Oggi video di automi.
Robot, mech col pilota, automi a orologeria e minchiate così mi piacciono molto. Un po’ di mesi fa mi sono imbattuto nel video dell’automa monaco, ma non sono mai riuscito a infilarlo in qualche articolo (sarebbe stato bene accanto all’automa di Manzetti, ma è arrivato tardi). L’esistenza del monaco mi è stata ricordata pochi giorni fa da un articolo di BoingBoing. Peccato non averlo scoperto due anni fa: lo avrei potuto segnalare una lettrice che mi aveva chiesto informazioni sugli automi del passato…
Automa attualmente conservato al National Museum of American History di Washington. È stato donato allo Smithsonian Institution nel 1977 e il video, senza audio, risale al 1978.
Il monaco è stato costruito nel 1562, o poco dopo, ed è un prodotto dell’ingegno italiano.
Nel 1562 il diciassettenne Don Carlos, figlio primogenito di Filippo II di Spagna, cadde dalle scale e batté la testa. A quella che sembrava una semplice craniata seguirono febbre, rigonfiamento del capo, cecità e delirio. Il Re lo raggiunse ad Alcalà da Madrid, portandosi dietro tutto il Consiglio di Stato e i migliori medici. Dopo un mese di malattia e un tentativo di trapanazione cranica (non completata), decisero che i medici tradizionali erano troppo incompetenti e si affidarono alla medicina alternativa: tirarono fuori i resti di Diego d’Alcalà, un francescano del Quattrocento per cui da tempo si cercava di ottenere la canonizzazione. Miracolo o meno, c’era da sperare in un 30% di possibilità che fungesse da placebo: possibilità molto maggiori di quelle garantite dai medici-filosofi pasticcioni del periodo.
Ci sono due versioni principali di come avvenne la cura alternativa. Nella prima Don Carlos chiese di poter toccare la mummia, afferrò le mani del cadavere e se le portò al volto. Nella seconda versione deposero il cadavere sul letto, a fianco di Don Carlos, e fecero toccare le due teste. In una variante della seconda versione, variante che ho rinvenuto personalmente inventandola poco fa, Don Carlos si svegliò e mormorò “Carmencita, che pelle secca che hai oggi. Ora vai giù e succhiami l’uccello” e le taumaturgiche labbra del morto fecero il miracolo. La mia versione è attendibile quanto gran parte delle testimonianze di eventi miracolosi quindi non lamentatevi.
San Drogone era in grado di trovarsi simultaneamente in due posti. Ora è patrono delle gente brutta, di quelli che fanno schifo al cazzo, dei malati di mente, del caffè e delle caffetterie. Non sono sicuro del motivo per cui sia patrono di queste ultime, forse perché grazie al miracoloso multitasking potrebbe andare al lavoro e intanto farsi i cazzi propri al bar…
La morte di Don Carlos era ormai certa, tanto che il Re decise di levarsi dalle palle la sera stessa per non vederlo schiattare lentamente. Ma la mummia di Diego, efficace come l’agopuntura, l’omeopatia e le pillole di zucchero, aveva ottenuto l’effetto placebo compiuto il miracolo: il giorno dopo cominciò a stare meglio, la settimana dopo era di nuovo in grado di vedere e in un mese fu di nuovo sano come un pesce.
Per ringraziare del miracolo, Don Carlos e Filippo II appoggiarono la richiesta di canonizzazione del frate (avvenuta nel 1588). Come ulteriore dono, Filippo II in cambio del “miracolo divino” ottenuto per intercessione del santo, fece fare un “miracolo meccanico” dal suo Maestro orologiaio. Il miracolo meccanico è l’automa monaco del video: un omuncolo penitente alto 38 centimetri, compie un tragitto a forma di quadrato, muove la bocca in una silenziosa preghiera, si batte il petto, ogni tanto solleva il crocifisso per baciarlo, ruota leggermente la testa e muove i piedi in modo da far sembrare che stia camminando (invece si sposta grazie alle ruote, nascoste dal saio). Il volto dell’automa, in legno, venne scolpito a imitazione di quello di Diego d’Alcalà.
Nel 1568 Filippo II fece arrestare Don Carlos e lo incarcerò. Morì sei mesi dopo, pare avvelenato per ordine del padre. Potevano pure evitare di scomodare la mummia visto come è finita la vicenda…
Il progetto originale era leggermente diverso,
ma si preferì alla fine il soggetto sacro.
Chi era il genio che fece una simile meraviglia?
Come anticipato, era un ingegnere italiano: Juanelo Turriano, Maestro orologiaio prima di Carlo V e poi di Filippo II, si chiamava precedentemente Gianello Torriani (o forse Giovanni) ed era nato tra il 1500 e il 1515 a Cremona. Nel 1530, quando Carlo V venne a Bologna per l’incoronazione, chiese di far riparare l’orologio astronomico di Dondi, a Padova, risalente al Trecento. Il lavoro venne affidato a Torriani, ma l’orologio astronomico era così danneggiato che decise di farne uno nuovo, con duemila ruote dentate, molto più figo del vecchiume precedente (ma senza giochini Java e privo di messaggi SMS: tanto Carlo V nemmeno sapeva cosa fossero). Impiegò una ventina d’anni a inventarlo e fabbricarlo. Torriani sì occupò di meccanica, ingegneria e architettura: progettò palazzi, automi meccanici, aiutò papa Gregorio XIII a riformare il calendario e realizzò il meraviglioso artificio de Juanelo, un sistema di ruote idrauliche (norie) che portava l’acqua del fiume Tago fino alla fortezza dell’Alcázar. Torriani morì nel 1585 e dai suoi contemporanei venne, a ragione, considerato il nuovo Archimede.
