Archivio per la Categoria 'Libri'

  1. L'Ottocento e l'Inghilterra Vittoriana, bibliografia minima by Il Duca Carraronan
  2. "Steamed" di Katie MacAlister by Il Duca Carraronan
  3. Consiglio di lettura Steampunk: Boneshaker by Il Duca Carraronan
  4. Marstenheim di Angra by Il Duca Carraronan
  5. Cinque eBook di Bizarro Fiction gratis fino al 26 novembre by Il Duca Carraronan
  6. Ancora immagini da Leviathan by Il Duca Carraronan
  7. Ma come li scrivono i libri sulle armi? by Il Duca Carraronan
  8. Qualche lettura di questo periodo by Il Duca Carraronan
  9. Isaac Babel, le frasi brevi e il singolo aggettivo by Il Duca Carraronan
  10. Il cavallo meccanico di Leviathan e due mech reali by Il Duca Carraronan
  11. Negri, Editori, Scrittori e Lettori by Il Duca Carraronan
  12. Il Cyklop Stormwalker e qualche strano elmetto by Il Duca Carraronan
  13. DUST BUNNIES e il nuovo romanzo di Gamberetta, S.M.Q. by Il Duca Carraronan
  14. Leviathan di Scott Westerfeld, primo capitolo by Il Duca Carraronan
  15. Terza immagine da Leviathan, il tirannosauro a vapore e qualcosa sui prossimi aggiornamenti by Il Duca Carraronan
  16. Seconda immagine da Leviathan e il Coniglio Steampunk by Il Duca Carraronan
  17. Il Duca col pickelhaube e qualche libro Steampunk e Steamfantasy by Il Duca Carraronan
  18. Steam Mech: Leviathan di Scott Westerfeld e Steam Wars di Larry Blamire by Il Duca Carraronan
  19. Fantasy senza Fantasia? La Strazzu colpisce ancora! by Il Duca Carraronan
  20. Esbat di Lara Manni by Il Duca Carraronan
  21. Cuore d'Acciaio e la coniglia morta di infarto: una notizia triste e due allegre by Il Duca Carraronan
  22. Il Destino di Adhara: il mondo del porno by Il Duca Carraronan
  23. Peter coniglio controcarro by Il Duca Carraronan
  24. Mazzuca: un altro giuovine in Mondadori by Il Duca Carraronan
  25. Rinascimento e Prima Età Moderna: bibliografia minima by Il Duca Carraronan
  26. La Meyer frigna e fa i capricci: tutta una farsa? by Il Duca Carraronan
  27. Dietro il prezzo di un libro by Il Duca Carraronan
  28. Un salto in libreria! by Il Duca Carraronan
  29. Medioevo: bibliografia minima per scrittori by Il Duca Carraronan

L’Ottocento e l’Inghilterra Vittoriana, bibliografia minima

Scritto da Il Duca Carraronan il 17 feb 2010 | Categorie: Libri, Storia, Storia Militare

Dopo gli articoli di bibliografia minima sul Medioevo e sul Rinascimento, pensati in particolare per gli scrittori alle prime armi, ecco quello sul Lungo XIX Secolo… circonciso: sì, per preferenza personale ho deciso di amputare la prima fetta, concentrandomi sul periodo tra il 1837 e il 1914, dove si colloca il meglio dell’Ottocento e il mondo dell’Età Vittoriana in senso ampio (più adatta per gli appassionati di Steampunk che non il primissimo Ottocento). Per motivi di disponibilità dei testi (e di brevità) mi sono concentrato sull’Inghilterra, vera nazione guida del periodo.

Nonostante le cose si facciano davvero interessanti solo dopo il 1851, ho suggerito lo stesso anche un testo dedicato esclusivamente alla vita nel 1837-1851, giusto per completezza (e perché è uno dei migliori testi in italiano che ho letto).
Questa volta ho deciso di non limitarmi ai soli testi in italiano visto che l’ottima disponibilità di quelli in inglese, addirittura gratuiti (piratati), permette di suggerire titoli ancora più specifici per i bisogni di chi intende ambientare storie nell’Inghilterra Vittoriana.

I testi sono stati divisi in tre blocchi più un quarto “bonus”: storia in generale (per inquadrare l’epoca, necessario se non si hanno solide basi storiche); vita quotidiana (dettagli spiccioli e informazioni spendibili per immaginare la vita nell’Inghilterra Vittoriana che un tipico libro di storia generale non fornisce); altri argomenti interessanti (sei testi scelti per soddisfare ulteriori curiosità specifiche del lettore); link a siti internet che si occupano di argomenti correlati (vita quotidiana, armi) e libri gratuiti dedicati al mondo militare (non adeguatamente coperto nei testi precedenti).

Segnalerò ulteriori testi e risorse web in futuro, per ora iniziate con questi.

Storia in Generale
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Il Trionfo della Borghesia (1848-1875), di Eric J. Hobsbawm.
Tra il 1848 e il 1875 l’economia capitalistica estende la sua influenza su tutti i continenti, trasformando o semplicemente subordinando le realtà più diverse. L’ideologia liberista si afferma in Europa e negli Stati Uniti che insieme costituiscono il centro propulsore della grande trasformazione. Grandi concentrazioni di ricchezza, vasti movimenti di popolazioni, sviluppi straordinari e concrete applicazioni della tecnologia su larga scala caratterizzano questi decenni. Sul piano politico, la rivoluzione, che ha dominato la scena nei settanta anni precedenti, scompare dall’orizzonte.

Esiste anche un testo dedicato al periodo precedente, L’Età della Rivoluzione (1789-1848), ma non lo inserisco perché per gli obiettivi di questo articolo ha più senso concentrarsi sulla seconda metà del secolo. L’inizio di questo libro presenta comunque una sufficiente panoramica degli anni precedenti, in particolare della Primavera del Popoli del 1848.

 
L’Età degli Imperi (1875-1914), di Eric J. Hobsbawm.
La storia dell’Età degli Imperi è quella del mondo e della società del liberalismo borghese avanzante verso la strana morte che la coglie proprio quando essa raggiunge il suo apogeo, a causa proprio delle contraddizioni insite in questa sua avanzata. Con uno stile espositivo intelligente, Hobsbawm accompagna il lettore alla scoperta di un mondo apparentemente lontano e lo rende consapevole delle profonde radici che legano quel mondo al nostro secolo breve.

A mio parere è il più interessante del trittico di Hobsbawm, ma non escludo che questo dipenda solo dalla mia preferenza per la Belle Époque.

Potete trovare i tre libri di Hobsbawn in inglese qui:
http://gigapedia.com/items/387712/the-age-of-revolution–1789-1848 (PDF con OCR)
http://gigapedia.com/items/54354/the-age-of-capital–1848-75 (formato DjVu, lo odio)
http://gigapedia.com/items/388472/age-of-empire–1875-1914 (PDF)

 
Inghilterra Vittoriana. Genesi e Formazione, di George Kitson Clark.
Quest’opera costituisce una proposta di integrale revisione della storiografia sull’Inghilterra dell’800. Lo scopo dell’autore è di mettere a nudo i luoghi comuni di talune correnti storiografiche che non sempre hanno saputo cogliere i multiformi aspetti di un realtà storica complessa. La Rivoluzione Industriale non fu una forza cieca e negativa: pur tra contraddizioni e sofferenze essa creò una ricchezza che si diffuse nelle varie classi sociali, elevandone il tenore di vita.

La copertina proposta sopra è quella dell’edizione inglese (The Making of Victorian England) perché la copertina italiana non l’ho trovata online, ma non vi perdete nulla: è solo uno sfondo grigio con delle scritte nere dentro a rettangoli bianchi. Io ho l’edizione italiana Jouvence del 1981, presa su libreriauniversitaria.it. Non so se ce ne sono ancora copie disponibili. Su altri siti lo segnano come non reperibile. Il testo non è recentissimo (1962), ma è un classico tra gli studi sull’Inghilterra Vittoriana e ha una parte iniziale sulla demografia che mi è piaciuta molto. Sfortunatamente è piuttosto noioso da leggere: non ci troviamo di fronte a un grande narratore come il Gilbert della Grande Guerra. In inglese lo potete trovare senza problemi.

 

Vita Quotidiana
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La vita quotidiana in Inghilterra ai tempi della regina Vittoria, di Jacques Chastenet.
Con il suo nome segnò un’epoca: mai come sotto il suo regno l’Inghilterra fu tanto potente nel mondo. In questo volume Jacques Chastenet, accademico di Francia, racconta la vita quotidiana in Gran Bretagna nel primo periodo del regno della regina Vittoria. È il trionfo dell’età industriale e del capitalismo: si sviluppano le industrie, si allargano i commerci, nascono le prime ferrovie e si costruiscono le prime navi a vapore. Nasce il proletariato, si organizzano i primi sindacati e le classi inferiori cominciano la loro battaglia per ottenere il diritto di voto e la possibilità di eleggere i propri rappresentanti in Parlamento. Il lavoro e il sacrificio sono considerati valori supremi e la divisione sociale è rigida.

Questo libro è fuori commercio, ma con un po’ di fortuna si può ancora reperire su eBay. L’ho visto la prima volta nella biblioteca del mio quartiere, me ne sono innamorato e l’ho comprato subito su eBay, stessa edizione del 1998, ancora avvolto nel cellophane.
L’opera si concentra solo sui primi 14 anni del regno della regina Vittoria (ovvero 1837-1851), scegliendo l’Esposizione Universale come punto di svolta tra il primo periodo del regno e il secondo. Divertimento, viaggi, educazione, vita borghese, vita nei sobborghi, letture, esercito… coprendo molti argomenti si tratta di un’opera molto utile per costruirsi una visione d’insieme della vita in quegli anni.
Il culto del lavoro, il risveglio evangelico con la conseguente attenzione alla condizione dei lavoratori (disinnescando la bomba del socialismo un piccolo cambiamento alla volta), la politica del periodo, le scuole durissime in cui la borghesia inviava i figli (con bambini talvolta denutriti fino alla cecità o rinchiusi in punizione per settimane) e molto altro ancora.

 
The Writer’s Guide to Everyday Life in Regency and Victorian England, di Kristine Hughes.
Un’opera interessante, ma non eccellente. Ho notato anche alcune imprecisioni, ma non avendole segnate non le ricordo bene (una forse era dentro le pochissime righe, una manciata, dedicate alle armi). La prima parte, quando parla dell’illuminazione stradale e delle candele, è fatte bene. Anche la parte sui commerci da strada e sul cibo (la produzione del burro, il tè, il latte, la cucina) non è male. Dopo però la qualità diminuisce e la lettura, seppur piacevole, diventa meno illuminante. Molto positiva è la presenza di una ricca bibliografia al termine di ogni capitolo e, talvolta, di approfondimenti come i rimedi medici dell’epoca o le ricette di cucina.
Non merita il titolo che si è scelto, non quanto le due opere suggerite più sotto, ma val la pena leggerlo.

Lo trovate su gigapedia a questo link.

 
Daily Life in Victorian England, di Sally Mitchell.
Un testo notevolmente superiore al precedente, pur trattando gli stessi argomenti con la stessa comoda suddivisione. Molto bella la parte sulla servitù, sull’educazione e in generale le informazioni sulla vita e sui riti sociali (il corteggiamento, ad esempio). Si parla anche di narrativa: la lettura era diffusa a ogni livello sociale, spesso tramite un solo individuo che a sera leggeva storie acquistate a capitoli (per ammortizzare gli alti costi del libro li vendevano così) di fronte a tutta la famiglia sfruttando l’unica fonte di luce della casa… e la narrativa era davvero come la TV, con prodotti concepiti solo per solleticare la fantasia delle masse con storie avventurose che settimana dopo settimana, capitolo dopo capitolo, proseguivano e facevano discutere e appassionare il pubblico (come capita ora tra i fan delle serie televisive o degli anime).
Ah, ulteriore curiosità a tema librario: già all’epoca andavano di moda le trilogie. I librai, all’epoca veri signori del settore, imponevano agli editori di proporre i libri non in un tomo unico, ma in tre per poter guadagnare almeno il doppio… peccato che così i libri costassero così tanto che pochissimi li compravano e la massa (anche di gente facoltosa) preferiva affittarli o, soprattutto il popolo, comprare i singoli capitoli prodotti e venduti al di fuori del circuito delle libreria direttamente da autori ed editori (la gente voleva davvero leggere, ma il prezzo era ingiusto: qualcuno sta pensando alla situazione attuale e agli eBook? ^_^).
Consigliatissimo.

