I piccioni fotografi di Neubronner

Scritto da il 07 gen 2012 | Categorie: Fatine, Grande Guerra, Storia, Storia Militare

Un breve articolo, giusto qualche informazione, per segnalare un dispositivo interessante per chi si occupa di Steampunk o di romanzi ambientati nei primi anni del ’900: il piccione con fotocamera di Neubronner.

Julius Gustav Neubronner (1852-1932) apparteneva a una storica famiglia di farmacisti di Kronberg im Taunus, una cittadina dell’Assia. Fin da adolescente, nel 1865, aveva sviluppato un grande interesse per la fotografia. Nel 1886 ereditò la farmacia del padre a Kronberg e nel 1891 trasferì casa e negozio presso la “chiesa contesa”, un edificio che doveva ospitare una chiesa cattolica mai inaugurata.

Dopo il 1902 cominciò a usare i piccioni per ricevere rapidamente sostanze chimiche dal suo fornitore di Francoforte (un piccione poteva portare fino a 75 grammi di prodotti).
Impiegò i piccioni anche per spedire ordini urgenti di medicine al famoso sanatorio fondato nel 1876 da Dettweiler a Königstein im Taunus (circa 5 km in linea d’aria tra le due località), ma la cosa terminò dopo tre anni quando il sanatorio divenne un convalescenziario per ufficiali nel 1907.
L’idea non era originale: l’aveva già avuta il padre Wilhelm molti anni prima, quando le farmacie nei villaggi circostanti erano ancora rare. Neubronner ci ripensò a causa di un articolo di giornale che parlava di un sistema simile impiegato a Boston.

Julius Neubronner ebbe anche clienti molto illustri. La Principessa Vittoria di Sassonia-Coburgo-Gotha, figlia primogenita della Regina Vittoria d’Inghilterra, conosciuta col nome di Imperatrice Federico (Kaiserin Friedrich) dopo la morte dell’Imperatore Federico III nel 1888, scelse come sede per gli ultimi anni di vita (morì nel 1901) lo Schloss Friedrichshof presso Kronberg im Taunus. Julius Neubronner divenne il suo farmacista di corte.
Ma non è la sua carriera di farmacista a interessarmi.

Nel 1903 la passione per la fotografia si unì a quella per i piccioni.
Neubronner realizzò delle fotocamere in legno di peso ridotto, 30-75 grammi, da agganciare al petto dei piccioni tramite cinghie e un’armatura in alluminio. Neubronner testò il sistema di foto aeree portando il piccione a 100 chilometri da casa. A causa del peso il piccione volava a solo 50-100 metri dal suolo e (vantaggio) tendeva a prendere il percorso più breve per potersi liberare dell’attrezzatura. Le fotografie venivano scattate in automatico tramite un sistema pneumatico che gestiva l’intervallo di scatto.
Ottenne il brevetto nel 1908 e presentò l’invenzione alle esposizioni internazionali di Dresda, Francoforte e Parigi tra il 1909 e il 1911, riscuotendo un notevole interesse. A Dresda i visitatori poterono assistere all’arrivo dei piccioni che scattavano le foto e comprare le cartoline con le foto appena sviluppate. Al Salon International de l’Aéronautique et de l’Espace de Paris-Le Bourget ottenne due medaglie d’oro, nel 1910 e nel 1911, per il metodo impiegato e per la qualità delle foto.



Julius Neubronner nel 1914; una foto aerea dello Schloss Friedrichshof e due di Francoforte fatte dai piccioni; schizzo dell’imbracatura dal brevetto depositato nel 1907; piccioni con imbracature e fotocamere; articolo d’epoca. Notare le fatine cancellate in queste foto manomesse dopo il 1918.
 

L’invenzione di Neubronner venne considerata molto utile per l’uso militare, nonostante l’invenzione degli aerei che permettavano ricognizioni aeree fotografiche molto superiori a quelle prima possibili per mezzo dei soli palloni. Il piccione aveva il vantaggio di poter sfrecciare a quota inferiore, catturando foto dietro le linee nemiche senza la visibilità di un aereo. Pur con tutti i problemi, incluse fucilate e uccelli da preda messi a difesa delle trincee, il piccione fotografo aveva i suoi vantaggi.

Il Ministero della Guerra Prussiano si interessò all’idea e lo scetticismo iniziale venne superato da una serie di dimostrazioni pratiche. I piccioni erano indifferenti alle esplosioni, ma il rapido spostamento delle gabbie durante i combattimenti li costringeva a impiegare un po’ di tempo ulteriore per orientarsi. Il problema delle colombaie mobili era stato già affrontato nel 1880 dall’esercito italiano, con risultati alterni, e il capitano d’artiglieria francese Reynaud lo risolse allevando i piccioni all’interno di colombaie itineranti.

Neubronner raggiunse una soluzione simile costruendo una colombaia mobile con inclusa la camera oscura, pitturata con colori sgargianti. In alcuni mesi di lavoro riuscì a istruire dei giovani piccioni a tornare alla colombaia anche dopo che questa era stata spostata. Non ho idea del modo: immagino che abbiano imparato a scandagliare l’area circostante alla ricerca della struttura quando non lo trovavano nel posto in cui si aspettavano di trovarla. La impiegò con successo a Dresda nel 1909.

Dopo anni di negoziati Neubronner ottenne un test pratico dei suoi piccioni fotografi per le manovre militari presso Strasburgo, nell’agosto del 1914, a cui sarebbe seguito l’acquisto dell’invenzione da parte della Germania. La manovra saltò per lo scoppio della guerra, ma non il test: i militari presero colombaie e piccioni e li testarono sul campo di battaglia, con risultati soddisfacenti.

