Archivio per la Categoria 'Marina e Navi'

  1. U.S. Navy Fire Control Computers degli anni '50 by Il Duca di Baionette
  2. Spunti Steampunk: Scafandri Rigidi Articolati by Il Duca di Baionette
  3. Popoffka: le cannoniere circolari russe by Il Duca di Baionette
  4. Ancora immagini da Leviathan by Il Duca di Baionette

U.S. Navy Fire Control Computers degli anni ’50

Scritto da il 19 mag 2010 | Categorie: Dieselpunk, Marina e Navi, Steampunk

Oggi, mentre sfogliavo la solita mole di articoli brutti e inutili su Boing Boing (da tempo pur di mettere una dozzina di post in più al giorno pubblicano roba di cui si vergognerebbe un quattordicenne), sono incappato in una serie di video dedicati al sistema di controllo del tiro per l’artiglieria navale statunitense negli anni ’50.
Avevo visto il primo a inizio marzo, segnandomi di doverli vedere tutti, ma col passare dei mesi me ne ero dimenticato. Boing Boing, per una volta, è servito a qualcosa.

Admiralty Fire Control Table, il sistema di controllo del tiro con calcolatore elettromeccanico installato sulle navi britanniche a partire dagli anni Venti.

Vi propongo questi sette video perché penso possano tornare utili, anche solo come suggestione/spunto, per gli appassionati “seri” di Steampunk (calcolatori per corazzate terrestri!) e Dieselpunk: i computer analogici in generale hanno un fascino irresistibile, ma questi per il tiro ne hanno ancora di più.

Quanti bei meccanismi in movimento! ^_^
Buona visione!

 

Spunti Steampunk: Scafandri Rigidi Articolati

Scritto da il 02 gen 2010 | Categorie: Marina e Navi, Steampunk

Nell’articolo di ieri ho proposto un gioco.
Gli scopi del gioco erano due: fare il porco con la solita storia delle mutandine; stimolare la curiosità dei lettori che volevano partecipare e portarli a scoprire siti e scafandri d’epoca che non conoscevano. E magari trovarli affascinanti come è capitato a me.

In fondo l’immagine tipica del palombaro d’epoca è quella dell’elmo di metallo e della muta flessibile, no? Credo che tanti ignorino che gli scafandri rigidi articolari (ADS, Atmospheric Diving Suit) esistevano ben prima della seconda guerra mondiale, o che addirittura hanno antenati che risalgono al Settecento. O forse proietto sugli altri la mia passata ignoranza e invece è una cosa che tutti imparano poco dopo l’uso del vasino… ^_^

Nel dubbio val la pena segnalare un po’ di foto, come spunti su cui riflettere o con cui far volare l’immaginazione: spunti, immagini, suggestioni… cosa c’è di più importante per alimentare la fantasia e di conseguenza la narrativa fantastica di qualità?
Ho fatto già qualcosa di simile con la posta pneumatica.

Certi non sfigurerebbero come esocheletri a vapore ottocenteschi: magari Golem a vapore tecnomagici indossabili, il tipo che ho messo da un anno e mezzo abbondante nella mia ambientazione SteamFantasy (però io li preferisco più sul genere Mech pilotabile che non esoscheletro indossabile, ma è solo questione di gusti).

Palombaro_classico_e_tritonia_1935_confronto
Palombaro nello scafandro rigido “Tritonia” (di Peress) al fianco di uno in muta flessibile.
Tritonia_1935_ingresso Tritonia_1935_appeso
Tritonia: scafandro rigido da palombaro…
O armatura per i Granatieri Corazzati prussiani nella guerra del 1870-71?
O forse una tuta spaziale del Corpo di Spedizione Britannico su Marte, nel 1893?

Lo Steam ha bisogno di suggestioni e informazioni: come si può immaginare un passato diverso senza partire da quello reale? Spero in futuro di fare altri articoli di questo tipo: il fatto che io non possa scrivere nulla di intelligente e/o nuovo su un argomento che mi piace non è un buon motivo per non condividere il materiale con altri che potrebbero trovarlo altrettanto affascinante. No? ^_^

scaphandre
Il famoso scafandro rigido Carmagnolle, ideato nel 1878 e brevettato nel 1882.
Peso: ben 380 chilogrammi. Bello, ma poco pratico: tipicamente francese.
carmagnolle_1878 carmagnolle6 Carmagnol_1882
Non sembra un’armatura potenziata Steampunk?
Manca solo un motore a vapore sulla schiena e i pistoni idraulici sugli arti…

