Archivio per la Categoria 'Storia'

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Edificanti storie di cannibalismo e necrofilia nel Lungo XIX Secolo

Scritto da il 29 apr 2013 | Categorie: Bizzarro, Riflessioni, Storia

Alcuni mesi fa stavo studiando la storia del teatro Grand Guignol di Parigi, aperto nell’aprile del 1897, famoso per aver mischiato commedie, erotismo e spettacoli di puro splatter in cui mutilazioni, litri di sangue, budella, deformità repellenti e ustioni da acido erano rappresentate magistralmente. Un teatro che immagino molti conoscano, noto perlomeno a chiunque abbia un minimo di famigliarità con la cultura francese o con la storia di Parigi. Io ero ignorante e fino a pochi anni fa non lo conoscevo: quando mi è tornato in mente ho deciso subito di approfondire, per capire nel dettaglio cosa venisse messo in scena (ne parleremo in futuro).

Uno dei libri che stavo studiando analizzava la nascita del Grand Guignol e dell’interesse morboso di massa come conseguenza di un humus sociale fatto di giornalismo sopra le righe su fatti tragici e disgustosi (poveracci sepolti vivi, mariti infedeli sfigurati con l’acido dalla moglie vitrioleuse), racconti horror sempre più diffusi con mostri e fantasmi, il ricordo della ghigliottina e il feticismo della decapitazione, la fascinazione artistica verso gli stati di coscienza alterati, la pazzia, il sovrannaturale e, ovviamente, il diffondersi compiaciuto nella cronaca nera di episodi di cannibalismo, vampirismo e necrofilia.
Un’ondata di interesse per la pazzia antropofaga, i vampiri, il satanismo e la necrofilia aveva investito la Francia e, secondariamente, l’Italia del Lungo XIX Secolo. Quando possibile i crimini venivano conditi (a sproposito) con messe nere dai fantasiosi dettagli: ricordava molto il giornalismo italiano degli anni 1990, tanto per sottolineare che il Novecento non ha inventato nemmeno questo.

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“L’Inhumation précipitée”, Antoine Wiertz, 1854.
La paura di venire sepolti vivi (tafofobia) era diffusa nei paesi occidentali e le epidemie di colera tra ’700 e ’800 sparsero ulteriormente il terrore (portando al business delle bare apposite)

Cominciamo con un vampiro francese.
Antoine Léger era un giovanotto che amava la vita all’aperto, tanto da dormire in una caverna e passare ore e ore immerso nella selvaggia natura dei boschi francesi. Più precisamente passava il tempo acquattato in attesa che passasse una fanciulla abbastanza bella, balzava fuori, la trascinava nella sua tana, la stuprava, ne mutilava i genitali, le strappava il cuore e se lo mangiava crudo. Nemmeno la decenza, per onorare la bellezza della fanciulla, di scottarlo su entrambi i lati e impiattarlo su una riduzione di Porto con un trito decorativo di basilico. Questo grossomodo era il suo comportamento tipico. In più beveva anche il sangue delle vittime, cavandone fuori il più possibile dal corpo dopo aver cavato via il cuore, perché era convinto di avere bisogno di sangue umano per sopravvivere. Come mai mangiasse i cuori invece di limitarsi a spremerli non lo so, forse gli piaceva il sapore. O magari il solo vampirismo senza cannibalismo “di roba solida” gli pareva troppo poco per il curriculum.
La sua ultima vittima (di una quantità ignota) fu una bellissima ragazzina di dodici anni: la uccise e ne bevve il sangue. Quando gli chiesero durante il processo perché avesse bevuto il sangue, rispose che aveva sete. Di fronte a una tale lucidità argomentativa, la Corte decise che andava curato e rieducato con il mezzo più consono e avanzato di cui la scienza disponesse: venne ghigliottinato nel 1824.

Lo stimato dottor Richard Freiherr von Krafft-Ebing nel suo capolavoro Psychopathia sexualis ha dedicato solo poche righe a Léger (caso numero 19 dell’opera):

Léger, vignaiolo, 24 anni.
Fin da giovane lunatico, silenzioso, timido. [...] Dopo aver vagato per otto giorni nella foresta catturò una ragazza di dodici anni, la violentò, le mutilò i genitali, le strappò il cuore, se lo mangiò, si bevve il sangue e seppellì i resti. Dopo l’arresto all’inizio mentì, poi confessò il crimine con cinico sangue freddo. Ascoltò la sentenza di morte con indifferenza e venne giustiziato. L’autopsia rivelò aderenze patologiche tra le membrane cerebrali e il cervello.

Passiamo all’Italia.
Vincenzo Verzeni, orgoglio orobico nell’ambito dei vampiri strangolatori, è il caso numero 21 trattato dal dottor von Krafft-Ebing. Nato nel 1849, residente a Bottanuco (Bergamo), e sbattuto in galera nel gennaio 1872 con l’accusa di aver ucciso due donne e averne strangolate altre senza causarne la morte tra 1867 e 1817. Verzeni raggiungeva l’orgasmo strangolando le donne, infliggendo una ferita con i denti e succhiando un po’ di sangue. Lo strangolamento è molto comune tra i vampiri, tanto da essere considerato importante quanto bere il sangue. Verzeni scoprì di gradire lo strangolamento da adolescente, mentre si eccitava sessualmente nel tirare il collo alle galline (e ne uccise più del dovuto, scaricando la colpa sulle donnole).

Dicembre 1870. Giovanna Motta era una ragazzina di quattordici anni, partita tra le sette e le otto del mattino per andare in un vicino villaggio. Non fece ritorno. La trovarono poco distante da un sentiero che attraversava i campi. Era nuda, mutilata, con la bocca riempita di terra. Le cosce erano state dilaniate a morsi, intestini e genitali strappati via e abbandonati a una certa distanza. Una parte del polpaccio destro, assieme a brandelli di tessuto, fu ritrovato nascosto sotto un mucchio di paglia. Altri segni di violenza sul corpo fecero sospettare un tentativo di stupro prima di soffocarla con il terreno infilato in gola e del cannibalismo.

28 agosto 1871. Frigeni, una donna sposata di ventotto anni, andò nei campi di prima mattina e quando non fece ritorno il marito andò a cercarla. La trovò morta, abbandonata nuda nel campo, con i segni sul collo del nastro di tessuto con cui era stata strangolata. Dall’addome aperto uscivano le budella e sul corpo c’erano lacerazioni fatte coi denti.
Ormai Bottanuco era in allarme. Il giorno dopo la cugina diciannovenne del Verzeni, Maria Previtali, mentre andava nei campi si accorse che il cugino la seguiva. Verzeni era già visto male in paese perché negli anni precedenti per ben tre volte aveva assaltato e iniziato a strangolare delle donne (Marianna, Arsuffi e Gala). Maria era ovviamente terrorizzata. Verzeni la raggiunse, la trascinò in un campo di grano, la gettò al suolo e prese a strangolarla. La ragazza riuscì a liberarsi approfittando della distrazione di Verzeni, intento a guardarsi attorno per capire se c’erano altre persone vicine, e lo supplicò di lasciarla andare. Verzeni acconsentì e Maria corse a denunciarlo.

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Non solo non è uno gnokko alla Twilight o un fighetto come Spike, ma vi strangolerà a morte e pranzerà con la polenta e il vostro polpaccio arrosto: ancora a strofinarvi sotto le mutandine come se cercaste di curarvi l’isteria, ragazzine?

Venne arrestato e processato. Cesare Lombroso racconta che Verzeni confessò solo dopo un lungo interrogatorio in cui aveva cercato di spostare i sospetti su altri paesani, pure con una certa abilità e intelligenza, ma alla fine il suo alibi crollò e scelse di collaborare. Raccontò nel dettaglio cosa aveva fatto e cosa aveva provato nel farlo. Nell’istante in cui afferrava la vittima per il collo sentiva crescere l’eccitazione, non importava che la donna fosse giovane o vecchia, bella o brutta. All’inizio il semplice strangolare per un po’ gli era bastato a raggiungere l’eiaculazione prima che le donne morissero, permettendogli così di lasciarle andare via vive, ma nei due casi di omicidio l’orgasmo non era giunto se non dopo la loro morte. A quel punto, con la Motta, aveva approfittato del decesso per bere del sangue scavando le cosce con i denti e aveva strappato un pezzo di polpaccio per arrostirlo a casa. Per timore che la madre lo scoprisse, aveva nascosto il polpaccio sotto la paglia. Le budella trovate distanti dal corpo erano state asportate per godere qualche altro minuto toccandole e annusandole mentre si allontanava. Non aveva alcun rimorso, quegli atti lo riempivano di felicità e soddisfazione. Negò di aver mai toccato i genitali delle vittime (eppure alla Motta erano stati amputati) o di averle violentate.

“Io ho veramente uccise quelle donne e tentato di strangolare quelle altre, perché provava in quell’atto un immenso piacere. Le graffiature che si trovarono sulle cosce non erano prodotte colle unghie ma con i denti, perché io, dopo strozzata la morsi e ne succhiai il sangue che era colato, con che godei moltissimo.”

(Fonte: Da «Twilight» alla Bergamasca)

In accordo con il giudice, a cui aveva ammesso che se fosse stato lasciato in libertà avrebbe sicuramente commesso altri omicidi, venne messo ai lavori forzati a vita nel manicomio criminale di Milano nel 1873. Successivamente la pena venne commutata in trent’anni di carcere, fino al 1903. Morì di cause naturali nel 1918 (esiste l’atto ufficiale che lo testimonia). In carcere si masturbava spesso e mostrava un particolare ingegno quando si trattava di sbirciare di sfuggita una femmina di passaggio. Ai medici non risultò che soffrisse di alcuna psicosi, nonostante i crimini commessi (e un tentato suicidio per impiccagione nel 1874, dopo il quale venne spostato nel carcere di Civitavecchia, non essendo “malato”). Un banale degenerato con manie di vampirismo, in fondo perfino più sveglio di tanti altri.

