Archivio per la Categoria 'Filmati d’epoca'

  1. Come funziona il differenziale by Il Duca di Baionette
  2. La telefonia mobile di cento anni fa (e un po' di cinema) by Il Duca di Baionette
  3. Il Kaiser Guglielmo II va a Copenhagen (1903) by Il Duca di Baionette
  4. Cartoni educativi francesi (e fatine bonus) by Il Duca di Baionette
  5. The Airship Destroyer (1909) by Il Duca di Baionette
  6. Nikolai Kobelkoff - Il Tronco Umano by Il Duca di Baionette
  7. La domestica frivola: video erotici di inizio Novecento by Il Duca di Baionette

Come funziona il differenziale

Scritto da il 12 feb 2012 | Categorie: Artiglieria e Veicoli, Filmati d'epoca, Scrittura

Adoro questo video statunitense degli anni 1930 sul funzionamento del differenziale.
Come tanti video dell’epoca spiega il principio di funzionamento per far capire davvero l’argomento trattato mostrando che “ragionamento” c’è dietro.

Un po’ come è studiare la scrittura sapendo quale principio segue la Narrativa post-1850 invece di limitarsi a imparare le regole a memoria, senza avere la visione d’insieme del principio che le fa esistere e che permette, conoscendo la logica che sta dietro tutto, di comprendere come si influenzano l’un l’altra e di re-inventarle all’occorrenza senza bisogno di ricordarle.

La stessa differenza che c’è tra imparare una dimostrazione matematica a memoria, passaggio per passaggio come se fossero scarabocchi privi di senso, oppure saperla ottenere facendo i passaggi da soli.

D’altronde…

Ogni trovata narrativa è reale, ne potete star certa. La poesia è una scienza esatta quanto la geometria.

(Gustave Flaubert, lettera a Madame Louise Colet del 14 agosto 1853)

Se l’introduzione vi annoia saltate a 1:50.

Ho ripensato a questo video sentendo mio padre che mi raccontava di nuovo degli autocarri che usava quando era un giovane ufficiale, catorci della seconda guerra mondiale in quel periodo in cui l’Italia visse di (abbondanti) avanzi senza aver bisogno di comprare materiale nuovo.

Uno degli autocarri che ricorda meglio è quello con la botolina del cambio accanto al sedile del pilota, perché il cambio tendeva a incastrarsi: si apriva, si dava una buona martellata agli ingranaggi e tornava a posto. Lo stesso veicolo aveva pure le frecce metalliche di una volta, che si aprivano e chiudevano con una mazzata che faceva vibrare il veicolo. Oltre ovviamente al classico diesel che congelava e in inverno bisognava fare il falò sotto per farlo partire.

Uno di quei virili veicoli di una volta che più che al progresso tecnologico fanno pensare alla selezione naturale, un po’ come i biplani.

L’altro autocarro che ricorda con piacere è quello che mi ha fatto pensare al video sul differenziale. Era un autocarro con il retro aperto e una grossa botola per accedere al differenziale, forse perché il progettista aveva pensato che potesse guastarsi spesso. Chissà. Gli alpini, colpiti dalla diarrea in massa, lo usarono invece per cagare dall’autocarro in corsa. Il veicolo lasciava così lunghe strisce marrone, come una diabolica lumaca biomeccanica in putrefazione.
Bei tempi, signora mia, bei tempi…

E in fondo anche così abbiamo parlato di scrittura, perché conoscere l’argomento trattato non significa conoscere aride cifre, più adatte a produrre dilettanteschi Infodump per feticisti che non scene che rimangano nella memoria, ma richiede di conoscere i singoli specifici dettagli concreti da Mostrare. Quelli che si possono vedere e provare dal vivo, per trasmetterli poi al lettore in modo che li viva anche lui tramite la Narrativa.

Se quelli che hanno studiato l’arte della scrittura sono d’accordo su una cosa, è questa: il modo più sicuro per stimolare e mantenere l’attenzione del lettore è essere specifici, chiari e concreti. I più grandi scrittori – Omero, Dante, Shakespeare – sono efficaci in gran parte perché trattano i particolari e riportano i dettagli che contano. Le loro parole evocano immagini.

(Da The Elements of Style di William Strunk ed E. B. White)

La Narrativa come modo per tramandare le esperienze di vita altrui a coloro che non potranno viverle direttamente. Vivere le vite degli altri, senza limitarsi solo alla propria, per espandere la consapevolezza e nutrire la fantasia.
E immaginare così mondi e futuri diversi dal presente in cui si vive.

