Archivio per la Categoria 'Storia'

  1. I piccioni fotografi di Neubronner by Il Duca di Baionette
  2. Il Telefonoscopio di Robida e altre meraviglie by Il Duca di Baionette
  3. La telefonia mobile di cento anni fa (e un po' di cinema) by Il Duca di Baionette
  4. Il monaco del Cinquecento e altri automi by Il Duca di Baionette
  5. Quei temerari sulle macchine volanti: umorismo con pickelhaube by Il Duca di Baionette
  6. Steampunk Day (Giornata della Vaporteppa) 2011 by Il Duca di Baionette
  7. I Supersizers e le prelibatezze vittoriane by Il Duca di Baionette
  8. Fucili Elettrici del Lungo XIX Secolo by Il Duca di Baionette
  9. Sucker Punch: mech, pickelhauben e baionette by Il Duca di Baionette
  10. I Coniglietti del Venerdì (26) by Il Duca di Baionette
  11. Il Kaiser Guglielmo II va a Copenhagen (1903) by Il Duca di Baionette
  12. 102 anni fa: il Manifesto del Futurismo by Il Duca di Baionette
  13. 110 anni dalla morte della Regina Vittoria by Il Duca di Baionette
  14. Anniversario della proclamazione dell'Impero Tedesco (18 gennaio 1871) by Il Duca di Baionette
  15. Aggiornamento (più o meno) periodico a tema eBook (5) by Il Duca di Baionette
  16. Inaugurazione dell'Osservatorio Fatine by Il Duca di Baionette
  17. Disinformati e contenti: FM sullo Steampunk by Il Duca di Baionette
  18. Cartoni educativi francesi (e fatine bonus) by Il Duca di Baionette
  19. La domestica frivola: video erotici di inizio Novecento by Il Duca di Baionette
  20. La Germania Imperiale e Alvaro Vitali by Il Duca di Baionette
  21. The Victorians by Il Duca di Baionette
  22. Lo Steampunk e il Risorgimento by Il Duca di Baionette
  23. L'Ottocento e l'Inghilterra Vittoriana, bibliografia minima by Il Duca di Baionette
  24. Steampunk Web: Internet è una serie di tubi! by Il Duca di Baionette
  25. Indovina chi è... by Il Duca di Baionette
  26. Tanti auguri Nikola Tesla, tanti auguri a te! by Il Duca di Baionette
  27. Rinascimento e Prima Età Moderna: bibliografia minima by Il Duca di Baionette
  28. Medioevo: bibliografia minima per scrittori by Il Duca di Baionette

I piccioni fotografi di Neubronner

Scritto da il 07 gen 2012 | Categorie: Fatine, Grande Guerra, Storia, Storia Militare

Un breve articolo, giusto qualche informazione, per segnalare un dispositivo interessante per chi si occupa di Steampunk o di romanzi ambientati nei primi anni del ’900: il piccione con fotocamera di Neubronner.

Julius Gustav Neubronner (1852-1932) apparteneva a una storica famiglia di farmacisti di Kronberg im Taunus, una cittadina dell’Assia. Fin da adolescente, nel 1865, aveva sviluppato un grande interesse per la fotografia. Nel 1886 ereditò la farmacia del padre a Kronberg e nel 1891 trasferì casa e negozio presso la “chiesa contesa”, un edificio che doveva ospitare una chiesa cattolica mai inaugurata.

Dopo il 1902 cominciò a usare i piccioni per ricevere rapidamente sostanze chimiche dal suo fornitore di Francoforte (un piccione poteva portare fino a 75 grammi di prodotti).
Impiegò i piccioni anche per spedire ordini urgenti di medicine al famoso sanatorio fondato nel 1876 da Dettweiler a Königstein im Taunus (circa 5 km in linea d’aria tra le due località), ma la cosa terminò dopo tre anni quando il sanatorio divenne un convalescenziario per ufficiali nel 1907.
L’idea non era originale: l’aveva già avuta il padre Wilhelm molti anni prima, quando le farmacie nei villaggi circostanti erano ancora rare. Neubronner ci ripensò a causa di un articolo di giornale che parlava di un sistema simile impiegato a Boston.

Julius Neubronner ebbe anche clienti molto illustri. La Principessa Vittoria di Sassonia-Coburgo-Gotha, figlia primogenita della Regina Vittoria d’Inghilterra, conosciuta col nome di Imperatrice Federico (Kaiserin Friedrich) dopo la morte dell’Imperatore Federico III nel 1888, scelse come sede per gli ultimi anni di vita (morì nel 1901) lo Schloss Friedrichshof presso Kronberg im Taunus. Julius Neubronner divenne il suo farmacista di corte.
Ma non è la sua carriera di farmacista a interessarmi.

Nel 1903 la passione per la fotografia si unì a quella per i piccioni.
Neubronner realizzò delle fotocamere in legno di peso ridotto, 30-75 grammi, da agganciare al petto dei piccioni tramite cinghie e un’armatura in alluminio. Neubronner testò il sistema di foto aeree portando il piccione a 100 chilometri da casa. A causa del peso il piccione volava a solo 50-100 metri dal suolo e (vantaggio) tendeva a prendere il percorso più breve per potersi liberare dell’attrezzatura. Le fotografie venivano scattate in automatico tramite un sistema pneumatico che gestiva l’intervallo di scatto.
Ottenne il brevetto nel 1908 e presentò l’invenzione alle esposizioni internazionali di Dresda, Francoforte e Parigi tra il 1909 e il 1911, riscuotendo un notevole interesse. A Dresda i visitatori poterono assistere all’arrivo dei piccioni che scattavano le foto e comprare le cartoline con le foto appena sviluppate. Al Salon International de l’Aéronautique et de l’Espace de Paris-Le Bourget ottenne due medaglie d’oro, nel 1910 e nel 1911, per il metodo impiegato e per la qualità delle foto.



Julius Neubronner nel 1914; una foto aerea dello Schloss Friedrichshof e due di Francoforte fatte dai piccioni; schizzo dell’imbracatura dal brevetto depositato nel 1907; piccioni con imbracature e fotocamere; articolo d’epoca. Notare le fatine cancellate in queste foto manomesse dopo il 1918.
 

L’invenzione di Neubronner venne considerata molto utile per l’uso militare, nonostante l’invenzione degli aerei che permettavano ricognizioni aeree fotografiche molto superiori a quelle prima possibili per mezzo dei soli palloni. Il piccione aveva il vantaggio di poter sfrecciare a quota inferiore, catturando foto dietro le linee nemiche senza la visibilità di un aereo. Pur con tutti i problemi, incluse fucilate e uccelli da preda messi a difesa delle trincee, il piccione fotografo aveva i suoi vantaggi.

Il Ministero della Guerra Prussiano si interessò all’idea e lo scetticismo iniziale venne superato da una serie di dimostrazioni pratiche. I piccioni erano indifferenti alle esplosioni, ma il rapido spostamento delle gabbie durante i combattimenti li costringeva a impiegare un po’ di tempo ulteriore per orientarsi. Il problema delle colombaie mobili era stato già affrontato nel 1880 dall’esercito italiano, con risultati alterni, e il capitano d’artiglieria francese Reynaud lo risolse allevando i piccioni all’interno di colombaie itineranti.

Neubronner raggiunse una soluzione simile costruendo una colombaia mobile con inclusa la camera oscura, pitturata con colori sgargianti. In alcuni mesi di lavoro riuscì a istruire dei giovani piccioni a tornare alla colombaia anche dopo che questa era stata spostata. Non ho idea del modo: immagino che abbiano imparato a scandagliare l’area circostante alla ricerca della struttura quando non lo trovavano nel posto in cui si aspettavano di trovarla. La impiegò con successo a Dresda nel 1909.

Dopo anni di negoziati Neubronner ottenne un test pratico dei suoi piccioni fotografi per le manovre militari presso Strasburgo, nell’agosto del 1914, a cui sarebbe seguito l’acquisto dell’invenzione da parte della Germania. La manovra saltò per lo scoppio della guerra, ma non il test: i militari presero colombaie e piccioni e li testarono sul campo di battaglia, con risultati soddisfacenti.

Con l’inizio della guerra di trincea, i piccioni riebbero il ruolo di messaggeri che il telefono aveva minacciato negli anni precedenti, inclusi i nuovi piccioni da ricognizione di Neubronner. I piccioni fotografi ottennero un tale successo alla Battaglia di Verdun che le colombaie mobili vennero impiegate in quantità maggiore per la Battaglia della Somme.
I piccioni vennero impiegati come messaggeri da entrambe le parti. Lo United States Army Signal Corps utilizzò 600 piccioni in Francia. Il piccione Cher Ami ricevette la Croix de Guerre per aver consegnato 12 importanti messaggi durante la Battaglia di Verdun. Venne colpito nell’ottobre del 1918 mentre portava un messaggio che salvò 194 soldati del Battaglione Perduto. Sopravvisse, ma perse una zampa e gliene fecero una nuova in legno. Srsly.

Sfortunatamente, finita la guerra, complici forse le condizioni folli imposte dal Trattato di Versailles, il Ministero della Guerra disse a Neubronner che la sua invenzione non aveva un uso militare pratico e dunque non intendevano proseguire gli esperimenti.

Neubronner era anche appassionato di lanterne magiche e di cinema. Nel 1905 fondò la Fabrik für Trockenklebematerial che ancora esiste col nome di Neubronner GmbH & Co. KG, per vendere il nastro perforato adesivo che aveva ideato a partire dalle sue esperienze sull’incollaggio delle fotografie alle lastre in vetro per le proiezioni della lanterna magica.
Un professionista pieno di idee e di interessi, anche se preferisco ricordarlo come l’uomo che studiò un sistema per attaccare una macchina fotografica al proprio uccello.

Colombaia motorizzata francese della Grande Guerra.

Sempre a tema piccioni e fotografia, qualcosa di completamente differente.
Durante la guerra Franco-Prussiana del 1870-1871 Parigi, che visse l’episodio storico della Comune, venne assediata dai tedeschi. Per poter ottenere informazioni dall’esterno, Parigi iniziò a inviare tramite mongolfiera i piccioni fino a Tours. Il via vai di mongolfiere su Parigi, nel tentativo degli assediati di sopravvivere ottenendo alimenti tramite questo bizzarro (e ridicolo) ponte aereo, non piaceva molto ai tedeschi che tentavano di abbattere i palloni come potevano e pare che la Krupp sviluppò apposta un primo tipo cannone contraereo di cui non ho mai trovato immagini.

I piccioni arrivati a Tours potevano ricevere i messaggi e ripartire. Dove sta la fotografia? Semplice. Inviare brevi messaggi scritti in miniatura su carta finissima non è particolarmente efficiente come sistema e i francesi iniziarono a inviare pellicole fotografiche con le foto delle pagine dei dispacci, in pratica dei microfilm. Il primo uso militare dei microfilm storicamente accertato. In tal modo un piccione poteva portare addosso molte più informazioni: uno dei tubi inviati nel gennaio 1870 conteneva 6 dispacci ufficiali e 15 privati. Il tutto su un singolo piccione! Un piccolo miracolo della miniaturizzazione fotografica.

Non che i piccioni fossero molto efficienti come messaggeri, comunque: pare che nel novembre 1870 di 89 piccioni inviati ne arrivarono a destinazione solo 19 e nel febbraio 1871 dei 22 piccioni partiti da Tours solo 3 arrivarono a Parigi (stime di Savelon). Cattivo tempo e cacciatori francesi affamati, nonché gli sforzi prussiani per abbattere i piccioni tramite fucilate e falchi, rendevano quello del piccione viaggiatore un mestiere infame. Non per niente, per chi disponeva di personale addestrato come l’esercito prussiano, si impiegavano le astute e rapide fatine nel ruolo di staffette. Come è noto.

 
Fonti principali:
http://en.wikipedia.org/wiki/Julius_Neubronner
http://en.wikipedia.org/wiki/Pigeon_photography
http://www.cix.co.uk/~mhayhurst/jdhayhurst/pigeon/pigeon.html

 

Il Telefonoscopio di Robida e altre meraviglie

Scritto da il 15 ott 2011 | Categorie: Ebook, Editoria, Fantascienza Retrò, Steampunk, Storia

Nell’articolo sul telefonino di primo Novecento si vedevano due ragazze effettuare una chiamata per chiedere di ascoltare della musica. Non collegandosi a un broadcast radiofonico, ma chiedendo uno specifico disco a una centralinista.

Musica in streaming. Ora è una cosa normale, ma all’epoca no: non c’era nemmeno il telefonino, figurarsi usarlo per ascoltare musica! Ma l’idea di ascoltare musica via telefono, trasmessa da una “radio via cavo” o scelta dal cliente, a quando risale?