Per l’uscita di Verzeni dall’ergastolo. – Da Bergamo si scrivono le seguenti notizie ad un giornale di Milano, notizie che da assunte informazioni ci risultano vere: La popolazione di Bottanuco è terrorizzata al pensiero che Vincenzo Verzeni, lo squartatore di donne, ha quasi ormai finita l’espiazione della pena, che dall’ergastolo, fu convertita in 30 anni di reclusione. Il lugubre ricordo delle gesta sanguinose del Verzeni è ancora vivo in Bottanuco e nei paesi circostanti

(Eco di Bergamo, 4 dicembre 1902, riportato qui)

Qualche informazione su Verzeni e sulla sua famiglia.
Aveva un cranio asimmetrico, più stretto e basso a destra che a sinistra, con l’orecchio destro molto più piccolo del sinistro (un centimetro in meno lunghezza, tre in meno di ampiezza) e altri segni tipici dei crani dei degenerati, secondo le analisi di Cesare Lombroso. Il pene era di dimensioni notevoli, come spesso accade negli individui mentalmente inferiori o degenerati (tant’è che il pene dei conigli è molto piccolo e quello umano è in proporzione al corpo molto grande).
Nella famiglia del Verzeni due zii erano cretini e un terzo era un microcefalo con un testicolo atrofizzato e, chiaro segno di degenerazione e mentecattaggine osservato di frequente, era incapace di farsi crescere la barba. Il padre soffriva per la degenerazione della pellagra. Un cugino era un ladro e un altro era affetto da iperemia cerebrale. La famiglia era formata da bigotti dall’intelletto limitato, mentre il Verzeni aveva un’intelligenza normale (anche se era un degenerato). In fondo nulla di davvero fuori dal comune, anche nell’Italia moderna, in quei piccoli paesi troppo isolati dove tutti sono imparentati con tutti gli altri e tutti si conoscono e si parlano alle spalle. Cittadine più simili alla Innsmouth di Lovecraft che a posti reali.

HMAS_Vampire_Allan-Green
Un vampiro molto più interessante dei soliti fessi zannuti,
la HMS Vampire (1917-1933) poi divenuta HMAS Vampire (1933-1942)

In fondo il Verzeni era “normale” rispetto a certi cannibali veramente bestiali.
Parliamo ora di Raffaele Ste., un soggetto che per anni mostrò chiari segni di follia e violenza senza venire mai rinchiuso in manicomio nonostante, all’epoca (e fino al dopoguerra), tanti individui sani finirono dentro “perché sì perché è fantasy”. Il cognome è stato accorciato in “Ste.” dal dottor Vittorio Codeluppi, immagino per difendere la privacy, e così è stato riportato da Cesare Lombroso in La perizia psichiatrico-legale

Raffaele fin da bambino era stato considerato scemo e crebbe incolto e rozzo. Era molto affezionato alla famiglia, di carattere eccitabile, solitario e gran lavoratore. Fin dall’età di quindici anni soffrì di attacchi mensili di epilessia: crollava al suolo, si dimenava per mezz’ora con il rischio di ferirsi, poi si alzava completamente rimbecillito e per alcuni giorni vagava commettendo atti di pazzia. Quando tornava davvero in sé non aveva alcun ricordo di quanto fatto.
Nonostante fosse molto religioso, un giorno si mise a tirare pietre contro un’immagine della Madonna collocata in strada, fino a romperla. Venne processato e condannato, nonostante spergiurasse di non sapere niente di quel crimine. Un’altra volta prese a coltellate un bue che non voleva adattarsi al giogo. Anche in questo caso non ricordò di averlo fatto. Un vicino lo vide addentare un sasso che gli era stato tirato per sbaglio da un ragazzo, nello stesso modo in cui un leone feroce (raccontavano Romanes e Guyau) addentò un macigno le cui schegge, esplose per lo sparo impreciso del cacciatore, lo avevano ferito.
Una volta Raffaele afferrò il prete durante la messa e cercò di infilarlo nel tabernacolo. Un’altra volta si mise a urlare bestemmie in chiesa, menando pugni alla cieca. E tante altre bizzarrie. Era mal visto in paese perché forte, “grossolone di testa” (fesso) e molto aggressivo (menava alla minima occasione): considerando pure le sue stramberie, il timore dei compaesani era ben motivato. In più si sapeva che maltrattava la moglie e i figli.

invidiabile_albero_genealogico
Invidiabile albero genealogico di Raffaele Ste., cannibale.

All’età di trentasette anni, il 10 luglio 1901, Raffaele aveva avuto un attacco epilettico di prima mattina, aveva preso un forcone e distrutto tutte le immagini sacre in casa. Poi era andato a lavorare nei campi, senza dire nulla (si chiudeva nel mutismo nei giorni successivi agli attacchi epilettici), come se non fosse successo niente. A mezzogiorno fece un rapido salto a casa, senza apparente motivo, e mentre tornava nei campi incrociò Artemisia (una sconosciuta). Le si piazzò davanti e senza spiccicare parola le piantò un pugno colossale in pieno petto (“Scusi, desi-?” – PAM!). Lei finì a terra e lui tentò di violentarla, ma quella riuscì a divincolarsi e darsela a gambe. Raffaele la inseguì e qui finisce la testimonianza oculare del garzone di Raffaele. Cosa accadde da quel momento e fino al ritrovamento di entrambi può essere solo ipotizzato.

Il garzone quando non vide più tornare Raffaele, dopo un po’ di tempo, si preoccupò. Aveva troppa paura per cercarlo da solo per cui corse alla stazione della guardia di finanza e chiamò aiuto. Quattro agenti andarono con il garzone a seguire le tracce di Raffaele. Trovarono il cadavere della donna, nuda, coperta di morsi e graffi, priva del naso e dell’orecchio destro, senza gran parte del seno e con l’addome aperto a unghiate e morsi. Le interiora erano state sparse tutte attorno al cadavere. Raffaele stava lì accanto, a mangiarsi con calma un polmone.
Quando si accorse dei finanzieri ruggì e li aggredì, come una belva che difende la preda. In quattro gli agenti riuscirono a malapena a catturarlo, colpendolo con il taglio delle daghe sugli arti e con l’impugnatura sul cranio. Lo legarono con delle grosse funi e lo gettarono su un carro, dove continuò a ruggire e lottare fino a quando si addormentò di colpo. Quando lo portarono alla stazione di Mondolfo i carabinieri dovettero difenderlo dalla folla che voleva ucciderlo. Giustamente incazzati anche perché, nonostante tutti i chiari sintomi di follia violenta, la giustizia non era mai intervenuta per chiuderlo in un manicomio.

Venne rinchiuso a vita nel manicomio dell’Ambrogiana. Raffaele non ebbe mai consapevolezza, a quanto scrive Codaluppi, del crimine commesso, tant’è che il giudice pur ordinando di rinchiuderlo dovette sentenziare il “non luogo a procedere” perché il crimine non era avvenuto per volontà dell’imputato. Raffaele raccontava solo di aver dato un pugno a quella donna perché gli calpestava l’erba del prato e che dopo si era risvegliato in cella. Allo stesso modo non ricordò nemmeno le crisi avute durante la custodia in carcere o nel manicomio, come quando si mise a pregare ad alta voce mentre si masturbava e gli infermieri dovettero infilargli il corpetto di forza. Tornato in sé due giorni dopo, non aveva idea di cosa fosse accaduto.
Un caso da manuale di “stupore epilettico”.

Villa_Medicea_Ambrogiana
Villa Medicea dell’Ambrogiana, divenuta casa di cura per malati mentali e poi manicomio criminale sotto Leopoldo II di Toscana (1797-1870), venne confermato come manicomio dal Regno d’Italia e cambiò nome in Ospedale Psichiatrico Giudiziario dopo il 1975.

Se sui cannibali è facile trovare resoconti dettagli, più difficile è trovarne sui necrofili, in particolare su quelli con il vezzo delle mutilazioni, a quanto dichiara von Krafft-Ebing. Vediamo cosa ha trovato lui. Per esempio c’è un uomo di ventitré anni che tentò di violentare una donna di cinquantatré, nella lotta la uccise e poi la stuprò lo stesso. Un buco finché è caldo va bene? Forse no, perché si sbarazzò del corpo gettandolo nell’acqua, ma evidentemente il primo giro era andato alla grande per cui decise di ripescarla e farsene un secondo. Più che caldo ormai il corpo forse era pure gonfio d’acqua (non dice quanto dopo la ripescò). Venne giustiziato e l’autopsia mostrò che aveva le meningi dei lobi anteriori più spesse del normale e aderenti alla corteccia.

Tralasciamo i classici casi di monaci che violentavano i cadaveri durante la veglia funebre, di cui von Krafft-Ebing non ci fornisce dettagli, e quello di un ritardato che dopo aver commesso uno stupro venne internato in manicomio e lì si mise a mutilare i cadaveri nell’obitorio, e concentriamoci sulla differenza tra i necrofili per cui i cadaveri sono solo un ripiego da quelli che li preferiscono alle donne vive. Non è una differenza da poco visto che nel primo caso, secondo von Krafft-Ebing, rientrano i casi di mutilazioni del corpo, di autentico odio verso le donne da stuprare in vita (o dopo) e poi fare a pezzi (talvolta una violenza tale che l’orgasmo arriva nel solo mutilare il cadavere, senza rapporto necrofilo), mentre nel secondo è il cadavere stesso ciò che si desidera. Non è più la donna viva a eccitare, è solo il suo corpo senza vita: un involucro privo di volontà capace di soddisfare il desiderio di possedere una femmina completamente soggiogata e impossibilitata anche alla più remota ipotesi di ribellione.

