Archivio per la Categoria 'Riflessioni'

  1. Made in Italy: l'anteprima è a pagamento by Il Duca di Baionette
  2. Sconfiggere il formato proprietario di Amazon: "salva ePub, salva l'editoria" by Il Duca di Baionette
  3. I nuovi Kindle a partire da 79 dollari e una riflessione pessimistica by Il Duca di Baionette
  4. Edoardo Mori: calci in culo per tutti by Il Duca di Baionette
  5. Il Leone della Narrativa by Il Duca di Baionette
  6. Recensioni, Narrativa, Troll e Ignoranza. In quattro parole: "state zitti e studiate!" by Il Duca di Baionette
  7. Un bel programma: Toffee e il Gorilla parlano di Gesù by Il Duca di Baionette
  8. Buon Quarto Anniversario, Gamberetta by Il Duca di Baionette
  9. Qualcosa su cui riflettere by Il Duca di Baionette
  10. Aggiornamento (più o meno) periodico a tema eBook (6) by Il Duca di Baionette
  11. Ebook Lab Italia 2011: DRM e Pirateria by Il Duca di Baionette
  12. 102 anni fa: il Manifesto del Futurismo by Il Duca di Baionette
  13. Fazi, Melissa P. e quel covo di dementi chiamato Editoria Italiana by Il Duca di Baionette
  14. 3DPD: Hatsune Miku è meglio di te by Il Duca di Baionette
  15. Un momento di nostalgia: Zulu senza vuvuzela by Il Duca di Baionette
  16. Il giusto prezzo degli eBook: Konrath, Smashwords e un confronto con la carta by Il Duca di Baionette
  17. Un nuovo lettore di eBook: enTourage eDGe a doppio schermo by Il Duca di Baionette
  18. Un sondaggio dalla Fiera del Libro di Francoforte e le vendite degli eBook negli USA in agosto by Il Duca di Baionette
  19. Manzoni: il Vero, l'Utile e il Ku Klux Klan by Il Duca di Baionette
  20. Il gioco del parlare di narrativa in modo vago e la voglia di vomitare by Il Duca di Baionette
  21. Negri, Editori, Scrittori e Lettori by Il Duca di Baionette
  22. Centomila uomini e una citazione errata: touché al solito cliché? by Il Duca di Baionette
  23. Un video vintage perché sono vecchio dentro by Il Duca di Baionette
  24. Odio: la colazione dei campioni! by Il Duca di Baionette
  25. Gli eBook e il futuro del libro by Il Duca di Baionette
  26. Un salto in libreria! by Il Duca di Baionette
  27. Carica alla Baionetta verso il Futuro! by Il Duca di Baionette
  28. Body Building, Scrittura e mille parole by Il Duca di Baionette
  29. Fantasy, scrittura e giochi di ruolo by Il Duca di Baionette
  30. Il punto della situazione... by Il Duca di Baionette

Made in Italy: l’anteprima è a pagamento

Scritto da il 21 dic 2011 | Categorie: Ebook, Editoria, Riflessioni

Nel marzo scorso ho raccontato la curiosa nascita dell’indicazione Made in Germany.

Nel 1887 gli inglesi, spaventati dal successo dei prodotti tedeschi, imposero che ne venisse riportata la nazionalità. Così i clienti inglesi avrebbero potuto comprare solo merce inglese, snobbando le schifezze straniere.
Sfortunatamente per l’Inghilterra, dietro il suo marchio si nascondevano prodotti inferiori a quelli tedeschi. Nel 1894 la commissione del Reichstag dichiarò che, dopo leggerissime perdite, il marchio Made in Germany era diventato un vanto che gonfiava le vendite dei prodotti.

In Italia sta succedendo il contrario.
Il marchio Made in Italy era (ed è, in teoria) carico di garanzie di alta qualità nel design, nello stile, nella lavorazione del prodotto di abbigliamento e negli alimentari ecc… e qualcuno mi aveva detto che “italiano” in Germania è usato per il cibo come sinonimo di qualità, un po’ come avviene in Inghilterra con Made in Germany. Non so se sia vero, ma rende l’idea.

Quello che si sta facendo è demolire il Made in Italy, perlomeno nella percezione interna alla nazione, nell’ambito di alcuni prodotti. Anche senza tirare in ballo le merdose auto Fiat (grazie Fiat per aver progettato la Stilo in modo così assurdo che il meccanico deve ammazzarsi per riuscire a cambiare i fari, eh), da molti anni la qualità della narrativa era così infima che un editore che conosco mi ha detto chiaro e tondo che non c’è nulla di cui stupirsi se pochissime opere italiane vengono tradotte all’estero rispetto a quelle di altri paesi: la massa della produzione italiana è merda parecchio sotto il livello della tollerabilità (e fin qui non sarebbe nemmeno troppo grave) e, questo è molto peggio, ben poca roba è degna di mercati più competitivi della nostra squallida pozzanghera. Per questo all’estero non ne comprano i diritti. Senza contare che comunque le cantonate capitano e anche all’estero comprano, per errore, diritti di roba merdosa (d’altronde neppure loro sono dei geni). Questa mancanza di prodotti decenti in numero sufficiente è gravissima.

Io di solito parlo della merda riferendomi al Fantasy e alla Fantascienza perché li conosco meglio, nonostante abbia avuto modo di constatare la presenza di pattume di pari livello anche nel mainstream, ma l’amico editore me lo ha detto chiaro e tondo: piantala di indicare “Fantasy”, non serve precisarlo, la situazione è messa di merda anche nel resto della narrativa. L’incompetenza è endemica. La cialtronaggine degli autori è insita nel sistema editoriale italiano attuale, mica solo nel fantasy. Non faccio fatica a credergli…

Ciliegina sulla torta del discorso: gli italiani fanno bene a snobbare gli autori italiani e a preferire gli stranieri. Il parere viene da uno che da ragionamenti simili (la famosa “esterofilia”) viene danneggiato visto che pubblica parecchi italiani. Consapevolezza nata, immagino, proprio dall’affrontare di continuo la dabbenaggine degli autori allo sbaraglio in cerca di pubblicazione, gente che non capisce che servono anni di studio sui manuali prima di pensare di scrivere un romanzo.

Il discorso si sta trasferendo sull’editoria digitale.
Senza parlare di prezzi e DRM che, come visto, sono un problema anche all’estero (USA inclusi), mi riferisco a tre cose: la percezione demenziale dell’eBook come una specie di scarto da vendere come capita (ed evitando che “danneggi” -sigh- il cartaceo); la qualità infima dei file ePub messi in vendita, spesso così sporchi da rendere lentissimo perfino il cambio di pagina; i prodotti-truffa, ovvero i libercoli minuscoli venduti a 3-4 euro (e oltre) quando meriterebbero al massimo 0,99-1,99 euro. Vi ricordo che raramente nei negozi è indicato il numero di parole del libro in vendita (o le “pagine equivalenti” -come le ha il lettore Nook Simple Touch- basate su tot parole e magari spiegate pure nelle FAQ), simbolo di civiltà e onestà editoriale che dovrebbe essere obbligatorio, come anche l’anteprima gratuita.

E proprio di anteprima gratuita voglio parlare.
Il Made in Italy ha sfornato una nuova, innovativa, eccitante idea di business che trasporta nel mercato degli eBook quello che tra i beni fisici mi sento di definire furto con destrezza. Come saprete all’estero è banalmente ovvio il concetto che il cliente debba poter leggere qualche pagina del libro prima di comprarlo. Su Smashwords l’anteprima va dal 20% al 50% del testo e la sua assenza è considerata una grave mancanza che in automatico genera nel cliente grave pregiudizio nei confronti dell’opera. Su Amazon è la regola (che poi è solo buon senso e rispetto del cliente) avere l’anteprima, tanto che pure gli eBook italiani su Amazon.it ora offrono (sempre?) l’anteprima gratuita del testo venduto in eBook.

Cosa si inventa allora Feltrinelli?
Gioia e tripudio: invece di mettere anche loro l’anteprima di tutti i libri nel negozio, cosa che quantomeno potrebbero fare per quelli col proprio marchio, hanno la geniale trovata di mettere in vendita a 0,99 euro un estratto del libro! Geniale. Potete trovare queste opere sotto il tag Zoom oppure nel sito ufficiale: 25 eBook di cui 24 a 0,99 euro e 1 gratis.
Metà di quelli a pagamento sono oroscopi per il 2012, con una lunghezza attorno ai 40.000 caratteri l’uno (circa 7000 parole) per cui il prezzo è anche accettabile.

Meglio 0,99 euro che 2,99-3,99 euro, prezzo piuttosto altino fatto da 40k i cui libri non hanno più l’indicazione delle dimensioni ridottissime. Una volta sul Bookrepublic Store c’era l’indicazione, sono sicuro, ho comprato tre dei loro libri e infatti pensavo “magari sarà colpa di IBS e di BOL che non riportano la lunghezza, ma loro sono onesti e lo dicono che sono degli articoli da poche paginette”. Per questo non me la sono mai presa troppo. Poi oggi, proprio quando stavo per lodare Bookrepublic perché sulla sua “collana” 40k riporta la lunghezza… tò, scopro che non c’è più! [vedi il commento per la correzione: in realtà il numero non c'era mai stato, ricordavo male io]

Guardate From words to brain venduto a 3,99 euro: in dimensioni Kindle sono 323 locations (più 40 di pubblicità finale e arriva a 368 locations), ovvero 7170 parole. Senza contare che il contenuto informativo è pressoché insignificante (partenza buona, poi si ammoscia). Non si tratta di un eccellente articolo zeppo di informazioni utili su un determinato ambito: è un articoletto da sito web per valore e contenuti.
“Ok, da questi non comprerò più nulla”, mi ero detto (poi in realtà ne ho presi altri due), “ma almeno non truffano la gente: lo sapevo che era corto, sono stato stronzo io a pagare così tanto per così poco sperando che fosse di alta qualità”.
E ora che l’indicazione non c’è più i coglioni girano come pale d’elicottero. [vedi il commento per la correzione: il numero non c'era mai stato e Bookrepublic non ha cambiato nulla, ricordavo male io e avrei dovuto incazzarmi già all'epoca, senza aspettare ora]

Ma si può?
Dopo che parecchie volte ci si era lamentati sul web del libretti truffaldini che sono piccoli come articoli, ma vengono venduti al prezzo di un romanzo (a 3,90 euro si trovano romanzi Newton Compton e Mondadori in eBook), e dopo che la questione del conteggio parole era stata tirata in ballo anche sul sito di mademoiselle Marta Manfioletti parlando proprio di 40k, questi signori invece di mettere il numero delle parole/caratteri/qualsiasi-indicazione-è-buona nella descrizione, in modo che appaia con limpida onestà anche negli altri negozi, lo levano dal proprio? [vedi il commento per la correzione: il numero non c'era mai stato, ricordavo male io]
Così prendiamo per il culo i clienti: l’intenzione truffaldina nel correggere le cose in peggio è evidente. [vedi il commento per la correzione: il numero non c'era mai stato, ricordavo male io, quindi l'intenzione truffaldina era presente già all'inizio e non è apparsa dopo] Meno male che almeno su Smashwords la dimensione è riportata: 5-21.000 parole, con la maggiore parte sulle 9.000 parole.

In Italia il rispetto del cliente non esiste, lo si considera un consumatore-pollo da spennare e gettare via. Si svende la propria rispettabilità per manciate di noccioline in un settore che a parole si vuole lanciare (zì zì, eBook, zì zì) però nei fatti si incatena con pratiche buone solo a far passare qualsiasi voglia ai lettori di comprare eBook per timore di sprecare soldi in immondizia. Altro che virtuosi nuovi editori “nativi digitali”.
Virtuosi di cosa, poi? Del furto con destrezza?
Della pertica nelle chiappe del cliente?
Dell’imitare il peggio del passato?
È davvero deprimente…

E si può fare anche di peggio. Molto peggio.
Se nella collana Zoom di Feltrinelli ci sono 12 libri a 0,99 euro che possiamo considerare “accettabili”, bisogna anche dire che ci sono altri 12 libri che definire libri è una vergogna concettualmente (anche se tre hanno una dimensione passabile):

Frate Zitto (Stefano Benni), 17.254 caratteri tratto da La Grammatica di Dio;
Un’amabile storia d’amore (Charles Bukowski), 20.947 caratteri tratto da Storie di ordinaria follia;
Bambini pendolari che si sono perduti (Gianni Celati), 8393 caratteri tratto da Narratori delle pianure;
V.O. (Jonathan Coe), 27.354 caratteri tratto da Questa notte mi ha aperto gli occhi;
Aiuto (Erri De Luca), 14.953 caratteri tratto da Il contrario di uno;
Beethoven era per un sedicesimo nero (Nadine Gordimer), 25.747 caratteri tratto da Beethoven era per un sedicesimo nero;
Passerotti (Doris Lessing), 17.792 caratteri tratto da Racconti londinesi;
Zafferano (Maurizio Maggiani), 49.355 caratteri tratto da La regina disadorna;
Si aspetta (Amos Oz), 32.993 caratteri tratto da Scene dalla vita di un villaggio;
La lunga notte del dottor Galvan (Daniel Pennac), 56.370 caratteri tratto da La lunga notte del dottor Galvan;
Padania (Paolo Rumiz), 72.397 caratteri tratto da La secessione leggera;
La luce che c’è dentro alle persone (Banana Yoshimoto), 22.973 caratteri tratto da Ricordi di un vicolo cieco;

Sono tutti estratti da altri libri.
Tre hanno dimensioni dignitose per la vendita a 0,99 euro, ma sono comunque estratti da libri che dovrebbero avere il 10-20% di anteprima gratuita, se fossimo in un paese civile che rispetta i clienti come li rispetta Smashwords, che adoro, o come li rispetta (in questo aspetto quantomeno, sul resto stendiamo un velo pietoso) Amazon.

