GoatsTrek: Kirk ce l’ha di marmo tra le mani

Scritto da il 22 mar 2013 | Categorie: Bizzarro, Fantascienza, Film e TV, Zozzerie

Due sere fa ero a cena con Omar Serafini di Fantascientificast per registrare un paio di interventi a tema Steampunk, incluso un rifacimento semplificato e meno accademico dell’intervento di fine 2012 (che aveva problemi di audio grossi, per cui andava comunque rifatto). Ho seguito la nuova versione di spiegazione alleggerita e più schematica che ho adottato da alcuni mesi. Fornirò i link all’episodio quando sarà disponibile, nei prossimi giorni.

Durante la cena si è parlato solo di Fantascienza e argomenti correlati come siti di settore, anime e concetti di tecnica narrativa (la premise e roba simile). Non mi ricordo come, è uscito fuori Star Trek. A me Star Trek non è mai interessato granché, non sono un fan di quel genere di fantascienza, non amo le avventurone spaziali più fantasy che fantascientifiche e la space opera. Mi piace la fantascienza di concetto, credibile e che quindi stimola al ragionamento come in Morte dell’Erba o a suo modo anche Guerra Eterna oppure la fantascienza militare ben fatta in alcuni aspetti spaziali come in La Fiaccola dell’Onore (scritto male, ma le idee mi piacevano) o le idee evolutive sugli alieni come nel suo seguito Le potenze dello spazio.

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ARTE.

Star Trek entra nella discussione per via di J. J. Abrams, produttore di Lost, Cloverfield e Mission Impossible IV, a cui da alcuni anni è stato assegnato il compito a di rinfrescare il marchio. Ovviamente non lo fa sfruttando le molte possibilità libere nella vasta storia dell’universo di Star Trek: butta tutto, fa un reboot con il film del 2009 (ne uscirà a breve il seguito) e si inventa un universo parallelo diverso. Con tutti i problemi per i fan che discutevano di Star Trek visto che ora NULLA è più certo come prima, tutto il sapere più o meno coerente accumulato se ne va affanculo perché essendo tutto incerto, tutto che può cambiare alla prossima decisione di Abrams, niente è più discutibile con certezza. Evviva per i nuovi fan da attrarre (motivo dell’operazione), che palle per i vecchi fan la cui sapienza diviene irrilevante o così incerta, in attesa di future idee di Abrams, da essere inutile.

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No, il pubblico non dimenticherà questo!

Come dicevano per attirare il pubblico: “questo non è lo Star Trek di tuo padre”. Beh, nemmeno Star Wars con la trilogia nuova è stato più il vecchio Star Wars, ma NUOVO non è necessariamente MEGLIO: il buono del vecchio è stato buttato nel cesso e il nuovo è diventato una trashata per un pubblico di clienti generici non interessati davvero alla fantascienza, dalla ridotta soglia di attenzione e bisognosi di forti stimoli visivi continui e spiegazioni gonzo-scientifiche (la Forza si gestisce con le bestioline!) degne di un postmodernista francese.
Un pubblico di bebè intrappolati in corpi adulti capaci di reagire ai prodotti solo con gli estremi della risata demente di approvazione e del pianto condito di urla.

Il problema è che i produttori non hanno avuto torto e cercando quel pubblico di minorati mentali, molto più facile da soddisfare garantendo così certezze sugli investimenti, per ora lo hanno trovato e fatto soldi. Ricordate però il discorso simile sulla narrativa e quindi i possibili pericoli futuri nel puntare solo a un pubblico simile.

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E non dimenticherà nemmeno questo!

Tornando a Star Trek mi è stato consigliato di vedere le serie pre-Abrams. Tenterò. Ricordando comunque che perfino la vecchia serie anni ’60, nonostante le supertrashate continue, aveva pure dei buoni sceneggiatori. Pensando a Gerrold col suo The Trouble With Tribbles (episodio di rara demenza pelosetta), mi è venuta voglia di condividere con voi questa sequenza di immagini, praticamente una suggestione di storyboard, che rappresenta bene lo spirito di Star Trek “serie originale”.

Attenzione: contenuti inadatti alle signorine per bene ▼

La giusta reazione di una signorina per bene di fronte a quanto proposto!

 

Meglio farsi accoltellare che farselo succhiare?

Scritto da il 21 ago 2011 | Categorie: Zozzerie

Ci sono 34 gradi, c’è afa, ho bevuto e voi vincete un rant gratuito.
Il tema è banale, ma magari vi interessa dire qualcosa lo stesso.

Oggi ho letto il post di Konrath su come i lettori statunitensi si incazzino se trovano del sesso al di fuori del porno dichiarato come tale. Se c’è del sesso in un libro, anche solo una scena di un paio di pagine in quattrocento complessive, partono le accuse di essere dei pervertiti degenerati, dei loschi sostenitori della fornicazione, dei nemici di Cristo, membri dell’Asse del Male, pedofili con un pappagallo sulla spalla ecc…


Un seno! Sono costernato!

Capisco che una scena di sesso che non mandi avanti la trama, ovvero messa lì “perché sì”, possa dare fastidio: si tratta di un cambio improvviso di genere, un inserto “erotico per il gusto dell’erotico” in un contesto diverso. Viola il patto tra autore e lettore sottoscritto nel primo capitolo (almeno che non ci siano inserti zozzi fin da lì). Il problema non è il sesso in sé: è l’aver trasformato una storia in qualcos’altro.
Sarebbe altrettanto grave infilare un’astronave che senza motivo scende a Roma, senza effetti sulla trama, tanto per farla apparire, e poi il romanzo biografico sulla vita di Silla prosegue come se non fosse successo nulla.
Se invece il sesso serve alla storia attivamente, è giusto metterlo. Come è giusto mettere l’astronave nell’antica Roma se la trama riguarda l’influenza aliena che permise a Silla di ottenere il potere.

Il problema è che gli statunitensi, o meglio una minoranza abbastanza rumorosa da infastidire gli autori, non trovano il sesso fastidioso perché è inutile al fine narrativo. Lo detestano anche quando serve al proseguimento della storia. Lo detestano perché è sesso e il sesso deve stare solo nel porno. La cultura ha il ghetto a luci rosse e nessuno deve uscirne, nemmeno i libri.
E così un thriller con un po’ di sesso diventa un libro porno osceno agli occhi di Cristo. Naturalmente nessuno ha prima contattato Cristo per chiedere cosa ne pensasse… immagino perché la risposta “Fatevi i cazzi vostri e non cagate la minchia agli altri” non sarebbe soddisfacente (nell’originale c’è quella roba della pagliuzza nell’occhio e quel comandamento sul non fare agli altri ciò che non si vuole fatti a sé, ma la sintesi è quella: Cristo ribatte alle leggi stocazzofobiche degli ebrei con un bel “non rompetevi il cazzo a vicenda, stronzoni”).


Clicca l’immagine per vedere tutte le vignette (fonte)

D’altronde i bigotti fanatici non sono tali perché gli interessi la religione: quella è solo una scusa per rompere le palle agli altri dandosi “un tono”.
Le religioni non fregano a nessuno, forse nemmeno agli studiosi di teologia. È tutta una scusa per giocare a Io Sono Pura (un disturbo mentale curabile dallo psichiatra gioco descritto da Eric Berne) e rovinare la vita agli altri.
Peccato che la Bibbia sia piena di incesti, fornicazione, violenza… ma lì va bene, perché è un testo sacro. Io avrei pensato che un degenerato ubriaco che si scopa le figlie starebbe meglio in un romanzo che in un testo sacro, ma evidentemente non è così. Idem massacri misti di popolazioni ormai estinte non mi sembrano cose molto edificanti. Essendo estinte almeno c’è il vantaggio che quanto scritto non è più incitazione alla violenza: gli appelli al genocidio in nome di Dio sono tutti verso specifiche popolazioni. Appelli efficienti, visto che non sono più vive per farci “ciao ciao” con la manina.