La Gazette médicale del 21 luglio 1859 riporta la storia di uno stupratore di cadaveri che corruppe il custode per avere accesso alla camera ardente in cui era esposto il cadavere di una ragazza di sedici anni appartenente a una famiglia di ceto sociale elevato. Di notte si sentì uno strano rumore, come se un mobile fosse caduto, provenire dalla camera ardente. La madre entrò e vide un uomo in camicia da notte schizzare via dal letto su cui giaceva il cadavere. Un ladro? Non ci volle molto a capire come stavano le cose. Si scoprì che il colpevole, un uomo di buona famiglia, aveva violentato spesso i cadaveri di ragazze di suo gradimento.
Certo che quando una bella signorina di buona famiglia viene servita così, addirittura su un bel lettone, si invita proprio a commettere reato! Oddio, avrò appena alimentato la “Cultura del Necrostupro”?

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NO! Non questo Necrostupro!
Lasciate fuori il Fantasy per cinque minuti.

Meno banale è la vicenda di un prelato che di tanto in tanto visitava un certo bordello di Parigi per soddisfare un proprio fetish particolare, connesso a semplici fantasie necrofile. La prostituta veniva vestita tutta di bianco e si sdraiava su un catafalco, in una stanza appositamente preparata per sembrare una camera ardente. Il prete entrava e celebrava una messa per l’anima della defunta, come preliminare per scaldarsi (a chi una bella messa non stimola certi appetiti?), poi si gettava sulla prostituta istruita per recitare alla perfezione il ruolo del cadavere fino alla fine del rapporto.

Un caso simile in Italia è raccontato da Neri in Archivio delle psicopatie sessuali del 1896. Un uomo di cinquant’anni nel Lupanare voleva solo ragazze vestite di bianco, sdraiate immobili a simulare la morte. Non bastandogli un solo fetish innocuo, seppur bizzarro, combinò la vera necrofilia con l’incesto e violentò il cadavere della sorella. Von Krafft-Ebing preferisce camuffare i dettagli facendo uso del dotto linguaggio medico, il latino, un po’ come io in passato ho protetto la delicatezza delle mie lettrici con una scelta appropriata dei termini, ma quel suo “immissione mentulae in os mortuaeusque ad eiculationem!” non ha bisogno per noi italiani di una particolare conoscenza del latino per desumerne os impurum e un caso evidente di irrumatio.
Tornando a più innocui feticismi, costui aveva una passione per il crinis pubis puellarum (cosa che posso comprendere visto che pagherei cifre importanti per detenere certe rosate reliquie) e per i ritagli di unghie delle fanciulle: mangiarle lo eccitava grandemente.

Sono storie più interessanti dei soliti violentatori di cadaveri freschi praticamente identici a persone in coma (magari di quelle che puzzano di rancido perché gli infermieri non le puliscono molto). La fantasia necrofila, senza sfociare nella necrofilia vera e propria, è stato un elemento piuttosto comune del Lungo XIX Secolo, un po’ come le fantasie lolicon sono diffuse in questi anni, a causa di una certa estetica legata agli hentai (la cui credibilità nel rappresentare i minori è spesso pari a quella degli antichi vasi greci: adulti in miniatura), senza che però vi sia alcun interesse reale per la pedofilia.

Non erano rari i bordelli di lusso attrezzati con apposite camere ardenti con catafalchi, candele, bare, sudari in cui i clienti potevano simulare atti di necrofilia o fingersi vampiri, grazie all’aiuto di prostitute specializzate nel recitare alla perfezione il ruolo del cadavere. Forse la moglie frigidamente per bene a casa non bastava più (“Signora Poppinton, vi ho fatto male?” – “No, signor Poppinton, ve lo assicuro!” – “Strano, mi pareva che vi foste mossa”). In Crimes et délits si racconta di un uomo rispettabile che confessò di provare profonda eccitazione sessuale, di una intensità mai provata in altri contesti, nell’osservare un funerale.
Considerando che, come vedremo dopo, c’erano anche i necrofili che praticavano prevalentemente cunnilingus, le fanciulle dovevano essere davvero bene addestrate per non emettere nemmeno un suono né muovere un muscolo anche in caso di parossismo! La capacità professionale merita sempre ammirazione.

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Ho parlato di bordelli in cui le prostitute si fingono morte,
non di bordelli dedicati a un pubblico di morti viventi!
(In realtà “Nekromantik” parla di un banale menage à trois col morto.)

Il sergente François Bertrand, detto Vampiro di Montparnasse, accusato nel 1849 di vampirismo e necrofilia nonostante le sue passioni fossero più orientate verso il necrosadismo e non vi fosse alcun vampirismo. Di costituzione delicata, fin da piccolo taciturno e solitario (il profilo di tanti scrittori, insomma), si sa poco della sua famiglia, ma è accertato che abbia avuto casi di pazzia negli antenati.
Già da bambino veniva colto da impulsi distruttivi che non sapeva spiegare. All’età di nove anni era già attratto sessualmente dalle donne e iniziò a masturbarsi senza che nessuno gli avesse insegnato a farlo, sottolinea von Krafft-Ebing (forse lui aveva seguito un corso all’Università di Heidelberg). A tredici anni gli impulsi sessuali erano così forti che Bertrand doveva masturbarsi moltissimo per riuscire a tenerli a bada (il che forse non lo rende diverso da molti adolescenti a cui non vengano legate le mani dietro la schiena per educarli). Fantasticava su una stanza piena di donne con cui fornicava, poi le uccideva e si sbarazzava dei cadaveri. Fantasie perfettamente normali, insomma. Talvolta fantasticava di sbarazzarsi di cadaveri maschili, ma era una fantasia che gli lasciava una sensazione di disgusto. Complimenti figliolo: siete matto, ma non siete frocio! Vostro padre ne sarà proprio orgoglioso!

Il bisogno di sfogarsi sui cadaveri lo portò a procurarsi animali morti a cui apriva l’addome, strappava le budella e intanto si masturbava. Nel 1846 fece un passo ulteriore, uccidendo dei cani per procurarsi cadaveri in proprio. Nemmeno i cani furono in grado di soddisfare a lungo il suo desiderio: in pochi mesi sentì il bisogno di corpi umani, ma l’impulso sessuale era bilanciato dal disgusto per l’idea di commettere atti così turpi.
Nel 1847 si trovava in un cimitero e si imbatté per caso in una tomba recente. L’impulso distruttivo fu così forte che venne travolto da dolori al cranio e palpitazioni cardiache. Soffriva così tanto per il desiderio che neppure il pericolo di essere visto e imprigionato riuscì a fermarlo: disseppellì il cadavere e lo fece a pezzi sul posto a colpi di pala.

Tra 1847 e 1848 le crisi si ripeterono e i dolori al cranio riuscivano a sparire solo mutilando i cadaveri. Quindici volte dovette disseppellire i morti e farli a pezzi, per riavere un po’ di pace. Ora era più organizzato: dopo aver tirato fuori il corpo lo tagliava a pezzi con la spada oppure con un coltello tascabile (quando girava di notte nel cimitero con la sciabola al fianco doveva essere piuttosto spettacolare), tirava fuori le budella e si masturbava. Ormai neppure il sesso dei defunti gli importava più, aveva superato lo sciocco sessismo di discriminare i maschi. Finito di divertirsi, rimetteva tutto a posto. Questa è la buona educazione di una volta! Al giorno d’oggi c’è gente che non mette al loro posto nemmeno i manubri in sala pesi.

Nel luglio del 1848 trovò il cadavere di una ragazza di sedici anni. Fu un colpo di fulmine e per la prima volta non provò l’impulso di mutilare, ma quello di avere un rapporto sessuale:

Il piacere che si può provare con una donna viva è nullo rispetto a quello che provai. La coprii di baci su ogni parte del corpo, me la strinsi al cuore con folle frenesia e l’assalii con le più appassionate carezze [NdDuca: un modo elegante dell'epoca per indicare il coito]. Dopo essermela goduta in questo modo per un quarto d’ora, la tagliuzzai e ne tirai fuori le budella come facevo di solito nella mia pazzia. Poi la ricollocai nella tomba.

Una bella storia d’amore finita nel momento in cui il coito è stato compiuto: i necrofili non si dimostrano diversi da tanti spasimanti normali capaci di perfetta monogamia e di giurare amore eterno fino alla prima eiaculazione, per poi tradire alla prima l’occasione l’innamorata “già usata” con un’altra tizia “da provare”. Sono tutti maiali gli uomini, mie care lettrici: non fidatevi di nessuna promessa d’amore, solo il matrimonio garantisce il reale interesse!

Bertrand venne arrestato nel 1849 e la perizia medica dichiarò che era un monomaniaco distruttivo e un erotomane. La Corte Marziale lo condannò a un anno di carcere per vilipendio di cadavere. Forse l’assenza prolungata di sfoghi distruttivi sui morti, per placare i dolori lancinanti al capo, fu troppo per Bertrand: si suicidò in carcere nel 1850.

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Quale che sia l’oggetto della sua “passione”,
alla fine un uomo è sempre un uomo! State attente!