Il testo termina con una ricca appendice di bibliografia, comprendente gli URL dei siti web più interessanti (sono indicati anche i miei due preferiti, che ho riportato nella prossima sezione dell’articolo) e i siti da cui scaricare i libri d’epoca privi di copyright (su Archive.org o su Google Books) per accedere direttamente alle fonti utilizzate dall’autrice. C’è anche un piccolo glossario, ma impallidisce al confronto con quello del prossimo libro.

Lo trovate su gigapedia a questo link.

 
What Jane Austen Ate and Charles Dickens Knew, di Daniel Pool.
Libro di difficile lettura. Non per come è scritto, ma per come lo hanno piratato: aprendolo al PC sembra perfetto, ma in realtà nel Cybook Gen3 non si apre e NESSUN programma (né Calibre né altri anche molto costosi) è stato in grado di convertirlo in altri formati o di renderle leggibile. C’è qualcosa di irreversibilmente rotto per colpa del modo in cui è stato fabbricato il PDF, temo.
Passando invece ai contenuti è un ottimo libro. Ho letto da alcune parti che è il miglior libro a tema vita quotidiana nell’Età Vittoriana. Di certo è un’eccellente raccolta di saggi su tutti gli aspetti da conoscere della vita nel mondo Vittoriano: denaro, abitudini, modi di dire, leggi, riti sociali ecc…
E, come se non bastasse, dispone di un glossario enorme, talmente ricco e bello che farebbe testo a sé: ben 136 pagine dedicate! Val la pena scaricarlo anche solo per il glossario.

Lo trovate su gigapedia a questo link.

 

Altri Argomenti Interessanti
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La guerra civile americana, di Mitchell Reid.
La guerra civile (o guerra di secessione) che si combatté fra il Nord e il Sud degli Stati Uniti dal 1861 al 1865 fu un conflitto che lasciò sul terreno oltre seicentomila morti e che ebbe conseguenze enormi sulla società e sull’economia del paese, a partire dall’emancipazione degli schiavi neri. Reid Mitchell ripercorre la storia della guerra di secessione, esponendone in primo luogo l’andamento dal punto di vista militare, e poi collocandola all’interno della politica dell’Unione e dei Confederati. Una particolare attenzione è data agli aspetti sociali della guerra e alle differenti conseguenze che essa ebbe su uomini e donne, sulla popolazione bianca e su quella nera.

Un libro molto breve e molto chiaro: in appena 150 pagine (circa) viene data una visione di insieme del conflitto, fin dalle sue basi politiche in cui la schiavitù dei neri era solo un pretesto di un presidente Repubblicano del Nord industriale (eletto “non proprio legalmente”) per schiacciare e umiliare il Sud filobritannico (nonché Democratico) colpevole di essere troppo orgoglioso per accettare l’ennesimo insulto del Nord che lo voleva come semplice somma di colonie sottomesse e non come membro alla pari degli Stati Uniti.

 
La rivoluzione industriale in Inghilterra, di Edward A. Wrigley.
La rivoluzione industriale ha aperto la strada all’affermarsi di un nuovo mondo, caratterizzato dall’incremento della ricchezza, dall’accresciuta mobilità, dall’urbanesimo. Questa imponente serie di mutamenti ha sottratto l’Inghilterra prima e l’intero Occidente poi a quei limiti interni dello sviluppo studiati e paventati dagli economisti classici. Ciò è avvenuto non tanto aumentando le produzioni “organiche”, tipiche del contesto agricolo, quanto passando allo sfruttamento di risorse minerali. In questa prospettiva, la rivoluzione industriale si presenta come un processo di crescita economica di lunghissimo periodo, tutt’altro che progressivo e unitario, condizionato anche da elementi casuali.

Un volumetto che inquadra uno dei fenomeni fondamentali dell’epoca moderna in modo sintetico: non è una lettura fondamentale, ma è breve e se le dimensioni dei precedenti volumi di storia generale dell’età vittoriana vi hanno scoraggiato (in particolare il noioso Kitson Clark) è un dignitoso sostituto per gli aspetti energetici e demografici.

 
Balaclava. La carica dei 600, di Cecil Woodham-Smith.
“Sembrava impossibile che quella linea sottile e disordinata ce l’avrebbe fatta mentre le gigantesche colonne di fanteria russa la bersagliavano con un fuoco ininterrotto [...] Sempre più spesso nella linea si formavano dei vuoti, il pendio si copriva di corpi e si faceva scivoloso per il sangue, ma ogni volta i superstiti serravano le file e riprendevano l’assalto, mentre gli ufficiali gli stavano addosso e li incitavano bestemmiando e urlando come demoni.” (Cecil Woodham-Smith)

La storia della Brigata di cavalleria leggera di Sua Maestà Britannica e dei suoi cavalleggeri, mandati ottusamente a morire e a coprirsi di gloria nella valle della Morte, durante la guerra di Crimea (1854-55). Ancora oggi l’impresa di Balaclava, la carica dei 600 contro le imprendibili batterie di cannoni russe, è ricordata da alcuni come un atto di fulgido eroismo, da altri come un inutile massacro. E nelle parole del generale francese Pierre Bosquet, che assistette al macello della Brigata leggera, risuona l’eco di un’impresa militare straordinaria: «C’est magnifique, mais ce n’est pas la guerre: c’est de la folie».

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Child Sexual Abuse in Victorian England, di Louise Jackson.
La prima indagine dettagliata sul modo in cui gli abusi sui minori venivano scoperti, discussi, considerati e puniti nell’età Vittoriana ed Edoardiana. Il libro fornisce un’approfondita analisi dell’atteggiamento Vittoriano, incluso quello dipendente dalla morale Cristiana, nei confronti del problema degli abusi sui minori e della condizione delle bambine “corrotte” (la perdita dell’innocenza che rende pericolose nei confronti degli altri bambini). Un testo prezioso nell’ambito della storia del crimine, dell’assistenza sociale e della famiglia.

Lo trovate su gigapedia a questo link.

 
Jacquard’s Web, di James Essinger.
Di schede perforate e computer meccanici si era già parlato nei commenti del blog, per cui mi pare giusto consigliare questo testo sulla nascita dell’informatica. È piacevole da leggere, ricco di aneddoti e curiosità, perfetto per guidare il lettore dalla nascita del primo telaio programmabile di Jacquard nel 1801 (ovvero un telaio in cui il disegno prodotto con la seta poteva essere modificato cambiando semplicemente il set di schede perforate e non l’intero telaio) alla macchina differenziale di Babbage, fino al censimento USA del 1890 che impiegò schede perforate e tabulatrici della Tabulating Machine Company (divenuta poi IBM) e ancora oltre…

Lo trovate su gigapedia a questo link.

 
Londra. L’oro e la fame, di AA. VV.
1851-1901: Londra è la metropoli imperiale, la capitale di un’Inghilterra orgogliosa, al culmine del potere e della ricchezza. Le ineguaglianze sono all’ordine del giorno: lusso e miseria, cultura e abbruttimento, libertà e oppressione sono i diversi aspetti di una civiltà che ha esercitato un grande fascino sulle generazioni successive. Il volume raccoglie una serie di articoli che rievocano la vita, i costumi e il modo di pensare propri della Londra vittoriana.

Una raccolta di articoli molto interessanti. I rumori e, soprattutto, gli odori di Londra, così forti e diversi da identificare le singole zone: l’odore di catrame e trucioli dei cantieri navali e del molo; quello di gin e oppio dei quartieri bassi di notte; il fetore dei quartieri più poveri dove l’aria ha un sapore amaro e l’acqua del Tamigi è nera come inchiostro per lo scarico delle fognature di tutta la zona ovest della città; e infine il profumo delizioso di cioccolata, spezie e zucchero che aleggia nella grande area di biscottifici, panifici e zuccherifici di Bermondsey. Le tariffe e l’uso di vetture di piazza e calessi, con le guide distribuite ai turisti in modo che non venissero truffati (i tassisti disonesti c’erano anche nell’800). Fognature e bagni pubblici. La stagione mondana. I saldi, con i negozianti onesti che si lamentano della follia collettiva che si accende quando iniziano i saldi e tutti comprano tutto a pochi spiccioli… per poi scoprire che era merce difettosa, messa in mostra proprio per il periodo dei saldi dai negozianti disonesti. La Londra letteraria dei caffè. Il mondo della prostituzione, donne “da salvare” per i molti contagiati dal risveglio evangelico (c’erano già centri di accoglienza per riabilitarle), viste spesso con tolleranza dai magistrati: nel 1844 un magistrato londinese respinse una petizione di cittadini che si lamentavano dell’attività notturna delle prostitute perché non non vi era stato un reale turbamento dell’ordine pubblico (e si rifiutò di «imprigionare una sventurata solo perché gli era stata portata davanti da un poliziotto»).
Il libro si chiude con la descrizione dei funerali della regina Vittoria, che portò il lutto per l’amato principe Alberto per tutti gli ultimi 40 anni della propria vita e lo abbandonò solo per il funerale, quando si fece seppellire con l’abito da sposa, felice di potersi riunire al marito. Con la morte della Nonna d’Europa si chiude un’epoca e i contrasti già presenti tra il nipote tedesco, il Kaiser, e il resto dei famigliari inglesi, spezzato quell’ultimo legame, si aggravarono (Guglielmo II abbandonò i festeggiamenti per i 200 anni del Regno di Prussia per poter accorrere al capezzale della nonna e rimanere con lei negli ultimi giorni).

 

Siti internet e manuali militari
Wilhelm I. in der Schlacht bei Königgrätz Gemälde von Christian Sell, o. J.

Sul web non mancano le risorse dedicate al mondo, alla storia e alla vita nell’Inghilterra Vittoriana. Consiglio in particolare questi tre siti: http://www.victorianlondon.org/, http://www.victorianweb.org/ (in inglese) e http://georgianagarden.blogspot.com/ (in italiano).

Per chi è interessato al mondo militare suggerisco di scaricareThe soldier’s pocket-book for field service (1871) del colonnello Sir Garnet Wolseley. È un manuale reperibile gratuitamente, utile per farsi un’idea della vita militare inglese tra la Guerra di Crimea e l’inizio del Novecento. Il PDF non è dei migliori, come capita di solito con le opere scannerizzate da Google o da Microsoft.

Sempre a tema militare vi ricordo che c’è il mio articolo sull’avancarica a percussione e questi due manuali di cui avevo già parlato: Carabine da Bersaglieri (1855), ottimo manuale sulla teoria e sull’uso delle carabine a camera dei bersaglieri (con informazioni storiche e balistiche preziosissime), e The Infantry Manual (1847) dell’esercito inglese.
Se invece vi interessano i fucili a retrocarica del periodo, la migliore risorsa del web a mio parere è http://www.militaryrifles.com/: fucili a retrocarica a polvere nera tra il 1865 e il 1888, periodo che non ho ancora coperto su Baionette Librarie. Per i fucili con polvere infume tra fine Ottocento e la Grande Guerra suggerisco invece l’italiano http://www.exordinanza.net/.

Per gli appassionati di combattimento suggerisco anche queste due opere del grande spadaccino Alfred Hutton, Fixed Bayonets (1890) e Cold Steel (1889), dedicati rispettivamente al combattimento con la sciabola e al combattimento con la baionetta inastata (sul fucile Lee-Metford, ma si può applicare anche ai fucili precedenti e a quelli successivi).

 

“Steamed” di Katie MacAlister

Scritto da Il Duca Carraronan il 12 gen 2010 | Categorie: Libri, Scrittura, Steampunk

Frugando tra i siti dedicati allo Steampunk ho trovato il book trailer di Steamed. Ok, che lo Steampunk stia esplodendo se ne sono accorti pure i sassi e quindi è normale che tanti ci si lancino sperando di far cassa. Magari non sarà mai un successo come i “romanzi d’amore coi vampiri” (o con gli angeli, la nuova moda?, o coi lupi mannari), ma il principio è lo stesso: si scopre qualcosa che piace, pochi veri appassionati fanno qualcosa di decente (forse), la massa di approfittatori delle mode si lancia proponendo merda e, forte della mole e del titillare le solite due fantasie in croce del pubblico medio (il tutto potenziato dalla pubblicità a tappeto), trionfa proprio qualcosa nella massa di spazzatura!