Con l’inizio della guerra di trincea, i piccioni riebbero il ruolo di messaggeri che il telefono aveva minacciato negli anni precedenti, inclusi i nuovi piccioni da ricognizione di Neubronner. I piccioni fotografi ottennero un tale successo alla Battaglia di Verdun che le colombaie mobili vennero impiegate in quantità maggiore per la Battaglia della Somme.
I piccioni vennero impiegati come messaggeri da entrambe le parti. Lo United States Army Signal Corps utilizzò 600 piccioni in Francia. Il piccione Cher Ami ricevette la Croix de Guerre per aver consegnato 12 importanti messaggi durante la Battaglia di Verdun. Venne colpito nell’ottobre del 1918 mentre portava un messaggio che salvò 194 soldati del Battaglione Perduto. Sopravvisse, ma perse una zampa e gliene fecero una nuova in legno. Srsly.

Sfortunatamente, finita la guerra, complici forse le condizioni folli imposte dal Trattato di Versailles, il Ministero della Guerra disse a Neubronner che la sua invenzione non aveva un uso militare pratico e dunque non intendevano proseguire gli esperimenti.

Neubronner era anche appassionato di lanterne magiche e di cinema. Nel 1905 fondò la Fabrik für Trockenklebematerial che ancora esiste col nome di Neubronner GmbH & Co. KG, per vendere il nastro perforato adesivo che aveva ideato a partire dalle sue esperienze sull’incollaggio delle fotografie alle lastre in vetro per le proiezioni della lanterna magica.
Un professionista pieno di idee e di interessi, anche se preferisco ricordarlo come l’uomo che studiò un sistema per attaccare una macchina fotografica al proprio uccello.

Colombaia motorizzata francese della Grande Guerra.

Sempre a tema piccioni e fotografia, qualcosa di completamente differente.
Durante la guerra Franco-Prussiana del 1870-1871 Parigi, che visse l’episodio storico della Comune, venne assediata dai tedeschi. Per poter ottenere informazioni dall’esterno, Parigi iniziò a inviare tramite mongolfiera i piccioni fino a Tours. Il via vai di mongolfiere su Parigi, nel tentativo degli assediati di sopravvivere ottenendo alimenti tramite questo bizzarro (e ridicolo) ponte aereo, non piaceva molto ai tedeschi che tentavano di abbattere i palloni come potevano e pare che la Krupp sviluppò apposta un primo tipo cannone contraereo di cui non ho mai trovato immagini.

I piccioni arrivati a Tours potevano ricevere i messaggi e ripartire. Dove sta la fotografia? Semplice. Inviare brevi messaggi scritti in miniatura su carta finissima non è particolarmente efficiente come sistema e i francesi iniziarono a inviare pellicole fotografiche con le foto delle pagine dei dispacci, in pratica dei microfilm. Il primo uso militare dei microfilm storicamente accertato. In tal modo un piccione poteva portare addosso molte più informazioni: uno dei tubi inviati nel gennaio 1870 conteneva 6 dispacci ufficiali e 15 privati. Il tutto su un singolo piccione! Un piccolo miracolo della miniaturizzazione fotografica.

Non che i piccioni fossero molto efficienti come messaggeri, comunque: pare che nel novembre 1870 di 89 piccioni inviati ne arrivarono a destinazione solo 19 e nel febbraio 1871 dei 22 piccioni partiti da Tours solo 3 arrivarono a Parigi (stime di Savelon). Cattivo tempo e cacciatori francesi affamati, nonché gli sforzi prussiani per abbattere i piccioni tramite fucilate e falchi, rendevano quello del piccione viaggiatore un mestiere infame. Non per niente, per chi disponeva di personale addestrato come l’esercito prussiano, si impiegavano le astute e rapide fatine nel ruolo di staffette. Come è noto.

 
Fonti principali:
http://en.wikipedia.org/wiki/Julius_Neubronner
http://en.wikipedia.org/wiki/Pigeon_photography
http://www.cix.co.uk/~mhayhurst/jdhayhurst/pigeon/pigeon.html

 

The Book Job: i Simpson spiegano l’editoria

Scritto da il 22 nov 2011 | Categorie: Editoria, Fantasy, Film e TV

Avviso di Spoiler
Questo articolo parla dell’episodio “The Book Job” (S23E06) dei Simpson. Non contiene comunque informazioni sugli eventi dell’ultimo terzo dell’episodio o sul finale. Un normale fan dei Simpson può leggere l’articolo anche se non ha visto l’episodio, senza rovinarsi la sorpresa. Se siete così sensibili da non poter tollerare nemmeno che si accenni al tema della puntata, non leggete l’articolo finché non avrete visto l’episodio.

Il sesto episodio della ventitreesima stagione dei Simpson, trasmesso il 20 Novembre 2011 negli USA, è stato dedicato all’editoria. Lisa Simpson scopre che la sua autrice preferita in realtà non è una scrittrice: ha solo prestato il volto per un’autrice inventata, con una vicenda umana “straordinaria” falsa e una serie di romanzi Young Adult coi maghetti progettati a tavolino dai tizi del marketing e fatti scrivere da dei ghost writer schiavizzati.
Ringrazio Uriele per avermi segnalato l’episodio.

Quando Homer Simpson scopre che bastano cinque idioti e una storia progettata a tavolino per fregare i bambocci gonzi e prendersi un milione di dollari, decide di provare anche lui. Partoriscono l’ennesima cagata scolastica incula-marmocchi (e decerebrati affini), con tanto di sport idiota incluso, ma dimenticano di inventarsi un autore che faccia da caso umano per favorire le vendite per cui vengono respinti. Se lo procurano e tornano dall’editore.