Se sesso, pedofilia e incesto random vanno bene in un testo religioso, perché non dovrebbero andar bene in narrativa?
Mistero. Forse dipende solo dall’auctoritas: peccato che tanti ameriCani non capiscano che quelle porcate non le ha scritte “Dio” (il Crichton dei romanzi religiosi), ma una massa di caprai ebrei semianalfabeti. E tra Konrath e un inculatore di pecore giudeo dell’Età del Bronzo, preferisco Konrath. Poi ognuno ha i suoi gusti. Quelli dei bigotti americani sono sempre pessimi, fanno a gara con i tizi che si spalmano la cacca in faccia prima di copulare (e no, non voglio che mi citiate il passo biblico in cui viene fatto!).

La violenza però va sempre bene.

Quello che mi stupisce ancora di più è che i miei libri sono pieni di violenza. A quanto sembra posso far accoltellare qualcuno cinquanta volte e darlo in pasto ai corvi mentre è ancora vivo (Serial Killers Uncut, che ha anche una scena di sesso) e va tutto bene a patto che non ci siano pompini.

originale di Konrath ▼

Meglio ammazzare qualcuno che scoparci, praticamente il credo statunitense. D’altronde non hanno scacciato il Re di Quell’Isola con peni e vagine, ma con le armi da fuoco, e quando il Re di Quell’Isola tornerà a minacciare la loro indipendenza avranno tutte le armi che servono per tenerlo a bada!
E poi non è col pene che hanno fatto la loro espansione razzista (Destino Manifesto, yo!) nel XIX secolo: se aggredivano un negro colpendolo col loro pisellino ariano, quello gli avrebbe sfondato il cranio con il suo attrezzo scimmiesco. Armi da fuoco, questo ha reso grandi gli USA, non i genitali. Dio li benedica. Branco di maiali.

Che poi è sempre la minoranza rompicoglioni, i Troll, a dare problemi.
Allo statunitense medio se gli dai la scelta tra venire pugnalato o farsi fare un pompino, penso che preferirebbe il pompino, no? Ma guai che si sappia, che scandalo con il vicinato! Il pastore tuonerebbe contro la fornicazione! E chi non è d’accordo è un degenerato anche lui! Ah, il gioco Io Sono Pura, come è sempre bello e utile… ^__^”"

Il mio romanzo da 73mila parole ha una scena di sesso e mezza (ed entrambi i pezzi servono a mandare avanti la storia e sono necessari al libro), ma nonostante ciò c’era gente che diceva che era un romanzo erotico, per cui mi immedesimo con te. Certa gente è rigida, altri sono scemi, e alcuni sono entrambe le cose. Ma dobbiamo averci a che fare.

Originale di un commentatore di Konrath ▼

Perché alla fine è una minoranza che al di là della rottura dei coglioni certe volte fa anche comodo.
Nel telefilm Game of Thrones ci sono delle scene di nudo non molto utili e una scena di sesso lesbico un po’ lunga, cinque minuti, completamente inutile. E con completamente inutile intendo proprio così: la serie è di lotte dinastiche e gente che si pesta, non è incentrata sulle scopate (anche se una scopata scatena tutti gli eventi, e infatti quella è stata infilata in modo magistrale, lol). Non è i Tudors, serie in costume in cui l’aspetto storico delle vicende (sopratutto dopo la prima serie) diventa nullo. Tutto gira attorno alle scopate, non alle battaglie o alle lotte politiche, per cui va anche bene che di continuo ci siano siparietti erotici, gemiti, tette e così via. I Tudors per tutta la durata delle serie girano attorno a questo quesito: cosa accade quando il pisello di Enrico fa cuccù dai pantaloni? Fine.

E quella scena di Game of Thrones è doppiamente inutile: per giustificare i cinque minuti che occupa è stata farcita con infodump e un dialogo piatto pieno di cliché (“zì zì voglio tutto, voglio il potere, zì!”). È come farcire la merda con altra merda: apprezzo le tette per le tette, ma narrativamente questa è cacca.

Game of Thrones non è come i Tudors e una scena come quella delle due troie che vengono valutate da Ditocorto ha un peso eccessivo sul totale di minuti dell’episodio. Non c’entra una ceppa, non manda avanti la trama nemmeno un po’: sappiamo già che Ditocorto ha un bordello e sappiamo che gli piace passarci del tempo, non c’è alcun motivo di sottolinearlo ancora. Se uno vuole vedere della puttanelle che si sbavano addosso come lumachine, ne trova a volontà nel porno vero, lì sono solo minuti e risorse tolti alla serie.

Ok, la scena è carina (“Stuzzicale il buco del culo”, dotta citazione da riciclare), come può essere carino “di per sé” un capitolo di non-sense con un disco volante che atterra a due passi da Silla, ma potevano sfruttare quelle risorse per migliorare l’episodio. Ad esempio pagando un aiutante dello sceneggiatore per inventarsi un modo migliore di introdurre l’amore di Ditocorto per la signora Stark, invece di pagare una troia in più.

Il mio sospetto è che abbiano infilato più nudo del necessario (tolta quella scena il resto era accettabile, credo, soprattutto quando la troietta bionda si fa montare dal barbaro col rimmel) solo perché fa comodo stuzzicare il pisellino degli AmeriCani con una polemica. Un po’ di polemica, qualche falso-bigotto prezzolato per accusarli di esaltare la fornicazione e bingo: più pubblico garantito, magari qualcuno comprerà il cofanetto della serie. Che importa il resto?

Non ho mai capito l’orrore del sesso che ha l’America né la sua celebrazione della violenza. Onestamente preferirei che le mie due figlie vedessero due persone che fanno l’amore piuttosto di due che si ammazzano.

Originale della commentatrice di Konrath ▼

C’erano state polemiche attira-attenzione basate sul nulla anche per la presenza di sesso in Mass Effect. Il mio unico commento a riguardo è che doveva essercene di più: io non ho visto un tubo, se non una scenetta estremamente soft senza neppure un capezzolo visibile, censuratissima come avviene nei romanzi e nei film in cui si “dissolve nel buio” l’immagine e la scopata è sottintesa…
Tutto hype con polemiche montate a neve come la panna. Bastardi. In Mass Effect 2 ce ne è pure di meno, soprattutto se uno ha la geniale idea di trombarsi l’aliena Quarian (una stronza che non ha nemmeno il buon gusto di levarsi i vestiti). Bastardi.
Fate ammazzare centinaia di alieni in ogni episodio e poi non si vede nemmeno un seno nudo. Volevo vedere le tette della Quarian! AmeriCani!

Ok, questo articolo era solo una scusa per pubblicare il fumetto contro i sessuofobi con la complessità psicologica di un mattone.
E per mostrare un video con delle tette e gemiti random. Perché sì, mi piace.
E allora? Potevate non leggere se non vi andava bene. Avevo scritto di cosa volevo parlare.

Se volete scrivere dei commenti fate pure.
Angra magari vorrà espandere il discorso ai limiti che i mongoli di vedute ristrette pongono agli scrittori in ogni cosa minimamente innovativa o bizzarra, in pratica ostacoli a qualsiasi sprazzo di originalità.

Dobbiamo conoscere i nostri generi, Joe, e scrivere quelli.
Se facciamo qualcosa che non si aspettano, i recensori ci friggeranno.
Questa è la nuova “tirannia del lettore chiacchierone” con cui tutti gli autori dovranno avere a che fare.

Originale del commentatore di Konrath ▼

Fa caldo. Sono stanco. E quando starò meglio mi sarò dimenticato anche dell’articolo.
Da domani sosterrò le idee del Dr Kellog contro l’auto-abuso e la fornicazione anche io…


“Un seno!”
Sarò costernato!

