Progetto Angora: i Coniglietti di Himmler

Scritto da il 13 mar 2013 | Categorie: Conigli, Storia Militare

Nel 1945 la Commissione per i Crimini di Guerra Nazisti ascoltò ripetute testimonianze di un misterioso progetto delle SS denominato “Angora”. Non vennero trovate mé persone coinvolte né informazioni sul progetto. Una corrispondente di guerra del Chicago Tribune, Sigrid Schultz, recuperò un album fotografico nascosto in uno scatolone e venti anni dopo, nel 1965, lo consegnò assieme ai propri articoli alla Wisconsin Historical Society. L’album, 38×33 cm, aveva la copertina decorata con lana di coniglio e sulla copertina si vedeva il logo delle SS e un bizzarro nome, Angora. All’interno oltre cinquanta pagine di foto, vari dati riassuntivi e una dedica a Himmler. Non ci volle molto a capire che era il primo documento ufficiale, credibile, sul misterioso progetto Angora.

00 - Angora Album Cover

Il ritrovamento avvenne mentre Sigrid Schultz aiutava i Counter Intelligence Corps americani a rintracciare documenti spariti dalla villa alpina di Himmler, utili per ricostruire i crimini commessi. Ecco la storia come la raccontò nel 1967:

Stavo cercando una copia del Mein Kampf quando mi imbattei in una scatola piena di album con foto di Himmler e del suo staff impettiti. Un libro grigiastro in fondo alla scatola attirò il mio sguardo. Era coperto di tessuto in lana d’angora ed era dedicato al Reichsführer Himmler dai suoi ufficiali del Amt W-V. La prima foto era sorprendente, davvero; era un’enorme foto della testa di un bel coniglio angora, palesemente contento. Altre pagine mostravano file di conigliere che erano delle gabbie modello a livello sanitario, equipaggiamenti speciali nei quali il pastone dei conigli veniva preparato che brillavano come le stoviglie nella cucina di una sposina. Le attrezzature per pettinare i conigli sembravano uscite dalle vetrine di Elizabeth Arden. Una mappa che occupava una pagina intera del libro mostrava delle linee che si irradiavano da Berlino verso i campi di concentramento coinvolti nel progetto.

Ciò che dava un significato speciale al libro era che sotto ogni fotografia era scritto il nome del campo di concentramento dove era stata scattata. Nello stesso complesso in cui 800 esseri umani venivano impacchettati in baracche a malapena adeguate per 200, i conigli vivevano nel lusso delle loro eleganti conigliere. In Buchenwald, dove decine di migliaia di esseri umani stavano morendo di fame, i conigli si godevano pasti scientificamente preparati. Gli stessi SS che frustavano, torturavano e uccidevano prigionieri, si assicuravano che i conigli ricevessero amorevoli cure. Auschwitz, Buchenwald, Dachau e molti altri campi dove miglioni di ebrei e non-ebrei furono sterminati [...] parteciparono nel progetto di allevare conigli con delicate pellicce angora per aiutare a fornire la lana necessaria ai soldati. Himmler deve aver pensato che questo fosse un progetto di grande importanza perché mostrava ai prigionieri in balia delle SS che perfino un coniglio [per loro] era più importante di un essere umano.

In realtà la considerazione finale è banalotta e non del tutto corretta visto che, come sappiamo dalla questione dei negri nella Germania Nazista, i tedeschi tendevano a dare più importanza a un animale privo di colpe (negri, conigli) rispetto che a un umano colpevole o inutile (ebrei, zingari, handicappati mentali), ma gli animali, negri inclusi, non avevano ovviamente gli stessi diritti degli umani rispettabili.

Il pensiero tedesco in materia, ovvero che chi si dimostra utile merita attenzioni (che sia umano inferiore o animale e basta), lo aveva espresso Himmler in un discorso del 1943:

Che 10.000 donne russe collassino per la stanchezza mentre scavano un fossato anticarro è di mio interesse solo se quel fossato anticarro per la Germania è stato completato. Non dobbiamo mai essere rudi o senza cuore, quando questo non è necessario. È chiaro. Noi tedeschi che siamo la sola popolazione al mondo che ha un atteggiamento dignitoso nei confronti degli animali, avremo un atteggiamento dignitoso anche verso questi animali umani; ma sarebbe un crimine contro il nostro sangue preoccuparci [più del necessario] di loro.

E in che modo questi conigli servivano la Germania, meritando quindi di ricevere tutte le cure necessarie a garantire che la potessero servire al meglio? Come detto, fornendo lana. Secondo quel libro fornirono tra 1941 e 1943 ben 4730 kg di lana e una pagina successiva lascia intuire (o forse no) che con quella lana vennero realizzati 52.500 paia di calzini, 12.100 maglioncini/maglioni e 13.100 calzamaglie pesanti.
I conigli aumentarono dai 6500 del 1941 fino ai 25.000 del 1943. Cosa accadde dopo, nell’ultimo anno e qualche mese di guerra, non è dato saperlo.

54 - Angora Wool Production

Ora però vorrei farvi concentrare sul dato fornito. Facendo rapidamente i conti, secondo me è impossibile che 4730 kg di lana permettano TUTTE quelle cose, anche considerando uno scarto nullo (quindi 4730 kg di lana perfetta, tutta utilizzabile). Sospetto che autori come Arnold Hammer non abbiano pensato di pesare un proprio paio di calzini e fare due conti… i miei calzini invernali “leggeri”, da interni e inadatti al clima freddo, pesano 50 grammi al paio, e già con così poca roba verrebbero 2625 kg di lana consumata. I maglioncini di lana da soli, se potessero usare tutta la lana, peserebbero 390 grammi l’una… il che è credibile, essendo indumenti invernali (voglio far notare che una camicia di cotone pesante che metto in inverno pesa 340 grammi). Se però devi fare anche 13.100 calzemaglie e 52.500 paia di calzini pesanti (100 grammi? Già va via tutta la lana così!), mi pare evidente che di lana ce ne vorrebbe molta di più.
Secondo me la pagina va interpretata come “lana sufficiente per realizzare” e poi i riferimenti ai maglioni usati dall’aviazione, alle calzamaglie dell’esercito e ai calzini della marina. Una conversione spicciola per dare il senso di quanto ottenibile con quella lana, 52.500 paia di calzini oppure 13.100 calzemaglie oppure 12.100 maglioni, non una reale produzione. Google Translate su “davon konnten erzeugt werden” concorda traducendo all’incirca “con la quale si potrebbe produrre”.

Infine credo che sia interessante soffermarsi sulle foto.
I conigli angora sono creature dal pelo lungo, pregiato, che richiedono molta manodopera per rimanere in salute. Non è irrealistico immagine che venissero fatti uscire di gabbia se non tutti i giorni magari un paio di volte la settimana, per pettinarli. Si consiglia in genere di pettinarli TUTTI i giorni, bastano un po’ di giorni di disattenzione su un coniglio angora e il pelo può formare nodi o rovinarsi. Le gabbie nelle foto appaiono spaziose, all’aperto e sufficientemente riparate dal sole e dalla pioggia tramite tettoie, e talvolta sono abbastanza grandi da essere condivise da più conigli, permettendo di mantenere rapporti sociali. Si vede in una foto un soldato che lava una gabbia con una pompa, immagino mentre i conigli si godono l’aria aperta o le coccole.

36 - Woman Feeding Angora Rabbits

La salute mentale del coniglio anche è importante: coccole, spazzolate e la possibilità (come si vede in alcune foto) di rimanere all’aperto aiutano i conigli a essere felici. Letteralmente… a non sentirsi in gabbia!
Notate i recinti appositi. Ricordano quelli provvisori/mobili che vengono montati quando si organizzano eventi all’aperto con raduni di amanti dei coniglietti:

33 - Angora Rabbits Outdoors

Non sarà come avere una gabbia aperta da usare a piacimento e l’accesso a gran parte di una casa, con una padroncina che si occupa ogni giorno del coniglietto, ma è comunque anni luce rispetto a certi allevamenti lager che si vedono ancora ai nostri giorni. Ecco, nemmeno i nazisti rendevano le gabbie un lager, neppure quando le collocavano in un lager! Gli uomini moderni tanto “superiori” ai mostri nazisti invece troppo spesso non si preoccupano di farlo: le gabbie di troppi allevamenti lager scoperti sono così basse da impedire di tentare anche un timido balzetto (atrofizzando così i muscoli posteriori fino all’handicap permanente) e i conigli vivono ammassati, defecandosi e urinandosi addosso strato su strato, talvolta impossibilitati perfino a voltarsi.