Potete trovare l’episodio intero su megavideo o tramite torrent.
Io ho visto la versione “LOL” con i sottotitoli in inglese (ma non servono perché parlano in modo molto chiaro, infatti li ho tolti dopo un po’), ma per chi vuole ci sono i sottotitoli italiani che ho usato per i due spezzoni sopra. La sincronizzazione non sempre perfetta al decimo di secondo è colpa mia.

L’episodio è molto realistico su come i grandi editori selezionino i romanzi, in particolare per il pubblico giovane (Young Adult) che viene considerato come una massa indistinta di diversamente astuti a cui fregare i soldi. Tant’è che la squadra di Homer si trova il romanzo modificato per ordine dei tizi del marketing: invece dei Troll che vanno a scuola sotto un ponte (troppo originali e non fanno eccitare le ragazzine craniolese), i protagonisti sono diventati dei Vampiri che vanno a scuola in un castello. Ah-ah!

Inutile dire che gli autori che sognano di essere pubblicati, invece di sognare di scrivere buona narrativa, e che farebbero volentieri ciò che fa Lisa, sono tutt’altro che un’invenzione dei Simpson. Guardate le porcate stampate in Italia, siamo pieni anche noi di retard con il fetish erotico di essere “uno scrittore” (poco importa se poi in pubblico dicono balle diverse, contano i fatti) che sono disposti a pubblicare qualsiasi porcata.
Gli editor vengono sommersi di schifezze e piuttosto che fare immersioni nel letame (che comunque non saprebbero valutare visto che sono una massa di cialtroni) preferiscono affidarsi all’amico di amici per scegliere il romanzo da pubblicare:

Driiiiiin! Driiiiin!
“Pronto?”
“Baccal’Ano, sono il Caccola! Non è che hai una seconda fidanzata da pubblicare?”
“No, solo quella. E sta piangendo nel cesso da quando ha riletto il romanzo…”
“E ‘sti cazzi non ce lo metti? Amici? Non troppo svegli, magari, ché ci serve solo un fantasy merdoso di quelli da vergognarsi.”
“Uhm. C’è il master di quando giocavo a D&D che se gli do due pizze in testa mi scrive della roba. Dammi tre mesi e ti porto il romanzo.”
“Dagliele forti, ci conto.”

Anzi, in questo la squadra di Homer è fin troppo seria.
Troppo impegno, troppa professionalità nel costruire l’opera a tavolino informandosi leggendo le opere precedenti (c’è perfino lo Steampunk, “qualunque cosa sia”, che ricorda un po’ la furbata di Salani con Alice di Dimitri) e troppa originalità nello scegliere i Troll come protagonisti al posto dei soliti Vampiri, scartati perché già troppo sfruttati (sbagliato: gli editori vogliono proprio la solita merda super-abusata, guai presentare qualcosa di originale!).
Magari i nostri autori di immondizia fantasy si impegnassero così tanto! Se cominciassero a informarsi sui romanzi del genere in cui vogliono scrivere prima di produrre boiate, sarebbe meglio per tutti.

Gli editori dominati dai ritardati del marketing già da anni hanno fatto nascere la battuta sul fatto che riguardo al fantasy si cerchino solo due generi di opere: “tipo Twilight” e “tipo Harry Potter”. La squadra di Homer fabbrica un’opera “tipo Harry Potter”.
Sul bisogno di avere un autore che venda di per sé, sostituendo la qualità dell’opera con la particolarità dell’autore, già abbiamo visto dal 2008 il cosiddetto Baby Boom, ovvero gli editori che facevano a gara a pubblicare il minorenne più giovane di tutti. Patetico.

Quando trovano un caso umano più interessante, come un boscaiolo barbuto, una mucca parlante o altri fenomeni da circo, ci si buttano subito e gli pubblicherebbero pure la lista della spesa.
Si veda il caso di Amanda, finta ragazzina cieca il cui libro era molto interessante e adatto alla pubblicazione finché Amanda non rivelò di essere un ingegnere di 40 anni. Seguì l’arrampicata sugli specchi per giustificare il cambio di idea senza svelare il segreto: “non sappiamo valutare un romanzo decente, infatti abbiamo spinto un sacco di merda, ci interessa solo che l’autore sia vendibile in sé e stimoli la curiosità del pubblico.”
E una ragazzina cieca è molto meglio di una coppia di fidanzati, giusto? ^_^
Grazie fondamentale filtro editoriale che garantisce la Qualità!

Mi immagino come venne presentato un certo horror per bambini che pare parlasse dell’economia mondiale. Opera definita “il mio fallimento” dall’editor di narrativa che la spinse. Per conservarne l’anonimato chiameremo l’editor San Drone da Zieri.

San Drone: “E in conclusione questo libro spacca!”
Editore: “Come se ci fregasse cosa c’è scritto: abbiamo un gruppo di scimmie incatenate che sta scrivendo la nuova serie di Felicia! Porta via questo obbrobrio.”
Scaglia il manoscritto contro Sandrone.
San Drone: “Aspetti! Non ha visto l’autore.”
La porta dell’ufficio si apre. Entra l’autore.
Editore: “Incredibile…”
L’Editore si avvicina all’Autore e lo accarezza sul viso.
Editore: “Un bambino tisico con la muffa in faccia. Meraviglioso. Lo pubblicheremo!”
Autore: “Eccellenza, io ho più di trent’a- AHIO! San Drone, pure le gomitate ora?”

 

San Drone da Zieri:
distruggerà con precisione chirurgica il cervello delle nuove generazioni.
Grazie per questi sette anni di italiani lobotomizzati dal fantasy.