 

Aggiornamento (più o meno) periodico a tema eBook (4)

Scritto da il 06 ott 2010 | Categorie: Ebook, Editoria, Zozzerie

Qualche notizia mista che val la pena citare nell’attesa che la Fiera del Libro di Francoforte (6-10 ottobre) ci porti qualcosa di interessante. La mia speranza è che appaia un sondaggio sugli eBook tra i big del settore, come quello dell’anno scorso. O qualcosa di meglio. In questi giorni Mondadori dovrebbe annunciare l’apertura del suo negozio di eBook, mentre Edigita dovrebbe partire il 18 ottobre. Ci saranno notizie interessanti per l’ambito italiano, prossimamente.
In questo articolo sarò un po’ più astioso del solito perché il livello di demenza di agenti ed editori (stranieri) ha raggiunto ormai livelli ridicoli, da macchiette. Mi viene perfino il sospetto che stiano fingendo di essere così scemi…

Tanto per cominciare si può citare come nelle ultime settimane gli editori abbiano cominciato a lamentarsi, seppure non in termini precisi (per non far la figura dei coglioni marci preferiscono accusare i bassi “guadagni per copia” senza scendere nel dettaglio, lol), che con i prezzi alti e il modello agenzia (che loro hanno imposto con le minacce ad Amazon, ricordiamolo) le cose non sono andate bene come speravano. Ma va? Incredibile…
Ne avevamo parlato più volte. Ci arriva anche un bambino di sei anni che vendendo i libri a 12,99$ e incassando da Amazon 9,09$ (il 70%) si guadagna meno che non facendoli vendere a 9,99$ (o meno) mentre Amazon sborsa per il privilegio tra i 12 e i 15$ all’editore. Un bambino delle elementari ci può arrivare, un esperto di editoria cartacea con decenni di esperienza no. Se non è ritardo mentale avere a 40 o 60 anni le capacità logico-deduttive di un bambino dell’asilo, neanche quelle di uno delle elementari, non so come chiamarlo.

Il modello “grossista” non sarebbe durato in eterno. Amazon poteva allegramente accettare di perdere un po’ di soldi su ogni libro pur di costruire da zero un mercato con un forte livello di espansione di cui essere il semi-monopolio per eccellenza finché questo mercato non era troppo grande, ad esempio quando era al 3-5% come l’anno scorso. Le cose cominciano a cambiare ora che il mercato degli eBook si avvicina al 10% del settore trade (luglio è stato un po’ sopra il 10%, i mesi precedenti messi assieme un po’ sotto il 9%) e dubito che Amazon potrebbe in futuro tollerare un mercato degli ebook al 25% (come si stimava un annetto fa per il 2012) con perdite sulle vendite di ogni libro dei grossi editori. Non si diventa un semi-monopolio per fare assistenzialismo agli editori, ma per ciucciare soldi e potere (se nel farlo si fornisce anche un servizio eccellente, tanto meglio).

Prima o poi il modello agenzia 70-30 sarebbe arrivato, ma non c’era alcun motivo di farlo arrivare con due anni di anticipo: era meglio godersi i frutti dell’albero della cuccagna finché si poteva, usando i bonus monetari per traghettarsi durante la difficile fase di transizione tra cartaceo e digitale. Ma gli editori sono dei ritardati mentali e hanno scelto di farsi del male e perdere soldi. I dati da aprile a giugno lo hanno dimostrato. E ora piangono come le troie che sono. Cazzi loro.

Non contenti di fare la figura dei coglioni di fronte al mondo, e forse confidando che una discreta fetta degli intellettualoidi della carta sia mongola come loro, agenti ed editori rincarano la dose con affermazioni al limite del delirio:

“People should feel guilty if they buy a Kindle edition versus a hardcover, but not versus a paperback, in terms of what the author gets….But the crux issue of the digital age is: How do you see the future of discovery? How are we going to find books where there is no B&N ‘stepladder’ and when the New York Times doesn’t move them as it used to?”

(Simon Lipskar, famoso agente letterario)

Il livello di idiozia di queste affermazioni è talmente aberrante da far venire da piangere. Abbiamo già dimostrato oltre ogni possibile dubbio, per una mente non completamente subnormale perlomeno, che i prezzi bassi aumentano le vendite così tanto (visto il potenziale di acquirenti che coi prezzi alti non acquistano, come ci ricordava PERFINO quel dinosauro di Ferrari, l’ex-capo della divisione libri Mondadori!) da rendere i guadagni totali superiori a quelli con i prezzi alti. Se ricordate, gli eBook a 1,99$ vendevano 14-15 volte di più di quelli a 7,99$ (questi però sono le vendite di un anno fa, i dati rilasciati oggi da Konrath mostrano che la differenza nel frattempo è cresciuto ancora, come vedrete dopo). In un mondo di eBook a 2,99$-4,99$ si guadagnerà meno per singola copia che con gli hardcover a 28$, ma si venderà anche così tanto di più da rendere ridicolo e antieconomico il mondo degli hardcoveroni coi prezzi gonfiati e gli invenduti al 20% e più (livello medio: 40%).
Un cliente dovrebbe sentirsi colpevole per aver comprato un eBook economico invece di un hardcover? Ah sì? E Lipskar non si sente colpevole per non aver ancora posto fine alla sua inutile vita di parassita editoriale vomita idiozie? Da parte di uomini senza onore non ci si può certo aspettare che scelgano di andarsene in modo onorevole.

Riguardo la questione del “come si potranno scegliere i libri quando non saranno gli scaffali delle librerie fisiche a imporre cosa leggere?“, una domanda così offensiva dell’intelligenza dei lettori e così clueless dei meccanismi di un negozio online moderno come Amazon (basato su tag, categorie, suggerimenti basati sulle vendite reali -chi ha comprato questo ha comprato anche questo- e commenti di qualità -non c’è paragone con la merda che gira su IBS-) da adattarsi perfettamente alla figura da guitto senza capacità del personaggio che l’ha pronunciata, la risposta può essere una sola:

Amazon does a better job online in terms of discovery than just putting a book next to a similar book in a physical store.

Cosa che effettivamente è vera. La forza di Amazon sono i lettori coi loro acquisti e i loro commenti. Loro costruiscono dal basso, con le loro preziose informazioni, la capacità di Amazon di indovinare cosa può piacere ai clienti e aiutarli a trovare il libro che non sanno di stare cercando, ma che vorranno comprare. Un sistema che stimola una fedeltà del cliente basata su un circolo vizioso che si rinforza a ogni acquisto. Lo sanno anche i cani… ma i cani sono animali intelligenti, cosa che non si può sempre dire di chi lavora in editoria.
E poi c’è il classico passaparola, ormai così ingigantito da internet che io nell’ultimo anno e mezzo non ho letto nemmeno un libro “consigliato dal marketing e dagli scaffali” (ovvero dal potere economico e ricattatorio degli editori), ma solo romanzi e saggi consigliati dagli amici e dai siti di fiducia, oltre a quelli trovati da solo cercando in base alle keywords desiderate (la versione digitale, e molto più performante, del girare a caso in libreria).

Ma per sapere queste cose difficiliZZime bisogna non aver vissuto gli ultimi cinque anni in un recinto per le capre in Africa (o nella Torre d’Avorio in Italia, luogo per intellettuali snob con minor dignità delle capre), unica giustificazione possibile per l’aberrante impreparazione e per l’assenza di aggiornamento professionale di Lipskar. Davvero, è un consiglio serio, Lipskar: infilzati con la spada come Catone l’Uticense. Non hai altre vie d’uscita che ti permettano di chiamarti ancora Uomo.

IL BOX DELLA SANA INDIGNAZIONE PERBENISTA!
Duca, insomma! Tu stai trattando dei grandi Professionisti come dei coglioni! Non ti vergogni?


No. Io li tratto per come loro mostrano di meritare di essere trattati. Nessuno li costringe a essere i miserabili mentecatti che sono, ma se decidono di esserlo è nostro obbligo accettare la loro decisione e soddisfare il loro desiderio di sputi e insulti. Quando vorranno che smettiamo, smetteranno di comportarsi come una manica di idioti.
E ora chiudi il becco e torna in cucina, donna!