Per chi vuole un articolo completo con tanto di fonti citate, rimando all’eccellente lavoro svolto da Elizabeth King.
E così il miglior automa del Cinquecento è frutto dell’ingegno italico come lo è anche il miglior automa dell’Ottocento, quel meraviglioso suonatore di flauto dotato di motore pneumatico realizzato da Innocenzo Manzetti (lo trovate in questo articolo del 2010). Sugli italici robot del presente stendo un velo pietoso e passo la parola ad Angra, nei commenti: robe che nemmeno riescono a camminare, nonostante la marea di soldi buttati dentro in stupidate elettroniche.
Ora altri video di automi meccanici perché sono sempre belli da vedere.
Non belli quanto i coniglietti, ma comunque belli.
Nancy, automa teatrale in cartapesta caricato con la manovella. Fine Ottocento.
Non è da escludere che ne venissero fabbricate con incluse vagine in gomma foderate di seta: le Real Doll, come i vibratori o tanti giocattoli sessuali che sembrano moderni, hanno una storia antica. E i conigli hanno una memoria lunga.
Inquietanti resti di automi suonatori di violino (Leopold Lambert, circa 1880) e d’arpa (Gustave Vichy, circa 1880). In realtà, a differenza del suonatore di Manzetti, questi non suonano niente: il movimento è solo coreografico, mentre la musica viene da un cilindro musicale. L’arpista è terribile, sembra la figlia di Fantozzi.
Due esempi di automi giapponesi (Karakuri Ningyō) in voga tra XVII e XIX secolo.
Chissà se a inizio Novecento ne hanno fabbricati anche con l’aspetto di scolarette assalite da mostruosi stupratori tentacolari…
Un paio di giorni fa ho letto un articolo dedicato al drone-palla giapponese su Sankaku Complex, la mia principale fonte di informazioni attendibili data la completa inaffidabilità dei giornali normali.
Il drone-palla svolazza a una velocità massima di 60 km/h, ha un diametro di 42 cm e una autonomia di 8 minuti. Può essere radiocomandato come un giocattolone oppure, ma è in fase di sviluppo, viaggiare con un pilota automatico. Se lo avessero fatto gli USA costerebbe 100.000 dollari per coprire studi, ricerca, stipendi di qualche pezzo grosso cugino di qualche altro pezzo grosso, pezzi da pochi centesimi spacciati per chip di altissima tecnologia da decine di migliaia di dollari da ditte amiche e bla bla bla. Se fosse un progetto italiano si trascinerebbe ancora per 40 anni con quindici concorsi pubblici vinti da aziende che chiedono il minimo possibile per poi, come è ovvio, fallire (dodici di queste ovviamente di proprietà della stessa persona o dei suoi parenti).
Ma visto che lo hanno fatto i giapponesi è costato 1400 dollari, ci hanno impiegato un anno e mezzo ed è assemblato con roba presa nei negozi di Akihabara, il quartiere di Tokyo dedicato all’elettronica e ai ciccioni otaku senza vita sessuale che dormono abbracciati a dei cuscini con disegnati personaggi dei cartoni. Io pensavo di comprarne uno con stampata Lacus Clyne di Gundam SEED.
Alcuni commenti sembrano cogliere il reale scopo del drone-palla…
so basically, this was designed to chase japanese girls around while filming them??
its not a crime yet to be stalked by a robot. thumbs up!!!!!!!!!!!
Japanese use this thing for shooting upskirt pics.
So the purpose of it is to chase women around with it…sweet :D?
Soon in a womans bathroom near you.
…ovvero spiare le ragazze.
Le Forze di Autodifesa Giapponesi hanno bisogno di produrre i propri fanservice. Accettiamolo.
Ma il commento migliore è questo:
Maybe they’ll finally make those floating bunny robot balls like in gundam
Ed è quello che penso pure io che vogliano realizzare. Pilota automatico in sviluppo, aggiungi i suoni random in simil-inglese e una scocca rosa con le orecchie che si aprono e chiudono… ed ecco l’Haro di Lacus Clyne.
Lacus Clyne e Haro
Anche altri lo sospettano:
This is Japan’s military wasting money on re-creating stupid little anime characters.
D’altronde la durata della batteria fa sentire l’influenza ^_^”" degli anime:
if it dies in 8 minutes they should attach power cords to it like in evangelion lol
O perlomeno faranno il modello Hello Kitty, con mitragliatrice. Presto in qualche paese di teste di turbante: “Arriva Hello Kitty! Tutti giù!” – Rattattatatatataà.
Qualcuno obietterà “Non è possibile che le Forze di Autodifesa Giapponesi abbiano anche solo un blando legame con gli anime! Non sono delle macchiette otaku!”
Sicuri? E cosa ne dite di questo spot per i reclutamenti di pochi anni fa?
Ora guardatelo con la sigla di chiusura di Suzumiya Haruhi no Yuutsu:
Per un miglior confronto avviate i due video assieme!
