Un momento di nostalgia: Zulu senza vuvuzela

Scritto da Il Duca Carraronan il 25 giu 2010 | Categorie: Razzismo e Stereotipi, Riflessioni, Storia Militare

Oggi mi sento nostalgico. Volevo fare il post su Aetheric Mechanics, ma rimanderò di un paio di giorni. La nostalgia mi ha preso rivedendo l’ultimo assalto del film Zulu, quello del 1964 con il bravissimo Michael Caine. La nostalgia per un passato mai vissuto, ma ricco di ricordi e di possibilità inespresse, molto più vivo e propositivo delle nostre società occidentali malate di consumismo e di debiti privati, ormai spogliate dei grandi ideali capaci di spingerle verso un destino glorioso.

Zulu è un film gradevole, nonostante la mole di errori storici: soldati troppo sbarbati, Zulu con armi da fuoco sbagliate (quelli di Rorke’s Drift erano guerrieri anziani/veterani con vecchissimi fucili Brown Bess, non con i Martini-Henry rubati a Isandlwana da altri guerrieri Zulu), caschi coloniali troppo bianchi (invece di quelli bianchi con lo stemma metallico, usavano dei semplici caschi marroncini) e tante altre cose. Su Wikipedia potrete leggere più errori di quanti io ne abbia visti (e molti più di quelli che ho citato, che sono solo i più semplici e visibili).

Nel filmato potete vedere che alcuni soldati britannici sono armati con fucili bolt-action (Lee-Enfield) invece che coi Martini-Henry perché erano finite le munizioni a salve da 450/577 (già vari attori dovevano fingere di sparare) e non si poteva ridurre troppo il fumo in uno scontro con armi a polvere nera! Però, insomma, certe inquadrature mostrano troppo chiaramente i soldati che agiscono sull’otturatore girevole-scorrevole invece che sulla leva: avrebbero potuto far sparare i Lee-Enfield solo nelle scene dall’alto e più distanti, con magari il soldato che finge di azionare la leva (che tanto non si vede) e poi va a pescare il proiettile nuovo dalla giberna, risparmiando i pochi proiettili da 450/577 per i Martini-Henry inquadrati da vicino.
A 3:46 la presenza dei bolt-action è troppo ingombrante…
Ma visto che sparavano contro dei negri, non potevano ricorrere a munizioni vere? ^_^

È una scena bellissima.
Un pugno di bianchi, stanchi e coraggiosi, che con la ferma disciplina degli occidentali affrontano un numero molto superiore di guerrieri Zulu, altrettanto coraggiosi. Uomini per bene, figli di una società tecnologicamente superiore, fermi come uno scoglio bianco contro cui si infrange l’onda nera della barbarie e del caos primitivo. Una battaglia che nel suo piccolo mostra tutto il mondo: poche fiaccole di Civiltà che splendono, difese da baionette e fucili, in un mare di oscurità. Il Cuore di Tenebra di un mondo selvaggio e primordiale, pronto ad inghiottire ogni barlume di speranza e di progresso.
Dove un tempo c’era la Tenebra ora splende la Luce della Civiltà, ma un giorno potrebbe tornare la Tenebra, come scriveva Conrad.

E i guerrieri Zulu sono anche loro persone per bene: barbari onorevoli, guerrieri come non ve ne sono più in un Sud Africa moderno in cui la caccia al bianco, con impiccagioni e torture, è l’hobby locale dopo la vittoria con elezioni truccate della ANC (partito marxista dell’ex-terrorista Mandela) che ha cancellato l’Apartheid (o meglio: l’ha sostituita con l’Apartheid a danno dei bianchi, col sistema dell’Azione Affermativa per cui i bianchi sono sempre considerati cittadini di serie B se i loro interessi si scontrano con quelli dei neri, ad esempio per un posto di lavoro).
Anche l’Africa può guardare con nostalgia a un mondo in cui vi erano ancora uomini tra loro, e non solo una massa indistinta di scimmie ubriacone armate di vuvuzela.
Lo Steampunk è anche per l’Africa, non solo per occidentali e Giapponesi.

Un soldato britannico più credibile

Ricopio quello che avevo scritto un anno fa, nel mio precedente momento di nostalgia:

Penso ancora agli Imperi, a come era bello il mondo prima della Grande Guerra.
A come era più bello prima che il sogno si infrangesse e la borghesia incontrasse la sua strana morte.
Rimpiango quando i negri stavano al loro posto, assieme alla feccia araba, e le nazioni bianche si spartivano un mondo che era ed è loro per Diritto di Nascita: i selvaggi possono occupare le loro sporche terre De Facto, ma De Iure solo le nazioni bianche discendenti dall’Impero Romano ed eredi del diritto romano possono governarle. E prima o poi ce le riprenderemo.

No, non ce le riprenderemo.
Forse solo nei sogni retrofuturisti dello Steampunk in cui fuggire, in un mondo rassicurante senza strane tecnologie wireless ovunque che rendono molto più difficile perfino pensare alle trame delle proprie storie… un bel mondo termomeccanico in cui la tecnologia si muove e si vede, non è così nascosta e complessa da sembrare magia (e quando si tirano in ballo le chiavette USB con l’effetto tunnel, siamo molto vicini alla magia… ma anche un semplice iPhone non scherza).

Non ce le riprenderemo perché noi non siamo degni di chiamarci eredi di quegli uomini. Non siamo migliori nemmeno degli Zulu di un secolo e mezzo fa. Le tenebre del mondo hanno trionfato, ma non spegnendo le fiaccole della Civiltà dall’esterno, come una marea di follia e barbarie che travolge l’ultima fortezza dell’occidente… no, non è stata una morte onorevole: la tenebra è nata dentro di noi, iniziando in modo blando con la crisi di fine secolo, balzando ben visibile dopo la Grande Guerra e agendo concretamente solo nella seconda metà del Novecento. Il consumismo, la mancanza di ideali, la mancanza di orgoglio nazionale: abbiamo perso la consapevolezza del nostro diritto di prenderci questo mondo e di imporre la civiltà ai barbari… la VERA civiltà, il progresso scientifico e culturale, non solo usare i bombardieri Yankee-Style per imporre la Coca-Cola condita con balle democratiche e poi firmare col dittatore di turno begli accordi per gas e petrolio.

La società degli Yankee bastardi in cui viviamo è la società dei morti che si muovono senza speranze nel futuro (a parte quelle della demagogia elettorale), circondati da tecnologie sempre più usa-e-getta e sempre più sbrilluccicose, immersi in ogni sorta di lusso idiota immaginabile, ma sprofondati in un pianeta che non può sostenere simili ritmi di consumo insensato (come non può sostenerli nemmeno la nostra economia, fondata sul Debito Privato fin dal tempo del lunedì nero).

Spero che abbiano ragione i dementi che temono la fine del mondo nel 2012.
Meglio crepare tutti ora, quando ancora c’è un briciolo di dignità umana sparpagliata qua e là, prima che l’estinzione degli umani diventi un’estinzione che non riguarda gli uomini. Peccato solo per i coniglietti che non hanno nessuna colpa…

Il giusto prezzo degli eBook: Konrath, Smashwords e un confronto con la carta

Scritto da Il Duca Carraronan il 16 mar 2010 | Categorie: Ebook, Editoria, Riflessioni

Oggi parlerò ancora di Konrath.
Cinque giorni fa è uscito un suo post (The Value of Ebooks) con delle riflessioni identiche a quelle che volevo fare io confrontando il prezzo dei libri su carta e degli eBook (il discorso che avevo annunciato a febbraio di voler fare). Dato che mi ha battuto sul tempo, mi sembra giusto farlo sapere usando le informazioni tratte dal suo post come spunto per proseguire con le mie riflessioni. Dovevo muovere il culo prima se volevo apparire un po’ più originale. ^_^

Per chi si è perso le puntate precedenti:
Konrath: più soldi con gli eBook a 1,99$ e Ancora Konrath: 30.000 eBook in 11 mesi.

 
Konrath: chi sta davvero svalutando il lavoro dello scrittore?
Si è parlato spesso di svalutazione del libro venduto a basso prezzo e di valore dell’opera dello scrittore. Ma cos’è davvero il “valore” nel mondo degli eBook?
Possiamo immaginare il valore, semplificando, come il prezzo in denaro abbinato a un certo oggetto. Un oggetto è svalutato quando viene venduto a molto meno del prezzo ragionevolmente accettato. Il prezzo dipende da molti fattori: ad esempio i costi per creare l’oggetto (quelli di studio/realizzazione e il costo per produrre il singolo oggetto in vendita), la domanda e l’offerta.

Nel mercato normale si vendono oggetti fisici. Non si possono vendere 20mila libri di carta se non ci sono 20mila libri di carta. E il valore dipende anche da quanti ne sono rimasti rispetto a quanti ne servono: se The Encyclopedia of Fantastic Victoriana appena uscita costava 50 dollari, anni dopo (quando ormai l’editore non ne ha nemmeno una copia e il testo è diventato piuttosto famoso tra gli appassionati) lo si può trovare solo a 150 e più dollari. Idem la console Wii: appena uscita andò a ruba e la gente, su eBay, era disposta a pagare il DOPPIO del prezzo deciso dal produttore pur di averla!
La domanda unita alla scarsa offerta creava il prezzo.

Con un eBook come dovrebbe funzionare il prezzo?
I costi per idearlo (tempo dedicato, editing ecc…) non dipendono da quanti ne vendi e li paghi tutti fin dall’inizio. Il costo per moltiplicarlo creando le “copie” da vendere… beh, non c’è: è così scarso da poterlo quantificare, in termini di costo per inviarlo al cliente (non per produrlo, ma per spedirlo), in pochi centesimi. La copia in sé è praticamente gratis, quello che si paga è il diritto di possederne una e di leggerla legalmente.
Non è come un oggetto fisico: non devi stamparlo, pagando in anticipo questo costo, per poterlo vendere.

Ragionare sulla copia con gli eBook non ha senso.
La copia nella vecchia concezione non esiste: possiamo definire come “copia” il fatto che qualcuno lo compri. La copia necessaria a soddisfare la richiesta si crea da sola quando avviene l’acquisto. Non si ragiona quindi in termini di “ho una certa tiratura e devo modellare il prezzo in modo da guadagnare nonostante la limitata entità della tiratura”. Si deve ragionare in termini di “devo avere più clienti possibili perché visto che vendere 100 copie o 100.000 copie mi costa uguale, devo puntare sui grandi numeri e guardare solo alla cifra finale incassata”.

In fondo se la copia non esiste è stupido pensare al “prezzo per copia”: conta solo guadagnare il più possibile complessivamente, no? Se non avete afferrata ancora la questione, provate a immaginarla così: dato che aumentare il numero delle “copie da vendere” non costa nulla, allora è come avere una tiratura di mille miliardi di copie in conto deposito! Se le vendi guadagni, se non le vendi non perdi nulla. O, per usare un paragone più calzante, è come avere Gesù che moltiplica i libri al posto dei pani e dei pesci. Chiaro? Dovrebbe, ormai…

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Seguiamo l’esempio di Konrath.
L’editore di Konrath, Hyperion, è un editore vecchio stile. Pubblicava i romanzi di Konrath sia in edizione cartacea che in digitale, su Amazon. Hyperion vendeva su Amazon il libro Fuzzy Navel a 7,19$. Il tutto col vecchio “modello grossista”: Hyperion vendeva il libro a una certa cifra, ALTA, ad Amazon e Amazon poi lo rivendeva a un prezzo a propria scelta attorno a quella cifra, ovvero 7,19$ (perdeva soldi su ogni copia pur di tenerla a un prezzo accettabile: in fondo il business non erano i libri, ma il Kindle).
Konrath riceveva il 25% di ciò che Amazon pagava ad Hyperion. Dato che Konrath per Fuzzy Navel riceveva 2,25$ a copia, è facile capire che Hyperion lo vendeva ad Amazon a 9$.
Sembra un prezzo corretto, 9$, come quello di un’edizione economica. Ma lo era davvero?

Con questo prezzo al pubblico, 7,19$, il libro ha venduto appena 273 copie e Konrath ha guadagnato solo 613$. Con la fatica che bisogna fare per immaginarlo, scriverlo ecc… non sembra il valore corretto da attribuire a un libro.
Se Konrath guadagnasse solo 613$ all’anno per un romanzo di qualità, il suo lavoro sarebbe decisamente SVALUTATO, non credete?

D’altra parte Konrath sta vendendo anche romanzi che ha autopubblicato su Amazon. Sono buoni romanzi, che non hanno nulla da invidiare a quelli pubblicati con Hyperion. Questi libri vengono venduti da Konrath a 1,99$ e lui riceve da Amazon il 35% (modello Agenzia, non modello Grossista). Sembrerebbero proprio svalutati i romanzi a 1,99$… a parte come fondi di magazzino vecchi e stravecchi, prossimi al macero, dove mai si sono visti romanzi di prima mano a 1,99$? Ragionando come se fossimo nel mondo della carta, si direbbe che il lavoro di Konrath sta venendo valutato troppo poco.

Però ricordiamoci che le copie non contano: contano solo i soldi guadagnati alla fine!
In meno di un anno Konrath ha venduto, ad esempio, 10.970 eBook di The List. Con questi eBook ha guadagnato meno, per singola vendita, che con quelli venduti tramite Hyperion: solo 0,70$ invece di 2,25$.
Ma 0,70$ per 10.970 eBook fa 7.679$! Così le cose cambiano parecchio!
Non è ancora qualcosa di cui vivere, singolarmente, ma possiamo dire che 7.679$ sono meglio di 613$, no? Se anche il libro fosse ancora “svalutato” con 7.679$, lo sarebbe certo MOLTO meno che con 613$!

Da luglio gli eBook autopubblicati da Konrath cambieranno prezzo, passando da 1,99$ a 2,99$. L’aumento è necessario per soddisfare il requisito di prezzo minimo e partecipare al modello agenzia 70-30 di Amazon, ricevendo il 70% del prezzo di vendita invece dell’attuale 35%.
Questo significa che con 10.970 eBook Konrath guadagnerebbe 21.172$ invece di 7.679$ in un anno. Questa è una cifra che, a mio parere, non svaluta affatto il duro lavoro dello scrittore! Cazzo, no che non lo svaluta! ^_^

Konrath è convinto, e lo sono anche io (lo avevo già scritto a febbraio), che con 2,99$ si possa mantenere l’eBook ancora nella soglia degli acquisti impulsivi. Magari non venderà tanto quanto quelli da 1,99$, ma non venderà neppure pochissimo!

Ricordate i dati che aveva pubblicato a ottobre?
Se l’andamento delle vendite puntasse all’accelerazione costante fino a 1,99$, le vendite a 2,99$ sarebbero circa il 55% del massimo, come nel primo grafico alla cazzo di cane che ho assemblato con i vecchi dati di vendita di Konrath (lo trovate poco più in basso). Se invece la soglia dell’acquisto impulsivo fosse a 2,99$, immaginando che si ottenga solo un 25% ulteriore andando fino a 1,99$ (al posto di un 80% abbondante), l’andamento reale potrebbe essere più simile al secondo grafico.

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Grafici fatti con i dati delle vendite pubblicati a ottobre da Konrath.
Ho inserito i dati reali di tre libri cartacei (152 copie a 7,49$, 202 copie a 6,39$ e 550 copie a 3,96$) e tre diverse stime “medie” delle vendite di quelli venduti a 1,99$: una stima prudente scartando il libro che ha venduto di più e quello che ha venduto di meno (rosso); una stima pessimista scartando solo il libro che ha venduto di più (verde); una stima con tutti i libri, sia l’anomalia positiva che l’anomalia negativa (blu).
Nel secondo grafico ho aggiunto a scopo dimostrativo un libro “inventato” che vende esattamente l’80% del libro a 1,99$ della stima abbinata. Questo andamento è più simile a quello che io (e Konrath) immaginiamo rispetto al precedente.

Gli editori però sono stanchi del “modello grossista” proposto da Amazon e vorrebbero riprendere pieno controllo del prezzo (alzandolo fino a 14,99$) sfruttando il “modello agenzia”. In tal modo Hyperion, che trovava svalutante il prezzo di 7,19$ di Fuzzy Navel posto da Amazon, potrebbe finalmente vendere gli eBook a non meno di 9,99$.

Con il modello grossista Amazon vendeva al prezzo che preferiva e pagava 9$ ad Hyperion che a sua volta dava 2,25$ a Konrath. Con il modello agenzia Hyperion riceverà il 70% del prezzo di copertina da lui deciso (meno le spese di invio calcolate a 0,15$/MB, ovvero 0,045$ per Fuzzy Navel), ovvero 6,96$, e Konrath guadagnerà 1,74$.
Eh? Il lettore pagherà il 39% in più e in cambio l’autore riceverà il 23% in meno? C’è qualcosa che non funziona. Perché 475$ invece di 613$ dovrebbe essere una valutazione più giusta dell’enorme fatica che l’autore ha fatto per produrre il romanzo? È peggio di prima! E sono stato ottimista: probabilmente le vendite diminuiranno un po’ con l’aumento del prezzo…

E se invece Hyperion si svegliasse e adottasse un prezzo di 2,99$?
Immaginiamo che con 2,99$ venda 30 volte tanto, ovvero 8.190 copie. Konrath guadagnerebbe il 25% di quello che Hyperion riceve, ovvero 4221$. Uhm, molto meglio di 613$, ma non proprio un successo… vendendo da solo quel libro guadagnerebbe 16.884$ (quattro volte tanto, il 70% intero!)
In ogni caso l’editore fa perdere soldi (“svaluta” quindi il lavoro dell’autore), sia che si comporti da cretino sia che si comporti in modo intelligente.

