Archivio per la Categoria 'Razzismo/Stereotipi'

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  2. Spumanti molto economici per iniziare l'anno by Il Duca di Baionette
  3. Mi è sembrato di vedere un nazista negro by Il Duca di Baionette
  4. Malattie della razza negra: la drapetomania by Il Duca di Baionette
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  6. Un bel programma: Toffee e il Gorilla parlano di Gesù by Il Duca di Baionette
  7. Negro con il Mac accusa i froci di mangiare cacca by Il Duca di Baionette
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  14. Manzoni: il Vero, l'Utile e il Ku Klux Klan by Il Duca di Baionette
  15. Negri, Editori, Scrittori e Lettori by Il Duca di Baionette
  16. Qualcosa di ebraico: stereotipi, propaganda e... Fantasy! by Il Duca di Baionette

Un Rosé per brindare a Gamberetta

Scritto da il 11 feb 2013 | Categorie: Enogastronomia, Razzismo/Stereotipi, Vita del Duca

San Valentino, festa che vorrebbe essere dedicata a un alto sentimento, quello dell’Amore, e si riduce a rito consumista per relazioni altrettanto consumiste, coppie instabili unite dalla pulsione a fornicare, come cani in strada, da cui i commercianti e i ristoratori (senza considerare gli albergatori) traggono profitto in un trionfo dello sperpero, della superficialità dei sentimenti, che ha il suo apice nella bestiale emissioni di fluidi disgustosi.
È questo Amore, un colare di muco genetico a macchiare le lenzuola o sputato nel lavandino?

No, l’Amore è un sentimento più elevato.
Per questo vi invito a dividere in due aspetti ben diversi la festa di San Valentino: da una parte la triste attività fornicatrice, svuotata di senso, come animali, che consumerete con la vostra o il vostro partner senza sapere se “l’eterno amore” sarà ancora tale il mese dopo; dall’altra parte tutto l’opposto, autentico Amore puro svuotato di ogni bestialità emissiva, di ogni fornicante onanismo, di ogni miserabile copula… brindare all’autentico sentimento di Amore eterno che ha per Lei ogni fan di Gamberetta, maschio o (preferibilmente) femmina che sia.

Sul dovere di brindare a Gamberetta ha concordato anche una lettrice:

Sono d’accordissimo, renderebbe un minimo di spiritualità a una festa commerciale per amoretti effimeri e superficiali ù_ù
(Clio)

Non voglio dilungarmi troppo: darò una sommaria descrizione di alcuni spumanti rosé che è possibile comprare presso i supermercati e due che si possono trovare in enoteca. Comunque ogni enoteca è radicalmente diversa dalle altre, è giusto per dire che quei due è più difficile che siano negli scaffali della GDO. Ho scelto prodotti diversi e di aree geografiche diverse, nella speranza che almeno uno incontri il gusto e la possibilità di spesa di ogni lettore.
Esclusi quelli che per problemi economici ripiegheranno sulla Peroni da 66 cl, sul tetrapak dell’Acinello o sul lambrusco frizzante da 2 euro, ma la Dea nella sua infinita misericordia sono sicuro che accetterà anche il brindisi dei più poveri.

A fine articolo presenterò un video per mostrare la spuma e il perlage dei vari vini trattati, esclusi Gancia e Villa, e far vedere meglio le bottiglie per aiutare a identificarle più rapidamente al supermercato.

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Gamberetta, in una delle sue raffigurazioni accettate dal culto, mentre difende la Narrativa dai suoi nemici eseguendo la Mystic Arte “Ultimate Line Editing” sulla prima pagina di un fantatrash, rilevando 35 errori e infliggendo all’autore 13457 danni. L’autore muore devastato dal Giudizio Divino sulle sue mancanze… ma non mancherà ai lettori con un QI a tre cifre.

 
Cantine Maschio Rosé Extra Dry (3,29 euro).
Cominciamo proprio con un prodotto adatto a chi ha pochi soldi che ricorda per la sua natura beverina un prosecchino da 3-4 euro. È un prodotto a base di uve pinot bianco, pinot nero e raboso, leggermente rosato (di un delicatissimo rosa tenue molto scarico).
Il perlage è abbastanza fine e abbastanza numeroso: in un calice Prosecco o nel nuovo Franciacorta fa la sua bella dose di catenelle che mette allegria e apre i profumi.
Il profumo poco complesso, ma sufficientemente intenso ricorda bene la fragola, con un generico floreale puntato verso la rosa e una nota dolce soffusa con una punta acida di lampone… in pratica è come se fosse un prosecchino virato dalla mela verso la fragola.

In bocca non ha nulla che non vada ed è fresco, l’acidità fa il suo lavoro stimolando la salivazione. Meglio berlo alla giusta temperatura da prosecco di struttura debole, circa 4-6 gradi, per renderlo più beverino: il fresco aiuterò ad alzare le durezze, compensando la scarsa quantità di minerali presenti e bilanciando l’effetto ammorbidente degli zuccheri. Ricordate che Extra Dry è leggermente più dolce di Brut e di norma sta bene sui prodotti di cui esaltare semplici note fruttate o compensare la forte acidità (il tipico Prosecco è più facilmente Extra Dry che Brut, il tipico Franciacorta l’opposto).

Piccola nota a tema temperatura: molti spumanti attuali essendo dotati di strutture più complesse di un prosecchino supereconomico e di profumi più ampi soffrono a essere serviti quasi “ghiacciati”, 2-3 gradi (da sabrage in pratica), brutta abitudine che ha rovinato tanti eccellenti Champagne. Meglio stare sugli 8-10 gradi per goderli al meglio della loro complessità. Il mio frigo a regime normale fa 7-8 gradi: metto dentro la bottiglia di sera e il giorno dopo è pronta.

Lo ricomprerò, è il mio nuovo spumantino rosé super-economico preferito, da alternare ai vari prosecchi sui 4-5 euro. Se proprio siete a corto di soldi per il brindisi, comprate questo e non vi deluderà.

Pinot di Pinot Rosé Gancia (4,99 euro).
Questo devo metterlo per dissuadere dall’acquisto, visto quanto è facile trovarlo nei supermercati. Prodotto solo con uve pinot, bianche e nere. Colore teoricamente “rosa tenue”, in realtà molto più tendente al rosso che al rosa nelle nuove bottiglie trasparenti (ramato?) oppure verso un giallo aranciato-ambrato (vecchie bottiglie scure).
Spuma cremosa che sparisce rapidamente. Perlage adeguato nei vari parametri, ma con un difetto di fondo: risulta molto incostante. Al primo calice era adeguato in ogni aspetto, ma al secondo calice solo un’ora dopo le bollicine erano già fortemente diminuite per numero e persistenza, tanto da sembrare un vino fermo se non si guardava con grande attenzione. Lo stesso problema lo avevo notato mesi prima, quando al primo calice fu quasi come un vino fermo e al secondo fece bollicine adeguate. È come se la sua struttura gli rendesse difficile aprirsi, se non in situazioni ottimali (sto sempre attento a pulire i bicchieri e non ho mai problemi con i prodotti ben fatti, anche di prezzo basso).
Il profumo è addirittura meno godibile di quello del Maschio prima: la nota di floreale e di fragola è intrappolata in una idea di pesantezza che è il principale difetto del prodotto.

In bocca non vi sono difetti evidenti, ma non brilla certo per finezza. Risulta un po’ pesante e acidulo nello stomaco (ma senza risultare straordinariamente fresco in bocca). Manca la leggerezza briosa di uno spumante. Un calice si beve, ma all’idea del secondo passa la voglia: forse il solo pinot, lavorato in modo economico e puntando al rosa macerando in parte le bucce, ha dato troppa struttura? Sembra più un vino rosato frizzante pesantello che uno spumante pieno d’allegria. E infatti l’ho goduto bene con una pasta col pesce molto condita e altri piatti, come se fosse un vino da tavola capace di tenere a bada anche sapori forti e il piccante, mentre a digiuno mi si è stroncato due volte in pancia.

Completamente inadatto a un brindisi gioioso per Lei.
E sconfitto come “spumante da tavola” dal più allegro Maschio Rosé.

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Come ve lo vorrebbero spacciare e come è davvero.
E come era più ambrato quando usciva dalle vecchie bottiglie verdi.

 
Il Calepino Brut Rosé (8,85 euro).
Un rosé bergamasco famoso, di un’azienda premiata per la qualità dei suoi spumanti dal Gambero Rosso (è a tema, no?). Gli spumanti de Il Calepino sono famosi per due cose: il terreno su cui si trovano i vigneti è geologicamente come quello della Franciacorta, garantendo una situazionale ideale per gli spumanti, e costano davvero poco (anche perché… non possono usare il nome Franciacorta!). Pensate che il Riserva di Fra Ambrogio, uno spumante serio e dal sapore complesso che sta 60 mesi sui lieviti (5 ANNI di fermentazione in bottiglia, più il resto della lavorazione), costa solo 12-13 euro. Se potessero scrivere “Franciacorta docg” magari lo venderebbero a non meno di 22 euro senza perdere una sola vendita. E questo Brut Rosé a 12 euro come il rosé base di Ferrari.

Bel colore rosa pastello (tecnicamente rosa tenue) come la Sua chioma. Nel video sembra più ambrato, ma è colpa prima della luce ambientale e dello sfondo.
La spuma è cremosa, di bell’aspetto, ma evanescente (dura 10 secondi nel video). Il perlage è eccellente: bollicine in gran parte fini, molto numerose e nel complesso persistente. Un gradevole spettacolo. Peccato non averlo ripreso anche nel calice Franciacorta!
Il profumo è sufficientemente intenso, ma è un po’ delicato. Nessuna nota negativa nei profumi, adeguatamente fini (pur senza eccellenze) e abbastanza complessi, forse tendenti al complesso. È molto più difficile valutare rispetto a un vino fermo con cui si può fare il giochino di muovere il vino e vedere quanto e come cambia. La prima cosa che mi ha stupito è la totale mancanza della “fragola”, profumo che speravo di trovare: le note fruttate ricordano l’acidità dell’agrume, con una punta di esotico del kiwii, assieme a un’idea di acidità da lampone unita all’amarognolo della nocciola. Ovviamente seguono note floreali e la gradevole sensazione fragrante di crosta di pane che i 24 mesi di fermentazione sui lieviti hanno lasciato.

In bocca ha tutti i parametri nella norma: secco, abbastanza caldo (se fosse un vino fermo con 13% facilmente sarebbe stato “caldo”), abbastanza morbido, fresco, abbastanza sapido. Il sapore ricorda frutta di buona acidità, agrumi e frutti di bosco rossi, con una nota amara finale di nocciola. Un po’ sempre l’idea del kiwii ritorna, vagamente, ma forse è una mia sovrapposizione di altre sensazioni che mi ritorna in mente. Gusto persistente dopo aver ingoiato, 7-8 secondi di sapori intensi, poi rimangono a lungo più delicati. Più intenso nel sapore che negli aromi. Sapore elegante.
Per verificare la nota amarognola di nocciola (invece che di mandorla o di altro), ho mangiano una nocciola dopo essermi sciacquato la bocca e la nota amara finale è stata identica.

L’assenza della fragola e la forte acidità del fruttato non lo rendono la mia scelta ideale per brindare a Gamberetta, ma il colore è adeguato e il sapore, in fondo, è questione di gusti. Lo ricomprerò di sicuro, visto anche il prezzo davvero competitivo per un 24 mesi ben fatto.

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Il Calepino, premiato dal Gambero Rosso. Un’eccellenza vitivinicola bergamasca.

