Archivio per la Categoria 'Oplologia'

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  27. Le Armature: una panoramica degli acciai by Il Duca di Baionette
  28. Le Armature: introduzione by Il Duca di Baionette
  29. Snaplock e Snaphance by Il Duca di Baionette
  30. La Piastra a Ruota by Il Duca di Baionette
  31. Meccanismi di accensione: la miccia by Il Duca di Baionette
  32. Avancarica: energia cinetica e velocità by Il Duca di Baionette
  33. Il moschetto a pietra focaia: introduzione e caricamento by Il Duca di Baionette
  34. Definizione di Oplologia by Il Duca di Baionette

La Piastra a Ruota

Scritto da il 01 gen 2008 | Categorie: Armi da Fuoco, Oplologia

Dopo la piastra a miccia (che dominò i campi di battagli del ’500 e della prima metà del ’600) e l’acciarino a pietra focaia alla moderna (il protagonista dei conflitti dalla seconda metà del ’600 ai primi decenni dell ’800), vediamo in breve gli altri sistemi di accensione principali impiegati nei secoli precedenti l’invenzione dell’acciarino a percussione.
Oggi… la ruota.
 

La Piastra a Ruota
Il meccanismo di accensione a ruota è formato da una piastra di ferro a cui è applicata una ruota d’acciaio zigrinata imperniata su un asse collegato a una molla. Il cane è un braccio di metallo che stringe tra le ganasce un pezzo di pirite (bisolfuro di ferro) e non una pietra focaia (ossido di silicio) come invece avviene nell’acciarino alla moderna. La ruota è collegata allo scodellino, per incendiare la polvere con il fiume di scintille generato dallo sfregamento della ruota zigrinata contro il pezzo di pirite.
Vediamo come funziona il meccanismo.
La ruota viene caricata in senso orario facendogli compiere all’incirca metà o tre quarti di rivoluzione con l’apposita chiave, una corta asta di metallo che si usa come una moderna chiave inglese.
Con il caricamento della ruota lo scodellino si apre in automatico. La polvere di primino, meno potente e più sensibile, viene versata all’interno dello scodellino. Premendo l’apposito pulsante laterale il copriscodellino si posiziona a protezione della polvere.
La carica di polvere nera e il proiettile vengono introdotti dalla bocca, come visto in precedenza con le altre armi ad avancarica. L’uso della cartuccia di carta probabilmente non era praticato dato che quest’ultima acquistò la giusta notorietà nella seconda metà del Seicento, quando l’acciarino alla moderna (e i suoi colleghi meno raffinati di cui parlerò nel prossimo articolo) aveva già soppiantato la piastra a ruota sia nei moschetti che nelle pistole.
Per sparare bisogna abbassare il cane verso la ruota, portando la pirite a contatto del copriscodellino. Premendo il grilletto la ruota viene rilasciata e il copriscodellino si sposta automaticamente. La pirite si trova spinta a contatto del bordo della ruota zigrinata in movimento e produce una pioggia di scintille ad alta temperatura. Le scintille incendiano la polvere nello scodellino e questa, attraverso il focone, dà fuoco a sua volta alla carica principale nella canna.
Come già visto con l’acciarino alla moderna la carica principale esplode, i gas si espandono prevalentemente attraverso la canna, dato che è il condotto maggiore, e spingono il proiettile che blocca loro l’uscita.
In misura minore parte del gas scappa dal piccolo focone e fuoriesce dallo scodellino.
BOOM! Un francese in meno di cui preoccuparsi.

Il meccanismo a ruota ha dei notevoli vantaggi rispetto al meccanismo a miccia, suo diretto concorrente: evita le micce sempre accese, permette di costruire comodamente armi corte da portare infilate in tasca o alla cintura e garantisce un copriscodellino che si apre allo sparo. Solo alcuni modelli molto economici e di cattiva meccanica sono privi del corpiscodellino ad apertura automatica e costringono ad aprirlo a mano prima di sparare.
La scomodità di questa assenza in una pistola è palese: non solo devi estrarla dalla cintura e abbassare il cane, ma devi pure perdere un altro secondo o due per esporre lo scodellino, col rischio di rovesciare la polvere se poi muovi troppo bruscamente l’arma (ad esempio per schivare la stoccata di un sicario o a causa del movimento del cavallo dato che le pistole pesanti sono la tipica arma da fuoco della cavalleria del tempo). Per un’arma lunga come il moschetto, invece, lo scodellino che si apre da solo non è una comodità indispensabile.
Gli svantaggi principali sono l’alto prezzo e la complessa meccanica che ne rende difficile la manutenzione e la produzione. E’ quindi inadatta all’uso in massa per la fanteria.
Dal preziario di Kenneth Hodges è possibile vedere che una pistola a ruota in inghilterra costava 28 scellini a metà del Seicento e una carabina a ruota costava 30 scellini, mentre un normale moschetto a miccia costava solo tra i 16 scellini e mezzo e i 18 scellini e mezzo.
Perfino l’acciarino alla moderna, tecnologicamente superiore a quello a ruota per robustezza e velocità di caricamento, costava meno: una carabina a pietra focaia dello stesso periodo è attestata da Hodges a 22 scellini (27% in meno).
Sfortunatamente i prezzi di beni di consumo come vino, birra, pane e simili non sono forniti per il Seicento nel preziario di Hodges (ce ne sono, e in abbondanza, per il Trecento e il Quattrocento), ma posso fornire come termine di paragone le paghe dei soldati inglesi del tempo della Guerra Civile (tre guerre tra 1642 e 1651): un fante guadagnava 8 pence al giorno (20 scellini al mese) e andavano via quasi tutti per mangiare -spesso non bastavano nemmeno- e per mantenere l’equipaggiamento; un sergente guadagnava 1 scellino al giorno; un tenente 4 scellini al giorno; un tenente-colonnello 12 scellini al giorno. Questo quando le paghe arrivavano, che era un’ipotesi piuttosto fantascientifica: in realtà il soldato tipico non riceveva quasi nulla e viveva di saccheggi e furti… o usando i propri soldi se ufficiale (e quindi ricco e spesso nobile).
Un apprendista armaiolo, quindi apprendista in un mestiere piuttosto remunerativo, guadagnava 15 scellini al mese a metà Cinquecento. Altro termine di paragone può essere una corazza petto-e-schiena, come quelle indossate dagli Ironside, che costava dai 26 (normale) ai 40 scellini (garantita a prova di pistola). Un elmetto (un morione o una borgognotta) veniva 4 scellini circa.
Non costavano tanto le armi da fuoco, ma nemmeno poco.