E leggete come Feltrinelli descrive il geniale progetto:

Zoom è la nuova collana di Feltrinelli tutta digitale.
Una nuova idea di libro: economico, veloce e maneggevole.
A 0,99 € a titolo.

In Zoom troverai i libri che finora non si potevano fare. Perché la cara, amatissima carta ha pur sempre i suoi limiti. In Zoom troverai racconti, romanzi a puntate, guide, saggi e interventi editi e inediti. Testi brevi ma di altissima qualità, liberati nella loro essenza più pura dalle nuove possibilità di distribuzione digitale.

Libri piccoli solo per le loro dimensioni e il loro prezzo. Libri che sanno rimanere nella mente a lungo, come una bella canzone, e che come una canzone possono essere scelti e gustati uno alla volta. E poi gustati di nuovo, e di nuovo…

Dopo la porcata fatta si permettono pure di fare i fighi, eh? Si vergognino.
La mentalità da piccole truffe nel piccolo mercatino rionale rimane. Negozi ed editori che urlano “forza, facciamo la fine dei piccoli negozi con i prezzi gonfiati quando arrivarono i Centri Commerciali e le grandi catene, sì!”
Volete crepare? Fatelo. Di editori che vendono anteprime che dovrebbero dare gratis come è diritto dei consumatori pretendere, il mercato non ha bisogno. Schifosi infami, spero che crepiate come meritate e come implorate a gran voce.

L’unico pregio della porcata Feltrinelli’anal è che almeno ci tengono a indicare molto chiaramente la lunghezza: col fatto che ormai quasi tutti usiamo campi di invio testo in cui il numero di caratteri viene conteggiati (per esempio su Twitter), è facile capire che 20.000 caratteri sono una sciocchezzuola. Pregio a cui Bookrepublic ha rinunciato con una scelta a dir poco demenziale.

Questo articolo, per dire, è lungo 2051 parole per un totale di 12.679 battute spazi inclusi.
Il mio articolo sull’Arco Inglese è lungo 9.337 parole per un totale di 56.622 battute spazi inclusi.
L’articolo sull’Avancarica a Percussione è lungo 12.496 parole per un totale di 78.259 battute spazi inclusi.
Quello sul Risorgimento Steampunk è lungo 20.130 parole per un totale di 126.759 battute spazi inclusi.
Io mi vergognerei a venderli a 2,99-3,99 euro, tranne forse il più lungo SOLO se abbinato all’introduzione sullo Steampunk (altre 4-5000 parole) e comunque a non più di 1,99 euro, ma è evidente che io non sono un editore italiano: io ho rispetto per i lettori.

In pratica il Made in Italy sta diventando un marchio di infamia come il Made in Ciad usato da Nick Stone (protagonista di una serie di romanzi di Andy McNab). Allegria.
C’è chi dice che il risveglio dei nazionalismi e dell’orgoglio nei singoli paesi sia un male, che iniziare a dire che i francesi non hanno il bidet e quindi puzzano (il che è vero, sono dei mangiarane!) è il primo passo verso la fine del Sogno Europeo e verso le guerre, e allora mi sento un po’ più al sicuro: in Italia invece di esaltare il marchio nazionale ci si ingegna ogni giorno di più per sputtanarlo. Evviva.

 

Sconfiggere il formato proprietario di Amazon: “salva ePub, salva l’editoria”

Scritto da il 27 ott 2011 | Categorie: Ebook, Editoria, Riflessioni

Nell’articolo sui nuovi Kindle avevo fatto una lunga riflessione sui pericoli che in futuro Amazon, in quanto azienda sostenitrice di un formato proprietario (.azw/.mobi — vedi qui per il KF8) dentro cui chiude i contenuti culturali dei libri, potrebbe rappresentare per la salvaguardia dei testi pubblicati e, in secondo luogo, per la diffusione delle cultura nel caso decidesse di non ammettere “certi testi” quando sarà il punto di riferimento mondiale per l’acquisto dei libri (e magari pure per il prestito in biblioteca).

Non è un problema che si presenterà ora.
Al momento Amazon sarà un semi-monopolio utile, propositivo, in grado di creare dal (quasi) nulla una mercato fiorente dell’editoria digitale. Un buon semi-monopolio di quelli utili, che stanno alla base del capitalismo descritto da Immanuel Wallerstein. Ma ciò che di buono farà ora, se non verrà privato di certi aspetti negativi di contorno che al momento non sembrano “così pericolosi”, potrà diventare di punto in bianco disastroso in futuro.

Come avevo commentato nell’articolo linkato prima:

Il punto di forza di Amazon è comportarsi molto meglio coi clienti quando si tratta di beni fisici di quanto faccia qualsiasi altra azienda concorrente. Ne parlava già Doctorow in Content.

Ma non lo fa perché è il Gigante Buono, immagine che si è costruita negli USA. Lo fa perché così guadagna di più, costruendo un nome e un rapporto coi clienti. Come già spiegato. Non è meno carogna dei sui colleghi Apple o simili, è solo meno idiota e sa portare dalla sua il pubblico mentre guadagna (il che è meglio di niente, ovviamente! Finché dura).

Oggi è “buona”, ovvero persegue il proprio interesse egoista tramite atteggiamenti altruisti (perché gli avversari sono così scemi da non saperlo fare anche loro). Quando questo spreco di forze per rimanere buona non sarà più necessario, se vorrà, potrà smettere di esserlo.

Se smetterà di esserlo, saranno cazzi.
Magari non smetterà con Bezos, magari smetterà quando al suo posto (se vogliamo immaginarlo come “un po’ idealista” – nonostante il modo in cui tratta i dipendenti) ci sarà solo un consiglio di manager interessati esclusivamente a predare più profitti possibili subito, come successo a tantissime altre aziende.

Questo diceva l’articolo.
Il problema non è ora, ora Amazon è fantastica: il problema è dopo, in un eventuale cambio di rotta quando sarà diventata il monopolio dell’intrattenimento.

Per impedire un disastro bisogna agire prima che avvenga: agire dopo che è avvenuto, quando finalmente tutti si accorgeranno di ciò di cui una minoranza di corvacci del malaugurio li ammoniva da anni, significa solo riparare i danni già causati. Si dice che il problema non è cadere da un palazzo, ma l’atterraggio. Il ragionamento vale per Amazon: il problema non è portare una bomba atomica in volo con un bombardiere; il problema non è neanche armarla; non è un problema nemmeno mentre cade; quando esplode ecco che c’è il problema. Ma dopo che è esplosa ci si può domandare se non sarebbe stato meglio evitare di armarla e lanciarla (il giretto in aereo invece può pure farlo).

Ma come agire?
Ovviamente i consumatori armati col cliché delle torce e dei forconi (sigh) non possono nulla, al solito. Belle chiacchiere tipo “boicottiamo i prodotti con il chip Fritz” o “boicottiamo Amazon” non hanno alcun effetto. Avete visto il boicottaggio sui libri Mondadori? Vi pare fallita? E Intel è fallita perché un pugno di esperti giustamente preoccupati accusava il Trusted Computing di essere una minaccia letale per la libertà?
Tutte lotte “giuste”, ma fondamentalmente l’effetto economico è stato irrisorio. Nel secondo caso almeno sensibilizzare la clientela ha l’effetto di ridurre il rischio che le aziende possano scegliere davvero la strada della blindatura informatica. Il primo caso rimane solo ridicolo: gli editori sopravvissuti al passaggio al digitale crolleranno quando i lettori inizieranno a far pagar loro, per decisione individuale e non per invito collettivo di terzi, la cattiva qualità dei prodotti venduti (ovvero forse mai: il pubblico tipico che ancora legge, accuratamente selezionato dagli editori cacciando per decenni chi aveva pretese di qualità, non è capace di distinguere nulla, se non la merda peggiore come Unika e Amon).

Le cose cambiano agendo sul meccanismo che le causa, non reagendo al risultato (cioè alle “cose”). Questo principio gira appena da una manciata di millenni: dall’economia alla strategia alla metallurgia, tutto si basa su questo concetto. Eppure ancora molti pensano che agire sempre e solo sulla conseguenza e non sulla causa sia il modo giusto di ragionare: misteri dei meccanismi evolutivi che hanno reso la Stupidità il vero marchio di fabbrica che distingue l’uomo dall’animale “inferiore”.
Chi ha la capacità di agire ORA sono gli editori, difendendo i propri interessi mentre proteggono quelli dei lettori. Egoismo altruista che genera vantaggi collettivi, ovvero fare ad Amazon quello che Amazon ha fatto ai concorrenti negli anni scorsi: usare l’attenzione al benessere del cliente come arma, come predicava già mezzo secolo fa Ray Kroc, il fondatore di McDonald’s:

“Prenditi cura del cliente e gli affari si prenderanno cura di sé da soli.”

È sempre un buon motto. Tra le aziende italiane, Simplicissimus Book Farm lo ha adottato: l’attenzione al cliente è massima, sia per gli eReader che per la vendita di eBook. Quando si accede al negozio è possibile contattare il libraio online, Ciccio Rigoli, per chiedere consigli al volo per gli acquisti o aiuto tecnico. Il tutto senza dover inviare scomodi ticket all’assistenza come invece avviene su IBS: quando ho avuto problemi con un acquisto, Rigoli mi ha risposto in meno di un minuto e ha pure verificato che l’addebito via Paypal non fosse avvenuto più di una volta (cosa a cui non avevo pensato, ma tanto non era successo).

Taotor mi aveva chiesto nei commenti all’articolo sui nuovi Kindle:

Duca, se voi foste nella Barnes & Noble come rispondereste all’attacco Amazon?

E avevo risposto:

L’unica risposta possibile a un supercapitalista che basa il suo potere sui prezzi infimi e sui DRM proprietari…
… è adottare una campagna di terrorismo contro i DRM, rinunciare ai DRM in proprio, convincendo gli editori a seguirti, e puntare sui libri davvero liberi su dispositivi liberi. Abbassando poi il prezzo del Nook nuovo di altri 10 dollari o, se si riesce, fino a 99 dollari.

Il problema di una decisione che richiede più persone per essere presa è, ovviamente, la presenza fissa X di idioti come ci ricorda Cipolla.
B&N potrebbe anche avere qualcuno dentro con grafici, studi ecc… che dimostrano che sarebbe la Vera Mossa che Amazon non si aspetta e a cui non saprebbe ribattere, la denuncia dei libri cancellati, il terrorismo puro contro ciò che sarebbe un mondo di cultura in formati “non Open” e il presentarsi come paladini della libertà dei consumatori, ma poi convincere gli editori a rinunciare ai DRM di Adobe è impossibile. ^_^

Quando Amazon sceglie un nuova strategia, non deve farla digerire ad altri. La sceglie e basta. È la forza di una monarchia illuminata contro un parlamento: rapide decisioni. Ed è solo due millenni e passa che viene ripetuto ossessivamente che le decisioni vanno prese all’istante e senza tentennamenti, eh…

Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata.
(Tito Livio)

La risposta come potete notare è dal punto di vista di una libreria, non degli editori.
Il sistema dal punto di vista della libreria funzionerebbe perfettamente, permettendogli di accentrare pubblico su di sé (più che sui concorrenti) mentre si indebolisce l’avversario principale. In più sarebbe un tipo di egoismo positivo per la società, perché per favorire il proprio bene si fa anche il bene della collettività. E il tutto senza dover dire nemmeno una menzogna: la forza della verità e del pericolo dei formati proprietari porterebbe esperti da ogni parte del mondo (Stallman e il sito TeleRead inclusi) a sostenere B&N nella sua campagna contro Amazon.
Amazon alla fine sarebbe costretta a cedere, adottando gli ePub senza DRM.

Amazon manterrebbe gli enormi vantaggi del suo essere un accentratore con un grande pubblico di riferimento. Perderebbe solo la capacità di incatenare il pubblico col formato, ma è un vantaggio che può perdere: non ne aveva bisogno con gli altri prodotti fisici, quando ha costruito la propria fama con l’onestà verso i clienti e la difesa dei loro diritti, quindi perché dovrebbe averne bisogno con gli eBook?
Una situazione di liberi eBook in libero formato è una situazione dove tutti vincono. Anche Amazon, vincerebbe solo un po’ meno di prima: invece di essere un Bandito Intelligente, citando la suddivisione di Cipolla, sarebbe Intelligente-e-basta assieme agli altri.

Quindi, data la presenza allarmante dell’infezione detta Stupidità, questa è una prospettiva impossibile. Sì, la stupidità si diffonde “infettando” altri individui: Livraghi ha dato validi motivi per sostenere questa idea citando i casi della televisione e simili. Bastano pochi Stupidi che non aderiscono per demolire un piano ben fatto, anche se la maggioranza Intelligente è d’accordo. E sto parlando con fin troppo ottimismo: di norma la maggioranza è Stupida, ovvero legata al passato e a schemi di ragionamento obsoleti incapaci di fornire risposte efficaci, mentre solo una minoranza è Intelligente, ovvero capace di reagire in modo efficace al nuovo ambiente e salvare la baracca per tutti (colleghi Stupidi nell’azienda inclusi).
Se ancora il concetto di Stupidità vi lascia perplessi, liberatevi dell’Ignoranza (fedele amica e collega della Stupidità) leggendo questo e questo.
 