 
Franciacorta DOCG, Berlucchi Cuvée Imperiale Max Rosé Extra Dry (10,80 euro)
Questo è stato il primo spumante rosé d’Italia, nato in Franciacorta per volontà del creatore dell’azienda che fondò la Franciacorta, Guido Berlucchi. Il progetto Max Rosé nacque nel 1962 (festeggiò i 50 anni a fine 2012) su sollecita richiesta di Max Imbert, un antiquario milanese appassionato di Champagne Rosé, amico di Guido Berlucchi. All’epoca non esistevano “Champagne” Rosé in Italia (all’epoca si potevano ancora chiamare Champagne, oggi è giustamente vietato) per cui Max doveva andare in Francia a procurarseli! Franco Ziliani, l’enologo cofondatore della Berlucchi nel 1955, vide che la cosa era fattibile e nell’ottobre 1962 convince Guido Berlucchi a soddisfare la richiesta, dando il nome di Max al nuovo spumante (ora da indicare preferibilmente col nome “Franciacorta” invece che col generico spumante/bollicine, come si indica “Champagne” lo spumante della regione omonima).
Il Max Rosé è un prodotto di ottimo livello, maturato 24 mesi sui lieviti, con un rapporto qualità-prezzo elevatissimo, che può piacere anche a chi pretende (giustamente) un minimo di 50% di pinot nero nonostante ne abbia solo il 40% (il restante 60% è chardonnay per dare acidità ed eleganza). Su cinque milioni di bottiglie annuali prodotte di Berlucchi, 500.000 sono di Max Rosé. Nel primo anno di “produzione”, il 1961, c’erano solo 3.000 bottiglie. Dati presi da Bibenda.

Nel calice si presenta di un bel rosa tenue, ma proprio rosa-rosa pastello, non uno di quei rosé rossicci o ambrati. Un colore splendido, come quello della Sua chioma, che mette subito allegria e invoglia a immergersi nel suo delizioso profumo. La spuma è cremosa, ma non particolarmente durevole (mi pare 6 secondi sul video). Il perlage è fine, persistente e molto numeroso. Un torrente delizioso di bollicine che fa “ribollire” la superficie. L’aroma è elegante e delicato, ma sufficientemente intenso per poterlo percepire perfettamente anche in abbinamento a del cibo. Il bouquet non è particolarmente vasto, ma esalta pochi elementi specifici creando un’idea complessiva che ho trovato affascinante. Il profumo principale è quello di piccoli frutti rossi, in particolare fragole mature e una punta di acidità di lamponi, segue forte e chiaro il sentore di crosta di pane, i fiori (rose, credo) e la frutta secca (mandorla, sono sicuro, ho verificato). Il tutto nella soffusa dolcezza, non invasiva, di un Extra Dry (15 grammi/litro di zucchero, circa il doppio di un Brut moderno). Dolcezza più fragole mature più crosta di pane più punta di acidità più mandorla… ed ecco che l’insieme evoca un ricordo di crostata di fragole.
Ricordo delicato, ovviamente, ma chiaro: quando ho suggerito l’idea ad alcune persone NON appassionate di vino, hanno subito concordato che era quello il profumo. Considerate che quando un vino ha un profumo di intensità forte come l’elemento originale che richiama di solito è indicato come “molto intenso”… per esempio la marmellata di albicocche o pesche in un passito di Pantelleria.

In bocca l’amabilità degli zuccheri costruisce una delicata e morbida dolcezza. La morbidezza in sé (come valore da scheda AIS) non è alta, ma gli zuccheri dosati in modo perfetto la fanno sembrare maggiore. Non è zucchero in più “perché sì”, per faciloneria: è una scelta di rinunciare al Brut, più di moda, per costruire un progetto gusto-olfattivo che esalti al meglio tutto l’insieme, riuscendo così a mantenere il prezzo “popolare” (gli altri Rosé di Berlucchi infatti sono molto più costosi e sono Brut).
Tornano in bocca gli aromi di frutta di bosco fresca, fragola e mandorla, come al naso. Esaltate da una mineralità importante che denota una ricchezza di sostanze estrattive e una struttura solida, senza divenire pesante. Non si riduce a spuma e non pizzica troppo, si muove in bocca elegante e leggero, mantenendo la liquidità originale.
Il sapore è molto persistente, è fine ed è equilibrato. Potrebbe essere ancora più elegante, più saporito e più armonico, ma già così fa un ottimo lavoro.

Quando l’ho bevuto la prima volta mi ha stupito.
È esattamente ciò che cercavo in un rosé: eleganza, profumo di fragola, bollicine belle e numerosissime senza essere fastidiose in bocca, un color rosa pastello chiaro PERFETTO senza compromessi verso il rosso… e un prezzo basso, perfino più basso di altri ottimi rosé base come quello di Ferrari o il Tridentum di Cesarini Sforza. Questo è il Franciacorta che amo e che voglio bere “regolarmente” quando non devo sperimentare bottiglie nuove e mi va di buttarmi su un rosa sicuro che sia una garanzia di piacere, sia abbinato al cibo che da meditazione. Testato su pane bianco con abbondante prosciutto crudo piuttosto salato e maionese: non ha perso una nota di sapore. In difficoltà solo con il prosciutto crudo da solo, tagliato a fette spesse come bistecche.

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Max Rosé esprime un dolce, elegante, profumo di fragole.

 
Trento DOC, Cantine Ferrari Rosé Brut (11,90 euro)
Un rosé di una storica cantina, la Ferrari, che iniziò l’esperienza delle peculiari bollicine “d’alta quota” nel lontano 1902, ben 53 anni prima che iniziasse l’attività spumantistica franciacortina (e considerando che il 1902 era 11 anni fa, ho problemi a far tornare i conti). Ancora oggi, dopo due guerre mondiali e la caduta dell’Impero Austro-Ungarico in cui nacque, Ferrari è ancora il produttore simbolo di quei peculiari spumanti “alpini” un tempo chiamati tutti Champagne e ormai denominati orgogliosamente Trento o Trentodoc (tutto attaccato).
In questo caso ci troviamo di fronte a un rosé più ortodosso, al 60% fatto con pinot nero (contro il 40% del Max Rosé), e lasciato a maturare sui lieviti per non meno di 24 mesi (come il precedente Max Rosé).

Il colore è un bel rosa tenue pastello, come nel Max Rosé. Il perlage mi è parso inferiore per bellezza visiva: bollicine fini, ma meno numerose. Però c’è un punto di forza visivo che nessun altro spumante trattato in questo articolo ha: una spuma cremosa, alta, densa che dura ben 30 secondi nel video fatto! Contro i 6 secondi del Max Rosé. Tutta un’altra spuma!
L’aroma è fine, con intensità e complessità adeguate. L’aroma si apre con una soffusa idea di fragoline e altri piccoli frutti di bosco rossi, fiori, fragrante di crosta di pane e un bel nerbo minerale che punzecchia il naso.
In bocca è secco (brut), fresco e ricco di sali minerali. Sapore elegante con una nota dominante saporita di minerale salinità di montagna e delicata frutta secca (mandorla?). Dopo aver ingoiato rimane la “salinità” accompagnata da una sentore di fragoline ritornato. Persistente.

Un prodotto base di alto livello che merita il prezzo che chiede, senza problemi, e che può piacere a tutti come può piacere il Max Rosé, pur avendo note gusto-olfattive diverse. Diciamo che per chi predilige i Pas Dosé (zero zuccheri) e vorrebbe lo stesso un sentore di fragola sarà meglio puntare a questo Brut, mentre per chi ha gusti più legati alla dolcezza, più normali, è preferibile il Max Rosé.
Particolarmente consigliato ai nostalgici del governo Austro-Ungarico che vorranno brindare alla Dea con una lacrimuccia per l’Impero perduto.

Masseria Frattasi Prestige Rosée Extra Dry (17 euro)
Dal Trentino alla Campania, dal Manzanarre al Reno, ecco uno spumante dalla provincia di Benevento. Un prodotto che ho pensato di aggiungere come segno di armonia, unità nazionale sotto il Piemonte e distensione verso i nostri negri fratelli italiani dell’Africa Sublaziale. Questo spumante mi è stato caldamente consigliato in enoteca per provare qualcosa di prezzo contenuto e capace di evocare sensazioni molto diverse dagli altri rosé. Effettivamente questo spumante, prodotto in appena 5000 bottiglie l’anno e fermentato in autoclave secondo il metodo Martinotti (i tre precedenti erano “metodo classico”, fermentati in bottiglia secondo la tradizione dello Champagne), ha la peculiarità di essere fatto in purezza con uve aglianico.

Il colore è rosa cerasuolo carico, quindi ben più rossiccio del rosa tenue (in parole povere: rosso pastello e trasparente, brillante). Il perlage nel calice standard è numeroso, fine e persistente (non ho provato con il calice Franciacorta, mea culpa). Così fine che nel rosso tanto intenso era facile vederlo, ma quasi impossibile catturare le bollicine con il mio misero smartphone. Ho fatto il possibile per far vedere qualcosa.

Il profumo è intenso e fine, il bouquet sufficientemente complesso. Su tutto domina un profumo di frutta esotica, circondata di note floreali. Continuava a venirmi in mente la papaya, non so perché, ma penso che non sia la descrizione giusta. È deliziosamente aromatico, molto peculiare, e l’odore credo che si possa descrivere come una combinazione di floreale, fruttato (papaya candita, lampone e soprattutto anguria) e una punta di fagioli di soia bolliti, quelli venduti in scatola.

In bocca è ben fatto, come il Max Rosé: sapido e fresco, abboccato come dose di zuccheri, abbastanza morbido e abbastanza caldo come alcool.
Peculiare e indice di qualità (equilibrato e armonico) il fatto che sia UGUALE in bocca e al naso, si aggiunge solo una leggera nota amara che mi ricorda i fagioli di soia bolliti. Giusto per far capire che non sparo cazzate (perché per primo non mi fido dei collegamenti che il mio cervello fa tra oggetti e profumi), di fronte a una sensazione così strana ho subito aperto una confezione di soia Valfrutta e ho controllato la nota d’odore e, soprattutto, il retrogusto amarognolo. Identico: posso confermare che non è l’amarognolo della mandorla o della nocciola!

Un acquisto di cui sono felice, ma l’esperienza iniziale è stata abbastanza traumatizzante. Non riuscivo a ricollegare il profumo a qualcosa, nonostante fosse CHIARO che era un profumo fruttato che avevo sentito migliaia di volte. Pensavo a combinazioni possibili, senza uscirne. Era come avere una parola sulla punta della lingua e rimanere come scemi senza riuscire proprio a dirla.

Se siete africani sublaziali e riuscite a trovarlo, magari perché abitate in zona, ve lo consiglio per brindare con un vino che ricorda l’anguria, frutto di cui i negri sono particolarmente ghiotti. Al primo calice sentirete i rimbalzi della pallacanestro. Al secondo i tamburi della giungla nera. Bevibile anche se siete ariani in cerca di esperienze esotiche: il metodo di fermentazione nordico vi eviterà contaminazioni negroidi. In caso sentiate desiderio di pollo fritto e anguria, un bel bicchiere di piemontese Moscato d’Asti vi rimetterà il boja fauss in bocca. ^_^

Bisogna pensare ai gusti dei connazionali negri del Sud.
Il Piemonte ha il dovere di renderli bianchi con la civiltà e lo spumante!

 
Santero Villa Jolanda Moscato Rosé Dolce (6,80 euro)
Questo è un po’ l’intruso della situazione. Attratto dalla bottiglia elegante, festosa, rigata come se fosse stata sparata da un fucile, ho erroneamente sperato che il colore rosato e l’elevata dolcezza avrebbero diretto il sapore verso una fragola intensa, come se fosse un Brachetto d’Acqui, però con un colore più adatto al brindisi rosé che immaginavo. Non avevo considerato che il moscato avrebbe spinto verso aromi e sapori più erbacei… da uve moscato, appunto.

Il colore è difficile da definire: direi un rosa cerasuolo scarico, con unghia quasi incolore, che con luce naturale evoca sfumature più verso l’arancio ambrato (un miele?) che verso il rosso. Perlage fine, abbastanza numeroso e abbastanza persistente. Spuma adeguata, ma che sparisce velocemente.
Profumo tutto nella norma per intensità, finezza e ampiezza. Più che fruttato ha un profumo moscato caratteristico erbaceo di salvia e una punta di speziato di cannella, in cui più che i frutti si riconosce una sensazione di miele e di floreale, forse descrivibile come un agrumato di fiori d’arancio e miele d’arancio.
In bocca è poco caldo (9,5%) ed è dolce. Nessun difetto e nessun punto di forza negli altri valori. Di positivo posso dire che il sapore è persistente (direi quasi 10 secondi pieni, poi rimane ancora a lungo ma più vago). Non è particolarmente elegante, ma non è nemmeno troppo grezzo.