Tra i necrofili amanti del putrido va ricordato il francese Victor Ardisson, detto Vampiro di Muy, nato nel 1872 in una famiglia di criminali e malati di mente. Von Krafft-Ebing sottolinea che Ardisson a scuola imparava in fretta anche se in generale era un po’ scemo, non era alcolizzato, non soffrì mai di epilessia (un male considerato tipico dei pazzi furiosi) e non ebbe mai malattie. Da adolescente Ardisson si masturbava, come molti coetanei, ma in più devorare solebat sperma proprium perché “sarebbe stato un peccato disperderlo”. Biblicamente encomiabile.
Correva dietro le ragazze e non riusciva a capire come mai lo respingessero. Forse con la sua peculiare sessualità gli puzzava un po’ il fiato. O forse lo schifavano per il suo ulteriore hobby, di conoscenza pubblica: loco quo mulieres urinaverant, lotium bibere solebat. Non riusciva a capire cosa ci fosse di sbagliato! Nel villaggio lo consideravano un degenerato, alla stregua di un criminale.

Assieme al padre adottivo si divideva i favori di una mendicante che ospitavano in casa di notte. Ardisson fornicava con gusto, abbondantemente, era un feticista delle grosse mammelle e amava succhiarle. Solo successivamente si avvicinò alla necrofilia: esumava cadaveri tra i tre e i sessant’anni, succhiava loro il seno e praticava cunnilingus. Parlava anche con i cadaveri e rimaneva sempre turbato, a quanto dichiarò, dal loro ostinato mutismo. Raramente si accoppiava con loro o li mutilava. In generale non era una cattiva persone né era pericoloso per gli altri: anche quando finì in carcere non si comportò mai male. Era solo uno strambone dai gusti bizzarri. Non riusciva nemmeno a capire cosa ci fosse di sbagliato!

Disertò durante il servizio di leva e fece il mendicante porta a porta, cibandosi con gran gusto di ratti e gatti. Venne acciuffato e riportato al reggimento, da cui disertò di nuovo. Gli ufficiali dovettero capire che era un caso da facepalm, degno di certi fan del fantatrash italiano: rinunciarono a punirlo perché non poteva essere ritenuto consapevole e colpevole delle proprie azioni. Il povero mentecatto venne lasciato libero e tornò al vecchio lavoro che svolgeva nel 1892: il becchino.
Quando gli capitò una diciassettenne con il seno molto grande, la disseppellì e fece i suoi soliti comodi. Le profanazioni divennero sempre più comuni per colpa di quel lavoro che lo riempiva di tentazioni. Si portò a casa la testa di una morta, la copriva di baci e la definiva la sua sposa.

Nel suo caso fu l’amore a tradirlo. Si portò a casa il cadavere di una bambina di tre anni e mezzo e lo nascose sotto la paglia. Necropedofilia, sempre meglio! Continuò a succhiare il seno e a praticare cunnilingus anche quando la carne putrida era ormai in totale disfacimento. Non riusciva ad abbandonare il suo nuovo amore. Per la puzza i vicini diedero l’allarme e i gendarmi lo scoprirono così, intento a “onorare” la sua nuova fidanzata sotto lo sguardo della sposa tradita. Ardisson si fece una risata e ammise tutto quella che aveva fatto. D’altronde non pensava di aver fatto nulla di male…
Era il 1901. Venne rinchiuso a vita nel manicomio di Pierrefeu-du-Var e pare che trovasse piacevole la vita fatta lì. Probabilmente non aveva nemmeno capito perché lo avessero fatto traslocare.

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http://www.applejackandreed.com/portfolio.html
Tre foto di Ardisson: frontale, laterale e -chiudete gli occhi signorine!- nudo integrale frontale.

Un solo caso per unirli tutti: vampiri, cannibali e necrofili.
Martin Dummalord fu un serial killer francese, conosciuto come il “Mostro di Montuel”. Era controllato da una donna, Justine Lafayette, necrofila, e uccise all’incirca ottanta ragazze. Le uccideva, ne beveva il sangue e poi le macellava. Spesso portava a casa alcuni tagli freschi da far mangiare a Justine. Vennero catturati nel 1888: Justine fu ghigliottinata e Dummalord rinchiuso in manicomio.
Storia molto edificante se non fosse che, beh, credo sia inventata. Nonostante gli altri episodi in Chapel of Gore and Psychosis di Jack Hunter fossero ben argomentati e con puntuali citazioni delle fonti, ho deciso come al solito di non fidarmi mai e verificarli tutti. Rimaneva solo questo episodio, brevissimo. Crederci sulla fiducia? Giammai. Ho frugato nei libri a tema, ho frugato su Google e… non ho trovato nessun Dummalord serial killer di Montuel. Ho trovato solo il molto più famoso, ma assolutamente più banale, Martin Domullard di Montluel giustiziato nel 1862. Forse Jack Hunter non ritrovando le fonti ha fatto uno strappo alla regola ed è andato a memoria, ma come spesso capita non rispettare “Il Metodo”, ovvero l’analisi delle fonti con puntuali citazioni, crea atrocità. O forse Jack Hunter voleva parlare di una leggenda metropolitana nota all’epoca, basata sui reali fatti di Domullard, ma poi ha dovuto tagliare durante l’editing la frase di spiegazione. Chissà.

La storia di Domullard è molto più noiosa. Ne parlo solo perché ormai ho nominato la vicenda. Martin Domullard era sposato con Martine Martinet ed erano una coppia di svitati che aggredirono dodici ragazze e ne uccisero tre (o perlomeno questi furono i crimini per cui vennero accusati, poi se ne uccisero ottanta e non c’erano le prove per accusarli non lo so). Martin, istigato a farlo dalla moglie, attirava le ragazze con la scusa di volerle assumere, le portava attraverso il bosco per raggiungere la padrona a cui presentarle e lì le aggrediva e le violentava. Le tre di cui si è accertato l’omicidio furono Marie Baday (1855), una sconosciuta nei boschi di Montmain (1855) e Marie-Eulalie Bussod (1861). Marie-Eulalie Bussod venne denudata, colpita alla testa, stuprata e infine sepolta viva. Nel 1862 Martin aggredì Marie Pichon che riuscì a fuggire e lo denunciò. Martin Domullard venne giustiziato nella piazza principale di Montluel, la moglie fu condannata a venti anni di lavori forzati. Le poche informazioni le ho reperite su Wikipedia e rimandano al saggio Dumollard, L’assassin des bonnes che però non ho potuto verificare.

Di fronte a questa banalità ci si risolleva un po’ lo spirito sapendo di un tale Sabourin che nel 1893 sbudellò la sorellina per capire “come funzionano le bambine”: un bizzarro mix di curiosità scientifica ed erotica condita con lo splatter, incarnata da un demente degno degli spettacoli teatrali del Grand Guignol.

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E neanche su qualsiasi altro argomento.
Nemmeno quando è scritto sui presunti infallibili “libri di carta”.

Avevo accennato al boom di interesse per i satanisti, più o meno inventati e più o meno tirati in ballo come i cavoli a merenda. A quanto pare le messe nere nella Parigi di Fine Secolo erano molto comuni e sembravano un mix tra orge e carnevalate blasfeme, di norma organizzate all’interno di Chiese sconsacrate. Effigi della vergine Maria venivano equipaggiate con seni posticci da succhiare e vagine finte da penetrare. A Gesù in croce veniva montato un dildo che i satanisti potevano succhiare oppure infilarselo negli altri orifizi, in base alle preferenze individuali e al sesso. Talvolta il ruolo del Cristo era interpretato da un satanista legato alla croce, per fargli emettere il seme da raccogliere nel calice e usarlo per la comunione finale.

Impastando sperma, defecazioni e sangue mestruale fabbricavano ostie diaboliche capaci di trasformarsi nel Corpo del Signore con le appropriate parole. Pare che funzionassero bene quanto le ostie normali, seriamente. Quando disponevano di autentiche ostie consacrate tendevano a infilarsele nell’ano e nella vagina, urinarci sopra e defecarci, prima di consumarle. Qualcosa nel sapore della merda doveva essere irresistibile: forse dovevano spiegar loro che per fare i coprofagi il tesserino da satanista non era obbligatorio.
Sempre a tema escrementi l’Abate Boullan (1824-1893) con la sua amante Adéle Chevalier, un’ex suora, offrivano ostie fatte con gli escrementi ai fedeli presso la Chiesa del Monte Carmelo. Talvolta fabbricavano ostie giganti da usare come vagine artificiali, così i preti potevano copularci urlando di stare violando la Santissima Madre di Dio oppure di stare sodomizzando il Salvatore. Costruivano perfino dei Cristi Neri crocifissi con la pancia invece della schiena contro la croce, in modo da rivolgere il sedere da sodomizzare ai preti. Robe da facepalm che giusto i preti possono pensare… e lo facevano così spesso da necessitare di un apposito spazio a tema “masturbazione con sacrilegio” nel celebre Venere e Imene al tribunale della penitenza (manuale per confessori di Jean Baptiste Bouvier, gradevolissima lettura che mi ha molto rallegrato a febbraio).
Più che satanisti seriosi&kattivi sembrano buontemponi di Amici Miei, ci manca solo che l’Abate Boullan se ne esca con la supercazzola. Tornando seri (?) l’Abate Boullan ispirò un personaggio di Là-bas del 1891, un romanzo di Joris-Karl Huysmans sul satanismo a Parigi. Non l’ho ancora letto, ma se vi può interessare lo trovate qui gratis tradotto in inglese.

Più raramente capitava qualche episodio più grave di una blasfema orgia carnevalesca o di qualche scherzo di pessimo gusto. Qualche vergine venne assassinata per farne bere il sangue fresco della comunione ai fedeli, mentre il prete violentava il cadavere o praticava un cunnilingus rituale. O almeno così si racconta, poi chissà. Blande forme di vampirismo e necrofilia di serie B, nulla di particolarmente interessante rispetto ai veri degenerati visti prima. Qui un parere autorevole sulle pratiche contemporanee.