Non si sa con certezza chi inventò questo complesso meccanismo di accensione che è, a onor del vero, tutto meno che intuitivo da immaginare. La possibilità che sia stato ideato autonomamente da persone differenti nello stesso periodo è quindi trascurabile.
Alcune fonti tedesche del Settecento e successive riportano che l’inventore è un tale Johann Kiefuss di Norimberga nel 1517, ma questo è impossibile per due ragioni: non si conosce nessun inventore di nome Johann Kiefuss esistito a Norimberga in quel periodo (ma ne esiste invece uno vissuto cento anni dopo) ed esistono riferimenti ad armi a ruota precedenti il 1517.
Alcuni sostengono che l’inventore del meccanismo a ruota sia stato Leonardo da Vinci, in virtù di alcun disegni del suddetto meccanismo. Sfortunatamente questi disegni sono di data incerta: forse della metà degli anni ’90 del Quattrocento o forse del primo decennio del Cinquecento.
Se i disegni fossero del primo decennio del Cinquecento allora Leonardo non potrebbe esserne l’inventore, dato che esistono disegni del meccanismo a ruota già in un libro tedesco del 1505. Inoltre vi sono dei documenti del 1507 che attestano l’acquisto di un’arma a ruota in Austria in cui si dichiara che l’inventore dell’arma venduta è un meccanico tedesco.
Di certo sappiamo solo che le prime leggi per il controllo delle armi da fuoco che proibirono le armi a ruota vennero proclamate dall’Imperatore Massimiliano I nel 1517 (in Austria) e nel 1518 (nel resto dell’Impero). Alcuni stati italiani seguirono l’esempio negli anni venti e trenta del Cinquecento.
Questi fatti supportano la teoria del misterioso inventore tedesco.
 

Per le velocità alla bocca delle armi da fuoco antiche vi ricordo:
http://www.steamfantasy.it/blog/2007/11/28/avancarica-energia-cinetica-e-velocita/
 

Prossimamente…
Gli altri acciarini con pietra focaia (alla Chenapan, alla Biscaglia, alla Romana ecc…)
Breve storia evolutiva delle armi da fuoco
Primo articolo sulle armature

Meccanismi di accensione: la miccia

Scritto da il 22 dic 2007 | Categorie: Armi da Fuoco, Oplologia

Nei precedenti articoli ci siamo concentrati sul più importante dei meccanismi d’accensione, l’acciarino a pietra focaia (in particolare quello alla moderna), che nei vari modelli sopravvisse per quasi due secoli nei campi di battaglia europei, da metà del Seicento a metà dell’Ottocento. Fu il primo meccanismo di accensione a unire sicurezza (niente micce fumanti dei moschetti vicino ai barili di polvere da sparo), scodellino coperto, robustezza, affidabilità, durata delle componenti e facilità di costruzione.
Ma prima dell’acciarino a focile, o acciarino alla moderna, ve ne furono altri.
Vediamo in breve i più famosi meccanismi di accensione che hanno preceduto quello alla moderna.

Piastra a Miccia
La piastra a miccia ebbe una notevole diffusione e dominò i campi di battaglia dalla fine del Quattrocento fino alle metà del Seicento quando l’acciarino alla moderna ne prese il posto come meccanismo d’accensione standard.
Lo scodellino contiene una parte della carica di polvere ed è collegato alla carica principale. Come nell’acciarino a focile. Dando fuoco alla carica nello scodellino si fa bruciare anche la carica di lancio che sparerà il proiettile fuori dalla canna.
Come dice il nome stesso la polvere nello scodellino non viene accesa da una pietra focaia, ma da una miccia a lenta combustione accesa in precedenza. Ulteriore differenza pratica con l’acciarino a focile è che lo scodellino non si apre in automatico nell’atto di sparare, ma va aperto prima a mano.

