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Edificanti storie di cannibalismo e necrofilia nel Lungo XIX Secolo

Scritto da il 29 apr 2013 | Categorie: Bizzarro, Riflessioni, Storia

Alcuni mesi fa stavo studiando la storia del teatro Grand Guignol di Parigi, aperto nell’aprile del 1897, famoso per aver mischiato commedie, erotismo e spettacoli di puro splatter in cui mutilazioni, litri di sangue, budella, deformità repellenti e ustioni da acido erano rappresentate magistralmente. Un teatro che immagino molti conoscano, noto perlomeno a chiunque abbia un minimo di famigliarità con la cultura francese o con la storia di Parigi. Io ero ignorante e fino a pochi anni fa non lo conoscevo: quando mi è tornato in mente ho deciso subito di approfondire, per capire nel dettaglio cosa venisse messo in scena (ne parleremo in futuro).

Uno dei libri che stavo studiando analizzava la nascita del Grand Guignol e dell’interesse morboso di massa come conseguenza di un humus sociale fatto di giornalismo sopra le righe su fatti tragici e disgustosi (poveracci sepolti vivi, mariti infedeli sfigurati con l’acido dalla moglie vitrioleuse), racconti horror sempre più diffusi con mostri e fantasmi, il ricordo della ghigliottina e il feticismo della decapitazione, la fascinazione artistica verso gli stati di coscienza alterati, la pazzia, il sovrannaturale e, ovviamente, il diffondersi compiaciuto nella cronaca nera di episodi di cannibalismo, vampirismo e necrofilia.
Un’ondata di interesse per la pazzia antropofaga, i vampiri, il satanismo e la necrofilia aveva investito la Francia e, secondariamente, l’Italia del Lungo XIX Secolo. Quando possibile i crimini venivano conditi (a sproposito) con messe nere dai fantasiosi dettagli: ricordava molto il giornalismo italiano degli anni 1990, tanto per sottolineare che il Novecento non ha inventato nemmeno questo.

buriedalive
“L’Inhumation précipitée”, Antoine Wiertz, 1854.
La paura di venire sepolti vivi (tafofobia) era diffusa nei paesi occidentali e le epidemie di colera tra ’700 e ’800 sparsero ulteriormente il terrore (portando al business delle bare apposite)

Cominciamo con un vampiro francese.
Antoine Léger era un giovanotto che amava la vita all’aperto, tanto da dormire in una caverna e passare ore e ore immerso nella selvaggia natura dei boschi francesi. Più precisamente passava il tempo acquattato in attesa che passasse una fanciulla abbastanza bella, balzava fuori, la trascinava nella sua tana, la stuprava, ne mutilava i genitali, le strappava il cuore e se lo mangiava crudo. Nemmeno la decenza, per onorare la bellezza della fanciulla, di scottarlo su entrambi i lati e impiattarlo su una riduzione di Porto con un trito decorativo di basilico. Questo grossomodo era il suo comportamento tipico. In più beveva anche il sangue delle vittime, cavandone fuori il più possibile dal corpo dopo aver cavato via il cuore, perché era convinto di avere bisogno di sangue umano per sopravvivere. Come mai mangiasse i cuori invece di limitarsi a spremerli non lo so, forse gli piaceva il sapore. O magari il solo vampirismo senza cannibalismo “di roba solida” gli pareva troppo poco per il curriculum.
La sua ultima vittima (di una quantità ignota) fu una bellissima ragazzina di dodici anni: la uccise e ne bevve il sangue. Quando gli chiesero durante il processo perché avesse bevuto il sangue, rispose che aveva sete. Di fronte a una tale lucidità argomentativa, la Corte decise che andava curato e rieducato con il mezzo più consono e avanzato di cui la scienza disponesse: venne ghigliottinato nel 1824.

Lo stimato dottor Richard Freiherr von Krafft-Ebing nel suo capolavoro Psychopathia sexualis ha dedicato solo poche righe a Léger (caso numero 19 dell’opera):

Léger, vignaiolo, 24 anni.
Fin da giovane lunatico, silenzioso, timido. [...] Dopo aver vagato per otto giorni nella foresta catturò una ragazza di dodici anni, la violentò, le mutilò i genitali, le strappò il cuore, se lo mangiò, si bevve il sangue e seppellì i resti. Dopo l’arresto all’inizio mentì, poi confessò il crimine con cinico sangue freddo. Ascoltò la sentenza di morte con indifferenza e venne giustiziato. L’autopsia rivelò aderenze patologiche tra le membrane cerebrali e il cervello.

Passiamo all’Italia.
Vincenzo Verzeni, orgoglio orobico nell’ambito dei vampiri strangolatori, è il caso numero 21 trattato dal dottor von Krafft-Ebing. Nato nel 1849, residente a Bottanuco (Bergamo), e sbattuto in galera nel gennaio 1872 con l’accusa di aver ucciso due donne e averne strangolate altre senza causarne la morte tra 1867 e 1817. Verzeni raggiungeva l’orgasmo strangolando le donne, infliggendo una ferita con i denti e succhiando un po’ di sangue. Lo strangolamento è molto comune tra i vampiri, tanto da essere considerato importante quanto bere il sangue. Verzeni scoprì di gradire lo strangolamento da adolescente, mentre si eccitava sessualmente nel tirare il collo alle galline (e ne uccise più del dovuto, scaricando la colpa sulle donnole).

Dicembre 1870. Giovanna Motta era una ragazzina di quattordici anni, partita tra le sette e le otto del mattino per andare in un vicino villaggio. Non fece ritorno. La trovarono poco distante da un sentiero che attraversava i campi. Era nuda, mutilata, con la bocca riempita di terra. Le cosce erano state dilaniate a morsi, intestini e genitali strappati via e abbandonati a una certa distanza. Una parte del polpaccio destro, assieme a brandelli di tessuto, fu ritrovato nascosto sotto un mucchio di paglia. Altri segni di violenza sul corpo fecero sospettare un tentativo di stupro prima di soffocarla con il terreno infilato in gola e del cannibalismo.

28 agosto 1871. Frigeni, una donna sposata di ventotto anni, andò nei campi di prima mattina e quando non fece ritorno il marito andò a cercarla. La trovò morta, abbandonata nuda nel campo, con i segni sul collo del nastro di tessuto con cui era stata strangolata. Dall’addome aperto uscivano le budella e sul corpo c’erano lacerazioni fatte coi denti.
Ormai Bottanuco era in allarme. Il giorno dopo la cugina diciannovenne del Verzeni, Maria Previtali, mentre andava nei campi si accorse che il cugino la seguiva. Verzeni era già visto male in paese perché negli anni precedenti per ben tre volte aveva assaltato e iniziato a strangolare delle donne (Marianna, Arsuffi e Gala). Maria era ovviamente terrorizzata. Verzeni la raggiunse, la trascinò in un campo di grano, la gettò al suolo e prese a strangolarla. La ragazza riuscì a liberarsi approfittando della distrazione di Verzeni, intento a guardarsi attorno per capire se c’erano altre persone vicine, e lo supplicò di lasciarla andare. Verzeni acconsentì e Maria corse a denunciarlo.

vampiro_non_come_twilight
Non solo non è uno gnokko alla Twilight o un fighetto come Spike, ma vi strangolerà a morte e pranzerà con la polenta e il vostro polpaccio arrosto: ancora a strofinarvi sotto le mutandine come se cercaste di curarvi l’isteria, ragazzine?

Venne arrestato e processato. Cesare Lombroso racconta che Verzeni confessò solo dopo un lungo interrogatorio in cui aveva cercato di spostare i sospetti su altri paesani, pure con una certa abilità e intelligenza, ma alla fine il suo alibi crollò e scelse di collaborare. Raccontò nel dettaglio cosa aveva fatto e cosa aveva provato nel farlo. Nell’istante in cui afferrava la vittima per il collo sentiva crescere l’eccitazione, non importava che la donna fosse giovane o vecchia, bella o brutta. All’inizio il semplice strangolare per un po’ gli era bastato a raggiungere l’eiaculazione prima che le donne morissero, permettendogli così di lasciarle andare via vive, ma nei due casi di omicidio l’orgasmo non era giunto se non dopo la loro morte. A quel punto, con la Motta, aveva approfittato del decesso per bere del sangue scavando le cosce con i denti e aveva strappato un pezzo di polpaccio per arrostirlo a casa. Per timore che la madre lo scoprisse, aveva nascosto il polpaccio sotto la paglia. Le budella trovate distanti dal corpo erano state asportate per godere qualche altro minuto toccandole e annusandole mentre si allontanava. Non aveva alcun rimorso, quegli atti lo riempivano di felicità e soddisfazione. Negò di aver mai toccato i genitali delle vittime (eppure alla Motta erano stati amputati) o di averle violentate.

“Io ho veramente uccise quelle donne e tentato di strangolare quelle altre, perché provava in quell’atto un immenso piacere. Le graffiature che si trovarono sulle cosce non erano prodotte colle unghie ma con i denti, perché io, dopo strozzata la morsi e ne succhiai il sangue che era colato, con che godei moltissimo.”

(Fonte: Da «Twilight» alla Bergamasca)

In accordo con il giudice, a cui aveva ammesso che se fosse stato lasciato in libertà avrebbe sicuramente commesso altri omicidi, venne messo ai lavori forzati a vita nel manicomio criminale di Milano nel 1873. Successivamente la pena venne commutata in trent’anni di carcere, fino al 1903. Morì di cause naturali nel 1918 (esiste l’atto ufficiale che lo testimonia). In carcere si masturbava spesso e mostrava un particolare ingegno quando si trattava di sbirciare di sfuggita una femmina di passaggio. Ai medici non risultò che soffrisse di alcuna psicosi, nonostante i crimini commessi (e un tentato suicidio per impiccagione nel 1874, dopo il quale venne spostato nel carcere di Civitavecchia, non essendo “malato”). Un banale degenerato con manie di vampirismo, in fondo perfino più sveglio di tanti altri.

Per l’uscita di Verzeni dall’ergastolo. – Da Bergamo si scrivono le seguenti notizie ad un giornale di Milano, notizie che da assunte informazioni ci risultano vere: La popolazione di Bottanuco è terrorizzata al pensiero che Vincenzo Verzeni, lo squartatore di donne, ha quasi ormai finita l’espiazione della pena, che dall’ergastolo, fu convertita in 30 anni di reclusione. Il lugubre ricordo delle gesta sanguinose del Verzeni è ancora vivo in Bottanuco e nei paesi circostanti

(Eco di Bergamo, 4 dicembre 1902, riportato qui)

Qualche informazione su Verzeni e sulla sua famiglia.
Aveva un cranio asimmetrico, più stretto e basso a destra che a sinistra, con l’orecchio destro molto più piccolo del sinistro (un centimetro in meno lunghezza, tre in meno di ampiezza) e altri segni tipici dei crani dei degenerati, secondo le analisi di Cesare Lombroso. Il pene era di dimensioni notevoli, come spesso accade negli individui mentalmente inferiori o degenerati (tant’è che il pene dei conigli è molto piccolo e quello umano è in proporzione al corpo molto grande).
Nella famiglia del Verzeni due zii erano cretini e un terzo era un microcefalo con un testicolo atrofizzato e, chiaro segno di degenerazione e mentecattaggine osservato di frequente, era incapace di farsi crescere la barba. Il padre soffriva per la degenerazione della pellagra. Un cugino era un ladro e un altro era affetto da iperemia cerebrale. La famiglia era formata da bigotti dall’intelletto limitato, mentre il Verzeni aveva un’intelligenza normale (anche se era un degenerato). In fondo nulla di davvero fuori dal comune, anche nell’Italia moderna, in quei piccoli paesi troppo isolati dove tutti sono imparentati con tutti gli altri e tutti si conoscono e si parlano alle spalle. Cittadine più simili alla Innsmouth di Lovecraft che a posti reali.

HMAS_Vampire_Allan-Green
Un vampiro molto più interessante dei soliti fessi zannuti,
la HMS Vampire (1917-1933) poi divenuta HMAS Vampire (1933-1942)

In fondo il Verzeni era “normale” rispetto a certi cannibali veramente bestiali.
Parliamo ora di Raffaele Ste., un soggetto che per anni mostrò chiari segni di follia e violenza senza venire mai rinchiuso in manicomio nonostante, all’epoca (e fino al dopoguerra), tanti individui sani finirono dentro “perché sì perché è fantasy”. Il cognome è stato accorciato in “Ste.” dal dottor Vittorio Codeluppi, immagino per difendere la privacy, e così è stato riportato da Cesare Lombroso in La perizia psichiatrico-legale

Raffaele fin da bambino era stato considerato scemo e crebbe incolto e rozzo. Era molto affezionato alla famiglia, di carattere eccitabile, solitario e gran lavoratore. Fin dall’età di quindici anni soffrì di attacchi mensili di epilessia: crollava al suolo, si dimenava per mezz’ora con il rischio di ferirsi, poi si alzava completamente rimbecillito e per alcuni giorni vagava commettendo atti di pazzia. Quando tornava davvero in sé non aveva alcun ricordo di quanto fatto.
Nonostante fosse molto religioso, un giorno si mise a tirare pietre contro un’immagine della Madonna collocata in strada, fino a romperla. Venne processato e condannato, nonostante spergiurasse di non sapere niente di quel crimine. Un’altra volta prese a coltellate un bue che non voleva adattarsi al giogo. Anche in questo caso non ricordò di averlo fatto. Un vicino lo vide addentare un sasso che gli era stato tirato per sbaglio da un ragazzo, nello stesso modo in cui un leone feroce (raccontavano Romanes e Guyau) addentò un macigno le cui schegge, esplose per lo sparo impreciso del cacciatore, lo avevano ferito.
Una volta Raffaele afferrò il prete durante la messa e cercò di infilarlo nel tabernacolo. Un’altra volta si mise a urlare bestemmie in chiesa, menando pugni alla cieca. E tante altre bizzarrie. Era mal visto in paese perché forte, “grossolone di testa” (fesso) e molto aggressivo (menava alla minima occasione): considerando pure le sue stramberie, il timore dei compaesani era ben motivato. In più si sapeva che maltrattava la moglie e i figli.

invidiabile_albero_genealogico
Invidiabile albero genealogico di Raffaele Ste., cannibale.

All’età di trentasette anni, il 10 luglio 1901, Raffaele aveva avuto un attacco epilettico di prima mattina, aveva preso un forcone e distrutto tutte le immagini sacre in casa. Poi era andato a lavorare nei campi, senza dire nulla (si chiudeva nel mutismo nei giorni successivi agli attacchi epilettici), come se non fosse successo niente. A mezzogiorno fece un rapido salto a casa, senza apparente motivo, e mentre tornava nei campi incrociò Artemisia (una sconosciuta). Le si piazzò davanti e senza spiccicare parola le piantò un pugno colossale in pieno petto (“Scusi, desi-?” – PAM!). Lei finì a terra e lui tentò di violentarla, ma quella riuscì a divincolarsi e darsela a gambe. Raffaele la inseguì e qui finisce la testimonianza oculare del garzone di Raffaele. Cosa accadde da quel momento e fino al ritrovamento di entrambi può essere solo ipotizzato.

Il garzone quando non vide più tornare Raffaele, dopo un po’ di tempo, si preoccupò. Aveva troppa paura per cercarlo da solo per cui corse alla stazione della guardia di finanza e chiamò aiuto. Quattro agenti andarono con il garzone a seguire le tracce di Raffaele. Trovarono il cadavere della donna, nuda, coperta di morsi e graffi, priva del naso e dell’orecchio destro, senza gran parte del seno e con l’addome aperto a unghiate e morsi. Le interiora erano state sparse tutte attorno al cadavere. Raffaele stava lì accanto, a mangiarsi con calma un polmone.
Quando si accorse dei finanzieri ruggì e li aggredì, come una belva che difende la preda. In quattro gli agenti riuscirono a malapena a catturarlo, colpendolo con il taglio delle daghe sugli arti e con l’impugnatura sul cranio. Lo legarono con delle grosse funi e lo gettarono su un carro, dove continuò a ruggire e lottare fino a quando si addormentò di colpo. Quando lo portarono alla stazione di Mondolfo i carabinieri dovettero difenderlo dalla folla che voleva ucciderlo. Giustamente incazzati anche perché, nonostante tutti i chiari sintomi di follia violenta, la giustizia non era mai intervenuta per chiuderlo in un manicomio.

