Archivio per la Categoria 'Signorine e Galateo'

  1. Due spumanti dolci a pochi euro per Natale by Il Duca di Baionette
  2. Guide per signorine: come si mangia una banana by Il Duca di Baionette

Due spumanti dolci a pochi euro per Natale

Scritto da il 24 dic 2012 | Categorie: Enogastronomia, Signorine e Galateo

Con questo articolo apro una nuova sezione dedicata all’enogastronomia.
Da alcuni mesi ho iniziato a interessarmi ai vini, in particolare agli spumanti. Da quando ho cominciato a interessarmi e a studiare, sia da solo (leggendo libri dedicati, seguendo siti di settore, comprando bottiglie da provare e frequentando degustazioni) che tramite il corso organizzato da AIS Lombardia, di cui parlerò in un post futuro, mi è capitato più volte di dare indicazioni per gli acquisti agli amici, in base ai gusti che riuscivo a decifrare chiedendo i frutti preferiti e ai vini che avevo potuto assaggiare per potermi orientare di prima persona su “cosa sa/odora di cosa”.

Gewürztraminer: di norma sa di litchi (foto) al naso e in bocca, ma se non avete mai assaggiato i litchi una buona descrizione è “qualcosa di delicato e dolce, a metà tra una banana e una pesca gialla”. Può ricordare un po’ anche l’ananas. In bocca è spesso un vino morbido, che scorre come una carezza vellutata, con una illusione di dolcezza senza essere dolce.

Non ho mai suggerito prodotti che non avessi provato o che non fossero dello stesso tipo di quello provato, nel caso di vini con certe caratteristiche aromatiche tipiche del vitigno “sicure”, come in un Passito di Pantelleria, in un Moscato Spumante o in un Gewürztraminer. Il problema principale è che consigliare grandi vini o comunque ottimi vini di un certo tipo è facile se si possono spendere 20-30 euro, così magari consiglio direttamente quelli provati con gran piacere al corso (quasi 40 tra vini fermi e spumanti), ma se si tratta di consigliare vini con un prezzo più normale, magari ad amici in ristrettezze economiche, bisogna trovare ciò che non solo è buono, ma che costi meno di quanto vale. Discorso valido anche per me, perché anche se non ho problemi economici non ho nemmeno il denaro che mi esce dal sedere. Sfortunatamente la Ginecologia Morale è una scienza difficile in cui affermarsi!

Non è facile consigliare. Di vini sugli 8-10 euro buoni ce ne sono tanti (quasi tutti) e perfino alcuni molto buoni. Come disse un professore al corso: un 8-10 euro deve essere buono, ma se è fine è meglio, mentre un vino a 30 euro “se non è fine mi incazzo” (cit.). Però se scendiamo verso le fasce di prezzo più comunemente acquistate (1-3 euro), talvolta le uniche presenti in supermercati più orientati ai prezzi economici, di vini mediocri appena bevibili ce ne sono tanti anche senza scomodare il Ronco nel cartone pastorizzato a 90 gradi.
Se uno compra una dama di vino normale da 0,60 euro al litro, quando il latte fresco (che si produce in un giorno, mentre il vino in un anno) ne costa 1-1,60, sa di trovarsi davanti un prodottaccio che ha subito così tanti compromessi di produzione e allevamento della vite da essere “consumabile solo dopo la cottura”, come acqua di un torrente con la carcassa dentro. A cuocerlo invece va benissimo, ma per cuocere il cibo nel vino va bene anche un avanzo di bottiglia che si è ossidato dopo una settimana (ecco: non scolateli nel lavandino se li fate rovinare, usateli per cucinare la carne al posto dell’olio).

Ronco San Crispino: contro un vino ossidato dopo due settimane dall’apertura, vince. Con i vini sani meglio non competere. E vi invito ad ammirare le confezioni mini da 0,25 stile succo di frutta: meravigliose!

Però se uno compra un vino o uno spumante a 3-6 euro, quindi un prezzo ben superiore, non sa mai cosa potrà trovarsi. Di norma i vini veri ormai non sono mai “cattivi”, a meno di guasto della bottiglia stessa, grazie all’evoluzione raggiunta nel settore, però rimane il dubbio: sarà passabile o sarà buono? Sarà più che buono? È passabile, ma proprio non fa per me questo tipo di vino?