Dedico questo articolo a una carrellata di servizi e tecnologie del Lungo XIX Secolo per l’intrattenimento via cavo, ormai ricordati solo dagli appassionati, e alla fantascienza profetica di Albert Robida sul mondo delle telecomunicazioni.
L’opera di Robida da cui traggo le citazioni per questo articolo, tradotte da me in italiano, è Le Vingtième Siècle del 1883 che ho letto nella prima edizione in lingua inglese (The Twentieth Century, 2004). Per chi mastica il francese la prima edizione è disponibile su Wikisource (quella americana contiene il “best of” della grafica delle varie edizioni francesi, a detta dei curatori). La primissima edizione di lusso venne pubblicata per il Natale del 1882 al doppio del prezzo dei volumi rilegati di Verne. Le vendite andarono benissimo. Solo dopo venne riproposta a fascicoli e raccolta in nuove edizioni più economiche, per cui spesso si indica il 1883 come data dell’opera, riferendosi all’uscita delle prime versioni economiche.

 
Il telefonografo: vivavoce, citofono…
Fin dal primo capitolo Robida ci presenta una meraviglia delle comunicazioni del “futuro” Ventesimo Secolo, il telefonografo: un apparecchio multiuso per ascoltare e parlare senza bisogno di un cornetta. Vivavoce. Prima applicazione pratica presentata? Il citofono! Gran parte dell’ingegno di Robida non sta nelle invenzioni in sé, ma nel modo in cui intuisce che verranno sfruttate.
Robida non ha scritto un romanzo scientifico, non si è concentrato sulla tecnologia: ha fatto fantascienza, concentrandosi sugli effetti della tecnologia. Cosa farebbe la gente se possedesse una certa tecnologia? Come la sfrutterebbe? Queste sono le domande attorno a cui ruota l’opera di Robida.

Una nota prima della lettura. ▼

[...] un bellissimo giardino proteggeva la villa dei Ponto con un denso muro verde di vegetazione.
Appena misero piede nel giardino, le due ragazze Ponto si stupirono che né il padre né la madre fossero lì a dar loro il benvenuto. Barbe si incamminò fino al telefonografo installato in uno dei pilastri del cancello e si annunciò come un ordinario visitatore.
“Hélène, Barbe e Barnabette!”

[Il custode risponde e apre il cancello. Le tre ragazze attraversano il giardino, entrano in casa e scoprono che il signor Ponto non è ancora tornato, ma il custode ha telefonato alla Borsa Valori e bisogna aspettare che richiami. Il telefonografo all'ingresso sta squillando proprio in quel momento.]

In tutte le case dei quartieri più ricchi, un pannello di controllo posto all’ingresso contiene il telefonografo, un utile strumento che combina il telefono e il fonografo. Diversamente dal telefono, non c’è bisogno di reggere in mano il ricevitore o di parlare accostando la bocca al microfono; basta solo stare vicino all’apparato e parlare normalmente. Un’apertura metallica, che funziona da ricevitore e da microfono, trasmette la voce con precisione perfetta.

[Segue chiamata del signor Ponto che dice di esser stato trattenuto in Borsa perché il mercato azionario quel giorno è particolarmente burrascoso, con tutti i titoli al ribasso. La telefonata viene ricevuta sfruttando il vivavoce dell'apparecchio.]

Ora un breve excursus sui citofoni d’epoca.
Già nella prima metà dell’Ottocento esistevano citofoni acustici nei palazzi signorili, condotti di metallo o pietra dentro le pareti che trasportavano il suono come avviene con i tubi acustici installati nella navi, e dagli anni 1870 esisteva il telefono: “perché non unire le due cose?”, si domanda Robida. Applicazione pratica, utile e di conseguenza di successo come tante altre idee più o meno profetiche di Robida.

 

Casa Sola-Busca, palazzo in via Serbelloni a Milano. È chiamata “la cà de l’orèggia” per via dell’orecchio che spunta accanto all’ingresso. L’orecchio è opera di Adolfo Wildt, realizzato nel 1919 per decorare il citofono (acustico, secondo la wikipedia italiana) del palazzo.
 

I primi citofoni elettrici, a quanto ho capito frugando qua e là, risalgono agli anni 1890. Venivano sponsorizzati come mezzi per comunicare all’interno di un edificio, da un ufficio all’altro (linea telefonica interna, interfono), più che come citofoni da collocare all’ingresso. Il vantaggio principale era l’assenza di una centralinista: il collegamento lo si poteva fare da soli, premendo un tasto sull’apparecchio per scegliere la linea.

Il Metaphone della Electric Utilities nel 1905 veniva pubblicizzato così:

Ti piacerebbe allungare semplicemente la mano, alzare un piccolo dispositivo ed essere in comunicazione istantanea [con qualcuno della tua azienda]? Il Metaphone ti permette di farlo. È un trasmettitore e un ricevitore montati agli estremi opposti di una piccola maniglia di metallo. Richiede solo la corrente necessaria per suonare un campanello elettrico.

Gli apparecchi potevano essere collegati in un network, in modo che qualsiasi coppia potesse comunicare senza affidarsi a un centralino telefonico unico, oppure radialmente, in tal caso solo la postazione centrale poteva comunicare con le altre.
Andavano a sostituire sistemi di telefonia acustica a tubi molto più ingombranti, come quello che si vede in questa foto di un ufficio del 1903 tratta da Office Museum. Notate i quattro tubi di gomma appesi alla scrivania a sinistra (che poi diventano tubi rigidi dentro le pareti, immagino), la doppia illuminazione elettrica e a kerosene e la pressa copialettere.

Alcuni sistemi, come il Dictograph della General Acoustic del 1907, erano sviluppati già con l’idea che la postazione centrale (Master) comunicasse in modo privilegiato con le postazioni secondarie (Sub-Station): nel caso del Dictograph si comunicava con la stenografa (o con un altro sottoposto, bastava selezionarlo con la levetta corrispondente), dettando dalla propria scrivania ed evitando la scomodità di doverla convocare in ufficio. Immagine d’epoca del dispositivo in funzione.
Veniva sponsorizzato e venduto ancora negli anni 1940. Potete immaginare il direttore che sta coi pantaloni calati a trastullarsi, magari con una stagista minorenne, mentre detta la lettera alla segretaria nella stanza accanto (“Signor Direttore, devo cancellare lo ‘sbo-ooo-orro’ di venti secondi fa?” — “Grazie, meglio di sì. Signorina Colobry, può andare. La sputacchiera è accanto alla porta. Ecco, brava… Bene, riprendiamo la lettera.”).

 


Interfono Kellogg (1894) – Interfono DeVeau (1899-1905) – Metaphone della Electric Utilities (1905) – Interfono Lennox della Electric Goods (1910) – Schema del Dictograph (1907) – Postazione Master del Dictograph (1940).

 
Si dice che quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. In realtà anche il saggio è uno sciocco se guarda con il solo ausilio dei propri occhi. Se il saggio indica la luna, Robida tira fuori il cannocchiale per guardarla meglio di lui. Questa è la mentalità che traspare dall’opera di Robida: la tecnologia non è lì perché sì, a far bella mostra di sé come “stranezza da ricchi”, ma esiste allo scopo di diffondersi in massa per rendere più comoda (o semplicemente diversa) la vita di tutti. E da un cambiamento tecnologico può venire una catena di cambiamenti sociali, come vedremo col telefonoscopio.

Così Robida immagina il citofono telefonico quando ancora non esisteva in questa versione. In più vi ricordo che quando Robida ha scritto questo romanzo, nel 1882, il telefono aveva iniziato a diffondersi solo da quattro o cinque anni al massimo (1877-1878).
Ma anticipare il futuro di pochi anni è troppo poco per Robida, infatti intuisce che il citofono da installare all’ingresso dei palazzi per avere successo deve essere privo dello scomodo ricevitore da portare all’orecchio. Due più due ed ecco che Robida immagina il telefono col vivavoce.
Ma figurarsi se gli poteva bastare così poco: il telefonografo è telefono col vivavoce, citofono…

 
… e segreteria telefonica!
Ma il telefonografo non si limita alle telefonate: è anche capace anche di registrare messaggi come una segreteria telefonica.

[Poco dopo la scena riportata prima. Il signor Ponto è appena tornato a casa e le figlie chiedono dove si trovi la signora Ponto.]

Il banchiere suonò un campanello; un servitore apparve nella stanza.
“Il fono della signora Ponto!” ordinò il banchiere.
Il servitore fece un inchino e tornò poco dopo con l’apparato richiesto.
“Quando la signora Ponto va fuori,” disse il banchiere, “non si scorda mai di lasciare fono-istruzioni su dove andrà. Molto comodo!”
Raphaël Ponto toccò il quadrante del telefonografo.
“Ricordati di sostituire i fiori nel salotto,” disse il telefonografo.
“Questa è la voce della mamma,” esclamò Barnabette, “è sempre la stessa…”
“Vai ai grandi magazzini Trocadéro per i campioni di raso Régence e per le tagliatelle da Colmar… Cambia l’acqua nell’acquario… Tornerò per le undici.”
“Ah!” esclamarono Barbe e Barnabette.
“Pranzerò al Caffè Inglese con alcune amiche politiche.”
Il telefonografo si interruppe.

Una piccola nota: nella versione inglese precisano “telefonografo”, mentre nella versione francese che ho controllato in questo pezzo lasciano sempre “fonografo” (phonographe al posto di téléphonographe). Il tipo di apparecchio dovrebbe essere lo stesso, anche se in questo caso in un modello personale di dimensioni ridotte al posto del grosso modello centrale del vestibolo che fa da centralina per gli apparecchi sparsi in casa. I curatori hanno preferito usare il nome esteso, probabilmente basandosi su altre edizioni dell’opera o su note d’epoca, per far capire che la capacità di registrare i messaggi l’ha anche il primo telefonografo. Robida credo che suggerisca, dividendo il nome e permettendo un rapido trasporto da una camera all’altra, che la componente di fonografo sia separabile dal resto del telefonografo, per funzionare come messaggeria (e forse anche come registratore?) senza bisogno di rimanere vincolata ai cavi telefonici.

Robida mostra un’applicazione in cui il messaggio registrato è stato lasciato dalla signora Ponto prima di uscire di casa, ma visto che il telefonografo può ricevere chiamate non è da escludere l’ovvia applicazione ulteriore: registrare una chiamata fatta da un altro telefono/telefonografo. Mancano ancora le videochiamate? Per quelle c’è il telefonoscopio.
 

Innamorati al telefono secondo Robida.
Manca solo il “mi ami? ma quanto mi ami?” dell’odioso spot Telecom del secolo scorso.

 
Il Telefonoscopio
Il telefonoscopio è uno degli elementi caratteristici del futuro (ormai passato/presente) mondo dei media immaginato da Robida. Riporto il brano che lo presenta, tratto dal capitolo cinque della prima parte del romanzo.

Da notare che Robida fa uso del Narratore per spiegare le cose solo quando si tratta di tecnologie nuove e meravigliose, fantascientifiche, e non lo usa come regola di scrittura generale. Trattandosi di un’opera che non basa la propria forza sulla storia, ma usa le vicende di Hélène solo come scusa per presentare al pubblico del 1883 le meraviglie degli anni 1950, la cosa ha perfettamente senso: il protagonista è l’ambientazione, non la ragazza. Hélène fornisce il punto di vista per evitare, ogni qual volta sia possibile, di usare il Narratore e per rendere più immediato e godibile il resoconto.

Molte meraviglie e molti cambiamenti della società sono presentati tramite scene “qui e ora” con protagonista Hélène, non come infodump del Narratore. E sono spesso scene divertenti, come quella in cui Hélène visita il carcere di minima sicurezza (parte prima, capitolo dodici) in cui il direttore è convinto che i criminali vadano educati con la gentilezza, non puniti. Mentre il direttore loda gli enormi successi della nuova visione moderna delle carceri, i galeotti prima rubano a Hélène il portamonete e poi, con la scusa di chiederle i fiammiferi, le fregano pure l’orologio.
In generale Robida nel Ventesimo Secolo scrive molto meglio di Verne e non si sogna di fare orrende liste della spesa come le fa Verne quando presenta tutti gli osservatori astronomici nell’incipit di Robur il Conquistatore (candidato per il più brutto incipit della storia?).

Torniamo al telefonoscopio. Di Robida e delle sue intuizioni profetiche in molti campi diversi da quello dei media (politica, costumi, economia) parlerò in futuro.

Tra le molte invenzioni sublimi di cui il ventesimo secolo può vantarsi, tra le mille-e-una meraviglie di un’era così fertile di straordinarie scoperte, il telefonoscopio spicca come la più impressionante, l’apice della gloria dei nostri scienziati.
Il vecchio telegrafo elettrico — quella primitiva applicazione dell’elettricità — è stato rimpiazzato dal telefono e poi il telefono è stato rimpiazzato dal suo più alto perfezionamento, il telefonoscopio. Il vecchio telegrafo permetteva di comunicare a distanza con un interlocutore. Il telefono permise di sentirlo. Il telefonoscopio superò entrambi rendendo possibile anche vederlo. Che si può volere di più?
Quando il telefono venne universalmente adottato, anche per comunicazioni su lunghe distanze, tutti si abbonarono per un prezzo simbolico. Ogni casa era dotata di cavi che si snodavano verso gli uffici locali e regionali. Così, a basso prezzo, si poteva comunicare in qualsiasi ora del giorno, a qualsiasi distanza, stando comodamente in poltrona e senza bisogno di correre in un ufficio. La compagnia telefonica locale stabiliva la connessione ed era fatto: uno poteva chiacchierare a piacimento. Ben diverso dal vecchio telegrafo con la spesa legata al numero delle parole.
Così il pubblico accolse con entusiasmo l’invenzione del telefonoscopio. Gli abbonati che ordinavano il nuovo servizio potevano avere l’apparato installato sui loro telefoni per un canone mensile extra.

