pacchetti che viaggiano, i DNS e il protocollo HTTP al lavoro? No, vedi solo il risultato. E così Tesla. Se Tesla avrà mai bisogno per motivi INTERNI alla storia di riflettere sul funzionamento delle cose, lo farai riflettere e lo mostrerai al lavoro con dettagli concreti (non spiegazioni generiche). Se non c’è bisogno di loro significa che sono spiegazioni inutili per la storia e quello che è inutile per la storia, come la millenaria Scuola di Hokuto Arte Retorica ha tramandato ai suoi discepoli, va cancellato.

Nell’insieme si fa leggere. Frasi brevi. Molti dialoghi. Non mi dispiace e si può migliorare senza dover impazzire. Bell’uso del coniglio. Facendo un controllo al volo ora noto un genocidio degli avverbi in “-mente” a cui non avevo badato prima (ulteriore prova che la loro presenza si fa sentire in modo sgradevole, mentre la loro assenza non disturba per nulla): zero avverbi presenti, una pulizia etnica degna di Gabriel García Márquez che si vantava, nemmeno fosse un bambino di cinque anni che ha acchiappato una lucertola, di aver scritto tutto L’Amore ai Tempi del Colera senza metterne nemmeno uno. Garcia però poteva pure trovarsi un hobby più intelligente, eh…

 
La Maschera di Bali

Abigail afferrò la maniglia, entrò e si tolse la benda dagli occhi. La descrizione delle stanza coincideva con la previsione, ma il soldato nella gabbia aveva al massimo venticinque anni.
Ed era biondo.
Anche stavolta ho sbagliato qualcosa.

“La descrizione delle stanza coincideva con la previsione, ma” si può tagliare. Descrivere direttamente le due differenze rispetto alla visione e sottolineare l’errore col pensiero in corsivo è sufficiente. Viene da sé che il resto dell’immagine fosse esatto.

Come detto prima, i nomi delle armi vanno ridotti al minimo: “Perkins W4″ ogni volta disturba la lettura, ha un suono strano (quel “W4″). Le armi sono una bella cosa, ma spesso i loro nomi non possono avere molto spazio nella narrativa. Spiacente.

In italiano esiste “iarde”. Non c’è bisogno di usare “yard” in inglese. Ecco un’applicazione sportiva, per le olimpiadi del 1904. Non c’entra con la narrativa, ma per chi vuole un po’ di sano Lulz del XIX Secolo, leggete il paragrafo sulle giornate antropologiche della Terza Olimpiade moderna.

Nell’insieme non è male. Va sistemato, per forza, ma ci si può lavorare e non vedo motivi per non fare un tentativo. L’inizio con la previsione scorretta e il finale con la previsione scorretta danno una struttura narrativa chiusa alla vicenda. È un racconto per davvero, insomma.
Non c’entra niente con il racconto, né le ho caricate sul lettore quando l’ho letto (però le ho inserite nella raccolta), ma complimenti all’autore delle due tavole. Mi sono piaciute e sullo schermo del Cybook, impostando prima a 800px la loro altezza, si vedevano benissimo in tutti i dettagli. Molto meglio queste illustrazione della grafica al computer di una certa raccolta di racconti Steampunk appena uscita (di cui ho comprato il PDF: 7,50 euro per una smitragliata di facepalm e molte delle immagini non mi sono piaciute nemmeno un po’).

Le due illustrazioni di The Sparker

 
Photophantastes
L’incipit è tremendo. Narratore (non è visione cinematografica, ci sono commenti come “allegro starnazzare” e “tanto più assordante nella quiete notturna” che non hanno a che fare con l’oggettiva trasposizione degli eventi) “tanto per” e scena che, rifatta col POV di uno dei due studenti, sarebbe molto migliore. Si può ridurre il background per impostare la scena a una sola riga: “La Cugnot 799 filò a gran vapore dal Merton a Christ Church”. Poi si passa ai due studenti che suonano i clacson, ridono, bevono e sbeffeggiano i poliziotti e i poveracci che gridano in risposta ogni sorta di maledizione.

Ad esempio:

L’ordinamento universitario mai aggiornato dal medioevo vietava agli studenti di scorrazzare per Oxford a cavallo, in carrozza o qualsiasi altro tiro: ma i moderni veicoli aggiravano quelle norme.

Questa è una spiegazione inutile. Può diventare un dettaglio concreto se uno dei due si sporge dal veicolo e grida verso un vecchio che li ha minacciati di denunciarli al Rettore: “Non è una carrozza coi cavalli: non stiamo violando le leggi dell’Università!”. O qualcosa di simile. Sempre che uno ne senta davvero il bisogno (e non mi pare che serva, se non per far capire che i due protagonisti sono scapestrati, furbi e disposti a violare le regole -anche quando nei fatti e non nella forma-, ma questo si capisce lo stesso senza citare il regolamento di Oxford).

Nella scena in cui Robert e Charles si inseguono, la notte del 31 maggio, il POV salta senza motivo, preda del Narratore Epilettico. Qui, ad esempio:

Robert proseguiva la sua corsa sui tetti, e via via che avanzava e balzava acquisiva più equilibrio e sicurezza. Fin qui tutto bene. Non era il caso di testare le granate, ma decise di provare qualche rabbitrampino. Si calò nel giardino a arpionare qualche albero.
Dodsgon più inseguiva quell’essere più gli sembrava che nel suo portamento, nel suo modo di muoversi, nelle membra per la parte umana ci fosse qualcosa di stranamente familiare.

È meglio scegliere un solo POV e rimanerci dentro. Charles (Dodsgon) è il più adatto dei due.

Il racconto mi è piaciuto e si può (si deve) sistemare. L’uso del coniglio è accettabile (non è eccellente come in RabbiT, ma è buono), la presenza degli esseri fatati nei campi è un’ottima idea e lo spirito dell’opera è quello gonzo-historical, allegro e cazzone, dello Steampunk della prima generazione. Una cosa che considero in modo molto positivo.

 
RabbiT
Senza parole. Lo stile è tremendo, ma è fatto apposta per dare la sensazione di un’opera inedita di D’Annunzio, per cui ha un suo perché (il che non lo rende meno cattivo né lo giustifica, ma perlomeno ne spiega il motivo).
La storia in sé invece è ottima. L’elemento conigliesco è PERFETTO (non metto spoiler, leggetevelo) e l’ambientazione mostra sufficienti elementi retrofuturistici di contorno. Ho apprezzato in particolare i motobipedi dei poliziotti e la difesa elettromagnetica di Vienna che fa molto “Tesla è tornato a casa per tempo”, lol. I riferimenti storici sono tutti buoni.

Un racconto in puro stile Steampunk della prima generazione. Con questo stile non può competere per la vittoria, ma merita un posto come “Speciale” nell’eventuale antologia.

 
Il Coniglio sulla Luna
Il paragrafetto iniziale di impostazione si può tagliare:

Il cielo era terso quella tarda sera primaverile. Mancavano delle ore alla mezzanotte, ma la sagoma del Coniglio s’intravedeva già sul disco tenue della luna nascente.

Non imposta un bel nulla e la sua assenza non cambia niente. Tagliare. O ridurre, perlomeno cancellando “Il cielo era terso quella tarda sera primaverile” (“quella sera”? Quella rispetto a cosa? Quella per chi?) e lasciando solo “Mancavano ore alla mezzanotte, ma la sagoma del Coniglio s’intravedeva già sulla luna nascente.”. Però è una frase di somma inutilità per cui va cancellata. Punto.

Il testo soffre fin dall’incipit per il POV inesistente, forse rapito dal Narratore Epilettico e seppellito in un pozzo.

Le frasi lunghe è meglio spezzarle:

Ashwini entrò nel laboratorio strappandosi dal viso i peli posticci, franò su una sedia e si slacciò gli anfibi, i cui grossi speroni avevano già sbrindellato il fondo dell’ultimo paio di calzoni rimasti.

Può diventare:

Ashwini entrò nel laboratorio strappandosi dal viso i peli posticci, franò su una sedia e si slacciò gli anfibi. I grossi speroni avevano già sbrindellato il fondo dell’ultimo paio di calzoni rimasti.