Non sembra fatto apposta?
Ora fate il confronto con lo squallido spot privo di fantasia della Marina Militare USA:
Devo dire che quello giapponese è molto più bello. Immagini e musica molto superiori all’americanata stile Commando degli yankee. Scambiando gli audio infatti quello americano migliora e quello giapponese, forte dell’entusiasmante danza, non viene penalizzato.
Peccato che nel frattempo i giapponesi abbiano iniziato a reprimere la propria vena creativa, riducendosi a fare spot seriosi come questo del 2008 (con tanto di messaggio sottinteso: non preoccupatevi, non andrete davvero in combattimento):
Troppe immersioni e troppo canottaggio: dove sono i balletti gay che hanno reso temibile la Marina Militare Giapponese fin dal tempo dell’Imperatore Meiji?
Quest’ultimo più che uno spot per i reclutamenti sembra la pubblicità di una accademia di cosplay militare: “vi vestiremo con tutti questi costumi diversi, cambio dell’acconciatura incluso!” Sugoi, arruoliamoci ragazze!
Comunque il balletto dei marinai è il più bello spot per reclutamenti MAI realizzato.
Ed è l’ultima cosa che l’equipaggio della Sebastopoli ha visto prima di affondare.
Se fossi giapponese mi arruolerei subito. E il primo turno nella botte sarebbe tutto mio! ^_^
Non pensavo di dedicare un articolo a Sucker Punch, anche se probabilmente andrò a vederlo. Il film, dal punto di vista visivo, mi interessa molto. La consapevolezza che ormai il cinema degli ameri-cani produca in massima parte minchiate intollerabili e che, nonostante le ottime premesse dei Trailer degne di una Vera Opera d’Arte Giappo (Mech, divisa da scolaretta, miscuglio di fantasy e fantascienza con sapore retrò), non potrò mai trovare in un film occidentale così “importante” (Warner Bros) lo spirito geniale e l’alta qualità del vero cinema giapponese, mi aveva baionettato qualsiasi voglia di parlarne. Meglio aspettare di vederlo, rimanerne deluso e stare zitto.
Se non avete ancora visto i due trailer, sono qui sotto. ▼
Notate quando dice “and a key” per il quarto oggetto e sulla chiave c’è un bel 4.
Il quarto oggetto è Quattro. Punto. Film quattristicamente ortodosso.
Poi, due giorni fa, è apparso un corto animato intitolato The Trenches, sui retroscena umani di un kattivo soldato-zombie krukko. Dato lo spunto storico rilevato a tema cadaveri e dato che in fondo, volendo, un paio di cose gentili su Sucker Punch le potrei anche dire prima di scoprire che fa vomitare le capre, ho deciso di segnalare il corto.
Vorrei fare un commento feroce sull’espulsione del bossolo da un bolt-action, come è quello del tiratore nel film (e di tutti i cecchini inglesi della guerra), ma mi tratterrò. Se non diventerò più buono le fatine non verranno mai a trovarmi.
In Sucker Punch, the girls face off against an army of mechanized WWI soldiers. Through the use of clockwork and steam technology, human soldiers who die in battle are reanimated and sent back to the front lines. Although seemingly indistinguishable and soulless, the zombie army is not just made of gears and steam, but also of human flesh, bone, and memory. In “The Trenches” there is a tragic tale behind each lifeless mask.
Sucker Punch quasi certamente sarà una merda. D’altronde, come detto, nonostante il trash e il miscuglio science-fantasy, non c’è dietro l’autentico genio giapponese svincolato dalle becere meccaniche di Hollywood. Però ci sono alcune cose che rimarranno e daranno valore al film, non importa quanto faccia cagare il resto: un mech, una grossa quantità di pickelhauben e l’elemento conigliesco (sul mech: doppio WIN! Questo poteva andare bene anche come elemento per il concorso finito qualche mese fa e di cui produrrò prima possibile l’articolo di commento con l’epub di raccolta dei racconti).
Pickelhauben presenti addirittura in più versioni, sia il classico casco basso in cuoio col telino protettivo (il tipico pickelhaube da fanteria) che il modello in metallo con protezione per la nuca (da corazziere). Io ho entrambi i tipi e devo dire che preferisco indossare quello in cuoio, più adatto per la vita di tutti i giorni. Ho apprezzato anche la presenza, già in uno dei trailer, di un bel bombardiere Gotha (non ho capito se un modello IV o V, sono molto simili) oltre ai soliti zeppelin e blimp (ovvero i dirigibili flosci, usati spesso come palloni da osservazione o, al giorno d’oggi, per scopi pubblicitari) che fanno la loro porca figura nonostante l’abuso Steampunk subito negli anni. Non mancano nemmeno le baionette.
Se dovesse esserci anche una Mauser C96 in mano a una delle ragazze, non posso garantire di non avere un’eiaculazione spontanea durante la visione. ^_^
La fabbrica che rianima i cadaveri la si può vedere come una versione Steampunk (o Dieselpunk, ma la prima etichetta nel dubbio vale come jolly anche per la seconda) della famosa Kadaververwertungsanstalten apparsa sui giornali nel 1917, secondo pratiche di terrorismo mediatico proseguite fino ai giorni nostri (di cui possiamo vedere un magnifico esempio da manuale del giornalettismo farlocco in questi giorni sul Giappone), per gettare discredito e un’ulteriore strato di disumanizzazione e demonizzazione sui tedeschi, mostri sanguinari “perché sì perché è fantasy”.