Venne rinchiuso a vita nel manicomio dell’Ambrogiana. Raffaele non ebbe mai consapevolezza, a quanto scrive Codaluppi, del crimine commesso, tant’è che il giudice pur ordinando di rinchiuderlo dovette sentenziare il “non luogo a procedere” perché il crimine non era avvenuto per volontà dell’imputato. Raffaele raccontava solo di aver dato un pugno a quella donna perché gli calpestava l’erba del prato e che dopo si era risvegliato in cella. Allo stesso modo non ricordò nemmeno le crisi avute durante la custodia in carcere o nel manicomio, come quando si mise a pregare ad alta voce mentre si masturbava e gli infermieri dovettero infilargli il corpetto di forza. Tornato in sé due giorni dopo, non aveva idea di cosa fosse accaduto.
Un caso da manuale di “stupore epilettico”.

Villa_Medicea_Ambrogiana
Villa Medicea dell’Ambrogiana, divenuta casa di cura per malati mentali e poi manicomio criminale sotto Leopoldo II di Toscana (1797-1870), venne confermato come manicomio dal Regno d’Italia e cambiò nome in Ospedale Psichiatrico Giudiziario dopo il 1975.

Se sui cannibali è facile trovare resoconti dettagli, più difficile è trovarne sui necrofili, in particolare su quelli con il vezzo delle mutilazioni, a quanto dichiara von Krafft-Ebing. Vediamo cosa ha trovato lui. Per esempio c’è un uomo di ventitré anni che tentò di violentare una donna di cinquantatré, nella lotta la uccise e poi la stuprò lo stesso. Un buco finché è caldo va bene? Forse no, perché si sbarazzò del corpo gettandolo nell’acqua, ma evidentemente il primo giro era andato alla grande per cui decise di ripescarla e farsene un secondo. Più che caldo ormai il corpo forse era pure gonfio d’acqua (non dice quanto dopo la ripescò). Venne giustiziato e l’autopsia mostrò che aveva le meningi dei lobi anteriori più spesse del normale e aderenti alla corteccia.

Tralasciamo i classici casi di monaci che violentavano i cadaveri durante la veglia funebre, di cui von Krafft-Ebing non ci fornisce dettagli, e quello di un ritardato che dopo aver commesso uno stupro venne internato in manicomio e lì si mise a mutilare i cadaveri nell’obitorio, e concentriamoci sulla differenza tra i necrofili per cui i cadaveri sono solo un ripiego da quelli che li preferiscono alle donne vive. Non è una differenza da poco visto che nel primo caso, secondo von Krafft-Ebing, rientrano i casi di mutilazioni del corpo, di autentico odio verso le donne da stuprare in vita (o dopo) e poi fare a pezzi (talvolta una violenza tale che l’orgasmo arriva nel solo mutilare il cadavere, senza rapporto necrofilo), mentre nel secondo è il cadavere stesso ciò che si desidera. Non è più la donna viva a eccitare, è solo il suo corpo senza vita: un involucro privo di volontà capace di soddisfare il desiderio di possedere una femmina completamente soggiogata e impossibilitata anche alla più remota ipotesi di ribellione.

La Gazette médicale del 21 luglio 1859 riporta la storia di uno stupratore di cadaveri che corruppe il custode per avere accesso alla camera ardente in cui era esposto il cadavere di una ragazza di sedici anni appartenente a una famiglia di ceto sociale elevato. Di notte si sentì uno strano rumore, come se un mobile fosse caduto, provenire dalla camera ardente. La madre entrò e vide un uomo in camicia da notte schizzare via dal letto su cui giaceva il cadavere. Un ladro? Non ci volle molto a capire come stavano le cose. Si scoprì che il colpevole, un uomo di buona famiglia, aveva violentato spesso i cadaveri di ragazze di suo gradimento.
Certo che quando una bella signorina di buona famiglia viene servita così, addirittura su un bel lettone, si invita proprio a commettere reato! Oddio, avrò appena alimentato la “Cultura del Necrostupro”?

necrorape
NO! Non questo Necrostupro!
Lasciate fuori il Fantasy per cinque minuti.

Meno banale è la vicenda di un prelato che di tanto in tanto visitava un certo bordello di Parigi per soddisfare un proprio fetish particolare, connesso a semplici fantasie necrofile. La prostituta veniva vestita tutta di bianco e si sdraiava su un catafalco, in una stanza appositamente preparata per sembrare una camera ardente. Il prete entrava e celebrava una messa per l’anima della defunta, come preliminare per scaldarsi (a chi una bella messa non stimola certi appetiti?), poi si gettava sulla prostituta istruita per recitare alla perfezione il ruolo del cadavere fino alla fine del rapporto.

Un caso simile in Italia è raccontato da Neri in Archivio delle psicopatie sessuali del 1896. Un uomo di cinquant’anni nel Lupanare voleva solo ragazze vestite di bianco, sdraiate immobili a simulare la morte. Non bastandogli un solo fetish innocuo, seppur bizzarro, combinò la vera necrofilia con l’incesto e violentò il cadavere della sorella. Von Krafft-Ebing preferisce camuffare i dettagli facendo uso del dotto linguaggio medico, il latino, un po’ come io in passato ho protetto la delicatezza delle mie lettrici con una scelta appropriata dei termini, ma quel suo “immissione mentulae in os mortuaeusque ad eiculationem!” non ha bisogno per noi italiani di una particolare conoscenza del latino per desumerne os impurum e un caso evidente di irrumatio.
Tornando a più innocui feticismi, costui aveva una passione per il crinis pubis puellarum (cosa che posso comprendere visto che pagherei cifre importanti per detenere certe rosate reliquie) e per i ritagli di unghie delle fanciulle: mangiarle lo eccitava grandemente.

Sono storie più interessanti dei soliti violentatori di cadaveri freschi praticamente identici a persone in coma (magari di quelle che puzzano di rancido perché gli infermieri non le puliscono molto). La fantasia necrofila, senza sfociare nella necrofilia vera e propria, è stato un elemento piuttosto comune del Lungo XIX Secolo, un po’ come le fantasie lolicon sono diffuse in questi anni, a causa di una certa estetica legata agli hentai (la cui credibilità nel rappresentare i minori è spesso pari a quella degli antichi vasi greci: adulti in miniatura), senza che però vi sia alcun interesse reale per la pedofilia.

Non erano rari i bordelli di lusso attrezzati con apposite camere ardenti con catafalchi, candele, bare, sudari in cui i clienti potevano simulare atti di necrofilia o fingersi vampiri, grazie all’aiuto di prostitute specializzate nel recitare alla perfezione il ruolo del cadavere. Forse la moglie frigidamente per bene a casa non bastava più (“Signora Poppinton, vi ho fatto male?” – “No, signor Poppinton, ve lo assicuro!” – “Strano, mi pareva che vi foste mossa”). In Crimes et délits si racconta di un uomo rispettabile che confessò di provare profonda eccitazione sessuale, di una intensità mai provata in altri contesti, nell’osservare un funerale.
Considerando che, come vedremo dopo, c’erano anche i necrofili che praticavano prevalentemente cunnilingus, le fanciulle dovevano essere davvero bene addestrate per non emettere nemmeno un suono né muovere un muscolo anche in caso di parossismo! La capacità professionale merita sempre ammirazione.

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Ho parlato di bordelli in cui le prostitute si fingono morte,
non di bordelli dedicati a un pubblico di morti viventi!
(In realtà “Nekromantik” parla di un banale menage à trois col morto.)

Il sergente François Bertrand, detto Vampiro di Montparnasse, accusato nel 1849 di vampirismo e necrofilia nonostante le sue passioni fossero più orientate verso il necrosadismo e non vi fosse alcun vampirismo. Di costituzione delicata, fin da piccolo taciturno e solitario (il profilo di tanti scrittori, insomma), si sa poco della sua famiglia, ma è accertato che abbia avuto casi di pazzia negli antenati.
Già da bambino veniva colto da impulsi distruttivi che non sapeva spiegare. All’età di nove anni era già attratto sessualmente dalle donne e iniziò a masturbarsi senza che nessuno gli avesse insegnato a farlo, sottolinea von Krafft-Ebing (forse lui aveva seguito un corso all’Università di Heidelberg). A tredici anni gli impulsi sessuali erano così forti che Bertrand doveva masturbarsi moltissimo per riuscire a tenerli a bada (il che forse non lo rende diverso da molti adolescenti a cui non vengano legate le mani dietro la schiena per educarli). Fantasticava su una stanza piena di donne con cui fornicava, poi le uccideva e si sbarazzava dei cadaveri. Fantasie perfettamente normali, insomma. Talvolta fantasticava di sbarazzarsi di cadaveri maschili, ma era una fantasia che gli lasciava una sensazione di disgusto. Complimenti figliolo: siete matto, ma non siete frocio! Vostro padre ne sarà proprio orgoglioso!

Il bisogno di sfogarsi sui cadaveri lo portò a procurarsi animali morti a cui apriva l’addome, strappava le budella e intanto si masturbava. Nel 1846 fece un passo ulteriore, uccidendo dei cani per procurarsi cadaveri in proprio. Nemmeno i cani furono in grado di soddisfare a lungo il suo desiderio: in pochi mesi sentì il bisogno di corpi umani, ma l’impulso sessuale era bilanciato dal disgusto per l’idea di commettere atti così turpi.
Nel 1847 si trovava in un cimitero e si imbatté per caso in una tomba recente. L’impulso distruttivo fu così forte che venne travolto da dolori al cranio e palpitazioni cardiache. Soffriva così tanto per il desiderio che neppure il pericolo di essere visto e imprigionato riuscì a fermarlo: disseppellì il cadavere e lo fece a pezzi sul posto a colpi di pala.

Tra 1847 e 1848 le crisi si ripeterono e i dolori al cranio riuscivano a sparire solo mutilando i cadaveri. Quindici volte dovette disseppellire i morti e farli a pezzi, per riavere un po’ di pace. Ora era più organizzato: dopo aver tirato fuori il corpo lo tagliava a pezzi con la spada oppure con un coltello tascabile (quando girava di notte nel cimitero con la sciabola al fianco doveva essere piuttosto spettacolare), tirava fuori le budella e si masturbava. Ormai neppure il sesso dei defunti gli importava più, aveva superato lo sciocco sessismo di discriminare i maschi. Finito di divertirsi, rimetteva tutto a posto. Questa è la buona educazione di una volta! Al giorno d’oggi c’è gente che non mette al loro posto nemmeno i manubri in sala pesi.

Nel luglio del 1848 trovò il cadavere di una ragazza di sedici anni. Fu un colpo di fulmine e per la prima volta non provò l’impulso di mutilare, ma quello di avere un rapporto sessuale:

Il piacere che si può provare con una donna viva è nullo rispetto a quello che provai. La coprii di baci su ogni parte del corpo, me la strinsi al cuore con folle frenesia e l’assalii con le più appassionate carezze [NdDuca: un modo elegante dell'epoca per indicare il coito]. Dopo essermela goduta in questo modo per un quarto d’ora, la tagliuzzai e ne tirai fuori le budella come facevo di solito nella mia pazzia. Poi la ricollocai nella tomba.

Una bella storia d’amore finita nel momento in cui il coito è stato compiuto: i necrofili non si dimostrano diversi da tanti spasimanti normali capaci di perfetta monogamia e di giurare amore eterno fino alla prima eiaculazione, per poi tradire alla prima l’occasione l’innamorata “già usata” con un’altra tizia “da provare”. Sono tutti maiali gli uomini, mie care lettrici: non fidatevi di nessuna promessa d’amore, solo il matrimonio garantisce il reale interesse!

Bertrand venne arrestato nel 1849 e la perizia medica dichiarò che era un monomaniaco distruttivo e un erotomane. La Corte Marziale lo condannò a un anno di carcere per vilipendio di cadavere. Forse l’assenza prolungata di sfoghi distruttivi sui morti, per placare i dolori lancinanti al capo, fu troppo per Bertrand: si suicidò in carcere nel 1850.

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Quale che sia l’oggetto della sua “passione”,
alla fine un uomo è sempre un uomo! State attente!

Tra i necrofili amanti del putrido va ricordato il francese Victor Ardisson, detto Vampiro di Muy, nato nel 1872 in una famiglia di criminali e malati di mente. Von Krafft-Ebing sottolinea che Ardisson a scuola imparava in fretta anche se in generale era un po’ scemo, non era alcolizzato, non soffrì mai di epilessia (un male considerato tipico dei pazzi furiosi) e non ebbe mai malattie. Da adolescente Ardisson si masturbava, come molti coetanei, ma in più devorare solebat sperma proprium perché “sarebbe stato un peccato disperderlo”. Biblicamente encomiabile.
Correva dietro le ragazze e non riusciva a capire come mai lo respingessero. Forse con la sua peculiare sessualità gli puzzava un po’ il fiato. O forse lo schifavano per il suo ulteriore hobby, di conoscenza pubblica: loco quo mulieres urinaverant, lotium bibere solebat. Non riusciva a capire cosa ci fosse di sbagliato! Nel villaggio lo consideravano un degenerato, alla stregua di un criminale.

Assieme al padre adottivo si divideva i favori di una mendicante che ospitavano in casa di notte. Ardisson fornicava con gusto, abbondantemente, era un feticista delle grosse mammelle e amava succhiarle. Solo successivamente si avvicinò alla necrofilia: esumava cadaveri tra i tre e i sessant’anni, succhiava loro il seno e praticava cunnilingus. Parlava anche con i cadaveri e rimaneva sempre turbato, a quanto dichiarò, dal loro ostinato mutismo. Raramente si accoppiava con loro o li mutilava. In generale non era una cattiva persone né era pericoloso per gli altri: anche quando finì in carcere non si comportò mai male. Era solo uno strambone dai gusti bizzarri. Non riusciva nemmeno a capire cosa ci fosse di sbagliato!

Disertò durante il servizio di leva e fece il mendicante porta a porta, cibandosi con gran gusto di ratti e gatti. Venne acciuffato e riportato al reggimento, da cui disertò di nuovo. Gli ufficiali dovettero capire che era un caso da facepalm, degno di certi fan del fantatrash italiano: rinunciarono a punirlo perché non poteva essere ritenuto consapevole e colpevole delle proprie azioni. Il povero mentecatto venne lasciato libero e tornò al vecchio lavoro che svolgeva nel 1892: il becchino.
Quando gli capitò una diciassettenne con il seno molto grande, la disseppellì e fece i suoi soliti comodi. Le profanazioni divennero sempre più comuni per colpa di quel lavoro che lo riempiva di tentazioni. Si portò a casa la testa di una morta, la copriva di baci e la definiva la sua sposa.

Nel suo caso fu l’amore a tradirlo. Si portò a casa il cadavere di una bambina di tre anni e mezzo e lo nascose sotto la paglia. Necropedofilia, sempre meglio! Continuò a succhiare il seno e a praticare cunnilingus anche quando la carne putrida era ormai in totale disfacimento. Non riusciva ad abbandonare il suo nuovo amore. Per la puzza i vicini diedero l’allarme e i gendarmi lo scoprirono così, intento a “onorare” la sua nuova fidanzata sotto lo sguardo della sposa tradita. Ardisson si fece una risata e ammise tutto quella che aveva fatto. D’altronde non pensava di aver fatto nulla di male…
Era il 1901. Venne rinchiuso a vita nel manicomio di Pierrefeu-du-Var e pare che trovasse piacevole la vita fatta lì. Probabilmente non aveva nemmeno capito perché lo avessero fatto traslocare.