 

La telefonia mobile di cento anni fa (e un po’ di cinema)

Scritto da il 04 ott 2011 | Categorie: Filmati d'epoca, Steampunk, Storia, Storia Militare

Quando si parla di telefonia mobile si pensa subito ai cellulari e all’esplosione della loro diffusione negli anni ’90. Chi ha qualche informazione storica in più ricorderà il primo telefono portatile commerciale Motorola del 1983, DynaTAC 8000x, il cui prototipo risaliva al 1973. Era un attrezzo massiccio (poco più di un 1 kg), più simile per dimensioni e peso ai telefoni militari degli anni ’60 che ai cellulari di oggi.
L’inventore, Martin Cooper, ci scherzava sopra dicendo

“La batteria [durante la telefonata] durava solo 20 minuti, ma questo non era davvero un gran problema perché non potevi tenerlo sollevato così a lungo.”

E dai telefonini per telefonare si è poi evoluto il mondo dei telefonini usati come lettori MP3 e per fare fotografie, fino agli smartphone con cui giocare, leggere, guardare video ecc…

Meno noto è invece che l’interesse mondiale per i telefonini risalga a prima della Seconda Guerra Mondiale. Molto prima. E che pure l’idea di usare il telefonino non per chiamare qualcuno, ma per ascoltare musica conservata nel cloud, in streaming, risalga a 90 anni fa e abbia radici ancora più antiche (ma su queste tornerò in un articolo dedicato allo streaming pre-1900).

Si può vedere a dimensioni maggiori su YouTube

 
Il cortometraggio risale al 1922 ed è stato realizzato dalla British Pathé, società cinematografica che al giorno d’oggi si occupa principalmente di vendere i diritti d’uso del suo archivio storico di oltre 90.000 pellicole girate tra 1897 e 1976. Gli archivisti di British Pathé hanno scoperto questa pellicola e sono rimasti stupiti dal contenuto, tanto da lanciare un appello a chiunque possieda informazioni sul dispositivo rappresentato e sulle attrici. Il Telegraph ha diffuso la notizia del ritrovamento e fatto rimbalzare l’appello nel maggio 2010.
British Pathé produsse cinegiornali dal 1910 al 1976, cominciando con la Pathé Gazzette bisettimanale e arrivando nel 1930 ad avere ben quattro diversi cinegiornali in produzione. Uno di questi era la cinerivista Eve’s Film Review, da cui proviene il filmato, che si occupò di argomenti per il pubblico femminile tra 1921 e 1933.

Ne approfitto per una breve incursione nella storia del cinema.
British Pathé nacque nel 1902 come filiale britannica della Pathé francese, fondata nel 1896 a Vincennes da Charles Pathé e i suoi due fratelli. Pathé si occupava di tutto il processo di produzione del film, dalla fabbricazione della pellicola da impiegare (nel 1912 brevettarono una pellicola ignifuga da 28 mm) fino alla distribuzione del film completato (ideò nel 1907 il principio per cui le pellicole non si vendono ai cinema, si noleggiano). Pathé inventò nel 1908 i cinegiornali, idea innovativa che ebbe un enorme successo fino alla diffusione di massa della televisione. Pensate ai cinegiornali americani durante la Seconda Guerra Mondiali e all’uso del cinema come mezzo di propaganda da parte di Mussolini e Hitler.

Quella britannica non fu l’unica filiale. Nel 1909 Pathé aveva più di 200 sale cinematografiche tra Francia e Belgio e dal 1910 si era espansa con stabilimenti a Madrid, Roma, Mosca e New York, più altri in Australia e in Giappone. Pathé dominava il mercato delle macchine da presa e dei proiettori: si stima che prima della Grande Guerra il 60% dei film del mondo venissero girati con attrezzature Pathé (fonte: wikipedia).

Il 1894 fa riferimento al negozio di grammofoni aperto da Pathé e non alla società cinematografica: tutto iniziò proprio con quel negozietto, quando Charles Pathé capì quanto era promettente la nascente industria dell’intrattenimento.
 

Pathé fu tra i produttori dei primi serial del mondo, ottenendo un successo notevole con The Perils of Pauline del 1914, serie di 20 episodi (due da 30 minuti e gli altri da 20 minuti) che venne trasmessa molte volte nei cinematografi durante gli anni ’10 e ’20, talvolta in versioni modificate o accorciate. È sopravvissuta solo l’edizione accorciata da 9 capitoli appena, della durata di 214 minuti.
La trama in poche parole:

Marvin, il ricco tutore di Pauline, muore e lascia tutto alla ragazza, ma con il vincolo che l’eredità sarà amministrata dal suo segretario, Koerner, fino a quando Pauline non si sarà sposata. Giustamente una ragazza ha bisogno della custodia di un uomo, sia esso il padre o il marito, altrimenti butterebbe tutti i soldi in capricci insensati: saggia scelta, Marvin.

Pauline però non vuole sposarsi subito, preferisce viaggiare e vivere avventure per prepararsi a una carriera da scrittrice. Il fatto che voglia informarsi, addirittura “sul campo”, la pone a centinaia di chilometri sopra la feccia degli scrittorucoli italiani che si accontentano, come Marina Lenti (autrice pubblicata da Delos Books e moderatore storico di Fantasy Magazine), di “una cultura media da film“.