Sì, nel 1945 ci siamo liberati (circa) dai nazisti con l’etichetta Nazista, peccato che gli altri nazisti siano rimasti. Come vantarsi di aver gettato tutte le banane col bollino Chiquita e per questo di aver “liberato il negozio dalle banane”, quando poi le banane senza bollino magari erano un 50%.

Mix_foto_angora_nazisti

Una rapida rinfrescatina alla memoria, per contestualizzare meglio il rapporto tra le SS e simili attività produttive. Chiedo perdono per la superficialità dell’intervento, ma è solo per dare rapidamente le basi a chi non le avesse.
Di solito quando si parla di SS la persona comune pensa a tre cose, al massimo: le SS nei campi di concentramento (le SS-TV, una branca delle Waffen-SS); le SS come polizia politica (come RSHA che era a capo della Kripo e della Gestapo); le SS come esercito parallelo (in generale le Waffen-SS) a fianco dell’esercito vero e proprio (Wehrmacht).

Queste erano solo tre delle attività delle SS. Fondamentale era anche il dipartimento principale alle attività economiche e amministrative, chiamato SS-Wirtschafts-Verwaltungshauptamt (SS-WVHA). Un dipartimento che si occupava dei lavoratori-schiavi, delle attività produttive, dell’economia, dei campi di concentramento ecc… dove si muovevano soldi, lì era la SS-WVHA: locali notturni, fattorie, erboristerie, fabbriche di carne in scatola, imprese edili, produzione del cemento, case editrici (sicuramente meglio dei nostri editori ritardati), piantagioni di gomma, restauri di opere d’arte ecc…
Nel 1945, secondo Wikipedia, controllava 500 attività commerciali tra cui la acque minerali Apollinaris, le porcellane Allach, l’azienda di materiali edili (e poi armamenti) DEST.

La SS-WVHA nel 1942 si espanse e venne suddiviso in cinque ulteriori dipartimenti (Amtsgruppe) principali (Amt A, B, C, D e W). I coniglietti passarono sotto la gestione dal Amt W-V, sottosezione V per le attività legate all’agricoltura e all’allevamento del dipartimento alle attività economiche W, nonostante abitassero nei campi di concentramento gestiti dal Amt D.
Come potete vedere nella prima pagina qui mostrata, viene indicata la SS-WVHA.


Foto gentilmente fornite dalla Wisconsin Historical Society

 
Quando una persona dice che non vuole bene ai conigli o mostra atteggiamenti chiaramente aggressivi nei confronti dei conigli, ricordatevi che nemmeno i nazisti sono mai scesi all’infimo livello di non voler bene ai conigli.
Gli allevamenti modello realizzati, anche per i criteri attuali, e il vanto esplicito che quell’album fotografico mostra, ne sono la prova.

Chi non vuole bene ai conigli è peggio dei nazisti!

 
Fonti principali:
Angora – Rabbit Raising in German Concentration Camps
The SS Angora Project di Arnold Hammer, pubblicato in Waffen-SS a cura di Ray Merriam
Angora: Pictorial Records of an SS Experiment, a cura della Wisconsin Historical Society

 

Mi è sembrato di vedere un nazista negro

Scritto da il 19 nov 2012 | Categorie: For The Lulz, Razzismo/Stereotipi, Storia Militare

Un articoletto leggero, fondamentalmente 4 teh lulz, giusto per mostrare qualche foto.
Questa è una foto scattata in Grecia, nel 1943:

No, non è un prigioniero.
Non avrebbe molto da ridere, se lo fosse. È un soldato volontario, un membro della Libera Legione Araba formata da stranieri intenzionati ad appoggiare l’esercito tedesco nella sua guerra in Africa e in Grecia. Quindi non la Legione Araba filo-britannica. Sembra strano vedere un negro nazista, probabilmente ben integrato tra i suoi camerati, che sorride. All’epoca a essere negro c’era da sorridere poco in qualsiasi posto!

Nulla di strano, a pensarci.
È che viene così naturale pensare ai negri quando si pensa alla minoranza classica da perseguitare che sembra ovvio che i nazisti li odiassero… ma perché avrebbero dovuto? E infatti il nazismo fu ambiguo coi negri. È vero, dal punto di vista tedesco e quindi ariano, il negro è inferiore. Però Hitler era già un po’ postmodernista di suo (e xenofobicamente democratico) per cui la regola di quale sia la razza superiore in realtà va applicata da ogni razza contro le altre. L’amore di Hitler per il darwinismo sociale lo portò anche a mantenere apposta la competizione tra i suoi generali, con effetti devastanti: essere un romantico idealista, come Hitler, non funziona molto.

Comunque, stringendo la deriva sul romantico idealismo hitleriano, gli Arabi non ebbero grossi problemi ad aderire al nazismo quando Hitler lo diffuse per incitarli alla rivolta contro i britannici (bastava cambiare ariano con arabo), tant’è che nonostante il poco fruttuoso colpo di stato del 1941 e la successiva sconfitta tedesca, proseguirono l’opera ideologica del nazismo dal 1947 con il partito Ba’th, con risultati straordinari in Siria (paese che accolse e protesse tanti membri delle SS ed è tuttora zeppo di vecchi Stg44), paese che rimase fondamentalmente laico grazie all’ideologia del nazismo a soppiantare quella dell’islamismo. Molti punti in comune tra le due, ma con la prima c’è un (bel) po’ di laicità che male non fa. In fondo dopo 60 anni abbiamo ben visto che i nazisti facevano schifo, ma i vincitori dopo non è che siano stati meglio nel forgiare il mondo a loro immagine e somiglianza (e spesso con ben meno dignità non avendo dei profondi ideali da seguire, seppure crudeli dal nostro punto di vista filo-americano).

Torniamo ai negri.
Essere negro in Germania comportava il tipico livello di fastidio, di scarsa integrazione, presente negli altri paesi occidentali. Probabilmente meno che in Francia, paese colonialista abituato a disprezzare i negri (e a odiare gli ebrei… chissà quanto rode in cuor loro ai francesi di non aver causato loro l’Olocausto, eh? Lasciare l’onore a quegli antisemiti della seconda ora dei tedeschi). E forse anche meno che in Italia, visto che a noi degli ebrei fregava relativamente poco mentre i negri eravamo abituati a disprezzarli da decenni (grazie alle colonie).
Però non erano perseguitati appositamente. O non era la norma: erano solo cittadini di serie B. I matrimoni misti ovviamente erano visti malissimo (e divennero illegali) e chi era già figlio di una coppia mista quando arrivò il nazismo non ebbe una vita facilissima. Una cosa è fare il negro purosangue, un’altra è mischiarsi. D’altronde Hitler aveva scritto nel Mein Kampf che “gli ebrei hanno portato i negri nella Renania con il chiaro intento di rovinare l’odiata razza ariana con la risultante bastardizzazione”. Pare che ci furono anche casi di sterilizzazioni forzate di negri. Insomma, meglio essere bianco che negro però non c’era proprio paragone tra essere negro ed essere ebreo (o gay o zingaro).

We are Hitler is not amused.