Il risultato è anche più visivo e coerente se, come sembra, il POV deve essere quello di Ashwini: leva gli anfibi e si accorge che hanno già sbrindellato i pantaloni. Chi altri dovrebbe badare a un dettaglio simile, pensando pure che quelli sono proprio gli ultimi calzoni rimasti?
L’idillio del POV coerente dura poco e il Narratore cade preda della prima crisi:

“Ash” chiamò Dhaval, che ricevette in risposta un sacchetto, preso al volo prima che si schiantasse sul suo naso largo.

“Ricevette in risposta” sposta il POV su Dhaval (Ash dal proprio punto di vista gli ha tirato il sacchetto, Dhaval dal suo punto di vista ha ricevuto in risposta il sacchetto), ma il “suo naso largo” (“suo”, “di lui”, di un esterno al POV che osserva -che altrimenti sarebbe il “proprio naso” o meglio ancora “gli si schiantasse sul naso”, senza riferimenti alla proprietà-) con tanto di constatazione della larghezza informa che il POV è di Ash. O meglio: il POV è in mano al Narratore, crollato al suolo, con la bava alla bocca, in piena crisi epilettica.
E il POV infatti supera la rete, rimbalza e viene respinto di nuovo a Dhaval:

“Il meglio che sono riuscita a trovare” gli disse Ashwini alzandosi.

“Gli disse”, ovvero disse a lui, al POV Dhaval, altrimenti se il POV fosse Ash sarebbe un semplice “disse Ashwini, alzandosi”. Ah, ovviamente questa passione per i gerundi, come la passione in altri testi per l’ablativo assoluto, è una pessima scelta narrativa. Difficilmente si fanno davvero le cose in simultanea (Ash si alza piano apposta per far durare “l’alzandosi” per tutta la frase detta?).
Visto che il narratore può scegliere come immaginare le scene, è meglio piantarla di far fare sempre qualcos’altro ai personaggi mentre parlano: possono alzarsi e poi dire la battuta, o il contrario, senza bisogno di sovrapporre le cose per il gusto masochista di peggiore la propria scrittura.

Si era praticamente spogliata, rimanendo in sottoveste bianca stretta in vita dal corsetto allentato, e gli anfibi aperti sciaguattavano ad ogni passo.

Qui potremmo essere nel POV di Ash oppure no, ma l’immagine esterna e il “praticamente spogliata” suggeriscono che il POV sia quello dichiarato poco fa, ovvero quello di Dhaval. Sottolineare che essere rimasta con addosso solo la sottoveste e il corsetto allentato equivalga a essersi “spogliata” è inutile: lo possiamo intuire da soli che le brave ragazze non girano di regola senza pantaloni (li ha levati e poi ha rimesso gli anfibi slacciati). Volendo si poteva aumentare la qualità della scena facendola parlare e lanciare il sacchetto mentre si spogliava, tenendo il POV su di lei.

Giunta di fronte a Dhaval questi alzò un panno umido per pulirle i resti di adesivo dalla faccia, mentre con l’altra mano reggeva l’involucro che si agitava.
Il panno scivolò dal viso al collo alla curva dei seni.
Ashwini a quel punto si allontanò senza parlare, abbracciando con lo sguardo la macchina dietro di loro.

Uhm. Prima Ashwini e Dhaval sono uno di fronte all’altro, poi Ashwini si allontana. Ora ci sono tre possibilità: tira dritto e supera Dhaval, che per qualche misterioso motivo non si volta; supera Dhaval e Dhaval si volta per seguirla con gli occhi; si gira e torna indietro (e Dhaval è già orientato in quella direzione e le guarda le spalle).
In che modo Ashwini può guardare una macchina che si trova, mentre la guarda, simultaneamente alle spalle sia sue che di Dhaval? Come si fa ad abbracciare con lo sguardo un oggetto posto dietro i propri occhi? Non sta buttando uno sguardo dietro le spalle, con la macchina che è sia dietro Dhaval che dietro di lei: sta “abbracciando con lo sguardo”. Sta usando il pieno campo visivo. Forse ha il collo spezzato e la testa si è girata di 180 gradi… ^_^”"

Il racconto è brutto, pieno di salti di POV, sia legittimi (ma di pessima scelta) che sbagliati. Un altro esempio di Narratore in crisi epilettica:

Qualcuno bussò e Lord Withrow, colto di sorpresa, tracciò con la piuma uno sfregio sulla carta.
“Avanti.”
Lord MacLean entrò richiudendosi rapido l’uscio alle spalle.
“Dov’è?” chiese Withrow, la voce simile alla lama affilata d’un rasoio.
[...]
Lord MacLean s’inchinò senza replicare, maledicendo in cuor suo l’animo superstizioso della regina.

Prima il POV è su Withrow, poi sbanda un attimo su MacLean (“chiese Withrow, la voce simile alla lama affilata d’un rasoio.”) e alla fine, convulsioni e schiuma alla bocca per l’amato Narratore, ci troviamo sbalzati proprio nella testa di MacLean.

Gli avverbi di modo ci fanno ciao, come le caprette di Heidi, talvolta da soli e talvolta in gruppo:

Normalmente usava la sua voce ruvida solo se strettamente indispensabile.

Scartato. Grazie per aver partecipato.

 
Fil Rabbit
Un testo che parte male, ma quanto meno ha la coerenza di confermare le aspettative. Si inizia con un italianissimo:

Nella zona est della città giace un laboratorio segreto che sembra situato alle soglie dell’inferno.

Descriverlo un po’ proprio no, eh? Appiccicare solo un’etichetta Chiquita (segreto) che non significa una ceppa non è un po’ poco?
Poi prosegue con:

Un uomo opera nell’ossessione più profonda alla ricerca della felicità assoluta.

Forse è colpa dei miei studi Gielleschi arrugginiti, ma non mi pare che nemmeno il Sommo Water sia mai giunto a un simile livello d’Arte.

“Mi senti?” Sussurra una voce roca e baritonale nell’orecchio di Aldo, un uomo di circa mezza età legato e imbavagliato su una grossa tavola di legno. Una potente lampada appesa a un timpano d’ottone dorato riflette un bagliore accecante negli occhi dell’uomo. La sua vista è già molto affaticata per l’alta concentrazione di fumo che padroneggia nel salone. L’uomo ha soltanto una canottiera e un paio di mutande. I suoi vestiti sono ammassati in un grosso secchio di latta poco distante dalla grande asse.
Si sentono dei rumori striduli, un ingranaggio che gira molto lentamente emette quelle vibrazioni sinistre e ridondanti che aumentano di secondo in secondo. È una grossa ventola che acquista sempre più velocità, è situata sotto la tavola e il signor Aldo percepisce dei piccoli spifferi d’aria gelata provenire dalle crepe del legno.

Aldo è il POV, o almeno avrebbe l’intenzione di esserlo, ma si vede come un Narratore esterno che lo descrive. Curioso. Mi domando quanti autori vivono nella perenne condizione di avere una proiezione astrale di sé stessi che li osserva, generando quella combinazione POV/non-POV/Narratore che piace tanto. Sovrannaturale.
Chiamiamo un parapsicologo.

Come detto all’inizio, il testo dopo non migliora. Tra aggettivi (“oscure ed enormi lenti nere”) ed avverbi di modo a piacere (“due grosse siringhe posizionate in maniera perfettamente parallela”: evidentemente si può essere ancora più che paralleli!), ho smesso di prendere appunti a metà racconto. E la mano già faceva male.
Voglio giusto sottolineare un intervento narrativo dell’U.C.A.S., Ufficio Complicazione Affari Semplici, a cui temo sia stata delegata la revisione del racconto:

La sua vista è già molto affaticata per l’alta concentrazione di fumo che padroneggia nel salone.

Che prima dell’intervento dell’Ufficio credo fosse così:

Il fumo che invade il salone gli fa bruciare gli occhi.

O qualcosa di simile, magari mettendo prima il fumo e poi Aldo che vede a fatica tra le lacrime.

Da manuale anche il classico Dialogo Sui Massimi Puntini:

“Sono… sono molto fortunato… ho una bellissima moglie e… dei bellissimi figli… perché io…” Aldo scandisce le parole a scatti a causa del liquido che sale sempre più velocemente diramandosi nel tessuto cerebrale.
“Io… sono un uomo importante… ho tante donne, tanti soldi… io sono ricco… ricco… dio… sono un dio… sono una luce… sono quella luceeeee…”

Il Valhalla della Narrativa ha ricevuto scorte di puntini per i prossimi duemila anni, grazie al solerte invio di generazioni di principianti. Si consiglia la prossima volta di inviare scatole di barrette Mars (P.S. Dick ha chiesto un vibratore nuovo visto che Heinlein non gli ha più restituito il suo).