O se anche non trionfa gli appassionati della prima ora che dicevano “Wow, finalmente è di moda quello che piace a noi!” si troveranno, come già accaduto molte volte, a lagnarsi col tono “era meglio quando piaceva a pochi e non eravamo sommersi di spazzatura commerciale senz’anima adorata da fan idioti”.
È una cosa naturale. Sono già pronto: se lo Steampunk vuole davvero proseguire lo sfondamento, senza spegnersi in una breve fiammata (come si diceva e si dice del Fantasy da anni), dovremo attenderci una grossa, grassa dose di oleosa merda, sia prodotta da inetti appassionati con tanta buona volontà che da professionisti entrati solo per far soldi con le moda del momento. ^_^
E poi ormai mi sono abituato: ho sempre pensato che le cose andavano meglio quando andavano peggio e che i giovani di oggi sono tutti dei drogati rincitrulliti. Sono nato vecchio e recitare anche questo nuovo ruolo da vecchietto steampunk disilluso non mi dispiace. ^__^

Non so se Steamed sia spazzatura. Spero sinceramente di no, ma dopo Leviathan che era a mala pena decoroso (l’ho letto tutto, ma… boh, un po’ al di sotto della mia sufficienza) e Boneshaker che con tutto quello che si diceva sembrava un gran bel libro e invece è una mezza fregatura (dico solo mezza perché sono fermo a metà, causa noia… ma per ora ci sono i pirati buoni e nessuna idea veramente steampunk a parte Daisy, l’arma elettrica anti-zombie), sto perdendo l’entusiasmo. Doctorow è evidente che si sia venduto per parlar bene di Boneshaker (o devo sperare che per miracolo nella seconda metà diventi bellerrimo?). Venduto, ma non troppo: una leccata senza eccedere, per compensare in abbondanza la perdita economica in termini di credibilità personale con il guadagno dovuto alla leccata stessa (amici-contatti e/o bustarella). Vendere la propria dignità leccando è normale per gli scrittori, soprattutto in Italia (a livelli allarmanti, aggiungo), ma da uno come Doctorow mi aspettavo di meglio. ^_^

Vi lascio al trailer: le altre considerazioni è meglio farle dopo la visione.

Il tizio con la protesi steampunk è G. D. Falksen, fotografato da Tarilyn Quinn

Computer technician Jack Fletcher is no hero, despite his unwelcome reputation as one. In fact, he’s just been the victim of bizarre circumstances. Like now. His sister happens to disturb one of his nanoelectromechanical system experiments, and now they aren’t where they’re supposed to be. In fact, they’re not sure where they are when…

…they wake up to see a woman with the reddest hair Jack has ever seen-and a gun. Octavia Pye is an Aerocorps captain with a whole lot of secrets, and she’s not about to see her maiden voyage ruined by stowaways. But the sparks flying between her and Jack just may cause her airship to combust and ignite a passion that will forever change the world as she knows it…

Partiamo alla grande. A parte che l’accostamento “brutto disegno di copertina” con “foto” non mi è parso geniale (dove siamo, su Chi ha incastrato Roger Rabbit o su Cool World, dove umani e disegni convivono?), ma avete notato quanto il trailer calchi su “New Steampunk Romantic Adventure”, “beautiful aerocorps captain Octavia Pyean”, “New Steampunk Romantic Thriller”, “Whirlwind ROMANCE” e “ignite in a PASSION”?
D’altronde è pure scritto in copertina: “a steampunk romance”.

Non c’è da stupirsene visto che l’autrice non è esattamente una scrittrice di fantascienza o di steampunk, ma una che scriveva libri d’amore coi vampiri (A Girl’s Guide To Vampires, ad esempio) e altra roba romantica. Non dico che non siano belli, nel loro genere e per il loro pubblico, non li ho letti, ma non è esattamente questo il tipo di autore che immagino per scrivere di retrofuturismo e diavolerie tecnologiche pseudo-Ottocentesche.

La cosa non puzza come il pesce di dieci giorni?
Si sveglia un mattino e, caso strano, vuole scrivere un romanzo steampunk proprio quando anche i peggiori deficienti del pianeta si sono accorti che sta tornando di moda. Negli ultimi 12 mesi tutti erano tenuti ad accorgersene, se bazzicavano un minimo la narrativa al di là del fantasy monnezzone all’italiana, quindi una professionista della narrativa è ovvio che ne fosse informata da tempo.

Il rischio che abbia usato lo steampunk solo come pretesto per una storia d’amore che poteva benissimo realizzare senza alcun bisogno di inserirsi nella “moda del momento” è enorme (prima i vampiri, ora lo steampunk, poi gli angeli, in futuro magari i bufali idrocefali…).
C’è comunque una minima possibilità che, pur di piacere anche al pubblico dello steampunk, si sia sforzata e abbia davvero inserito sufficienti bizzarrie retrofuturistiche da poter essere interessante (nel video, che tristezza, ci sono vari gadget da cosplay steampunk in mostra). La speranza è l’ultima a morire (dopo una lunga agonia), ma una bella impressione quel book trailer non me l’ha fatta.

 
Un estratto dell’opera
Qui potete trovare le prime pagine del romanzo, in inglese. Non so valutare la qualità narrativa bene come se fossero in italiano, mi spiace, ma riesco a vedere nel testo alcune scelte discutibili che non riguardano la lingua utilizzata. Segnerò un paio di cose molto evidenti, senza lanciarmi in una minuziosa analisi dell’estratto.

“Cap’n Pye! Cap’n Pye!”
“The word is ‘captain,’ Dooley. We are not pirates, nor are we yokels who cannot expend the extra effort to pronounce words correctly, and judging by the non-stop chatter I hear from you in the mess, I am reassured you have the vocal capacities to do so. Yes, I see it now, Mr. Mowen. The valve to the left of the intake cylinder, isn’t it? It’s cracked, you think?”
“Aye, captain.”
I sat back on my heels after examining the valve in question. Cracked, my three-legged uncle. It was no more cracked than I was.
“Captain Pye, Mr. Piper, he says you’re to come to the forward hold immediately!” Young Dooley fairly danced with agitation as he spoke, but that was nothing new. Dooley was a quicksilver sort of lad, always moving or talking, apparently unable to sit still for even the shortest amount of time. In a way, he reminded me of a hummingbird I’d seen in the emperor’s aviary, for Dooley flitted and dove around the ship just as the hummingbird had done in the highdomed aviary.

Iniziare con il dialogo è un trucco standard per i buoni incipit, ma il dialogo in sé non mi è parso perfetto né la scena è esente da scelte a mio parere opinabili. Osserviamo le prime due battute di dialogo. Per quanto non vi sia un vero e proprio problema di teste parlanti, ovvero di voci senza un corrispettivo visivo in azioni dei personaggi, non si può certo dire che il problema sia del tutto evitato.
La prima battuta è corretta. Breve, credibile. La seconda è lunga. Molto lunga. Trasmette l’idea di un personaggio logorroico nel suo articolare lunghe frasi, seppur non ciarliero “a mitraglia” come il primo (o, se non logorroico, perlomeno puntiglioso). E questo va benissimo. Ma il problema è che la frase diventa troppo lunga e si avvicina a generare un “effetto testa parlante a battuta singola” nel punto segnato dalla X.

“The word is ‘captain,’ Dooley. We are not pirates, nor are we yokels who cannot expend the extra effort to pronounce words correctly, and judging by the non-stop chatter I hear from you in the mess, I am reassured you have the vocal capacities to do so. X Yes, I see it now, Mr. Mowen. The valve to the left of the intake cylinder, isn’t it? It’s cracked, you think?”

Vedete? Dopo la prima lunga frase atta a delineare al lettore ciò che il capitano pensa del suo sottoposto, scopriamo che il capitano ha guardato la valvola. Eppure non viene detto che l’ha guardata. Solo successivamente ci viene detto che si è soffermato a controllarla. Non è di per sé un errore, la scena si capisce bene (non era questo in discussione), ma è di certo un’occasione persa per eliminare il rischio “testa parlante” e migliorare gli aspetti di contorno del dialogo.

Il secondo punto migliorabile, che contiene qualcosa di più vicino a un errore, è questo:

Dooley was a quicksilver sort of lad, always moving or talking, apparently unable to sit still for even the shortest amount of time.

Ora, siamo chiari, un personaggio in prima persona ha più diritto di uno in terza persona di esprimere giudizi e pensieri. Non contesto questo, anzi, è uno dei motivi che rende la prima persona più appetibile della terza in alcune narrazioni. Quello che contesto è la sottolineatura dell’ovvio e il pensiero che appare forzatamente descrittivo come se il capitano non pensasse “per sé”, ma pensasse “per il lettore” allo scopo unico di fornirgli informazioni.
Giacché si sottolinea l’ovvio e quindi non serve farlo, questo voler “pensare per il lettore” non può essere oggettivamente giustificato: potete infatti notare come Dooley sia già ben caratterizzato dai fatti e dalle parole. Non serve tagliare per forza tutti i pensieri del capitano su Dooley. Si ottiene già un notevole miglioramento eliminando quella singola frase e lasciando la parte sul colibrì, così:

“Captain Pye, Mr. Piper, he says you’re to come to the forward hold immediately!” Young Dooley fairly danced with agitation as he spoke, but that was nothing new. In a way, he reminded me of a hummingbird I’d seen in the emperor’s aviary, for Dooley flitted and dove around the ship just as the hummingbird had done in the highdomed aviary.

Ritengo che anche la parte “in a way [...] aviary”, dato il contesto (un guasto e una persona ben nota), sia un pensiero innaturale per il personaggio e inutile per il lettore, ma avendo tolto il pezzo precedentemente incriminato si è già alleggerito il problema a sufficienza.

In questo caso non credo che l’autrice abbia intenzione di fare Arte e Grande Letteratura, rifuggendo dai paurosi e castranti Generi (stile «solo perché ho parlato di avventure post-apocalittiche con supermutanti, esplosioni, armi laser e zombie radioattivi non potete dire che scrivo romanzi post-apocalitici d’azione!!!»), per cui se si volesse criticare l’estratto usando, dove necessario, gli strumenti atti alla valutazione predisposti dagli stessi autori di narrativa angloamericani e apprendibili sui manuali, direi che si potrebbe fare senza timore di essere linciati (e non essendo autrice italiana non ha gli squadristi del lecchinaggio già pronti a manganellare i contestatori, no?).
Provate nei commenti, se vi va. ^_^”

 

Consiglio di lettura Steampunk: Boneshaker

Scritto da Il Duca Carraronan il 18 dic 2009 | Categorie: Libri, Steampunk

Come ho annunciato qui il 16 dicembre, ecco oggi l’articolo per pubblicizzare il libro Boneshaker di Cherie Priest. Mi ero accorto dell’uscita su gigapedia del file scaricabile già la mattina del 17 dicembre, ma ho preferito aspettare qualche ora prima di pubblicare questo articolo, già pronto da due giorni, per concedere l’onore della prima segnalazione all’adorata Gamberetta.

Ci dovrebbero essere quattro buoni motivi per consigliare Boneshaker:
1) è Steampunk in un Ottocento alternativo, con tecnologie più avanzate;
2) è Steampunk chiassoso, avventuroso e pieno di bizzarrie (o così lo spacciano);
3) l’autrice è una che AMA lo Steampunk e non una che spera solo di farci soldi;
4) quattro.

boneshaker
Copertina di Boneshaker: non è male.
 
Cherie_Priest
L’autrice in versione Steampunk
e qui con i capelli blu/viola (lol!)

In the early days of the Civil War, rumors of gold in the frozen Klondike brought hordes of newcomers to the Pacific Northwest. Anxious to compete, Russian prospectors commissioned inventor Leviticus Blue to create a great machine that could mine through Alaska’s ice. Thus was Dr. Blue’s Incredible Bone-Shaking Drill Engine born.

But on its first test run the Boneshaker went terribly awry, destroying several blocks of downtown Seattle and unearthing a subterranean vein of blight gas that turned anyone who breathed it into the living dead.

Now it is sixteen years later, and a wall has been built to enclose the devastated and toxic city. Just beyond it lives Blue’s widow, Briar Wilkes. Life is hard with a ruined reputation and a teenaged boy to support, but she and Ezekiel are managing. Until Ezekiel undertakes a secret crusade to rewrite history.

His quest will take him under the wall and into a city teeming with ravenous undead, air pirates, criminal overlords, and heavily armed refugees. And only Briar can bring him out alive.

I commenti che si trovano in giro sono molto positivi, inclusi quelli di personaggi affidabili come Cory Doctorow:

Cherie Priest’s zombie steampunk mad-science dungeon crawl family adventure novel Boneshaker is everything you’d want in such a volume and much more.
[...]
It’s full of buckle and has swash to spare, and the characters are likable and the prose is fun. This is a hoot from start to finish, pure mad adventure.
(Cory Doctorow su Boing Boing)

Il romanzo in pochissimo tempo è finito tra i migliori libri del 2009 di Publishers Weekly, quinto posto su cinque nella lista “Science Fiction/Fantasy/Horror”, fianco a fianco con un pezzo grosso come China Miéville.
E a quanto diceva l’autrice le vendite stanno andando molto bene.

