I piccioni fotografi di Neubronner

Scritto da il 07 gen 2012 | Categorie: Fatine, Grande Guerra, Storia, Storia Militare

Un breve articolo, giusto qualche informazione, per segnalare un dispositivo interessante per chi si occupa di Steampunk o di romanzi ambientati nei primi anni del ’900: il piccione con fotocamera di Neubronner.

Julius Gustav Neubronner (1852-1932) apparteneva a una storica famiglia di farmacisti di Kronberg im Taunus, una cittadina dell’Assia. Fin da adolescente, nel 1865, aveva sviluppato un grande interesse per la fotografia. Nel 1886 ereditò la farmacia del padre a Kronberg e nel 1891 trasferì casa e negozio presso la “chiesa contesa”, un edificio che doveva ospitare una chiesa cattolica mai inaugurata.

Dopo il 1902 cominciò a usare i piccioni per ricevere rapidamente sostanze chimiche dal suo fornitore di Francoforte (un piccione poteva portare fino a 75 grammi di prodotti).
Impiegò i piccioni anche per spedire ordini urgenti di medicine al famoso sanatorio fondato nel 1876 da Dettweiler a Königstein im Taunus (circa 5 km in linea d’aria tra le due località), ma la cosa terminò dopo tre anni quando il sanatorio divenne un convalescenziario per ufficiali nel 1907.
L’idea non era originale: l’aveva già avuta il padre Wilhelm molti anni prima, quando le farmacie nei villaggi circostanti erano ancora rare. Neubronner ci ripensò a causa di un articolo di giornale che parlava di un sistema simile impiegato a Boston.

Julius Neubronner ebbe anche clienti molto illustri. La Principessa Vittoria di Sassonia-Coburgo-Gotha, figlia primogenita della Regina Vittoria d’Inghilterra, conosciuta col nome di Imperatrice Federico (Kaiserin Friedrich) dopo la morte dell’Imperatore Federico III nel 1888, scelse come sede per gli ultimi anni di vita (morì nel 1901) lo Schloss Friedrichshof presso Kronberg im Taunus. Julius Neubronner divenne il suo farmacista di corte.
Ma non è la sua carriera di farmacista a interessarmi.

Nel 1903 la passione per la fotografia si unì a quella per i piccioni.
Neubronner realizzò delle fotocamere in legno di peso ridotto, 30-75 grammi, da agganciare al petto dei piccioni tramite cinghie e un’armatura in alluminio. Neubronner testò il sistema di foto aeree portando il piccione a 100 chilometri da casa. A causa del peso il piccione volava a solo 50-100 metri dal suolo e (vantaggio) tendeva a prendere il percorso più breve per potersi liberare dell’attrezzatura. Le fotografie venivano scattate in automatico tramite un sistema pneumatico che gestiva l’intervallo di scatto.
Ottenne il brevetto nel 1908 e presentò l’invenzione alle esposizioni internazionali di Dresda, Francoforte e Parigi tra il 1909 e il 1911, riscuotendo un notevole interesse. A Dresda i visitatori poterono assistere all’arrivo dei piccioni che scattavano le foto e comprare le cartoline con le foto appena sviluppate. Al Salon International de l’Aéronautique et de l’Espace de Paris-Le Bourget ottenne due medaglie d’oro, nel 1910 e nel 1911, per il metodo impiegato e per la qualità delle foto.



Julius Neubronner nel 1914; una foto aerea dello Schloss Friedrichshof e due di Francoforte fatte dai piccioni; schizzo dell’imbracatura dal brevetto depositato nel 1907; piccioni con imbracature e fotocamere; articolo d’epoca. Notare le fatine cancellate in queste foto manomesse dopo il 1918.
 

L’invenzione di Neubronner venne considerata molto utile per l’uso militare, nonostante l’invenzione degli aerei che permettavano ricognizioni aeree fotografiche molto superiori a quelle prima possibili per mezzo dei soli palloni. Il piccione aveva il vantaggio di poter sfrecciare a quota inferiore, catturando foto dietro le linee nemiche senza la visibilità di un aereo. Pur con tutti i problemi, incluse fucilate e uccelli da preda messi a difesa delle trincee, il piccione fotografo aveva i suoi vantaggi.

Il Ministero della Guerra Prussiano si interessò all’idea e lo scetticismo iniziale venne superato da una serie di dimostrazioni pratiche. I piccioni erano indifferenti alle esplosioni, ma il rapido spostamento delle gabbie durante i combattimenti li costringeva a impiegare un po’ di tempo ulteriore per orientarsi. Il problema delle colombaie mobili era stato già affrontato nel 1880 dall’esercito italiano, con risultati alterni, e il capitano d’artiglieria francese Reynaud lo risolse allevando i piccioni all’interno di colombaie itineranti.

Neubronner raggiunse una soluzione simile costruendo una colombaia mobile con inclusa la camera oscura, pitturata con colori sgargianti. In alcuni mesi di lavoro riuscì a istruire dei giovani piccioni a tornare alla colombaia anche dopo che questa era stata spostata. Non ho idea del modo: immagino che abbiano imparato a scandagliare l’area circostante alla ricerca della struttura quando non lo trovavano nel posto in cui si aspettavano di trovarla. La impiegò con successo a Dresda nel 1909.

Dopo anni di negoziati Neubronner ottenne un test pratico dei suoi piccioni fotografi per le manovre militari presso Strasburgo, nell’agosto del 1914, a cui sarebbe seguito l’acquisto dell’invenzione da parte della Germania. La manovra saltò per lo scoppio della guerra, ma non il test: i militari presero colombaie e piccioni e li testarono sul campo di battaglia, con risultati soddisfacenti.

Con l’inizio della guerra di trincea, i piccioni riebbero il ruolo di messaggeri che il telefono aveva minacciato negli anni precedenti, inclusi i nuovi piccioni da ricognizione di Neubronner. I piccioni fotografi ottennero un tale successo alla Battaglia di Verdun che le colombaie mobili vennero impiegate in quantità maggiore per la Battaglia della Somme.
I piccioni vennero impiegati come messaggeri da entrambe le parti. Lo United States Army Signal Corps utilizzò 600 piccioni in Francia. Il piccione Cher Ami ricevette la Croix de Guerre per aver consegnato 12 importanti messaggi durante la Battaglia di Verdun. Venne colpito nell’ottobre del 1918 mentre portava un messaggio che salvò 194 soldati del Battaglione Perduto. Sopravvisse, ma perse una zampa e gliene fecero una nuova in legno. Srsly.

Sfortunatamente, finita la guerra, complici forse le condizioni folli imposte dal Trattato di Versailles, il Ministero della Guerra disse a Neubronner che la sua invenzione non aveva un uso militare pratico e dunque non intendevano proseguire gli esperimenti.

