ottobre 2012

Archivio del Mese

Guide per signorine: come si mangia una banana

Posted by on 31 ott 2012 | Tagged as: Documentari, Signorine e Galateo

Introduzione alla nuova sezione.
Con questo articolo apro una nuova sezione di Baionette Librarie, dedicata alle buone maniere e rivolta in particolare alle signorine, il cui bisogno di essere guidate per non cadere nella disgrazia è come sempre massimo, giacché la loro natura curiosa, la loro intelligenza vivace e il loro animo candido formano una combinazione che le rendono preda frequente delle intenzioni di uomini a tutto interessati meno che a un rispettabile matrimonio.

In più apro questa sezione nel tentativo di redimermi per la mia condotta passata. Fino a non molto tempo fa vomitavo fornicazione e onanismo, ero dedito al peccato e con i miei scritti incitavo le giovinette a cadere in disgrazia, a svergognarsi, ponendo sotto i loro occhi sconvolti immagini e scritti che non hanno posto sul Telefonoscopio di una signorina per bene. Immagini aberranti, in cui corpi femminili dalle deliziose proporzioni mostravano un priapus svettante sorgere subito sopra la più intima sede della Virtù. Fortunate sono le mie delicate lettrici che alla parola priapus hanno sbattutto occhi di cerbiatte, perché queste sono cose che sarebbe meglio non conoscere prima delle nozze.

“Pri… priapus?”

Seppur capiti frequentemente che tali cose abbiano posto in certi libretti collocati in seconda fila nella libreria di una fanciulla, nascosti dietro enormi bibbie o massicce enciclopedie. Giunta la notte la giovinetta li sfoglia con mani tremanti, divora ogni pagina con gli occhi luccicanti di desideri che potranno venire appagati solo dopo il matrimonio (sperando non capiti una disgrazia a svergognarla prima!), le gote in fiamme, il petto ansante e un calore, certamente ignoto ancora a molte mie lettrici, che divampa in luoghi di cui non sarebbe dignitoso parlare ora (ma di cui ogni signorina per bene dovrebbe parlare col proprio medico alla prima manifestazione, per essere istruita su come agire di conseguenza).

“Superomo”, nell’immagine il numero di aprile 1912,
è una rivista letta dalle fanciulle più insospettabili!
Ringrazio Angra per avermela segnalata.

I libretti piccanti, e certe riviste che giungono dall’Olanda in buste anonime, sono assai più diffusi di quanto l’Associazione Ginecologi del Regno si ostini a ritenere.
Quei vecchi barbagianni sono ancora fermi con la testa al tempo di Cavour. Non capiscono che ormai anche le più oneste fanciulle dalla condotta irreprensibile e dalla moralità indubbia sono esposte a letture che, senza adeguata guida medica, possono favorire atteggiamenti che mettano a repentaglio la loro Virtù.

Devo confessare, con l’amarezza e la sincerità che devono guidare il mio ruolo, che ai tempi in cui sprecavo le mie energie nel peccato, ho portato al traviamento almeno una fanciulla. Dico almeno una, perché di lei ho prove certe. Con il suo consenso vi mostro la triste parabola di Simonetta, un tempo delicata fanciulla non ancora maggiorenne, un fiore appena sbocciato che amava farsi chiamare Clio, vestiva con gusto e si dilettava con innocenti letture…

Prima di conoscermi: una signorina modello.

Poi scoprì il mio sito, venne esposta a lordure che prima nemmeno pensava potessero esistere, e da tempo, ormai, ha assunto in altri siti il più selvaggio nome di Tenger e ha sostituito i raffinati piaceri domestici del gentilsesso con la violenza della rievocazione storica, indossando sgraziate armature e circondandosi di rozzi energumeni pelosi la cui conoscenza dell’alfabeto è, nella migliore delle ipotesi, parziale.

Adesso: una guerriera dai capelli disordinati!

Affinché tali cadute non si ripetano, è necessario che al mio pentimento segua l’attiva educazione delle signorine per bene per insegnar loro come proteggersi da qualsiasi comportamento che le potrebbe precipitare in una spirale in fondo alla quale vi è la rievocazione storica o, perfino, la perdita della Virtù!

Fortunatamente Clio ha compreso la propria rovinosa discesa per tempo e si è preservata per servire come Vergine Guerriera del Culto di Gamberetta, ottenendo così del buono da una tragedia altrimenti inevitabile.