Se l’amico chiede “Consigliami un rosso decente, per portarlo a pranzo da un amico” cosa dirgli che sia facile da trovare, sia un prodotto che piace a molti e costi poco? Ormai lo so: se l’unico parametro è questo, un bel Nero d’Avola del siciliano Rapitalà: un vino che riscuote sempre più successo di un produttore che tiene al proprio nome e mantiene bassi i prezzi senza sacrificare troppo la qualità.

Natale e Capodanno, quando gli italiani fanno “pop”.
Capisco lo smarrimento di chi si trova a guardare vini le cui etichette non dicono nulla, o dicono perfino cose sbagliate (certi vini dolci spacciati come “a tutto pasto”), pieni di nomi che non significano nulla a chi non li conosce “di assaggio”. Dolce? Brut? Moscato? Cuvée? Trento Doc o Franciacorta Docg? Ci si trova a guardare un moscato spumante dolce Duchessa Lia a 2,59 euro e a fianco un Asti Docg spumante dolce di Martini & Rossi a 4,29 euro e chiedersi: cosa cavolo cambia? Butto solo un euro e mezzo in più o li merita? Idem di fronte a un Brachetto d’Acqui Araldica in offerta col 50% di sconto, crollato da 9,90 euro a 4,95 euro: sarà buono o lo sconto è sospetto? E quante offerte di prosecchi e di spumanti brut!

Moscato dolce di “Duchessa Lia”, Asti Docg spumante dolce di “Martini & Rossi”, Moscato spumante dolce di “La Versa”: chi è il terzo incomodo dozzinale accanto a due ottimi prodotti economici?

Se per scegliere la bottiglia di Capodanno ancora c’è tempo, per Natale ormai mancano 24 ore. Cosa comprare oggi da abbinare al panettone o in generale ai dolci per il cenone o per il pranzo di domani? Io dico, e sarò ottocentesco nel dirlo, che a Natale, col dolce, ci vuole uno spumante dolce. Magari di quel vitigno aromatico che tanto ha dato alla storia spumantistica del Piemonte, il moscato bianco. Anzi, un bello spumante dolce fa allegria e accompagna tutto il periodo natalizio.

Chissà quante fanciulle, nelle case addobbate a festa, lasciano scorrazzare e giocare i coniglietti per le stanze, senza badare nel clima festoso alle buone maniere e senza assillarli con lo studio, magari prendendoli in grembo e imboccandoli a merenda con crema Chantilly, facendo loro sorseggiare un dito di moscato spumante dolce dolce per poi guardarli mentre leccano fino all’ultima goccia nel bicchiere e fanno saettare la linguetta sui baffi, tutti felici.

Ecco i miei consigli da supermercato: Moscato spumante dolce La Versa e Asti Docg spumante dolce “Sigillo Blu” Martini & Rossi. Due prodotti diversi che meritano entrambi di essere provati. Si trovano entrambi a prezzo contenuto: meno di 5 euro a prezzo pieno, meno di 4 euro con le offerte natalizie (mi pare 3,59 l’Asti Docg e 3,79 il Moscato). Cercherò di trasmettere le sensazioni in termini che siano il più possibile comprensibili soprattutto a chi non beve mai o quasi mai: chi beve li conoscerà già di certo o saprò inquadrarli a priori senza problemi.

Tra i due il mio preferito è il Martini. Più complesso e intenso del La Versa, più ricco di sensazioni, seppure simile (quasi indistinguibile al degustatore occasionale) grazie al grande vitigno da cui nasce e al metodo Martinotti (fermentazione in autoclave) che valorizza al meglio i sapori del moscato bianco spumantizzato.

Il Sigillo Blu è uno spumante con un bel colore più dorato che paglierino, luminoso, cristallino, in cui si riflettono bene le luci. Il perlage, ovvero le bollicine, sono numerose e durano per parecchi minuti, anche se la grana non è straordinariamente fine: un buon mix di piccole bolle e bolle a punta di spillo, in gioiose catene. Ora il punto forte, l’aroma: di buona intensità e con un bouquet abbastanza complesso, che si apre con eleganza e finezza facendo provare in sequenza blandi sentori floreali generici con una punta di agrume, il fruttato tra la banana e la pesca (facilmente percettibile) e quella nota erbacea di sfondo del vitigno aromatico che non so mai definire con certezza “salvia” o “muschiato”.