Neubronner era anche appassionato di lanterne magiche e di cinema. Nel 1905 fondò la Fabrik für Trockenklebematerial che ancora esiste col nome di Neubronner GmbH & Co. KG, per vendere il nastro perforato adesivo che aveva ideato a partire dalle sue esperienze sull’incollaggio delle fotografie alle lastre in vetro per le proiezioni della lanterna magica.
Un professionista pieno di idee e di interessi, anche se preferisco ricordarlo come l’uomo che studiò un sistema per attaccare una macchina fotografica al proprio uccello.

Colombaia motorizzata francese della Grande Guerra.

Sempre a tema piccioni e fotografia, qualcosa di completamente differente.
Durante la guerra Franco-Prussiana del 1870-1871 Parigi, che visse l’episodio storico della Comune, venne assediata dai tedeschi. Per poter ottenere informazioni dall’esterno, Parigi iniziò a inviare tramite mongolfiera i piccioni fino a Tours. Il via vai di mongolfiere su Parigi, nel tentativo degli assediati di sopravvivere ottenendo alimenti tramite questo bizzarro (e ridicolo) ponte aereo, non piaceva molto ai tedeschi che tentavano di abbattere i palloni come potevano e pare che la Krupp sviluppò apposta un primo tipo cannone contraereo di cui non ho mai trovato immagini.

I piccioni arrivati a Tours potevano ricevere i messaggi e ripartire. Dove sta la fotografia? Semplice. Inviare brevi messaggi scritti in miniatura su carta finissima non è particolarmente efficiente come sistema e i francesi iniziarono a inviare pellicole fotografiche con le foto delle pagine dei dispacci, in pratica dei microfilm. Il primo uso militare dei microfilm storicamente accertato. In tal modo un piccione poteva portare addosso molte più informazioni: uno dei tubi inviati nel gennaio 1870 conteneva 6 dispacci ufficiali e 15 privati. Il tutto su un singolo piccione! Un piccolo miracolo della miniaturizzazione fotografica.

Non che i piccioni fossero molto efficienti come messaggeri, comunque: pare che nel novembre 1870 di 89 piccioni inviati ne arrivarono a destinazione solo 19 e nel febbraio 1871 dei 22 piccioni partiti da Tours solo 3 arrivarono a Parigi (stime di Savelon). Cattivo tempo e cacciatori francesi affamati, nonché gli sforzi prussiani per abbattere i piccioni tramite fucilate e falchi, rendevano quello del piccione viaggiatore un mestiere infame. Non per niente, per chi disponeva di personale addestrato come l’esercito prussiano, si impiegavano le astute e rapide fatine nel ruolo di staffette. Come è noto.

 
Fonti principali:
http://en.wikipedia.org/wiki/Julius_Neubronner
http://en.wikipedia.org/wiki/Pigeon_photography
http://www.cix.co.uk/~mhayhurst/jdhayhurst/pigeon/pigeon.html

 

La telefonia mobile di cento anni fa (e un po’ di cinema)

Scritto da il 04 ott 2011 | Categorie: Filmati d'epoca, Steampunk, Storia, Storia Militare

Quando si parla di telefonia mobile si pensa subito ai cellulari e all’esplosione della loro diffusione negli anni ’90. Chi ha qualche informazione storica in più ricorderà il primo telefono portatile commerciale Motorola del 1983, DynaTAC 8000x, il cui prototipo risaliva al 1973. Era un attrezzo massiccio (poco più di un 1 kg), più simile per dimensioni e peso ai telefoni militari degli anni ’60 che ai cellulari di oggi.
L’inventore, Martin Cooper, ci scherzava sopra dicendo

“La batteria [durante la telefonata] durava solo 20 minuti, ma questo non era davvero un gran problema perché non potevi tenerlo sollevato così a lungo.”

E dai telefonini per telefonare si è poi evoluto il mondo dei telefonini usati come lettori MP3 e per fare fotografie, fino agli smartphone con cui giocare, leggere, guardare video ecc…

Meno noto è invece che l’interesse mondiale per i telefonini risalga a prima della Seconda Guerra Mondiale. Molto prima. E che pure l’idea di usare il telefonino non per chiamare qualcuno, ma per ascoltare musica conservata nel cloud, in streaming, risalga a 90 anni fa e abbia radici ancora più antiche (ma su queste tornerò in un articolo dedicato allo streaming pre-1900).

Si può vedere a dimensioni maggiori su YouTube

 
Il cortometraggio risale al 1922 ed è stato realizzato dalla British Pathé, società cinematografica che al giorno d’oggi si occupa principalmente di vendere i diritti d’uso del suo archivio storico di oltre 90.000 pellicole girate tra 1897 e 1976. Gli archivisti di British Pathé hanno scoperto questa pellicola e sono rimasti stupiti dal contenuto, tanto da lanciare un appello a chiunque possieda informazioni sul dispositivo rappresentato e sulle attrici. Il Telegraph ha diffuso la notizia del ritrovamento e fatto rimbalzare l’appello nel maggio 2010.
British Pathé produsse cinegiornali dal 1910 al 1976, cominciando con la Pathé Gazzette bisettimanale e arrivando nel 1930 ad avere ben quattro diversi cinegiornali in produzione. Uno di questi era la cinerivista Eve’s Film Review, da cui proviene il filmato, che si occupò di argomenti per il pubblico femminile tra 1921 e 1933.

Ne approfitto per una breve incursione nella storia del cinema.
British Pathé nacque nel 1902 come filiale britannica della Pathé francese, fondata nel 1896 a Vincennes da Charles Pathé e i suoi due fratelli. Pathé si occupava di tutto il processo di produzione del film, dalla fabbricazione della pellicola da impiegare (nel 1912 brevettarono una pellicola ignifuga da 28 mm) fino alla distribuzione del film completato (ideò nel 1907 il principio per cui le pellicole non si vendono ai cinema, si noleggiano). Pathé inventò nel 1908 i cinegiornali, idea innovativa che ebbe un enorme successo fino alla diffusione di massa della televisione. Pensate ai cinegiornali americani durante la Seconda Guerra Mondiali e all’uso del cinema come mezzo di propaganda da parte di Mussolini e Hitler.

Quella britannica non fu l’unica filiale. Nel 1909 Pathé aveva più di 200 sale cinematografiche tra Francia e Belgio e dal 1910 si era espansa con stabilimenti a Madrid, Roma, Mosca e New York, più altri in Australia e in Giappone. Pathé dominava il mercato delle macchine da presa e dei proiettori: si stima che prima della Grande Guerra il 60% dei film del mondo venissero girati con attrezzature Pathé (fonte: wikipedia).

Il 1894 fa riferimento al negozio di grammofoni aperto da Pathé e non alla società cinematografica: tutto iniziò proprio con quel negozietto, quando Charles Pathé capì quanto era promettente la nascente industria dell’intrattenimento.
 