 

[Favola] Il Desiderio di Batuffolo

Scritto da il 07 set 2011 | Categorie: Conigli, Fantasy, Fatine, Favole del Duca, Rabbit Weird

Ho deciso di pubblicare sul blog questa favola. Parla di un coniglietto che sogna di essere come gli altri coniglietti. Una favola pensata per i bambini, ma che strizza l’occhio agli adulti.

Il Desiderio di Batuffolo


C’era una volta un coniglietto di nome Batuffolo, era tutto grigio, con macchie chiare e scure. Viveva in una grande città di cemento, fuliggine e asfalto. Era un coniglietto molto povero e spesso non mangiava per due o tre giorni perché gli altri coniglietti, più robusti, lo scacciavano dal cassonetto e si spartivano gli avanzi tra loro.
Talvolta Batuffolo si avvicinava ai coniglietti della sua età per unirsi ai loro giochi, ma quelli, con la pancia piena e il pelo bianco, lo scacciavano: «Torna al tuo paese, sorcio!»

Allora Batuffolo si intrufolava nelle fessure e nelle tubature, dove i coniglietti più grassi non potevano infilarsi. Mangiava i rifiuti che gli altri coniglietti non potevano raggiungere, gli scarti abbandonati perfino dai topi. Quando un ratto passava, Batuffolo si nascondeva in un pertugio o si fingeva morto, con le mosche sempre pronte a camminargli sulla boccuccia socchiusa e sugli occhi, e il ratto non lo degnava di una seconda occhiata.

Un giorno Batuffolo sbucò in un vicolo e vide la Fatina Scintilla che stava… ecco… ma questo, bambini, ve lo racconterò tra qualche anno. Batuffolo rimase a fissare la scena con gli occhioni sgranati. Quando il signore se ne andò dal vicolo e lasciò la fatina sola, il coniglietto uscì fuori e strillò: «Gno! Quette cocie le fatine gnolle fanno! Lo dilò a tutti! Dilò a tutti la velità!».
Scintilla alzò un ditino, volò fino al muro e sputò una boccata di… catarro. Batuffolo rimase stupito da quanto catarro avesse in gola la fatina. Scintilla si asciugò la bocca col dorso della mano e disse: «Zitto! Se non dici niente esaudirò un tuo desiderio purché…» Scintilla prese le due banconote lasciate a terra, ne infilò una arrotolata nella borsetta e sventolò l’altra davanti al nasino del coniglietto «… costi meno di 10 euro.»

Batuffolo non aveva mai visto 10 euro tutti assieme, non così da vicino. Alle volte aveva trovato per terra delle monetine, che subito gli altri coniglietti gli avevano rubato, ma una banconota da 10 euro? Mai! Era una cifra così grande da equivalere a tutte le ricchezze del mondo, da soddisfare qualsiasi desiderio potesse immaginare.
Batuffolo zigò di gioia: «Fatina, voglio eccele ciome tutti gli altli! Gno voglio più eccele gligio e ciolo!»
Scintilla girò attorno al coniglietto, gli tastò le costole sporgenti con la bacchetta e si fermò a riflettere con una mano sul fianco e la bacchetta che batteva sulla coscia coperta dalla calza a rete. Batté il tacco un paio di volte e un’idea le brillò negli occhietti. Scintilla sfregò il fianco di Batuffolo per guardare tra i peli e ritrasse la manina scura e unta. «Bleah…»
Si pulì la manina col fazzoletto e disse: «Va bene! Aspettami qui ed esaudirò il tuo desiderio.»

Mezz’ora dopo Scintilla tornò nel vicolo, volando sghemba per il peso del sacchetto che stringeva tra le manine. Dentro al sacchetto c’era una bottiglia d’acqua e una magica tavoletta dall’odore buonissimo. Scintilla strofinò Batuffolo con la tavoletta profumata, lo sfregò forte e lo sciacquò. Dopo molto sfregare e sciacquare, Batuffolo era diventato bianco. All’incirca. La fatina si passò l’avambraccio sulla fronte sudata e sospirò.
«Ricorda di insaponarti sotto il muso con questa tutti i giorni, finché non si sarà consumata, e di strofinare forte! Con la rogna che hai non posso fare di più o mi si staccheranno le braccia!»

Batuffolo ringraziò la fatina e corse via con il pezzo di sapone stretto tra i dentini. Non vedeva l’ora di incontrare gli altri coniglietti! Ma tutto bianco e profumato Batuffolo non era più invisibile ai predatori. Un grosso ratto gli si avventò contro e gli strappò la gola a morsi. Il coniglietto morì con il pezzo di sapone ancora stretto tra i dentini.

Il Desiderio di Batuffolo non è una favoletta.
Potete facilmente notare elementi di attualità, discriminazione, addirittura citazioni bibliche, in una favola per bambini moderna e godibile anche per gli adulti. E altre stronzate.

Nelle settimane scorse, come negli anni scorsi, il New Italian Epic è stato attaccato e ridicolizzato. Perché? Solo perché è idiota, gonfiato di stronzate da esterofili (i famosi ricercatori all’estero e la fantomatica discussione -lol- internazionale), e intellettualoide in modo becero? Basta! Il New Italian Epic è una tale merda che a pestarlo migliora. Basta pestarlo (per cinque minuti)! Bisogna essere propositivi!
Questa favola è New Italian Epic? Scopriamolo assieme.

VuMinchione ha individuato sette caratteristiche del New Italian Epic.
Controlliamole una per una e vediamo se Il Desiderio di Batuffolo le soddisfa.