Non mi pento dell’acquisto e potrei anche ricomprarlo nel corso dell’anno, ma non mi sento di consigliarlo per questa occasione.
Non sono gli aromi o il colore che immaginavo per Lei, spiacente.

Franciacorta DOCG, Villa Rosè Demi-Sec (22 euro)
Un grande prodotto di una grande casa della Franciacorta, Villa. Scoperto in enoteca (Lunetta, in centro a Bergamo) su consiglio della commessa, una collega corsista che mi ha riconosciuto perché sedevo sempre davanti a lei al primo livello del corso per sommelier AIS Bergamo (come al solito quando i posti sono liberi si tende a mettersi sempre negli stessi). Strano, non sono facile da riconoscere…
Un consiglio eccellente, tanto che pochi giorni dopo sono tornato per comprare un ottimo stopper per spumanti marchiato “Villa”. Sono diventato un fan di Villa dopo tre prodotti (oltre a questo il Brut, provato al corso, e il Diamant Pas Dosé, elegantissimo e davvero ben fatto, seppure io non ami affatto i Pas Dosé).

Questo Rosè (imitando l’accento scelto da Villa) forse farà storcere la bocca ai puristi, avendo solo un 30% di pinot nero. Anche il suo essere Demi-Sec (fascia dei 33-50 grammi/litro), in un mondo che viaggia sempre più in direzione di Extra Brut e Pas Dosé, lo rende un prodotto più adatto a persone con gusti di cento anni fa.
Un bel color rosa tenue (ma più rossiccio di un rosa pastello), brillante. Bollicine abbastanza numerosi e fini: nel calice standard da degustazione nessun torrente di bolle, ma comunque una quantità dignitosa e fatte bene, persistenti. Aroma intenso, elegante, in cui si mischia lo speziato e il fruttato dando l’idea di una soffusa fragola dolce vanigliata, che chiude fragrante ricordando sensazioni di crosta di pane (in questo caso ha fatto non meno di 30 mesi sui lieviti prima della sboccatura).

In bocca è abbastanza caldo, ma è anche morbido, amabile (non è dolce come un Asti o un Moscato che viaggiano sui 50-100 grammi/litro), fresco, sapido (fa venire voglia di masticare), intenso ed equilibrato. La stessa elegante, soffusa e prolungata, femminile fragola vanigliata di prima si ritrova identica in bocca.
Persistente, le sensazioni piacevoli perdurano ben oltre dieci secondi dopo aver deglutito. Un Franciacorta fine e armonico per amanti della dolcezza e della fragola alla ricerca di un prodotto che ha l’eleganza femminile di una fanciulla timida, dolce e aristocratica. Forse anche troppo timida: avrei preferito sapori un pochino più decisi e bollicine più vigorose per aprire gli aromi (più simile al Max Rosé, ma senza sacrificare l’eleganza).

E infatti ci sono anche delle note “negative” (molto tra virgolette).
Essendo un Demi-Sec è meno abbinabile col cibo, in particolare per la sua grande e delicata eleganza. Lo vedo bene con la pasticceria secca, ma non concordo con la scheda ufficiale che consiglia anche culatello e formaggi a media stagionatura. Ha un’eleganza così femminea che secondo me ogni cibo più forte della pasticceria secca senza creme rischia di guastarlo. Non è versatile e deciso come il “meno elegante” Max Rosé. Lo vedo, e l’ho gustato, come un vino da meditazione. Un calice a sera, meditando sulla bontà e sulla bellezza della nostra rosea Dea.

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Villa Rosè Demi-Sec, lo potete comprare online a 16,49 euro qui.

 
Maschio, Berlucchi, Ferrari, Villa… o un Brachetto d’Acqui?
Rimaniamo in ambito “fragola” e facciamo una riflessione semplice. Per chi cerca un ricco sapore di fragola più burrascoso e gioioso, spruzzato d’aroma di rose, consiglio un classico Brachetto d’Acqui a 9-11 euro da supermercato: Araldica è buono, lo è anche Bersano, malaccio non deve essere Duchessa Lia.
Nel dubbio leggete se l’etichetta cita la fragola. Non sarà un rosé, sarà uno spumante con un bel rosso carico e scuro, ma facilmente piacerà un po’ a tutti (e ce ne sono anche di eccellenti a prezzi superiori in enoteca).

Ma si tratta di qualcosa di diverso da un Trento o un Franciacorta.
Antropomorfizziamole. Il Brachetto da 10 euro sarebbe come una briosa demimondaine che si scatena a far baldoria. Il Villa è una signorina di classe, giusto un po’ troppo irregimentata, che pretende rispetto e risponde con misurati gesti femminili carichi di grazia ed eleganza. Il Max Rosé pure è un signorina di classe, ma più alla mano e decisa, capace di tenere testa rispondendo a tono a chi la contrasta (il sapore del cibo), invece di chiudersi in un infastidito silenzio. Ferrari è la cugina alpina del Max Rosé, con quelle note più minerali che me la fanno immaginare con vestiti più semplici a fare alpinismo e lunghe passeggiate nella natura. Maschio invece è la ragazza un po’ goffa, impacciata, non abituata a comportarsi in società, che si fa subito notare nel resto del gruppo: d’altronde si è evoluta in comunità col metodo Martinotti, come dire che è andata in collegio mentre le altre tre hanno avuto l’educatore privato in casa!

Cosa sceglierò io?
Ho già pronta una bottiglia di Max Rosé. L’ho scelto non solo per gli aromi, che mi fanno pensare a Lei, e per il colore pressoché perfetto: ritengo che rappresenti bene la precisione e la decisione della nostra Dea, una ragazza che sa quello che vuole. La nostra Dea è una fanciulla elegante che nel momento del bisogno, se offesa, invece del silenzio e di coprirsi il volto col ventaglio preferisce menare una botta col bokken sul cranio del disgraziato di turno.
In più il Max Rosé ha un costo contenuto e il più elevato rapporto qualità-prezzo e so che la nostra Dea detesta gli sprechi e ha sempre un occhio di riguardo per i proletari (esclusi quelli sbavanti che si massaggiano il pacco fissandola mentre prende il tè, per quelli ci sono le manganellate della pubblica sicurezza).

Brindate anche voi a Gamberetta, per San Valentino, e se vi va fate una foto dell’evento e linkatela nei commenti. O brindate e basta e scrivetemi con cosa. ^_^

 

Spumanti molto economici per iniziare l’anno

Scritto da il 31 dic 2012 | Categorie: Enogastronomia, Razzismo/Stereotipi

Nei primi giorni dell’anno, tra Capodanno e l’Epifania, i consumi italiani di bollicine di ogni tipo sono al top. Tra spumanti generici e DOP di varie nazionalità, di ogni prezzo, colore e sapore, durante le feste sono state stimate 90 milioni di bottiglie “stappate” (vendute?) entro Capodanno. Più o meno bevute, schizzate precocemente sul pavimento allo sparo del tappo, esplose in un tentativo di sabrage, regalate e lasciate a impolverarsi su uno scaffale, usate come clava su un conoscente poco simpatico o sganciate con i bombardieri sopra un villaggio di negretti nelle colonie dell’Africa Sublaziale.

L’idea di un bombardiere piemontese che sorvola la piazza di un tipico villaggio pugliese di “trulli surrogati”, capanne in paglia e sterco, e sgancia decine di bottiglie di Asti Spumante sulla folla di negri intenti a bere l’infido vino del contadino con il sedano dentro per dargli un po’ di corpo, mi mette un’ariana allegria. E se vi pare che la mia visione della Puglia sia un po’ troppo africana, non dimenticatevi che un loro vitigno tipico è il “Negro Amaro“. E quella colonia nell’Africa Sublaziale produce anche l’ottimo Primitivo, che però non è Giuseppe Simone o DagoRed, tra cui il molto apprezzato Primitivo di Manduria. Con nomi simili, negri amari e primitivi nei trulli, c’è poco da lamentarsi! ^_^

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I trulli di Alberobello,
versione “pulita”, da ricconi, per far contenti i turisti.

Ovviamente il Primitivo di Manduria non è (più) Taotor visto che ha imparato l’alfabeto e a furia di studiare materie ariane è sbiancato, il naso camuso si è drizzato e i labbroni sgonfiati. L’osso nel naso è stato riassorbito, formando la fetta di cervello mancante. Ricordo ancora i bei tempi, anni fa, quando era un negretto ricciuto che rincorreva una palla di stracci tra i trulli, dribblando sterco di capra, e gli davo rettangolini di meta per il fornello da campo spalmati di marmellata! Risate fino a far cadere il casco coloniale a guardarlo piegato dai conati!

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I veri “trulli surrogati” pugliesi, capolavori di primitivismo architettonico che nulla hanno da invidiare alla Reggia di Versailles o alla Basilica di San Pietro.
L’Arte è soggettiva, i gusti sono gusti!

Mi è stato suggerito di dedicare un articolo di indicazioni sugli spumanti più economici e più facili da trovare nei supermercati per Capodanno. Ho deciso di parlare di una verticale di quattro prodotti entro i tre euro, dal più economico al più costoso, concludendo con un prodotto bonus decoroso entro i cinque euro.

Perché un articolo simile, per parlare di prodotti da cui chiaramente ci si può aspettare molto poco, non certo rari casi di prodotti che valgono molto più del loro prezzo come fu con il Moscato La Versa e con l’Asti Docg Martini & Rossi?
Capisco non avere soldi per delle bollicine di buona qualità (basterebbero 10 euro), ma non è possibile che brindiate con i bottiglioni di Peroni da 66 cl, come i muratori rumeni tanto amati da Zwei. Allo stesso tempo, soprattutto se si capisce poco di ciò che si beve perché non si è abituati, ha poco senso spendere soldi per Capodanno, occasione in cui si fa il botto, c’è casino, si è stanchi, zeppi di cibo e quindi nelle peggiori condizioni per assaggiare i delicati sapori e il bouquet complesso di un buon Franciacorta o di uno Champagne. Tra una cosa e l’altra tanto vale puntare in basso, indirizzandosi con un minimo di criterio verso la bottiglia più adatta ai propri gusti.

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Bellavita La Marchesina Gran Dessert, a 1,19 euro.
Seppure sia una fanciulla (marchesina, non marchesa!), questa bevanda aromatizzata a base di vino prodotta in Italia da CVC srl a Gattinara (nota anche come Casa Vinivola Bellavita srl) e distribuita dalla Lebanese Arak Corporation (azienda statunitense di origini libanesi-siriane), non è certo un prodotto raffinato o elegante.
Non lo dico con cattiveria, cara marchesina, ma dovreste davvero allenarvi di più a camminare con un libro in testa, a ballare senza pestare i piedi al cavaliere, a riuscire a non guardarvi solo le scarpe mentre parlate con qualcuno e a ridere senza che vi parta in mezzo un singulto…

Nonostante la sua semplicità sembra piacere ai Russi, unici consumatori di cui ho trovato recensioni: gli rifilano 4 o 5 stelline, ovvero il massimo o quasi del gradimento. La bottiglia per il mercato russo ha un’etichetta diversa, in parte in italiano (quella per l’Italia è solo in italiano). L’impressione che deve fare nella GDO russa è quella delle bollicine italiane di importazione, puntate però a un pubblico che pur essendo abbastanza raffinato da non bere bottiglie con gli scarti di lavorazione della vodka, allo stesso tempo non ha molti soldi da spendere.
Nonostante il prezzo sia basso in rapporto ad altri vini sul mercato russo, dai 170 ai 350 rubli, questa comunque non è una cifra bassa in assoluto: da 4,2 a 8,7 euro (furto!), in un mondo in cui lo stipendio minimo è meno di 6mila rubli (ed è considerato molto sotto la soglia di povertà) e pochi mesi fa c’erano scioperi per i salari medi miserabili da circa 10mila rubli al mese (povertà), anche se nell’industria dell’auto arrivano fino a 18mila rubli (che non è comunque molto) dopo i recenti scioperi in primavera. Poveri russi.

