Archivio per la Categoria 'Editoria'

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  3. Come gli editori vi vorrebbero (e un futuro poco roseo) by Il Duca di Baionette
  4. Library.nu fuori servizio by Il Duca di Baionette
  5. Piattaforme di pubblicazione come aggregatori di competenze by Il Duca di Baionette
  6. Tombolini: "Ebook, ecco cosa sta succedendo in Italia" by Il Duca di Baionette
  7. Apre AgenziaDuca.it by Il Duca di Baionette
  8. Guida all'Ebook Marketing di Smashwords by Il Duca di Baionette
  9. Made in Italy: l'anteprima è a pagamento by Il Duca di Baionette
  10. The Book Job: i Simpson spiegano l'editoria by Il Duca di Baionette
  11. Arriva Odyssey (e altre amenità a tema eBook) by Il Duca di Baionette
  12. Sconfiggere il formato proprietario di Amazon: "salva ePub, salva l'editoria" by Il Duca di Baionette
  13. Mercato eBook USA: luglio 2011 by Il Duca di Baionette
  14. Il Telefonoscopio di Robida e altre meraviglie by Il Duca di Baionette
  15. Aggiornamento (più o meno) periodico a tema eBook (7) by Il Duca di Baionette
  16. Edoardo Mori: calci in culo per tutti by Il Duca di Baionette
  17. Aggiornamento estivo a tema eBook by Il Duca di Baionette
  18. Legge Anti-Amazon: felicità nella AIE e dimissioni by Il Duca di Baionette
  19. Aggiornamento (più o meno) periodico a tema eBook (6) by Il Duca di Baionette
  20. Ebook Lab Italia 2011: DRM e Pirateria by Il Duca di Baionette
  21. USA, Febbraio 2011: eBook al 29% by Il Duca di Baionette
  22. Ebook Lab Italia 2011: gli interventi di Riccardo Cavallero e di Cristina Mussinelli by Il Duca di Baionette
  23. Ebook Lab Italia 2011: articolo-guida per Libroshima by Il Duca di Baionette
  24. USA eBook: gennaio, il mese della noia by Il Duca di Baionette
  25. Ritorno da Ebook Lab Italia 2011 by Il Duca di Baionette
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  27. 102 anni fa: il Manifesto del Futurismo by Il Duca di Baionette
  28. USA: un buon 2010 per gli eBook by Il Duca di Baionette
  29. Vendite degli eBook in Italia a Natale by Il Duca di Baionette
  30. Tariffe ridotte per Ebook Lab Italia 2011 by Il Duca di Baionette
  31. Giochi di ruolo ed eBook: meglio del previsto by Il Duca di Baionette
  32. Fazi, Melissa P. e quel covo di dementi chiamato Editoria Italiana by Il Duca di Baionette
  33. Ebook Lab Italia 2011 by Il Duca di Baionette
  34. Aggiornamento (più o meno) periodico a tema eBook (5) by Il Duca di Baionette
  35. Il prezzo degli eBook secondo Antonio Tombolini by Il Duca di Baionette
  36. Mondanoia e Telecoma a Francoforte… by Il Duca di Baionette
  37. Aggiornamento (più o meno) periodico a tema eBook (4) by Il Duca di Baionette
  38. Aggiornamento sulle vendite di Konrath by Il Duca di Baionette
  39. USA: vendite eBook, luglio 2010 by Il Duca di Baionette
  40. Aggiornamento (più o meno) periodico a tema eBook (3) by Il Duca di Baionette
  41. Barnes & Noble soccombe al digitale? by Il Duca di Baionette
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  45. USA: vendite eBook, primo trimestre 2010 by Il Duca di Baionette
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  49. USA: vendite ebook, febbraio 2010 by Il Duca di Baionette
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  52. Il giusto prezzo degli eBook: Konrath, Smashwords e un confronto con la carta by Il Duca di Baionette
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  54. eBook: vendite USA 2009, sondaggio tra i lettori e acquisti con donazione by Il Duca di Baionette
  55. Konrath: più soldi con gli eBook a 1,99$ by Il Duca di Baionette
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  66. Negri, Editori, Scrittori e Lettori by Il Duca di Baionette
  67. Mercato degli eBook: un aggiornamento dalla Germania e i libri gratuiti della Random House by Il Duca di Baionette
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  69. Vendite degli eBook in aprile e dati sulla correlazione tra pirateria e vendite by Il Duca di Baionette
  70. USA: vendite eBook, primo trimestre 2009 by Il Duca di Baionette
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  75. USA: vendite eBook, terzo quarto 2008 by Il Duca di Baionette
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  77. Gli eBook e il futuro del libro by Il Duca di Baionette
  78. Dietro il prezzo di un libro by Il Duca di Baionette

Arriva Odyssey (e altre amenità a tema eBook)

Scritto da il 11 nov 2011 | Categorie: Ebook, Editoria

Questo è quasi sicuramente il prossimo eReader che comprerò:

Bookeen Odyssey, da oggi in prevendita a 149,99 euro.
Ho bisogno di un eReader che sia buono anche per prendere rapidi appunti sui testi, sia scritti con le annotazioni che a mano libera col pennino (come strato di immagine sovrapposta). Come faccio con il mio Asus EA 800, ma possibilmente con un sistema di importazione delle note più comodo e, finalmente, con uno schermi E Ink come Gesù comanda: quel LCD passivo del EA 800 col suo angolo di visione ridottissimo ogni volta che ci lavoro (immaginate poi i testi su cui lavoro, brrr) mi fa venire voglia di farmi i tagli sulle braccia peggio degli emo…
Se questo Odyssey è appena appena simile a quello che cerco, DEVE essere mio. ^_^

Lo schermo con tecnologia HSIS (High Speed Ink System) è un E Ink Pearl che, via software, ha ottenuto una velocità molto più elevata rispetto a quelli del Nook, del Kobo, dei Sony o dei Kindle. Così veloce che E Ink stessa si è stupita e ha chiesto a Bookeen come cavolo avesse fatto. Più veloce e quindi più reattivo per prendere annotazioni e scorrere le pagine. Secondariamente la cosa tornerà utile con gli ePub 3, visto che possono supportare i video, e per internet. E ovviamente per lo scrolling dei grossi pdf e delle pagine internet!
La batteria che dura 25.000 pagine quando di solito ne indicavano 8-10.000 fa supporre che anche i consumi degli E Ink Pearl HSIS siano inferiori a quelli degli E Ink Pearl degli altri, anche se la batteria passa dai 1000 mAh del Gen3 ai 1650 mAh. Poi c’è solo da provare e vedere se è vera tutta questa differenza. Gli altri dati li trovate nell’apposita pagina.

Due vecchi video che mostrano la velocità di refresh raggiunta da Bookeen

Un consiglio spassionato: non comprate i Sony PRS-T1 con il prezzo maggiorato di 50 euro perché noi italiani non siamo ariani a sufficienza (199 euro in Italia, 149 euro in Francia e Germania). Risparmiate 50 euro e comprate un eReader che sembra molto migliore, l’Odyssey della francese Bookeen. Crepi Sony e le sue politiche di prezzo razziali.

Cambiamo argomento.
Si era spesso detto che lo svantaggio di Amazon rispetto a B&N era di non poter vendere i propri eReader nei negozi fisici. Tra poco non ci sarà più questo problema. Dal 15 novembre ben 16.000 negozi negli USA esporranno la linea di eReader e tablet Kindle.

Amazon.com today announced that over 16,000 stores across the U.S. will be selling the new Kindle family starting November 15. Customers will be able to visit any Best Buy, Target, Walmart, Staples, Sam’s Club, RadioShack, Office Depot, as well as several other retailers, to experience and purchase the $79 Kindle, the $99 Kindle Touch, the $149 Kindle 3G and the $199 Kindle Fire. The all-new $79 Kindle has been available in stores around the world since shortly after it was introduced.

Fonte: Amazon

La data è interessante e il duello con B&N è sempre più evidente.
Da parecchi giorni era di dominio pubblico la notizia che Barnes & Noble stesse espandendo l’area espositiva degli eReader e tablet nei suoi punti vendita, ben prima dell’annuncio ufficiale del 7 novembre del nuovo tablet. Alcuni dipendenti avevano indicato la data del 7 novembre per l’annuncio dell’arrivo di qualche grande novità di B&N (ed era ben chiaro che novità fosse facendo due più due). Amazon ha voluto battere sul tempo B&N con l’arrivo del tablet nei negozi fisici: chissà in realtà per quando l’avevano programmata prima di anticiparla al 15. Ben 24 ore in più ai clienti per comprare il Fire al posto del Nook Tablet.
I soliti guastafeste. ^_^

B&N’s share of the ebook market in the US is 27%. Publishers want that share to grow. No publisher would speak on the record about Amazon, but as one executive at the launch put it bluntly, “We are all hoping that B&N will compete successfully. We need them to do so. Amazon engages in thuggish tactics and treats the whole book business as a loss leader.”

Fonte: TheBookseller.com

La B&N aveva anche annunciato la riduzione del prezzo del Nook Simple Touch da 139$ a 99$. Come speravo avrebbero fatto al tempo dell’annuncio del nuovo Kindle. Con i suoi 99$ il Nook Simple Touch è più conveniente del Kindle Touch da 99$, visto che il secondo ha la pubblicità e il primo no. Un duro scontro, ma tutto a vantaggio del cliente.

No Annoying Ads
Reading time is your time and you don’t want to be interrupted. NOOK lets you immerse yourself in your books, magazines, and newspapers without being distracted by annoying ads that appear in other Readers.

Discorso un po’ diverso se facciamo il paragone tra l’ottimo Nook tablet e il leggermente inferiore Kindle Fire: 249$ contro 199$, pienamente giustificati dall’hardware superiore e dalla maggiore durata della batteria, ma altri dettagli possono far preferire il Fire ai clienti…
A me stanno sulle palle entrambi. Preferisco gli schermi E Ink, voglio leggere e basta. Inizierò a voler bene ai tablet quando saranno sempre più simili agli eReader, magari con dei bei schermi Mirasol o qualche altra diavoleria futura simile (maledetti LCD luminosi).
Sarò di parte, ma io la tavoletta voglio che sia ottimale anche per leggere (sia per svago che per consultazione), non solo per giocare ad Angry Birds, guardare i porno e buttare la propria vita nel cesso spendendo metà della giornata su Facebook a cazzeggiare. Datemi un tablet che sostituisca in modo eccellente l’eReader e adorerò il nuovo tablet-eReader (che prima o poi arriverà: è un’evoluzione così scontata che sembra rifilata coi saldi).

Intanto Kobo, proprio come Amazon, sta iniziando a progettare di sostituirsi agli editori. Non si sa ancora se solo in eBook o anche su carta e nel caso se lo farà solo come servizio di autopubblicazioni o come editore vero e proprio nel modo in cui sta iniziando a operare Amazon.
Se anche facesse come Amazon, non mi pare che ci sia nulla di male: l’importante è che quando si danno meno soldi all’autore con la scusa di investire come editore sul suo lavoro, beh, si investa davvero: editing vero, copyediting, proofreading, eBook fatto ad arte, copertina di qualità e promozione minima. Altrimenti è solo una truffa.
Fornire servizi editoriali agli autori in cambio di parte dei profitti. Sul lungo periodo, se il libro è buono, non conviene all’autore… ma intanto si evitano gli investimenti iniziali e per alcune persone può essere molto importante. Hobby bislacco questa “editoria”, nevvero? Bislacco alquanto! ^_^

Di due giorni fa è la notizia che la canadese Kobo è ormai nippocanadese. La compagnia giapponese Rakuten guidata da Hiroshi Mikitani ha concluso l’accordo per comprare il 100% di Kobo per 315 milioni di dollari. Notizia arrivata pochi giorni dopo l’annuncio che il Giappone ha abbandonato il suo formato per gli eBook, il famigerato XMDF spinto dal governo e da una banda di retard, per adottare l’ePub 3.
Tanto per ridere della quota minima di scemenza che colpisce tutte le nazioni senza vincoli razziali: quella gente contava di vendere alla grande il proprio baraccone di tablet Galapagos della Sharp a 450-670 dollari (5,5 o 10,8 pollici), con previsioni di vendita di un milione di pezzi… dopo parecchi mesi ne avevano venduti solo trentamila: i giapponesi non sono imbecilli e spero che qualche manager si sia aperto la pancia con l’aprilettere.

Sales for the devices were expected to quickly reach one million, but despite an enormous publicity push, hit only 30,000 in the first ten months on sale.

So, why did “national flag carrier” for e-books fail to take off? Part of the unpopularity of the Galapagos can likely be attributed to its strange name, high price, and poor user experience as compared with rival devices (such as the iPad). But the major problem may simply be the limited number of e-book titles available for a device that was pitched as a dedicated e-reader.

Così imparano a sottovalutare l’intelligenza del proprio popolo!
Gesù benedica quelle scimmie gialle e le loro mille perversioni!

L’acquisto dell’intera Kobo da parte di Rakuten, non solo di una fetta maggioritaria, fa ben sperare per le prospettive di crescita futura di Kobo. Quando non si vuole spartire la torta con nessuno significa che la si ritiene ghiotta e abbondante.
Speriamo che tra Kobo ed ePub 3 in Giappone inizi anche un maggior afflusso di narrativa giapponese nel mercato inglese, soprattutto la vasta produzione di fantascienza e light novel. Mi piacerebbe vedere molte più light novel in inglese, così le potrei leggere pure io. I gruppi amatoriali impiegano secoli a tradurle e gli editori americani, se ricordo bene, una volta hanno pure rubacchiato per la propria traduzione ufficiale da quella amatoriale. E quando non rubano spesso traducono in modo indecente (ho visto i commenti alla prima light novel di Gundam SEED). Meglio allora che se ne occupino i Giappo di tradurle e venderle, un po’ come già ora i nostri editori italiani (Fanucci e Mondadori) puntano a invadere con opere tradotte il mercato anglosassone.

Lo sguardo amichevole di Amazon intanto si poggia sugli autori.

Amazon per un errore nella gestione automatica dei prezzi ha messo a ZERO dollari Blood Soaked & Contagious, un romanzo con gli zombie, per tre settimane prima che l’autore se ne accorgesse e correggesse il prezzo riportandolo a 5,99$.

Durante quelle tre settimane sono state vendute 6111 copie a prezzo zero. L’autore non ha ricevuto nulla e ha chiesto ad Amazon i soldi. La risposta è stata che secondo le condizioni del contratto Amazon non deve proprio rimborsargli nulla. Bisogna notare che Crawford, l’autore, era uno di quegli autori che hanno accettato il 35% dei guadagni al posto del 70% pur di mantenere più controllo possibile sulla propria opera, ad esempio tenendela fuori dal sistema di prestito bibliotecario Overdrive. Curioso che proprio un autore fastidioso, uno scassapalle che non cede tutti i diritti, sia vittima di un simile errore, eh?

C’è un problema di fondo nella questione.
Non è facile quantificare il rimborso: difficilmente possono essere gli oltre 10.000 dollari delle 6111 copie vendute, visto che a prezzo 0 ne saranno state “comprate” molte di più. In più la visibilità data dalla cosa, se il romanzo è decente, è probabile che abbia più avvantaggiato che non danneggiato il romanzo. Ma se è una porcata c’è il problema che i lettori che lo hanno letto solo perché era gratis e non per reale interesse verso la narrativa a base di zombie potrebbero rilasciare “recensioni tossiche”, ovvero quel tipo di commento inutile fatto da chi in primis proprio non avrebbe dovuto leggere l’opera perché non gliene frega nulla del genere.
I commenti negativi basati sul mero pregiudizio (come quelli troppo positivi basati sull’estrema ignoranza) non aiutano i veri clienti, ovvero il pubblico che bazzica quel genere/sottogenere particolare da un po’ di tempo e vuole opinioni motivate di altri appassionati. Tornerò sul tema delle “recensioni tossiche” per il sistema in futuro.

Difficile dire se l’autore sia stato danneggiato, e nel caso quanto, o avvantaggiato.
Però sarebbe meglio se fosse l’autore stesso a prendere simili decisioni, visto il rischio. Essere distribuiti gratis in un negozio, dove i clienti tenderanno a commentare, è diverso dal farsi pubblicità con la pirateria. La percezione del diritto a parlarne agli altri clienti, quando lo si è comprato (anche se a 0 dollari), temo sia maggiore che non quando si è preso illegalmente su un sito diverso da quello del negozio.
Un autore prende apposta la metà dei soldi per non far dare in giro il proprio romanzo gratis con Overdrive e Amazon lo regala lo stesso in modo diverso…

L’autore quindi è probabile che abbia torto a quantificare il suo danno in oltre 10.000 dollari. Allo stesso tempo c’è un altro problema insito nel modo in cui agisce Amazon, e non solo per la negligenza (o criminale malafede?) con cui opera. Il problema di base è molto più grande, come già denunciato la volta scorsa. Il contratto con Kindle Desktop Publishing dice che Amazon può scegliere di non fare più affari con un dato autore per qualsiasi ragione (o senza alcuna ragione). Come già detto in passato il problema è che se qualcuno scrive qualcosa di scomodo o osa lamentarsi in pubblico di Amazon, può trovarsi cacciato da un negozio che serve la maggioranza del mercato dell’editoria digitale (oltre il 60% immagino, nell’articolo esageravano con un bel 80%). Tutto legale.

Citando l’editor Rich Adin:

Can I hear the chorus again: Amazon is my friend.

I find it amazing how one-sided Amazon’s contract is yet authors race to be first at Amazon’s door. Crawford shouldn’t be surprised by anything that Amazon does that screws him. Amazon has carefully made sure it is in the nonegotiable contract.

And you just gotta feel Amazon’s love for you when you read glad tidings like this: “Under the terms of the contract with Kindle Desktop Publishing, Amazon can choose not to do business with him again for any reason (or no reason at all), thus locking him out of an estimated 80% of the e-book market.” I could just kick myself to death for not helping Amazon gain the 20% of the market it is missing.