Pathé fu tra i produttori dei primi serial del mondo, ottenendo un successo notevole con The Perils of Pauline del 1914, serie di 20 episodi (due da 30 minuti e gli altri da 20 minuti) che venne trasmessa molte volte nei cinematografi durante gli anni ’10 e ’20, talvolta in versioni modificate o accorciate. È sopravvissuta solo l’edizione accorciata da 9 capitoli appena, della durata di 214 minuti.
La trama in poche parole:

Marvin, il ricco tutore di Pauline, muore e lascia tutto alla ragazza, ma con il vincolo che l’eredità sarà amministrata dal suo segretario, Koerner, fino a quando Pauline non si sarà sposata. Giustamente una ragazza ha bisogno della custodia di un uomo, sia esso il padre o il marito, altrimenti butterebbe tutti i soldi in capricci insensati: saggia scelta, Marvin.

Pauline però non vuole sposarsi subito, preferisce viaggiare e vivere avventure per prepararsi a una carriera da scrittrice. Il fatto che voglia informarsi, addirittura “sul campo”, la pone a centinaia di chilometri sopra la feccia degli scrittorucoli italiani che si accontentano, come Marina Lenti (autrice pubblicata da Delos Books e moderatore storico di Fantasy Magazine), di “una cultura media da film“.

Koerner non è scemo e vuole impadronirsi dell’eredità per cui approfitta della voglia di avventure per tramutare ogni viaggio in un tentativo di omicidio. Pauline viene regolarmente rapita o minacciata da cattivi di ogni sorta, inclusi pirati e indiani americani.

Grazie al successo di questa serie Pathé produsse nel 1914 un’altra serie simile, The Exploits of Elaine, in cui una fanciulla (interpretata da Pearl White, la stessa attrice che faceva Pauline) cerca l’assassino del padre con l’aiuto di un detective (no, nonostante il titolo ambiguo non è una serie porno). Nel 1915 arrivò il seguito, The New Exploits of Elaine, e poi una terza stagione conclusiva, The Romance of Elaine.

Come potete notare il meccanismo attuale di “se piace al pubblico facciamo un’altra stagione e poi un’altra finché non diventa una boiata e il pubblico ci manda affanculo o la poca dignità rimasta ci impone di piantarla” aveva già messo radici cento anni fa (in fondo mutuava il meccanismo dal mondo delle serie di racconti e romanzi, come quelli su Sherlock Holmes, personaggio di cui Doyle cercò di sbarazzarsi nel 1891).

 
Le serie di inizio ’900 erano perlopiù opere d’azione con eroi che prendevano a calci nel culo i cattivi e salvavano fanciulle in pericolo (anche se Pauline è molto più ricca di risorse della tipica damigella cliché indifesa). Il che è naturale considerando che era cinema muto per cui, francamente, lo spazio per i dialoghi brillanti non è che fosse molto. Sarebbe interessante provare a girare Dr. House nel 1911, muto.

Tra i serial di successo dell’epoca vi furono i tedeschi Arsene Lupin Contra Sherlock Holmes (5 episodi, 1910) e Homunculus (6 episodi, 1916), lo statunitense The Hazards of Helen (119 episodi tra 1914 e 1917), i francesi Nick Carter, le roi des détectives (6 episodi, 1908), Fantômas (5 episodi tra 1913 e 1914) e Les Vampires (10 episodi tra 1915 e 1916).

Pathé si lanciò anche nel mercato home video ante-litteram, ben prima di VHS e BetaMax (e perfino della televisione), con un sistema basato su pellicole da 9,5 mm perforate nell’interlinea (Pathé Baby) che inizialmente prevedeva solo il proiettore e solo dopo arrivò la macchina da presa apposita.
Pathé Baby ebbe un notevole successo nei decenni successivi, soprattutto in Europa (dove vennero venduti gran parte dei 300.000 proiettori), nonostante la concorrenza crescente del formato Kodak da 8 mm (qualitativamente molto peggiore) introdotto nel 1932. Scomparve nel 1960 assieme alla Pathescope Ltd. che se ne occupava, ma alcuni fanatici lo usano ancora (come sono rimasti ancora alcuni che usano l’ottimo Betamax o l’eccellente LaserDisc e, tra qualche decennio, diremo lo stesso dei fanatici che collezionano e consumano romanzetti in cartaceo, facendoli stampare apposta col Print on Demand).

Vi ricordo l’articolo dell’anno scorso sul rivale di Pathé nell’ambito dei cortometraggi erotici, l’austriaca Saturn Films di Johann Schwarzer.

Pellicole d’epoca da 9,5 mm con perforazione nell’interlinea.
Prima della Seconda Guerra Mondiale era il formato preferito per i filmati porno amatoriali.
Lo dico per sentito dire, all’epoca non c’ero. E comunque non ero io in quel video. PUNTO.

 

Chiudo la parentesi cinematografica, scritta solo per via delle informazioni spendibili per chi si occupa di Steampunk e Dieselpunk (se non le mettevo in un articolo così non avrei saputo dove infilarle), e torno alla telefonia mobile.

La mia opinione è che il telefono mostrato nel video non fosse un vero prototipo di qualcosa, ma solo un oggetto inventato allo scopo di descrivere le potenzialità dei dispositivi mobili al pubblico. Un elemento più futuristico che reale, senza possibilità di apparire davvero sul mercato (non appaiono marchi o altro nel video).
Ma questo non significa che non ci fossero già compagnie dedicate allo sviluppo di brevetti per la telefonia mobile. Il 1902 può essere considerato l’anno di inizio della Generazione Zero della telefonia mobile (0G, 1902-1983, incluse le ricetrasmittenti usate come telefono dai militari), con la diffusione sulla stampa statunitense delle notizie sugli esperimenti di Stubblefield (a cui seguì un brevetto per telefoni senza filo nel 1908).

Nathan Stubblefield era un coltivatore di meloni con l’hobby dell’inventore. Già negli anni 1880 si era occupato di telefonia “senza cavi” e per vent’anni cercò di trovare un modo di inviare chiaramente la voce attraverso l’aria o il suolo. Non si può considerare uno dei padri della radio (come Tesla, Braun, Popov o Marconi) perché il suo telefono non funzionava modulando in ampiezza o in frequenza le onde radio, ma trasformando il segnale audio pari pari in segnale elettromagnetico (la lunghezza d’onda della voce è molto maggiore quando portata in elettromagnetico). In pratica niente onde radio in alta frequenza.

Questo sistema di “induzione della frequenza” ha lo svantaggio di funzionare bene solo in prossimità della sorgente, quindi con un raggio di trasmissione molto ridotto. Non era un’idea nuova, ci avevano provato (senza evidentemente lo stesso successo) già Trowbridge, Preece, Phelps ed Edison nel ventennio tra il 1880 e il 1900. Stubbefield si occupò molto anche di conduzione terrestre, campo già esplorato fin dagli anni 1850 dagli esperti di telegrafia (si accorsero che le comunicazioni telegrafiche potevano essere ricevute anche da una macchina scollegata dal cavo, su brevi spazi), sempre allo scopo di creare il telefono senza fili.