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Tre foto di Ardisson: frontale, laterale e -chiudete gli occhi signorine!- nudo integrale frontale.

Un solo caso per unirli tutti: vampiri, cannibali e necrofili.
Martin Dummalord fu un serial killer francese, conosciuto come il “Mostro di Montuel”. Era controllato da una donna, Justine Lafayette, necrofila, e uccise all’incirca ottanta ragazze. Le uccideva, ne beveva il sangue e poi le macellava. Spesso portava a casa alcuni tagli freschi da far mangiare a Justine. Vennero catturati nel 1888: Justine fu ghigliottinata e Dummalord rinchiuso in manicomio.
Storia molto edificante se non fosse che, beh, credo sia inventata. Nonostante gli altri episodi in Chapel of Gore and Psychosis di Jack Hunter fossero ben argomentati e con puntuali citazioni delle fonti, ho deciso come al solito di non fidarmi mai e verificarli tutti. Rimaneva solo questo episodio, brevissimo. Crederci sulla fiducia? Giammai. Ho frugato nei libri a tema, ho frugato su Google e… non ho trovato nessun Dummalord serial killer di Montuel. Ho trovato solo il molto più famoso, ma assolutamente più banale, Martin Domullard di Montluel giustiziato nel 1862. Forse Jack Hunter non ritrovando le fonti ha fatto uno strappo alla regola ed è andato a memoria, ma come spesso capita non rispettare “Il Metodo”, ovvero l’analisi delle fonti con puntuali citazioni, crea atrocità. O forse Jack Hunter voleva parlare di una leggenda metropolitana nota all’epoca, basata sui reali fatti di Domullard, ma poi ha dovuto tagliare durante l’editing la frase di spiegazione. Chissà.

La storia di Domullard è molto più noiosa. Ne parlo solo perché ormai ho nominato la vicenda. Martin Domullard era sposato con Martine Martinet ed erano una coppia di svitati che aggredirono dodici ragazze e ne uccisero tre (o perlomeno questi furono i crimini per cui vennero accusati, poi se ne uccisero ottanta e non c’erano le prove per accusarli non lo so). Martin, istigato a farlo dalla moglie, attirava le ragazze con la scusa di volerle assumere, le portava attraverso il bosco per raggiungere la padrona a cui presentarle e lì le aggrediva e le violentava. Le tre di cui si è accertato l’omicidio furono Marie Baday (1855), una sconosciuta nei boschi di Montmain (1855) e Marie-Eulalie Bussod (1861). Marie-Eulalie Bussod venne denudata, colpita alla testa, stuprata e infine sepolta viva. Nel 1862 Martin aggredì Marie Pichon che riuscì a fuggire e lo denunciò. Martin Domullard venne giustiziato nella piazza principale di Montluel, la moglie fu condannata a venti anni di lavori forzati. Le poche informazioni le ho reperite su Wikipedia e rimandano al saggio Dumollard, L’assassin des bonnes che però non ho potuto verificare.

Di fronte a questa banalità ci si risolleva un po’ lo spirito sapendo di un tale Sabourin che nel 1893 sbudellò la sorellina per capire “come funzionano le bambine”: un bizzarro mix di curiosità scientifica ed erotica condita con lo splatter, incarnata da un demente degno degli spettacoli teatrali del Grand Guignol.

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E neanche su qualsiasi altro argomento.
Nemmeno quando è scritto sui presunti infallibili “libri di carta”.

Avevo accennato al boom di interesse per i satanisti, più o meno inventati e più o meno tirati in ballo come i cavoli a merenda. A quanto pare le messe nere nella Parigi di Fine Secolo erano molto comuni e sembravano un mix tra orge e carnevalate blasfeme, di norma organizzate all’interno di Chiese sconsacrate. Effigi della vergine Maria venivano equipaggiate con seni posticci da succhiare e vagine finte da penetrare. A Gesù in croce veniva montato un dildo che i satanisti potevano succhiare oppure infilarselo negli altri orifizi, in base alle preferenze individuali e al sesso. Talvolta il ruolo del Cristo era interpretato da un satanista legato alla croce, per fargli emettere il seme da raccogliere nel calice e usarlo per la comunione finale.

Impastando sperma, defecazioni e sangue mestruale fabbricavano ostie diaboliche capaci di trasformarsi nel Corpo del Signore con le appropriate parole. Pare che funzionassero bene quanto le ostie normali, seriamente. Quando disponevano di autentiche ostie consacrate tendevano a infilarsele nell’ano e nella vagina, urinarci sopra e defecarci, prima di consumarle. Qualcosa nel sapore della merda doveva essere irresistibile: forse dovevano spiegar loro che per fare i coprofagi il tesserino da satanista non era obbligatorio.
Sempre a tema escrementi l’Abate Boullan (1824-1893) con la sua amante Adéle Chevalier, un’ex suora, offrivano ostie fatte con gli escrementi ai fedeli presso la Chiesa del Monte Carmelo. Talvolta fabbricavano ostie giganti da usare come vagine artificiali, così i preti potevano copularci urlando di stare violando la Santissima Madre di Dio oppure di stare sodomizzando il Salvatore. Costruivano perfino dei Cristi Neri crocifissi con la pancia invece della schiena contro la croce, in modo da rivolgere il sedere da sodomizzare ai preti. Robe da facepalm che giusto i preti possono pensare… e lo facevano così spesso da necessitare di un apposito spazio a tema “masturbazione con sacrilegio” nel celebre Venere e Imene al tribunale della penitenza (manuale per confessori di Jean Baptiste Bouvier, gradevolissima lettura che mi ha molto rallegrato a febbraio).
Più che satanisti seriosi&kattivi sembrano buontemponi di Amici Miei, ci manca solo che l’Abate Boullan se ne esca con la supercazzola. Tornando seri (?) l’Abate Boullan ispirò un personaggio di Là-bas del 1891, un romanzo di Joris-Karl Huysmans sul satanismo a Parigi. Non l’ho ancora letto, ma se vi può interessare lo trovate qui gratis tradotto in inglese.

Più raramente capitava qualche episodio più grave di una blasfema orgia carnevalesca o di qualche scherzo di pessimo gusto. Qualche vergine venne assassinata per farne bere il sangue fresco della comunione ai fedeli, mentre il prete violentava il cadavere o praticava un cunnilingus rituale. O almeno così si racconta, poi chissà. Blande forme di vampirismo e necrofilia di serie B, nulla di particolarmente interessante rispetto ai veri degenerati visti prima. Qui un parere autorevole sulle pratiche contemporanee.

Chiudiamo con qualcosa di italiano. Montague Summers nel suo History of Witchcraft and Demonology del 1926 riporta la scoperta avvenuta a Palazzo Borghese di una cappella satanica, citando come fonte dell’informazione un numero di maggio 1895 del Corriere Nazionale di Torino (giornale che non conoscevo e non posso verificare).
Palazzo Borghese era stato affittato, dividendo piani e appartamenti tra diversi affittuari, e i rappresentanti legali della famiglia Borghese erano stati inviati a verificare lo stato di un appartamento del primo piano di cui stava per scadere il contratto. L’occupante disse di non sapere della scadenza, ma i rappresentanti gli spiegarono i termini del contratto e dovette acconsentire a farli entrare in modo che verificassero se erano necessarie riparazioni o lavori di modifica dato che il principe Scipione Borghese, prossimo alle nozze, intendeva riprendere possesso del palazzo e occuparlo con la moglie.
Una porta però rimase chiusa a chiave e il custode rifiutò di aprirla. I rappresentanti del principe non erano scemi e capirono che la cosa puzzava: si impuntarono con l’uomo e quello finse una gran confusione su dove fosse la chiave per scoraggiarli dal proseguire. Pessima idea: se non avesse aperto subito la porta avrebbero chiamato la forza pubblica per farla sfondare e qualsiasi cosa ci fosse stato dietro se la sarebbe vista lui con la polizia. Il tizio tirò fuori le chiavi e aprì.

La stanza all’interno riportava l’iscrizione Templum Palladicum. I muri erano coperti dal pavimento al soffitto con pesanti tende di damasco in filo di seta, nere e scarlatte, che bloccavano tutta la luce; in fondo alla stanza era appeso un grande arazzo su cui era intessuto un Lucifero in dimensione naturale, colossale, trionfante, che dominava la scena. Sotto di lui era stato costruito un altare, ampiamente rifornito per la liturgia dell’Inferno: candele, recipienti, il messale, non mancava nulla. Inginocchiatoi imbottiti e sedie lussuose, in cremisi e oro, erano collocate ben in ordine per i celebranti; la camera era illuminata con l’elettricità fantasiosamente disposta in modo da formare un enorme occhio umano.

Eh sì, l’Occhio di Sauron pure ci voleva!
Secondo questa fonte forse-non-proprio-neutrale dal 1893 dentro Palazzo Borghese avevano messo la sede i massoni del Grande Oriente d’Italia (secondo questa altra fonte la nuova sede fu inaugurata il 20 settembre 1893).

A mio parere sono molto meglio i dementi che si infilano le ostie nel sedere e fanno le orge rispetto ai ricconi annoiati che organizzano cappelle non meno demenziali di quelle cattoliche, per fare riti insensati perfino più offensivi per l’intelletto. Un atto di “ribellione razionalista alle superstizione cattoliche” da parte di alcuni massoni? Stronzate degne di chi è cattolico nel profondo, anche se finge l’opposto (tipo Enrico VIII), altro che razionalismo.

Non ci vogliono parodie e scimmiottamenti per irritare la Chiesa, ma Metodo Scientifico e l’imposizione per legge della dimostrazione positiva di ogni affermazione fatta nell’ambito di un ritrovo aperto al pubblico, soprattutto se in luoghi predisposti con tanto di agevolazioni fiscali. Questo li spaventerebbe davvero, non la concorrenza che alla fine è tutta roba tra amici che sparan balle ben sapendolo (“senti che figa la mia leggenda!” – “ribatto con questo miracolo!”), come quando difendono perfino l’Islam pur di fare fronte comune contro il mondo laico sempre più scettico e armato di quella che è la nemesi delle religioni, l’esclamazione “Dimostramelo!”. A quel punto cadrebbero davvero i Santi dal Cielo per tutte le bestemmie che tuonerebbero dal Vaticano.
Potrebbero contare come prove delle loro teorie sovrannaturali!

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La serie di Félicien Rops “Les Sataniques” (1882), ispirata al boom d’attenzione sul satanismo a Parigi. Apprezzabili i peni tentacolari, degni degli hentai di cento anni dopo. Di Rops le opere che preferisco sono Pornokratès e Sainte-Thérèse.

 
Bibliografia:
La perizia psichiatrico-legale – Cesare Lombroso
Grand Guignol: chapel of gore and psychosis – Jack Hunter
Psychopathia sexualis – Richard Freiherr von Krafft-Ebing
The History of Witchcraft and Demonology – Montague Summers

 

Una orizzontale di vini nel TetraPak

Scritto da il 23 apr 2013 | Categorie: Editoria, Enogastronomia, Riflessioni

Non dimenticatevi il precedente articolo: Appunti sulla degustazione.
È propedeutico per capire i punteggi e come si svolge l’analisi sensoriale di un vino. Se non siete già avvezzi ai concetti che guidano una degustazione valutativa, è meglio leggerlo.

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Le basi minime sono fondamentali.

 
Sono un sostenitore dei vini in TetraPak. Non perché mi piacciano i vini “al prezzo del latte” o perché ritengo corretto far passare il messaggio che ingurgitare un litro al giorno di alcool a 11 gradi sia sano, ma perché ritengo che sia fondamentale fare esperienza di quali vini vengono maggiormente bevuti dagli italiani.
E per mantenere i piedi per terra, degustando almeno una volta all’anno vini di ogni tipo e di ogni fascia, per mantenere la mente elastica: i 60, i 70, gli 80 e, se capita, un bel 90. Se si beve sempre la stessa roba o sempre la stessa qualità di prodotti, si finisce per perdere la capacità di analizzare oggettivamente il vino, si perde l’elasticità mentale e lo spirito “all’erta” di chi non prende sottogamba la degustazione. Si finisce per recitare, proibitissimo dall’etica di un degustatore serio, i profumi “sentiti” in base ai vitigni, alla lavorazione, alla fama del prodotto… invece che perché li si è sentiti davvero. E allora anche grandi esperti che “Beh, dai, qui si sente proprio il 30% di Pinot Nero col 70% di Chardonnay” arrivano a confondere un Tavernello con un Borgogna base (o con un Bordeaux base o con chissà quale altro vino base), attribuendogli profumi e caratteristiche gusto-olfattive che non ha nemmeno lontanamente.

Ve lo assicuro, io ho bevuto tre dei Bordeaux base-base più tristi del mondo, dei rossi e un bianco a 5,99 euro trovati tra Carrefour e Iper (75 punti, 72 se pesto duro contestualizzandoli nella grandezza di Bordeaux), e nessuno se analizza seriamente ciò che beve può paragonarli a un Sancrispino o al Tavernello. È meccanicamente anche solo un fatto di tannini, di materia estrattiva! Serve la lingua amputata o l’abitudine a sparar cazzate senza degustare più seriamente, per cascare nel tranello. Il contesto di “vini di qualità” per quanto possa portare a dare qualche punto extra sulla fiducia per sciocca suggestione, non giustifica che un vino da 64-68 punti diventi un 78-80. Siamo su altri pianeti, seriamente. Già quei pochi “sufficiente” che diventano “buono” nel gusto-olfattivo fanno un effetto incredibile sulla qualità del vino, tanto che ci sono enormi differenze tra un 68 e un 72 se i punti sono giocati solo su intensità e qualità (la differenza tra un vino che sa di grezzo annacquato e un altro che è elegante e saporito). Figuratevi tra un 68 e un 78. Giusto l’aver dimenticato cos’è la fascia del 60 e pensare che il Tavernello sia, tipo, un vino rancido può portare a supervalutare la “banale insapore normalità” rendendola a tutti i costi un “vino di discreta qualità”.

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Per gli espertoni.

Da notare che lo scherzo del Tavernello (o equivalente) pare sia molto comune nei corsi per Sommelier e che raramente gli studenti ci caschino, descrivendo un vinello scarso-scarso o addirittura rispondendo, alla richiesta di riconoscerlo, “Ma che è ‘sta roba?” – “Bravo, hai indovinato”. Semplicemente i vini così non hanno alcun profumo o sapore che li ricolleghi ai molti vini provati, rendendoli quindi un qualcosa che pare vino, ma non è nessun vino o vitigno noto. È una cosa a sé. Non puoi ingannare chi lo analizza senza preconcetti, pronto a scoprire di tutto nel bicchiere, da un Sangiovese da 4 euro fino a un Amarone da 50. E scopre che dentro il calice c’è un alieno indistinguibile e di scarsissima appetibilità. Ci cascano invece i critici e gli espertoni che non sanno davvero cosa siano i vini “da pochi euro” e hanno dimenticato la serietà “obbligatoria sempre e comunque” nell’analisi.

E infatti cosa ci hanno detto al corso? Bevete di tutto, non bevete solo i vini “buoni”, anche se avete i soldi per farlo. Bevete la bottiglia da 2,25 euro che non avete mai provato. Bevete il vino del contadino anche se è torbido e puzza, giusto per capire cosa significa. Rinunciate al vitigno che preferite e bevete quello introvabile fuori da quella regione che state visitando: se siete in Puglia o in Campania e ci sono tanti vini che non escono mai dai loro confini, dateci dentro con quelli e non con il Barolo e l’Amarone che si trovano pure nell’enoteca sotto casa. E bevete i vini in Tetrapak più famosi, come Ronco, Castellino o Tavernello, almeno una volta all’anno. Per tenersi allenati.
Mi aspettavo che tutti seguissero il consiglio del TetraPak. Quando ho interrogato alcuni miei colleghi di corso, nessuno di loro lo aveva fatto, anzi, trovavano bizzarro che avessi fatto una… orizzontale di vini in TetraPak sotto i 2 euro. Mi sono sentito orgoglioso come un Sommelier per barboni che organizza degustazioni sotto i ponti in cui il vino di pregio che corona la serata è un lambruschino da 3 euro.