E mentre i Professionisti fanno figure da coglioni, il mondo prosegue senza di loro.
Ad esempio le Università potrebbero beneficiare grandemente dal mondo degli eBook: da decenni si dice (aprite un qualsiasi libro universitario) che il libro didattico rischia la morte a causa dei testi “fotocopiati” che causano di conseguenza maggiori invenduti, la spada di Damocle dell’editoria tradizionale, ma con l’eBook che nega concettualmente l’invenduto le cose andranno meglio come in tutti gli altri settori editoriali. Non ci credete? Fate come preferite, ma intanto la Edinburgh University Press sta vantando entrate maggiori del 16% ed è arrivata a 2,7 milioni di sterline nei primi sette mesi del 2010. Gran parte della crescita è avvenuta, secondo loro, grazie alla vendita degli eBook.

Passiamo alle nicchie, quelle che da molti mesi indico come le principali beneficiarie dell’aspetto “rivoluzionario” del passaggio al digitale. Il calo dei prezzi non è l’aspetto più importante, è solo una condizione necessaria per la lotta alla pirateria e la diffusione maggiore dei libri: la vera rivoluzione sta nell’editoria indipendente di massa, nel superamento dello scaffale fisico come risorsa strategica da contendersi e nell’assenza di invenduti che permette ai sottogeneri di nicchia di ottenere quei piccoli spazi a cui hanno diritto e da cui sono completamente esclusi col cartaceo.
Il superamento dei vincoli del passato garantirà maggiore libertà di scelta e una editoria che sia davvero “mercato” e “lettura” e non solo una cricca guidata da quegli idioti patentati che si spacciano per marketing, mentre editor grassi e corrotti regalano la pubblicazione agli amichetti come se fosse una “patente di prestigio”, fottendosene poi se il libro è una merda senza ritegno.

Un mondo marcio e depravato è quello in cui il libro non ha valore come libro, ma diventa una etichetta intellettuale di Scrittore Pubblicato. Solo la presa di coscienza di massa che non vi è alcuna differenza tra un libro autopubblicato e lo stesso libro con l’etichetta di un editore può scardinare il meccanismo psicologico perverso che ha snaturato la percezione del libro in Italia, tramutandolo da prodotto dell’ingegno (libro che vale solo per quello che vale) in vanità culturale (libro che ha valore per il semplice fatto di essere pubblicato da qualcuno, non importa se poi è scritto da cani).

La piccola vittoria delle nicchie che volevo citare oggi è quella dei romanzi romantici/erotici per uomini. Ci sono sempre stati romanzi con elementi romantici ed erotici orientati al pubblico maschile, ma erano di solito inseriti dentro virili storie di azione e avventura (Oh John Ringo no! LOL!). Il romanzo rosa per uomini eterosessuali (per gli omosessuali invertiti non mi pronuncio, non sono aggiornato nonostante bazzichi tanto il fantasy italiano) era una bestia rara, una nicchia troppo piccola per essere considerata economicamente interessante.
I romanzi rosa/erotici femminili non è un novità che vendano bene, tanto che venivano (vengono?) considerati il traino dell’intero mercato degli eBook e facevano parlare di eBook sui giornali quando ancora praticamente nessuno si interessava di eBook, ma quelli maschili sono una novità. Non si tratta di pornografia (mancando la realizzazione visiva), non più di quanto lo sia il “rosa” femminile più spinto (ovvero letterature erotica femminile vera e propria) che da decenni è in vendita nella librerie: sono proprio romanzi erotici per uomini, costruiti per solleticare le fantasie maschili senza l’ausilio di immagini.

Compromising Positions (romanzo rosa per donne) è stato per un po’ di tempo l’eBook più scaricato sul Kindle, grazie al fatto di essere regalato a 0$ per motivi promozionali (adesso non mi risulta più che lo sia), cosa che però non giustificherebbe il successo se non vi fosse anche un pubblico disposto a leggerlo. Il manuale di manutenzione del Mauser 98k a 0$ non sarebbe entrato nemmeno nella top 100: il prezzo non aiuta molto se non c’è un pubblico sufficiente su cui far leva. Per il romanticume orientato alle donne non c’erano dubbi che ci fosse pubblico, ma se si sfoglia la lista dei libri rosa/erotici si possono trovare un bel po’ di romanzi per uomini.

Libri come Slave Office non lasciano dubbi sul genere di pubblico, raffinati gentiluomini col pickelhaube, a cui si indirizzano:

HER LIFE GAVE “OFFICE SLAVE” NEW MEANING!

The beautiful but haughty Ellen Sanchez thought she could get away with embezzling from Jack Sawyer, the powerful CEO of Sawyer Metalworking. When she was caught, she said she-d do “anything” to avoid going to jail. Anything turned out to be a new position for Ellen: Company slut. Jack began to break her down slowly, using her to win new contracts for his firm and reward employees. After months of pleasing everyone on command, Ellen began to lose her identity until she found she didn-t mind being their “Office Slave.” Another red-hot tale of bondage and submission from the pen of J.W. McKenna, author of the popular “Out of Control” series of sexy short stories.

Non solo la protagonista deve vestirsi come una puttana (o anche girare direttamente nuda), ma viene filmata mentre urina, picchiata dai colleghi se ritengono che stia sbagliando qualcosa e costretta ad avere rapporti sessuali con chiunque, inclusi gli operai (ricompensati in questo modo per la maggiore produttività), i possibili clienti (per assicurarsi contratti), un collega di lavoro (come regalo di pensionamento), dei ragazzini che portano il pranzo in ufficio ecc… ma, e qui si sente il raffinato spirito pickelhaubato dell’autore maschio, lei alla fine scopre di provare piacere negli abusi fisici e nella sottomissione psicologica. Donna, conosci il tuo posto! LOL.

E che dire di un recente capolavoro intellettuale come Training the Receptionist?

It’s her naughty dream job — if they’re satisfied with her performance…

Eager to escape her miserable existence in Low-Life, Long Island, street-wise Dana Arthur jumps at an entry-level position with the consulting firm Cowell & Dirk. As her training period begins, she quickly discovers she’s required to do more than take messages and order office supplies. Her job description contains some deliciously naughty duties that give receptionist a whole new meaning.
Simon has almost given up on finding the right woman who will please his clients as well as his demanding partner and mentor, Ethan Cowell. No one measures up—until Dana. Her inner fire and fearless nature are perfect for the job. No matter what wicked punishment he devises to chastise her for her on-the-job mistakes, she accepts with a relish that leaves him wondering which one of them is really in control.
The last thing he expects to discover is that she’s a perfect sexual soul mate he can’t bear to share. But share he must—it’s part of his business agreement. Unless he makes Ethan the deal of a lifetime…
Warning: This title contains explicit sex, bondage, ménage, ingenious use of office furniture, lingerie, and the occasional sex toy. Oh, and did I mention the package delivery guy?

E non vogliamo citare Ace of Slaves: A Tale of Enforced Submission?

A BLISTERING B&D THRILLER FROM THE AWARD-WINNING AUTHOR!

Welcome to the Stratosphere, a surreal world of bondage, blackjack, slavery, slots and sexual torment in the world’s tallest casino, created by the winner of SIGNY “Best Bondage Writer” Award. When Interpol agent Sunday Briggs arrives in Las Vegas, she’s not supposed to make direct contact with suspect Paul Forte, the shadowy owner who’s trying to corner the market on Internet gambling. So she goes undercover, only to find herself captured and cruelly tortured by high rollers with a taste for sadistic entertainment. Sunday will need a lot more than luck to escape the bonds chaining her diminutive body to its fate in the ticking tower. With the deck stacked against her, will she wind up as the ace, or the joker? Ace of Slaves is a gripping BDSM action-adventure from the devious mind of award-winning author Adrian Hunter, a ruthless combination of crime, punishment, suspense and suspension that’s guaranteed to keep bondage erotica fans on the edge of their seats, if not strapped to it.