A berlo non scalda molto come alcool (7,5% appena, è leggero), ma ha una bella morbidezza e densità minerale, direi “cremoso” come se si aprisse appena passate le labbra in una larga spuma che invade e accarezza il palato. È dolce senza essere troppo dolce: adatto a chi ha gusti ottocenteschi, ma senza il rischio di offendere il palato delle persone più normali. In più è fresco, ovvero dotato di acidi quanto basta a stimolare bene la salivazione. Quando si ingoia arriva una punta amara di mandorla, la nota finale che con un cambio repentino, seppur lieve, dalla dolcezza all’amaro dona un tocco di serietà e di complessità. Molto apprezzata!

Le bollicine del Moscato “La Versa”, alcuni minuti dopo averlo versato.

Passiamo al Moscato spumante dolce di La Versa.
Da il classico moscato bianco spumantizzato piemontese del consorzio Asti, eccoci alla sua versione dell’Oltrepo’ pavese, da una cantina seria e famosa come La Versa.

Cosa dire se non che è prodotto eccellente, pur nella sua diversità?
Il giallo paglierino è tenue e cristallino, quasi trasparente come un velo, privo dei riflessi dorati precedenti. La spuma forma belle catene lunghe e non prive di alcune bollicine a punta di spillo che durano parecchi minuti dopo averlo versato (credo dieci almeno, poi l’ho bevuto). Punto forte la spuma: dura pochi secondi meravigliosi in cui forma una crema bianca, densa, che si dissolve assumendo rotondità da nuvola. Da ammirare.
Al naso somiglia all’altro moscato: l’erbaceo del muschiato tendente alla salvia, i fiori bianchi generici che dominano sul fruttato, dando una sensazione in cui i ricordi di tenue pesca e banana (quasi litchi?) sembrano più parte dell’aroma floreale che non indipendenti, il tutto coronato da un sentore agrumato di fiori d’arancio che ho faticato a riconoscere per via della mia inesperienza, ma quando l’ho scoperto poi è stato sufficientemente chiaro al naso. Questo maggiore sentore d’arancio pare dipenda dal moscato bianco locale, che ha questa sfumatura ulteriore rispetto al tipico moscato piemontese. Sfumatura deliziosa, a mio avviso.

La spuma del Moscato “La Versa” appena versato, ben 24 ore dopo l’apertura.

Dolce in bocca, ma come nell’altro caso è un dolce che si sente bene senza essere eccessivo (100 grammi di zucchero per litro, come nelle classiche bevande gassate). Molto lontano dallo stucchevole. Domina su tutto la morbidezza, la cremosità di un vino ampio che si apre in bocca e la invade con gioia. Le molte bollicine visibili, avvolte nella dolcezza, nella morbidezza, nella buona mineralità, diventano appena un gentile solletico sulla lingua. Per chi ama bollicine un po’ più forti, ma pur sempre delicate, meglio il Sigillo Blu precedente. Nessuna nota finale: dolce inizia, floreale e un po’ fruttato, e dolce finisce.
Altra pecca rispetto al Sigillo Blu: l’intensità dei profumi è inferiore e questo è un peccato, data la buona complessità e la più che adeguata eleganza.

E ora la pecora nera.
Ahimè, ora l’inglorioso confronto con il moscato spumante dolce di Duchessa Lia (2,59 euro), marchio che mi faceva simpatia a priori e che comunque non fa schifo, ma per neanche due euro in più è meglio comprare bottiglie ben superiori!

Colore giallo paglierino, meno cristallino degli altri due, ma comunque adeguato.
Il profumo è più intenso e aggressivo che nell’Asti, ma è meno fine e complesso: è come una ragazza di strada, mezza nuda, che avanza spingendo su il seno con le mani, mentre le altre due erano graziose signorine abbottonate fino al collo che sorridevano timidamente. Domina su tutto una sensazione di frutta esotica (banana?) abbinata alla pesca, con dei fiori gialli sullo sfondo. Erbaceo o altri aromi, non pervenuti. Potrebbe essere un succo di frutta frizzante alcolizzato.