Qualche informazione da Wikipedia inglese e italiana:
1715: John Lethbridge costruì una “macchina per immersione”, essenzialmente un barile di legno di circa 1 metro e 80 di lunghezza con due fori per le braccia, sigillati con cuoio, e un oblò di vetro. Venne utilizzata spesso per immersioni a circa 18 metri e per recuperare consistenti quantità di argento dal relitto della East Indiaman Vansittart, affondata nel 1718 di fronte a Capo Verde.
1838: l’inglese William H. Taylor progettò la prima muta corazzata con articolazioni vere, concepite come parti in cuoio impermeabile con anelli a formare una molla (articolazioni a soffietto). Le mani e i piedi del subacqueo erano coperte di cuoio. Aveva anche inventato un serbatoio per la zavorra allegato da riempire con acqua per ottenere la galleggiabilità negativa. Fu brevettato, ma mai prodotto perché si credeva che il peso e la mole avrebbero immobilizzato il subacqueo.
1856: Lodner D. Phillips progettò il primo Scafandro Rigido Articolato interamente sigillato. Si trattava di un torso a forma di barilotto, con estremità a cupola e giunture sferiche per la mobilità di braccia e gambe. L’aria veniva fornita dalla superficie tramite un ombelicale. Non pare venne mai davvero costruito.
1882: i fratelli Carmagnolle di Marsiglia brevettarono la prima ADS antropomorfica dotata di giunture a tenuta stagna formate da sezioni di sfera concentriche. La muta ne aveva 22, 4 per gamba, sei per braccio e due nel torso. L’elmo aveva 25 vetri per la visione all’esterno.
1914: Macduffee costruì la prima ADS con cuscinetti a sfera per agevolare i movimenti. Venne testata a New York alla profondità di 65 metri. Pesava 250 chilogrammi, in lega d’alluminio.

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Lethbridge_scafandro_immersione William_Taylor_ADS Lafayette_1875
Macduffee (1914), Lethbridge (1715), Taylor (1838) e Lafayette (1875)

Maggiori informazioni qui:
http://www.therebreathersite.nl
http://www.divingheritage.com
Wikipedia Inglese
Wikipedia Italiana (versione incompleta di quella inglese)

Piaciute?
 

Popoffka: le cannoniere circolari russe

Scritto da il 12 dic 2009 | Categorie: Marina e Navi, Steam: a Vapore!, Storia Militare

Pensavo che la mitragliatrice a vapore fosse una bizzarria conosciuta, ben nota ai veri amanti dello Steampunk o dell’Ottocento. Mi ero sbagliato: non la conosceva praticamente nessuno, neppure tra gli appassionati di oplologia.
Questa volta però parlerò di qualcosa che è veramente molto nota, pur essendo una stramberia che si ricorda per la sua stupidità e non per aver precorso i tempi con qualche intuizione geniale: le cannoniere circolari “popoffka”, costruite e sperimentate dai Russi tra il 1871 e il 1879.
Un Epic Fail la cui eco rimbomba nella storia militare da 130 anni.

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Cannoniera circolare NOVGOROD, una delle due “popoffka”

Definire che tipo di nave fossero le popoffka non è semplice. Lo stesso termine “cannoniera”, che io ritengo il più valido per descriverle, è stato usato per imbarcazioni molto diverse nel corso dell’Ottocento. La cannoniera (gunboat) del periodo napoleonico era una barca con un singolo cannone a poppa (o due: uno a prora e uno a poppa), ideata per massimizzare il volume di fuoco pur non disponendo di velieri adeguati su cui montare i cannoni. A metà Ottocento divenne una nave di dimensioni maggiori, più simile a una batteria galleggiante in alcuni casi, ma già con altri nomi aggiuntivi a confondere le acque (li vedremo tra poco). Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la cannoniera divenne semplicemente una nave da guerra di dimensioni modeste e con un numero ridotto di cannoni, per motivi di spazio, ma senza un aspetto esteriore particolarmente “diverso” da quello di altre navi più grandi.

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Quattro cannoniere norvegesi affrontano la HMS Tartar inglese
nella Battaglia di Alvøen del 1808 (episodio della Guerra delle Cannoniere)

Il problema è che le popoffka erano molte cose: erano corazzate, erano cannoniere ed erano monitori. Ognuna di queste tre classificazioni descrive un loro aspetto: nessuna delle tre è sbagliata e difatti tutte vengono utilizzate. Non voglio dilungarmi troppo sulla marina militare del periodo o sulle sue evoluzioni, magari tornerò in futuro a parlare di pirofregate, corazzate e altro ancora, per cui cercherò di sintetizzare il più possibile le informazioni sul contesto storico in cui si svilupparono le popoffka.

Dopo la Guerra Civile Americana il mondo della marina militare era spaccato in due: da una parte i sostenitori della HMS Warrior, dall’altra quelli dell’USS Monitor. La prima era alta, stretta e lunghissima (127 metri), mentre la seconda era bassa, larga e corta (52 metri).
La Warrior quando apparve nel 1861 era la più grande, veloce e corazzata nave da guerra che il mondo avesse mai visto: due volte più grande della pirofregata corazzata francese rivale, La Gloire.
Il Monitor del 1862 era una nave piccola, con appena due cannoni nella torretta (l’unica parte che sporgeva dall’acqua abbastanza da offrire un buon bersaglio), ma poco adatta a combattere in mare aperto.
La Warrior era veloce (17,5 nodi, pari a 32,4 km/h, unendo l’effetto di vele e motori a vapore) e potente, ma lenta da manovrare a causa della grande lunghezza.
Il Monitor era più lento (8 nodi), ma era agile, compatto e in grado di speronare navi più grandi e goffe come le corazzate a casamatta confederate (che a loro volta, come “arieti navali”, speronavano di gusto i velieri e le pirofregate).
La soluzione ideale stava nel mezzo, come dimostrarono le navi da guerra del decennio successivo alla Guerra Civile Americana.

