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Apr 27

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Incipit d’anime: “Sakura Quest”

Dopo un anime di fantascienza, uno di fantasy e uno misto, passiamo a una serie mainstream: Sakura Quest, dedicata al mondo del turismo giapponese nei piccoli centri rurali.

Come mai ho scelto di provare una serie simile? Due ragioni principali: la prima è che lo ha realizzato la P.A. Works, gli stessi di Shirobako, serie dedicato al mondo dell’animazione giapponese, per cui so che sono in grado di rendere interessante e anche vagamente istruttivo un argomento all’apparenza noioso; la seconda è che la protagonista ha i capelli rosa, non troppo lunghi, e questo dovrebbe essere già di per sé motivazione sufficiente per chiunque.

Ho visto solo due episodi prima di scrivere l’articolo e girare il video, ma nel frattempo è uscito il terzo e anche il quarto (poche ore fa). Eventualmente ne possiamo parlare nei commenti, se ne vale la pena. Per la semplice analisi dell’incipit bastano due episodi. E se la serie meriterà ulteriore analisi, ce ne occuperemo con un articolo dedicato quando sarà finita.

Sakura Quest

Yoshino è una ragazza piena di sogni e di speranze che ha appena finito gli studi e vuole trovare un lavoro a Tokyo perché adora la capitale e detesta le piccole comunità. Ha vissuto tutta la vita in una cittadina di campagna e non vuole più tornarci, convinta che lì potrà solo fare una vita noiosa, aiutare la madre nei lavori domestici e non riuscirà mai a realizzare i propri sogni. Sogni che non sa quali siano visto che si limitano a “troviamo un lavoro qualsiasi per poter rimanere a Tokyo” e basta. Ma cosa le scoreggia il cervello? Mah!

Yoshino ha la testa come il portafogli: vuota. I suoi genitori non le manderanno altri soldi, o trova un lavoro o deve tornare a casa e mettere la testa a posto. Sfortunatamente gli ultimi trenta colloqui di lavoro hanno dimostrato che nessuna azienda ha bisogno di lei e il meglio che è riuscita a fare è stato un piccolo lavoro come modella.

Proprio quell’agenzia la contatta: un cliente ha chiesto espressamente di lei perché interpreti la “regina” di una certa attrazione turistica. Yoshino accetta subito, bisognosa di soldi per mangiare e solleticata da un sogno ricorrente, forse un ricordo, in cui da bambina veniva incoronata… non che il sogno serva a nulla, in realtà: accetta per riempire il frigo ormai vuoto.

Yoshino parte in direzione dell’attrazione turistica e comincia a sospettare qualcosa quando il treno si inoltra in piena campagna… ma che, starà mica finendo in mezzo ai campi, lontana dall’amato cemento e dalle luci sbrilluccicose di Tokyo? Sì. Manco ha usato Google Maps per capire dove fosse Manoyama o che fosse un villaggio. C’è perfino pericolo che respiri aria pulita, non sia mai!

L’arrivo non è molto allegro visto che nella minuscola stazione ferroviaria viene accolta da un gruppetto di persone con la faccia tra il depresso e l’incazzato, che reggono il suo striscione di benvenuto. Alla grande. E quando la vedono non la riconoscono.

E infatti non volevano lei. La modella che cercavano era un’altra Yoshino, con il cognome che si pronuncia in modo diverso, Tsubaki invece di Koharu, ma si scrive in modo simile (o almeno così ho capito) per cui hanno fatto casino per via della scrittura del proprietario del parco e per il fatto che la “piccola Yoshino” che vuole lui è morta da otto anni ed era famosa decenni prima. Per esclusione, contattando l’agenzia, è sembrato ovvio che la “piccola Yoshino” fosse Koharu. Il proprietario è un vecchio rincoglionito ancorato al passato, insomma.

L’incoronazione avviene e scopriamo qualche dettaglio sul “regno” nel villaggio di Manoyama: un palazzo trash simil medievaleggiante costruito anni prima, quando in Giappone vi era stato il boom dei microregni come attrazioni turistiche. A Manoyama era sorto un microregno legato al mito del chupacabra, creatura avvistata in centro e sud America (un mostro che beve il sangue del bestiame), ma mai in Giappone, che però il proprietario del regno è convinto di aver visto da giovane.

L’attrazione turistica era incentrata sul palazzo, sul proprietario Ushimatsu che interpreta l’eroe che estrae la spada dalla roccia e sconfigge il mostro… e ovviamente sull’area di giardino, per il classico turismo giapponese legato alle fioriture. All’incoronazione si presentano ben poche persone e anche il palazzo è malconcio: è evidente che il turismo locale è in declino e che c’è un bisogno disperato di migliorare la situazione, o finiranno tutti senza un lavoro.

Sì, c’è un motivo se sopra il palazzo campeggia un mostro dalle fattezze di rapa. Lo scopriamo nell’episodio tre.