Perfino i cattivi di Licia Troisi hanno uno spessore psicologico e una credibilità maggiore (seppure demenzial-pietistica e quindi disgustosa) rispetto alle stronzate della stampa anti-tedesca nelle democrazie occidentali durante la Grande Guerra.
Parliamo della Kadaververwertungsanstalten.
Giusto due cose, nulla di approfondito. Volendo potrei cercare di nuovo informazioni sui miei libri sulla propaganda nella Grande Guerra o in un libro di storia in cui ne accennavano, ma non vale la pena: il livello di approfondimento da enciclopedia di wikipedia è più che sufficiente.
Il primo riferimento alla Kadaververwertungsanstalt (fabbrica per il riutilizzo dei cadaveri) appare nell’edizione del 17 aprile 1917 di due giornali, Times e Daily Mail, entrambi -ovviamente solo per caso!- proprietà dello stesso signore, Lord Northcliffe, famoso per essere stato, con i suoi giornali, uno dei principali guerrafondai responsabili del plagio collettivo a danno dei suoi concittadini con una crociata mediatica volta a tramutare i tedeschi in mostri sanguinari. La propaganda inglese ovviamente era felice di tutto questo. Altri giornali, più seri, un po’ meno: The Star arrivò a dire che “Dopo il Kaiser, Lord Northcliffe è colui che ha fatto più di ogni altro uomo per scatenare la guerra”.
Secondo i quotidiani inglesi le informazioni provenivano da un giornale belga pubblicato in Inghilterra, Indépendance Belge, che a sua volta le aveva ottenute da un quotidiano pubblicato nei Paesi Bassi, La Belgique, che a sua volta le aveva prese da un quotidiano tedesco di Berlino, Lokal-Anzeiger, del 10 aprile 1917. State pensando anche voi che suona come: mio cugino mi ha detto che una volta a un amico del fidanzato di sua sorella… ?
La credibilità era la stessa. Forse un po’ meno. Tant’è che, se si risale all’articolo tedesco originale, non vi è alcun riferimento ai cadaveri umani, mentre nella versione belga sì. In più la versione tedesca è un trafiletto di 59 parole, mentre quella belga è un articolo di 500 parole. Un ottimo incremento del 747% di stronzate. Murdoch, la versione moderna (e molto peggiorata) di Lord Northcliffe, ne sarebbe fiero.
Non è forse il ruolo dei giornali quello di tramutare le persone, singolarmente individui rispettabili e ragionevoli, in una massa indistinta di bestie feroci e sbavanti da sguinzagliare contro i nemici politici? Nel caso di Murdoch (la cui lista -incompleta?- di media controllati come un padre-padrone la potete trovare qui) è chiunque si opponga alla sua egemonia mediatica (73 giornali e 12 network televisivi), tra cui l’Italia: vi ricordate i bei tempi in cui non era ancora così tanto potente e i democratici di Clinton potevano ancora permettersi di additarlo, ogni tanto, come uno dei più grandi pericoli per la libertà di informazione nei paesi occidentali? Lo stesso Barack Obama dovette, controvoglia e con disgusto, incontrare il mostro nel 2008 al Waldorf-Astoria Hotel per concordare una tregua (pagata come non si sa) contro le continue aggressioni dei quotidiani di Murdoch. Obama ha seguito una lunga tradizione: tutti i presidenti americani da Harry Truman (ma nel 1953 Murdoch non aveva nemmeno un briciola del potere che ottenne 30 anni dopo), o almeno così dice Wollf, biografo di Murdoch, hanno incontrato Murdoch e, negli ultimi decenni, hanno dovuto scendere a patti con il suo potere sempre maggiore. Un (futuro) presidente che va a presentarsi al padrone dei principali media, come un capo di stato che va a incontrare il Papa. Nell’agosto 2008 lo stesso capo dei Conservatori britannici e futuro Primo Ministro, David Cameron, venne convocato per un incontro sullo yacht di Murdoch (con trasporto via jet a carico di Murdoch, per un valore di 30mila sterline): anche in questo caso il contenuto della chiacchierata è segreto.
Se lo scopo dei giornali non è plagiare il popolo e usarlo come arma anche contro i propri stessi governi stessi, oltre che per minacciare i governi stranieri che non concedono ciò che vogliono ai magnati capitalisti che li controllano, c’è un enorme FAIL sugli ultimi 100 anni di giornalismo.
Alfred Harmsworth, primo visconte di Northcliffe.
Questa foto lo ritrae in auto nel 1903.
Notate gli occhialoni, molto steampunk retardpunk.
Secondo la storia belga i cadaveri venivano trasportati via treno fino alla fabbrica, un luogo nascosto nel “profondo della foresta” (accanto alla casa di marzapane della strega?), circondato da una rete elettrificata, dove venivano lavorati per estrarne i grassi e produrre stearina (una specie di sego usato per le candele). Le sostanza estratte venivano impiegate per fare sapone, olio lubrificante “di un colore bruno giallastro”, e i resti dei cadaveri diventavano cibo per maiali (ho sentito anche una versione in cui invece di ingrassarci i maiali da tramutare in carne in scatola, ci facevano direttamente la carne in scatola, ma credo sia l’invenzione di qualche burlone decenni dopo la guerra).