So I ask you. What is the true value of ebooks? Is it $9.99 and up? Or is it $2.99 and down?

Seems obvious to me. But I’m not in charge of a large publishing company trying to sell paper, which is apparently more important to them than embracing the future by figuring out what I already have:

The value of an ebook is determined by the overall amount of money it earns, not the list price.

(J. A. Konrath)

Qual è il prezzo giusto: 9,99$ oppure 2,99$?
Pensate al ruolo dell’editore e al valore del lavoro dello scrittore.
Ci sono due obiettivi per lo scrittore, farsi leggere da più persone possibili (per soddisfare la propria vanità di autore) e guadagnare il più possibile (per non svalutare il proprio lavoro): è meglio farsi leggere da 300 persone e guadagnare 522$ (eBook a 9,99$ con editore) o farsi leggere da 9.000 persone e guadagnare 18.554$ (eBook a 2,99$ senza editore)?

Quale dei due prezzi svaluta davvero il lavoro e la dignità dello scrittore?
A me pare ovvio, con buona pace degli editori-della-carta e degli scrittori-che-sanno e che si tirano le pose da intellettuali (“Meno di 9,99$ è svendere la mia dignità, trasformarmi in un cortigiano che implora denaro scrivendo su commissione! Dov’è la dignità e la libertà se svalutano il valore del tuo Lavoro?”) per difendere il prezzo al dettaglio del venduto e si dimenticano della cifra finale incassata.

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Smashwords: un esperimento con gli sconti e i prezzi bassi
L’editore digitale Smashwords, di cui abbiamo parlato già alcune volte, ha condotto un piccolo esperimento per vedere quanto aumentano le vendite degli eBook abbassando il prezzo tramite degli sconti. Gli scrittori sono stati invitati a scegliere uno sconto del 25%, del 50% oppure del 100% per le loro opere.
All’iniziativa hanno partecipato 2.341 titoli precedentemente a pagamento.

Sconto Numero
di eBook
Vecchio
Prezzo Medio
Nuovo
Prezzo Medio
25% 983 4,61$ 3,46$
50% 988 5,20$ 2,60$
100% 370 3,25$ 0,00$

Come vedete i libri mediamente più costosi venivano venduti a un prezzo, dopo lo sconto del 50%, del 25% inferiore a quello dei libri che hanno scelto lo sconto del 25%. Questo va considerato perché ci troviamo nella doppia condizione di 1. prezzo nella soglia dell’acquisto impulsivo (2,60$) e 2. forte sconto (50%, effetto psicologico di portata ignota). Probabilmente l’essere sotto i 3 dollari aiuta molto più dello sconto del 50%, ma il grosso sconto ha di sicuro un qualche effetto positivo nelle vendite.

Qual è stato il risultato alla fine?
I libri con un prezzo medio di 2,60 dollari hanno venduto QUATTRO volte più di quelli con il prezzo medio di 3,46 dollari. I download gratuiti sono stati 74 volte maggiori delle vendite dei libri con lo sconto del 50% (e col prezzo decisamente GIUSTO dal punto di vista di Konrath) e 291 volte maggiori delle vendite dei libri con lo sconto del 25%. I libri meno costosi (2,60$) hanno permesso di guadagnare il TRIPLO dei libri più costosi (3,46$).

Una differenza di vendite di quattro volte non può dipendere tutta dall’effetto psicologico del 50% invece del 25% di sconto. La gran parte della differenza, un +200% di quel +300%, sono convinto che dipenda dall’acquisto impulsivo dovuto al prezzo di 2,99$ o inferiore: la soglia al di sotto della quale le cose sembrano gratis/regalate e scatta l’acquisto senza rischio di rimpianti.

Credo molto nei 2,49-2,99 euro/dollari, soprattutto se non è possibile scegliere il prezzo di 1,99 (es: il modello agenzia di Amazon). Inoltre, temo, il prezzo di 1,99 ha una maggiore possibilità di essere percepito come “tirato dietro perché fa schifo” rispetto al 2,99: bisogna pensare ai meccanismi mentali ereditati dal mercato tradizionale in cui i beni non possono costare così poco a meno di non essere schifosi e/o difettosi (e temo che ci vorranno anni prima si cancelli questa possibile associazione).

Questi dati sembrano confermare quanto già dimostrato da Konrath: con i prezzi al di sotto della VERA soglia psicologica dell’acquisto impulsivo (che non è 9,99$, ritardati delle Case Editrici in ascolto), sia le vendite che i guadagni aumentano moltissimo.

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I costi del libro di carta e i costi dell’eBook
Ora qualche riflessione sul prezzo dei libri di carta e su quello degli eBook, sottraendo i costi che l’eBook non condivide con la carta. Essendo una riflessione personale conterrà un sacco di ipotesi che non sono e non vanno prese per oro colato (per oro colato potete prendere solo i dati reali, perché negare la realtà è alienazione), ma spero che possa lo stesso aiutarvi a riflettere meglio sul futuro del mondo editoriale.

Userò come spunto l’analisi semplificata del preventivo di un libro fatta da Oliviero Ponte di Pino (da 30 anni nel mondo dell’editoria e direttore editoriale di Garzanti Libri dal 2000) in I Mestieri del Libro (pp. 88-93), considerando un buon titolo con 10.000 copie di prima tiratura e 18 euro di prezzo di copertina.

 

COSTO
COMPLESSIVO
COSTO
A COPIA
%
Costi redazionali 6.000 0,60 3,33
Correzione bozze, inserimento correzioni, revisione testi (editing), copertina, illustrazioni, impaginazione del testo, traduzione ecc…
Costi industriali fissi 1.000 0,10 0,56
In tipografia: lastre e avviamento dei macchinari da stampa
Costi industriali variabili 11.000 1,10 6,11
In tipografia: carta, stampa, legatura ecc…
Diritti d’autore 14.400 1,44 8,00
7% fino a 5.000 copie, 9% fino a 10.000
Spese di commercializzazione
e distribuzione
108.000 10,80 60,00
rete di promozione, distribuzione, logistica e magazzino, sconto ai librai
Pubblicità e promozione 5.400 0,54 3,00
Costi di struttura e margine di redditività 28.800 2,88 16,00
Totale costi 174.600 17,46 97,00

Fatturato a copertina 180.000 18,00 100,00
Differenza di contribuzione 5.400 +0,54 3,00

 
Immaginiamo poi che questo libro, avendo una tiratura non certo minuscola, sia di un autore non del tutto sconosciuto (un medio autore, stile Konrath) e che il contratto preveda di dargli un buon anticipo sulle royalties di ben 10.000 euro.
Solo per recuperare quell’anticipo facendo tornare a quadrare i conti, bisognerà vendere 7.531 di quelle 10.000 copie.

Nel miracoloso caso in cui si dovessero stampare e vendere più di 10.000 copie, le royalties per il “di più” salirebbero dal 9% all’11% (e verrebbe acceso un cero al Cristo col Colbacco per la grazia ricevuta).

Se andasse tutto esattamente come previsto (rese minime calcolate ecc…), si potrebbe pagare tutto e tutti, con perfino un margine di 5.400 euro per eventuali problemi non considerati (rese un po’ superiori, ad esempio). Ma se le cose non andassero bene come previsto? Se le rese salissero alle stelle? Se due terzi dell’edizione finisse invenduta? Se tutto andasse a puttane, come spesso va con i titoli che non siano instant book o altri titoli sicuri? Eh, allora sono cazzi…

Quanto incidono le rese?
Si parla spesso di rese, ma molto raramente le si tiene DAVVERO in conto. Le rese sono un fenomeno intrinseco al libro FISICO, di carta (o pergamana o argilla o pietra ecc…), che NON esiste col libro digitale. Chiaro? Si parla spesso di libri che non vendono 3 copie, con una resa che si può immaginare si avvicini molto al 100%. Ma qual è la resa fisiologica, la resa minima normale di un libro che vende piuttosto bene?

Mettiamo che al nostro libro le cose vadano abbastanza bene: e che le rese si aggirino attorno al fisiologico 20%. Se dal 20% delle copie distribuite non guadagnerò nulla
[...]
E questa, per l’appunto, è la questione finale: che il nostro libro da 14 euro a copia genererebbe effettivamente quel 7% di “guadagno” per l’editore se, e solo se, tutte le 1.560 copie stampate andassero vendute. Ma ci sono le rese, la cui consistenza “fisiologica” è del 20% (cioè: se va tutto bene, c’è il 20% di rese). E le rese si mangiano tutto il guadagno, e anche un po’ del ricavo.

Le frasi citate provengono da un articolo del 2005 di Vibrisse Bollettino, blog curato da Giulio Mozzi, consulente editoriale e scrittore (pubblicato anche da Einaudi e Mondadori).

Quel 20% di rese, che può sembrare un grossa cifra, è invece il minimo, come ci specifica chiaramente Mozzi. La realtà più comune nel mondo degli hardcover (in America) è delle rese al 40%. Sì, avete capito giusto: 40%.

Traditionally, publishers have sold books to stores, with the wholesale price for hardcovers set at fifty per cent of the cover price. Authors are paid royalties at a rate of about fifteen per cent of the cover price. On a twenty-six-dollar book, the publisher receives thirteen dollars, out of which it pays all the costs of making the book. The author gets $3.90 in royalties. Bookstores return about forty per cent of the hardcovers they buy; this accounts for $5.20 per book. Another $3 goes to overhead costs and the price of producing and shipping the book—leaving, in the best case, about a dollar of profit per book.

Fonte: The New Yorker

Rese del 20%. Minime. Più spesso al 40%. Questa è FOLLIA.
I libri invenduti, che dopo mesi o anni tornano indietro (prima dal libraio al distributore, poi dal distributore all’editore), sono libri che portano su di sé il COSTO della loro realizzazione -pagato per intero all’inizio- senza generare un RICAVO. Resta solo da sperare di ridurre un po’ la perdita, piazzandoli a due soldi come remainder (parola elegante per dire scarti di magazzino). Queste cose non accadono nel mondo degli eBook.

Con l’eBook non devi decidere quanti stamparne per spalmare i costi e calcolare il prezzo (nel cartaceo più ne stampi e meno costo devi spalmare sul singolo libro, quindi puoi tenere accettabile il prezzo di copertina: 19 euro invece di 23 euro, ad esempio), trovandoti per forza a stamparne migliaia di copie perché altrimenti l’investimento sarebbe un fallimento monetario anche se fosse un successo nelle vendite. Però più ne stampi e più grande sarà il buco nell’acqua se le vendite dovessero andare malissimo: tutti i costi di stampa li paghi subito, che il libro venda o non venda!

 

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Torniamo all’esempio di Ponte di Pino.
Nei costi inserisce “costi di struttura e margine di redditività” e spiega (p. 89) che nei costi di struttura sono inclusi anche gli invenduti previsti, ovvero quanto ricavo prima calcolato va ora sottratto perché non tutta la tiratura sarà davvero venduta.

Però riflettiamo un attimo sul costo fisico di quegli invenduti.
Immaginiamo siano del 20% (2000 copie): abbiamo 0,60 di costi redazionali più 0,10 di costi industriali fissi più 1,10 di costi industriali variabili più 0,54 di pubblicità e promozione (ho evitato di incollarci una fetta dei costi di struttura, mi sono limitato al costo del “progetto libro” in sé escludendo il costo del resto del Brontosauro editoriale). Con 2,34 euro di costi per singolo libro, fanno 4860 euro bruciati. E il resto della cifra, molto più grossa?

Nei 28.800 euro di costi si trovano stipendi vari non direttamente collegati al “progetto libro” in oggetto, festini a luci rosse con l’Onorevole tal dei tali, oneri finanziari, cocaina offerta agli amici politici, costi legati ad altri progetti falliti da ammortizzare (gli invenduti all’80-90% di un precedente romanzo di quella collana, ad esempio, fatti pagare ai titoli successivi), il PC della nuova segretaria maggiorata con gli occhioni da cerbiatta, il cazzo di gomma regalato al pensionamento della vecchia segretaria ecc… tipici di organizzazioni grosse e pesanti (il Brontosauro editoriale, appunto) e che assieme ai ricavi minimi che ci si aspetta dal libro affinché non sia un progetto “fallimentare”, complessivamente, contribuiscono nelle 10.000 copie a ben 2,88 euro del loro prezzo di copertina. Non male.

Tutti questi costi non direttamente collegati a QUEL libro, ma solo alla struttura attorno “in sé”, non sono presenti in un eBook prodotto da una piccola realtà editoriale o addirittura autoprodotto dall’autore (a meno che… ma lo vedremo dopo). Rimangono ovviamente tutti i costi realmente connessi a QUEL libro, che non sono nulli!

Immaginiamo di trasformare con la bacchetta magica quel libro in un eBook, venduto con il modello Agenzia 70-30 e il 25% di royalties all’autore su quanto incassato. Manteniamo i costi appesantiti da una realtà editoriale grottesca e sovradimensionata come un Brontosauro pronto all’estinzione. Vediamo cosa sparisce e cosa si ridimensiona. Per ora non faccio stime al dettaglio o sul prezzo: ci arriverò dopo.
 

COSTO
COMPLESSIVO
COSTO
A COPIA
%
Costi redazionali 6.000 ? ?
Correzione bozze, inserimento correzioni, revisione testi (editing), copertina, illustrazioni, impaginazione del testo, traduzione ecc…
Costi industriali fissi
La tipografia è bruciata e rimangono solo le macerie annerite.
Costi industriali variabili
La tipografia ora è abitata da barboni che venerano un fallo di cemento
Diritti d’autore ? ? 17,50
Il 25% fino a XXX copie, 35-50% dopo.
Spese di commercializzazione
e distribuzione
? ? 30,00
Modello agenzia: 30% a loro, 70% all’editore.
Pubblicità e promozione
Konrath dice che non serve, sono soldi buttati nel mondo degli eBook. Quello che serve è quello che può fare l’autore per fidelizzare il pubblico e la qualità. Comunque, se proprio vuoi buttare 5.000 euro, fatti tuoi…
Costi di struttura e margine di redditività 24.000 ? ?
Il Brontosauro reclama che qualcuno paghi per mantenere la sua enorme mole fallimentare. Ho sottratto solo il valore degli invenduti al 20% del cartaceo, qui non presenti.
Totale costi fissi 30.000 ? ?

 
Come potete vedere ora i costi fissi sono composti al 20% da costi realmente collegati al libro e all’80% da Brontosauro: stipendi non direttamente collegati al progetto in esame, debiti di precedenti libri falliti da ripagare, amministrazione interna alla cazzo di cane con le matite che costano 100 euro l’una, ufficio marketing con i ritardati che giocano a ping-pong, altri dipendenti che non svolgono più alcun lavoro utile da quando si è smesso di usare la carta e vendere in librerie fisiche ecc…
Prima la quantità di spreco in Brontosauro era minore: solo il 45% (ho considerato gli invenduti come costo del libro in sé, non del Brontosauro, e ho mantenuto la pubblicità tradizionale come essenziale nel vecchio mondo del passato di carta).

Ora immaginiamo un prezzo al dettaglio di 9,90 euro e vendite per, immaginiamo, un 2012 “all’americana” (equivalente a un BOH all’italiana) con gli eBook molto più diffusi, la carta che perdendo margine ha avuto grossi crolli e gli editori stessi che si sono dovuti rifugiare nel digitale per scappare dai costi fissi che generavano sempre più spesso passivi anche su libri che un tempo avrebbero chiuso i conti in pareggio. Un inferno in cui i Signori della Carta ardono vivi nei loro castelli di alberi morti. ^_^

Immaginiamo che questo libro, progettato per vendere 8.000 copie nel mondo del cartaceo a 18 euro, riesca a venderne (se tutto va bene) solo 5.000 nel mondo digitale a 9,90 perché il pubblico si sta abituando a percepire come ingiusto un prezzo sopra i 5 euro e preferisce la massa di libri proposti al di sotto di quella cifra, che acchiappano quasi tutto il mercato della narrativa.

 

COSTO
COMPLESSIVO
COSTO
A COPIA
%
Costi redazionali 6.000 1,20 12,12
Correzione bozze, inserimento correzioni, revisione testi (editing), copertina, illustrazioni, impaginazione del testo, traduzione ecc…
Diritti d’autore 8.663 1,73 17,50
Il 25% fino a 5.000 copie, 35-50% dopo.
Spese di commercializzazione
e distribuzione
14.850 2,97 30,00
Modello agenzia: 30% a loro, 70% all’editore.
Costi di struttura e margine di redditività 24.000 4,80 48,48
Il Brontosauro reclama che qualcuno paghi per mantenere la sua enorme mole fallimentare. Ho sottratto solo il valore degli invenduti al 20% del cartaceo, qui non presenti.
Totale costi 53.513 10,70 108,10

Fatturato a copertina 49.500 9,90 100,00
Passivo di 4013 euro imputabile alla fame del Brontosauro!
Ridurre gli appetiti del Brontosauro di un 20% o abortire il progetto.

 

Brontosaurus
Un corpo enorme con un cervello minuscolo. Estinto. [Nota]
Qualche domanda?