Più recensori mettono, scherzosamente, come unico difetto di La Marchesina che si beve così bene da finire per berne troppo! Una ragazza, che non sembrava (dalla traduzione di Google russo-inglese) né una bimbaminkia né una pazza, ha affermato che è così buono da averne scolate otto bottiglie in cinque ragazze, una sera. Un altro tizio lo ha definito una buona alternativa economica all’amato Asti Spumante. Un altro ancora, più precisamente, come alternativa economica all’odiato Asti Mondoro (linea della Campari pensata principalmente per la Russia: forse odiato perché costa 1500+ rubli?).
Mah! L’unico voto negativo, 2 stelle, criticava la grande dolcezza che per gli altri era un vantaggio. Anche l’etichetta (secondo loro) da bottiglia “costosa” abbinata a un marchio poco conosciuto, ha il vantaggio di far fare bella figura spendendo poco. Effettivamente l’etichetta non è malaccio, ha quel fascino retrò e un po’ dozzinale che può ingannare.

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Retro della bottiglia per il mercato russo.

In fondo non sarebbe nemmeno giusto valutare La Marchesina con i criteri di un vino, sarebbe come analizzare un cocktail di gazzosa e alcool, o la cola del discount. Ma ha il tappo che pare a fungo sotto la stagnola e la vendono tra i vini, a competere con gli Asti Docg del glorioso Piemonte (Avanti, Savoia!), per cui la valutazione ci sta.
Di solito valutare un vino cattivo è difficile, perché si è incerti se optare tra la sufficienza risicata in un valore e l’insufficienza. Facile dire che un grande vino è chiaramente così e cosà, più difficile distinguere le sfumature di mediocrità. Ma La Marchesina ha saputo stupirmi: mai bevuto una porcata così chiaramente porcata.

Il tappo a fungo è in plastica, unica nota positiva in tutta la faccenda: con la carenza mondiale di sughero che sta minacciando i vini importanti, sarebbe stato da processo all’Aja sprecarlo per queste bottiglie. La Marchesina parte con una schiuma discreta, rapida a dissolversi anche se un po’ meno blitzkrieg di quella dei due spumanti successivi, ma subito l’occhio è attirato da un dettaglio così peculiare che l’ho trovato affascinante: è incolore.
La delizia frizzante è di un bel bianco trasparente, come vodka, con forse dei riflessi verdolini. Le bollicine sembrano assenti, ma levando la condensa si nota una striminzita catenella centrale e un’altra, con bolle più distanziate, a fianco. Strano. Le scarse bolle sono quantomeno adeguatamente fini, non grosse bolle da gazzosa.

L’odore è poco percepibile (ma è colpa mia, temo). Complice un po’ di raffreddore (ho tenuto questa bottiglia per ultima e nel frattempo mi sono ammalato) ho potuto percepire, con fatica, solo una vaga nota dolciastra di fruttato. Fruttato agrumato, direi, acidulo al naso. Mio fratello, annusando senza alcuna indicazione, ha avvertito un odore di pipì, per cui l’acidulo agrumato pare confermato. Direi che è carente nel bouquet. Profumo di qualità “comune”: abbiamo trovato il Ronco Sancrispino dei botti di Capodanno. In bocca il sapore è quello di una gazzosa alcolica, con una delicata punta di retrogusto amaro muovendola in bocca. Ecco, ricorda un po’ l’acqua tonica. Dolce è dolce, ma un cocktail di acqua tonica, zucchero, qualche goccia di limone e un po’ di alcool buongusto posso prepararmelo anche da solo…

EDIT 15:05, 31-12-2012
Mi è passato il raffreddore. Correggo l’analisi olfattiva in questo box: l’aroma è abbastanza intenso e l’unico sentore è un agrumato acidulo, leggermente pungente, che ricorda il limone da pasticca effervescente di un integratore o, meglio ancora, una versione più intensa e acida del Vivin C. La parte del sapore la confermo coem era prima: le stesse cose già dette, giusto una puntina più intense di come le ho sentite ieri, amarognolo incluso (e l’alcool si sente ancora di più).

L’alcool si sente, quel poco che c’è, e la bevanda come detto è dolce, ma non c’è molto altro di cui complimentarsi, visto il sapore. Quanto meno è sufficientemente morbido in bocca e abbastanza fresco da non castrare la salivazione. Un po’ di minerali ci sono, si sentono in bocca, ma non tanti. E la bocca rimane leggermente impastata subito dopo aver ingoiato. Un prodotto abbastanza equilibrato, nella sua miseria, ma poco vario di sapori e poco persistente (rimane solo un sapore di alcool). Fortunatamente, direi, vista la qualità dozzinale!
Una buona scelta per una gazzosa “alternativa”, oscena per delle bollicine in senso spumantistico.

Che spettacolo: non pensavo potesse esistere un simile nettare…
Misteriosamente al secondo calice il perlage è stato decente.

Se l’Asti Docg Martini e il Moscato La Versa erano due graziose signorine abbottonate fino al collo che sorridevano timidamente, mentre il Moscato Duchessa Lia era una ragazza di strada, mezza nuda, che avanza spingendo su il seno con le mani, La Marchesina con il prezzo ridicolo che chiede e le sue prestazioni tutt’altro che eccelse, senza colore, inespressiva e priva di carattere, che cos’è?

Io la immagino come una signorina di una famiglia decaduta all’improvviso, con la casa in vendita da cui escono i mobili trasportati dai muscolosi scaricatori della Casa d’Aste con le ascelle pezzate, che passeggia in strada tra vecchi “amici” di famiglia che fingono di non vederla, chiedendo loro un aiuto, qualche moneta, con il sorriso composto, senza lacrime, con la dignità dello sguardo incrinata dalla balbuzie per la vergogna, come una signorina bene educata, nonostante la gonna un po’ sporca, i guanti lunghi in cui appare già un buco, la cuffia non stirata da cui escono un paio di ciuffi spettinati (la cameriera è andata via da settimane) che fanno sembrare ancora più pallida la pelle rimasta per tutta la vita lontana dal sole.

I più laidi tra voi la possono immaginare diversamente. Il sorriso timido è diventato un solco inespressivo. Gli occhi sono opachi, persi verso il muro opposto del vicolo, oltre la spalla dell’operaio che per poche monete le ha sollevato le sottane e la sta possedendo contro il muro, lasciandole con le sue sporche mani callose lividi bluastri e lunghe strisce sudice sulla pelle morbida che prima d’ora aveva di rado conosciuto il tocco del sole e mai quello di un uomo. Dopo una serie di grugniti si allontana e lei scivola inerte a sedere in mezzo al sudiciume della strada, col ventre pieno di puzzolente liquame proletario e il retro dell’abito sporco per l’attrito contro il muro. Gli occhi vuoti a malapena colgono le poche monete che le butta in terra.
Questo è ciò che alcuni di voi immaginano, massaggiandosi la patta al dopo lavoro o mentre il sindacalista li incita allo sciopero, alla rivoluzione, al dare fuoco alle abitazioni di chi ha avuto intelligenza a sufficienza per elevarsi sopra la bestialità, promettendo per premio di crocifiggerne i figli e violentarne le figlie e chi prima arraffa l’argenteria può tenersela, in nome dell’eguaglianza sociale. Lo so che lo pensate. Lo so.

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Rocca dei Forti spumanti brut e dolce, in offerta a 1,99 euro.
Pam-pa-pa-pa-pàaaa (POP!): Rocca dei Forti, bevi italiano! Così fa l’agghiacciante pubblicità che da giorni martella gli spettatori alla televisione e su YouTube (se bazzicate video sui vini). Non potevo esimermi dal provare un prodotto così a buon mercato e così diffuso, su cui molti potrebbero posare lo sguardo. Per coprire i due estremi dei gusti spumantistici più comuni ho scelto brut e dolce da uve vinificate in bianco e ho saltato la terza bottiglia disponibile (un rosso dolce a base di Sangiovese e Montepulciano).

Il brut si presenta di colore giallo paglierino, con riflessi dorati (nel video sotto sembra più dorato, ma non fidatevi). Spuma evanescente che sparisce subito, formata da bolle ampie, grossolane. Il perlage è abbastanza numeroso, abbastanza fine, ma non particolarmente persistente: dopo pochi minuti sembra quasi un vino fermo, giusto due o tre catenelle incerte con bollicine distanziate.

Abbastanza intenso al naso e sufficientemente complesso, dall’aroma fruttato (pesca, forse un pochino di mela e una puntina acida di agrumi), ma con un sentore vinoso (di alcool, di mosto) che non mi pare adattissimo a uno spumante brut. Ricorda troppo al naso un classico Chardonnay economico fermo, come se lo spumante prodotto non si fosse pienamente trasformato e portasse con se ancora troppo i sentori del vino di base impiegato. Tutto l’aroma comunque è abbastanza grezzo, mischiato, non una bella serie distinta. Nel complesso direi poco fine tendente ad abbastanza fine, sono incerto tra la sufficienza e una insufficienza moderata. Mancano la vaniglia e la crosta di pane di uno spumante Chardonnay metodo classico che ha riposato sui lieviti, essendo stato prodotto in autoclave col metodo Martinotti.

La spuma evanescente, grossolana, del brut.

In bocca la bollicine pizzicano solo all’atto di collidere con la lingua, poi si aprono in una spuma ampia, invadente, soffusa, appena si muove un po’ il liquido in bocca per sentirne tutti i sapori. L’alcool presente (11,5%) lo rende abbastanza caldo. È secco, adeguatamente morbido e sufficientemente fresco, ma l’ho trovato poco ricco di mineralità (troppo fluido).

Poco persistente, dopo 3 secondi ogni sensazioni positiva sparisce dalla bocca con un retrogusto quasi nullo e lasciando l’impressione di aver bevuto acqua poco frizzante. Nell’insieme è poco intenso, in bocca si sente la schiuma, una vaga sensazione vinosa e stop. Abbastanza fine, ma siamo sul limite della sufficienza. Struttura debole. Abbastanza equilibrato, ma si tratta comunque di un prodotto di scarso livello, buono per chi cerca alcool frizzante e nient’altro.

Sopportabile, in fondo, ma già a metà del calice non ero proprio desideroso di finire l’altra metà. Bis? Non mi è venuta nemmeno l’idea.
Meglio o peggio del Pinot di Pinot Brut Gancia a 4,90 euro (3,40 euro con le offerte natalizie all’Iper)? Forse peggio, ma non provo il Gancia da tempo e all’ultima bevuta ancora non avevo quel minimo di esperienza per distinguere i sapori, ricordare e provare a valutare. In entrambi i casi non si tratta di spumanti da bere per il piacere: è roba buona solo per la dieta, come alternativa nella quota dei carboidrati al riso in bianco scondito, o per fare casino con i botti. E ovviamente per allenarsi nel sabrage, visto che costa meno del Gancia.

Passiamo al dolce.
Colore giallo dorato scarico che in video, con la luce elettrica, sembra più acceso. Spuma evanescente a grana grossa, sparisce subito (prendete come esempio il video del brut). Perlage abbastanza numeroso (forse lo si può indicare come “numeroso” nella definizione AIS, di sicuro ci sono più catene che nel brut), abbastanza fine e abbastanza persistente .
Abbastanza intenso al naso, ma il bouquet è poco complesso. Troviamo l’aromatico generico del Moscato, ma nessuna nota fruttata particolarmente distinguibile (una punta di erbaceo e una punta di vaga pesca, forse). Nell’insieme non è sgradevole, lo definirei sufficientemente fine, ma c’è davvero poca roba da sentire.

Le numerose catene del Rocca dei Forti dolce.