We pass through Evergnicourt. There is a dull smell in the air, as if lime were being burnt. We are passing the great Corpse Utilization Establishment (Kadaververwertungsanstalt) of this Army Group. The fat that is won here is turned into lubricating oils, and everything else is ground down in the bones mill into a powder, which is used for mixing with pig’s food and as manure.
I lettori non erano tutti scemi, però. Al Times giunsero parecchie lettere che spiegavano come Kadaver in cruccolese non indicasse tanto i cadaveri umani, quanto le carcasse animali. Altre lettere invece confermavano la storia, citando fantomatiche fonti belghe, olandesi e perfino rumene (che minchia c’entra?).
Il New York Times riportò il 20 aprile 1917 che l’articolo era stato considerato affidabile da tutti i giornali francesi, con la sola eccezione del Paris-Midi. Il Times stesso, però, per non perdere la faccia coi suoi lettori intelligenti (e giustamente incazzati) conservando allo stesso tutto l’effetto anti-tedesco già ottenuto (ormai il sospetto era stato diffuso nel popolo), decise che la notizia che aveva pubblicato non era affidabile perché, spiegazione lollosa, era uscita su un giornale tedesco nella prima metà di Aprile e i giornali tedeschi tendono a fare pesci d’aprile per tradizione. WTF? Ma se l’articolo originale erano 59 parole su un fabbrica che tratta carcasse animali, che cazzo c’entrano gli scherzi del primo aprile? Il Times evidentemente doveva fare lo scaricabarile: incolpò i tedeschi di aver fatto umorismo nero preso da loro (i seri giornalisti delle Nazioni Buone, Civili e Rispettose che mai farebbero umorismo nero) in completa buona fede per una notizia seria, quando i tedeschi non avevano fatto proprio un cazzo di niente.
Il 25 aprile 1917 anche il satirico Punch fece la sua parte, con una illustrazione che adoro:
CANNON-FODDER — AND AFTER. “And don’t forget that your Kaiser will find a use for you — alive or dead.”
[At the enemy's "Establishment for the Utilisation of Corpses" the dead bodies of German soldiers are treated chemically, the chief commercial products being lubricant oils and pigs' food.]
Il 30 aprile 1917 la questione della fabbrica venne portata alla Camera dei Comuni, che rifiutò di accettare ufficialmente la storia perché non esisteva alcuna prova della sua veridicità, a parte gli articoli dei giornali (che sono troiate inventate per definizione, come già raccontava Barzini senior, uno dei più grandi giornalisti italiani).
Lord Robert Cecil, però, aggiunse che “viste le altre azioni compiute dalle autorità militari tedesche, non c’è nulla di incredibile nell’attuale accusa contro di loro”. Un colpo al cerchio e uno alla botte: non possiamo dire che è vero, ma diamine con quei Demoni Disumani tedeschi una cosa simile può essere benissimo vera! LOL. Grandioso.
La storia circolò per il resto del mondo, ma nessuna prova credibile o testimonianza affidabile venne mai trovata. La cosa più vicina a una prova fu un fotomontaggio costruito dal generale John Charteris unendo una foto tedesca in cui apparivano dei cavalli morti caricati su un vagone ferroviario, con sotto la didascalia che accennava alla fabbrica per trattamento carcasse, e una foto di soldati tedeschi morti caricati sul treno per l’invio ai luoghi di sepoltura. Mise la scritta della fabbrica nella foto coi soldati e ottenne carcasse umane inviate alla fabbrica. LOL. Lo stesso Charteris, all’epoca comandante dell’Intelligence di Sir Douglas Haig, confessò di aver prodotto quel falso nel 1926 in seguito a un colpo di fulmine mentre stava guardando le due foto. Ricordiamo poi che Charteris era anche uno dei mongoli che fomentarono la diffusione della leggenda degli Angeli di Mons, ovvero l’intervento sovrannaturale di spiriti/angeli per salvare gli inglesi dai feroci tedeschi nel 1914.
Charteris, his face one broad grin, was comparing two pictures captured from Germans. The first was a vivid reproduction of a harrowing scene, showing the dead bodies of German soldiers being hauled away for burial behind the lines. The second picture depicted dead horses on their way to the factory where German ingenuity extracted soap and oil from the carcasses. The inspiration to change the caption of the two pictures came to General Charteris like a flash.
When the orderly arrived, the General dexterously used the shears and pasted the inscription “German cadavers on Their Way to the Soap Factory” under the picture of the dead German soldiers. Within twenty-four hours the picture was in the mail pouch for Shanghai.
The explanation was vouchsafed by General Charteris himself in 1926, at a dinner at the National Arts Club, New York City. It met with diplomatic denial later on, but is generally accepted.
(George Viereck in Spreading Germs of Hate)
All’interno del governo inglese c’era comunque chi voleva riaccendere l’attenzione sulla storia e cercarono di far produrre un pamphlet a riguardo, ma data l’avversione per una simile cretinata da parte del primo ministro David Lloyd George, non fu mai pubblicato.