Considering how Amazon’s contract favors Amazon today when there is at least a smidgen of competition, I wonder how draconian it will become when that competition is buried.

In questo caso Crawford non ha subito ritorsioni per essersi lamentato in pubblico. D’altronde con il casino che ha fatto non era il caso di danneggiarsi da soli cacciandolo. La spada di Damocle del danno d’immagine globale in pochi giorni è l’unica speranza per evitare che Amazon, o chiunque altro, inizi a giocare troppo sporco… finché ci sarà un’alternativa, per quanto piccola.
E fortunatamente la concorrenza sembra bene intenzionata a non permettere ad Amazon di diventare l’unica libreria del mondo.

Come aspettare l’arrivo di Amazon in Italia allora? Con ottimismo.
Al momento attuale e per i prossimi anni Amazon può solo fare bene al mercato italiano degli eBook e ai lettori italiani. La concorrenza, sempre più propensa a diventare internazionale (come ha detto di voler fare B&N), difenderà il mondo dal rischio di censura. Senza contare l’altra questione che avevo accennato nello scorso articolo a tema eBook (la lettura sul web, i futuri tablet con schermi perfetti per la lettura, i micropagamenti) e che tratterò in un articolo futuro, che secondo me è l’elemento più importante per immaginare con ottimismo un ipotetico futuro sempre più svincolato dall’obbligo di vendere per forza nei “negozi”.
Possiamo guardare ad Amazon come a una forza positiva per i lettori e per gli autori.

Il Kindle store italiano arriverà a fine mese, tra il 15 e il 30 novembre 2011.
Fonte un amico, confermata da questo articolo. Mi domando se sceglieranno come data per l’apertura mercoledì 23, anniversario del primo anno in Italia.

Per concludere ecco una piccola curiosità su quanto guadagni Amazon da ogni Kindle “base” (non touch) venduto. Come avevo spiegato in questo commento è facile che Amazon guadagni, nella migliore delle ipotesi possibili, 49$ da ogni Kindle Fire da 199$ (ma visto che ora lo mette nei negozi fisici e quei negozi devono guadagnare pure loro, è facile che quel guadagno si azzeri). Ma per il Kindle da 109$?

Secondo questo articolo che riporta le stime di iSuppli, ogni Kindle di quel tipo costa ad Amazon 84,25$ (senza contare gli altri costi di struttura del sito da spalmare sopra) il che equivale a un guadagno di 24,75$ appena.

Direct Material Cost
Display Module: $30.50
Main PCB: $30.37
Other – Enclosures / Final Assembly: $15.08
Box Contents: $2.06
Misc Interface PCBs: $0.59
Direct Material Cost Total: $78.59

Manufacturing Cost: $5.66
Total Materials & Manufacturing: $84.25

Lo schermo E Ink Pearl è la componente più costosa con i suoi 30,50 dollari. Il che non è male visto che fino a un paio di anni fa se uno rompeva lo schermo E Ink del Cybook Gen3 o simili gli costava sui 100 euro sostituirlo.
E partivano raffiche di insulti random contro il fato.

Quando vendono il lettore con le pubblicità integrate a 79$ stanno quindi perdendo circa 5$, compensati dagli incassi che pensano di fare grazie alle pubblicità. Guadagni che, tolta la piccola perdita, immagino siano di 20$ circa durante la vita del lettore. Questo se si ipotizza che abbiano calcolato il prezzo sottraendo l’intero guadagno extra medio immaginato per abbassare il più possibile i 109$ di base. Magari non li hanno sottratti tutti e si aspettano di incassare 30$ o più.
Chissà.

 

Sconfiggere il formato proprietario di Amazon: “salva ePub, salva l’editoria”

Scritto da il 27 ott 2011 | Categorie: Ebook, Editoria, Riflessioni

Nell’articolo sui nuovi Kindle avevo fatto una lunga riflessione sui pericoli che in futuro Amazon, in quanto azienda sostenitrice di un formato proprietario (.azw/.mobi — vedi qui per il KF8) dentro cui chiude i contenuti culturali dei libri, potrebbe rappresentare per la salvaguardia dei testi pubblicati e, in secondo luogo, per la diffusione delle cultura nel caso decidesse di non ammettere “certi testi” quando sarà il punto di riferimento mondiale per l’acquisto dei libri (e magari pure per il prestito in biblioteca).

Non è un problema che si presenterà ora.
Al momento Amazon sarà un semi-monopolio utile, propositivo, in grado di creare dal (quasi) nulla una mercato fiorente dell’editoria digitale. Un buon semi-monopolio di quelli utili, che stanno alla base del capitalismo descritto da Immanuel Wallerstein. Ma ciò che di buono farà ora, se non verrà privato di certi aspetti negativi di contorno che al momento non sembrano “così pericolosi”, potrà diventare di punto in bianco disastroso in futuro.

Come avevo commentato nell’articolo linkato prima:

Il punto di forza di Amazon è comportarsi molto meglio coi clienti quando si tratta di beni fisici di quanto faccia qualsiasi altra azienda concorrente. Ne parlava già Doctorow in Content.

Ma non lo fa perché è il Gigante Buono, immagine che si è costruita negli USA. Lo fa perché così guadagna di più, costruendo un nome e un rapporto coi clienti. Come già spiegato. Non è meno carogna dei sui colleghi Apple o simili, è solo meno idiota e sa portare dalla sua il pubblico mentre guadagna (il che è meglio di niente, ovviamente! Finché dura).

Oggi è “buona”, ovvero persegue il proprio interesse egoista tramite atteggiamenti altruisti (perché gli avversari sono così scemi da non saperlo fare anche loro). Quando questo spreco di forze per rimanere buona non sarà più necessario, se vorrà, potrà smettere di esserlo.

Se smetterà di esserlo, saranno cazzi.
Magari non smetterà con Bezos, magari smetterà quando al suo posto (se vogliamo immaginarlo come “un po’ idealista” – nonostante il modo in cui tratta i dipendenti) ci sarà solo un consiglio di manager interessati esclusivamente a predare più profitti possibili subito, come successo a tantissime altre aziende.

Questo diceva l’articolo.
Il problema non è ora, ora Amazon è fantastica: il problema è dopo, in un eventuale cambio di rotta quando sarà diventata il monopolio dell’intrattenimento.

Per impedire un disastro bisogna agire prima che avvenga: agire dopo che è avvenuto, quando finalmente tutti si accorgeranno di ciò di cui una minoranza di corvacci del malaugurio li ammoniva da anni, significa solo riparare i danni già causati. Si dice che il problema non è cadere da un palazzo, ma l’atterraggio. Il ragionamento vale per Amazon: il problema non è portare una bomba atomica in volo con un bombardiere; il problema non è neanche armarla; non è un problema nemmeno mentre cade; quando esplode ecco che c’è il problema. Ma dopo che è esplosa ci si può domandare se non sarebbe stato meglio evitare di armarla e lanciarla (il giretto in aereo invece può pure farlo).

Ma come agire?
Ovviamente i consumatori armati col cliché delle torce e dei forconi (sigh) non possono nulla, al solito. Belle chiacchiere tipo “boicottiamo i prodotti con il chip Fritz” o “boicottiamo Amazon” non hanno alcun effetto. Avete visto il boicottaggio sui libri Mondadori? Vi pare fallita? E Intel è fallita perché un pugno di esperti giustamente preoccupati accusava il Trusted Computing di essere una minaccia letale per la libertà?
Tutte lotte “giuste”, ma fondamentalmente l’effetto economico è stato irrisorio. Nel secondo caso almeno sensibilizzare la clientela ha l’effetto di ridurre il rischio che le aziende possano scegliere davvero la strada della blindatura informatica. Il primo caso rimane solo ridicolo: gli editori sopravvissuti al passaggio al digitale crolleranno quando i lettori inizieranno a far pagar loro, per decisione individuale e non per invito collettivo di terzi, la cattiva qualità dei prodotti venduti (ovvero forse mai: il pubblico tipico che ancora legge, accuratamente selezionato dagli editori cacciando per decenni chi aveva pretese di qualità, non è capace di distinguere nulla, se non la merda peggiore come Unika e Amon).

Le cose cambiano agendo sul meccanismo che le causa, non reagendo al risultato (cioè alle “cose”). Questo principio gira appena da una manciata di millenni: dall’economia alla strategia alla metallurgia, tutto si basa su questo concetto. Eppure ancora molti pensano che agire sempre e solo sulla conseguenza e non sulla causa sia il modo giusto di ragionare: misteri dei meccanismi evolutivi che hanno reso la Stupidità il vero marchio di fabbrica che distingue l’uomo dall’animale “inferiore”.
Chi ha la capacità di agire ORA sono gli editori, difendendo i propri interessi mentre proteggono quelli dei lettori. Egoismo altruista che genera vantaggi collettivi, ovvero fare ad Amazon quello che Amazon ha fatto ai concorrenti negli anni scorsi: usare l’attenzione al benessere del cliente come arma, come predicava già mezzo secolo fa Ray Kroc, il fondatore di McDonald’s:

“Prenditi cura del cliente e gli affari si prenderanno cura di sé da soli.”

È sempre un buon motto. Tra le aziende italiane, Simplicissimus Book Farm lo ha adottato: l’attenzione al cliente è massima, sia per gli eReader che per la vendita di eBook. Quando si accede al negozio è possibile contattare il libraio online, Ciccio Rigoli, per chiedere consigli al volo per gli acquisti o aiuto tecnico. Il tutto senza dover inviare scomodi ticket all’assistenza come invece avviene su IBS: quando ho avuto problemi con un acquisto, Rigoli mi ha risposto in meno di un minuto e ha pure verificato che l’addebito via Paypal non fosse avvenuto più di una volta (cosa a cui non avevo pensato, ma tanto non era successo).

Taotor mi aveva chiesto nei commenti all’articolo sui nuovi Kindle:

Duca, se voi foste nella Barnes & Noble come rispondereste all’attacco Amazon?

E avevo risposto:

L’unica risposta possibile a un supercapitalista che basa il suo potere sui prezzi infimi e sui DRM proprietari…
… è adottare una campagna di terrorismo contro i DRM, rinunciare ai DRM in proprio, convincendo gli editori a seguirti, e puntare sui libri davvero liberi su dispositivi liberi. Abbassando poi il prezzo del Nook nuovo di altri 10 dollari o, se si riesce, fino a 99 dollari.

Il problema di una decisione che richiede più persone per essere presa è, ovviamente, la presenza fissa X di idioti come ci ricorda Cipolla.
B&N potrebbe anche avere qualcuno dentro con grafici, studi ecc… che dimostrano che sarebbe la Vera Mossa che Amazon non si aspetta e a cui non saprebbe ribattere, la denuncia dei libri cancellati, il terrorismo puro contro ciò che sarebbe un mondo di cultura in formati “non Open” e il presentarsi come paladini della libertà dei consumatori, ma poi convincere gli editori a rinunciare ai DRM di Adobe è impossibile. ^_^

Quando Amazon sceglie un nuova strategia, non deve farla digerire ad altri. La sceglie e basta. È la forza di una monarchia illuminata contro un parlamento: rapide decisioni. Ed è solo due millenni e passa che viene ripetuto ossessivamente che le decisioni vanno prese all’istante e senza tentennamenti, eh…

Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata.
(Tito Livio)

La risposta come potete notare è dal punto di vista di una libreria, non degli editori.
Il sistema dal punto di vista della libreria funzionerebbe perfettamente, permettendogli di accentrare pubblico su di sé (più che sui concorrenti) mentre si indebolisce l’avversario principale. In più sarebbe un tipo di egoismo positivo per la società, perché per favorire il proprio bene si fa anche il bene della collettività. E il tutto senza dover dire nemmeno una menzogna: la forza della verità e del pericolo dei formati proprietari porterebbe esperti da ogni parte del mondo (Stallman e il sito TeleRead inclusi) a sostenere B&N nella sua campagna contro Amazon.
Amazon alla fine sarebbe costretta a cedere, adottando gli ePub senza DRM.

Amazon manterrebbe gli enormi vantaggi del suo essere un accentratore con un grande pubblico di riferimento. Perderebbe solo la capacità di incatenare il pubblico col formato, ma è un vantaggio che può perdere: non ne aveva bisogno con gli altri prodotti fisici, quando ha costruito la propria fama con l’onestà verso i clienti e la difesa dei loro diritti, quindi perché dovrebbe averne bisogno con gli eBook?
Una situazione di liberi eBook in libero formato è una situazione dove tutti vincono. Anche Amazon, vincerebbe solo un po’ meno di prima: invece di essere un Bandito Intelligente, citando la suddivisione di Cipolla, sarebbe Intelligente-e-basta assieme agli altri.

Quindi, data la presenza allarmante dell’infezione detta Stupidità, questa è una prospettiva impossibile. Sì, la stupidità si diffonde “infettando” altri individui: Livraghi ha dato validi motivi per sostenere questa idea citando i casi della televisione e simili. Bastano pochi Stupidi che non aderiscono per demolire un piano ben fatto, anche se la maggioranza Intelligente è d’accordo. E sto parlando con fin troppo ottimismo: di norma la maggioranza è Stupida, ovvero legata al passato e a schemi di ragionamento obsoleti incapaci di fornire risposte efficaci, mentre solo una minoranza è Intelligente, ovvero capace di reagire in modo efficace al nuovo ambiente e salvare la baracca per tutti (colleghi Stupidi nell’azienda inclusi).
Se ancora il concetto di Stupidità vi lascia perplessi, liberatevi dell’Ignoranza (fedele amica e collega della Stupidità) leggendo questo e questo.
 

[...] la stupidità è contagiosa. E, poiché chi ne è infetto non lo sa, l’epidemia è difficilmente curabile. Questo è uno dei motivi per cui il potere della stupidità è pernicioso – e le difese sono spesso inadeguate. Più la consideriamo “innocua” (e più ci illudiamo di esserne indenni) più aumenta la sua pericolosità.
(Giancarlo Livraghi, “La stupidità non è innocua”)

 

A fine settembre avevo lanciato quell’allarme sui possibili guai futuri, facendo rimbalzare l’idea di pericolosità a lungo termine di Amazon che già i siti di settore discutevano nel 2009 al tempo dei primi dati sul successo di Konrath (se ne discutevano ancora prima non so dirlo, ma l’incidente con l’edizione illegale di 1984 cancellata senza l’esplicito permesso degli acquirenti da tutti i Kindle risale al 2009).
Cosa è accaduto nel frattempo?

Nel frattempo, come è ovvio, le cose sono andate nel modo già previsto da molti esperti da molto tempo. Ovvero Amazon ha continuato con il suo piano, in piena luce del sole, per sostituirsi agli editori. Ha fatto accordi di pubblicazione con degli autori, garantendo in cambio il genere di servizi che di solito fornisce (o dovrebbe fornire) un editore: copertina, formattazione, pubblicità ecc…
Paga i servizi al posto dell’autore, assumendosi il rischio di impresa in cambio di una fetta dei proventi. Un editore, appunto. E si è messa perfino a tradurre i romanzi stranieri più promettenti in inglese, prerogativa dei veri editori fino a poco tempo fa: The Hangman’s Daughter, romanzo storico originariamente in tedesco, è stato tradotto da Amazon in accordo con l’autore e ha venduto, pare, 250mila copie.
Stupore! Articoli scandalizzati qua e là! Allarme rosso!

Seriamente, ma scendere dal pero prima no?
È un pezzo che si dice che Amazon stia portando avanti questo progetto, ha pure fondato marchi specializzati su vari generi nel 2010-2011. E stava assumendo apposta editor e affidando il lavoro ad agenti professionisti (non a degli sprovveduti del mercato editoriale, insomma, si spera). È banalmente ovvio che se stava ancora portando avanti lo stesso progetto, come era già noto a tutti, prima o poi avrebbe avvicinato degli altri scrittori trasformandosi da “fornitore di un servizio di vendita eBook e POD” a “editore vero e proprio”.

Ve ne avevo parlato perfino io, che non sono certo un pozzo di scienza o di informazioni, nel maggio scorso quando era già una notizia vecchia e stravecchia:

Giusto per curiosità vi ricordo che Amazon è sempre più convinta di voler operare come editore che seleziona, cura e pubblica opere. Hanno assunto Laurence Kirshbaum (ex Amministratore Delegato della Hachette Book Group USA e agente letterario, 40 anni di esperienza nel settore) per comandare l’ufficio di New York. La missione di Kirshbaum è di fondare un marchio editoriale sotto il controllo di Amazon, focalizzato sull’acquisizione di testi di Literary Fiction e di saggistica di alta qualità (di preferenza quelli, ma non snobbano la narrativa commerciale). Dopo Amazon Encore (marchio per autopubblicati di qualità), AmazonCrossing (libri stranieri tradotti in inglese), The Domino Project (una roba di Seth Godin), Montlake Romance (rosa) e Thomas & Mercer (misteri e thriller), Amazon lancia un nuovo marchio specializzato.

Alta qualità e marchi focalizzati in ambiti ben precisi.
Amazon deve aver intuito che in un mondo in cui la qualità media dei romanzi sarà pessima, grazie alla valanga di autopubblicati, l’unico modo per vincere sarà di distinguersi come marchio tramite la qualità, creando così un rapporto di fiducia con i forti lettori. Non so se funzionerà, ma è la stessa idea che avevo portato io a Ebook Lab. Non vedo altro modo di far sopravvivere i marchi editoriali, al di là della pura forza bruta dei Big per imporsi negli spazi pubblicitari (costosi) e in televisione (solo per i bestseller). Forse ci stiamo avviando verso l’apocalisse e la narrativa di qualità morirà per sempre, come sono morti i grandi RPG per PC di una volta come Fallout (quelli veri, non le porcate attuali) e Arcanum… o forse no. Non lo so. Ne parlerò in futuro.

Un pero.
Osservate bene le fronde.
È pieno di blogger, scrittori ed editori.
 

Poi, non so perché, un sacco di persone hanno trovato scandalose, rivelatrici, blasfeme, oscene e bla bla bla queste due frasi di Russell Grandinetti (un pezzo grosso di Amazon):

The only really necessary people in the publishing process now are the writer and reader. Everyone who stands between those two has both risk and opportunity.