Chiudiamo con qualcosa di italiano. Montague Summers nel suo History of Witchcraft and Demonology del 1926 riporta la scoperta avvenuta a Palazzo Borghese di una cappella satanica, citando come fonte dell’informazione un numero di maggio 1895 del Corriere Nazionale di Torino (giornale che non conoscevo e non posso verificare).
Palazzo Borghese era stato affittato, dividendo piani e appartamenti tra diversi affittuari, e i rappresentanti legali della famiglia Borghese erano stati inviati a verificare lo stato di un appartamento del primo piano di cui stava per scadere il contratto. L’occupante disse di non sapere della scadenza, ma i rappresentanti gli spiegarono i termini del contratto e dovette acconsentire a farli entrare in modo che verificassero se erano necessarie riparazioni o lavori di modifica dato che il principe Scipione Borghese, prossimo alle nozze, intendeva riprendere possesso del palazzo e occuparlo con la moglie.
Una porta però rimase chiusa a chiave e il custode rifiutò di aprirla. I rappresentanti del principe non erano scemi e capirono che la cosa puzzava: si impuntarono con l’uomo e quello finse una gran confusione su dove fosse la chiave per scoraggiarli dal proseguire. Pessima idea: se non avesse aperto subito la porta avrebbero chiamato la forza pubblica per farla sfondare e qualsiasi cosa ci fosse stato dietro se la sarebbe vista lui con la polizia. Il tizio tirò fuori le chiavi e aprì.

La stanza all’interno riportava l’iscrizione Templum Palladicum. I muri erano coperti dal pavimento al soffitto con pesanti tende di damasco in filo di seta, nere e scarlatte, che bloccavano tutta la luce; in fondo alla stanza era appeso un grande arazzo su cui era intessuto un Lucifero in dimensione naturale, colossale, trionfante, che dominava la scena. Sotto di lui era stato costruito un altare, ampiamente rifornito per la liturgia dell’Inferno: candele, recipienti, il messale, non mancava nulla. Inginocchiatoi imbottiti e sedie lussuose, in cremisi e oro, erano collocate ben in ordine per i celebranti; la camera era illuminata con l’elettricità fantasiosamente disposta in modo da formare un enorme occhio umano.

Eh sì, l’Occhio di Sauron pure ci voleva!
Secondo questa fonte forse-non-proprio-neutrale dal 1893 dentro Palazzo Borghese avevano messo la sede i massoni del Grande Oriente d’Italia (secondo questa altra fonte la nuova sede fu inaugurata il 20 settembre 1893).

A mio parere sono molto meglio i dementi che si infilano le ostie nel sedere e fanno le orge rispetto ai ricconi annoiati che organizzano cappelle non meno demenziali di quelle cattoliche, per fare riti insensati perfino più offensivi per l’intelletto. Un atto di “ribellione razionalista alle superstizione cattoliche” da parte di alcuni massoni? Stronzate degne di chi è cattolico nel profondo, anche se finge l’opposto (tipo Enrico VIII), altro che razionalismo.

Non ci vogliono parodie e scimmiottamenti per irritare la Chiesa, ma Metodo Scientifico e l’imposizione per legge della dimostrazione positiva di ogni affermazione fatta nell’ambito di un ritrovo aperto al pubblico, soprattutto se in luoghi predisposti con tanto di agevolazioni fiscali. Questo li spaventerebbe davvero, non la concorrenza che alla fine è tutta roba tra amici che sparan balle ben sapendolo (“senti che figa la mia leggenda!” – “ribatto con questo miracolo!”), come quando difendono perfino l’Islam pur di fare fronte comune contro il mondo laico sempre più scettico e armato di quella che è la nemesi delle religioni, l’esclamazione “Dimostramelo!”. A quel punto cadrebbero davvero i Santi dal Cielo per tutte le bestemmie che tuonerebbero dal Vaticano.
Potrebbero contare come prove delle loro teorie sovrannaturali!

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La serie di Félicien Rops “Les Sataniques” (1882), ispirata al boom d’attenzione sul satanismo a Parigi. Apprezzabili i peni tentacolari, degni degli hentai di cento anni dopo. Di Rops le opere che preferisco sono Pornokratès e Sainte-Thérèse.

 
Bibliografia:
La perizia psichiatrico-legale – Cesare Lombroso
Grand Guignol: chapel of gore and psychosis – Jack Hunter
Psychopathia sexualis – Richard Freiherr von Krafft-Ebing
The History of Witchcraft and Demonology – Montague Summers

 

I Coniglietti del Venerdì (124)

Scritto da il 01 feb 2013 | Categorie: Conigli, Storia

L’errore più comune quando si guarda un coniglio non è quello di vedere un animale “inferiore”, di non notarne l’intelligenza, l’organizzazione, le capacità comunicative così complesse da uscire dall’ambito dei segnali e sfiorare quello di un vero e proprio linguaggio che contempla anche concetti astratti. Non è nemmeno negare la loro capacità di provare sentimenti, di voler bene alle persone, di avere codici comportamentali anche piuttosto rigidi e personalità complesse e diverse come sono quelle degli umani.

No. L’errore più comune è quello di vedere semplicemente un coniglio.
Ma un coniglio non è solo un coniglio. Un coniglio è parte di una nazione unica e indivisibile. Un coniglio è parte della nazione dei conigli. Sparsi per il mondo, ma uniti nella causa. Come fegato, cuore, polmoni, denti, ognuno è parte di noi e ogni cellula di esse è un essere vivente a sé, formando un unico corpo che agisce coordinandosi e collaborando, così un singolo coniglio è una cellula del coniglio come nazione.

Era il tempo delle guerre rivoluzionarie francesi, il 1796, quando Giuseppe Fantuzzi venne premiato per il suo Discorso filosofico-politico che partecipò al concorso indetto dalle autorità della Lombardia su “Quale dei Governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia”.
Fantuzzi, utopista che si sentiva debitore di quello che definiva il suo “duce”, Rosseau, immaginò una nazione italiana democratica, unica e indivisibile, formata da dieci parziali repubbliche ognuna con un proprio senato, un consiglio dei saggi in cima a tutto a guidare la politica estera e un complesso sistema di garanzie e contro-poteri il cui scopo è rendere pressoché impossibile l’abuso o il furto del potere esecutivo.
E senza il cattolicesimo in mezzo, sostituito da una religione nazionale della Ragione.

noi non saremo mai liberi, fino a che resteremo cattolici. Libertà e cattolicismo non possono restare uniti; questi due vocaboli si escludono l’un l’altro. Per ogni dove sarà abolita la tirannia e stabilita la libertà, verrà distrutto fino dalle radici l’orribile ed empio sistema del prete

Mi piace pensare che Fantuzzi avesse in mente la società dei conigli, che all’epoca della rivoluzione stava iniziando a rapportarsi maggiormente con il genere umano, dopo secoli di silenzio, arrivando pochi decenni dopo alla diffusione di nuovo, come all’epoca romana, dei conigli come animali domestici nelle case dei ricchi. Ma forse è solo una mia fantasia.

E forse al coniglietto Hazel, nel secondo video, non hanno spiegato che ci si aspetta che i coniglietti vadano pazzi per le carotine, non che si limitino a leccarle timidamente, incerti su cosa farsene. D’altronde tante cose si da per scontato che siano essenziali o utili, e non è forse la religione del sovrannaturale utile per l’uomo come lo è la bicicletta per un pesce?

Fonti:
http://www.youtube.com/watch?v=O70RHSlNzC4
http://www.youtube.com/watch?v=chh5HuShaIM

 

I baffi del signor Poppleton

Scritto da il 11 gen 2013 | Categorie: Musica, Riflessioni, Steampunk, Vekkiume

Può l’amore per una donna giustificare il sacrificio dei propri baffi (o della propria barba)?
Un uomo può ancora considerarsi tale se accetta di evirarsi della propria irsuta mascolinità per soddisfare la sciocca pretesa di una femmina crudele?
Di questo parla Mr. Poppleton’s Moustache, canzone accompagnata da pianoforte scritta da Henry Walker e dedicata ai membri della lega contro la rasatura nel 1860 circa.

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La canzone è stata adattata e interpretata dall’eccellente Sir Reginald Pikedevant, Esquire, che già avete ammirato nel brano di genere chap hop intitolato Just Glue Some Gears On It (And Call It Steampunk) che avevo proposto nell’articolo Introduzione generale al mondo Steampunk.

Video su Youtube.

Queste sono le produzioni della cultura Steampunk che preferisco, interpretazioni moderne e intelligenti del passato, altro che corsetti e occhialoni random!

Il tema recuperato è tutt’altro che privo di modernità!
La società attuale in Europa preme moltissimo per la rasatura del volto maschile, cancellando quell’elemento di individualità e cura del corpo che erano barba e baffi. Un hobby spesso a bassissimo costo, da fare in casa, con forbici, un po’ di cera e tanto amore. La barba virile, curata con amore, non ha nulla a che vedere con i bestiali peli sconnessi in barbacce senza ritegno di tanti cammellieri.
Addomesticare la propria prorompente mascolinità era parte della cultura dell’uomo di una volta, distinto dal selvaggio fornicante dei paesi incivili. Attività sana, morale ed economica ormai sostituita dal più vasto business costruito attorno all’uomo evirato: non solo sapone, dopobarba e rasoi (e fin qui andrebbe pure bene, per chi vuole solo i baffi), ma pure cure dimagranti, fitness, integratori alimentari, barrette sostitutive del pasto, creme per il corpo e abbronzature più o meno artificiali!
Senza parlare di interventi estetici maschili più invasivi o perfino l’uso del trucco!

Avere barba e baffi è considerato stravagante, soprattutto se più estesi di timidi baffetti effeminati o un modesto pizzetto adolescenziale. Soprattutto tra i giovani. La società preme per avere grigi lavoratori irregimentati, dai volti rasati, privi di personalità dentro il cranio e sopra il volto. Si costringe l’uomo a evirarsi di quello che è un peculiare indicatore sessuale maschile (le signorine, tolti rari casi di grande fascino, non sfoggiano robusti baffi a manubrio).