La cialtronaggine propagandistica di stampo americano aveva influenzato l’Inghilterra, ma esisteva un limite a quanto un gentiluomo inglese potesse abbassarsi nel fango della mentecattaggine tipicamente americana prima di sentirsi disonorato (gli americani non avendo onore da gentiluomini per definizione, non avevano simili scrupoli).
Chi non era un gentiluomo e quindi si riteneva in diritto di vivere senza onore come un porco che si rotola nello sterco, non si poneva problemi di sorta. Louis Raemaekers, olandese di etnia tedesca, non si faceva problemi a inventare stronzate sulla brutalità tedesca in Belgio, condite con raffinate ipotesi sull’alleanza intercorsa tra Satana e Guglielmo II. Il Kaiser apprezzò le vignette e per regalo gli mise una taglia sulla testa, vivo o morto. I vertici militare tedeschi intimarono all’Olanda di piantarla e processare il disegnatore, perché quella merda violava la scelta di neutralità del paese. Con il coraggio degno della sua levatura intellettuale e comune a molti altri intellettuali dopo di lui, Raemaekers fuggì a gambe levate in Inghilterra a fare vignette anti-tedesche per il Times, giusto nel caso la magistratura olandese cambiasse idea sul fargli pagare i suoi crimini contro la neutralità del paese (al primo processo l’avevano assolto, più per motivi politici che non perché non fosse davvero colpevole, meglio non rischiare di nuovo!). ^_^
Due raffinate opere di Louis Raemaekers, artista cialtrone prezzolato al soldo della propaganda xenofoba antitedesca.
Il Times, un mese dopo la presa di distanze del governo britannico (e quindi anche un mese dopo la propria stessa presa di distanze), decise che era il momento di riattizzare ancora un po’ la furia antitedesca con la fabbrica dei cadaveri. L’idea di ritentare venne con la cattura di un ordine tedesco relativo a una fabbrica di trattamento carcasse (sempre kadaver, cadaveri animali), emesso dalla VsdOK che il Times interpretò come un fantasioso Verordnungs-Stelle (dipartimento direttive) quando invece era, e qui torna la questione dei cadaveri animali, la sigla dell’ufficio veterinario (Veterinar-Station).
La scoperta di quel documento permise al Ministero degli Esteri di dire, una volta per tutte, che la fabbrica tedesca si occupava di carcasse di cavalli. Punto. Non che al Times o alle folle plagiate importasse molto, comunque: ogni scusa per odiare di più i demoni tedeschi era buona. E la fabbrica riscosse un notevole successo tra i soldati russi creduloni al fronte orientale.
Spero che la parentesi storica possa interessare a qualcuno: ho approfittato dello spunto Steampunk per dire due cose (non c’era granché da dire e l’articolo di Wikipedia è molto buono) su un dettaglio divertente della Grande Guerra che molti magari non conoscono. Ho pacchi di dettagli di questo tipo, ma non mi vengono mai idee su come introdurli o sfruttarli. Quando capita la possibilità, la sfrutto. ^_^
Oggi Google ci ha deliziati con un logo subacqueo navigabile, in onore della nascita di Jules Verne avvenuta l’8 febbraio del 1828. Approfitto della ricorrenza per dire due cose a tema e farvi vedere un paio di meraviglie meccaniche che avrei voluto mostrare su Baionette già due anni fa. Cominciamo con Jules Verne.
H.G. Wells e Jules Verne, fonti di ispirazione per lo Steampunk,
visti da Marcel Mercado
Jules Verne non mi piace granché. Scrive male e scrive troppo. Robur ha un inizio che fa vomitare le capre, un elenco di osservatori che nemmeno l’autore più ritardato snocciolerebbe come incipit. Se Dickens sa essere “normalmente pesante” per l’epoca e Hugo dichiara di aver fatto un inizio alla cazzo di cane per I Miserabili (scusandosi pure della cosa con i lettori, ma ci teneva a parlar prima di quel personaggio), Verne batte tutti con delle porcate da cavarsi gli occhi. Le prime pagine di Robur fanno sognare la paradisiaca lettura di Arsalon o di Bryan di Boscoquieto.
Belle idee nelle sue opere, ma troppo spesso si trattava di romanzo scientifici e non di fantascienza. Preferisco allora Albert Robida, all’epoca famoso quanto Verne (e con più successo in termini di quattrini) e poi dimenticato al di fuori della Francia fino a tempi recenti. Robida è stato un padre della fantascienza più di quanto lo sia stato Verne e, a mio parere, è perfino più interessante di Wells. La meraviglia tecnologica da elemento centrale della storia interessante di per sé (e il cui funzionamento è spesso spiegato in modo accurato) diventa elemento contestuale che è interessante solo in funzione delle sue conseguenze. Robida non ci mostra il telefonoscopio o i veicoli volanti o altre diavolerie nel suo Ventesimo Secolo perché sono interessanti di per sé o perché vuole spiegarci come funzionano (non lo fa), ma per le conseguenze che esse hanno sulla società e sulla vita di tutti i giorni (o sulla guerra, in un altro romanzo fatto perlopiù di illustrazioni). Questa è la vera differenza tra romanzo scientifico e fantascienza, come spiegata in modo eccellente da Philippe Willems della Northern Illinois University nell’introduzione all’edizione americana del 2004 del Ventesimo Secolo di Robida.