 
Ora immaginiamo ancora quel libro (sempre di un autore non del tutto sconosciuto, uno che nel mondo della carta meriterebbe una prima tiratura da 10.000 copie, pubblicità, un buon anticipo ecc…), ma venduto con un prezzo più intelligente: 2,99 euro. Facciamo però un paio di premesse: le vendite non potranno, come accade ora, essere 30 o 40 volte superiori perché stiamo immaginando un futuro in cui gli ottimi libri a basso prezzo non saranno una rarità, ma una cosa piuttosto comune. Allo stesso tempo però non possiamo immaginare che le vendite siano solo quelle attuali della carta a 18 euro: è banalmente ovvio che eliminando l’enorme vincolo dei grossi costi e del fastidio della carta anche la lettura ne trarrà beneficio. Praticamente tutti quelli che hanno iniziato a leggere con gli eReader stanno ora leggendo più di prima: è un dato di fatto, basta guardarsi in giro. Magari levandosi le mani dagli occhi, smettendo di fare lalalalalalalalalà e asportando la bendatura di fette di prosciutto che avvolge la testa. ^_^

Se anche il consumo di libri rimanesse uguale, va considerato che potendo accedere a molti bei libri a basso costo, aumenterebbero le vendite perché i lettori eviterebbero di leggere per la sesta volta i libri già letti (“spendere 50 euro per una trilogia nuova non mi va, poi è tutta merda quella che esce, invece questi sono belli…”) o farseli prestare dagli amici preferendo attendere 2-3 settimane per averli pur di non pagare (“ah, scusa, mi sono dimenticato di nuovo di portarteli…”) o dover fare la fatica di prenderli in biblioteca (“meglio sprecare mezzo pomeriggio del mio unico giorno libero così piuttosto che pagare 40 euro per due troiate”).

In ogni caso c’è da immaginare che venderanno più di prima. Il mercato dei libri non è saturo: a essere pieni sono solo i coglioni delle persone e la stupidità dei Signori della Carta, ma la voglia di leggere bei libri a basso costo non è morta.

Selling prices are a fifth of what they once were. The novel economy is equal to one fifth of a POG, and Meyer and Rowling, or whoever came along and replaced them, still have the majority of that.

Classically, yes. But I don’t know if this applies to new tech becoming widely adopted. And I’m pretty sure it doesn’t apply to a market this big.

New tech can snag new fans who weren’t fans of the prior tech. In other words, we can find a whole younger generation of readers who love their iPad and read books on it when they’ve never bought a paper book in their life.

Also, I’ve seen it quoted that there will be 5 million Kindle owners or more by the end of the year, and the number will continue to grow. That might as well be an infinite fanbase.

Finally, authors aren’t in competition. I don’t lose a sale to Rowling. Someone can buy both of our books.

(J.A. Konrath, rispondendo a un lettore)

Immaginiamo quindi che il prezzo a 2,99 euro permetta di vendere non 30-40 volte tanti libri come ora, ma solo 5 volte tanto. Ok? Sembra una stima ragionevole, date le premesse (che però prevedono che uno sappia qualcosa del mondo del libro, visto dal punto di vista dei lettori… quindi già immagino che nessun Editore o addetto al Marketing italiano ci crederà visto che è appurato che non capiscono un cazzo dei desideri del pubblico e sanno solo lagnarsi, da bravi coccodrilli, perché la gente li ignora).

 

  COSTO
COMPLESSIVO
COSTO
A COPIA
%
Costi redazionali 6.000 0,24 8,03
Correzione bozze, inserimento correzioni, revisione testi (editing), copertina, illustrazioni, impaginazione del testo, traduzione ecc…
Diritti d’autore 13.081 0,52 17,50
Il 25% fino a 25.000 copie, 35-50% dopo.
Spese di commercializzazione
e distribuzione
22.425 0,90 30,00
Modello agenzia: 30% a loro, 70% all’editore.
Costi di struttura e margine di redditività 24.000 0,96 32,11
Il Brontosauro reclama che qualcuno paghi per mantenere la sua enorme mole fallimentare. Ho sottratto solo il valore degli invenduti al 20% del cartaceo, qui non presenti.
Totale costi 65.506 2,62 87,63

Fatturato a copertina 74.750 2,99 100,00
Differenza di contribuzione 9.244 +0,37 12,37

 
Incredibile: ci sono più soldi di quanti ne servano per pagare tutti quanti! Roba da brindisi nel mondo editoriale della carta, in cui si cercava di spacciare pacchi di carta tossica a 19 euro: ora si può vendere un libro senza sentirsi dei criminali e perfino guadagnarci sopra!

 

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Da Konrath a Pinco Pallino: uno scenario più modesto
Fino ad ora abbiamo ragionato su autori che vendono qualcosa, gente che se la può cavare con il giusto modello di prezzo. Gente con anche un pizzico di fortuna, oltre a un prodotto di qualità. Questo però non è lo scenario di un tipico Pinco Pallino non così bravo e meno fortunato (o anche bravo quanto loro, ma molto più sfortunato: capita, eh! Capita in ogni ambito, può capitare anche nella narrativa!).

Magari Pinco Pallino ha provato a fidelizzare il pubblico come fa Konrath, ma non sa produrre articoli così interessanti: questo ha ucciso gran parte del pubblico e del passaparola (se Konrath ha più di 1.000 utenti al giorno, Pinco Pallino ne ha 200 o 300). Possiamo immaginare anche che, per una serie di sfortunati eventi, Pinco Pallino ha insultato proprio le persone che avrebbero potuto aumentare la diffusione del suo lavoro. L’unica recensione importante che poteva ricevere è saltata perché si è picchiato con il recensore (senza sapere chi fosse) nella contesa per un parcheggio in centro all’ora di punta. Meno importante, ma da segnalare: Pinco Pallino scrive bene, ma non è bravo quanto Konrath o VanderMeer.

Se Konrath ora vende 10.000 copie l’anno del suo eBook migliore a 1,99$, Pinco Pallino forse può aspirare a venderne 1.000 copie. Quando Konrath, nello scenario futuro indicato nella sezione precedente, venderà 40.000 copie in un anno, forse Pinco Pallino potrà aspirare a venderne 4.000.

Una piccola parentesi sulla notorietà e sulle vendite…

Konrath, nonostante gli ottimi risultati, viene battuto nelle vendite degli eBook da un sacco di altra gente meno famosa di lui (e lui non è molto famoso) e mai pubblicata su carta. Immaginare di fare un decimo di quello che fa Konrath non è una previsione ottimista per uno scrittore decente. Il problema è essere uno scrittore decente…

your success with e-books is predicated on your previous success in print publishing, because you’re capitalizing on the intangible value of your name

That’s part of it, but not all of it. There are too many authors selling well with no prior success, and a growing number of authors bigger than I am who aren’t having my success. So, yes, I could be selling just as many without a print publisher. Others are.

And it doesn’t take into account a very peculiar and obvious fact: if these buyers were people who knew me, they could go to my website and download my ebooks for free. The same ebooks I have on Amazon are free on my website. If the sales were based on name-recognition, wouldn’t my website downloads outnumber my Amazon sales? But my Amazon sales are higher at about 20 to 1.

(J.A. Konrath, rispondendo a un lettore)

Quanto riportato sopra conferma il discorso che avevo già fatto in passato: se il prezzo è così basso da essere ridicolo, molti lettori non si preoccuperanno nemmeno di cercare l’eBook piratato o quello gratuito. Questo è banalmente ovvio quindi se non ci eravate già arrivati e se perfino ora (di fronte all’inattaccabilità della Realtà) non ci credete, avete dei seri problemi di percezione del mondo (alienazione, distorsione della realtà percepita, paranoia) o di comprensione intellettuale (stupidità: ignoranza no, quella giustificazione è scomparsa all’ottenimento dei dati reali). Anche questo è banalmente ovvio.

Torniamo a Pinco Pallino.

Pinco Pallino nell’attuale mondo della carta sarebbe un suicidio editoriale: senza abbondantissime spinte (da autore di punta, stile Licia Troisi) e moltissima fortuna (che non ha, a differenza di Licia Troisi) non arriverebbe nemmeno a vendere 1.000 copie del suo libro in un anno, lasciando all’editore invenduti per 5.000-7.000 copie, ovvero tutto il resto della tiratura, con un passivo di parecchie migliaia di euro.

Ma nel mondo digitale del futuro?
Pinco Pallino, che come già detto NON è un incapace, può autopubblicarsi spendendo il giusto per l’editing di un serio professionista e sperare di guadagnarci pure qualcosina? Forse sì.

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Di cosa ha bisogno Pinco Pallino?
Esaminiamo le necessità di un autore autopubblicato in eBook e calcoliamo i costi che Pinco Pallino dovrà sostenere per fare un lavoro che non sia solo “amatoriale”: un manoscritto trasformato in libro con l’ausilio di esperti professionisti.

— Editing professionale.
Fondamentale. Ha bisogno di trovare un professionista serio, magari uno che sia disposto prima a far pagare una cifra iniziale per la scheda di lettura e solo dopo, se il prodotto è a suo parere vendibile, il resto del lavoro e del denaro.
Quanto costa? In internet si trovano parecchi prezzi (di gente di credenziali più o meno ignote), che variano dai 4 agli 8 euro a cartella (IVA inclusa). Ho letto che meno di 4 euro a cartella è un vero furto e, seppur con la poca esperienza che ho di lavoro sui testi altrui, concordo. Forse sono io che mi impegno troppo, ma 4 euro a cartella è proprio il minimo per la fatica che bisogna fare. Un paio di amici mi hanno confermato che 4-5 euro per cartella da 1.800 battute è il prezzo considerato onesto.

Tralasciamo che attualmente l’editing poi venga fatto di merda, ma quello è colpa delle Case Editrici italiane che affidano i testi a gentaglia incapace e svogliata (o impossibilitata a lavorare perché il testo è oggettivamente orrendo): immaginiamo che Pinco Pallino riesca a trovare, magari indirizzato da amici, un editor capace.

Quanto è grande il romanzo di Pinco Pallino? Uhm, è un romanzo tipico, né piccolo né grosso. Vediamo qualche dimensione indicativa: Shot of Tequila di J.A. Konrath sono 418mila battute; Marstenheim di Angra sono 526mila battute; Controllo a Distanza di Andy McNab sono 771mila battute; L’Ultima Fortezza della Terra di Alfred E. Van Vogt sono appena 195mila battute; Nihal della Terra del Vento di Licia Troisi sono 525mila battute.
Una stima ragionevole potrebbe essere 550mila battute. Con cartelle da 1.800 battute e 4,5 euro a cartella (IVA inclusa), fanno 306 cartelle e 1.377 euro.
Arrotondiamo a 1.400 euro.

Comunque se Pinco Pallino è anche un capace editor (piuttosto normale se uno è un buono scrittore, ma il contrario non è automatico), potrebbe già essere inserito in un giro di autori decenti che si passano i lavori e si scambiano consigli. Konrath diceva che non aveva molto tempo per leggere libri “per divertimento” perché era seppellito dai manoscritti dei colleghi… in compenso i suoi manoscritti venivano controllati da quegli stessi professionisti. Uno scambio equo.

Immaginiamo che Pinco Pallino non sia nel giro o che abbia comunque bisogno di un aiuto ulteriore perché ha paura di non farcela. O forse gli hanno consigliato un editor davvero bravo e Pinco Pallino non resiste alla tentazione di provarlo.

— Lettori professionisti.
Ha bisogno di due o tre persone diverse, lettori esperti e appassionati del genere a cui appartiene il suo romanzo, che leggano il libro per darne un parere conciso (stile scheda di lettura, ma senza tutta la parte di sintesi) e segnalare i refusi individuati al volo.
Quanto possono costare? I lettori interni delle Case Editrici avevo letto che prendevano, anni fa, 50-100mila LIRE per leggersi un manoscritto e produrre una scheda di valutazione di alcune pagine. In euro ho sentito che dovrebbero costare sui 40, massimo 50 euro (IVA inclusa). Questo all’interno di una casa editrice: fuori è facile che chiedano di più, anche se il lavoro sulla scheda è dimezzato e si chiede in pratica solo un parere stringato e di indicare i refusi notati durante la lettura.
Due o tre professionisti potrebbero costare 100-150 euro l’uno per un romanzo che non sia un mattone (una vera correzione di bozze professionale costa di più: non conosco bene i prezzi, ma ho letto che 1,5 euro a cartella è un prezzo onesto, poi non so…).
Immaginiamo un investimento di 300 euro.

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— Lettori amatoriali.
Amici di cui si fida, persone che stima, a cui affidare il libro in fase di scrittura e una volta completo per ottenere pareri gratuiti e la segnalazione di (alcuni) refusi. Esattamente come succede ora agli autori del cartaceo.
Questi, fortunatamente, sono gratis. Tra questi tizi, i lettori a pagamento, l’editor e l’impegno al 100% delle possibilità dell’autore, errori e refusi dovrebbero poter essere ridotti al minimo.

— Copertina.
La copertina è importante, anche nel mondo degli eBook. I libri di Konrath che vendevano peggio hanno ottenuto un immediato incremento delle vendite quando le orribili copertine precedenti sono state sostituite con delle copertine molto più belle.

Pinco Pallino potrebbe essere tentato di farne una con delle immagini in libera distribuzione oppure convincere qualche morto di fame su DeviantArt a fargli usare una sua illustrazione gratis in cambio del solo nome accanto a quello dell’autore nella prima pagina dell’eBook.
Dopo alcune ore dilaniato dalla scelta dell’illustrazione (questa, questa o questa?) per la copertina autoprodotta del suo romanzo storico ambientato nel Risorgimento, Pinco Pallino cede e decide di contattare un professionista che faccia tutto per lui. Un cero di ringraziamento si accende da solo sotto il Cristo col Colbacco (ma io l’avrei comprato lo stesso…).

Angra mi ha detto che il prezzo di una copertina fatta da un professionista, uno bravo che lavora per piccole realtà editoriali, ma non famoso, costa in totale (illustrazione compresa) 200-300 euro.
Facciamo 300 euro.

— Creazione del file ben formattato per la vendita.
Onestamente, nel XXI secolo, questa è una cosa che l’autore che aspira ad autopubblicarsi deve saper fare da solo. Si parla di narrativa, non di manualistica con complessi indici e riferimenti. Questa capacità, come quella di usare il computer quanto basta per navigare su Google, leggere le eMail, scrivere con il Word Processor e saper tenere in piedi un Blog, è un prerequisito essenziale. O perlomeno avere un amico paziente che lo faccia per te e controlli il risultato su un paio di dispositivi di lettura.

— Pubblicità e promozione.
Konrath la mette in modo molto semplice: spendere soldi in pubblicità (a meno di non fare enormi campagne sui giornali, TV, riviste ecc… stile Bestseller e Megaseller) non serve. È la stessa cosa detta mille volte: un libro normale non riesce a ritornare sull’investimento, figurarsi guadagnare, con la tipica pubblicità (3.000-5.000 euro spesi). E una buona campagna pubblicitaria costa soldi, molti soldi. Meglio lasciar perdere.

Ed è meglio anche evitare di scocciare troppo in giro: fare la figura di quello che implora ogni minuto di essere comprato non aiuta le vendite, anzi, bastano pochi messaggi nei posti sbagliati per essere etichettati a lungo come spammer.

Cosa è meglio fare? Concentrarsi sul pubblico del proprio blog. Evitare di sembrare teste di cazzo irascibili, ma allo stesso tempo non fare la figura dei lecchini: se non hai rispetto per te stesso, non riceverai rispetto. Chi si incazza e sbraita come un checca isterica troppo di frequente, non ha rispetto per se stesso. Idem chi sorride anche ai peggiori insulti e per risposta invita all’acquisto dei propri eBook con uno sconto ulteriore del 20%.

Inoltre se non sei in grado di apparire “interessante” (in questo caso con post interessanti), ben pochi si interesseranno al tuo blog o lo consiglieranno agli altri. Qualità e rispetto: costruirsi una reputazione positiva, contribuendo nel proprio piccolo alla crescita positiva del web.

No matter how much you say it, authors don’t seem to accept that they MUST promote their eBooks.

It might be worth figuring out if some self publishing success stories have common ground when it comes to what they did to succeed. Because the only promotion I do for my self-pubbed novels is blog about them and occasionally post on Kindle boards.

(J.A. Konrath, rispondendo a un lettore)

 

  COSTO
COMPLESSIVO
COSTO
A COPIA
%
Costi redazionali 2.000 0,50 16,72
Editing (1.400), lettori professionisti (300) e copertina (300).
Spese di commercializzazione
e distribuzione
3.812 0,95 31,87
Ci sono 0,08 euro di costi per trasmettere un file da 500 KB al cliente, poi col Modello Agenzia di Amazon Pinco Pallino riceve il 70% del resto.
Costi di “struttura” ? ? ?
Questi li aggiungiamo dopo.
Totale costi 5.812 1,45 48,60

Fatturato a copertina 11.960 2,99 100,00
Differenza di contribuzione 6.148 1,54 51,40

 
Manca qualcosa. Pinco Pallino, proprio come il Brontosauro, potrebbe non essere al primo libro pubblicato. Immaginiamo che Pinco Pallino abbia pagato 4.000 euro complessivi per i suoi due romanzi precedenti: col primo ha incassato solo 500 euro, col secondo 1.500. Ha un passivo di 2.000 euro da recuperare.

Però, aspettate: come il Brontosauro aveva gli stipendi dei dipendenti da tenere in considerazione, così lo scrittore ha il costo della propria vita. Immaginiamo che Pinco Pallino sia uno scrittore a tempo pieno, come il Brontosauro era un editore a tempo pieno. Di quanti soldi al mese ha bisogno Pinco Pallino per mantenere il suo livello di vita? 1.400 euro al mese? Per 12 mesi fanno 16.800 euro l’anno. Sembra che un solo libro non possa bastare…

 

  COSTO
COMPLESSIVO
COSTO
A COPIA
%
Costi redazionali 2.000 0,50 16,72
Editing (1.400), lettori professionisti (300) e copertina (300).
Spese di commercializzazione
e distribuzione
3.812 0,95 31,87
Ci sono 0,08 euro di costi per trasmettere un file da 500 KB al cliente, poi col Modello Agenzia di Amazon Pinco Pallino riceve il 70% del resto.
Costi di “struttura” 18.800 4,70 157,19
Debiti dei due libri precedenti (2.000) e soldi per mantenersi un anno senza lavorare (16.800)
Totale costi 24.612 6,15 205,79

Fatturato a copertina 11.960 2,99 100,00
Passivo di 12.652 euro!
Trovati un lavoro vero: non puoi sopravvivere con un solo romanzo!