Scodellino aperto visto dall’alto

La miccia è tenuta ferma dalla serpentina, una leva posta di norma oltre il grilletto e rivolta in direzione del tiratore. Premendo una seconda leva (o un grilletto nei modelli successivi) la serpentina viene sganciata e cade sullo scodellino colpendolo con la miccia accesa. Vennero fabbricati anche modelli con una molla di scatto che faceva abbattere la serpentina con violenza, ma non erano favoriti dai soldati perché la miccia così percossa tendeva a spegnersi (come una sigaretta schiacciata nel posacenere, per intenderci). Il meccanismo a scatto rendeva l’arma leggermente più precisa perché diminuiva il tempo intercorso tra la pressione del grilletto e lo sparo effettivo, per cui ebbe un suo “pubblico” nel contesto della caccia e del tiro sportivo.

Come si può immaginare questo meccanismo ha molti aspetti negativi. La miccia deve essere accesa in precedenza (considerate che non esistevano i fiammiferi), deve essere mantenuta accesa (ravvivando la fiamma col soffio), va regolata a mano a mano che si consuma in modo che non cada dalla serpentina (ne deve sporgere pochissima per poter colpire lo scodellino) e quando finisce va cambiata con una miccia nuova (da accendere e posizionare: operazione ben più lenta che non sostituire una pietra focaia consumata). Sparare sotto la pioggia risulta impossibile, tra l’acqua che inzuppa lo scodellino (aperto per sparare) e la miccia impossibile da accendere (quelle già accese invece erano impermeabili).
La miccia accesa rende impossibile mantenere delle sentinelle nascoste (è come se fumassero continuamente delle sigarette: nel buio della notte sono visibili come i testicoli di un toro) ed è pericolosa da tenere vicino alle scorte di polvere da sparo, tanto che spesso i soldati di guardia alla santabarbara erano armati con moschetti a pietra focaia (di vario tipo).

All’epoca dei moschetti a miccia (’500-’600) le bacchette erano spesso di legno rinforzato in ottone. Erano più leggere delle successive bacchette interamente in metallo, ma a causa del calore della canna si consumavano rapidamente. I moschetti a miccia più lunghi e pesanti (anche 9kg, contro i 4,5-5kg del Brown Bess del ’700), principalmente a causa delle spesse canne dovute ai notevoli calibri e all’acciaio di mediocre qualità, venivano impiegati con l’ausilio di una forcella di appoggio invece della sola mano. Questa forcella non serviva tanto a rendere più preciso il tiro, fornendo un punto di appoggio per l’arma come nei bipiedi moderni, ma serviva ad aiutavare i fanti meno robusti a reggerla senza problemi e a non peggiorare la (già cattiva) precisione dell’arma. La forcella appuntita poteva essere usata anche come arma dopo aver scaricato il moschetto (le baionette non iniziarono a diffondersi fino all’avvento dell’acciarino alla moderna) e il moschetto stesso con il suo peso era una mazza goffa, ma letale.
Quando erano di moda i grandi moschetti con la forcella (tra fine Cinquecento e prima metà del Seicento) venivano indicati coi nomi caliver (“calibro”, simile agli archibugi del Cinquecento) e archibugio le armi più corte e leggere (spesso anche di calibro minore) e per questo prive di forcella d’appoggio. Con l’arrivo dell’acciarino a focile il termine moschetto passò a indicare anche l’arma relativamente leggera e priva di forcella.

Geoffrey Parker in La Rivoluzione Militare spiega che nel 1636 il comandante dell’esercito delle Fiandre (spagnolo) stabilì che i battaglioni dovevano essere formati per un quarto da picchieri e per tre quarti da moschettieri, abolendo l’uso dell’archibugio leggero. Ma già nel febbraio 1643, alla vigilia dell’invasione della Francia, l’Alto Comando osservò: «è necessario oggigiorno, in conseguenza della carenza di reclute, accettare degli uomini giovani e deboli, i quali possano essere di una certa utilità (ora) e apprendere in seguito come usare [...] il moschetto».
Fu quindi reintrodotto l’archibugio per i venticinque uomini più deboli di ogni compagnia.
Un problema simile di cattiva qualità delle reclute (dovuta alla malnutrizione) avvenne in Francia nel 1685 quando Luvois, il Ministro della Guerra di Luigi XIV, dovette abolire il requisito minimo di altezza per le reclute.

La miccia è una corda, generalmente di cotone e di diametro di circa mezzo centimetro, rivestita con sostanze che la rendono impermeabile e con un’anima di polvere nera molto sottile. Generalmente la velocità di combustione non supera la velocità di mezzo metro al minuto, ma può variare parecchio. La miccia per archibugi/moschetti talvolta era solo una corda di canapa bollita in acqua salata.