In bocca si apre bene, è meno schiumoso del brut. Forse perché più ricco di minerali.
Poco caldo, amabile tendente al dolce (non mi è parso davvero dolce come il Martini o il Duchessa Lia), morbido, fresco, abbastanza sapido. Riguardo la dolcezza, nel dubbio di averla sentita male per via di un inizio di raffreddore, ho provato a testare dell’acqua di rubinetto zuccherata a poco meno di 10 grammi per 100 ml, i livelli di zuccheri di altri tipici spumanti dolci, e l’acqua è risultata nettamente più dolce del Rocca dei Forti, come era il Duchessa Lia. Forse qualcosa castra la sensazione zuccherina del prodotto. Boh.

Sapore poco persistente. Il poco fruttato sentito al naso sparisce, rimane solo una zuccherina frizzantezza. Muovendolo in bocca appare una nota agrumata (forse legata al moscato bianco dell’Oltrepo’ Pavese o alle malvasie?) con una spiccata nota amarognola mandorlata che si sente ancora di più a causa della dolcezza un po’ chiusa. Poco intenso, senza sciacquarlo un po’ quel sapore ulteriore nemmeno appare. Abbastanza fine, comunque. Struttura tra la sufficienza e il debole, grazie forse all’alcool non troppo leggero che lo sostiene (9,5%). Abbastanza equilibrato. Tra pro e contro, paragonabile come complessità alla bocca e al naso.

Meglio il dolce o il brut?
Da una parte un’interpretazione tristarella del glorioso moscato bianco che come sapore pare quasi un Asti Docg Martini allungato con acqua di rubinetto, dall’altra parte il primo brut che ho bevuto che in bocca mi ha fatto pensare a un cocktail ottenuto con due parti di un vino bianco economico, come lo Chardonnay di J.P. Chenet, e una parte di acqua molto frizzante. Non proprio il cocktail migliore del mondo.
Scegliete un po’ voi di che morte morire. Una bella Marchesina?

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Moscato spumante dolce Duchessa Lia, a 2,59 euro.
Data la preferenza per gli spumanti dolci in Italia per Capodanno (forse 59% delle bottiglie), ripropongo come quarta opzione il Moscato Spumante Dolce di Duchessa Lia (2,59 euro) perché permette un buon paragone con il Rocca dei Forti Dolce appena visto. Inutile ripetere il parere, lo trovate al link.

Entrambi semplici, entrambi senza pretese, ma Duchessa Lia ha sentori fruttati più chiari e pronunciati, e una dolcezza più percepibile, anche se risulta (a quanto avevo annotato) più fluido in bocca e sensibilmente più povero di alcool (6,5% contro 9,5%). Ma in fondo in nessuno dei due casi l’alcool fornisce particolari vantaggi di struttura, sono entrambi prodottini deboli, semplici, da bere così come sono (forse il Rocca dei Forti è un pochino meno debole). In fondo non stiamo parlando di rossi a confronto, valutando chi possa maturare di più e diventare migliore tra cinque, otto o dieci anni in cantina. Questi sono prodotti giovani da aprire e bere prima che si rovinino, possibilmente entro due anni dall’imbottigliamento (ma è solo una regola molto indicativa, giusto per far capire di non tenerli dieci anni in un armadio).
Tra i due preferisco il Duchessa Lia, più fruttato, perché rende maggiore giustizia al concetto di spumante dolce partendo dal moscato bianco ed evita quella nota amarognola piuttosto importante, seppure nascosta (per chi non vuole sentirla: mandate giù dritto dalla punta della lingua alla gola, senza fermarvi ad assaporare).

Il fruttato, soprattutto in un prodotto dolce, è un elemento fondamentale. Motivo per cui i classici vini faciloni che piacciono a tutti, appassionati e quasi astemi, sono spesso quelli dolci e intensamente fruttati. Il fruttato non è tutto, ma aiuta molto.
Attenzione, non sto criticando la qualità (il Ben Ryé di Donnafugata è uno zibibbo straordinario, con note chiarissime di confettura di albicocche, caramello, miele, vaniglia): sto solo constatando le diverse tipicità. I vini secchi, con un’importante struttura di tannini del legno arrotondati dalla maturazione, con aromi dominanti più complessi come cuoio, tabacco, pepe ecc… sono apprezzati maggiormente dagli appassionati che cercano qualcosa di più ricco. Probabilmente anche perché il “gioco” di riconoscere i sapori diversi dalla frutta è fattibile solo avendo un minimo di esperienza.
Infatti a me che sono un tontolone ottocentesco coi baffi a manubrio piace di più il dolce Moscadello di Montalcino rispetto al Brunello.

E ora il bonus…

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Max Müller Thurgau – Durello spumante brut, a 4,80 euro.
Spumante prodotto con metodo Martinotti da uve aromatiche Müller Thurgau (e aggiunta di Durello, uva ricca di acidi adatta agli spumanti), con una delicata fermentazione in autoclave. Il metodo più adatto per preservare i sentori tipici di simili uve. Si tratta in generale di un buon prodotto della Cantina di Soave (casa fondata nel 1898), ottimo in rapporto al prezzo basso che chiede. Dopo averlo assaggiato ho cercato un po’ di informazioni e ho scoperto che effettivamente è riuscito a ottenere 3 stelle e mezza su 5 su Sparkle Bere Spumante 2012 e se il voto è giusto questo lo collocherebbe nella stessa fascia di “buoni economici” del Moscato La Versa e dell’Asti Docg Sigillo blu di Martini & Rossi. Preciso che per principio non leggo mai pareri di altri prima di degustare e la mia prassi è questa: provo il vino; compilo appunti sulla degustazione; leggo pareri di altri e li incollo nella scheda del prodotto; riprovo cercando di cogliere ciò che non ho distinto subito (sensazioni in più a cui non sapevo dare un nome) e se lo trovo aggiungo le nota negli appunti altrimenti segno di non aver sentito affatto quanto indicato (e aggiungo se mi pare che il recensore abbia detto una castroneria in stile “sella di cavallo sudato” per farsi bello con i lettori, nel caso).
Dal mio punto di vista, mi pare un voto giusto e lo considero un prodotto che merita di venire consigliato a chi non ha 10 euro per una bottiglia migliore.

Il colore è giallo paglierino scarico con dei riflessi verdolini. Più paglierino che verdolino, se proprio devo precisare, ma i riflessi proseccosi e giovani ci sono e si notano. Bollicine abbastanza fini con alcune fini, numerose e persistenti. Un peccato non averlo filmato. La spuma svanisce 5-6 secondi dopo averlo versato e non rimane nemmeno una corona, solo catene di bollicine.

Aroma abbastanza intenso (si sente bene avvicinando il naso, ma non salta certo addosso a mezzo metro dal bicchiere), abbastanza complesso, adeguatamente fine. Su tutto domina il fruttato sotto forma di una sensazione marcata di giovane mela a pasta bianca, croccante, con un’aggiunta di erbaceo (non so identificarlo) unito a una punta delicata di floreale generico. Simile a un Prosecco serio, insomma.
In bocca è secco, abbbastanza caldo, abbastanza morbido, abbastanza fresco e abbastanza sapido. Tutto adeguato, senza punte di eccellenza e senza carenze, in modo equilibrato. Il meglio non è tanto nelle sue doti tecniche, ma nel gusto: in bocca la mela diventa ancora più intensa, come avere la polpa del frutto in bocca subito prima di ingoiare, e si unisce inaspettata una sensazione di pesca gialla, in modo elegante.

Sapore equilibrato e intenso. Persistente, il sapore piacevole della mela supera di poco i sette secondi dopo aver deglutito. Rispetto ai due Rocca dei Forti, siamo su un altro pianeta qualitativo. Nell’insieme direi che è abbastanza fine ed è meglio in bocca che al naso.

Tutto sommato un buon prodotto. Non so valutarlo in rapporto agli altri Müller Thurgau (è il primo che bevo spumantizzato in abbinamento al Durello e dei fermi ricordo sapori completamente diversi, in comune solo la pesca), ma posso dire che il forte sentore di mela lo pone più come “concorrente” di un Prosecco che di uno spumante a base di Chardonnay e Pinot. Ognuno valuti in base ai suoi gusti se questo è bene o male. Per me è bene, mi piace sentire la mela.

Buon anno nuovo: finito questo 1912 all’insegna dell’apocalisse Maya, puntualmente giunta, e del Titanic, puntualmente affondato, ci aspetta un 1913 certamente interessante e poi un 1914 che, lo sospetto, non sarà privo di avvenimenti degni di nota.

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Mi è sembrato di vedere un nazista negro

Scritto da il 19 nov 2012 | Categorie: For The Lulz, Razzismo/Stereotipi, Storia Militare

Un articoletto leggero, fondamentalmente 4 teh lulz, giusto per mostrare qualche foto.
Questa è una foto scattata in Grecia, nel 1943:

No, non è un prigioniero.
Non avrebbe molto da ridere, se lo fosse. È un soldato volontario, un membro della Libera Legione Araba formata da stranieri intenzionati ad appoggiare l’esercito tedesco nella sua guerra in Africa e in Grecia. Quindi non la Legione Araba filo-britannica. Sembra strano vedere un negro nazista, probabilmente ben integrato tra i suoi camerati, che sorride. All’epoca a essere negro c’era da sorridere poco in qualsiasi posto!

Nulla di strano, a pensarci.
È che viene così naturale pensare ai negri quando si pensa alla minoranza classica da perseguitare che sembra ovvio che i nazisti li odiassero… ma perché avrebbero dovuto? E infatti il nazismo fu ambiguo coi negri. È vero, dal punto di vista tedesco e quindi ariano, il negro è inferiore. Però Hitler era già un po’ postmodernista di suo (e xenofobicamente democratico) per cui la regola di quale sia la razza superiore in realtà va applicata da ogni razza contro le altre. L’amore di Hitler per il darwinismo sociale lo portò anche a mantenere apposta la competizione tra i suoi generali, con effetti devastanti: essere un romantico idealista, come Hitler, non funziona molto.

Comunque, stringendo la deriva sul romantico idealismo hitleriano, gli Arabi non ebbero grossi problemi ad aderire al nazismo quando Hitler lo diffuse per incitarli alla rivolta contro i britannici (bastava cambiare ariano con arabo), tant’è che nonostante il poco fruttuoso colpo di stato del 1941 e la successiva sconfitta tedesca, proseguirono l’opera ideologica del nazismo dal 1947 con il partito Ba’th, con risultati straordinari in Siria (paese che accolse e protesse tanti membri delle SS ed è tuttora zeppo di vecchi Stg44), paese che rimase fondamentalmente laico grazie all’ideologia del nazismo a soppiantare quella dell’islamismo. Molti punti in comune tra le due, ma con la prima c’è un (bel) po’ di laicità che male non fa. In fondo dopo 60 anni abbiamo ben visto che i nazisti facevano schifo, ma i vincitori dopo non è che siano stati meglio nel forgiare il mondo a loro immagine e somiglianza (e spesso con ben meno dignità non avendo dei profondi ideali da seguire, seppure crudeli dal nostro punto di vista filo-americano).

Torniamo ai negri.
Essere negro in Germania comportava il tipico livello di fastidio, di scarsa integrazione, presente negli altri paesi occidentali. Probabilmente meno che in Francia, paese colonialista abituato a disprezzare i negri (e a odiare gli ebrei… chissà quanto rode in cuor loro ai francesi di non aver causato loro l’Olocausto, eh? Lasciare l’onore a quegli antisemiti della seconda ora dei tedeschi). E forse anche meno che in Italia, visto che a noi degli ebrei fregava relativamente poco mentre i negri eravamo abituati a disprezzarli da decenni (grazie alle colonie).
Però non erano perseguitati appositamente. O non era la norma: erano solo cittadini di serie B. I matrimoni misti ovviamente erano visti malissimo (e divennero illegali) e chi era già figlio di una coppia mista quando arrivò il nazismo non ebbe una vita facilissima. Una cosa è fare il negro purosangue, un’altra è mischiarsi. D’altronde Hitler aveva scritto nel Mein Kampf che “gli ebrei hanno portato i negri nella Renania con il chiaro intento di rovinare l’odiata razza ariana con la risultante bastardizzazione”. Pare che ci furono anche casi di sterilizzazioni forzate di negri. Insomma, meglio essere bianco che negro però non c’era proprio paragone tra essere negro ed essere ebreo (o gay o zingaro).