Le uniche persone davvero necessarie nel processo editoriale sono lo scrittore e il lettore. Chiunque si trovi tra loro due ha sia rischi che opportunità.

La parola chiave è “necessarie”.
Se lo scrittore può fare da solo, se ha le competenze per creare l’eBook, scegliere la grafica, editare tutto ecc… senza bisogno di altri, perché non dovrebbe farlo? Perché dovrebbe vietarsi di pubblicare il proprio testo in attesa che un fantomatico ente burocratico, un Gatekeeper, decida se la pubblicazione va approvata o meno?

Autore e Lettore: il minimo sindacale. Ovvero il concetto di “necessario e sufficiente”, ma Grandetti in realtà ha detto solo “necessario” (possiamo immaginare intendesse anche “sufficiente”). Anzi, non serve nemmeno l’Autore: se schiatta le Opere rimangono e bastano loro a farsi leggere. Ma non si intendeva fare un discorso di questo genere, per cui la precisazione lascia il tempo che trova… ^_^

Se poi l’autore non ha le competenze per produrre qualcosa di buono da solo, dovrebbe rivolgersi ad altri professionisti (pagandoli) o agli amici (pagando pure loro, se necessario: amicizia non deve significare per forza gratis). Se non lo fa e il suo libro alla fine fa schifo, problemi suoi: i lettori che non lo compreranno dopo averne letto l’estratto gratuito oppure chiederanno un rimborso al negozio per lo schifo (lasciando pure commenti irosi e voti bassissimi) non sono esattamente ciò a cui un autore dovrebbe puntare. Ma su questo torneremo nell’articolo futuro a tema, ora è fuori luogo approfondire.

Passiamo al secondo pezzo della frase: chi si trova in mezzo ai due tizi necessari “ha rischi e opportunità”.
E quindi? Vi state strappando le vesti? È il concetto di editore: qualcuno che investe (rischio) sperando di guadagnare più di quanto speso (opportunità). Potete interpretarlo in altri modi: un editor freelance ha rischi e opportunità, perché nel nuovo mercato ci sono più clienti possibili, ma è un macello riuscire a convincerli che hanno bisogno di fare un editing serio (e che l’editor è in grado di farlo, cosa che a meno di non essere già ben istruiti sulla scrittura è molto difficile valutare). Rischi e opportunità: come mai il concetto di “impresa”, uguale a come è sempre stato, a certuni sembra così alieno?

Quando sento che quella definizione non include l’editor, mi scatta un facepalm così forte da crollare svenuto: su che pianeta vivono? È dal 1987 che gli editor e i critici statunitensi si lamentano che non si fa più editing decente sui testi e ogni anno va sempre peggio. Anche nell’aMMeriga che tanti sognano. La situazione è già una tale porcata sovraffollata e con crumiri dietro ogni angolo pronti a vendere due cambi di virgola per 100 euro che peggio di così si prospetta solo l’autocombustione.
Giusto chi ha già posizioni nel settore consolidate e legami con gli editori ha da temere (e infatti frignano, es: il buon Rich Adin) e solo gli ignoranti possono pensare che ora vada tutto bene (parecchi caproni col sogno dell’aMMeriga e dell’editore che fa l’editing trasformando oscene storielle in capolavori), ma chi si avvicina da novello editor al settore sa già che peggio di così non potrebbe diventare. ^_^

Il fatto che qualcuno trovi scandaloso il semplice buon senso della “necessità di autori e lettori” è di per sé interessante, ma il fatto che un sacco di persone abbiano criticato quella frase pubblicando il proprio articolo di costernazione su dei blog che, guarda caso, sono proprio della piattaforme di pubblicazione in cui l’Autore incontra il Lettore senza che un Gatekeeper debba approvare la cosa, è una delle migliori prove possibili all’idea di Cipolla e Livraghi che gli Stupidi siano molto più di quanti sembrino.
 

“Qual è il tuo nome, Stupido?”
“Il mio nome è Legione perché sì perché è fantasy!”

 

Questo comunque non vuol dire che Amazon non sia in malafede: nel modello attuale c’è spesso un terzo agente, il “negozio” che prende la percentuale… non è un agente necessario (Gamberetta con Assault Fairies ha raggiunto più pubblico di molti libri pubblicati su carta), ma per guadagnare qualcosina al momento è praticamente obbligatorio. Superare questa situazione trasformando il negozio da “praticamente obbligatorio” a “molto utile” è necessario per mettere la ciliegina sulla torta del futuro. Sperando che non sia una crostata alla cacca.

Quel che volevo far notare è che frignare per quella frase è da ignoranti.
Pure su dei siti italiani ho visto proporre discorsi sul ruolo dell’editore come fornitore di servizi all’autore, come se fossero discorsi su qualcosa di nuovo. Santo cielo, è tutta roba vecchissima. Se avete letto qualche articolo così, potrete facilmente notare che quello era il tema del mio intervento a Ebook Lab Italia del marzo 2011, e già all’epoca mi pareva un discorso vecchio e stravecchio (ma necessario e utile da fare), tanto per dire quanto cavolo è vecchia quella roba.
Ecco un pezzo tratto dall’articolo-guida per l’intervento, che vi consiglio di leggere se non lo avete già letto:

Se il marchio dell’editore, al di fuori della saggistica dove farà da garante per la qualità delle informazioni, non sarà più un vantaggio, perché l’autore di narrativa dovrebbe scegliere di avere un editore?
Semplice. Gli editori possono essere aggregatori di servizi. Perso il ruolo di “rendere pubbliche” le opere, gli rimane quello di fare tutto ciò che possono per migliorarle e di selezionare solo prodotti su cui pensano che valga la pena investire.

Per un autore novello può essere difficile trovare un bravo editor (la stessa Amanda Hocking se ne è lamentata in una intervista), un esperto in grado di produrre un eBook validato e con tutti i metadati scelti al meglio, una buona copertina (Derek le sue le ha pagate 400-500$) e magari anche un traduttore per immettere l’opera sul mercato anglosassone. D’altronde non si è sempre detto che quello inglese è il vero mercato degli autori di successo? Presto sarà accessibile a tutti.

L’editore può fornire tutti questi servizi in cambio di una percentuale. Molti autori accetteranno anche solo per paura di investire 1000-2000 euro in un editing decente, senza parlare dei costi delle traduzioni.

Ma l’editore non deve operare come fa ora, prendendosi tutti i diritti che può e trattando l’autore come un sottoposto. L’autore non ha davvero bisogno dell’editore. L’autore sarà sempre più consapevole dell’importanza di tenersi i diritti sul libro. Se l’editore non intende tradurre subito l’opera per immetterla sul mercato inglese (o tedesco o giapponese ecc…), l’autore può voler imporre di tenersi i diritti di farla tradurre lui e venderla lui. Gli autori non sono tutti idioti: impiegheranno poco a capire che i veri guadagni e la massima diffusione sono tutti nel mercato in lingua inglese. Se l’offerta non è buona, l’autore potrà decidere di fare da solo.

Con un po’ di intelligenza gli editori potranno prendersi la fetta che meritano del nuovo mercato.

Non fatevi fregare la vostra fetta del mercato!

L’editore deve diventare un socio alla pari con l’autore, non un Capo che quando gli gira dice quante vendite ci sono state e l’autore non può aprir bocca per contestarle. Ad esempio, un account di vendita condiviso per ogni libro/autore pubblicato permetterà il completo controllo delle vendite da parte di entrambi. O altre soluzioni simili che rispettino l’autore come professionista indipendente, senza farlo sentire un sottoposto.

Le attuali azioni di Amazon confermano che la mia (e di molti altri) visione era quella giusta.
O gli editori inizieranno a fare la differenza o Amazon la farà al posto loro. Se gli editori non diventeranno aggregatori di servizi mentre Amazon lo diventerà, il pubblico si potrà rivolgere solo ad Amazon. Fine. Ma un editore che non diventerà un aggregatore di servizi, invece di un semplice stampatore e succhiatore di soldi, non è un Vero Editore… quindi che crepi pure, il bastardo!

Anche la questione dell’essere soci alla pari, con l’editore che dice (ad esempio) quante copie l’autore ha venduto e dove, è stata affrontata parecchie volte.
E infatti Amazon ha promesso di fare così coi suoi autori. Io ve l’avevo detto che questo era un elemento importante, ma qualsiasi imbecille (io, appunto) poteva arrivarci, siamo onesti.
Questo che parrebbe il minimo, dire all’autore quanto ha venduto, gli editori cartacei spesso non lo fanno. Di regola non lo fanno. E non parlo solo dei ritardi di mesi e mesi a scoprire il numero reale delle copie vendute: intendo proprio che se ne sbattono allegramente! ^_^
Alcuni autori ne sono rimasti scottati a sufficienza da abbandonarli o da scrivere post rancorosi contro di loro. Il famoso post in cui un certo autore horror per bambini, che ha pure un agente di tutto rispetto, accusava la Mondadori di non avergli pagato le royalties era un piccolo capolavoro: peccato che abbia cancellato il blog, si meritava un link.
Ma c’è sempre questo, contro la Marsilio:

Ci sono state promesse mai mantenute, rendiconti mai arrivati, royalties (forse: senza rendiconti, come faccio a saperlo?) non pagate, cose che ho trovato piuttosto gravi.
[...]
Serve mostrare agli editori che se davvero sono dei professionisti, allora devono comportarsi professionalmente; altrimenti, oggi più che mai, la loro funzione scompare. Troppi di loro pensano di vivere ancora in un mondo in cui possono permettersi di essere stampatori evoluti.

(Francesco Dimitri annuncia l’eBook autoprodotto di Pan)

Una recensione onesta del suo romanzo successivo, “Alice”, pubblicato con Salani (ovvero una casa editrice che fa selezione ed editing). Risultato? Una porcata indegna con un editing vergognoso (a quanto si può giudicare dai risultati). Se la Salani fosse una bandiera nazionale, Alice equivarrebbe a defecarci sopra e poi incendiarla.
 

Come mai sto scrivendo tutto questo papiro sconclusionato?
Durante la mattina ho letto questo articolo di Rich Adin:
How Do You Do It? Amazon vs. Editors (I)
Presenta un formula che mi ha ricordato la mia soluzione impossibile per B&N, solo che è traslocata dal punto di vista della libreria a quella degli editori e diventa molto più fattibile (ma perde la campagna di terrorismo e ci mette un classico braccio di ferro collaudato). È applicabile e semplice. Merita di essere segnalato.

Amazon, come è noto, vende eBook. Ne consegue che ha bisogno di eBook da vendere, per venderli. Il problema di Amazon è che i signori a cui vuole fregare il ruolo, gli editori, sono anche i signori che al momento forniscono una fetta notevole degli eBook che permettono ad Amazon di guadagnare e costruire la propria grandezza come libreria digitale. Se avesse solo piccoli editori e autopubblicati, sarebbe costretta a correre in lacrime ad abbracciare le ginocchia dei Grandi Editori che nel frattempo continuerebbero a vendere i loro romanzi, con minimo danno, su B&N (basterebbe attrezzarlo per vendere anche i .mobi senza DRM ai Kindle) o su Smashwords (che già vende i .mobi assieme agli ePub).

Questo potere di ricatto è il motivo per cui Amazon, a cui piace l’idea di dominare il mondo futuro sotto il tacco di ferro del formato proprietario, vuole liberarsi degli editori. O perlomeno liberarsi a sufficienza da poter sopportare la loro scomparsa. Adesso Amazon è vulnerabile, ci dice Rich Adin, perché non può ancora rinunciare agli editori. Quando Amazon, tra uno-due-tre anni o quel che sarà, diventerà un editore affermato con grandi autori di bestseller nella sua scuderia, il ricatto non sarà più possibile. E allora, forse, sarà Amazon a voler mandar via gli editori scomodi che minacciano coi loro eBook i suoi eBook.

Su cosa ricattare Amazon?
Gli editori, per poter mantenere viva la concorrenza, hanno bisogno che il formato proprietario sparisca. Attualmente un proprietario di Kindle non può agevolmente (o legalmente) comprare e leggere ePub: la possibilità che acquisti su una libreria che vende ePub è quindi infima, rimane vincolato all’adorato Amazon. O al più può saltellare su Smashwords, dove però l’assenza di DRM tiene lontani gli editori importanti.
Gli editori possono impuntarsi e dire: “Da ora in poi vogliamo che vendi i nostri libri in ePub con i DRM che diciamo noi, senza trucchetti!” Quando questi idioti hanno preteso il modello agenzia al posto del modello grossista per autodanneggiarsi, facendo allo stesso tempo un grosso favore ad Amazon (che però non aveva subito capito che era un favore), Amazon ha lottato, lanciato maledizioni, ha perfino esiliato MacMillan dal catalogo, ma alla fine il fronte unito (e non erano nemmeno tutti i Big) ha trionfato con i catastrofici effetti che già conosciamo.

Un grande editore USA all’opera…
… no, non è un editore: se ne è accorto troppo presto!
(da The basic laws of human stupidity di Carlo Cipolla)

 

La soluzione è salva la cheerleader, salva il mondo “salva ePub, salva l’editoria”.
Se si impone di adottare ePub secondo lo standard fornito da IDPF senza ampliamenti, anche se lo si farà con un DRM che prima o poi si dovrà comunque abbandonare, si sarà scongiurato il rischio globale di rinchiudere tutta la cultura scritta di saggi, romanzi ecc… dentro una cassaforte la cui chiave è ottenuta solo su gentile concessione di Amazon (proprietaria di Mobipocket e ideatrice del nuovo KF8). Se Amazon non vorrà che si possano fare più lettori per leggere Mobipocket e KF8, non li potremmo più leggere. Inclusi quelli su cui fonderanno la loro distribuzione digitale le biblioteche pubbliche. Ed è tutto legale: cavoli nostri se saremo così scemi da accettarlo.
Ulteriore vantaggio di avere ePub su Amazon: gli editori potranno creare loro gli eBook, al meglio delle proprie possibilità, senza doversi affidare alle (dozzinali) conversioni in Mobipocket/altro del negozio.

Questo non risolverà il problema dell’eventuale monopolio futuro, ma aiuterà a costruire una concorrenza più sana che eviti ad Amazon di fare il grande salto da semi-monopolio a monopolio-all-atto-pratico.
E questo non cambia il fatto che ancora oggi Amazon faccia aderire i suoi clienti a un contratto di uso per cui può, in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione, cancellare a piacimento i libri presenti sul Kindle del cliente. Ma un po’ di sana concorrenza li scoraggerà dal riprovarci per timore della smitragliata di calci nel culo da ogni direzione che ne deriverebbe.

Oh, certo, ha promesso che dopo il fattaccio del 2009 non lo avrebbe più fatto: ma allora perché continuare ad arrogarsi il diritto di farlo a piacimento? Eh già: non ci si tiene un diritto, soprattutto quando porta così tanta cattiva pubblicità tra gli appassionati, se non si pensa che prima o poi potrebbe tornare utile sfruttarlo. Se state facendo “Oh…” con la boccuccia, palpatevi la nuca e girate su ON la manopola del cervello. ^_^

 

Felicità random ingiustificata (con domanda retorica inclusa)
 

E fin qui ho ripetuto, in una versione meno scema (formati proprietari!), le stesse boiate che orde di blogger, scrittori e lettori più o meno sprovveduti già dicono.
Sì, boiate. Non perché la minaccia non sia reale, ma perché nei discorsi che leggo online (sopratutto in Italia, guarda caso, patria della disinformazione-per-ignoranza) il discorso dei formati proprietari e delle conseguenze collegate rimane di sfondo, come se non fosse il problema centrale. Sembra di leggere gente che è rimasta ferma a una lettura superficiale di testi di economia dell’Ottocento, senza capire che bisogna guardare la realtà effettiva e da quella trarne le conclusioni, non adattare la realtà restringendola alle conclusioni preconfezionate che ci pare di aver capito leggendo qualche barbuto crucco di 150 anni fa che non era nemmeno granché bravo con la matematica (si veda Mentire con le Statistiche di Darrel Huff).
Bisognerebbe fare come Aristotele e non come gli aristotelici, ammoniva l’altro ieri per cui siete scusati se non lo sapete quattro secoli fa Galileo.

Nelle possibilità che il futuro ci apre con la diffusione sugli eReader di pratiche e standard che già adottiamo nel “leggere” sul web, unita alla soluzione (che prima o poi arriverà) del problema dei micropagamenti, si trova quasi tutta la soluzione al problema.
La soluzione a (parte) del problema la potete trovare anche da soli, basta riflettere sul fatto che è probabile che tutto prosegua come sta proseguendo da quando c’è internet, unito alla soluzione di quei piccoli problemi sui pagamenti e a qualche altra semplice sciocchezzuola (tipo le percentuali tenute dai negozi ecc…).

Questi argomenti verranno affrontati nell’articolo sul futuro dell’editoria che pubblicherò prima di Natale. Il tema di fondo, recuperando un discorso iniziato nel lontano luglio 2008, sarà questo: l’eBook non è la soluzione ai problemi del mondo dell’editoria, ma solo una condizione necessaria a quel cambiamento di paradigma che non è detto che avvenga presto (né che avvenga in generale né che avvenga in modo completo).

I micropagamenti sono una parte rilevante del problema (ovvero il motivo misterioso per cui lo Stato ci ha dato fogli e monetine affinché ce li passassimo di mano in mano senza che venissero automaticamente tassati a ogni passaggio da un ente privato, ma non ha ancora fatto lo stesso con la valuta in digitale: dare 1 euro a qualcuno è molto più scomodo in digitale che di persona, al contrario di quanto avvenuto con le email rispetto alla posta cartacea), ma confido che si risolverà prima o poi.

La merda in cui si è nuotato fino a ieri sembra sempre meno densa di quella che ci aspetta domani, ma non è detto che lo sia stata davvero. ^_^
Per ora, in sintesi: siate ottimisti. Non vi dico “siate affamati”, perché quello accadrà solo se i peggiori incubi di dominio di Amazon si verificheranno.