 
Pinco Pallino farà bene ad avere una mezza dozzina di romanzi che producono reddito ogni anno prima di pensare di poter abbandonare il suo lavoro per la carriera di scrittore a tempo pieno. Ma ci riuscirà mai?

APTOPIX Russia EU

 


 
Nota sul Brontosauro: come potete notare ho scelto di usare nell’esempio un dinosauro simbolico, inesistente. Brontosauro era il vecchio nome, scientificamente scorretto, dell’Apatosauro. L’Apatosauro esisteva, con le caratteristiche identificate e ipotizzate, il Brontosauro “popolare” no. Il Brontosauro ha tutto l’immaginario popolare di contorno (che ho sfruttato qui e in un mio precedente commento nel primo articolo su Konrath, quello del bestione letargico che divora alberi) che raccoglie caratteristiche miste tra Brachiosauro, Apatosauro, Eobrontosaurus e pura invenzione.
La scelta del nome, seppur sofferta perché ho dovuto sacrificare l’assonanza tra Apatosauro e Apatia, è stata fatta nel rispetto del vero animale esistito che non era mia intenzione dileggiare: il Brontosauro, come simbolo popolare (che è) e non come dinosauro vero (d’altronde non lo è), era la scelta migliore e più rispettosa delle convenzioni, dei paleontologi e del disguido storico sulla natura dell’animale.
Anche il paleontologo Stephen Jay Gould fa notare come la figura irreale del Brontosauro sia ancora molto presente nell’immaginario collettivo (si veda il libro Bully for Brontosaurus).
In più la scelta, per quelli che l’hanno colta, era anche un riferimento e omaggio a The Difference Engine, importantissimo romanzo steampunk (quello che chiude la prima generazione) il cui protagonista è lo scopritore (nella finzione del romanzo) del primo scheletro intero dell’animale.

Ho aggiunto questa nota, che appare inutile se consideriamo che chiunque abbia un minimo di infarinatura della questione da entrambi i punti di vista (tecnico e popolare) avrà sicuramente colto subito la scelta fatta, in seguito alla gratuita aggressione in altra sede di un soggetto (in evidente malafede) il cui atteggiamento e le cui esternazioni, che seguo passivamente da oltre due anni, mi sento solo di definire come “imbarazzanti”.
Ma tant’è, mi tocca difendermi perfino dal pubblico grugnire dei maiali…

Un nuovo lettore di eBook: enTourage eDGe a doppio schermo

Scritto da Il Duca Carraronan il 27 ott 2009 | Categorie: Ebook, Riflessioni

Si è parlato spesso di lettori di eBook, visto che servono per leggere più comodamente gli eBook dello schermo fisso del PC (o del piccolo schermo del cellulare) e non stancano la vista grazie alla tecnologia E-Ink (o E Ink, senza minuscole o trattini, come la ditta preferisce che la si chiami… piangono come checche isteriche se leggono e-Ink, bisogna avere pazienza).

Val la pena tenersi aggiornati sulle novità tecnologiche: gli eBook serviranno a ben poco se il pubblico non inizierà a disporre di più strumenti per leggerli. Io non compravo eBook prima di avere il Cybook Gen3 perché sapevo che molto difficilmente li avrei letti al PC o stampati su carta (e non ho un iPhone, una PSP o un Nintendo DS).
Serve che la gente possa leggere eBook il più comodamente possibile se si vuole sperare che li compri e questo, come molti esperti sostengono, significa che non solo i lettori dovranno costare meno, ma che dovranno anche fare “altro” oltre che leggere eBook.

Una cosa che dicevano da mesi alcuni esperti di settore è che un lettore a “doppio schermo” sarebbe stato l’ideale: un piccolo computer, buono per navigare in internet e guardare la posta e che, in più, fornisca anche un comodo schermo ePaper per la lettura ottimizzata dei libri. Questo ottenuto tramite o due schermi diversi in un oggetto apribile tipo libro oppure con un singolo schermo ibrido in grado di passare da “LCD” a “ePaper” a piacimento.

Un attrezzo così sarebbe più facile da vendere di un lettore dedicato: molti apprezzano i piccoli portatili (piccoli anche nel prezzo!) per guardare la posta, usare messenger e navigare in internet quando non usano il PC al lavoro. Alla maggioranza delle persone non serve un computer più potente o capace, tanto non sanno usare eMule e preferiscono le console per i videogiochi.

asus-eee-pc-at-newegg
Asus Eee PC: 1,7 milioni di pezzi nel solo terzo trimestre del 2008
meno dell’altro netbook in gioco, Acer Aspire One: 2,15 milioni di pezzi

Il caso Eee PC lo ha dimostrato facendo la cosa più banale del mondo: soddisfare una richiesta di “mini portatili” (netbook) ovvia e chiara da tempo. Se un netbook disponesse anche di un comodo lettore di eBook con schermo ePaper allora molti lo comprerebbero anche per il “gustoso servizio extra”.
Serve una sinergia tra offerta di eBook in vendita e offerta di lettori che non siano solo lettori di eBook per puntare alla massima diffusione del libro digitale.

Immagina questa scena
È il 2012 e sei uno che non legge granché, come la maggioranza degli italiani. Non leggi un romanzo da più di un anno. In pausa pranzo passi di fronte alla vetrina di una libreria e vedi la “copertina” di un libro che ti interessa, ma… cavolo, è venduto da un editore solo digitale.

Non è possibile comprare il cartaceo, se non chiedendo il print-on-demand e tu non vuoi aspettare (e comunque i vicini ti rubano sempre i pacchetti lasciati sulla cassetta postale): sei in una libreria “nuova” che oltre agli scaffali di libri ha anche un paio di pc collegati ai cataloghi e che fornisce connettività wifi nel negozio per comprare gli ebook dal proprio lettore anche senza collegarsi ai due pc forniti.

Tu quel libro lo vuoi. Punto.
Te ne hanno parlato tutti bene. Perfino “il Caccola” dell’ufficio vendite (che non sa nemmeno scrivere giusto il proprio nome) dice che questo libro gli ha cambiato la vita e ora legge quasi un libro intero ogni due mesi e grazie al suo nuovo hobby ha potuto scoprire le meravigliose trilogie di Licia Troisi (“una scrittrice bravissima!!!!” parola del Caccola).

Vai dal negoziante e chiedi per i lettori di eBook. Costano dai 90 euro in su. E il libro sono altri 7,49 euro. Dovresti spendere quasi 100 euro per un solo libro! O fai così oppure lo compri online e poi lo stampi sfruttando a sbafo la stampante dell’ufficio, ma non è una soluzione che ti risolverà il problema per davvero al prossimo libro

Vendere libri digitali a gente che avrebbe gli stessi attuali vincoli “tecnologici” a leggerli (schermi retroilluminati di PC, netbook e portatili oppure stampa su carta) non sarebbe semplice. Ma se fossero diffusi netbook con lo schermo ePaper abbinato con tutte le funzioni (schermo grande per studiare, possibilità di scrivere appunti direttamente sul libro) per fare egregiamente il proprio lavoro di “libri del futuro”, il problema non ci sarebbe. In realtà anche gli attuali netbook non sono male per leggere, ma la batteria non dura molto: servirebbero monitor non retroilluminati a basso consumo. In più la possibilità di scrivere sullo schermo è molto utile quando si studia e gli attuali netbook non lo permettono.

Se avessi un lettore adatto l’esempio visto prima sarebbe diverso.
Appena trovato il libro che desideri nel catalogo snobberesti la possibilità del POD, daresti l’indirizzo di posta per l’invio del prodotto al commesso (il tuo Netbook/Lettore è un po’ ingombrante, mettiamo che non l’hai portato) o gli porgeresti la chiavetta USB/memoria SD e ti prenderesti il libro per un prezzo pari alla metà (o anche meno) di quello degli attuali hardcover. Sarebbe bello, no?
Una cosa molto semplice. Adatta a scatenare l’acquisto impulsivo a cui gli editori puntano.

Ma simile netbook ebook reader sono una soluzione verosimile?
Magari con doppio schermo e che si richiudono come dei libri veri?
Secondo alcuni esperti sì, sono la via da seguire per rendere mainstream l’ebook. Ma quando appariranno? Fino a pochi giorni fa avrei detto “a 2010 inoltrato o nel 2011″. Mi sbagliavo: i primissimi appariranno tra quattro mesi.

 
enTourage eDGe
Questo è molto simile a quello che immaginavo io da mesi (sì, appartengo anche io alla fazione del “non solo ebook reader”), sbavando nella speranza che qualcuno lo producesse il primo possibile. Mi pareva una soluzione banale, ovvia, quella di seguire la strada del netbook unendovi il potenziale degli ebook reader. Devono aver pensato anche alla Entourage Systems Inc. la stessa cosa “banale” che ho pensato io, ma loro l’hanno tramutata in realtà (a parte una cosetta sulla tecnologia degli schermi che vedremo dopo e che potrebbe dare problemi di competitività al nuovo prodotto). ^__^

eDGe_midnight

Doppio schermo: LCD a colori (600 x1024pixel) da 10,1 pollici su una “pagina” ed E Ink in bianco e nero a 16 livelli di grigio (825×1200 pixel) da 9,7 pollici sull’altra “pagina”.
Dura 6 ore con LCD acceso e oltre 16 ore con il solo E Ink acceso: lo schermo LCD ad alto consumo è un brutto vincolo, ma non lo rende diverso da altri netbook attuali.

Uno schermo da 9,7 pollici è abbastanza grande da permettere la lettura di manuali con immagini, saggi, testi universitari… magari col lettore in modalità orizzontale invece di verticale (si potrà fare?). È possibile prendere appunti sul testo scrivendo con il pennino direttamente sullo schermo E Ink o inserendo note con la tastiera touchpad (nota: puoi usare le dita invece del pennino, molto più veloce per chi non è abituato!) evocata nel monitor LCD. Perfetto per lo studio sui libri universitari (tantissimi si trovano piratati) o anche sulle slide lasciate dal professore. Predilige formati PDF ed ePub. Peccato che usi Android invece di una distribuzione più open di Linux, ma vabbé… ^__^

Con i due schermi è possibile, per esempio, leggere un libro pieno di linguaggio tecnico (ad esempio un romanzo ambientato su una nave) e poter correre quando si vuole alle ultime pagine (sul secondo schermo) per leggere nel glossario il significato dei termini più strani. O leggere le note di fine capitolo. Molto più comodo che con un solo schermo.

Oppure, mentre si legge un PDF in inglese, si può aprire Wordreference nello schermo LCD e cercare la parola che non si conosce. O frugare Wikipedia alla ricerca di maggiori informazioni su qualsiasi cosa (un evento storico citato in un saggio, un personaggio famoso presente in un romanzo storico ecc…).
Con la connessione Wifi ci si può connettere dall’università e guardare Wikipedia (o la posta) nello schermo LCD mentre si prendono appunti a pennino sulle slide del professore nello schermo E Ink. Comodo, no?

D’altronde il lettore non è dotato solo di connessione 3G, come il Kindle, ma anche del WiFi e del Bluetooth per collegarsi con tutto quel che capita. Si può leggere un libro in bagno e, finita la defecazione, passare allo schermo LCD, connettersi a Youporn e farsi una sega con un porno di giapponesine lesbiche. Bello, no?

La tastiera touch è buona, ma non permette di scrivere al meglio. Come fare se uno vuole usare al massimo delle potenzialità il lettore, tramutandolo da strumento “portatile” a postazione di scrittura usando un Word Processor?
Come scritto nelle specifiche permette l’uso di una tastiera bluetooth opzionale: chi volesse usarlo non solo per la posta, i video in internet, ascoltare musica, cazzeggiare su facebook, la messaggeria istantanea, leggere libri, studiare, fare l’editing di testi altrui (una bella sottolineatura col pennino e poi la nota “POV confuso”, proprio come sulla carta stampata! E puoi inviare gli appunti via mail allo scrittore! ^__^) ecc… ma anche scrivere il proprio romanzo, potrebbe farlo (comodamente?) con una tastiera bluetooth comprata a parte.

Che dimensioni ha e quanto pesa?
Il lettore misura 210 x 273 x 25 mm. Molto più grande del Cybook Gen3 (118 x 188 x 8,5 mm), ma dipende dallo schermo molto più grande. È un bell’attrezzone, ma non ingestibile, anzi: un grosso romanzo come La Guerra contro gli Chtorr di David Gerrold misura 140 x 215 x 49 mm, ma altri libri (manuali e libri di testo ad esempio) sono spesso più grandi.

Si può quindi tenere in mano bene quando i due schermi sono ripiegati per ottimizzare la lettura degli eBook: è spesso, ma non molto spesso (il libro di Gerrold è quasi il doppio!) e anche il peso per quanto elevato (2,5 libbre, ovvero 1,13 kg) non è molto elevato. È come un romanzone grosso e pesante, ma molto più leggero di tanti libroni a copertina rigida che possiedo.

Se una persona può leggere senza problemi il tomo di Gerrold (1,18 kg) o Argento Vivo (1,12 kg), perché non dovrebbe poter tenere in mano un librone elettronico? E quando si parla di libri di oplologia appare perfino, beh, leggero! ^__^
Leggere la lista qui sotto per credere.

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Confronto visivo delle dimensioni:
The Great Warbow, enTourage eDGe, La Guerra contro gli Chtorr, Cybook Gen3
Libro di carta o lettore eBook Peso in grammi
Cybook Gen3, lettore a schermo singolo (6 pollici E Ink) 180
Michael Swanwick, Cuore d’Acciaio, brossura 310
Jacqueline Carey, Il Dardo e la Rosa, brossura 730
Alan D. Altieri, La Furia, hardcover 730
Alfred Kohler, Carlo V, hardcover 940
Frank Barnes, Cartridges of the World, brossura 1040
Licia Trosi, Cronache del Mondo Emerso, brossura 1050
Neal Stephenson, Argento Vivo, hardcover 1120
enTourage eDGe, lettore doppio schermo (9,7 pollici E Ink) 1130
David Gerrold, La Guerra contro gli Chtorr, brossura 1180
Hardy & Strickland, The Great Warbow, hardcover 1950
Bengt Thordeman, Armour from the Battle of Wisby, hardcover 2080
Alan Williams, The Knight and the Blast Furnace, hardcover 3150

Comparazione prezzo-prestazioni tra enTourage eDGe e altri lettori.
Utile guida riassuntiva per rendersi conto di tutto quello che può fare.

Volete farvi un’idea di com’è?
Andate subito sul sito e cliccate TRY IT!

Per concludere vorrei segnalare questo articolo di oggi di David Rothman.
Fa notare alcune cose giuste, come il fatto che l’abbinamento doppio schermo “LCD più E Ink affiancati” presto potrebbe diventare obsoleto con la produzione di massa di schermi “ibridi”, in grado di funzionare sia in modalità emissiva (retroilluminati) che passiva (usi la luce ambientale per leggere), da parte di Pixel Qi. Sono attesi proprio per la fine del 2009.

Io rimango convinto che, qualunque sarà la tecnologia impiegata, l’idea del doppio schermo che si chiude come un libro di carta sia fantastica… e ho spiegato prima il motivo con la questione del doppio uso simultaneo: fossero due schermi ibridi Pixel Qi sarebbe molto meglio, ma pure così è un GRAN bel prodotto col prezzo che ha.

Peccato che Rothman se ne sbatta altamente di analizzare i vantaggi del nuovo enTourage eDGe che va visto NON SOLO come un lettore di ebook che fa anche il netbook, ma anche come un vero e proprio netbook che in più fornisce servizi da lettore di eBook di altissimo livello paragonabili a quelli forniti da iLiad nel DR1000S da 699 euro, ma per appena 490 dollari (330 euro).

È un prodotto che compete su due campi da gioco diversi assieme: quello semi-deserto (in termini di milioni di persone disposte a comprarlo subito “perché sì”) degli eReader e quello ricchissimo dei netbook. Nel primo come competitore di altissimo livello, nel secondo di basso livello (medio livello se lo si usa all’università o per lavoro).

Think twice before locking into 2009 products, at least dedicated e-reading hardware, when the 2010 variety could be so much better. If nothing else, remember that a netbook or general-purpose tablet might be best for you both today and in 2010.

Alla faccia di chi sostiene che Teleread e simili siti contengano articoli scritti solo dai commerciali delle ditte dei lettori che se la cantano e se la suonano tra loro (perché informarsi causa tanta sofferenza ad alcuni?): dicono di non comprare e di aspettare il 2010 inoltrato per scegliere meglio, senza lanciarsi in spese “folli” di cui ci si potrebbe presto pentire! LOL!