We are Hitler is not amused.

E come detto questo è ovvio.
Non si odia ciò che non si conosce. La solita idiozia del “la conoscenza porta la tolleranza” è ovviamente un’idiozia. È proprio l’incontrarsi, il convivere, anche solo a livello delle narrazioni montate dai pubblicisti (il negro come macchietta, come icona di inciviltà), che porta il disprezzo bonario o perfino l’odio.
Non si odiano gli zingari se non li hai mai visti né sentiti, inizi a odiarli quando a Cosenza ti rubano l’auto e scopri dai vigili che funziona così: devi andare dal capo degli zingari e chiedere aiuto, loro per una cifra modesta (qualche centinaio di euro) ti aiutano a ritrovare in che strada l’hai parcheggiata per sbaglio e poi te la sei dimenticata. A quel punto magari passi da fare la fiaccolate in difesa dei rom a quelle con i neonazisti per incendiargli i campi.
Non odi i negri se sai a malapena che esistono: li odi quando masse di disoccupati e banditelli, che potevano benissimo essere bianchi e invece sono negri, si spostano nel tuo quartiere e in pochi anni casa tua perde 4/5 del valore, tutti i vicini con i soldi scappano e le strade diventano una fogna (il background del film American History X).

Per questo disprezzo molto di più gli italiani bianchi rispetto ai negri di qualsiasi nazionalità. Gli unici negri che ho conosciuto erano/sono miei amici. Brave persone. Di bianchi coglioni ne trovo a pacchi (senza doverli nemmeno cercare). Ovviamente un po’ di disprezzo lo riservo a tutti perché non mi piace discriminare troppo. Il Duca è severo, ma ingiusto.

Ascaro tedesco, 1919. Con “goggles” per un tocco Steampunk.
I soldati negri, rispettati e ben guidati dagli ufficiali tedeschi, si comportarono in modo eccellente soprattutto in Africa Orientale.

In Germania c’erano poche migliaia di negri.
Le colonie erano durate poco e comunque erano state perse dal 1919 (in realtà completamente isolati dal 1914, come se non ci fossero). Perché mai il nazismo doveva preoccuparsi dei negri? Diverso il caso coi negri non tedeschi: i soldati negri francesi delle truppe coloniali era molto più facile che venissero massacrati, invece che presi come prigionieri, rispetto ai bianchi/arabi. D’altronde in Francia bisogna fare come i francesi no? Seguendo le idee di Sant’Ambrogio e Sant’Agostino, “quando si è a Roma, si fa come i romani”. Sarebbe stata estrema maleducazione non considerare i negri come subumani da disprezzare!

Sant’Agostino, dalla Lettera 54

Credo d’averlo raccontato già una volta : però voglio ricordarlo ancora adesso. Mia madre, la quale m’aveva seguito a Milano, trovò che quella Chiesa il sabato non digiunava; aveva quindi cominciato a turbarsi ed era in ansia non sapendo che cosa avrebbe dovuto fare: allora io non mi curavo di tali cose, ma, per far piacere a lei, consultai su ciò l’incomparabile Ambrogio di santa memoria ed egli mi rispose che non poteva insegnarmi nient’altro che quant’egli stesso faceva, poiché se avesse conosciuto una norma migliore, l’avrebbe osservata di preferenza. Io pensavo che senza darmene la ragione egli mi avesse voluto esortare con la sua sola autorità a non digiunare il sabato, ma egli aggiunse dicendomi: “Quando vado a Roma, digiuno il sabato; ma quando sono qui, non digiuno. Così tu pure, osserva l’uso della Chiesa ove ti capiterà d’andare, se non vuoi essere di scandalo ad alcuno né riceverlo da altri”. Avendo io riferito ciò a mia madre, essa abbracciò quella regola. Quanto poi a me, pensando spesso a quel parere, l’ho sempre ritenuto come se l’avessi ricevuto da un oracolo celeste. Ho sentito spesso con dolore e pena che si generano nei deboli molti turbamenti per la cocciutaggine nel litigare o per la superstiziosa timidezza di qualcuno dei nostri fratelli: litigano per questioni di tal genere che non possono arrivare a nessuna determinata soluzione né basandosi sull’autorità della Sacra Scrittura né sulla Tradizione della Chiesa universale né sull’utilità di rendere più santa la vita. Alla base delle loro opinioni c’è solo un’argomentazione qualunque soggettiva o l’usanza che si osserva nella propria patria o perché uno ha visto l’usanza in qualunque altro luogo e si crede d’esser diventato tanto più istruito quanto più s’è allontanato dai suoi col viaggiare; così sollevano questioni dibattute con tanto attaccamento alle proprie opinioni, che non ritengono giusto se non quel che fanno essi.

E così vari negri tedeschi finirono per servire, arruolati di leva o come volontari, sia nell’esercito che nelle SS. Pure nella Gioventù Hitleriana (al fianco di Ratzinger?). Nazisti negri. Perché se uno è volontario nelle SS non venitemi a dire che è lì perché lo costringono e che no, lui è un bravo liberale democratico abbraccia-alberi-amico-degli-ebrei! Giusto per ricordare che la realtà è più sfaccettata, complicata e fantasiosa della fantasia e magari qualche fesso, vedendo un nazista negro in un romanzo, potrebbe pensare che l’autore sia un cretino: di sicuro un cretino c’è, ma non l’autore.

Tranne Sven Hassel: lui è cretino anche se Albert Mumbuto era negro. Perché sì.
E dal 21 settembre 2012 è pure morto. Un po’ mi dispiace perché ci sono sono autori molto peggiori in giro, a camionate, e così la tacchetta della media qualitativa degli autori in vita è scesa di una frazione. I suoi libri li avevo letti volentieri quando facevo il primo e il secondo anno del liceo.

Ovviamente lo scopo del post era dare del cretino a Sven Hassel.
E ricordare a DagoRed che è morto. Tié: terun va a mangià il sapun!

 


 

Gustav Sabac el Cher
Aggiunta del 19-11-2012, ore 14:00

Mi stavo dimenticando di un dettaglio e di un’altra bella foto. Avete visto il quadro con il soldato negro che abbraccia la ragazza biondo-rossiccia? È opera di Emil Doerstling (1859-1940) e si intitola Preußisches Liebesglück (Felice amore prussiano, credo, del 1890). Pensate che sia una licenza artistica, un’invenzione, magari a scopo xenofobo contro i matrimoni misti?

Non proprio. I due personaggi non sono inventati: secondo lo storico dell’arte Gorch Pieken il soldato è Gustav Sabac el Cher e la ragazza è la sua fidanzata (e poi moglie) Gertrud Perlig. Quando ancora negli USA, che si credono tanto civili, i matrimoni misti erano un’oscenità e i negri cittadini di second’ordine, nella Germania Imperiale dominata dall’ideologia del Suum Cuique, l’identità era prima di tutto culturale e nazionale, legata alle “presunte” peculiarità tedesche nella vita domestica (si veda il bel Sweeping the German Nation – Domesticity and National Identity in Germany, 1870–1945). Solo secondariamente era etnica.

Un negro tedesco poteva essere un buon tedesco, come il più bianco dei bavaresi. E fare carriera anche nell’esercito. Non dico che essere negro fosse come essere bianco, ma il razzismo violento che dominava la cultura francese e statunitense non era presente nella Germania Imperiale. Ricordiamo che la Germania Imperiale era anche stata in grado di integrare perfettamente gli ebrei, molto più numerosi dei negri, al punto da farne sentire tanti prima di tutto tedeschi e solo dopo ebrei (come è giusto che sia per chiunque nella propria nazione).

August Albrecht Sabac el Cher, in abiti “orientali”.

Gustav Sabac el Cher (1868-1934) era figlio di August Sabac el Cher (1836-1885). August venne regalato all’età di sette anni dal Vicerè Ottomano d’Egitto al principe Alberto di Prussia (1809-1872), in visita al Cairo. Ricevette il cognome di Sabac el Cher perché sapeva dire solo quello in arabo: “buongiorno”.
Il principe se ne prese cura (all’epoca regalare agli europei bambini negri non era strano, per gli Ottomani) e lo fece diventare un valletto della sua corte. Fu assistente di Alberto nel quartier generale durante la guerra del 1864 e fu in prima linea, in fanteria, durante la battaglia di Sadowa del 1866. Partecipò a tutte le guerre di unificazione tedesca. Quando il padrone morì, venne mantenuto in servizio nella casa del figlio, principe Alberto pure lui (reggente del Ducato di Brunswick dal 1885 al 1906). Nel 1876 August aveva ormai un reddito annuo di 600 Marchi d’oro, più molti altri bonus, ed era responsabile di argenterie, porcellane ecc… ruoli tipici, appunto, di un maggiordomo. Si ritirò dal servizio nel 1882, per motivi di salute. Era naturalizzato tedesco, un cittadino con pieni diritti come se fosse nato prussiano, e nel 1867 aveva sposato Anna Maria Jung.

Gustav Sabac el Cher nel 1908.

La carriera del figlio Gustav, seppure molto meno ricca di avvenimenti di quella del padre, fu comunque un’onesta carriera. Suonava il violino da quando aveva otto anni e a diciassette divenne musicista nell’esercito tedesco. Nel 1893 venne inviato all’Accademia Reale di Musica e nel 1895 già dirigeva la banda del Primo Reggimento Granatieri a Königsberg. Mica poco. Divenne una celebrità, spesso citato nel giornali, e arrangiò varie ouverture di Mozart per farne marce militari. Nel 1909 lasciò l’esercito e iniziò a lavorare come direttore di banda presso varie città. Secondo questo articolo fu anche un nazionalista di destra e appoggiò il nazismo. Quando morì nel 1934, la moglie ricevette un telegramma di condoglianze dall’Imperatore Guglielmo II, in esilio in Olanda.

 

Malattie della razza negra: la drapetomania

Scritto da il 03 set 2012 | Categorie: For The Lulz, Medicina e salute, Razzismo/Stereotipi, Storia, Vekkiume

Ricordate la mia riflessione di tre anni fa sulla natura negra di noi lettori?
L’articolo prendeva spunto da questo spezzone che proviene dal secondo episodio della miniserie TV Radici del 1977, basata sull’omonimo romanzo di Alex Haley. È una bella miniserie: ci sono dei negri, ci sono dei bianchi, i primi sono schiavi dei secondi. Molto bello.
Ho aggiunto una riflessione supplementare sul video in fondo a questo articolo, qui.

Proprio in questi giorni sto vedendo di nuovo Radici e sono incappato in un paio di altri spezzoni molto interessanti su un problema che mi stava incuriosendo, quello della fuga degli schiavi. Uno pensa agli schiavi e si immagina una cosa arretrata, roba finita 50 anni fa, niente a che vedere con noi uomini moderni del 1912, giusto?

Nulla di più sbagliato (a parte la fornicazione). Pensate ai grigi lavori, quando va bene e si ha un lavoro, e alla voglia di fuga e di cambiare vita. Pensate alle condizioni di lavoro. Siamo onesti, gli schiavi liberati negli USA dopo il 1865 sono stati spesso peggio di come stavano prima della guerra e se parliamo di Europa, beh, dall’abolizione della servitù della gleba da parte di Alessandro II che ha creato masse di contadini “liberi” indebitati e affamati, siamo arrivati fino alla condizione attuale dei co.co.pro. che non è che sia molto meglio.

La fuga è un tema attualissimo. Nella New Economy, quella del tabacco e del cotone egiziano a fibra lunga, orde di co.co.pro. con rinnovo automatico a vita tramite l’agenzia proprietaria si spaccheranno la schiena, lucidando col loro sudore questo nuovo, suggestivo, trionfo del capitalismo finanziario: il Neofeudalesimo. E quando giungerà l’ora, me ne prenderò uno robusto!