EDIT 27/10/2011
Ho aggiunto una nota sul nuovo formato KF8 annunciato da Amazon, qui, e l’ho linkata due volte nel corpo dell’articolo. Il discorso non cambia. Ma il pericolo si concretizza, leggermente.

 

Mercato eBook USA: luglio 2011

Scritto da il 19 ott 2011 | Categorie: Ebook, Editoria

Breve aggiornamento coi dati AAP per il mercato degli eBook. Le fonti sono qui, quo e qua. Nel senso che dovete cliccare i link per scoprirle, i dati non me li hanno portati davvero i nipotini di Paperino: loro mi segnalano solo gli aggiornamenti tecnologici sugli eReader.

Sfortunatamente mancano i dati sui libri per bambini e ragazzi. Mi unisco al fastidio di David Gaughran: negli ultimi due mesi la AAP ha smesso, senza alcun avviso o motivo, di rilasciare comunicati pubblici e bisogna aspettare che altri che hanno ricevuto i dati ne pubblichino una fetta sul web.

Audiobook (acquisto fisico o scaricati) e libri religiosi non li infilo nelle mie tabelle, tanto non possono importare granché ai lettori interessati al mondo della saggistica di consumo e della narrativa.
 

Categoria   2011 YTD (ML $)     2010 YTD (ML $)     Variazione  
Adult Paperback 651,4 819,5 -20,5%
Adult Hardcover 568,8 692,3 -17,8%
Adult Mass Market 275,5 385,9 -28,6%
eBook 560,5 221,7 +152,8%

Totale (senza eBook): 1495,7 1897,7 -21,2%
Totale (con eBook): 2056,2 2119,4 -3%

 
Questi sono i dati dei primi sette mesi. Si può notare come solo la crescita degli eBook sia riuscita a salvare la giornata, infilando denaro extra in un settore in crollo anche per colpa delle svendite folli (70% e perfino 90% di sconto) dei negozi Borders in chiusura. Svendite che però non sono del tutto dannose sul momento: se una cosa costa il 30% magari uno ne compra tre e la perdita è solo del 10% sul periodo (poi è sommerso di romanzi e per mesi non ne compra ^_^”).
Mancano i libri per ragazzi, il che rende difficile valutare l’andamento complessivo del settore trade. In ogni caso questi dati che sommano tutti i mesi non rendono giustizia al reale andamento di luglio.

Categoria  Luglio 2011 (ML $)   Luglio 2010 (ML $)    Variazione  
Adult Paperback 77,5 109,4 -29,2%
Adult Hardcover 91,2 68,1 +33,9%
Adult Mass Market 43,1 60,6 -29,0%
eBook 82,6 40,3 +105,3%

Totale (senza eBook): 211,8 238,1 -11,0%
Totale (con eBook): 294,4 278,4 +5,7%

 
Molto meglio.
Come si può notare luglio 2011 rispetto al luglio 2010 ha avuto un notevole crescita degli hardcover. Questo però non significa niente, spiacente. Le novità hanno comportamenti molto variabili di mese in mese, tant’è che un luglio 2010 relativamente “sano” rispetto all’attuale periodo di crolli del cartaceo aveva guadagnato il 25% in meno. In generale crolli e risalite sono tipiche del mondo dell’editoria: solo quando i crolli sono continui per mesi bisogna preoccuparsi. Ma non bisogna preoccuparsi troppo: come già detto parte dell’effetto valanga va dato alle svendite per fallimento dei negozi Borders e un’altra fetta, molto significativa per giugno 2011, va a un semplice calo momentaneo naturale.
Gli eBook stanno benissimo e sono cresciuti molto nel 2011, prendendosi circa il 20% del mercato trade contro l’8% del 2010, ma la carta non sta colando a picco con la rapidità che i dati privi di interpretazione sembrerebbero suggerire.

Gli eBook stanno cannibalizzando le vendite della carta, ma in tal modo va ricordato che contribuiscono ai guadagni complessivi del settore. Se a quelle perdite continue non si aggiungessero gli incassi degli eBook, se fosse un reale crollo e non una trasformazione (condita da un po’ di crollo, ok, ma quelli di Borders se la sono cercata!), gli editori si starebbero già lanciando dalle finestre come certi investitori dopo il martedì nero del 1929.

Prospettive per i mesi successivi, ad esempio per settembre?
Poco rosee, se accadrà negli USA quello che pare sia accaduto nel Regno Unito:

top-selling hardback this week sold less than 5,000 copies; no. 50 sold 247 copies. The phrase “bestseller” needs to be redefined.

(Jonny Geller, agente letterario, su Twitter)

Non parlerò di due cose importanti accadute negli ultimi giorni, una a tema Amazon (e nuova editoria digitale) e una dalla Fiera del libro di Francoforte. Le infilerò in articoli più adatti rispetto a questo.
Prima o poi dovrei fare l’articolo di riflessione sui prezzi (il caso 0,99 dollari) e quell’altro sul futuro del digitale. Il problema è sempre che tutti gli argomenti si intrecciano tra loro. In più il Telefonoscopio di Robida mi ha portato via parecchio tempo e non ho voglia di affrontare altri articoli complessi nei prossimi giorni. Se volete vedere una fetta del futuro dell’editoria la potete trovate nel suo Ventesimo Secolo del 1883. Leggete l’articolo: come sempre l’Ottocento si rivela il secolo delle idee e delle previsioni azzeccate, mentre dal Novecento a oggi siamo vissuti sbavando in assenza di idee originali, buoni solo a rendere reale ciò che i nostro antenati avevano immaginato prima (bomba atomica inclusa).
Il futuro è già stato scritto, 130 anni fa.
 

Albert Robida (1848-1926)
È morto da 85 anni, ma dell’editoria attuale in trasformazione ne capiva più lui che tanti editori vivi e vegeti. Triste, eh? Magari è tutto merito della barba: editori, provvedete!

 

Il Telefonoscopio di Robida e altre meraviglie

Scritto da il 15 ott 2011 | Categorie: Ebook, Editoria, Fantascienza Retrò, Steampunk, Storia

Nell’articolo sul telefonino di primo Novecento si vedevano due ragazze effettuare una chiamata per chiedere di ascoltare della musica. Non collegandosi a un broadcast radiofonico, ma chiedendo uno specifico disco a una centralinista.

Musica in streaming. Ora è una cosa normale, ma all’epoca no: non c’era nemmeno il telefonino, figurarsi usarlo per ascoltare musica! Ma l’idea di ascoltare musica via telefono, trasmessa da una “radio via cavo” o scelta dal cliente, a quando risale?

Dedico questo articolo a una carrellata di servizi e tecnologie del Lungo XIX Secolo per l’intrattenimento via cavo, ormai ricordati solo dagli appassionati, e alla fantascienza profetica di Albert Robida sul mondo delle telecomunicazioni.
L’opera di Robida da cui traggo le citazioni per questo articolo, tradotte da me in italiano, è Le Vingtième Siècle del 1883 che ho letto nella prima edizione in lingua inglese (The Twentieth Century, 2004). Per chi mastica il francese la prima edizione è disponibile su Wikisource (quella americana contiene il “best of” della grafica delle varie edizioni francesi, a detta dei curatori). La primissima edizione di lusso venne pubblicata per il Natale del 1882 al doppio del prezzo dei volumi rilegati di Verne. Le vendite andarono benissimo. Solo dopo venne riproposta a fascicoli e raccolta in nuove edizioni più economiche, per cui spesso si indica il 1883 come data dell’opera, riferendosi all’uscita delle prime versioni economiche.

 
Il telefonografo: vivavoce, citofono…
Fin dal primo capitolo Robida ci presenta una meraviglia delle comunicazioni del “futuro” Ventesimo Secolo, il telefonografo: un apparecchio multiuso per ascoltare e parlare senza bisogno di un cornetta. Vivavoce. Prima applicazione pratica presentata? Il citofono! Gran parte dell’ingegno di Robida non sta nelle invenzioni in sé, ma nel modo in cui intuisce che verranno sfruttate.
Robida non ha scritto un romanzo scientifico, non si è concentrato sulla tecnologia: ha fatto fantascienza, concentrandosi sugli effetti della tecnologia. Cosa farebbe la gente se possedesse una certa tecnologia? Come la sfrutterebbe? Queste sono le domande attorno a cui ruota l’opera di Robida.

Una nota prima della lettura. ▼

[...] un bellissimo giardino proteggeva la villa dei Ponto con un denso muro verde di vegetazione.
Appena misero piede nel giardino, le due ragazze Ponto si stupirono che né il padre né la madre fossero lì a dar loro il benvenuto. Barbe si incamminò fino al telefonografo installato in uno dei pilastri del cancello e si annunciò come un ordinario visitatore.
“Hélène, Barbe e Barnabette!”

[Il custode risponde e apre il cancello. Le tre ragazze attraversano il giardino, entrano in casa e scoprono che il signor Ponto non è ancora tornato, ma il custode ha telefonato alla Borsa Valori e bisogna aspettare che richiami. Il telefonografo all'ingresso sta squillando proprio in quel momento.]

In tutte le case dei quartieri più ricchi, un pannello di controllo posto all’ingresso contiene il telefonografo, un utile strumento che combina il telefono e il fonografo. Diversamente dal telefono, non c’è bisogno di reggere in mano il ricevitore o di parlare accostando la bocca al microfono; basta solo stare vicino all’apparato e parlare normalmente. Un’apertura metallica, che funziona da ricevitore e da microfono, trasmette la voce con precisione perfetta.

[Segue chiamata del signor Ponto che dice di esser stato trattenuto in Borsa perché il mercato azionario quel giorno è particolarmente burrascoso, con tutti i titoli al ribasso. La telefonata viene ricevuta sfruttando il vivavoce dell'apparecchio.]

Ora un breve excursus sui citofoni d’epoca.
Già nella prima metà dell’Ottocento esistevano citofoni acustici nei palazzi signorili, condotti di metallo o pietra dentro le pareti che trasportavano il suono come avviene con i tubi acustici installati nella navi, e dagli anni 1870 esisteva il telefono: “perché non unire le due cose?”, si domanda Robida. Applicazione pratica, utile e di conseguenza di successo come tante altre idee più o meno profetiche di Robida.

 

Casa Sola-Busca, palazzo in via Serbelloni a Milano. È chiamata “la cà de l’orèggia” per via dell’orecchio che spunta accanto all’ingresso. L’orecchio è opera di Adolfo Wildt, realizzato nel 1919 per decorare il citofono (acustico, secondo la wikipedia italiana) del palazzo.
 

I primi citofoni elettrici, a quanto ho capito frugando qua e là, risalgono agli anni 1890. Venivano sponsorizzati come mezzi per comunicare all’interno di un edificio, da un ufficio all’altro (linea telefonica interna, interfono), più che come citofoni da collocare all’ingresso. Il vantaggio principale era l’assenza di una centralinista: il collegamento lo si poteva fare da soli, premendo un tasto sull’apparecchio per scegliere la linea.

Il Metaphone della Electric Utilities nel 1905 veniva pubblicizzato così:

Ti piacerebbe allungare semplicemente la mano, alzare un piccolo dispositivo ed essere in comunicazione istantanea [con qualcuno della tua azienda]? Il Metaphone ti permette di farlo. È un trasmettitore e un ricevitore montati agli estremi opposti di una piccola maniglia di metallo. Richiede solo la corrente necessaria per suonare un campanello elettrico.

Gli apparecchi potevano essere collegati in un network, in modo che qualsiasi coppia potesse comunicare senza affidarsi a un centralino telefonico unico, oppure radialmente, in tal caso solo la postazione centrale poteva comunicare con le altre.
Andavano a sostituire sistemi di telefonia acustica a tubi molto più ingombranti, come quello che si vede in questa foto di un ufficio del 1903 tratta da Office Museum. Notate i quattro tubi di gomma appesi alla scrivania a sinistra (che poi diventano tubi rigidi dentro le pareti, immagino), la doppia illuminazione elettrica e a kerosene e la pressa copialettere.

Alcuni sistemi, come il Dictograph della General Acoustic del 1907, erano sviluppati già con l’idea che la postazione centrale (Master) comunicasse in modo privilegiato con le postazioni secondarie (Sub-Station): nel caso del Dictograph si comunicava con la stenografa (o con un altro sottoposto, bastava selezionarlo con la levetta corrispondente), dettando dalla propria scrivania ed evitando la scomodità di doverla convocare in ufficio. Immagine d’epoca del dispositivo in funzione.
Veniva sponsorizzato e venduto ancora negli anni 1940. Potete immaginare il direttore che sta coi pantaloni calati a trastullarsi, magari con una stagista minorenne, mentre detta la lettera alla segretaria nella stanza accanto (“Signor Direttore, devo cancellare lo ‘sbo-ooo-orro’ di venti secondi fa?” — “Grazie, meglio di sì. Signorina Colobry, può andare. La sputacchiera è accanto alla porta. Ecco, brava… Bene, riprendiamo la lettera.”).

 


Interfono Kellogg (1894) – Interfono DeVeau (1899-1905) – Metaphone della Electric Utilities (1905) – Interfono Lennox della Electric Goods (1910) – Schema del Dictograph (1907) – Postazione Master del Dictograph (1940).

 
Si dice che quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. In realtà anche il saggio è uno sciocco se guarda con il solo ausilio dei propri occhi. Se il saggio indica la luna, Robida tira fuori il cannocchiale per guardarla meglio di lui. Questa è la mentalità che traspare dall’opera di Robida: la tecnologia non è lì perché sì, a far bella mostra di sé come “stranezza da ricchi”, ma esiste allo scopo di diffondersi in massa per rendere più comoda (o semplicemente diversa) la vita di tutti. E da un cambiamento tecnologico può venire una catena di cambiamenti sociali, come vedremo col telefonoscopio.

Così Robida immagina il citofono telefonico quando ancora non esisteva in questa versione. In più vi ricordo che quando Robida ha scritto questo romanzo, nel 1882, il telefono aveva iniziato a diffondersi solo da quattro o cinque anni al massimo (1877-1878).
Ma anticipare il futuro di pochi anni è troppo poco per Robida, infatti intuisce che il citofono da installare all’ingresso dei palazzi per avere successo deve essere privo dello scomodo ricevitore da portare all’orecchio. Due più due ed ecco che Robida immagina il telefono col vivavoce.
Ma figurarsi se gli poteva bastare così poco: il telefonografo è telefono col vivavoce, citofono…

 
… e segreteria telefonica!
Ma il telefonografo non si limita alle telefonate: è anche capace anche di registrare messaggi come una segreteria telefonica.

[Poco dopo la scena riportata prima. Il signor Ponto è appena tornato a casa e le figlie chiedono dove si trovi la signora Ponto.]

Il banchiere suonò un campanello; un servitore apparve nella stanza.
“Il fono della signora Ponto!” ordinò il banchiere.
Il servitore fece un inchino e tornò poco dopo con l’apparato richiesto.
“Quando la signora Ponto va fuori,” disse il banchiere, “non si scorda mai di lasciare fono-istruzioni su dove andrà. Molto comodo!”
Raphaël Ponto toccò il quadrante del telefonografo.
“Ricordati di sostituire i fiori nel salotto,” disse il telefonografo.
“Questa è la voce della mamma,” esclamò Barnabette, “è sempre la stessa…”
“Vai ai grandi magazzini Trocadéro per i campioni di raso Régence e per le tagliatelle da Colmar… Cambia l’acqua nell’acquario… Tornerò per le undici.”
“Ah!” esclamarono Barbe e Barnabette.
“Pranzerò al Caffè Inglese con alcune amiche politiche.”
Il telefonografo si interruppe.

Una piccola nota: nella versione inglese precisano “telefonografo”, mentre nella versione francese che ho controllato in questo pezzo lasciano sempre “fonografo” (phonographe al posto di téléphonographe). Il tipo di apparecchio dovrebbe essere lo stesso, anche se in questo caso in un modello personale di dimensioni ridotte al posto del grosso modello centrale del vestibolo che fa da centralina per gli apparecchi sparsi in casa. I curatori hanno preferito usare il nome esteso, probabilmente basandosi su altre edizioni dell’opera o su note d’epoca, per far capire che la capacità di registrare i messaggi l’ha anche il primo telefonografo. Robida credo che suggerisca, dividendo il nome e permettendo un rapido trasporto da una camera all’altra, che la componente di fonografo sia separabile dal resto del telefonografo, per funzionare come messaggeria (e forse anche come registratore?) senza bisogno di rimanere vincolata ai cavi telefonici.

Robida mostra un’applicazione in cui il messaggio registrato è stato lasciato dalla signora Ponto prima di uscire di casa, ma visto che il telefonografo può ricevere chiamate non è da escludere l’ovvia applicazione ulteriore: registrare una chiamata fatta da un altro telefono/telefonografo. Mancano ancora le videochiamate? Per quelle c’è il telefonoscopio.
 

Innamorati al telefono secondo Robida.
Manca solo il “mi ami? ma quanto mi ami?” dell’odioso spot Telecom del secolo scorso.

 
Il Telefonoscopio
Il telefonoscopio è uno degli elementi caratteristici del futuro (ormai passato/presente) mondo dei media immaginato da Robida. Riporto il brano che lo presenta, tratto dal capitolo cinque della prima parte del romanzo.

Da notare che Robida fa uso del Narratore per spiegare le cose solo quando si tratta di tecnologie nuove e meravigliose, fantascientifiche, e non lo usa come regola di scrittura generale. Trattandosi di un’opera che non basa la propria forza sulla storia, ma usa le vicende di Hélène solo come scusa per presentare al pubblico del 1883 le meraviglie degli anni 1950, la cosa ha perfettamente senso: il protagonista è l’ambientazione, non la ragazza. Hélène fornisce il punto di vista per evitare, ogni qual volta sia possibile, di usare il Narratore e per rendere più immediato e godibile il resoconto.