E come detto questo è ovvio.
Non si odia ciò che non si conosce. La solita idiozia del “la conoscenza porta la tolleranza” è ovviamente un’idiozia. È proprio l’incontrarsi, il convivere, anche solo a livello delle narrazioni montate dai pubblicisti (il negro come macchietta, come icona di inciviltà), che porta il disprezzo bonario o perfino l’odio.
Non si odiano gli zingari se non li hai mai visti né sentiti, inizi a odiarli quando a Cosenza ti rubano l’auto e scopri dai vigili che funziona così: devi andare dal capo degli zingari e chiedere aiuto, loro per una cifra modesta (qualche centinaio di euro) ti aiutano a ritrovare in che strada l’hai parcheggiata per sbaglio e poi te la sei dimenticata. A quel punto magari passi da fare la fiaccolate in difesa dei rom a quelle con i neonazisti per incendiargli i campi.
Non odi i negri se sai a malapena che esistono: li odi quando masse di disoccupati e banditelli, che potevano benissimo essere bianchi e invece sono negri, si spostano nel tuo quartiere e in pochi anni casa tua perde 4/5 del valore, tutti i vicini con i soldi scappano e le strade diventano una fogna (il background del film American History X).

Per questo disprezzo molto di più gli italiani bianchi rispetto ai negri di qualsiasi nazionalità. Gli unici negri che ho conosciuto erano/sono miei amici. Brave persone. Di bianchi coglioni ne trovo a pacchi (senza doverli nemmeno cercare). Ovviamente un po’ di disprezzo lo riservo a tutti perché non mi piace discriminare troppo. Il Duca è severo, ma ingiusto.

Ascaro tedesco, 1919. Con “goggles” per un tocco Steampunk.
I soldati negri, rispettati e ben guidati dagli ufficiali tedeschi, si comportarono in modo eccellente soprattutto in Africa Orientale.

In Germania c’erano poche migliaia di negri.
Le colonie erano durate poco e comunque erano state perse dal 1919 (in realtà completamente isolati dal 1914, come se non ci fossero). Perché mai il nazismo doveva preoccuparsi dei negri? Diverso il caso coi negri non tedeschi: i soldati negri francesi delle truppe coloniali era molto più facile che venissero massacrati, invece che presi come prigionieri, rispetto ai bianchi/arabi. D’altronde in Francia bisogna fare come i francesi no? Seguendo le idee di Sant’Ambrogio e Sant’Agostino, “quando si è a Roma, si fa come i romani”. Sarebbe stata estrema maleducazione non considerare i negri come subumani da disprezzare!

Sant’Agostino, dalla Lettera 54

Credo d’averlo raccontato già una volta : però voglio ricordarlo ancora adesso. Mia madre, la quale m’aveva seguito a Milano, trovò che quella Chiesa il sabato non digiunava; aveva quindi cominciato a turbarsi ed era in ansia non sapendo che cosa avrebbe dovuto fare: allora io non mi curavo di tali cose, ma, per far piacere a lei, consultai su ciò l’incomparabile Ambrogio di santa memoria ed egli mi rispose che non poteva insegnarmi nient’altro che quant’egli stesso faceva, poiché se avesse conosciuto una norma migliore, l’avrebbe osservata di preferenza. Io pensavo che senza darmene la ragione egli mi avesse voluto esortare con la sua sola autorità a non digiunare il sabato, ma egli aggiunse dicendomi: “Quando vado a Roma, digiuno il sabato; ma quando sono qui, non digiuno. Così tu pure, osserva l’uso della Chiesa ove ti capiterà d’andare, se non vuoi essere di scandalo ad alcuno né riceverlo da altri”. Avendo io riferito ciò a mia madre, essa abbracciò quella regola. Quanto poi a me, pensando spesso a quel parere, l’ho sempre ritenuto come se l’avessi ricevuto da un oracolo celeste. Ho sentito spesso con dolore e pena che si generano nei deboli molti turbamenti per la cocciutaggine nel litigare o per la superstiziosa timidezza di qualcuno dei nostri fratelli: litigano per questioni di tal genere che non possono arrivare a nessuna determinata soluzione né basandosi sull’autorità della Sacra Scrittura né sulla Tradizione della Chiesa universale né sull’utilità di rendere più santa la vita. Alla base delle loro opinioni c’è solo un’argomentazione qualunque soggettiva o l’usanza che si osserva nella propria patria o perché uno ha visto l’usanza in qualunque altro luogo e si crede d’esser diventato tanto più istruito quanto più s’è allontanato dai suoi col viaggiare; così sollevano questioni dibattute con tanto attaccamento alle proprie opinioni, che non ritengono giusto se non quel che fanno essi.

E così vari negri tedeschi finirono per servire, arruolati di leva o come volontari, sia nell’esercito che nelle SS. Pure nella Gioventù Hitleriana (al fianco di Ratzinger?). Nazisti negri. Perché se uno è volontario nelle SS non venitemi a dire che è lì perché lo costringono e che no, lui è un bravo liberale democratico abbraccia-alberi-amico-degli-ebrei! Giusto per ricordare che la realtà è più sfaccettata, complicata e fantasiosa della fantasia e magari qualche fesso, vedendo un nazista negro in un romanzo, potrebbe pensare che l’autore sia un cretino: di sicuro un cretino c’è, ma non l’autore.

Tranne Sven Hassel: lui è cretino anche se Albert Mumbuto era negro. Perché sì.
E dal 21 settembre 2012 è pure morto. Un po’ mi dispiace perché ci sono sono autori molto peggiori in giro, a camionate, e così la tacchetta della media qualitativa degli autori in vita è scesa di una frazione. I suoi libri li avevo letti volentieri quando facevo il primo e il secondo anno del liceo.

Ovviamente lo scopo del post era dare del cretino a Sven Hassel.
E ricordare a DagoRed che è morto. Tié: terun va a mangià il sapun!

 


 

Gustav Sabac el Cher
Aggiunta del 19-11-2012, ore 14:00

Mi stavo dimenticando di un dettaglio e di un’altra bella foto. Avete visto il quadro con il soldato negro che abbraccia la ragazza biondo-rossiccia? È opera di Emil Doerstling (1859-1940) e si intitola Preußisches Liebesglück (Felice amore prussiano, credo, del 1890). Pensate che sia una licenza artistica, un’invenzione, magari a scopo xenofobo contro i matrimoni misti?

Non proprio. I due personaggi non sono inventati: secondo lo storico dell’arte Gorch Pieken il soldato è Gustav Sabac el Cher e la ragazza è la sua fidanzata (e poi moglie) Gertrud Perlig. Quando ancora negli USA, che si credono tanto civili, i matrimoni misti erano un’oscenità e i negri cittadini di second’ordine, nella Germania Imperiale dominata dall’ideologia del Suum Cuique, l’identità era prima di tutto culturale e nazionale, legata alle “presunte” peculiarità tedesche nella vita domestica (si veda il bel Sweeping the German Nation – Domesticity and National Identity in Germany, 1870–1945). Solo secondariamente era etnica.

Un negro tedesco poteva essere un buon tedesco, come il più bianco dei bavaresi. E fare carriera anche nell’esercito. Non dico che essere negro fosse come essere bianco, ma il razzismo violento che dominava la cultura francese e statunitense non era presente nella Germania Imperiale. Ricordiamo che la Germania Imperiale era anche stata in grado di integrare perfettamente gli ebrei, molto più numerosi dei negri, al punto da farne sentire tanti prima di tutto tedeschi e solo dopo ebrei (come è giusto che sia per chiunque nella propria nazione).

August Albrecht Sabac el Cher, in abiti “orientali”.

Gustav Sabac el Cher (1868-1934) era figlio di August Sabac el Cher (1836-1885). August venne regalato all’età di sette anni dal Vicerè Ottomano d’Egitto al principe Alberto di Prussia (1809-1872), in visita al Cairo. Ricevette il cognome di Sabac el Cher perché sapeva dire solo quello in arabo: “buongiorno”.
Il principe se ne prese cura (all’epoca regalare agli europei bambini negri non era strano, per gli Ottomani) e lo fece diventare un valletto della sua corte. Fu assistente di Alberto nel quartier generale durante la guerra del 1864 e fu in prima linea, in fanteria, durante la battaglia di Sadowa del 1866. Partecipò a tutte le guerre di unificazione tedesca. Quando il padrone morì, venne mantenuto in servizio nella casa del figlio, principe Alberto pure lui (reggente del Ducato di Brunswick dal 1885 al 1906). Nel 1876 August aveva ormai un reddito annuo di 600 Marchi d’oro, più molti altri bonus, ed era responsabile di argenterie, porcellane ecc… ruoli tipici, appunto, di un maggiordomo. Si ritirò dal servizio nel 1882, per motivi di salute. Era naturalizzato tedesco, un cittadino con pieni diritti come se fosse nato prussiano, e nel 1867 aveva sposato Anna Maria Jung.