Spuma e bollicine ci sono, ma niente che meriti una nota positiva particolare. In bocca è dolce, molto poco caldo (6,5% di alcool, leggero), morbido, non altrettanto fresco quanto l’Asti e molto meno minerale/sapido di entrambi. Meno consistente, più “acquoso”, per capirci. Probabilmente dipende dai compromessi di produzione che hanno privilegiato il numero di grappoli e acini rispetto alla densità di sostanze estratte dal terreno per singolo acino.

Uno spumante di struttura debole, meglio al naso che in bocca, dotato di una semplicità estrema e di un dolcezza troppo dominante che fanno stancare in fretta. Un calice l’ho bevuto volentieri e ho pensato che ne avrei bevuto volentieri un altro a sera, ma non mi veniva voglia di berlo subito. Con i due precedenti mi sarei scolato in allegria una magnum senza battere ciglio (e chiedendo magari una jeroboam da 3 litri per la volta dopo).
Non vi perdete niente a non provarlo.

Felice Natale e auguri con una coppa di Asti spumante!

 

Guide per signorine: come si mangia una banana

Scritto da il 31 ott 2012 | Categorie: Documentari, Signorine e Galateo

Introduzione alla nuova sezione.
Con questo articolo apro una nuova sezione di Baionette Librarie, dedicata alle buone maniere e rivolta in particolare alle signorine, il cui bisogno di essere guidate per non cadere nella disgrazia è come sempre massimo, giacché la loro natura curiosa, la loro intelligenza vivace e il loro animo candido formano una combinazione che le rendono preda frequente delle intenzioni di uomini a tutto interessati meno che a un rispettabile matrimonio.

In più apro questa sezione nel tentativo di redimermi per la mia condotta passata. Fino a non molto tempo fa vomitavo fornicazione e onanismo, ero dedito al peccato e con i miei scritti incitavo le giovinette a cadere in disgrazia, a svergognarsi, ponendo sotto i loro occhi sconvolti immagini e scritti che non hanno posto sul Telefonoscopio di una signorina per bene. Immagini aberranti, in cui corpi femminili dalle deliziose proporzioni mostravano un priapus svettante sorgere subito sopra la più intima sede della Virtù. Fortunate sono le mie delicate lettrici che alla parola priapus hanno sbattutto occhi di cerbiatte, perché queste sono cose che sarebbe meglio non conoscere prima delle nozze.

“Pri… priapus?”

Seppur capiti frequentemente che tali cose abbiano posto in certi libretti collocati in seconda fila nella libreria di una fanciulla, nascosti dietro enormi bibbie o massicce enciclopedie. Giunta la notte la giovinetta li sfoglia con mani tremanti, divora ogni pagina con gli occhi luccicanti di desideri che potranno venire appagati solo dopo il matrimonio (sperando non capiti una disgrazia a svergognarla prima!), le gote in fiamme, il petto ansante e un calore, certamente ignoto ancora a molte mie lettrici, che divampa in luoghi di cui non sarebbe dignitoso parlare ora (ma di cui ogni signorina per bene dovrebbe parlare col proprio medico alla prima manifestazione, per essere istruita su come agire di conseguenza).

“Superomo”, nell’immagine il numero di aprile 1912,
è una rivista letta dalle fanciulle più insospettabili!
Ringrazio Angra per avermela segnalata.

I libretti piccanti, e certe riviste che giungono dall’Olanda in buste anonime, sono assai più diffusi di quanto l’Associazione Ginecologi del Regno si ostini a ritenere.
Quei vecchi barbagianni sono ancora fermi con la testa al tempo di Cavour. Non capiscono che ormai anche le più oneste fanciulle dalla condotta irreprensibile e dalla moralità indubbia sono esposte a letture che, senza adeguata guida medica, possono favorire atteggiamenti che mettano a repentaglio la loro Virtù.