E ora la prima breve lezione…

 
Come si mangia una banana.
Mangiare frutta con decoro è un compito non sempre facile, se non si conosce la pratica per ogni singolo frutto. Il più difficile di tutti è la banana perché mentre con gli altri frutti, in situazioni non formali, tra amici, è lecito usare le mani, la banana può creare situazioni imbarazzanti per una signorina e per chi le sta vicino.

Situazioni imbarazzanti perché, spesso, l’innocenza del suo animo candido di fanciulla sulla strada per divenire donna si scontra con il più esperto, o per meglio dire malizioso e degenerato, sguardo maschile che fin dall’adolescenza è saturo di pensieri indegni. Pensieri che sta ai genitori correggere con bagni nel ghiaccio, genuflessioni sui ceci, frustate e il legamento delle mani in modo che non possano raggiungere certi parti del corpo di notte.

E così la fanciulla, con la banana stretta in una manina mentre l’altra scosta una ciocca di capelli dietro l’orecchio, il volto leggermente proteso verso il piatto, le labbra chiuse con ferma delicatezza intorno al carnoso frutto, si trova per l’improvviso silenzio della tavolata a guardar perplessa negli occhi i suoi amici che la fissano, ammutoliti, come se un ragno gigantesco le fosse caduto sul cappellino!
E l’eventuale vecchietto al tavolo accanto (i vecchietti hanno la malsana abitudine di fissare più del dovuto le fanciulle, per motivi che mal si accompagnano alla loro età) nel migliore dei casi borbotterà e scuoterà il bastone per aria, ma nel peggiore sarà steso al suolo in attesa di un massaggio cardiaco!

Quando mangiate vi sentite inspiegabilmente osservate?

So che molte mie lettrici sono completamente smarrite e non riescono a capire di cosa stia parlando, ma è giusto così: proprio perché non dovreste ancora conoscere il motivo di tanto subbuglio né la deprecabile mente maschile, non prima del matrimonio, vi serve questa guida da seguire con fiducia anche se non ne comprenderete il motivo.
A quelle a cui la lettura di certe riviste, e spero non altro, ha portato sufficiente comprensione da tingere le guance di delizioso rossore durante la lettura dei precedenti capoversi, beh, questa guida sarà ancora più utile per evitare imbarazzanti situazioni a loro già note e di cui non sapevano trovare soluzione: da oggi in poi non dovrete più rinunciare alla banana per evitare l’imbarazzo!

Proprio pochi mesi fa una deliziosa signorina coreana, Kwak Hyun Hwa, è stata bersagliata di eccessive attenzioni per il modo in cui ha mangiato una banana. La colpa? Averla mangiata come la mangiano gli uomini al di fuori delle cene di gala!
Sulla Virtù e innocenza della signorina mi sento di garantire a prima vista, nonostante il suo mestiere la porti a vestire meno di quanto sarebbe auspicabile, attirando così le malelingue, e non permetterò che si dica alcunché di offensivo in questa sede.

La signorina Kwak Hyun Hwa mostra come stava mangiando la banana,
per chiedere lumi a persone più esperte su cosa abbia fatto di sbagliato.

Se in una situazione informale ella ha mangiato una banana come la mangiavano gli altri e non ha compreso perché non avrebbe dovuto, la sua innocenza d’animo appare palese. Come si potrebbe pensare diversamente di un volto che esprima tale delicata femminilità e purezza, tale gentilezza di spirito? Le sue accorate dichiarazioni di innocenza provano l’assenza di qualsiasi malizia e consapevolezza:

“Pronto? Sono Kwak Hyun Hwa. Cosa c’è di sbagliato in questa foto? Voi come mangiate le banane e come potrei mangiarla io in un modo che non vi sembri zozzo? Ogni volta che mangio i miei occhi diventano così. E poi, quando mangiate voi non usate i denti o la lingua? Sono curiosa, per favore rispondetemi.”

“Detesto che tanti commentino senza conoscere la vicenda. Forse voi mangiate le banane con il naso? Accidenti, ho dovuto rispondere di nuovo perché mi sento così repressa.”