In più, pur facendo satira e talvolta con uno spirito punk degno del migliore Steampunk, Robida azzecca parecchie previsioni sul futuro. Tornerò su queste cose in futuro, quando parlerò un po’ di più del motivo per cui conoscere Robida è utilissimo per capire lo Steampunk senza farsi confondere dalle sparate di certi pseudo-esperti.
Di Verne credo sia interessante segnalare un romanzo molto famoso tra gli appassionati di fantascienza/retrofuturismo e un po’ meno tra il pubblico di massa.
Si tratta de I cinquecento milioni della Bégum (Les Cinq cents millions de la Bégum) del 1879, in cui viene rappresentata una città distopica con tanto di Scienziato Kattivo, anche se non al livello caricaturale dello scienziato pazzo del secolo successivo. La prima apparizione di un vero e proprio scienziato pazzo che usa la scienza -un raggio della morte- per minacciare il mondo dovrebbe risalire al successivo The Violet Flame di Fred Jane del 1899. Il fatto che il romanzo di Verne mostri una società distopica è interessante per via della balla, fatta circolare da chi pensa di sapere qualcosa dello Steampunk solo perché ignorante nell’ambito di storia della fantascienza (da quando l’ignoranza in un campo affine genera conoscenza in quello limitrofo?), che l’aspetto distopico invece che utopico sia un elemento fondamentale dello Steampunk per differenziarlo dalle opere del vero Lungo XIX Secolo. Stronzate: ci sono società distopiche a pacchi nelle opere dell’epoca, anche al di fuori della fantascienza socialista (e anche senza citare il famosissimo Meccania del 1918, giusto per un pelo nei limiti temporali accettati come ispirazione storica per lo Steampunk).
Stahlstadt, “la città dell’acciaio”.
Un medico francese, il dottor Sarrasin, e uno scienziato tedesco, il professor Schultze, ricevono le due parti dell’eredità di una loro lontana parente, la nobile indiana Bégum Gokool: entrambi utilizzano la loro quota di questa immensa fortuna per realizzare le loro città ideali.
Il dottor Sarrasin realizza France-Ville, un’utopia sanitaria, mentre il dottor Schultze costruisce Stahlstadt (in tedesco “città dell’acciaio”), vera e propria città-industria, organizzata militarmente, dove progetta, produce e vende armi d’avanguardia. Inoltre ordisce segretamente piani minacciosi per la pacifica France-Ville, piani in cui progetta di sperimentare l’uso di armi di distruzione di massa ante litteram, di sua ideazione.
Nel frattempo, Johann Schwartz, un brillante ingegnere, si fa assumere a Stahlstadt dove scala per anni la catena gerarchica che lo porterà al sancta sanctorum di Schultze. Il giovane è in realtà Marcel Bruckmann, un alleato di Sarrasin, e riuscirà a scoprire i piani di Schultze. Pur senza venire scoperto, Bruckmann verrà condannato a morte dal capriccioso Schultze che gli aveva mostrato, per vanità, i suoi più terribili ordigni segreti: un supercannone dalla lunghissima gittata (sufficiente a bombardare France-Ville), proiettili incendiari e proiettili a diffusione di gas. Tuttavia, Bruckmann riesce a sfruttare la fiducia che Schultze continua a nutrire in lui e a fuggire da Stahlstadt; ma tutto il lavoro eroico di Bruckmann e quello dei suoi amici risulterebbe inutile, se il supercannone pronto a bombardare France-Ville, non fosse paradossalmente troppo potente: il primo proiettile sarà letteralmente scagliato in orbita attorno alla terra, danneggiando allo stesso tempo il cannone.
Infine, la nemesi: Schultze verrà trovato morto nel suo laboratorio segreto, congelato, asfissiato e pietrificato dall’esplosione di uno dei diabolici proiettili a gas di cui andava fiero. Questa morte porterà al collasso della struttura sociale di Stahlstadt, per cui l’autocratico Schultze non aveva mai progettato un vice-capo. Così, alla fine, tutto finirà paradossalmente nelle mani del suo unico parente noto, ovvero il dottor Sarrasin, che liquiderà tutto quanto.
(Trama presa da Wikipedia perché non ho voglia di scriverla io, lol)
Lasciando il contributo di Verne alla fantascienza distopica e passando agli animali meccanici, voglio mostrarvi le opere delle compagnie francesi Royal de Luxe e La Machine. Tra le loro opere dall’estetica Steampunk spiccano il gigantesco ragno denominato La Princesse e l’Elefante del Sultano, due bestioni meccanici animati da un mix di motori e congegni idraulici, entrambi frutto dell’ingegno di François Delarozière.
L’elefante è ispirato all’elefante a vapore che trascina la casa durante i viaggi in India descritti nel romanzo di Verne La Casa a Vapore (La Maison à vapeur) del 1880. Mech quadrupede a vapore con annessa roulotte: niente male come ispirazione per lo Steampunk!
Illustrazione di Hippolyte Léon Benett per “La Maison à vapeur”, edizione del 1880.
L’elefante della Royal de Luxe è un po’ diverso da quello dell’illustrazione. La casa ad esempio è inclusa nel corpo della bestia stessa il che, a mio parere, lo rende ancora meno credibile, ma di sicuro più figo. Figo è meglio di credibile quando si parla di Steampunk (o in generale di narrativa fantastica) quindi è tutto ok! ^_^
Passiamo ai video. È roba vecchia: i primi video risalgono al 2006, mi pare, ed è dal 2009 che volevo mostrarli su Baionette, ma mi sono sempre dimenticato. LOL.