Devo confessare, con l’amarezza e la sincerità che devono guidare il mio ruolo, che ai tempi in cui sprecavo le mie energie nel peccato, ho portato al traviamento almeno una fanciulla. Dico almeno una, perché di lei ho prove certe. Con il suo consenso vi mostro la triste parabola di Simonetta, un tempo delicata fanciulla non ancora maggiorenne, un fiore appena sbocciato che amava farsi chiamare Clio, vestiva con gusto e si dilettava con innocenti letture…

Prima di conoscermi: una signorina modello.

Poi scoprì il mio sito, venne esposta a lordure che prima nemmeno pensava potessero esistere, e da tempo, ormai, ha assunto in altri siti il più selvaggio nome di Tenger e ha sostituito i raffinati piaceri domestici del gentilsesso con la violenza della rievocazione storica, indossando sgraziate armature e circondandosi di rozzi energumeni pelosi la cui conoscenza dell’alfabeto è, nella migliore delle ipotesi, parziale.

Adesso: una guerriera dai capelli disordinati!

Affinché tali cadute non si ripetano, è necessario che al mio pentimento segua l’attiva educazione delle signorine per bene per insegnar loro come proteggersi da qualsiasi comportamento che le potrebbe precipitare in una spirale in fondo alla quale vi è la rievocazione storica o, perfino, la perdita della Virtù!

Fortunatamente Clio ha compreso la propria rovinosa discesa per tempo e si è preservata per servire come Vergine Guerriera del Culto di Gamberetta, ottenendo così del buono da una tragedia altrimenti inevitabile.

E ora la prima breve lezione…

 
Come si mangia una banana.
Mangiare frutta con decoro è un compito non sempre facile, se non si conosce la pratica per ogni singolo frutto. Il più difficile di tutti è la banana perché mentre con gli altri frutti, in situazioni non formali, tra amici, è lecito usare le mani, la banana può creare situazioni imbarazzanti per una signorina e per chi le sta vicino.

Situazioni imbarazzanti perché, spesso, l’innocenza del suo animo candido di fanciulla sulla strada per divenire donna si scontra con il più esperto, o per meglio dire malizioso e degenerato, sguardo maschile che fin dall’adolescenza è saturo di pensieri indegni. Pensieri che sta ai genitori correggere con bagni nel ghiaccio, genuflessioni sui ceci, frustate e il legamento delle mani in modo che non possano raggiungere certi parti del corpo di notte.

E così la fanciulla, con la banana stretta in una manina mentre l’altra scosta una ciocca di capelli dietro l’orecchio, il volto leggermente proteso verso il piatto, le labbra chiuse con ferma delicatezza intorno al carnoso frutto, si trova per l’improvviso silenzio della tavolata a guardar perplessa negli occhi i suoi amici che la fissano, ammutoliti, come se un ragno gigantesco le fosse caduto sul cappellino!
E l’eventuale vecchietto al tavolo accanto (i vecchietti hanno la malsana abitudine di fissare più del dovuto le fanciulle, per motivi che mal si accompagnano alla loro età) nel migliore dei casi borbotterà e scuoterà il bastone per aria, ma nel peggiore sarà steso al suolo in attesa di un massaggio cardiaco!

Quando mangiate vi sentite inspiegabilmente osservate?

So che molte mie lettrici sono completamente smarrite e non riescono a capire di cosa stia parlando, ma è giusto così: proprio perché non dovreste ancora conoscere il motivo di tanto subbuglio né la deprecabile mente maschile, non prima del matrimonio, vi serve questa guida da seguire con fiducia anche se non ne comprenderete il motivo.
A quelle a cui la lettura di certe riviste, e spero non altro, ha portato sufficiente comprensione da tingere le guance di delizioso rossore durante la lettura dei precedenti capoversi, beh, questa guida sarà ancora più utile per evitare imbarazzanti situazioni a loro già note e di cui non sapevano trovare soluzione: da oggi in poi non dovrete più rinunciare alla banana per evitare l’imbarazzo!

Proprio pochi mesi fa una deliziosa signorina coreana, Kwak Hyun Hwa, è stata bersagliata di eccessive attenzioni per il modo in cui ha mangiato una banana. La colpa? Averla mangiata come la mangiano gli uomini al di fuori delle cene di gala!
Sulla Virtù e innocenza della signorina mi sento di garantire a prima vista, nonostante il suo mestiere la porti a vestire meno di quanto sarebbe auspicabile, attirando così le malelingue, e non permetterò che si dica alcunché di offensivo in questa sede.