Solo un mascalzone oserebbe contraddire, senza prove incontrovertibili, la parola di una signorina! A chiunque ascoltasse tali accuse immotivate non resterebbe che prendere la difesa della fanciulla e sfidare a duello il diffamatore (come previsto dal Codice Gelli, articoli 157 e 158, in tali incivili evenienze).
Questo increscioso episodio ha rafforzato in me la consapevolezza di quanto un articolo sul giusto modo di mangiare le banane fosse necessario!

Come non si mangia una banana.
Per capire come una banana vada mangiata, prima di tutto analizziamo come le fanciulle di oggi, ahimè, troppo spesso mangiano le banane. Sfruttiamo come materiale didattico, per non attirare scandalo su nessuna signorina per bene, immagini di sventurate dal cui sguardo ben si evince che già da tempo hanno perduto innocenza e Virtù. Invito a notare come l’ultima immagine, in basso a destra, pur raffigurando una fanciulla ancora non del tutto svergognata nell’animo, a causa dell’atto compiuto la collochi, inconsciamente, sullo stesso piano delle altre fanciulle perdute. Quale signorina per bene, a causa di un banale gesto alimentare, vorrebbe essere scambiata per la più indecente demimondaine?


Notate come la mangiano: la tengono in mano, interamente o parzialmente sbucciata, e la portano alla bocca per morderla. Nei casi peggiori, per un impeto sulla cui natura getterò luce nel prossimo paragrafo, tengono l’altra mano dietro la nuca per spingere il volto incontro al frutto.

Perché è importante non tenerla in mano?
Prima di tutto per evitare che il gesto, accompagnato dall’uso della bocca senza l’intermediazione di posate, ricordi ai maschi pratiche che non riguardano la tavola (tranne in alcuni casi). In secondo luogo per evitare un riflesso naturale.

La giovane femmina, fiore di delicatezza e di bellezza, ha in sé un’ancestrale conoscenza di pratiche a cui è per Natura portata, giacché la Natura stessa la fece perfetta in ogni aspetto per onorare lo sposo, e queste pratiche, la cui rimembranza e predisposizione dovrebbero palesarsi solo dopo le nozze, possono affiorare precocemente stringendo in mano quel frutto dalla peculiare forma e consistenza. Ecco che allora, come una sposa devota, ella si trova a trattare il frutto in modi quantomeno bizzarri vista la situazione.

So che molte di voi non hanno capito nulla del mio discorso, ma è giusto così: a quelle abbonate a certe riviste spero invece di aver aiutato a svelare il mistero senza turbare con dettagli troppo espliciti l’animo. E alle signore già maritate spero di aver stimolato il riso al pensiero di quando ancora erano signorine innocenti.

Leccare qualsiasi parte del frutto o succhiarlo invece di morderlo, peggio ancora se con mugolii di piacere o infilando la lingua sotto la buccia a imitazione dello scostamento del praeputium, sono azioni da evitare assolutamente. Inaccettabile anche spingere la banana a fondo in bocca, fino alla gola, o spingerla contro la guancia. Mantenere il contatto visivo, occhi negli occhi, con un uomo durante queste azioni è ASSOLUTAMENTE inaccettabile.


Anche se tutte queste regole ora vi fanno spalancare gli occhi per lo stupore e vi paiono prive di senso, seguitele ugualmente. Un giorno, quando finalmente la vostra più alta aspirazione della vita femminile si sarà concretizzata in due o tre sani figliuoli, ripensando a tutte quelle regole imparate da giovinette capirete e arrossirete.

Come si mangia una banana?
La regola, in parole povere, è di usare il coltello per tagliarla a rondelle e poi mangiarle. Entrando un po’ più nel dettaglio, possiamo affidarci alle parole della guida di buone maniere di Debrett:

La banana non deve mai essere mangiata a tavola come farebbe una scimmia. Per prima cosa sbucciala con il coltello, togliendo la buccia suddivisa in strisce verticali. Taglia via circa un centimetro di ogni estremità e poi taglia basse rondelle e mangiale con le dita oppure con la forchetta, se disponibile

Guida che non mi lascia soddisfatto appieno.
La mia versione, più precisa e rigida al fine di evitare ulteriori problemi in cui una signorina potrebbe incorrere, è questa:

  1. Se la banana non è collocata nel piatto e non è previsto che sia la servitù a servire la frutta scelta, la prelevi con una pinza da cibo per evitare qualsiasi contatto. Se la pinza non è disponibile, rinunci alla banana. Se non vuole rinunciare, la prenda per l’estremità tenendola tra i polpastrelli di indice e pollice.
  2. Con la forchetta tenga ferma la banana nel piatto, sdraiata su un lato, e usi il coltello per incidere l’ultimo centimetro delle estremità fino a sfiorare il lato della buccia poggiato sul piatto.
  3. Sempre tenendo la banana ferma con la forchetta, faccia due lunghe incisioni che vadano da un estremo all’altro del frutto, possibilmente con un solo movimento continuo per incisione.
  4. Quattro.
  5. Con l’impiego di coltello e forchetta assieme (mai le dita!), afferrate un lembo della buccia separata e scoperchiate il frutto. Potete poggiare la buccia di fianco al frutto o a una delle sue estremità.
  6. Con forchetta e coltello tagliate due o tre rondelle. Per evitare la rottura delle rondelle, può usare la punta del coltello per aiutare il sollevamento dopo averle infilzate.
  7. Buon appetito!

Le incisioni devono essere sufficientemente distanziate da permettere sia di scoperchiare la banana che di tagliare ed estrarre comodamente le rondelle. Per maggiore comodità si può seguire la conformazione della buccia stessa, già divisa dalla natura in spicchi si sufficiente larghezza.

Sconsiglio di tagliare a rondelle tutto il frutto: nonostante non sia obbligatorio tagliare poche rondelle né sia disdicevole chi non lo fa, ritengo che sia preferibile seguire la medesima regola dei due-tre bocconi adottata per imburrare e consumare il pane. Solo l’operaio dalla gavetta unta di socialismo e il più squallido dei suoi padroni, il gretto parvenue, imburrano tutta la fetta o più fette prima di mangiare. Consiglio che le rondelle siano basse, circa un centimetro, per evitare che nell’ingoiare il bolo alimentare questo movimento della gola stimoli pensieri indecenti nelle menti più degenerate.

Ora che sapete come non rinunciare più alle banane, fate buon uso di questo gradevole frutto ricco di storia e carboidrati: circa 23 grammi di glicidi in un frutto sbucciato di 150 grammi, pari ai carboidrati di due fette di pane in cassetta, di cui solo 3,6 grammi sotto forma di amido e i restanti divisi tra glucosio e fruttosio. Non molto diversa dall’uva che è simile per quantità e tipologia degli zuccheri (e indice glicemico), ma ha solo la metà del potassio e un decimo della vitamina A della ricca, nobile, banana.
In entrambi i casi le proteine sono in quantità trascurabile, seppure la banana ne abbia più del doppio dell’uva, e i grassi sono pressoché assenti.

 

Segnalazione di “Opey the Warhead”

Posted by on 28 ott 2012 | Tagged as: Bizzarro, Conigli, Fumetti e Manga

Una decina di giorni fa sono stato contattato da un mio lettore, Skalda, che per passione manda avanti una casa editrice specializzata in fumetti, ProGlo Edizioni, legata all’Associazione Culturale Prospettiva Globale (blog e sito). Quelli che stampano anche i volumi di “A” come Ignoranza del geniale Daw.

Skalda mi ha segnalato che uscirà, immagino in tempo per il Lucca Comics & Games 2012, la traduzione dei primi quattro episodi di Opey the Warhead di Zac Allen Crockett, con il titolo italiano di Opey il ragazzo bomba.
Cartaceo, visto che non hanno ancora trovato una soluzione che li soddisfi per il digitale. Effettivamente, con la risoluzione ancora prevalentemente 600×800 e gli schermi piccoli, non è facile rendere digitale un fumetto le cui tavole sono pensate per il formato rigido della carta (con DPI e dimensioni ben superiori).

Motivo per cui poteva interessarmi secondo Skalda: è fantascienza e ci sono i coniglietti (e hanno un ruolo non marginale nella storia).
Ho letto il pdf bozza della versione italiana e, seppure tra alti e bassi, mi è piaciuto a sufficienza e penso che valga la pena segnalarlo. Sopratutto per via dei coniglietti. In più è possibile leggerlo gratis in inglese, incluse le prima 18 pagine dell’episodio cinque, sul DeviantArt dell’autore. Nessuno è costretto a spendere per il cartaceo, se non gli interessa averlo.