Ancora prima di cominciare la lettura c’è una cosa che mi ha fatto apprezzare ancora di più l’autrice (a parte che veste Steampunk e si tinge i capelli di strani colori): è una che pare prendere lo Steampunk ottocentesco seriamente.
Una che scrive di bizzarrie e cose strambe non perché non sa nulla del passato (non che sia un genio, eh…), ma per usare il passato come piattaforma per il fantastico. Molto diversa dai tanti (aspiranti o editi) scrittori fantasy che parlano di generici medioevi di cartapesta perché non sanno nulla del medioevo reale (il fantasy come giustificazione dell’ignoranza e non come trampolino per l’immaginazione: che schifo!).
Leggete qui:

As some of you local buffs are aware, I’ve also ignored a couple of major turning points in Seattle’s development: the 1889 fire that destroyed most of the city and the 1897 Denny Hill regrade. Since both of these events took place well after the events of this book (which transpired in 1880), I had a fair bit of leeway when making up my version of Pioneer Square and its surrounding blocks.

For reference’s sake, I used a Sanborn survey map from 1884 to make sure that I loosely, generally followed the likely lay of the land, but heaven knows I went off the rails a bit here and there.

Ergo.

Assuming a much earlier, much bigger population base, it is not altogether outside the realm of reason that some of Seattle’s landmark buildings might’ve been under way in the 1860s, before the wall went up.

That’s my logic and I’m sticking to it.

So there’s no need to send me helpful e-mails explaining that King Street Station wasn’t started until 1904, that the Smith Tower wasn’t begun until 1909, or that Commercial Street is really First Avenue. I know the facts, and every digression from them was deliberate.

Il problema però è che, pur informandosi (quanti autori di fantasy italiano hanno la mentalità per informarsi anche solo sulla mappa storica di una città?), decide di fare poi un po’ troppo come le pare dal punto di vista della credibilità/realismo a quanto capisco leggendo subito dopo questo:

At any rate, thank you for reading, and thank you for suspending your disbelief for a few hundred pages. I realize that the story is a bit of a twisted stretch, but honestly—isn’t that what steampunk is for?

Ok, lo Steampunk sono ANCHE le puttanate, ma se c’è una solida base tecnologica “credibile” è molto meglio, come per tutta la fantascienza o lo science-fantasy (a cui lo steampunk un po’ appartiene) che si rispetti. Puttanate, ma non SOLO puttanate. Speriamo bene e incrociamo le dita…

Potete trovare Boneshaker su gigapedia.

E ora qualche elemento che mi ha fatto subito pensare al videogioco Damnation.
Entrambi sono ambientati in una America in cui la Guerra Civile si è trascinata molto più a lungo che nel nostro mondo. In Damnation ci sono le PSI, industrie d’armi che si sono arricchite vendendo a entrambi gli schieramenti, guidate un pazzo che vuole dominare la “nuova America”… è una cosa così ritardata che sembra pari-pari presa da G.I. Joe: il parallelo con M.A.R.S. e COBRA mi sembra calzante.
Spero che in Boneshaker simili stronzate ci vengano risparmiate. ^_^”
In Boneshaker la piaga degli zombie è dovuta a a un gas rilasciato nell’ambiente. In Damnation gli zombie sono soldati e operai delle PSI, imbottiti di un siero schiavizzante che un po’ per volta li riduce a zombie affamati di carne umana. E, se ricordo bene, in una parte del gioco dicono che il siero viene rilasciato nell’acqua per zombificare la popolazione. Zombificazione tramite avvelenamento in entrambi in casi.
Entrambi sono Weird West, termine sotto cui si colloca anche lo Steampunk (con o senza Horror) nel selvaggio west, come nel gioco di ruolo Deadlands o nel film Wild Wild West.
Entrambi contengono dirigibili e pirati dell’aria (il gruppo di eroi/terroristi anti-PSI di Damnation con la nave volante ha molto dei “corsari dell’aria”).

I vecchi e i malati trascorrono i loro ultimi giorni nelle fabbriche di carne in scatola. Le persone sono importanti per le PSI: niente e nessuno viene sprecato.
(dai megafoni della propaganda PSI nel gioco, LOL!)

Tornando al titolo di Boneshaker: ora lo troverete meno figo. ^__^

 

Marstenheim di Angra

Scritto da Il Duca Carraronan il 15 dic 2009 | Categorie: Ebook, Fantasy, Libri

Come avevo accennato nell’articolo dell’otto dicembre, avevo intenzione di fare un po’ di pubblicità a un certo romanzo: Marstenheim di Angra. Ho preferito aspettare che ne parlasse Gamberetta per non toglierle l’onore della prima segnalazione pubblica.

Marstenheim è un romanzo di avventura, Science Fantasy, con una certa originalità nel mettere assieme gli elementi fantastici ben scelti, ma non particolarmente bizzarro. Dovrebbe soddisfare senza problemi anche i gusti di chi non ama le cose troppo bizzarre, pur essendo molto più innovativo del solito fantasy nel solito medioevo-di-cartapesta atemporale. Un onesto Science Fantasy con una spruzzata di influenza dello Zuddas di C’era una volta un computer e di Balthis l’avventuriera nel dipingere un mondo che dall’alto sviluppo tecnologico è precipitato nella barbarie.

L’ambientazione, alla fine ridotta alla sola città di Marstenheim e poco altro (ottima scelta), è un buon miscuglio di elementi diversi. Si nota una certa vena di Warhammer in alcune cose, come negli schieramenti visivamente netti, come sono visivamente molto diversi gli eserciti del wargame: i crociati indossano cotte di maglia, le forza della Repubblica hanno i fucili ad avancarica, gli adoratori dei demoni sono deformi, gli uomini-ratto sono uomini-ratto (ma sono molto più divertenti degli Skaven) ecc… ecc… Non esattamente lo stesso livello di differenza che potrebbe passare tra francesi, prussiani e inglesi nella Guerra dei Sette Anni. Anche se un francese e un ratto, in fondo, non sono molto diversi. ^_^

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“Gya” disegnata da Laura Bagliani

Ho seguito il romanzo, fornendo l’aiuto che potevo dare, da quando Angra ha iniziato a pubblicarlo sul suo sito. L’ho letto complessivamente tre volte prima prima che venisse rilasciato per intero e poi una quarta volta, per individuare gli ultimi refusi (o quelli nuovi, apparsi di fresco) e permettere ad Angra di correggerlo al meglio nei primi giorni dopo la pubblicazione online.
Anche se il lavoro di segnalazione e suggerimenti è stato piuttosto lungo, non è stato pesante: prima di tutto il romanzo è ben scritto e divertente, quindi rileggerlo tre o quattro volte non è stato un problema, e poi la quantità di difetti da segnalare era limitata. Sì, c’erano parecchie piccole cosette da sistemare, ma tutti errorini lievi o questioni di gusto. O sonorità strane, come parole che rimavano in “ano”. Nell’insieme il romanzo era già bello pronto fin dalla prima volta che l’ho letto.

In più Angra ha mostrato l’approccio che un vero autore dovrebbe avere nei confronti dell’editing: stare in silenzio e leggere gli appunti ricevuti, valutando in proprio quanto ricevuto senza ribattere in modo sterile o far polemiche. Un atteggiamento di professionalità e maturità nei confronti dell’opera scritta e del lavoro del collaboratore per l’editing che pochi hanno. La cosa di cui mi sono stupito è che abbia fatto tutto quello che avevo detto. Perlomeno tutto quello che si poteva fare senza stravolgere troppo la storia, che è comunque tanto. Non me lo aspettavo. E non so dire se sia stata una cosa buona o meno. ^_^”

Il punto debole del romanzo è l’inizio. Io stesso l’ho visto come uno scoglio, alla prima lettura. L’inizio non invoglia: i ratti sono simpatici, ma non sono ancora divertenti come Skiapp e compagnia, e per quanto l’evento mostrato sia importante per la trama, non vi è un elevato coinvolgimento emotivo per il lettore o una particolare meraviglia.
Passata la prima scena, il resto del romanzo vola via. Ben scritto e gradevole.

Il finale non mi dispiace.
L’Epilogo in sé lo trovo molto bello, ma nell’insieme il finale anche se ben fatto non dà quella sensazione di oppressione e di perdita che si sente quando finisce qualcosa di “veramente coinvolgente” che ti ha tenuto incollato fino all’ultimo capitolo/episodio.
Ma a questo tornerò dopo.

Angra ha fatto un ottimo lavoro nel correggere il tiro, comunque. La versione precedente era priva di due scene, una d’azione con i soldati (dovreste individuare facilmente dove ho aiutato di più l’autore nel sistemare la primissima bozza della nuova scena) e una coi ratti. Mi sono piaciute molto e sono state una sorpresa: in poche ore Angra ha individuato cosa andava aggiunto e ha provveduto. Un lampo.
Aver inserito quelle scene e averne modificate altre ha permesso di chiudere meglio le vicende in sospeso di alcuni personaggi e, di conseguenza, la vicenda generale della città.

Torniamo al problema di fondo dell’opera, che si ripercuote sul finale.
Marstenheim non è la storia di “un personaggio che fa una cosa”. Me ne sono accorto nel tentativo di sintetizzarlo in una o due frasi per consigliarlo agli amici. La storia non è riassumibile come “la vicenda di un personaggio”, ma solo come “la vicenda di una città in cui passano dei personaggi”.
Lo stesso utilizzo di POV usa-e-getta, come il maggiore Drong, testimonia che l’interesse principale è nel dare un affresco delle vicende della città più che delle vicende di un singolo protagonista.
Non è come Rambo che in entrambe le versioni, film e romanzo, è la storia di un reduce distrutto dalla guerra e incapace di tornare alla vita civile perché il mondo civile per primo è ostile (la vicenda di una persona che si conclude per intero nella sua “morte/ritorno dal colonnello come simbolo del mondo militare” -in base alla versione-).

Anche le Cronache del Mondo Emerso sono riassumibili in poche frasi su Nihal e questo è un grosso punto di forza. Fin dal primo libro si capisce che è la storia di Nihal: una ragazza in un mondo in guerra scopre di essere l’ultima superstite di un genocidio e cerca vendetta contro i Kattivi.
Non un generico gruppo di eroi che parte per salvare il mondo “tanto per” contro un cattivo “perché sì”: una vicenda personale che esige vendetta di persona. Metterla sul personale è una buona idea. Poi, ok, la vicenda è una stronzata e il Kattivo è un ritardato, ma quanto meno si può sintetizzare dal punto di vista di un personaggio.

Qual è il problema di non essere la “storia di un personaggio” e basta?
Prima di tutto che è più difficile costruire un legame emotivo in poco spazio. Nelle Cronache del Ghiacco e del Fuoco è vero che non c’è la vicenda di un singolo personaggio, ma la mole di vicende ben legate permette di costruire delle aspettative/simpatie per i vari POV-Char (Tyrion in particolare), permettendo al lettore di sviluppare preferenze dinastiche e di fare il tifo per un personaggio e/o famiglia o per l’altro. E in più le vicende generali (la guerra civile) sono chiare e si riassumono facilmente, magari con un improprio paragone con la Guerra delle Due Rose.

In Marstenheim ci sono troppi personaggi e troppo poco tempo per affezionarsi davvero a qualcuno. Il personaggio che può riscuotere maggiore simpatia e una sorta di affetto è Skiapp, che ho adorato, ma non ho visto della vera concorrenza da parte di Aix o di Carmille o di altri. Senza affetto è anche più difficile provare sofferenza nel distacco dall’opera, al suo termine. Skiapp e gli uomini ratto forniscono anche il necessario elemento di comicità per sdrammatizzare, motivo in più per cui il lettore potrebbe simpatizzare per loro.

Un romanzo che vi consiglio di leggere per le feste.

Scarica da Gamberi Fantasy in formato:
PDF (A4) – MOBIPOCKET – RTF – ODT – EPUB – ARCHIVIO (TUTTI)
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Cinque eBook di Bizarro Fiction gratis fino al 26 novembre

Scritto da Il Duca Carraronan il 20 nov 2009 | Categorie: Bizarro Fiction, Bizzarro, Ebook, Libri

Leggo sul sito di Carlton Mellick III e diffondo.