[...] la stupidità è contagiosa. E, poiché chi ne è infetto non lo sa, l’epidemia è difficilmente curabile. Questo è uno dei motivi per cui il potere della stupidità è pernicioso – e le difese sono spesso inadeguate. Più la consideriamo “innocua” (e più ci illudiamo di esserne indenni) più aumenta la sua pericolosità.
(Giancarlo Livraghi, “La stupidità non è innocua”)

 

A fine settembre avevo lanciato quell’allarme sui possibili guai futuri, facendo rimbalzare l’idea di pericolosità a lungo termine di Amazon che già i siti di settore discutevano nel 2009 al tempo dei primi dati sul successo di Konrath (se ne discutevano ancora prima non so dirlo, ma l’incidente con l’edizione illegale di 1984 cancellata senza l’esplicito permesso degli acquirenti da tutti i Kindle risale al 2009).
Cosa è accaduto nel frattempo?

Nel frattempo, come è ovvio, le cose sono andate nel modo già previsto da molti esperti da molto tempo. Ovvero Amazon ha continuato con il suo piano, in piena luce del sole, per sostituirsi agli editori. Ha fatto accordi di pubblicazione con degli autori, garantendo in cambio il genere di servizi che di solito fornisce (o dovrebbe fornire) un editore: copertina, formattazione, pubblicità ecc…
Paga i servizi al posto dell’autore, assumendosi il rischio di impresa in cambio di una fetta dei proventi. Un editore, appunto. E si è messa perfino a tradurre i romanzi stranieri più promettenti in inglese, prerogativa dei veri editori fino a poco tempo fa: The Hangman’s Daughter, romanzo storico originariamente in tedesco, è stato tradotto da Amazon in accordo con l’autore e ha venduto, pare, 250mila copie.
Stupore! Articoli scandalizzati qua e là! Allarme rosso!

Seriamente, ma scendere dal pero prima no?
È un pezzo che si dice che Amazon stia portando avanti questo progetto, ha pure fondato marchi specializzati su vari generi nel 2010-2011. E stava assumendo apposta editor e affidando il lavoro ad agenti professionisti (non a degli sprovveduti del mercato editoriale, insomma, si spera). È banalmente ovvio che se stava ancora portando avanti lo stesso progetto, come era già noto a tutti, prima o poi avrebbe avvicinato degli altri scrittori trasformandosi da “fornitore di un servizio di vendita eBook e POD” a “editore vero e proprio”.

Ve ne avevo parlato perfino io, che non sono certo un pozzo di scienza o di informazioni, nel maggio scorso quando era già una notizia vecchia e stravecchia:

Giusto per curiosità vi ricordo che Amazon è sempre più convinta di voler operare come editore che seleziona, cura e pubblica opere. Hanno assunto Laurence Kirshbaum (ex Amministratore Delegato della Hachette Book Group USA e agente letterario, 40 anni di esperienza nel settore) per comandare l’ufficio di New York. La missione di Kirshbaum è di fondare un marchio editoriale sotto il controllo di Amazon, focalizzato sull’acquisizione di testi di Literary Fiction e di saggistica di alta qualità (di preferenza quelli, ma non snobbano la narrativa commerciale). Dopo Amazon Encore (marchio per autopubblicati di qualità), AmazonCrossing (libri stranieri tradotti in inglese), The Domino Project (una roba di Seth Godin), Montlake Romance (rosa) e Thomas & Mercer (misteri e thriller), Amazon lancia un nuovo marchio specializzato.

Alta qualità e marchi focalizzati in ambiti ben precisi.
Amazon deve aver intuito che in un mondo in cui la qualità media dei romanzi sarà pessima, grazie alla valanga di autopubblicati, l’unico modo per vincere sarà di distinguersi come marchio tramite la qualità, creando così un rapporto di fiducia con i forti lettori. Non so se funzionerà, ma è la stessa idea che avevo portato io a Ebook Lab. Non vedo altro modo di far sopravvivere i marchi editoriali, al di là della pura forza bruta dei Big per imporsi negli spazi pubblicitari (costosi) e in televisione (solo per i bestseller). Forse ci stiamo avviando verso l’apocalisse e la narrativa di qualità morirà per sempre, come sono morti i grandi RPG per PC di una volta come Fallout (quelli veri, non le porcate attuali) e Arcanum… o forse no. Non lo so. Ne parlerò in futuro.

Un pero.
Osservate bene le fronde.
È pieno di blogger, scrittori ed editori.
 

Poi, non so perché, un sacco di persone hanno trovato scandalose, rivelatrici, blasfeme, oscene e bla bla bla queste due frasi di Russell Grandinetti (un pezzo grosso di Amazon):

The only really necessary people in the publishing process now are the writer and reader. Everyone who stands between those two has both risk and opportunity.

Le uniche persone davvero necessarie nel processo editoriale sono lo scrittore e il lettore. Chiunque si trovi tra loro due ha sia rischi che opportunità.

La parola chiave è “necessarie”.
Se lo scrittore può fare da solo, se ha le competenze per creare l’eBook, scegliere la grafica, editare tutto ecc… senza bisogno di altri, perché non dovrebbe farlo? Perché dovrebbe vietarsi di pubblicare il proprio testo in attesa che un fantomatico ente burocratico, un Gatekeeper, decida se la pubblicazione va approvata o meno?

Autore e Lettore: il minimo sindacale. Ovvero il concetto di “necessario e sufficiente”, ma Grandetti in realtà ha detto solo “necessario” (possiamo immaginare intendesse anche “sufficiente”). Anzi, non serve nemmeno l’Autore: se schiatta le Opere rimangono e bastano loro a farsi leggere. Ma non si intendeva fare un discorso di questo genere, per cui la precisazione lascia il tempo che trova… ^_^

Se poi l’autore non ha le competenze per produrre qualcosa di buono da solo, dovrebbe rivolgersi ad altri professionisti (pagandoli) o agli amici (pagando pure loro, se necessario: amicizia non deve significare per forza gratis). Se non lo fa e il suo libro alla fine fa schifo, problemi suoi: i lettori che non lo compreranno dopo averne letto l’estratto gratuito oppure chiederanno un rimborso al negozio per lo schifo (lasciando pure commenti irosi e voti bassissimi) non sono esattamente ciò a cui un autore dovrebbe puntare. Ma su questo torneremo nell’articolo futuro a tema, ora è fuori luogo approfondire.

Passiamo al secondo pezzo della frase: chi si trova in mezzo ai due tizi necessari “ha rischi e opportunità”.
E quindi? Vi state strappando le vesti? È il concetto di editore: qualcuno che investe (rischio) sperando di guadagnare più di quanto speso (opportunità). Potete interpretarlo in altri modi: un editor freelance ha rischi e opportunità, perché nel nuovo mercato ci sono più clienti possibili, ma è un macello riuscire a convincerli che hanno bisogno di fare un editing serio (e che l’editor è in grado di farlo, cosa che a meno di non essere già ben istruiti sulla scrittura è molto difficile valutare). Rischi e opportunità: come mai il concetto di “impresa”, uguale a come è sempre stato, a certuni sembra così alieno?

Quando sento che quella definizione non include l’editor, mi scatta un facepalm così forte da crollare svenuto: su che pianeta vivono? È dal 1987 che gli editor e i critici statunitensi si lamentano che non si fa più editing decente sui testi e ogni anno va sempre peggio. Anche nell’aMMeriga che tanti sognano. La situazione è già una tale porcata sovraffollata e con crumiri dietro ogni angolo pronti a vendere due cambi di virgola per 100 euro che peggio di così si prospetta solo l’autocombustione.
Giusto chi ha già posizioni nel settore consolidate e legami con gli editori ha da temere (e infatti frignano, es: il buon Rich Adin) e solo gli ignoranti possono pensare che ora vada tutto bene (parecchi caproni col sogno dell’aMMeriga e dell’editore che fa l’editing trasformando oscene storielle in capolavori), ma chi si avvicina da novello editor al settore sa già che peggio di così non potrebbe diventare. ^_^

Il fatto che qualcuno trovi scandaloso il semplice buon senso della “necessità di autori e lettori” è di per sé interessante, ma il fatto che un sacco di persone abbiano criticato quella frase pubblicando il proprio articolo di costernazione su dei blog che, guarda caso, sono proprio della piattaforme di pubblicazione in cui l’Autore incontra il Lettore senza che un Gatekeeper debba approvare la cosa, è una delle migliori prove possibili all’idea di Cipolla e Livraghi che gli Stupidi siano molto più di quanti sembrino.
 

“Qual è il tuo nome, Stupido?”
“Il mio nome è Legione perché sì perché è fantasy!”

 

Questo comunque non vuol dire che Amazon non sia in malafede: nel modello attuale c’è spesso un terzo agente, il “negozio” che prende la percentuale… non è un agente necessario (Gamberetta con Assault Fairies ha raggiunto più pubblico di molti libri pubblicati su carta), ma per guadagnare qualcosina al momento è praticamente obbligatorio. Superare questa situazione trasformando il negozio da “praticamente obbligatorio” a “molto utile” è necessario per mettere la ciliegina sulla torta del futuro. Sperando che non sia una crostata alla cacca.

Quel che volevo far notare è che frignare per quella frase è da ignoranti.
Pure su dei siti italiani ho visto proporre discorsi sul ruolo dell’editore come fornitore di servizi all’autore, come se fossero discorsi su qualcosa di nuovo. Santo cielo, è tutta roba vecchissima. Se avete letto qualche articolo così, potrete facilmente notare che quello era il tema del mio intervento a Ebook Lab Italia del marzo 2011, e già all’epoca mi pareva un discorso vecchio e stravecchio (ma necessario e utile da fare), tanto per dire quanto cavolo è vecchia quella roba.
Ecco un pezzo tratto dall’articolo-guida per l’intervento, che vi consiglio di leggere se non lo avete già letto:

Se il marchio dell’editore, al di fuori della saggistica dove farà da garante per la qualità delle informazioni, non sarà più un vantaggio, perché l’autore di narrativa dovrebbe scegliere di avere un editore?
Semplice. Gli editori possono essere aggregatori di servizi. Perso il ruolo di “rendere pubbliche” le opere, gli rimane quello di fare tutto ciò che possono per migliorarle e di selezionare solo prodotti su cui pensano che valga la pena investire.

Per un autore novello può essere difficile trovare un bravo editor (la stessa Amanda Hocking se ne è lamentata in una intervista), un esperto in grado di produrre un eBook validato e con tutti i metadati scelti al meglio, una buona copertina (Derek le sue le ha pagate 400-500$) e magari anche un traduttore per immettere l’opera sul mercato anglosassone. D’altronde non si è sempre detto che quello inglese è il vero mercato degli autori di successo? Presto sarà accessibile a tutti.

L’editore può fornire tutti questi servizi in cambio di una percentuale. Molti autori accetteranno anche solo per paura di investire 1000-2000 euro in un editing decente, senza parlare dei costi delle traduzioni.

Ma l’editore non deve operare come fa ora, prendendosi tutti i diritti che può e trattando l’autore come un sottoposto. L’autore non ha davvero bisogno dell’editore. L’autore sarà sempre più consapevole dell’importanza di tenersi i diritti sul libro. Se l’editore non intende tradurre subito l’opera per immetterla sul mercato inglese (o tedesco o giapponese ecc…), l’autore può voler imporre di tenersi i diritti di farla tradurre lui e venderla lui. Gli autori non sono tutti idioti: impiegheranno poco a capire che i veri guadagni e la massima diffusione sono tutti nel mercato in lingua inglese. Se l’offerta non è buona, l’autore potrà decidere di fare da solo.

Con un po’ di intelligenza gli editori potranno prendersi la fetta che meritano del nuovo mercato.

Non fatevi fregare la vostra fetta del mercato!

L’editore deve diventare un socio alla pari con l’autore, non un Capo che quando gli gira dice quante vendite ci sono state e l’autore non può aprir bocca per contestarle. Ad esempio, un account di vendita condiviso per ogni libro/autore pubblicato permetterà il completo controllo delle vendite da parte di entrambi. O altre soluzioni simili che rispettino l’autore come professionista indipendente, senza farlo sentire un sottoposto.

Le attuali azioni di Amazon confermano che la mia (e di molti altri) visione era quella giusta.
O gli editori inizieranno a fare la differenza o Amazon la farà al posto loro. Se gli editori non diventeranno aggregatori di servizi mentre Amazon lo diventerà, il pubblico si potrà rivolgere solo ad Amazon. Fine. Ma un editore che non diventerà un aggregatore di servizi, invece di un semplice stampatore e succhiatore di soldi, non è un Vero Editore… quindi che crepi pure, il bastardo!