Moschettiere che ricarica l’arma

Il caricamento con le cartucce di carta (la prima apparve nel 1586), come descritto nell’articolo precedente, non prese piede fino alla metà dei Seicento. I moschetti prima dell’adozione della cartuccia venivano caricati sfruttando delle cariche di polvere già dosate custodite in piccoli contenitori di legno appesi alla bandoliera assieme al sacchetto che conteneva i proiettili. Alternativamente veniva usato il corno di polvere, ancora più lento come procedimento perché la polvere andava dosata con attenzione. Il caricamento per il resto non era molto diverso da quello già visto: si aggiungeva solo l’atto di soffiare sulla miccia per ravvivarla. Uno spreco di tempo che cartucce di carta e acciarini a focile fecero sparire.

Prossimamente…
Piastra a Ruota
Acciarino alla Chenapan
Acciarino alla Biscaglia
Acciarino alla Romana

Avancarica: energia cinetica e velocità

Scritto da il 28 nov 2007 | Categorie: Armi da Fuoco, Oplologia

Nel precedente articolo avete visto cos’è un moschetto ad avancarica, come veniva ricaricato nell’esercito inglese e vi siete fatti un’idea della sua precisione.
Sul discorso precisione e accuratezza, che non sono sinonimi nel linguaggio scientifico e nemmeno in balistica, tornerò in futuro. Adesso preferisco mostrarvi le prestazioni delle armi da fuoco in termini di energia cinetica, velocità e peso del proiettile. In una parole: letalità. Perché colpire il bersaglio è importante, ma ammazzarlo lo è di più.

Prima di tutto: l’energia cinetica
L’energia cinetica è l’energia che un corpo possiede in virtù del suo movimento. Un corpo in moto è in grado di compiere lavoro in quanto esso è in moto. Per dirla in modo semplice in un proiettile l’energia viene dissipata in attrito con l’aria, calore ceduto per attrito all’impatto, spinta sul corpo colpito (magari entrandogli dentro) ecc…
Chi non ha mai visto in un film l’effetto di un fucile a pompa su un giubbotto antiproiettile? L’eroe viene investito da una scarica di pallettoni, tutti dotati della loro quota di energia cinetica, e finisce al suolo. Il giubbotto ha retto e gran parte dell’energia cinetica dei pallettoni se ne è andata spingendo l’eroe nel tentativo di penetrare gli strati di kevlar, mentre una piccola quota si è tramutata in calore per attrito con il giubbotto.

La formula, in versione semplificata, è

Le unità di misura sono quelle del Sistema Internazionale: chilogrammi per la massa m e metri al secondo per la velocità v. L’energia cinetica si misura in joule (J).
Come potete vedere l’energia raddoppia al raddoppiare della massa e quadruplica al raddoppiare della velocità.

I test sulle armi antiche
Alcuni dati ricavati da Krenn durante i test condotti sulle armi presso l’arsenale di Graz, in Austria, possono aiutare la comprensione di quanto fossero potenti i moschetti ad avancarica. La velocità a otto metri è riportata per mostrare il rapido decremento rispetto a quella misurata alla bocca.

Tipo di Arma Periodo Calibro Canna V (bocca) V (8 metri) E (bocca)
(mm) (mm) (m/s) (m/s) (J)
Carabina a ruota ’600 18,1 675 392 371 2463
Pistola a ruota 1620 12,3 480 438 - 917
Moschetto a ruota 1595 17,8 1000 456 435 3125
Moschetto a miccia ’600 15,1 760 449 428 1752
Moschetto da posta 1580 20,6 1655 533 514 6980
Moschetto a pietra 1700 18,4 955 467 446 3735
A paragone…
Pistola Glock 17 1980 8,8 114 360 - 518
Fucile d’Assalto Steyr AUG 1977 5,56 508 990 - 1764
Enorme moschetto da posta
Calibro 27 mm, lunghezza 228 cm, canna 169 cm, peso 19 kg (senza base).

 

Sfruttando la formula dell’energia cinetica è possibile ottenere il peso in grammi dei proiettili e, essendo tutti sferici e di piombo, ci vuole poco a derivarne il calibro effettivo rispetto a quello dichiarato dalla canna.
Ad esempio il Moschetto a Pietra spara un proiettile del peso di circa 34 grammi, ovvero una sfera di piombo del diametro di 17,9 mm pari a 0,704 pollici. Essendo la canna nominalmente da 18,4 mm (0,724 pollici) la regola dei 2-4 centesimi di pollice di gioco è confermata.

Notate anche come, essendo le velocità piuttosto simili, sia importante il peso del proiettile per l’energia finale. Ad esempio i due moschetti a miccia e a ruota hanno velocità alla bocca simili (456 e 449 m/s), ma il proiettile di quello di calibro maggiore dispone di molta più energia cinetica (3125 contro 1752).
Il peso del proiettile della canna da 17,8 mm (0,70 pollici) è di ben 30 grammi, mentre quello della canna da 15,1 mm (0,594 pollici) è di solo 17 grammi circa.

