Archivio per la Categoria 'Fantascienza'

  1. Introduzione allo Steampunk - un esempio marziano by Il Duca di Baionette
  2. GoatsTrek: Kirk ce l'ha di marmo tra le mani by Il Duca di Baionette
  3. Negri gay dallo spazio profondo by Il Duca di Baionette
  4. Stuhlinger - Perché Esplorare lo Spazio? by Il Duca di Baionette
  5. Segnalazione: "Assault Fairies" di Gamberetta by Il Duca di Baionette
  6. Breve Introduzione allo Steampunk by Il Duca di Baionette

Introduzione allo Steampunk – un esempio marziano

Scritto da il 04 apr 2013 | Categorie: Fantascienza, Fantascienza Retrò, Fantasy, Fatine, Riflessioni, Steamfantasy, Steampunk

Nei due primi articoli abbiamo analizzato la natura dello Steampunk ed esplorato la sua estetica. Nel terzo articolo abbiamo tirato un po’ le fila della questione, chiarendo alcuni punti sullo Steampunk come genere e spiegando come ragionare per sfruttarne le abbondantissime possibilità.
Ora, per concludere in attesa dello SteamCamp che inizierà dopodomani (6 e 7 aprile 2013), vi propongo un veloce (e un po’ superficiale) esempio “pratico” di ragionamento sul fare Steampunk in modo verosimile, come avevo anticipato nella terza parte dell’introduzione allo Steampunk. Questo articolo, in versione leggermente ridotta, è stato pubblicato anche su SugarPulp.

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“Centralino? Vorrei di nuo—”
“La smetta di rompere! Si legga gli articoli!”

Immaginiamo uno scenario Steampunk in stile prima guerra mondiale nello spazio.
Ipotizziamo che Marte sia colonizzabile preoccupandosi solo della temperatura notturna e della difficoltà di fare sforzi prolungati senza ossigeno, come avviene nel videogioco cult per lo Steampunk Martian Dreams. Deciso questo elemento “retrofantascientifico/fantastico” su cui il lettore ha già ben chiarito di essere disposto a sospendere la sua incredulità (altrimenti dopo aver visto la quarta di copertina non avrebbe proseguito la lettura), ragioniamo sulla logistica.

Inviare risorse e mezzi dalla terra richiede due anni di viaggio e grandi costi?
Bene, allora tutto dovrà essere pensato coerentemente con queste premesse, con truppe e basi di dimensioni limitate buone solo per la guerriglia, piccole schermaglie e sabotaggi, incapaci di ricevere rapidamente aiuti dalla patria.
In più acqua e cibo, seppur rari da trovare, non dovranno essere impossibili, perché disporre solo di enormi scorte inviate dalla madrepatria ogni due anni non sarebbe realistico: quanta acqua andrebbe inviata, diciamo, per 1000 uomini per 800 giorni, tra quella per lavarsi, per cucinare  e da bere? Temo troppa perché abbia senso, anche come costi di trasporto.
Serviranno animali alieni da cacciare o meglio ancora serre che producano patate e altri vegetali, allevamenti di maiali o di animali alieni commestibili, possibilmente capaci di nutrirsi di rifiuti e scarti delle piante (la classica combinazione maiale-patate, che può diventare “mostro fungoide saltatore”-”radici rosse tossiche che invadono i d’intorni di ogni area abitata dall’uomo”), e soprattutto l’acqua nei canali di Marte (le inondazioni immaginate da Schiaparelli?) oppure nel sottosuolo.

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Marte nelle mappe di Schiaparelli (1888 circa)

L’analisi del suolo di Marte, un elemento tecnico che possiamo applicare anche se stiamo utilizzando una visione di Marte “fantastica” (anzi, è un motivo in più per affidarci a ciò che è credibile quando possibile, come diceva Lovecraft), ci suggerisce un suolo vulcanico.
Poca acqua o quasi nulla (solo umidità ambientale e nella terra), un suolo vulcanico ricco di minerali, sono condizioni sulla Terra considerate ideali per costringere la vite a soffrire, a spingere le radici anche a 10-20 metri di profondità, a estrarre più materia possibile dal suolo per trovare tracce d’acqua… e fare vini straordinari con i pochi grappoli eccellenti che produrrà. Le tempeste di sabbia globali potrebbero essere un grosso problema: vitigni protetti da cupole? Le grandi escursioni termiche tra giorno e notte aiutano l’uva a fissare gli aromi, ma anche qui avere delle serre riscaldate per evitare sbalzi “congelanti” sarà necessario… va bene fare IceWine, ma quando l’uva è matura, non mentre cresce ancora!
Marte può essere un produttore di vini di lusso: bottiglie vendute a prezzi esorbitanti, dieci-venti volte quelli dei Premier Cru Classé di Bordeaux, simbolo sulle tavole dei più ricchi tra i ricchi. Bottiglie che svolgerebbero il ruolo “compatto” che nella storia ebbero oro e gemme: molti soldi in poco spazio, per lunghi viaggi… verso la Terra.