Vorrei poi far notare un’altra cosa: Rothman suggerisce che magari per leggere è meglio evitare lettori dedicati e prendere invece un netbook o un tablet… peccato che non noti che anche il enTourage eDGe è un buon netbook (appoggiandosi per l’archivio dati a schede SD e dischi esterni, visto che il tempo dei netbook con 4 GB di memoria è passato…) e fornisce anche servizi extra come il touchscreen e un secondo schermo estremamente comodo per gli ebook. E poi è più figo del netbook classico. Molto più figo. E sappiamo quanto l’effetto figaggine conti nell’alta tecnologia da rifilare ai giuovani: ho visto netbook e notebook rosa shocking identici (stesso processore, stesso hdd, stessa ram) a quelli più anonimi grigi o neri che, per il fatto di essere rosa shocking, costavano 50 euro e oltre in più (visti da Mediaworld e Darty).

sony-vaio-che-mi-piacerebbe-veder-usare-da-gamberetta
Un adorabile netbook confetto, come piace a noi ragazze… sigh
“La tastiera con tasti isolati è progettata appositamente per evitare errori di battitura, anche se chi digita ha le unghie lunghe. La trama del poggiapolsi garantisce un comodo supporto, anche per coloro che amano navigare sul Web dal divano o aggiornare il blog anche in viaggio.”

Tutte cose che giustificano la spesa di 490 dollari (330 euro al cambio attuale) invece di 299-399 euro per un prodotto un po’ meno “computer” e un po’ più “supporto su cui studiare/leggere” (nell’ambito dello studio sui libri universitari piratati sconfigge i netbook!).

Un consiglio, però: aspettate il 2010 inoltrato che, se gli schermi Pixel Qi dovessero sfondare, non ci vorrebbe molto prima che arrivino lettori simili con doppio schermo ibrido Pixel Qi (enTourage eDGe 2?). E sarebbero molto migliori degli schermi differenziati: soprattutto per ovviare i problemi di consumo del LCD acceso, obbligatorio per scrivere le note con la tastiera virtuale. E magari invece delle memorie a stato solido ci saranno piccoli hdd da 60 GB, come nei netbook di fascia minima attuali (Eee PC 700): più sensibili alle botte, ma più affidabili per altri versi (nessun vincolo sulle riscritture) e molto più capienti.
La concorrenza lotterà per proporre qualcosa di altrettanto valido o migliore, soprattutto iRex (schermi a colori, magari?) che non digerirà bene che il suo lettore di punta sia stato minacciato da un prodotto più economico.
Val la pena attendere qualche mese. ^_^
 


Nota sul peso: il peso delle Cronache è stato solo stimato, partendo dal libro della Carey che come formato e leggerezza delle pagine dovrebbe essere simile. Immaginando pagine ancora più leggere potrebbe scendere a 980 grammi. O salire a 1100 con pagine poco più pesanti. Io ho i tre libri delle Cronache divisi, Nihal in economica e gli altri due in hardcover. Se qualcuno dispone del peso esatto del tomo della trilogia intera me lo segnali, per favore.

Nota sulla scrittura: se il sistema operativo è Android e in più l’interfaccia primario è una tastiera touch limitata significa che non è possibile usare OpenOffice, giusto? E uno con cosa scrive, a parte il prendere note e appunti o mandare mail… il sistema di scrittura integrato (Google Docs?) sarà abbastanza buono per produrre file decenti se uno vuole scrivere un romanzo o dei racconti? Boh.
 

Un sondaggio dalla Fiera del Libro di Francoforte e le vendite degli eBook negli USA in agosto

Scritto da Il Duca Carraronan il 23 ott 2009 | Categorie: Ebook, Editoria, Riflessioni

A fine settembre, prima che venissero presentate le ultimissime novità (Nook a 259 dollari, Txtr a 319 euro ecc…) e che Google dichiarasse di volersi lanciare nella vendita degli eBook con Google Editions, il sito della Fiera del Libro di Francoforte aveva pubblicato i risultati di un sondaggio a cui avevano risposto 840 operatori di settore (“predominantly managers and executives from the publishing industry“, insomma i capoccioni la cui eventuale stupidità potrebbe rallentare, in teoria, l’avvento dei libri digitali sul mercato). Sono molto interessanti.

Perché i risultati sono interessanti?
Perché, diversamente dall’Italia dove la sfida degli eBook viene vista come un fastidio necessario e non come un’occasione (come già detto più volte dagli esperti di settore nei mesi scorsi e sottolineato anche da Sandrone Dazieri recentemente), all’estero c’è molto entusiasmo per qualcosa che potrebbe far sparire quel 60% di fetta di introiti divorata da librai e distributori e, soprattutto, azzerare il pesante costo fisico del libro come “oggetto”.
Mi rimane il dubbio che l’IVA in Italia potrebbe passare dal 4% al 20% (a questo potrebbe rispondere qualche esperto), ma in ogni caso un 16% extra è meglio di un 80% inclusi i costi di produzione (pari al 20% circa del prezzo di copertina di un libro da 16 euro per 3000 e più copie, secondo i calcoli dell’Agenda dello Scrittore, ma senza contare i resi), no?

Poter rischiare nel pubblicare un libro “diverso dalla solita merda” e, magia, scoprire che le mancante vendite non creano un passivo proporzionale alle copie stampate perché non ci sono copie stampate! ^__^
È il sogno bagnato di ogni editore con un cervello superiore a subnormale (quindi gli editori esteri e non quelli italiani che, come è noto, sono una banda di ritardati sbavanti). Ed è un sogno che si sta avverando. Bisognerà prepararsi, cambiare il proprio modello di business e di concezione dell’editoria, ma gli editori che vorranno farlo troveranno un mondo più competitivo, ma anche migliore.

Per quanto riguarda l’Italia, come fa notare Sandrone, le cose probabilmente andranno male agli editori retrogradi (ovvero, uh, tutti gli editori importanti!).

Bé, mettiamola così: negli Stati Uniti non so come andrà, ma in Italia siamo parecchio in ritardo. Quando parlo con i miei colleghi editori, noto una sorta di attendismo, uno stare alla finestra che mi spaventa. Vediamo che succede, sembrano dire, poi interverremo. Tanto, il libro non morirà mai. Tutti continueranno a comprare volumi di carta. La carta è bella… Ecc. Vi ricorda qualcosa? A me sì. Mi ricorda quello che dicevano i discografici. Quello che dicevano del vinile prima del Cd. Quello che dicevano del Cd prima dell’mp3. E quando sono andati a gambe all’aria, è stato troppo tardi per rimediare.

Il mio pensiero? Crepino gli editori inetti. Si fottano. Vadano a marcire nel cimitero degli animali inferiori che non sono in grado di vincere la sfida evolutiva, a fare compagnia ai dodo. Chi sceglie consapevolmente di suicidarsi merita di ottenere ciò che sceglie, non credete? ^__^
E ci sono un sacco di case editrici che con un minimo sforzo potrebbero sostituire i “colossi della carta” nel mondo del digitale.

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Il dodo ha fatto la fine che si meritava.
I grandi editori italiani si spera che lo seguano presto.

Vediamo, al di là dell’entusiasmo estero per gli eBook non condiviso dagli editori italiani, i dati più interessanti che sono stati pubblicati.

Quanto si guadagna dai libri digitali?
Per ora poco. Il 60% degli interpellati ritiene che quest’anno molto meno del 10% dei guadagni verrà dal digitale. Le cosa cambiano ragionando sul futuro prossimo: per il 2011 il 41% degli interpellati ritiene che fino al 10% delle vendite verrà dagli eBook mentre un buon 58% ritiene che le vendite saranno MOLTO SUPERIORI. Ben il 38% ritiene che una fetta del 26% e oltre dei guadagni verrà dagli eBook nel 2011.

E quando gli eBook sconfiggeranno il cartaceo?
L’idea che presto il business dei libri digitali supererà quello dei libri tradizionali è ormai una realtà condivisa. La domanda è solo “quando?”. Circa il 50% degli esperti di settore vede nell’anno 2018 il punto di svolta in cui gli eBook faranno guadagnare più del cartaceo. L’anno scorso lo credeva solo il 40%. È probabile che nei prossimi anni, con l’approssimarsi della data, un’accelerazione di qualche tipo farà diminuire di un paio di anni il punto di svolta previsto: mancano solo otto anni, ma sono un’enormità nel mondo tecnologico moderno e potrebbero diventare cinque o sei senza troppi problemi.
Nel 2008 solo il 27% degli esperti era così retrogrado da pensare che il digitale non avrebbe MAI sconfitto la carta, mentre ora solo il 22% lo è. Anche i più fessi cedono di fronte alla crudele Realtà, alla fine (forse quel 5% di differenza nel frattempo si era preso la briga di informarsi un po’ sugli eBook?).

Invece secondo Gian Arturo Ferrari (Direttore Generale della Divisione Libri del Gruppo Mondadori) il superamento dell’eBook sulla carta avverrà tra 20 anni e ha aggiunto “Accadrà, cioè, quando le generazioni che lo useranno a scuola saranno adulte” (detto alla manifestazione “veDrò”, edizione 2009). Una piccola curiosità: il pronostico dei 20 anni viene dal mondo pre-2009: già dall’inizio dell’anno si era iniziato a capire bene che il “cambio” era più vicino. Ma Ferrari probabilmente non si è preso la briga di informarsi su questioni concernenti il suo lavoro. O forse non gliene frega niente di tenersi aggiornato per essere competitivo in un momento critico per il futuro dell’editoria. O magari ha di meglio da fare.

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“Maledetto progresso, fonte di ogni male!”
Gli editori italiani sono figli della paura per il diabolico treno.

E il “problema” della pirateria? Ho usato le virgolette perché, come già sottolineato dalla massa degli esperti, in realtà non è stato un problema per nessun settore e nel caso dei libri, attualmente, aiuta ad aumentare le vendite. Come contrastare i feroci pirati che rubano i libri?

Stranamente, nonostante sia italiano (e quindi statisticamente meno sveglio degli esperti di settore esteri), Sandrone fa la stessa affermazione che da DUE ANNI fa Gamberetta o Doctorow o mezzo mondo di gente che si interessa seriamente all’editoria digitale del futuro. Sì, amici, è triste che il tempo scorra verso il Futuro e non verso l’Ottocento, quindi ragionare in termini di “carta” e “copie” e “pagine fisse” è da TESTE DI CAZZO RETROGRADE. È tanto difficile capire simili banalità?

Cosa ci dice di bello Sandrone sul “problema” della pirateria?

Non con i drm, non con fantomatiche copie bloccate e incopiabili, non con leggi restrittive di cui tutti si sbattono le palle, ma mettendo a disposizione i titoli del catalogo e le novità a un prezzo fair, percepito come equo, esattamente come sta facendo Itunes con la musica.

Grassetto mio (gnam). Fin qui tutto perfetto. C’è però un problema nel resto del discorso di Sandrone, che lo rende meno intelligente di quanto non sembri ora.

Per un libro, immagino un prezzo che non si discosta da quello delle edizioni economiche, magari con la possibilità di scaricare gratuitamente aggiornamenti (capita nel caso di testi scientifici) o capitoli tagliati dall’edizione definitiva (io ne ho una marea dei miei libri pubblicati). Sicuramente la pirateria continuerà ad esistere, ma chi vorrà comprare, potrà farlo. Sarà una sua scelta, quella di sostenere gli editori che ama e gli autori che ritiene debbano continuare a lavorare.

Ragionamento giustissimo basato sulla “scelta” e sul “premiare gli scrittori migliori”, ma un prezzo di circa 9-12 euro (edizioni economiche italiane, no? Come questa e questa) è un po’ troppo alto per qualcosa che ha zero costi di produzione per l’oggetto fisico (che non c’è) e che deve competere con l’edizione GRATUITA piratata buona quanto l’originale. E ricordiamoci che anche gli eventuali aggiornamenti verrebbero piratati. ^__^

Un prezzo più sensato (ovvero capace di convincere chi può avere un ebook GRATIS a spendere lo stesso dei soldi) sarebbe, secondo me, 2 euro con una punta massima di 5 euro. Ricordiamoci che già ora vengono venduti ebook a 5-6 dollari su siti come questo. Già ora gli Speciali Urania vengono venduti a 5,50 euro e in questo caso non ci sarebbe la fetta per l’edicolante né i costi di produzione né il problema della copie invendute ecc…

Anche Gian Arturo Ferrari (capoccione della divisione libri Mondadori) la pensa come Sandrone: “dovrebbe essere il 50% di quello cartaceo perché spariscono i costi della fisicità, e per primo quello dell’invenduto che si butta” (affermato alla manifestazione “veDrò” neanche due mesi fa).

La pensa come Sandrone se immaginiamo che intenda il 50% dell’hardcover da 19-23 euro (ovvero quanto un economico da 9-10 euro). Se intendesse il 50% dell’economico allora la penserebbe come il Duca, ovvero come le persone normodotate che si sono prese la briga di informarsi sul settore negli ultimi due anni (e a me nemmeno mi pagano, perché cavolo lo faccio?). Ferrari che ha un lampo di genio a livello ducale? Uno che pensa che gli eBook si affermeranno tra 20 anni e non prima può dire una cosa intelligente come se fosse uno che capisce qualcosa per davvero? Impossibile: intende di certo quello che intende Dazieri. Sincronia tra i due. Anzi, tra i tre: dimenticavo il dodo. ^_^

Quattro o cinque euro non è affatto un prezzo troppo basso, anzi, è già considerato un prezzo possibile. Secondo me per scoraggiare davvero la pirateria il libro andrebbe venduto a due euro. O meglio ancora con la formula libera: 1,99 euro più extra a piacimento e l’opzione di dare l’extra dopo la lettura, per premiare lo scrittore quando lo si desidera (in ogni libro potrebbe esserci il link per accedere al sito e pagare, con una guida per la donazione del tipo “1 euro = mi è piaciuto, 4 euro = lo adoro!”).

Peccato che il giusto livello di comprensione del duello “Pagamento versus Gratis” (la cui vera comprensione ha come unica possibile conseguenza razionale la scelta del prezzo di pochi euro), quasi raggiunto da Webscription.net o simili venditori, non sia ancora comune tra gli editori del cartaceo che cercano di progettare una nuova editoria digitale.

Secondo gli interpellati il prezzo dell’eBook dovrebbe essere:

Più costoso del libro stampato: 4%
Costoso come il libro stampato: 15%
10% meno costoso del libro stampato: 11%
20% meno costoso del libro stampato: 17%
30% meno costoso del libro stampato: 14%
Prezzo inferiore di oltre il 30%: 16%
Un prezzo fisso in stile Amazon ($9.99): 15%
Altri modelli di prezzo: 6%

Prezzi sballati. Non so cosa intendano col prezzo del “libro stampato”: hardcover o economico che costa la metà? Se intendono il prezzo dell’hardcover a oltre 20$ sono tutti scemi anche con lo sconto del 30%. Ricordiamo che quel gegno di King metterà l’ebook di “Under the Dome” in vendita a 35$ un mese dopo l’uscita del cartaceo: gli esperti (e le persone non affette da microcefalismo) sono concordi che 1. lo pirateranno prima e pochissimi idioti pagheranno 35$ per un eBook e 2. King è un retrogrado con comprensione zero dell’editoria digitale.
Aggiornamento sul prezzo del 26 ottobre ▼

O, usando termini meno forti, possiamo domandarci come Teleread.org:

Is the guy a masochist? Do he and Scribner’s want to be pirated?

Risposte facili: “sì” e ancora “sì”. ^__^

Ma, sveliamo un piccolo segreto. Di questi espertoni del settore, gente che in teoria dovrebbe vivere facendo il surf sull’onda del progresso per competere a morsi e coltellate con rivali altrettanto aggiornati, in realtà solo il 35% legge eBook e il restante 65% no, manco per il cazzo. E comunque solo il 22% usa lettori di eBook e questo rende Sandrone (che ha un Cybook Gen3 proprio come il Duca… abbiamo copiato entrambi Gamberetta o era solo il più conveniente al momento?) più tecnologico e moderno di gran parte dei suoi colleghi! Evviva! ^_^

I loro calcoli per l’anno di superamento del digitale sul cartaceo (2018) NON sono quindi influenzati dall’essere fanatici del libro elettronico né persone particolarmente informate sulla questione, come le risposte “fuori dal mondo” sui prezzi fanno ben capire.
Probabilmente sarà prima. ^__^

Colpiamo il libro di carta con la nostra baionetta!
Alla luce dell’evoluzione del libro non più vincolato alla “carta” (e al mondo di ricatti ai librai e di merda senza qualità e senza libero mercato che vi era sottinteso), anche certi manifesti della propaganda USA anti-nazista acquistano un nuovo (e migliore) significato:
Infilziamo il passato con le baionette del nostro futuro!

 
Vendite degli eBook negli USA in agosto
Agosto per gli eBook americani è andato meno bene di luglio: “appena” 14,4 milioni di dollari contro i 16,2 precedenti. Il secondo mese migliore di sempre, ma non un nuovo record. Peccato. Anche il secondo trimestre aveva sofferto di un mese centrale debole (12,1 milioni ad aprile, 11,5 a maggio e 14 a giugno).

In totale fa 30,6 milioni in due mesi.
Quando arriveranno i dati di settembre vedremo di quanto verrà infranto il record precedente di 37,6 milioni del secondo trimestre. Si farà un bel 45 milioni o qualcosa di più? Se ci sarà un nuovo record su settembre quota 48 sarà ancora possibile, ma le (ottimistiche) speranze di fare 50 con l’agosto debole sono crollate.

Manzoni: il Vero, l’Utile e il Ku Klux Klan

Scritto da Il Duca Carraronan il 17 ott 2009 | Categorie: For The Lulz, Musica, Razzismo e Stereotipi, Riflessioni, Scrittura

Ricordate Manzoni? No, non quelli che si abboffano nei pratoni e fanno certi stronzoni. No, nemmeno quello dei barattoli pieni di merda! Manzoni il letterato, il senatore, Alessandro, insomma. Quello dei Promessi Sposi.
Bravi, ve lo ricordate (ma preferivate non farlo).