Krenn ha testato le armi di Graz usando moderna polvere nera in grani di dimensione uniforme (corned powder). Questo genere di polvere, umidificata e poi seccata, veniva impiegata fin dal XVI secolo. Il vantaggio rispetto alla classica polvere nera fine prodotta a secco (serpentine powder) sta nella maggiore rapidità di produrre gas grazie all’ossigenazione dei grani: la velocità risulta aumentata di un terzo e l’energia cinetica di oltre la metà.

L’arma di Graz con la maggiore velocità alla bocca è stata il moschetto da posta da 533 m/s, mentre la più lenta è stata una pistola di inizio ’700 con appena 385 m/s. Le velocità alla bocca cadono entro un range piuttosto piccolo: dieci su tredici sono tra 400 e 500 m/s. La velocità del suono è 330 m/s.

Questi dati austriaci cozzano con i precedenti di J.C. Benton. La polvere usata nei test austriaci era moderna e di ottima qualità, ma questo non basta a spiegare le alte velocità riscontrate. Benton rilevava che un fucile francese del Settecento (un Charleville, forse?) aveva una velocità alla bocca di 320 m/s. Tutte le armi dell’Ottocento testate da Benton, fucili rigati e pistole, avevano velocità alla bocca tra 232 e 292 m/s.
Il mistero è facilmente svelato se si rileva la quantità di polvere usata da Benton: come molti tiratori del diciannovesimo secolo usava una dose di polvere pari all’11% del peso del proiettile.
Benjamin Robins, il pioniere della balistica e inventore del pendolo balistico, riportò una velocità di 509 m/s a 25 piedi dalla bocca del moschetto caricato con polvere pari a circa metà del peso della palla.
Benton, infatti, quando testò un fucile per il tiro sportivo di altissima qualità usando polvere al 46% del peso della palla ottenne una velocità di 579 m/s.
Storicamente le armi da fuoco ad avancarica, prima dell’Ottocento, venivano caricate con una dose di polvere tra un terzo e metà del peso della palla. Le velocità rilevate da Krenn possono quindi essere considerate molto affidabili come indicatori delle reali velocità dei proiettili sparati secoli fa.

Riflessioni finali
Per uccidere un uomo non serve un proiettile dotato di molta energia cinetica (500 Joule hanno sufficiente potere d’arresto per contrastare un’aggressore) ma se serve che voli distante e magari bisogna anche fargli penetrare una corazza è meglio che ne abbia in abbondanza. I proiettili sferici hanno un pessimo drag coefficient (coefficiente di resistenza aerodinamica) per cui rallentano rapidamente e risentono molto dell’effetto Magnus durante il volo, per cui anche la stabilità della traiettoria si compromette in fretta.
C’è poco da divertirsi: rispetto a un proiettile oblungo di forma conica che ruota su se stesso sono molto svantaggiati. Perdono velocità rapidamente e di conseguenza anche energia cinetica e quota. Ma sulle corte distanze la massa di piombo e il calibro enorme li rendono devastanti.

ATTENZIONE!
Si consiglia la lettura, anche per capire meglio gli svantaggi delle palle sferiche e la loro naturale propensione alla derivazione orizzontale nel tiro, del nuovo articolo sulla Armi a Percussione dell’Ottocento.

Prossimamente
Baionette
Considerazioni sulla precisione delle armi da fuoco antiche
Armature

Il moschetto a pietra focaia: introduzione e caricamento

Scritto da il 17 nov 2007 | Categorie: Armi da Fuoco, Oplologia

Le armi da fuoco necessitano di tre cose fondamentali: un proiettile da scagliare, una carica di lancio con cui spingerlo e qualcosa che faccia accendere la carica di lancio.
Nelle prime armi da fuoco il proiettile era una sfera di piombo fusa talvolta dal soldato stesso, la carica era semplice polvere nera e il meccanismo di accensione era un marchingegno meccanico più o meno complicato.
Esistevano vari tipi di meccanismi di accensione: miccia, ruota, pietra focaia e percussione solo per indicare le quattro famiglie più comuni e senza scendere in dettagli troppo specifici per questo discorso. Il meccanismo che mi interessa descrivere è quello “a pietra focaia”, in cui la pietra batte contro un’apposita piastra di metallo e genera scintille.

L’acciarino a pietra focaia si affermò nella seconda metà del Seicento e rimase in uso fino alle prima metà dell’Ottocento. E’ un marchingegno adatto alla fabbricazione in massa, ma tutt’altro che rozzo: la produzione delle sue parti meccaniche richiede notevole precisione nelle dimensioni e materiali di alta qualità. E poi serve della buona selce, che non è così comune come sembra.

La selce è una roccia sedimentaria di colore variabile dal bianco, al grigio fino al nero. Servono tipi particolari di selce, di buona qualità, e le scaglie vanno lavorate in modo di avere un bordo rettilineo a forma di scalpello per assicurare una maggiore superificie di impatto e una migliore capacità abrasiva. Nelle zone dove si potevano rinvenire selci adatte si svilupparono rapidamente centri di estrazione e taglio, spesso a carattere famigliare.
La qualità di pietra focaia più quotata nella storia è quella proveniente dal Berry francese (Meusnes, Lye, Cuoffy, St. Aignan, ecc…), esportata in tutta Europa e negli Stati Uniti. Una buona pietra focaia deve essere semitrasparente, tanto che una scaglia di due millimetri di spessore deve consentire di leggere i caratteri di stampa su cui viene appoggiata.
L’industria della selce per usi civili e militari portò occupazione e ricchezza in Europa, ma anche una malattia terribile: la silicosi. Ulteriori dettagli vanno però oltre l’interesse dell’articolo, per cui magari ne parlerò un’altra volta.