Come vediamo abbiamo del conflitto, per quanto modesto. Yoshino non vuole trovarsi lì e loro in fondo non la vogliono, è lì per sbaglio, ma hanno già pagato l’agenzia e ormai devono tenersela. Grandioso. Da parte sua Yoshino ha bisogno di soldi, per cui fare il lavoro richiesto per la giornata e andarsene le va più che bene.

Il problema è che Yoshino non ha capito nulla del suo contratto. Non lo ha nemmeno letto prima di firmarlo ed esce di testa quando scopre che il lavoro non è per un giorno, ma è per un anno come regina dell’attrazione turistica. Non vuole rimanere intrappolata tra i campagnoli, deve tornare a Tokyo! Non le importa nemmeno se così farà incazzare l’agenzia e perderà qualsiasi possibilità di lavorare ancora con loro.

Abbiamo ancora conflitto e abbiamo un difetto fatale che inizia a delinearsi sempre meglio: Yoshino è superficiale, probabilmente. Non riesce a vedere al di là delle luci sfavillanti della grande città, e allo stesso modo non legge con attenzione un contratto o non prende sul serio i campagnoli. Ha pure la fissa di non dover essere chiamata “normale”: non vuole che dicano che è una ragazza “normale”, ma non è nemmeno altro. Insegue i sogni, ma non sa nemmeno quali siano: è un generico “in città si può fare tutto”, come dice pure nel secondo episodio.
Sì, per esempio prostituirsi. Così, un suggerimento.

La superficialità della protagonista è sottolineata dal non pensare alle conseguenze, incluso che la sua fuga notturna verrà notata: e infatti il conducente dell’autobus scopre dove vuole andare e telefona a Ushimatsu, che subito si fionda con la sua aiutante a fermare Yoshino: la spaventerà apparendo di colpo, in piena campagna, con il costume da chupacabra, in modo che Yoshino prenda la spada dalla roccia e, menandolo con quella, percepisca l’eroismo e il piacere della loro attrazione turistica.
Un totale idiota. Yoshino lo colpisce, sì, con la borsa, e lo fa finire all’ospedale con tanto di collare per il trauma.

E qui arriva la vera nota dolente, col finale del primo episodio.
La costruzione mainstream fin qui era buona, anche se quella cosa del ricordo/sogno da bambina puzzava parecchio. È una storia di accettazione, miglioramento, probabilmente con aspetti introspettivi e di rivalutazione del mondo delle campagne. Una storia così, di “vita quotidiana”, per forza di cose non può fare leva su forti elementi di azione rocambolesca o su drammi particolarmente violenti. Con tutti questi limiti Sakura Quest se la cava più che bene.

Il guaio arriva col finale ed è la coincidenza.
Yoshino trova chiusa la porta dell’appartamento in cui doveva stare, va a dormire nel palazzo dell’attrazione e lì vede le foto dei momenti di gloria del parco. Tra le foto ce ne è una speciale: è l’incoronazione come regina della visitatrice numero 100.000 e, guarda caso, era proprio lei.
Quindi lei era stata lì da piccola e non solo l’avevano incoronata, ma era stata in un evento speciale di cui è stata conservata la foto? Ma sul serio? E finisce lì per sbaglio, per colpa di un errore di persona? Ma davvero dobbiamo sopportare una simile massa di coincidenze di merda?

Coincidenze totalmente inutili visto che la visione della foto non cambia nulla per lei. Il mattino successivo è determinata quanto prima ad andarsene il prima possibile. Non gliene frega nulla di essere stata lì, che il “destino” l’abbia fatta tornare lì ecc. Usa la scusa dell’offerta di lavoro di cui attende ancora risposta come motivo per non poter accettare il ruolo, e qui arriva la nuova coincidenza: un secondo dopo le arriva una mail con scritto che è stata rifiutata.

Sta cominciando a diventare offensivo questa mix di coincidenze ed eventi al “momento giusto”. Non servono a nulla, rendono solo poco credibile e forzata la storia. Ma come si può essere così deficienti da metterli? Aristotele 2300 anni fa ha scritto per i sassi ciò che dice la Poetica contro queste stronzate? Dispiace a qualcuno leggere il fottuto manuale?
Di buono c’è solo il vedere che quella del lavoro era una scusa: Yoshino non vuole rimanere anche se è stata rifiutata a Tokyo…

Nell’episodio due abbiamo di nuovo prova della superficialità di Ushimatsu, il re/proprietario, che ha ordinato 1000 manju (dei dolcetti giapponesi, simili ai mochi) per commemorare la nuova incoronazione e sfruttare così il “boom” di turisti che secondo lui dovrebbe arrivare grazie agli articoli sui giornali locali. Ovviamente non verrà nessuno: Ushimatsu ha il cervello pieno di sogni e scoregge, proprio come Yoshino. Un problema simile, declinato in modalità diverse.

Ancora peggio è che invece di 1000 manju, ovvero 100 scatole da 10, sono state ordinate 1000 scatole da 10 manju ognuna. Ushimatsu non si è spiegato correttamente con i suoi sottoposti e, proprio come nel caso della modella, aveva fatto una richiesta insensata e impossibile da prendere per corretta: solo 100 scatole sarebbero anti-economiche da produrre e vendere! Era ovvio che quando diceva 1000 intendesse 1000 scatole.