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USS Monitor

I piccoli monitori avevano molti difetti (corazzature dello scafo spesso inadeguate, torri che ruotavano con difficoltà, scarsa capacità di navigare in mare aperto, velocità non eccezionale), ma la semplicità delle loro forme stimolò molto gli architetti navali: navi tozze e stabili, che ricordano delle zattere. La loro “novità” portò alcuni dementi progettisti a estremizzare le caratteristiche di stabilità della forma a zattera.

Sir Edward James Reed (direttore delle Costruzioni della Royal Navy britannica dal 1863 al 1870) criticò l’eccessiva lunghezza della Warrior che la rendeva difficile da manovrare in combattimento. Secondo Reed le nuove navi da guerra dovevano essere molto più corte, un po’ più larghe e soprattutto senza alberi per diminuire il rollio e aumentare al massimo la stabilità. Aveva perfettamente ragione: le sue idee erano valide, sensate e rivolte al futuro invece che radicate nel passato. Peccato che non tutte le sue idee fossero così buone, come vedremo tra poco.

L’idea di ridurre la lunghezza e aumentare la larghezza della navi piaceva molto agli esperti degli anni 1860-1870: non solo avrebbe migliorato la stabilità e la manovrabilità, ma avrebbe anche alleggerito la nave perché il perimetro della scafo da corazzare di una nave “tozza” (a pari area) sarebbe stato minore rispetto a quello di una nave più lunga e stretta. Reed portò questo ragionamento alle estreme conseguenza: il cerchio.

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Sir Edward James Reed, l’architetto navale John Elder e il Vice-Ammiraglio Popoff
il trio del male delle corazzate circolari

Questa geniale idea entusiasmò un costruttore privato, John Elder, e l’occasione per costruire sul serio delle navi circolari gli venne offerta dal Vice-Ammiraglio russo Andrey Alexandrovich Popoff (o Popov, in base alla trascrizione preferita).
Dopo la Guerra di Crimea, con il Trattato di Parigi del 1856, era stato proibito alla Russia di possedere una flotta da guerra nel Mar Nero (per evitare un’ulteriore aggressione al moribondo, ma necessario per la stabilità politica dell’Europa, Impero Ottomano). L’Ammiragliato russo, di conseguenza, temeva di subire un’aggressione britannica nel Mar Nero devastante come quella del 1855 nel Mare di Azov che aveva portato alla distruzione della fortezza di Kinburn. Non potendo disporre di una flotta da guerra, perlomeno i russi volevano dotarsi di una flotta pesantemente corazzata e armata per la difesa costiera. Una flotta da difesa invincibile in grado di assicurare alla Russia la necessaria protezione, pur senza violare il trattato.

Nel 1870 Popoff fece costruire un vaporetto circolare del diametro di appena 24 piedi (7,3 metri) per effettuare test più concreti di quelli fatti fino a quel momento e per convincere l’Ammiragliato a realizzare una flotta di dieci corazzate circolari per difendere lo stretto di Kerch e la foce del Nipro.

I russi nel Mar Nero soffrivano di fondali bassi (anche solo cinque metri nelle zone che volevano difendere) il che rendeva automaticamente interessante l’uso di monitori a basso pescaggio (che infatti sono navi fluviali o, al più, adatte alla difesa costiera), dotati di torretta coi cannoni. La forma circolare sembrava la migliore per avere il massimo della corazza e il massimo della potenza di fuoco, ma con un pescaggio minimo. L’idea dei “fortini galleggianti” in grado di sparare in ogni direzione piacque, ma era troppo costosa per cui si decise di metterne in cantiere solo due: la Novgorod (varo nel 1873) e la Vice-Ammiraglio Popoff (varo nel 1875), più grande, che fu chiamata così in onore del suo ideatore (inizialmente era la Kiev).

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La Novgorod, da una incisione sul legno del 1876, e altre immagini

Guardando le immagini potete ben capire perché, tra i tre termini disponibili, ho preferito usare “cannoniere”.
Quando si parla di corazzate (Ironclad o Iron-clad) si intende, per l’epoca di riferimento delle popoffka, una “cannoniera corazzata” (il nome esatto infatti è Ironclad Gunboat) come le “corazzate a casamatta” della Guerra Civile Americana: qualcosa a metà strada tra la cannoniera e la batteria galleggiante, con una pesante protezione di metallo che difende i cannoni.
Quando si parla invece di monitori (monitor), detti anche “cannoniere corazzate a torri” (o “corazzate a torri”), si intendeva una nave corazzata che, al posto della casamatta difensiva piena di cannoni, aveva solo un numero ridotto di pezzi (uno o due) per ogni torre girevole pesantemente corazzata.