Gustav Sabac el Cher nel 1908.

La carriera del figlio Gustav, seppure molto meno ricca di avvenimenti di quella del padre, fu comunque un’onesta carriera. Suonava il violino da quando aveva otto anni e a diciassette divenne musicista nell’esercito tedesco. Nel 1893 venne inviato all’Accademia Reale di Musica e nel 1895 già dirigeva la banda del Primo Reggimento Granatieri a Königsberg. Mica poco. Divenne una celebrità, spesso citato nel giornali, e arrangiò varie ouverture di Mozart per farne marce militari. Nel 1909 lasciò l’esercito e iniziò a lavorare come direttore di banda presso varie città. Secondo questo articolo fu anche un nazionalista di destra e appoggiò il nazismo. Quando morì nel 1934, la moglie ricevette un telegramma di condoglianze dall’Imperatore Guglielmo II, in esilio in Olanda.

 

Aneddoti militari

Scritto da il 30 giu 2012 | Categorie: Storia Militare, Vita del Duca

Negli ultimi anni mio padre mi ha raccontato vari aneddoti di vita militare. Sono episodi spesso demenziali, ma permettono di avere elementi concreti per capire la vita nell’esercito. Alcuni li ricordo male, tant’è che avevo già pensato un paio di mesi fa di farmeli raccontare di nuovo questa estate e scriverli, approfittando del tempo da passare assieme da quando ha lasciato l’incarico di segretario dell’ANA (Associazione Nazionale Alpini) di Bergamo ad aprile, dopo 14 anni di lavoro sia a casa (in particolare gli allucinanti verbali da sbobinare e trascrivere, mattina e sera) che in sede (tre pomeriggi alla settimana, minimo).

Approfittando del cambio del presidente, si è messo in pensione “per davvero”, a 76 anni, ed era pure ora. Ha pile di libri da leggere non appena “arrivato alla pensione” (inclusi parecchi in digitale, come Un Cantico per Leibowitz, con cui avevo previsto che iniziasse a usare il Kobo Simple Touch) e di viaggetti in giro per l’Italia da fare con mia madre. Per iniziare, dopo il giro a Ferrare a inizio maggio per vedere Conigliando 2012, proprio giovedì della scorsa settimana è partito con mia madre per andare a Vibo Valentia qualche giorno, a trovare l’altro mio fratello, passando per Roma a caricare la zia. Poco distante da Vibo c’è Tropea, che ha delle spiagge bellissime, e a mia madre piace il mare.

12° Corso dell’Accademia Militare di Modena (137° per la numerazione tradizionale),
2° Plotone (varie armi) della 8^ Compagnia, quello in cui si trovava mio padre.

Già da maggio abbiamo progettato di passare l’estate il più possibile assieme.
Poche settimane fa siamo stati (senza mia madre, a cui non frega nulla) a vedere la collezione d’armi Marzoli al Castello di Brescia. Molto bella. I cartellini con i nomi erano buoni, ma la mancanza di qualsiasi spiegazione rendeva la comprensione a un neofita impossibile. Ho fatto da guida a mio padre, spiegando tutto il necessario, per esempio il motivo della forma delle diverse guardie delle spade da lato che vedevamo e delle diverse lame, fino alla riduzione alla semplice piastra ovale dello spadino settecentesco, sintetizzando i motivi per cui il passaggio graduale dalla scherma in stile Marozzo a quella tipo Capoferro comporta l’evoluzione di elementi della guardia diversi. E tante altre cose, su armi da fuoco e armature.

Pochi giorni dopo abbiamo programmato la visita all’Armeria Reale di Torino e al Museo dell’Artiglieria, per metà luglio. Il Museo dell’Artiglieria mio padre lo ha visitato circa 30 anni fa, quando era colonnello a Torino, ed era zeppo di roba alla rinfusa, come un magazzino. Quando abbiamo scoperto che ora è chiuso per lavori in fondo non gli è dispiaciuto: vederlo prima o poi ben riordinato era una delle cose che sperava di fare un giorno. Certo che aspettare 30 anni per sistemarlo proprio quando volevamo andarci noi…
L’Armeria Reale comunque è molto bella, la vedrò volentieri. Per il Museo dell’Artiglieria magari il prossimo anno o quello ancora dopo. Si vedrà.

Passiamo agli aneddoti e alle curiosità.
Giusto poche cose perché, come ho detto, molti avvenimenti avrei bisogno di farmeli raccontare meglio per poterli riferire e tantissimi, magari molto interessanti, non li conosco neppure.

A un certo punto fu necessario informatizzare i magazzini e il Ministero affidò il progetto a IBM, assieme ai soldi necessari. IBM non fece un cazzo, a lungo. Visto che gli alpini avevano necessità di avere qualcosa presto e, soprattutto, erano disponibili varie reclute con conoscenza di informatica adeguate, si fecero un programma proprio. Peccato che non potessero usarlo, non essendo approvato dal Ministero, ma ovviamente se ne fregarono e alla fine, quando l’IBM rivelò che ne sbatteva la palle di lavorare in cambio dei soldi già ricevuti, il ministero lo accettò in via provvisoria e diede il via libera.

Escursione sul monte Pisanino, luglio 1968, durante le esercitazioni in Garfagnana.
Mio padre è quello a sinistra, ancora senza barba e senza baffi. A destra l’amico Vannucchi.

Poteva andare peggio. Una volta gli alpini di mio padre ebbero bisogno di cambiare gli zaini e ottenere un design moderno, con lo schienale di supporto rigido per i carichi elevati. Avendo una gran fretta, studiarono il modello in proprio, fecero accordi con aziende di fiducia e ottenere lo zaino ideale a prezzo contenuto. Peccato che non fosse approvato dai pezzi grossi. Alla fine con i soliti gloriosi appalti pubblici, trasparenti e democratici italiani, ovvero al ribasso e senza garanzie di qualità, un’azienda ottenne di poter fornire i nuovi zaini. Fine del progetto autonomo degli alpini. I nuovi zaini costavano molto di più e dopo poche settimane di uso intenso cadevano a pezzi, lasciando cinghie e schienale addosso mentre il resto finiva a terra. La cosa non li fece propriamente felici.

Torniamo al software del magazzino. Ogni tanto servivano ruote nuove per un certo tipo di veicolo, mi pare uno del genio, e veniva fatto l’ordine. E le ruote non arrivavano. Ordinavano di nuovo. Non arrivavano, di nuovo. Visto che la cosa suonava ridicola e che il maggiore responsabile aveva una brutta fama, mio padre (all’epoca era tenente colonnello) andò direttamente al magazzino. Verificò con il sottufficiale responsabile degli arrivi e uscite che effettivamente le ruote risultavano ordinate, ricevute e prelevate dagli interessati. Un bug del software che indicava come consegnato un prodotto che era solo arrivato? Si fece accompagnare in un giro nel magazzino, enorme, e dopo pochi metri, a destra, incappò in una piramide di ruote che arrivava al soffitto. Il sottufficiale sbiancò per la figura da coglione fatta. Nemmeno il maggiore, che mi pare fu coinvolto o prima o dopo in un altro casino a base di ordini di legname, fu troppo felice di far sapere al proprio comandante di non avere nemmeno idea di cosa accadesse nel proprio magazzino. Diciamo che la sua carriera finì lì.
Non sempre l’informatizzazione fornisce buoni risultati, soprattutto quando idiozia, pigrizia e bug si mischiano assieme.