Nello sforzo di persuadere i lettori a comprare più libri di Bizarro Fiction per Natale, Eraserhead Press ha deciso di mettere in download gratuito gli eBook (in pdf) di cinque libri fino al giorno del ringraziamento (26 novembre 2009, per gli yankee).
Sono un regalo ideale per i bambini, soprattutto se uno vuole farsi accusare di corruzione di minore ^__^

Carlton Mellick III dice che “MachoPoni” e “The Faggiest Vampire” sono libri di Bizarro Fiction per bambini, ma non mi fiderei troppo: sarebbe come chiedere a me se una certa scena di un film è troppo spinta per un pubblico delle elementari ▼

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Consiglio per i regali natalizi:
se le tue amiche hanno amato i romanzi di Licia Troisi
hanno proprio bisogno di questo delizioso gadget!

I libri scelti dall’editore sono i due “Bizarro Starter Kit” (orange e blue) di AA.VV., “Super Fetus” di Adam Pepper, “Ass Goblins of Auschwitz” di Cameron Pierce e “Sausagey Santa” di Carlton Mellick III.
I due Starter Kit li avevo in versione cartacea, ma come molti altri miei libri sono in giro in prestito. Ora che ho gli eBook la sensazione di possesso è maggiore di prima (e occupano meno spazio). Sono le raccolte consigliate come introduzione al genere, ma secondo me è meglio incominciare con i libri di Carlton Mellick III. Io ho iniziato con “Haunted Vagina” e lo consiglio a tutti. ^_^

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Descrizione presa da Amazon:
There’s a new genre rising from the underground. Its name: BIZARRO. For years, readers have been asking for a category of fiction dedicated to the weird, crazy, cult side of storytelling that has become a staple in the film industry (with directors such as David Lynch, Takashi Miike, Tim Burton, and even Lloyd Kaufman) but has been largely ignored in the literary world, until now. The Bizarro Starter Kit features short novels and story collections by ten of the leading authors in the bizarro genre: D. Harlan Wilson, Carlton Mellick III, Jeremy Robert Johnson, Kevin L Donihe, Gina Ranalli, Andre Duza, VIncent W. Sakowski, Steve Beard, John Edward Lawson, and Bruce Taylor.

Bizarro Starter Kit (Orange): RapidShare, MegaUpload
Bizarro Starter Kit (Blue): RapidShare, MegaUpload

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Descrizione presa da Amazon:
Santa isn’t the jolly old elf he’s been described as in Children’s stories. He’s a bit more grotesque than that. His eyes are pimento-stuffed olives, his teeth are walnuts, and his body is made of sausages.
One snowy Christmas Eve, while visiting the Fry family, Sausagey Santa is attacked by an evil force that is driven to destroy Christmas forever. It is an anti-Christmas spirit that loathes everything having to do with children and Jesus. After it steals his magic bag of presents, Santa calls upon Matthew Fry and his wife, Decapitron (a brutish warrior woman with a strange Christmas fetish and a candy cane sword), to help get it back and save Christmas for everyone.

Sausagey Santa: RapidShare, MegaUpload

superfetus

Descrizione presa da Amazon:
Too tough to be aborted, Super Fetus fights back! He’s a fetus growing in the womb of a whiny white trash whore of a mother. His problem: she wants to have him aborted. But what this bitch doesn’t know is that she isn’t pregnant with some mild-mannered developing human form. Heck no. This is Super Fetus. He has an attitude and he is determined to be born, whether she likes it or not. Doing push-ups in the womb day and night, until he becomes amazingly buff, this little fetus is prepared to fight off the onslaught of vacuums, tongs, coat hangers, and scalpels. Once that sonofabitch doctor comes for him… he’ll be ready. A horrific and humorous romp with strange characters, stranger sex scenes, and one kick-ass musclebound fetus.

Super Fetus: RapidShare, MegaUpload

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Descrizione presa da Amazon:
In a land where black snow falls in the shape of swastikas, there exists a nightmarish prison camp known as Auschwitz. It is run by a fascist, flatulent race of aliens called the Ass Goblins, who travel in apple-shaped spaceships to abduct children from the neighboring world of Kidland. Prisoners 999 and 1001 are conjoined twin brothers forced to endure the sadistic tortures of these ass-shaped monsters. To survive, they must eat kid skin and work all day constructing bicycles and sex dolls out of dead children.
While the Ass Goblins become drunk on cider made from fermented children, the twins plot their escape. But it won’t be easy. They must overcome toilet toads, cockrats, ass dolls, and the surgical experiments that are slowly mutating them into goblin-child hybrids.
Forget everything you know about Auschwitz… you’re about to be Shit Slaughtered.

Ass Goblins of Auschwitz: RapidShare, MegaUpload

Chiudo con le parole di Carlton Mellick III:

If you like one of the books, please take a few minutes to write a quick review for it on Amazon.com or Goodreads. Or post about it on your blog or favorite message board. Hell, just tell your friends about it the next time you are drinking together.

These small actions really do a lot to help out independent artists. And in this era of crushing multi-national conglomerates and economic strife, we independents can use all the help we can get.

And if you don’t like the book, at least you didn’t have to pay for it.

Di solito evito di fare due post nuovi in due giorni consecutivi, ma come avete visto questa cosa andava segnalata il prima possibile. E poi dovrò fare un terzo post sabato per un’altra cosa, se avrò tempo e voglia. Mi dispiacerebbe rimandare il lulz collettivo. ^_^

Ancora immagini da Leviathan

Scritto da Il Duca Carraronan il 06 nov 2009 | Categorie: Artiglieria e Veicoli, Libri, Marina e Navi, Steampunk

Altre immagini da Leviathan. Sono state pubblicate sul sito dell’illustratore, Keith Thompson, un po’ di giorni fa, ma non avevo ancora avuto modo di parlarne. Credo che siano abbastanza carine da meritare un altro articolo a tema Leviathan, anche se il libro in sé mi entusiasma meno di altri romanzi steampunk… tant’è che non sono ancora stato travolto dalla voglia di leggerlo: anche se ho visto che lo vendono online in vari negozi, con un prezzo che in base al negozio va dai 9,99 dollari ai 19,99 dollari, non ho intenzione di comprarlo ancora. I mobipocket e gli ePub costano troppo: gli unici a prezzo decente, 9,99 dollari, sono il formato per Kindle (che non posso leggere) e la versione venduta dal sito di Barnes & Noble (ma la pagina B&N dice: These items ship to U.S. addresses only).
Grandioso. Se anche lo volessi probabilmente non potrei nemmeno comprarlo senza mentire sull’indirizzo. E non mi va di farlo, visto che non muoio dalla voglia di leggerlo subito.

Passiamo alle immagini, va…

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Il Leviathan, un po’ di fanteria aeromobile e una corazzata terrestre

Il Leviathan, ovvero la balena piena di scoregge, lascia il tempo che trova. Carino, ma nulla di cui si possa discutere. A destra nell’immagine mi pare di intravedere il mostropalla a propulsione anale di cui abbiamo già parlato nei mesi scorsi.

La fanteria aeromobile non è niente male. Ho preferito aeromobile rispetto ad aviotrasportata, visto che lo usano nella cavalleria dell’aria italiana… e questa fanteria che scende dai dirigibili senza paracadute mi sembra decisamente una sorta di cavalleria dell’aria, versione tecnologica dei dragoni del ‘600 che si muovevano a cavallo e combattevano a piedi.

Bello il fucile con la baionetta, belli gli elmetti (col chiodo per la fanteria e con la palla per l’artiglieria, come è giusto che sia), belli i dirigibili steampunk, bello (e credibile) il pezzo di artiglieria leggera adatto al trasporto aereo ecc… ma qualcosa mi stona.

Iniziano dalla cosa meno importante.
Guardate i numeri sulle fodere degli elmetti. Nel nostro mondo il numero sulla fodera del pickelhaube indica il reggimento. Qui abbiamo tre soldati, di cui verosimilmente quello col binocolo e il fischietto rappresenta un ufficiale, di tre reggimenti diversi (200, 213 e 228). Non pare molto probabile che siano così mischiati a casaccio. Usare un solo numero sarebbe stato più intelligente perché, anche se può non essere un errore (magari nel mondo di Leviathan il numero serve per le estrazioni della lotteria del reggimento e chi vince viene sodomizzato col chiodo dell’elmetto ^__^), di certo è un elemento sospetto per un lettore un pochino accorto.

La cosa un po’ più importante, se avete gli occhi, dovreste averla già notata da soli. Se avete gli occhi e un cervello funzionante, intendo. ^__^
Se non l’avete notata iniziate seriamente a preoccuparvi. Guardate l’artigliere che sta sollevando la canna dell’obice/cannone (opterei per obice, ma non è detto). Primo dettaglio: ha delle braccine da anoressico (individuato alla prima occhiata da mia madre: “ma quel soldato ha delle braccia da ragazzina!”). Secondo dettaglio: sta sollevando un attrezzo che pesa l’ira di Dio.

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L’artiglieria leggera è leggera, ma non “leggerissima”: tutto incluso sono 1270 kg

Facciamo un paio di ipotesi su quanto sta sollevando?
Prendiamo un obice leggero, molto leggero, come il famoso OTO Melara modello 56 da 105/14. Un cosino rispetto ad altri obici più pesanti, come quelli preferiti dagli inglesi al tempo delle Falkland.
Quanto peserebbe il pezzo che il soldato sta sollevando se fosse del modello 56? Uso naturalmente i dati provenienti dal manuale dell’esercito indicato qui.

Vediamo… lì abbiamo il tubo obice, la slitta (quella roba sotto il tubo obice, pure più massiccia che non nel modello 56) e il blocco di culatta. Dall’immagine non si capisce se il blocco di culatta ha anche il congegno di chiusura già montato, quindi immaginiamo di “no” per alleggerire al massimo il conto. E manca il freno di bocca (che sembra un affarino, ma da solo sono 32 kg di acciaio).
Il tubo obice rinforzato (senza freno) sono 113,9 kg, la slitta 112 kg e il blocco di culatta (senza congegno di chiusura) sono 72,9 kg. Totale: 298,8 kg.
Non li solleva a forza di bicipiti (vedete che il braccio lo sta sollevando all’altezza del gomito?) e spalle nemmeno Ronnie Coleman, figuratevi quell’anoressico. ^__^

Però il pezzo di artiglieria sembra più piccolo, a giudicare dalla bocca, di un 105 mm. Potremmo diminuire in proporzione con la sezione del calibro tutto il resto dell’arma!
O meglio ancora cercare dei pesi storici per fare il paragone.
Le artiglierie più piccole in dotazione a tedeschi e austro-ungarici erano il 7.62 cm Infanteriegeschütz L/16.5 (608 kg), il successivo 7.7 cm Infanteriegeschütz L/20 (815 kg) e lo Skoda 7,5 cm Gebirgskanone M.15 (613 kg). Senza considerare un obsoleto pezzo in bronzo senza organi elastici o freni decenti come il 7 cm Gebirgsgeschütz M99 (315 kg, ma era veramente obsoleto) o altri pezzi più pesanti da 7,7-8 cm (845 kg per il L/27 e 1300 kg per il Kanone in Haubitzelafette, 1000-1400 kg per altri pezzi “leggeri” austro-ungarici).

Non è credibile pensare che pesi meno di 600 kg, scudo incluso: la metà o poco meno del modello 56. Se diminuiamo tutto in proporzione quella canna peserà comunque troppo per un uomo solo che la sollevi in quel modo: 150 kg.

August_von_Mackensen_sguardo_virile
Il feldmaresciallo August von Mackensen, fervente monarchico,
era talmente virile che poteva montare un obice con un solo sguardo

La corazzata terrestre che si muove su gambe. La questione “gambe”, come già detto in passato, rientra nella sospensione dell’incredulità a tema steampunk (come l’atmosfera rarefatta e l’uso di ossigeno da ingerire su Marte in Martian Dreams). Se non si tira troppo la corda e si mantiene la coerenza, a partire da una data scelta, allora va bene. In questa immagine non c’è qualcosa di particolare da giudicare: la nave avanza tra i boschi (credibile: le strade principali in territorio nemico saranno piene di mine anti-nave degne delle mine atomiche che aspettavano i sovietici nell’Europa libera) e spara. Stop. Nessuno le sta sparando addosso, quindi non possiamo valutare il fatto che “un avversario intelligente mirerebbe alle gambe” azzoppando la corazzata e rendendola così meno pericolosa.
La didascalia riporta la sigla SMS che sta per Seiner Majestät Schiff, equivalente all’inglese HMS (His Majesty’s Ship).

Possiamo però notare che tutte le bocche da fuoco sono simili: non abbiamo un cespuglio di bocche da fuoco grandi e piccole (stile pre-Dreadnought, corazzata policalibro), ma una corazzata monocalibro “moderna” che semplifica la logistica concentrandosi solo sulla bocca di fuoco più potente che può montare in numero adeguato.