Il meccanismo a pietra focaia è anche chiamato “acciarino a focile”, perché in origine lo strumento serviva ad accendere il fuoco, e dal nome focile deriva poi l’italiano fucile. Un moschetto a pietra focaia ad anima liscia è quindi un fucile in italiano, ma spesso per motivi storici ci si riferisce chiamandolo moschetto come i suoi predecessori a miccia, riservando il nome fucile per le armi rigate. In inglese le distinzione è più semplice, dato che musket (moschetto) indica un’arma lunga ad anima liscia mentre rifle (fucile) contiene già nel nome il concetto di “arma rigata”…
…e poi loro non hanno la questione etimologica del “focile” a confondere le idee.

Nel moschetto a pietra la selce è stretta tra le ganasce del cane che a sua volta è collegato a una forte molla in acciaio. Quando il grilletto viene premuto la molla libera violentemente il cane facendo strofinare la pietra focaia contro la martellina della batteria che si solleva allo sparo rivelando lo scodellino sottostante pieno di polvere nera. Le scintille generate all’impatto precipitano dentro lo scodellino accendendo la polvere che a sua volta dà fuoco alla carica principale stipata nella canna. I gas sprigionati dalla rapidissima combustione della carica si espandono con violenza e spingono il proiettile fuori dalla canna, con un velocità che dipende dalla lunghezza della canna e dalla quantità e qualità della polvere usata. Un po’ di fumo con annessa vampata incandescente esce anche dallo scodellino stesso scottando talvolta il collo del fuciliere, motivo per cui i colletti delle divise erano di norma molto alti.

Il caricamento dell’arma non è particolarmente veloce, ma non è nemmeno lento come certi disinformati vorrebbero far credere. E’ laborioso, questo si, e scomodo perché l’arma deve poter stare più in verticale possibile quando si versa la polvere (quindi è impossibile ricaricare un moschetto stando sdraiati dietro un basso riparo), ma se si usano le cartucce è molto più rapido di quanto non sia ricaricare una balestra da guerra usando i mulinelli o il martinetto.

Prendiamo ad esempio il Brown Bess, nomignolo dietro cui si nascondono le varie versioni da fanteria del moschetto Tower prodotte tra il 1722 e il 1838, un’arma robusta e affidabile simbolo dell’epoca che vide l’affermazione dell’Impero Inglese sul mondo extraeuropeo. E’ un’arma solida, robusta, fatta per fornire un fuoco prolungato e sopportare lo stress del corpo a corpo. E’ una bellezza in legno e acciaio lunga un metro e mezzo, con una canna che supera di poco il metro (Short Land Pattern, dal 1768). In corpo a corpo la lunga baionetta triangolare (43 cm) lo tramuta in una micidiale lancia poco al di sotto dei due metri di lunghezza.
Il peso di cinque chili unito alla solidità della costruzione lo rende temibile come clava da usare a due mani per sfondare i crani e le gambe di francesi, indù, turchi e qualsiasi altra feccia osi contrapporsi al glorioso Union Jack.

Guarda che bellezza: non ti viene voglia di ammazzare qualcuno?

Vediamo ora come questa meraviglia del genio umano veniva caricata e quanto tempo richiedeva l’operazione.

1. Il soldato porta l’arma parallela al suolo, all’altezza del proprio ombelico. Se l’arma ha appena sparato allora il cane sarà contro lo scodellino e la martellina sarà parzialmente sollevata. L’arma viene tenuta con la sinistra, in modo che la destra sia libera di lavorare. Alza il cane a mezza corsa, permettendo di accedere così allo scodellino, e si alza del tutto la batteria.
2. Afferra una cartuccia dalla cartucciera che porta a tracolla appesa alle bandoliere. La porta alla bocca tenendola ribaltata, con la palla rivolta verso il basso, e ne strappa il fondo con i denti. Ha un sapore schifoso di salnitro e zolfo. Sputa il pezzo di carta combustibile in terra.
3. Versa un po’ di grani di polvere della cartuccia nello scodellino e chiude la batteria per coprirlo.
4. Quattro.
5. Mette il fucile in verticale con il calcio piazzato al suolo, tra le gambe, e la canna rivolta al cielo.
6. Versa la polvere della cartuccia dentro la canna e poi vi spinge la cartuccia stessa (che ormai contiene solo il proiettile, in alto). La palla sottodimensionata scivola senza problemi verso il fondo se l’arma non è dilatata dal calore e otturata dalle polveri mal combuste dei precedenti spari.
7. Estrae la bacchetta dai supporti sotto la canna, la capovolge, e la infila dentro la canna per spingere il proiettile contro la polvere. Due rapidi colpi sono sufficienti se la canna non è lercia e surriscaldata. Estrae la bacchetta dalla canna, la capovolge di nuovo, e la inserisce nei supporti.
8. Si porta il moschetto in posizione orizzontale e si arma il cane completamente. Ora è in condizione di fare fuoco.
9. Si spara tenendo l’arma contro la spalla, come un moderno fucile. Tradizionalmente l’ordine era “arma al petto”, ereditato dai moschetti con la forcella del Seicento che avevano un calcio molto corto da appoggiare appunto contro il petto.