Molte meraviglie e molti cambiamenti della società sono presentati tramite scene “qui e ora” con protagonista Hélène, non come infodump del Narratore. E sono spesso scene divertenti, come quella in cui Hélène visita il carcere di minima sicurezza (parte prima, capitolo dodici) in cui il direttore è convinto che i criminali vadano educati con la gentilezza, non puniti. Mentre il direttore loda gli enormi successi della nuova visione moderna delle carceri, i galeotti prima rubano a Hélène il portamonete e poi, con la scusa di chiederle i fiammiferi, le fregano pure l’orologio.
In generale Robida nel Ventesimo Secolo scrive molto meglio di Verne e non si sogna di fare orrende liste della spesa come le fa Verne quando presenta tutti gli osservatori astronomici nell’incipit di Robur il Conquistatore (candidato per il più brutto incipit della storia?).

Torniamo al telefonoscopio. Di Robida e delle sue intuizioni profetiche in molti campi diversi da quello dei media (politica, costumi, economia) parlerò in futuro.

Tra le molte invenzioni sublimi di cui il ventesimo secolo può vantarsi, tra le mille-e-una meraviglie di un’era così fertile di straordinarie scoperte, il telefonoscopio spicca come la più impressionante, l’apice della gloria dei nostri scienziati.
Il vecchio telegrafo elettrico — quella primitiva applicazione dell’elettricità — è stato rimpiazzato dal telefono e poi il telefono è stato rimpiazzato dal suo più alto perfezionamento, il telefonoscopio. Il vecchio telegrafo permetteva di comunicare a distanza con un interlocutore. Il telefono permise di sentirlo. Il telefonoscopio superò entrambi rendendo possibile anche vederlo. Che si può volere di più?
Quando il telefono venne universalmente adottato, anche per comunicazioni su lunghe distanze, tutti si abbonarono per un prezzo simbolico. Ogni casa era dotata di cavi che si snodavano verso gli uffici locali e regionali. Così, a basso prezzo, si poteva comunicare in qualsiasi ora del giorno, a qualsiasi distanza, stando comodamente in poltrona e senza bisogno di correre in un ufficio. La compagnia telefonica locale stabiliva la connessione ed era fatto: uno poteva chiacchierare a piacimento. Ben diverso dal vecchio telegrafo con la spesa legata al numero delle parole.
Così il pubblico accolse con entusiasmo l’invenzione del telefonoscopio. Gli abbonati che ordinavano il nuovo servizio potevano avere l’apparato installato sui loro telefoni per un canone mensile extra.

[Salto la parte sui teatri. Ci torno dopo.]

L’apparecchio consiste di un semplice schermo di cristallo, posto contro il muro o appeso sopra il caminetto come uno specchio.

Nota sul “basso prezzo” e sul poter comunicare “a piacimento”: il telefono stava iniziando ad apparire in Europa (il primo abbonato italiano fu nel 1881) e per questo il paragone di Robida è con il telegrafo, molto più costoso e con il prezzo legato al numero di parole usate che costringeva chi non aveva molto denaro a ridurre al minimo la lunghezza dei messaggi. In più andavano inviati recandosi in appositi uffici, non da casa, con lentezze e fastidi che lo rendevano incredibilmente inferiore al telefono come capacità di cambiare le abitudini di comunicazione delle persone.
Robida loda i molti pregi del telefono e il modo in cui prevedeva che avrebbe cambiato il mondo, prima di introdurre la sua futuristica evoluzione.
 

Relazioni a distanza: marito e moglie possono rimanere in contatto senza problemi.
Ora togliete i bambini e lasciate la tetta scoperta. Sì, Robida aveva intuito anche quello.

 
Notate anche quando parla degli “abbonamenti mensili”.
Robida aveva già capito che l’abbonamento flat è preferibile rispetto a quello a tempo. Ed è la direzione che a fatica si sta prendendo, prima con internet e poi con il fatto che Skype è un brutto palo nel culo per le compagnie telefoniche abituate ai “minuti” ora che ci sono gli smartphone (e infatti talvolta lo castrano). Idem la televisione non si paga al minuto, ma col canone (schifo) e con abbonamenti flat in base all’offerta scelta per i canali a pagamento (come nel caso del telefonoscopio). E i canali a pagamento sfruttano, con l’aggiunta del decoder, l’apparato di antenne e cavi già presente.
Idem la connessione internet via ADSL aggiunge solo un filtro e un modem all’impianto telefonico pre-esistente. Allo stesso modo il telefonoscopio, con l’aggiunta dello schermo apposito, sfrutta i cavi del telefono. D’altronde, questa è l’intuizione di Robida, non si devono tirare migliaia di chilometri di cavi nuovi ogni volta che appare una tecnologia diversa, se si può evitare!

Tutto questo Robida lo aveva già capito nel 1882.
E non era una cosa banale, perché il suo mondo ragionava coi pagamenti al minuto (lo vedremo dopo con l’ispirazione storica del telefonoscopio). Pure Dick al tempo di Ubik, oltre 80 anni dopo, ancora immaginava un mondo di servizi a tempo da pagare con le monetine, come se tutto il mondo fosse diventato una camera di motel di certi film americani. Ma d’altronde Robida è Robida mentre Dick è soltanto Dick, ovvero meno di uno sputo del più grande profeta della fantascienza mai apparso.
Robida tra le molte cose, per fare un esempio, ha previsto il collasso finanziario dell’economia USA e il fatto che la Cina avrebbe detenuto una notevole fetta del suo debito pubblico. Comunque la previsione della Cina che si compra fette del mondo va mischiata con altri eventi reali avvenuti: la bancarotta Argentina di pochi anni fa, la penetrazione cinese nei porti e nelle aziende statunitensi e perfino in Africa ecc…
Molto meglio di Dick o di Verne. Non c’è nemmeno da fare il paragone.

Ma a parte telefonare che altro si fa col telefonoscopio?
Se può trasmettere immagini evidentemente potrà trasmettere anche spettacoli.

Il teatro beneficiò immensamente dell’arrivo del telefonoscopio. Le trasmissioni teatrali via telefono, già prima in voga, in poco tempo imperversarono perché gli ascoltatori potevano vedere gli spettacoli oltre che sentirli.
In aggiunta ai guadagni portati dai frequentatori dei teatri, gli incassi crebbero in modo spettacolare con l’arrivo degli spettatori casalinghi, collegati al teatro tramite i cavi del telefonoscopio. Niente più tetti ai guadagni, nessun limite al numero di posti da vendere. Uno spettacolo di successo, oltre ai tre o quattromila spettatori seduti a teatro, poteva contare fino a cinquantamila abbonati che lo guardavano seduti a casa propria. E non solo da Parigi, abbonati da tutto il mondo.

Robida non sta solo parlando di un sistema simile alla televisione (permette anche di regolare l’audio a piacimento con una manopola, lo dice il signor Ponto), sta parlando di qualcos’altro. Notate il “da tutto il mondo”.

Fondata nel 1945, la Compagnia Universale del Telefonoscopio Teatrale ora può contare seicentomila abbonati in tutte le parti del mondo. Questa corporazione ha centralizzato la rete via cavo e paga sovvenzioni ai teatri affiliati.

Una sola azienda che vende contenuti di intrattenimento in tutto il mondo. Non è ciò che proprio nei giorni scorsi si diceva che Amazon potrebbe voler ottenere in futuro, iniziando con il primo passo del Kindle Fire, un oggetto fin da subito definito come piattaforma per l’intrattenimento e mai come tablet?
In una ipotesi molto fosca del futuro, tutti i libri (e i film, morta Netflix sotto i colpi di Amazon Prime?) saranno venduti da Amazon e andranno letti coi formati proprietari che vorrà lei. Nel futuro immaginato da Robida tutti gli spettacoli teatrali sono trasmessi dalla compagnia del telefonoscopio: il teatro che vuole trasmettere deve rivolgersi a loro (immaginate pure che ci sia l’esclusiva sulle trasmissioni) e chi vuole vedere spettacoli a casa deve abbonarsi con loro.

Robida più passa il tempo e più diventa attuale. D’altronde Robida conosceva il capitalismo, si occupava di satira politica, e sapeva che il passaggio da molte aziende medie a poche grandi aziende che le assimilano è normale a livello nazionale. Ma cosa succede quando tutto il mondo diventa accessibile grazie alla rapidità dei trasporti e delle comunicazioni, proprio come se fosse un singolo stato globale? Da poche grandi aziende nazionali si passa a poche grandi aziende multinazionali, sul lungo periodo.
 

Raphaël Ponto adora il teatro.
Lo guarda ogni sera, così in pochi minuti si addormenta con i classici.
Sta sveglio solo quando ci sono le attricette mezze nude che gli piacciono.
Robida aveva già intuito l’importanza della velina/valletta/attricetta svestita.

 
Qualcuno può dire che Robida abbia sbagliato la sua previsione del 1882, andando a vedere come tutti i grandi marchi si accentrino in pochi possessori nel 2011? Senza contare le sue previsioni sul potere della finanza nel futuro, tanto grande da superare quello della politica che tiene al guinzaglio. Immagino che negli ultimi cinque anni pochi possano dare torto a Robida.
Molte sue previsioni si sono avverate proprio in questi ultimi anni, dal 2001 a oggi. Altre attendono di potersi avverare, alcune forse molto in là nel futuro: la creazione di una nuova isola-continente, trasformata in una nazione indipendente governata dalla più grande banca del pianeta (o l’altro esempio più comico sull’Italia trasformata in un parco turistico, sotto il controllo della banca del signor Ponto). Il potere della finanza al suo apice, la Corporazione che diviene Nazione. Come in Mutant Chronicles o nelle visioni pessimistiche del Cyberpunk.

Notare poi che Robida parla di un abbonamento mensile, ma per i gestori dei teatri è importante che gli spettacoli abbiano più spettatori possibili per guadagnare. Non ricorda quei sistemi con abbonamento per gli eBook di cui si parlava poco tempo fa (l’estensione di Amazon Prime agli eBook e la sua concorrenza a Netflix?), e di cui aveva parlato Cavallero di Mondadori a EbookLab Italia lanciando l’idea dell’editore/negozio che diventa un bibliotecario di contenuti? Non si paga la “copia” dell’opera, ma l’accesso alle opere. Poi in qualche modo gli autori verranno ricompensati, si immagina anche in base a quanto le loro opere vengano scelte dagli abbonati.

Sul modello della biblioteca del futuro in cui non si paga l’eBook all’editore per avere la possibilità di fare TOT prestiti, ridicolo (è ciò che volevano imporre negli USA all’inizio del 2011, forzare i limiti di uso del delicato paperback, che dopo un po’ di prestiti si rovina e va buttato, all’ebook), ma si paga invece una certa cifra (bassa) all’editore per ogni prestito effettuato.
Leggi l’opinione di Antonio Tombolini. ▼

Ulteriore forma di guadagno per gli spettacoli è la pubblicità, ovviamente. Gli spettacoli vengono modificati, adattati, “stuprati” e ridotti a porcate pur di ottenere più spettatori e vendere spazi pubblicitari. In più nel futuro visto da Robida c’è sempre una scusa per infilare dentro della pubblicità “occulta” che è fin troppo visibile. Senza contare la pubblicità tradizionale: oltre a cartelloni che volano nel cielo, sulle fiancate delle aeronavi (stile dirigibile pubblicitario, solo che le aeronavi sono il principale mezzo di trasporto per cui il bombardamento pubblicitario è massiccio), ci sono pure enormi pubblicità sui lati dei palazzi. E perfino maxi-schermi, alla Blade Runner. Il Ventesimo Secolo di Robida è un mondo dominato dal denaro e dalla pubblicità, dove gli ideali si sono ridotti a riti svuotati di senso: perfino le elezioni si fanno con una rivolta farsa, a metà tra la guerriglia urbana e la festa, organizzata con l’aiuto del governo uscente ogni dieci anni.
E pure i libri, come vedremo nell’ultima sezione dell’articolo.

Il principale impiego del telefonoscopio rimane quello delle videochiamate. La videochiamata non ha preso piede da noi, nonostante le massicce campagne per lanciarla anni fa, perché spesso non si vuole o non si può farsi vedere dall’altro interlocutore. Anche Robida intuisce che la videochiamata, per quanto importante per chi conduce una relazione a distanza, non avrebbe sostituito di colpo il vecchio telefono (telefonografo, anzi) come invece gli esperti di marketing di 120 anni dopo pensavano (ma perché si paga gente il cui principale pregio è l’ignoranza?). La rassicurante certezza di poter chiamare la propria moglie mentre l’ufficio è invaso da prostitute cinesi per allietare un importante cliente e dire “Sono al lavoro, c’è riunione fino a tardi!”, non ha prezzo.
Essendo Robida un genio delle intuizioni pratiche, aveva già inventato la gag della webcam rimasta accesa con oltre un secolo d’anticipo:

Telefonoscopio rimasto acceso in camera da letto e connessione telefonica “sbagliata” dalla centralinista. I porcelloni chiamano gli amici e spiano. Si può intuire che chi vuole può dimenticare apposta il telefonoscopio acceso, all’insaputa della compagna (pare che non squilli se lo schermo è già acceso), per mostrare agli amici le proprie performance.
 

Se migliaia di persone possono collegarsi allo stesso telefonoscopio ricevente, quello che trasmette lo spettacolo nel teatro, allora possono collegarsi anche a un’aula per seguire le lezioni. Robida avrà pensato alla possibilità di corsi online? Ovviamente sì e dedica un’illustrazione all’argomento in La Vie Electrique del 1890, terzo volume della trilogia di Robida sul Ventesimo Secolo.
 

Lezioni a distanza col telefonoscopio.
 

E se si possono seguire le lezioni, parlare con gli amici ecc… magari ci si può anche collegare ai negozi che vendono per posta. Ovviamente sì, anche se Robida non lo considera il principale tipo di commercio, avendo intuito l’importanza sociale e psicologica del poter vagare in un centro commerciale dal vivo, guardando la merce, toccandola, provandola. Il più grande centro commerciale francese immaginato da Robida, il Trocadéro, ha 800 gallerie divise su 15 piani, di cui 4 sotterranei, serviti da ascensori, con 15.000 dipendenti e un servizio completo che affianca ai negozi anche un hotel e ristoranti sia di cucina europea che etnici.
Comunque, come detto, si può comprare online. Le merci viaggiano per tutta Parigi in una rete sotterranea di tubi atmosferici, per ridurre il traffico su strada altrimenti ingestibile. Quella della rete di tubi impiegata al di fuori dell’ambito del trasporto di piccoli oggetti non è semplice fantasia: tuttora esistono aziende che cercano di portare avanti progetti simili (e qui il mio articolo sulla posta pneumatica).
 

Acquisti a distanza col telefonoscopio.
 

Robida più che anticipare Amazon, il grande aggregatore di prodotti, comprese l’importanza delle vendite a distanza che proprio in quegli anni stavano iniziando a prendere piede negli USA. Sears, Roebuck and Company pubblicò il suo primo catalogo per la vendita via posta nel 1888 e in pochi anni ebbe un successo straordinario: nel 1895 il catalogo era di 532 pagine e le vendite ammontarono a 750.000 dollari. Vendeva di tutto, dal mobilio alle armi da fuoco. Gli unici precedenti di rilievo furono Montgomery Ward, che vendeva merci con forti sconti fin dal 1872 (avendo tolto l’intermediazione del negozio al dettaglio), e Hammacher Schlemmer che vendeva solo ferramenta e componenti meccaniche e stampò il primo catalogo nel 1881. Montgomery Ward esiste ancora: nel 2001 è andato in bancarotta, sconfitto dalla concorrenza di altre catene, ma nel 2004 è riapparso e fa solo vendite via internet. Anche Hammacher Schlemmer esiste ancora e pure Sears (oltre 22 miliardi di dollari di fatturato nel 2010).

Il ventesimo secolo in gran parte è vissuto a sbafo sulla grandezza e sulle idee del Lungo XIX Secolo, relatività di Einstein inclusa, con pochissimo di davvero innovativo (forse solo la meccanica quantistica, dal 1925, anche se Max Planck si occupava già della Teoria dei Quanti nel 1901 e ricevette il Nobel nel 1918). Nemmeno internet è davvero innovativo: le sue radici vengono dal mondo connesso da telegrafi precedente. Una evoluzione, non un cambio di paradigma come passare da un mondo isolato, “medioevale”, a un mondo in cui le notizie corrono da un continente all’altro in poche ore (talvolta con effetti disastrosi, come le grandi carestie degli anni 1870-1900). Lunga vita all’Ottocento, il secolo che ha creato il mondo a immagine e somiglianza della perfida Albione, una nazione di bottegai.

Infine il telefonoscopio e il telefonografo possono ricevere notizie sotto forma di fonogiornali e telegiornali. Il fonogiornale può essere ricevuto su specifici telefoni/telefonografi, richiedendo di ricevere degli squilli di avviso per gli argomenti di maggiore interesse o per le notizie più importanti.
Hélène durante la prima notte a casa del signor Ponto per ore viene perseguitata dagli squilli dell’apparecchio e da notizie di ogni sorta: dalle recensioni di spettacoli teatrali fino alle ultime notizie sulle rivoluzioni (una serie di esplosioni che dilaniano la capitale dello stato africano di Senegambia e uccidono il Re, mentre in Giappone è in corso un colpo di stato militare), con un bell’attentato contro il Tubo Asiatico Transcontinentale attraverso cui viaggiano i treni pneumatici come ciliegina sulla torta delle catastrofi mondiali.
Hélène è sconvolta dagli eventi sanguinosi che sente al fonogiornale. Tenta di spegnere l’apparecchio per poter dormire in santa pace, ma pasticciando con il pannello di controllo della camera attiva l’allarme antifurto. Il signor Ponto accorre e le spiega il modo per interrompere la ricezione delle notizie, cosa che in teoria avrebbe dovuto fare la domestica quando ha preparato la camera. E aggiunge:

Il mio telefono privato ha un filtro che fa passare solo le notizie di estrema importanza.

(Parte prima, capitolo tre)

Fin qui tutto normale. Come vedremo dopo questo servizio di fonogiornale verrà poi inventato davvero, pochi anni dopo. Robida ha in più un’altra intuizione, quella delle edizioni del fonogiornale all’ora dei pasti, per far compagnia a chi mangia approfittando di un momento di pausa dal lavoro che può essere dedicato all’informazione. Come poi è successo davvero, in particolare con l’avvento dei telegiornali.
 