Anche la questione dell’essere soci alla pari, con l’editore che dice (ad esempio) quante copie l’autore ha venduto e dove, è stata affrontata parecchie volte.
E infatti Amazon ha promesso di fare così coi suoi autori. Io ve l’avevo detto che questo era un elemento importante, ma qualsiasi imbecille (io, appunto) poteva arrivarci, siamo onesti.
Questo che parrebbe il minimo, dire all’autore quanto ha venduto, gli editori cartacei spesso non lo fanno. Di regola non lo fanno. E non parlo solo dei ritardi di mesi e mesi a scoprire il numero reale delle copie vendute: intendo proprio che se ne sbattono allegramente! ^_^
Alcuni autori ne sono rimasti scottati a sufficienza da abbandonarli o da scrivere post rancorosi contro di loro. Il famoso post in cui un certo autore horror per bambini, che ha pure un agente di tutto rispetto, accusava la Mondadori di non avergli pagato le royalties era un piccolo capolavoro: peccato che abbia cancellato il blog, si meritava un link.
Ma c’è sempre questo, contro la Marsilio:

Ci sono state promesse mai mantenute, rendiconti mai arrivati, royalties (forse: senza rendiconti, come faccio a saperlo?) non pagate, cose che ho trovato piuttosto gravi.
[...]
Serve mostrare agli editori che se davvero sono dei professionisti, allora devono comportarsi professionalmente; altrimenti, oggi più che mai, la loro funzione scompare. Troppi di loro pensano di vivere ancora in un mondo in cui possono permettersi di essere stampatori evoluti.

(Francesco Dimitri annuncia l’eBook autoprodotto di Pan)

Una recensione onesta del suo romanzo successivo, “Alice”, pubblicato con Salani (ovvero una casa editrice che fa selezione ed editing). Risultato? Una porcata indegna con un editing vergognoso (a quanto si può giudicare dai risultati). Se la Salani fosse una bandiera nazionale, Alice equivarrebbe a defecarci sopra e poi incendiarla.
 

Come mai sto scrivendo tutto questo papiro sconclusionato?
Durante la mattina ho letto questo articolo di Rich Adin:
How Do You Do It? Amazon vs. Editors (I)
Presenta un formula che mi ha ricordato la mia soluzione impossibile per B&N, solo che è traslocata dal punto di vista della libreria a quella degli editori e diventa molto più fattibile (ma perde la campagna di terrorismo e ci mette un classico braccio di ferro collaudato). È applicabile e semplice. Merita di essere segnalato.

Amazon, come è noto, vende eBook. Ne consegue che ha bisogno di eBook da vendere, per venderli. Il problema di Amazon è che i signori a cui vuole fregare il ruolo, gli editori, sono anche i signori che al momento forniscono una fetta notevole degli eBook che permettono ad Amazon di guadagnare e costruire la propria grandezza come libreria digitale. Se avesse solo piccoli editori e autopubblicati, sarebbe costretta a correre in lacrime ad abbracciare le ginocchia dei Grandi Editori che nel frattempo continuerebbero a vendere i loro romanzi, con minimo danno, su B&N (basterebbe attrezzarlo per vendere anche i .mobi senza DRM ai Kindle) o su Smashwords (che già vende i .mobi assieme agli ePub).

Questo potere di ricatto è il motivo per cui Amazon, a cui piace l’idea di dominare il mondo futuro sotto il tacco di ferro del formato proprietario, vuole liberarsi degli editori. O perlomeno liberarsi a sufficienza da poter sopportare la loro scomparsa. Adesso Amazon è vulnerabile, ci dice Rich Adin, perché non può ancora rinunciare agli editori. Quando Amazon, tra uno-due-tre anni o quel che sarà, diventerà un editore affermato con grandi autori di bestseller nella sua scuderia, il ricatto non sarà più possibile. E allora, forse, sarà Amazon a voler mandar via gli editori scomodi che minacciano coi loro eBook i suoi eBook.

Su cosa ricattare Amazon?
Gli editori, per poter mantenere viva la concorrenza, hanno bisogno che il formato proprietario sparisca. Attualmente un proprietario di Kindle non può agevolmente (o legalmente) comprare e leggere ePub: la possibilità che acquisti su una libreria che vende ePub è quindi infima, rimane vincolato all’adorato Amazon. O al più può saltellare su Smashwords, dove però l’assenza di DRM tiene lontani gli editori importanti.
Gli editori possono impuntarsi e dire: “Da ora in poi vogliamo che vendi i nostri libri in ePub con i DRM che diciamo noi, senza trucchetti!” Quando questi idioti hanno preteso il modello agenzia al posto del modello grossista per autodanneggiarsi, facendo allo stesso tempo un grosso favore ad Amazon (che però non aveva subito capito che era un favore), Amazon ha lottato, lanciato maledizioni, ha perfino esiliato MacMillan dal catalogo, ma alla fine il fronte unito (e non erano nemmeno tutti i Big) ha trionfato con i catastrofici effetti che già conosciamo.

Un grande editore USA all’opera…
… no, non è un editore: se ne è accorto troppo presto!
(da The basic laws of human stupidity di Carlo Cipolla)

 

La soluzione è salva la cheerleader, salva il mondo “salva ePub, salva l’editoria”.
Se si impone di adottare ePub secondo lo standard fornito da IDPF senza ampliamenti, anche se lo si farà con un DRM che prima o poi si dovrà comunque abbandonare, si sarà scongiurato il rischio globale di rinchiudere tutta la cultura scritta di saggi, romanzi ecc… dentro una cassaforte la cui chiave è ottenuta solo su gentile concessione di Amazon (proprietaria di Mobipocket e ideatrice del nuovo KF8). Se Amazon non vorrà che si possano fare più lettori per leggere Mobipocket e KF8, non li potremmo più leggere. Inclusi quelli su cui fonderanno la loro distribuzione digitale le biblioteche pubbliche. Ed è tutto legale: cavoli nostri se saremo così scemi da accettarlo.
Ulteriore vantaggio di avere ePub su Amazon: gli editori potranno creare loro gli eBook, al meglio delle proprie possibilità, senza doversi affidare alle (dozzinali) conversioni in Mobipocket/altro del negozio.

Questo non risolverà il problema dell’eventuale monopolio futuro, ma aiuterà a costruire una concorrenza più sana che eviti ad Amazon di fare il grande salto da semi-monopolio a monopolio-all-atto-pratico.
E questo non cambia il fatto che ancora oggi Amazon faccia aderire i suoi clienti a un contratto di uso per cui può, in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione, cancellare a piacimento i libri presenti sul Kindle del cliente. Ma un po’ di sana concorrenza li scoraggerà dal riprovarci per timore della smitragliata di calci nel culo da ogni direzione che ne deriverebbe.

Oh, certo, ha promesso che dopo il fattaccio del 2009 non lo avrebbe più fatto: ma allora perché continuare ad arrogarsi il diritto di farlo a piacimento? Eh già: non ci si tiene un diritto, soprattutto quando porta così tanta cattiva pubblicità tra gli appassionati, se non si pensa che prima o poi potrebbe tornare utile sfruttarlo. Se state facendo “Oh…” con la boccuccia, palpatevi la nuca e girate su ON la manopola del cervello. ^_^

 

Felicità random ingiustificata (con domanda retorica inclusa)
 

E fin qui ho ripetuto, in una versione meno scema (formati proprietari!), le stesse boiate che orde di blogger, scrittori e lettori più o meno sprovveduti già dicono.
Sì, boiate. Non perché la minaccia non sia reale, ma perché nei discorsi che leggo online (sopratutto in Italia, guarda caso, patria della disinformazione-per-ignoranza) il discorso dei formati proprietari e delle conseguenze collegate rimane di sfondo, come se non fosse il problema centrale. Sembra di leggere gente che è rimasta ferma a una lettura superficiale di testi di economia dell’Ottocento, senza capire che bisogna guardare la realtà effettiva e da quella trarne le conclusioni, non adattare la realtà restringendola alle conclusioni preconfezionate che ci pare di aver capito leggendo qualche barbuto crucco di 150 anni fa che non era nemmeno granché bravo con la matematica (si veda Mentire con le Statistiche di Darrel Huff).
Bisognerebbe fare come Aristotele e non come gli aristotelici, ammoniva l’altro ieri per cui siete scusati se non lo sapete quattro secoli fa Galileo.

Nelle possibilità che il futuro ci apre con la diffusione sugli eReader di pratiche e standard che già adottiamo nel “leggere” sul web, unita alla soluzione (che prima o poi arriverà) del problema dei micropagamenti, si trova quasi tutta la soluzione al problema.
La soluzione a (parte) del problema la potete trovare anche da soli, basta riflettere sul fatto che è probabile che tutto prosegua come sta proseguendo da quando c’è internet, unito alla soluzione di quei piccoli problemi sui pagamenti e a qualche altra semplice sciocchezzuola (tipo le percentuali tenute dai negozi ecc…).

Questi argomenti verranno affrontati nell’articolo sul futuro dell’editoria che pubblicherò prima di Natale. Il tema di fondo, recuperando un discorso iniziato nel lontano luglio 2008, sarà questo: l’eBook non è la soluzione ai problemi del mondo dell’editoria, ma solo una condizione necessaria a quel cambiamento di paradigma che non è detto che avvenga presto (né che avvenga in generale né che avvenga in modo completo).

I micropagamenti sono una parte rilevante del problema (ovvero il motivo misterioso per cui lo Stato ci ha dato fogli e monetine affinché ce li passassimo di mano in mano senza che venissero automaticamente tassati a ogni passaggio da un ente privato, ma non ha ancora fatto lo stesso con la valuta in digitale: dare 1 euro a qualcuno è molto più scomodo in digitale che di persona, al contrario di quanto avvenuto con le email rispetto alla posta cartacea), ma confido che si risolverà prima o poi.

La merda in cui si è nuotato fino a ieri sembra sempre meno densa di quella che ci aspetta domani, ma non è detto che lo sia stata davvero. ^_^
Per ora, in sintesi: siate ottimisti. Non vi dico “siate affamati”, perché quello accadrà solo se i peggiori incubi di dominio di Amazon si verificheranno.

EDIT 27/10/2011
Ho aggiunto una nota sul nuovo formato KF8 annunciato da Amazon, qui, e l’ho linkata due volte nel corpo dell’articolo. Il discorso non cambia. Ma il pericolo si concretizza, leggermente.

 

I nuovi Kindle a partire da 79 dollari e una riflessione pessimistica

Scritto da il 28 set 2011 | Categorie: Ebook, Riflessioni

Oggi c’è stata la conferenza stampa di Amazon a New York (10:00 ora locale, 16:00 ora italiana). Non c’era lo streaming. L’ho seguita su canale Twitter dedicato al Kindle e sul sito di Nate.
Ci sono notizie molto buone e di conseguenza, forse, molto cattive.
Dipende se pensiamo solo a ora o se immaginiamo scenari di medio-lungo periodo.

Amazon ha presentato tre eReader e un tablet.
Si era detto che il tablet sarebbe costato sicuramente meno di 300 dollari perché c’erano ricerche secondo cui un buon tablet sotto quel prezzo poteva ottenere almeno cinque milioni di vendite in pochi mesi. Minimo. Si aspettava quindi un tablet “riempitivo” a 249 dollari, un concorrente diretto del Nook Color e del futuro Nook Color 2 (confronto coi 7 pollici, non con i 9,7 dell’ottima iPad 2 da 499 dollari di prezzo minimo).

Amazon ha fatto del suo meglio (ovvero del suo peggio, in prospettiva diversa).
Il Kindle Fire non è un mero riempitivo: ha uno schermo sì da solo 7 pollici, ma con l’eccellente tecnologia IPS (ampio angolo di visione) già presente sugli schermi degli iPad e, udite udite, processore dual core (pare sia un OMAP 4 da 1 Ghz). Il che lo rende un ottimo attrezzo anche per giochicchiare. Risoluzione 600×1024 pixel, con una densità quindi di 169 pixel per pollice, come già avveniva sul Nook Color. Per fare un paragone gli iPad hanno 768×1024 a 9,7 pollici ovvero appena 132 ppi. Lo schermo del Kindle Fire è rinforzato antiurto e antigraffio. Autonomia 7,5-8 ore (riproduzione video o lettura, con Wi-Fi spento).
Tutto questo ad appena 199 dollari, con consegne dal 15 novembre.

Il sistema di cloud fornisce spazio illimitato per i contenuti comprati su Amazon, così tutti i film, giochi e libri sono sempre disponibili. Oltre al cloud illimitato ci sono 8 GB di spazio disponibile per installare Apps, custodire in locale musica, documenti, filmati ecc… solite cose, lo sapete come funziona un computatore, poffarbacco!

Vera novità è Amazon Silk, un browser che nelle intenzioni deve essere rapidissimo perché, invece di pesare solo sul processore del tablet, elabora in remoto i dati della pagina richiesta sulla rete di computer del cloud (Amazon Elastic Compute Cloud, detto Amazon EC2) prima di inviarli al tablet per ridurre al minimo la fatica di ridimensionare e gestire gli elementi. In pratica il principio su cui si basano gli omogeneizzati. Pappetta web predigerita in remoto. Maggiori informazioni nel video qui sotto.


Per ulteriori aggiornamenti su Amazon Silk, seguite il blog ufficiale.

 
E ora parliamo dei nuovi Kindle.
Ce ne sono tre modelli: Kindle, Kindle Touch e Kindle Touch 3G.

Il Kindle è il nuovo lettore di base, dotato di Wi-Fi e di porta micro-USB, ma senza 3G e senza touch. È stato ottimizzato per fare una sola cosa: leggere testi, saggistica e narrativa, senza fronzoli e senza le inutili complessità che si fantasticano per gli enhanced eBook (chi mi ha ascoltato su Carta Vetrata sa quanto sono scettico sulla loro “importanza”). Per renderlo più leggero e più compatto possibile hanno tolto il tastierino, per cui ora le ricerche sul dizionario e l’invio di mail non sarà più possibile come con il Kindle 3. Utile per portarlo in giro, 18% meno ingombrante, anche se rimane lontano dalla comodità di un 5 pollici o di un grosso smartphone. Lo schermo è sempre l’eccellente E Ink Pearl con 16 livelli di grigio e 600×800 pixel di risoluzione.