La palla nella cartuccia è sottodimensionata di circa 3-5 centesimi di pollice (0,75-1,25 mm), ovvero una palla .70-.72 per una canna da .75 (come il Brown Bess) e una da .64-.66 per una canna da .69 (come il Charleville francese). Spingere bene in fondo la carta con la bacchetta serve a comprimere i grani della polvere (senza romperli però!) per migliorare l’esplosione della carica. La carta della cartuccia usata come stoppaccio impedirà alla palla di scivolare fuori e le farà da scudo per sfruttare al massimo la violenta spinta del gas, evitando che i gas in espansione la sorpassino sfruttando il gioco lasciato tra canna e palla.

La traiettoria instabile è dovuta a quel gioco minimo per cui la palla tende a rimbalzare contro le pareti della canna e a uscire con una traiettoria leggermente angolata. Buona regola per il tiro in formazione è mirare alle cosce dei nemici per essere certi di investirli nel torso (a meno che non si tratti di fuoco a bruciapelo!).
Un altro motivo di scarsa precisione nel tiro può essere la carica di lancio “non precisamente dosata”, ma con le cartucce già pronte e standardizzate questo problema non si pone. Infine, man mano che la canna si riempe di sporcizia, oltre a rendere il moschetto più lento da caricare rende anche più instabile lo sparo: un’accensione della carica con un paio di decimi di secondo di ritardo può rovinare completamente il tiro (vedi il video dei tre spari in 46 secondi più sotto).
La tipica dose di polvere da moschetto nel Seicento-Settecento era tra 1/3 e 1/2 del peso della palla, per cui scalciavano come dei muli, un po’ come i fucili da caccia in calibro 12, molto diverso dal timido rinculo del 5,56 Nato o di altri calibri moderni.

Il caricamento con la cartuccia impiega circa venti secondi, ma un fante addestrato può farlo in meno di quindici. L’addestramento al caricamento rapido, assieme a quello a marciare e manovrare in formazione, era il segreto che rendeva i fanti britannici (o quelli prussiani di metà Settecento) superiori agli altri soldati europei: nel caos e nella paura della battaglia un tipico soldato può fare un gran casino, versando la polvere in terra o magari lasciando perfino la bacchetta dentro la canna, mentre un soldato addestrato a caricare rapidamente sotto il fuoco nemico e usando munizioni vere è in grado di completare l’operazione senza errori. I britannici al tempo della Rivoluzione Francese facevano esercitazioni con munizioni reali regolarmente.

Video: caricamento rapido ▼

Video: tre spari in 46 secondi ▼

E’ un’arma potente, versatile e di facile uso.
Cento, forse centocinquanta metri è il limite massimo di tiro utile, perché a centocinquanta metri il proiettile sta volando a 75 cm d’altezza sopra il punto su cui si sta mirando e circa 60 cm più a destra (dati del Charleville M1777, calibro .69), ma è ancora possibile per un buon soldato predire dove possa andare a finire il colpo e compensare il tiro di conseguenza. Fino a cinquanta metri la sua (scarsa) precisione è comunque sufficiente per colpire un uomo senza problemi, se l’arma è in mano a un tiratore abituato all’anima liscia. Oltre i centocinquanta metri (circa duecento passi, usando il passo militare prussiano) sperare di colpire volontariamente qualcosa è pura fantascienza perché la traiettoria diventa troppo instabile per poter essere calcolata dal soldato.
Usando palle della giusta dimensione il caricamento diventa molto più lento, ma precisione e accuratezza aumentano notevolmente. In fondo anche i moderni fucili da caccia ad anima liscia possono impiegare palle di piombo piene, oltre a pallini e pallettoni: un moschetto caricato con una palla ben calzata non è molto diverso.
Nel Brown Bess, come in altri moschetti ad anima liscia, manca del tutto la tacca di mira posteriore, ma questo non è molto importante perché il proiettile poco stabile e la corta gittata la renderebbero molto meno utile di quanto sia su un fucile rigato. Per sparare a poche decine di metri di distanza il solo mirino frontale è sufficiente.

Non è meno preciso di un tipico arco lungo da 150 libbre e richiede molto meno addestramento per impiegarlo correttamente. L’arco da guerra non era un’arma di precisione, ma per il tiro di massa, questione che le fonti storiche hanno ben chiarito. Questo contrasta con la visione romantica di “precisione” dell’arco lungo che ci è giunta dall’Ottocento e che il fantasy ci ha propinato impunemente: levatevela dalla testa perché sono tutte stronzate. Tornerò a parlare degli archi in futuro.
Rispetto ad un arco moderno pieno di fronzoli tecnologici (stabilizzatori, mirini…) o rispetto a una balestra medievale, il moschetto ad anima liscia risulta molto meno preciso: la sua capacità di penetrare le armature e uccidere il nemico era però senza eguali, molto al di sopra di quella delle più pesanti balestre. Tornerò sull’argomento quando parlerò delle armature.