Fonogiornale all’ora dei pasti.
 

Il signor Ponto era un abbonato di L’Époque. Il telefonografo del giornale era al centro della tavola, circondato dai piatti della cena.

[Alla fine arriva la notizia che aspettano, il primo servizio registrato da Hélène]

Il signor Ponto abbassò la forchetta per dedicare tutta la sua attenzione a questa leccornia giornalistica.

(Parte seconda, capitolo sei)

E per concludere l’applicazione ultima del telefonoscopio: maxischermi pubblici da 25 metri di diametro, accesi giorno e notte, presso la sede de L’Époque. A sinistra una pubblicità e a destra il telegiornale (che gli abbonati possono seguire dai loro schermi) con riprese dal vivo degli inviati di guerra. Quando Hélène si reca alla sede nel secondo giorno di lavoro, uno dei maxischermi sta mostrando il corrispondente di guerra nel Sahara, sdraiato nel letto da campo con attorno ufficiali e medici. Poche righe in sovraimpressione annunciano che il proiettile che lo ha colpito era avvelenato e alle tre del pomeriggio gli verrà amputato il braccio destro.
Speculare su ogni cosa. Capitalismo e giornalismo al massimo della loro gloria.

 
Il Teatrofono
Cosa c’è all’origine dell’idea di Robida di usare il telefonoscopio per trasmettere spettacoli teatrali? Su questo Robida si può considerare più vicino al romanzo scientifico che alla fantascienza visto che l’idea di cui parla risale proprio a quegli anni.
Nel 1881 Clément Ader presentò il théâtrophone all’Esposizione Internazionale dell’Elettricità di Parigi. Il macchinario comprendeva tre chilometri di cavi che correvano nelle fogne di Parigi per collegare i microfoni installati nell’Opéra con i telefoni predisposti all’Esposizione. L’invenzione piacque molto, ma ci volle qualche anno prima che prendesse piede a Parigi diventando un servizio accessibile al pubblico. Ecco la testimonianza di Victor Hugo (ringrazio Clio per l’aiuto con la traduzione):

Siamo andati con Alice e i due bambini all’albergo del Ministro delle Poste. Sulla soglia abbiamo incontrato Berthelot che arrivava. Siamo entrati. È molto curioso. Mettiamo dei paraorecchi che stanno agganciati al muro e sentiamo le rappresentazioni dell’Opèra, cambiamo i paraorecchi e sentiamo il Théâtre-Français, Coquelin, ecc. Cambiamo ancora e sentiamo l’Opéra-Comique.
I bambini ne erano ammaliati, e anche io. Eravamo soli con Berthelot, il ministro, suo figlio e sua figlia, che è molto graziosa.

(Victor Hugo, 11 novembre 1881)

“Le Théâtrophone”, litografia del 1896 di Jules Chéret.
Chissà se Gamberetta Hime-sama lo avrebbe ascoltato.
Di sicuro non con una simile scollatura da poco di buono!

 

Una serie di microfoni piazzati presso il palco permetteva di ottenere un sorta di stereo binaurale (40 all’Opéra Garnier, 10 alla Comédie-Française). Il teatrofono richiedeva ben tre linee telefoniche per funzionare: una per il trasmettitore destro, una per il sinistro (immagino divise con i microfoni corrispondenti alle due porzioni del palco) e una per comunicare all’operatore a quale teatro collegarsi, visto che all’epoca c’erano ancora le centraliniste in carne e ossa. La centralina automatica, sebbene inventata nella prima versione elettro-meccanica nel 1888 da Almon Strowger, impiegò decenni ad affermarsi: c’erano ancora centraliniste e centralinisti negli anni 1960 negli avanzatissimi USA. All’inizio il teatrofono era pensato per impiegare solo monete, per un uso in luogo pubblico, e Robida capì che così non poteva funzionare.

Nel 1890, sette anni dopo il romanzo di Robida, venne fondata la Compagnie du Théâtrophone. Permetteva di abbonarsi, installando una macchina con le linee dedicate (o più di una macchina) in casa. Forse avevano copiato Robida, visto che il romanzo aveva avuto un grande successo, o forse no. Di sicuro Robida aveva capito l’importanza dell’abbonamento flat subito: una macchina a monetine, o con pagamento al minuto in generale, non era adatta alle case dei (ricchi) privati.

La versione per uso pubblico funzionava invece con le monete. Con un franco si ottenevano 10 minuti di ascolto, con mezzo franco cinque minuti. Per dare un’idea migliore del prezzo: 1500 franchi era lo stipendio annuale medio di un abile lavoratore. In questo caso la terza linea gestiva il tempo di connessione e allo scadere cambiava automaticamente teatro: se si voleva rimanere collegati allo spettacolo richiesto, bisognava inserire altre monete prima della scadenza. Quando nessuna opera teatrale era disponibile, l’apparecchio trasmetteva musica registrata.
I teatrofoni pubblici erano installati negli hotel, nelle caffetterie, nei club e altri luoghi. Oltre a usare le monete era possibile acquistare tessere scontate. Il teatrofono includeva un servizio di fonogiornale che trasmetteva a intervalli regolari notiziari della durata di cinque minuti.
Le trasmissioni della Compagnie du Théâtrophone finirono nel 1932, quando il teatrofono cedette il posto alla radio.

Chiedo continuamente Pelléas al teatrofono [...] e poi non c’è nemmeno una parola di cui mi ricordi. Le parti che amo di più sono quelle di musica senza parole [...] la scena ripresa dal Fidelio in cui Pélleas esce dal sotterraneo [...] ci sono alcune righe veramente impregnate della freschezza del mare e dell’odore delle rose portato dalla brezza.

(Marcel Proust, lettera a Reynaldo Hahn, 4 marzo 1911)


Cliccare per ingrandire.
 

Prima che in Francia il teatrofono si diffuse in altri paesi.
Nel 1884 Re Luigi I del Portogallo lo fece installare per ascoltare l’opera anche quando non poteva recarsi di persona. Nello stesso anno il teatrofono arrivò in Belgio e poi a Lisbona l’anno dopo. Nel maggio 1887 vi fa la prima trasmissione in Svezia, a Stoccolma. Il teatrofono in breve entrò anche in letteratura, tanto che Maria Louise Ramé nel romanzo The Massarenes del 1897 così descrive un personaggio femminile:

Che animale spaventosamente dispendioso era una moderna donna di mondo! Costosa come una corazzata e complicata come un teatrofono. Il più delizioso prodotto di una condizione interamente artificiosa, ma anche il più dannoso e il più esasperante per coloro che ha ridotto in rovina.

A Londra il teatrofono arrivò nel 1895, con il nome di electrophone. La compagnia operò fino al 1926, trasmettendo spettacoli teatrali, l’opera, musica varia e perfino la Messa di domenica. Non so se trasmettessero fonogiornali o letture di racconti/romanzi. Anche se non fu mai un oggetto in grado di diffondersi tra le masse, l’elettrofono rimase a lungo nella mente degli inglesi come termine di paragone: per molti anni chiamarono infatti la radio “wireless”, in contrapposizione al vecchio servizio via cavo. In questo articolo del 1923 ad esempio non si usa mai la parola radio, ma wireless appare ben cinque volte. Secondo l’articolo nel 1923, all’apice della sua diffusione, l’elettrofono serviva solo duemila abbonati circa. Numeri che l’economica radio avrebbe presto reso ridicoli.

Il servizio di teatrofono più interessante fu, a mio parere, l’ungherese Telefon Hírmondó di Budapest. La tecnologia impiegata era originale, brevettata nel 1892 da Tivadar Puskás, un ingegnere che aveva lavorato per Edison, appartenente a una famiglia aristocratica della Transilvania. Pare però che non fosse un vampiro.
Telefon Hírmondó (l’Araldo Telefonico, tradotto) non iniziò come teatrofono e poi aggiunse il fonogiornale: iniziò da subito strutturando la propria programmazione per essere un quotidiano via telefono, poi aggiunse l’opera e le canzoni. Una tipica programmazione giornaliera è disponibile su Wikipedia: l’ora esatta, notizie dalla Borsa Valori, notizie dal Parlamento, ultime notizie, notizie dall’estero, musica, lezioni di lingue straniere (italiano, francese e inglese), letture di poesie e romanzi, esibizioni dalla sala concerti dell’emittente e l’opera.
 

Sala concerti di Telefon Hírmondó.
 

La compagnia cominciò con poche decine di abbonati e 69 km di cavo nel febbraio del 1893, trasmettendo il fonogiornale senza il permesso delle autorità. Dopo un paio di settimane si misero in regola. Tra i suoi clienti ebbe molti politici e perfino l’Imperatore d’Austria-Ungheria Francesco Giuseppe, che evidentemente quando soggiornava nella capitale ungherese gradiva ascoltare i programmi. Gli abbonati salirono a 7629 nel 1899. Nel 1907 Telefon Hírmondó aveva 1800 chilometri di cavi e 15.000 abbonati (la popolazione complessiva di Budapest nel 1910 era di 880.000 persone). Negli anni 1920 ottenne il permesso di trasmettere via radio, raddoppiando il servizio. Nel 1930 aveva 91.079 abbonati.
Con Telefon Hírmondó era possibile scegliere di ricevere “segnali di richiamo”, una serie di squilli sempre più forti che terminavano 30 secondi prima della trasmissione delle notizie più importanti o delle notizie dell’ambito di interesse (finanza, esteri, politica ecc…) per cui si era deciso di attivare l’allarme. Proprio come col fonogiornale immaginato da Robida!

Il successo di Telefon Hírmondó dipendeva anche dalla politica di prezzi bassi adottata. Il prezzo era di 18 corone per anno, pari a 10 kg di zucchero o 20 kg di caffè (un terzo dell’abbonamento telefonico). La macchina per ricevere le trasmissioni veniva installata gratuitamente e il cliente doveva solo garantire un anno minimo di abbonamento e pagare subito i primi quattro mesi (anche il rinnovo andava pagato ogni quattro mesi).
I costi di gestione di Telefon Hírmondó (circa 17.000 corone al mese nel 1901) non venivano coperti solo dagli abbonati, ma grazie alla pubblicità: tra le notizie di maggiore rilievo venivano infilate pubblicità al prezzo di 1 corona per 12 secondi. Con appena 3,6 minuti di pubblicità incassavano come ad avere un abbonato in più per un anno.

Robida aveva già immaginato tutto, parecchi anni prima: fonogiornali, lezioni a distanza, spazi pubblicitari mischiati alle notizie e molto altro. c’è ancora da meravigliarsi se lo considero il più grande e profetico genio della fantascienza?
 

Lettura delle notizie.
 

Il successo di Telefon Hírmondó fu così grande che la tecnologia venne copiata anche all’estero. In Italia vi fu l’Araldo Telefonico, a Roma, che iniziò le trasmissioni nel 1910. Nel 1914 aveva superato i 1300 abbonati. Come l’originale ungherese aveva allarmi per le notizie più importanti, lezioni di lingua (solo francese), teatro ecc… e consigli di igiene per bambini e signore.
Il servizio si interruppe con la Grande Guerra e riprese nel 1922, col nuovo nome di Fonogiornale. Nel 1923 divenne Radioaraldo, la prima stazione radiofonica di Roma.

Online si trovano le foto di una brochure, stampata prima della ripresa delle trasmissioni nel 1922, che spiega il palinsesto.
 

Tre paginette della brochure dell’Araldo Telefonico.
 

Adoro quando dice: “Le famiglie possono vivere tranquille, poiché mai vengono trasmesse notizie o parole che non possano essere ascoltate da qualunque fanciulla.”
Invece su Baionette Librarie troppo spesso le innocenti gote delle mie lettrici avvampano di imbarazzo, sigh.

Notate anche il riferimento al Ventesimo Secolo di Robida a pagina tre. All’epoca la consapevolezza di stare vivendo le meraviglie immaginate dalla fantascienza era concreta e Robida, caduto poi nel dimenticatoio, era uno dei grandi autori. Sfortunatamente la sua fama fuori dalla Francia sparì con la sua morte e rimase solo Verne nella memoria collettiva.

 
Streaming, autoproduzioni e altro ancora
Qualcuno dirà “Certo: bello il telefonoscopio, belli i fonogiornali e i telegiornali e la videochiamata, ma ormai è tutta roba vecchia”. Vero. Bisogna scusare Robida, ma una grossa fetta del suo interesse fantascientifico ha riguardato cose che si sono già avverate da tempo. Ma non tutte. Alcune si stanno avverando adesso o fanno parte degli ultimi anni, con l’arrivo di internet e i cambiamenti nell’editoria a partire dal 1990.

Cominciamo con la musica.
Oltre a vedere e ascoltare spettacoli dal vivo, è possibile ascoltare anche musica registrata. Gli abbonati possono usare il telefonografo (o il telefonoscopio, solo audio) per ascoltare musica del passato, registrata dalla fine del XIX secolo in poi. Vengono organizzati anche spettacoli di retrospettive musicali in cui i migliori brani del passato e le migliori opere vengono trasmesse dall’archivio che le custodisce.
Si intuisce che abbinato a un operatore telefonico (come è nel caso degli apparecchi casalinghi che mostra Robida) o a un sistema automatico tipo juke box, il sistema può diventare un vero servizio di musica on demand.

Nell’episodio di Hélène perseguitata dalle notizie del fonogiornale si scopre che i sistemi di telecomunicazioni futuri immaginati da Robida dispongono di un buffer di memoria. Si può ascoltare in streaming tutto o riceverlo sull’apparecchio e ascoltarlo dopo (e a quel punto si scarica dal buffer, liberando lo spazio). Robida non entra nel dettaglio a immaginare sistemi di memoria, come cilindri o dischi, ma usa un generico “tubo” quando il signor Ponto spiega il funzionamento dell’apparecchio a Hélène:

Tutte le stanze da letto sono equipaggiate con un telefono, ma quando non si vuole essere svegliati lo si spegne e le notizie rimangono nel tubo. Al mattino lo si può accenderle e riceverle tutte.

(Parte prima, capitolo tre)

Con tubo non intende i cavi telefonici, ma si riferisce al robusto tubo di gomma flessibile che collega il trasmettitore alla base dell’apparecchio. Lì dentro c’è il buffer di memoria, a quanto pare, quindi niente battute su “internet è una serie di tubi” (^_^).
Robida non entra mai nei dettagli tecnici delle cose, si occupa solo delle conseguenze della loro esistenza: e, onestamente, anche se lo schermo piatto di cristallo del Telefonoscopio poteva sembrare una stupidata da bambini “senza spiegazione” 50 anni fa, al giorno d’oggi gli LCD hanno da tempo invaso il mercato e soppiantato i tubi catodici, per cui c’è poco da lamentarsi della mancanza di dettagli tecnici.

Qualcosa di più moderno della versione ottocentesca di iTunes: i musicisti autoprodotti.
Robida ha capito subito che quel che conta è avere pubblico e se uno è famoso e ha una base di pubblico su cui fare leva, può rinunciare agli intermediari più esosi (teatri, case discografiche, editori). Semplice. Volendo anche gli sconosciuti autoprodotti possono farlo. Robida ci parla di un “futuro” in cui una miriade di professionisti tenterà la strada dell’autoproduzione, dove possibile (con l’intermediazione solo di un aggregatore di artisti autoprodotti, il servizio di “teatro da camera” paragonabile a iTunes per la musica o ad Amazon per gli eBook):

“Collegatemi al teatro da camera. [...] Il telefono ha generato una moltitudine di attori: artisti che recitano a casa propria, senza un teatro. [...] È una forma economica di teatro e sfortunatamente la produzione è limitata a commedie e farse.”

[Segue parte di una recita in cui un solo attore, neppure granché bravo secondo il signor Ponto, interpreta tutti i personaggi.]

“I teatri da camera possono avere anche attori eccellenti,” proseguì il signor Ponto. “A discapito dei normali teatri, comunque, perché quando un certo attore ha talento, nel momento in cui si è costruito una base di pubblico, lascia i teatri e si costruisce un proprio teatro da camera con la propria troupe. Oppure senza altri interpreti, e recita tutte le parti da solo incluse quelle femminili.”

(Parte prima, capitolo sei)

Teatro da camera: un buzzurro in vestaglia che recita tutte le parti da solo,
senza altri attori e senza musica.

 

Anche se queste previsioni riguardano in un certo senso anche la nostra editoria attuale, passiamo ora a cosa Robida dice dell’editoria del ventesimo secolo. Il diffondersi dei romanzi recitati via cavo ha reso la produzione e il consumo delle opere più veloce, con quattro conseguenze principali: la prima è che esistono scrittori senza editore tradizionale, o per cui la stampa su carta è secondaria, perché basano il proprio successo sul pubblico “online” (e questo si sta avverando);
la seconda è che anche le opere muteranno, favorendo romanzi prodotti più in fretta e a episodi, adatti per continuare a bombardare di nuovo materiale il pubblico di fedelissimi (e questo sta avvenendo, grossomodo, anche se più con nuove opere immesse a ritmo continuo -es: Konrath- che non con opere a puntate);
la terza è che anche nei contenuti le opere cambieranno, favorendo aberrazioni pubblicitarie (su questo si discuteva negli ultimi due anni) o robaccia che cavalca la moda/notizia del momento (questo è già avvenuto con la carta e coi programmi televisivi negli ultimi 20 anni);
la quarta è QUATTRO ed è ovviamente la più importante.

“Ora ascolta questo,” continuò il nuovo collega di Hélène, conducendola ad alcune cabine più in basso. “Questo è il famoso scrittore di narrativa popolare Alexis Barigoul, una delle stelle del nostro secolo, il maestro del romanzo moderno! Per ottenere i suoi servigi L’Époque lo ha dovuto pagare profumatamente. Il suo romanzo gli fa guadagnare 1000 franchi all’ora e l’episodio di oggi è numero 792. Ha già guadagnato 792.000 franchi con quel romanzo! È davvero un successo di pubblico!”