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I baffi stanno sempre bene!
Franciacorta Cabochon Rosé Brut 2005 di Monte Rossa.

Tutto ciò non mi pare abbia funzionato affatto a livello di riduzione del lavoratore ad automa (altrimenti non passerebbe tanto tempo su facebook invece di lavorare come lo zombie che vogliono che sia): ha solo ridotto i volti dei giovani a soffici e rosee distese non dissimili dal pube depilato di una ragazzina. E il corpo maschile (quel che ne è rimasto senza i peli del volto) a target per la vendita di prodotti un tempo dedicati solo al pubblico femminile.

Le esagerazioni dei dandy passati diventano la normalità nella moderna società evirata… dell’orgoglio e della dignità maschile, non della pulsione sessuale: l’uomo privo di “mascolinità”, virtù che un tempo indicava l’onore integerrimo e l’attenzione verso gli altri (non il machismo, degenerazione atta a denigrare la mascolinità ottocentesca e cancellarne il ricordo), è ridotto a mera bestia eiaculatoria da cui aspettarsi fornicazione nel migliore dei casi, stupri nel peggiore.
Violentatori evirati della barba e quindi della civiltà.

Questa violenza psicologica sfocia nel gesto autolesionista della quotidiana evirazione di ogni peletto che cerchi di allungarsi dalla pelle del volto come un sopravvissuto che intende urlare al cielo “Sono un uomo!”.
Per questo ritengo che il tema vada portato all’attenzione pubblica nell’ambito delle associazioni che si occupano delle mutilazioni genitali: infibulazione in Africa ed evirazione dei peli facciali in Europa, due violenze diverse in società diverse.

Chi è d’accordo con me lo dica, gli altri accettino di avere ancora una volta torto.

 

Natale al ristorante: mangiare bene con mezzo dollaro… nel 1891

Scritto da il 25 dic 2012 | Categorie: Enogastronomia, Storia, Vekkiume

Passato il pranzo di Natale e il cenone della Vigilia, ma quanto avete speso? E chi è andato al ristorante quanto è stato rapinato? Esclusi chi è andato alla mensa dei poveri, visto che con le ultime stangate è più clima da Caritas che da Calvados…

Oggi introdurrò un argomento che tratterò con maggiori dettagli in futuro, i prezzi del passato, in particolare nei ricchissimi Stati Uniti di fine Lungo XIX Secolo, il paese dell’abbondanza per “tutti” e dei salari con un elevato potere d’acquisto. Anche rispetto a quelli attuali. Ma soprattutto rispetto a quelli attuali di noi poveri europei, gente sventurata che non ha mai vissuto l’Età della Cuccagna che vissero i nostri cugini fanatici religiosi cacciati a pedate in un continente pieno di selvaggi con le penne nei capelli. Stupidi indiani: dovevate mangiarvi quei bigotti rincoglioniti, non regalargli un continente! XD

Mischiando l’amato vekkiume e la nuova sezione enogastronomica, ho pensato di iniziare il discorso con un articolo dedicato a tre menù dei ristoranti, di cui due natalizi per un facile confronto con le spese sostenute da chi ha mangiato al ristorante in questi giorni.

Sono un rigattiere letterario che colleziona vekkiume e lo ripropone.

Prima di tutto una premessa NON strettamente necessaria: un operaio non specializzato negli anni 1880-1910, quelli di maggiore mio interesse, guadagnava circa 2 dollari al giorno che possiamo arrotondare per difetto a 10 dollari settimanali o 40 dollari mensili (in realtà credo che dire 50 sia più corretto), ma questa stima mensile ci tornerà comoda in futuro, quando ipotizzeremo un confronto di potere d’acquisto con un operaio non specializzato italiano di oggi che prenda 900 euro al mese. Volendo si può arrotondare e fare 50 dollari contro 1000 euro e stop. In fondo è giusto per dare l’idea.

Oggi quel buffo confronto non ci servirà: farò uso esclusivamente delle formule presentate dalla Federal Reserve Bank of Minneapolis per calcolare quanti dollari di ieri equivalgano in dollari di oggi, al fine principalmente di valutare quanto certi beni siano cresciuti di prezzo in modo incoerente rispetto all’indice dei prezzi al consumo (sigla inglese: CPI). Nessuna mia ipotesi di confronto, solo scarni fatti e CPI.

Partiamo con questi due menù Natalizi di ristoranti del Selvaggio West, entrambi per il Natale del 1891 a Santa Fe (Nuovo Messico), in due locali diversi. Dovete immaginare che molti immigrati, minatori e lavoratori dei ranch, vivevano in spartane stanze in affitto sopra i saloon, accontentandosi del pessimo ristorante interno, e per mangiare qualcosa di decente con le feste dovevano andare per forza in un ristorante vero.

Cliccare per ingrandire.

Il primo menù viene dal Conway’s Bon Ton e propone al prezzo stracciato di 25 centesimi un menù che include parecchie scelte diverse per le varie portate, dessert e accompagnamenti. Si può avere, tra le varie opzioni di arrosto, il tacchino in salsa di mirtilli rossi americani oppure il maialino da latte il salsa di mele oppure l’anatra con gelatina o il manzo. Nell’insieme non ci sono portate particolarmente sofisticate (anche se l’insalata di gamberetti, aragosta e patata mi attira), ma c’è tanta roba da mangiare e il prezzo è molto basso: 25 centesimi era il prezzo di un normale pranzo in un normale ristorante dell’epoca. Vini esclusi.

Il secondo menù viene dal Billy’s New Restaurant e offre a 50 centesimi una bella carrellata di delizie: ostriche fresche, dentice atlantico in salsa di gamberi, cappone bollito con salsa “velouette” (secondo Jan Whitaker è la salsa velouté), tacchino con farcitura alle ostriche e salsa di mirtilli rossi americani, lombata di manzo (in alternativa al tacchino?) seguita da lombata di alce con salsa all’arancia e gelatina, stufato Brunswick oppure quaglia arrosto, insalata di gamberetti oppure di patate, vegetali, noci/mandorle/mele/uvetta a scelta seguite dal classico pudding natalizio inglese con salsa al Brandy, chiudendo poi con una fetta di torta di mele oppure di “mince pie” (che mi ricorda un po’ uno strudel di quelli non ortodossi, con dentro parecchia frutta e frutta secca diversa) e un bel caffè francese oppure un tè verde o del formaggio.

Naturalmente, essendo il XIX Secolo notoriamente un secolo pieno di pentimento per l’essere nati in Occidente e di paura di offendere qualsiasi orientamento, ideologia, superstizione più o meno religiosa, scelta alimentare, stile di vita ecc… era disponibile anche l’alternativa vegetariana: un gambo di sedano crudo e andarsene affanculo (opzione per gli omosessuali vegetariani: ficcarsi il sedano in altro orifizio a piacere).

Il sedano è un ottimo sex toy: la french maid Arturo con il sedano nel…
… didietro quando sculetta spolvera i mobili.

Ora facciamo due conti in tasca. Ok, sappiamo già che con 2$ di paga giornaliera spendere 50 centesimi a testa al ristorante per un menù all’apparenza ottimo, è decisamente poco: pranzo di Natale in quattro, escluso il vino, a un giorno di paga di un operaio non specializzato! Un operaio non specializzato italiano di oggi, con 900 euro al mese divisi su, facciamo, 22 giorni realmente lavorativi, riceve 41 euro al giorno. In pratica 5 euro all’ora. Non vorrei sbagliarmi, ma con 41 euro in quattro si va giusto in pizzeria o in un ristorante prendendo un singolo piatto economico e l’acqua, non per la mangiatona di Natale a farsi servire ostriche, arrosti, primi, dessert ecc…

I nostri poveri Cristi con stipendi da fame infatti non fanno il pranzo di Natale al ristorante. Anzi, manca poco che lo facciano alla mensa dei poveri dopo la batosta su dodicesima e tredicesima. E comunque anche a Santa Fe tanti avranno scelto probabilmente il ristorante da 25 centesimi con cibi più normali, invece di andare a “fingersi ricchi” in un posto più sofisticato (spendendo il doppio, per quanto poco, e con una carta dei vini temo molto più dispendiosa).

Passando agli americani, perché l’esempio viene meglio (non che non sia giusto paragonare la nostra miseria attuale con i prezzi bassi americani di 100-150 anni fa, in fondo lo scopo è rosicare e sentirci coglioni, seppure con l’iPhone e Facebook a farci credere di avere chissà che benessere), possiamo rapidamente verificare dai link sopra forniti che 1 dollaro del 1891 vale come 25,77 dollari del 2012. Ne consegue che, se i prezzi in un dato settore non sono lievitati oltre quanto previsto dal CPI, dovrebbe essere possibile mangiare tutta quella bella roba offerta da Billy in un bel ristorantino a neanche 13 dollari. In quattro persone con 53 dollari. Non vorrei sbagliarmi, ma dubito che sia così normale mangiare in quattro un cenone di Natale di quell’abbondanza e varietà con 53 dollari (più il vino).
Se qualcuno ha stime di oggi del prezzo di un menù simile, si potrà facilmente calcolare quanto i prezzi siano cresciuti in modo incoerente con il CPI. Poi magari mi sbaglio, ma dubito.

“Fortissimo questo film di fantascienza: un giorno saremo così poveri da pagare un vestito con metà del salario mensile e da doverci preoccupare del prezzo del cibo!”
“Poco credibile visto che il Capitalismo crea benessere e ricchezza per tutti, ma è una prospettiva che comunque fa cagare sotto!”