Sloth_gooniesLA SO LUNGA E SONO ENO-SNOB:
I vini nel TetraPak sono vinacci ed è offensivo per la storia e la pratica enologica! Gli unici vini buoni sono quelli nelle bottiglie di vetro con i tappi di sughero. Solo con del sughero eccellente può far evolvere un grande vino rendendolo grandissimo a distanza di anni!

SOSPIRO DI RASSEGNAZIONE:
Il TetraPak, sfatiamo un mito idiota, non è un cattivo modo per conservare il vino: è buono come il vetro (ma è un mezzo casino per gli inceneritori, mentre il vetro è fantastico da riciclare), solo che non permette il tappo di sughero. Peccato che il tappo di sughero non serva a nulla sui vini giovani da bere senza aspettare anni per farli maturare, perché non hanno il potenziale per maturare in modo significativo (magari migliorano di una frazioncina e subito dopo iniziano la discesa della vecchiaia). All’estero, in Francia per esempio (non so, presente il loro “tavernello” J. P. Chenet?), i vini giovani vengono imbottigliate spesso con tappi a vite, così si evita anche la fatica di stappare gli insulsi tappi di silicone (talvolta troppo “giusti” e che fan fare fatiche bestiali).

Risparmiare il sughero è utile e necessario. Utile perché un vino giovane e beverino dal tappo otterrà solo il rischio di guasto e “sentore di tappo” e necessario perché l’incremento continuo di domanda sta facendo finire le scorte mondiali di sughero. Già ora i sugheri impiegati sono sempre meno pregiati, sempre meno stagionati. Un vino giovane con un tappo di sughero eccellente non ottiene niente. Il tappo a vite (o perfino il TetraPak) non sono questioni di mancanza di eleganza: sono questioni di civiltà, di rispetto e di responsabilità nei confronti di chi usa il sughero per tanti altri scopi diversi dal tappare vinelli da 3-4 euro.

Non è figo snobbare il tappo a vite, è un bieco provincialismo che permette di inquadrare all’istante chi millanta d’essere un esperto da chi lo è. Peccato che in Italia molti Disciplinari (le inviolabili leggi che determinano ogni dettaglio minimo di un dato vino IGP, DOC o DOCG, fino alla forma della bottiglia e del tappo) impediscano il tappo a vite. Ma questo non ferma alcuni produttori disposti a perdere l’etichetta col nome della DOCG (causa violazione del disciplinare) per una questione di principio, divenendo IGP o perfino “Vino d’Italia” (ex “Vino da Tavola”, la categoria più bassa). E dove la mentalità è più elastica, come in Francia, ci sono produttori come Domaine Laroche in Chablis che fin dal 2001 usano il tappo a vite, ormai anche sui Grand Cru (il top dei loro vini), certi che questo non rovinerà affatto l’invecchiamento.

Infatti ormai si sospetta che il tappo a vite possa permettere anche invecchiamenti di 10 e più anni. Come dire che tutto l’ossigeno necessario è già sotto il tappo, non serve che filtri rischiosamente dal sughero. Forse il tappo a vite non è solo per i vini giovani e anche altri vini più importanti potrebbero rinunciare ai pregi (compensati da grossi rischi!) del sughero. Qui un esperimento sui 125 mesi. Per cui, forse, la stupidità di certi disciplinari non danneggerà il vino: sarà tutto col tappo a vite prima che il sughero divenga troppo poco per soddisfare le richieste.
E tu non sei un ENO-SNOB, sei un Enosfigato ignorante. ^_^

 

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L’orizzontale di vini nel TetraPak.

Nota: orizzontale indica una degustazione vini dello stesso anno e dello stesso tipo, di produttori diversi (anche per valutare a pari condizione climatiche chi è andato meglio); verticale indica una degustazione dello stesso vino dello stesso produttore da annate diverse (per valutare l’evoluzione nel tempo di un vino, anche in previsione di investimenti).

Piccola premessa: come è possibile che questi vini siano così strani, privi di sapore ecc… pur senza, spesso, né marciumi né odori davvero sgradevoli? Quale raffinata scienza li ha resi insipidi senza guastarli? Sicuramente le rese, 300-500 quintali per ettaro (i vini decenti, anche da pochi euro, raramente superano i 100), ma anche le tecniche di cantina influiscono. Molti vini superlowcost nel TetraPak sono prodotti per termovinificazione. Invece di far fermentare il mosto con lieviti selezionati a circa 25-30 gradi, buttano tutto dentro un contenitore che tira la temperatura fino a 80-90 gradi (poi scende verso i 60) e fa macerare l’uva, strizzando fuori ogni sostanza colorante dalle bucce (fondamentale per i rossi) e stroncando gran parte delle (poche) molecole aromatiche presenti. In poche ore si fa il lavoro di una settimana.
Ricordiamo che non è solo questione di tempo. La vinificazione non è facile, richiede buone tecniche di cantina, perché più il mosto fermenta, ovvero più i lieviti divorano zucchero e producono alcool e anidride carbonica come scarti, più si libera calore che aumenta la temperatura e che va contrastato dinamicamente. Facile cuocere il vino a 90 gradi e poi stufarlo a 60, più difficile tenerlo entro i 30 perché se scappa un po’ sui 32-34 succede un disastro (e viene il mitico vino del contadino con le puzzette).

Attenzione: Tavernello non è termovinificato/pastorizzato, è solo microfiltrato (tecnica che pure lei purifica il vino a scapito del sapore, perché toglie sostanze estrattive). Quelli della Caviro (gli Evil Overlord del Tavernello) ci tengono a ricordarlo e si incazzano se leggono che loro pastorizzano. Ovvio che se lo scrivo io non mi ribattono niente, io non sono un pezzo grosso della critica, ma ci tengo a dire come stanno le cose correttamente.

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I protagonisti della grande orizzontale!

Da sinistra a destra: Valis (0,85 euro), Acinello (1,09 euro), Conad (1,39 euro), Ronco San Crispino (1,35 euro), Tavernello (1,68 euro). Spesa totale: 6,36 euro per cinque litri di vino. C’è da passare un bel fine settimana con dieci euro, non è vero? Il dubbio e se ci si sveglierà domenica mattina con in bocca sapori di letame, rigurgiti acidi in gola e lo stomaco in subbuglio con cacarella a rubinetto, come succede con certi vini in bottiglia a prezzo superbasso o tanti vini del contadino.
La degustazione è avvenuta in sequenza per poterli confrontare tra loro, con più passaggi per confermare il parere ed effettuare confronti ulteriori nel dubbio (non ero abituato alla tipicità dei vini in TetraPak e non volevo penalizzare troppo certe “normalità”). Partivo leggermente prevenuto a favore del Tavernello, quello con la fama di decenza maggiore. Ho sempre rispettato con precisione, termometro alla mano, le temperature consigliate sui TetraPak. Quando avevo il dubbio di poterli migliorare con un paio di gradi in meno per tirare su le durezze, ho rifatto il controllo per “ammorbidire” un eventuale giudizio incerto verso il basso. Questo anche perché a quanto ho capito non è strano bere i rossi in TetraPak a temperature da frigo per renderli più beverini. Pratica che trovo eccessiva perché ammazza i profumi del vitigno, nei rari casi in cui siano presenti.

— Valis rosso (0,85 euro)
Il più economico del gruppo, col cartone più scarso, l’autentico brik da latte a lunga conservazione e un prezzo allineato al tema. Il meno alcolico di tutti, solo 10% in volume. Fa venire voglia fin dall’apertura tagliando con le forbici un triangolo di TetraPak. YUM!
“Valis” è il marchio super-economico con cui Iper vende i propri prodotti con il confezionamento più dozzinale e meno invitando, riservando “Iper” a quelli di basso costo e qualità un po’ superiore. Iper ha anche un marchio dedicato ai vini normali, “Grandi Vigne”, che non è niente male, ha una discreta varietà e prezzi non bassissimi (ne parleremo ancora in futuro).

Alla vista è limpido, colore rubino con riflessi violacei e poco consistente. Il colore è bello, la luminosità discreta. Ha l’aspetto e la consistenza debolina di un vino giovane. Non posso criticare nulla.
Al naso cominciano a sentirsi le anomalie. Il profumo si sente a sufficienza (abbastanza intenso risicato), ma a livello qualitativo (abbastanza fine per un pelo) e di varietà (un poco complesso che in un vino diverso bollerei come carente) lascia a desiderare: un vinoso generico con leggerissimi sentori sulfurei in cui non si distingue alcuna sensazione fruttata o floreale. L’impressione è che sia un vino in cui l’uva non sia stata coinvolta nel progetto. Non c’è però qualcosa di davvero sgradevole. Penalizzo tutto dando la sufficienza appena. Ero tentato di penalizzare ulteriormente la complessità olfattiva, davvero ai minimi storici, ma l’ho considerata piuttosto tipica di questi vini e, comunque, non essendoci sgradevolezze reali non ritengo sia il caso di infierire.

In bocca è secco, abbastanza caldo, poco morbido, poco fresco, abbastanza tannico e poco sapido. Si muove male in bocca e non stimola per niente la salivazione. La struttura è debole. Nella sua povertà complessiva posso perfino dire che, poco morbido per poco duro, ha perfino un suo ironico equilibrio minimo. Il sapore un po’ c’è, ma sembra annacquato. La persistenza è scarsa, ma lo considero come una tipicità accettabile. Il problema è che nel complesso è sgraziato anche rispetto agli altri vini provati che hanno superato i 60 punti. Non è davvero sgradevole, è solo inutile perfino nel suo ambito di riferimento.
Sufficienza a tutto, ma non alla qualità: poco fine e un bel insufficiente.
Totale (a fatica): 60

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Troppo buon gusto per sfondarsi con il Valis?

— Acinello, vino rosso (1,05 euro)
Delizia trovata presso IN’s il cui nome mi faceva sperare in un bel vinello acidello. Le mie speranze sono state deluse: si può bere. Speravo di rivivere l’esperienza di quel TetraPak di vino rosso Carrefour bevuto due estati fa, acidello e temo guasto di suo (non per volontà produttiva), che mi fece allontanare completamente dal vino per quasi un anno.

Limpido, rosso rubino e poco consistente. Un bel colore.
Problemi simili a quelli del vino precedente, ma qui mi sento di poter dare il “poco complesso” anche senza dover scomodare la tipicità: dietro il vinoso (questa volta senza nemmeno i leggerissimi accenni sulfurei), percepisco un tenue marasca. Non basta ad alzare il punteggio sopra la sufficienza, ma è una bella novità che da sperare bene per il sapore: dell’uva pare aver partecipato alla realizzazione di questo vino! YUM!

In bocca è secco, abbastanza caldo, abbastanza morbido, abbastanza fresco, poco tannico, poco sapido. Già notevoli miglioramenti rispetto al precedente: scorre meglio in bocca, la salivazione viene stimolata quanto basta e i tannini sono deboli. Sembra un vinello facile, bevibile da tutti. Sfortunatamente la poca presenza di sali minerali rende un po’ sciapo il sapore, come nel caso precedente, e anche la persistenza come prima è molto scarsa. Peccato, se tornava in bocca un po’ di marasca magari addolcita dal calore quasi quasi lo premiavo! Tutto sufficiente.
Non è sgradevole, ha perfino una sua bevibilità non avendo né tannini né acidità sgradevole. Scorre meglio in bocca del Valis, anche se entrambi risultano insulsi.
Totale: 63

— Conad, vino rosso (1,39 euro)
Non pensavo di valutarlo, ma nella mia ricerca di un Tavernello (Iper, IN’s ed LD non l’avevano) mi sono imbattuto in questo prodotto accanto al celebre Re dei Vini in Tetrapak. Presi entrambi: come farsi sfuggire questa ghiotta occasione? YUM!

Limpido, rosso rubino e poco consistente. Bello.
Al naso si presenta subito con delle puzzette marcate: vinoso con sentori sulfurei di fiammifero appena spento. Puzzette, insomma, che mi fanno pensare a un guasto legato al calore durante il trasporto. Non è vomitevole, ma non posso nemmeno lasciar correre: qualità “poco fine” e insufficienza. Probabilmente il normale vino Conad non è così, ma a me è capitato ridotto in questo stato e, immagino, sarà capitato anche a molti altri. Se vi capita di berlo, ditemi se sentite un sentore di fiammifero spento che aumenta all’aumentare della temperatura del vino (in particolare arrivato a 20 gradi). Se non c’è, il vostro vino dovrebbe essere ancora in buon stato.

Il leggero guasto è confermato in bocca subito, sotto forma di una mancanza di acidità: poco fresco. Per gli altri valori è come il vino precedente. Anche il sapore lascia a desiderare e ricorda, al gusto, le sensazioni percepito con l’olfatto. Sgradevole. Insufficienza alla qualità e all’armonia.
Totale: 54, INSUFFICIENTE

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Sempre a fare gli esagerati…

— Ronco San Crispino rosso (1,35 euro)
Uno dei vini in TetraPak più famosi, con una fastidiosa pubblicità in cui parlano di uva buona da cui si fa vino buono. A parte la disonestà del dire che sia uva buona, visto che il buono in ambito enologico non copre qualsiasi uva “non guasta” e riguarda anche la resa per ettaro (in Puglia se no sono pieni di uva buona, a 300-500 quintali per ettaro, di quella che per farci il vino è inadatta quanto l’uva da tavola). Sorvoliamo sul vino buono, visto che “buono” anche qui ha un significato ed indica vini che possano raggiungere gli 80 punti o comunque non navigare nettamente sotto.
Fortunatamente per loro la pubblicità non richiede che si contestualizzi ciò che si dice, per cui “uva buona” significa “non è rovinata” e “vino buono” significa “non fa storcere la bocca per lo schifo”. Quando dicono “il nostro vino” viene da gridargli contro “e allora bevetevelo voi e non rompeteci i coglioni”.

Limpido, rosso rubino e abbastanza consistente. Archetti ampi, non troppo rapidi. Bello.
Al naso è abbastanza intenso e non ha nessun sentore sgradevole, neppure minimo. La complessità lascia come sempre a desiderare, ma voglio lodare che dietro il solito sentore vinoso si nasconde un leggero fruttato di prugna. Non posso dare più della sufficienza a nulla del profumo, ma tra quel leggero fruttato e la consistenza superiore ai precedenti lascia presagire un prodotto che stupirà positivamente in bocca. O forse no.

In bocca è secco, abbastanza caldo, abbastanza morbido, abbastanza fresco, poco tannico, abbastanza sapido. Finalmente un vino che non sia un po’ insipido, in cui navighino sali minerali a sufficienza da esaltare il poco gusto presente. In bocca scorre anche meglio, ha una sua solidità. Mi sento di premiare la struttura, a cavallo tra di corpo e debole. Il sapore è sufficientemente gradevole e la persistenza restituisce gli aromi per circa 4 secondi. Mi sento di premiarla. Non ha niente di sgradevole e, onestamente, considerando le rese altissime impiegate mi sento di dire che è un buon prodotto. Questo non lo rende buono in generale ed è ancora lontano dalla decenza dei vini da 70-74 punti, ma delle lodi per la sua tipicità di “vinello in TetraPak sotto i due euro” le merita.
Totale: 66

— Tavernello, Vino Rosso d’Italia (1,68 euro)
La confezione riporta il nuovo nome legale della sua tipologia “vino rosso d’Italia” e un orgoglioso “N°1 in Italia” che suona un po’ come il complimento “Licia Troisi è parecchio sopra la media degli autori fantasy italiani”. Sono fiducioso che possa pareggiare o sconfiggere il Ronco, nonostante mi abbia stupito con la sua qualità. Tavernello, che costa pure 33 centesimi in più, sarà all’altezza del suo più acerrimo rivale?