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Una cannoniera corazzata a casamatta, la USS Cairo (1861)

Nelle popoffka i due cannoni erano disposti in una barbetta (il parapetto difensivo in ferro da cui sporgevano) che fungeva da piattaforma corazzata (i cannoni avevano affusti propri e un meccanismo per girare e puntare su bersagli distinti o sullo stesso), ma l’ulteriore caratteristica tipica dei monitori, ovvero la torre corazzata che difende i cannoni, è meno accentuata: la barbetta protegge bene gli artiglieri, ma il cannone risulta un po’ scoperto perché deve tirare oltre il bordo. Sono di sicuro più simile ai monitori che alle corazzate precedenti.
In inghilterra le popoffka sono conosciute soprattutto come circular iron-clads (cyclads) e a me non dispiace affatto chiamarle “corazzate circolari”, ma per una questione di precisione preferisco usare la definizione di “cannoniere circolari”.

La Novgorod aveva un diametro di 101 piedi (30,8 m) e un pescaggio massimo di 12 piedi e 6 pollici (3,8 m). La corazza del bordo si estendeva dal limite del ponte, 1 piede e 6 pollici (45,7 cm) sopra la linea di galleggiamento, fino a 4 piedi e 6 pollici (1,37 m) sotto la linea di galleggiamento. L’armatura del bordo corazzato era spessa 9 pollici (22,8 cm) nei 3 piedi superiori e 7 pollici (17,8 cm) nei 3 piedi inferiori. Lo scafo in legno dietro la corazza era rinforzato con pesanti traversine di ferro cave, a loro volta piene di legno. Lo scafo in legno, come ulteriore protezione prima della cintura corazzata interna, era spesso 27 pollici (68 cm) nel punto massimo ed era rivestito con lastre di rame (per proteggerlo dall’acqua).
Il ponte aveva un’armatura spessa 2,75 pollici (7 cm) e nel punto più alto si trovava 5 piedi e 3 pollici (1,6 m) sopra la linea di galleggiamento. La barbetta era alta 7 piedi (2,1 m) ed era protetta da un’armatura spessa 9 pollici (22,8 cm).
Le ciminiere erano protette nei primi 3 piedi di altezza da 4,5 pollici (11,4 cm) di armatura.
La Novgorod era armata con due cannoni rigati a retrocarica da 11 pollici (280 mm, con canna lunga 20 calibri) disposti su affusti distinti nella barbetta che permetteva un puntamento a 360 gradi. Successivamente i due pezzi da 11 pollici vennero sostituiti con due cannoni rigati ancora più moderni da 8 pollici (203 mm).
Le armi secondarie erano due pezzi da 88 mm e due pezzi da 2,5 libbre, oltre a qualche torpedine (da intendere col significato dell’epoca: come mina marina galleggiante e non come siluro).
Aveva un dislocamento di 2491 tonnellate (2706 a pieno carico) ed era spinta da un motore a vapore a pistoni con 6 alberi (ci sono sei eliche, tre a destra e tre a sinistra del timone) con 8 caldaie cilindriche, per un totale di 3000 cavalli (ihp, indicated horsepower). La velocità nonostante l’enorme potenza era scarsa, appena 7 nodi massimi (13 Km/h, in realtà mai raggiunti), per cui si decise di ridurre gli alberi a 4 (eliminando le due eliche più esterne e due caldaie) e i cavalli a 2000, ottenendo così una velocità massima “reale” poco inferiore, 6 nodi (11 Km/h), ma un notevole risparmio in carbone.
Portava 160 tonnellate di carbone.

La Vice-Ammiraglio Popoff era molto simile, ma un po’ più grande: il diametro dello scafo era 120 piedi (36,5 m) e il pescaggio massimo era 13 piedi e 6 pollici (4,1 m). La cintura corazzata era dotata di un secondo strato di armatura spessa 7 pollici (17,8 cm), separato dal primo da 4,5 pollici (11,4 cm) di legno. Anche la barbetta era più spessa di 7 pollici, per un totale di 16 (40,6 cm).
Il ponte era corazzato con 3 pollici di armatura (7,6 cm) e i due cannoni rigati a retrocarica erano da 12 pollici (300 mm, sempre canna lunga 20 calibri). Le armi secondarie erano otto pezzi da 88 mm e due cannoncini a canne rotanti da 1 libbra (quasi sicuramente Hotchkiss da 37 mm a cinque canne)
Aveva un dislocamento di 3550 tonnellate (3990 a pieno carico) ed era spinta da un motore a vapore da 4500 cavalli per garantire una velocità massima teorica di 8,5 nodi (15,7 km/h, anche questi mai raggiunti), ma poi, come nel caso della Novgorod, venne ridimensionato togliendo due eliche e due caldaie e riducendo la potenza a 3066 cavalli (velocità massima reale di 6 nodi, 11 Km/h).
Portava 170 tonnellate di carbone.

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Mitragliera/Cannoncino meccanico Hotchkiss da 37 mm a cinque canne rotanti

Lo scafo relativamente leggero e la forma circolare che favoriva uno scarso pescaggio permisero di abbondare con l’armatura, come visto: ben il 20% del dislocamento della Novgorod e il 34% di quello della Vice-Ammiraglio Popoff.