Forse Will Burton, il proprietario del Billy’s New Restaurant, aveva gusti un po’ troppo raffinati per le tasche del pubblico di Santa Fe (nonostante simili offerte speciali) e vantava una carta di vini francesi pregiati e ottimo whisky scozzese. Forse per i prezzi bassi rispetto alla qualità proposta e forse la mancanza di clientela, o più probabilmente per entrambi, e il ristorante di Burton fallì nel giro di pochi mesi: aprì per la fine di novembre del 1891 e chiuse nella primavera del 1892. Burton andò poi a lavorare presso il più economico Conway’s Bon Ton. Almeno non finì disoccupato!

Questi due menù sono ottime offerte per l’epoca, ma non offerte uniche. Non era raro che per le feste ci fossero dei supermenù allo stesso prezzo dei pranzi normali (25 centesimi in un ristorante normale, 50 in uno più raffinato) e, forse, ancora più scandaloso di questi menù natalizi è quello proposto per il 9 aprile 1896 dal Leader Restaurant di Cleveland:

Zuppa di ostriche, arrosto di tacchino con la solita salsa e tanta altra roba a soli 25 centesimi? Forse si esagera un po’. Anzi, quasi certamente si esagera: questo è un altro menù che meriterebbe almeno 50 centesimi!
Il tacchino di solito veniva snobbato dai ristoranti raffinati, quelli che servivano cucina francese e prediligevano uccelli vari e selvaggina, ma non era un prodotto particolarmente economico. Quando appariva nei menù di altri ristoranti meno fini quanto meno costava un supplemento rispetto a un menù uguale, ma con arrosto di manzo. A quanto riporta Jan Whitaker nel link precedente, un menù con arrosto di manzo e patate all’Electric Restaurant della Fiera Mondiale di Chicago del 1893 veniva 45 centesimi e uno con arrosto di tacchino farcito con aggiunta di salsa di mele ben 50 centesimi.
La fiera del 1893 è quella in cui il cannone spaziale sparò la nave-capsula per azione di un sabotatore, non so se ricordate, inviando parecchi personaggi famosi su Marte, mai rintracciati nemmeno dalla sonda Curiosity: a questa storia tragica è ispirato il videogioco Martian Dreams.

Tornando al tacchino, è sospetto trovare arrosto in un menù da 25 centesimi invece che da 50 e come disse un cameriere nel 1908: “Quando ricevi tacchino giovane con salsa di mirtilli rossi americani, purè di patate, sedano, pane, burro, caffè e ‘mince pie’ per la somma di 25 centesimi, puoi immaginare che qualcosa non va coi tacchini.”

Bismarck’s “after-dinner” speech: “Gentlemen, there is really no more Turkey”.
(Vignetta sul Congresso di Berlino del 1878)

Il tacchino era così amato che nel 1902 in un ristorante gestito da Avventisti del Settimo Giorno (una setta di bigotti che aspettano il ritorno di Cristo sgranocchiando carote e guardando male chi crede nella laicità della Stato e si fa una grigliata mista) si arrivò a proporre il tacchino per vegetariani, ma non ho idea di cosa facessero per simularne la carne. Forse una qualche transustanziazione in cui il tofu pur rimanendo tofu era anche tacchino, come l’ostia è mollica di pane eppure è il corpo di Cristo. Quanto meno è un’opzione migliore del gambo di sedano che avevo in mente io. Ok, forse non lo è.

Dopo tutti questi menù economici, godiamoci per un attimo qualche prezzo DAVVERO alto. Così alto che già all’epoca era giudicato ingiustificatamente alto, soprattutto in rapporto alle porzioni da uccellino: un’eccentricità da ricchi “alla moderna” che non godono tanto dei piaceri della vita in sé, ma di quanti soldi possono far mostra di avere nel goderli. Avete presente certi russi ignoranti che sborsano 5000 euro in contanti per un vino rosso pregiatissimo che poi si fanno servire ghiacciato?
Ecco: gente simile apprezzerebbe ugualmente (e lo sa benissimo) una bottiglia da 10 euro, ne sborsa migliaia solo per far mostra col mondo, per quanto ridotto al cameriere, al proprietario del ristorante e magari a un paio di tavoli vicini di sconosciuti, di avere così tanti soldi da poterli buttare a piacere. La spregevole volgarità di chi ha il denaro, ma non ha la dignità della tradizione aristocratica né la bontà aristocratica, un tempo diffusa, di usarli per opere di bene verso i poveri.

Questo caso non è esagerato come il vino a 5000 euro, ma si può magari paragonare a un posto un po’ figo in cui l’aperitivo invece di 5-8 euro ne costa 20 (e serve le stesse cose o peggio). Decisamente puntato alla borghesia coi soldi, non alla piccola. Ecco il menù per il tè pomeridiano, il momento dei prezzi altissimi (sugli altri menù pare che non facesse prezzi altissimi, a quanto ho capito), da Schrafft nel 1929:

Cliccare per ingrandire.

Toast imburrato a 15 centesimi. Gambero con salsa a 50 centesimi. Insalata di vegetali a 50 centesimi. Marmellata di arance a 15 centesimi. Tramezzino di funghi tostato con sedano ripieno a 60 centesimi. Sempre 60 centesimi anche per il tramezzino con pollo e insalata (e sedano ripieno assieme). Tramezzini assortiti da tè per 40 centesimi appena.

Ricordate che nel 1929 era ancora possibile fare un pasto completo (zuppa, arrosto, contorno, dessert e caffè) per 50 centesimi in un ristorante decente.
Non sono prezzi stratosferici, ma di sicuro sono prezzi ALTI. E questi prezzi alti in dollari del 2012 a quanto equivalgono? Uhm: un dollaro nel 1929 equivaleva, a livello di CPI, come 13,54 dollari del 2012.
Quindi toast imburrato con marmellata a 4 dollari attuali e tramezzini misti per il tè a 5,4 dollari. Ok, pensando che in un tipico pub da proletari con 5-6 euro prendi un toast merdolone farcito o un paninazzo per accompagnare la birra, non mi sento sconvolto da questi prezzi per riccastri del 1929.

O forse proprio per questo dovrei trovarli sconvolgenti.
Che tristi tempi di impoverimento, che tempi…

 

Il primo viaggio in automobile della storia

Scritto da il 11 nov 2012 | Categorie: Filmati vari, Storia, Vekkiume

Confesso che nonostante la mia decisa adesione alla causa della Donna Nuova, del femminismo, delle suffragette, della riforma del vestiario, nonostante il mio impegno per l’educazione morale e di conseguenza fisica delle fanciulle, perché violare la morale naturale ha ripercussioni sul corpo e troppo spesso si curano i sintomi fisici senza badare alle cause etiche, ebbene, nonostante tutto questo, confesso di trovare divertente, talvolta, certe burle di retrogrado sapore maschilista.

Come questo spot, con il luogo comune della donna che non sa parcheggiare:

Luogo comune della “donna al volante pericolo costante” che mi sento di tacciare di infondatezza senza dubbio alcuno, avendo per quasi dieci anni osservato, singola volta per singola volta, il sesso di ogni pilota che si è inserito nelle rotonde che frequento senza badare alla precedenza, anzi, senza neppure guardare nella rotonda prima di entrare, puntando col volto sempre dritto senza esitazione.
Dopo anni di queste empiriche osservazioni posso dire con certezza che queste fandonie sul guidar male sono infondate, anzi, dirò di più: dall’osservazione di codeste infrazioni posso affermare, sapendo che le donne non commettono queste pericolose sbadataggini più degli uomini, che circa il 70% di tutti i guidatori bergamaschi è donna, un 20% è formato da anziani di ambo i sessi e solo il 10% è formato da uomini.

Starà alla Scienza ora scoprire come mai una gran fetta di codeste pilotesse, osservate al di fuori del suddetto reato stradale, tendano ad apparire con fattezze e abiti da uomo, dando l’impressione falsa e falsificatrice che i piloti siano equamente distribuiti tra i sessi (anzi, direi con una prevalenza di maschi). Che siano le rotonde a svelare la vera identità, mentre altrove il veicolo agisce da specchio camuffante? Solo la Scienza risponderà, un giorno, a questo e a ogni altro mistero della Natura!

Les Dames Goldsmith au blois de Boulogne en 1897 sur une voiturette
(Julius LeBlanc Stewart, 1901)

Voglio però sottolineare un pregio di quel video, ovvero come la donna sia molto più bella quando indossa abiti femminili e cura la pettinatura, quando porta con orgoglio la propria indipendenza di pilota senza chaperone e non ha vergogna della propria femminilità, e come il suo aspetto invece sia svilito quando le mettono quegli straccetti da sguattera alla fine (quasi a volerla punire, a farla vergognare per la sua indipendenza di Donna Nuova da ridicolizzare).

Uguaglianza di diritti non deve significare svilimento della donna e colpevolizzazione dell’attenzione al proprio aspetto. Questa è la trappola sciovinista delle infiltrate maschiliste dentro al movimento femminista. Petto in fuori, orgoglio di sé e testa alta: non può esserci Donna Nuova nella vergogna!
In più gli straccetti moderni sono solo un modo con cui le aziende del vestiario hanno fregato la gente, vendendo immondizia a caro prezzo quando prima, per la stessa cifra (bassa: basta sfogliare i cataloghi del 1897 o del 1908 di Sears Roebuck and Co di Chicago), dovevano impegnarsi seriamente e creare abiti davvero affascinanti. Ora per vestirsi con eleganza si sborsano cinque-dieci volte le cifre del passato. Follia!