Qualche volta dai problemi della logistica nascevano piccoli vantaggi. Ci fu un anno di forte siccità e in tutta Europa il fieno era molto costoso e soprattutto difficile da reperire, tanto che non venne garantito alcun approvvigionamento agli alpini: se volevano che i muli non morissero (e guai loro ad ammazzare animali proprietà dell’esercito!) dovevano trovarselo da solo il fieno e pagare il prezzo di mercato previsto, ovvero 3000 lire ogni TOT (mio padre non ricordava più quanto, ma si ricordava il rapporto di cifre che vedrete anche se magari non era proprio 3000 e 1000). Mio padre ci pensò un attimo e si ricordò che di fieno ne aveva visto a sufficienza per tutto l’anno, proprio a due passi, presso le aree coltivate e i pascoli montani a cui nessun veicolo poteva accedere. E tutto quel fieno era lì, a far nulla. Con 1000 lire poteva prelevarlo coi muli e liberare i contadini (felicissimi) della fastidiosa eccedenza. Peccato che senza fattura non poteva comprarlo! Grazie a un paio di alpini con famigliari dotati di aziende agricole, ottenne le ricevute che dichiaravano 3000 lire di pagamento al TOT, come voleva il Ministero. Con le 2000 di eccedenza si fece cassa per comprare cibo (decente) e materiali: nel clima di povertà costante delle forze armate faceva sempre comodo avere qualche risparmio extra.

Arrangiarsi era una costante. Il genio usava un vecchio modello di veicolo da lavoro, FIAT (o forse era Iveco? A me ha detto FIAT, ma magari confondeva le marche), perfettamente funzionante. Avevano giusto bisogno di qualche riparazione ogni tanto. Sfortunatamente il modello era così vecchio, così vecchio, che non venivano più nemmeno prodotti i pezzi di ricambio. Mio padre, all’epoca non ricordo se ancora tenente colonnello o già colonnello, sfruttò l’idea di un suo sottoposto con parecchi agganci nel mondo degli sfasciacarrozze (che i Capoccia non potevano contattare per reperire a livello centrale i pezzi… sempre per motivi burocratici/legali). Contattando mezza Italia ottenne scorte pressoché infinite di pezzi di ricambio a pochi soldi, dai moltissimi veicoli civili dello stesso tipo che venivano rottamati.

Mio padre tenente colonnello del gruppo artiglieria da montagna “Bergamo”, nel 1977-1978.
Ha impiegato un po’ a scegliere la barba, ma ancora non ha i baffi.
È rimasto lento nel decidere le cose anche dopo… ^_^”"

L’arrangiarsi funzionava a ogni livello. Ai valtellinesi piacevano le risse, le coltellate e il contrabbando. Le minacce di coltellate alla schiena, quando mio padre era tenente o capitano, erano frequenti. Gli alpini di una volta erano parecchio ruspanti ed era considerato normale che non rispettassero i gradi (ma solo le persone che dimostravano di valere qualcosa) e che comunque minacciassero anche gli ufficiali che apprezzavano, ogni tanto. Tra questi alpini ce ne era uno che otteneva i soldi, quando ne aveva bisogno, con questo sistema: chiedeva con inusitata gentilezza un permesso di tre giorni a mio padre per poter guadagnare qualche soldo, se era appena appena possibile mio padre glielo concedeva, e quel tizio in una marcia forzata di tre giorni andava a tornava dalla svizzera, attraverso passi privi di controllo, carico come un mulo di sigarette di contrabbando da vendere.

A proposito di coltellate. Quello che minacciava più spesso mio padre, dicendogli che se lo avesse ritrovato da civile lo avrebbe accoltellato, poi lo ritrovò anni dopo. Gli corse incontro urlando “tenente!” e lo abbracciò, piangendo di gioia. Mio padre per un attimo se la fece addosso. Immaginate un energumeno con la faccia da bandito, violento, un vero montanaro di una volta, che vi ha promesso di ammazzarvi e vi corre incontro urlando. “Ma come, non mi volevi accoltellare?” (in italiano) “Macché tenente, che se le davo una coltellata all’epoca finivo in fortezza, qui se lo faccio mi buttano in galera!” (tradotto dal mix di dialetto e italiano usato).
Piccola nota: per gli alpini il loro tenente rimane sempre il loro tenente, anche se nel frattempo è diventato un maggiore o un generale.

Rincontrare i “reduci” (per modo di dire) della leva sotto papà era sempre bello. E lo è sempre stato, anche in tempi recenti (“Tenente! Si ricorda di me?”), forse una delle cose che più rendeva felice mio padre, ritrovare soldati di cui magari aveva solo un vago ricordo, ma che si ricordavano perfettamente di lui e provavano nostalgia del loro tenente “severo, ma giusto” (anche abbastanza carogna, volendo, ma comunque giusto).
Diverso è parlare dei veri reduci, quelli della Seconda Guerra Mondiale. Alcuni erano persone incredibili, molti li conobbe negli anni dell’Accademia e subito dopo, alla Scuola d’Applicazione a Torino. Un nanetto mingherlino che con uno sguardo terrorizzava un omone. Feriti di guerra dalla mente ferrea, insegnanti straordinari. Perfino un pugile rintronato, che con i danni a lungo termine subiti coi K.O. ficcò in mio padre un orrore verso il pugilato che è durato per sempre.

Altri reduci della Seconda Guerra Mondiale erano individui traumatizzati. Molti erano alcolizzati, se andava bene. C’era anche di peggio. Uno dei CAR (Centro di Addestramento Reclute, il posto dove avvenivano le prime 4 settimane di addestramento di base) venne chiuso a causa di un ufficiale, un veterano d’Africa e della guerra coloniale, che trattava i giovanotti italiani come trattava i somali anni prima: insulti, botte, maltrattamenti. Non riusciva a capire che non era più in Africa, che il mondo era cambiato e che quei metodi non funzionavano.

Quando mio padre era capitano, il suo superiore fu per un po’ di tempo (non ricordo dove e quando) un maggiore perennemente ubriaco. Iniziava facendo colazione al bar con il caffè corretto, che nel suo caso era solo whiskey con una goccia di caffè. Per le dieci di mattina la prima bottiglia era finita e lui non riusciva più nemmeno a leggiucchiare e firmare i documenti. Bisogna fare tutto prima di quell’ora e poi lasciarlo lì, a soffrire per il proprio destino. Beveva a causa della guerra, ma non solo: beveva perché non lo promuovevano e si sentiva perduto, tradito. A sua volta non lo promuovevano a tenente colonnello perché beveva. E questo lo portava a bere di più. Non ricordo se alla fine è morto per le condizioni del suo fegato, ma fu un altro dei tanti reduci che non sopravvisse per davvero al conflitto.

Rispetto a quel poveretto distrutto, questi altri due casi sono eccentricità divertenti: a Silandro (ma forse ricordo sbagliata la località), questa volta quando mio padre era un giovane ufficiale (inizio anni ’60), c’era un reduce con un occhio solo che dormiva tutto il giorno, poi la notte saltava su e pretendeva che tutti festeggiassero con lui. Andava a svegliare mio padre e tanti altri per portarli a bere, a divertirsi, poi crollava e durante la giornata di lavoro non c’era. Il problema era pesante, visto che gli altri volevano dormire. Non ricordo come, ma riuscirono a liberarsene (il che non mi pare troppo difficile, visto che non lavorava, ma visto in che modo sballato funzionava la burocrazia militare…).
Un altro reduce impazzito girava con la sciabola, affilata apposta, e la mulinava mentre berciava insulti e follie miste. Anche lui finì male. Di quest’ultimo non ricordo proprio nessun altro dettaglio, o forse non me li ha nemmeno detti. Boh. Come spiegato all’inizio, sono tutti episodi che da tempo volevo farmi raccontare di nuovo.

Mio padre nel 1990, generale di brigata, penultimo comandante della Orobica prima del suo scioglimento, poi andato in pensione come generale di divisione nel 1994.

Torniamo ai “reduci” più simpatici, quelli della leva, i normali alpini che hanno svolto il servizio sotto mio padre. Martedì ne ho conosciuto uno in vena di aneddoti. Un soggetto simpaticissimo, classe 1939. Era con mio padre a Silandro quando si intensificò il terrorismo altoatesino nel 1961. L’anno in cui venne istituito il coprifuoco dalle 21 alle 5.