Il lettore base non si chiama ufficialmente Kindle 4, ma per distinguerlo dai precedenti potete definirlo così. Costa 79 dollari nella versione con pubblicità incluse, 109 dollari nella versione senza pubblicità. Le pubblicità a quanto ricordo per il Kindle 3 non erano molto invasive: c’erano screensaver pubblicitari quando si spegne il lettore e un piccolo box pubblicitario (guardalo in azione) in fondo all’indice dei libri.
È già in vendita.

Il Kindle Touch e Touch 3G si differenziano tra loro per la presenza o meno del 3G a fianco del Wi-Fi.
Schermo sempre E Ink Pearl a 600×800 pixel. Grazie allo schermo multi-touch sarà possibile inviare email come avveniva usando il tastierino fisico del Kindle 3 e sfruttare il comodo dizionario, ma non sono questi i motivi principali per cui potrebbe valere la pena comprarlo: ciò che davvero differenzia i modelli Touch dal Kindle base è la funzione X-Ray, ovvero la capacità di penetrare nel testo per trovare tutti i passaggi che contengono certi concetti, personaggi, figure storiche, luoghi e approfondire eventualmente tramite Wikipedia. Si sta leggendo un romanzo storico e viene citato un evento che non si conosce? Un paio di colpetti e si va su Wikipedia a informarsi.

Amazon invented X-Ray, a new feature that lets customers explore the “bones of the book.” With a single tap, readers can see all the passages across a book that mention ideas, fictional characters, historical figures, places or topics that interest them, as well as more detailed descriptions from Wikipedia and Shelfari, Amazon’s community-powered encyclopedia for book lovers.

Amazon built X-Ray using its expertise in language processing and machine learning, access to significant storage and computing resources with Amazon S3 and EC2, and a deep library of book and character information. The vision is to have every important phrase in every book.

Per ampliare il contenuto dei volumi, inoltre, Amazon ha creato un nuovo componente software denominato “X-Ray”: oltre ai capitoli dell’antologia che si desidera leggere, si scaricano dai server anche byte aggiuntivi contenenti informazioni e nozioni aggiuntive. Per esempio, se il libro parla della Rivoluzione Francese ci saranno magari le definizioni Wikipedia relative a quel periodo (Versailles, Luigi XV, Robespierre ecc), tutte accessibili con un tocco e mostrate in modo coerente alla pagina e a quanto si sta leggendo.

(Punto Informatico)

Spazio anche agli aspetti sociali: condivisione commenti, passaggi sottolineati ecc… in un modo simile a quanto già sperimentato su Bookliners. Ovviamente sarà possibile, come prima, prestare i proprio eBook per 14 giorni ad altri utenti (se l’editore concede il permesso di prestito). Informazioni più dettagliate nella pagina del prodotto.

Il Kindle Touch costerà 99 dollari nella versione con pubblicità e 139 dollari nella versione senza (149 e 189 dollari se c’è il 3G), spedizioni a partire dal 21 novembre e come al solito chi prima ordina prima verrà servito. Mi tenta molto il modello da 99 dollari: spero che lo vendano anche in Italia, magari annunciando la cosa con un’apertura natalizia del Kindle Store italiano.

Gli eBook autopubblicati incontrano il Kindle da 79 dollari:
gioia per gli autori, si diffonde il digitale: “Grazie Amazon, gigante buono!”

 
Prima ho detto che Amazon ha fatto del suo peggio facendo del suo meglio e ora vi spiego il motivo. Amazon gioca sporco, credo sia evidente. Con quel prezzo non può vendere quel tablet se non con guadagni azzerati o addirittura sottocosto, fiduciosa di rifarsi con la vendita dei prodotti collegati come libri, film, Apps o anche la pubblicità sul dispositivo nel caso degli eReader (30-40$ di differenza sono lì, nelle special offers: TU “compri” il dispositivo e così autorizzi Amazon a vendere TE alle aziende per la pubblicità). Questa pratica non serve a guadagnare col prodotto (nel modo “onesto” -sfruttamento degli schiavi a parte- con cui Apple guadagna con gli iPad, per dire), ma serve a fare in modo che la concorrenza non guadagni coi propri prodotti. Quando Gesù moltiplica il pane, i fornai e i contadini lanciano sonori vaffanculo. E quando tutti i fornai e i contadini saranno falliti, Gesù potrà dare il pane creato dal nulla allo stesso prezzo dei fornai di prima o superiore (e che poi non si lamenti se lo crocifiggono!). Chiaro il concetto in teoria?

Ora passiamo al concetto in pratica.
Amazon vuole costruire un monopolio digitale. Per farlo non ha bisogno di guadagnare ora, ha bisogno di, come ha sempre fatto in passato, reinvestire il guadagno in espansione del suo dominio. Come reinvesti all’istante in “espansione” i 50 dollari guadagnati da un tablet venduto a 249 dollari? Vendendolo invece a 199 dollari. Milioni di clienti in più in giro per il mondo lo compreranno e saranno sempre più vincolati al mondo Amazon e alla sua distribuzione di intrattenimento digitale (streaming video, eBook e in futuro App di vario tipo). La concorrenza perderà soldi e alla fine dovrà ritirarsi. Amazon diventerà un semi-monopolio sempre più potente e, ed è questo il casino, alla fine potrebbe perfino diventare un monopolio (o qualcosa di molto simile: il più importante semi-monopolio).

E quando sarà ricca, grassa, sicura di sé e senza nemici credibili non avrà più bisogno di essere gentile coi clienti o di offrire sostituzioni gratuite sui Kindle rotti. Potrebbe pure optare, giusto per non avere guai in tribunale, di adottare una politica anti-sesso sul modello Apple, cancellando l’erotismo e la pornografia da quello che sarà diventato il principale distributore di beni digitali (e quindi di cultura: romanzi, saggi ecc…) del mondo. E chinarsi alle richieste di qualsiasi setta di svitati con avvocati a sufficienza per disturbarlo, come gli equivalenti del MOIGE o i gruppi femministi o i Fratelli Musulmani. Libertà di parola addio, c’è l’imprenditoria privata…

Non è tanto bello, ma il Capitalismo funziona così e quindi potrebbe accadere. Forse non accadrà, ma potrebbe, in teoria. Che il Capitalismo funzioni riducendo l’offerta e riducendo la concorrenza ai pochi semi-monopoli “adatti alla sopravvivenza” è banalmente ovvio (si veda lo storico Immanuel Wallerstein in Comprendere il Mondo). Pensate a quando pochi anni fa Borders diceva che non potevano esserci due supercatene di librerie negli USA: o Barnes & Noble sarebbe stato distrutto/comprato da Borders o viceversa.
Alla fine Amazon ha contribuito alla distruzione del concorrente meno sveglio ed è rimasto solo Barnes & Noble.

Juan Sánchez Villa-Lobos Ramírez spiega a Connor MacLeod l’essenza del Capitalismo:
per guadagnare di più devi estromettere la concorrenza finché non rimarrà un monopolio.

 
E ora Barnes & Noble è uno dei principali avversari di Amazon perché la sfida sul digitale. Vi ricordo i dati riportati nell’articolo di ieri sul mercato USA: Amazon controlla il 22,6% del mercato librario, Barnes & Noble il 17,3%, Borders controllava l’8,1%. Questi erano i tre Big. Borders è morto e la sua fetta di vendite fisiche andrà, immagino, più a Barnes & Noble che ad Amazon.
E Barnes & Noble, pure lui in crisi, come sta riuscendo a sopravvivere? Grazie al digitale: il suo Nook e il suo Nook Color avevano permesso nuovi guadagni, sia sui dispositivi che sugli eBook. Uno scontro con Amazon sul suo stesso campo, anche a suon di prezzi.

Il Nook viene preso a calci in culo, assieme agli eReader Sony da 149-199 euro. E fin qui ok, si sapeva che sarebbe successo. Competere col Nook a 119 dollari o il Kobo Touch a 129 dollari quando Amazon offre un dispositivo inferiore (ma che fa ciò che davvero conta: leggere) a 40-50 dollari in meno e uno equivalente a 20-30 dollari in meno, non è facile. Anzi, è proprio difficile. E con la loro sconfitta viene sconfitto, in quella battaglia se non nella “guerra” dei formati, l’ePub 2. L’ePub attualmente (versione 2) non è meglio di Mobipocket, ma è Open (il che è molto importante per salvare sul lungo periodo le biblioteche digitali dei lettori) e il nuovo ePub 3 è molto promettente per i libri che non siano formati solo da testo in sequenza. La sconfitta di ePub non è desiderabile: i formati Open devono trionfare perché in ballo c’è la trasmissione della cultura negli anni a venire con gli eBook, siano essi saggi per l’ambito universitario o romanzetti di puro intrattenimento. Nessun può volere che la cultura umana sia intrappolata dentro un formato proprietario, che sia coi DRM o senza.

Ma i tablet? Amazon non si era mai lanciata nel settore tablet.
Barnes & Noble sopravvive anche grazie al Nook Color, il secondo tablet più venduto negli USA dopo i due iPad. E il Nook Color da 249 dollari seppure abbia uno schermo buono come quello del Kindle Fire non ha il sistema di cloud di Amazon per velocizzare il browser e per l’accesso a tutti i prodotti multimediali acquistati. In più il Nook Color aveva un processore single core da 800 Mhz (ARM Cortex-A), mentre Kindle Fire avrà un dual core (pare OMAP 4 da 1 Ghz).

Se davvero il Nook Color 2, che deve uscire entro l’anno a 249 dollari (pare col nome Encore), avrà anche lui un processore dual core equivalente (c’erano voci di un OMAP 4 da 1,2 Ghz) e uno schermo non superiore a quello di Kindle Fire (e del vecchio Nook Color), saranno veramente guai per Barnes & Noble! Chi pagherebbe 50 dollari in più per un prodotto equivalente per hardware, ma svantaggiato sul software perché manca il colossale supporto cloud?

“Venite, bambini, zio Amazon vi regala le caramelle.”
“Grazie! Sei molto più figo di zio Barnes e zio Kobo!”
“Mangiate le caramelline, sì, tutta ciccia per quei culetti da stuprare…”
“Che hai detto, zio?”
“Uh, che a casa ho altri dolcetti da farvi provare. Andiamo?”

 
Tempi duri anche per Microsoft, prossima all’ammutinamento a causa dell’eccessivo investimento su Windows 8 e sull’ambito tablet… e ancora la conferenza stampa di Amazon non aveva rivelato il prezzo del Kindle Fire! Ballmer presto finirà crocifisso in sala mensa?

Da secondo tablet del mercato, Nook Color rischia di scivolare oltre il terzo posto, annientato dal Kindle Fire. E con eReader e tablet massacrati, Barnes & Noble rischia di crollare a pezzi: il cartaceo è in crisi sempre maggiore, il nuovo business è nel digitale, e se verrà sconfitto anche lì sarà kaputt. Amazon si prenderà tutti i suoi clienti e sarà a un passo dal monopolio negli USA.
Tutto questo mi ricorda la Germania hitleriana (Barnes & Noble) e l’Unione Sovietica stalinista (Amazon) che si dividono la Polonia (il mercato di Borders). Poi ricordate come è proseguita la cosa, no? Non proprio con un “e vissero assieme felici e in pace, soddisfatti di quanto conseguito”. ^_^

Discorsi simili si potranno fare quando Amazon costruirà una comunità di clienti/lettori italiana, annientando l’obsoleto IBS e riducendo gli altri negozi a mere comparse che rosicchieranno gli avanzi del mercato.
Nemmeno questo è desiderabile: la concorrenza di un lupo armato di fucile contro un branco di cani da pastore zoppi non è sana concorrenza, è un massacro il cui unico risultato possibile è il monopolio del lupo sul gregge dei clienti. E al lupo ogni tanto garberà farsi un cosciotto di pecora, dopo tanti anni di sedano e carote per sembrare “il migliore amico delle greggi”.

Non è detto che accadrà, ma potrebbe accadere.
E non è il potrebbe del “potremmo incontrare una razza aliena di benefattori che ci insegni come curare ogni malattia, quindi perché cercare di curare il cancro?”. È più il potrebbe del “il Capitalismo funziona in questo modo, quindi potrebbe accadere”. Nell’attesa scuotete pure una catena accanto all’orecchio: il suo gioioso tintinnare un giorno potrebbe accompagnare i nostri passi, tagliandoci le caviglie con le piaghe del tracciamento dati e del cloud obbligatorio che renderà impossibile possedere una copia locale dei beni digitali per difenderli da cancellazioni o manipolazioni.

Un giorno nessuno potrà dire che non sia andata così.
Forse. Chi controlla il presente controlla il passato.
E chi controlla il caffè che io vado al cesso e tra poco esce?