1. Rifiuto del tono distaccato e “gelidamente ironico” predominante nel romanzo postmoderno.

Nessuna ironia, la storia è mortalmente seria. Letteralmente.
Nella versione precedente, che non mi piaceva a sufficienza, i toni drammatici erano ancora maggiori, il tema del dolore della solitudine calcato a fondo, e nel finale Spoiler pesante sul finale attuale. ▼

2. “Sguardo obliquo” o “azzardo del punto di vista”. Sperimentazione di punti di vista inconsueti e inattesi. Sguardo che si amplia a volte in maniera vertiginosa includendo l’extraumano come parte integrante della narrazione. A questi esperimenti, secondo Wu Ming 1, sarebbe sottesa una motivazione etica e politica.

Il punto di vista è un coniglietto denutrito che vive ai margini della società, un paria perfino tra i proletari e gli accattoni. L’extraumano c’è e la motivazione etica pure. Il “miracolo”, la “magia” realizzata dalla fatina che si riduce agli acquisti in un supermercato simboleggia la concreta perdita di qualsiasi speranza ultraterrena nel mondo, nonostante Batuffolo ne abbia ancora e creda ai “desideri realizzati”, perché ogni cosa è ridotta al suo prezzo e può essere comprata col denaro. Non ci sono sogni o speranze diversi dal possesso del denaro. Tutto è denaro. Tutto è in vendita, soprattutto la dignità. Perfino la fatina, simbolo di un passato pre-capitalista con dei valori e delle speranze, arrotonda lo stipendio come può. La morale ha pure un contenuto politico. A voi trovarla, ma è piuttosto evidente.

E Batuffolo, con il suo essere un “sorcio” grigio in un mondo di coniglietti bianchi, non richiama forse l’attualità della discriminazione dei bambini italiani nati da genitori immigrati? Ad esempio, un caso tra tanti, questo.
Riflettiamo.

3. Complessità narrativa unita a un’attitudine “pop” che spesso porta al successo di pubblico. Molti di questi romanzi, pur essendo, secondo Wu Ming 1, complessi strutturalmente e nei contenuti, sono diventati best seller.

La complessità narrativa è sia nella struttura (il ratto che lo ignora quando è grigio e poi non lo ignora più, il finale legato al tentativo di risolvere il problema iniziale -l’essere scacciato da tutti-) che nei contenuti e si mischia, con un’attitudine “pop”, al mondo degli hentai rappresentato dalla Fatina Scintilla.

4. Narrazione di storie alternative e “ucronie potenziali”.

Stendendo un velo pietoso sulle “ucronie potenziali” (i WuMing forse dovrebbero imparare l’italiano), qui abbiamo una storia alternativa, una ucronia. L’ambientazione è una Grande Città (Italiana?) che usa come moneta l’euro. Il degrado è quello che si può vedere nelle aree proletarie di tante grandi città, simboleggiato dai coniglietti. Ucronica è anche la presenza della fatina (è dal 1918 che non sono più presenti in modo così evidente in Europa).

5. Sperimentazione linguistica dissimulata che mira a sovvertire “dall’interno” il registro della prosa.

La favola si mischia a elementi moderni, viene sovvertita dall’interno, i contenuti si modernizzano. Ovvero cambiano le parole. Sembra una favola, è una favola, ma al tempo stesso è anche evidentemente “moderna” e “diversa” se paragonata alle favole del passato. Una favola adulta, perfino adultera.

6. Oggetti narrativi non identificati (anche chiamati UNO: Unidentified Narrative Objects). Molti dei testi del corpo in esame non solo non ricadrebbero in nessun genere letterario predefinito, ma allargherebbero i confini del letterario inglobando elementi testuali che producono effetti “perturbanti”.

Come sopra. Il sovvertire porta a una favola che si dilata in altro, invade il campo degli hentai, si unisce a quello della critica sociale e strizza l’occhio alla Bizarro Fiction. Senza perdere il suo valore e il suo tono di favola da raccontare ai bambini. L’effetto è senza dubbio “perturbante”.

7. Comunità e transmedialità. I testi del NIE hanno come caratteristica quella di fungere spesso da testi base per la creazione di derivati da parte della comunità di fan.

La favola è distribuita in Creative Commons (Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo). Coniglietti e fatine sono trattati anche da Gamberetta, ad esempio in Assault Fairies. La comunità, il reciproco scambio di idee, sono elementi fondamentali. Chiunque può produrre opere derivate. Volete tramutare l’opera in una audio-favola con immagini su YouTube, come già fatto con la mia favola precedente da DottorNi? Potete farlo. Volete scrivere la Ballata di Batuffolo per divulgare ai posteri la storia di un coniglietto sfortunato e del suo sogno? Potete farlo.

Invito tutti i lettori a scrivere, sui propri blog, una storia di coniglietti che sia New Italian Epic (o provi ad esserlo). Il ruolo del coniglino nel NIE: metafora o allegoria? Direi che ormai un posto nel memorandum 4.0 sul New Italian Epic non me lo può togliere nessuno. Già mi sento odoroso di cacca come un vero intellettuale! Presto: a discutere di Tolkien e del suo antifascismo! Tararararara ra ra ra, VuminchiaMan!

Fa molto Benetton questo Yin e Yang conigliesco.
E subito il pensiero corre al consumismo: gli “Abbracci” del Mulino Bianco.
Riflettiamo.

 

Segnalazione: “Assault Fairies” di Gamberetta

Scritto da il 29 giu 2011 | Categorie: Fantascienza, Fantasy, Fatine, Libri, Steamfantasy, Steampunk

La sorpresa per i quattro anni di Gamberi Fantasy è stata la pubblicazione in eBook gratuito di Assault Fairies – Vol.I, il nuovo romanzo breve di Gamberetta. Assault Fairies è un’opera bellissima per stile, contenuti e originalità del mix proposto. Non solo è un eccellente esempio di Steampunk, ha esattamente il tipo di ambientazione SteamFantasy che vorrei trovare nei romanzi, ricca di riferimenti alla storia e alla narrativa dell’epoca, con un sacco di roba fantascientifica-fantasy figa.