Storia in breve.
In un mondo post-apocalittico in cui i bambini nascono nei centri di clonazione perché un virus ha ucciso gran parte dell’umanità, risparmiando in massa solo uomini impotenti e donne sterili, Opey (diminutivo di Oppenheimer) è una ragazzino a forma di bomba atomica che affronta la scuola pubblica (a forma di carcere, in cui si spaccano pietre nell’ora di ginnastica). Il padre di Opey è un citrullo fanfarone sposato con un robot, mentre della “vera” madre di Opey non si sa nulla di preciso (a parte un’inquietante pagina nel primo episodio e qualche altra immagine nel quarto) e il padre si rifiuta di parlarne con Opey.

Il dottor Adam Everest. Sento una vaga somiglianza.

All’inizio i tre bulletti della classe hanno paura di Opey perché temono che possa arrabbiarsi ed esplodere, ma appena capiscono che è inoffensivo iniziano a pestarlo e maltrattarlo a piacere. Visto che i tre bulletti sono l’intera classe, per Opey le cose non vanno molto bene. Citando l’autore sono “the misadventures of the world’s saddest superweapon”.

Le geniali idee del padre per rendere Opey più popolare.
Sempre di grande successo.

La storia surreale va avanti tra tavole divertenti e tavole “meh” o, talvolta con bizzarrie che sono più idiote che piacevoli (la storielle del padre di Opey su api e uccelli era cretina in modo rivoltante, non faceva nemmeno sorridere). Anche la qualità del disegno e dei dialoghi varia. Il primo episodio è del 2007 e il quinto (in corso) è del 2012. Ci sono alti e bassi nei disegni anche nel quarto episodio (qui Aria sta avanzando a passo deciso, ma sembra in posa plastica) per cui non è che sia diventato un genio col passare del tempo né vi sono stati significativi miglioramenti.

Perfettamente resa la differenza tra la ragazzina intelligente e i tre bulletti scemi.

Assolutamente insensato e improponibile la pagina finale di ogni episodio, quando appaiono due otaku rincoglionite e l’autore stesso per anticipare i contenuti dell’episodio successivo. Utili quanto un tizio che tra un episodio e l’altro di un telefilm apparisse per dire che la storia è finta e parlasse direttamente agli spettatori. Poteva evitarselo. Le due otaku sono insopportabili (e nella prima apparizione sono disegnate da schifo).

Arrivato a metà lettura non ero sicuro di segnalare Opey, anche perché di conigli ne era apparso uno solo e la qualità complessiva dell’opera, a livello narrativo e di bizzarria intelligente, non era entusiasmante. Carino in generale, bello in alcuni punti, e pittoresco ma non tanto da giustificare una segnalazione su Baionette.

La prima pagina del secondo episodio faceva presagire bene,
ma poi di conigli nella storia non se ne sono visti altri fino al quarto.

Poi è arrivato l’episodio coi coniglietti, il quarto.
Bellissimo. Una storia molto triste, del tipo che piacciono a me, con al centro un coniglietto traumatizzato dall’essere stato strappato alla madre e che rifiuta di mangiare e di giocare.

Nemmeno l’essere affidato all’unico studente “decente” della classe, la ragazza, migliorerà la sua condizione.

Qui è uguale a una persona che conosco,
a cui era ispirata questa vecchia nota su Facebook.

Adoro le storie tragiche di coniglietti sfortunati, possibilmente orfani. Forse perché ritengo che l’apice narrativo, l’ideale a cui una storia dovrebbe puntare, sia stato raggiunto da La Piccola Fiammiferaia, quando muore assiderata e preda delle allucinazioni a due passi dai ricconi che si ingozzano al caldo col cenone di Capodanno, perché se tornasse a casa per sopravvivere al gelo il padre la ammazzerebbe di botte.
Potete già immaginare, dai miei gusti, che il coniglietto non finirà l’episodio felice e contento.

Se vi piace e volete comprare l’edizione italiana, potrete trovarlo (credo) presso lo stand di ProGlo Edizioni a Lucca oppure ordinarlo sul loro sito. Secondo me merita una lettura.

 

I Coniglietti del Venerdì (110)

Posted by on 26 ott 2012 | Tagged as: Conigli

Oggi due video di coniglietti nel loro ambiente naturale, ovvero quello domestico in cui gli stupidi umani possono ammirarli, servirli e rimpinzarli di pappa. Chi non vuole bene ai coniglietti è una brutta persona.