 
L’incontro
Prima frase:

In un grigio cielo, avvolto da pesanti e scure nubi, si muoveva un’aeronave rosso sangue.

Grigio. Pesanti. Scure. Rosso.
Quattro aggettivi per sedici parole, inclusi articoli, congiunzioni e preposizioni: aggettivazione al 25%.
Aggettivi inutili: o tieni il cielo grigio (perché ovviamente ci sono le nubi) o dici che ci sono le nubi scure (e difficilmente sembreranno meno che pesanti, se sono scure e cariche d’acqua). Una minzione menzione speciale per l’aeronave “rosso sangue”: deve esserci voluto parecchio per trovare un modo di definire il rosso così innovativo e originale. Ti darei la mano, ma ho appena pisciato e non me le so… qua la mano, complimenti vivissimi! ^_^

V-Vegeta, quanti aggettivi ci sono ora?

Parte con cliché e banalità per poi seppellirci sotto tonnellate di info inutili che fanno background. Inutile riportarle, potete leggervelo da soli.
Non è narrativa. Cerca solo di assomigliarci.

 
Manoscritto trovato su un’aeromobile precipitata
Troppe info inutili e troppo background. Viola il basilare precetto narrativo che quello che va scritto è ciò che succede “Qui & Ora” e non eventi precedenti riassunti e ricordati dal protagonista. Se gli eventi sono così importanti da essere la vera storia, si parli di quelli. Se il racconto non sta in piedi senza quegli eventi, si scriva un romanzo che parte da quegli eventi e arriva al finale mostrato nel racconto, senza dover riassumere tutto. “Qui & Ora”, non mi pare difficile.

Il racconto è buggato fin dalla struttura e non si fa mancare altri difetti. Quando si arriva al vero contenuto del racconto, questo è spesso riassunto e raccontato.

Arrivo silenzioso, dal cielo, in una notte senza luna. Invisibile e silenzioso. Si accorgono di me solo quando ho la mia lama alla loro gola. Troppo tardi.
Elimino le guardie, silenziosamente, con il mio coltello. Letale, mi aggiro per i corridoi vuoti e tetri del palazzo. Mi muovo lentamente, in maniera sistematica, senza lasciarmi sfuggire angoli bui o salette laterali, esplorando una a una le sale del palazzo, dal tetto dove ho ancorato l’Eudora fino al sottosuolo dove so Costanza essere prigioniera.

Tutto scorre liscio, non c’è tensione, non c’è reale conflitto.
È il riassunto di un racconto unito al concept di un romanzo.
Mi spiace dirlo perché l’autore mi sta simpatico, ma questa non è narrativa.

 
Si vis pacem…

Il cargo attraccò al porto dopo molte settimane di viaggio.

Irrilevante per la storia. Basta che attracchi ora. Tagliare.

Nonostante il motore della nave fosse stato arrestato prima di entrare nell’insenatura, la gigantesca ruota da sessanta pale di bronzo al tungsteno impiegò almeno un quarto d’ora prima di fermarsi completamente. Dodici volani accoppiati modello Junkers-Graf l’avevano mantenuta in movimento fino ad allora.
Il Duca di Brandeburgo, Conestabile del Regno, attendeva la nave e quindi il suo carico, già da alcune ore. Era rimasto a scrutare l’imbocco del porto incurante del gelido vento che soffiava impietoso dal Baltico. Aveva rifiutato più volte un’impronunciabile e forse imbevibile acquavite polacca offertagli dal responsabile del molo, un tarchiato e goffo Sottufficiale da sempre vissuto in Pomerania.

Se il Duca è il POV, tutto il primo pezzo si può tagliare. Meglio partire col Duca, dando quel minimo di background sull’attesa e basta. Un esempio di correzioni minimaliste:

Il Duca di Brandeburgo, Conestabile del Regno, attendeva la nave e quindi il suo carico, già da alcune ore. Era rimasto a scrutare l’imbocco del porto, incurante del gelido vento che soffiava impietoso dal Baltico. Aveva rifiutato più volte un’impronunciabile e forse imbevibile acquavite polacca offertagli dal responsabile del molo, un tarchiato e goffo Sottufficiale da sempre vissuto in Pomerania.

O si tiene questo riassunto come impostazione dell’inizio oppure si rifà tutto col POV del Duca, evitando il background minimo. Io eviterei a priori il background minimo ogni volta che si può: se il filtro del POV è meglio, che lo si usi. Non ha senso fare le prime righe di un testo meno bene di come si potrebbe. In realtà andando avanti a leggere non c’è un vero POV nella scena iniziale: il Narratore impera, seduto su un sacco di patate, con lo scettro della sciatteria saldo nel pugno.
E se gli gira fa un’incursione nella testa di qualcuno:

- La merce deve essere molto preziosa per richiedere il suo disturbo – aggiunse il Sottufficiale con l’intento di conquistarsi sia la benevolenza del superiore che notizie utili per eventuali capovolgimenti di fronte.

Grazie per essere balzato nella testa del pomerano per spiegarci i suoi intenti: peccato solo che dei suoi intenti non ci possa fregare di meno (e i lettori non sono fan di Licia scemi per cui lo capiscono da soli che un simile linguaggio da lecchino implica il voler leccare il culone del Duca).

Commentare ciò che si commenta da solo, assieme all’abbondanza di informazioni inutili, è tra gli elementi caratteristici dell’opera:

Agli alloggiamenti dell’equipaggio non era stata destinata alcuna comodità, ma questa era la regola nelle navi mercantili di grande stazza. Le brande dei fuochisti erano posizionate sui depositi di carbone mentre gli alloggi dei macchinisti, degli idraulici e dei vaporisti, erano a ridosso della sala macchine, in balia del caldo opprimente ed del frastuono assordante che si sprigionava dai motori d’ultima generazione, alimentati a carbone minerale e scarti di oli vegetali.

Se l’equipaggio dorme in brande sui depositi di carbone o “in balia del caldo opprimente ed del frastuono assordante”, penso che il lettore lo possa capire da solo che “agli alloggiamenti dell’equipaggio non era stata destinata alcuna comodità”, no? Nihal piange disperata, perché è triste…

Comincia con una scena. Prosegue con un’altra. Poi si passa a un altro POV ancora. Ci sono i conigli, ma vabbé, prima c’erano le macchine prussiane (e quindi?). Tutti muoiono e un nuovo POV ancora, da qualche parte tra i carri dei rifornimenti, osserva la strage.
Finisce con una morale trita sull’evoluzione degli orrori della guerra e con un abuso Molto Italiano di aggettivi a caso:

Quello che trovarono i soldati della colonna logistica quando arrivarono al campo, fu l’orrore assoluto.
L’esercito prussiano, dopo essersi nutrito per giorni con cibo contaminato da un virus innaturale e implacabile, moriva rapidamente flagellato da un nuovo modo di combattere la guerra che, nel giro di pochi giorni, aveva sopppiantato le pur moderne tecniche belliche. Un sistema poco selettivo che avrebbe irretito l’umanità imponendo nuove regole.
Se vuoi la pace, prepara la guerra.

“L’orrore assoluto”, quello dell’uomo posto di fronte a una transumanza senza greggi. Cose che l’umanità non dovrebbe conoscere.
Mancano i graffiti osceni, blasfemi, oscuri e quello-che-era degli horror per bambini editi da Mondadori.

Neanche questa è narrativa.
Non è l’evoluzione di un personaggio che affronta ostacoli, sia interiori che fisici, per raggiungere un obiettivo, il tutto secondo un filo conduttore riconoscibile detto “premise”.

 
Coniglio con patate
La storia non era neanche troppo brutta, giusto i soliti errori, ma il finale è veramente scemo, buttato alla cavolo.
Non c’è bisogno di ulteriori commenti (a parte che i fucili tesla nel 1870, quando Nikola Tesla ha appena compiuto 14 anni, sono un tantinello precoci). Il coniglio aveva un suo ruolo, ma non c’era alcun elemento veramente conigliesco (l’estetica del coniglio): una volta cotto e imbottito di esplosivo, tanto valeva che fosse un pollo o un tacchino. Un piccolo consiglio: meglio scandire i dialoghi con dei simpatici accapo invece di mettere tutte le battute una in fila all’altra sulla stessa riga.