[Salto la parte sui teatri. Ci torno dopo.]

L’apparecchio consiste di un semplice schermo di cristallo, posto contro il muro o appeso sopra il caminetto come uno specchio.

Nota sul “basso prezzo” e sul poter comunicare “a piacimento”: il telefono stava iniziando ad apparire in Europa (il primo abbonato italiano fu nel 1881) e per questo il paragone di Robida è con il telegrafo, molto più costoso e con il prezzo legato al numero di parole usate che costringeva chi non aveva molto denaro a ridurre al minimo la lunghezza dei messaggi. In più andavano inviati recandosi in appositi uffici, non da casa, con lentezze e fastidi che lo rendevano incredibilmente inferiore al telefono come capacità di cambiare le abitudini di comunicazione delle persone.
Robida loda i molti pregi del telefono e il modo in cui prevedeva che avrebbe cambiato il mondo, prima di introdurre la sua futuristica evoluzione.
 

Relazioni a distanza: marito e moglie possono rimanere in contatto senza problemi.
Ora togliete i bambini e lasciate la tetta scoperta. Sì, Robida aveva intuito anche quello.

 
Notate anche quando parla degli “abbonamenti mensili”.
Robida aveva già capito che l’abbonamento flat è preferibile rispetto a quello a tempo. Ed è la direzione che a fatica si sta prendendo, prima con internet e poi con il fatto che Skype è un brutto palo nel culo per le compagnie telefoniche abituate ai “minuti” ora che ci sono gli smartphone (e infatti talvolta lo castrano). Idem la televisione non si paga al minuto, ma col canone (schifo) e con abbonamenti flat in base all’offerta scelta per i canali a pagamento (come nel caso del telefonoscopio). E i canali a pagamento sfruttano, con l’aggiunta del decoder, l’apparato di antenne e cavi già presente.
Idem la connessione internet via ADSL aggiunge solo un filtro e un modem all’impianto telefonico pre-esistente. Allo stesso modo il telefonoscopio, con l’aggiunta dello schermo apposito, sfrutta i cavi del telefono. D’altronde, questa è l’intuizione di Robida, non si devono tirare migliaia di chilometri di cavi nuovi ogni volta che appare una tecnologia diversa, se si può evitare!

Tutto questo Robida lo aveva già capito nel 1882.
E non era una cosa banale, perché il suo mondo ragionava coi pagamenti al minuto (lo vedremo dopo con l’ispirazione storica del telefonoscopio). Pure Dick al tempo di Ubik, oltre 80 anni dopo, ancora immaginava un mondo di servizi a tempo da pagare con le monetine, come se tutto il mondo fosse diventato una camera di motel di certi film americani. Ma d’altronde Robida è Robida mentre Dick è soltanto Dick, ovvero meno di uno sputo del più grande profeta della fantascienza mai apparso.
Robida tra le molte cose, per fare un esempio, ha previsto il collasso finanziario dell’economia USA e il fatto che la Cina avrebbe detenuto una notevole fetta del suo debito pubblico. Comunque la previsione della Cina che si compra fette del mondo va mischiata con altri eventi reali avvenuti: la bancarotta Argentina di pochi anni fa, la penetrazione cinese nei porti e nelle aziende statunitensi e perfino in Africa ecc…
Molto meglio di Dick o di Verne. Non c’è nemmeno da fare il paragone.

Ma a parte telefonare che altro si fa col telefonoscopio?
Se può trasmettere immagini evidentemente potrà trasmettere anche spettacoli.

Il teatro beneficiò immensamente dell’arrivo del telefonoscopio. Le trasmissioni teatrali via telefono, già prima in voga, in poco tempo imperversarono perché gli ascoltatori potevano vedere gli spettacoli oltre che sentirli.
In aggiunta ai guadagni portati dai frequentatori dei teatri, gli incassi crebbero in modo spettacolare con l’arrivo degli spettatori casalinghi, collegati al teatro tramite i cavi del telefonoscopio. Niente più tetti ai guadagni, nessun limite al numero di posti da vendere. Uno spettacolo di successo, oltre ai tre o quattromila spettatori seduti a teatro, poteva contare fino a cinquantamila abbonati che lo guardavano seduti a casa propria. E non solo da Parigi, abbonati da tutto il mondo.

Robida non sta solo parlando di un sistema simile alla televisione (permette anche di regolare l’audio a piacimento con una manopola, lo dice il signor Ponto), sta parlando di qualcos’altro. Notate il “da tutto il mondo”.

Fondata nel 1945, la Compagnia Universale del Telefonoscopio Teatrale ora può contare seicentomila abbonati in tutte le parti del mondo. Questa corporazione ha centralizzato la rete via cavo e paga sovvenzioni ai teatri affiliati.

Una sola azienda che vende contenuti di intrattenimento in tutto il mondo. Non è ciò che proprio nei giorni scorsi si diceva che Amazon potrebbe voler ottenere in futuro, iniziando con il primo passo del Kindle Fire, un oggetto fin da subito definito come piattaforma per l’intrattenimento e mai come tablet?
In una ipotesi molto fosca del futuro, tutti i libri (e i film, morta Netflix sotto i colpi di Amazon Prime?) saranno venduti da Amazon e andranno letti coi formati proprietari che vorrà lei. Nel futuro immaginato da Robida tutti gli spettacoli teatrali sono trasmessi dalla compagnia del telefonoscopio: il teatro che vuole trasmettere deve rivolgersi a loro (immaginate pure che ci sia l’esclusiva sulle trasmissioni) e chi vuole vedere spettacoli a casa deve abbonarsi con loro.

Robida più passa il tempo e più diventa attuale. D’altronde Robida conosceva il capitalismo, si occupava di satira politica, e sapeva che il passaggio da molte aziende medie a poche grandi aziende che le assimilano è normale a livello nazionale. Ma cosa succede quando tutto il mondo diventa accessibile grazie alla rapidità dei trasporti e delle comunicazioni, proprio come se fosse un singolo stato globale? Da poche grandi aziende nazionali si passa a poche grandi aziende multinazionali, sul lungo periodo.
 

Raphaël Ponto adora il teatro.
Lo guarda ogni sera, così in pochi minuti si addormenta con i classici.
Sta sveglio solo quando ci sono le attricette mezze nude che gli piacciono.
Robida aveva già intuito l’importanza della velina/valletta/attricetta svestita.

 
Qualcuno può dire che Robida abbia sbagliato la sua previsione del 1882, andando a vedere come tutti i grandi marchi si accentrino in pochi possessori nel 2011? Senza contare le sue previsioni sul potere della finanza nel futuro, tanto grande da superare quello della politica che tiene al guinzaglio. Immagino che negli ultimi cinque anni pochi possano dare torto a Robida.
Molte sue previsioni si sono avverate proprio in questi ultimi anni, dal 2001 a oggi. Altre attendono di potersi avverare, alcune forse molto in là nel futuro: la creazione di una nuova isola-continente, trasformata in una nazione indipendente governata dalla più grande banca del pianeta (o l’altro esempio più comico sull’Italia trasformata in un parco turistico, sotto il controllo della banca del signor Ponto). Il potere della finanza al suo apice, la Corporazione che diviene Nazione. Come in Mutant Chronicles o nelle visioni pessimistiche del Cyberpunk.

Notare poi che Robida parla di un abbonamento mensile, ma per i gestori dei teatri è importante che gli spettacoli abbiano più spettatori possibili per guadagnare. Non ricorda quei sistemi con abbonamento per gli eBook di cui si parlava poco tempo fa (l’estensione di Amazon Prime agli eBook e la sua concorrenza a Netflix?), e di cui aveva parlato Cavallero di Mondadori a EbookLab Italia lanciando l’idea dell’editore/negozio che diventa un bibliotecario di contenuti? Non si paga la “copia” dell’opera, ma l’accesso alle opere. Poi in qualche modo gli autori verranno ricompensati, si immagina anche in base a quanto le loro opere vengano scelte dagli abbonati.

Sul modello della biblioteca del futuro in cui non si paga l’eBook all’editore per avere la possibilità di fare TOT prestiti, ridicolo (è ciò che volevano imporre negli USA all’inizio del 2011, forzare i limiti di uso del delicato paperback, che dopo un po’ di prestiti si rovina e va buttato, all’ebook), ma si paga invece una certa cifra (bassa) all’editore per ogni prestito effettuato.
Leggi l’opinione di Antonio Tombolini. ▼

Ulteriore forma di guadagno per gli spettacoli è la pubblicità, ovviamente. Gli spettacoli vengono modificati, adattati, “stuprati” e ridotti a porcate pur di ottenere più spettatori e vendere spazi pubblicitari. In più nel futuro visto da Robida c’è sempre una scusa per infilare dentro della pubblicità “occulta” che è fin troppo visibile. Senza contare la pubblicità tradizionale: oltre a cartelloni che volano nel cielo, sulle fiancate delle aeronavi (stile dirigibile pubblicitario, solo che le aeronavi sono il principale mezzo di trasporto per cui il bombardamento pubblicitario è massiccio), ci sono pure enormi pubblicità sui lati dei palazzi. E perfino maxi-schermi, alla Blade Runner. Il Ventesimo Secolo di Robida è un mondo dominato dal denaro e dalla pubblicità, dove gli ideali si sono ridotti a riti svuotati di senso: perfino le elezioni si fanno con una rivolta farsa, a metà tra la guerriglia urbana e la festa, organizzata con l’aiuto del governo uscente ogni dieci anni.
E pure i libri, come vedremo nell’ultima sezione dell’articolo.

Il principale impiego del telefonoscopio rimane quello delle videochiamate. La videochiamata non ha preso piede da noi, nonostante le massicce campagne per lanciarla anni fa, perché spesso non si vuole o non si può farsi vedere dall’altro interlocutore. Anche Robida intuisce che la videochiamata, per quanto importante per chi conduce una relazione a distanza, non avrebbe sostituito di colpo il vecchio telefono (telefonografo, anzi) come invece gli esperti di marketing di 120 anni dopo pensavano (ma perché si paga gente il cui principale pregio è l’ignoranza?). La rassicurante certezza di poter chiamare la propria moglie mentre l’ufficio è invaso da prostitute cinesi per allietare un importante cliente e dire “Sono al lavoro, c’è riunione fino a tardi!”, non ha prezzo.
Essendo Robida un genio delle intuizioni pratiche, aveva già inventato la gag della webcam rimasta accesa con oltre un secolo d’anticipo:

Telefonoscopio rimasto acceso in camera da letto e connessione telefonica “sbagliata” dalla centralinista. I porcelloni chiamano gli amici e spiano. Si può intuire che chi vuole può dimenticare apposta il telefonoscopio acceso, all’insaputa della compagna (pare che non squilli se lo schermo è già acceso), per mostrare agli amici le proprie performance.
 

Se migliaia di persone possono collegarsi allo stesso telefonoscopio ricevente, quello che trasmette lo spettacolo nel teatro, allora possono collegarsi anche a un’aula per seguire le lezioni. Robida avrà pensato alla possibilità di corsi online? Ovviamente sì e dedica un’illustrazione all’argomento in La Vie Electrique del 1890, terzo volume della trilogia di Robida sul Ventesimo Secolo.
 

Lezioni a distanza col telefonoscopio.
 

E se si possono seguire le lezioni, parlare con gli amici ecc… magari ci si può anche collegare ai negozi che vendono per posta. Ovviamente sì, anche se Robida non lo considera il principale tipo di commercio, avendo intuito l’importanza sociale e psicologica del poter vagare in un centro commerciale dal vivo, guardando la merce, toccandola, provandola. Il più grande centro commerciale francese immaginato da Robida, il Trocadéro, ha 800 gallerie divise su 15 piani, di cui 4 sotterranei, serviti da ascensori, con 15.000 dipendenti e un servizio completo che affianca ai negozi anche un hotel e ristoranti sia di cucina europea che etnici.
Comunque, come detto, si può comprare online. Le merci viaggiano per tutta Parigi in una rete sotterranea di tubi atmosferici, per ridurre il traffico su strada altrimenti ingestibile. Quella della rete di tubi impiegata al di fuori dell’ambito del trasporto di piccoli oggetti non è semplice fantasia: tuttora esistono aziende che cercano di portare avanti progetti simili (e qui il mio articolo sulla posta pneumatica).
 

Acquisti a distanza col telefonoscopio.
 