Delle operazioni antiterrorismo mio padre ricordava uno dei pochi morti tra i soldati italiani, un suo alpino, che perse una gamba su una mina e gli morì davanti. Gliene morirono tanti davanti, nei crepacci e per incidenti con le armi, ma quello fu una cosa diversa. Quando si apriva una porta di una malga, ci si buttava tutti a terra che non si sapeva mai se ci fosse una trappola esplosiva. Si ricordava bene di un prete che proteggeva i terroristi. Mio padre fece circondare la chiesa e si piazzò all’ingresso, poi aspettò la fine della messa, per rispetto al rito religioso. Finita la messa partì dritto verso il prete e lo arrestò davanti ai fedeli. Le vecchiette si fecero il segno della croce e invocarono il signore a proteggerle dal demonio italiano che osava violare il sacro suolo di una chiesa. Fu un momento di grande soddisfazione personale.

Dicevo, quell’alpino mi raccontò di un divertente episodio di ammutinamento. Essendo non solo alpino, ma pure artigliere, aveva diritto al supplemento di rancio per la grande fatica che lavorare con gli obici comportava. Sfortunatamente il rancio extra non arrivava mai. Si lamentarono, si lamentarono ancora, ma non arrivava. Come detto prima, gli alpini sanno arrangiarsi: forse un alpino può essere spedito a Peschiera ai ferri per due o tre mesi se si ammutina, ma se lo fanno sei batterie al completo?
In mezzo alla neve, gli ammutinati dell’artiglieria alpina resistettero a muso duro e mio padre ottenne subito ciò che spettava loro. Che poi, essendo gente onesta, era l’unica cosa che volevano. “Non mi interessa che grado hai, a me spetta questo e me lo dai o me ne sbatto degli ordini e di te”, riassumendo il senso di giustizia di una volta.

Lo stesso alpino si beccò più volte, senza battere ciglio, i 15 giorni di punizione, chiuso in caserma senza libera uscita. Così, a sorpresa, al risveglio. Il motivo? Come caporale era responsabile dei soldati sotto di lui che facevano la guardia di notte e nelle ore di guardia, spesso, capita che ci si faccia un pisolino. Sfortunatamente, questo mio padre me lo aveva raccontato un po’ di volte nel corso degli anni, le sentinelle avevano in dotazione i vecchi MAB 1938 (mitra della Beretta, prodotto tra 1938 e 1961), armi scadenti per l’uso “pacifico” a causa, come per molti altri mitra della Seconda Guerra Mondiale, dell’azione a otturatore aperto che può far partire una raffica con una botta sul calcio. Se ci aggiungete la sicura demenziale, praticamente simbolica nonostante le lavorazioni e correzioni successive, veniva fuori un’arma che cascando sul calcio dalle mani di una sentinella appisolata poteva far partire una bella raffica. Spesso c’era solo un gran spavento e un macello per il soldato e per il graduato sopra di lui. Qualche volta la raffica feriva la sentinella. Una manciata di volte la raffica uccise la sentinella.

E poi ci sarebbero tanti altri episodi a cui vorrei almeno accennare, come quando in una malga la contadina sgusciava uova sode e intanto si soffiava il naso nelle mani nude; o quando dovettero fuggire da una stalla in cui avevano trovato rifugio dal gelo, sommando il proprio calore e quello degli animali, perché il ghiaccio sciogliendosi si rivelò urina animale ed erano così forti i fumi di ammoniaca da costringere a tornare nella neve; o quando per uno scherzo venne inviato coi suoi alpini ad attraversare un percorso impossibile dicendogli che “è fattibile, ci sono stato, non si fidi delle mappe”, e lui coi suoi uomini ce la fece lasciando di merda tutti; o del fantasma nell’appartamento in via Urbana, a Roma; o storie a base di soldati arrapati e prostitute degni dei film con Alvaro Vitali; o dell’obice affondato in una piscina di letame camuffata con l’erba in un campo; o tanti altri che ora non mi vengono in mente.

Mio padre al quarto raduno alpino alla Corna Marcia, 2 giugno 2012.

Sabato 23 giugno, poco dopo mezzogiorno, mio padre è morto.
Era con mia madre e mia zia a Tropea, in Calabria, arrivati da neanche venti minuti in spiaggia da Vibo Valentia. Mia zia fece il bagno per pochi minuti e disse a mio padre che l’acqua non era male. Mio padre allora, invogliato dal fatto di stare benissimo e dal bel mare, entrò e fece qualche bracciata a pochi metri dalla riva, dove si toccava ancora. Mia zia e mia madre lo videro nuotare un pochino, poi fermarsi a parlare con una signora e un signore. Mia madre si sdraia, neanche due minuti e la signora accanto le urla “Mio dio, c’è un signore che sta male, mi sembra suo marito!”.
Lo stavano già trascinando fuori dall’acqua, con gli occhi ribaltati, privo di sensi. Fortunatamente, anche se non è servito a nulla, una signora lì accanto era un medico e ha tentato subito la rianimazione, diceva che c’era ancora una pulsazione debolissima. I soccorsi arrivarono in un lampo e lo portarono all’ospedale, ma era morto prima di arrivare.

Il medico disse: “scegliete: o è infarto o è trombosi o è aneurisma.”
Infarto non era stato, che poi il cuore stava benissimo, sotto controllo con esami continui ed era sotto cure che avevano cancellato il problema delle fibrillazioni del 2008-2009, riportando anche le valvole cardiache in condizioni ideali. Trombosi (che può capitare nonostante il Cumadin) oppure aneurisma.
Quando il cadavere è arrivato alle pompe funebri qui a Bergamo, ci hanno detto che il torace era scuro e un grosso vaso (l’aorta?) doveva essersi gonfiato e infine lacerato, facendogli perdere i sensi in pochi secondi e uccidendolo in pochi minuti, senza soffrire. Aneurisma.

Uno degli articoli apparsi su L’Eco di Bergamo. Riporta per semplicità infarto, dato che la causa reale è stata intuita dopo e non segnalata.
 
Servizio di Bergamo TV per la morte, 25 giugno 2012.

Gli alpini di Bergamo ci sono stati molto vicini.
In particolare il caposezione di Boccaleone, Ezio Nespoli, e l’ex presidente Sarti, che ha tenuto un bellissimo discorso, rotto dalla lacrime, durante il funerale. Anche il medico di famiglia, una bravissima persona che ha sempre fatto per noi molto di più di quanto dovesse, e che seguiva da tempo le condizioni (eccellenti, tant’è che andava in montagna ogni settimana a fare scarpinate di ore) di mio padre, è riuscita a rimanere solo pochi minuti davanti alla bara nella camera ardente prima di mettersi a piangere e andarsene. E tanta altra gente l’ho vista piangere al funerale, dagli alpini di una certa età fino alle giovani ragazze. Ricordo proprio che alla fine del funerale, subito prima di caricare la bara nel carro funebre, una ragazza coi capelli castani mi è passata accanto e piangeva e ho pensato “Perché piange? Non era suo padre e non piango io anche se è il mio”.


Servizio di Bergamo TV sulla camera ardente, 26 giugno 2012.

Ho pianto subito dopo la notizia, nell’ora e quaranta di viaggio in auto da Edolo verso casa, fissando il vuoto oltre il finestrino, e ho pianto per pochi secondi la mattina dopo, appena alzato, giusto il tempo di una singola lacrima. Quel pianto strano in cui non si fanno smorfie o versi, ma le lacrime escono lentamente e basta e sono solo un fastidio da asciugare. Lacrime che sono uscite solo dall’occhio destro e non ho idea del motivo.
Poi basta, nulla alla prima camera ardente di lunedì pomeriggio alla pompe funebri, nulla alla seconda camera ardente di martedì presso l’ANA di Bergamo, nulla al funerale di mercoledì (bello, con un lungo corteo, e la chiesa era piena e c’erano un centinaio di alpini con i gagliardetti e le insegne delle associazioni d’arma piazzati solo tra l’altare maggiore e i gradini) e nulla nemmeno ora mentre scrivo questo articolo.