Ecco, Manzoni ha parlato un po’ di volte della “Poetica del Vero”. E qualcuno, ogni tanto, con la lungimiranza di un ritardato che gioca col vinavil, lo tira in ballo per la narrativa citando la sua concezione della poetica. Più facile citare una cosa che fa finto figo, vista al liceo, che leggersi due dozzine di manuali sulla scrittura moderni e subire la crudele tortura dell’imparare qualcosa (sia mai che uno perda lo status di “inutile testa di cazzo” duramente guadagnato con anni di impermeabilità mentale). Ma di questo abbiamo già parlato in passato.

Vi rinfresco un attimo le idee.
Questo è il pezzo più interessante, spesso citato, tratto dalla lettera sul romanticismo a Cesare D’Azeglio del 1823:

Il principio, di necessità tanto più indeterminato quanto più esteso mi sembra poter essere questo: che la poesia e la letteratura in genere debba proporsi l’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo.

Se volete c’è anche il testo integrale della lettera, ma è nella versione del 1870, quella modificata col solo “Vero”.

Brevissima spiegazione tratta da RepubblicaLetteraria.it

In vari scritti, Manzoni affermò che materia della poesia doveva essere il Vero: lo dichiarò esplicitamente nella lettera Sul romanticismo, inviata al marchese Cesare D’Azeglio nel 1823. Nel 1846 un giornale parigino pubblicò questa lettera. Più tardi Manzoni la rivide e la inserì tra le sue Opere varie, nel 1870. In questa lettera, dopo aver condannato l’uso della mitologia da parte dei Classicisti, dopo aver considerato le favole false una causa di deviazioni morali, Manzoni sosteneva che la letteratura doveva avere come soggetto il Vero, come scopo l’Utile e come mezzo l’Interessante. Questa poetica, detta del Vero e che poggia dunque sui tre elementi: Vero, Utile e Interessante, si trova enunciata nella lettera del 1823; ma quando Manzoni nel 1870 la pubblicò, riveduta, ridusse i tre elementi al solo Vero, dichiarando che se tale è il soggetto di un’opera letteraria, ciò significa che è anche Utile ed Interessante.

In un passo della lettera, Manzoni precisa che è opinione dei Romantici che la poesia debba riconoscere il Vero come unica sorgente di un diletto nobile e duraturo, specialmente perché il falso finisce sempre per creare fastidio. Il mezzo più naturale per dare valore alla poesia è scegliere soggetti che interessino sia i dotti sia la maggioranza dei lettori, e questi soggetti si trovano sia nella storia, sia nelle esperienze di vita. Il problema porta con sé una difficoltà: bisogna affrontare la definizione di Vero nei confronti dell’opera letteraria. Non si tratta, sostiene Manzoni, di rivolgersi a ciò che è banale o di respingere ciò che è palesemente falso. Il concetto di Vero è sempre stato incerto; i Romantici tuttavia si sono avvicinati più degli altri, perché hanno cominciato a respingere il falso, il dannoso e l’inutile. I Romantici inoltre si rivolgono ad un Vero che non si discosta da ciò che la fede cristiana indica per tale: per questo motivo Manzoni riconosce una identità di interessi fra lui e i Romantici. Manzoni altrettanto esplicitamente sostiene l’elezione del Vero a materia di letteratura, in una lettera scritta a Marco Coen il 2 giugno 1832.

Dicevo: la concezione di Manzoni è vecchia e la sua idea del Vero è applicabile in narrativa solo in senso molto, molto ampio (il Vero come “vero della natura umana e della sua complessità” o “vero del credibile e specifico” ecc… ci sta senza problemi, come spiegano tanti autori di -orrore!- fantascienza, ma altro no) e non proprio vicino all’originale idea manzoni’anal.

Dubito che approverebbe il fantasy, anche quando ha un messaggio morale (sigh) o quando esplora i più reconditi anfratti dell’ano animo umano: “Perché mettere fantasie false, sciocche e anticristiane e quindi sataniche e peccaminose quando uno potrebbe scrivere un romanzo storico molto più vero e quindi intrinsecamente più utile e interessante?”

E chissà se sbufferebbe questo di fronte a un capolavoro della fantascienza sociale come Fiori per Algernon: “Che sciocchezza è un uomo che diventa un genio e poi torna scemo? Se si vuole parlare della condizione dei deficienti mentali che se ne parli con serietà e criterio, cribbio, senza baracconate da circo!”.
Chi lo sa. Ma (curiosità personale rivolta agli amici letterati che mi seguono di nascosto) Manzoni leggeva Poe?

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Edgar Allan Poe in una delle rare foto senza il travestimento da umano

Ma non guardiamo solo ai limiti della concezione manzoniana. In fondo cosa ce ne frega? Lui è morto, possiamo cagargli sulla tomba e non risorgerà per tirarci i piedi nel sonno (forse). Uno a zero per noi: essere vivi per combattere un altro giorno è meglio che essere morti da più di un secolo. ^__^

Guardiamo alla parte positiva del suo discorso!
Vero, Utile e Interessante sono ancora concetti importantissimi. Più di prima, oserei dire. Perché Manzoni sarà anche più morto di Lenin, ma non era un (completo) idiota e il suo discorso ha un senso e un’applicazione ancora oggi. Limitata, ma ce l’ha.

Un bel documentario.
Un documentario tratta il Vero, ma questo non basta a renderlo un bel documentario: deve trattare il Vero nel modo migliore. E come lo tratta? Un buon documentario lo stratta in modo Interessante, combinando immagini, suggestioni, curiosità e la questione principale per rendere l’apprendimento piacevole al lettore. Che male c’è nell’imparare con piacere invece che con dolore? E quel che si impara è Utile. Magari utile in un ambito ristretto (accoppiamento degli squali), ma utile. No?

Anche i migliori saggi storici sono così: Veri, Utili in quanto Veri e Interessanti perché viene presentato il Vero anche nelle sue sfaccettature meno banali (Manzoni lo dice: Vero non è uguale a Banale) con aneddoti e curiosità di ogni tipo.
Come il dirigibile abbattuto che distrugge un monastero e il pilota del biplano che l’ha tirato giù riprende il volo inseguito dai cavalleggeri tedeschi urlando “Salutatemi il Kaiser!” (ma di questo parlerò in futuro).

Manzoni sarebbe orgoglione di tutto ciò, non credete?
Ai suoi tempi i documentari non c’erano!

Ci sono anche belle canzoni che rispettano il Vero manzoniano! Non ci sono solo sciocche canzonette e successi pop e altre cavolate: esiste musica seria, manzoniana, che vuole essere Utile parlando del Vero in modo Interessante.
Qui sotto potete trovare un buon brano da ascoltare (testo educativo incluso).
Un Manzoniano “buon ascolto” a tutti voi. ^___^

 

Kajun Ku Klux Klan
Johnny Rebel, primi anni ’60

Johnny_Rebel_Collection_400

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Testo preso da Lyricsmania
(e modificato in un paio di parole)

You niggers listen now
I’m gonna tell you how
To keep from getting tortured
When the Klan is on the prowl
Stay at home at night
And lock your doors up tight
Don’t go outside or else you’ll find
Those crosses-a-burnin’ bright

Il cantante per invogliare all’ascolto annuncia che insegnerà qualcosa di Utile, ovvero come evitare il KKK: chiudersi in casa e non uscire la sera.

Now I know you won’t believe me
So I’m gonna tell you why
The Kajun Ku Klux Klan
Is gonna get you by and by
I’m warnin’ you that when I’m through
You’re gonna change your tune
This story’s ’bout a nigger
His name was Levi Coon
Il cantante sa che l’informazione Utile non basta. Per farla capire va spiegata con una storia Vera: quella di Levy Coon!

He walked into a cafe
He thought he’d get a bite
He thought that they would serve him
Since they passed the civil rights
The waitress told him no
And that he’d better go
He said, “No ma’am, my Uncle Sam say
I don’t have to go.”

So he sat there in that cafe
Bein’ stubborn as a mule
No matter what she said
He wouldn’t get up off that stool
He sat there like a jackass
Said, “I’m gonna demonstrate.
I came in here to eat, and
I ain’t leavin’ ’til I’ve ate.”

The waitess had enough
She said, “I’ll call your bluff.”
She said, “If we can’t treat you right
We’ll have to treat you rough.”
The phone was in her hands
She gave him one more chance
He wouldn’t go, and so she called
The Kajun Ku Klux Klan

When he saw them cajuns comin’
Levi knew it was too late
His eyes popped out his head
And his kinky hair got straight
He said, “Oh lousy white folks
I didn’t mean a thing.”
Why did I have to listen
To that demonstrator King?

Now niggers understand
They tied up both his hands
He was at the mercy of
The Kajun Ku Klux Klan
I knew just what they’d do
Levi knew it too
I knew what kind of torture
They would put that nigger through

La storia Vera viene fornita in modo Interessante usando un esempio chiaro e specifico: essere specifici è fondamentale!

Now the moral of this story
As plain as it can be
Niggers mind your business
And let us white folks be
You’d better heed my warnin’
And try to understand
Don’t you demonstrate
Around the Kajun Ku Klux Klan
La morale riporta ancora l’informazione Utile, ma questa volta è molto più chiara perché supportata da una storia Vera e ben narrata che risulta Interessante.

alessandro_manzoni
Vero, Utile e Interessante: semplice, no?
(Cliccare per un Manzoni ancora più Interessante)

EDIT con Prophilax del 17 ottobre 2009 ▼

Il gioco del parlare di narrativa in modo vago e la voglia di vomitare

Scritto da Il Duca Carraronan il 22 set 2009 | Categorie: Riflessioni, Scrittura

Ho visto una striscia divertente. Pensavo di proporla in un post, così, per divertirsi, con giusto qualche riga di commento come testo. Poi ho pensato a cosa scrivere, ho riletto vecchie discussioni nel web e ho ripescato alcuni brani tratti dai libri sulla scrittura per la narrativa. Ho riflettuto un paio di giorni e ora ho solo voglia di vomitare. ^__^

Ecco la striscia. Segue qualche riga di considerazioni.
Cercherò di essere involuto e intimista. Ci proverò. Almeno un po’. E fallirò.

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La striscia si spiega da sola: se negli altri campi è necessario sfoderare conoscenze tecniche precise e puntuali, nella critica letteraria si possono tirare fuori fiumi di stronzate e, se uno se la sa cavare nel bluffare, riuscire a farsi passare per uno che sa perfino di cosa sta parlando. Magari non un genio, ma comunque uno che “sa qualcosa”. Il trucco sta nel tenersi sul vago, sul filosofico, nel parlare di aria fritta, senza riferimenti precisi e puntuali al testo che viene trattato: proprio come nell’ultima vignetta.

I due volumi sono un’esagerazione, ovvio, ma a livello più basso, tra gente già di suo poco esperta o addirittura formata da altrettanti millantatori (più o meno consapevoli l’uno dell’altro, ma capaci di costruirsi una rete intellettualoide di supporto), è una cosa che funziona.

Se pensate che non funzioni, spiacenti per voi, ma o siete ritardati o siete vissuti al di fuori del mondo per un bel po’: fate due passi sui forum/siti di settore e controllate quanto l’aria fritta (“La libertà dello scrittore!”, “Chi ha detto che mettere quattro aggettivi di fila sia una cattiva idea?”, “Un incipit orrendo non è un buon motivo per criticare l’incipit orrendo”, “Gli avverbi in mente spiegano e specificano l’azione del verbo: solo un idiota ignorante che confonde i libri con il cinema li toglierebbe!”, “Chi può giudicare un testo di narrativa se esso in quanto intrattenimento è personale e quindi basato sul gusto e il gusto è per sua natura ingiudicabile?”, “Parlavo in generale, non di questo libro”, SIGH…) basti a mandare avanti i discorsi, a scapito dei precisi e puntuali riferimenti al testo e a scapito dello studio della scrittura per la narrativa e dei suoi meccanismi.

Anzi, peggio ancora. Chi si macchia del terribile crimine di occuparsi della narrativa dal punto di vista di chi si occupa della narrativa, ovvero con gli strumenti, i metodi e il punto di vista dello scrittore professionista (grazie alle opere in materia che gli scrittori pubblicano) per cercare di capire cosa non vada in un testo che appare “brutto”, viene perseguitato, insultato in modo più o meno velato e cacciato da piccoli nuclei di individui che praticano il “gioco del critico vago”.
In particolare il voler “spiegare e motivare” un problema di scorrevolezza o di immedesimazione PRESENTE nel testo viene ribaltato dichiarando che lo scopo Vero è quello di demolire l’opera A PRIORI: essendo per primi in malafede, accusano di malafede chi è in buona fede per mascherare la propria malafede e instillare il dubbio nel lettore, giacché chi accusa per primo è in vantaggio e l’eventuale accusa identica in risposta appare come semplice ritorsione. Dialettica eristica, la morte del dialogo intelligente e la difesa prediletta per il Giocatore del “gioco del vago”, in particolare tramite l’argumentum ad auditores e la generalizzazione.

Gioco, ecco, questo è il termine che potrebbe calzare.
Tutta la questione mi ricorda molto l’esempio del “gioco dei difetti” spiegato da Eric Berne (medico chirurgo e psichiatra, ufficiale medico nell’esercito statunitense durante la Seconda Guerra Mondiale) in “A che gioco giochiamo“.

Eric_Berne
Eric Berne non è OK. Io non sono OK. Tu non sei OK.

Le mogli si riuniscono, bevono il tè e sparlano dei mariti, con il tacito accordo che il divertimento stia nello sparlare dei mariti in sé e non nel dialogare in modo intelligente dei propri problemi di vita coniugale per trovare soluzioni. Quando una nuova signora si aggiunge e invece di “giocare secondo le regole” decide di discutere sul serio dei problemi, cercando anche di giustificare il comportamento dei mariti e analizzare la questione in modo più razionale, le altre donne si irritano per il “gioco rovinato”.
Se la situazione di incomprensione prosegue e la nuova arrivata non capisce che lì nessuna è davvero interessata a discutere in modo razionale e intelligente, le altre smetteranno di invitarla in modo che non rovini più il loro bel “gioco dei difetti”.

Non è molto diverso ciò che succede in certi luoghi pieni di gente capace di parlare di un libro senza occuparsi del libro in sé, parlando “in generale”, chiacchierando “di massimi sistemi”, e quando viene fatto notare che per il libro in questione ciò che dicono non ha alcun valore o attinenza, questi si barricano dietro frasi come “Sì, lo so, ma io parlavo in generale, mica del libro!”.

Pare brutto in una discussione su un libro specifico parlare del libro specifico?
Evidentemente sì, perché questo costringerebbe a citare il testo in modo preciso e puntuale, facendo uso delle conoscenze di scrittura per la narrativa utili in quell’ambito: il problema è che il finto intellettuale e critico NON conosce le tecniche di scrittura (segue affermazione che i manuali sono scritti da falliti, idioti, mentecatti e anche quando non è così sono del tutto inutili “perché sì”) e NON ha le capacità e la maturità critica per discutere in modo intelligente del testo.

Molto più facile fare il Vago, dandosi un’aria da navigato intellettuale, e usando come frasi per far tacere “il rozzo tecnico” qualche roba figa origliata nelle discussioni di qualche genio che per aver preso una laurea in lettere (o star studiando lettere) pensa di sapere tutto della narrativa e di conseguenza snobba gli scrittori e i loro manuali tacciandoli di essere tutti truffatori e tutti coglioni che scrivono solo coglionate… ce ne sono a dozzine, ovunque, fate un giro e li trovate. E dato che molte cose dette dagli scrittori nei “loro manuali” sono le stesse scritte da William Strunk (professore di inglese alla Cornell University per 46 anni) e da Elwyn White (Pulitzer per “l’intero corpo delle sue opere” nel 1978) decenni prima in “The Elements of Style“, ne consegue che Strunk è un coglione e un truffatore pure lui.
E come Scott Card e gli altri pure Strunk e White sono stati traviati dal cinema e dai film d’azione di Sylvester Stallone pieni di esplosioni, per questo non capiscono che la narrativa è Arte “priva di regole” e non ci si può concentrare su stupidi dettagli legati all’immedesimazione e al mostrare. Giusto?

william_strunk
William Strunk junior, un celebre drogato di cinema e televisione che non aveva idea di cosa fosse la Scrittura secondo molti intellettuali del “parlar vago di narrativa”. E chi lo ha ammirato e ha studiato il suo libro, come King e più di mezzo secolo di scrittori di narrativa (Matheson?), non è meno cranioleso di lui, giusto?

 
Brani da The Elements of Style, detto anche Strunk & White (prima edizione 1959, brani tratti dalla quarta edizione del 1999, ora c’è anche una quinta del 2009).
(Leggetelo in inglese che la versione in italiano è dello Strunk -senza White- del 1918 e mi pare tradotta di merda)


Rich, ornate prose is hard to digest, generally unwholesome, and sometimes nauseating. If the sickly-sweet word, the overblown phrase are your natural form of expression, as is sometimes the case, you will have to compensate for it by a show of vigor, and by writing something as meritorious as the Song of Songs, which is Solomon’s.
[...]
Avoid the elaborate, the pretentious, the coy, and the cute. Do not be tempted by a twenty-dollar word when there is a ten-center handy, ready and able. Anglo-Saxon is a livelier tongue than Latin, so use Anglo-Saxon words. In this, as in so many matters pertaining to style, one’s ear must be one’s guide: gut is a lustier noun than intestine, but the two words are not interchangeable, because gut is often inappropriate, being too coarse for the context. Never call a stomach a tummy without good reason.
If you admire fancy words, if every sky is beauteous, every blonde curvaceous, every intelligent child prodigious, if you are tickled by discombobulate, you will have a bad time with Reminder 14 (NdDuca: Avoid fancy words). What is wrong, you ask, with beauteous? No one knows, for sure. There is nothing wrong, really, with any word — all are good, but some are better than others. A matter of ear, a matter of reading the books that sharpen the ear.
The line between the fancy and the plain, between the atrocious and the felicitous, is sometimes alarmingly fine.