Ma come è possibile la fuga?
Pensiamoci, lo schiavo sta meglio di tante altre persone. Sta meglio di un operaio del Settecento a Londra. Ha cibo, sa che il padrone non lo lascerà morire (a meno che non sia un pazzo, ma pure da noi le morti sul lavoro non è che siano poche), ha sicurezza sociale e può con queste certezze pianificarsi una vita, avere una famiglia. Certezze che da anni mancano ai giovani d’oggi. Condizioni di vita che un co.co.pro. si sogna. In più sta facendo il lavoro per cui è adatto e non il Babbo Natale con la laurea in ingegneria aerospaziale o il centralinista che è un fisico nucleare…

Eppure fugge.
Il negrone qui sotto è Kunta Kinte, un Bingo Bongo[Nota] stranamente sprovvisto di hunga munga, arma micidiale (per sé stessi) e raffinato strumento culturale per affettare il cocomero, tagliare le banane dagli alberi e mangiare il pollo fritto (i centopiedi invece li si infilza con un bastoncino).
Bizzarra assenza, invero, bizzarra.

Nonostante tutti i benefici e la bella vita di cibo e lavoro, Kunta Kinte fugge per tre volte sapendo benissimo che se andrà bene verrà catturato, picchiato e riceverà un sacco di frustate a casa. Se andrà male finirà nelle mani di qualche cacciatore pazzo che lo torturerà a morte e lo lascerà come monito in mezzo alla strada. Non ha nessuna possibilità di tornare libero: il Canada è troppo distante e lui non può diventare bianco per passare inosservato.

Continuare a fuggire e a ricevere frustate, come una bestiolina rincretinita che morde il cibo elettrificato, è un comportamento folle se consideriamo che Kunta Kinte è più intelligente di tanti altri negri. E quell’impulso irresistibile che lo porta a fuggire, quell’autentica febbre della fuga, non colpisce gli altri negri della piantagione: solo lui è ridotto in quello stato, causando stupore e timore nel vecchio e saggio Violino (il suo migliore amico).

Alla quarta fuga i cacciatori gli amputano metà del piede destro per impedirne altre. Passano gli anni e nonostante la menomazione che lo ha reso permanentemente zoppo, Kunta Kinte viene di nuovo colto dalla frenesia della fuga quando ormai ha una famiglia, una figlia nata da poco e serve sotto un padrone saggio, buono e generoso. Sta meglio di praticamente tutti gli operai londinesi dello stesso periodo, la fine del Settecento. Solo per un pelo l’amore per la famiglia gli permette di resistere alla voglia di correre via, verso il nulla, con altri negri febbricitanti dello stesso desiderio irrealizzabile, certo solo di venire catturato di nuovo.

Fortunatamente la scienza medica ha permesso di svelare il mistero. L’egregio dottor Samuel Adolphus Cartwright, della Virginia, ha pubblicato sul numero del maggio 1851 di The New Orleans Medical and Surgical Journal un articolo intitolato Report on the Diseases and Peculiarities of the Negro Race, in cui affronta anche questa malattia mentale tipica della razza negra: la drapetomania.
Sperando di far cosa gradita a chi, come me, cerca una risposta a questo dilemma razziale e ambisce a una soluzione per guarire i negri colpiti da questo terribile male, ho tradotto parte dell’articolo in italiano.

Dall’inizio dell’articolo:

Prima di entrare nelle peculiarità delle loro malattie, è necessario dare uno sguardo alle differenze anatomiche e fisiologiche tra l’uomo negro e l’uomo bianco, altrimenti le loro malattie non possono essere comprese. È spesso dato per scontato che il colore della pelle sia la principale ed essenziale differenza tra la razza negra e la razza bianca. [...] Anche il cervello del negro e i nervi, il chilo e gli altri umori, sono colorati con una sfumatura di pervasiva oscurità. La sua bile è di un colore più intenso e il sangue e più nero di quello dell’uomo bianco. C’è la stessa differenza nella carne tra il bianco e il nero, per quanto riguarda il colore, di quella che esiste tra le carne di coniglio e la carne di lepre.

Bestiacce strane, decisamente. E sgradevoli, perbacco!
Che una fisicità tanto oscena sia ricettacolo anche di oscene turbe della mente?
Così è, invero, ed ecco il male di cui volevo parlare (ma ce ne sono altri ancora):

Drapetomania, o la malattia che porta i negri a fuggire.
[...] Non è conosciuta dalle nostre autorità mediche, anche se il suo sintomo diagnostico, la fuga dal servizio, è ben nota ai nostri coltivatori e ai sorveglianti [...]
Nell’annunciare una malattia finora non classificata nella lunga lista dei malanni a cui l’uomo è soggetto, è necessario disporre di un nuovo termine per chiamarla. La causa che induce il negro a scappare dal servizio, nella maggior parte dei casi, è una malattia della mente come qualsiasi altra forma di alienazione mentale ed è molto più semplice da curare, in generale. Avvantaggiandosi di adeguati consigli medici, da seguire rigidamente, l’abitudine problematica che hanno tanti negri di fuggire via può essere interamente prevenuta, anche nel caso in cui gli schiavi abitino al confine con uno stato libero, a un tiro di pietra dagli abolizionisti.
[...]
Se l’uomo bianco cerca di opporsi alla volontà di Dio, tentando di fare del negro qualcosa di diverso dal “sottomesso genuflesso[Nota] (che l’Onnipotente ha decretato che fosse), cercando di elevarlo al proprio livello, o ponendo sé stesso in un rapporto di eguaglianza col negro, o se abusa del potere che Dio gli ha dato sul suo compagno trattandolo crudelmente, punendolo quando si è arrabbiati o negandogli la protezione dagli abusi dei compagni servi e di tutti gli altri, o negandogli le normali comodità e necessità per vivere, il negro scapperà via. Ma se lo mantiene nella posizione che sappiamo le Scritture intendono fargli occupare, quella del sottomesso e se il suo padrone o sorvegliante è gentile e cortese con lui, ma senza condiscendenza, e allo stesso tempo soddisfa i suoi bisogni fisici e lo protegge dagli abusi, il negro sarà ammaliato e non potrà fuggire via.
[...]
In base alla mia esperienza, il “genu flexit”, la soggezione e la riverenza, devono essere pretesi da loro altrimenti disprezzeranno i padroni, diventeranno scortesi e ingovernabili e fuggiranno via. [...] due tipi di persone sono portate a perdere i loro negri: quelli che sono con loro troppo famigliari, li trattano come eguali, e fanno scarsa o nessuna distinzione per il colore della pelle; e, dall’altra parte, quelli che li trattano crudelmente, negano loro le semplici necessità delle vita, non li proteggono dagli abusi degli altri o li spaventano con approcci minacciosi quando devono punirli per le loro malefatte. Prima che i negri fuggano, a meno che non siano spaventati o colti dal panico, diventano imbronciati e insoddisfatti. La causa di questo malumore e di questa insoddisfazione va rintracciata e rimossa o saranno portati a fuggire via o cadere preda della consunzione dei negri [nota: un altro malanno trattato nell'articolo]. Quando sono imbronciati o insoddisfatti senza motivo, l’esperienza di coloro che si occupano di queste cose è decisamente in favore a frustarli fino a fare uscire il malumore, come misura preventiva contro il darsi alla latitanza o altre cattive condotte. Veniva chiamata frustare il diavolo fuori.

Se trattati gentilmente, ben nutriti e vestiti, con combustibile sufficiente per mantenere un piccolo fuoco acceso tutta la notte – separati in famiglie e ogni famiglia con la propria casa – senza il permesso di vagare di notte per visitare i vicino, di ricevere visite o usare liquori intossicanti, e se non oberati di lavoro o esposti troppo alle intemperie, sono molto facili da governare – più di qualsiasi altra popolazione del mondo.
Quando tutto ciò è garantito, se uno di loro o più di uno, in qualsiasi momento, è portato ad alzare la testa e mettersi sullo stesso piano del loro padrone o sorvegliante, l’umanità e il loro stesso bene necessitano che siano puniti fino a ricadere nello stato sottomesso che è stato previsto per loro fin da quando il loro progenitore ricevette il nome di Canaan o “sottomesso genuflesso”. Devono essere mantenuti in questo stato e trattati come bambini, con cura, gentilezza, attenzione e umanità, per prevenire e curare le fughe.

L’articolo è riportato per intero nel settimo volume di raccolta di The New Orleans Medical and Surgical Journal, telefonoscopioridotta in PDF da Google.

Samuel Adolphus Cartwright (1793-1863)
Luminare della scienza medica.

A chi, stolto che non ha fiducia nella scienza medica, dubita delle parole dell’esimio dottor Cartwright, un autentico luminare nel suo campo, voglio ricordare la disciplina atletica dei cento metri piani.
Come è noto i cento metri piani sono dominati dalla razza negra, ma forse non avete mai riflettuto su cosa siano davvero i cento metri piani: sono una fuga, rapidissima. Ed ecco che il negro, la cui razza anela la fuga ed è per questo l’unica a soffrire di drapetomania, per pochi secondi ha quella marcia in più che lo rende più rapido di un bianco. Scatta e fugge a razzo e dopo cento rallenta, col corpo che in ritardo rammenta la propria condizione di uomo libero e non di schiavo in fuga. Tant’è che lo stesso Usain Bolt ha rammentato nel corso delle olimpiadi appena trascorse quanto sia diverso fare i duecento metri, che pure non sono certo una maratona, rispetto ai cento (ed avendo lui il più vigoroso caso di drapetomania della storia, da far invidia a Kunta Kinte, ha vinto l’oro anche nei duecento).

Dite che affermo sciocchezze? Guai a voi, stolti: pensate che disporre dietro agli atleti NEGRI, guarda caso, proprio dei signori BIANCHI, spesso con l’aspetto rubizzo di un proprietario terriero, e che la partenza sia annunciata non con un gentile fischio, o con una bandierinaa che discenda o con un semaforo, ma proprio con lo sparo di una pistola, sia solo una buffa serie di coincidenze?
Vedete e credete:

Non è la scienza medica una meravigliosa disciplina capace di spiegare tanti misteri dell’uomo? Poffarbacco se lo è, invero!

 



Riflessione supplementare sul primo video.
Una delle cose più divertenti della miniserie Radici è che nonostante voglia essere una rappresentazione credibile dell’epoca, alcune delle peggiori idee razziste (sostenute dai bianchi del film, che in teoria sarebbero dovuti apparire come dei razzisti che dicono idiozie razziste) sono presentate coi fatti come se fossero vere. E ci sono più bianchi buoni e generosi che negri davvero intelligenti. A parte l’ossessione di Kunta Kinte per le fughe irragionevoli, che in fondo si può giustificare, c’è il caso di sua figlia, una ragazza molto intelligente a cui la padrona bianca (una coetanea) ha insegnato a leggere e a scrivere. Con la sua superiore cultura (né il padre Kunta Kinte né gli altri negri sanno leggere), la ragazza si monta la testa e pensa di poter violare le regole, essere come una bianca, al punto di falsificare un lasciapassare per amore di uno schiavo a cui vuole favorire la fuga.
Questo porta a una catastrofe (cattura del ragazzo e scoperta del documento falso) a cui segue la vendita della ragazza che viene comprata da un padrone molto peggiore (il dottore era una sorta di santo con l’orrore della frusta) che già dalla prima sera inizia a stuprarla per mesi, fino a metterla incinta (uno schiavo gratis!). E cosa avevano detto nel video sull’insegnare a leggere ai negri e sul dolore che un mutamento della loro condizione “inconsapevole” può portare? Altro che sciocca idea razzista presentata per mettere in cattiva luce i bianchi dell’epoca: il film ha dimostrato, nella sua storia, che era VERA!

Nel leggere la spiegazione del dottor Cartwright sulla drapetomania è possibile notare un altro elemento a favore delle idee razziste in Radici: è proprio il rapporto di eguaglianza, l’essere le “migliori amiche”, tra la ragazza bianca e la figlia di Kunta Kinte a riempire la testa di quest’ultima di sciocche idee di una fuga per amore. Il buon padrone è invece quello gentile e generoso, ma fermo e che mantiene il negro al suo posto (anche a costo di doverlo punire contro la propria volontà, soffrendo per averlo fatto), come il dottore, non lo sciocco che illude il negro di essere come il bianco.