Dai cataloghi Sears Roebuck and Co: cappelli della migliore qualità e all’ultima moda, da 2,50 a 3,50 dollari (1901); camicette in tessuti di pregio, alla moda, deliziosamente lavorate, da 0,25 a 3,98 dollari (1897); abiti eleganti per la casa, camicetta e gonna di finissima qualità per signore benestanti, entro i 10 dollari (1908); disponibili anche camicette elegantissime a circa 3 dollari o completi extra lusso entro i 18,75 dollari (1908); eleganti completi sartoriali per uscire di casa e per la bicicletta da 2,90 a 18 dollari (1897).
La paga di un tipico lavoratore statunitense, un operaio non specializzato nè benestante né troppo povero, era di 2 dollari al giorno.


Ora per decine o centinaia di euro rifilano straccetti senza arte, arricchiti solo dell’etichetta col marchio famoso (che le fa produrre nella stessa fabbrica cinese da cui escono quelle col marchio pezzente, a un decimo del prezzo).
Conciare da sguattere le femmine, con scollature da donnacce di malaffare per risparmiare stoffa: è questo il risultato dell’indipendenza femminile, la sottomessa accettazione di un marchio di inferiorità?

Giammai! Che la Donna Nuova sia davvero tale e non solo una succursale straccivendola, con aggiunta di sesso prematrimoniale, delle antenate suffragette! Proprio per questo io fermamente ritengo che la Donna Nuova debba guidare: bicicletta, automobile, motocicletta, motoscafo o mech bipede che sia! La Donna Nuova è indipendente nel movimento (e nel volume di fuoco anti-molestatore, grazie alle mitragliatrici del mech).
E si approfitti della scusa del veicolo per indossare pantaloni, facendo schizzar sangue dal naso dei vecchietti quando si sfreccia in bicicletta fasciate in tal guisa che nessuna curva dei glutei è nascosta! Rispondendo sbarazzine a chi male dicesse: “Scusate, ma con questi abiti da bicicletta non mi raccapezzo proprio con le taglie! Ih ih ih!”

Eppure, nonostante questa mia convinzione femminista, sono anche un estimatore dell’idea americana che una signora debba sedere alla destra del marito sulla vettura. D’altronde si parla di coppie, non di signorine indipendenti: è un altro discorso. Ed è un’idea certo più sensata rispetto a quella inglese.
Dovete sapere che gli inglesi, nazione di bottegai senza idee e senza onore, ancora percorrono le strade tenendo la sinistra, come gli antichi romani sui cavalli. La loro scusa per offendere le signore, privandole di sedere alla destra, è che così, sfrecciando in automobile o in bicicletta, possono combattere con la sciabola coloro che vengono dall’altra corsia! Ohibò, chissà che disastro il traffico se quegli svampiti bevitori di té decidono precedenze, sorpassi e parcheggi con gran fendenti!

Tipico caos stradale inglese: decidere la precedenza!

Però, però, però, poniamo fine a questa premessa e addentriamoci nella materia di questo mio breve articolo senza pretese di completezza, ma solo di fare un giusto servizio al genere femminile, che nella sua meravigliosa varietà sa unire alla più delicata bellezza lo spirito avventuriero e la capacità di badare a sé anche nelle peggiori situazioni.

Oggi voglio parlare del primo lungo viaggio in automobile della storia, ben 105 km da mattina a sera, compiuto da Bertha Benz nel 1888. Una donna che, come anticipato, coniuga la bellezza con l’intraprendenza e un tocco di follia.
Quando aveva 22 anni, nel 1871, Bertha Ringer, ancora signorina e quindi in grado di firmare contratti senza delegarli a un marito (le leggi all’epoca tali erano), finanziò l’officina del suo fidanzato, Karl Benz, permettendogli di realizzare la sua prima automobile. Con spirito illuminato, con intelligenza che pochi uomini avrebbero avuto, Bertha aveva finanziato la tecnologia del futuro. L’anno successivo Bertha e Karl si sposarono.

Bertha Ringer, futura Bertha Benz, nel 1871.

Karl lavorò a lungo all’automobile. Sedici anni dopo era ancora insicuro della propria opera e continuava a migliorarla, rifugiandosi timoroso nella scusa del perfezionamento per non presentarla al mondo per quello che era: il futuro dei trasporto (mech bipedi esclusi).
Stanca di vedere le automobili relegate a oggetti guardati con sospetto, a cui al più venivano fatti percorrere poche centinaia di metri sotto la supervisione di un meccanico, e stanca di vedere il marito che non aveva le palle di credere nella propria realizzazione, Bertha Benz pensò bene di dimostrare a proprio modo la solidità dell’opera del marito.

La mattina del 5 agosto 1888, stando attenta a non svegliare il marito, Bertha prese i due figli adolescenti Eugen e Richard e partì con l’auto, una Patent-Motorwagen Numero 3. Al marito lasciò un biglietto: “Andiamo a trovare la nonna”. Peccato che la nonna stesse a Pforzheim, a oltre 100 km da Mannheim passando tra le colline della Foresta Nera.
Potete immaginare che faccia deve aver fatto Karl quando vide che l’auto era scomparsa e capì che la moglie non aveva preso il treno!

Sicura e fiera sul bolide da 1660 cm3 creato dal marito, con una potenza di 2,5 cavalli e capace di sfrecciare fino alla velocità di 16 km/h, l’avventurosa signora partì, avviandolo a distanza di sicurezza dalla casa per non essere scoperta.

Benz Patent-Motorwagen No. 3 (1888)

Immaginate Bertha: un mondo senza cellulari, senza soccorso stradale, senza officine e senza pompe di benzina. Tra strade buone al massimo per i cavalli, su e giù di quasi 300 metri di dislivello tra le colline della Foresta Nera, per oltre 100 km. Seduta su un incrocio tra una bomba e un triciclo, roba che non si sarebbe vista di nuovo prima del volo umano o degli astronauti spediti sulla luna sopra una lavatrice spinta da un razzo.

Sfortunatamente non c’erano neppure i navigatori né le mappe del Touring Club, per cui Bertha si accorse di non avere chiara la strada per arrivare a Pforzheim. Decise di puntare verso Weinheim e da lì a Wiesloch, visto che erano strade che conosceva. Naturalmente si trovò a corto di carburante perché l’auto non aveva un serbatoio vero e proprio: teneva al massimo 4,5 litri, dentro al carburatore.

Bertha si fiondò in una farmacia di Wiesloch. All’epoca il carburante era molto costoso e veniva venduto in bottigliette, per usarlo come smacchiatore. Bertha comprò mezzo gallone di etere di petrolio (ligroina), tutta la scorta del negozio. L’incredulo farmacista, con lo strambo e puzzolente veicolo davanti al negozio, era diventato il proprietario del primo distributore di benzina della storia. La farmacia esiste ancora. Altri due rifornimenti vennero fatti a Langenbrücken e a Bruchsal.

Per raffreddare il motore, problema ancora più grave del carburante, prese l’acqua dai pozzi dei villaggi, dai pub e dai ruscelli.

Monumento dedicato a Bertha Benz a Wiesloch, collocato dove fermò l’auto per comprare il carburante, davanti alla farmacia.

Un guaio insormontabile arrivò quando, dopo Durlach, l’auto dovette uscire dalla valle del Reno e affrontare le colline. I poderosi 2,5 cavalli del motore a singolo cilindro non erano in grado di effettuare ripide salite. Bertha e i figli dovettero, quando si bloccava, scendere a spingere. Attività tutt’altro che leggera e alla fine i tre erano sfiniti. Fortunatamente arrivò un contadino, all’inizio spaventato dal veicolo, che diede una mano a spingere nell’ultimo tratto di salita.

In discesa il veicolo raggiungeva velocità elettrizzanti che il freno riusciva a ridurre solo di poco. Sparati come proiettili a cavallo di 360 kg di ferraccio.
Per il troppo attrito nelle folli discese si guastarono pure i freni, costringendo Bertha a ripararli d’emergenza con l’ausilio di un calzolaio di Bauschlott che applicò dei rinforzi di cuoio dove l’erosione era maggiore: Bertha aveva appena inventato le guarnizioni, ancora presenti nei comuni freni a tamburo!
E quando si ruppero le catene, le fece riparare al volo da un fabbro.

Nonostante il carburatore sempre rifornito, all’improvviso l’auto si bloccò. Bertha, essendo l’unico meccanico disponibile in zona, controllò il motore e scoprì che il tubo del carburatore era otturato. Prese uno spillone dal cappello alla moda (spillone probabilmente pregiato anch’esso) e lo usò per scrostare il tubo. Forse il marito non aveva tutti i torti a diffidare del proprio veicolo.

L’auto si fermò una seconda volta. Il materiale di isolamento del cavo di accensione si era completamente eroso in un punto. Senza elettricità il motore non poteva funzionare. Che fare? Serviva il genio di un MacGyver in gonnella per risolvere una situazione di emergenza simile, mai vista. Fortunatamente Bertha Benz aveva il genio necessario: si infilò le mani sotto la gonna, tirò via la giarrettiera dalla coscia e con quella isolò il cavo!

Bertha sul Benz Patent-Motorwagen No. 1 (1886)

Quando era ormai notte, Bertha giunse dalla madre e telegrafò al marito di essere arrivata. Tre giorni dopo ripartì, impiegando solo 90 km a tornare a casa. In totale poco meno di 200 km. La vicenda di Bertha Benz è molto popolare in Germania e ancora oggi il suo itinerario, tramandato per generazioni, è indicato ufficialmente dalla Bertha Benz Memorial Route, approvata nel 2008.

Il viaggio godette di grande notorietà fin da subito, grazie ai passanti terrorizzati dal veicolo che gonfiavano le notizie sui giornali. Ora tutti stavano parlando dell’automobile Benz: era quello che Bertha aveva voluto per il marito.
Gran donna.

Qui un articolo sul viaggio di Bertha Benz da cui ho tratto parte delle informazioni.

 

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