Dato che capire quali vigneti possano adattarsi meglio richiede sia analisi che prove pratiche, si può lasciare all’immaginazione personale la scelta dei vini: un’opzione più “credibile”, con solo vitigni internazionali che crescono ovunque (lo Chardonnay crescerebbe pure sulla luna) oppure nelle sabbie di Marte si nasconde un pendio che è un vero e proprio Gran Cru Marziano per il Nebbiolo, uno dei più ostici e poco adattabili vitigni della Terra? Marzolo, il Barolo Marziano!
Il vino è un buon dettaglio extra, ma non è comunque un valido motivo per contendersi militarmente Marte. A meno che non filtriate il mondo con l’occhio deviato di un enologo.

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Paesaggio marziano vitato?

Perché le potenze europee si contendono Marte?
Per quanto Marte possa essere incredibile, i motivi “umani” devono essere credibili. In uno scenario di guerra sapere come è usato Marte e che limiti tecnologici sono presenti permette di progettare storie sensate.
Marte ha materiali rari come il legno antigravitazionale di Space 1889? Oppure minerali pregiati introvabili sulla Terra e necessari alla più avanzata fisica dell’etere? Oppure è tutta una competizione per mantenere basi che proiettino ancora più in là nello spazio, magari per trivellare la fascia degli asteroidi, inviare i minerali su Marte, fare una prima lavorazione e poi sparare i carichi con catapulte elettromagnetiche verso la Terra, in modo che vengano raccolti in orbita?
O forse si gareggia per scoprire i resti di antiche civiltà sperando di rivelare conoscenza scientifiche che diano un vantaggio alla nazione?

Se invece dei viaggi spaziali vi sono portali dimensionali, allora i portali stessi diventano fondamentali obbiettivi da catturare. La capacità di muovere rapidamente risorse da e verso Marte cresce enormemente: da piccoli scontri locali, stile Africa Orientale Tedesca nella Grande Guerra, si passa a scenari da conflitto continentale.
Diventa credibile anche la possibilità che Marte sia un deserto ostile alla vita e che ogni risorsa arrivi dai portali, mensilmente. Sarebbe strano se le fazioni in guerra non provassero a catturare i portali nemici o a catturare le miniere nemiche sugli asteroidi o a intercettare i carichi per impedire qualsiasi afflusso di materiale al nemico. Devono esserci delle strategie coerenti e credibili, basate su obbiettivi chiari legati al contesto.

Se a guerra iniziata tutta la fascia degli asteroidi è caduta in mano inglese (e quindi tutta l’estrazione mineraria) e i tedeschi non pensano di poter mai conquistare il portale inglese (la base è una fortezza inespugnabile?), e ritengono al massimo di poter difendere il proprio portale (che però è diventato inutile, non ricevendo minerali da inviare in Germania), forse faranno bene a ritirarsi e a far saltare il proprio portale prima che gli inglesi lo catturino e lo utilizzino al loro posto.
Se invece i tedeschi sono in grado di proiettare rapidamente forze su Marte e gli inglesi sono a corto di uomini perché li hanno impegnati tutti per dare la caccia ai corsari tedeschi rimasti nella fascia degli asteroidi, suonerebbe strano che i tedeschi non tentino di conquistare il portale inglese. Se gli inglesi hanno i minerali, ma non la possibilità di spedirli o di ricevere rifornimenti (sotto assedio senza essere “assediati”?), prima o poi dovranno lasciare anche le miniere ai tedeschi e consegnarsi come prigionieri.

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Mass Driver sulla Luna

Se in più si decide di fare Science-Fantasy più spinto, aggiungendo elementi spiccatamente Fantasy alla storia, come le fatine, ecco che anche le fatine dovranno avere un senso. Prima di tutto il lettore si aspetterà e rispetterà maggiormente una conoscenza storica della fatine. La cosa può sembrare strana, ma basta leggere il tentativo di spiegazione scientifica sulla natura delle fatine data da Arthur Conan Doyle nel suo The Coming of the Fairies del 1922 per trovare risposte più che adeguate e perfettamente adatte per il periodo. Ecco ottenuta la credibilità storico-mitologica. Che poi si può reinterpretare in spirito Steampunk, a piacere.