Limpido, rosso rubino e abbastanza consistente. Archetti ampi, non troppo rapidi. Bello.
Al naso è molto simile al Ronco, ma si aggiunge un sentore tra lo speziato e il selvatico che ho difficoltà a decifrare, forse legato a una maggiore acidità. Ho il sospetto che questo nota NON sia normale e avendolo comprato allo stesso Conad dove ho preso quel vino leggermente guasto, possa anche questo Tavernello aver subito un qualche incidente di trasporto (troppo calore?) che lo abbia danneggiato. Vedremo in bocca.

Proprio come il Ronco si nota anche nel Tavernello una maggiore struttura e una sapidità dignitosa. Sfortunatamente la persistenza non riporta aromi gradevoli degni di nota. Non è sgradevole, si fa bere bene da fresco, ma sono convinto che ci sia un leggero guasto che ha aggiunto quella nota selvatica e che ha azzoppato l’aspetto retro-olfattivo. Da riprovare in futuro, sperando di poter alzare il voto di 2 o 3 punticini.
Totale: 64

Tra un assaggio e l’altro alla fine ho bevuto mezzo litro di vini in TetraPak. Non ho avuto alcun effetto collaterale e direi che sono commestibili. Però mi dispiaceva non aver trovato un TetraPak economico davvero convincente, non semplicemente due compromessi come Ronco e Tavernello.
Due mesi e mezzo dopo mi sono imbattuto in un vino nuovo sugli scaffali dell’Iper: “Tramontino”, annunciato come il migliore per rapporto qualità-prezzo, in culo al Valis e al Ronco che gli stavano accanto. Sono parole grosse per il nuovo vinello giunto in città: saprà farsi valere?

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Ammirate il colore

— Tramontino, vino rosso (1,29 euro)
Ciò che stupisce subito è il colore, un bellissimo rosso rubino luminoso, con riflessi violacei all’inizio dell’unghia e un’unghia un po’ scarica, ma non opaca. La foto non rende giustizia alla luminosità del prodotto. Senza dubbio è più bello da vedere degli altri vini in brik e appare come un vino giovane e sano (seppure, ci dice l’unghia, povero di materia estrattiva). Un aspetto altrettanto bello lo aveva il Sangiovese di Galassi, di cui parlerò in fuuro. Sono in dubbio tra premiare il colore oppure l’aspetto. Il colore dell’unghia non è perfetto e più che altro è la luminosità e l’aspetto generale a piacermi. Premio con l’eccellenza il parametro che vale meno punti, l’aspetto.

Al naso stupisce ancora di più, per la sua tipologia. Il profumo è di buona intensità, da vino SERIO, ed è il più forte di tutti. Qui l’abbastanza intenso ci sta in pieno, non è più risicato come le altre volte. Anche gli aromi sono interessanti: domina un bel fruttato di mirtillo con dietro della ciliegia, una speziatura dolce gradevole che ricorda la vaniglia e il vinoso, profumo dominante negli altri vini, qui è solo una nota di sfondo accettabilissima anche in tanti vini giovani di buona qualità. Rimane comunque poco complesso, per cui mi limito alla sufficienza lì, ma premio con il buono intensità e qualità.

In bocca è secco, abbastanza caldo, abbastanza morbido, poco fresco, poco tannico, abbastanza sapido. Ed ecco la delusione. L’unghia non mentiva ed effettivamente mancava qualcosa: poca acidità che al primo sorso si nota appena, al secondo lascia la bocca asciutta e al terzo la lascia troppo asciutta. Non è gravissimo perché non si tratta di un vino da meditazione, è pensato per mangiarci assieme qualcosa. Volendo si può provare a berlo più fresco, come un bianco, e vedere cosa succeda. È un problema che compromette il voto, che ormai era diretto verso le vette dei vini tra il mediocre e il discreto, ma non è un dramma.
Il sapore comunque non è sgradevole e la persistenza restituisce tutto ciò che aveva di buono per 5 secondi, poi rimane ancora alcuni secondi come piacevoli note di sfondo. È proprio un peccato che azzoppi così la salivazione, tradendo la struttura debole che non va oltre la sufficienza.
Totale: 70

Test ulteriori sul Tramontino.
Ho provato ad accompagnarlo, alla temperatura ufficiale di 16 gradi, con delle acciughe sotto sale. Il sapore deciso, sapido, delle acciughe ha compensato abbondantemente la debolezza del vino, tanto che pareva un vino di normale acidità. Temevo che le acciughe, così forti, avrebbero stroncato del tutto il sapore, ma Tramontino si è comportato bene ed è stato sconfitto senza venire travolto.
Ho poi provato a berlo di nuovo da solo, dopo averlo portato a (temperatura dentro al bicchiere) 9 gradi. La bassa temperatura ha castrato parte dei suoi gradevoli profumi, come è normale accada coi rossi, ma ha anche compensato con efficacia la scarsa acidità: a 8-10 gradi, o perfino un paio di gradi in più al passaggio dei minuti mentre lo si degusta come se fosse un grande vino da meditazione, si comporta bene e la bocca non si secca. Il primo giorno ho bevuto 2/3 del litro, il giorno dopo l’ho finito. Volentieri. Secondo me il 70 c’è e si vede, se proprio non volete nemmeno premiare l’aspetto fa comunque un 69… e rispetto ai 64 e 66 non è una differenza da poco.

Stupito dal prodotto, ho cercato informazioni.
Il produttore è la Casa Vinicola Morando, in zona Asti, e il prodotto sembra nuovo visto che non appare ancora tra i vari vini in brik già venduti. Rassicurante, e coerente con quanto provato al naso col Tramontino, che su tutti i vini in brik riporti questo:

Vinificazione
La fermentazione segue la classica vinificazione in rosso, mettendo il mosto in serbatoi di acciaio inox, dove fermenta a temperatura controllata ed in presenza di lieviti selezionati

Che non sia termovinificato si sente e prima di berlo pareva perfino un vino discreto, un prodotto che come il Sangiovese Galassi si capisce subito che naviga in area 75 punti, peccato la delusione in bocca a livello di acidità che ha abbattuto il voto.

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Se si beve per la salute, una bottiglia dura tre giorni. Sono dieci bottiglie al mese al massimo. Comprarle da cinque o sei euro, variando di volta in volta vitigni e produttori per farsi un po’ di cultura, proprio no?

Ha davvero senso tentare ogni sorta di compromesso produttivo, come la termovinificazione che ammazza ogni vago ricordo del vitigno nel vino (e permette di impiegare anche uve parzialmente guaste, aggredite da muffe), solo per inseguire i volumi, abbattere i costi sul singolo litro e competere a chi fa 10 centesimi in meno?
No e non lo pensa nemmeno la Caviro di Tavernello che, come abbiamo visto, se l’è cavata assieme al collega Ronco meglio di tanti altri. E io avevo scelto vini relativamente sicuri, non atrocità tremende, che pure esistono. Sempre lì a cercare i 10 centesimi in meno. E non ho provato, sempre di Caviro, il Castellino che pare sia un po’ meglio del Tavernello (in grado di competere con il passabile Tramontino?).

Il comparto merceologico del vino si sta rivelando come il più selvaggio per le pratiche del sottocosto. C’è uno sbando evidente, soprattutto nella fascia sotto i 2 euro, dove improvvisamente compaiono produttori e prodotti che non meriterebbero di essere sullo scaffale e che parlano esclusivamente la lingua del prezzo.
[...]
Si chiamano sofisticazione, adulterazione e contraffazione.

Come fa a sostenerlo?
Il nostri enotecnici ogni giorno analizzano oltre ai nostri anche i prodotti dei concorrenti. È un corpus di analisi, 12.923 all’anno, che mettiamo al servizio dei nostri clienti ma anche della business community, di chi ha voglia di capire e di ragionare sui temi della qualità, del valore e del prezzo.

(Sergio Dagnino, direttore generale Caviro dal 2001, su Mark Up)

Chi domina infatti gli scaffali e le vendite, nonostante i metri dedicati siano MOLTO inferiori alle quote di mercato possedute, con ovvio effetto di minore visibilità e minore effetto sulle vendite? Tavernello: dal 1983 al 2006 è passato da 6 a 95 milioni di litri di Tavernello e complessivamente il gruppo Caviro ha venduto 194 milioni di litri nel 2012 (+18% all’estero e unico in crescita sia in valore che in volume nella GDO in Italia). Perché si può volere un vino appena-appena bevibile, ma non uno con dei guasti: competere sulla merda adulterata venduta a prezzo infimo danneggia tutti, inclusi i “virtuosi”, e alla fine non premia davvero chi la produce.

Non basta però l’origine: molte Doc e Igt non riescono a sottrarsi alla stagnazione, soprattutto nella fascia media di prezzo.
«Abbiamo contato fino a 1.700 referenze sugli scaffali, con rotazioni di vendita anche inferiori a una bottiglia a settimana. Se vogliamo salvaguardare la domanda in Italia, bisogna migliorare i rapporti di filiera: la gdo deve riuscire a programmare assieme ai produttori, come avviene sui mercati esteri, uscendo dalla logica del divide et impera».
E per far questo, secondo Dagnino, anche i produttori devono uscire dalla logica dell’improvvisazione.
«Le politiche commerciali non possono durare lo spazio di una stagione. Balzi dei prezzi come quelli registrati quest’anno rischiano di penalizzare la competitività sui mercati esteri, ma cosa succederà se la prossima vendemmia tornerà ad essere abbondante? Il vino italiano deve dimostrare più capacità di programmazione e di remunerazione della qualità».

Come dice lo spot: “un successo che invita a riflettere”.
Riflettere in senso ironico, che con un po’ di passione e di voglia di bere bene ci si potrebbe comprare una bottiglia di vino fatto bene a 5 euro (quanti ne ho trovati di più che decorosi tra i 3 e i 6 euro? Praticamente tutti, alcuni anche piuttosto buoni) invece di sfondarsi con 3 litri di Tavernello, mentre agli italiani piace sfondarsi col vino cercando solo l’effetto dell’alcool, invece di berlo per il piacere e il sapore. Si mangiano i dolci, anche industriali, perché piace il sapore, non per sfondarsi di zuccheri al solo scopo di ingrassare. Non mi pare follia pensare al vino allo stesso modo.
Riflettere seriamente, senza ironia. Tavernello fa un vino igienicamente corretto, senza contraffazioni, superiore a tanta concorrenza e cercando di difendere la remunerazione dei soci viticoltori a costo di dover fare uno dei prezzi (o forse il prezzo) più alto sul mercato dei “vini d’Italia” in TetraPak (un tempo detti “vini da tavola”, ma il legislatore ha modificata il nome in tempi recenti). E viene ripagata da un continuo successo, in crescita. E con quel successo cerca di diversificare, di espandersi anche verso la qualità. Di investire davvero, come quando uscirono voci a fine 2012 di un interessamento all’acquisto della storica La Versa dell’Oltrepò Pavese, azienda di cui ho apprezzato il Moscato Spumante dai leggeri sentori di fiori d’arancio a 4 euro.

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Diversificare, verso la qualità.

Pensiamo all’editoria. Questo concetto della qualità minima, del fare un prodotto igienicamente e qualitativamente sufficiente, in Italia non è passato. Si compete inseguendo le mode, cercando di contenere i prezzi quando possibile, ma il risultato è che si vende sempre meno. Il risultato è che i clienti, appena hanno potuto fare due conti, hanno rinunciato ai libri “fetenti” e comprato quelli sicuri (buone vendite sui libri di cucina, lì qualcosa di utile si trova), come nel mondo del vino hanno rinunciato a tanti prodotti buoni seppur costosi e a quelli pessimi a prezzo infimo, ma hanno continuato a comprare il prodotto “sufficiente” senza guasti a prezzo contenuto (tra 1,68 euro di un Tavernello e gli 0,99 di tanti altri passa parecchia differenza per il consumatore che vuole sfondarsi a litri e litri… eppure sceglie il meno fetente!).

Da decenni l’editoria fa il discorso idiota secondo cui con i libri di merda finanziano i libri buoni. Stronzate. Il contenuto delle librerie dice il contrario. Forse alcuni editori lo fanno, ma ricordiamo che i grande editori ragionano in termini di mode, di quote (tot amiketti, tot autori già noti, tot prime pubblicazioni), di ritorno dell’investimento, di fatturato e di valore azionario che avranno alla fine. Mancano i presupposti per scegliere e coltivare prodotti diversi sfruttando il margine di migliori, sarebbe come avere un Hotel e una Palestra per coprire i passivi della palestra con l’attivo dell’Hotel, impedendo così i miglioramenti e gli investimenti sull’Hotel che un po’ alla volta perderà competitività mentre i concorrenti di modernizzano, migliorano, e lui no. Se si ragiona sul breve periodo come fanno loro regolarmente, coltivare un settore (o i lettori) con la certezza che un giorno farà il botto non è possibile. Serve un modo di ragionare sul medio-lungo periodo, sui 5-10 anni invece che sui 6 mesi, se si vuole coltivare il pubblico. Caviro ragiona così, ha coltivato il pubblico con la decenza minima. Gli editori ragionano come chi fa il vino fetente a 1 euro al litro e spera di venderlo tutto e fare tanti soldi prima che i supermercati smettano di richiederlo.
In più questi editori se anche volessero investire su qualcosa di buono non potrebbero farlo perché NON hanno il Know-How per operare in questi termini e non saprebbero nemmeno come procurarselo (licenzia tutti i suoi editor idioti e poi chi assume?). La Caviro del Tavernello ha uno spessore intellettuale che i gruppi editoriali italiani se lo sognano.

 


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Come mangiano gli animali

Scritto da il 17 apr 2013 | Categorie: Filmati vari, Riflessioni, Scrittura, Troll & Flame

Leggere su internet i discorsi sulla narrativa è spesso deprimente perché raramente chi parla conosce l’argomento a sufficienza da non dire idiozie dovute alla mancanza di elementi. Partecipare per rispondere è inutile perché, siamo seri, chi vuole studiare sta zitto e studia: se si parla prima di aver studiato, significa che studiare non interessa davvero. In più molte risposte prevederebbero l’ordine di studiare per mesi o anni indicando una selezione di testi e in più fornire un corso di aggiornamento che starebbe bene presso un’Università (il materiale supersintetico da me scritto per i miei corsi su AgenziaDuca.it occupa attualmente oltre 21mila parole). Non esattamente ciò che si può mettere in un commento agevolmente.

Ovviamente vi invito a rileggere questo post sulla politica delle discussioni, valido per il mio blog e per chiunque voglia parlare con me in qualsiasi altro ambito: se i requisiti non sono soddisfatti, se il metodo fondato sulla prova positiva non è applicato o se c’è puzza di malafede nel non esporre TUTTI gli elementi anche a svantaggio della propria posizione (chi si interessa di cultura espone tutto il necessario tecnicamente rilevante anche se “ostile” alla propria interpretazione), non perdo tempo a rispondere.

Chi vuole studiare studia, non scrive idiozie. Già scrivere idiozie in certi modi implica la malafede di chi gongola nell’ignoranza e non vuole né imparare con l’aiuto di altri né studiare da solo. Lo si lasci a grufolare nel proprio porcile se Mostra di volerlo, anche se intanto Racconta di voler imparare.
Se Mostrato e Raccontato sono incoerenti tra loro significa che sta mentendo oppure che l’ambito non è più il discorso sulla narrativa, ma è quello dell’igiene mentale in quanto volontà e azioni che ne derivano divergono in modo impossibile per una mente sana.