Wow. Belli. Non fantasie maschili inserite dentro testi che parlano d’altro (la serie di Gor, Nick Carter, la serie Kildar ecc…), ma storie erotiche fini a sé stesse che ora possono vendere meglio grazie all’assenza di invenduti e all’anonimato del lettore di eBook, che non ha alcuna copertina imbarazzante da mostrare a chi passa. Una nicchia di pubblico che meritava di essere soddisfatta, al di là dei racconti sulle riviste e poco altro. Forse c’è speranza anche per i romanzi coi coniglietti!
Un omaccione rasato a zero con bicipiti grossi come meloni e la croce di ferro tatuata su un pettorale potrebbe provare imbarazzo a estrarre in pubblico un romanzetto con la copertina tutta rosa e immagini di coniglietti con i vestitini che si danno i bacini mentre sulle loro capoccine volano cuoricini, ma se lo stesso libro fosse un anonimo eBook su un anonimo lettore di eBook non vi sarebbe nessun problema. Immaginate la scena.
All’energumeno si avvicina un compagno di partito. “Cosa leggi, camerata?” -”Il Mein Kampf”. E invece sono storie di dolci coniglietti che si scambiano bacini!!! Dopo poche settimane l’energumeno si fa ricrescere i capelli, leva la croce di ferro col laser e diventa un hippie! ^___^

Tornando in generale agli eBook, si respira un gradevole clima di malafede tra gli addetti ai lavori (malafede nell’editoria? Questa mi giunge nuova, lol!) e in questo caso è proprio un agente letterario, Vicki Satlow, a debunkizzare la sacca di cazzate vomitate dai colleghi. La signora Vicki Satlow da un po’ di tempo lavora per l’editoria italiana ed è responsabile, ahilei, di aver sostenuto quell’aborto indegno di Arsalon. Nessuna è perfetta (certo che Arsalon… signora Satlow, insomma!). Si spera che le vendite siano state tali da valere lo sputtanamento, ma le voci di librerie che hanno tolto dagli scaffali l’intera mole d copie rimaste invendute per mesi fanno pensare che non tutto sia andato per il meglio.
L’articolo è L’e-book? Svuoterà le tasche degli scrittori apparso su Il Giornale, quotidiano che nonostante la pessima fama (meritata in pieno, ma se si guardano gli altri quotidiani senza le lenti distorcenti fornite dal Partito, non c’è tutta questa differenza) val la pena controllare perlomeno via RSS visto che si è occupato spesso di editoria digitale ed eBook.

Gli altri pezzi grossi accusano gli eBook di stare uccidendo gli autori, riducendo al minimo gli anticipi e rendendo ormai ancora più difficile di prima vivere facendo lo scrittore (LOL, su questa cazzata torneremo dopo), ma la Satlow invece dice:

Le cose stanno diversamente e la colpa non è dell’e-book. Gli anticipi bassi sono un trend a prescindere, dovuto al fatto che gli editori investono molti soldi su pochi libri, facendo così sparire quel “livello medio” che pubblicavano nella speranza di veder crescere l’autore. Il quale non deve certo preoccuparsi dell’e-book, che gli permetterà di non uscire mai dal catalogo.

Un po’ diverso. Invece della posizione standard da dinosauro del cartaceo che strepita “gli eBook sono Satana e chi li adora deve bruciare all’Inferno!”, la Satlow arriva addirittura a segnalare l’importanza monetaria del non uscire mai dal catalogo! Incredibile. Se non avesse fatto pubblicare Arsalon le avrei dedicato un altare per l’adorazione. Un agente che sa di cosa parla: straordinario!

A tema catalogo e vendite nel lungo periodo, val la pena tornare a parlare di Konrath che proprio oggi ha offerto nuove riflessioni.
Ricordate il calcolo di quanti soldi stesse perdendo Konrath sugli eBook di cui Hyperion aveva ancora i diritti? Konrath in un impeto di ottimismo aveva attribuito ai suoi eBook pubblicati da Hyperion ben 400 vendite al mese a 4,69$. La stima veniva dai risultati negli ultimi 13 mesi conseguiti da Afraid, pubblicato con Grand Central a 4,99$-6,99$.
Con quelle ottimistiche 400 vendite al mese si poteva calcolare che Konrath, per il fatto di non avere i diritti di quei sei libri per poterli vendere a 2,99$ con il 70% di royalties su Amazon, stava perdendo 68mila dollari l’anno. La situazione è MOLTO peggiore.
Invece di 400 copie al mese Whiskey Sours, il migliore della sestina controllata da Hyperion, ne ha vendute 878 da gennaio a giugno. Praticamente un terzo di quanto immaginato. I prezzi più alti di 1,99$-2,99$ rendono perfino meno del previsto, ormai.

Facciamo un piccolo confronto.
The List, autopubblicato da Konrath, ha venduto 9033 copie da gennaio a giugno, quando aveva un prezzo di 1,99$ (i 2,99$ sono arrivati a fine giugno o a luglio, mi pare). Whiskey Sours a 4,69$ ne ha vendute 878. Meno di un decimo. Eppure anche 4,69$ è un prezzo basso… ma non è un prezzo da acquisto impulsivo. L’anno scorso, nei primi test condotti da Konrath, era risultato che i libri a 1,99$ vendevano 14,4 volte di più di quelli a 7,59$-7,99$ e 4,45 volte di più quelli a 3,96$. Giocando coi dati disponibili era possibile stimare che i libri a 4,49$-4,99$ potevano aspettarsi di vendere circa un sesto di quelli a 1,99$.
Bene, non è più così. Whiskey Sours, l’eBook di punta con Hyperion, ha venduto meno di un decimo, non di un sesto! Un altro libro, Afraid, molto più recente di Whiskey Sours, però se l’è cavata meglio di così nonostante il prezzo (meglio in valore assoluto, non relativamente ai diversi prezzi, come vedrete).

Afraid è un caso interessante perché permette di fare un paragone tra cartaceo e digitale, oltre che tra il digitale a prezzo basso e quello a prezzo bassissimo. Afraid è stato l’ultimo libro pubblicato da Konrath, oltre un anno fa, con un editore tradizionale, Grand Central. Afraid è stato messo in vendita simultaneamente in USA e Regno Unito e ha venduto 62.000 copie tra cartaceo ed eBook. Non un bestseller, nemmeno vicino ad esserlo, ma niente male. Queste 62.000 copie sono formate da 17.433 eBook e 44.567 cartacei (rimane il dubbio se nel 62.000 c’è qualche piccolo arrotondamento verso l’alto o verso il basso, ma vabbé, accontentiamoci). Questo significa che gli eBook hanno pesato per il 28,12% delle vendite.

Ok, ma ora guardiamo DAVVERO cosa contengono quelle 17.433 copie vendute in eBook. Nel primo mese Afraid ha venduto 10.235 copie al prezzo di lancio di 1,99$, mentre nei tredici mesi successivi ha venduto solo 7.198 copie con il prezzo pieno di 4,99$-6,99$. Da 10.235 copie a 554 copie al mese, ecco la differenza tra 1,99$ e 4,99$-6,99$. Era il primo mese e la campagna di lancio dell’edizione cartacea avrà aiutato un po’ l’ebook, ma mi pare evidente che non può averlo aiutato 18,5 volte tanto, con un tracollo immediato appena cambiato il prezzo, già nel secondo mese! Evidentemente il prezzo è stato l’elemento più importante per il volume delle vendite, pochi cazzi!
Per chi si domanda come mai Grand Central avesse cominciato a vendere a più di 1,99$ è perché sono coglioni, ma fortunatamente non quanto Hyperion: infatti dopo aver visto i risultati di Konrath con i romanzi autoprodotti hanno riattivato la promozione con Afraid a 1,99$. LOL. Molto utile pagare degli esperti che sanno solo sbagliare e per far giusto ci si trova a dover copiare lo stesso autore che si sta pubblicando. Sono cose che fanno passare la voglia di difendere in qualsiasi modo l’utilità del ruolo dell’editore. ^_^

 
“Tu non sei Konrath! Lui è una anomalia!”
Questo è ciò che i minus habens dell’editoria ripetono di continuo, siano essi lettori rimasti indietro di oltre un anno con l’aggiornamento del cervello o professionisti del settore perfino più ignoranti, a chiunque accenni al fatto si possa guadagnare un po’ di soldini con gli eBook come autore indipendente. Ok, se John Smith pubblica un eBook con Amazon, non sarà J.A. Konrath: il nome e il cognome sono diversi. Posso anche accettare che Konrath si possa considerare più fortunato degli altri, anche grazie alla mole di testi gettati sul mercato in poco tempo (arrivando ai 14.000 dollari mensili che fa ora solo coi testi autopubblicati). Konrath essendo un early adopter della strategia del prezzo basso, unita alla visiblità internazionale ottenuta, ha di sicuro ricevuto una spinta di notorietà che l’ha aiutato. D’altronde ne parlano tutti nel mondo degli eBook. Ne parlo pure io. Un italiano o due avranno pur comprato un suo ebook grazie a me, no? (No.)