Robida più che anticipare Amazon, il grande aggregatore di prodotti, comprese l’importanza delle vendite a distanza che proprio in quegli anni stavano iniziando a prendere piede negli USA. Sears, Roebuck and Company pubblicò il suo primo catalogo per la vendita via posta nel 1888 e in pochi anni ebbe un successo straordinario: nel 1895 il catalogo era di 532 pagine e le vendite ammontarono a 750.000 dollari. Vendeva di tutto, dal mobilio alle armi da fuoco. Gli unici precedenti di rilievo furono Montgomery Ward, che vendeva merci con forti sconti fin dal 1872 (avendo tolto l’intermediazione del negozio al dettaglio), e Hammacher Schlemmer che vendeva solo ferramenta e componenti meccaniche e stampò il primo catalogo nel 1881. Montgomery Ward esiste ancora: nel 2001 è andato in bancarotta, sconfitto dalla concorrenza di altre catene, ma nel 2004 è riapparso e fa solo vendite via internet. Anche Hammacher Schlemmer esiste ancora e pure Sears (oltre 22 miliardi di dollari di fatturato nel 2010).

Il ventesimo secolo in gran parte è vissuto a sbafo sulla grandezza e sulle idee del Lungo XIX Secolo, relatività di Einstein inclusa, con pochissimo di davvero innovativo (forse solo la meccanica quantistica, dal 1925, anche se Max Planck si occupava già della Teoria dei Quanti nel 1901 e ricevette il Nobel nel 1918). Nemmeno internet è davvero innovativo: le sue radici vengono dal mondo connesso da telegrafi precedente. Una evoluzione, non un cambio di paradigma come passare da un mondo isolato, “medioevale”, a un mondo in cui le notizie corrono da un continente all’altro in poche ore (talvolta con effetti disastrosi, come le grandi carestie degli anni 1870-1900). Lunga vita all’Ottocento, il secolo che ha creato il mondo a immagine e somiglianza della perfida Albione, una nazione di bottegai.

Infine il telefonoscopio e il telefonografo possono ricevere notizie sotto forma di fonogiornali e telegiornali. Il fonogiornale può essere ricevuto su specifici telefoni/telefonografi, richiedendo di ricevere degli squilli di avviso per gli argomenti di maggiore interesse o per le notizie più importanti.
Hélène durante la prima notte a casa del signor Ponto per ore viene perseguitata dagli squilli dell’apparecchio e da notizie di ogni sorta: dalle recensioni di spettacoli teatrali fino alle ultime notizie sulle rivoluzioni (una serie di esplosioni che dilaniano la capitale dello stato africano di Senegambia e uccidono il Re, mentre in Giappone è in corso un colpo di stato militare), con un bell’attentato contro il Tubo Asiatico Transcontinentale attraverso cui viaggiano i treni pneumatici come ciliegina sulla torta delle catastrofi mondiali.
Hélène è sconvolta dagli eventi sanguinosi che sente al fonogiornale. Tenta di spegnere l’apparecchio per poter dormire in santa pace, ma pasticciando con il pannello di controllo della camera attiva l’allarme antifurto. Il signor Ponto accorre e le spiega il modo per interrompere la ricezione delle notizie, cosa che in teoria avrebbe dovuto fare la domestica quando ha preparato la camera. E aggiunge:

Il mio telefono privato ha un filtro che fa passare solo le notizie di estrema importanza.

(Parte prima, capitolo tre)

Fin qui tutto normale. Come vedremo dopo questo servizio di fonogiornale verrà poi inventato davvero, pochi anni dopo. Robida ha in più un’altra intuizione, quella delle edizioni del fonogiornale all’ora dei pasti, per far compagnia a chi mangia approfittando di un momento di pausa dal lavoro che può essere dedicato all’informazione. Come poi è successo davvero, in particolare con l’avvento dei telegiornali.
 

Fonogiornale all’ora dei pasti.
 

Il signor Ponto era un abbonato di L’Époque. Il telefonografo del giornale era al centro della tavola, circondato dai piatti della cena.

[Alla fine arriva la notizia che aspettano, il primo servizio registrato da Hélène]

Il signor Ponto abbassò la forchetta per dedicare tutta la sua attenzione a questa leccornia giornalistica.

(Parte seconda, capitolo sei)

E per concludere l’applicazione ultima del telefonoscopio: maxischermi pubblici da 25 metri di diametro, accesi giorno e notte, presso la sede de L’Époque. A sinistra una pubblicità e a destra il telegiornale (che gli abbonati possono seguire dai loro schermi) con riprese dal vivo degli inviati di guerra. Quando Hélène si reca alla sede nel secondo giorno di lavoro, uno dei maxischermi sta mostrando il corrispondente di guerra nel Sahara, sdraiato nel letto da campo con attorno ufficiali e medici. Poche righe in sovraimpressione annunciano che il proiettile che lo ha colpito era avvelenato e alle tre del pomeriggio gli verrà amputato il braccio destro.
Speculare su ogni cosa. Capitalismo e giornalismo al massimo della loro gloria.

 
Il Teatrofono
Cosa c’è all’origine dell’idea di Robida di usare il telefonoscopio per trasmettere spettacoli teatrali? Su questo Robida si può considerare più vicino al romanzo scientifico che alla fantascienza visto che l’idea di cui parla risale proprio a quegli anni.
Nel 1881 Clément Ader presentò il théâtrophone all’Esposizione Internazionale dell’Elettricità di Parigi. Il macchinario comprendeva tre chilometri di cavi che correvano nelle fogne di Parigi per collegare i microfoni installati nell’Opéra con i telefoni predisposti all’Esposizione. L’invenzione piacque molto, ma ci volle qualche anno prima che prendesse piede a Parigi diventando un servizio accessibile al pubblico. Ecco la testimonianza di Victor Hugo (ringrazio Clio per l’aiuto con la traduzione):

Siamo andati con Alice e i due bambini all’albergo del Ministro delle Poste. Sulla soglia abbiamo incontrato Berthelot che arrivava. Siamo entrati. È molto curioso. Mettiamo dei paraorecchi che stanno agganciati al muro e sentiamo le rappresentazioni dell’Opèra, cambiamo i paraorecchi e sentiamo il Théâtre-Français, Coquelin, ecc. Cambiamo ancora e sentiamo l’Opéra-Comique.
I bambini ne erano ammaliati, e anche io. Eravamo soli con Berthelot, il ministro, suo figlio e sua figlia, che è molto graziosa.

(Victor Hugo, 11 novembre 1881)

“Le Théâtrophone”, litografia del 1896 di Jules Chéret.
Chissà se Gamberetta Hime-sama lo avrebbe ascoltato.
Di sicuro non con una simile scollatura da poco di buono!

 

Una serie di microfoni piazzati presso il palco permetteva di ottenere un sorta di stereo binaurale (40 all’Opéra Garnier, 10 alla Comédie-Française). Il teatrofono richiedeva ben tre linee telefoniche per funzionare: una per il trasmettitore destro, una per il sinistro (immagino divise con i microfoni corrispondenti alle due porzioni del palco) e una per comunicare all’operatore a quale teatro collegarsi, visto che all’epoca c’erano ancora le centraliniste in carne e ossa. La centralina automatica, sebbene inventata nella prima versione elettro-meccanica nel 1888 da Almon Strowger, impiegò decenni ad affermarsi: c’erano ancora centraliniste e centralinisti negli anni 1960 negli avanzatissimi USA. All’inizio il teatrofono era pensato per impiegare solo monete, per un uso in luogo pubblico, e Robida capì che così non poteva funzionare.

Nel 1890, sette anni dopo il romanzo di Robida, venne fondata la Compagnie du Théâtrophone. Permetteva di abbonarsi, installando una macchina con le linee dedicate (o più di una macchina) in casa. Forse avevano copiato Robida, visto che il romanzo aveva avuto un grande successo, o forse no. Di sicuro Robida aveva capito l’importanza dell’abbonamento flat subito: una macchina a monetine, o con pagamento al minuto in generale, non era adatta alle case dei (ricchi) privati.

La versione per uso pubblico funzionava invece con le monete. Con un franco si ottenevano 10 minuti di ascolto, con mezzo franco cinque minuti. Per dare un’idea migliore del prezzo: 1500 franchi era lo stipendio annuale medio di un abile lavoratore. In questo caso la terza linea gestiva il tempo di connessione e allo scadere cambiava automaticamente teatro: se si voleva rimanere collegati allo spettacolo richiesto, bisognava inserire altre monete prima della scadenza. Quando nessuna opera teatrale era disponibile, l’apparecchio trasmetteva musica registrata.
I teatrofoni pubblici erano installati negli hotel, nelle caffetterie, nei club e altri luoghi. Oltre a usare le monete era possibile acquistare tessere scontate. Il teatrofono includeva un servizio di fonogiornale che trasmetteva a intervalli regolari notiziari della durata di cinque minuti.
Le trasmissioni della Compagnie du Théâtrophone finirono nel 1932, quando il teatrofono cedette il posto alla radio.

Chiedo continuamente Pelléas al teatrofono [...] e poi non c’è nemmeno una parola di cui mi ricordi. Le parti che amo di più sono quelle di musica senza parole [...] la scena ripresa dal Fidelio in cui Pélleas esce dal sotterraneo [...] ci sono alcune righe veramente impregnate della freschezza del mare e dell’odore delle rose portato dalla brezza.

(Marcel Proust, lettera a Reynaldo Hahn, 4 marzo 1911)


Cliccare per ingrandire.
 

Prima che in Francia il teatrofono si diffuse in altri paesi.
Nel 1884 Re Luigi I del Portogallo lo fece installare per ascoltare l’opera anche quando non poteva recarsi di persona. Nello stesso anno il teatrofono arrivò in Belgio e poi a Lisbona l’anno dopo. Nel maggio 1887 vi fa la prima trasmissione in Svezia, a Stoccolma. Il teatrofono in breve entrò anche in letteratura, tanto che Maria Louise Ramé nel romanzo The Massarenes del 1897 così descrive un personaggio femminile:

Che animale spaventosamente dispendioso era una moderna donna di mondo! Costosa come una corazzata e complicata come un teatrofono. Il più delizioso prodotto di una condizione interamente artificiosa, ma anche il più dannoso e il più esasperante per coloro che ha ridotto in rovina.

A Londra il teatrofono arrivò nel 1895, con il nome di electrophone. La compagnia operò fino al 1926, trasmettendo spettacoli teatrali, l’opera, musica varia e perfino la Messa di domenica. Non so se trasmettessero fonogiornali o letture di racconti/romanzi. Anche se non fu mai un oggetto in grado di diffondersi tra le masse, l’elettrofono rimase a lungo nella mente degli inglesi come termine di paragone: per molti anni chiamarono infatti la radio “wireless”, in contrapposizione al vecchio servizio via cavo. In questo articolo del 1923 ad esempio non si usa mai la parola radio, ma wireless appare ben cinque volte. Secondo l’articolo nel 1923, all’apice della sua diffusione, l’elettrofono serviva solo duemila abbonati circa. Numeri che l’economica radio avrebbe presto reso ridicoli.

Il servizio di teatrofono più interessante fu, a mio parere, l’ungherese Telefon Hírmondó di Budapest. La tecnologia impiegata era originale, brevettata nel 1892 da Tivadar Puskás, un ingegnere che aveva lavorato per Edison, appartenente a una famiglia aristocratica della Transilvania. Pare però che non fosse un vampiro.
Telefon Hírmondó (l’Araldo Telefonico, tradotto) non iniziò come teatrofono e poi aggiunse il fonogiornale: iniziò da subito strutturando la propria programmazione per essere un quotidiano via telefono, poi aggiunse l’opera e le canzoni. Una tipica programmazione giornaliera è disponibile su Wikipedia: l’ora esatta, notizie dalla Borsa Valori, notizie dal Parlamento, ultime notizie, notizie dall’estero, musica, lezioni di lingue straniere (italiano, francese e inglese), letture di poesie e romanzi, esibizioni dalla sala concerti dell’emittente e l’opera.
 

Sala concerti di Telefon Hírmondó.
 

La compagnia cominciò con poche decine di abbonati e 69 km di cavo nel febbraio del 1893, trasmettendo il fonogiornale senza il permesso delle autorità. Dopo un paio di settimane si misero in regola. Tra i suoi clienti ebbe molti politici e perfino l’Imperatore d’Austria-Ungheria Francesco Giuseppe, che evidentemente quando soggiornava nella capitale ungherese gradiva ascoltare i programmi. Gli abbonati salirono a 7629 nel 1899. Nel 1907 Telefon Hírmondó aveva 1800 chilometri di cavi e 15.000 abbonati (la popolazione complessiva di Budapest nel 1910 era di 880.000 persone). Negli anni 1920 ottenne il permesso di trasmettere via radio, raddoppiando il servizio. Nel 1930 aveva 91.079 abbonati.
Con Telefon Hírmondó era possibile scegliere di ricevere “segnali di richiamo”, una serie di squilli sempre più forti che terminavano 30 secondi prima della trasmissione delle notizie più importanti o delle notizie dell’ambito di interesse (finanza, esteri, politica ecc…) per cui si era deciso di attivare l’allarme. Proprio come col fonogiornale immaginato da Robida!