Non è un’arma molto precisa, ma che importa? La guerra la si fa vomitando più fuoco possibile contro il nemico e massacrando i superstiti all’arma bianca, non con i “colpi precisi”! Per quello ci sono gli schermagliatori armati di fucili rigati, che esplorano il territorio e proteggono la fanteria pesante con le loro armi precise e le loro doti di tiratori provetti. Non sono le Giubbe Verdi a vincere le battaglie della fanteria, ma quelle Rosse!

In condizioni di combattimento è piuttosto affidabile, perlomeno rispetto alla visione pessimistica che ne hanno molti: mal che vada ci si può aspettare che solo uno sparo su sei faccia cilecca e in tal caso basta solitamente riarmare il cane e ritentare, perdendo solo un paio di secondi. In un caso su sedici ci si può aspettare che bruci la polvere dello scodellino senza far accendere la carica principale.
I dati vengono dall’esperimento portato avanti dal colonnello Monfort per il governo francese verso la fine del ’700 e ripresi successivamente nel 1805. Monfort impiegò quattro fucili Charleville M1777. Quelli se ricordo bene sono i dati del peggiore. Le pietre focaie utilizzate durarono mediamente 28 colpi l’una. Con ogni fucile vennero sparati più di diecimila colpi senza che si verificassero cedimenti della canna e, anzi, due di quei fucili arrivarono fino ai giorni nostri: le canne erano ancora in ottimo stato e solo la martellina risultava usurata.

Se l’arma è caricata con molta attenzione e usando polvere fine per lo scodellino (o in grani piccoli) invece della polvere nera in grani più grossi (più ossigenata e quindi più potente) della carica principale, in condizioni di tiro ideali (niente vento, umidità bassa), lo sparo è quasi assicurato. Una combinazione di polvere cattiva, pietra focaia scadente, forte vento e alta umidità può abbassare enormemente l’affidabilità del meccanismo a pietra focaia: in ogni caso la baionetta è lì per ogni evenienza. roll

Video: salva di moschetteria ▼

ATTENZIONE!
Si consiglia la lettura, anche per capire meglio gli svantaggi delle palle sferiche e il caricamento con la pezzuola (usato ad esempio nei fucili rigati dei ribelli americani o delle giubbe verdi inglesi), del nuovo articolo sulla Armi a Percussione dell’Ottocento.

Prossimamente sullo stesso argomento:
Energia cinetica e velocità dei proiettili
Baionette


Link Utili
Maggiori informazioni su affidabilità e precisione delle armi antiche

Definizione di Oplologia

Scritto da il 27 ott 2007 | Categorie: Oplologia

Ci sono fondamentalmente due versioni del termine Oplologia, derivate dalla recente diffusione del termine con modalità indipendenti in differenti angoli del globo.

Per l’ambito anglosassone la parola oplologia (hoplology) deriva dalla parola oplita (il guerriero greco armato pesantemente) ed è stata coniata da sir Richard Burton nel diciannovesimo secolo. Successivamente la parola si è affermata negli ’60 del ventesimo secolo prendendo la forma di un vero e proprio campo di studio accademico sotto la guida di Donald Frederick Draeger, ufficiale nei Marine degli Stati Uniti, esperto praticante di arti marziali asiatiche e autore di numerosi libri dedicati allo studio delle arti marziali orientali (kenjutsu, jujustsu ecc…) e dei loro praticanti.
Nella definizione data negli anni ’70 l’oplologia è la scienza che studia i metodi di combattimento a tutti i livelli: basi, schemi, significato sociale ecc…
Il fulcro dello studio oplologico non è quindi tanto nello studio delle armi, quanto in quello delle tecniche per usarle.
L’oplologia col tempo è andata a integrarsi come necessario completamento di altre materie: antropologia, storia militare, psicologia applicata al combattimento
Attualmente l’Università del Kansas possiede uno dei principali dipartimenti dedicati agli studi oplologici degli Stati Uniti. TFR29D.gif

In Italia la parola oplologia nasce anch’essa ufficialmente nel ventesimo secolo per indicare lo studio delle armi e delle armature, più che gli stili di combattimento. La parola italiana infatti non deriva tanto da oplita (guerriero) quanto da hoplon (l’armatura del fante greco, che per esteso indica anche l’intero corredo di armi che più correttamente andrebbe indicata come panoplia) e da logos (raccontare, ragionamento, discorso), spostando quindi l’ambito di interesse dagli stili di combattimento allo studio specifico delle armi utilizzate, siano esse da getto, bianche, da fuoco o difensive.
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In questo sito il termine oplologia verrà utilizzato con l’accezione italiana, orientata maggiormente alla sfumatura armiera che a quella marziale.

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