Koerner non è scemo e vuole impadronirsi dell’eredità per cui approfitta della voglia di avventure per tramutare ogni viaggio in un tentativo di omicidio. Pauline viene regolarmente rapita o minacciata da cattivi di ogni sorta, inclusi pirati e indiani americani.

Grazie al successo di questa serie Pathé produsse nel 1914 un’altra serie simile, The Exploits of Elaine, in cui una fanciulla (interpretata da Pearl White, la stessa attrice che faceva Pauline) cerca l’assassino del padre con l’aiuto di un detective (no, nonostante il titolo ambiguo non è una serie porno). Nel 1915 arrivò il seguito, The New Exploits of Elaine, e poi una terza stagione conclusiva, The Romance of Elaine.

Come potete notare il meccanismo attuale di “se piace al pubblico facciamo un’altra stagione e poi un’altra finché non diventa una boiata e il pubblico ci manda affanculo o la poca dignità rimasta ci impone di piantarla” aveva già messo radici cento anni fa (in fondo mutuava il meccanismo dal mondo delle serie di racconti e romanzi, come quelli su Sherlock Holmes, personaggio di cui Doyle cercò di sbarazzarsi nel 1891).

 
Le serie di inizio ’900 erano perlopiù opere d’azione con eroi che prendevano a calci nel culo i cattivi e salvavano fanciulle in pericolo (anche se Pauline è molto più ricca di risorse della tipica damigella cliché indifesa). Il che è naturale considerando che era cinema muto per cui, francamente, lo spazio per i dialoghi brillanti non è che fosse molto. Sarebbe interessante provare a girare Dr. House nel 1911, muto.

Tra i serial di successo dell’epoca vi furono i tedeschi Arsene Lupin Contra Sherlock Holmes (5 episodi, 1910) e Homunculus (6 episodi, 1916), lo statunitense The Hazards of Helen (119 episodi tra 1914 e 1917), i francesi Nick Carter, le roi des détectives (6 episodi, 1908), Fantômas (5 episodi tra 1913 e 1914) e Les Vampires (10 episodi tra 1915 e 1916).

Pathé si lanciò anche nel mercato home video ante-litteram, ben prima di VHS e BetaMax (e perfino della televisione), con un sistema basato su pellicole da 9,5 mm perforate nell’interlinea (Pathé Baby) che inizialmente prevedeva solo il proiettore e solo dopo arrivò la macchina da presa apposita.
Pathé Baby ebbe un notevole successo nei decenni successivi, soprattutto in Europa (dove vennero venduti gran parte dei 300.000 proiettori), nonostante la concorrenza crescente del formato Kodak da 8 mm (qualitativamente molto peggiore) introdotto nel 1932. Scomparve nel 1960 assieme alla Pathescope Ltd. che se ne occupava, ma alcuni fanatici lo usano ancora (come sono rimasti ancora alcuni che usano l’ottimo Betamax o l’eccellente LaserDisc e, tra qualche decennio, diremo lo stesso dei fanatici che collezionano e consumano romanzetti in cartaceo, facendoli stampare apposta col Print on Demand).

Vi ricordo l’articolo dell’anno scorso sul rivale di Pathé nell’ambito dei cortometraggi erotici, l’austriaca Saturn Films di Johann Schwarzer.

Pellicole d’epoca da 9,5 mm con perforazione nell’interlinea.
Prima della Seconda Guerra Mondiale era il formato preferito per i filmati porno amatoriali.
Lo dico per sentito dire, all’epoca non c’ero. E comunque non ero io in quel video. PUNTO.

 

Chiudo la parentesi cinematografica, scritta solo per via delle informazioni spendibili per chi si occupa di Steampunk e Dieselpunk (se non le mettevo in un articolo così non avrei saputo dove infilarle), e torno alla telefonia mobile.

La mia opinione è che il telefono mostrato nel video non fosse un vero prototipo di qualcosa, ma solo un oggetto inventato allo scopo di descrivere le potenzialità dei dispositivi mobili al pubblico. Un elemento più futuristico che reale, senza possibilità di apparire davvero sul mercato (non appaiono marchi o altro nel video).
Ma questo non significa che non ci fossero già compagnie dedicate allo sviluppo di brevetti per la telefonia mobile. Il 1902 può essere considerato l’anno di inizio della Generazione Zero della telefonia mobile (0G, 1902-1983, incluse le ricetrasmittenti usate come telefono dai militari), con la diffusione sulla stampa statunitense delle notizie sugli esperimenti di Stubblefield (a cui seguì un brevetto per telefoni senza filo nel 1908).