Non merita commenti ulteriori.

 
Appuntamento col destino
Il problema principale dell’inizio del racconto è la voglia di usare termini diversi per indicare gli stessi personaggi e introdurli a sorpresa senza averli mostrati prima. Si comincia con solo il mercenario, poi appare la ragazzina così, come se fosse sempre stata lì. E poi gli altri, presentati in modo confuso nel corso dell’azione (il guerriero col demone diventa “la figura accanto all’uomo rettile”). L’imprecisione domina l’opera anche in dettagli di poco conto che impediscono una visualizzazione delle scene sempre soddisfacente, ad esempio quando Angelica prende “l’arma di precisione”: non è più semplice dire che è un fucile?
Sarebbe meglio usare il POV di Alexandr per tutto il tempo, passando ad Angelica solo quando necessario (nell’ultima scena, ad esempio). Come sempre usare il POV risolve ogni problema possibile: Alexandr conosce i suoi compagni, non può per definizione usare termini vaghi o giri di parole per descriverli, come farebbe invece uno sconosciuto. E si eviterebbero scene con il Narratore Epilettico che ci mostra cose a caso, senza rimanere fermo in un posto:

«Sono tutti qui.» comunicò agli altri. Parlava nella trasmittente all’interno della maschera; tutti ricevettero la segnalazione.

Esattamente quale POV, a parte il narratore onnisciente, può sapere che tutti hanno ricevuto la comunicazione?

Le pallottole si incagliarono nella schermatura. Il britannico alla guida accennò un sorriso soddisfatto. Poi sgranò gli occhi.

È Finn che vede questo o il Narratore? A che distanza è per vedere così bene il volto del britannico dopo aver conficcato un’orgia di proiettili nel vetro dell’esoscheletro? Gli ha sparato a bruciapelo? Non sembravano così vicini da come era costruita la scena e bastano pochi metri per non vedere dettagli insignificanti (e che essendo tali non meritano attenzione) nel pieno dello scontro. Il lettore non dovrebbe mai avere dubbi sulla scena (e comunque che ci facciamo col POV di Finn all’improvviso?).

Passiamo oltre.
I gerundi (barbara popolazione nomade dell’Asia) fanno ancora vittime:

La terra iniziò a tremare. Alexandr afferrò la ragazzina per una spalla e la spinse dietro la propria schiena imbracciando il fucile;

L’afferra per una spalla e la spinge dietro di sé (ok) mentre simultaneamente imbraccia il fucile, ovvero lo porta in posizione di tiro contro la spalla, fattibile in modo utile solo disponendo della mano di sostegno oltre che di quella sul calcio? Sarebbe meglio prima spingere Angelica indietro, con una mossa rapida che la fa cadere in ginocchio, e poi piantarsi il calcio del fucile contro la spalla.

Comunque l’opera non mi dispiaceva. Finché sembrava un avvenimento localizzato nella zona di Pripjat’ avevo buone prospettive di considerarlo tra i lavorabili in previsione dell’inserimento nell’antologia. I personaggi mi piacevano, le scene d’azione c’erano, il tutto aveva un buon sapore Steampunk Fantasy. Il problema è che dopo parte per la tangente e si vede che la storia è troppo ampia per i limiti del racconto. Pare il concept di un romanzo, con scene abbozzate da cui partire per sviluppare la vera opera, non un racconto completo in sé.
Peccato.

 
Squadra Speciale 0
Finalmente un errore nuovo. Era ora! Il racconto comincia con un dialogo bello lungo, senza alcuna azione, nessuna descrizione minima dell’ambiente, nessuna possibilità di visualizzare i personaggi. Alcuni italioti, ad esempio una famosa Troll di FantasyMestizia, usano la definizione di “Teste Parlanti/Galleggianti”. Come capita regolarmente nella lingua italiana, ad esempio con la parola “focalizzazione” parlando della questione del POV, le definizioni hanno nomi che in sé confondono le idee invece di aiutare la comprensione.
“Teste Parlanti” è un nome cretino perché fa immaginare qualcosa di visivo: teste senza corpo che parlano. In Futurama non sarebbe neppure troppo strano un dialogo tra Teste Parlanti. Peccato che in realtà non vediamo nemmeno delle teste: non vediamo niente.
Io preferisco chiamarlo con un nome che indichi quello che è: Voci nel Vuoto. Niente sfondo, niente personaggi, solo Voci.

Dopo un inizio così si lancia nell’errore opposto: muri di testo senza dialoghi. Con info inutili a piacere e una pioggia dorata di avverbi (e tripli punti esclamativi e “?!” di dubbia utilità). Avevo fornito dei consigli all’autore con la versione precedente del racconto, molto diversa, ma la situazione non è migliorata granché. I consigli precedenti rimangono validi. Il consiglio di leggere gli articoli di Gamberetta diventa un imperativo categorico.
Buona fortuna.

 
Kaninen
Una delle opere che ha torturato maggiormente la mia lettura. Quasi quanto le prime pagine di Oggetto d’Amore. La cosa migliore che si può dire è che il tavolo da gioco di Strategia è un’idea simpatica. Fine. Sulle cose negative da dire c’è possibilità di sbizzarrirsi, ma una ridottissima selezione dovrà bastare visto che non ho né voglia né tempo di maltrattare il racconto:

Marvin si riprese quando l’acqua gli era ormai arrivata alla vita. Non aveva un granchè idea di dove si trovasse, ma era sicuramente un posto scomodo, pieno di spigoli. E c’era acqua. Tanta acqua.
Senza ancora aprire gli occhi cominciò a tastarsi intorno. Pietra. Scaloni di pietra viscidi. Scaloni di pietra viscidi di alghe.
Orgoglioso di quello che era riuscito a capire con quel minimo di sforzo, Marvin si concesse qualche minuto di riposo congratulatorio.

Se i personaggi vanno valutati in base a quanto l’autore ci dice di loro, mettendoli in mostra, possiamo affermare senza errore che Marvin, “orgoglioso di quello che era riuscito a capire con quel minimo di sforzo”, è un ritardato[Nota Extra].

Marvin aveva conosciuto Arturo Einaudi la prima volta quando era stato avvicinato dalla madre,

È davvero necessario precisare “la prima volta”. Si conoscono le persone più di una volta? Forse si intendeva “incontrato la prima volta” (che è ciò che sta dietro il “conosciuto”)?

E chi si priverebbe mai delle gioie di un doppio avverbio?

non aveva più la forza di stargli dietro personalmente, specialmente da quando, qualche mese prima, si era gettato nella musica.

Sublime.

L’editor di maggior successo in Italia, l’Agenzia Letteraria U.C.A.S. vista prima, ha revisionato con attenzione anche questo racconto, donandoci perle come:

si ritrovò ad accettare l’incarico

Perché evidentemente “accettò l’incarico” è troppo semplice.

L’impressione finale, analizzando la mole di errori che infesta ogni frase, è che l’autore abbia pensato che stessi scherzando quando ho detto di leggere i manuali e gli articoli di Gamberetta. Qualcosa del tipo “Duca, ho tolto tutti gli avverbi di modo, ridotto gli aggettivi e usato un POV sensato! Che faticaccia!” – “Sorpresa: sei su candid camera!”. No, non stavo scherzando.

 
L1L0
Questo era un racconto che sembrava partire molto male, per via del tono e della voce molto caratteristica del POV, ma poi si capisce il motivo e ci si può godere lo strambo personaggio principale: un automa da guerra la cui personalità è basata sull’umorismo ebraico, unico modo per evitare che si suicidi dopo aver constatato di essere composto da “tre cervelli di scimmia e un bollitore”.

L’ho trovato molto simpatico e coglie bene lo spirito demente dello Steampunk originale. Per gli errori vedrò direttamente con l’autore.

 
Sogni a vapore
Tralasciando gli errori più semplici, il problema di questo racconto è che non è un racconto. Non lo è perché la protagonista non affronta davvero delle sfide, non supera davvero degli ostacoli e non ha nemmeno un obiettivo vero se non trascinarsi dalla situazione iniziale e quella che, più che finale, sembra intermedia in attesa dello svolgimento della vera storia (che non c’è).