E possiamo notare con piacere la bandiera di guerra che sventola. È piccola, ma è a suo modo precisa. Non vedete la divisione in quattro parti, di cui tre bianche e una più scura?
L’originale a cui, a parte qualche modifica (i dettagli non li vediamo), si ispira:

Kaiserliche_Marine_War_Ensign_1903-1919
Bandiera di Guerra della Kaiserliche Marine tedesca (Reichskriegsflagge), 1903-1919

A proposito: secondo questo sito Leviathan uscirà in italiano per Einaudi (Stile libero big) nel luglio 2010, con un prezzo di 18 euro. Aspetterò la versione italiana, magari in eBook a 9 euro (non pretendo il 5,50, anche se sappiamo tutti che è possibile se si ragiona col cervello invece che col culo sulle reali meccaniche del prezzo, ad esempio basandosi sul problema invenduti/rese e quindi sul perché le collane da edicola costino meno).

C’è un altro libro Steampunk in eBook che avrei comprato anche a più di 10$ (anche a 16$), ma l’editore (Tor) ha deciso che per adesso sarebbe stato venduto solo su carta (paperback a 15,99$). Io, come molti altri dotati di e-Reader, sulla carta proprio non lo voglio (mi dà fastidio sprecare spazio in camera) quindi se non lo vendono in eBook non lo posso comprare e basta. Lo dovrò leggere piratato quando verrà piratato o sperare che cambino idea prima. Non vedo dove sia la genialità nel proibire l’acquisto di un prodotto ai clienti, anche se il romanzo in sé sta andando bene: tre ristampe in un mese. Ma era un successo annunciato (coi soliti limiti di previsione, si intende) dato il romanzo e il momento. E se qualche editore italiano non ha già comprato i diritti, significa che gli editori italiani sono una banda di teste di cazzo. Senza “se” e “senza ma” perché gli esperti di settore NON possono permettersi di non essere informati.
Qualcuno dovrebbe aver capito che libro intendo. Ma ne parlerò un’altra volta.

Ma come li scrivono i libri sulle armi?

Scritto da Il Duca Carraronan il 13 ott 2009 | Categorie: Armi da Fuoco, Libri, Oplologia

Per un paio di vecchi articoli mi è capitato, tra le molte fonti, di consultare anche il libro “Rifles” di David Westwood, che fa parte della serie Encyclopedias of Weapons and Warfare di 18 volumi ed è dedicato solo alla storia evolutiva dei fucili. Avevo già notato nel libro parecchi buchi, piccole inesattezze, discorsi evolutivi incompleti (il mio articolo sull’avancarica a percussione si mangia la sezione a tema di “Rifles” e la ricaga) ecc… e infatti lo uso più come ispirazione che per altro, dato che seppure male tratta comunque parecchie cosette. Il problema è che poi mi tocca andare a cercare conferma di ogni dato e ulteriori informazioni su altre fonti più sicure. ^_^”"

Pochi giorni fa mi è capitato di riaprirlo per controllare che informazioni desse sul fucile Dreyse M41, in particolare per scandagliare la bibliografia. Non ho trovato niente di interessante e, per la cronaca, il disegno della cartuccia del Dreyse era pessimo: Westwood ha messo il secondo tipo di munizione del Dreyse M41 invece di quella definitiva a ghianda e il sabot è pure fatto da cani… fa a gara con il merdoso disegno della pallottola Greener di poche pagine prima (sigh).

In compenso, rovistando nella sezione sui primi fucili bolt-action, sono capitato su una nota inquietante relativa al Mauser 98. E questa volta mi sono cadute davvero le palle.

The weapon was chambered for the 7.92mm Mauser cartridge.7
[...]
7. This cartridge was originally the 88/S, otherwise known as the 88/8 or 8mm x 57 J. In 1905 another cartridge was issued, and in World War I the standard cartridge was the “S.S. [or sS] Patrone,” which fired a heavier, boat-tailed bullet.

A parte che salta a pie’ pari il Gewehr 1888, passando dal 71/84 al 98 (sigh), ma che cazzo sta dicendo in questa nota? Secondo lui il 88/S sarebbe un proiettile, ovvero il 8×57 J, giusto? E il proiettile da 8×57 della prima guerra mondiale sarebbe più pesante del precedente? Mi viene da piangere.

Steampunk_Tinkerbell_by_sparvflickan_small
Mi consolo con le fatine: Trilli Steampunk è un’icona dello Steamfantasy!
(Clicca per ingrandire)

Qui non si sta parlando di sconvolgenti dettagli minimali, ma di cose semplici, concrete e stranote. Si sta parlando di qualcosa che in un libro dedicato solo ai fucili non si dovrebbe sbagliare. Sono cose che non sbaglia nemmeno wikipedia (urka!) e ci sono da anni e anni (”Rifle” è del 2005) un sacco di siti sui fucili in cui trovare conferma di queste cose, anche senza usare altri libri di settore (e Westwood comunque vanta una buona bibliografia: peccato che temo abbia guardato solo le figure in tanti casi ^_^).

Volete sapere che cosa contesto? Ok, partiamo:
1. il 88/S non è un tipo di munizione, ma il nome dei Gewehr 88 con canna rifatta dal 1903 per accettare i nuovi proiettili 7,92×57mm IS (JS col nome americano, ma lo vediamo dopo) appuntiti da 8,2 mm al posto dei precedenti 7,92×57mm I (J col nome americano) a punta tonda da 8,08 mm: quindi il 88/S non solo non è il 8×57mm J, ma nemmeno lo impiega dato che usa il JS;
2. dal 1905 vennero adottate ufficialmente delle nuove munizioni appuntite (quelle per cui stavano venendo convertiti i Gewehr 88), più aerodinamiche e capaci di fare ferite più gravi, ma i loro proiettili non erano più “pesanti” nonostante il calibro leggermente maggiore, anzi, a causa della massa di piombo sparita per renderli appuntiti erano molto più leggeri (9,9 grammi per le IS contro 14,6 grammi delle I);
3. il nome di queste munizioni nuove non era sS-patronen, ma S-patronen: le sS-patronen vennero adottate nel 1934 per i Karabiner 98k e usavano proiettili più pesanti delle s-Patronen (12,8 grammi contro 9,9 grammi, “sS” sta infatti per schweres Spitzgeschoß, ovvero “proiettili appuntiti pesanti”), più adatti per l’impiego nelle canne dei Karabiner 98k che erano molto più corte di quelle dei precedenti Gewehr 98 (600 mm contro 740 mm);
4. quattro (ma non lo contesto, bensì ne denuncio l’assenza nel libro!).

8x57_I_(1888)_e_8x57_IS_(1905)
7,92×57 I (1888) e 7,92×57 IS (1905).
Gli americani, solito gegno yankee al lavoro, li hanno denominati J e JS perché a quel tempo i tedeschi usavano un carattere per la I molto simile alla J. Gli yankee non si sono domandati se I e IS avessero un significato (lo hanno: Infanterie -fanteria- e Infanterie, Spitzgeschoß -fanteria, appuntito-), ma hanno tirato dritto e tuttora nel mercato USA quei due proiettili si chiamano 8×57 J e JS.

Circa centocinquanta pagine del libro sono dedicate alla catalogazione per nazione dei vari fucili militari impiegati: sono complete dei vari modelli di ogni arma, dal poco che ho potuto valutare, e i dati tornano abbastanza (non tutte le velocità di bocca mi risultano esatte al 100%, ma magari sbagliano altre fonti) però, caso strano, quando si arriva al Gewehr 1888 mancano i modelli 88/S, 88/* e 88/Z (però ci sono gli 88/05 e 88/14). D’altronde se pensa che gli 88/S siano proiettili, ne consegue che ignorerà il fatto evidente che siano fucili per non contraddirsi. ^_^”"

Come avete visto Westwood ha messo in poche righe abbastanza puttanate per farmi venir voglia di prenderlo a calci in culo. Ma come ci si permette di ficcare in un libro pubblicato simili vaccate su delle cose così? Mica sono dettagli secondari di armi vetuste e dimenticate, eh!

Mentre sfogliavo l’appendice dedicata ai fucili inglesi sono finito, non l’avessi mai fatto, sulle schede riassuntive dei fucili Snider (convertito del 1867) e Martini-Henry. E pure qui l’errore ci voleva! ^__^

snider
martini-henry

Notato niente di strano?
Il .67 Snider non esiste. E non esiste il .67/450 Martini-Henry. Lo Snider usava un proiettile con bossolo inizialmente di cartone (e poi metallico) chiamato .577 Snider. E il Martini-Henry impiegava il .577/450 Martini-Henry su cui tornerò tra poche righe.

Questi errori non sono accettabili in un libro dedicato solo ai fucili. E non contesto i dati delle velocità, che pure non mi tornano: mi risultavano 410 m/s per il proiettile da 31 grammi del Martini-Henry e 400 m/s o poco meno per il .577 Snider, come riporta anche Wikipedia. Si tratta di una differenza scarsa e potrebbe avere ragione Westwood. Non contesto questi dettagli, ma cose oggettive: munizioni inesistenti!

Un errore di questo tipo può permetterselo un libro che parla di armi solo in modo marginale, come “Wound Ballistic and the Scientific Backgrond” di Sellier e Kneubuehl, che non parla delle armi se non per quanto riguarda le ferite che i loro proiettili producono e le formule matematiche per simulare l’effetto dei proiettili. Ecco l’errorino:

Sellier_stronzata_martini_henry_cut

In realtà il nome .577/450 non viene dal fatto che il Martini-Henry avesse prima impiegato proiettili da 14,5 mm e poi da 11,4 mm, ma dalla particolare storia della cartuccia impiegata che si chiama appunto .577/450.
Quando si decise di diminuire a 11,4 mm il calibro per il nuovo fucile da fanteria inglese si arrivò alla conclusione che il bossolo per contenere tutta la polvere nera necessaria sarebbe stato troppo lungo e goffo. Il colonnello Boxer ebbe l’intuizione del bossolo a collo di bottiglia: usando un bossolo più largo del proiettile, ovvero largo come il vecchio bossolo del .577 Snider, e poi stringendolo dove si inseriva il proiettile era possibile accorciare la lunghezza senza diminuire la polvere nera (necessaria per mantenere velocità, gittata e precisione desiderate).
Nacque così la munizione soprannominata “Boxer”, con la base di un .577 e il proiettile di un .450: nome ufficiale .577/450 Martini-Henry.

Snider-Martini_Cartridges
Da sinistra: .577 Snider, .577/450 Martini-Henry in lamina di ottone arrotolata (abbandonato perché si dilatava troppo e talvolta si incastrava nell’arma dopo lo sparo) e .577/450 Martini-Henry con bossolo di ottone fuso in un pezzo solo.

Il professor Karl Sellier (1924-1997) è uno dei Grandi Uomini nello studio della balistica delle ferite, assieme a Martin Fackler (chirurgo militare) e pochi altri: il suo libro è ottimo e l’errore sottolineato riguarda un dettaglio del tutto marginale (tutti i dati di pesi e velocità sono comunque corretti!). È una cosa insignificante.
Ma per “Rifles” di Westwood è un altro discorso. E penso che non ci sia nulla da contestare se uno si incazza trovando dozzine e dozzine di errori sui fucili in un libro che parla solo di fucili! -___-

Qualche lettura di questo periodo

Scritto da Il Duca Carraronan il 02 ott 2009 | Categorie: Artiglieria e Veicoli, Libri, Oplologia

Negli ultimi giorni non ho messo articoli nuovi perché ero un po’ impegnato. Ho risposto a qualche mail arretrata e a un paio di consulenze nuove (una la pubblicherò, l’altra no) e ho letto due libri di Robert Heinlein che non era in programma leggessi questa settimana: Sesta colonna (Cosmo Oro) e La fortezza di Farnham (Urania Collezione 079). Ho ancora in arretrato un po’ di mail, come al solito, ma spero di rispondere a tutti/tutte qualcosa entro la prossima settimana. Vi ricordo come sempre che per le belle ragazze l’invio di foto in biancheria intima o di nudo fa passare davanti alle altre richieste. Dicasi lo stesso per l’invio di domande intelligenti e stimolanti, ma conoscendo il pubblico italiano del fantasy punterei di più sull’allegare foto. ^_^

A parte i soliti manuali di scrittura e l’imprevista lettura dei due romanzi di Heinlein, da una decina di giorni sto leggendo un po’ di cosette interessanti recuperate in cantina. Questo articoletto è dedicato alle mie nuove letture, così, giusto per tenervi informati sulle minchiate che mi fanno saltellare come un gioioso coniglietto.