Nathan Stubblefield era un coltivatore di meloni con l’hobby dell’inventore. Già negli anni 1880 si era occupato di telefonia “senza cavi” e per vent’anni cercò di trovare un modo di inviare chiaramente la voce attraverso l’aria o il suolo. Non si può considerare uno dei padri della radio (come Tesla, Braun, Popov o Marconi) perché il suo telefono non funzionava modulando in ampiezza o in frequenza le onde radio, ma trasformando il segnale audio pari pari in segnale elettromagnetico (la lunghezza d’onda della voce è molto maggiore quando portata in elettromagnetico). In pratica niente onde radio in alta frequenza.

Questo sistema di “induzione della frequenza” ha lo svantaggio di funzionare bene solo in prossimità della sorgente, quindi con un raggio di trasmissione molto ridotto. Non era un’idea nuova, ci avevano provato (senza evidentemente lo stesso successo) già Trowbridge, Preece, Phelps ed Edison nel ventennio tra il 1880 e il 1900. Stubbefield si occupò molto anche di conduzione terrestre, campo già esplorato fin dagli anni 1850 dagli esperti di telegrafia (si accorsero che le comunicazioni telegrafiche potevano essere ricevute anche da una macchina scollegata dal cavo, su brevi spazi), sempre allo scopo di creare il telefono senza fili.

Nel 1898 brevettò una batteria sepolta (non ho trovato il nome tecnico in italiano). In parole povere due elettrodi di metalli diversi, nella versione di Bain del 1841 erano in zinco e rame, che ottengono la corrente elettrica “gratis” come prodotto di scarto dell’azione dei campi magnetici che attraversano il suolo (non è un granché come spiegazione, ma immaginate la batteria al limone o quella con la patata: non proprio qualcosa con cui far funzionare il PC). La batteria di Stubblefield includeva un solenoide oltre al resto.
Come mai si interessò al mondo delle batterie? Ovviamente per rifornire di corrente il suo telefono! Tutta la sua carriera di inventore girò attorno al telefono senza fili (chi ha pensato “ma allora è finito come un morto di fame!” riceve un bel più sul registro).

Stubblefield fece una dimostrazione pubblica della trasmissione di voce e musica il primo gennaio 1902, di fronte a mille spettatori, sfruttando la conduzione terrestre per inviare suoni a cinque postazioni riceventi nel raggio di mezzo miglio (800 metri). Il 20 marzo 1902 a Washington D.C. trasmise musica e voce dal vaporetto Bartholdi verso la riva, a un terzo di miglio di distanza, attraversando l’acqua e il suolo. L’esperimento andò meno bene quando lo tentò a New York nel giugno 1902 perché la diffusione della corrente alternata interferiva con la conduzione terrestre del segnale. Considerando quanto è stata importante la corrente alternata di Tesla per plasmare il Secolo Elettrico (citando la definizione di Robida), non è certo un problema di poco conto: pur con tutta la buona volontà e l’ingegno dimostrato, il telefono di Stubblefield era una porcata.

Stubblefield con la comodissima postazione ricevente del 1907 per le telefonate a induzione di frequenza (VLF, Very Low Frequency).
È piccola quasi come l’antenna dell’iPhone, nevvero?

 
Il numero del 24 marzo 1902 del Washington Times loda i risultati di Stubblefield e dice che sfruttando per la trasmissione dei bastoni di acciaio da affondare nel terreno per tre piedi (quasi un metro) era possibile comunicare a una distanza variabile tra le 300 iarde e il mezzo miglio (270-800 metri). I bastoni d’acciaio, che fungono da tralicci, sono avvolti da una bobina e collegati agli apparati elettrici di ricezione e trasmissione (l’apparato installato sul vaporetto Bartholdi).

La conduzione terrestre si era dimostrata un problema per colpa della corrente alternata diffusa nelle città più avanzate. Stubblefield iniziò a impiegare grandi bobine circolari per inviare la voce alla stazione ricevente e nel 1903 riuscì a trasmettere a 114 metri di distanza usando solo l’induzione di frequenza. Nel 1904 arrivò a 386 metri. La quantità di cavi necessari per la postazione di trasmissione e quella ricevente era tale da bastare a usarli per collegare un telefono tradizionale, ma con questo sistema c’era il vantaggio di poter spostare comodamente le postazioni.
Nel 1907 una bobina di trasmissione di appena 18 metri di cavo riuscì a trasmettere in modo adeguato a 400 metri di distanza. Nel 1908 Stubblefield ottenne il brevetto, come detto all’inizio. Nel brevetto dice che quel sistema può essere utile per trasmettere telefonate tra le stazioni ferme e veicoli in movimento come treni, navi o automobili.

Nathan Stubblefield tiene in mano la comoda “antenna” del ricevitore (che a quanto si capisce dal brevetto è un contenitore di metallo con dentro la bobina), mentre la moglie Ada Mae guarda e la figlia Pattie porta all’orecchio la cornetta.