Posso benissimo accettare che un altro autore al posto di Konrath, con lo stesso numero di pubblicazioni, possa guadagnare un terzo o un quarto di quanto guadagna lui, ma rimangono comunque cifre con cui si può vivere alla grande (3-5.000 dollari) nonostante la dimensione ancora ridotta del settore (10%).
Personalmente credo che Konrath sia stato anche fortunato e che le sue cifre non siano normali, bensì siano quelle della fascia alta degli attuali indipendenti (d’altronde è nelle Top 100 per il Kindle), ma anche 2-3.000 dollari al mese non sarebbero roba su cui sputar sopra, no? Un tempo (addirittura un anno fa!) pensare di vivere di scrittura col vecchio mondo della carta era un sogno lontano (Konrath dopo sei romanzi cartacei a malapena sopravviveva), ma nell’ultimo anno gli indipendenti hanno mostrato che si può guadagnare bene da soli e che Konrath non è un caso isolato.

La cosa infatti che non posso accettare è che si dica che Konrath è una anomalia, un caso isolato, qualcosa a cui nessun altro può seriamente aspirare. Sto sempre parlando dell’ambito anglosassone: in Italia abbiamo un bacino demografico che oggettivamente ci svantaggia oltre a non avere un nostro Amazon come livello di qualità e importanza, e queste cose rendono la prospettiva di vivere di scrittura molto più improbabile. Dire che Konrath è una anomalia significa dire che c’è solo lui così o al più una manciata di persone. Quantità ridicole insomma, rispetto al vero mercato. Cosa accade però quando si va a indagare su queste affermazioni fatte con il “buon senso della malafede e dell’ignoranza”? Si scopre che sono tutte cazzate.

Konrath alcuni giorni fa aveva pubblicato una lista di autori autopubblicati in eBook di successo paragonabile al suo. La lista era divisa in due blocchi: autori autopubblicati editorialmente verginelli (o pressoché ignoti) e autori autopubblicati già famosi. Decine e decine di nomi, tra cui autori noti e con decine di romanzi pubblicati come Dean Wesley Smith, che ora hanno deciso di prendere il più possibile dal proprio lavoro (il 70%) invece di accontentarsi delle briciole che gli editori pretendono di concedere per via dei costi esterni al libro, gli sprechi immotivati di cui Konrath si prendeva gioco in questo dialogo inventato (ne avevamo già parlato la volta scorsa).

In risposta alle solite polemiche sulla propria cosiddetta unicità, Konrath ha deciso allora di controllare per bene alcune delle liste Top 100 sul negozio del Kindle. Avendo Amazon il 70-75% del mercato (che ricordiamo vale il 10% del totale trade), essere nella sua top 100 significa vendere bene e guadagnare bene. Konrath fa 14.000 dollari al mese, no? Ecco, mi pare che questo renda bene l’idea.
Quanti libri autopubblicati ha trovato Konrath? Uno? Due? Cinque? Già cinque su cento sarebbero una anomalia piuttosto grande, anzi, non sarebbero proprio una anomalia, ma le cifre sono ben superiori per cui inutile discutere della soglia: quello che Konrath ha scoperto è che, oggettivamente, non c’è nessuna fottuta anomalia.

I began on Kindle Store > Kindle Books > Fiction > Horror. I perused the entire Top 100 Bestsellers on that list, and counted how many were self-published books.
I found that 29 out of a 100 were self-pubbed.

Hmm. Seems like almost one third of that list is from indie authors. That sort of spits right in the face of doubters and critics, doesn’t it?
“But J.A.” you might be saying. “That’s only one list.”
Indeed. So let’s look at a few more.

Kindle Store > Kindle Books > Fiction > Horror > Occult
50 out of 100 are self-pubbed.

Kindle Store > Kindle Books > Mystery & Thrillers > Police Procedurals
15 out of 100 are self-pubbed.

Kindle Store > Kindle Books > Mystery & Thrillers > Thrillers > Technothrillers
36 out of 100 are self-pubbed.

Now, I’m not a guy to jump to conclusions, but it seems to me that some indie authors who aren’t named J.A. Konrath are doing pretty well on Amazon.

Forse sarò scemo anche io come Konrath, ma ho il sospetto che 36 su 100 o 50 su 100 (o anche solo 15 su 100) non siano classificabili come semplici anomalie. “Konrath sei unico, solo tu vendi così bene… tu e quegli altri 20 signori nella tua stessa top 100, senza contare gli altri 300 in quell’altra manciata di liste lì accanto… ma fai finta di non conoscerli che sei UNICO!”
Gegnale. Mi piace come ragionano gli espertoni d’editoria, specie che non manca nemmeno in Italia: commentare col “buon senso dell’ignoranza” su Konrath pare sia lo sport preferito di chi pensa all’eBook con i processi mentali della carta. Dopo tutti gli articoli che ho fatto in mesi e mesi con citazioni puntuali che dimostrano che Konrath non è un caso isolato, ancora leggo di gente che si domanda se lo sia: oltre a commentare i miei articoli quando ve li linkano, abbiate il buon gusto di leggerli! E se fate fatica a leggerli, tenete chiusa la fogna invece di scoreggiare stupidate.

Si può ribattere che questi indipendenti fanno le palate di soldi che fanno solo perché vendono a 2,99$ quando i grandi editori vendono a 9,99$ e più. Insomma perché si svendono (sigh!), sono dei crumiri. Morte ai crumiri, no? Terrorismo semantico, lo adoro. A parte il fatto che sarebbe anche giusto che i dinosauri ipertrofici andassero a puttane se vogliono continuare a fare assistenzialismo degli “espertoni di marketing” sulle spalle dei clienti, ma non è esattamente vera questa differenza: alcuni dei Grandi dell’editoria, a quanto fa notare Konrath, hanno cominciato già a vendere qualcosa a 2,99$. Miracolo. Saranno promozioni. Di sicuro immagino che anche voi abbiate intuito da chi hanno preso l’idea e che non è certo uno di quegli esperti di marketing con lo stipendio gonfiato e i meeting nell’Hotel a 5 stelle alle Hawaii, vero? ^__^

Konrath ha anche qualcosa da dirci riguardo i gatekeepers: editori, scaffali delle librerie e giornali. Prendetela come una risposta a quel coglione marcio di Lipskar. Non dice nulla di nuovo rispetto a quello che ho detto pure io (e che chiunque con una minima esperienza di internet può dire), ma Konrath è una auctoritas maggiore di me per cui ascoltarlo male non fa:

“But we need gatekeepers, J.A.! We need people to bring order to this untamed ebook landscape!”

I agree. Those gatekeepers are essential.
But they don’t have to be the Big 6. Readers seem to be doing a fine gatekeeping job all on their own. And Amazon, with its bestseller lists, and genre categories, and reviews, and “explore similar items” tags, and “customers who bought this also bought” lists, are doing a terrific job helping these readers find stuff that interests them.

Ben 4.998 parole.
Basta per oggi. Andate a coltivare le patate invece di sognare soldi che non farete mai.
 