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Ci sono tante cose che mi fanno gioire come un coniglietto,
a parte scoprire che la fatina che fa il bagno nel mio tè ha portato un’amica…

Vediamo cosa ho recuperato di bello? Scartiamo cose inutili come il librone di metereologia, quello dell’ufficiale topografo e tutta la roba di strategia con scenari bellici anni ‘70-’80 che ormai andrebbero bene solo per dei romanzi di retrofantapolitica. Molto interessante è Sinossi di Balistica Interna, il librone che accompagnava il corso di Balistica Interna della Scuola d’Applicazione a fine anni ‘50, a opera del dottor ingegner Giuseppe Russo, colonnello d’artiglieria: pirostatica, pirodinamica, proietti, rigature, gas dello sparo e più matematica di quanta io reputi igienico (il che mi sta costringendo a ripassare un paio di cose per capire i passaggi). Stupendi i due manuali dedicati all’obice OTO Melara Mod. 56, orgoglio dell’artiglieria da montagna italiana per molti anni: Obice da 105/14 – Materiale e Munizioni e Obice da 105/14 – Servizio del Pezzo. Letti: molto belli!

Sembrano molto interessanti anche le Sinossi di Materiale d’Artiglieria Vol. I e Vol. II, piene di foto e disegni delle componenti di artiglierie semoventi, mortai, cannoni e obici. Li sto ancora sfogliando, piano piano, perché le pagine sono un po’ troppo incollate e vanno aperte con cura, come un vecchio numero di Playboy… ^__^”"

Per capire qualcosa di più sul tiro d’artiglieria, leggerò appena possibile Istruzione sul Tiro dell’Artiglieria contro Obiettivi Terrestri – Vol. I – Tiro dell’Artiglieria Campale che parla di munizioni, informazioni generali sul tiro, fasci di traiettorie, correzione del tiro, dispersione, osservazione, preparazione topografica, fuoco d’efficacia ecc… ecc… insomma un Artillery for Dummies (con allegati). Per completare l’argomento “osservazione” (il lavoro di guardare dove cadono i proiettili e comunicare l’esito alla batteria, spesso svolto in territorio nemico e a breve distanza dal bersaglio, con tutti i rischi che si possono immaginare) ho anche il piccolo Note sull’Osservazione.

E non può mancare, spostando un po’ l’ambito, il classico Autotelaio – Trazione Meccanica che parla di motori, trasmissione, alberi, cambi, freni, sospensioni, gomme ecc… fornendo formule e disegni delle componenti: ora non so se queste cose si studiano, ma una volta un ufficiale doveva avere le competenze di un piccolo meccanico per individuare guasti ed effettuare riparazioni anche in modo autonomo (conoscendo nel dettaglio ogni più piccola componente di ogni autoveicolo in dotazione all’esercito… perlomeno per passare l’esame, poi poteva pure scordarsi tutto ^_^).

E infine il Manuale del Combattente, il famoso libretto blu che si trova senza problemi su eBay (il mio è quello del 1986 con modifica del 1988): non è granché, ma dovrebbe essere presente in ogni collezione.

Qualcosa di tutta questa roba prima o poi potrebbe servirmi a qualcosa. Parlando degli organi elastici dell’obice da 105/14 magari si rimorchia pure qualche fanciulla dallo sguardo adorante (”Oooohhh, io ho sempre adorato gli obici da montagna, duchino caro…“). E in ogni caso è cultura, qualcosa su cui non ho ancora imparato a sputare nonostante legga fantasy (in alcuni ambienti va di moda denigrare la pratica dell’informarsi), anzi: ho ordinato su eBay altri quattro manuali che secondo mio padre sono interessanti, ma che non aveva conservato, come quello per il sottocomandante di batteria. ^__^

oto_melara_mod_56_obice_105_14
Semplice da smontare, leggero e ottimizzato per la soma, l’obice mod. 56 venne scelto da circa trenta paesi, dominando per anni il settore degli obici per l’artiglieria leggera. La scarsa gittata (poco più di 10 km) è compensata dalla facilità di trasporto (smontato su soma, sollevato via elicottero, trainato, aviolanciato o caricato senza scudo su un trasporto truppe M113) e dalla manegevolezza che gli permette di operare senza problemi in luoghi dove i pezzi più massicci e potenti non potrebbero nemmeno arrivare.

Da qualche parte dovrei essere in grado di pescare un manuale recente sul combattimento urbano (mio fratello dovrebbe averne uno), anche se il mio sogno è quello di mettere le mani sul manuale prodotto in collaborazione tra Alpini e Paracadutisti qualcosa come quaranta anni fa, dedicato solo alle tecniche spicciole e ai trucchi per il combattimento della fanteria in città… ma mi risulta che non sia mai stato standardizzato e messo in produzione. Peccato.

Consiglio per gli acquisti: su eBay si trovano sempre i manuali dell’esercito sui vari pezzi d’artiglieria e prenderne uno o due può essere una buona idea, giusto per informarsi, soprattutto se si intende scrivere narrativa di guerra di un certo tipo. Poi fate voi, capisco che non si tratti delle letture più entusiasmanti del mondo…

Questi invece si possono comprare senza alcun problema fuori da eBay, visto che sono tutti in commercio e facili da reperire: Storia dell’Arma Bianca Italiana – da Waterloo al Nuovo Millennio di Cesare Calamandrei (terza edizione di quella che ormai è considerata l’enciclopedia delle armi bianche italiane, ricchissima di foto e illustrazioni); Pistole Militari Imperiali (avevo bisogno di un buon libro dedicato alle armi da fianco tedesche della Grande Guerra e questo sembra ottimo) e Mauser C96 “9 Rosso” (avevo già un libro sulla C96, ma le informazioni su questa adorabile fanciulla non sono mai abbastanza per me), entrambi di Loriano Franceschini; La marina da guerra – Le armate di mare e le armi navali dal Rinascimento al 1914 di Giovanni Santi-Mazzini (sembra fatto bene: quello sulle armi di Santi-Mazzini mi era piaciuto, nonostante qualche svista e una parte sull’avancarica a percussione poco accurata e incompleta anche rispetto al mio articolo a tema).

mauser_pistole_tedesche
Guardate: li ho comprati per davvero! E li ho fotografati alla cazzo di cane! ^_^

E, a parte le letture in corso e le mail arretrate, sono pure indietro di settimane e settimane con gli articoli, sia di oplologia che di puttanate varie. Abbiate pazienza, fanciulle. ^__^”"

Isaac Babel, le frasi brevi e il singolo aggettivo

Scritto da Il Duca Carraronan il 27 set 2009 | Categorie: Libri, Scrittura

Oggi volevo dire due cose su Isaac Babel. È un autore russo molto famoso, magari non quanto Tolstoj o Dostoevskij o Gogol per le masse, ma è molto famoso. Non mi interessa però come “autore russo” o per le sue opere in generale, ma come autore che ha fatto delle affermazioni precise sulla scrittura per la narrativa.

Isaac_Babel
Isaak Ėmmanuilovič Babel’
(Odessa, 13 luglio 1894 – Mosca, 27 gennaio 1940)
Isaac Babel era un ebreo nella Russia antisemita. La famiglia scampò per un pelo al pogrom del 1905, protetta da una famiglia cristiana, e Isaac riuscì a studiare e a diventare giornalista nonostante gli stretti vincoli posti all’ammissione scolastica degli ebrei.

Da giovane adorava Gustave Flaubert e Guy de Maupassant e per un anno lesse solo Lev Tolstoj, arrivando a dire che grazie a lui “aveva compreso le sublimi virtù della gente russa”. Detta da un ebreo che vive in mezzo a dei russi che ammazzavano i giudei non appena capitava l’occasione (non erano ben integrati come in Germania) e il resto del tempo li tenevano in un regime stile apartheid, è una frase che fa riflettere sul potere della letteratura: rende scemi. ^_^

Isaac combatté per anni al fianco dei rivoluzionari bolscevichi, fece il traduttore per il controspionaggio e partecipò alla Guerra Polacco-Bolscevica del 1919-1921 al fianco dei feroci cosacchi della Prima Armata a Cavallo del generale Budënnyj. E i cosacchi, Isaac lo sapeva bene, erano i più feroci antisemiti in un mondo di antisemiti.

All’esperienza della guerra in Polonia dedicò i racconti pubblicati nel 1924 e poi raccolti nel libro “L’Armata a Cavallo” del 1926. Racconti crudi, in cui la violenza contro gli ebrei dei territori invasi non ha colore politico: bianchi e rossi infieriscono allo stesso modo. Ma era il mondo della Russia comunista prima di Stalin, quando la Pravda poteva ancora definire “astro nascente della nostra letteratura” un autore così brutale nel rappresentare la realtà della Rivoluzione (ma anche all’epoca gli autori che avevano una visione più romantica lo osteggiarono).

Isaac Babel aveva un problema (a parte l’essere ebreo, russo e comunista): era uno di quei coglioni delle “regolette sulla scrittura”. E da alcune cose che diceva, sembra anche uno dei coglioni peggiori: peggiore di Orson Scott Card, peggiore di Flaubert, forse perfino peggiore di Strunk & White, l’anticristo degli Artisti che odiano le “regolette” e il suo allievo prediletto. Il peggiore dei peggiori. Vogliamo leggere un suo parere?

[...] before I take out all the rubbish, I break the text into shorter sentences. The more full stops the better. I’d like to have that passed into law. Not more than one idea and one image in one sentence. Never be afraid of full stops. [...]
I take out all the participles and adverbs I can. Participles are heavy, angular, they destroy the rhythm. They grate like tanks going over rubble. Three participles to one sentence and you kill the language. All that “resenting,” “obtaining,” “concentrating,” and so on. Adverbs are lighter. They can even lend you wings in a way. But too many make the language spineless. [...]
A noun needs only one adjective, the choicest. Only a genius can afford two adjectives to one noun.

Citato in “How Fiction Works” di Oakley Hall.

Frasi brevi. Evitare i participi. Limitarsi a un solo aggettivo per volta, il migliore. Non è proprio vero che bisogna essere dei geni per riuscire a metterne due, Babel è un fanatico, ma di certo è rischioso gestire più di un solo aggettivo per volta e precipitare nel ridicolo al terzo aggettivo è praticamente assicurato. Quattro aggettivi sono un pericolo anche per Joyce. Si può scrivere meglio evitando di fare gare di aggettivazione estrema e concentrandosi di più su nomi e verbi, no? Come diceva Le Carré: “Lasciate che i verbi facciano il lavoro”.

A proposito di James Joyce, che potremmo usare come “genio” capace di gestire più di un aggettivo per volta senza scadere nel ridicolo, Oakley Hall suggerisce questo brano:

The high cold empty gloomy rooms liberated me and I went from room to room singing. From the front window I saw my companions playing below in the street. Their cries reached me weakened and indistinct and, leaning my forehead against the cool glass, I looked over at the dark house where she lived.

Non mi piace molto come scrive, ma non mi sento offeso e preso per il culo da quel “high cold empty gloomy”. Ha una sua musicalità, un suo ritmo, una sua forza difficile da spiegare. Non mi fa impazzire, per cui lo sforzo titanico di mettere quattro aggettivi di seguito non riesco a percepirlo come “ripagato”, ma non prenderei a calci nei denti Joyce per questo (per altro forse sì, ma io non sono il suo pubblico ideale).

Nel libro di Oakley Hall potete trovare un altro esempio, tratto da “Il generale nel suo labirinto” di Márquez, in cui vengono indicati vari aggettivi che è bene tenere perché necessari al testo. Gli aggettivi e gli avverbi di modo non vanno tolti tutti, ma solo quelli superflui: nel caso degli aggettivi saranno gran parte e nel caso degli avverbi di modo saranno quasi tutti.
Vengono tolti perché superflui (“ciò che non aggiunge qualità al testo la sottrae”) e non “perché sì perché è fantasy”, come invece vorrebbero far credere gli ignoranti che disdegnano i manuali di scrittura per partito preso oppure i gegni che lo fanno per incapacità di comprensione e apprendimento (la volpe e l’uva della narrativa: non capisco una mazza di come si fa a scrivere quindi i manuali fanno schifo e li odio… LOL!).

Curioso che Isaac Babel fosse più avvelenato nei confronti degli aggettivi che degli avverbi di modo. Forse gli avverbi di modo in russo non hanno lo stesso suono disgustoso che hanno in spagnolo e in italiano (e in tono minore in inglese). Benissimo non dovevano suonare, visto che comunque li sconsiglia, ma qui dovrebbe intervenire qualche esperto di narrativa che conosce bene il russo per togliere i dubbi.

Un comunista ebreo russo della prima metà del Novecento può dare suggerimenti sulla narrativa poco diversi da quelli di un capitalista americano di oltre mezzo secolo dopo o di un professore di inglese suo contemporaneo o di un grande letterato francese di metà Ottocento: le buone idee non badano all’anno, alla razza e alla nazione.