 
Ringrazio Angra (autore del romanzo science-fantasy Marstenheim) per avermi aiutato a capire meglio il funzionamento del telefono mobile di Stubblefield. Altre info su Stubblefield qui, qui e qui.

Per concludere infilo qualche dispositivo radio portatile impiegato in ambito militare.
Nel numero del giugno 1931 di Modern Mechanix era presente un blindato con postazione radio, dotato di otto ruote. Uno dei primi esemplari di applicazione della radio ai veicoli da combattimento (divenuta poi cosa comune nei carri armati successivi). Gli inglesi, dopo l’occupazione della Mesopotamia alla fine della Grande Guerra, si trovarono a dover risolvere il problema delle comunicazioni con i soldati nelle vaste aree da pattugliare sia in Iraq che sulla frontiera dell’India con l’Afganistan. La risposta (ovvia) fu il blindato con annesso un apparato ricetrasmittente.

 
Non sono sicuro del modello, ma per esclusione credo che sia un Rolls Royce Indian Pattern. Non ho trovato foto per cui non posso dire di essere sicuro, ma la descrizione del modello indiano parla di una torretta a cupola con spazio per quattro mitragliatrici e di un corpo più lungo rispetto alle altre autoblindo Rolls Royce per contenere più equipaggiamenti… e infatti nella foto c’è una coppia di ruote posteriori in più.

Ma una postazione radio su un veicolo non è sufficiente. La fanteria spesso ha bisogno di trasmettere per chiedere appoggio alla base o per comunicare all’interno della compagnia, senza dover inviare staffette in giro. Ad esempio una squadra che tiene un nido di mitragliatrici può dover comunicare la presenza del nemico a livello di plotone e la radio portatile di plotone, di dimensioni e portata maggiore, può chiedere il supporto dell’artiglieria a livello di reggimento (o i bombardieri). La possibilità di trasmettere a livello di squadra e di plotone, senza doversi basare solo sulle postazioni radio fisse, è stata un elemento fondamentale nei cambiamenti della tattica militare dalla Seconda Guerra Mondiale in poi (come dice Antoine Bousquet in The Scientific Way of Warfare si passa dalla “Guerra Termodinamica” alla “Guerra Cybernetica”, ovvero basata sul controllo e sulle comunicazioni).

Facendo degli esempi concreti, questo è un radiotelefono a zaino (SCR-300), simile a quelli che si vedono spesso nei film sul Vietnam:

 
È stato adottato nel 1943. È voluminoso e costringe a far portare l’equipaggiamento dello zaino del soldato che la trasporta agli altri soldati. Il peso è tra i 15 e i 17 Kg, in base alla batteria. Ha il vantaggio di avere un raggio di trasmissione discreto (soprattutto se si considera che era una grossa novità durante la Seconda Guerra Mondiale), quasi cinque chilometri con l’antenna estesa al massimo. La ricetrasmittente SCR-300 fu la prima a ricevere il nomignolo di walkie talkie.
In realtà nel Vietnam veniva impiegato un modello successivo chiamato AN/PRC-25 (soprannominato Prick-25) che pesava appena 10 kg e aveva un raggio di trasmissione di cinque-sei chilometri con l’antenna corta, mentre saliva a trenta chilometri con l’antenna lunga (che era portata a parte in un sacco di tela agganciato a fianco del set radio, nell’imbracatura tipo zaino).

Questo invece è una ricetrasmittente più piccola, da impiegare a livello di squadra (o plotone) senza dover dedicare un soldato al suo trasporto, visto che pesa solo 2,3 kg (batteria inclusa) invece di 10 kg.

AN/PRC-6 con o senza la cornetta opzionale che rende più comodo l’impiego.
Il suo predecessore del 1940 era il modello SCR-536 (handie talkie).

 
L’AN/PRC-6 ha un raggio di meno di 300 metri nella giungla e di un chilometro e mezzo su terreno sgombro. Il corto raggio non è uno svantaggio: in questo modo si può comunicare in chiaro a livello di plotone o compagnia, trovandosi molto vicini al nemico, senza che il nemico possa intercettare a molti chilometri di distanza ciò che viene detto. Gli addetti radio “veri” comunicheranno poi in codice, magari usando perfino una lingua straniera come il Navajo o simili.
È stato usato dalla Guerra di Corea fino alla Guerra del Vietnam.

Per finire un link al famoso AN/ARC-5 Command Radio Set impiegato a lungo anche dall’esercito italiano (siamo campati per qualche decennio con la roba americana).
Famoso per il motivo che bastavano un po’ di scossoni per mandarlo a puttane e dopo era un casino calibrare di nuovo la macchina lavorando con la cuffia e le manopole. Una baracca delicata e fastidiosa. Mio padre la odiava (e quando ci siamo procurati di meglio aveva già un grado sufficiente per non doversene interessare).