Il successo di Telefon Hírmondó dipendeva anche dalla politica di prezzi bassi adottata. Il prezzo era di 18 corone per anno, pari a 10 kg di zucchero o 20 kg di caffè (un terzo dell’abbonamento telefonico). La macchina per ricevere le trasmissioni veniva installata gratuitamente e il cliente doveva solo garantire un anno minimo di abbonamento e pagare subito i primi quattro mesi (anche il rinnovo andava pagato ogni quattro mesi).
I costi di gestione di Telefon Hírmondó (circa 17.000 corone al mese nel 1901) non venivano coperti solo dagli abbonati, ma grazie alla pubblicità: tra le notizie di maggiore rilievo venivano infilate pubblicità al prezzo di 1 corona per 12 secondi. Con appena 3,6 minuti di pubblicità incassavano come ad avere un abbonato in più per un anno.

Robida aveva già immaginato tutto, parecchi anni prima: fonogiornali, lezioni a distanza, spazi pubblicitari mischiati alle notizie e molto altro. c’è ancora da meravigliarsi se lo considero il più grande e profetico genio della fantascienza?
 

Lettura delle notizie.
 

Il successo di Telefon Hírmondó fu così grande che la tecnologia venne copiata anche all’estero. In Italia vi fu l’Araldo Telefonico, a Roma, che iniziò le trasmissioni nel 1910. Nel 1914 aveva superato i 1300 abbonati. Come l’originale ungherese aveva allarmi per le notizie più importanti, lezioni di lingua (solo francese), teatro ecc… e consigli di igiene per bambini e signore.
Il servizio si interruppe con la Grande Guerra e riprese nel 1922, col nuovo nome di Fonogiornale. Nel 1923 divenne Radioaraldo, la prima stazione radiofonica di Roma.

Online si trovano le foto di una brochure, stampata prima della ripresa delle trasmissioni nel 1922, che spiega il palinsesto.
 

Tre paginette della brochure dell’Araldo Telefonico.
 

Adoro quando dice: “Le famiglie possono vivere tranquille, poiché mai vengono trasmesse notizie o parole che non possano essere ascoltate da qualunque fanciulla.”
Invece su Baionette Librarie troppo spesso le innocenti gote delle mie lettrici avvampano di imbarazzo, sigh.

Notate anche il riferimento al Ventesimo Secolo di Robida a pagina tre. All’epoca la consapevolezza di stare vivendo le meraviglie immaginate dalla fantascienza era concreta e Robida, caduto poi nel dimenticatoio, era uno dei grandi autori. Sfortunatamente la sua fama fuori dalla Francia sparì con la sua morte e rimase solo Verne nella memoria collettiva.

 
Streaming, autoproduzioni e altro ancora
Qualcuno dirà “Certo: bello il telefonoscopio, belli i fonogiornali e i telegiornali e la videochiamata, ma ormai è tutta roba vecchia”. Vero. Bisogna scusare Robida, ma una grossa fetta del suo interesse fantascientifico ha riguardato cose che si sono già avverate da tempo. Ma non tutte. Alcune si stanno avverando adesso o fanno parte degli ultimi anni, con l’arrivo di internet e i cambiamenti nell’editoria a partire dal 1990.

Cominciamo con la musica.
Oltre a vedere e ascoltare spettacoli dal vivo, è possibile ascoltare anche musica registrata. Gli abbonati possono usare il telefonografo (o il telefonoscopio, solo audio) per ascoltare musica del passato, registrata dalla fine del XIX secolo in poi. Vengono organizzati anche spettacoli di retrospettive musicali in cui i migliori brani del passato e le migliori opere vengono trasmesse dall’archivio che le custodisce.
Si intuisce che abbinato a un operatore telefonico (come è nel caso degli apparecchi casalinghi che mostra Robida) o a un sistema automatico tipo juke box, il sistema può diventare un vero servizio di musica on demand.

Nell’episodio di Hélène perseguitata dalle notizie del fonogiornale si scopre che i sistemi di telecomunicazioni futuri immaginati da Robida dispongono di un buffer di memoria. Si può ascoltare in streaming tutto o riceverlo sull’apparecchio e ascoltarlo dopo (e a quel punto si scarica dal buffer, liberando lo spazio). Robida non entra nel dettaglio a immaginare sistemi di memoria, come cilindri o dischi, ma usa un generico “tubo” quando il signor Ponto spiega il funzionamento dell’apparecchio a Hélène:

Tutte le stanze da letto sono equipaggiate con un telefono, ma quando non si vuole essere svegliati lo si spegne e le notizie rimangono nel tubo. Al mattino lo si può accenderle e riceverle tutte.

(Parte prima, capitolo tre)

Con tubo non intende i cavi telefonici, ma si riferisce al robusto tubo di gomma flessibile che collega il trasmettitore alla base dell’apparecchio. Lì dentro c’è il buffer di memoria, a quanto pare, quindi niente battute su “internet è una serie di tubi” (^_^).
Robida non entra mai nei dettagli tecnici delle cose, si occupa solo delle conseguenze della loro esistenza: e, onestamente, anche se lo schermo piatto di cristallo del Telefonoscopio poteva sembrare una stupidata da bambini “senza spiegazione” 50 anni fa, al giorno d’oggi gli LCD hanno da tempo invaso il mercato e soppiantato i tubi catodici, per cui c’è poco da lamentarsi della mancanza di dettagli tecnici.

Qualcosa di più moderno della versione ottocentesca di iTunes: i musicisti autoprodotti.
Robida ha capito subito che quel che conta è avere pubblico e se uno è famoso e ha una base di pubblico su cui fare leva, può rinunciare agli intermediari più esosi (teatri, case discografiche, editori). Semplice. Volendo anche gli sconosciuti autoprodotti possono farlo. Robida ci parla di un “futuro” in cui una miriade di professionisti tenterà la strada dell’autoproduzione, dove possibile (con l’intermediazione solo di un aggregatore di artisti autoprodotti, il servizio di “teatro da camera” paragonabile a iTunes per la musica o ad Amazon per gli eBook):

“Collegatemi al teatro da camera. [...] Il telefono ha generato una moltitudine di attori: artisti che recitano a casa propria, senza un teatro. [...] È una forma economica di teatro e sfortunatamente la produzione è limitata a commedie e farse.”

[Segue parte di una recita in cui un solo attore, neppure granché bravo secondo il signor Ponto, interpreta tutti i personaggi.]

“I teatri da camera possono avere anche attori eccellenti,” proseguì il signor Ponto. “A discapito dei normali teatri, comunque, perché quando un certo attore ha talento, nel momento in cui si è costruito una base di pubblico, lascia i teatri e si costruisce un proprio teatro da camera con la propria troupe. Oppure senza altri interpreti, e recita tutte le parti da solo incluse quelle femminili.”

(Parte prima, capitolo sei)

Teatro da camera: un buzzurro in vestaglia che recita tutte le parti da solo,
senza altri attori e senza musica.

 

Anche se queste previsioni riguardano in un certo senso anche la nostra editoria attuale, passiamo ora a cosa Robida dice dell’editoria del ventesimo secolo. Il diffondersi dei romanzi recitati via cavo ha reso la produzione e il consumo delle opere più veloce, con quattro conseguenze principali: la prima è che esistono scrittori senza editore tradizionale, o per cui la stampa su carta è secondaria, perché basano il proprio successo sul pubblico “online” (e questo si sta avverando);
la seconda è che anche le opere muteranno, favorendo romanzi prodotti più in fretta e a episodi, adatti per continuare a bombardare di nuovo materiale il pubblico di fedelissimi (e questo sta avvenendo, grossomodo, anche se più con nuove opere immesse a ritmo continuo -es: Konrath- che non con opere a puntate);
la terza è che anche nei contenuti le opere cambieranno, favorendo aberrazioni pubblicitarie (su questo si discuteva negli ultimi due anni) o robaccia che cavalca la moda/notizia del momento (questo è già avvenuto con la carta e coi programmi televisivi negli ultimi 20 anni);
la quarta è QUATTRO ed è ovviamente la più importante.

“Ora ascolta questo,” continuò il nuovo collega di Hélène, conducendola ad alcune cabine più in basso. “Questo è il famoso scrittore di narrativa popolare Alexis Barigoul, una delle stelle del nostro secolo, il maestro del romanzo moderno! Per ottenere i suoi servigi L’Époque lo ha dovuto pagare profumatamente. Il suo romanzo gli fa guadagnare 1000 franchi all’ora e l’episodio di oggi è numero 792. Ha già guadagnato 792.000 franchi con quel romanzo! È davvero un successo di pubblico!”

(Parte seconda, capitolo sei)

Ricordo che 1000 franchi era quanto guadagnava un abile lavoratore in otto mesi e Barigoul li fa in un’ora. Ricorda i 20mila e passa dollari al mese di Konrath o le vagonate di soldi molto maggiori dei veri big dell’editoria digitale. Anche il fatto che l’editore debba pagare a caro prezzo per averlo nella propria scuderia ricorda i casi di Amanda Hocking e di John Locke, arrivati al successo con gli eBook autoprodotti e poi comprati a caro prezzo (nel secondo caso solo per il cartaceo) da grossi editori.

E ora l’aberrazione pubblicitaria in tutto il suo splendore:

“Cos’è questo?” chiese Hélène. “Un altro romanzo?”
“Sì,” rispose il giornalista. “Questo è un romanzo pubblicitario. Avrai compreso che il giornale telefonico non può trasmettere lo stesso tipo di pubblicità che fanno i giornali cartacei. Gli abbonati non le ascolterebbero. Bisogna trovare un altro modo per infilare le pubblicità e così sono nati i romanzi pubblicitari. Ascolta…”
“Distesa sul divano (dal Baazar del Mobilio, Boulevard du Châtillon), con indosso una vestaglia di chiffon dal taglio squisito del grande stilista Philibert, la sfortunata Valentina stava soffrendo per un acuto reumatismo. Dottor Baldy, il celebre medico preferito da tutte le donne di buon gusto (945 Rue Atala), le aveva prescritto un impiastro di eccellente senape Godot assieme a un assortimento delle migliori medicine: compresse Flageois, che proteggono contro…”

(Parte seconda, capitolo sei)

Giusto per ricordare che quando di discute come se fosse una cosa futuristica/innovativa dei romanzi in eBook per pubblicizzare al meglio negozi e marchi reali tramite i futuri eReader/Tablet sempre connessi, si sta al solito parlando di qualcosa che è solo una variante di idee di 130 anni fa.
Idem il fatto che solo da pochi anni si stia cominciando a capire che la pubblicità tradizionale è fastidiosa e sempre meno gente ne viene influenzata e che quindi bisogna inventarsi modi diversi per invogliare all’acquisto. Robida fornisce una soluzione piuttosto comica, ma ha tutti i germi di ciò che davvero si sta pensando di fare con gli eBook (o si è fatto nei film, con i marchi dei prodotti in bella vista fino a pochi decenni fa).
Si potrebbe per una volta avere idee originali?
Qualcosa che non venga dall’Ottocento? ^_^”"
 

Il pubblico segue le battaglia nel Sahara al telegiornale, in diretta.
In versione rettangolare il telefonoscopio sembra proprio un LCD.

 

E infine ci sono anche le porcate assemblate in tutta fretta per cavalcare l’onda del momento. Robida fa l’esempio con uno spettacolo teatrale, ma potrebbe applicarsi anche alla narrativa o all’interesse verso un dato argomento dei fonogiornali e telegiornali:

[Premessa — un inviato di guerra de L'Époque è rimasto ferito mentre seguiva nel Sahara la Guardia Nazionale di Biskra, alleati dei francesi, mentre danno la caccia ai Tuareg di Abd-el-Razibus che razziano l'area e minacciano il Tubo di Timbuctu, una linea di condotti di fondamentale importanza per i treni pneumatici. L'amputazione del braccio del giornalista diventa una super-notizia su cui speculare per L'Époque, che subito dà massima importanza alla cosa trasformandolo nella celebrità del momento.]

Il coraggioso inviato di L’Époque è riuscito a scritturare le mogli di Abd-el-Razibus per l’Odéon. Durante la convalescenza per l’amputazione del braccio destro, il dinamico giornalista trovò perfino la forza di scrivere un’opera teatrale di lunghezza epica sulle proprie avventure in appena dodici giorni!
Inutile dirlo, questo spettacolo di guerra fu un successo fenomenale a Parigi. La moda si tramutò in un delirio quando, al suo ritorno in patria, il giornalista accettò di interpretare il ruolo dell’inviato ferito.

(Parte seconda, capitolo sette)

Gli Instant Book scritti da ignoranti con materiale non verificato e i programmi assemblati con pseudo-esperti all’accatto in poche ore/giorni non vengono in mente a nessuno? Io immagino, horribile visu, Vespa col plastico della casa del delitto di Cogne. ^_^

Passi per il giornalista ferito, ma perfino le mogli di Abd-el-Razibus, che non sono attrici e hanno l’unico pregio di essere apparse in televisione, diventano all’improvviso delle celebrità che tutti vogliono vedere e di conseguenza trovano lavoro a teatro al posto di attrici professioniste più qualificate. Ricorda il modo in cui certi personaggi senza qualità (tranne, talvolta, l’aspetto fisico) vengono lanciati in TV, saturando i programmi per brevi periodi, in seguito a casi di cronaca, reality show ecc…

E ora, mettendo assieme tutte le informazioni sul telefonoscopio, possiamo immaginare che anche gli spettacoli erotici stile webcam siano una realtà possibile del Ventesimo Secolo di Robida. Come visto è possibile abbonarsi per contattare altri telefonoscopi specifici che forniscono servizi a pagamento, ad esempio gli artisti che recitano via telefono o i professori che insegnano le loro materie via telefonoscopio o perfino i negozi per farsi spedire merci.