La domestica frivola: video erotici di inizio Novecento

Scritto da il 12 set 2010 | Categorie: Filmati d'epoca, Storia, Zozzerie

Come saprete il Duca è un vecchio sporcaccione a cui piacciono le donnine nude 2D e 3D, in particolare le scolarette aggredite da mostri tentacolari. Essendo il Duca anche appassionato di Steampunk e di vecchiume vario, roba che la gente normale non tocca nemmeno con un palo di sei metri (tipo la fantascienza socialista di fine ’800), non poteva mancare una debita passione per le rappresentazioni erotiche del Lungo XIX Secolo.
Dopo l’articolo sulle vignette zozze franco-tedesche, che ha raccolto entusiasti consensi come una capra putrefatta servita per cena, ho deciso di rincarare la dose con un po’ di materiale storico del cinema erotico austriaco. ^_^

Una cosa che forse non tutti sanno, grazie alle omissioni degli storici, è che i primi film austriaci erano film erotici. Johann Schwarzer, chimico e fotografo, fondò la Saturn Films a Vienna nel 1906. Era la prima società di produzioni cinematografiche austriaca ed era specializzata in film erotici. Forse per gli storici perbenisti l’offesa di far risalire la nascita del cinema austriaco all’erotismo è peggiore del crimine storico di falsificare la realtà consapevolmente. Solo negli ultimi anni, grazie al lavoro di recupero delle pellicole iniziato negli anni ’90, è stato ridato il giusto posto nella storia alla Saturn Films.

Johann Schwarzer si ispirava alle scènes grivoises di Pathé, famose scene erotiche di nudo parziale, spesso in contesti giocosi, che avevano già superato i confini della Francia suscitando l’ammirazione degli appassionati europei di cinema (i famosi “film parigini”). Schwarzer sviluppò un proprio stile molto apprezzato ed ebbe l’intuizione di aumentare la pelle esposta, arrivando al nudo integrale, ma senza scadere mai nella volgarità o nella pornografia: erano film erotici in cui il nudo era fonte di ammirazione (spesso le modelle interpretavano statue classiche) o piacevolmente malizioso. Erano film rivolti a un vasto pubblico ed ebbero subito un notevole successo mondiale. Erano nate le “scene viennesi”, in grado di far concorrenza e oscurare i “film parigini”.

Le serate di proiezione erano pubblicizzate sui giornali con il nome di “Pikanter Herrenabend Film” (Serate di film piccanti per signori) o “Pariser Herrenabend Film” (Film parigini per signori). Una particolarità di queste serate è che il pubblico non era formato solo da borghesi e aristocratici interessati a vedere fanciulle nude, ma anche da appassionati dello “strano” in senso più ampio. Le proiezioni erano talvolta accompagnate da immagini di operazioni chirurgiche o di malformazioni anatomiche. Sensualità, morboso, macabro, tutto nella stessa serata per un vasto pubblico in cerca di qualcosa di diverso dal solito. Lo stesso tipo di pubblico che ora visita i tanti siti specializzati in stramberie e curiosità storiche macabre. Non erano diversi da noi.

La Domestica Frivola
(Das eitle Stubenmädchen, 1908)

Una particolarità dei film della Saturn è che variano molto per stile (fece anche commedie erotiche) e locazioni. Schwarzer non si limitava a riprendere nel suo atelier viennese: di frequente filmava all’aperto, combinando il nudo con la natura. Le “scene naturali” comprendono un centinaio di filmati tra cui Divieto di Balneazione (Baden Verboten, 1906) e Bagno di Sabbia (Das Sandbad, 1906), entrambi visibili sul sito di Europa Film Treasures.

I film venivano venduti via posta, in modo discreto, tramite un catalogo che riportava descrizioni allettanti e qualche immagine. Ad esempio nella categoria “giochi tra adolescenti” (immagino pensata espressamente per i lolicon col pickelhaube) venivano descritte pellicole in cui tre giovani ragazze nude giocavano a cricket o saltavano la corda. I film Saturn presentavano sempre nudi femminili, mai maschili. Gli spogliarelli e le pose maliziose avevano talvolta un soggetto storico, esotico o mitologico: Il ratto della schiava, Il bagno di Diana, Amazzoni, Fauni e Ninfe ecc…

Il successo mondiale delle pellicole pensate per il grande pubblico (e non per un pugno di segaioli, come capitava invece da anni con gli altri filmati zozzi per il mutoscopio o per il kinetoscopio) furono la condanna di Saturn. Proteste da parte dei perbenisti di mezzo mondo, da Parigi a Tokyo, piovvero sul Ministero degli Esteri austriaco nel 1910. I perbenisti più invasati pretesero dalle autorità lo scioglimento della Saturn. Le associazioni cattoliche, molto forti in Austria, ne approfittarono per ottenere ulteriore visibilità come “difensori del costume” denunciando l’immoralità delle proiezioni di nudo. Particolarmente sospette le proteste parigine, capitale europea del vizio, ma forse l’obiettivo era solo di abbattere il principale concorrente della Pathé.
Nel 1911 gran parte dei film, dei negativi e dei cataloghi vennero distrutti per decisione del tribunale.

Se 52 originali, i negativi, sono arrivati fino a noi è solo grazie a un pugno di appassionati che li hanno conservati e protetti nel corso del ventesimo secolo. La maggior parte dei film Saturn provengono dalla collezione di Albert Fidelius, iniziata nel 1933 e acquisita negli anni ’50 dal regista Gerhard Lamprecht, fondatore della Stiftung Deutsche Kinemathek. Tutte le pellicole sono riconoscibili dal marchio: nelle pellicole appare la stella di Saturno, simbolo della ditta. Negli anni ’90 gli originali, su supporto nitrato, vennero affidati alla Filmarchiv Austria che si occupò del loro restauro.
I sobbalzi in alcune pellicole dipendono dal fatto che sono stati completamente rincollati in un tentativo di salvataggio, probabilmente attuato dagli stessi individui che avevano disubbidito alle autorità viennesi rifiutandosi di distruggere completamente le pellicole.

Johann Schwarzer tentò di mandare avanti la Saturn nel mercato del noleggio film, nelle riprese, nell’ambito dello sviluppo dei negativi e della chimica delle pellicole. Era tutto inutile: senza i film erotici l’azienda fallì. Dopo appena tre mesi dalla distruzione delle pellicole, Schwarzer partì per l’Africa. Non si sa nulla di lui fino al 1914 quando si sposò con Olga Emilie Jarosh-Stehlik, alla vigilia della Grande Guerra.
Morì sul campo di battaglia il 10 ottobre 1914, col grado di tenente della riserva.
I film Saturn sopravvissuti alle distruzioni del 1911 vennero proiettati al fronte per alzare il morale delle truppe austroungariche, permettendo a Johann Schwarzer di proseguire l’impegno nello sforzo bellico anche da morto.

Qui sotto un documentario del 1999 a cura della Filmarchiv Austria.

Ringrazio I like the things I like per la segnalazione.
Consiglio Europa Film Treasures, un sito ricco di filmati di primo Novecento con sottotitoli e testi in quattro lingue. Sfortunatamente per motivi legati ai diritti d’uso dei video concessi dagli archivi storici non è permesso il download né la cattura dello stream (a meno di non usare programmi che impieghino librerie per l’analisi del traffico di rete in stile WinPcap -libreria open source italiana-, ad esempio il buon FLVRecorder consigliatomi da un grazioso coniglietto!). Ho preferito mettere a disposizione il documentario direttamente su Baionette per poter correggere i sottotitoli, visto che apparivano un po’ sfasati e poco leggibili. Tutte le informazioni storiche che ho riportato provengono da Europa Film Treasures.