(Parte seconda, capitolo sei)

Ricordo che 1000 franchi era quanto guadagnava un abile lavoratore in otto mesi e Barigoul li fa in un’ora. Ricorda i 20mila e passa dollari al mese di Konrath o le vagonate di soldi molto maggiori dei veri big dell’editoria digitale. Anche il fatto che l’editore debba pagare a caro prezzo per averlo nella propria scuderia ricorda i casi di Amanda Hocking e di John Locke, arrivati al successo con gli eBook autoprodotti e poi comprati a caro prezzo (nel secondo caso solo per il cartaceo) da grossi editori.

E ora l’aberrazione pubblicitaria in tutto il suo splendore:

“Cos’è questo?” chiese Hélène. “Un altro romanzo?”
“Sì,” rispose il giornalista. “Questo è un romanzo pubblicitario. Avrai compreso che il giornale telefonico non può trasmettere lo stesso tipo di pubblicità che fanno i giornali cartacei. Gli abbonati non le ascolterebbero. Bisogna trovare un altro modo per infilare le pubblicità e così sono nati i romanzi pubblicitari. Ascolta…”
“Distesa sul divano (dal Baazar del Mobilio, Boulevard du Châtillon), con indosso una vestaglia di chiffon dal taglio squisito del grande stilista Philibert, la sfortunata Valentina stava soffrendo per un acuto reumatismo. Dottor Baldy, il celebre medico preferito da tutte le donne di buon gusto (945 Rue Atala), le aveva prescritto un impiastro di eccellente senape Godot assieme a un assortimento delle migliori medicine: compresse Flageois, che proteggono contro…”

(Parte seconda, capitolo sei)

Giusto per ricordare che quando di discute come se fosse una cosa futuristica/innovativa dei romanzi in eBook per pubblicizzare al meglio negozi e marchi reali tramite i futuri eReader/Tablet sempre connessi, si sta al solito parlando di qualcosa che è solo una variante di idee di 130 anni fa.
Idem il fatto che solo da pochi anni si stia cominciando a capire che la pubblicità tradizionale è fastidiosa e sempre meno gente ne viene influenzata e che quindi bisogna inventarsi modi diversi per invogliare all’acquisto. Robida fornisce una soluzione piuttosto comica, ma ha tutti i germi di ciò che davvero si sta pensando di fare con gli eBook (o si è fatto nei film, con i marchi dei prodotti in bella vista fino a pochi decenni fa).
Si potrebbe per una volta avere idee originali?
Qualcosa che non venga dall’Ottocento? ^_^”"
 

Il pubblico segue le battaglia nel Sahara al telegiornale, in diretta.
In versione rettangolare il telefonoscopio sembra proprio un LCD.

 

E infine ci sono anche le porcate assemblate in tutta fretta per cavalcare l’onda del momento. Robida fa l’esempio con uno spettacolo teatrale, ma potrebbe applicarsi anche alla narrativa o all’interesse verso un dato argomento dei fonogiornali e telegiornali:

[Premessa — un inviato di guerra de L'Époque è rimasto ferito mentre seguiva nel Sahara la Guardia Nazionale di Biskra, alleati dei francesi, mentre danno la caccia ai Tuareg di Abd-el-Razibus che razziano l'area e minacciano il Tubo di Timbuctu, una linea di condotti di fondamentale importanza per i treni pneumatici. L'amputazione del braccio del giornalista diventa una super-notizia su cui speculare per L'Époque, che subito dà massima importanza alla cosa trasformandolo nella celebrità del momento.]

Il coraggioso inviato di L’Époque è riuscito a scritturare le mogli di Abd-el-Razibus per l’Odéon. Durante la convalescenza per l’amputazione del braccio destro, il dinamico giornalista trovò perfino la forza di scrivere un’opera teatrale di lunghezza epica sulle proprie avventure in appena dodici giorni!
Inutile dirlo, questo spettacolo di guerra fu un successo fenomenale a Parigi. La moda si tramutò in un delirio quando, al suo ritorno in patria, il giornalista accettò di interpretare il ruolo dell’inviato ferito.

(Parte seconda, capitolo sette)

Gli Instant Book scritti da ignoranti con materiale non verificato e i programmi assemblati con pseudo-esperti all’accatto in poche ore/giorni non vengono in mente a nessuno? Io immagino, horribile visu, Vespa col plastico della casa del delitto di Cogne. ^_^

Passi per il giornalista ferito, ma perfino le mogli di Abd-el-Razibus, che non sono attrici e hanno l’unico pregio di essere apparse in televisione, diventano all’improvviso delle celebrità che tutti vogliono vedere e di conseguenza trovano lavoro a teatro al posto di attrici professioniste più qualificate. Ricorda il modo in cui certi personaggi senza qualità (tranne, talvolta, l’aspetto fisico) vengono lanciati in TV, saturando i programmi per brevi periodi, in seguito a casi di cronaca, reality show ecc…

E ora, mettendo assieme tutte le informazioni sul telefonoscopio, possiamo immaginare che anche gli spettacoli erotici stile webcam siano una realtà possibile del Ventesimo Secolo di Robida. Come visto è possibile abbonarsi per contattare altri telefonoscopi specifici che forniscono servizi a pagamento, ad esempio gli artisti che recitano via telefono o i professori che insegnano le loro materie via telefonoscopio o perfino i negozi per farsi spedire merci.

Non ci sarebbe nulla di strano quindi se fosse possibile collegarsi a un aggregatore di “artisti”, pagando in base ai minuti o su abbonamento, e scegliere di vedere le performance di una ragazza, come se fosse una webcam pubblica (il telefonoscopio permette di trasmettere verso molti abbonati assieme), oppure uno spettacolino privato. Nel caso dello spettacolo privato il microfono permette di parlare con la ragazza scelta. Immaginatelo come qualcosa di simile al sito Ragazze in Vendita, in cui qualsiasi ragazza può iscriversi, essere inserita nelle liste (magari inviate in cartaceo via posta agli abbonati?) e gestire il proprio lavoro lasciando una fetta dei guadagni in mano ai gestori (d’altronde nel Ventesimo Secolo di Robida le ragazze hanno pari diritti e studiano all’università, ergo devono pagarsi gli studi). Il telefonoscopio alla connessione col servizio potrebbe, di base, trasmettere una serie di foto col nome/numero della ragazza che scorrono grazie a un rullo automatico e, magari, inquadrare altri due o tre piccoli telefonoscopi che mostrano delle performance pubbliche.

Come nel caso degli attori più talentuosi che diventano indipendenti, le migliori potrebbero aprire un business basato sulla propria immagine: spettacoli pubblici e privati per gli abbonati, invio di numeri di una rivista con i nuovi set fotografici e gli orari delle performance live (stile fonogiornale: si può immaginare che fuori da quegli orari vengano ritrasmessi video di repertorio registrati o sequenze di foto).
Un tipo di business legato alla singola modella, come nel caso del sito di Ariel Rebel (qui il suo blog). Cito lei perché mi sta simpatica (le piacciono anime ed hentai), è famosa nel settore -con anche un premio vinto nel 2010- e il suo mix di softcore e di aspetto da ragazzina innocente mi pare particolarmente in linea con i gusti dei borghesi di un simil-XIX secolo. E in più è a tema con l’ambientazione di Robida: è una canadese la cui lingua madre è il francese. ^_^
Ovviamente io non guardo queste sconcezze e so queste cose solo per sentito dire: Gamberetta Hime-sama non approverebbe!

Robida lascia intuire di aver pensato alla questione. A parte il fatto che Ponto sbavi di fronte agli spettacoli con ragazze poco vestite e si addormenti con le cose serie, c’è un esplicito riferimento alla possibilità di guardare spettacoli piccanti al telefonoscopio, simili (credo) agli spettacolini softcore che le emittenti locali mettevano in televisione di notte dopo le undici o alle commedie sexy che andavano di moda una volta (e che hanno fondate basi storiche nel XIX secolo):

Barnabette ebbe un’improvvisa ispirazione: “Perché non approfittiamo che papà si è addormentato per guardarci qualche scena di quegli spettacoli che ci ha proibito di vedere?”
“Buona idea!” Barbe approvò con entusiasmo. “Assaggiamo il frutto proibito e visitiamo i teatri vietati alle giovani donne. Ah! Il Palais-Royal! Alcune delle miei amiche sposate non si perdono mai gli spettacoli lì o al Variétés.”
“E il Palais-Royal sia. Controlla la guida: che stanno facendo?”
L’Ultimo degli Scapoli, una farsa piccante in quindici scene.”
“Rapida Barnabette, colleghiamoci!”

[Lo spettacolo è in pausa. Vengono trasmesse immagini degli spettatori, soddisfatti. Le tre ragazze sono deluse dal contrattempo. Il signor Ponto si sveglia.]

“Ma… questo non è il Molière-Palace!” esclamò il signor Ponto. “Piccole birbanti! Vi siete approfittate del mio pisolino per cambiare teatro! Scommetto che siete balzate subito sul frutto proibito. Vediamo, che teatro è?”
“Papà, questo è… l’Odéon!” disse Barbe.
“Andiamo, lo so bene qual è: è il Palais-Royal! Ah, care bambine, ci potrete andare più avanti nella vita se i vostri mariti ve lo permetteranno, ma non ora. Questo non è un teatro per giovani signorine… Ma… se non mi sbaglio… lì, in quel palchetto sulla sinistra, c’è vostro fratello Philippe!”

[Mentre discutono sul fatto che il tizio sia o meno Philippe, che in teoria dovrebbe essere a Costantinopoli a occuparsi della bancarotta dell'Impero Ottomano, lo spettacolo ricomincia.]

“Vietato alle giovani ragazze!” urlò il signor Ponto, spegnendo il telefonoscopio.
Lo schermo si fece nero di colpo e la stanza sprofondò nell’oscurità.
“Oh!” fecero le giovani, deluse.

Come minimo c’era qualcosa di equivalente alle commedie sexy di Alvaro Vitali o all’umorismo a base di cazzi giganti dei teatri del mondo classico. Non si capisce altrimenti la reazione del signor Ponto.
Secondo me Robida ha preferito evitare di approfondire la questione dell’erotismo per via del punto di vista scelto, una ragazza per bene come Hélène, ma deve averci pensato e ha lasciato questo indizio. E anche altri, ad esempio nell’illustrazione sul cosiddetto “errore” di collegamento col telefonoscopio: non avete notato il signore coi baffetti, l’unico nascosto da un pudico giornale che non ha motivo di essere in quel contesto se non per suggerire del *fap fap fap*?
Un genio come Robida non poteva non aver pensato al futuro del porno! ^_^

C’è molto altre da dire sul Ventesimo Secolo, anche rimanendo solo nel mondo dei media, ma si andrebbe ancora più fuori strada rispetto al discorso tecnologico iniziale. Troverò altre occasioni per parlare del genio di Robida.

 

Aggiornamento (più o meno) periodico a tema eBook (7)

Scritto da il 27 set 2011 | Categorie: Ebook, Editoria

È da maggio che non faccio un aggiornamento generale dedicato al mercato eBook USA e bla bla bla. Le solite robe che ormai risultano sempre meno rilevanti visto che, quando iniziai a parlarne nel 2008, avevano solo lo scopo di dire che prima o poi sarebbe potuto accadere anche da noi perché non abitiamo mica su Marte. Cose come Facebook, cellulari e PC sono arrivati anche qui, visto che soddisfacevano i desideri del pubblico (farsi i cazzi altrui invece di lavorare, nel caso di FB), quindi perché gli eReader e gli eBook dovrebbero fare diversamente visto che soddisfano desideri di lettura presenti da noi come negli USA? Non si sa.
Mistero della fede anti-eBook: questo è il Suo Corpo di Carta, prendetene tutti, questo è il Suo Sangue d’Inchiostro, bevetelo in segno di alleanza contro il digitale.

In fondo, assodato che gli eBook crescono e cresceranno anche da noi, seppur con un ritardo di 3 anni stimato da Tombolini per raggiungere le stesse percentuali di mercato degli USA, cosa ci importa degli USA?
A me poco o niente (se non quando la cosa coinvolge anche l’Italia) e pure negli USA c’è gente, ma ci tornerò in un articolo futuro, che da un po’ di mesi sta dicendo quello che dicevo pure io da oltre un anno: chissenefrega che il mercato eBook sta crescendo di X o di Y quest’anno negli USA e chissenefrega che i prezzi più bassi di quelli considerati troppo alti facciano vendere di più (cosa a cui solo gli scemi non arrivavano/arrivano… e alcuni non arrivano però anche all’altro fatto, ovvero che vendere a 0,99 dollari funziona in modo eccellente quando gli altri vendono a 9,99 dollari o più, mentre le cose cambiano parecchio quando tutti iniziano a vendere a 0,99-2,99).

Se il mercato cresce e continuerà a crescere, beh, lo farà che si contempli la cosa o meno: se un Autore usa la scusa del mercato ancora in crescita o delle politiche di prezzo migliore “incerte” per attendere di scrivere e autopubblicarsi, è un coglione. Lavorate, capre, invece di sognare che il martirio di certi editori cartacei vi porti a un paradiso con migliaia di vergini pronte a comprare i libri che NON avete ancora scritto. E comunque non diventerete mai ricchi (e non solo perché scrivete così di merda che Licia Troisi sembra un’alternativa ragionevole): giocate al Lotto invece di fare narrativa se vi interessa solo la speranza di arricchirvi.

Il problema è di fondo. Il problema è come si ragiona: Editori e Autori che ragionano come venditori di alimentari prossimi alla scadenza (Tutto con l’80% di sconto! Venghino, siori, venghino!) invece che come produttori/sostenitori di opere creative diverse l’una dall’altra. Non bisogna competere sui libri a 0,99 euro invece che a 2,99 euro perché a mettere i prezzi bassi sono buoni TUTTI: bisogna pensare a COSA (argomento) e COME (tecnica) si scrivono i libri, ovvero tornare a fare gli Scrittori e gli Editori, nella prospettiva di un mercato futuro SANO in cui il pubblico scelga consapevolmente i libri e preferisca avere “proprio il romanzo che cercava” a 3,99 euro invece di “quattro romanzi diversi da quello che cercava” a 3,96 euro.

Stavo leggendo in questi giorni La Fiaccola dell’Onore, fantascienza militare scritta piuttosto male, con un protagonista piatto e i cattivi che sono dei neonazisti spaziali (WTF!), ma ha un minimo di spessore scientifico nella resa dei combattimenti spaziali e solo questo mi interessava. Non mi pare difficile da capire che non farei a cambio, per lo stesso prezzo complessivo, con tre romanzi rosa o tre gialli o tre di fantascienza SENZA combattimenti spaziali. Io volevo questo romanzo perché di questo hanno parlato bene, non ne voglio un altro a meno che non se ne parli altrettanto bene per gli aspetti scientifici e di credibilità degli scontri. Punto. Solo se mi date esattamente quello che voglio, non altra roba, posso pensare di scegliere tra le alternative in base al prezzo.

Un romanzo o un saggio non sono rotoli di carta igienica interscambiabili: se voglio un saggio sulla fisica nella fantascienza, non sono disposto a ottenere allo stesso prezzo tre saggi sull’allevamento di gatti e cani da compagnia.
Tornerò sull’argomento negli articoli dedicati futuri. Questo era solo un breve assaggio in anteprima, tanto ripetere queste cose a oltranza non fa male.

Romanzi a 0,99 dollari l’uno. Soliti paranormal romance o soliti fantasy merdosi.
Davvero gli autopubblicati pensano che potranno competere avendo tutti gli stessi contenuti visti mille volte, la stessa scrittura dilettantesca e lo stesso prezzo da carità? Non è competere, è sperare nel colpo di fortuna: tanto vale allora giocare al Lotto.

 

Passiamo agli USA, visto che questo aggiornamento di loro doveva occuparsi.
Eravamo fermi ai dati di marzo 2011. Faccio un riassunto dei primi tre mesi del 2011, giusto per rinfrescarvi la memoria. Ricordate come al solito che questi sono dati provenienti dai principali editori che li comunicano alla AAP e quindi non tengono conto della massa di autopubblicati che stanno invadendo il mercato con risultati talvolta straordinari.

Da dicembre 2010 a gennaio 2011 il settore trade (narrativa e saggistica di consumo, le tipiche cose da libreria) balzò da 49,5 ML $ a 69,9 ML $, cifra ancora più importante se ricordiamo che a gennaio vi fu un misterioso tracollo del cartaceo per cui gli eBook passarono dal rappresentare il 10% del settore trade di dicembre a rappresentarne il 23,4% a gennaio.
A febbraio 2011 il crollo della carta proseguì (appena 156,8 ML $), misterioso come nel mese prima, mentre gli eBook facevano un bel record di 90,3 ML $ arrivando a valere il 29,5% del settore trade.
A marzo 2011 le cose tornarono un pochino più normali, con gli eBook ridotti a 69 ML $ (che era comunque un +39,4% rispetto a dicembre 2010). La carta si riprese, tornando a un più che dignitoso 267,7 ML $ sul trade (senza contare i romanzi per ragazzi e bambini: se consideriamo anche quelli e li stimiamo allo stesso livello di febbraio, c’è un bel raddoppio rispetto al mese precedente). Gli eBook tornarono a un più credibile 17% (o poco meno) del settore trade.

Cosa è successo nei tre mesi successivi?
Un po’ di cose, ma poco interessanti. Tranne a giugno e forse per questo mese almeno so il motivo. Spiacente se non mi invento spiegazioni sugli altri mesi, ma il mio lavoro non è quello di sparare balle per convincere qualche coglione a darmi dei soldi. Io mi occupo solo di narrativa, spiacente. Per le balle andate a bussare ai ragazzi del marketing o dai signori con lo straccio unto di economia e commercio nel taschino: in cambio del loro stipendio si inventeranno stronzate attinenti al vero quanto potrebbe esserlo il parere che potrebbe darvi un bimbo africano in cambio di una barretta Mars.
Esperti di aria fritta condita col senno di poi.