Sospetto che vi siano molti lettori, soprattutto lurker e lettori venuti per la prima volta, che non vogliono bene ai coniglietti. Questo mi turba profondamente. Chi non vuole bene ai coniglietti è una brutta persona (lo avevo già detto?) ed è mentalmente deviata, essendo i coniglietti dotati di bellezza oggettiva. Persone quindi dedite a ogni sorta di depravazione: incesto, coprofilia, fantasy italiano, forse perfino rievocazioni storiche e chissà che altro! Grazie al Quattro io sono normale e il mio pickelhaube ne è testimone!

Per evitare che persone così depravate possano insudiciare con il loro casuale sguardo corruttore quei dolci pallini di pelo innocenti che mostro ogni Venerdì, stavo valutando l’idea di raccogliere tutti gli articoli dei coniglietti sotto la categoria “Coniglietti del Venerdì” (o qualcosa di simile) ed escluderli dalla homepage, in modo che solo le persone per bene, che hanno gusto e conducono una vita rispettabile, possano vederli cercandoli apposta nelle categorie (rimarranno comunque nel feed RSS).

Ditemi cosa ne pensate.
Ovviamente ignorerò le vostre opinioni con autocratico compiacimento.

Dopo 4000 anni dal Diluvio Universale o giù di lì, ancora ci sono persone che non vogliono bene ai conigli? Non è bastato il primo avvertimento? Poi ci si stupisce che i conigli considerino gli umani deficienti: questo significa davvero cercarsi una seconda passata!

Fonti:
http://www.youtube.com/watch?v=-uiU-UOgqqw
http://www.youtube.com/watch?v=SpCmaIYUzOo

 

I Coniglietti del Venerdì (109)

Posted by on 19 ott 2012 | Tagged as: Conigli

“Coooooniglietti! Coooooniglietti! Coniglietti con zampe così corte che praticamente strisciano sul ventre! Coooniglietti!”
Un signore col cappello a cilindro schiocca le dita. “Conigliaro, mi dia un coniglietto con le zampine corte.”
“Eccolo, bello pelosetto. Una lira.” Il conigliaro deposita il coniglietto in mano al cliente e se ne va. “Cooooniglietti! Coooniglietti…”

Il coniglietto rossiccio sta nel palmo della mano, ad altezza naso. Il signore e la sua signora a turno gli tastano il fianco con gli indici. Il coniglietto sposta il peso da un lato all’altro e sbuffa. La signora gli preme il nasino. Il coniglietto scaccia via il dito con una botta di muso, gonfia il petto e fa (con fortissimo accento piemontese): “Ma insomma, come si permette? La smetta di toccarmi o mi rivolgerò alla forza pubblica, cafona!”

True story, bro.

Fonti:
http://www.youtube.com/watch?v=kWSWZOcSqSE
http://www.youtube.com/watch?v=A_sUskmMlHU

Sciabolamento spumante – Ada Lovelace Day 2012

Posted by on 17 ott 2012 | Tagged as: Bizzarro, Vita del Duca, Viva la Monarchia

Per il quarto anno consecutivo ricorre l’Ada Lovelace Day. Questa volta il 16 ottobre invece che a marzo (2010) o il 7 ottobre (2011). Maggiori informazioni presso il sito ufficiale Finding Ada. Come due anni fa e l’anno scorso, anche questa volta, seppure in ritardo di un giorno per i troppi impegni, voglio dedicare la giornata alla nostra Dea, Gamberetta Hime-sama:

Oggi è l’Ada Lovelace Day, giornata dedicata alla segnalazione di donne che offrano un modello positivo (di successo) nell’ambito della tecnologia e delle scienze. L’idea di fondo è che le donne abbiano più bisogno di modelli degli uomini e quindi i blogger dovrebbero indicare al pubblico modelli di riferimento femminili. Fa molto riserva indiana o individua l’ultimo rinoceronte verde del continente, ma è un’iniziativa carina lo stesso perché coinvolge l’eccezionale Ada Lovelace, personaggio noto e apprezzato da qualsiasi amante dello Steampunk che si rispetti (e dagli informatici).
Tornerò a parlare di lei quando parlerò del romanzo The Difference Engine.