Nel 1898 brevettò una batteria sepolta (non ho trovato il nome tecnico in italiano). In parole povere due elettrodi di metalli diversi, nella versione di Bain del 1841 erano in zinco e rame, che ottengono la corrente elettrica “gratis” come prodotto di scarto dell’azione dei campi magnetici che attraversano il suolo (non è un granché come spiegazione, ma immaginate la batteria al limone o quella con la patata: non proprio qualcosa con cui far funzionare il PC). La batteria di Stubblefield includeva un solenoide oltre al resto.
Come mai si interessò al mondo delle batterie? Ovviamente per rifornire di corrente il suo telefono! Tutta la sua carriera di inventore girò attorno al telefono senza fili (chi ha pensato “ma allora è finito come un morto di fame!” riceve un bel più sul registro).

Stubblefield fece una dimostrazione pubblica della trasmissione di voce e musica il primo gennaio 1902, di fronte a mille spettatori, sfruttando la conduzione terrestre per inviare suoni a cinque postazioni riceventi nel raggio di mezzo miglio (800 metri). Il 20 marzo 1902 a Washington D.C. trasmise musica e voce dal vaporetto Bartholdi verso la riva, a un terzo di miglio di distanza, attraversando l’acqua e il suolo. L’esperimento andò meno bene quando lo tentò a New York nel giugno 1902 perché la diffusione della corrente alternata interferiva con la conduzione terrestre del segnale. Considerando quanto è stata importante la corrente alternata di Tesla per plasmare il Secolo Elettrico (citando la definizione di Robida), non è certo un problema di poco conto: pur con tutta la buona volontà e l’ingegno dimostrato, il telefono di Stubblefield era una porcata.

Stubblefield con la comodissima postazione ricevente del 1907 per le telefonate a induzione di frequenza (VLF, Very Low Frequency).
È piccola quasi come l’antenna dell’iPhone, nevvero?

 
Il numero del 24 marzo 1902 del Washington Times loda i risultati di Stubblefield e dice che sfruttando per la trasmissione dei bastoni di acciaio da affondare nel terreno per tre piedi (quasi un metro) era possibile comunicare a una distanza variabile tra le 300 iarde e il mezzo miglio (270-800 metri). I bastoni d’acciaio, che fungono da tralicci, sono avvolti da una bobina e collegati agli apparati elettrici di ricezione e trasmissione (l’apparato installato sul vaporetto Bartholdi).

La conduzione terrestre si era dimostrata un problema per colpa della corrente alternata diffusa nelle città più avanzate. Stubblefield iniziò a impiegare grandi bobine circolari per inviare la voce alla stazione ricevente e nel 1903 riuscì a trasmettere a 114 metri di distanza usando solo l’induzione di frequenza. Nel 1904 arrivò a 386 metri. La quantità di cavi necessari per la postazione di trasmissione e quella ricevente era tale da bastare a usarli per collegare un telefono tradizionale, ma con questo sistema c’era il vantaggio di poter spostare comodamente le postazioni.
Nel 1907 una bobina di trasmissione di appena 18 metri di cavo riuscì a trasmettere in modo adeguato a 400 metri di distanza. Nel 1908 Stubblefield ottenne il brevetto, come detto all’inizio. Nel brevetto dice che quel sistema può essere utile per trasmettere telefonate tra le stazioni ferme e veicoli in movimento come treni, navi o automobili.

Nathan Stubblefield tiene in mano la comoda “antenna” del ricevitore (che a quanto si capisce dal brevetto è un contenitore di metallo con dentro la bobina), mentre la moglie Ada Mae guarda e la figlia Pattie porta all’orecchio la cornetta.

 
Ringrazio Angra (autore del romanzo science-fantasy Marstenheim) per avermi aiutato a capire meglio il funzionamento del telefono mobile di Stubblefield. Altre info su Stubblefield qui, qui e qui.

Per concludere infilo qualche dispositivo radio portatile impiegato in ambito militare.
Nel numero del giugno 1931 di Modern Mechanix era presente un blindato con postazione radio, dotato di otto ruote. Uno dei primi esemplari di applicazione della radio ai veicoli da combattimento (divenuta poi cosa comune nei carri armati successivi). Gli inglesi, dopo l’occupazione della Mesopotamia alla fine della Grande Guerra, si trovarono a dover risolvere il problema delle comunicazioni con i soldati nelle vaste aree da pattugliare sia in Iraq che sulla frontiera dell’India con l’Afganistan. La risposta (ovvia) fu il blindato con annesso un apparato ricetrasmittente.

 
Non sono sicuro del modello, ma per esclusione credo che sia un Rolls Royce Indian Pattern. Non ho trovato foto per cui non posso dire di essere sicuro, ma la descrizione del modello indiano parla di una torretta a cupola con spazio per quattro mitragliatrici e di un corpo più lungo rispetto alle altre autoblindo Rolls Royce per contenere più equipaggiamenti… e infatti nella foto c’è una coppia di ruote posteriori in più.

Ma una postazione radio su un veicolo non è sufficiente. La fanteria spesso ha bisogno di trasmettere per chiedere appoggio alla base o per comunicare all’interno della compagnia, senza dover inviare staffette in giro. Ad esempio una squadra che tiene un nido di mitragliatrici può dover comunicare la presenza del nemico a livello di plotone e la radio portatile di plotone, di dimensioni e portata maggiore, può chiedere il supporto dell’artiglieria a livello di reggimento (o i bombardieri). La possibilità di trasmettere a livello di squadra e di plotone, senza doversi basare solo sulle postazioni radio fisse, è stata un elemento fondamentale nei cambiamenti della tattica militare dalla Seconda Guerra Mondiale in poi (come dice Antoine Bousquet in The Scientific Way of Warfare si passa dalla “Guerra Termodinamica” alla “Guerra Cybernetica”, ovvero basata sul controllo e sulle comunicazioni).

Facendo degli esempi concreti, questo è un radiotelefono a zaino (SCR-300), simile a quelli che si vedono spesso nei film sul Vietnam:

 
È stato adottato nel 1943. È voluminoso e costringe a far portare l’equipaggiamento dello zaino del soldato che la trasporta agli altri soldati. Il peso è tra i 15 e i 17 Kg, in base alla batteria. Ha il vantaggio di avere un raggio di trasmissione discreto (soprattutto se si considera che era una grossa novità durante la Seconda Guerra Mondiale), quasi cinque chilometri con l’antenna estesa al massimo. La ricetrasmittente SCR-300 fu la prima a ricevere il nomignolo di walkie talkie.
In realtà nel Vietnam veniva impiegato un modello successivo chiamato AN/PRC-25 (soprannominato Prick-25) che pesava appena 10 kg e aveva un raggio di trasmissione di cinque-sei chilometri con l’antenna corta, mentre saliva a trenta chilometri con l’antenna lunga (che era portata a parte in un sacco di tela agganciato a fianco del set radio, nell’imbracatura tipo zaino).