Yoshino accetta la sfida di vendere tutti i dolcetti entro una settimana (prima della scadenza), se in cambio le permetteranno di sciogliere il contratto e tornare a Tokyo. Sfida che appare evidentemente impossibile, ma Yoshino non è brava a valutare il “realismo” di ciò che intende fare.

Tutto l’episodio verte attorno alla superficialità con cui Yoshino affronta la sfida: pensa di poter far creare un sito internet per promuovere i biscotti in un attimo, e trova perfino chi lo fa, ma poi ovviamente nessuno lo visita; allora realizza con l’aiuto delle nuove amiche un video promozionale, ma naturalmente non frega a nessuno e i dolcetti rimangono invenduti… e finiranno a mangiarseli loro, dopo la scadenza. L’entusiasmo non compensa le cattive idee o la mancanza di serie strategie.

Anche il concept per il microregno fantasy è dozzinale e superficiale, con al centro un mostro che non c’entra niente col folclore giapponese e che quindi non titillerà le fantasie del grande pubblico perché molti non sapranno nemmeno cosa sia! Ushimatsu è un disastro: disorganizzato, sognatore… proprio come Yoshino, ha un disperato bisogno di cambiare e, se la struttura sarà ben seguita, mi aspetto che la serie parli proprio di come loro due, avendo lo stesso difetto mostrato in modi diversi, riusciranno a compensarsi e a “guarirsi” a vicenda.
Due co-protagonisti, probabilmente.

Come dice Sanae, la programmatrice scappata da Tokyo per vivere in campagna, a Yoshino: con la giusta mentalità si può trovare un posto nel mondo per sé stessi ovunque, e non c’è bisogno di pensare che debba essere a Tokyo. Yoshino non ha bisogno di Tokyo, ha bisogno di trovare sé stessa.

Di buono c’è che la protagonista tenta di fare il meglio che può con quello che ha, non si limita solo a lamentarsi di voler scappare da lì. Di cattivo c’è che i personaggi sono un po’ “sopra le righe”, con emozioni molto forti (chi è timido è davvero timidissimo ecc.), ma questo di solito nelle commedie (e nei fumetti) è considerato ok per rinforzare l’aspetto farsesco o comico.

Comunque l’essere più “maschere/ruoli” che “persone” non aiuta a prenderli sul serio, non sono personaggi “veri” come quelli di Ano Hana. L’empatia per la protagonista è realizzata a sufficienza (è in difficoltà e ci appare come una brava persona), ma si poteva fare di meglio. Il conflitto è modesto, ma sufficiente a mantenere l’attenzione.

Nell’insieme un prodotto che può funzionare bene, ma solo se seguirà la struttura dell’arco di trasformazione che sembra suggerirci nei primi due episodi. Altrimenti sarà decisamente dimenticabile.

Alla prossima settimana!

 

Dettagli sull'autore

Il Duca di Baionette

Il Duca di Baionette (Marco Carrara) è nato in un secolo, vive in un altro e crede di vivere in un altro ancora. Dal 2006 si occupa in modo costante di narrativa fantastica e tecniche di scrittura. Dal 2008 si occupa di editoria digitale sul suo blog Baionette Librarie, di cui si è autonominato Duca. Nel gennaio 2012 ha avviato AgenziaDuca.it per trovare bravi autori e aiutarli a migliorare con corsi di scrittura mirati. Gli stessi corsi forniti gratuitamente agli autori di Vaporteppa.

Nel gennaio 2013 ha ideato il progetto editoriale divenuto Vaporteppa nell’ottobre successivo, con la decisione di Antonio Tombolini, A.D. di StreetLib, di adottare la collana. Ora è Duca sia di Baionette che di Vaporteppa, un po' come Macbeth che ottiene una seconda baronia all'inizio della sua vicenda.
Nel gennaio 2017 ha avviato un canale YouTube.

Adora i conigli, gli scafandri da palombaro, i trattori e le fatine. Talvolta parla di sé in terza persona, come Silvio Berlusconi, i dittatori e i pazzi. Ops, l’ha appena fatto!

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2 comments

  1. Nessuno

    Oibò, zero commenti? Eppure mi sembra l’anime di gran lunga più interessante tra quelli analizzati finora.

    Niente isole / navi / persone che volano, magggia, spadoni, e altra roba trita e vieta degna di game designers niponici bolliti (che hanno fatto largamente uso di tutto ciò, infatti).

    L’ambientazione nel Giappone rurale contemporaneo, il rapporto non privo di difficoltà e incomprensioni tra vecchie e nuove generazioni, un ‘cast’ prevalentemente femminile, lo rendono molto più interessante di qualunque altra ribollita di cavolo nero fantasy in salsa jappo.

    Grazie per averlo messo in evidenza, ho già iniziato a vederlo. :-)

  2. Il Duca di Baionette

    Io sono ancora fermo al 4. Per ora gli elementi che fanno pensare vi sarà la costruzione corretta rimangono… ma saranno gli episodi 5-7 a dirci la verità. Speriamo bene…

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