Nel 1871 vennero messe in cantiere a San Pietroburgo, poi le parti furono trasferite nel 1873 ai cantieri Nikolaeff, sul Mar Nero, per montarle. Reed stesso venne a vederle nel 1875 (anno di completamento della seconda, la Popoff).
Gli architetti navali d’Europa erano incuriositi da questo bizzarro e costoso esperimento, ma a parte Reed e pochi altri, la maggior parte degli esperti (Barnaby, White) ritenevano che sarebbe stato un fallimento. E anche persone meno qualificate, come i costruttori delle navi nel cantiere russo (o come qualsiasi persona di buon senso, anche senza esperienza navale), pensavano che l’idea di una nave circolare a fondo piatto fosse una colossale scemenza.
Alla fine le due popoffka vennero condotte alle foci del Danubio per una prova in acque fluviali (mi pare nel 1875 o nel 1876). Riuscirono a risalire la corrente in modo adeguato, ma quando si trattò di tornare indietro fu un disastro!

Cominciarono a ruotare su sé stesse e da una riva all’altra come tronchi fluitati, senza che le macchine potessero farle governare.
(“The British Navy”, volume I, pag. 194)

Nel 1879 la Vice-Ammiraglio Popoff compì la traversata Sebastopoli-Batum col granduca Costantino a bordo, alla velocità non entusiasmante di appena 6 nodi (11,1 Km/h), ma in fondo si trattava solo di andare dritta (cosa che le popoffka sanno fare). Considerando che Sebastopoli si trova in Crimea e Batum nell’attuale Georgia, e in mezzo ci sono 750-800 Km di Mar Nero, potete immaginare che il viaggio non sia stato esattamente rapidissimo: 70 ore almeno?
Ciliegina sulla torta, poco dopo che il granduca fu sbarcato la nave decise di andarsene di traverso per i fatti propri e si incagliò con tanta ostinazione che ci vollero quattro piroscafi per trascinarla fuori e rimetterla a galla. In fondo il viaggio era finito: perché non tornare a fare quello che le piaceva di più, ovvero sbandare come un’ubriaca e finire incagliata? ^_^

William Henry White, uno dei noiosi uccellacci del malaugurio che non capivano l’Arte Geniale insita nelle navi circolari amate da Reed (qui viene bene un parallelo con gli scrittori montati che disdegnano le regole e poi si lamentano che nessuno li capisce), aveva già spiegato chiaramente che l’enorme inerzia della nave, unita al fondo piatto (minima resistenza laterale da parte dell’acqua), avrebbe impartito un moto circolare alle popoffka non appena si fosse toccata la barra per farle manovrare. Dritte potevano andare, ma era meglio che evitassero di modificare la rotta se non in modo estremamente blando.

Reed, messo di fronte alla Crudele Realtà, si difese dichiarando che in fondo si trattava di navi adatte alla acque basse e a un servizio costiero, come “cittadelle marine a vapore”, quindi non era grave che fossero incapaci di muoversi in modo decente.
Erano troppo lente per opporsi alla corrente del Nipro e non potevano nemmeno girarsi correttamente. Il rapporto dell’ammiraglio Tchikatchoff al granduca fu chiaro: fallimento completo.

Comunque, a parte i famosi Reed ed Elder, vi furono anche altri fessi (fortunatamente casi rari) che nel 1876-1879 continuarono a proporre l’idea della nave circolare come difesa costiera sotto forma di “cittadella galleggiante”. Ne riporto uno.

Per disporre di una efficiente flotta per la difesa costiera, noi dovremmo, a mio parere, avere quattro corazzate circolari di prima classe (circa 8500 tonnellate), per il Tamigi e i porti del Sud; sei corazzate circolari di seconda classe (circa 5000 tonnellate) da stazionare in altri porti del Regno Unito; e trenta cannoniere della classe “Cometa” suddivise lungo la costa, dove più necessario. A queste, andrebbero aggiunte delle torpediniere, quando ne verrà introdotto un tipo veramente valido.
(Comandate Noel, dal saggio “On The Best Types of War-Vessels for the British Navy” del 1876, citato in “The British Navy”, vol. III)

E infine il parere di un esperto italiano dell’epoca.

Il vantaggio della forma di queste navi, consiste in ciò che essa permette un pescare minimo con uno spostamento massimo, quindi grandissima potenza di corazza e di cannoni le sono applicabili; ma per contro offrono tali inconvenienti da rendere molto problematica se non la loro assoluta utilità, per lo meno l’efficacia dei loro mezzi d’offesa. Infatti l’accesso difficilissimo dell’acqua ai propulsori le rende incapaci di grandi velocità, quindi assenza di sperone, mentre possono essere facilmente raggiunte dallo sperone di un qualsiasi nemico più rapido, al quale non possono sfuggire, in alto mare, in nessuna maniera.
(Ingegner Boccardo, 1880, in “Enciclopedia delle Arti e Industrie”, vol. II, pag. 941)

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Sir William Henry White, Direttore delle Costruzioni dell’Ammiragliato dal 1885 al 1901,
e segretario di Reed fino al 1870: un ometto materialista che non capiva l’ARTE
della navi circolari!
(^__^)