Questo invece è una ricetrasmittente più piccola, da impiegare a livello di squadra (o plotone) senza dover dedicare un soldato al suo trasporto, visto che pesa solo 2,3 kg (batteria inclusa) invece di 10 kg.

AN/PRC-6 con o senza la cornetta opzionale che rende più comodo l’impiego.
Il suo predecessore del 1940 era il modello SCR-536 (handie talkie).

 
L’AN/PRC-6 ha un raggio di meno di 300 metri nella giungla e di un chilometro e mezzo su terreno sgombro. Il corto raggio non è uno svantaggio: in questo modo si può comunicare in chiaro a livello di plotone o compagnia, trovandosi molto vicini al nemico, senza che il nemico possa intercettare a molti chilometri di distanza ciò che viene detto. Gli addetti radio “veri” comunicheranno poi in codice, magari usando perfino una lingua straniera come il Navajo o simili.
È stato usato dalla Guerra di Corea fino alla Guerra del Vietnam.

Per finire un link al famoso AN/ARC-5 Command Radio Set impiegato a lungo anche dall’esercito italiano (siamo campati per qualche decennio con la roba americana).
Famoso per il motivo che bastavano un po’ di scossoni per mandarlo a puttane e dopo era un casino calibrare di nuovo la macchina lavorando con la cuffia e le manopole. Una baracca delicata e fastidiosa. Mio padre la odiava (e quando ci siamo procurati di meglio aveva già un grado sufficiente per non doversene interessare).

Si può immaginare che tutte le ricetrasmittenti dei primi decenni avessero problemi e delicatezze più o meno gravi. Giusto nel caso si voglia mettere assieme gli equipaggiamenti militari degli anni 1940-1960 alle idee sulla telefonia mobile risalenti al 1880-1900 per una ambientazione Steampunk in cui gli eserciti già nel 1890 avevano strumenti radio pari a quelli di 50 anni dopo e, di conseguenza, combattevano in un modo che è una via di mezzo tra quello della loro epoca e quello di mezzo secolo dopo (tattiche di fanteria moderne -non fanteria di fila-, ma senza supporto aereo “serio” e con grandi/lenti carri armati in stile Grande Guerra in appoggio?).

Puntare sulla scarsa affidabilità e sui problemi di veicoli, organizzazioni, armi ecc… dà un tocco di realismo molto maggiore che concentrarsi su ciò che funziona. A funzionare sono bravi tutti allo stesso modo: è a guastarsi che ogni oggetto è diverso.

 

Considerazioni sulla Guerra in Libia

Scritto da il 23 ago 2011 | Categorie: Aeronautica e aerei, Storia Militare, Vita del Duca, Viva la Monarchia

Parlo spesso di vecchiume Ottocentesco, lo adoro, praticamente sono un rigattiere della narrativa, ed evito il più possibile riferimenti successivi alla Seconda Guerra Mondiale, tranne per parlare della storia nascosta dietro la sparizione delle fatine dall’Europa. Unito al pickelhaube in testa (insomma, non è nemmeno il copricapo della mia nazione!) e al tema kitsch del sito, credo che tutto questo dia l’idea che io sia estraniato dal mondo reale.

Non è così.
So benissimo che non siamo più nell’Ottocento, che quest’anno è l’11 e che siamo in un altro secolo. So benissimo che il presidente degli Stati Uniti non è più Theodore Roosevelt e che Federico III è morto da un pezzo, come la Regina Vittoria. Come so che la Guerra Russo-Giapponese del 1904-1905 è ormai storia passata, quasi insignificante per la vita di noi moderni. Ci sono altri conflitti ora, altre crisi.
Non è che non sappia cosa succeda, è solo che questo non è un blog di attualità. Se volessi fare due chiacchiere di cose attuali, non so, dell’attuale situazione nell’Africa del Nord, potrei chiedere: “Come va la guerra in Libia?”.
Ok, un argomento vale l’altro: parliamo della guerra in Libia.

Il mio parere è che prenderemo a calci in culo i Turchi.
Gli Ottomani sono troppo pochi e troppo deboli per tenere la Libia se il Regno d’Italia attaccherà con la necessaria forza. La Tripolitania sarà presto nostra e, statene certi, entro pochi mesi sarà tutto finito. Scommetto il mio monocolo che per il ’12 la guerra sarà finita e si passerà alle semplici operazioni di polizia nella nuova colonia. Sarà lunga, è un territorio immenso, ma ce la faremo.


Soldati italiani durante la battaglia finale per la cattura di Tripoli!
Se ne parla proprio in queste ore.

 

Il nordico sguardo dell’alpino si posa sul negro corpo del nemico, ormai inoffensivo.
 

E non c’è nulla da temere da parte delle altre nazioni.
È vero che si temono conseguenze sui territori balcanici sotto il dominio Turco, e state certi -ve lo dico io- che presto ci saranno rivolte anche lì, ma nessuno ci contesterà il possesso della Libia. È nostro diritto come nazioni tecnologiche possedere colonie adeguate al nostro prestigio, come è stato concesso alla Germania. E proprio la Germania, nonostante un certo disprezzo nei nostri confronti, ci sosterrà in cambio della nostra amicizia. Come i Britannici fecero 16 anni fa, quando ci aiutarono a penetrare in Etiopa sabotando l’invio dei fucili Berdan mandati dai russi ai negri. E prima ancora, con tacito consenso tedesco, ci permisero di entrare nel corno d’Africa. È un nostro diritto avere colonie da sviluppare e tramutare in futuri mercati verso cui proiettare prodotti finiti: l’economia parla chiaro, solo possedere colonie da sviluppare eviterà future crisi di grave sovrapproduzione! Ne va della pace militare ed economica globale!


Dirigibili italiani bombardano le posizioni turche.
 

Sapete che proprio noi italiani, troppo spesso snobbati come il fanalino di coda delle Grandi Nazioni, stiamo impiegando per primi aerei da ricognizione e dirigibili da bombardamento? Forse siamo poveri e forse il nostro Re non è alto e bello, ma siamo ingegnosi e tecnologici!
È stato il nostro capitano Carlo Piazza a volare per primo sopra le linee turche ed è stato il nostro tenente Giulio Gavotti, orgoglio italico, a lanciare bombe per primo da un aereo, un monoplano di produzione austriaca così leggero e delicato che ci vuole un cuore di leone solo per spiccare in volo! Ma gli italiani non hanno timore di volare a tiro del nemico, in trabiccoli di legno e tela, difesi solo dall’Amore per il Re e la Patria!


Gavotti su un aereo Farman, l’anno scorso.
 