La signorina Kwak Hyun Hwa mostra come stava mangiando la banana,
per chiedere lumi a persone più esperte su cosa abbia fatto di sbagliato.

Se in una situazione informale ella ha mangiato una banana come la mangiavano gli altri e non ha compreso perché non avrebbe dovuto, la sua innocenza d’animo appare palese. Come si potrebbe pensare diversamente di un volto che esprima tale delicata femminilità e purezza, tale gentilezza di spirito? Le sue accorate dichiarazioni di innocenza provano l’assenza di qualsiasi malizia e consapevolezza:

“Pronto? Sono Kwak Hyun Hwa. Cosa c’è di sbagliato in questa foto? Voi come mangiate le banane e come potrei mangiarla io in un modo che non vi sembri zozzo? Ogni volta che mangio i miei occhi diventano così. E poi, quando mangiate voi non usate i denti o la lingua? Sono curiosa, per favore rispondetemi.”

“Detesto che tanti commentino senza conoscere la vicenda. Forse voi mangiate le banane con il naso? Accidenti, ho dovuto rispondere di nuovo perché mi sento così repressa.”

Solo un mascalzone oserebbe contraddire, senza prove incontrovertibili, la parola di una signorina! A chiunque ascoltasse tali accuse immotivate non resterebbe che prendere la difesa della fanciulla e sfidare a duello il diffamatore (come previsto dal Codice Gelli, articoli 157 e 158, in tali incivili evenienze).
Questo increscioso episodio ha rafforzato in me la consapevolezza di quanto un articolo sul giusto modo di mangiare le banane fosse necessario!

Come non si mangia una banana.
Per capire come una banana vada mangiata, prima di tutto analizziamo come le fanciulle di oggi, ahimè, troppo spesso mangiano le banane. Sfruttiamo come materiale didattico, per non attirare scandalo su nessuna signorina per bene, immagini di sventurate dal cui sguardo ben si evince che già da tempo hanno perduto innocenza e Virtù. Invito a notare come l’ultima immagine, in basso a destra, pur raffigurando una fanciulla ancora non del tutto svergognata nell’animo, a causa dell’atto compiuto la collochi, inconsciamente, sullo stesso piano delle altre fanciulle perdute. Quale signorina per bene, a causa di un banale gesto alimentare, vorrebbe essere scambiata per la più indecente demimondaine?


Notate come la mangiano: la tengono in mano, interamente o parzialmente sbucciata, e la portano alla bocca per morderla. Nei casi peggiori, per un impeto sulla cui natura getterò luce nel prossimo paragrafo, tengono l’altra mano dietro la nuca per spingere il volto incontro al frutto.

Perché è importante non tenerla in mano?
Prima di tutto per evitare che il gesto, accompagnato dall’uso della bocca senza l’intermediazione di posate, ricordi ai maschi pratiche che non riguardano la tavola (tranne in alcuni casi). In secondo luogo per evitare un riflesso naturale.

La giovane femmina, fiore di delicatezza e di bellezza, ha in sé un’ancestrale conoscenza di pratiche a cui è per Natura portata, giacché la Natura stessa la fece perfetta in ogni aspetto per onorare lo sposo, e queste pratiche, la cui rimembranza e predisposizione dovrebbero palesarsi solo dopo le nozze, possono affiorare precocemente stringendo in mano quel frutto dalla peculiare forma e consistenza. Ecco che allora, come una sposa devota, ella si trova a trattare il frutto in modi quantomeno bizzarri vista la situazione.

So che molte di voi non hanno capito nulla del mio discorso, ma è giusto così: a quelle abbonate a certe riviste spero invece di aver aiutato a svelare il mistero senza turbare con dettagli troppo espliciti l’animo. E alle signore già maritate spero di aver stimolato il riso al pensiero di quando ancora erano signorine innocenti.