Si può immaginare che tutte le ricetrasmittenti dei primi decenni avessero problemi e delicatezze più o meno gravi. Giusto nel caso si voglia mettere assieme gli equipaggiamenti militari degli anni 1940-1960 alle idee sulla telefonia mobile risalenti al 1880-1900 per una ambientazione Steampunk in cui gli eserciti già nel 1890 avevano strumenti radio pari a quelli di 50 anni dopo e, di conseguenza, combattevano in un modo che è una via di mezzo tra quello della loro epoca e quello di mezzo secolo dopo (tattiche di fanteria moderne -non fanteria di fila-, ma senza supporto aereo “serio” e con grandi/lenti carri armati in stile Grande Guerra in appoggio?).

Puntare sulla scarsa affidabilità e sui problemi di veicoli, organizzazioni, armi ecc… dà un tocco di realismo molto maggiore che concentrarsi su ciò che funziona. A funzionare sono bravi tutti allo stesso modo: è a guastarsi che ogni oggetto è diverso.

 

Il Kaiser Guglielmo II va a Copenhagen (1903)

Scritto da il 27 feb 2011 | Categorie: Filmati d'epoca, Storia, Vita del Duca

Il Kaiser Guglielmo II era un personaggio bislacco, con abitudini bizzarre e amici omosessuali tra i suoi ufficiali, il che causava notevole scandalo quando all’estero si decideva di prendere per il culo i culattoni tedeschi. Considerando che il Kaiser è il Kattivo Imperatore Pazzo della propaganda anglofrancese, trovo curioso che lui fosse quello che chiudeva un occhio sui gusti sessuali dei suoi ufficiali mentre i Buoni Salvatori del Mondo (quelli che casualmente hanno vinto la Grande Guerra: curioso come la storia tenda a dirci sempre che hanno vinto i Buoni! Mi suona un campanellino su chi poi la scrive la storia…) erano affetti da crisi omofobe costanti.

Tra le brutte abitudini del Kaiser c’era quella di fregarsene di essere o meno un ospite gradito. La Danimarca non gradiva la visita del Kaiser, ma lui voleva vedere Copenhagen. Essendo un uomo pratico, fece due più due e pensò qualcosa del tipo “Sono il Kaiser tedesco e voi siete brufoli sul capezzolo britannico. Provate a fermarmi, stronzoni!” E la Danimarca non ha potuto fermarlo. Non l’ha nemmeno accolto con festeggiamenti, ma diamine: non ha potuto fermarlo dal mettere piede a Copenhagen se lo voleva!

Se uno è così caccola da non potersi opporre davvero, è meglio che non faccia la figura del pirla ponendo divieti che non potrà far rispettare. Vi ricorda la questione DRM e pirateria? Un po’ anche a me. E il Kaiser piratò gli ultimi libri di Ken Follett si fece il suo viaggetto indipendentemente dal parere del governo danese, come un lettore a cui si chiedono 15 euro per comprare un eBook coi DRM e quello manda affanculo l’editore e si procura una copia piratata gratis.

Regia di Peter Elfelt, 1903, Copenhagen.
Il Kaiser, splendido cagacazzi con tanto di feluca da ammiraglio.

In realtà il Kaiser era in ottimi rapporti con il vecchio Re Cristiano IX, che lo trattava con affetto paterno (c’erano ben 41 anni di differenza), ma la Regina di Danimarca era Luisa d’Assia-Kassel e odiava la Prussia a causa delle guerre degli anni 1860. La Regina avvelenò i suoi figli contro il Kaiser e contro la Germania, prima di morire nel 1898. Il Kaiser in risposta a tanto astio l’aveva soprannominata “il vecchio ragno”. Uno dei figli di Cristiano IX era Giorgio I dei Greci che il Kaiser considerava una “nullità borghese”.
Cinque anni dopo la sua morte il clima anti-tedesco che la Regina aveva creato in Danimarca era ancora abbastanza forte da portare il primo ministro a sconsigliare al Kaiser di venire in visita. Come detto, lui se ne fregò.

Problemi simili li aveva anche con la Norvegia e la Svezia (Regni Uniti di Svezia e Norvegia, fino al 1905) visto che il Kaiser tendeva a violare le acque territoriali quando si faceva un bella crociera nei mari del Nord. In particolare dopo il 1905, quando in Norvegia vi fu re Haakon VI che essendo un Re per volontà del popolo valeva agli occhi del Kaiser quanto uno squallido presidente di quella squallida forma di governo chiamata Repubblica.