Descrizione
Siamo all’alba del ventesimo secolo, in un mondo che ricorda il nostro. Però è un mondo nel quale il Piccolo Popolo ha fondato una civiltà tecnologica e non ha alcun bisogno di nascondersi agli occhi degli umani.
La fatina Astride abita in un modesto appartamento a Londra, in volontario esilio dal Reame delle Fatine. Trascorre un’esistenza miserevole, costretta a lavorare come hostess in un locale notturno per pagare l’affitto. Finché una sera riceve una proposta che potrebbe cambiarle la vita. È l’occasione per riscattare il proprio onore di fatina e per salvare la città. Forse.

Assault Fairies non è solo Steampunk o SteamFantasy, ma è qualcosa di unico nel suo genere. Un mix di fantascienza militare, fantasy e fatine degno di meritare un proprio sottogenere apposito per descriverlo: military aetheric fairypunk (che non è per forza Steampunk, anche se in questo caso lo è — grazie Gamberetta! ^_^).

Sono un po’ più di 45.000 parole. Si legge in una serata.
Se siete in dubbio su cosa leggere, dedicategli un paio di ore e non ve ne pentirete (spero).
Se volete avvicinarvi allo Steampunk Fantasy leggete Assault Fairies, invece del lento e infodumposo Perdido Street Station.
Da ora in poi sarà questo il titolo SteamFantasy per eccellenza che indicherò. ^_^

Tutti i dettagli e i link per scaricare l’opera sul sito di Gamberetta.

 

Sucker Punch: mech, pickelhauben e baionette

Scritto da il 18 mar 2011 | Categorie: Bizzarro, Dieselpunk, Fantasy, Film e TV, Grande Guerra, Mech e Robot, Steampunk, Storia

Non pensavo di dedicare un articolo a Sucker Punch, anche se probabilmente andrò a vederlo. Il film, dal punto di vista visivo, mi interessa molto. La consapevolezza che ormai il cinema degli ameri-cani produca in massima parte minchiate intollerabili e che, nonostante le ottime premesse dei Trailer degne di una Vera Opera d’Arte Giappo (Mech, divisa da scolaretta, miscuglio di fantasy e fantascienza con sapore retrò), non potrò mai trovare in un film occidentale così “importante” (Warner Bros) lo spirito geniale e l’alta qualità del vero cinema giapponese, mi aveva baionettato qualsiasi voglia di parlarne. Meglio aspettare di vederlo, rimanerne deluso e stare zitto.
Se non avete ancora visto i due trailer, sono qui sotto. ▼

Poi, due giorni fa, è apparso un corto animato intitolato The Trenches, sui retroscena umani di un kattivo soldato-zombie krukko. Dato lo spunto storico rilevato a tema cadaveri e dato che in fondo, volendo, un paio di cose gentili su Sucker Punch le potrei anche dire prima di scoprire che fa vomitare le capre, ho deciso di segnalare il corto.

Vorrei fare un commento feroce sull’espulsione del bossolo da un bolt-action, come è quello del tiratore nel film (e di tutti i cecchini inglesi della guerra), ma mi tratterrò. Se non diventerò più buono le fatine non verranno mai a trovarmi.

In Sucker Punch, the girls face off against an army of mechanized WWI soldiers. Through the use of clockwork and steam technology, human soldiers who die in battle are reanimated and sent back to the front lines. Although seemingly indistinguishable and soulless, the zombie army is not just made of gears and steam, but also of human flesh, bone, and memory. In “The Trenches” there is a tragic tale behind each lifeless mask.

Sucker Punch quasi certamente sarà una merda. D’altronde, come detto, nonostante il trash e il miscuglio science-fantasy, non c’è dietro l’autentico genio giapponese svincolato dalle becere meccaniche di Hollywood. Però ci sono alcune cose che rimarranno e daranno valore al film, non importa quanto faccia cagare il resto: un mech, una grossa quantità di pickelhauben e l’elemento conigliesco (sul mech: doppio WIN! Questo poteva andare bene anche come elemento per il concorso finito qualche mese fa e di cui produrrò prima possibile l’articolo di commento con l’epub di raccolta dei racconti).

Pickelhauben presenti addirittura in più versioni, sia il classico casco basso in cuoio col telino protettivo (il tipico pickelhaube da fanteria) che il modello in metallo con protezione per la nuca (da corazziere). Io ho entrambi i tipi e devo dire che preferisco indossare quello in cuoio, più adatto per la vita di tutti i giorni. Ho apprezzato anche la presenza, già in uno dei trailer, di un bel bombardiere Gotha (non ho capito se un modello IV o V, sono molto simili) oltre ai soliti zeppelin e blimp (ovvero i dirigibili flosci, usati spesso come palloni da osservazione o, al giorno d’oggi, per scopi pubblicitari) che fanno la loro porca figura nonostante l’abuso Steampunk subito negli anni. Non mancano nemmeno le baionette.
Se dovesse esserci anche una Mauser C96 in mano a una delle ragazze, non posso garantire di non avere un’eiaculazione spontanea durante la visione. ^_^


La fabbrica che rianima i cadaveri la si può vedere come una versione Steampunk (o Dieselpunk, ma la prima etichetta nel dubbio vale come jolly anche per la seconda) della famosa Kadaververwertungsanstalten apparsa sui giornali nel 1917, secondo pratiche di terrorismo mediatico proseguite fino ai giorni nostri (di cui possiamo vedere un magnifico esempio da manuale del giornalettismo farlocco in questi giorni sul Giappone), per gettare discredito e un’ulteriore strato di disumanizzazione e demonizzazione sui tedeschi, mostri sanguinari “perché sì perché è fantasy”.
Perfino i cattivi di Licia Troisi hanno uno spessore psicologico e una credibilità maggiore (seppure demenzial-pietistica e quindi disgustosa) rispetto alle stronzate della stampa anti-tedesca nelle democrazie occidentali durante la Grande Guerra.