Rule 4: Write with nouns and verbs
The adjective hasn’t yet been built that can pull a weak or inaccurate noun out of a tight place.


Rule 8: Avoid the use of qualifiers
Rather, very, little, pretty — these are the leeches that infest of the pond of prose, sucking the blood of words. The constant use of the adjective little (except to indicate size) is particularly debilitating; we should all try to do a little better, we should all be very watchful of this rule, for it is a rather important one and we are pretty sure to violate it now and then.


No one can write decently who is distrustful of the reader’s intelligence, or whose attitude is patronizing.

Tra gli altri poveri stronzi (perché alcune delle cose che dicono sono le stesse cose dette dai poveri stronzi dei manuali), giusto per completezza, ricordiamo: Gabriel García Márquez (odia gli avverbi in “-mente” e si vanta di non averne messo nessuno in L’Amore ai Tempi del Colera); Ezra Pound (consigliò a Hemingway di non fidarsi degli aggettivi); Voltaire (l’aggettivo come nemico del nome); Gustave Flaubert (suggerì a Guy de Maupassant di cercare sempre la parola giusta e il verbo giusto, le mot juste, senza cedere alle soluzioni più facili e volgari… ovvero correggere un nome/verbo meno adatto di quello “perfetto” tramite avverbi e aggettivi che lo rendano più specifico); John Le Carré (“We went for a bald style… profound suspicioun of adjectives and making the verb do the work”) ecc… ecc…
Tutti citati anche in “How Fiction Works” di Oakley Hall (finalista al premio Pulitzer nel 1958, ha servito nei Marines durante la Seconda Guerra Mondiale).

Chi si presenta a parlare di narrativa di un certo tipo (fantasy e fantascienza) pensando che sia lecito far uso di conoscenze tratte dai manuali scritti proprio dagli autori di quel tipo di narrativa (ma le cui considerazioni e consigli vanno al di là del mero genere, e chi ha letto i manuali lo sa: ma i grandi letterati non si sporcano leggendo questi orribili manuali scritti da stupidi scrittori che magari non sono nemmeno laureati in lettere!) viene a rovinare il gioco dei critici da due soldi.

Gene_Wolfe
Gene Wolfe (1931 – vivente)
Stimato e apprezzato autore di fantasy e fantascienza, veterano della Guerra di Corea e ingegnere… è una delle grandi menti dietro la macchina che produce le patatine Pringles.
Non è laureato in lettere, ma conosce la scrittura più di tanti gonzi con un pezzo di carta.

Questi “critici dell’aria fritta” magari per due o tre anni si sono divertiti in qualche comunità online a costruirsi un pubblico, delle amicizie e una reputazione da tizi che sanno quel che dicono: che qualcuno venga a rovinare tutto facendo capire che loro non sanno di che parlano è una cosa che non possono tollerare. E fanno i gruppetti di squadristi, usando tecniche tra il borderline e la palese violazione delle regole della community, per isolare, offendere e scacciare chiunque osi contestarli “con motivazioni valide”. Non posso fare a meno di vomitare di fronte a tutto ciò. ^_^

Gamberetta ha rotto il gioco a molti due anni fa, portando con ammirevole testardaggine un diverso modo di parlare di fantasy, più serio, a imitazione di quello che si può leggere all’estero, nelle discussioni che noi possiamo solo invidiare. E in tanti si sono incazzati perché anche se è stato possibile cacciarla dal proprio adorato forum, non è stato possibile cacciarla dalla “sala da tè del web”. E la sua semplice esistenza è ancora un atto di accusa contro di loro.

E il fatto che anche altri stiano cominciando a capire che si può e si deve studiare la narrativa di genere per parlarne con cognizione di causa (scartiamo quelli che cercano di fare commenti precisi e puntuali senza aver prima studiato… ho già accennato una volta agli imitatori di Gamberetta che fanno più danni che altro, smerdando così anche i commentatori più seri e accorti), fa sentire questi “truffatori del discorso” sempre più minacciati e spaventati. E urlano contro i critici puntigliosi. Urlano contro il mondo. Urlano in realtà contro la propria ignoranza e stupidità, che li soffoca e li fa sentire impotenti, ma non possono privarsene perché “studiare” significherebbe darla vinta al Nemico.

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Gamberetta in una immagine utilizzata dai fan per adorarla.
L’immagine non è idealizzata: la Vera Gamberetta è molto più bella. PUNTO.

Negri, Editori, Scrittori e Lettori

Scritto da Il Duca Carraronan il 12 set 2009 | Categorie: Editoria, Libri, Razzismo e Stereotipi, Riflessioni, Scrittura

Lo spezzone proviene dal secondo episodio della miniserie TV “Radici” del 1977, basata sull’omonimo romanzo di Alex Haley. È una bella miniserie: ci sono dei negri, ci sono dei bianchi, i primi sono schiavi dei secondi. Molto bello. Ora lasciamo stare “Radici” e passiamo alla riflessione che avevo in mente, ma se avete letto il titolo del post e guardato il video avrete già capito dove andrò a parare: siamo tutti negri.

 
Scrittura e lettura.
Nei libri dedicati alla scrittura ricorrono una serie di consigli per fare in mondo che il lettore sia tanto avvinto dalle vicende lette da rimanere incollato alle pagine per ore e ore. Il lettore deve entrare nella storia, sentire che quello che legge è in un certo senso “reale”, appassionarsi ai personaggi e/o alle vicende.

Per fare questo ci sono varie tecniche più o meno semplici: aumentare la leggibilità del testo usando pochi avverbi di modo e pochi aggettivi (solo quelli che servono, niente di più, che è una cosa banalmente ovvia… e di norma ne servono pochissimi); scegliere di mostrare le scene attraverso dei POV-Character piuttosto che col narratore onnisciente; costruire dialoghi che non siano scambi troppo diretti di battute tipo “domanda-risposta”; gestire l’andamento della tensione causando picchi e cali; non imporre la propria interpretazione delle cose, ma attenersi ai “cinque sensi” e lasciare libertà al lettore anche di trovare divertente (magari perché gli ricorda un conoscente che detesta) il dramma psicologico di un personaggio; inserire elementi fantastici e bizzarri (nel caso del fantasy/fantascienza) sin dall’incipit per stimolare il pubblico sensibile a questi elementi; far affezionare i lettori (o meglio “provarci”) a un dato personaggio e poi ucciderlo a due terzi della storia per sfruttarne l’impatto psicologico (e stimolare il desiderio di vendetta sul responsabile da parte del lettore, che lo vorrà vedere punito) ecc… ecc…
Fate prima a leggervi dei buoni libri sulla scrittura e a farvi un’idea da soli.

Tutto questo ha lo scopo di far rimanere il lettore incollato al libro o, meglio, farlo stare “dentro la storia”, come se fosse REALE e REALMENTE interessante. Sbagliare qualcosa (incoerenza, periodi pesanti da leggere, errori di POV spaesanti…) può causare nel lettore uno shock, come se gli si urlasse “Non è una storia Reale, stupido, è solo un romanzo scritto male”. Se lo shock è abbastanza forte, il lettore può arrivare a interrompere la lettura: viene cacciato fuori dalla storia. Se è lieve, può proseguire senza alcun problema, se non al più un vago senso di fastidio momentaneo. Una storia che funziona è una storia che tiene il lettore incollato fino alla fine o, perlomeno, fino a quando non si accorge che non è più mezzanotte, ma sono già le due e tra meno di cinque ore dovrà alzarsi per andare al lavoro: il tempo vola con un buon romanzo.

froghop
Ci sono svaghi più intelligenti che non leggere romanzi fantasy…

 
Cosa c’entra col video?
Quando si impara come funziona la scrittura per la narrativa d’intrattenimento, perlomeno per quel che gli autori di successo rivelano nei libri dedicati o nei seminari, se non si è tonti come bestie, si riuscirà in breve tempo a individuare i problemi all’interno di un brano e ci si ritroverà a provare un senso di fastidio: “Diamine, lui è un autore pubblicato famoso e fa questi errori che perfino io so vedere?”

Questo, per chi ha letto qualche manuale (o anche uno solo) e non è mentalmente subnormale, è del tutto automatico: non bisogna leggere il testo con attenzione, basta leggerlo normalmente, come semplici lettori, per vedere gran parte dei problemi peggiori che possono affliggerlo.
Viene da sé che un errore che prima, nella beata ignoranza, avrebbe fatto solo “storcere il naso” per mezzo secondo, ora ha un effetto amplificato dalla capacità di individuare la natura dell’errore e dal fastidio provato a causa della sua presenza. Tutte cose che rendono l’errore più grave di quanto non sia: il rischio di essere espulsi dalla storia aumenta in modo drammatico.

Eppure non è davvero colpa dell’autore: è colpa del lettore che è diventato ipersensibile. Se il lettore fosse rimasto ignorante, avrebbe potuto godersi meglio la storia, come se la era sempre goduta. Chi non ha mai fatto l’esperienza di rileggere un vecchio libro che era piaciuto anni prima e trovarlo pieno di errori, stupidaggini, scelte narrative mediocri che svelano appieno la gretta incompetenza e dabbenaggine dell’autore? Siamo sinceri: se uno ha riletto qualcosa di vecchio dopo aver imparato un po’ di elementi di scrittura deve aver fatto questa esperienza, altrimenti è un idiota refrattario all’apprendimento (o non ha letto seriamente i libri sulla scrittura, ma si vanta solo d’averlo fatto).

Ma se si legge narrativa per intrattenimento, non sarebbe meglio evitare tutto ciò?
Non sarebbe meglio rimanere ignoranti, come i negri, e felici?
Non sarebbe meglio non sapere che ciò che si legge è un mezzo aborto costruito con scarsa capacità e piazzato sul mercato con l’unico intento di fregare i lettori con un po’ di pubblicità mirata e un nome d’autore famoso?
Con molta pazienza e molto sforzo si può anche evitare il problema, e tornare a godersi i brutti libri quasi come prima… quasi, appunto. Ma vale davvero la pena fare questo sforzo e intanto rovinarsi (almeno un pochino) tante letture che avrebbero potuto invece donarci solo gioia?

 
Padroni bianchi ed Editori premurosi
Un ragionamento simile a quello dei bianchi del video forse lo fanno anche gli editori.

Comincerà a pensare, a riflettere, e allora diventerà molto infelice e avvilito.
No no no no: sono anime semplici e forse gli rendiamo un servizio migliore non pretendendo di più dalla loro natura.

Il lettore tipico è un’anima semplice, un Negro Ignorante, che può godere per anni e anni leggendo libri facili da trovare e stampare: i classici brutti fantasy stereotipati.
Anche io ho conosciuto persone che fin da ragazzini hanno letto R.A. Salvatore e continuano a leggere e rileggere i libri ambientati nei Forgotten Realms e simili. Sono in gran parte troiate oscene a quanto mi hanno detto. Quelli che ho letto io erano TUTTI troiate oscene, analizzandoli col senno attuale (quando avevo 14 anni avevo trovato piacevole “Le Lande di Ghiaccio”, ma pure lì ben sapendo che era una troiata), ma mi assicurano che qualcosa di decente c’è e io mi fido, per cui dico “gran parte”.
Però a tanti piacciono e se li godono e rigodono. Stessa cosa per i libri di Terry Brooks. Io li ho letti quasi tutti ancora prima di iniziare a studiare la scrittura sui manuali, con crescente disgusto (a parte quando avevo 10-13 anni e mi piacevano un po’… non erano belli, ma si facevano leggere).

solitielfi
I soliti elfi di Fantasylandia… e una versione un po’ più interessante.

Come può un lettore rovinarsi, anche senza leggere manuali di scrittura?
Semplice: leggendo romanzi veramente buoni e diventando un Negro Istruito. Quando si vede cosa c’è di meglio, e magari si scopre che non riceve lo stesso pompaggio pubblicitario di cose molto peggiori e più “accessibili ai negri qualsiasi”, si inizia a non trovare più altrettanto piacevoli i libri peggiori.
Se il negro impara a leggere e scopre che in fondo anche lui è un uomo e anche lui ha diritto alla libertà, la sua condizione servile diventa peggiore. Se il lettore impara che posti affascinanti come la città di New Crobuzon o il mondo di The Iron Dragon’s Daughter sono alternative possibili alla solita Fantasylandia numero XXXX piena di cliché, inizierà a trovare meno attraente il solito medioevo con gli elfi dei boschi che prendono in giro i nani dei monti.
Ma inizierà anche a essere infelice, perché tanto fantasy è spazzatura (o non è particolarmente innovativo o interessante o fantasioso… il fantasy senza fantasia è andato a lungo per la maggiore). Sarà molto più facile di prima comprare un libro e non esserne felici.

Gli editori, come i padroni degli schiavi, ci proteggono da tutto questo. Se rimaniamo ignoranti, grazie ai soliti fantasy da due soldi stampati in massa (Le Cronache del Mondo Emerso, Eragon, i romanzi di Dragonlance e altri a tema D&Desco, la massa di stronzate dei giovani autori italiani partorite nel 2008 ecc…), potremmo continuare a essere felici. Ogni tanto rilasciano qualcosa di un pochino più innovativo (ma è poca roba rispetto alla massa: basta guardare lo scaffale del Fantasy e Fantascienza di una tipica libreria) per provare a soddisfare i negri più esigenti (i negri “istruiti”), ma la massa è roba per il tipico negro ignorante.

Non per niente va per la maggiore il target Young Adults: più giovani, meno anni di lettura alle spalle, più possibilità che abbiano letto meno libri, maggiore incidenza statistica dei Negri Ignoranti rispetto ai Negri Istruiti, spesso di bocca buona per l’inesperienza o il “fascino per la lettura” che se appena esploso è difficile da scalfire (ehi, io mi sono letto i primi sette libri di Shannara di seguito due volte quando ero giovane e ardente di voglia di leggere). Pubblico ideale per spacciare immondizia e allo stesso tempo ricevere dei “grazie”.
Come vendere fucili a pietra focaia ai Maori quando tu già usi fucili con le cartucce metalliche: per te che lo sai sono merda pura, ma per il Maori ignorante sono tremendi bastoni della morte! Soddisfazione garantita.

watermelon
Essere bravi negri riconoscenti:
“Buono editori da noi tanto mangiari che tutti giorni è come Nascimento”

 
Non è meglio essere protetti e cullati nell’ignoranza?
In fondo lo fanno per il nostro bene… e il loro interesse, ma che male c’è nel guadagnare qualcosa mentre si fa del bene?
Io vorrei essere ancora un Negro Ignorante: mi mancano gli anni in cui leggevo tutto e mi piaceva (quasi) tutto. Ero più felice. Ora invece che sono un Negro un pochino più istruito sono meno felice e, in più, vedo pure che molti come me vengono tacciati di essere “invidiosi” quando spiegano cosa ritengono non vada in un libro pubblicato. Grandioso…

Voi cosa ne pensate?

Centomila uomini e una citazione errata: touché al solito cliché?

Scritto da Il Duca Carraronan il 29 lug 2009 | Categorie: Riflessioni, Troll & Flame

Negli ultimi due anni mi è capitato spesso di leggere nei blog degli scrittori di fantasy e nei siti/forum di settore la frase “non ti curar di loro” o “non ti curar di loro, ma guarda e passa” o simili, con evidente riferimento a Dante. Solitamente la frase appariva in contesti del tipo “l’autore del libro si lamenta del mondo cattivo e dei criticoni / qualcuno dice che sono tutti degli invidiosi attaccabrighe / segue in breve la frasetta pseudo-Dantesca“.

La frase, nelle diverse costruzioni alternative, è diventata ossessiva. L’ho vista decine di volte, fino ad averne la nausea. Questa frase fatta, questo cliché nel senso più ampio del termine, pare odori di intellettuale alle narici di tanti che citandolo pensano di farsi belli.
A me fanno solo vomitare.

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Mi ricorda Nihal… che abbia letto le Cronache?

Mi fanno vomitare per più motivi:
1) è una frase trita e ritrita che non aggiunge nulla alla discussione e puzza di pseudo-intellettualoide (e non di uomo di cultura);
2) viene usata per nascondere l’incapacità di ribattere e affrontare un problema: questo non è una cosa di cui vantarsi, anzi, fa pietà;
3) puzza lontano cento chilometri di “ho fatto il liceo, gne gne gne, senti che belle frasette da usare a cazzo che mi ricordo ancora lurido perito anal-fageta, gne gne gne”;
4) quattro;
5) la citazione è sbagliata (grassa figura da stronzoni);
6) e anche quando è riportata correttamente viene utilizzata in un contesto che ne rovina il senso originale (ma ormai nel linguaggio comune è diventato lecito decontestualizzarla e usarla a cavolo… io lo trovo irrispettoso del pensiero dantesco);

Per quanto riguarda il punto cinque.
La frase esatta sarebbe “non ragioniam di lor, ma guarda e passa” e non “non ti curar di loro, ma guarda e passa” (spesso abbreviata in “non ti curar di loro…” con aggiunta emoticon “:roll:” per sottolineare la superiorità intellettuale rispetto ai criticoni)

Proviene dalla Divina Commedia, Inferno, terzo Canto.

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa

Per gli appassionati, l’uso diffuso dell’errata citazione si è guadagnato un posto glorioso nella pagina delle Citazioni Errate di Wikipedia. Difficile mantenere l’aura da intellettualoide del cazzo quando si dimostra, in una sola frase, di ricordar male quanto studiato al liceo, altro che raffinata citazione da dotto uomo di cultura, nevvero?