Questo senza contare come sbeffeggiava e sfotteva anche altri regnanti. Quasi tutti i regnanti. Ad esempio anche se Germania e Italia erano in ottimi rapporti (e l’Italia fu avvantaggiata più volte dalla protezione crucca nel corso della sua espansione coloniale), il Kaiser considerava malissimo i Savoia e li riteneva indegni di governare su Roma per cui, sapendo del complesso per l’altezza di Vittorio Emanuele, gli fece fare una bella foto accanto alle guardie più gigantesche che riuscì a trovare. Tiè, tappetto italiano (talvolta lo chiamava proprio “nano”). Sopportava poco anche la moglie del tappo, Elena del Montenegro, che considerava la “figlia di un ladro di bestiame”. Come avrete intuito, non era particolarmente diplomatico. Beh, ‘fanculo, quando uno è il Kaiser della Germania può permetterselo, come Harlan Ellison può permettersi di fare lo stronzo quando gli gira.
Pure io faccio come quei due, anche se non posso permettermelo: questo è perché io sono idiota. LOL. ^_^

A destra “Der lange Josef” ovvero Josef Schippers,
1° Reggimento della Guardia, 1905-1907, 2,39 metri inclusa la mitra (in realtà era alto 212 cm, ma molte foto sono taroccate per farlo sembrare più gigantesco).
Come lo vedreste Vittorio Emanuele III accanto a lui?

Ok, fine della parte storica dell’articolo.
Uso il resto per comunicare che a parte i coniglietti di venerdì prossimo, non avrò tempo in settimana per altri articoli visto che sarò via per Ebook Lab Italia 2011, a Rimini. Non proprio Copenhagen, ma tanto non porterò il pickelhaube: non ho spazio in valigia e in ogni caso la figura del coglione la posso fare anche senza il coperchio. Slittano a dopo il 6 marzo anche la raccolta dei racconti partecipanti e l’invio delle mail a quelli con cui vorrei discutere le modifiche per l’eventuale inserimento nella mini antologia finale. Volevo iniziare due settimane fa, ma ho impiegato più tempo del previsto a preparare il materiale a tema eBook e poi ho avuto altri contrattempi, inclusi leggeri problemi di salute, che mi hanno portato a scegliere di usare il poco tempo disponibile per scrivere l’articolo sul mercato del 2010 negli USA e altre cosette così. Sono molto lento a fare tutto, articoli e raccolta dei dati incluse. Se non vi sta bene, affari vostri: vi faccio marameo e mi batto una mano sul sedere.

Nei prossimi giorni dovrò ripassare il materiale che potrebbe tornarmi utile ricordare per Rimini. Non ho un po’ memoria nemmeno per sbaglio, per cui sarà già un miracolo se mi ricorderò il mio discorso, anche se sono settimane che l’ho finito e ormai dovrei sapere tutti i punti importanti a memoria. In più in caso di domande su certi argomenti volevo tenere da parte dei dati interessanti da sfruttare, ovvero altra roba da imparare perlomeno a grandi linee. See, come no. Proprio. Ancora un po’ e non mi ricordo la mia età. LOL… -__-

 

Cartoni educativi francesi (e fatine bonus)

Scritto da il 20 ott 2010 | Categorie: Fantasy, Fatine, Filmati d'epoca, Steamfantasy, Steampunk, Storia

Nel 1916 la Fondazione Rockefeller, nell’ambito degli aiuti di guerra alla popolazione civile, cominciò a interessarsi ai problemi di salute dei francesi e decise di inviare una missione dedicata alla cura e prevenzione della tubercolosi, malattia che uccideva 60.000 persone ogni anno. La Fondazione si preoccupò anche di informare la popolazione sulla prevenzione e sui danni di alcool e sifilide. Dei furgoni dotati di proiettore cinematografico (un po’ come avvenne col fascismo in Italia) giravano per i paesi per mostrare filmati dedicati alla prevenzione, oltre a trasportare un buon carico di volantini informativi, manifesti e altro materiale. Il tutto durò cinque anni.

Oltre ai filmacci del dottor Jean Comandon come Non sputate in terra e altre mongolosità, la Fondazione Rockefeller fece realizzare alcuni cartoni pensati apposta per i bambini. O’Galop si occupò di realizzare i cartoni animati e ne potete vedere tre (tutti del 1918) qui sotto:

Lo scrittore tisico che viene stroncato dalla tubercolosi mi ha fatto pensare a qualcuno (starà scrivendo un pamphlet contro gli eBook, in difesa della “percezione” del lavoro?). L’uomo sano con la pancia da bevitore mi ha fatto venir voglia di stappare un’altra birra. Sono di salute cagionevole, meglio stappare la Splugen da 66 cl. Mica mi voglio ammalare!

Oltre a essere popolata da scheletri con movimenti pelvici degni di Elvis, la Francia non era priva della sua dose di fate. Ad esempio la Fata Verde (fée verte) dell’assenzio. No, non sto scherzando: per noi capre ignoranti drogate di cinema yankee quelle possono sembrare trovate pubblicitarie e propagandistiche, ma non è così. Lo scheletro col movimento pelvico di Elvis c’era davvero. Si appostava in impermeabile davanti alle scuole elementari e mandarlo via era un dramma: senza orecchie e timpani ce ne voleva a fargli capire che i bambini non potevano veder niente che li traumatizzasse!
Stesso discorso per le fate e in particolare le fatine. Dopo il 1918 vi fu l’equivalente per il mondo fatato dell’Operazione Paperclip. Sulle fatine tornerò in futuro: da più di un anno prometto ad Angra l’articolo con le prove della presenza di fatine nel Kaiserreichsheer.