«Ho deciso di tentare oggi di lanciare delle bombe dall’aeroplano. È la prima volta che si tenta una cosa di questo genere e se riesco sarò contento di essere il primo. Appena è chiaro sono nel campo. Faccio uscire il mio apparecchio. Vicino al seggiolino ho inchiodato una cassettina di cuoio; la fascio internamente di ovatta e vi adagio sopra le bombe con precauzione. Queste bombette sono sferiche e pesano circa un chilo e mezzo. Nella cassetta ne ho tre; l’altra la metto nella tasca della giubba di cuoio. In un’altra tasca ho una piccola scatoletta di cartone con entro quattro detonatori al fulminato di mercurio. Parto felicemente e mi dirigo subito verso il mare.

Arrivo fin sopra la “Sicilia” ancorata a ovest di Tripoli dirimpetto all’oasi di Gurgi poi torno indietro passo sopra la “Brin”, la “Saint Bon” la “Filiberto” sui piroscafi ancorati in rada. Quando ho raggiunto 700 metri mi dirigo verso l’interno. Oltrepasso la linea dei nostri avamposti situata sul limitare dell’oasi e mi inoltro sul deserto in direzione di Ain Zara altra piccola oasi dove avevo visto nei giorni precedenti gli accampamenti nemici (circa 2000 uomini). Dopo non molto tempo scorgo perfettamente la massa scura dell’oasi che si avvicina rapidamente. Con una mano tengo il volante, coll’altra sciolgo il corregile che tien chiuso il coperchio della scatola; estraggo una bomba la poso sulle ginocchia. Cambio mano al volante e con quella libera estraggo un detonatore dalla scatoletta e lo metto in bocca. Richiudo la scatoletta; metto il detonatore nella bomba e guardo abbasso. Sono pronto. Circa un chilometro mi separa dall’oasi. Già vedo perfettamente le tende arabe.

Vedo due accampamenti vicino a una casa quadrata bianca uno di circa 200 uomini e, l’altro di circa 50. Poco prima di esservi sopra afferro la bomba colla mano destra; coi denti strappo la chiavetta di sicurezza e butto la bomba fuori dall’ala. Riesco a seguirla coll’occhio per pochi secondi poi scompare. Dopo un momento vedo proprio in mezzo al piccolo attendamento una nuvoletta scura. Io veramente avevo mirato il grande ma sono stato fortunato lo stesso; ho colpito giusto. Ripasso parecchie volte e lancio altre due bombe di cui però non riesco a constatare l’effetto. Me ne rimane una ancora che lancio più tardi sull’oasi stessa di Tripoli. Scendo molto contento del risultato ottenuto. Vado subito alla divisione a riferire e poi dal Governatore gen. Caneva. Tutti si dimostrano assai soddisfatti.»

(Giulio Gavotti, dalla Libia)


Rappresentazione artistica dell’eroico raid di Gavotti. Si tuffò fino a 90 metri di quota e lanciò quattro bombe sui nemici, facendosi beffe dei fucili. Non fece né morti né feriti, ma l’eroismo non si misura con i morti: si misura con azioni gagliardamente rischiose e assolutamente inutili!
 

Punti nell’orgoglio dal nostro ingegno, le altre Grandi Nazioni hanno detto che il lancio di bombe dai palloni è stato vietato dalla Convenzione dell’Aia del 1899. Ah-ah, sciocco pretesto per negare i nostri meriti! La Convenzione vieta il lancio da mongolfiere e palloni in balia dei venti, non da veicoli aerei pilotabili e spinti da motore!

Confesso che all’inizio ero contrario a un intervento italiano in Libia, nonostante le pressioni dei giornali per avere la guerra (le ricchezze della Libia, il futuro del petrolio a sostituire il carbone) e la convinzione di Giolitti. Condividevo i dubbi di Salvemini sull’infilarsi in quello “scatolone di sabbia”, ma quando la nazione sceglie la guerra bisogna appoggiarla.
Qualsiasi altra opzione è tradimento: è nel fronte interno che nascono le sconfitte. Certi socialisti che predicano la pace, che contestano l’intervento e fomentano la perdita dell’amor patrio in nome del diritto dei popoli a governarsi da sé o la fratellanza tra tutti i proletari, ecco, io vi dico che questi “pacifisti” sono il nemico.

Non fidatevi di quel giornalista, quel Mussolini (foto della polizia svizzera di alcuni anni fa), che predica la giustizia sociale e un mondo senza armi. Definisce la guerra un “atto di brigantaggio internazionale” e chiama il bel Tricolore “uno straccio da piantare su un mucchio di letame”. Ben gli sta il carcere dopo aver guidato sommosse in nome della pace (ah!) e aver aggredito la regia polizia!
Non fidatevi di un pacifista che insulta la bandiera.
Gente come Mussolini sta bene in gabbia!

Viva il Re!
Viva l’Italia!
Viva la nostra Dea Gamberetta!

 

La terza palla del Duca

Scritto da il 03 ago 2011 | Categorie: Uniformi, Vita del Duca

Il Duca ha tre palle. Per vedere la terza palla del Duca, cliccate QUI ▼

Spero di non aver turbato l’innocenza delle mie giovani lettrici con questa foto senza veli che nulla lascia all’immaginazione.

Naturale reazione di una fanciulla rispettabile di fronte alla foto.

 

Sucker Punch: mech, pickelhauben e baionette

Scritto da il 18 mar 2011 | Categorie: Bizzarro, Dieselpunk, Fantasy, Film e TV, Grande Guerra, Mech e Robot, Steampunk, Storia

Non pensavo di dedicare un articolo a Sucker Punch, anche se probabilmente andrò a vederlo. Il film, dal punto di vista visivo, mi interessa molto. La consapevolezza che ormai il cinema degli ameri-cani produca in massima parte minchiate intollerabili e che, nonostante le ottime premesse dei Trailer degne di una Vera Opera d’Arte Giappo (Mech, divisa da scolaretta, miscuglio di fantasy e fantascienza con sapore retrò), non potrò mai trovare in un film occidentale così “importante” (Warner Bros) lo spirito geniale e l’alta qualità del vero cinema giapponese, mi aveva baionettato qualsiasi voglia di parlarne. Meglio aspettare di vederlo, rimanerne deluso e stare zitto.
Se non avete ancora visto i due trailer, sono qui sotto. ▼

Poi, due giorni fa, è apparso un corto animato intitolato The Trenches, sui retroscena umani di un kattivo soldato-zombie krukko. Dato lo spunto storico rilevato a tema cadaveri e dato che in fondo, volendo, un paio di cose gentili su Sucker Punch le potrei anche dire prima di scoprire che fa vomitare le capre, ho deciso di segnalare il corto.

Vorrei fare un commento feroce sull’espulsione del bossolo da un bolt-action, come è quello del tiratore nel film (e di tutti i cecchini inglesi della guerra), ma mi tratterrò. Se non diventerò più buono le fatine non verranno mai a trovarmi.