Io ce l’ho un modello di riferimento da dare alle ragazze, anzi a tutti, ma non è un modello nella ricerca scientifica o nell’informatica. È Gamberetta: un modello di serietà, di impegno coerente verso la scrittura, di amore per il fantastico, di modo di concepire il lettore e di sopportazione delle aggressioni quotidiane pur di non sacrificare la propria onestà intellettuale e servire il pubblico sempre più sbeffeggiato da scrittori incompetenti e da editori in malafede.

Torna presto, ti aspettiamo.

(24 Marzo 2010, 51 giorni dopo la scomparsa)

Il “torna presto, ti aspettiamo” credo che sia di nuovo valido, viste le prolungate assenze per mancanza di tempo da dedicare al blog. Ma la Dea è perfetta e quindi se questo è il suo agire allora è anche l’agire migliore possibile.

L’anno scorso anche Bradipo Stanco di Lega Nerd ha dedicato l’Ada Lovelace Day a Gamberetta, pubblicando un’intervista. Un esempio da seguire, per chi vuole, quest’anno. Anche in ritardo di qualche giorno, se vi va: è sempre un giorno adatto per adorare la nostra Dea (e scolare bottiglie di spumante rosé).

Per festeggiare la nostra Hime-sama le ho dedicato un altro video di sciabolamento dello spumante, sul modello di quello per il quinto anniversario. L’uniforme è quasi completata, devo sistemare un attimo meglio i gradi sul colletto (hanno bisogno del velcro fino al bordo per rimanere bene attaccati alla stoffa che si piega) e provare a collocare diversamente gli aiguillette, e c’è un nuovo altarino per la Sua adorazione. Con tanto di bandiera d’Italia, perché Lei apprezza un po’ di sano patriottismo. Spazi un pochino più angusti per muovere la sciabola (all’estrazione il rischio era sempre di grattare il mulo), ma fa niente, sono soddisfatto.

Nota sulla sicurezza ▼

Ovviamente, per l’adorazione di Gamberetta in quanto Hime-sama, ho di nuovo impiegato l’effige da principessina rosa (Estelle di Tales of Vesperia) al posto del sergente Nida Schuetlich (il Suo avatar da un paio di anni). Questa volta l’ho messa in un’elegante cornice d’argento con decorazioni floreali. Comunque non sono particolarmente soddisfatto della resa con Estelle, che è adatta o molto adatta solo in poche immagini (nei video in stile anime e in alcune fan art).
Ci vorrebbe una via di mezzo, con l’espressione seria di Nida e i capelli di Estelle. Vabbè, fa niente, bisogna arrangiarsi con quello che si ha. Alla fin fine a Lei tocca accontentarsi di avere per fan un otaku ciccione che Le dedica video di sciabolamenti, per cui poteva andarmi peggio come compromessi artistici. Ovviamente anche Estelle di Tales of Vesperia è autorizzata a sentirsi offesa dalla mia esistenza.

Notate il nuovo altarino mobile, con due livelli, drappeggiato ancora con la bandiera da guerra della Kaiserliche Marine. Le candele rosse nei candelabri d’argento. I gamberetti per l’eucarestia in una graziosa ciotolina bianca con decorazioni blu. Il calice decorato, degli anni ’50, acquistato presso un negozio di antiquariato vekkiume in Emilia-Romagna. È vero, ormai non è più considerato il bicchiere più adatto, ma se ricordate al tempo di Napoleone (e fino a pochi anni fa) era di moda bere lo champagne nel calice ampio, la “coppa classica” di un tempo quando era ancora dolce come un Asti Docg (esiste ancora la coppa Asti, infatti), invece che nel flûte moderno. Per me il semplice fascino del calice ampio (anche quando non è quello vero, questo si restringe un po’ in cima) batte, come godimento personale, la capacità del flûte di farci ammirare le meraviglie di un perlage dalle bollicinie fini, numerose e persistenti. Un po’ come sarebbe diverso bere un grande assenzio di qualità da un calice che riproduca le fattezze di quelli storici da museo, piuttosto che da un calice diverso creato con una ottimizzazione al millimetro delle dimensioni.