Foto prese dalla galleria su L’Eco di Bergamo.

Mio fratello Adriano, con me a Edolo, ha ricevuto la telefonata da Vittorio, quello a Vibo, alle 13:31. Alle 13:33 mi ha chiesto di uscire dal ristorante per parlarmi. Non più tardi delle 13:34 ho saputo che mio padre era morto. Nel momento in cui pubblico questo articolo, è passata una settimana esatta.

Non andremo a vedere l’Armeria Reale.
Non andremo a vedere il Museo dell’Artiglieria.
Non mi racconterà di nuovo gli aneddoti che ricordo male.
Fortunatamente a quest’ultima cosa si può porre parzialmente rimedio: gli alpini di Bergamo vorrebbero poter pubblicare un libretto di aneddoti e memorie su mio padre e mi aiuteranno, tra il 2012 e il 2013, a rintracciare alpini che hanno qualcosa da raccontare e a raccogliere il materiale per fare quantomeno una versione digitale per il sito dell’ANA di Bergamo.

Mio padre sapeva che sarebbe morto all’improvviso.
Quando mio padre aveva 32-33 anni, suo padre morì così: era andato dal medico di fiducia perché aveva un fastidio allo stomaco e non capiva cosa fosse… il medico disse che non era niente e pochi istanti dopo il nonno morì di infarto. All’epoca il medico si sentì in colpa, pensando che se avesse capito i segni, che erano lì a cercarli bene, avrebbe potuto salvarlo senza problemi con una iniezione.

In questo caso nessuno può incolparsi di nulla: un grosso vaso che si lacera senza motivo apparente, senza nessuno dei segnali preliminari di un aneurisma in corso, in un individuo completamente sano, con la pressione fin troppo bassa (da sempre) e senza nemmeno un filo di colesterolo, coi trigliceridi e gli altri valori agli esami del sangue (periodici da anni, ogni mese mi pare) degni di un trentenne in forma. Mio padre comunque da anni mi preparava all’idea che sarebbe potuto morire di colpo, senza alcun ragionevole motivo. Forse questo ha aiutato a vivere meglio il tutto.

E anche sapere che, seppure ho perso 5 o 10 anni di vita con lui, so che a differenza di tanti altri e del mio nonno e della mia nonna materni, è morto senza una lunga agonia ed è morto senza perdere prima le proprie facoltà mentali. Ed è morto in uno dei giorni più felici della sua vita, dopo aver rivisto il primogenito e in un momento in cui si sentiva pieno di forze e giovane come non mai, appena reduce di una traversata in auto da Bergamo a Vibo in due giorni andata “molto meglio del previsto” in termini di fatica.

Quanti possono morire senza soffrire e pienamente felici?
Quindi, alla fine, è andata bene così.

 

Come funziona il differenziale

Scritto da il 12 feb 2012 | Categorie: Artiglieria e Veicoli, Filmati d'epoca, Scrittura

Adoro questo video statunitense degli anni 1930 sul funzionamento del differenziale.
Come tanti video dell’epoca spiega il principio di funzionamento per far capire davvero l’argomento trattato mostrando che “ragionamento” c’è dietro.

Un po’ come è studiare la scrittura sapendo quale principio segue la Narrativa post-1850 invece di limitarsi a imparare le regole a memoria, senza avere la visione d’insieme del principio che le fa esistere e che permette, conoscendo la logica che sta dietro tutto, di comprendere come si influenzano l’un l’altra e di re-inventarle all’occorrenza senza bisogno di ricordarle.

La stessa differenza che c’è tra imparare una dimostrazione matematica a memoria, passaggio per passaggio come se fossero scarabocchi privi di senso, oppure saperla ottenere facendo i passaggi da soli.

D’altronde…

Ogni trovata narrativa è reale, ne potete star certa. La poesia è una scienza esatta quanto la geometria.

(Gustave Flaubert, lettera a Madame Louise Colet del 14 agosto 1853)

Se l’introduzione vi annoia saltate a 1:50.

Ho ripensato a questo video sentendo mio padre che mi raccontava di nuovo degli autocarri che usava quando era un giovane ufficiale, catorci della seconda guerra mondiale in quel periodo in cui l’Italia visse di (abbondanti) avanzi senza aver bisogno di comprare materiale nuovo.

Uno degli autocarri che ricorda meglio è quello con la botolina del cambio accanto al sedile del pilota, perché il cambio tendeva a incastrarsi: si apriva, si dava una buona martellata agli ingranaggi e tornava a posto. Lo stesso veicolo aveva pure le frecce metalliche di una volta, che si aprivano e chiudevano con una mazzata che faceva vibrare il veicolo. Oltre ovviamente al classico diesel che congelava e in inverno bisognava fare il falò sotto per farlo partire.

Uno di quei virili veicoli di una volta che più che al progresso tecnologico fanno pensare alla selezione naturale, un po’ come i biplani.

L’altro autocarro che ricorda con piacere è quello che mi ha fatto pensare al video sul differenziale. Era un autocarro con il retro aperto e una grossa botola per accedere al differenziale, forse perché il progettista aveva pensato che potesse guastarsi spesso. Chissà. Gli alpini, colpiti dalla diarrea in massa, lo usarono invece per cagare dall’autocarro in corsa. Il veicolo lasciava così lunghe strisce marrone, come una diabolica lumaca biomeccanica in putrefazione.
Bei tempi, signora mia, bei tempi…

E in fondo anche così abbiamo parlato di scrittura, perché conoscere l’argomento trattato non significa conoscere aride cifre, più adatte a produrre dilettanteschi Infodump per feticisti che non scene che rimangano nella memoria, ma richiede di conoscere i singoli specifici dettagli concreti da Mostrare. Quelli che si possono vedere e provare dal vivo, per trasmetterli poi al lettore in modo che li viva anche lui tramite la Narrativa.

Se quelli che hanno studiato l’arte della scrittura sono d’accordo su una cosa, è questa: il modo più sicuro per stimolare e mantenere l’attenzione del lettore è essere specifici, chiari e concreti. I più grandi scrittori – Omero, Dante, Shakespeare – sono efficaci in gran parte perché trattano i particolari e riportano i dettagli che contano. Le loro parole evocano immagini.

(Da The Elements of Style di William Strunk ed E. B. White)

La Narrativa come modo per tramandare le esperienze di vita altrui a coloro che non potranno viverle direttamente. Vivere le vite degli altri, senza limitarsi solo alla propria, per espandere la consapevolezza e nutrire la fantasia.
E immaginare così mondi e futuri diversi dal presente in cui si vive.

 

I piccioni fotografi di Neubronner

Scritto da il 07 gen 2012 | Categorie: Fatine, Grande Guerra, Storia, Storia Militare

Un breve articolo, giusto qualche informazione, per segnalare un dispositivo interessante per chi si occupa di Steampunk o di romanzi ambientati nei primi anni del ’900: il piccione con fotocamera di Neubronner.

Julius Gustav Neubronner (1852-1932) apparteneva a una storica famiglia di farmacisti di Kronberg im Taunus, una cittadina dell’Assia. Fin da adolescente, nel 1865, aveva sviluppato un grande interesse per la fotografia. Nel 1886 ereditò la farmacia del padre a Kronberg e nel 1891 trasferì casa e negozio presso la “chiesa contesa”, un edificio che doveva ospitare una chiesa cattolica mai inaugurata.

Dopo il 1902 cominciò a usare i piccioni per ricevere rapidamente sostanze chimiche dal suo fornitore di Francoforte (un piccione poteva portare fino a 75 grammi di prodotti).
Impiegò i piccioni anche per spedire ordini urgenti di medicine al famoso sanatorio fondato nel 1876 da Dettweiler a Königstein im Taunus (circa 5 km in linea d’aria tra le due località), ma la cosa terminò dopo tre anni quando il sanatorio divenne un convalescenziario per ufficiali nel 1907.
L’idea non era originale: l’aveva già avuta il padre Wilhelm molti anni prima, quando le farmacie nei villaggi circostanti erano ancora rare. Neubronner ci ripensò a causa di un articolo di giornale che parlava di un sistema simile impiegato a Boston.