In Sucker Punch, the girls face off against an army of mechanized WWI soldiers. Through the use of clockwork and steam technology, human soldiers who die in battle are reanimated and sent back to the front lines. Although seemingly indistinguishable and soulless, the zombie army is not just made of gears and steam, but also of human flesh, bone, and memory. In “The Trenches” there is a tragic tale behind each lifeless mask.

Sucker Punch quasi certamente sarà una merda. D’altronde, come detto, nonostante il trash e il miscuglio science-fantasy, non c’è dietro l’autentico genio giapponese svincolato dalle becere meccaniche di Hollywood. Però ci sono alcune cose che rimarranno e daranno valore al film, non importa quanto faccia cagare il resto: un mech, una grossa quantità di pickelhauben e l’elemento conigliesco (sul mech: doppio WIN! Questo poteva andare bene anche come elemento per il concorso finito qualche mese fa e di cui produrrò prima possibile l’articolo di commento con l’epub di raccolta dei racconti).

Pickelhauben presenti addirittura in più versioni, sia il classico casco basso in cuoio col telino protettivo (il tipico pickelhaube da fanteria) che il modello in metallo con protezione per la nuca (da corazziere). Io ho entrambi i tipi e devo dire che preferisco indossare quello in cuoio, più adatto per la vita di tutti i giorni. Ho apprezzato anche la presenza, già in uno dei trailer, di un bel bombardiere Gotha (non ho capito se un modello IV o V, sono molto simili) oltre ai soliti zeppelin e blimp (ovvero i dirigibili flosci, usati spesso come palloni da osservazione o, al giorno d’oggi, per scopi pubblicitari) che fanno la loro porca figura nonostante l’abuso Steampunk subito negli anni. Non mancano nemmeno le baionette.
Se dovesse esserci anche una Mauser C96 in mano a una delle ragazze, non posso garantire di non avere un’eiaculazione spontanea durante la visione. ^_^


La fabbrica che rianima i cadaveri la si può vedere come una versione Steampunk (o Dieselpunk, ma la prima etichetta nel dubbio vale come jolly anche per la seconda) della famosa Kadaververwertungsanstalten apparsa sui giornali nel 1917, secondo pratiche di terrorismo mediatico proseguite fino ai giorni nostri (di cui possiamo vedere un magnifico esempio da manuale del giornalettismo farlocco in questi giorni sul Giappone), per gettare discredito e un’ulteriore strato di disumanizzazione e demonizzazione sui tedeschi, mostri sanguinari “perché sì perché è fantasy”.
Perfino i cattivi di Licia Troisi hanno uno spessore psicologico e una credibilità maggiore (seppure demenzial-pietistica e quindi disgustosa) rispetto alle stronzate della stampa anti-tedesca nelle democrazie occidentali durante la Grande Guerra.

Parliamo della Kadaververwertungsanstalten.
Giusto due cose, nulla di approfondito. Volendo potrei cercare di nuovo informazioni sui miei libri sulla propaganda nella Grande Guerra o in un libro di storia in cui ne accennavano, ma non vale la pena: il livello di approfondimento da enciclopedia di wikipedia è più che sufficiente.

Il primo riferimento alla Kadaververwertungsanstalt (fabbrica per il riutilizzo dei cadaveri) appare nell’edizione del 17 aprile 1917 di due giornali, Times e Daily Mail, entrambi -ovviamente solo per caso!- proprietà dello stesso signore, Lord Northcliffe, famoso per essere stato, con i suoi giornali, uno dei principali guerrafondai responsabili del plagio collettivo a danno dei suoi concittadini con una crociata mediatica volta a tramutare i tedeschi in mostri sanguinari. La propaganda inglese ovviamente era felice di tutto questo. Altri giornali, più seri, un po’ meno: The Star arrivò a dire che “Dopo il Kaiser, Lord Northcliffe è colui che ha fatto più di ogni altro uomo per scatenare la guerra”.

Secondo i quotidiani inglesi le informazioni provenivano da un giornale belga pubblicato in Inghilterra, Indépendance Belge, che a sua volta le aveva ottenute da un quotidiano pubblicato nei Paesi Bassi, La Belgique, che a sua volta le aveva prese da un quotidiano tedesco di Berlino, Lokal-Anzeiger, del 10 aprile 1917. State pensando anche voi che suona come: mio cugino mi ha detto che una volta a un amico del fidanzato di sua sorella… ?
La credibilità era la stessa. Forse un po’ meno. Tant’è che, se si risale all’articolo tedesco originale, non vi è alcun riferimento ai cadaveri umani, mentre nella versione belga sì. In più la versione tedesca è un trafiletto di 59 parole, mentre quella belga è un articolo di 500 parole. Un ottimo incremento del 747% di stronzate. Murdoch, la versione moderna (e molto peggiorata) di Lord Northcliffe, ne sarebbe fiero.

Una considerazione OT su Murdoch e il ruolo dei giornali ▼


Alfred Harmsworth, primo visconte di Northcliffe.
 

Questa foto lo ritrae in auto nel 1903.
Notate gli occhialoni, molto steampunk retardpunk.

Secondo la storia belga i cadaveri venivano trasportati via treno fino alla fabbrica, un luogo nascosto nel “profondo della foresta” (accanto alla casa di marzapane della strega?), circondato da una rete elettrificata, dove venivano lavorati per estrarne i grassi e produrre stearina (una specie di sego usato per le candele). Le sostanza estratte venivano impiegate per fare sapone, olio lubrificante “di un colore bruno giallastro”, e i resti dei cadaveri diventavano cibo per maiali (ho sentito anche una versione in cui invece di ingrassarci i maiali da tramutare in carne in scatola, ci facevano direttamente la carne in scatola, ma credo sia l’invenzione di qualche burlone decenni dopo la guerra).

We pass through Evergnicourt. There is a dull smell in the air, as if lime were being burnt. We are passing the great Corpse Utilization Establishment (Kadaververwertungsanstalt) of this Army Group. The fat that is won here is turned into lubricating oils, and everything else is ground down in the bones mill into a powder, which is used for mixing with pig’s food and as manure.

I lettori non erano tutti scemi, però. Al Times giunsero parecchie lettere che spiegavano come Kadaver in cruccolese non indicasse tanto i cadaveri umani, quanto le carcasse animali. Altre lettere invece confermavano la storia, citando fantomatiche fonti belghe, olandesi e perfino rumene (che minchia c’entra?).