Vuole scappare di casa? Nessun problema. Il fratello potrebbe fermarla, possibile conflitto fisico o psicologico? No, non ci prova nemmeno (perfino la protagonista se ne stupisce, figuriamoci il lettore). Dorme fuori casa, su un albero? Ovviamente nessun incidente: né poliziotti di ronda né malintenzionati. Poi decide che vuole lavorare in un fabbrica di robba meccanica perché adora le meccanica. Nessun problema, è assunta, sulla fiducia e con un nome falso. Si prendono pure cura del coniglietto mentre è al lavoro il primo giorno!
Dov’è la storia? Dov’è il conflitto? Dov’è la sofferenza del protagonista che viene preso a calci in culo fino all’ultima scena, quando trionfa e lo mette nel sedere a tutti?

In più, molto fastidioso, la protagonista parla più volte direttamente ai lettori. Come se lasciasse la scena montata sul palco, si sporgesse verso il pubblico e commentasse. Questo annienta la possibilità di immaginare la vicenda come reale.

Comunque poteva essere peggio: è scorrevole e la lettura non è stata odiosa e dolorosa come con altri testi.

 
Saltellando verso Est
Ci sono dirigibili carichi di elio infiammabili come se fossero carichi di idrogeno. Conigli giganti (un po’ particolari, come si scopre nel finale) con il pelo di cotone e una maschera in faccia. Avvenimenti con poco senso, in un’ambientazione surreale. Umorismo che non fa ridere, vista la depressione venuta leggendo:

Il rugoso ometto fece segno alla Padrona di chinarsi: quando l’ebbe fatto, lui si sporse sulle punte dei piedi (era DAVVERO basso) infilati in un paio di leggerissimi sandali e mormorò, o perlomeno così pareva voler fare, nonostante la sua voce echeggiasse in maniera poco dissimile da poco prima.
« Sa cosa vuol dire scambiare un cactus per la propria moglie in lingerie? Non è una bella cosa. »
Altro segnale vocale: questa volta i coloni portarono ciascuno una mano nella zona inguinale, contraendo il volto in una smorfia.

Il narratore che parla al lettore:

Ora, vi starete chiedendo dove, in tutta codesta vicenda, si trovi l’esempio a cui mi ero inizialmente riferito. I meno smemorati di voi rimembreranno sicuramente la menzione della pericolosità dei dirigibili menzionata qualche paragrafo prima, nevvero?

Descrizioni dal sapore liciano:

Le tre pulci recavano ognuna sul dorso una sorta di caldaia da cui sporgevano vari tubi, legata al ventre dell’insetto tramite cinghie in cuoio.

Contempliamo lo splendore dell’originale liciano:

Era una sorta di castello piuttosto massiccio, fatto di pietroni squadrati, che si sviluppava interamente sul ciglio di un’immensa cascata.

Non ci siamo ancora, ma manca poco.

Non mancano nemmeno le raffinate citazioni…

Io ne ho viste di cose che voi comuni borghesi di città non potreste immaginarvi: navi a vapore salpare dai porti della cornovaglia, e il metallo delle macchine luccicare nel buio nelle fabbriche dell’East Side… Ma animali che saltano così in alto, non ne avevo mai visti.

… da Blade Runner, come se dovessero far ridere.

I’ve seen things you people wouldn’t believe. Attack ships on fire off the shoulder of Orion. I’ve watched c-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gate. All those … moments will be lost in time, like tears…in rain.

Forse era meglio concentrarsi sullo scrivere una storia decente in modo decente. Anche qui i conflitti sono pressoché inesistenti e la storia è una sequenza di scene che non sembrano fatte per stare nella stessa opera.

 
Lowres
Racconto cyberpunk con un insignificante elemento dal sapore steampunk. È lì giusto per chi vuole darci un’occhiata. Magari la storia a qualcuno può piacere.

 
Tea Machine
L’idea della gara di Tennis (circa) è stupida. Il modo in cui si sviluppa, con entrambe le fazioni che barano ecc… è banale e raffazzonata. Le info inutili non mancano, sia descritte che pronunciate dai personaggi:

— Potrebbero bastare — rilevò Wingfield. – I nostri carri pesano una volta e mezzo i loro e sono meglio armati. Cannoni Krupp da 120 e mitragliatrici Gatling.

Sanno già come sono fatti i loro carri. Per pietà, tagliamo cose come “Cannoni Krupp da 120 e mitragliatrici Gatling”. Non servono alla storia, non significano niente per il lettore ed è innaturale che vengano spiattellati così.

— Abbiamo anche ingente artiglieria ferroviaria, – proseguì Lucan — ma il problema è che siamo quasi tagliati fuori dai rifornimenti. Il carbone in polvere per i carri e i cavalli è strettamente razionato, per non parlare delle munizioni, mentre quei dannati diavoli col colbacco hanno la grande madre Russia, appena alle loro spalle, che li foraggia in continuazione.

E un bel “As you know, Bob” proprio no?

Lucan inarcò entrambe le sopracciglia.
— Un battipanni??!!

Grazie: fa sempre comodo della punteggiatura in più nel Valhalla della Narrativa, ma avevamo detto prima che sarebbe meglio inviare delle barrette Mars. E Dick aspetta ancora il vibratore nuovo.

Il finale è un non finale, slegato come l’inizio dal resto della storia: Wingfield torna al suo alloggio e riesce a far funzionare la macchina che fa il tè. Gli resta solo da accendere il sigaro. E chissenefrega no?

 
Jocelyn
Non mi dice niente. Storia banale e poco credibile, con una nazione abituata al terrorismo che non fa nessun controllo significativo prima di far entrare un tizio (che poi è perfino una donna con una bomba nel corpo) nonostante sappiano benissimo che il mondo è zeppo di squinternati anarchici disposti al suicidio pure di far crollare lo scavo.
Le norme di sicurezza minime prevederebbero quantomeno di spogliare i nuovi assunti e disinfestarli prima di consegnare le nuove tute da lavoro (e basterebbe questo a scoprire che è una donna con un orrendo impianto che le sporge dal torso), poi ficcargli due dita in culo come in carcere per controllare che non abbiano dentro un candelotto di dinamite. Invece niente. Non ha senso nemmeno che si porti una bomba nel corpo, per far saltare i depositi di esplosivi comodamente a portata di mano: bastava davvero un candelotto su per il culo (che ci vuole?) visto che nessuno controlla un tubo. E sono a venti miglia dalla più vicina “presa d’aria”, come viene fatto notare, a scavare il tunnel sotto la Manica in condizioni di vita estreme e misure di sicurezza (per il cantiere, non per gli operai) che non possono che essere massime.

Vabbé, guardiamo un paio di frasi.

Sento gli operai che discutono tra loro e soprattutto sento l’incessante scavare delle trivelle. Sono come grosse talpe che divorano la terra e la risputano insieme ai soffocanti sbuffi di vapore e fumo. Le fornaci che le alimentano sembrano ruggire fameliche e insaziabili e riscaldano l’aria rendendola soffocante. L’aria non basta mai qua sotto.

Qualcosa così, levando i dettagli inutili ma senza stravolgere il brano:

Il frastuono delle trivelle non cessa mai. Grosse talpe che divorano la terra e la risputano assieme a sbuffi di fumo. Le loro fornaci ruggiscono e rendono l’aria bollente.

Andiamo al finale:

Anche il quarto bottone si slaccia e ora posso aprire la camicia, posso mostrargli ciò che sono diventata.
L’ufficiale guarda e inorridisce. Vedo il terrore e il disgusto nei suoi occhi.
Perché ora sta osservando il mio ventre, solcato da una profonda cicatrice verticale e sta osservando l’ingranaggio metallico che sporge dalla mia pelle. Sta guardando la macchina.
Quello che i suoi occhi non vedono sono le quattro libbre di dinamite che covo dentro al mio corpo, come una madre amorevole.

Che potrebbe diventare una cosa così:

Slaccio il quarto bottone e apro la camicia.
“Per Dio…” l’ufficiale indietreggia di mezzo passo. Il revolver gli trema nella mano.
Una cicatrice slabbrata mi taglia in due il ventre. Un ingranaggio sporge dalla carne viva unta di pus. Puzza di putrefazione.
Vedo il disgusto negli occhi dell’ufficiale. Ma quello che i suoi occhi non vedono è che sono incinta di quattro libbre di dinamite.