Julius Neubronner ebbe anche clienti molto illustri. La Principessa Vittoria di Sassonia-Coburgo-Gotha, figlia primogenita della Regina Vittoria d’Inghilterra, conosciuta col nome di Imperatrice Federico (Kaiserin Friedrich) dopo la morte dell’Imperatore Federico III nel 1888, scelse come sede per gli ultimi anni di vita (morì nel 1901) lo Schloss Friedrichshof presso Kronberg im Taunus. Julius Neubronner divenne il suo farmacista di corte.
Ma non è la sua carriera di farmacista a interessarmi.

Nel 1903 la passione per la fotografia si unì a quella per i piccioni.
Neubronner realizzò delle fotocamere in legno di peso ridotto, 30-75 grammi, da agganciare al petto dei piccioni tramite cinghie e un’armatura in alluminio. Neubronner testò il sistema di foto aeree portando il piccione a 100 chilometri da casa. A causa del peso il piccione volava a solo 50-100 metri dal suolo e (vantaggio) tendeva a prendere il percorso più breve per potersi liberare dell’attrezzatura. Le fotografie venivano scattate in automatico tramite un sistema pneumatico che gestiva l’intervallo di scatto.
Ottenne il brevetto nel 1908 e presentò l’invenzione alle esposizioni internazionali di Dresda, Francoforte e Parigi tra il 1909 e il 1911, riscuotendo un notevole interesse. A Dresda i visitatori poterono assistere all’arrivo dei piccioni che scattavano le foto e comprare le cartoline con le foto appena sviluppate. Al Salon International de l’Aéronautique et de l’Espace de Paris-Le Bourget ottenne due medaglie d’oro, nel 1910 e nel 1911, per il metodo impiegato e per la qualità delle foto.



Julius Neubronner nel 1914; una foto aerea dello Schloss Friedrichshof e due di Francoforte fatte dai piccioni; schizzo dell’imbracatura dal brevetto depositato nel 1907; piccioni con imbracature e fotocamere; articolo d’epoca. Notare le fatine cancellate in queste foto manomesse dopo il 1918.
 

L’invenzione di Neubronner venne considerata molto utile per l’uso militare, nonostante l’invenzione degli aerei che permettavano ricognizioni aeree fotografiche molto superiori a quelle prima possibili per mezzo dei soli palloni. Il piccione aveva il vantaggio di poter sfrecciare a quota inferiore, catturando foto dietro le linee nemiche senza la visibilità di un aereo. Pur con tutti i problemi, incluse fucilate e uccelli da preda messi a difesa delle trincee, il piccione fotografo aveva i suoi vantaggi.

Il Ministero della Guerra Prussiano si interessò all’idea e lo scetticismo iniziale venne superato da una serie di dimostrazioni pratiche. I piccioni erano indifferenti alle esplosioni, ma il rapido spostamento delle gabbie durante i combattimenti li costringeva a impiegare un po’ di tempo ulteriore per orientarsi. Il problema delle colombaie mobili era stato già affrontato nel 1880 dall’esercito italiano, con risultati alterni, e il capitano d’artiglieria francese Reynaud lo risolse allevando i piccioni all’interno di colombaie itineranti.

Neubronner raggiunse una soluzione simile costruendo una colombaia mobile con inclusa la camera oscura, pitturata con colori sgargianti. In alcuni mesi di lavoro riuscì a istruire dei giovani piccioni a tornare alla colombaia anche dopo che questa era stata spostata. Non ho idea del modo: immagino che abbiano imparato a scandagliare l’area circostante alla ricerca della struttura quando non lo trovavano nel posto in cui si aspettavano di trovarla. La impiegò con successo a Dresda nel 1909.

Dopo anni di negoziati Neubronner ottenne un test pratico dei suoi piccioni fotografi per le manovre militari presso Strasburgo, nell’agosto del 1914, a cui sarebbe seguito l’acquisto dell’invenzione da parte della Germania. La manovra saltò per lo scoppio della guerra, ma non il test: i militari presero colombaie e piccioni e li testarono sul campo di battaglia, con risultati soddisfacenti.

Con l’inizio della guerra di trincea, i piccioni riebbero il ruolo di messaggeri che il telefono aveva minacciato negli anni precedenti, inclusi i nuovi piccioni da ricognizione di Neubronner. I piccioni fotografi ottennero un tale successo alla Battaglia di Verdun che le colombaie mobili vennero impiegate in quantità maggiore per la Battaglia della Somme.
I piccioni vennero impiegati come messaggeri da entrambe le parti. Lo United States Army Signal Corps utilizzò 600 piccioni in Francia. Il piccione Cher Ami ricevette la Croix de Guerre per aver consegnato 12 importanti messaggi durante la Battaglia di Verdun. Venne colpito nell’ottobre del 1918 mentre portava un messaggio che salvò 194 soldati del Battaglione Perduto. Sopravvisse, ma perse una zampa e gliene fecero una nuova in legno. Srsly.

Sfortunatamente, finita la guerra, complici forse le condizioni folli imposte dal Trattato di Versailles, il Ministero della Guerra disse a Neubronner che la sua invenzione non aveva un uso militare pratico e dunque non intendevano proseguire gli esperimenti.

Neubronner era anche appassionato di lanterne magiche e di cinema. Nel 1905 fondò la Fabrik für Trockenklebematerial che ancora esiste col nome di Neubronner GmbH & Co. KG, per vendere il nastro perforato adesivo che aveva ideato a partire dalle sue esperienze sull’incollaggio delle fotografie alle lastre in vetro per le proiezioni della lanterna magica.
Un professionista pieno di idee e di interessi, anche se preferisco ricordarlo come l’uomo che studiò un sistema per attaccare una macchina fotografica al proprio uccello.

Colombaia motorizzata francese della Grande Guerra.

Sempre a tema piccioni e fotografia, qualcosa di completamente differente.
Durante la guerra Franco-Prussiana del 1870-1871 Parigi, che visse l’episodio storico della Comune, venne assediata dai tedeschi. Per poter ottenere informazioni dall’esterno, Parigi iniziò a inviare tramite mongolfiera i piccioni fino a Tours. Il via vai di mongolfiere su Parigi, nel tentativo degli assediati di sopravvivere ottenendo alimenti tramite questo bizzarro (e ridicolo) ponte aereo, non piaceva molto ai tedeschi che tentavano di abbattere i palloni come potevano e pare che la Krupp sviluppò apposta un primo tipo cannone contraereo di cui non ho mai trovato immagini.

I piccioni arrivati a Tours potevano ricevere i messaggi e ripartire. Dove sta la fotografia? Semplice. Inviare brevi messaggi scritti in miniatura su carta finissima non è particolarmente efficiente come sistema e i francesi iniziarono a inviare pellicole fotografiche con le foto delle pagine dei dispacci, in pratica dei microfilm. Il primo uso militare dei microfilm storicamente accertato. In tal modo un piccione poteva portare addosso molte più informazioni: uno dei tubi inviati nel gennaio 1870 conteneva 6 dispacci ufficiali e 15 privati. Il tutto su un singolo piccione! Un piccolo miracolo della miniaturizzazione fotografica.

Non che i piccioni fossero molto efficienti come messaggeri, comunque: pare che nel novembre 1870 di 89 piccioni inviati ne arrivarono a destinazione solo 19 e nel febbraio 1871 dei 22 piccioni partiti da Tours solo 3 arrivarono a Parigi (stime di Savelon). Cattivo tempo e cacciatori francesi affamati, nonché gli sforzi prussiani per abbattere i piccioni tramite fucilate e falchi, rendevano quello del piccione viaggiatore un mestiere infame. Non per niente, per chi disponeva di personale addestrato come l’esercito prussiano, si impiegavano le astute e rapide fatine nel ruolo di staffette. Come è noto.

 
Fonti principali:
http://en.wikipedia.org/wiki/Julius_Neubronner
http://en.wikipedia.org/wiki/Pigeon_photography
http://www.cix.co.uk/~mhayhurst/jdhayhurst/pigeon/pigeon.html

 

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