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La Narrativa è un “tutto in equilibrio” e la mancanza di conoscenze tecniche porta a dire idiozie (sottili, nei dettagli, o grossolane, nell’essenza) perché il “sistema” non dispone di tutte le condizioni e produce quindi risposte che sembrano valide senza esserlo. Conoscere quel “tutto” (di base, i concetti) richiede anni di studi, decine di testi e un livello di dedizione e approfondimento che porti, per gli standard italiani, a essere più edotto di tutti gli editor il cui lavoro (o commenti) ho potuto analizzare. Anzi, il problema è che regolarmente ho visto gente non avere nemmeno queste basi ELEMENTARI essenziali. Considerando che la Retorica non è un’invenzione moderna e ha un senso, è facile capire come mai così tanti lettori italiani disprezzano la narrativa con cognizione di causa (29,8%, Istat 2007, non legge più perché quando ci provava i romanzi erano brutti).

La piena comprensione delle basi non è automatica nemmeno all’estero, tant’è che pure negli USA nonostante non abbiano lo stesso ritardo culturale italiano (anche se hanno subito pure loro parte dei danni del postmodernismo) tendono a dire idiozie. Anche se molto meno che da noi visto che da loro quanto meno una discreta fetta delle basi sono comunemente note (e i manuali che ne parlano considerati banale normalità e non scandalosi tomi che incatenano l’arte) mentre da noi la norma è l’ignoranza più totale. Però conoscere “meno di tutto il minimo necessario”, anche se è molto meglio rispetto a non conoscere proprio niente, è ovviamente insufficiente per ottenere il giusto range di risposte prodotte dal sistema-del-tutto-in-equilibrio-in-cui-ogni-cosa-aiuta-a-interpretare-ogni-altra per mancanza di condizioni ulteriori da porre in quel sistema (o sostitutive, visto che conoscere permette di capire e giustificare, più che di escludere).

Ecco che allora ogni discussione mancante di tutte le basi, e che produce quindi idiozie di livelli più o meno approfonditi, mi stimola una sola possibile risposta razionale diversa da “Stai zitto e vai a studiare, torna tra due anni” ed è questa:

Originale su YouTube

Volevo fare un rant migliore, ma nonostante l’effetto benefico del pitale da cumenda che indosso ancora non riesco a raggiungere le vette di pateticità dei miei maestri italici. Sarà colpa del fatto che parlo di cose serie e di criteri seri di ragionamento, senza frignare soltanto perché il mondo è brutto e cattivo. ^_^

 

SteamCamp 2013 – considerazioni dopo l’evento

Scritto da il 13 apr 2013 | Categorie: For The Lulz, Riflessioni, Steamfantasy, Steampunk, Vita del Duca

SteamCamp 2013 è passato da più di quattro giorni. Ho avuto la possibilità di vedere come è stato accolto dai diversi partecipanti e ho deciso di aspettare alcuni giorni per verificare i primi pareri sul web, fino a ora positivi, se non in tutti i singoli dettagli (qualche relatore meno brioso degli altri, io con un delle slide vomitevoli, il problema della collocazione della mostra FarSteam), comunque sempre positivi nel complesso.

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Dago, l’ascaro pugliese, diviene ufficialmente un Negrariano: ancora non Ariano, ma neppure più Negro, in virtù dei meriti sbiancanti della permanenza in Trentino.

Una piccola premessa sul luogo dell’evento.
Invece che a Milano, con il vantaggio di poter sfruttare tutto il bacino di visitatori locali e la possibilità di arrivare agevolmente in treno da tutta le direzioni più importanti (Torino, Venezia e Roma, potendo così far venire comodamente anche pubblico dalla Toscana, dalla Liguria e altre regioni), senza considerare poi il maggiore impatto per i media (possibilità che giornalisti venissero a vederne o ne scrivessero prima), ci siamo ritrovati a Cittadella, in provincia di Padova. Un posto così agevole a livello di trasporti che non è nemmeno possibile prendere un biglietto del treno sul posto per fuggire (vedere foto scattata da Tapiro) e che i TomTom boicottano impedendo di raggiungerlo e costringendo a girare in tondo in eterno (fortunatamente il mio navigatore della Peugeot 208 non soffre di questo problema). Questo potete ben immaginare da soli che avrà ridotto a un quarto o meno il pubblico che poteva partecipare (anche se, come vedremo, è andata benissimo).

In più non abbiamo avuto sponsor.
Siamo andati avanti con la passione e con la disponibilità del principale organizzatore (anche se essendo un BarCamp l’organizzazione era aperta a tutti) di mettere soldi di tasca propria pur di non far fallire l’evento a pochi giorni dall’inizio. Sponsor dati per certi fino a fine gennaio, sono spariti nel nulla a causa di un bel po’ di confusione mediatica per un evento simile piazzato a sorpresa pochi giorni prima del nostro. Nonostante tutto, senza più sponsor, noi il biglietto non lo abbiamo fatto pagare a nessuno né nessun venditore ha sborsato nemmeno un euro per vendere da noi.
Questione di principio: noi facciamo cultura con spirito liberale da aristocratici e orrore del denaro (ma potete dare 50 euro al mio Segretario, se proprio volete).

Tanti possibili sponsor un po’ non capivano cosa fosse lo Steampunk e un po’ avevano enormi pregiudizi, per cui anche se nei due mesi rimasti (troppo poco tempo) ne sono stati contattati a decine, non è servito a niente se non a sprecare le ore di Maurizio. La fama di “mentecattaggine per travestiti sottratti all’agricoltura” (Steampunk: il nuovo Fantasy!) è ciò che SteamCamp cerca di combattere, mostrando che dietro i costumi (o anche a posto dei costumi) c’è molto altro. C’è cultura nello Steampunk fatto bene. Come il vino non è solo vino per sfondarsi e rotolare sotto il tavolo: dietro c’è storia, cultura, territorio. Pregiudizi a livello di “ommiddio arrivano i punkabbestia che squarciano le poltrone e ci cagano dentro” appena hanno visto foto di costumi Steampunk tipici, anche se prima di vederli squittivano di gioia “O che bello, ma che programmone culturale, complimenti!”, e che hanno fatto saltare, per dire, l’ipotesi della festa di sabato per mancanza della location inizialmente offerta in virtù della qualità culturale dell’evento.
No, non vi dico qual è perché voi siete steampunks e finisce che andate lì, sventrate le poltrone e ci cagate dentro… :-/

Steampunkettari: strana gente vestita in modo inquietante.
Secondo fonti attendibili potrebbero squarciare le poltrone e cagarci dentro.

Organizzare gli spazi il venerdì.
Disponibilità iniziale secondo quanto accordato: sala da 80 posti come principale; sala da 50 come secondaria (è pure molto più lunga che larga, per questo non è buona come principale); tre minori per i laboratori da 15 posti massimi. Hall allestibile per mercatino ed esposizione, inclusa la pannellatura con spiegazioni e la parete della mostra FarSteam. Manichini. Quattro proiettori che forse sono tre nel senso che uno dei tre dell’hotel potrebbe essere rotto (nel dubbio uno lo porta Maurizio). Registrazione interventi su entrambe le sale, streaming sulla principale.

Cosa ci siamo trovati la sera di venerdì: la sala da 80 non possiamo usarla; la sala da 50 posti lunga e stretta è la nuova principale (Manzetti); fortunatamente delle tre salette rimaste una permette di ospitare 20 posti (30 stringendosi e rubando sedie) per cui diventa la nuova Tsiolkovsky e i due laboratori possono effettivamente ospitare 15 persone l’uno stringendosi molto. Nella Hall non possiamo attaccare niente, nemmeno usando il patafix con cui l’Hotel permette di attaccare tutto nelle altre sale. Niente pannellature comode su cui attaccare, solo pareti. I manichini ci sono, perfetti. I proiettori sono solo due e ce ne servono su tre sale (appunto mentale: al mattino cambiare le collocazioni del pomeriggio, spostare le “Architetture” nella nuova Tsiolkovsky mentre il BarCamp che devo presidiare va in una piccola).

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Regalo di Diego Ferrara, autore di Soldati a Vapore.
Al primo SteamCamp si aggiunge il mio primo Alta Langa, orgoglio spumantistico piemontese!
(ancora DOC perché la vendemmia è del 2006 e la DOCG è iniziata con la 2008)

Dopo un attento sopralluogo decidiamo come sfruttare tutto e la mostra FarSteam finisce sull’unica lunga parete disponibile, quella in sala Manzetti. Abbiamo gli strumenti e l’esperto, Simone, che organizza la registrazione in Manzetti e lo streaming: l’unico problema è che tra sala stretta, proiettore, tavolo e telecamera con zoom in fondo alla sala, i relatori sono costretti a stare fermi in fondo, possibilmente seduti. Io ero partito con l’idea di permettere ai relatori di muoversi, penetrare anche nelle prime fila di pubblico, ma non è agevole muoversi. Per me non è grave: io so a malapena sedermi, come un novantenne, figurarsi camminare.

La notte dei lunghi patafix.
Il nastro biadesivo non possiamo usarlo, non ci sono le pannellature adatte. Come suggerisce l’hotel dobbiamo usare il patafix, ma non è un problema perché ovviamente visto che lo pretendono ne hanno una scorta adeguata da darci! Ci arrivano due striscioline sufficienti per riempirci il naso tutti e sette. Maurizio viene spedito prima che la cartoleria chiuda a comprare due confezioni nuove di quel pongo infernale.
Iniziamo la affissioni. Le opere di FarSteam con il patafix stanno per miracolo sui muri: freddo, 44 ore circa da fare sui muri… l’opinione comune è che sabato mattina cadranno. Idea: accendere il riscaldamento, spremere il patafix fino a trivellare i muri, sperare che Dio non esista perché lo stiamo bestemmiando e confidare nell’ottimismo. I fogli cerati su Manzetti stanno su molto meglio, grazie al carisma di Manzetti che con quell’espressione truce in foto frontale e laterale potrebbe essere un serial killer. Silvestro Ferrara è alto come una pertica, per cui dall’alto del mio “un cazzo e due barattoli” attacco il patafix ai fogli e glieli passo, poi giro la consulenza agli architetti per dire a Silvestro se è dritto visto che io non saprei distinguere un foglio orizzontale da uno verticale. Forse cadrà tutto di notte, ma la sala Manzetti è completata e le riprese funzionano perfettamente.

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La mostra FarSteam a cura di Tenaga,
con 18 opere di 18 giovani artisti italiani.

Dettagli da completare al mattino.
Mi sveglio alle sette, mi camuffo da persona normale, vado a fare colazione. Passano le otto e ancora non scende nessuno, a parte la scolaresca anglofona con ragazzine moderne dallo sguardo timido che sembrare dire “A 14 anni mi hanno regalato il mio primo aborto”. Mi metto a leggere un romanzetto porno di cento anni fa sullo smartphone. Passano altri venti minuti. Io ho ancora tutto il materiale da affiggere su Steampunk, estetica e pornografia vittoriana. Chiamo la stanza del custode del patafix e in pochi minuti arriva. Parto per l’affissione più importante di tutte: il porno vittoriano nella sala del laboratorio di moda, in accordo con la Graziano. L’idea che tante candide fanciulle non riescano a girare lo sguardo verso la parete per l’imbarazzo (solo qualche rapida occhiata) mi stuzzica, ma ovviamente l’intento è pratico: non potendo girarsi e/o alzare troppo lo sguardo senza arrossire per la vista del materiale, dovranno stare attente e lavorare di più. D’altronde è un evento per signorine per bene.

Sono a metà lavoro e ho capito che mezz’ora basterà per un pelo. Fortunatamente appare Alex Hastur, a cui ho fatto compagnia a colazione fino a pochi minuti prima ingurgitando caffè come se stesse per venire abolito. Ho bisogno di un volontario per aiutarmi nelle affissioni e decido che lui lo è, per cui prendiamo i fogli, cambiamo sala e mettiamo tutto il materiale completo (Steampunk, estetica e porno) in Tsiolkovsky, fiduciosi che essendo una sala un po’ più libera la gente potrà leggere lì. Sfortunatamente lo spostamento del laboratorio di fumetto là dentro, zeppo di gente e spesso con la porta chiusa, non ha favorito la visione del materiale.

Volevo mettere tutto nel porticato di passaggio per le sale e la Hall, ma non possiamo affiggere fuori dalle sale. Mi pare equo, se no sarebbe stato troppo facile, efficiente e ragionevole. Ora sapete perché le cose erano sparse in modi un po’ bizzarri e non proprio agevoli per i visitatori. Nove e mezza. Ho finito tutto per tempo.
Vado a indossare vestiti decenti per la conferenza delle dieci. Sfortunatamente non ho fatto in tempo a portarmi un costume Steampunk, per cui mi vestirò normale con tunica da ulano, pantaloni da cavalleria, pitalhaube (svuotato al mattino), stivali e sciabola.

Alle dieci e venti circa iniziamo. Stranamente c’è già gente, non come a quell’altro evento della settimana prima in cui saltarono due interventi della mattinata e Augusto si trovò da ultimo prima del pranzo a primo intervento del giorno alle 12:30. Ma d’altronde noi siamo al nord, gente che si alza presto e lavora. O che si traveste in modo imbarazzante e parla di rotelle, senza pudore, fin dalle 10:00. È un buon segno.

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Io mentre mi scuso perché sono la vergogna di Steampunk Italia: invece di avere il costume fatto con materiali riciclati ho comprato quasi tutto dai cinesi.

Maurizio prende la parola, descrive l’evento, come è nata l’idea e perché accanto a lui, che è un signore distinto e normale, ci sia un idiota in uniforme con un pitale in testa. Lo guardo come Fantozzi con il Semenzara, quando ordinò di infilare la mano sotto il culo. Confessa che, sì, pare che quello sia il direttore del comitato scientifico. Sento scendere il gelo sulla folla e percepisco negli sguardi, come uniti in una mente alveare, “Dio, cosa cavolo sono andato a vedere oggi?”. Intanto io cerco di mettere a pieno schermo le slide di Maurizio, ma l’allergia per i Mac (computer che nella mia mente riesco a collegare solo a Eat da Poopoo in Uganda) mi fa desistere e Roncaglia viene in mio soccorso come un provetto insegnante di sostegno. Gioisco con un verso inarticolato, sentendomi la versione in uniforme di Sloth dei Goonies.

Foto di alcune conferenze e laboratori.

In sala ci sono all’inizio circa 35 spettatori. A mano a mano che l’intervento prosegue aumenteranno di una decina, salendo verso i 45-48, con un po’ di gente in piedi dietro e delle sedie vuote qua e là: quasi pieno per una sala da 50 posti a sedere massimi. Durante il mio intervento guardo solo le prime quattro persone davanti a me: due ragazze con gli occhiali dal cui disagio cerco di decifrare il livello di idiozia di ciò che dico, il professor Roncaglia che mi fa un sorriso cordiale tipo “Devo inventarmi una scusa per dire che non conosco questo scemo col pitale in testa” e una bella ragazza vestita di nero, con i capelli biondo platino, che mi guarda gamberettescamente come se avesse pestato una cacca di cane. Trovo il tutto molto motivante e faccio finta che della mia spiegazione, tra storia della fantascienza e critica dei generi per inquadrare lo Steampunk, freghi qualcosa a qualcuno. O che perlomeno nessuno si alzi per andarsene dando l’ispirazione a tutti gli altri.

A fine intervento, uscito fuori dallo slot orario di venti minuti, dichiaro che mi dispiace che il mio intervento fosse noioso, ma non so fare di meglio con un argomento così tecnico e apprezzo che siano rimasti anche se faceva proprio schifo. Finalmente ho detto qualcosa che il pubblico ha capito e che può sottoscrivere. Si alzano felici per le conclusioni condivise. Salvo col finale.

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Il pubblico all’inizio del mio intervento (poi è aumentato un altro po’).
Notare gli sguardi motivazionali.