Fanno ancora schifo le frasi. Sarebbe meglio ripensare tutte le scene invece di aggiustare a cavolo quelle esistenti. Aggiustare a cavolo non funziona: la roba brutta rimane brutta. Solo una riscrittura, ripensando ogni dettaglio da zero, la migliora per davvero.

Velo pietoso su una ditta che si chiama Metal & Steam.
E non mancano ovviamente le info inutili per spiegare gli eventi passati.

 
Il varco

Quando ricevetti quella missiva, pensai subito ad uno scherzo. Non vi era il mittente sulla busta, solo il mio nome e l’indirizzo. Lo trovai strano, ma non gli diedi troppa importanza: l’archiviai tra le altre carte e non ci pensai più.

Io non sono un uomo fantasioso e non credo al caso… Preferisco chiamarle coincidenze. Tuttavia, quella sera avvertì qualcosa di strano.

Stavo sfogliando pigramente “La macchina del tempo” di Wells, quando lo sguardo mi cadde sulla lettera; si trovava in cima ad una pila di documenti. La osservai a lungo e infine mi decisi e la aprii. Non riconobbi subito la scrittura, ma dopo aver preso confidenza con quella strana calligrafia riemersero nella mia mente ricordi sepolti ormai da tempo.

Ricordate cosa ho detto sulle info inutili e sugli incipit? Snelliamolo.

Quando ricevetti quella missiva, pensai subito ad uno scherzo. Non vi era il mittente sulla busta, solo il mio nome e l’indirizzo. Lo trovai strano, ma non gli diedi troppa importanza: l’archiviai tra le altre carte e non ci pensai più.

Io non sono un uomo fantasioso e non credo al caso… Preferisco chiamarle coincidenze. Tuttavia, quella sera avvertì qualcosa di strano.

Stavo sfogliando pigramente “La macchina del tempo” di Wells, quando lo sguardo mi cadde sulla lettera in cima ad una pila di documenti. L’avevo lasciata lì dalla mattina. La osservai a lungo e infine mi decisi e La aprii. Non riconobbi subito la scrittura, ma dopo aver preso confidenza con quella strana calligrafia riemersero nella mia mente ricordi sepolti ormai da tempo.

Continua a fare schifo e rimane troppo narrato, ma le prime righe di background non si potevano proprio vedere.

Guardai l’orologio perplesso: erano le 23.35 del 26 agosto.

Chi è perplesso, lui o l’orologio? Una virgola non ha mai ucciso nessuno.

Posai la lettera che ancora stringevo tra le mani sul tavolino di legno

Se non l’avesse ancora tra le mani come farebbe a posarla? E “tra le mani sul tavolino di legno” fa pensare che le mani siano sul tavolino di legno. Lo svantaggio delle lingue posizionali è che bisogna fare un sforzo minimo per mettere le parole nell’ordine giusto: non basta spargerle in un ordine qualsiasi. Forse l’autore dovrebbe scrivere in una lingua basata sui casi, come il latino.
Messaggio urgente dal Valhalla della Narrativa: Virgilio protesta per la malsana l’idea.

Salii in carrozza aiutato da un giovanotto in vestito rosso, mi sistemai in uno scompartimento semi libero; assieme a me viaggiavano due donne e un reverendo.

Lo scompartimento “semi-libero” non si può vedere. Qui si fa a gara con Rocca.

Un enorme WTF sul fatto che il protagonista non sappia nemmeno quanto dovrebbe impiegare per arrivare a destinazione il treno su cui sta viaggiando. L’astuto autore immagina che lo stupore di scoprire di essere arrivati in 45 minuti invece che in 2 ore sia una buona idea per mostrare la potenza del Carbonitro. No, fa solo sembrare il protagonista deficiente: non si è informato prima di comprare il biglietto su orari di partenza e di arrivo? Non ha visto da solo di star salendo su un nuovissimo treno a Carbonitro, che sicuramente sarà sponsorizzato come da noi il Freccia Rossa?

Diamine, aveva la mia stessa età, ma sembrava che si fosse addosato sulle spalle tutto il peso del mondo.

Il Valhalla della Narrativa ringrazia per la frase fatta inviata, ma ricorda che stanno ancora aspettando la scatola di barrette Mars. E il vibratore.

A parte la bellezza dello stile e l’intelligenza del protagonista, l’opera è apprezzabile anche per la precisione maniacale nei dettagli:

-Ancora una porta-mi disse a bassa voce. La porta in questione distava da noi circa 10 metri

Metri. Non iarde. Ha proprio scritto metri.
Lo devo interpretare come una retrofuturistica vittoria del Sistema Metrico su quei barbari senza Dio di inglesi e statunitensi? O una raffinata presa di posizione meta-narrativa sul diritto per il lettore di leggere unità di misura comprensibili al volo, e quindi trasparenti, invece di folcloristici babbling senza significato per i più (pollici, iarde, stadi, piedi, galloni…)? Posizione che sarebbe anche condivisibile, se non fosse che se uno scrive bene non ha quasi mai bisogno di fare paragoni riferiti alle unità di misura (si veda l’articolo sul Mostrare) per cui il problema NON si pone.

 
Risiko
Il problema più grave del testo è l’assenza di credibilità dei dialoghi. Come spiegato in lungo e in largo in più sedi, ogni volta che si parla di dialoghi, esce il problema delle parolacce. Le parolacce devono suonare credibili e venire localizzate tenendo conto dell’economia complessiva dei dialoghi. Spiegandolo in modo molto semplice: i dialoghi che uno legge sono TUTTI i dialoghi esistenti nel mondo narrativo. Punto. Se i personaggi dicono “cazzo” ogni quattro parole, viene fuori un mondo in cui il 25% delle parole pronunciate è “cazzo”. Questo non è realistico: è idiota. Se si sceglie di far parlare solo personaggi che vanno indicati come buzzurri e volgari, e nessun essere normale avrà mai la parola, basta usare un numero molto ridotto di “cazzo” e “merda” per passare il significato.

I dialoghi non sono veri dialoghi, sono approssimazioni narrative il cui scopo è conseguire il risultato atteso. Punto. Nei dialoghi non si scrive “cioè… ah… tipo, capisci no? Ma daaaai che capisci. Cioè, dai, ma verameeente???” I 50 minuti di telefonata di quella cazzo di oca che mi sono sorbito per tutto il viaggio da Milano a Bergamo, la scorsa settimana, non sono un dialogo credibile nella narrativa. E almeno lei era una fighetta e spingeva il suo culetto caldo contro la mia coscia, rendendo meno intollerabile la propria esistenza. E allo stesso modo non sono credibili “merda”, “cazzo” ecc… messi a manciate nelle frasi.
Quelle frasi sono tutte le frasi pronunciate nell’universo narrativo e l’universo narrativo non credo sia una caserma in cui il 90% dei concetti si esprimono con “cazzo”, “fare”, “merda” e “coso”. A meno di non voler fare umorismo trash.

In più le parolacce sembrano inserite “tanto per”, in frasi che suonano molto più credibili e naturali senza. Invece di dare l’idea di buzzurri a cui scappano spontanei insulti mentre parlano, sembra l’opera raffinata di chi inserisce a bella posa le parolacce perché si sente figo. Tipo un bambino di otto anni. E “maledizione”, che spopola nei dialoghi dei n00b (e qui lo otteniamo fin dalla prima battuta), non è che sia così diffuso nel parlato.

Non serve che le frasi assomiglino tutte a questa:

- Coglione! Ma che cazzo dici, eh? Ma sei fuori? Fottutissimo deficiente, lo sai cosa ci fanno i Pipes se ci beccano a parlare? Non dire cazzate, comunista del cazzo!

Basta anche una cosa più soft, così:

- Coglione! Ma che cazzo dici, eh? Ma sei fuori? Fottutissimo Deficiente, lo sai cosa ci fanno i Pipes se ci beccano a parlare? Non dire cazzate, Comunista del cazzo!

Abbiamo un “cazzo” e un “deficiente” su 16 parole complessive. Un tasso di volgarità del 12,5%. Meglio rispetto al 20,68% precedente (6 su 29) e va considerato che i pezzi tagliati erano solo funzionali all’insulto, non “arricchiti dall’insulto”, per cui in realtà pesano di più nell’economia delle volgarità della battuta. E poi cazzo-cazzate-cazzo suonava male, sembrava una cantilena.