Parliamo della Kadaververwertungsanstalten.
Giusto due cose, nulla di approfondito. Volendo potrei cercare di nuovo informazioni sui miei libri sulla propaganda nella Grande Guerra o in un libro di storia in cui ne accennavano, ma non vale la pena: il livello di approfondimento da enciclopedia di wikipedia è più che sufficiente.

Il primo riferimento alla Kadaververwertungsanstalt (fabbrica per il riutilizzo dei cadaveri) appare nell’edizione del 17 aprile 1917 di due giornali, Times e Daily Mail, entrambi -ovviamente solo per caso!- proprietà dello stesso signore, Lord Northcliffe, famoso per essere stato, con i suoi giornali, uno dei principali guerrafondai responsabili del plagio collettivo a danno dei suoi concittadini con una crociata mediatica volta a tramutare i tedeschi in mostri sanguinari. La propaganda inglese ovviamente era felice di tutto questo. Altri giornali, più seri, un po’ meno: The Star arrivò a dire che “Dopo il Kaiser, Lord Northcliffe è colui che ha fatto più di ogni altro uomo per scatenare la guerra”.

Secondo i quotidiani inglesi le informazioni provenivano da un giornale belga pubblicato in Inghilterra, Indépendance Belge, che a sua volta le aveva ottenute da un quotidiano pubblicato nei Paesi Bassi, La Belgique, che a sua volta le aveva prese da un quotidiano tedesco di Berlino, Lokal-Anzeiger, del 10 aprile 1917. State pensando anche voi che suona come: mio cugino mi ha detto che una volta a un amico del fidanzato di sua sorella… ?
La credibilità era la stessa. Forse un po’ meno. Tant’è che, se si risale all’articolo tedesco originale, non vi è alcun riferimento ai cadaveri umani, mentre nella versione belga sì. In più la versione tedesca è un trafiletto di 59 parole, mentre quella belga è un articolo di 500 parole. Un ottimo incremento del 747% di stronzate. Murdoch, la versione moderna (e molto peggiorata) di Lord Northcliffe, ne sarebbe fiero.

Una considerazione OT su Murdoch e il ruolo dei giornali ▼


Alfred Harmsworth, primo visconte di Northcliffe.
 

Questa foto lo ritrae in auto nel 1903.
Notate gli occhialoni, molto steampunk retardpunk.

Secondo la storia belga i cadaveri venivano trasportati via treno fino alla fabbrica, un luogo nascosto nel “profondo della foresta” (accanto alla casa di marzapane della strega?), circondato da una rete elettrificata, dove venivano lavorati per estrarne i grassi e produrre stearina (una specie di sego usato per le candele). Le sostanza estratte venivano impiegate per fare sapone, olio lubrificante “di un colore bruno giallastro”, e i resti dei cadaveri diventavano cibo per maiali (ho sentito anche una versione in cui invece di ingrassarci i maiali da tramutare in carne in scatola, ci facevano direttamente la carne in scatola, ma credo sia l’invenzione di qualche burlone decenni dopo la guerra).

We pass through Evergnicourt. There is a dull smell in the air, as if lime were being burnt. We are passing the great Corpse Utilization Establishment (Kadaververwertungsanstalt) of this Army Group. The fat that is won here is turned into lubricating oils, and everything else is ground down in the bones mill into a powder, which is used for mixing with pig’s food and as manure.

I lettori non erano tutti scemi, però. Al Times giunsero parecchie lettere che spiegavano come Kadaver in cruccolese non indicasse tanto i cadaveri umani, quanto le carcasse animali. Altre lettere invece confermavano la storia, citando fantomatiche fonti belghe, olandesi e perfino rumene (che minchia c’entra?).

Il New York Times riportò il 20 aprile 1917 che l’articolo era stato considerato affidabile da tutti i giornali francesi, con la sola eccezione del Paris-Midi. Il Times stesso, però, per non perdere la faccia coi suoi lettori intelligenti (e giustamente incazzati) conservando allo stesso tutto l’effetto anti-tedesco già ottenuto (ormai il sospetto era stato diffuso nel popolo), decise che la notizia che aveva pubblicato non era affidabile perché, spiegazione lollosa, era uscita su un giornale tedesco nella prima metà di Aprile e i giornali tedeschi tendono a fare pesci d’aprile per tradizione.
WTF? Ma se l’articolo originale erano 59 parole su un fabbrica che tratta carcasse animali, che cazzo c’entrano gli scherzi del primo aprile? Il Times evidentemente doveva fare lo scaricabarile: incolpò i tedeschi di aver fatto umorismo nero preso da loro (i seri giornalisti delle Nazioni Buone, Civili e Rispettose che mai farebbero umorismo nero) in completa buona fede per una notizia seria, quando i tedeschi non avevano fatto proprio un cazzo di niente.

Il 25 aprile 1917 anche il satirico Punch fece la sua parte, con una illustrazione che adoro:

CANNON-FODDER — AND AFTER.
“And don’t forget that your Kaiser will find a use for you — alive or dead.”

[At the enemy's "Establishment for the Utilisation of Corpses" the dead bodies of German soldiers are treated chemically, the chief commercial products being lubricant oils and pigs' food.]