E così si conclude l’apertura della prima giornata. È andata molto bene: c’era parecchia gente, sembrava contenta, alcuni sconosciuti hanno fatto i complimenti perfino a me prima che me la filassi per verificare cosa accadeva altrove. Abbiamo ritardato l’inizio solo di una ventina di minuti, ma senza causare problemi agli interventi successivi, perché anche se il programma in teoria era fitto, in realtà erano stati predisposti margini di gioco abbondanti. Rispetto alle due ore di vuoto di pubblico e di conseguenza agli eventi della mattina saltati nell’altro evento Steampunk, a noi è andata alla grande.

In cortile alle 11:20 circa, quando ho finito io, c’è già gente che chiacchiera e fa foto, i banchetti del mercatino e dell’esposizione sono affollati di gente felice, c’è affluenza al bar. Mi faccio due conti in testa e penso che non è mica andata male, anzi, se aggiungiamo pure i 12-13 iscritti teorici del laboratorio di fumetto è andata proprio bene (partito alle 10:00, per cui non erano presenti alla mia presentazione). Vado a guardare i laboratori. Vuoti. Arrivo alla Tsiolkovsky: piena. Tra proiettore più agevole da collocare lì e l’eccedenza di partecipanti rispetto alle attese, a occhio 15-16 circa (e circa 18-20 il giorno dopo su 15 prenotati), la sala è stata assegnata d’urgenza a loro. Ottimo, il BarCamp sta funzionando: non serviamo io o Maurizio sempre presenti per fare questi aggiustamenti facili, riescono a gestirsi da soli.

Nel dubbio decido che è meglio coordinare tutto, perdendomi le conferenze e girando per aiutare, decidere spostamenti, rispondere alle domande dei visitatori e in generale fare accoglienza intercettando e cercando di trasmettere entusiasmo a quelli un po’ più smarriti, come credo stiano facendo anche gli S.T.I.M. di Steampunk Italia, che vedo belli attivi a sfrecciare qua e là. Dopo aver coordinato i primissimi cambiamenti a voce, mi accorgo che ci siamo dimenticati di stampare il calendario degli eventi e appenderlo (e nonostante tutto il pubblico non è scappato prendendoci per scemi!): alla reception mi stampano il calendario di entrambi i giorni e lo collochiamo su un cavalletto che mettiamo al centro della Hall, ben visibile dai due accessi esterni, accanto al manichino con l’abito di fine Ottocento. L’interesse del pubblico per le conferenze, non solo per le ragazze vestite in modo bizzarro, si notava anche da quanto spesso verificavano il calendario e controllavano eventuali modifiche a penna.

Ancora strani tizi vestiti in modo inquietante
che potrebbero sventrare le poltrone e cagarci dentro.

Niente pausa pranzo, due barrette dietetiche e giù di prosecco con cinque visite al bar di sabato, ovviamente mischiando i minuti del prosecco con le chiacchiere con i visitatori, per non sprecare tempo e farmi un’idea dei risultati e del gradimento.
Lì ho scoperto che i pareri positivi dei venditori, con vendite sopra la media rispetto a eventi ben più ampi e affollati, erano giustificati: una ragazza che ho approcciato per farle domande (ovviamente è solo un caso che fosse carina) era entusiasta dei suoi acquisti, era venuta apposta da Trieste (mi pare) per comprare qui, attirata dalla fama positiva che ci eravamo costruiti solo grazie ai contenuti (che evidentemente si è trasmessa anche al piccolo mercatino organizzato, che in effetti era ottimo), e aveva speso una cifra poco sopra i 300 euro. Non male!
Pure Tenaga mi ha detto che portando solo il fumetto Hunters J (e gadget collegati) ha fatto comunque vendite simili a quelle del Cartoomics di Milano due settimane prima. Il pubblico molto specializzato, seppure in un evento insignificante in proporzione, permette risultati inaspettati.

Anche i pochi venditori presenti, grazie al loro entusiasmo, all’interesse che dimostravano per lo Steampunk, hanno aiutato moltissimo a mettere a loro agio i visitatori. In particolare sono stato molto contento di come andassero bene gli affari al banco di Ciro Tonetto, che aveva anelli e medaglioni Steampunk molto carini (e a cui ho lasciato 45 euro per 3 anelli da regalare a delle amiche), e di Francesca Dal Ben, che aveva principalmente cappelli (ma prendeva anche gli ordini per fabbricare corsetti su misura!).

Mercatino e area espositiva con Steampunk Italia.

Ho passato i due giorni sfrecciando come un piccolo cumenda, col mio pitale in testa, chiedendo come andava l’evento, se serviva qualcosa, indirizzando i visitatori e informandoli del programma, aiutando a decidere i cambiamenti di sala e collocare i bis degli eventi (“Riciclare il non riciclabile” di Steampunk Italia ha fatto il bis in Tsiolkovsky, attirando oltre 20 persone e costringendo a portare sedie da un’altra sala). Ho pure fatto una conferenza privata sullo Steampunk a una coppietta, con annessa parte sulla verifica delle “fonti” a tema Steampunk, visto che avevo la saletta e nessuno si proponeva per il BarCamp.

Tre volte ho fatto anche lo strillone, annunciando l’evento che stava per iniziare nella sala Manzetti. Ho trovato particolarmente soddisfacente gridare “TRA DIECI MINUTI CONFERENZA SU KELLOGG IN SALA MANZETTI! CI SARANNO GRANDI CLISTERI DI YOGURT!” (o forse non ho precisato lo yogurt, boh). La conferenza su Kellogg è andata avanti parecchio ed è stata molto divertente, con Silvestro Ferrara che tirava fuori le peggiori porcate del dottore e io che sottolineavo la correttezza e il buon senso di John Harvey Kellogg, in particolare sui metodi per impedire la masturbazione maschile tramite mutande di filo spinato. Abbiamo iniziato l’intervento con 8 spettatori e a furia di porcate abbiamo chiuso con oltre 30 (stranamente niente fughe nonostante la tenia di sei metri, la collezione di escrementi e i clisteri di yogurt). Non male.

Voglio citare il parere, apparso su Facebook, di una gentile signorina di innegabile rettitudine morale (di cui non faccio il nome per privacy) che sintetizza bene lo stupore che si vedeva in gran parte del pubblico:

passo 3 ore al laboratorio di costume vittoriano. cambio sala e mi trovo a una conferenza in cui si parla di circoncisioni punitive e tenie di 6 metri. eeeh?

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John Harvey Kellogg (circa 1913),
sano nell’intestino e nella mente.

Perfino per la mia conferenza sui vini ha avuto del pubblico. Io speravo che saltasse per disinteresse, invece appena finito Kellogg (alle 17:30 circa) tre persone mi acchiappano per sapere della conferenza sui vini. Ho risposto che non avevo il proiettore (avevo 20 slide, questa volta “utili”, con fotografie che permettevano di vedere bene ciò di cui si parlava), ma se gradivano la potevamo fare in sala Caselli, vuota, recuperando delle sedie e facendo una chiacchierata in privato. Dopo meno di dieci minuti i primi cinque ascoltatori sono diventanti tra i dieci e i dodici (mi pare dodici se ricordo bene). Abbiamo parlato di Barolo, di Champagne, di Sabrage e di Assenzio, attraverso un percorso di aneddoti storici e qualche informazione “moderna” per capire meglio le informazioni (per esempio a cosa serve il Pinot Nero nei rosé e quindi perché il colorante usato nello Champagne di fine Ottocento non desse lo stesso risultato, al di là della falsificazione alimentare all’epoca permessa). Piaciuto così tanto da chiedermi le fonti per approfondire e farmi strappare la promessa di scrivere il prima possibile un articolo con gli stessi contenuti e la bibliografia. Una ragazza addirittura mi ha detto che le è piaciuto così tanto il modo in cui ho fatto percepire il mondo del vino, la cultura che c’è dietro, da voler fare il corso per sommelier della AIS. Spero che lo faccia perché AIS organizza dei corsi veramente belli.

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Il Duca con Stefano Tamiazzo, direttore artistico della Scuola Comics di Padova.
Il Duca con un fan. Il Duca con Gamberetta. Il Duca con Dario Tonani.

Qualche ipotesi sull’entità del successo dell’evento.
Avevo stampato 100 volantini, più qualche foglio extra venuto meno bene di scorta, con i nomi delle sale. Tra sabato nella tarda mattinata e domenica nel primo pomeriggio, in quattro sessioni di pochi minuti sfrecciando tra la gente e offrendo il volantino solo a chi mi pareva abbastanza libero da poterlo disturbare per quattro secondi (“Salve! Vi va un volantino che spiega perché abbiamo scelto questi nomi per le sale?”), ho distribuito tutti i volantini che avevo. Arrivato a neanche metà di domenica pomeriggio mi sono messo a frugare nella cartelletta, che Tenaga custodiva per me al suo tavolo, e non ne avevo più… e avevo tre ragazzi al seguito a cui volevo darlo più una quindicina di altri che avevo addocchiato, venuti solo domenica, e a cui ero sicuro di non averlo dato. Tra una cosa e l’altra, anche guardando le foto online, penso di aver dato il volantino a nemmeno un terzo dei partecipanti.

Abbiamo avuto almeno 300 visitatori sui due giorni, nonostante il luogo poco accessibile se non per gli abitanti del Veneto. Possono sembrare pochi, e in un evento normale lo sarebbero, ma da noi non è che la gente veniva, stava venti minuti e andava via: domenica siamo arrivati al punto che NON andavano via neppure nell’ora di pausa per il pranzo, per cui abbiamo improvvisato due bis di conferenze (Musica Steampunk e un altro) per intrattenerli. Tanta gente è venuta ed è rimasta dal mattino fino alla chiusura della giornata. Alcuni sono venuti ambo i giorni. La maggior parte ha fatto almeno mezza giornata. Per questo pur essendo solo, a occhio, 300 persone c’erano abbastanza stabilmente un centinaio di visitatori simultaneamente tra sale e mercatino, con punte verso il basso nei momenti di calo peggiore (sabato a pranzo?) che secondo me non scendevano sotto le 60-70 persone. Bastano 300 persone in due giorni, se stanno così tanto, ad affollare spazi di dimensioni modeste come un bell’albergo (ma mai fino alla scomodità, perlomeno non fuori dai laboratori!).

Laboratori zeppi. Quelli del fumetto stavano abbastanza bene, grazie al cambio di sala, ma nel laboratorio di costume le ragazze erano ridotte a lavorare a turno in terra perché mancavano i tavoli per tutte! Tavoli comunque su cui lavorare in piedi, per tre ore, con la schiena spesso piegata. Già questo fa capire l’entusiasmo, la voglia di partecipare che c’era. Bisogna adeguarsi, bisogna soffrire? Va bene, perché è troppo bello per rinunciarci!

Possono delle signorine per bene, di retta moralità e sicura Virtù, accettare di lavorare così?
Sì, perché il laboratorio è troppo interessante per rinunciarci.

La sala principale sempre occupata almeno per metà, quindi mal che andava sulle 20-25 persone si tiravano su a ogni conferenza (a quanto ho visto, infilando il naso ogni tanto per controllare cosa succedeva). Pensate quando certi scrittori piuttosto famosi si lamentano che con migliaia di contatti e presentazioni in grosse città, certe volte su decine o centinaia di adesioni finiscono per avere tre spettatori in sala. Durante la conferenza su Kellogg, mentre in sala c’erano 35-40 persone, via streaming erano connessi nei momenti di punta 100 IP differenti assieme!

Noi avevamo più visitatori reali che fan su Facebook, non molti meno come è normale accada! Fan che stanno crescendo nei giorni successivi l’evento più di quanto crescessero in quelli precedenti: 30 in più solo nei due giorni successivi, per far capire quanto sia piaciuto e quanto il pubblico voglia rimanere aggiornato sui prossimi. Questo significa che, seppure all’inizio le comunicazioni sono state lente, l’interesse incerto, è stata la QUALITA’ concreta a tenerli sul posto, a parlarne bene online, a far crescere già ora l’attesa per il prossimo nel 2014 e per gli spin-off che vorremmo realizzare in autunno. I lavori sono già in corso.

Falaschi sembra un pazzo pericoloso,
ma assicuro che non è affatto pericoloso! Forse.

Stiamo già pensando al futuro perché SteamCamp 2013 è andato alla grande.
Nonostante tutti i piccoli problemi. Nonostante l’assenza di sponsor. Nonostante non fossimo né a Roma né a Milano. Nonostante i guai dell’ultimo minuto su come gestire e usare gli spazi. Nonostante la copertura ridicola dei quotidiani: siamo stati ignorati quando eventi ben meno culturali e ben meno innovativi vengono pubblicizzati di continuo nelle pagine culturali di tanti giornali importanti e ricevono la visita della RAI per fare il servizio di 2-3 minuti al TG Regionale. Tutto perché, beh, “lo Steampunk è per mentecatti”. Poco importa quali fossero le conferenze proposte, di fronte al pregiudizio di tanti giornalisti e presunti uomini di cultura.

Avevamo l’entusiasmo, la voglia di non arrenderci e di non “frignare all’italiana contro il mondo cattivo”. L’evento è stato troppo sbilanciato sul sabato più culturale (per attirare i giornalisti, ma non è servito) e c’erano troppi buchi sulla domenica anche per la mancanza degli editori italiani di fumetti Steampunk nonostante diversi inviti a venire (se fossero venuti avrebbero venduto TUTTO, a giudicare da come sono andati gli affari agli altri). Ma nonostante questi innegabili difetti si è percepita chiaramente la varietà, qualità e unicità di SteamCamp nel panorama italiano.
Non eravamo lì per fare il solito Chardonnay o il solito taglio bordolese che sanno fare tutti: eravamo lì per mostrare che la nascita di un nuovo Cru nell’ambito degli eventi Steampunk, l’equivalente dello Champagne o della Borgogna, in mezzo agli spumantini industriali da 3-4 euro e ai vinacci in tetrapak che costano come il latte. Per essere la pietra di paragone dei futuri eventi Steampunk (non due, tre, quattro: ne vogliamo vedere a DECINE, grandi o minuscoli, diffusi in tutte le regione italiane nei prossimi anni!), sicuri che nessuno avrebbe potuto commentare negativamente (siamo rimasti basiti leggendolo) come in un altro evento simile.
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Foto con Steampunk Italia alla chiusura di domenica, dopo le 18:00.

Eravamo lì per mostrare che lo Steampunk non si riduce a incollare due rotelle su dei goth che hanno scoperto il marrone. Allo stesso tempo NON eravamo lì nemmeno per fare discorsoni accademici zeppi di paroloni e riferimenti complicati per nascondere la mancanza di sostanza concreta.
Eravamo lì per mostrare che lo Steampunk è cultura e che la cultura è divertimento.
Abbiamo attirato con le conferenze a tema storico tanti appassionati di Steampunk (e curiosi) che non avevano magari mai immaginato che dietro lo Steampunk potesse esserci tutto questo e che fosse così vario e piacevole.

Perché la cultura è divertente. La cultura non è una noia a cui piegarsi per poi vantarsi facendo gli intellettualoidi (e rendendo così la cultura odiosa), la cultura è divertimento. La cultura non è fine a sé stessa, è fine al piacere di poterla condividere trasmettendo l’entusiasmo agli altri, di poterne parlare assieme (il clima informale del BarCamp), di poter “giocare” tra sconosciuti con il sapere e sognare con gli spunti che la conoscenza del recente passato può darci. Lo Steampunk non è per pochi soggetti in costume e qualche lettore, lo Steampunk è parte di un grande risveglio culturale che può coinvolgere tutti, anche chi ha il vomito se pensa alle rotelle incollate.
Questo messaggio sulla “cultura come piacere” che la scuola dell’obbligo è preposta a far passare, spesso fallendo, noi lo abbiamo visto concretizzarsi nell’entusiasmo dei visitatori in quei due giorni. Visitatori in gran parte, pare, disinteressati alla narrativa scritta e alla fantascienza, ma non alla cultura. Questo significa che il piano ha avuto successo, il che è ovvio perché io sono il Duca.