In futuro proporrò altri filmati d’epoca, anche NON erotici (ci sono tre film italiani che ho già adocchiato), da alternare a quelli coi coniglietti! Il vecchiume rulla sempre e La corazzata Potëmkin è uno dei miei film preferiti. ^_^
 

La Germania Imperiale e Alvaro Vitali

Scritto da il 06 set 2010 | Categorie: Anime, Film e TV, Storia, Uniformi, Zozzerie

Seguendo un blog di cazzatone miste a tema militare tra Ottocento e Grande Guerra (I like the things I like!), mi sono imbattuto in una serie di cartoline tedesche dell’età guglielmina raffiguranti soldatesse che mostrano i mutandoni e soldati che spiano ragazze in biancheria intima. Roba del genere che si poteva vedere nelle commedie sexy italiane tra anni ’70 e anni ’80. Questo mi ha dato l’ispirazione per un post che mostri come la Germania Imperiale (o anche la Francia degli stessi anni) non fosse un posto di gente col culo rigido come vorrebbe la propaganda antistorica successiva alla Grande Guerra, ma un posto molto più simile per certo umorismo scemo all’Italia di settanta anni dopo. Perfino gli scorci di mutandine che appaiono negli anime giapponesi, zeppi di ragazzine combattenti (anche in divisa -o quasi- stile Strike Witches), non sembrerebbero trovate erotico-comiche tanto aliene ai crucchi della Germania Imperiale!
Facciamo un confronto tra le cartoline tedesche e i film italiani.

Ecco dei valorosi soldati tedeschi che mostrano l’utilità dell’avanzamento tattico basato sullo sfruttamento del territorio e sul silenzioso passo del giaguaro: poter spiare indisturbati le ragazze che fanno il bagno.

Vi ricorda le centinaia di episodi alle terme (o nei bagni) apparsi negli ultimi dieci anni di cartoni giapponesi? ^_^

Una scena simile da La soldatessa alla visita militare:

Ok, la versione italiana ha più carisma di quella crucca, ma l’idea di fondo c’è.

E ora prodi soldati teutonici che spiano una ragazza alla finestra! Anche questa scena l’avrete vista mille volte sia nelle commedie sexy italiane che nei cartoni giapponesi. La Germania ci era arrivata prima.

L’equivalente italiano in La soldatessa alle grandi manovre:

Un po’ di cartoline con le soldatesse.
Scusate la qualità pessima di un paio, ma non ho trovato di meglio.



Pura ARTE: chi non lo capisce è un coglione marcio.
L’ufficiale degli ulani che fa capolino nella prima immagine ha l’occhio mandrillo come il sergente baffuto dei film! LOL!

E ora il classico che preferisco: PANTSU accidentale!

Caduta improvvisa e mutande in vista!

Questa è una gag tipica da cartone giapponese: l’immancabile fan service pantsu!
Momen Sanada, una delle protagoniste di Raimuiro Senkitan (anime ambientato durante la Guerra Russo-Giapponese del 1904-1905), cade e mostra le mutandine più volte per episodio (tranne quando gira con addosso solo un grembiule: non essendo un hentai evitano l’inquadratura ginecologica). Il solito squallido maschilismo giapponese? Se la pensate così siete delle CAPRE perché 1. non avete capito un cazzo dell’umorismo giapponese e state giudicando una cultura diversa con parametri completamente idioti (ma quello potete risolverlo leggendo libri dedicati alla storia degli anime) e 2. come dimostrato nella cartolina sopra l’umorismo a base di cadute e mutandoni (mutandine, modernizzando l’opera) è perfettamente coerente con un’ambientazione militare di inizio ’900. I giapponesi ne sanno più di voi!
Quel cartone comunque è una cagatona a spruzzo: ne parlerò ancora nell’articolo su Barzini e la Guerra Russo-Giapponese.

L’umorismo a base di mutande andava di moda anche in Francia: molte immagini come questa e questa ammonivano dei “pericoli” del progresso (dannate mongolfiere!). Senza contare le pubblicazioni illustrate erotiche che abbondavano nel paese dei mangiarane. La Vie en Culotte Rouge, da cui è tratta la seconda immagine di prima, era una rivista di umorismo militare che raffigurava ufficiali e soldati francesi in situazioni sexy di vario tipo con attrici, ballerine, fidanzate e amanti.





Dentro ai numeri ci sono altre illustrazioni e un sacco di parole scritte nella stupida lingua dei mangiarane, coglioni buoni solo a piangere quando la Germania li prende a calci.

Sempre in La Vie en Culotte Rouge possiamo trovare un rispettabile precursore di uno dei fan service più diffusi negli anime, perfino in quelli dove gli scorci di mutandine non appaiono (quasi) mai: l’episodio in spiaggia coi costumi da bagno!
Gli episodi in spiaggia mi hanno sempre fatto cagare, ma rispetto l’innegabile dignità storica che li circonda. ^_^

È possibile consultare alcuni numeri (357 tra 1902 e 1911) della rivista direttamente sul sito della Bibliothèque nationale de France oppure scaricarli in formato PDF.

State rivalutando la dignità storica dei film con Alvaro Vitali? Dovreste!
Per finire che ne dite del colonnello danzerino, tratto da La soldatessa alle grandi manovre?

Una trovata idiota? Il solito umorismo becero-cattolico che deride il travestitismo e le tendenze omosessuali? Se pensate così potete aggiungere l’etichetta di Ignorante a quella di Idiota che di certo già vi sarete guadagnati in passato. La scena mostrata sopra ha una interessante base storica che chiunque, invece di aprire la bocca solo per ragliare sciocchezze e luoghi comuni, dovrebbe degnarsi di conoscere:

I successi del generale Moltke nelle guerre contro l’Austria nel 1866 e contro la Francia nel 1870 furono sufficienti a convincere molti tedeschi che l’esercito aveva le risposte per tutti i problemi. Come risultato, sembrò ovvio non solo che l’ufficiale dell’esercito fosse la sola persona adatta a giudicare questioni militari, ma anche che fosse più versatile di qualunque altro professionista. Infatti l’ufficiale tedesco era capace di portare a termine qualsiasi compito, inclusa la direzione dei teatri reali prussiani. L’ufficiale in questione, il generale von Hülsen, compì anche l’estremo sacrificio per intrattenere il suo sovrano: si vestì da ballerina e si esibì in un balletto alla presenza del Kaiser. Sfortunatamente i suoi 56 anni ebbero la meglio su di lui e morì a causa di un infarto proprio all’apice del suo spettacolo.

(Da Il Guinness degli aneddoti militari di Geoffrey Regan)

Il generale era Dietrich Graf (conte) von Hülsen-Haeseler, comandante del Gabinetto Imperiale Militare Tedesco dal 1901 (il che prevedeva anche la direzione del divertimento del Kaiser, teatro incluso: far divertire il Kaiser, in qualsiasi modo, era un dovere!). Un ufficiale con una carriera notevole: nello Stato Maggiore dal 1882, aiutante di campo dell’Imperatore Guglielmo II nel 1889, colonnello nella Guardia dal 1897 e maggior generale (con il comando della 2° Brigata di Fanteria della Guardia e il ruolo di capo di Stato Maggiore) dal 1899. Il balletto avvenne il 14 novembre 1908 (la lapide) e i dettagli sulla morte del generale vennero tenuti nascosti per non causare ulteriori scandali nel mondo militare tedesco.

Era stato proprio il generale von Hülsen a occuparsi di soffocare lo scandalo a tema omosessuale appena passato, il celebre caso Harden-Eulenburg del 1907-1908, tutt’ora considerato uno dei più importanti scandali omosessuali della storia. La questione omosessuale non era interessante di per sé, ma solo come arma contro il Kaiser e contro certi ufficiali e gli ambienti a cui erano legati (quelli più vicini alla vecchia politica di Bismarck e meno militarmente aggressivi). Fioccarono le vignette denigratorie sui giornali di tutta Europa: in Italia spesso coinvolgevano anche il Papa (talvolta rappresentato come un omosessuale), ma pure questa non è male.

Nell’Alta Società
La moglie: “Vorrei tu fossi un vero uomo!”
Il marito: “Anch’io, vorrei che tu lo fossi!”

La Germania nel 1908 conquistò così il titolo di nazione omosessuale per eccellenza, tanto che in Francia buttarselo in culo tra maschietti era chiamato “vizio tedesco”.
Ora sapete un altro motivo per cui mi piace l’Impero Tedesco… e dovreste aver intuito come mai c’è un chiodo sul pickelhaube. ^_^
 

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