Quindi oltre alla densità di insulti non credibile (ma che potrebbe appartenere a frasi volgari di per sé credibili, prese una per una), il problema si estende alle frasi dei dialoghi non credibili in sé. Esistono molte persone che parlano come se stessero leggendo un brutto copione, ma questo non significa che sia una buona idea imitarle. I personaggi dovrebbero parlare meglio del primo fesso che passa, anche quando sono loro stessi dei fessi. Finzione narrativa.

Nemmeno il resto del testo è particolarmente pulito. All’inizio la voglia di usare parole diverse per indicare le stesse persone porta a una visione confusionaria della scena, in cui prima ci sono “un altro inserviente” (rispetto a Giga che quindi è catalogato dal suo stesso POV come inserviente? WTF!) e “un terzo”, poi uno diventa un generico “l’altro”, poi assieme diventano “gli altri due” (tutto per non ripetere “inservienti” o non rendere più visive le scene), poi sono di punto in bianco solo “i due” e alla fine sono i “due portaferiti”. Ah, erano dei portaferiti veri e propri con tanto di lettiga. Chiamarli con un solo nome e tenerlo il più possibile proprio no?

Anche la scelta di rendere i più sboccati e cialtroni due Giapponesi, in barba alle descrizioni di Barzini sul loro superformalismo ipocrita contrapposto alla sincera mancanza di buone maniere dei Russi, mi ha lasciato perplesso. Forse era meglio renderli due napoletani. Possibilmente ex-camorristi. Così, tanto per dire…

La parte migliore del racconto è questa:

- Oh certo, la nostra amatissima Vittoria é una santissima vergine, immacolata da ottant’anni, e ci ama tutti come i suoi figli! Ma per favore, Jake! La Regina é una stronza, basta pensare a cosa ha fatto fare agli indiani, pensi davvero che ci tratterá meglio?
- Ma cosa c’entrano gli indiani? Le scimmie non contano, te lo sei dimenticato?

Seguito da

- [...] La guerra durerá almeno altri vent’anni, e le scimmie non sono infinite. Vedrete, una volta finite le scimmie e i negri, manderanno noi e tutti i nostri figli al macello!

Amen, fratello.

Tutti gli altri problemi che affliggono il testo, dalle info inutili alle incertezze del POV ecc… sono già state trattate in abbondanza. Inutile ripetere. L’errore nuovo era quello sopra e ho dedicato già il giusto spazio all’argomento. Aggiungo, giusto per completezza, che più che una storia sembra una sequenza di scene non troppo ben collegate. Manca un vero filo conduttore che dia il senso dell’unità del racconto e del suo sviluppo attraverso conflitti e sviluppo dei personaggi.
Peccato

 
Cacciatore e preda
Pessimo. Il POV non è credibile, invece di filtrare la realtà con i suoi sensi tende a parlarcene rovinando qualsiasi cosa capiti a tiro. Lo stile è dozzinale e incerto, afflitto da formule disfunzionali come

Cerco di annusare la preda, nonostante il carboniato e la distanza. È il tipo giusto: femmina; abbastanza in salute; poco contaminata dal carboniato, ergo in città da poco; giovane; alticcia quanto basta.

Non si “cerca di annusare”: o si annusa o non si annusa.

È a un metro da me.
Perché non la colpisco?
Un odore?
No, un suono, ecco cosa cambia tutto.
All’improvviso il rombo del dirigibile si smorza a sufficienza da permettermi di sentire il borbottio di due motori a vapore, mischiato al sibilo e al tintinnio di arti a vapore.

C’è davvero bisogno di domande retoriche?
Meglio limitarsi a dire quello che sente: il rombo che si smorza e il borbottio/tintinnio dei due tipacci in arrivo. Usa il POV e basta. Perché sembra così difficile filtrare la realtà con il POV? Il POV è l’essenza stessa della vita che sperimentiamo tutti i giorni, non è qualcosa che richieda studi particolarmente complessi per essere compreso nelle sue basi: è solo buon senso.

Dal cortile sbucano due tizi, armi in pugno. Aggiungo anche io il mio contributo di paura all’aria. Cacciatori. Scheiss.
Che il diavolo li prenda e li inculi tutti per l’eternità, per primi questi due!
Come sono fatti? Gli ho dato solo un’occhiata, ma credo che li ricorderò finché campo.
Sedia-a-motore è molto sovrappeso, ben vestito, completo verde scuro teso dal respiro trattenuto. Bei favoriti, biondi, adatti al faccione rubizzo e incazzoso, perfetti con l’elegante cappello a cilindro. Dal punto in cui si troverebbero i piedi si alza un treppiede di metallo cromato.

Generiche “armi in pugno” (un rastrello e un coltello da formaggio? Una mitragliatrice e una katana?). Due frasi completamente inutili, con un bel “Come sono fatti? Gli ho dato solo un’occhiata” che è un bel rivolgiamoci al lettore e vaffanculo la credibilità narrativa. Infine descrizione statica, tipo quadro.

La mia preda sviene, giù a terra come un sacco di patate. Prevedibile.
E poi?
Poi due spari, quasi contemporanei, dalle due pistole, uno così forte da farmi ronzare le orecchie.

E poi? E poi un facepalm così forte da mandarmi K.O. e l’uso immediato di Eraser con pulizia Schneier a 7 passi per cancellare definitivamente il racconto dall’Hard Disk. Srsly (no, l’ho letto tutto prima di bonificare dall’infezione il mio povero Western Digital).

Non è questo il modo di scrivere. Non al di fuori della Cricca del Fantasy Italiano e di altre lobby dedite all’incesto e alla sodomia cinofila, perlomeno. Meglio imparare a scrivere meglio se si vogliono raccontare storie: la Cricca ha molti membri, ma la pubblicazione non è così facile e la scalata nella gerarchia degli amyketti è faticosa. Sforzo per sforzo, tanto vale spendere le proprie forze a studiare la scrittura.
C’erano racconti peggiori, ma NON è salvabile senza un lavoro di riscrittura completo. Inutile tentare.

 
The Cog fo War

Peter non si sentiva per nulla a suo agio. Non era riuscito a dormire più di qualche ora, tramortito dal frastuono e dal calore; il suo abito di flanella era ridotto uno straccio, intriso di nerofumo e sudore. Stanco anche della lettura, abbandonò il piccolo libro di cronache sulla panca e si arrischiò a scostare la stuoia di vetiver dal finestrino.

Questo è l’inizio. L’intenzione è di dare prima un piccolo background per impostare la scena, fornendo dettagli non legati al “Qui & Ora”, poi proseguire. Ok, non è il mio metodo preferito, ma si può fare. Facciamolo allora un pochettino meglio, levando le cose inutili.

Peter non era riuscito a dormire più di qualche ora, tramortito dal frastuono e dal calore. L’abito di flanella era ridotto a uno straccio, intriso di nerofumo e sudore. Abbandonò il piccolo libro di cronache sulla panca e scostò la stuoia di vetiver dal finestrino.

Che scostarla sia un rischio (o comunque nessuno lo fa, da cui “arrischiarsi” a fare qualcosa di diverso) si capisce poco dopo.
Anche dopo si può togliere l’eccedenza di parole:

Tra le sottili fessure della veneziana d’acciaio iniziava a filtrare la luce; il paesaggio era monotono, più prevedibile di un cronometro Hooke. Nulla più che giungla, con variazioni di giungla e ancora giungla; con una spolverata di giungla e qualche chiazza marrone che poteva essere una capanna.

Che la veneziana sia d’acciaio non mi pare fondamentale. La luce che inizia a filtrare, ovvero la prima luce del giorno, immagino sia quella dell’alba. La monotonia della giungla si può ottenere con solo due ripetizioni. La “prevedibilità di un cronometro Hooke” è una porcata.

Tra le sottili fessure della veneziana filtrava la luce dell’alba. Il paesaggio era monotono, nulla più che giungla e ancora giungla, con qualche chiazza marrone che poteva essere una capanna.

Ho solo tolto parole inutili, conservando le frasi. Non è un vero editing, è solo una aggiustatina soft di fortuna in stile “caviamone il meno peggio prima che vada in stampa… Cristo, tra dieci ore! Aaaaahhh, babba bia!“. ^_^

Come sempre si consiglia di cancellare l’ovvio e le frasi che raccontano qualcosa prima di mostrarlo:

La traversata si rivelò estremamente faticosa, come risalire un fiume agitato.