Conclusione
L’esperienza delle popoffka insegnò agli architetti navali che non bisogna fissarsi su un singolo aspetto strambo nel design di un nave, estremizzandolo fino a surclassare tutti gli altri aspetti tradizionali e “sicuri”. Il risultato dell’estremismo progettuale fu una nave retrograda, incapace di manovra, come se l’arte nautica fosse tornata indietro di millenni.
All’epoca i test sui modelli erano ancora un lusso nuovo, nato negli anni 1860, ma costruire un modello anche solo “abbozzato” della Novgorod prima di produrla avrebbe dimostrato che non era possibile manovrarla in un fiume e men che meno in mare aperto (a meno di non puntare, con molta fortuna e il mare piatto, solo da andare diritti). Nel 1974 venne realizzato un modello in scala della nave, funzionante, e venne effettuato un test non esattamente scientifico, ma con una buona approssimazione e fattibile anche nell’Ottocento: il modellino dimostrò tutte le debolezze della nave reale. Avrebbero potuto farlo anche nel 1873, prima di sprecare soldi. Fortunatamente ne costruirono solo due.
Una cosa però si può dire: quando si tratta di girare a 360 gradi, lo sanno fare! ^_^

Dal punto di vista scientifico era banalmente ovvio già all’epoca (e Reed era un coglione a non esserci arrivato, ma gli altri lo avevano capito) che una forma circolare offre una fortissima resistenza contro l’acqua (form drag al 90%, contro il 10% di una forma a dardo: di peggio c’è la nave quadrata e quella triangolare che avanza contro un lato).
Gli stessi russi si accorsero che l’enorme potenza del motore non contribuiva molto nel renderla più manovrabile o veloce, e difatti esclusero le eliche laterali e ridussero la potenza. Lo scarso pescaggio unito al fondo piatto le rendeva incontrollabili: l’armamento e l’armatura più pesante del mondo non servono a molto se le navi non sono in grado entrare in azione quando richiesto, in modo rapido e affidabile, che è il “requisito minimo” nella guerra navale.
Le due navi fecero parte della Flottiglia del Danubio durante la Guerra Russo-Turca del 1877-1878, poi relegate a “Difese Costiere Corazzate” nel 1892 e infine nel porto di Sebastopoli a fare le navi cargo nel 1903. Vennero smantellate nel 1912.

A parziale discolpa di Popoff possiamo ricordare che le navi che aveva immaginato non erano fatte per una guerra navale tradizionale e che i limiti in cui dovevano operare erano molto forti (tra pescaggio scarso e il non poter essere navi da guerra vere e proprie): se parte dei loro limiti fosse stata superata, ad esempio con una forma meno sferica per tagliare meglio l’acqua a prora e a poppa, avrebbero potuto svolgere in modo più che dignitoso il loro compito.
In ogni caso la sua carriera proseguì in modo soddisfacente.

Per quanto riguarda l’architetto navale John Elder, sostenitore fin dagli anni 1860 delle navi circolari, ebbe ancora un’occasione nel 1879 per mettere in pratica il proprio fetish navale con un design “quasi circolare”. Lo Zar Alessandro II aveva bisogno di un nuovo yatch imperiale “Livadia” perché il precedente (con lo stesso nome) era affondato pochi mesi prima. Sfortunatamente lo Zar soffriva di mal di mare, il che rendeva difficoltosa la realizzazione di una nave che fosse assieme molto grande, lussuosa, in grado di raggiungere la velocità massima di 15 nodi e capace di tenere decentemente il mare aperto. Il costruttore avrebbe guadagnato in percentuale sul costo del vascello, ma in caso di violazione delle specifiche ci sarebbero state pesantissime multe (non volevano un secondo caso popoffka: la nuova nave doveva poter navigare diritta nel passare in rassegna la flotta!)
John Elder, nei suoi cantieri scozzesi, la realizzò nel 1880. Per ottenere il massimo della stabilità partì dalla forma circolare e poi la modificò, allungandola a prora e a poppa. La potenza dei motori, 12mila cavalli, venne scelta dopo un attento studio del modellino in scala 1/10. Il “Livadia” fu una nave strana, ma estremamente lussuosa, con velocità di punta in condizioni ottimali di 17-18 nodi.
In mare aperto, senza onde alte, si comportò bene. Sfortunatamente soffrì molto le onde alte otto metri quando finì per tre giorni e tre notti in una brutta tempesta al largo dello Golfo di Biscaglia: la nave, danneggiata, se la cavò, ma la sensazione provata dagli ospiti a ogni onda era di starsi sfracellando contro le rocce, colpa del profilo ancora troppo tondeggiante e del fondo ancora troppo piatto che faceva sentire tutta la violenza dell’impatto con l’acqua. Con uno scafo circolare, come fece notare il capitano Verkhovsky del comitato scientifico russo che scortava la nave dalle acque britanniche al Mar Nero, diminuire la velocità come si faceva con le altre navi non aiutò affatto: l’effetto era uguale a 2,5 nodi come a 8 nodi.