Per farvi un’idea del suo stile riporto la traduzione in inglese distribuita da SovLit.com del racconto “La Morte di Dolgushov” tratto da “L’Armata a Cavallo”.
Ho evitato le due traduzioni in italiano che avevo letto perché, a parte eventuali problemi di copyright, le ho reputate inadeguate: quella di Renato Poggioli sembrava una cattiva traduzione dall’inglese (con tanto di He che regolarmente diventa Egli invece di essere omesso) e quella di Costantino Di Paola, questa forse davvero dal russo, non mi convinceva rispetto alla versione in inglese.
Non so quale versione sia più fedele all’originale russo, ma quella in inglese mi suona meglio anche se l’abbondanza di avverbi in “-ly” mi fa sospettare che pure questa traduzione sia di bassa qualità (e la seconda frase mi pare una schifezza illeggibile in tutte le versioni).

La Morte di Dolgushov
Testo in inglese fornito da:
SovLit

The curtains of battle were moving toward the city. At noon, Korochaev, in a black cloak, the disgraced commander of the fourth division, fighting alone and seeking out death, flew past us. On the run he shouted to me:

“Our communications links are broken! Radziwillow and Brody are in flames!”

And he galloped off, fluttering, all black, with eyes like coal.

On the plain, flat as a board, the brigades were repositioning themselves. The sun was rolling along in the crimson dust. The wounded, in ditches, were snacking. Nurses were lying on the grass and singing quietly. Afonka’s scouts were roaming the field, searching out the dead and uniforms. Afonka passed by within two feet of me. Without turning his head he said:

“They smacked us right in the face. Ain’t no doubt about it. They’re thinking of changing the divisional commander. The soldiers don’t trust him.”

The Poles came up to the forest three versts from us and set up their machine guns nearby. Bullets whine and scream. Their lament grows unendurably. Bullets wound the earth and dig into it, trembling with impatience. Vytyagaichenko, commander of the regiment, snoring in the sunshine, cried out in his sleep and woke up. He got on his horse and rode off to the lead squadron. His face was crumpled, in red streaks after his uncomfortable sleep, and his pockets were full of plums.

“Son of a bitch,” he said angrily and spit a seed out of his mouth. “What a hell of a mess. Timoshka, pull out the flag!”

“Shall we get going?” asked Timoshenko, taking the staff out of the stirrup and unfurling the banner, which had a star on it and some wording about the Third International.

“We’ll see what’s up there,” Vytyagaichenko said. Then he suddenly let out a wild yell: “Girls, to your horses! Squadron commanders, get your men together!”

The buglers sounded the alarm. The squadrons lined up in a column. A wounded soldier crawled up out of a ditch and, covering his face with the palm of his hand, said to Vytyagaichenko, “Taras Grigorevich, I’m a delegate. It looks like we’re going to be left behind.”

“Defend yourselves,” Vytyagaichenko mumbled and reared his horse up on its hind legs.

“We kind of have the idea, Taras Grigorevich, that we won’t be able to defend ourselves,” the wounded man called after him.

“Don’t whine,” Vytyagaichenko retorted. “It’s not like I’m gonna abandon you.” And he gave the order to get ready.

Just then, the whining, womanish voice of my friend Afonka Bida rang out. “Don’t go racing off, Taras Grigorevich. We’ve got six versts to cover. How you gonna fight if the horses are worn out? We’ll make it in plenty of time.”

“At a walk!”, commanded Vytaygaichenko, not raising his eyes.

The regiment set off.

“If I’m right about the Divisional Commander,” whispered Afonka, holding back, “if they replace him, things will start moving. Period.”

Tears flowed from his eyes. I stopped by Afonka in amazement. He spun around like a top, grabbed his cap, started to wheeze, let out a whoop, and galloped off.

Grishchuk with his idiotic tachanka cart and I stayed behind until evening, wandering around between the walls of fire. Divisional headquarters had disappeared. Other units wouldn’t take us in. The regiments entered Brody, and were beaten back by a counterattack. We went up to the city cemetery. A Polish scout jumped up from behind a grave and, shouldering his rifle, began to shoot at us. Grishchuk turned around. His tachanka squealed with all four wheels.

“Grishchuk!”, I shouted through the whistling and the wind.

“What nonsense,” he answered sadly.

“It’s the end of us,” I exclaimed, seized by a fatal panic. “It’s the end of us!”

“Why do women go through all the trouble?’ he answered even sadder. “Why all the proposals and marriages, and having fun at the weddings?”

A pink tail shined in the sky, then faded away. The Milky Way emerged through the stars.

“It makes me laugh,” said Grishchuk sorrowfully and pointed his whip at a man sitting on the side of the road. “It makes me laugh that women go to all that trouble.”

The man sitting on the road was Dolgushov, the telephone operator. Spreading out his legs, he stared at us.

“I’m done for, you see?” said Dolgushov as we approached. “We see”, answered Grishchuk, stopping the horses.

“You’ll have to waste a cartridge on me,” said Dolgushov.

He sat leaning against a tree. His boots were sticking out in different directions. Without lowering his eyes from my gaze, he carefully pulled back his shirt. His stomach had been ripped open, his intestines were hanging on his knees, and you could see the beating of his heart.

“The Poles’ll show up and have their fun. Here are my documents. Write my mother and tell her what happened.”

“No,” I answered and spurred on my horse.

Dolgushov laided his blue palms on the ground and looked at them distrustfully.

“You’re running away?” he muttered, sliding down. “You’re running, you louse.”

Sweat crawled down along my body. Machine guns tapped out faster and faster with hysterical insistence. Framed in the nimbus of the sunset, Afonka Bida galloped up to us.

“We’re really giving it to them,” he shouted out happily. “What’s all the hub-bub here?”

I pointed out Dolgushov to him and rode away.

They spoke briefly. I didn’t hear their words. Dolgushov held his papers out to the platoon commander. Afonka hid the papers in his boot and shot Dolgushov in the mouth.

“Afonka,” I said, riding up to the Cossack with a pitiful smile, “I just couldn’t”.

“Go away,” he said, growing pale. “I’ll kill you. You guys in glasses have as much pity for our boys as a cat does for a mouse.” And he cocked his rifle.

I rode away at a walk, not turning around, feeling cold and death at my back.

“Bona,” Grishchuk shouted out behind me, “stop fooling around.” And he grabbed Afonka by the arm.

“The goddamn lackey,” shouted Afonka, “He’s not gonna get off that easy.”

Grishchuk caught up with me at the turn in the road. Afonka wasn’t there. He had ridden off in the opposite direction.

“You see, Grishchuk,” I said, “today I lost my Afonka, my best friend.”

Grishchuk pulled a shriveled apple out from underneath his seat.

“Eat,” he told me. “Please, eat.”

Isaac Babel (1933)
“Solo nel 1923 imparai come esprimere i miei pensieri in modo chiaro
e non troppo prolisso. Quindi tornai a scrivere.”

(Isaac Babel)

Sarà il caso di imitarlo? Prima studiate e trovate qualcosa per cui valga la pena scrivere (nel suo caso la guerra, su cui si era ben informato di persona) e solo dopo riprendete a scrivere. Magari evitando di scrivere per settimane la storia di due cinesi in un bordello (1919) o scopiazzare racconti dalle memorie di un ufficiale francese (1920): o farlo giusto come esercizio di scrittura mentre si trova il “proprio stile”, senza pensare subito di poter iniziare con la “grande opera di una vita”. Ma forse l’italiano medio si sente migliore di Isaac Babel, un miserabile ebreo comunista, vero? ^_^

Lieto fine per quelli che odiano le “regolette” (e gli ebrei): nel 1940 Stalin fece fucilare Babel senza alcun motivo ragionevole a parte un “perché sì, perché sono le purghe”. Forse anche baffone non amava le regolette di scrittura: siete in buona compagnia. ^_^

Il cavallo meccanico di Leviathan e due mech reali

Scritto da Il Duca Carraronan il 18 set 2009 | Categorie: Libri, Mech e Robot, Steampunk

Altra illustrazione da Leviathan. Le precedenti illustrazioni svelate le trovate qui: seconda (il mostropalla scoreggione), terza (la folla ammira il Leviathan), quarta (Alek che si fa le seghe mentali coi soldatini) e quinta (il Cyklop Stormwalker, mech che vanta un design diversamente intelligente). Questa nuova immagine dovreste averla vista, di sfuggita, nel trailer del libro.

leviathan_capitolo18_horse_scout

Cavallo meccanico degli esploratori tedeschi. A riguardo Scott Westerfeld dice:

One thing you’ll notice about real-life walkers is that they walk slowly. Animals are still much quicker than machines when it comes to moving on legs. In fact, animals are generally better than machines at everything, except under very specific circumstances. You might think that cars are faster than horses, but only if you create a very flat surface (aka, a road) for them to use. On almost any naturally occurring surface, horses win.

But I best not say more, as two of my characters have this exact same discussion in Leviathan.

Non molto diverso dal discorso già fatto in precedenza sul Cyklop.
Aggiungerei però una cosa: ma senza i sensori e l’elettronica e tutto il necessario per “decidere” dove posizionare il piede in modo autonomo, come il BigDog, che cavolo di vantaggio avrebbe se anche fosse veloce come un cavallo vero? Un cavallo, o un mulo, su terreno difficile decidono dove piazzare i piedi, cercano di non finire in terra con una zampa rotta: tu gli dici dove andare, ma non devi governare singolarmente ogni zampa a ogni passo per fare in modo che il mulo non scivoli su un sasso tondo e si sfracelli in fondo al ghiaione.
Ma un mech puro, stile automobile? Mette le zampe avanti, alla distanza prevista dal ritmo di corsa scelto, e poi? Senza sensori e senza algoritmi per la decisione del passo in base alle informazioni dei sensori? Ricordiamo che l’unico motivo valido per avere zampe e non ruote, in questo caso, è la capacità del cavallo/mulo di muoversi in ambienti sconnessi che metterebbero a dura prova i veicoli tradizionali (sia in termini di velocità che di manutenzione), nei boschi, col fango, sulla neve ecc…
Qualcosa in stile Golem-Cavallo steamfantasy mi pare molto più credibile, come essere vivente meccanico alternativo che sceglie dove piazzare gli zoccoli, di quanto non lo sia un cavallo meccanico incapace di decidere. Cavalchereste un cavallo cieco e lobotomizzato, se non per caricare diritto, lancia in resta, o tirare una carrozza?

E ora qualche altro mech reale. Il Timberjack della Plustech, il boscaiolo a sei zampe (questo sembra molto figo, nelle coltivazioni di alberi dell’industria moderna, con le adeguate distanze tra gli alberi per girarsi e lavorare) con pilota, e il nuovo mech gru ROBOTOPS (Tadano Ltd) che ha due eccitanti braccioni ed è senza il pilota all’interno (si guida via joystick da lontano, così se lo si usa per distruggere le capanne degli uomini-scimmia africani e quelli iniziano a scagliare frecce e lance, il pilota può ridersela a distanza di sicurezza: ideale per originali vacanze safari nel cuore di Negrolandia).

Senza parlare dei classici veicoli edili a quattro zampe, come quello impiegato per la funivia (o quel che era) che ha lavorato sui monti orobici due anni fa: piloni costruiti su una parete con una pendenza mostruosa, grazie al robot-ragno che con estrema lentezza (che palle) muoveva un piede alla volta e faceva il lavoro. Guidarlo credo fosse una cosa da cagarsi in mano: un errore e sarebbe finito a rotolare con tutto il robot giù per il pendio (e il pilota non era protetto: se gli si ribaltava il ragno addosso era sfrittellato e basta).

E chiudiamo con un ritardato su un tigre meccanica… sigh…

Prossimamente un po’ di arte steampunk da un gruppo di ingegnosi francesi che penso conosciate già in molti, ma val la pena inserirla per completezza. Sì, sono stupidi mangiarane, ma per le cose frivole hanno gusto, come al tempo delle sbrilluccicose divise imperiali. Se le linkate in un commento vi taglio una mano. ^_^

Ah, una nota sull’immagine nuova: come mai il pickelhaube del cavalleggero non è un pickelhaube “con la punta” (come l’avevano dragoni, corazzieri e fanteria, a parte i cacciatori con lo shako), ma un kugelhaube con la palla di cannone, come lo usavano gli artiglieri (e nemmeno tutti, visto che uno degli stati dell’Impero Tedesco prevedeva la punta anche per loro)?
Mah…

PS: ieri quarto record di visitatori unici consecutivo, ben 448. ^__^

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