 

Introduzione allo Steampunk – un esempio marziano

Scritto da il 04 apr 2013 | Categorie: Fantascienza, Fantascienza Retrò, Fantasy, Fatine, Riflessioni, Steamfantasy, Steampunk

Nei due primi articoli abbiamo analizzato la natura dello Steampunk ed esplorato la sua estetica. Nel terzo articolo abbiamo tirato un po’ le fila della questione, chiarendo alcuni punti sullo Steampunk come genere e spiegando come ragionare per sfruttarne le abbondantissime possibilità.
Ora, per concludere in attesa dello SteamCamp che inizierà dopodomani (6 e 7 aprile 2013), vi propongo un veloce (e un po’ superficiale) esempio “pratico” di ragionamento sul fare Steampunk in modo verosimile, come avevo anticipato nella terza parte dell’introduzione allo Steampunk. Questo articolo, in versione leggermente ridotta, è stato pubblicato anche su SugarPulp.

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“Centralino? Vorrei di nuo—”
“La smetta di rompere! Si legga gli articoli!”

Immaginiamo uno scenario Steampunk in stile prima guerra mondiale nello spazio.
Ipotizziamo che Marte sia colonizzabile preoccupandosi solo della temperatura notturna e della difficoltà di fare sforzi prolungati senza ossigeno, come avviene nel videogioco cult per lo Steampunk Martian Dreams. Deciso questo elemento “retrofantascientifico/fantastico” su cui il lettore ha già ben chiarito di essere disposto a sospendere la sua incredulità (altrimenti dopo aver visto la quarta di copertina non avrebbe proseguito la lettura), ragioniamo sulla logistica.

Inviare risorse e mezzi dalla terra richiede due anni di viaggio e grandi costi?
Bene, allora tutto dovrà essere pensato coerentemente con queste premesse, con truppe e basi di dimensioni limitate buone solo per la guerriglia, piccole schermaglie e sabotaggi, incapaci di ricevere rapidamente aiuti dalla patria.
In più acqua e cibo, seppur rari da trovare, non dovranno essere impossibili, perché disporre solo di enormi scorte inviate dalla madrepatria ogni due anni non sarebbe realistico: quanta acqua andrebbe inviata, diciamo, per 1000 uomini per 800 giorni, tra quella per lavarsi, per cucinare  e da bere? Temo troppa perché abbia senso, anche come costi di trasporto.
Serviranno animali alieni da cacciare o meglio ancora serre che producano patate e altri vegetali, allevamenti di maiali o di animali alieni commestibili, possibilmente capaci di nutrirsi di rifiuti e scarti delle piante (la classica combinazione maiale-patate, che può diventare “mostro fungoide saltatore”-”radici rosse tossiche che invadono i d’intorni di ogni area abitata dall’uomo”), e soprattutto l’acqua nei canali di Marte (le inondazioni immaginate da Schiaparelli?) oppure nel sottosuolo.

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Marte nelle mappe di Schiaparelli (1888 circa)

L’analisi del suolo di Marte, un elemento tecnico che possiamo applicare anche se stiamo utilizzando una visione di Marte “fantastica” (anzi, è un motivo in più per affidarci a ciò che è credibile quando possibile, come diceva Lovecraft), ci suggerisce un suolo vulcanico.
Poca acqua o quasi nulla (solo umidità ambientale e nella terra), un suolo vulcanico ricco di minerali, sono condizioni sulla Terra considerate ideali per costringere la vite a soffrire, a spingere le radici anche a 10-20 metri di profondità, a estrarre più materia possibile dal suolo per trovare tracce d’acqua… e fare vini straordinari con i pochi grappoli eccellenti che produrrà. Le tempeste di sabbia globali potrebbero essere un grosso problema: vitigni protetti da cupole? Le grandi escursioni termiche tra giorno e notte aiutano l’uva a fissare gli aromi, ma anche qui avere delle serre riscaldate per evitare sbalzi “congelanti” sarà necessario… va bene fare IceWine, ma quando l’uva è matura, non mentre cresce ancora!
Marte può essere un produttore di vini di lusso: bottiglie vendute a prezzi esorbitanti, dieci-venti volte quelli dei Premier Cru Classé di Bordeaux, simbolo sulle tavole dei più ricchi tra i ricchi. Bottiglie che svolgerebbero il ruolo “compatto” che nella storia ebbero oro e gemme: molti soldi in poco spazio, per lunghi viaggi… verso la Terra.

Dato che capire quali vigneti possano adattarsi meglio richiede sia analisi che prove pratiche, si può lasciare all’immaginazione personale la scelta dei vini: un’opzione più “credibile”, con solo vitigni internazionali che crescono ovunque (lo Chardonnay crescerebbe pure sulla luna) oppure nelle sabbie di Marte si nasconde un pendio che è un vero e proprio Gran Cru Marziano per il Nebbiolo, uno dei più ostici e poco adattabili vitigni della Terra? Marzolo, il Barolo Marziano!
Il vino è un buon dettaglio extra, ma non è comunque un valido motivo per contendersi militarmente Marte. A meno che non filtriate il mondo con l’occhio deviato di un enologo.

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Paesaggio marziano vitato?

Perché le potenze europee si contendono Marte?
Per quanto Marte possa essere incredibile, i motivi “umani” devono essere credibili. In uno scenario di guerra sapere come è usato Marte e che limiti tecnologici sono presenti permette di progettare storie sensate.
Marte ha materiali rari come il legno antigravitazionale di Space 1889? Oppure minerali pregiati introvabili sulla Terra e necessari alla più avanzata fisica dell’etere? Oppure è tutta una competizione per mantenere basi che proiettino ancora più in là nello spazio, magari per trivellare la fascia degli asteroidi, inviare i minerali su Marte, fare una prima lavorazione e poi sparare i carichi con catapulte elettromagnetiche verso la Terra, in modo che vengano raccolti in orbita?
O forse si gareggia per scoprire i resti di antiche civiltà sperando di rivelare conoscenza scientifiche che diano un vantaggio alla nazione?

Se invece dei viaggi spaziali vi sono portali dimensionali, allora i portali stessi diventano fondamentali obbiettivi da catturare. La capacità di muovere rapidamente risorse da e verso Marte cresce enormemente: da piccoli scontri locali, stile Africa Orientale Tedesca nella Grande Guerra, si passa a scenari da conflitto continentale.
Diventa credibile anche la possibilità che Marte sia un deserto ostile alla vita e che ogni risorsa arrivi dai portali, mensilmente. Sarebbe strano se le fazioni in guerra non provassero a catturare i portali nemici o a catturare le miniere nemiche sugli asteroidi o a intercettare i carichi per impedire qualsiasi afflusso di materiale al nemico. Devono esserci delle strategie coerenti e credibili, basate su obbiettivi chiari legati al contesto.

Se a guerra iniziata tutta la fascia degli asteroidi è caduta in mano inglese (e quindi tutta l’estrazione mineraria) e i tedeschi non pensano di poter mai conquistare il portale inglese (la base è una fortezza inespugnabile?), e ritengono al massimo di poter difendere il proprio portale (che però è diventato inutile, non ricevendo minerali da inviare in Germania), forse faranno bene a ritirarsi e a far saltare il proprio portale prima che gli inglesi lo catturino e lo utilizzino al loro posto.
Se invece i tedeschi sono in grado di proiettare rapidamente forze su Marte e gli inglesi sono a corto di uomini perché li hanno impegnati tutti per dare la caccia ai corsari tedeschi rimasti nella fascia degli asteroidi, suonerebbe strano che i tedeschi non tentino di conquistare il portale inglese. Se gli inglesi hanno i minerali, ma non la possibilità di spedirli o di ricevere rifornimenti (sotto assedio senza essere “assediati”?), prima o poi dovranno lasciare anche le miniere ai tedeschi e consegnarsi come prigionieri.

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Mass Driver sulla Luna

Se in più si decide di fare Science-Fantasy più spinto, aggiungendo elementi spiccatamente Fantasy alla storia, come le fatine, ecco che anche le fatine dovranno avere un senso. Prima di tutto il lettore si aspetterà e rispetterà maggiormente una conoscenza storica della fatine. La cosa può sembrare strana, ma basta leggere il tentativo di spiegazione scientifica sulla natura delle fatine data da Arthur Conan Doyle nel suo The Coming of the Fairies del 1922 per trovare risposte più che adeguate e perfettamente adatte per il periodo. Ecco ottenuta la credibilità storico-mitologica. Che poi si può reinterpretare in spirito Steampunk, a piacere.

Passiamo al motivo per cui sono lì. Queste fatine a cosa servono? Sono staffette nell’esercito perché non esistono radio da campo e sono rapide, piccole e affidabili? Sono ingegneri che si occupano di entrare dentro i colossali Automi da Guerra per riparare piccoli guasti e resettare le memorie dei cervelli-meccanici? Sono osservatori per l’artiglieria, capaci di alzarsi in volo senza essere notate o abbattute, mentre una classica mongolfiera militare da osservazione verrebbe non solo fatta subito a pezzi, ma indicherebbe la posizione di parte delle truppe ai nemici?
O le fatine hanno ruoli nell’ambito civile?

Max Hoffmann
Sconcertante documento fornito da “iome”

Con ragionamenti simili è possibile introdurre altri elementi, come recupero dalla narrativa d’epoca: i marziani armati di tripodi della Guerra dei Mondi magari popolano una città sotterranea nella Valles Marineris e i grandi deserti marziani sono percorsi da tribù guerriere di barbarici mostri con quattro braccia come quelli della serie su John Carter.
Cosa vogliono i marziani nascosti nel sottosuolo? Perché hanno attaccato la Terra a fine Ottocento? Come sopravvivono le tribù di mostri sulla superficie? Come si procurano le armi che usano se sono nomadi senza forge e senza industrie? Vengono armati dalle potenze terrestri e usati contro i rivali o le ottengono come “pagamento” da parte dei marziani del sottosuolo per fare in modo che i terrestri stiano alla larga dalla Valles Marineris e non scoprano dove sono nascosti?
Se abbiamo deciso che Marte è un deserto senza piante né acqua, sarà meglio cambiare idea o la credibilità di queste tribù diventerà estremamente scarsa.

Prendiamo in considerazione la gravità ridotta e l’atmosfera rarefatta, da alta montagna. Entrambi questi elementi e i loro effetti erano noti nell’Ottocento, si sapeva cos’è la gravità e si avevano già delle ipotesi fantascientifiche sull’effetto della gravità ridotta su eventuali animali evoluti in pianeti diversi dalla Terra. In generale l’idea è che la gravità inferiore favorisse maggiori dimensioni nei corpi: ecco allora i giganti di Edison’s Conquest of Mars (1898), dotati pure di cervelli enormi seguendo l’idea dell’evoluzione che premia intelligenze sempre più vaste (rappresentate con cervelli più grossi), oppure i mostri colossali di John Carter (prima storia del 1912).

La gravità inferiore del 63% permette ai soldati di poter portare 40 kg di equipaggiamento sentendo meno di 15 kg (e il loro stesso corpo è più “leggero”). Di contro va pensato che la gravità inferiore permette pure di “saltare” più in lungo e più in alto, ma accentua anche la reazione quando si spara col fucile: la quantità di moto del proiettile rimane identica, la reazione quindi uguale e gli effetti del rinculo (orizzontale) e del rilevamento (verticale) saranno maggiorati. Per il rilevamento l’arma avrà un peso ridotto al 37%, con grande balzo della volata dopo lo sparo! Anche i soldati, ridotti da 70 Kgp a 26 Kgp (chilogrammi peso), avranno meno capacità col loro corpo di contrastare la spinta orizzontale del rinculo, slittando sulla sabbia o perdendo l’equilibrio. Si potrebbe aumentare il “peso” dotando i soldati di armature antischegge (e anti zanne/artigli dei mostri marziani), un incrocio tra le armature da campo di fine ’400 e gli scafandri da palombaro. L’idea non è da scartare, anzi!

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Sissignore!

Con solo il 37% di forza di gravità un uomo da 70 kg potrebbe portare 200 kg di equipaggiamento sentendosi come se ne stesse portando 30 sulla Terra. I comuni fanti potrebbero tirare carri sovraccarichi di acqua e provviste (o girare con veicoli pensati per la Terra e ricoperti di roba legata sopra… se arriva del vento forte, ci saranno bei ribaltamenti per l’effetto vela) e gli assaltatori potrebbero indossare goffi scafandri corazzati spessi 15 mm, a prova di fucile a bruciapelo, per lanciarsi con granate e pugnali nelle trincee nemiche. Considerando l’inerzia, investiranno come un’utilitaria il nemico puntato, spiaccicandolo contro la parete. Per eliminarli servirebbero fuciloni controcarro da 13-20 mm, magari usati contro i mostri giganti di Marte. In più, sempre per l’inerzia, questi assaltatori sarebbero non solo lentissimi a frenare in corsa, ma anche lenti a prendere velocità e instabili lateralmente in movimento. Non proprio qualcosa di adatto per tutti, un ruolo altamente specializzato per soldati addestrati a puntare dritti, senza incertezze o curve, come cavalleria pesante in carica (anche i comuni fanti con zaini sovraccarichi da 100 kg soffrirebbero problemi simili, meglio far loro spingere/tirare carri). E tanti altri problemi da immaginare per arricchire la storia!

In più la minore gravità e l’atmosfera ridotta aumenteranno il tiro utile dei fucili. Tutto questo, magari mi sbaglio, ma secondo me premierebbe il tiro mirato su lunghe distanze (usando ottiche per poter vedere il bersaglio sopra i 500 metri), da sdraiati per limitare lo slittamento degli stivali sulla sabbia marziana dovuto al rinculo dei potenti fucili da battaglia (il corpo pesa solo il 37% di prima!) e ridurrebbe a zero o quasi l’eventuale presenza di pistole-mitragliatrici per via del rilevamento eccessivo nella raffica che farebbe sprecare gran parte dei colpi (ma non ridurrebbe le mitragliatrici di squadra con pesanti affusti ruotati).

In più (bis!) la minore gravità e l’atmosfera rarefatta sconvolgerebbero le tabelle di tiro dell’artiglieria, esclusi tiri diretti ravvicinati relativamente privi di curvatura, creando enormi problemi di adattamento e costringendo a molti esperimenti per trovare coefficienti correttivi e adattarle… con il rischio, sempre, per la fretta e la paura in battaglia, di non applicare i coefficienti e usare i valori come sono scritti, mandando i proiettili molto più distanti! Le tabelle andranno ristampate corrette, per sicurezza.

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Non c’è pace per gli artiglieri

Il fatto che Marte sia “incredibile” non significa che la storia debba essere stupida.
Non è un problema se i tedeschi hanno come tenente nell’artiglieria una fatina superintelligente che fa da calcolatore per il tiro (se non per motivi di gusto dei lettori, talvolta interessati al Fantastico solo come rassicurante etichetta sulle solite banalità senza fantasia viste mille volte): il problema c’è se la storia sembra incoerente, non credibile, e il comportamento umano insensanto e ingiustificabile. Difficilmente un lettore vorrà avere a che fare con una storia simile, a meno che l’elemento non credibile non sia esplicitamente parte degli elementi fantastici ricercati dai lettori “ideali” a cui ci si rivolge.

Per esempio i dogfight alla Star Wars, per fare la “seconda guerra mondiale nello spazio”, sono un elemento comune in certa fantascienza militare. Sono insensati e spiccatamente cretini in uno scenario militare spaziale credibile, quindi non si possono proporre facendo fantascienza HARD, ma in altri contesti i lettori li accettano… o li cercano perfino! Ogni altra idiozia, le vere idiozie non-fantastiche, saranno motivo di fastidio e fuga dall’opera.

 

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