 


Fonti principali per le Popoffka:
The British Navy, vol. III (pag. 51-53 e 496-510), 1882, di Sir Thomas Brassey.
The World’s Worst Warships (pag. 26-29), di Antony Preston.
La Marina da Guerra (pag. 64-65), di Giovanni Santi-Mazzini.
Naval Science, vol. III (pag. 1-4), 1874, trascritto da Lars Bruzelius qui.
The British Navy, vol. I (brano tradotto e riportato in La Marina da Guerra).
Enciclopedia delle Arti e Industrie, vol. II (brano riportato in La Marina da Guerra).

Ancora immagini da Leviathan

Scritto da il 06 nov 2009 | Categorie: Artiglieria e Veicoli, Libri, Marina e Navi, Steampunk

Altre immagini da Leviathan. Sono state pubblicate sul sito dell’illustratore, Keith Thompson, un po’ di giorni fa, ma non avevo ancora avuto modo di parlarne. Credo che siano abbastanza carine da meritare un altro articolo a tema Leviathan, anche se il libro in sé mi entusiasma meno di altri romanzi steampunk… tant’è che non sono ancora stato travolto dalla voglia di leggerlo: anche se ho visto che lo vendono online in vari negozi, con un prezzo che in base al negozio va dai 9,99 dollari ai 19,99 dollari, non ho intenzione di comprarlo ancora. I mobipocket e gli ePub costano troppo: gli unici a prezzo decente, 9,99 dollari, sono il formato per Kindle (che non posso leggere) e la versione venduta dal sito di Barnes & Noble (ma la pagina B&N dice: These items ship to U.S. addresses only).
Grandioso. Se anche lo volessi probabilmente non potrei nemmeno comprarlo senza mentire sull’indirizzo. E non mi va di farlo, visto che non muoio dalla voglia di leggerlo subito.

Passiamo alle immagini, va…

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Il Leviathan, un po’ di fanteria aeromobile e una corazzata terrestre

Il Leviathan, ovvero la balena piena di scoregge, lascia il tempo che trova. Carino, ma nulla di cui si possa discutere. A destra nell’immagine mi pare di intravedere il mostropalla a propulsione anale di cui abbiamo già parlato nei mesi scorsi.

La fanteria aeromobile non è niente male. Ho preferito aeromobile rispetto ad aviotrasportata, visto che lo usano nella cavalleria dell’aria italiana… e questa fanteria che scende dai dirigibili senza paracadute mi sembra decisamente una sorta di cavalleria dell’aria, versione tecnologica dei dragoni del ’600 che si muovevano a cavallo e combattevano a piedi.

Bello il fucile con la baionetta, belli gli elmetti (col chiodo per la fanteria e con la palla per l’artiglieria, come è giusto che sia), belli i dirigibili steampunk, bello (e credibile) il pezzo di artiglieria leggera adatto al trasporto aereo ecc… ma qualcosa mi stona.

Iniziano dalla cosa meno importante.
Guardate i numeri sulle fodere degli elmetti. Nel nostro mondo il numero sulla fodera del pickelhaube indica il reggimento. Qui abbiamo tre soldati, di cui verosimilmente quello col binocolo e il fischietto rappresenta un ufficiale, di tre reggimenti diversi (200, 213 e 228). Non pare molto probabile che siano così mischiati a casaccio. Usare un solo numero sarebbe stato più intelligente perché, anche se può non essere un errore (magari nel mondo di Leviathan il numero serve per le estrazioni della lotteria del reggimento e chi vince viene sodomizzato col chiodo dell’elmetto ^__^), di certo è un elemento sospetto per un lettore un pochino accorto.

La cosa un po’ più importante, se avete gli occhi, dovreste averla già notata da soli. Se avete gli occhi e un cervello funzionante, intendo. ^__^
Se non l’avete notata iniziate seriamente a preoccuparvi. Guardate l’artigliere che sta sollevando la canna dell’obice/cannone (opterei per obice, ma non è detto). Primo dettaglio: ha delle braccine da anoressico (individuato alla prima occhiata da mia madre: “ma quel soldato ha delle braccia da ragazzina!”). Secondo dettaglio: sta sollevando un attrezzo che pesa l’ira di Dio.

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L’artiglieria leggera è leggera, ma non “leggerissima”: tutto incluso sono 1270 kg

Facciamo un paio di ipotesi su quanto sta sollevando?
Prendiamo un obice leggero, molto leggero, come il famoso OTO Melara modello 56 da 105/14. Un cosino rispetto ad altri obici più pesanti, come quelli preferiti dagli inglesi al tempo delle Falkland.
Quanto peserebbe il pezzo che il soldato sta sollevando se fosse del modello 56? Uso naturalmente i dati provenienti dal manuale dell’esercito indicato qui.