 
Guardiamo un attimo all’aspetto positivo nel mare di casini che potrebbero succedere tra un po’ di anni: quando il Kindle Store italiano aprirà l’avvento degli eBook sarà ancora più rapido grazie ai 60-79 euro (la magnifica conversione 1 a 1 colpirà ancora?) del Kindle. Si è detto che siamo in ritardo di tre anni sugli USA, ma gli USA all’inizio del 2009 non avevano nessuno lettore sotto i 100 euro/dollari. E questo è un settore dove la diffusione dei dispositivi è determinante per la diffusione della lettura digitale. ^_^

Anche se gli italiani, invasi dal tablet Fire ben prima di aver costituito una solida comunità di lettori su eReader E Ink come quella USA, potrebbero anche lanciarsi sul Fire invece che sui Kindle e poi dire che “cavolo, questi eBook fanno proprio cagare con ‘sti schermi luminosi! Molto meglio la carta!”. ^_^”"

 

Edoardo Mori: calci in culo per tutti

Scritto da il 18 set 2011 | Categorie: Editoria, Notizie Varie, Oplologia, Riflessioni

EDIT 28 Settembre 2011
Qui trovato il documento originale del 16 agosto 2011, molto più ricco dell’intervista:
http://www.earmi.it/varie/scienze%20forensi.pdf
Sono ben 23 pagine dense di informazioni deprimenti sullo stato della nostra magistratura, di cui solo una piccola parte è finita nell’articolo. Per chi vuole vedere per forza come una strumentalizzazione ad hoc contro la magistratura l’articolo del Fognale arrivato un mese dopo (macchina del tempo?), vorrei ricordare che se avessimo magistrati più competenti e capaci anche un certo nanerottolo sarebbe ormai in gabbia da un pezzo perché magari non tutto, ma qualcosa lo ha fatto di sicuro. L’incompetenza della magistratura danneggia tutti, soprattutto chi blatera d’essere di Sinistra.

Oggi ho scoperto, con notevole sorpresa, un’intervista a Edoardo Mori su Il Fognale Giornale. Il giudice Edoardo Mori è da anni una delle persone che stimo di più al mondo, dopo Gamberetta. Il suo sito earmi.it è stato lo stimolo principale per la nascita di Baionette Librarie e in generale per il mio interesse verso la balistica negli ultimi cinque anni. Leggendo i suoi articoli è possibile trovare critiche feroci contro l’incompetenza della magistratura, dei giudici e della legislazione italiana nell’ambito delle armi. Questo articolo, che vi ripropongo in versione completa (l’originale inizia qui), è stupendo. Se avete già sentito voci sull’incompetenza dei periti italiani e della magistratura, come gli innocenti regolarmente condannati e le prove inquinate in allegria dalle forze dell’ordine (o l’abitudine a considerare perito balistico qualificato un semplice “cacciatore esperto”), Edoardo Mori vi aprirà un altro po’ gli gli occhi sull’inesistenza della giustizia in Italia.

Citando un passo bellissimo:

L’indagato innocente avrebbe più vantaggi dall’essere giudicato in base al lancio di una monetina che in base a delle perizie.

Oppure:

Ogni volta che ho segnalato mostruosità tecniche contenute nelle sentenze, mi sono dovuto poi giustificare di fronte al Csm. E ogni volta l’organo di autogoverno della magistratura è stato costretto a prosciogliermi. Forse mi ha inflitto una censura solo nel sesto caso, per aver offuscato l’immagine della giustizia segnalando che un incolpevole cittadino era stato condannato a Napoli.

E (grassetto mio):

In effetti i giudici d’appello un tempo erano eccellenti per prudenza e preparazione, proprio perché dovevano porre rimedio alle bischerate commesse in primo grado dai magistrati inesperti. Ma oggi basta aver compiuto 40 anni per essere assegnati alla Corte d’appello. Non parliamo della Cassazione: leggo sentenze scritte da analfabeti.

E (grassetto mio):

E non parliamo delle centinaia di casi, sconosciuti ai più, conclusi per l’inadeguatezza delle toghe con un errore giudiziario mai riparato: un innocente condannato o un colpevole assolto. In compenso il Csm è sempre solerte a bastonare chi si arrischia a denunciare le manchevolezze delle Procure.

Perché chi non fa “gioco di squadra” e difende i diritti dei cittadini, è un nemico. Proprio come in editoria, dove chi critica le truffe editoriali poi non verrà pubblicato da nessuno: chi difende i diritti dei lettori è sempre un nemico degli editori, per certa gente.

Dopo aver letto una relazione scritta per un pubblico ministero pugliese, con la quale il perito avrebbe fatto condannare un innocente sulla base di rivoltanti castronerie, mi permisi di scrivere al procuratore capo, avvertendolo che quel consulente stava per esporlo a una gran brutta figura. Ebbene, l’emerita testa mi segnalò per un procedimento disciplinare con l’accusa d’aver “cercato di influenzarlo” e un’altra emerita testa mi rinviò a giudizio.

e

Ci vorrebbe una sanzione penale per i Pm. Ma cane non mangia cane, almeno in Italia. In Germania, invece, esiste uno specifico reato. Rechtsverdrehung, si chiama. È lo stravolgimento del diritto da parte del giudice.

Perché tra scrittori magistrati non è lecito criticarsi. Non importa che l’altro abbia torto marcio, è il principio: in editoria magistratura nessuno può permettersi di dire nulla sul lavoro degli altri. Bello, no? Non vi risuonano gli urletti isterici degli autori offesi dalle autopsie letterarie, ovvero dal fatto che un pubblico istruito ed esigente (orrore!) possa accorgersi che scrivono in modo indegno e (doppio orrore!) far capire agli altri lettori che quegli autori sono degli incompetenti pieni di scoregge?

Come avevo già detto più volte, i problemi che affliggono l’editoria italiana sono dovuti alla mentalità di merda che domina in Italia. Chi difende la cultura del “non studiamo i manuali” e “facciamo il gruppetto di amyketti”, sta difendendo il meccanismo di fondo che la genera e, di conseguenza, anche l’intero apparato di aristocratici della giustizia che godono del proprio essere al di sopra della legge e hanno il potere di liberare i criminali e perseguitare gli innocenti, talvolta perfino il contrario, secondo il gusto del momento. E probabilmente eiaculano quando ottengono il suicidio di un innocente dopo anni di carcere e di uso della tortura fisica e psicologica: non è forse il potere di un Dio quello di distribuire la vita e la morte a piacere, senza subirne mai le conseguenze?
Nei fatti il magistrato è Legibus Solutus, come i monarchi del Settecento.

i cittadini sono trattati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interrogatori degenerano in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i diritti dell’inquisito.

Detto da un giudice di cassazione con 42 anni di servizio, non da un anarco-comunista bombarolo con la kefiah e Il Capitale che va con le spranghe alle manifestazioni.

Il problema è tutto di mentalità: è lei che genera la cultura dell’idiozia e dell’incompetenza da cui consegue logicamente il nepotismo e la corruzione (se non sussiste meritocrazia e non si sa come scegliere, perché non aiutare gli amiketti? È anche comprensibile se ci si mette nei panni degli inetti!), che ha distrutto l’Italia dall’editoria alla magistratura passando per la politica e i vari professionisti inaffidabili.

 


 
E il giudice si tolse la toga:
“Non sopportavo più l’idiozia di troppi colleghi”

di Stefano Lorenzetti

Magistrati, alzatevi! Stavolta gli imputati siete voi e a processarvi è un vostro collega, il giudice Edoardo Mori. Che un anno fa, come in questi giorni, decise di strapparsi di dosso la toga, disgustato dall’impreparazione e dalla faziosità regnanti nei palazzi di giustizia. «Sarei potuto rimanere fino al 2014, ma non ce la facevo più a reggere l’idiozia delle nuove leve che sui giornali e nei tiggì incarnano il volto della magistratura. Meglio la pensione».

Per 42 anni il giudice Mori ha servito lo Stato tutti i santi i giorni, mai un’assenza, a parte la settimana in cui il figlioletto Daniele gli attaccò il morbillo; prima per otto anni pretore a Chiavenna, in Valtellina, e poi dal 1977 giudice istruttore, giudice per le indagini preliminari, giudice fallimentare (il più rapido d’Italia, attesta il ministero della Giustizia), nonché presidente del Tribunale della libertà, a Bolzano, dov’è stato protagonista dei processi contro i terroristi sudtirolesi, ha giudicato efferati serial killer come Marco Bergamo (cinque prostitute sgozzate a coltellate), s’è occupato d’ogni aspetto giurisprudenziale a esclusione solo del diritto di famiglia e del lavoro. Con un’imparzialità e una competenza che gli vengono riconosciute persino dai suoi nemici. Ovviamente se n’è fatti parecchi, esattamente come suo padre Giovanni, che da podestà di Zeri, in Lunigiana, nel 1939 mandò a farsi friggere Benito Mussolini, divenne antifascista e ospitò per sei mesi in casa propria i soldati inglesi venuti a liberare l’Italia.

Mori confessa d’aver tirato un sospirone di sollievo il giorno in cui s’è dimesso: «Il sistema di polizia, il trattamento dell’imputato e il rapporto fra pubblici ministeri e giudice sono ancora fermi al 1930. Le forze dell’ordine considerano delinquenti tutti gli indagati, i cittadini sono trattati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interrogatori degenerano in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i diritti dell’inquisito. E il Gip pensa che sia suo dovere sostenere l’azione del Pm».

Da sempre studioso di criminologia e scienze forensi, il dottor Mori è probabilmente uno dei rari magistrati che già prima di arrivare all’università si erano sciroppati il Trattato di polizia scientifica di Salvatore Ottoleghi (1910) e il Manuale del giudice istruttore di Hans Gross (1908). Le poche lire di paghetta le investiva in esperimenti su come evidenziare le impronte digitali utilizzando i vapori di iodio. Non c’è attività d’indagine (sopralluoghi, interrogatori, perizie, autopsie, Dna, rilievi dattiloscopici, balistica) che sfugga alle conoscenze scientifiche dell’ex giudice, autore di una miriade di pubblicazioni, fra cui il Dizionario multilingue delle armi, il Codice delle armi e degli esplosivi e il Dizionario dei termini giuridici e dei brocardi latini che vengono consultati da polizia, carabinieri e avvocati come se fossero tre dei 73 libri della Bibbia.

Nato a Milano nel 1940, nel corso della sua lunga carriera Mori ha firmato almeno 80.000 fra sentenze e provvedimenti, avendo la soddisfazione di vederne riformati nei successivi gradi di giudizio non più del 5 per cento, un’inezia rispetto alla media, per cui gli si potrebbe ben adattare la frase latina che Sant’Agostino nei suoi Sermones riferiva alle questioni sottoposte al vaglio della curia romana o dello stesso pontefice: «Roma locuta, causa finita». Il dato statistico può essere riportato solo perché Mori è uno dei pochi, o forse l’unico in Italia, che ha sempre avuto la tigna di controllare periodicamente com’erano andati a finire i casi passati per le sue mani: «Di norma ai giudici non viene neppure comunicato se le loro sentenze sono state confermate o meno. Un giudice può sbagliare per tutta la vita e nessuno gli dice nulla. La corporazione è stata di un’abilità diabolica nel suddividere le eventuali colpe in tre gradi di giudizio. Risultato: deresponsabilizzazione totale. Il giudice di primo grado non si sente sicuro? Fa niente, condanna lo stesso, tanto – ragiona – provvederà semmai il collega in secondo grado a metterci una pezza. In effetti i giudici d’appello un tempo erano eccellenti per prudenza e preparazione, proprio perché dovevano porre rimedio alle bischerate commesse in primo grado dai magistrati inesperti. Ma oggi basta aver compiuto 40 anni per essere assegnati alla Corte d’appello. Non parliamo della Cassazione: leggo sentenze scritte da analfabeti».

Soprattutto, se il giudice sbaglia, non paga mai. «La categoria s’è autoapplicata la regola che viene attribuita all’imputato Stefano Ricucci: “È facile fare il frocio col sedere degli altri”. Le risulta che il Consiglio superiore della magistratura abbia mai condannato i giudici che distrussero Enzo Tortora? E non parliamo delle centinaia di casi, sconosciuti ai più, conclusi per l’inadeguatezza delle toghe con un errore giudiziario mai riparato: un innocente condannato o un colpevole assolto. In compenso il Csm è sempre solerte a bastonare chi si arrischia a denunciare le manchevolezze delle Procure».

Il dottor Mori parla con cognizione di causa: ha dovuto subire ben sei provvedimenti disciplinari e tutti per aver criticato l’operato di colleghi arruffoni e incapaci. «Dopo aver letto una relazione scritta per un pubblico ministero pugliese, con la quale il perito avrebbe fatto condannare un innocente sulla base di rivoltanti castronerie, mi permisi di scrivere al procuratore capo, avvertendolo che quel consulente stava per esporlo a una gran brutta figura. Ebbene, l’emerita testa mi segnalò per un procedimento disciplinare con l’accusa d’aver “cercato di influenzarlo” e un’altra emerita testa mi rinviò a giudizio. Ogni volta che ho segnalato mostruosità tecniche contenute nelle sentenze, mi sono dovuto poi giustificare di fronte al Csm. E ogni volta l’organo di autogoverno della magistratura è stato costretto a prosciogliermi. Forse mi ha inflitto una censura solo nel sesto caso, per aver offuscato l’immagine della giustizia segnalando che un incolpevole cittadino era stato condannato a Napoli. Ma non potrei essere più preciso al riguardo, perché, quando m’è arrivata l’ultima raccomandata dal Palazzo dei Marescialli, l’ho stracciata senza neppure aprirla. Delle decisioni dei supremi colleghi non me ne fregava più nulla».

Perché ha fatto il magistrato?
«Per laurearmi in fretta, visto che in casa non c’era da scialare. Fin da bambino me la cavavo un po’ in tutto, perciò mi sarei potuto dedicare a qualsiasi altra cosa: chimica, scienze naturali e forestali, matematica, lingue antiche. Già da pretore mi documentavo sui testi forensi tedeschi e statunitensi e applicavo regole che nessuno capiva. Be’, no, a dire il vero uno che le capiva c’era: Giovanni Falcone».