Il New York Times riportò il 20 aprile 1917 che l’articolo era stato considerato affidabile da tutti i giornali francesi, con la sola eccezione del Paris-Midi. Il Times stesso, però, per non perdere la faccia coi suoi lettori intelligenti (e giustamente incazzati) conservando allo stesso tutto l’effetto anti-tedesco già ottenuto (ormai il sospetto era stato diffuso nel popolo), decise che la notizia che aveva pubblicato non era affidabile perché, spiegazione lollosa, era uscita su un giornale tedesco nella prima metà di Aprile e i giornali tedeschi tendono a fare pesci d’aprile per tradizione.
WTF? Ma se l’articolo originale erano 59 parole su un fabbrica che tratta carcasse animali, che cazzo c’entrano gli scherzi del primo aprile? Il Times evidentemente doveva fare lo scaricabarile: incolpò i tedeschi di aver fatto umorismo nero preso da loro (i seri giornalisti delle Nazioni Buone, Civili e Rispettose che mai farebbero umorismo nero) in completa buona fede per una notizia seria, quando i tedeschi non avevano fatto proprio un cazzo di niente.

Il 25 aprile 1917 anche il satirico Punch fece la sua parte, con una illustrazione che adoro:

CANNON-FODDER — AND AFTER.
“And don’t forget that your Kaiser will find a use for you — alive or dead.”

[At the enemy's "Establishment for the Utilisation of Corpses" the dead bodies of German soldiers are treated chemically, the chief commercial products being lubricant oils and pigs' food.]

(Fonte: Punch del 25 Aprile 1917)

Il 30 aprile 1917 la questione della fabbrica venne portata alla Camera dei Comuni, che rifiutò di accettare ufficialmente la storia perché non esisteva alcuna prova della sua veridicità, a parte gli articoli dei giornali (che sono troiate inventate per definizione, come già raccontava Barzini senior, uno dei più grandi giornalisti italiani).
Lord Robert Cecil, però, aggiunse che “viste le altre azioni compiute dalle autorità militari tedesche, non c’è nulla di incredibile nell’attuale accusa contro di loro”. Un colpo al cerchio e uno alla botte: non possiamo dire che è vero, ma diamine con quei Demoni Disumani tedeschi una cosa simile può essere benissimo vera! LOL. Grandioso.

La storia circolò per il resto del mondo, ma nessuna prova credibile o testimonianza affidabile venne mai trovata. La cosa più vicina a una prova fu un fotomontaggio costruito dal generale John Charteris unendo una foto tedesca in cui apparivano dei cavalli morti caricati su un vagone ferroviario, con sotto la didascalia che accennava alla fabbrica per trattamento carcasse, e una foto di soldati tedeschi morti caricati sul treno per l’invio ai luoghi di sepoltura. Mise la scritta della fabbrica nella foto coi soldati e ottenne carcasse umane inviate alla fabbrica. LOL. Lo stesso Charteris, all’epoca comandante dell’Intelligence di Sir Douglas Haig, confessò di aver prodotto quel falso nel 1926 in seguito a un colpo di fulmine mentre stava guardando le due foto. Ricordiamo poi che Charteris era anche uno dei mongoli che fomentarono la diffusione della leggenda degli Angeli di Mons, ovvero l’intervento sovrannaturale di spiriti/angeli per salvare gli inglesi dai feroci tedeschi nel 1914.

Charteris, his face one broad grin, was comparing two pictures captured from Germans. The first was a vivid reproduction of a harrowing scene, showing the dead bodies of German soldiers being hauled away for burial behind the lines. The second picture depicted dead horses on their way to the factory where German ingenuity extracted soap and oil from the carcasses. The inspiration to change the caption of the two pictures came to General Charteris like a flash.

When the orderly arrived, the General dexterously used the shears and pasted the inscription “German cadavers on Their Way to the Soap Factory” under the picture of the dead German soldiers. Within twenty-four hours the picture was in the mail pouch for Shanghai.

The explanation was vouchsafed by General Charteris himself in 1926, at a dinner at the National Arts Club, New York City. It met with diplomatic denial later on, but is generally accepted.

(George Viereck in Spreading Germs of Hate)

All’interno del governo inglese c’era comunque chi voleva riaccendere l’attenzione sulla storia e cercarono di far produrre un pamphlet a riguardo, ma data l’avversione per una simile cretinata da parte del primo ministro David Lloyd George, non fu mai pubblicato.
La cialtronaggine propagandistica di stampo americano aveva influenzato l’Inghilterra, ma esisteva un limite a quanto un gentiluomo inglese potesse abbassarsi nel fango della mentecattaggine tipicamente americana prima di sentirsi disonorato (gli americani non avendo onore da gentiluomini per definizione, non avevano simili scrupoli).

Chi non era un gentiluomo e quindi si riteneva in diritto di vivere senza onore come un porco che si rotola nello sterco, non si poneva problemi di sorta.
Louis Raemaekers, olandese di etnia tedesca, non si faceva problemi a inventare stronzate sulla brutalità tedesca in Belgio, condite con raffinate ipotesi sull’alleanza intercorsa tra Satana e Guglielmo II. Il Kaiser apprezzò le vignette e per regalo gli mise una taglia sulla testa, vivo o morto. I vertici militare tedeschi intimarono all’Olanda di piantarla e processare il disegnatore, perché quella merda violava la scelta di neutralità del paese. Con il coraggio degno della sua levatura intellettuale e comune a molti altri intellettuali dopo di lui, Raemaekers fuggì a gambe levate in Inghilterra a fare vignette anti-tedesche per il Times, giusto nel caso la magistratura olandese cambiasse idea sul fargli pagare i suoi crimini contro la neutralità del paese (al primo processo l’avevano assolto, più per motivi politici che non perché non fosse davvero colpevole, meglio non rischiare di nuovo!). ^_^

Due raffinate opere di Louis Raemaekers,
artista cialtrone prezzolato al soldo della propaganda xenofoba antitedesca.

Il Times, un mese dopo la presa di distanze del governo britannico (e quindi anche un mese dopo la propria stessa presa di distanze), decise che era il momento di riattizzare ancora un po’ la furia antitedesca con la fabbrica dei cadaveri. L’idea di ritentare venne con la cattura di un ordine tedesco relativo a una fabbrica di trattamento carcasse (sempre kadaver, cadaveri animali), emesso dalla VsdOK che il Times interpretò come un fantasioso Verordnungs-Stelle (dipartimento direttive) quando invece era, e qui torna la questione dei cadaveri animali, la sigla dell’ufficio veterinario (Veterinar-Station).

La scoperta di quel documento permise al Ministero degli Esteri di dire, una volta per tutte, che la fabbrica tedesca si occupava di carcasse di cavalli. Punto. Non che al Times o alle folle plagiate importasse molto, comunque: ogni scusa per odiare di più i demoni tedeschi era buona. E la fabbrica riscosse un notevole successo tra i soldati russi creduloni al fronte orientale.

Spero che la parentesi storica possa interessare a qualcuno: ho approfittato dello spunto Steampunk per dire due cose (non c’era granché da dire e l’articolo di Wikipedia è molto buono) su un dettaglio divertente della Grande Guerra che molti magari non conoscono. Ho pacchi di dettagli di questo tipo, ma non mi vengono mai idee su come introdurli o sfruttarli. Quando capita la possibilità, la sfrutto. ^_^

 

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