E per finire, il ragno gigante.
Aggiornamento su articoli e concorso.
Non farò altri articoli per questa settimana, a parte i coniglietti del venerdì. Devo finire di lavorare a una cosa da consegnare tra pochi giorni e devo completare la raccolta di commenti da fare sui racconti Steampunk. Forse inizierò a mandare le mail agli autori dei racconti che reputo interessanti per l’antologia già nella settimana prossima, prima di pubblicare la raccolta con tutti i racconti in gara. Così se mi dicono di non essere disposti a revisionarli dove richiesto, posso dire direttamente nell’articolo se l’antologia salta o no.
Altra illustrazione da Leviathan. Le precedenti illustrazioni svelate le trovate qui: seconda (il mostropalla scoreggione), terza (la folla ammira il Leviathan), quarta (Alek che si fa le seghe mentali coi soldatini) e quinta (il Cyklop Stormwalker, mech che vanta un design diversamente intelligente). Questa nuova immagine dovreste averla vista, di sfuggita, nel trailer del libro.
Cavallo meccanico degli esploratori tedeschi. A riguardo Scott Westerfeld dice:
One thing you’ll notice about real-life walkers is that they walk slowly. Animals are still much quicker than machines when it comes to moving on legs. In fact, animals are generally better than machines at everything, except under very specific circumstances. You might think that cars are faster than horses, but only if you create a very flat surface (aka, a road) for them to use. On almost any naturally occurring surface, horses win.
But I best not say more, as two of my characters have this exact same discussion in Leviathan.
Non molto diverso dal discorso già fatto in precedenza sul Cyklop. Aggiungerei però una cosa: ma senza i sensori e l’elettronica e tutto il necessario per “decidere” dove posizionare il piede in modo autonomo, come il BigDog, che cavolo di vantaggio avrebbe se anche fosse veloce come un cavallo vero? Un cavallo, o un mulo, su terreno difficile decidono dove piazzare i piedi, cercano di non finire in terra con una zampa rotta: tu gli dici dove andare, ma non devi governare singolarmente ogni zampa a ogni passo per fare in modo che il mulo non scivoli su un sasso tondo e si sfracelli in fondo al ghiaione. Ma un mech puro, stile automobile? Mette le zampe avanti, alla distanza prevista dal ritmo di corsa scelto, e poi? Senza sensori e senza algoritmi per la decisione del passo in base alle informazioni dei sensori? Ricordiamo che l’unico motivo valido per avere zampe e non ruote, in questo caso, è la capacità del cavallo/mulo di muoversi in ambienti sconnessi che metterebbero a dura prova i veicoli tradizionali (sia in termini di velocità che di manutenzione), nei boschi, col fango, sulla neve ecc…
Qualcosa in stile Golem-Cavallo steamfantasy mi pare molto più credibile, come essere vivente meccanico alternativo che sceglie dove piazzare gli zoccoli, di quanto non lo sia un cavallo meccanico incapace di decidere. Cavalchereste un cavallo cieco e lobotomizzato, se non per caricare diritto, lancia in resta, o tirare una carrozza?
E ora qualche altro mech reale. Il Timberjack della Plustech, il boscaiolo a sei zampe (questo sembra molto figo, nelle coltivazioni di alberi dell’industria moderna, con le adeguate distanze tra gli alberi per girarsi e lavorare) con pilota, e il nuovo mech gru ROBOTOPS (Tadano Ltd) che ha due eccitanti braccioni ed è senza il pilota all’interno (si guida via joystick da lontano, così se lo si usa per distruggere le capanne degli uomini-scimmia africani e quelli iniziano a scagliare frecce e lance, il pilota può ridersela a distanza di sicurezza: ideale per originali vacanze safari nel cuore di Negrolandia).
Senza parlare dei classici veicoli edili a quattro zampe, come quello impiegato per la funivia (o quel che era) che ha lavorato sui monti orobici due anni fa: piloni costruiti su una parete con una pendenza mostruosa, grazie al robot-ragno che con estrema lentezza (che palle) muoveva un piede alla volta e faceva il lavoro. Guidarlo credo fosse una cosa da cagarsi in mano: un errore e sarebbe finito a rotolare con tutto il robot giù per il pendio (e il pilota non era protetto: se gli si ribaltava il ragno addosso era sfrittellato e basta).
Prossimamente un po’ di arte steampunk da un gruppo di ingegnosi francesi che penso conosciate già in molti, ma val la pena inserirla per completezza. Sì, sono stupidi mangiarane, ma per le cose frivole hanno gusto, come al tempo delle sbrilluccicose divise imperiali. Se le linkate in un commento vi taglio una mano. ^_^
Ah, una nota sull’immagine nuova: come mai il pickelhaube del cavalleggero non è un pickelhaube “con la punta” (come l’avevano dragoni, corazzieri e fanteria, a parte i cacciatori con lo shako), ma un kugelhaube con la palla di cannone, come lo usavano gli artiglieri (e nemmeno tutti, visto che uno degli stati dell’Impero Tedesco prevedeva la punta anche per loro)?
Mah…
PS: ieri quarto record di visitatori unici consecutivo, ben 448. ^__^
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