Il magistrato trucidato con la moglie e la scorta a Capaci.
«Mi portò al Csm a parlare di armi e balistica. Ma poi non fui più richiamato perché osai spiegare che molti dei periti che i tribunali usavano come oracoli non erano altro che ciarlatani. Ciononostante questi asini hanno continuato a istruire i giovani magistrati e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma guai a parlar male dei periti ai Pm: ti spianano. Pensi che uno di loro, utilizzato anche da un’università romana, è riuscito a trovare in un residuo di sparo tracce di promezio, elemento chimico non noto in natura, individuato solo al di fuori del sistema solare e prodotto in laboratorio per decadimento atomico in non più di 10 grammi».

Per quale motivo i pubblici ministeri scambiano i periti per oracoli?
«Ma è evidente! Perché i periti offrono ai Pm le risposte desiderate, gli forniscono le pezze d’appoggio per confermare le loro tesi preconcette. I Pm non tollerano un perito critico, lo vogliono disponibile a sostenere l’accusa a occhi chiusi. E siccome i periti sanno che per lavorare devono far contenti i Pm, si adeguano».

Ci sarà ben un organo che vigila sull’operato dei periti.
«Nient’affatto, in Italia manca totalmente un sistema di controllo. Quando entrai in magistratura, nel 1968, era in auge un perito che disponeva di un’unica referenza: aver recuperato un microscopio abbandonato dai nazisti in fuga durante la seconda guerra mondiale. Per ottenere l’inserimento nell’albo dei periti presso il tribunale basta essere iscritti a un ordine professionale. Per chi non ha titoli c’è sempre la possibilità di diventare perito estimatore, manco fossimo al Monte di pietà. Ci sono marescialli della Guardia di finanza che, una volta in pensione, ottengono dalla Camera di commercio il titolo di periti fiscali e con quello vanno a far danni nelle aule di giustizia».

Sono sconcertato.
«Anche lei può diventare perito: deve solo trovare un amico giudice che la nomini. I tribunali rigurgitano di tuttologi, i quali si vantano di potersi esprimere su qualsiasi materia, dalla grafologia alla dattiloscopia. Spesso non hanno neppure una laurea. Nel mondo anglosassone vi è una tale preoccupazione per la salvaguardia dei diritti dell’imputato che, se in un processo si scopre che un perito ha commesso un errore, scatta il controllo d’ufficio su tutte le sue perizie precedenti, fino a procedere all’eventuale revisione dei processi. In Italia periti che hanno preso cantonate clamorose continuano a essere chiamati da Pm recidivi e imperterriti, come se nulla fosse accaduto».

Può fare qualche caso concreto?
«Negli accertamenti sull’attentato a Falcone vennero ricostruiti in un poligono di tiro – con costi miliardari, parlo di lire – i 300 metri dell’autostrada di Capaci fatta saltare in aria da Cosa nostra, per scoprire ciò che un esperto già avrebbe potuto dire a vista con buona approssimazione e cioè il quantitativo di esplosivo usato. È chiaro che ai fini processuali poco importava che fossero 500 o 1.000 chili. Molto più interessante sarebbe stato individuare il tipo di esplosivo. Dopo aver costruito il tratto sperimentale di autostrada, ci si accorse che un manufatto recente aveva un comportamento del tutto diverso rispetto a un manufatto costruito oltre vent’anni prima. Conclusione: quattrini gettati al vento. Nel caso dell’aereo Itavia, inabissatosi vicino a Ustica nel 1980, gli esami chimici volti a ricercare tracce di esplosivi su reperti ripescati a una profondità di circa 3.500 metri vennero affidati a chimici dell’Università di Napoli, i quali in udienza dichiararono che tali analisi esulavano dalle loro competenze. Però in precedenza avevano riferito di aver trovato tracce di T4 e di Tnt in un sedile dell’aereo e questa perizia ebbe a influenzare tutte le successive pasticciate indagini, orientate a dimostrare che su quel volo era scoppiata una bomba. Vuole un altro esempio di imbecillità esplosiva?».

Prego.
Sono rassegnato a tutto.

«Per anni fior di magistrati hanno cercato di farci credere che il plastico impiegato nei più sanguinosi attentati attribuiti all’estrema destra, dal treno Italicus nel 1974 al rapido 904 nel 1984, era stato recuperato dal lago di Garda, precisamente da un’isoletta, Trimelone, davanti al litorale fra Malcesine e Torri del Benaco, militarizzata fin dal 1909 e adibita a santabarbara dai nazisti. Al processo per la strage di Bologna l’accusa finì nel ridicolo perché nessuno dei periti s’avvide che uno degli esplosivi, asseritamente contenuti nella valigia che provocò l’esplosione e che pareva fosse stato ripescato nel Benaco dai terroristi, era in realtà contenuto solo nei razzi del bazooka M20 da 88 millimetri di fabbricazione statunitense, entrato in servizio nel 1948. Un po’ dura dimostrare che lo avessero già i tedeschi nel 1945».

Ormai non ci si può più fidare neppure dell’esame del Dna, basti vedere la magra figura rimediata dagli inquirenti nel processo d’appello di Perugia per l’omicidio di Meredith Kercher.
«Si dice che questo esame presenti una probabilità d’errore su un miliardo. Falso. Da una ricerca svolta su un database dell’Arizona, contenente 65.000 campioni di Dna, sono saltate fuori ben 143 corrispondenze. Comunque era sufficiente vedere i filmati in cui uno degli investigatori sventolava trionfante il reggiseno della povera vittima per capire che sulla scena del delitto era intervenuta la famigerata squadra distruzione prove. A dimostrazione delle cautele usate, il poliziotto indossava i guanti di lattice. Restai sbigottito vedendo la scena al telegiornale. I guanti servono per non contaminare l’ambiente col Dna dell’operatore, ma non per manipolare una possibile prova, perché dopo due secondi che si usano sono già inquinati. Bisogna invece raccogliere ciascun reperto con una pinzetta sterile e monouso. I guanti non fanno altro che trasportare Dna presenti nell’ambiente dal primo reperto manipolato ai reperti successivi. E infatti adesso salta fuori che sul gancetto del reggipetto c’era il Dna anche della dottoressa Carla Vecchiotti, una delle perite che avrebbero dovuto isolare con certezza le eventuali impronte genetiche di Raffaele Sollecito e Amanda Knox. Non è andata meglio a Cogne».

Cioè?
«In altri tempi l’indagine sulla tragica fine del piccolo Samuele Lorenzi sarebbe stata chiusa in mezza giornata. Gli infiniti sopralluoghi hanno solo dimostrato che quelli precedenti non erano stati esaustivi. Il sopralluogo è un passaggio delicatissimo, che non consente errori. Gli accessi alla scena del delitto devono essere ripetuti il meno possibile perché ogni volta che una persona entra in un ambiente introduce qualche cosa e porta via altre cose. Ma il colmo dell’ignominia è stato toccato nel caso Marta Russo».

Si riferisce alle prove balistiche sul proiettile che uccise la studentessa nel cortile dell’Università La Sapienza di Roma?
«E non solo. S’è preteso di ricostruire la traiettoria della pallottola avendo a disposizione soltanto il foro d’ingresso del proiettile su un cranio che era in movimento e che quindi poteva rivolgersi in infinite direzioni. In tempi meno bui, sui libri di geometria del ginnasio non si studiava che per un punto passano infinite rette? Dopodiché sono andati a grattare il davanzale da cui sarebbe partito il colpo e hanno annunciato trionfanti: residui di polvere da sparo, ecco la prova! Peccato che si trattasse invece di una particella di ferodo per freni, di cui l’aria della capitale pullula a causa del traffico. La segretaria Gabriella Alletto è stata interrogata 13 volte con metodi polizieschi per farle confessare d’aver visto in quell’aula gli assistenti Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro. Uno che si comporta così, se non è un pubblico ministero, viene indagato per violenza privata. Un Pm non può usare tecniche da commissario di pubblica sicurezza, anche se era il metodo usato da Antonio Di Pietro, che infatti è un ex poliziotto».

Un sistema che ha fatto scuola.
«La galera come mezzo di pressione sui sospettati per estorcere confessioni. Le manette sono diventate un moderno strumento di tortura per acquisire prove che mancano e per costringere a parlare chi, per legge, avrebbe invece diritto a tacere».

Che cosa pensa delle intercettazioni telefoniche che finiscono sui giornali?
«Non serve una nuova legge per vietare la barbarie della loro indebita pubblicazione. Quella esistente è perfetta, perché ordina ai Pm di scremare le intercettazioni utili all’indagine e di distruggere le altre. Tutto ciò che non riguarda l’indagato va coperto da omissis in fase di trascrizione. Nessuno lo fa: troppa fatica. Ci vorrebbe una sanzione penale per i Pm. Ma cane non mangia cane, almeno in Italia. In Germania, invece, esiste uno specifico reato. Rechtsverdrehung, si chiama. È lo stravolgimento del diritto da parte del giudice».

Come mai la giustizia s’è ridotta così?
«Perché, anziché cercare la prova logica, preferisce le tesi fantasiose, precostituite. Le statistiche dimostrano invece che nella quasi totalità dei casi un delitto è banale e che è assurdo andare in cerca di soluzioni da romanzo giallo. Lei ricorderà senz’altro il rasoio di Occam, dal nome del filosofo medievale Guglielmo di Occam».

In un ragionamento tagliare tutto ciò che è inutile.
«Appunto.
Le regole logiche da allora non sono cambiate. Non vi è alcun motivo per complicare ciò che è semplice. Il “cui prodest?” è risolutivo nel 50 per cento dei delitti. Chi aveva interesse a uccidere? O è stato il marito, o è stata la moglie, o è stato l’amante, o è stato il maggiordomo, vedi assassinio dell’Olgiata, confessato dopo 20 anni dal cameriere filippino Manuel Winston. Poi servono i riscontri, ovvio. In molti casi la risposta più banale è che proprio non si può sapere chi sia l’autore di un crimine. Quindi è insensato volerlo trovare per forza schiaffando in prigione i sospettati».

Ma perché si commettono tanti errori nelle indagini?
«I giudici si affidano ai laboratori istituzionali e ne accettano in modo acritico i responsi. Nei rari casi in cui l’indagato può pagarsi un avvocato e un buon perito, l’esperienza dimostra che l’accertamento iniziale era sbagliato. I medici i loro errori li nascondono sottoterra, i giudici in galera. Paradigmatico resta il caso di Ettore Grandi, diplomatico in Thailandia, accusato nel 1938 d’aver ucciso la moglie che invece si era suicidata. Venne assolto nel 1951 dopo anni di galera e ben 18 perizie medico-legali inconcludenti».

E si ritorna alla conclamata inettitudine dei periti.
«L’indagato innocente avrebbe più vantaggi dall’essere giudicato in base al lancio di una monetina che in base a delle perizie. E le risparmio l’aneddotica sulla voracità dei periti».

No, no, non mi risparmi nulla.
«Vengono pagati per ogni singolo elemento esaminato. Ho visto un colonnello, incaricato di dire se 5.000 cartucce nuove fossero ancora utilizzabili dopo essere rimaste in un ambiente umido, considerare ognuna delle munizioni un reperto e chiedere 7.000 euro di compenso, che il Pm gli ha liquidato: non poteva spararne un caricatore? Ho visto un perito incaricato di accertare se mezzo container di kalashnikov nuovi, ancora imballati nella scatola di fabbrica, fossero proprio kalashnikov. I 700-800 fucili mitragliatori sono stati computati come altrettanti reperti. Parcella da centinaia di migliaia di euro. Per fortuna è stata bloccata prima del pagamento».

In che modo se ne esce?
«Nel Regno Unito vi è il Forensic sciences service, soggetto a controllo parlamentare, che raccoglie i maggiori esperti in ogni settore e fornisce inoltre assistenza scientifica a oltre 60 Stati esteri. Rivolgiamoci a quello. Dispone di sette laboratori e impiega 2.500 persone, 1.600 delle quali sono scienziati di riconosciuta autorità a livello mondiale».

E per le altre magagne?
«In Italia non esiste un testo che insegni come si conduce un interrogatorio. La regola fondamentale è che chi interroga non ponga mai domande che anticipino le risposte o che lascino intendere ciò che è noto al pubblico ministero o che forniscano all’arrestato dettagli sulle indagini. Guai se il magistrato fa una domanda lunga a cui l’inquisito deve rispondere con un sì o con un no. Una palese violazione di questa regola elementare s’è vista nel caso del delitto di Avetrana. Il primo interrogatorio di Michele Misseri non ha consentito di accertare un fico secco perché il Pm parlava molto più dello zio di Sarah Scazzi: bastava ascoltare gli scampoli di conversazione incredibilmente messi in onda dai telegiornali. Ci sarebbe molto da dire anche sulle autopsie».

Ci provi.
«È ormai routine leggere che dopo un’autopsia ne viene disposta una seconda, e poi una terza, quando non si riesumano addirittura le salme sepolte da anni. Ciò dimostra solamente che il primo medico legale non era all’altezza. Io andavo di persona ad assistere agli esami autoptici, spesso ho dovuto tenere ferma la testa del morto mentre l’anatomopatologo eseguiva la craniotomia. Oggi ci sono Pm che non hanno mai visto un cadavere in vita loro».