Meraviglie del perlage che tanto con lo spumante che ho sciabolato non avrei potuto godere. Abbastanza fini, scarse ed evanescenti è il parere che mi sono fatto di quelle bollicine. Ma forse per lo “scarse” e l’evanescenza è colpa del bicchiere: ho usato anche un calice da degustazione per ulteriore verifica, ma comunque non era un flûte. Di sicuro posso dire che poco dopo averlo versato ogni traccia di bollicine era sparita e lo spumante aveva l’aspetto di un vino rosato fermo, per cui di sicuro sono bollicine evanescenti. In bocca però si sentivano abbastanza, era sparito solo l’effetto visivo.

Sul sapore non mi pronuncio, non ho ancora le competenze per dire qualcosa di intelligente: bere si fa bere, non mi dispiace affatto, anzi, ma è molto distante dal pungente pizzicore di uno spumante di qualità. Forse col telescopio potrei vedere i Metodo Classico che fanno “ciao ciao” da Marte. La sensazione è quella di uno spumante “da tavola”, se mi si passa la definizione, insomma uno spumante da bere coi pasti ogni settimana (come il prezzo suggerisce). Lo spumante (o anche i Prosecco o i Franciacorta) va bevuto di più, non è un vino solo per le feste. Pasteggiare a bollicine è una pratica che dovrebbe diffondersi molto di più, a mio parere, perché oltre ai dolci lo spumante Brut può accompagnare l’agnello al forno oppure antipasti di parmigiano e prosciutto crudo. Senza parlare di tutto il pesce a cui si abbina divinamente, cotto e crudo: lo spumante è perfetto per esaltare i sapori del mare.
Anche se, come anticipato, non so ancora nemmeno capire la differenza tra il Cuvée Imperiale Brut di Berlucchi e il Gancia da 5 euro (a parte che il primo è più frizzante… però, anche se non capisco una mazza, di Berlucchi mi tentano il ’61 e il Max Rosé e il prima possibile li voglio provare).

D’altronde da un rosè così economico, spumante industriale Pinot di Pinot Gancia, non si può pretendere la qualità di un Franciacorta da 15 o 20 euro (mica parlo di chissà quali prezzi). Anzi, per quel che costano i Pinot di Pinot Gancia (4,90-5,50 euro il brut, 4,90-6,25 euro il rosé, escluse offerte), mi sono stupito (essendo io ignorante) che fossero bevibili e fatti col metodo Martinotti invece che iniettando/addizionando la CO2 stile bottiglione di Cola (risultati indecenti).
D’altronde Gancia, a pensarci meglio, è comunque un nome di una certa importanza e produce la maggior parte degli spumanti consumati dagli italiani: porcate grosse non penso che possa o che voglia mai farne, nemmeno sui prodotti più a buon mercato. È stato pure, senza contare i primordi spumanteschi negli anni 1860, tra i fondatori dell’Istituto Italiano Spumante Classico nel 1975, sotto la guida del Duca Antonio Denari. Poi, vabbè, come ho già detto non ho le competenze per parlare in modo adeguato di queste cose. Se ho detto cazzate, lo accetto: sto ancora studiando… e poi avete visto come sono ridotto?

Unico lamentela che mi sento di fare riguarda la sciampagnotta: a parte la rottura non perfetta del cercine, ma quella credo che sia colpa mia, la bottiglia presenta una concavità alla base troppo modesta, profonda appena la metà di quella di altri spumanti, per cui non è possibile tenerla agevolmente in mano con la posizione classica del pollice infilato nella base e le altre dita lungo il corpo. DoverLe servire lo spumante con una presa inelegante mi ha turbato profondamente.

Comunque non preoccupatevi per la mia sanità mental-degustativa: in un bicchiere più tecnicamente consono, un tulipano piccolo, il giorno dopo mi sono fatto due dita del mio amato Goccio di Sole (fatto solo con uve di Moscato di Scanzo appassite, un vino da meditazione da 60 euro a “bottiglia” che li vale tutti). Ma se trovassi un bicchiere storico per quel tipo di vino, anche poco consono come forma, cederei al lato VekkiumOscuro. ^_^

Per chi invece dubita della mia sanità mentale, a parte poter mostrare un documento che la attesti (non è sospetto che proprio chi si vanta d’essere sano abbia tanto timore di farlo certificare da un medico?), posso fare ben di più. Pensate che sia uno squinternato che gira sempre conciato in uniformi bislacche? Beh, potete pure ricredervi: di norma indosso normalissimi abiti civili.

E che questo tappi la bocca alle malelingue!

 

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