Analista del mercato editoriale in azione.
Grande attenzione a prezzi, formati, packaging del cartaceo, inseguimento delle mode più balorde annusate da qualche altro pseudo esperto (angeli-vampiri al liceo che affrontano templari-licantropi, il tutto come sfondo di una storia d’amore) ecc… ma divieto assoluto di parlare di dare più soldi e più tempo a Editor scelti sulla base di capacità professionali verificate. Meglio vendere merda modaiola rancida in cambio di soldi buoni che faticare per costruire la fiducia dei clienti!

 

Ad aprile gli eBook sono cresciuti ancora e il cartaceo non se l’è cavata tanto male.
Soliti dati AAP, di cui ricordo che non ci si può fidare troppo perché vengono immessi incompleti e poi corretti a distanza di mesi… non è che non valgano niente, non è così, è solo che tra la variabilità delle fonti (non è sempre lo stesso numero di editori a dare i dati, ad esempio per la carta erano 92 ad aprile e 79 a maggio), le correzioni successive quando i dati diventano più precisi (che è il motivo per cui a distanza di mesi i dati cambiano e i vecchi comunicati non combaciano più con i nuovi riassunti), le bizzarre modifiche nel modo di fare conteggi da un mese all’altro (ad aprile, ad esempio, i libri di religione sono entrati nel settore trade in cui non li avevano mai conteggiati… così, perché sì! E io li levo quando faccio i conti, tiè!) e assenza degli autopubblicati e dei piccoli editori (solo 15 editori circa forniscono dati per gli eBook), non rappresentano tanto una visione di insieme “vera” del settore, ma più una sorta di approssimazione del “punto di vista dei Grandi Editori”.

Dicevo, ad aprile le cose non sono andate male (dalla pagina AAP):

Adult Hardcover – $111.4 million
Adult Paperback – $95.9M
Children’s/Young Adult Hardcover – $41.2M
Children’s/Young Adult Paperback – $36.8M
Adult Mass Market Paperback – $28.5M
E-Books – $72.8M

Totale di 386,6 ML di dollari di cui 313,8 ML in cartaceo.
Gli eBook valevano il 18,83% del settore trade. Non male.

Gli eBook erano passati dai 28,3 ML dell’aprile 2010 ai 72,8 ML dell’aprile 2011, un bel +157,5% di crescita. Alla carta invece le cose non sono andate bene per colpa dei crolli di gennaio a febbraio: dai 1712,4 ML di gennaio-aprile 2010 ai 1671,9 ML di gennaio-aprile 2011 (libri a tema religioso inclusi, credo). Un bel -2,4%. Niente di tragico: c’è la crisi, c’è Borders che stava/sta andando a gambe all’aria ecc…

Passiamo a maggio.
Soliti dati AAP. Questa volta alla AAP decidono che anche gli audiobook vanno infilati in generale nel trade (ad aprile invece li avevano conteggiati una volta sì e una no, lol, evviva la coerenza!). E io li levo e levo pure i libri di religione, ma solo per fare i conti meglio sulla percentuale degli eBook (gli audiobook di certo non sono cartacei, come dovrei conteggiarli? E se nel trade infilano anche lo stufato d’asina e le salamelle come la mettiamo?).

Categoria   2011 YTD (ML $)     2010 YTD (ML $)     Variazione  
Adult Paperback 473,1 576,4 -17,9%
Adult Hardcover 386,2 504,1 -23,4%
Adult Mass Market 185,1 264,8 -30,1%
Children’s/YA Hardcover 198,1 211,4 -6,3%
Children’s/YA Paperback 163,5 192,5 -15,1%
eBook 389,7 149,8 +160,1%

Totale (senza eBook): 1406 1749,2 -19,6%
Totale (con eBook): 1795,7 1899 -5,44%

 
Dando per buoni i dati dei mesi scorsi, senza ritocchi verso l’alto successivi (che non sono stati comunicati per cui non posso saperli), gli eBook a maggio erano a circa 87,7 ML di dollari. Un mese eccellente, quasi buono come febbraio.

Ho lasciato fuori dai miei conti gli audiobook scaricati dal web (passati da 31,2 a 36,5 ML di dollari, +17%), in eccellente stato di salute, e i libri di argomento religioso (dai 227,8 ai 252,5 ML di dollari, +10,8%), unico settore cartaceo di vasto consumo le cui vendite non hanno risentito del clima di crisi economica. Dovendo scegliere tra credere a uno zombie ebreo (o a qualche altra bislacca divinità) oppure credere ai Grandi della politica e della finanza mondiale, punterei anche io sulla superstizione.

Se conteggiamo anche questi due settori in crescita, il 2011 (2084,7 ML) rispetto al 2010 (2158,4 ML) è sceso di appena il 3,41%. Dal -2,4% al -3,41%, in un solo mese la prestazione dell’anno perde un intero punto percentuale. Brutto segnale, nevvero?

 
E poi arrivò la Caporetto del cartaceo: giugno 2011.
Dati presi da qui e qui. La tabellina vale più di qualsiasi introduzione.

Categoria Giugno 2011 (ML $)  Giugno 2010 (ML $)  Variazione
Adult Paperback 48,4 133,7 -63,8%
Adult Hardcover 84,9 113,8 -25,4%
Adult Mass Market 47,4 60,4 -21,6%
Children’s/YA Hardcover 42,0 60,6 -30,8%
Children’s/YA Paperback 44,5 51,5 -13,6%
eBook 80,2 29,8 +167,2%

Totale (senza eBook): 267,2 420,0 -36,4%
Totale (con eBook): 347,4 449,8 -22,8%

 
Un tracollo. Una Caporetto.
Il settore trade dal blando -5,44% dei primi cinque mesi passa a oltre il -10% sull’intero anno secondo la AAP (ma a me facendo i conti viene solo -8,75%). Ho usato il dato del -5,44% senza audiobooks e libri di religioni perché le fonti che citavano la AAP questa volta non li riportavano. Un raddoppio del disastro. In un solo mese c’è stata una Caporetto editoriale. Solo gli eBook stringono i denti, confermando quota 80 ML superata nel mese precedente. Con quei 267,2 ML $ il cartaceo si colloca a metà tra la caduta devastante di febbraio e il rialzo di marzo 2011, con l’aggravante del paragone ignominioso con il buon giugno 2010.

Gli eBook sono passati dal 18-19% del mercato trade di aprile al 23% di giugno.
Nella prima metà del 2011 gli eBook hanno totalizzato 473,8 ML contro i 181,3 ML di dollari dei primi sei mesi del 2010 (+161,3%). Ah, ricordate che vi ho detto che i dati della AAP cambiano (verso l’alto) a mano a mano che arrivano informazioni più complete (con mesi di ritardo) da distributori e librai? Ecco un esempio classico: se sottraete il totale attuale dal totale del mese scorso, vengono 84,4 ML di dollari… ma per giugno ne dichiarano 80,2 soltanto! Da qualche parte nei cinque mesi prima, probabilmente su aprile e/o su maggio, sono piovuti 4,2 ML non conteggiati precedentemente.
Non arriverò al livello di rant contro la AAP di Nate Hoffelder, ma di certo non apprezzo il modo in cui comunicano le loro informazioni:

The May 2011 sales stats were released today by the AAP, and as usual I tried to do a month to month analysis. My figures for sales in January through April didn’t quite add up to what other blogs were reporting. I asked someone at the AAP for assistance because the ebook sales figures in the old press releases didn’t seem to add up right.
Let me pass along what I was told.

The AAP publishes numbers each month which are then revised in the weeks and months after the press release goes out. The figures change because  publishers send in updated sales data for a given month for a number of reasons: late returns, unreported sales, sales originally reported in the wrong categories, etc. Today’s numbers are going to change over the next few weeks.

You know, if Al Capone had gotten into publishing I don’t think the IRS would ever have caught him.

What this means is that all of my analysis is now bunk. The numbers I was using were very likely wrong fairly soon after they were committed to paper. It also means that all the news articles based on the monthly AAP figures – everyone’s articles – are all wrong. They were based on fiction. No one really knows what the sales figures are until months and months later.

Amen, fratello Nate.
^__^

Motivo del calo di giugno? La crisi c’era anche prima. Ma un calo così grosso come si può spiegare? Un po’ di certo il caso, magari non erano previsti bestseller a sufficienza per quel mese, ma perché allora i paperback hanno sofferto così tanto più degli hardcover? Una mia idea ce l’ho: Borders.
Come saprete a luglio Borders ha iniziato la chiusura programmata di tutti i punti vendita rimasti, ben 399 negozi (erano 1200 appena sei anni fa). I mesi precedenti erano stati caratterizzati da sempre più punti vendita che chiudevano con relativi sconti selvaggi e forse a giugno l’influenza è stata ancora maggiore. Mi suona un po’ debole come giustificazione, ma di sicuro un po’ ha influito. Considerando che Borders sta svendendo con sconti che possono essere anche del 70-90% per sbarazzarsi della merce, non mi stupirei che molta gente a giugno abbia snobbato le altre librerie per comprare a prezzo ridicolo da Borders.
Ma anche così, non penso proprio che basti a far tornare i conti senza ipotizzare anche un qualche calo delle vendite periodico (come sono sempre successi) non collegato a Borders.
Vedremo cosa diranno i dati di luglio. Dovrebbero uscire proprio in questi giorni.

Chiudendo quei 399 negozi, gli ultimi 31 hanno chiuso proprio domenica scorsa, Borders ha mandato a gambe all’aria 10.700 dipendenti come grazioso regalo estivo.
Rimangono in piedi i 717 negozi di Barnes & Noble. Nonostante abbia sofferto a giugno, Barnes & Noble ha le vendite degli eBook in costante crescita, sta continuando a puntare sul digitale col suo Nook (e il Nook Color era -è?- il tablet più venduto negli USA dopo iPad) ed è la maggiore catena di librerie degli USA.

A febbraio 2011 la stima di come si dividesse il mercato librario era questa: Amazon 22,6% (grassa, avida troia); Barnes & Noble 17,3%; Borders 8,1% (brucia, strega, brucia!); Books-A-Million 3% e indipendenti 6%. E visto che la somma non fa 100%, ciucciatevi il calzino e guardate l’originale (non mi pare dica dove sia finito il resto della cifra, anche se di sicuro una parte è nei supermercati e negli angoli di vendita libri di altri negozi). ^_^

Scaffale Borders degli scorsi mesi: la disperazione stimola la creatività dei dipendenti.
Presente quando hanno tirato due atomiche in testa ai giapponesi e quelli in risposta hanno iniziato a produrre manga e anime? Qualcosa del genere.

 
Ho accennato prima ai tablet.
Soddisfiamo una piccola curiosità allora: quanti statunitensi hanno un tablet, quanti un eReader e quanti entrambi? Chi ha un iPad o simili ha bisogno di un Kindle? Un pesante attrezzo retroilluminato è ideale per leggere quanto un leggero oggettino passivo che somiglia proprio alla carta di un libro? Ho già sfottuti i teorici dell’iPad come Kindle Killer nell’aggiornamento a tema eBook di agosto, ma non resisto mai quando posso farlo. ^_^

Vediamo qualche dato concreto.
Ricordate il famoso raddoppio degli adulti britannici dotati di eReader a Natale 2010? Anche gli USA hanno avuto il loro raddoppio: gli adulti dotati di eReader sono passati dal 6% di novembre 2010 al 12% di maggio 2011.
Anche i possessori di tablet a maggio erano aumentati, seppure non quanto quelli di eReader: 8% degli adulti in possesso di un iPad, un Samsung Galaxy, un Motorola Xoom o un Nook Color contro il 7% di gennaio 2011 e il 5% di novembre 2010. Quel misero +1% tra gennaio e maggio fa sospettare che iPad 2 abbia creato più un “ricambio” tra i possessori del primo iPad che non un boom della penetrazione del mercato, all’uscita. Più importanti invece le compere Natalizie (dal 5% al 7%).

Interessante la sovrapposizione di possesso eReader-tablet: 3% li possiede entrambi (9% solo eReader, 5% solo tablet), il che significa che tra i possessori di un Kindle Killer (o equivalente) i 3/8 -circa 40% come dicevano anche fonti precedenti- ha sentito il bisogno di avere qualcosa di meglio per leggere eBook. E quel 12% di proprietari di eReader potete scommettere che sono quasi tutti forti e fortissimi lettori, non tizi da 3-4 libri l’anno.

Proseguendo coi tablet si arriva al Tablet di Amazon.
C’erano state molte voci negli scorsi mesi, voci che non ho mai riportato perché non è un eReader e perché delle voci mi frega poco se non sono davvero interessanti, e alla fine è stato avvistato e provato poche settimane fa. Dati? Quasi ignoti. Schermo da 7 pollici, forse una variante da 10 pollici nel 2012, un “Kindle OS” basato su Android 2.2 (in una versione così modificata e personalizzata da Amazon da non rimanere quasi nulla di Google all’interno).
Mese di uscita? Si diceva ottobre 2011, ma nell’articolo sostengono novembre. Uguale, che importa. Prezzo? Molto buono, pare che costerà solo 250$, di sicuro meno di 300$ (perché una ricerca aveva dichiarato che un tablet sotto i 300$ poteva ottenere in pochi mesi vendite per oltre cinque milioni di pezzi). Un avversario non tanto per iPad, ma per il Nook Color: lo scopo pare non essere spodestare il Re dei Tablet, ma il povero Cristo al secondo posto. Che poi è quello che fa guadagnare bei soldini al maggiore avversario di Amazon nell’ambito eBook. Astuti.

Ci sarebbe da parlare del fantomatico sistema di abbonamento agli eBook di Amazon e del sistema di prestito librario, ma perché farlo? Mercoledì 28 settembre ci sarà una conferenza stampa di Amazon in cui, quasi sicuramente, annunceranno il tablet e magari qualcos’altro. Non hanno mai fatto conferenze stampa per annunciare i Kindle, ma con un tablet forse vogliono fare le cose in modo più à la Apple.

Ah, il Kindle. Giusto.
il Kindle 4 potrebbe arrivare presto, già a ottobre. O forse no. ^_^ C’è stata una bizzarra serie di fraintendimenti riguardo un’intervista radiofonica al CEO di Hachette Livre e ai tweet a tema rilasciati poco dopo dal giornalista. Sembrava, fino a pochi giorni fa, che il CEO avesse annunciato l’apertura del Kindle Store francese per l’8 ottobre e assieme l’inizio delle vendite del Kindle 4. Peccato che l’8 ottobre, un sabato, sia un giorno bizzarro per avviare le vendite del Kindle 4 [NdDuca del 29 settembre: infatti poi lo hanno annunciato e messo in vendita il 28 settembre, un mercoledì].


I tweet a tema, per chi gracida il francese.
 

Riassumendo: è altamente probabile che il giorno 8 ottobre apra il Kindle Store francese, affiancandosi al tedesco nell’invasione del continente pianificata da Amazon. Mercato eBook francese che al momento non vale granché, nonostante il buon ritmo di crescita:

Although online sales of e-books rose by some 40% year-on-year in 2010, they still represented only about a third of the 1.8%, Gallimard told the SNE general assembly yesterday. The other two-thirds were made up of physical forms of distribution, such as CD-Roms and USB keys. If applications and licence revenues are added, SNE figures show that e-books held 2.5% of the book market last year.

Solo 1,8% del mercato, di cui appena 0,6% online e 1,2% con vendita su supporto fisico. O almeno così diceva a luglio TheBookseller.com, poi non so altro (l’Italia dovrebbe raggiungere l’1% del mercato trade per l’inizio del 2012, non siamo tanto indietro rispetto al resto del continente).

Dopo quello francese dovrebbe aprire lo store spagnolo (c’erano voci di una apertura entro l’anno) e poi quello italiano, si spera. Dico si spera, perché per l’Italia non c’erano state voci particolari, se non quel dettaglio degli altri 1000 eBook Mondadori presso Amazon entro Natale dopo i 2000 iniziali. Ricordate?

Segrate, 27 luglio 2011 – Mondadori e Amazon hanno sottoscritto oggi un accordo grazie al quale oltre 2.000 e-book trade del Gruppo di Segrate saranno disponibili per i possessori di Kindle. I clienti europei potranno acquistare gli e-book di Mondadori attraverso Kindle store su Amazon.co.uk, Amazon.de e Amazon.com.

Le case editrici Mondadori, Einaudi, Sperling&Kupfer e Piemme metteranno a disposizione degli utenti di Kindle in Europa migliaia di e-book attraverso i Kindle store. Ed entro Natale Mondadori arricchirà l’offerta per i lettori con altri 1.000 titoli digitali, incluse tutte le novità di ciascuna casa editrice previste per il prossimo autunno-inverno.

Spero che dicano qualcosa a riguardo mercoledì.
Non mi sembra così folle l’idea che assaltino in pochi mesi Francia, Spagna e Italia forti di un nuovo tablet che costa la metà di iPad e di un nuovo Kindle 4. Magari sotto i 100$ per battere la concorrenza del nuovo Nook a 119$ e del nuovo Kobo Touch a 129$? A proposito: spero che Kobo trovi dei distributori in Europa perché il loro eReader è un’allettante alternativa allo strapotere di Kindle (i Sony PRS-650 al doppio del prezzo non erano un vera alternativa al Kindle 3, se uno poteva farselo spedire).

C’erano altre voci in questo periodo, ma eviterò di parlarne: la possibilità di fare figure da pirla a raffica come accaduto a Nate (il caso del Kindle Store “Olandese”) non mi ispira, motivo per cui preferisco prendere tutto con le pinze. E rimetterlo nel fuoco.

E poi sono pigro e non mi va di scrivere altro. È tutta così noiosa questa roba! Niente nazisti spaziali e niente eroi con la mandibola squadrata che li affrontano. Perché il mercato eBook invece che un covo di Banditi col Cilindro che sfruttano il lavoro degli schiavi in puro stile Capitalismo 2.0 non può diventare qualcosa di figo come la fantascienza militare in Urania?
Fate i bravi e aspettate mercoledì, su, che manca solo un giorno e mezzo…