Non ci sarebbe nulla di strano quindi se fosse possibile collegarsi a un aggregatore di “artisti”, pagando in base ai minuti o su abbonamento, e scegliere di vedere le performance di una ragazza, come se fosse una webcam pubblica (il telefonoscopio permette di trasmettere verso molti abbonati assieme), oppure uno spettacolino privato. Nel caso dello spettacolo privato il microfono permette di parlare con la ragazza scelta. Immaginatelo come qualcosa di simile al sito Ragazze in Vendita, in cui qualsiasi ragazza può iscriversi, essere inserita nelle liste (magari inviate in cartaceo via posta agli abbonati?) e gestire il proprio lavoro lasciando una fetta dei guadagni in mano ai gestori (d’altronde nel Ventesimo Secolo di Robida le ragazze hanno pari diritti e studiano all’università, ergo devono pagarsi gli studi). Il telefonoscopio alla connessione col servizio potrebbe, di base, trasmettere una serie di foto col nome/numero della ragazza che scorrono grazie a un rullo automatico e, magari, inquadrare altri due o tre piccoli telefonoscopi che mostrano delle performance pubbliche.

Come nel caso degli attori più talentuosi che diventano indipendenti, le migliori potrebbero aprire un business basato sulla propria immagine: spettacoli pubblici e privati per gli abbonati, invio di numeri di una rivista con i nuovi set fotografici e gli orari delle performance live (stile fonogiornale: si può immaginare che fuori da quegli orari vengano ritrasmessi video di repertorio registrati o sequenze di foto).
Un tipo di business legato alla singola modella, come nel caso del sito di Ariel Rebel (qui il suo blog). Cito lei perché mi sta simpatica (le piacciono anime ed hentai), è famosa nel settore -con anche un premio vinto nel 2010- e il suo mix di softcore e di aspetto da ragazzina innocente mi pare particolarmente in linea con i gusti dei borghesi di un simil-XIX secolo. E in più è a tema con l’ambientazione di Robida: è una canadese la cui lingua madre è il francese. ^_^
Ovviamente io non guardo queste sconcezze e so queste cose solo per sentito dire: Gamberetta Hime-sama non approverebbe!

Robida lascia intuire di aver pensato alla questione. A parte il fatto che Ponto sbavi di fronte agli spettacoli con ragazze poco vestite e si addormenti con le cose serie, c’è un esplicito riferimento alla possibilità di guardare spettacoli piccanti al telefonoscopio, simili (credo) agli spettacolini softcore che le emittenti locali mettevano in televisione di notte dopo le undici o alle commedie sexy che andavano di moda una volta (e che hanno fondate basi storiche nel XIX secolo):

Barnabette ebbe un’improvvisa ispirazione: “Perché non approfittiamo che papà si è addormentato per guardarci qualche scena di quegli spettacoli che ci ha proibito di vedere?”
“Buona idea!” Barbe approvò con entusiasmo. “Assaggiamo il frutto proibito e visitiamo i teatri vietati alle giovani donne. Ah! Il Palais-Royal! Alcune delle miei amiche sposate non si perdono mai gli spettacoli lì o al Variétés.”
“E il Palais-Royal sia. Controlla la guida: che stanno facendo?”
L’Ultimo degli Scapoli, una farsa piccante in quindici scene.”
“Rapida Barnabette, colleghiamoci!”

[Lo spettacolo è in pausa. Vengono trasmesse immagini degli spettatori, soddisfatti. Le tre ragazze sono deluse dal contrattempo. Il signor Ponto si sveglia.]

“Ma… questo non è il Molière-Palace!” esclamò il signor Ponto. “Piccole birbanti! Vi siete approfittate del mio pisolino per cambiare teatro! Scommetto che siete balzate subito sul frutto proibito. Vediamo, che teatro è?”
“Papà, questo è… l’Odéon!” disse Barbe.
“Andiamo, lo so bene qual è: è il Palais-Royal! Ah, care bambine, ci potrete andare più avanti nella vita se i vostri mariti ve lo permetteranno, ma non ora. Questo non è un teatro per giovani signorine… Ma… se non mi sbaglio… lì, in quel palchetto sulla sinistra, c’è vostro fratello Philippe!”

[Mentre discutono sul fatto che il tizio sia o meno Philippe, che in teoria dovrebbe essere a Costantinopoli a occuparsi della bancarotta dell'Impero Ottomano, lo spettacolo ricomincia.]

“Vietato alle giovani ragazze!” urlò il signor Ponto, spegnendo il telefonoscopio.
Lo schermo si fece nero di colpo e la stanza sprofondò nell’oscurità.
“Oh!” fecero le giovani, deluse.

Come minimo c’era qualcosa di equivalente alle commedie sexy di Alvaro Vitali o all’umorismo a base di cazzi giganti dei teatri del mondo classico. Non si capisce altrimenti la reazione del signor Ponto.
Secondo me Robida ha preferito evitare di approfondire la questione dell’erotismo per via del punto di vista scelto, una ragazza per bene come Hélène, ma deve averci pensato e ha lasciato questo indizio. E anche altri, ad esempio nell’illustrazione sul cosiddetto “errore” di collegamento col telefonoscopio: non avete notato il signore coi baffetti, l’unico nascosto da un pudico giornale che non ha motivo di essere in quel contesto se non per suggerire del *fap fap fap*?
Un genio come Robida non poteva non aver pensato al futuro del porno! ^_^

C’è molto altre da dire sul Ventesimo Secolo, anche rimanendo solo nel mondo dei media, ma si andrebbe ancora più fuori strada rispetto al discorso tecnologico iniziale. Troverò altre occasioni per parlare del genio di Robida.

 

La telefonia mobile di cento anni fa (e un po’ di cinema)

Scritto da il 04 ott 2011 | Categorie: Filmati d'epoca, Steampunk, Storia, Storia Militare

Quando si parla di telefonia mobile si pensa subito ai cellulari e all’esplosione della loro diffusione negli anni ’90. Chi ha qualche informazione storica in più ricorderà il primo telefono portatile commerciale Motorola del 1983, DynaTAC 8000x, il cui prototipo risaliva al 1973. Era un attrezzo massiccio (poco più di un 1 kg), più simile per dimensioni e peso ai telefoni militari degli anni ’60 che ai cellulari di oggi.
L’inventore, Martin Cooper, ci scherzava sopra dicendo

“La batteria [durante la telefonata] durava solo 20 minuti, ma questo non era davvero un gran problema perché non potevi tenerlo sollevato così a lungo.”

E dai telefonini per telefonare si è poi evoluto il mondo dei telefonini usati come lettori MP3 e per fare fotografie, fino agli smartphone con cui giocare, leggere, guardare video ecc…

Meno noto è invece che l’interesse mondiale per i telefonini risalga a prima della Seconda Guerra Mondiale. Molto prima. E che pure l’idea di usare il telefonino non per chiamare qualcuno, ma per ascoltare musica conservata nel cloud, in streaming, risalga a 90 anni fa e abbia radici ancora più antiche (ma su queste tornerò in un articolo dedicato allo streaming pre-1900).

Si può vedere a dimensioni maggiori su YouTube

 
Il cortometraggio risale al 1922 ed è stato realizzato dalla British Pathé, società cinematografica che al giorno d’oggi si occupa principalmente di vendere i diritti d’uso del suo archivio storico di oltre 90.000 pellicole girate tra 1897 e 1976. Gli archivisti di British Pathé hanno scoperto questa pellicola e sono rimasti stupiti dal contenuto, tanto da lanciare un appello a chiunque possieda informazioni sul dispositivo rappresentato e sulle attrici. Il Telegraph ha diffuso la notizia del ritrovamento e fatto rimbalzare l’appello nel maggio 2010.
British Pathé produsse cinegiornali dal 1910 al 1976, cominciando con la Pathé Gazzette bisettimanale e arrivando nel 1930 ad avere ben quattro diversi cinegiornali in produzione. Uno di questi era la cinerivista Eve’s Film Review, da cui proviene il filmato, che si occupò di argomenti per il pubblico femminile tra 1921 e 1933.

Ne approfitto per una breve incursione nella storia del cinema.
British Pathé nacque nel 1902 come filiale britannica della Pathé francese, fondata nel 1896 a Vincennes da Charles Pathé e i suoi due fratelli. Pathé si occupava di tutto il processo di produzione del film, dalla fabbricazione della pellicola da impiegare (nel 1912 brevettarono una pellicola ignifuga da 28 mm) fino alla distribuzione del film completato (ideò nel 1907 il principio per cui le pellicole non si vendono ai cinema, si noleggiano). Pathé inventò nel 1908 i cinegiornali, idea innovativa che ebbe un enorme successo fino alla diffusione di massa della televisione. Pensate ai cinegiornali americani durante la Seconda Guerra Mondiali e all’uso del cinema come mezzo di propaganda da parte di Mussolini e Hitler.

Quella britannica non fu l’unica filiale. Nel 1909 Pathé aveva più di 200 sale cinematografiche tra Francia e Belgio e dal 1910 si era espansa con stabilimenti a Madrid, Roma, Mosca e New York, più altri in Australia e in Giappone. Pathé dominava il mercato delle macchine da presa e dei proiettori: si stima che prima della Grande Guerra il 60% dei film del mondo venissero girati con attrezzature Pathé (fonte: wikipedia).

Il 1894 fa riferimento al negozio di grammofoni aperto da Pathé e non alla società cinematografica: tutto iniziò proprio con quel negozietto, quando Charles Pathé capì quanto era promettente la nascente industria dell’intrattenimento.
 

Pathé fu tra i produttori dei primi serial del mondo, ottenendo un successo notevole con The Perils of Pauline del 1914, serie di 20 episodi (due da 30 minuti e gli altri da 20 minuti) che venne trasmessa molte volte nei cinematografi durante gli anni ’10 e ’20, talvolta in versioni modificate o accorciate. È sopravvissuta solo l’edizione accorciata da 9 capitoli appena, della durata di 214 minuti.
La trama in poche parole:

Marvin, il ricco tutore di Pauline, muore e lascia tutto alla ragazza, ma con il vincolo che l’eredità sarà amministrata dal suo segretario, Koerner, fino a quando Pauline non si sarà sposata. Giustamente una ragazza ha bisogno della custodia di un uomo, sia esso il padre o il marito, altrimenti butterebbe tutti i soldi in capricci insensati: saggia scelta, Marvin.

Pauline però non vuole sposarsi subito, preferisce viaggiare e vivere avventure per prepararsi a una carriera da scrittrice. Il fatto che voglia informarsi, addirittura “sul campo”, la pone a centinaia di chilometri sopra la feccia degli scrittorucoli italiani che si accontentano, come Marina Lenti (autrice pubblicata da Delos Books e moderatore storico di Fantasy Magazine), di “una cultura media da film“.

Koerner non è scemo e vuole impadronirsi dell’eredità per cui approfitta della voglia di avventure per tramutare ogni viaggio in un tentativo di omicidio. Pauline viene regolarmente rapita o minacciata da cattivi di ogni sorta, inclusi pirati e indiani americani.

Grazie al successo di questa serie Pathé produsse nel 1914 un’altra serie simile, The Exploits of Elaine, in cui una fanciulla (interpretata da Pearl White, la stessa attrice che faceva Pauline) cerca l’assassino del padre con l’aiuto di un detective (no, nonostante il titolo ambiguo non è una serie porno). Nel 1915 arrivò il seguito, The New Exploits of Elaine, e poi una terza stagione conclusiva, The Romance of Elaine.

Come potete notare il meccanismo attuale di “se piace al pubblico facciamo un’altra stagione e poi un’altra finché non diventa una boiata e il pubblico ci manda affanculo o la poca dignità rimasta ci impone di piantarla” aveva già messo radici cento anni fa (in fondo mutuava il meccanismo dal mondo delle serie di racconti e romanzi, come quelli su Sherlock Holmes, personaggio di cui Doyle cercò di sbarazzarsi nel 1891).

 
Le serie di inizio ’900 erano perlopiù opere d’azione con eroi che prendevano a calci nel culo i cattivi e salvavano fanciulle in pericolo (anche se Pauline è molto più ricca di risorse della tipica damigella cliché indifesa). Il che è naturale considerando che era cinema muto per cui, francamente, lo spazio per i dialoghi brillanti non è che fosse molto. Sarebbe interessante provare a girare Dr. House nel 1911, muto.

Tra i serial di successo dell’epoca vi furono i tedeschi Arsene Lupin Contra Sherlock Holmes (5 episodi, 1910) e Homunculus (6 episodi, 1916), lo statunitense The Hazards of Helen (119 episodi tra 1914 e 1917), i francesi Nick Carter, le roi des détectives (6 episodi, 1908), Fantômas (5 episodi tra 1913 e 1914) e Les Vampires (10 episodi tra 1915 e 1916).