Leccare qualsiasi parte del frutto o succhiarlo invece di morderlo, peggio ancora se con mugolii di piacere o infilando la lingua sotto la buccia a imitazione dello scostamento del praeputium, sono azioni da evitare assolutamente. Inaccettabile anche spingere la banana a fondo in bocca, fino alla gola, o spingerla contro la guancia. Mantenere il contatto visivo, occhi negli occhi, con un uomo durante queste azioni è ASSOLUTAMENTE inaccettabile.


Anche se tutte queste regole ora vi fanno spalancare gli occhi per lo stupore e vi paiono prive di senso, seguitele ugualmente. Un giorno, quando finalmente la vostra più alta aspirazione della vita femminile si sarà concretizzata in due o tre sani figliuoli, ripensando a tutte quelle regole imparate da giovinette capirete e arrossirete.

Come si mangia una banana?
La regola, in parole povere, è di usare il coltello per tagliarla a rondelle e poi mangiarle. Entrando un po’ più nel dettaglio, possiamo affidarci alle parole della guida di buone maniere di Debrett:

La banana non deve mai essere mangiata a tavola come farebbe una scimmia. Per prima cosa sbucciala con il coltello, togliendo la buccia suddivisa in strisce verticali. Taglia via circa un centimetro di ogni estremità e poi taglia basse rondelle e mangiale con le dita oppure con la forchetta, se disponibile

Guida che non mi lascia soddisfatto appieno.
La mia versione, più precisa e rigida al fine di evitare ulteriori problemi in cui una signorina potrebbe incorrere, è questa:

  1. Se la banana non è collocata nel piatto e non è previsto che sia la servitù a servire la frutta scelta, la prelevi con una pinza da cibo per evitare qualsiasi contatto. Se la pinza non è disponibile, rinunci alla banana. Se non vuole rinunciare, la prenda per l’estremità tenendola tra i polpastrelli di indice e pollice.
  2. Con la forchetta tenga ferma la banana nel piatto, sdraiata su un lato, e usi il coltello per incidere l’ultimo centimetro delle estremità fino a sfiorare il lato della buccia poggiato sul piatto.
  3. Sempre tenendo la banana ferma con la forchetta, faccia due lunghe incisioni che vadano da un estremo all’altro del frutto, possibilmente con un solo movimento continuo per incisione.
  4. Quattro.
  5. Con l’impiego di coltello e forchetta assieme (mai le dita!), afferrate un lembo della buccia separata e scoperchiate il frutto. Potete poggiare la buccia di fianco al frutto o a una delle sue estremità.
  6. Con forchetta e coltello tagliate due o tre rondelle. Per evitare la rottura delle rondelle, può usare la punta del coltello per aiutare il sollevamento dopo averle infilzate.
  7. Buon appetito!

Le incisioni devono essere sufficientemente distanziate da permettere sia di scoperchiare la banana che di tagliare ed estrarre comodamente le rondelle. Per maggiore comodità si può seguire la conformazione della buccia stessa, già divisa dalla natura in spicchi si sufficiente larghezza.

Sconsiglio di tagliare a rondelle tutto il frutto: nonostante non sia obbligatorio tagliare poche rondelle né sia disdicevole chi non lo fa, ritengo che sia preferibile seguire la medesima regola dei due-tre bocconi adottata per imburrare e consumare il pane. Solo l’operaio dalla gavetta unta di socialismo e il più squallido dei suoi padroni, il gretto parvenue, imburrano tutta la fetta o più fette prima di mangiare. Consiglio che le rondelle siano basse, circa un centimetro, per evitare che nell’ingoiare il bolo alimentare questo movimento della gola stimoli pensieri indecenti nelle menti più degenerate.

Ora che sapete come non rinunciare più alle banane, fate buon uso di questo gradevole frutto ricco di storia e carboidrati: circa 23 grammi di glicidi in un frutto sbucciato di 150 grammi, pari ai carboidrati di due fette di pane in cassetta, di cui solo 3,6 grammi sotto forma di amido e i restanti divisi tra glucosio e fruttosio. Non molto diversa dall’uva che è simile per quantità e tipologia degli zuccheri (e indice glicemico), ma ha solo la metà del potassio e un decimo della vitamina A della ricca, nobile, banana.
In entrambi i casi le proteine sono in quantità trascurabile, seppure la banana ne abbia più del doppio dell’uva, e i grassi sono pressoché assenti.