(Fonte: Punch del 25 Aprile 1917)

Il 30 aprile 1917 la questione della fabbrica venne portata alla Camera dei Comuni, che rifiutò di accettare ufficialmente la storia perché non esisteva alcuna prova della sua veridicità, a parte gli articoli dei giornali (che sono troiate inventate per definizione, come già raccontava Barzini senior, uno dei più grandi giornalisti italiani).
Lord Robert Cecil, però, aggiunse che “viste le altre azioni compiute dalle autorità militari tedesche, non c’è nulla di incredibile nell’attuale accusa contro di loro”. Un colpo al cerchio e uno alla botte: non possiamo dire che è vero, ma diamine con quei Demoni Disumani tedeschi una cosa simile può essere benissimo vera! LOL. Grandioso.

La storia circolò per il resto del mondo, ma nessuna prova credibile o testimonianza affidabile venne mai trovata. La cosa più vicina a una prova fu un fotomontaggio costruito dal generale John Charteris unendo una foto tedesca in cui apparivano dei cavalli morti caricati su un vagone ferroviario, con sotto la didascalia che accennava alla fabbrica per trattamento carcasse, e una foto di soldati tedeschi morti caricati sul treno per l’invio ai luoghi di sepoltura. Mise la scritta della fabbrica nella foto coi soldati e ottenne carcasse umane inviate alla fabbrica. LOL. Lo stesso Charteris, all’epoca comandante dell’Intelligence di Sir Douglas Haig, confessò di aver prodotto quel falso nel 1926 in seguito a un colpo di fulmine mentre stava guardando le due foto. Ricordiamo poi che Charteris era anche uno dei mongoli che fomentarono la diffusione della leggenda degli Angeli di Mons, ovvero l’intervento sovrannaturale di spiriti/angeli per salvare gli inglesi dai feroci tedeschi nel 1914.

Charteris, his face one broad grin, was comparing two pictures captured from Germans. The first was a vivid reproduction of a harrowing scene, showing the dead bodies of German soldiers being hauled away for burial behind the lines. The second picture depicted dead horses on their way to the factory where German ingenuity extracted soap and oil from the carcasses. The inspiration to change the caption of the two pictures came to General Charteris like a flash.

When the orderly arrived, the General dexterously used the shears and pasted the inscription “German cadavers on Their Way to the Soap Factory” under the picture of the dead German soldiers. Within twenty-four hours the picture was in the mail pouch for Shanghai.

The explanation was vouchsafed by General Charteris himself in 1926, at a dinner at the National Arts Club, New York City. It met with diplomatic denial later on, but is generally accepted.

(George Viereck in Spreading Germs of Hate)

All’interno del governo inglese c’era comunque chi voleva riaccendere l’attenzione sulla storia e cercarono di far produrre un pamphlet a riguardo, ma data l’avversione per una simile cretinata da parte del primo ministro David Lloyd George, non fu mai pubblicato.
La cialtronaggine propagandistica di stampo americano aveva influenzato l’Inghilterra, ma esisteva un limite a quanto un gentiluomo inglese potesse abbassarsi nel fango della mentecattaggine tipicamente americana prima di sentirsi disonorato (gli americani non avendo onore da gentiluomini per definizione, non avevano simili scrupoli).

Chi non era un gentiluomo e quindi si riteneva in diritto di vivere senza onore come un porco che si rotola nello sterco, non si poneva problemi di sorta.
Louis Raemaekers, olandese di etnia tedesca, non si faceva problemi a inventare stronzate sulla brutalità tedesca in Belgio, condite con raffinate ipotesi sull’alleanza intercorsa tra Satana e Guglielmo II. Il Kaiser apprezzò le vignette e per regalo gli mise una taglia sulla testa, vivo o morto. I vertici militare tedeschi intimarono all’Olanda di piantarla e processare il disegnatore, perché quella merda violava la scelta di neutralità del paese. Con il coraggio degno della sua levatura intellettuale e comune a molti altri intellettuali dopo di lui, Raemaekers fuggì a gambe levate in Inghilterra a fare vignette anti-tedesche per il Times, giusto nel caso la magistratura olandese cambiasse idea sul fargli pagare i suoi crimini contro la neutralità del paese (al primo processo l’avevano assolto, più per motivi politici che non perché non fosse davvero colpevole, meglio non rischiare di nuovo!). ^_^

Due raffinate opere di Louis Raemaekers,
artista cialtrone prezzolato al soldo della propaganda xenofoba antitedesca.

Il Times, un mese dopo la presa di distanze del governo britannico (e quindi anche un mese dopo la propria stessa presa di distanze), decise che era il momento di riattizzare ancora un po’ la furia antitedesca con la fabbrica dei cadaveri. L’idea di ritentare venne con la cattura di un ordine tedesco relativo a una fabbrica di trattamento carcasse (sempre kadaver, cadaveri animali), emesso dalla VsdOK che il Times interpretò come un fantasioso Verordnungs-Stelle (dipartimento direttive) quando invece era, e qui torna la questione dei cadaveri animali, la sigla dell’ufficio veterinario (Veterinar-Station).

La scoperta di quel documento permise al Ministero degli Esteri di dire, una volta per tutte, che la fabbrica tedesca si occupava di carcasse di cavalli. Punto. Non che al Times o alle folle plagiate importasse molto, comunque: ogni scusa per odiare di più i demoni tedeschi era buona. E la fabbrica riscosse un notevole successo tra i soldati russi creduloni al fronte orientale.

Spero che la parentesi storica possa interessare a qualcuno: ho approfittato dello spunto Steampunk per dire due cose (non c’era granché da dire e l’articolo di Wikipedia è molto buono) su un dettaglio divertente della Grande Guerra che molti magari non conoscono. Ho pacchi di dettagli di questo tipo, ma non mi vengono mai idee su come introdurli o sfruttarli. Quando capita la possibilità, la sfrutto. ^_^

 

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