Ma in mezzo a questo mare di fanghiglia, lei com’è riuscito a fare il giudice per 42 anni, scusi?
«Mi consideri un pentito. E un corresponsabile. Anch’io ho abusato della carcerazione preventiva, ma l’ho fatto, se mai può essere un’attenuante, solo con i pregiudicati, mai con un cittadino perbene che rischiava di essere rovinato per sempre. Mi autoassolvo perché ho sempre lavorato per quattro. Almeno questo, tutti hanno dovuto riconoscerlo».

Non è stato roso dal dubbio d’aver condannato un innocente?
«Una volta sì. Mi ero convinto che un impiegato delle Poste avesse fatto da basista in una rapina. Mi fidai troppo degli investigatori e lo tenni dentro per quattro-cinque mesi. Fu prosciolto dal tribunale».

Gli chiese scusa?
«Non lo rividi più, sennò l’avrei fatto. Lo faccio adesso. Ma forse è già morto».

Intervistato sul Corriere della Sera da Indro Montanelli nel 1959, il giorno dopo essere andato in pensione, il presidente della Corte d’appello di Milano, Manlio Borrelli, padre dell’ex procuratore di Mani pulite, osservò che «in uno Stato bene ordinato, un giudice dovrebbe, in tutta la sua carriera e impegnandovi l’intera esistenza, studiare una causa sola e, dopo trenta o quarant’anni, concluderla con una dichiarazione d’incompetenza».
«In Germania o in Francia non si parla mai di giustizia.
Sa perché? Perché funziona bene. I magistrati sono oscuri funzionari dello Stato. Non fanno né gli eroi né gli agitatori di popolo. Nessuno conosce i loro nomi, nessuno li ha mai visti in faccia».

Si dice che il giudice non dev’essere solo imparziale: deve anche apparirlo. Si farebbe processare da un suo collega che arriva in tribunale con Il Fatto Quotidiano sotto braccio? Cito questa testata perché di trovarne uno che legga Il Giornale non m’è mai capitato.
«Ho smesso d’andare ai convegni di magistrati da quando, su 100 partecipanti, 80 si presentavano con La Repubblica e parlavano solo di politica. Tutti espertissimi di trame, nomine e carriere, tranne che di diritto».

Quanti sono i giudici italiani dai quali si lascerebbe processare serenamente?
«Non più del 20 per cento. Il che collima con le leggi sociologiche secondo cui gli incapaci rappresentano almeno l’80 per cento dell’umanità, come documenta Gianfranco Livraghi nel suo saggio Il potere della stupidità».

Perché ha aspettato il collocamento a riposo per denunciare tutto questo?
«A dire il vero l’ho sempre denunciato, fin dal 1970. Solo che potevo pubblicare i miei articoli unicamente sul mensile Diana Armi. Ha chiuso otto mesi fa».

(561. Continua)

 


 
Quando sarà disponibile online il resto dell’intervista, la aggiungerò.
Aggiungo l’intervista a Edoardo Mori fatta per Armi e Strumenti, sito molto serio e con un altissimo livello tecnico degli articoli, in cui parla delle follie legislative nell’ambito delle armi. Leggi fatte da ignoranti e incompetenti. I discorsi di Mori sul modo in cui la Giustizia si occupa di armi non sono granché diversi da quelli che io e Gamberetta facciamo sul modo in cui l’Editoria si occupa di Narrativa Fantastica.
Come è ovvio. L’ignoranza, l’idiozia e la malafede sono i mali comuni di qualsiasi ambito, poiché fanno leva sulla pigrizia e sull’arroganza degli stolti, e creano in questo modo tutti i problemi del mondo.

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Buon divertimento!

 

Il Leone della Narrativa

Scritto da il 25 ago 2011 | Categorie: For The Lulz, Riflessioni, Scrittura

In un articolo precedente ho parlato di una banale ovvietà, ovvero che la scrittura per la narrativa di genere si fonda su questo assioma:

la narrativa di genere deve essere avvincente.

Segue micro-spiegazione:

Le parole non devono essere lì per il gusto della loro bellezza, ma per stimolare, nella mente del lettore, immagini vivide ed emozioni intense, tanto che il lettore dimentichi di star leggendo e si immerga nel mondo narrativo come fosse reale.

Da questo assioma segue la regola dello Show, Don’t Tell visto che è dato come ovvio (verità autoevidente e accettata nei millenni) che Mostrare scene emozionanti cariche di dettagli vividi abbia un impatto maggiore che Raccontare un riassunto asettico di carattere puramente informativo. Mostrare proietta immagini ed emozioni per influenzare la gente, e questo è l’ambito della Retorica (la Narrativa è Retorica, infatti). Raccontare trasporta dati e informazioni, molto più adatto alla saggistica (ma i bravi storici sanno che la divulgazione si fa meglio con qualche dettaglio “mostrato” qua e là).

La scrittura per il comico è un caso a parte, ma thriller, azione, fantasy, fantascienza, rosa, i classici romanzi storici con avventure ecc… sono tutti ben serviti se si ragiona partendo dall’assioma lì sopra.
Sempre tenendo conto del discorso specifico sui testi che sembrano validi in quanto narrativa (perché così sono etichettati), ma che in realtà risultano piacevoli perché vanno a coprire altri campi di interesse del lettore e non per la validità narrativa in sé (commenti da qui in poi).

Già, ok, ma cosa fa la narrativa di genere?
Racconta storie. Dei personaggi vogliono qualcosa, qualcos’altro si oppone a loro, ne risulta del conflitto e in qualche modo finisce tutto. Se un libro diventa una accozzaglia di scene random scollegate, non è definibile come narrativa di per sé: magari i singoli brani sono pezzi di narrativa, ma l’insieme non è una storia.
Fin dal tempo di Aristotele c’è l’idea che una storia debba avere un inizio, uno svolgimento e una fine. Questo è un concetto importante perché di norma sfugge agli autori italiani, in particolare a chi aspira a venire pubblicato (o vomiterà la propria “grande opera” sul mercato come autopubblicato… sigh, ogni giorno il futuro della narrativa mi pare più nero). Troppo spesso il concetto di storia sfugge. E non sto scherzando.

Ecco un pezzetto di un’intervista ad Alan Altieri su Writer’s Magazine dell’ottobre 2007:

La tua visione degli scrittori italiani e della scrittura in Italia?
Domanda da un milione di dollari. Non faccio nomi e non cito titoli, ma in Italia c’è tutta una vasta narrativa che si occupa dei terribili tormenti dell’anima e che per me è da masturbazione mentale. Invece di raccontare delle storie, molti autori raccontano delle emozioni, che nella maggioranza dei casi percepisco come fittizie.

[Aggiunge però che da alcuni anni le cose stanno cambiando. Taglio per andare al sodo]

Molti autori italiani stanno tornando alle origini, cioè stanno tornando a voler scrivere delle storie di personaggi con problematiche, con conflitti, che hanno un inizio, un centro, una fine, e questo è molto incoraggiante, a mio parere.

Come potete vedere, non stavo scherzando.
Spesso agli autori italiani pubblicati, e tutt’ora ai dilettanti in cerca di pubblicazione o che stanno scrivendo il loro “romanzo”, manca proprio l’idea che la narrativa si occupi di storie, mandate avanti dal conflitto e con lo scopo di emozionare i lettori. C’è qualcosa di tragico in un autore famoso che vede con speranza il fatto che finalmente in Italia si inizi a fare ciò che perfino i peggiori ritardati dilettanti fanno all’estero: storie, non seghe.

Alan Altieri. Ha scritto “Magdeburg” e Clio lo detesta.
Clio ha ragione anche se non ama i coniglietti.
Blutta! Blutta! Testa di pigna! Blutta!

 

Non si scrive narrativa per mostrare quanto è figa la propria ambientazione fantasy con gli elfi (identica a mille altre). Si scrive per raccontare una storia: l’ambientazione apparirà per quel che importa nella storia e una buona storia saprà sfruttare i punti di forza/originalità dell’ambientazione (se non ci sono punti di forza, domandati perché cavolo vuoi usare quell’ambientazione inutile). Se ami tanto la tua ambientazione e vuoi donarla al mondo, scrivi un manuale dedicato con cronologia, genealogie, leggende, mappe e ‘sticazzi e diffondilo tra i gruppi che fanno LARP e i siti di GDR (e comunque non fregherà a nessuno).

Non si scrive narrativa per diffondere le proprie idee su qualche argomento. Se devi scrivere un saggio, scrivi un saggio. Se le idee devono esserci è perché funzionali alla storia, come la teoria economica basata sulle materie prime che muove tutta la storia in La Luna è una Severa Maestra. Quindi, in soldoni, sempre alla storia si arriva. Ci sono poi casi in cui le idee (sull’economia) non si notano e pure la storia fa schifo, ma non è questa la sede per parlare di un certo horror per bambini.

Non si scrive narrativa per diffondere la propria opinioni sui Grandi Temi della Vita in modo che la mamma e il salumiere (e i WuMing) ci trattino come “intellettuali”. Se si parla di Grandi Temi è perché muovono la storia. Non si riduce la narrativa a una scusa per parlare di altro, altrimenti vale lo stesso suggerimento di prima: scrivi un saggio. Crichton ha scritto Jurassic Park quando ha voluto parlare di manipolazione genetica, successo mondiale, mentre D’Angelo ha scritto quella porcata de La Rocca dei Silenzi.
Il primo è una storia e proprio perché funziona dal punto di vista narrativo ha emozionato i lettori e di conseguenza portato a discutere di clonazione tra le masse. Bingo, due in uno. Il secondo usa la storia come mera scusa per denunciare in generale gli orrori della manipolazione genetica e fa schifo. Morale della favoletta: anche se l’obiettivo è sensibilizzare il pubblico su un tema che interessa l’autore, lo si ottiene meglio mettendolo al centro di tutta la storia. Drammatizzando i fatti. Mostrando ciò che fa comodo. “Vendendo” una storia avvincente, come fa un bravo pubblicitario o un avvocato.
D’altronde la narrativa è retorica, no? La brutta retorica non convince nessuno.

Si potrebbe proseguire, ma voglio tagliare corto.
Tanto avete capito l’antifona.


 

Se anche si conoscono le Basi della scrittura per la narrativa, non sono sufficienti per poter pensare di scrivere a meno di non aver chiaro anche cos’è la narrativa (raccontare una storia con un inizio, un centro e una fine) e qual è il suo obiettivo (emozionare il lettore, immergerlo nella storia come se la scrittura non esistesse).
Se si ha chiaro tutto, forse, dico forse, si ha qualche speranza di produrre qualcosa di dignitoso. Forse. La scrittura è difficile, richiede molto esercizio e anche i concetti banali (come Punto di Vista e Mostrare) non sono facili da applicare come sembra. A mio parere è più facile imparare a fare editing che imparare a scrivere, ma è solo la mia impressione.

La mia Fiat Punto ha una manuale che dice ogni cosa. In teoria leggendolo si sa tutto su come guidarla, è scritto lì, chiaro come il sole che acceca e manda a sbattere. E infatti se uno non fa scuola guida e non impara a usarla, si schianterà.
Sapere come funziona l’auto è fondamentale ed è un ottimo inizio, quanto meno per curvare si girerà il volante invece di attivare i tergicristalli, ma per riuscire a guidare senza essere un pericolo per sé e per gli altri ci vuole pratica. E ancora si sarà lontani dal livello di guida dello stuntman o del poliziotto addestrato in inseguimenti, professionisti equivalenti allo scrittore capace di produrre narrativa degna di essere pagata (o letta gratis, in fondo il tempo non può essere restituito).

Ma cosa succede se uno “conosce” le regole, ma non ha capito che il tutto è al servizio del raccontare una storia avvincente?
Dal punto di vista narrativo non saprei indicarvi un autore tecnicamente bravo sulle singole frasi nelle scene, ma incapace di tramutarle in una storia o di renderle avvincenti. Di solito gli incompetenti lo sono in tutto: se non si informano su cosa è la narrativa, figurati se lo fanno su come la si scriva al meglio.

Però ho un caso alternativo.
Nel 1731 il Governatore di Algeri regalò un leone a Re Federico I di Svezia. Il Re adorava quel leone e quando morì volle farlo imbalsamare. Sfortunatamente il tassidermista di corte, certamente bravo nel suo mestiere, non aveva però idea di cosa fosse un leone. Non ne aveva mai visto uno vivo e tutto ciò che aveva per lavorare erano ossa, pelle e qualche rappresentazione araldica/farlocca dei leoni.
Fece quel che poteva col fiato del Re sul collo.
Ecco il risultato: un cagnolone sbavante.


Il nobile portamento del Re della Savana!
 


Il regale muso della belva!
 

Riuscite a distinguerlo dagli altri leoni? È Uniko!
Spicca come i romanzi fantasy italiani in mezzo a quelli esteri!

 
Tenete bene a mente cos’è la narrativa e forse il vostro romanzo non assomiglierà a quel leone. Se non conoscete nemmeno le Basi, le “regolette”, sarà peggio: marcio e sfatto, come se il tassidermista non avesse saputo nemmeno imbalsamare gli animali.

Fine del racconto ammonitore per giovani fanciulle.
Ora che sapete i rischi del perdere di vista l’obiettivo finale, non cadete più in errore, mie giovani lettrici. E non abbandonatevi a pratiche di auto-abuso e alla fornicazione. E non mangiate carne rossa, è putrida di batteri come sterco equino. Il dottor Harvey Kellog sia la vostra guida verso una vita sana e onesta. E Gamberetta Hime-sama sia il vostro modello in ogni azione.
^_^

 
Un ringraziamento a Bizzarro Bazar.

 

Pagina 1 di 6
1 2 3 ... successiva › ultima »