Nota: ci sono delle differenze nei cognomi e nei rapporti di parentela tra libro e miniserie, per cui ho evitato di precisare troppo.
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Nota sul Bingo Bongo.
Nello specifico Kunta Kinte è un Mandingo che sembra un nome razzista quanto bingo bongo, roba da attore porno specializzato in film alla Blacks on Blondes (che ovviamente mi ripugnano e li conosco solo per poter ammonire le fanciulle per bene dal vederli), ma invece è il vero nome di uno dei principali gruppi etnici dell’Africa (chiamati anche Mandinka o Malinke).

Per ulteriore lulz il fiume accanto al villaggio di questo Bingo Bongo si chiama Kambi Bolongo (che noi occidentali chiamiamo più dignitosamente Gambia). Seriamente, amici africani: prendete per il culo o fate sul serio?
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Nota su “sottomesso genuflesso”.
Nel testo inglese era “submissive knee-bender”. La definizione del negro come schiavo e la giustificazione (usata prevalentemente dall’Islam) per il commercio dei negri è presa dal nono capitolo della Genesi nel Pentateuco. Per leggere la versione interconfessionale clicca qui: ▼

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Nuovi lettori di eBook da IBS e Telecom

Scritto da il 19 dic 2011 | Categorie: Ebook, Razzismo/Stereotipi

Si avvicina il Natale, ovvero il Compleanno di Babbo Natale e pure di Mitra (un tizio col berretto frigio che per sport sparava con armi automatiche sui tori) visto che è la festa del Sol Invictus (Dies Natalis Solis Invicti, dal 25 dicembre 274).
E c’è pure in mezzo una roba cristiana che non ricordo, ma non vorrei offenderli citandoli in modo inesatto: so quanto disprezzino festeggiare le nascite, pratica che ritengono degna solo dei peggiori pagani.
Gli ebrei invece a breve inizieranno a festeggiare l’Hanukkah, sovrapponendosi in parte al compleanno di Mitra. Non so esattamente che festa sia, ma immagino che si facciano le solite cose che fanno i nasoni: torturare gli animali, amministrare le principali banche mondiali, sostenere le rivoluzioni comuniste e sacrificare i bambini cristiani per berne il sangue. Magari distruggere con le ruspe un po’ di baracche piene di palestinesi.
Qualcosa del genere.
Non sono esperto di questi culti alla moda: chiedete a Zwei che è del giro.

Mi sono perso un attimo nelle riflessioni religiose.
Ah, sì: Lettori di eBook. Dicevo che con l’arrivo di Babbo Natale capita che il popolo faccia un pensierino sull’adozione di un eReader. Il Kindle ormai lo conoscono tutti, spero, e dell’Odyssey si è già detto quel poco che si è potuto racimolare nelle settimane scorse (chi lo ha provato dal vivo dica pure com’è nei commenti). Non ho idea di come sia il Sony PRS T-1, di cui sto leggendo pareri diversi. Ero sicuro di aver letto da qualche parte che è meglio dell’Odyssey per i PDF, ma poi mi sono imbattuto in questo:

No, il PRS-T1 non mi piace per niente. Oltre a costare quasi il doppio del Kindle (e ad avere una cornice lucida riflettente e ideale per le impronte), ha una quantità infinita di problemi, che si spera verranno risolti con la versione successiva: soprattutto con i PDF dà un sacco di grane. Inoltre il touch su questi prodotti a mio avviso non ha particolare senso e l’uso (inevitabile) dell’infrarosso per rilevare il touch è un salto nella preistoria se si proviene dal touch capacitivo. Se hai intenzione di usare l’ebook reader *per leggere libri* (e non quindi per ulteriori attività collaterali, come navigare sul Web), il PRS-T1 non ha particolare significato, e il raddoppio del prezzo non è in alcun modo giustificato.

E non so che pensare se non quello che pensavo già prima: piuttosto che pagare dei bastardi che avevano imposto il prezzo per i “terroni italiani” a 50 euro in più (199 euro) rispetto al prezzo per gli “ariani franco-tedeschi” (149 euro) preferirei ammazzarmi.
Sono piuttosto sicuro che una della fanciulle che mi legge, credo una di quelle col pene (futanari, quindi), abbia ricevuto un T-1 in regalo. Un parere sulla veridicità o meno di quel commento mi fa comodo: sentiti libera di manipolarti il ventre pensando al Duca scrivere nei commenti tutto ciò che riterrai utile dire. ^_^

A parte questi eReader già noti, sono apparsi in Italia un altro paio di apparecchi: il nuovo Biblet di Telecom e i nuovi Leggo di IBS.
Voglio spendere un paio di parole su di loro giusto per informarvi della loro esistenza. Provvedete poi voi a cercare video e recensioni o a provarli nei negozi. Il nuovo eReader della Telecom dovrebbe essere presente sugli scaffali, come pure l’Odyssey (che ormai non penso che comprerò dopo l’ottima esperienza col Nook Touch a cui dedicherò presto un articolo).

Cominciamo col Biblet.
Il vecchio Biblet bianco era un Binder della Sagem che dal Natale scorso veniva venduto all’indecente prezzo di 259 euro. Aveva il 3G per connettersi sempre al negozio Biblet dove è possibile comprare eBook italiani di qualità scadente venduti a un prezzo indecente… ma questo non è colpa del negozio, è colpa degli editori italiani.

Il nuovo Biblet è un Onda OB600KT, tinto di nero e dalla connessione 3G incerta.

Il nuovo Biblet Onda

Carino, ricorda un po’ il Kindle 3 ancora in vendita, con quindi gli aspetti positivi e negativi del tastierino. Il nuovo Biblet Onda (codice TB600KT) ha un prezzo molto buono, 99 euro, chiaramente studiato per affrontare la concorrenza del Kindle 4 arrivato a inizio mese in Italia.

Diamo un’occhiata alle specifiche rilevanti, prese dalla pagina di vendita: schermo E Ink Pearl classico (6 pollici e 600×800 pixel, come negli altri lettori) con aggiunta del Touch ad affiancare il tastierino fisico, connessione Wi-Fi, 2 GB di memoria interna e slot per schede SD fino a 8 GB (SD, non microSD).
Non sembra male. Lo schermo è bello. La batteria immagino che durerà il solito, inutile perdere tempo a fare confronti dato il modo farlocco in cui vengono indicati i consumi nei siti dei venditori: peggio del mio Gen3 non farà (a Wi-Fi spento) e col mio Gen3 ho letto con piacere, e senza sentire affatto il “peso” della ricarica, per due anni e mezzo!

Legge gli ePub e i PDF, anche con DRM Adobe, oltre ai file in semplice HTML, ai TXT e a qualche immagine.
Un classico buon lettore, si direbbe. A un prezzo competitivo. Un po’ voluminoso rispetto agli eReader più compatti come il Kindle 4, ma niente di tragico. A me quel po’ di bordo in più in basso non dispiace, anzi, nel mio Nook Touch l’unico difetto che mi fa rimpiangere un pochino il Cybook Gen3 è proprio la cornice troppo uniforme che non permette una solida presa in basso. Bisogna però dire che i tasti avanti/indietro sono posti a sinistra, cosa poco comoda per un lettore che non sia mancino nel caso voglia leggere con una sola mano e senza modificare mai la presa sul lettore (come facevo io col Cybook Gen3).

Non si sa se ci sia o meno il 3G, ma io sono piuttosto sicuro che non sia presente. Il 3G costa e qui il prezzo è basso. In più il modello è indicato proprio come Wi-Fi & Touch, senza indicazioni di presenza del 3G nella scheda ufficiale (ma è rimasta nella pagina generale sui Biblet Telecom).
Nemmeno il manuale di istruzioni parla di connessione 3G, in compenso pare sia presente un Browser: col Wi-Fi è possibile navigare liberamente, per leggere la posta su gmail o consultare wikipedia o andare sul blog preferito, o è vincolato a pochi siti scelti da Telecom? Le istruzioni non lo dicono.

Sul PDF dell’annuncio però si parla di navigazione libera:

Il device è caratterizzato da un display touchscreen di 6″ a inchiostro elettronico che rende più agevole la lettura offrendo la sensazione del foglio di carta, anche sotto la luce del sole. Dispone di una tastiera per facilitare la navigazione libera in Internet, consentita grazie alla modalità WiFi, e accedere così in mobilità anche ai siti dei principali quotidiani nazionali come La Repubblica, Il Messaggero, Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport.

Le istruzioni però dicono una cosa diversa sui formati:
File supportati:

Testo (PDF, EPUB, DOC, RTF, HTML, FB2, TXT, DjVu, LIT, CHM, WOL)
Immagini (BMP, JPG, PNG, GIF)
Musica (MP3, WAV, OGG)
File compressi (RAR, ZIP)

Davvero legge DOC, RTF, DJVU e perfino il defunto LIT? Ne dubito molto, ma chissà… se qualcuno lo ha comprato mi farebbe un favore se lo indicasse in un commento.

Sulla carta è un ottimo prodotto.
Non rimane che provarlo e scoprire come gestisce le annotazioni, se permette di prendere appunti liberamente (per levarsi il taccuino dalla tasca), se è possibile leggere in landscape i PDF (fondamentale per i manuali e la saggistica) e quanto è comoda la gestione dello zoom ecc…
Attendo commenti. Sarebbe un piacere poterlo consigliare come alternativa al Kindle 4 e al suo odioso formato proprietario!

Passiamo ai nuovi eReader IBS.
Beh, ecco, non c’è molto da dire. Il nuovo eReader 6 pollici PB612 è semplicemente la versione senza 3G del vecchio lettore PB603 e grazie a questo risparmio tecnico ha il prezzo ridotto da 199 a 169 euro. Indecente, siamo seri. Meglio prendere il Cybook Odyssey a 149-159 euro (incluso bonus per comprare eBook su Ultima Books o su Feltrinelli) se uno è disposto a pagare quel prezzo!
Il resto è tutto come prima, incluso il touch via pennino. Se un anno fa il Leggo era un lettore accettabile, superiore al tremendo Biblet Sagem, ora il confronto secondo me non è nemmeno possibile: Biblet Onda vince a mani basse.

Molto più interessante invece il Pocketbook 912 rimarchiato come Leggo IBS PB912. Il prezzo è alto, ma non è fuori di testa (il 912 originale si trova anche a 330 euro più spedizione, pare) e si tratta comunque di un 9,7 pollici con risoluzione 1200×825, ideale per chi ha gravi problemi di vista o vuole consultare PDF in formato A4.

Schermo: 9,7” E Ink (non Pearl), 16 livelli di grigio, 1200×825 pixel
Touch screen con stilo
Orientamento verticale/orizzontale con G-sensor
Memoria interna 2 GB
Slot per schede Micro SD fino a 32 GB
Modifica dimensione caratteri, dizionario, segnalibri, orologio, calendario
Testi: PDF (anche Adobe DRM), Epub (anche Adobe DRM), PRC, FB2, TXT, DJVU, RTF, HTML, CHM, DOC, TCR, FB2.ZIP
Immagini: JPEG, BMP, PNG, TIFF
Audio: MP3

Recensione del Pocketbook 912:
http://goodereader.com/blog/electronic-readers/pocketbook-912-pro-e-reader-review/

Scheda ufficiale:
http://www.pocketbook-int.com/us/products/pocketbook-pro-912

Rimane il dubbio, come si chiedono sul Forum di Simplicissimus, se IBS castrerà le funzioni del pocketbook come fece all’epoca con il PB603. Se non lo farà è un ottimo eReader, poco adatto alla lettura comoda con una mano sola, ma con tutti i vantaggi del grande schermo.

Attendo commenti da chi ha potuto provare i nuovi lettori Biblet Onda e IBS Leggo.
Soprattutto il Biblet.

 

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