Pathé si lanciò anche nel mercato home video ante-litteram, ben prima di VHS e BetaMax (e perfino della televisione), con un sistema basato su pellicole da 9,5 mm perforate nell’interlinea (Pathé Baby) che inizialmente prevedeva solo il proiettore e solo dopo arrivò la macchina da presa apposita.
Pathé Baby ebbe un notevole successo nei decenni successivi, soprattutto in Europa (dove vennero venduti gran parte dei 300.000 proiettori), nonostante la concorrenza crescente del formato Kodak da 8 mm (qualitativamente molto peggiore) introdotto nel 1932. Scomparve nel 1960 assieme alla Pathescope Ltd. che se ne occupava, ma alcuni fanatici lo usano ancora (come sono rimasti ancora alcuni che usano l’ottimo Betamax o l’eccellente LaserDisc e, tra qualche decennio, diremo lo stesso dei fanatici che collezionano e consumano romanzetti in cartaceo, facendoli stampare apposta col Print on Demand).

Vi ricordo l’articolo dell’anno scorso sul rivale di Pathé nell’ambito dei cortometraggi erotici, l’austriaca Saturn Films di Johann Schwarzer.

Pellicole d’epoca da 9,5 mm con perforazione nell’interlinea.
Prima della Seconda Guerra Mondiale era il formato preferito per i filmati porno amatoriali.
Lo dico per sentito dire, all’epoca non c’ero. E comunque non ero io in quel video. PUNTO.

 

Chiudo la parentesi cinematografica, scritta solo per via delle informazioni spendibili per chi si occupa di Steampunk e Dieselpunk (se non le mettevo in un articolo così non avrei saputo dove infilarle), e torno alla telefonia mobile.

La mia opinione è che il telefono mostrato nel video non fosse un vero prototipo di qualcosa, ma solo un oggetto inventato allo scopo di descrivere le potenzialità dei dispositivi mobili al pubblico. Un elemento più futuristico che reale, senza possibilità di apparire davvero sul mercato (non appaiono marchi o altro nel video).
Ma questo non significa che non ci fossero già compagnie dedicate allo sviluppo di brevetti per la telefonia mobile. Il 1902 può essere considerato l’anno di inizio della Generazione Zero della telefonia mobile (0G, 1902-1983, incluse le ricetrasmittenti usate come telefono dai militari), con la diffusione sulla stampa statunitense delle notizie sugli esperimenti di Stubblefield (a cui seguì un brevetto per telefoni senza filo nel 1908).

Nathan Stubblefield era un coltivatore di meloni con l’hobby dell’inventore. Già negli anni 1880 si era occupato di telefonia “senza cavi” e per vent’anni cercò di trovare un modo di inviare chiaramente la voce attraverso l’aria o il suolo. Non si può considerare uno dei padri della radio (come Tesla, Braun, Popov o Marconi) perché il suo telefono non funzionava modulando in ampiezza o in frequenza le onde radio, ma trasformando il segnale audio pari pari in segnale elettromagnetico (la lunghezza d’onda della voce è molto maggiore quando portata in elettromagnetico). In pratica niente onde radio in alta frequenza.

Questo sistema di “induzione della frequenza” ha lo svantaggio di funzionare bene solo in prossimità della sorgente, quindi con un raggio di trasmissione molto ridotto. Non era un’idea nuova, ci avevano provato (senza evidentemente lo stesso successo) già Trowbridge, Preece, Phelps ed Edison nel ventennio tra il 1880 e il 1900. Stubbefield si occupò molto anche di conduzione terrestre, campo già esplorato fin dagli anni 1850 dagli esperti di telegrafia (si accorsero che le comunicazioni telegrafiche potevano essere ricevute anche da una macchina scollegata dal cavo, su brevi spazi), sempre allo scopo di creare il telefono senza fili.

Nel 1898 brevettò una batteria sepolta (non ho trovato il nome tecnico in italiano). In parole povere due elettrodi di metalli diversi, nella versione di Bain del 1841 erano in zinco e rame, che ottengono la corrente elettrica “gratis” come prodotto di scarto dell’azione dei campi magnetici che attraversano il suolo (non è un granché come spiegazione, ma immaginate la batteria al limone o quella con la patata: non proprio qualcosa con cui far funzionare il PC). La batteria di Stubblefield includeva un solenoide oltre al resto.
Come mai si interessò al mondo delle batterie? Ovviamente per rifornire di corrente il suo telefono! Tutta la sua carriera di inventore girò attorno al telefono senza fili (chi ha pensato “ma allora è finito come un morto di fame!” riceve un bel più sul registro).

Stubblefield fece una dimostrazione pubblica della trasmissione di voce e musica il primo gennaio 1902, di fronte a mille spettatori, sfruttando la conduzione terrestre per inviare suoni a cinque postazioni riceventi nel raggio di mezzo miglio (800 metri). Il 20 marzo 1902 a Washington D.C. trasmise musica e voce dal vaporetto Bartholdi verso la riva, a un terzo di miglio di distanza, attraversando l’acqua e il suolo. L’esperimento andò meno bene quando lo tentò a New York nel giugno 1902 perché la diffusione della corrente alternata interferiva con la conduzione terrestre del segnale. Considerando quanto è stata importante la corrente alternata di Tesla per plasmare il Secolo Elettrico (citando la definizione di Robida), non è certo un problema di poco conto: pur con tutta la buona volontà e l’ingegno dimostrato, il telefono di Stubblefield era una porcata.

Stubblefield con la comodissima postazione ricevente del 1907 per le telefonate a induzione di frequenza (VLF, Very Low Frequency).
È piccola quasi come l’antenna dell’iPhone, nevvero?

 
Il numero del 24 marzo 1902 del Washington Times loda i risultati di Stubblefield e dice che sfruttando per la trasmissione dei bastoni di acciaio da affondare nel terreno per tre piedi (quasi un metro) era possibile comunicare a una distanza variabile tra le 300 iarde e il mezzo miglio (270-800 metri). I bastoni d’acciaio, che fungono da tralicci, sono avvolti da una bobina e collegati agli apparati elettrici di ricezione e trasmissione (l’apparato installato sul vaporetto Bartholdi).

La conduzione terrestre si era dimostrata un problema per colpa della corrente alternata diffusa nelle città più avanzate. Stubblefield iniziò a impiegare grandi bobine circolari per inviare la voce alla stazione ricevente e nel 1903 riuscì a trasmettere a 114 metri di distanza usando solo l’induzione di frequenza. Nel 1904 arrivò a 386 metri. La quantità di cavi necessari per la postazione di trasmissione e quella ricevente era tale da bastare a usarli per collegare un telefono tradizionale, ma con questo sistema c’era il vantaggio di poter spostare comodamente le postazioni.
Nel 1907 una bobina di trasmissione di appena 18 metri di cavo riuscì a trasmettere in modo adeguato a 400 metri di distanza. Nel 1908 Stubblefield ottenne il brevetto, come detto all’inizio. Nel brevetto dice che quel sistema può essere utile per trasmettere telefonate tra le stazioni ferme e veicoli in movimento come treni, navi o automobili.

Nathan Stubblefield tiene in mano la comoda “antenna” del ricevitore (che a quanto si capisce dal brevetto è un contenitore di metallo con dentro la bobina), mentre la moglie Ada Mae guarda e la figlia Pattie porta all’orecchio la cornetta.

 
Ringrazio Angra (autore del romanzo science-fantasy Marstenheim) per avermi aiutato a capire meglio il funzionamento del telefono mobile di Stubblefield. Altre info su Stubblefield qui, qui e qui.

Per concludere infilo qualche dispositivo radio portatile impiegato in ambito militare.
Nel numero del giugno 1931 di Modern Mechanix era presente un blindato con postazione radio, dotato di otto ruote. Uno dei primi esemplari di applicazione della radio ai veicoli da combattimento (divenuta poi cosa comune nei carri armati successivi). Gli inglesi, dopo l’occupazione della Mesopotamia alla fine della Grande Guerra, si trovarono a dover risolvere il problema delle comunicazioni con i soldati nelle vaste aree da pattugliare sia in Iraq che sulla frontiera dell’India con l’Afganistan. La risposta (ovvia) fu il blindato con annesso un apparato ricetrasmittente.

 
Non sono sicuro del modello, ma per esclusione credo che sia un Rolls Royce Indian Pattern. Non ho trovato foto per cui non posso dire di essere sicuro, ma la descrizione del modello indiano parla di una torretta a cupola con spazio per quattro mitragliatrici e di un corpo più lungo rispetto alle altre autoblindo Rolls Royce per contenere più equipaggiamenti… e infatti nella foto c’è una coppia di ruote posteriori in più.

Ma una postazione radio su un veicolo non è sufficiente. La fanteria spesso ha bisogno di trasmettere per chiedere appoggio alla base o per comunicare all’interno della compagnia, senza dover inviare staffette in giro. Ad esempio una squadra che tiene un nido di mitragliatrici può dover comunicare la presenza del nemico a livello di plotone e la radio portatile di plotone, di dimensioni e portata maggiore, può chiedere il supporto dell’artiglieria a livello di reggimento (o i bombardieri). La possibilità di trasmettere a livello di squadra e di plotone, senza doversi basare solo sulle postazioni radio fisse, è stata un elemento fondamentale nei cambiamenti della tattica militare dalla Seconda Guerra Mondiale in poi (come dice Antoine Bousquet in The Scientific Way of Warfare si passa dalla “Guerra Termodinamica” alla “Guerra Cybernetica”, ovvero basata sul controllo e sulle comunicazioni).

Facendo degli esempi concreti, questo è un radiotelefono a zaino (SCR-300), simile a quelli che si vedono spesso nei film sul Vietnam:

 
È stato adottato nel 1943. È voluminoso e costringe a far portare l’equipaggiamento dello zaino del soldato che la trasporta agli altri soldati. Il peso è tra i 15 e i 17 Kg, in base alla batteria. Ha il vantaggio di avere un raggio di trasmissione discreto (soprattutto se si considera che era una grossa novità durante la Seconda Guerra Mondiale), quasi cinque chilometri con l’antenna estesa al massimo. La ricetrasmittente SCR-300 fu la prima a ricevere il nomignolo di walkie talkie.
In realtà nel Vietnam veniva impiegato un modello successivo chiamato AN/PRC-25 (soprannominato Prick-25) che pesava appena 10 kg e aveva un raggio di trasmissione di cinque-sei chilometri con l’antenna corta, mentre saliva a trenta chilometri con l’antenna lunga (che era portata a parte in un sacco di tela agganciato a fianco del set radio, nell’imbracatura tipo zaino).

Questo invece è una ricetrasmittente più piccola, da impiegare a livello di squadra (o plotone) senza dover dedicare un soldato al suo trasporto, visto che pesa solo 2,3 kg (batteria inclusa) invece di 10 kg.

AN/PRC-6 con o senza la cornetta opzionale che rende più comodo l’impiego.
Il suo predecessore del 1940 era il modello SCR-536 (handie talkie).

 
L’AN/PRC-6 ha un raggio di meno di 300 metri nella giungla e di un chilometro e mezzo su terreno sgombro. Il corto raggio non è uno svantaggio: in questo modo si può comunicare in chiaro a livello di plotone o compagnia, trovandosi molto vicini al nemico, senza che il nemico possa intercettare a molti chilometri di distanza ciò che viene detto. Gli addetti radio “veri” comunicheranno poi in codice, magari usando perfino una lingua straniera come il Navajo o simili.
È stato usato dalla Guerra di Corea fino alla Guerra del Vietnam.

Per finire un link al famoso AN/ARC-5 Command Radio Set impiegato a lungo anche dall’esercito italiano (siamo campati per qualche decennio con la roba americana).
Famoso per il motivo che bastavano un po’ di scossoni per mandarlo a puttane e dopo era un casino calibrare di nuovo la macchina lavorando con la cuffia e le manopole. Una baracca delicata e fastidiosa. Mio padre la odiava (e quando ci siamo procurati di meglio aveva già un grado sufficiente per non doversene interessare).

Si può immaginare che tutte le ricetrasmittenti dei primi decenni avessero problemi e delicatezze più o meno gravi. Giusto nel caso si voglia mettere assieme gli equipaggiamenti militari degli anni 1940-1960 alle idee sulla telefonia mobile risalenti al 1880-1900 per una ambientazione Steampunk in cui gli eserciti già nel 1890 avevano strumenti radio pari a quelli di 50 anni dopo e, di conseguenza, combattevano in un modo che è una via di mezzo tra quello della loro epoca e quello di mezzo secolo dopo (tattiche di fanteria moderne -non fanteria di fila-, ma senza supporto aereo “serio” e con grandi/lenti carri armati in stile Grande Guerra in appoggio?).

Puntare sulla scarsa affidabilità e sui problemi di veicoli, organizzazioni, armi ecc… dà un tocco di realismo molto maggiore che concentrarsi su ciò che funziona. A funzionare sono bravi tutti allo stesso modo: è a guastarsi che ogni oggetto è diverso.