Per quanto riguarda il punto sei.
Virgilio pronuncia questa frase, sdegnato, quando Dante gli chiede chi siano le anime che si trovano lì, nell’Antinferno (Dante comunque, nella sua bontà, ci descrive lo stesso la loro pena). Sono le anime degli ignavi, coloro che non seppero mai schierarsi nella vita, e che ora per contrappasso inseguono disperatamente una bandiera. Indica persone che non hanno scelto né il bene né il male: semplicemente non hanno scelto niente. Senza infamia e senza lode, né vero Inferno né Purgatorio o Paradiso. Dante li disprezza perché lui, esule, subì tanti torti in vita proprio per il coraggio con cui seppe schierarsi e difendere le proprie idee.
Dante non disprezza allo stesso modo chi sceglie la “perdizione” e il peccato, perché ha pur sempre “scelto qualcosa”. La cosa più importante è schierarsi.

Queste righe sono molto riduttive e incomplete rispetto alla profondità del brano citato, ma grossomodo dove stia andando a parare si dovrebbe essere capito. ^_^

Qual è il problema?
Che la citazione, l’invito a “guardare e passare” (senza discuterne perché sono immeritevoli), viene solitamente usato per ignorare coloro che, bollati come Criticoni, hanno invece SCELTO di SCHIERARSI con tanta violenza e con tale vigore da risultare “fastidiosi”.
E così si priva di ogni senso la frase di Dante e la si applica in un contesto completamente diverso: lui non disprezza chi si schiera, pur se nel torto (i criticoni, dal punto di vista dello scrittore offeso), ma chi si tira fuori e non prende posizione.

Comunque, come dicevo sopra, questa falsificazione del pensiero dantesco è ormai diventata di uso tanto comune che risulta difficile colpevolizzare il singolo che cade nell’errore. Rimane però l’altro problema di fondo: la frase è TRITA E RITRITA!

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Due alternative.
Se lo scrittore vuole dimostrarsi al di sopra delle critiche e delle beghe o, comunque, pur prendendo nota delle critiche preferisce non inserirsi nella mischia mantenendo un certo distacco tra sé stesso e le orde di fan che, come è loro diritto, discutono liberamente, può usare una diversa citazione. Al posto del super abusato Dante (che pensate quanto sarebbe stato ancor più abusato se si fosse chiamato Prendente!), si può fare i fighi citando in una volta sola sia Thomas Mann che Federico II di Prussia.

Proprio “lui” dimostrò cosa fosse in realtà il dispotismo: prima non se ne aveva avuto un concetto ben definito e, per completare il significato del termine, doveva arrivare un re in grado di lavorare come lui. Egli creò però anche una varietà di dispotismo: era il despota illuminato, in quanto i suoi sudditi potevano pensare e dire ciò che volevano, purché lui, da parte sua, potesse fare ciò che voleva, e questo era un accordo proficuo per entrambe le parti, come si fu costretti ad ammettere. Le religioni non avevano importanza, dato che le disprezzava. Nei suoi stati gli atei perseguitati trovarono non solo asilo, ma anche impieghi ufficiali. Non si curava delle satire, degli scritti denigratori e dei libelli indirizzati contro di lui; non temeva lo spirito perché, finché esso era innocuo, sapeva trovare un giusto equilibrio fra amore e disprezzo. Quando sentì parlare di un suddito tendenzialmente critico, chiese: «Ha centomila uomini? Se no, cosa volete che me ne preoccupi!»

(da “Federico e la grande coalizione” di Thomas Mann)

Se qualcuno critica l’autore e un fan fa notare la cosa, l’autore può ribattere: “Ha centomila uomini? Se no, cosa volete che me ne preoccupi!”. Ok, pure questa non è il massimo dell’originalità, ma almeno si vede in giro meno spesso dell’altra: non è la frase fatta che il primo idiota in strada usa sapendo da dove proviene (voi potete essere gli idioti che lo sanno! ^_^).

E, farà piacere ai lettori, questa è da parecchio tempo la prassi di Licia Troisi che preferisce (e fa benissimo, dal suo punto di vista) non lanciarsi in mischie coi lettori criticoni cattivoni: lei ha dietro di sé il peso della Mondadori e la sua base di fan, i criticoni cosa hanno? Hanno forse centomila uomini? (Lei sì, grossomodo)

Dispotismo illuminato: è meglio della censura dittatoriale!
È la stessa prassi che seguo io, ignorando i trolloni. Negli ultimi mesi sono finito nel mirino di parecchi trolloni, uno nemmeno tre settimane fa, e a parte un caso li ho sempre ignorati. Ma la mia non è semplice senso di superiorità (l’ultimo, poi, già era stato cazziato da tutti per le sue idee cretine proprio in questo sito), bensì comprensione del mezzo: io sono un Troll e quando dei Trollini di livello inferiore costruiscono una trappola per innescar polemica volete che non me ne accorga? ^__^

Sono “caduto” nella trappola solo una volta, con Negrore, ma solo perché in realtà l’aveva impostata male per cui mi sono potuto gettare dentro prendendo il problema, smontandolo, ribaltandolo e usandolo contro di lui. E alcuni suoi lettori mi hanno pure dato ragione. Da cacciatore a preda, da preda a cacciatore. La forza dell’argomentazione logica superiore ha ancora un certo peso su chi non è stato lobotomizzato.

C’è anche un’alternativa italica quanto Dante, se non si vuole citare un re prussiano: un bel ME NE FREGO!, di fascista e virile memoria! Perché alla fine, non diciamo stronzate, ma dietro i “guarda e passa” contro i criticoni si nasconde solo l’ennesima, becera, mentalità del me ne frego che finché la tira fuori un porco reazionario come me ha ancora un senso, ma non quando esce dalle tastiere di gente dichiaratamente e orgogliosamente di sinistra…

MeNeFrego
La risposta standard degli scrittori e dei loro fan alle critiche puntuali e complete sul testo.

Un video vintage perché sono vecchio dentro

Scritto da Il Duca Carraronan il 23 giu 2009 | Categorie: Conigli, For The Lulz, Riflessioni, Steamfantasy, Steampunk

Sono vecchio dentro.
Mi piace l’Ottocento e mi piace il mondo non oltre la Seconda Guerra Mondiale. Meglio ancora se precedente la Prima. La mia idea di fantasy ideale è uno Steampunk Fantasy (o Steamfantasy, scegliete voi il nome che è uguale) con una ambientazione fantasy ispirato al nostro mondo di fine Ottocento – inizio Novecento, ma con un sacco di roba bizzarra Fantasy ficcata dentro e anacronismi tecnologici Steampunk tipo corazzate terrestri, golem da combattimento a vapore con o senza pilota, aeronavi molto più grandi dei veri Zeppelin e con una notevole capacità di carico per gas tossici, truppe e bombe con cui salutare i “selvaggi” delle colonie.
Elmetti chiodati, baionette, fucili bolt-action, armi chimiche e mostri tecnomagici a vapore. E le porno fatine tossicodipendenti: Angra lo sa che da più di un anno sono la mia fissa.
Questa più o meno è come era venuta la mia ambientazione da un annetto a questa parte, nel suo secolo e mezzo circa di sviluppo coperto, partendo dall’equivalente di un 1840 piuttosto realistico fino ad arrivare allo Steampunk Fantasy pompato al massimo (con perfino tendenze tecnologiche Dieselpunk) che mi piace un casino.

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Ma è tutta roba old.
Penso ancora agli Imperi, a come era bello il mondo prima della Grande Guerra.
A come era più bello prima che il sogno si infrangesse e la borghesia incontrasse la sua strana morte.
Rimpiango quando i negri stavano al loro posto, assieme alla feccia araba, e le nazioni bianche si spartivano un mondo che era ed è loro per Diritto di Nascita: i selvaggi possono occupare le loro sporche terre De Facto, ma De Iure solo le nazioni bianche discendenti dall’Impero Romano ed eredi del diritto romano possono governarle. E prima o poi ce le riprenderemo.

Sono vecchio dentro. Mi piace la roba di un secolo fa.
Quindi ecco un video vecchio dentro, proprio come me.

Aspetto che arrivi via posta il mio elmetto chiodato.
Ritorneremo!

Odio: la colazione dei campioni!

Scritto da Il Duca Carraronan il 01 dic 2008 | Categorie: Riflessioni, Scrittura, Troll & Flame

Oggi il visitatore iome ha scritto “licia troisi sa che questo articolo esiste”.
Al che io ho pensato: buon per lei, le avevo pure messo un bel link pulito al suo sito così mi poteva trovare tramite i Link in entrata nella bacheca del suo WordPress! Sarebbe stato bello avere un suo commento, in fondo era un post fatto per divertirsi con le allusioni sessuali del suo libro, ma sapevo già che non ci sarebbe stato. Come ha sottolineato Angra gli autori da millemila copie non si mischiano con il volgo così invidioso e criticone. E pensare che io sono pure Duca!

Cascando a fagiuolo la Regina del Fantasy Italiano ci ha regalato un bellissimo post dopo appena una manciata di ore: http://www.liciatroisi.it/2008/12/01/ledificante-ed-esemplare-storia-del-blogger-non-anonimo/

Un bel giorno, il blogger non anonimo si rende conto che ha un sacco di voglia di scrivere che quel determinato detrattore che l’ha insultato gli sta sul culo. Sì, testuali parole. Ha già pronto un post al vetriolo. Ma, calma. Dar contro a chi ha evidentemente insultato per scatenare un flame-war è da idioti, è fare il gioco del nemico. Tanto più che è anche una battaglia persa in partenza. Cazzo.
Fosse stato anonimo lo sfizio se lo poteva pur passare. Uno sfogo senza firma sotto e senza faccia a corredo, ma così…e allora lascia perdere e parla d’altro.
[...]
- ok, ma tanto c’è il fatto c. No, aspetta. Il fatto c tira in ballo tutta quella gente lì che ti ha diffamato sulla rete. E, ehi, tu quelli non li devi sfiorare manco da lontano. Voglio direi, lo sai quanto pallose sono le discussioni che vertono sull’argomento, poi ti tocca mettere in quarantena il blog per un mese. No, no, lascia perdere

Credo che si stesse riferendo principalmente alla carissima Gamberetta. ^__^ Ma mi piace immaginare che un po’ del suo odio fosse anche per me (ho avuto parecchi visitatori che cercavano commenti e recensioni su Il Destino di Adhara) e per i miei compagni di merende. Magari il mio articolo ha aiutato a farla sbroccare o forse no, ma è bello pensare di aver collaborato.
Vabbè, a quanto pare Licia non verrà a salutarmi. Credo sia perché vorrebbe vedermi pendere dalla forca assieme ad Angra e a Taotor, dopo aver incendiato la barca per gamberi e aver fatto squartare Gamberetta dai cavalli selvatici.
Mentre sarà impegnata a sbranare il suo nemico naturale, io e Angra potremo provare a sfuggirle (scusa, Taotor, dobbiamo lasciarti indietro “a coprirci” mentre effettuiamo la “ritirata strategica” ^_^).

Licia dovrebbe canalizzare la violenza in scrittura. È una cosa che fa bene. Magari scrivendo contro qualche etnia/religione che non piace a nessuno: ebrei, albanesi, musulmani…
Ah, già, pare che istigare all’odio sia un genere di libertà di espressione vietata nei paesi orgogliosi della propria libertà di espressione. Che noia. .___.

Licia potrebbe però sfruttare tutto questo rancore inespresso come carburante per migliorare la sua scrittura. Funziona, lo testimonia anche David Gerrold in “Worlds of Wonder”.

But one day he (NdDuca: l’odiato professore alcolizzato) said to me the most important words in my entire career. Had he not said these words, my life would have been far different — I probably would not have become a writer. He looked me straight in the eye and said, “Stop wasting my time. You’re no good. You’ll never be any good. You have no talent. You’ll never be a writer.”
His words angered me so much that I made a promise to myself. It was very simple. I’ll show you, you stupid old bastard!
That was in 1963.

Within four years I’d sold a script to television—”The Trouble With Tribbles” episode of Star Trek. Within ten years I’d published eight novels, two anthologies, two nonfiction books about television production, and a short story collection. I’d written four more television scripts.
And I’d won three Hugo and three Nebula nominations.
Boy, I showed him.
And yes, rage is an excellent fuel.

Concordo con Gerrold, avendo sperimentato la cosa (anche se non nell’ambito della scrittura) e quindi sapendo bene quanto conta essere infuriati per trovare lo stimolo a dare il meglio, a impegnarsi al massimo.
È una cosa banale, ovvia, ma come tante altre cose ovvie che proprio perché ovvie vengono dimenticate, merita di essere ricordata agli aspiranti scrittori. E Gerrold non è certo il solo a sottolineare l’importanza della furia, dell’odio, della rabbia come carburante (doping?) per le persone:

Io so che l’odio come l’ira hanno la loro funzione nello sviluppo della società, perché l’odio dà la forza e l’ira sprona al mutamento.
(Ivo Andri?, scrittore serbo, Nobel per la letteratura nel 1961)

L’odio è un tonico, fa vivere, ispira vendetta; invece la pietà uccide, indebolisce ancora di più la nostra debolezza.
L’odio senza desiderio di vendetta è un seme caduto sul granito.

(Honoré de Balzac, culattone francese, mangiatore di rane)

Dai risultati non mi pare che Licia stia sfruttando il potenziale insito nell’odio contro i suoi (a ragione) detrattori, ma forse mi sbaglio e si sta dimostrando incapace nonostante la strepitosa carica del rancore. Spero per lei di no.

cup of rage
Rabbia: la colazione dei campioni!

Come già scritto credo molto nella forza dell’odio e della furia, quel gradevole stimolo che ti porta a vedere l’avversario come un bestia da schiacciare, un animale da fare a pezzi, qualcuno da cui bisogna ottenere soddisfazione in un modo o nell’altro, prima o poi. L’odio attiva i meccanismi mentali più preziosi dell’uomo, quelli della lotta per la sopravvivenza. Uccidi o fatti uccidere. Divora o fatti divorare. Nessuno vuole avere una posizione peggiore del proprio nemico nella catena alimentare.

Ci credo tanto che lo uso anche quando faccio l’editing dei testi a amici/conoscenti: con punzecchiature e commenti gratuitamente cattivi cerco di stimolare una reazione violenta nello scrittore offeso. Alcuni non mi mandano più niente dopo. Gente senza spina dorsale, cazzi loro. Spero che però l’odio verso di me li aiuti lo stesso a migliorare. Altri continuano a chiedere pareri, come criceti che mordono ancora e ancora e ancora il cibo elettrificato. Taotor ad esempio è molto migliorato e ormai non lo insulto più da tempo, ma i suoi primi scritti facevano vomitare le capre morte. Non so se ne abbia ricavato davvero del sano odio, ma di certo non era piacevole per lui veder considerato tutto il proprio lavoro al livello dello sterco putrido. Un qualche genere di meccanismo mentale sarà pur scattato se ha deciso di voler davvero imparare a scrivere meglio.

In generale se a uno interessa davvero aiutare uno scrittore è meglio farsi odiare e dire le cose come stanno (con cattiveria se si pensa che possa servire) piuttosto che moderare i toni e mentire per evitare grane. D’altronde lo dicono anche i manuali di scrittura (sempre a dire cose ovvie questi manuali!): non fidarsi del parere di genitori e amici, potrebbero sopravvalutare l’opera perché “l’hai scritta tu” o potrebbero perfino mentire per non rovinare l’amicizia.

cinesi sono bestie
Gli hanno forse insegnato qualcosa di sbagliato? Non mi pare.

Il prezioso carburante dell’odio può essere ottenuto anche sfruttando gli scrittori spazzatura che infestano le librerie. È disgustoso vedere lavori dozzinali, scritti male da incompetenti o buttati là senza fregarsene molto dell’editing, che hanno il loro bel seguito di fan. Non parlo di Harry Potter, che da quanto ho visto ha la sua dignità (anche se il successo ottenuto è difficile da giustificare), ma mi riferisco proprio a libri come quelli di Licia Troisi. O anche parlando di libri molto meno pubblicizzati e venduti, è osceno veder pubblicati e magari spacciati come capolavori/rivelazioni tanti altri libracci italiani e stranieri.
Disgusto. Ribrezzo. Odio. Falli macerare per bene e ricavane la tua fottuta benzina personale. Fantastica sull’uccidere o mutilare gli autori. Sogna di vederli in rovina. Leccati le labbra mentre immagini di affondare la baionetta nel loro ventre molle gonfio di liquami. Non è reato coltivare il proprio odio per trasformarlo in qualcosa di positivo.
MUORI! MUORI! MUORI! Due minuti di odio ogni giorno, come insegna Orwell!

Alcuni, tipo i leccaculo che infestano certi forum e siti, potrebbero vederla come Invidia, ma non ha molto senso. Invidia di cosa? Del successo e quindi dei soldi? Allora meglio invidiare King o la Rowling, che senso ha invidiare la Troisi che fa uno sputo dei loro guadagni? No, l’odio è qualcosa di più pregiato della mera invidia. Chi parla di invidia dimostra solo la propria ignoranza e stupidità. L’odio è l’oro delle emozioni: l’invidia è solo ottone.

iNvidia logo
Alcuni anni fa ero pieno di nVidia, avevo la 6600GT
Ma da tempo sono un uomo diverso è ho la ATI Radeon 2900XT

Post Scriptum
Un suggerimento per il genio che oggi è arrivato al mio sito cercando “licia troisi stuprata analmente“: guardati un bel porno asiatico, ne hai tanto bisogno. ^__^

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