“Il bevitore di assenzio” di Viktor Oliva (1901)

L’immagine è interamente realistica: le fate e le fatine, come le spogliarelliste americane descritte da Jenna Jameson, ottenevano una grossa fetta dei guadagni dalle percentuali sui drink. Da questo viene il collegamento tra le fate/fatine verdi e l’assenzio e, infine, lo stesso modo di chiamare l’assenzio: fée verte.

Ricordate questa mia frase in un commento di “???” a tema Infodump apparso su Gamberi Fantasy?

Fatine spogliarelliste sbronze fradicie nel maraschino.

Non era lì per caso o per una qualche mia fantasia malata da otaku sulle fatine. È storia. In un locale di primo ’900 non sarebbe stato impossibile vedere fatine spogliarelliste aggirarsi tra i tavoli. Mi sarebbe piaciuto andarci con quel vecchio sporcaccione di Arthur Conan Doyle. Un bel privé con una graziosa fatina dai capelli verdi. Mmmhhh…



La Fatina Verde dell’Assenzio: rappresentazioni storiche e moderne.

In seguito alla propaganda post-1919 abbiamo rimosso tutto, razionalizzando queste immagini e gli scritti teosofici come fantasie vittoriane scaturite in reazione alla società troppo rigida e alla crisi di fine secolo. La verità è un’altra: ci sono prove del passato fatato del mondo nei posti più impensabili, come su certe scatole di vecchie munizioni tedesche, ma su tutto questo tornerò in futuro. Incontrerò le fatine, prima o poi…
 

The Airship Destroyer (1909)

Scritto da il 28 set 2010 | Categorie: Filmati d'epoca, Steampunk

The Airship Destroyer del 1909 (anche conosciuto come The Battle of the Clouds e, dai tedeschi, come Der Luftkrieg Der Zukunft) porta su pellicola la paura inglese dell’invasione tedesca, un aspetto della germanofobia che per quarant’anni si manifestò con forza altalenante, in base alla situazione internazionale. Il primo romanzo a raccontare la paura dell’invasione fu The Battle of Dorking del 1871, in cui i tedeschi alla fine vincevano riducendo la Gran Bretagna a una provincia soggiogata della Germania. Gli inglesi non avevano impiegato molto a portare la Germania Imperiale nei propri incubi, visto che proprio nel 1871 era nata la nuova nazione (e il nuovo genere letterario, la letteratura sull’invasione rimasta in voga fino al 1914).

Mi sono piaciute le uniformi nere degli equipaggi dei dirigibili tedeschi, abbastanza simili a quelle (che erano però in cuoio) viste in foto al tempo dell’articolo su Warneford (mi sono piaciute un po’ meno le bombe con il fuso che fa un fumo infernale, sigh). La cosa che ho preferito però è l’aspetto più gonzo-steampunk della vicenda, ovvero l’inventore in grado di costruire un razzo capace di volare con precisione fino al dirigibile e distruggerlo. Ha quel tocco di spirito DIY che mi piace, nonostante sia ben scarso rispetto a quello presente in opere Steampunk vere e proprie come Fushigi no Umi no Nadia che ho rivisto recentemente (e finalmente per intero, in giapponese sottotitolato in inglese: la versione in italiano per la TV mi faceva girare le palle, anche per colpa della sigla scema). Su Nadia tornerò in futuro.

Gli effetti speciali, elemento fondamentale del cortometraggio, sono stati realizzati da Walter R. Booth, un prestigiatore che dal 1889 aveva iniziato a occuparsi di film contenenti trucchi (un classico del genere è quello francese sugli acrobati giapponesi) che gli permettevano di usare la fantasia combinando tecniche di animazione e disegni. Nel 1906 si unì alla Charles Urban Trading Company, la compagnia cinematografica che in pratica “creò” il cinema inglese.
Dopo alcuni anni Booth smise di occuparsi di film e passò alla pubblicità, motivo per cui, nonostante il suo ruolo di prim’ordine come pioniere degli effetti speciali, venne dimenticato da tutti, tranne pochi ritardati col cervello nel sedere appassionati di cinema d’epoca.

Comunque questi effetti non battono la qualità degli impiccati che appaiono in La Corazzata Potëmkin, durante il discorso del capitano infuriato. Quello è un sommo capolavoro. Dovreste ammirarlo in ginocchio sui ceci e ringraziare dell’occasione!

La locandina de La Corazzata Potëmkin sembra dirci:
“Questo film è pieno di bei maschioni russi, tovarich!”

 

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