 

Il monaco del Cinquecento e altri automi

Scritto da il 22 lug 2011 | Categorie: Mech e Robot, Storia

Oggi video di automi.
Robot, mech col pilota, automi a orologeria e minchiate così mi piacciono molto. Un po’ di mesi fa mi sono imbattuto nel video dell’automa monaco, ma non sono mai riuscito a infilarlo in qualche articolo (sarebbe stato bene accanto all’automa di Manzetti, ma è arrivato tardi). L’esistenza del monaco mi è stata ricordata pochi giorni fa da un articolo di BoingBoing. Peccato non averlo scoperto due anni fa: lo avrei potuto segnalare una lettrice che mi aveva chiesto informazioni sugli automi del passato…

Questo è il monaco:

Automa attualmente conservato al National Museum of American History di Washington. È stato donato allo Smithsonian Institution nel 1977 e il video, senza audio, risale al 1978.
 

Il monaco è stato costruito nel 1562, o poco dopo, ed è un prodotto dell’ingegno italiano.

Nel 1562 il diciassettenne Don Carlos, figlio primogenito di Filippo II di Spagna, cadde dalle scale e batté la testa. A quella che sembrava una semplice craniata seguirono febbre, rigonfiamento del capo, cecità e delirio. Il Re lo raggiunse ad Alcalà da Madrid, portandosi dietro tutto il Consiglio di Stato e i migliori medici. Dopo un mese di malattia e un tentativo di trapanazione cranica (non completata), decisero che i medici tradizionali erano troppo incompetenti e si affidarono alla medicina alternativa: tirarono fuori i resti di Diego d’Alcalà, un francescano del Quattrocento per cui da tempo si cercava di ottenere la canonizzazione. Miracolo o meno, c’era da sperare in un 30% di possibilità che fungesse da placebo: possibilità molto maggiori di quelle garantite dai medici-filosofi pasticcioni del periodo.

Ci sono due versioni principali di come avvenne la cura alternativa. Nella prima Don Carlos chiese di poter toccare la mummia, afferrò le mani del cadavere e se le portò al volto. Nella seconda versione deposero il cadavere sul letto, a fianco di Don Carlos, e fecero toccare le due teste. In una variante della seconda versione, variante che ho rinvenuto personalmente inventandola poco fa, Don Carlos si svegliò e mormorò “Carmencita, che pelle secca che hai oggi. Ora vai giù e succhiami l’uccello” e le taumaturgiche labbra del morto fecero il miracolo. La mia versione è attendibile quanto gran parte delle testimonianze di eventi miracolosi quindi non lamentatevi.

San Drogone era in grado di trovarsi simultaneamente in due posti. Ora è patrono delle gente brutta, di quelli che fanno schifo al cazzo, dei malati di mente, del caffè e delle caffetterie. Non sono sicuro del motivo per cui sia patrono di queste ultime, forse perché grazie al miracoloso multitasking potrebbe andare al lavoro e intanto farsi i cazzi propri al bar…

La morte di Don Carlos era ormai certa, tanto che il Re decise di levarsi dalle palle la sera stessa per non vederlo schiattare lentamente. Ma la mummia di Diego, efficace come l’agopuntura, l’omeopatia e le pillole di zucchero, aveva ottenuto l’effetto placebo compiuto il miracolo: il giorno dopo cominciò a stare meglio, la settimana dopo era di nuovo in grado di vedere e in un mese fu di nuovo sano come un pesce.

Per ringraziare del miracolo, Don Carlos e Filippo II appoggiarono la richiesta di canonizzazione del frate (avvenuta nel 1588). Come ulteriore dono, Filippo II in cambio del “miracolo divino” ottenuto per intercessione del santo, fece fare un “miracolo meccanico” dal suo Maestro orologiaio. Il miracolo meccanico è l’automa monaco del video: un omuncolo penitente alto 38 centimetri, compie un tragitto a forma di quadrato, muove la bocca in una silenziosa preghiera, si batte il petto, ogni tanto solleva il crocifisso per baciarlo, ruota leggermente la testa e muove i piedi in modo da far sembrare che stia camminando (invece si sposta grazie alle ruote, nascoste dal saio). Il volto dell’automa, in legno, venne scolpito a imitazione di quello di Diego d’Alcalà.

Nel 1568 Filippo II fece arrestare Don Carlos e lo incarcerò. Morì sei mesi dopo, pare avvelenato per ordine del padre. Potevano pure evitare di scomodare la mummia visto come è finita la vicenda…

Il progetto originale era leggermente diverso,
ma si preferì alla fine il soggetto sacro.

Chi era il genio che fece una simile meraviglia?
Come anticipato, era un ingegnere italiano: Juanelo Turriano, Maestro orologiaio prima di Carlo V e poi di Filippo II, si chiamava precedentemente Gianello Torriani (o forse Giovanni) ed era nato tra il 1500 e il 1515 a Cremona. Nel 1530, quando Carlo V venne a Bologna per l’incoronazione, chiese di far riparare l’orologio astronomico di Dondi, a Padova, risalente al Trecento. Il lavoro venne affidato a Torriani, ma l’orologio astronomico era così danneggiato che decise di farne uno nuovo, con duemila ruote dentate, molto più figo del vecchiume precedente (ma senza giochini Java e privo di messaggi SMS: tanto Carlo V nemmeno sapeva cosa fossero). Impiegò una ventina d’anni a inventarlo e fabbricarlo. Torriani sì occupò di meccanica, ingegneria e architettura: progettò palazzi, automi meccanici, aiutò papa Gregorio XIII a riformare il calendario e realizzò il meraviglioso artificio de Juanelo, un sistema di ruote idrauliche (norie) che portava l’acqua del fiume Tago fino alla fortezza dell’Alcázar. Torriani morì nel 1585 e dai suoi contemporanei venne, a ragione, considerato il nuovo Archimede.

Per chi vuole un articolo completo con tanto di fonti citate, rimando all’eccellente lavoro svolto da Elizabeth King.

E così il miglior automa del Cinquecento è frutto dell’ingegno italico come lo è anche il miglior automa dell’Ottocento, quel meraviglioso suonatore di flauto dotato di motore pneumatico realizzato da Innocenzo Manzetti (lo trovate in questo articolo del 2010). Sugli italici robot del presente stendo un velo pietoso e passo la parola ad Angra, nei commenti: robe che nemmeno riescono a camminare, nonostante la marea di soldi buttati dentro in stupidate elettroniche.

Ora altri video di automi meccanici perché sono sempre belli da vedere.
Non belli quanto i coniglietti, ma comunque belli.

Nancy, automa teatrale in cartapesta caricato con la manovella. Fine Ottocento.
Non è da escludere che ne venissero fabbricate con incluse vagine in gomma foderate di seta: le Real Doll, come i vibratori o tanti giocattoli sessuali che sembrano moderni, hanno una storia antica. E i conigli hanno una memoria lunga.

 

Inquietanti resti di automi suonatori di violino (Leopold Lambert, circa 1880) e d’arpa (Gustave Vichy, circa 1880). In realtà, a differenza del suonatore di Manzetti, questi non suonano niente: il movimento è solo coreografico, mentre la musica viene da un cilindro musicale. L’arpista è terribile, sembra la figlia di Fantozzi.

 

Due esempi di automi giapponesi (Karakuri Ningyō) in voga tra XVII e XIX secolo.
Chissà se a inizio Novecento ne hanno fabbricati anche con l’aspetto di scolarette assalite da mostruosi stupratori tentacolari…

 

Quei temerari sulle macchine volanti: umorismo con pickelhaube

Scritto da il 02 lug 2011 | Categorie: Film e TV, Storia

Ho scelto quattro scene da Quei temerari sulle macchine volanti (titolo originale: Those Magnificent Men in Their Flying Machines or How I Flew from London to Paris in 25 hours 11 minutes) per far conoscere a chi ancora non lo ha visto questo divertentissimo film ambientato a inizio ’900, in una competizione di abilità e di macchine tra piloti provenienti dalle nazioni più tecnologiche.
Un film fantastico, con ottimi attori, gag divertenti, bei costumi e aerei in legno e tela che è un miracolo che stiano in volo (infatti ci stanno poco: finiscono regolarmente schiantati). Il pilota italiano (Conte Emilio Ponticelli) è interpretato da Alberto Sordi, sempre bravissimo. Il capo dei vigili del fuoco (Perkins) presso gli hangar dove si radunano i piloti è interpretato da Benny Hill. Con il casco in ottone da pompiere è fenomenale.

Benny Hill nel ruolo del capo dei vigili del fuoco Perkins

I video che ho scelto riguardano tutti il gruppo della Germania Imperiale.
Mi è sembrato quello meglio caratterizzato, con elementi tipici che li rendono divertenti pur mantenendo basi storiche accurate. Questo non avviene altrettanto bene con l’italiano o il francese, macchiette di cattolico con centomila figli e di donnaiolo. I tedeschi guidati dal colonnello Manfred von Holstein (interpretato da Gert Fröbe, già Goldfinger nell’omonimo film su 007) sono uno spettacolo.

Si impara dai manuali.
C’è forse un altro modo di imparare le cose? La cosa divertente di questo aspetto della mentalità tedesca rappresentato nel film è che funziona. Storicamente la Germania Imperiale produceva oltre dieci volte gli ingegneri prodotti ogni anno dall’Inghilterra e la principale differenza di mentalità tra inglesi e tedeschi stava nel fatto che gli inglesi fondamentalmente NON studiavano. I loro ingegneri laureati erano regolarmente inadatti a svolgere ricerche scientifiche, mancando delle necessarie basi teoriche. Gli inglesi preferivano formare i loro tecnici con il metodo “siediti accanto a Bob e guarda cosa fa”. Non proprio l’ideale e infatti l’Inghilterra fu in crisi contro la qualità professionale e la superiorità tecnologica tedesca all’inizio del ’900.
Questo dovrebbe, per chi ha un cervello funzionante, far scattare una scintilla riguardo ai manuali di scrittura, a tutto lo studio tecnico e specialistico sulla scrittura per la narrativa fatto nei paesi anglosassoni e all’equivalente basso livello amatoriale della massa di italiani che non si degnano di studiare la scrittura. Ma sarò buono: oggi non calcherò la mano sul fatto che un popolo possa essere così pieno di idioti nonostante l’esempio inglese di mentecattaggine di 100 anni fa (idioti e storicamente ignoranti, ma con tante lauree in lettere).

Il metodo funziona anche nel film.
Alla fine pure il colonnello, costretto all’ultimo a sostituire il pilota designato (preda della diarrea fulminante a causa di un lassativo bevuto per errore), riesce a guidare il veicolo. Sfortunatamente non fa in tempo a leggere tutto il manuale prima del volo e questo causerà la sua sconfitta. Già così è un miracolo di efficienza: quanti riuscirebbero a guidare in modo più che dignitoso un aereo (o un’automobile) per la prima volta solo leggendo il manuale del produttore?
D’altronde…

Non c’è niente che un ufficiale tedesco non sappia fare!
Proprio vero. E il film non esagera per niente, anzi! L’esempio reale di Dietrich Graf (conte) von Hülsen-Haeseler, il generale danzante di cui abbiamo già parlato, è ben più grottesco di un colonnello ciccione che vola perché un ufficiale tedesco deve saper volare.

I successi del generale Moltke nelle guerre contro l’Austria nel 1866 e contro la Francia nel 1870 furono sufficienti a convincere molti tedeschi che l’esercito aveva le risposte per tutti i problemi. Come risultato, sembrò ovvio non solo che l’ufficiale dell’esercito fosse la sola persona adatta a giudicare questioni militari, ma anche che fosse più versatile di qualunque altro professionista. Infatti l’ufficiale tedesco era capace di portare a termine qualsiasi compito, inclusa la direzione dei teatri reali prussiani. L’ufficiale in questione, il generale von Hülsen, compì anche l’estremo sacrificio per intrattenere il suo sovrano: si vestì da ballerina e si esibì in un balletto alla presenza del Kaiser. Sfortunatamente i suoi 56 anni ebbero la meglio su di lui e morì a causa di un infarto proprio all’apice del suo spettacolo.

(Da Il Guinness degli aneddoti militari di Geoffrey Regan)

E per non farsi mancare nulla, in assenza di fanfara un vero ufficiale tedesco sa rimediare con la beatboxing. Peccato che il primo tentativo di volo non vada granché bene…

Umorismo con pickelhaube.
Il duello tra il francese che perseguitava i tedeschi con gli scherzi e il colonnello è geniale. Non rivelo la gag a base di pickelhaube, guardatela nel video. Voglio invece sottolineare la (doppia) citazione presente nel duello al Crystal Palace descritto da Gamberetta in Assault Fairies (leggetelo, è fantastico): un omone in elmetto chiodato, coi baffi, in uniforme piena di decorazioni, armato di trombone. O forse devo solo preoccuparmi perché Gamberetta, pensando al Duca, immagina senza volerlo questo soggetto… ^__^”"

Guardate questo film.
Il Kaiser ve lo ordina.

 

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