Similitudine più abusata di un bambino in mano ai preti. E frase inutile: dopo spieghi che Peter non ha il “passo da binari” per camminare tra i vagoni per cui si capisce benissimo che risalire il treno è stata una fatica boia.

L’atmosfera del nuovo vagone era totalmente diversa. L’aria era assurdamente fresca, quasi fredda: le veneziane d’acciaio erano accuratamente chiuse, lasciando filtrare poca luce rossastra. Una fila di lumi a gas occhieggiava dalle pareti coperte di cuoio.

Non dire che l’atmosfera è diversa: lo mostri dopo passando dall’aria infernale e fumosa dei precedenti vagoni all’aria fresca del nuovo vagone. Fai rabbrividire il tizio, fagli sentire l’aria fresca addosso ai vestiti zuppi di sudore. Magari un bello starnuto (lo infili dopo, ma puoi metterlo prima se preferisci). Inventati qualcosa da mostrare. Se stai alla canna del gas con le idee metti che è fresca, ma almeno evita l’”assurdamente”. La luce rossa dalle veneziane non è una vera novità, perché sottolinearla? Meglio i lumi sulle pareti coperte di cuoio.

Poco mobilio: un tavolinetto basso, sul quale accanto a piatti e posate usati era stato ancorato il ricettacolo d’ottone di un huqqa; una poltrona rivestita di pelle; un braciere colmo di carboni ardenti. Peter starnutì; il suo accompagnatore si accostò alla porta, mettendosi sull’attenti. Mentre i suoi occhi si abituavano alla penombra, Peter iniziò a cogliere l’aspetto del suo ospite. Seduto su quella poltrona, nella zona più buia del vagone, di lui erano visibili solo le mani;

Da rifare. Sembra strano solo a me che sia così buio da vedere solo le mani del tizio seduto sulla poltrona, ma Peter riesca 1. a notare che la poltrona è rivestita di pelle e 2. a notare prima la poltrona (su cui c’è una figura ridotta a mera ombra che la COPRE) senza vedere chi c’è seduto sopra, e solo dopo notare il tizio? Prima una poltrona vuota, in pelle (se dici di immaginare una poltrona, il lettore la immagina senza nessuno sopra: non si inventano personaggi non indicati). Poi -PUFF! Magia!- appare un tizio seduto sulla poltrona, ma così al buio che si vedono solo le mani.
Seriamente?

L’imprecisione nella scrittura non aiuta a mantenere in piedi il sogno narrativo del lettore:

Con un paio di lunghe pinze, Banastre prese un carbone dal braciere e lo portò in cima all’huqqa. Tirò due o tre boccate dal tubo, prima di riprendere a parlare.

Ah, beh, se non lo sai tu quante sono le boccate. Quando hai deciso avverti, così mi immagino la scena esatta.

Mahorca, pensò Peter, forse con qualche granello d’oppio.

Non dire che “pensò”. Sei dentro al POV, ogni cosa è filtrato dal POV e hai libero accesso ai pensieri del personaggio: non c’è qualcun altro che può pensare in questo modo, solo lui. Usa un indicatore per sottolineare che si tratta di un pensiero riportato in modo esatto, ad esempio il corsivo (Mahorca, forse con qualche granello d’oppio.) se temi che il lettore non capisca, ad esempio perché hai usato la telecamera mostrano in modo troppo oggettivo le scene e hai filtrato poco con la personalità del personaggio, oppure scrivi direttamente il pensiero senza alcuna indicazione se hai già abituato il lettore a stare immerso al 100% nella capoccia del POV.

C’è una bella collezione di altri errori grossolani, come il “cinese iniziò ad avviarsi” (è un portatile e sta facendo il boot? “Il cinese si avviò” è sufficiente), per citare uno dei più piccoli nell’orda di info inutili, avverbi, affermazioni di ovvietà e bla bla bla. Come nel caso di altri racconti, verrebbe un testo di 10.000 parole solo per indicare tutti gli errori. E la storia diventa una vaccata.
Inutile: c’è solo da buttarlo. Peccato perché l’inizio sul treno era promettente e avevo sperato di poterlo inserire nella lista dei meritevoli di ulteriore attenzione.

Ah, una cosa: non è molto furba l’idea di mettere delle frasi in cirillico. Perfino quando si riportano le frasi in giapponese si usano i romaji per dare una “pronunciabilità”, invece di scopiazzare stupidi ideogrammi che i lettori non potrebbero neanche leggere. C’è perfino chi rende il carattere ß con SS per migliorare la leggibilità per i non tedeschi (Schoß -> Schoss).
Io di certo non vado a rifare l’ePub perché quei caratteri non sono sempre supportati in modo adeguato su tutti i lettori: il plugin di FF li vede e il Cybook Gen3 credo che li veda pure lui, ma il mio Asus EA800 su cui ho testato l’ePub no… ma è colpa sua perché ha il software di lettura ePub più merdoso della storia umana -come da tradizione di sciatteria della Asus, azienda di teste di cazzo che immettono sul mercato prodotti fallati con software in fase Alpha, nemmeno Beta!-.
Se qualcuno vede “?? ???!” o simili, erano i pezzi in mongolingua del russo.

Ah, giusto per infierire: il POV è di un inglese che non sa parlare il russo. Hai mai sentito dei caratteri in cirillico entrarti nelle orecchie? O degli ideogrammi? Si sentono i SUONI, tovarish autore. Trascrivili, spasiba. Questo errore nel POV è abbastanza grossolano da chiamare l’Ira del Signore, come ai tempi di Sodoma e Gomorra. ^_^

 


 

Ho superato le 13.900 parole. Basta così.
Se volete commentare e chiacchierare tra voi fatelo pure, ma come detto all’inizio io non farò lezioni di scrittura. Le trovate già negli appositi luoghi e negli appositi testi di insegnanti ed esperti affermati. Se volete suggerire quale racconto per voi merita la vittoria, magari scegliendo tra quelli che ho indicato come migliori, la vostra indicazione verrà tenuta in considerazione. Naturalmente se dopo le revisioni uno dei racconti sarà chiaramente migliore degli altri, sarà lui a vincere: il parere mi è utile in caso di dubbio.
Bucate le 14.000 parole. Secondo articolo più lungo di sempre.

 

I Coniglietti del Venerdì (28)

Scritto da il 01 apr 2011 | Categorie: Concorsi Letterari, Conigli, Steamfantasy, Steampunk

Un coniglietto dalla Spagna:

Questo coniglietto ha lo stesso rapporto di amore/odio disprezzo/odio che ho io per quelle porcate col valore informativo della merda di cane denominate “giornali”. A pezzi, a pezzi vanno fatti:

Forse al primo aprile qualcuno si aspettava la solita mongolata del pesce. Spiacente, niente “sorprese” cretine: non sono una famosa rivista online di fantasy, ho ancora, tipo, uh, una dignità. ^_^ Però qui c’è un coniglietto che ha una sorpresa:

Ho già trovato i coniglietti per la prossima settimana.
Sono molto belli.

Aggiornamento Concorso Steampunk.
E se farò in tempo a scrivere l’articolo con le due righe di commento a testa, districandomi negli ultimi appunti illeggibili presi sul quadernetto blu del concorso, il 4-4 vi darò l’ePub con la raccolta dei racconti in gara per il Concorso Steampunk. Gli autori saranno indicati con il nickname che hanno scelto, nel caso avessero deciso di non rivelare il proprio Vero Nome (Melanchton, della stirpe di Melchesiach, della stirpe di Moloch?). Poi metterò anche il PDF A4. E se viene decente pure il PRC. Intanto di pronto e testato ho solo l’ePub. Per altri formati andatevene affanculo e pure di corsa. ^_^

Non ci saranno gogne o critiche feroci. Sono buono: solo gentili annotazioni e commenti senza cattiveria. Preferisco concentrarmi sui pochi salvabili per vedere con gli autori se li si può aggiustare per l’antologia (e decidere chi meriterà la vittoria in base al risultato finale dopo le aggiustatine), piuttosto che prendermela con gente che ha tentato con buona volontà di produrre qualcosa di carino (in alcuni casi con deliziosi Epic Fail).
I calci in culo li meritano quelli che inquinano lo spazio ridotto della Scaffalatura Libraria o che pretendono troppi soldi per far leggere la propria spazzatura, non la brava gente che prova a produrre qualcosa senza chiedere niente in cambio.

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