Vediamo… lì abbiamo il tubo obice, la slitta (quella roba sotto il tubo obice, pure più massiccia che non nel modello 56) e il blocco di culatta. Dall’immagine non si capisce se il blocco di culatta ha anche il congegno di chiusura già montato, quindi immaginiamo di “no” per alleggerire al massimo il conto. E manca il freno di bocca (che sembra un affarino, ma da solo sono 32 kg di acciaio).
Il tubo obice rinforzato (senza freno) sono 113,9 kg, la slitta 112 kg e il blocco di culatta (senza congegno di chiusura) sono 72,9 kg. Totale: 298,8 kg.
Non li solleva a forza di bicipiti (vedete che il braccio lo sta sollevando all’altezza del gomito?) e spalle nemmeno Ronnie Coleman, figuratevi quell’anoressico. ^__^

Però il pezzo di artiglieria sembra più piccolo, a giudicare dalla bocca, di un 105 mm. Potremmo diminuire in proporzione con la sezione del calibro tutto il resto dell’arma!
O meglio ancora cercare dei pesi storici per fare il paragone.
Le artiglierie più piccole in dotazione a tedeschi e austro-ungarici erano il 7.62 cm Infanteriegeschütz L/16.5 (608 kg), il successivo 7.7 cm Infanteriegeschütz L/20 (815 kg) e lo Skoda 7,5 cm Gebirgskanone M.15 (613 kg). Senza considerare un obsoleto pezzo in bronzo senza organi elastici o freni decenti come il 7 cm Gebirgsgeschütz M99 (315 kg, ma era veramente obsoleto) o altri pezzi più pesanti da 7,7-8 cm (845 kg per il L/27 e 1300 kg per il Kanone in Haubitzelafette, 1000-1400 kg per altri pezzi “leggeri” austro-ungarici).

Non è credibile pensare che pesi meno di 600 kg, scudo incluso: la metà o poco meno del modello 56. Se diminuiamo tutto in proporzione quella canna peserà comunque troppo per un uomo solo che la sollevi in quel modo: 150 kg.

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Il feldmaresciallo August von Mackensen, fervente monarchico,
era talmente virile che poteva montare un obice con un solo sguardo

La corazzata terrestre che si muove su gambe. La questione “gambe”, come già detto in passato, rientra nella sospensione dell’incredulità a tema steampunk (come l’atmosfera rarefatta e l’uso di ossigeno da ingerire su Marte in Martian Dreams). Se non si tira troppo la corda e si mantiene la coerenza, a partire da una data scelta, allora va bene. In questa immagine non c’è qualcosa di particolare da giudicare: la nave avanza tra i boschi (credibile: le strade principali in territorio nemico saranno piene di mine anti-nave degne delle mine atomiche che aspettavano i sovietici nell’Europa libera) e spara. Stop. Nessuno le sta sparando addosso, quindi non possiamo valutare il fatto che “un avversario intelligente mirerebbe alle gambe” azzoppando la corazzata e rendendola così meno pericolosa.
La didascalia riporta la sigla SMS che sta per Seiner Majestät Schiff, equivalente all’inglese HMS (His Majesty’s Ship).

Possiamo però notare che tutte le bocche da fuoco sono simili: non abbiamo un cespuglio di bocche da fuoco grandi e piccole (stile pre-Dreadnought, corazzata policalibro), ma una corazzata monocalibro “moderna” che semplifica la logistica concentrandosi solo sulla bocca di fuoco più potente che può montare in numero adeguato.

E possiamo notare con piacere la bandiera di guerra che sventola. È piccola, ma è a suo modo precisa. Non vedete la divisione in quattro parti, di cui tre bianche e una più scura?
L’originale a cui, a parte qualche modifica (i dettagli non li vediamo), si ispira:

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Bandiera di Guerra della Kaiserliche Marine tedesca (Reichskriegsflagge), 1903-1919

A proposito: secondo questo sito Leviathan uscirà in italiano per Einaudi (Stile libero big) nel luglio 2010, con un prezzo di 18 euro. Aspetterò la versione italiana, magari in eBook a 9 euro (non pretendo il 5,50, anche se sappiamo tutti che è possibile se si ragiona col cervello invece che col culo sulle reali meccaniche del prezzo, ad esempio basandosi sul problema invenduti/rese e quindi sul perché le collane da edicola costino meno).

C’è un altro libro Steampunk in eBook che avrei comprato anche a più di 10$ (anche a 16$), ma l’editore (Tor) ha deciso che per adesso sarebbe stato venduto solo su carta (paperback a 15,99$). Io, come molti altri dotati di e-Reader, sulla carta proprio non lo voglio (mi dà fastidio sprecare spazio in camera) quindi se non lo vendono in eBook non lo posso comprare e basta. Lo dovrò leggere piratato quando verrà piratato o sperare che cambino idea prima. Non vedo dove sia la genialità nel proibire l’acquisto di un prodotto ai clienti, anche se il romanzo in sé sta andando bene: tre ristampe in un mese. Ma era un successo annunciato (coi soliti limiti di previsione, si intende) dato il romanzo e il momento. E se qualche editore italiano non ha già comprato i diritti, significa che gli editori italiani sono una banda di teste di cazzo. Senza “se” e “senza ma” perché gli esperti di settore NON possono permettersi di non essere informati.
Qualcuno dovrebbe aver capito che libro intendo. Ma ne parlerò un’altra volta.