Passiamo al motivo per cui sono lì. Queste fatine a cosa servono? Sono staffette nell’esercito perché non esistono radio da campo e sono rapide, piccole e affidabili? Sono ingegneri che si occupano di entrare dentro i colossali Automi da Guerra per riparare piccoli guasti e resettare le memorie dei cervelli-meccanici? Sono osservatori per l’artiglieria, capaci di alzarsi in volo senza essere notate o abbattute, mentre una classica mongolfiera militare da osservazione verrebbe non solo fatta subito a pezzi, ma indicherebbe la posizione di parte delle truppe ai nemici?
O le fatine hanno ruoli nell’ambito civile?

Max Hoffmann
Sconcertante documento fornito da “iome”

Con ragionamenti simili è possibile introdurre altri elementi, come recupero dalla narrativa d’epoca: i marziani armati di tripodi della Guerra dei Mondi magari popolano una città sotterranea nella Valles Marineris e i grandi deserti marziani sono percorsi da tribù guerriere di barbarici mostri con quattro braccia come quelli della serie su John Carter.
Cosa vogliono i marziani nascosti nel sottosuolo? Perché hanno attaccato la Terra a fine Ottocento? Come sopravvivono le tribù di mostri sulla superficie? Come si procurano le armi che usano se sono nomadi senza forge e senza industrie? Vengono armati dalle potenze terrestri e usati contro i rivali o le ottengono come “pagamento” da parte dei marziani del sottosuolo per fare in modo che i terrestri stiano alla larga dalla Valles Marineris e non scoprano dove sono nascosti?
Se abbiamo deciso che Marte è un deserto senza piante né acqua, sarà meglio cambiare idea o la credibilità di queste tribù diventerà estremamente scarsa.

Prendiamo in considerazione la gravità ridotta e l’atmosfera rarefatta, da alta montagna. Entrambi questi elementi e i loro effetti erano noti nell’Ottocento, si sapeva cos’è la gravità e si avevano già delle ipotesi fantascientifiche sull’effetto della gravità ridotta su eventuali animali evoluti in pianeti diversi dalla Terra. In generale l’idea è che la gravità inferiore favorisse maggiori dimensioni nei corpi: ecco allora i giganti di Edison’s Conquest of Mars (1898), dotati pure di cervelli enormi seguendo l’idea dell’evoluzione che premia intelligenze sempre più vaste (rappresentate con cervelli più grossi), oppure i mostri colossali di John Carter (prima storia del 1912).

La gravità inferiore del 63% permette ai soldati di poter portare 40 kg di equipaggiamento sentendo meno di 15 kg (e il loro stesso corpo è più “leggero”). Di contro va pensato che la gravità inferiore permette pure di “saltare” più in lungo e più in alto, ma accentua anche la reazione quando si spara col fucile: la quantità di moto del proiettile rimane identica, la reazione quindi uguale e gli effetti del rinculo (orizzontale) e del rilevamento (verticale) saranno maggiorati. Per il rilevamento l’arma avrà un peso ridotto al 37%, con grande balzo della volata dopo lo sparo! Anche i soldati, ridotti da 70 Kgp a 26 Kgp (chilogrammi peso), avranno meno capacità col loro corpo di contrastare la spinta orizzontale del rinculo, slittando sulla sabbia o perdendo l’equilibrio. Si potrebbe aumentare il “peso” dotando i soldati di armature antischegge (e anti zanne/artigli dei mostri marziani), un incrocio tra le armature da campo di fine ’400 e gli scafandri da palombaro. L’idea non è da scartare, anzi!

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Sissignore!

Con solo il 37% di forza di gravità un uomo da 70 kg potrebbe portare 200 kg di equipaggiamento sentendosi come se ne stesse portando 30 sulla Terra. I comuni fanti potrebbero tirare carri sovraccarichi di acqua e provviste (o girare con veicoli pensati per la Terra e ricoperti di roba legata sopra… se arriva del vento forte, ci saranno bei ribaltamenti per l’effetto vela) e gli assaltatori potrebbero indossare goffi scafandri corazzati spessi 15 mm, a prova di fucile a bruciapelo, per lanciarsi con granate e pugnali nelle trincee nemiche. Considerando l’inerzia, investiranno come un’utilitaria il nemico puntato, spiaccicandolo contro la parete. Per eliminarli servirebbero fuciloni controcarro da 13-20 mm, magari usati contro i mostri giganti di Marte. In più, sempre per l’inerzia, questi assaltatori sarebbero non solo lentissimi a frenare in corsa, ma anche lenti a prendere velocità e instabili lateralmente in movimento. Non proprio qualcosa di adatto per tutti, un ruolo altamente specializzato per soldati addestrati a puntare dritti, senza incertezze o curve, come cavalleria pesante in carica (anche i comuni fanti con zaini sovraccarichi da 100 kg soffrirebbero problemi simili, meglio far loro spingere/tirare carri). E tanti altri problemi da immaginare per arricchire la storia!

In più la minore gravità e l’atmosfera ridotta aumenteranno il tiro utile dei fucili. Tutto questo, magari mi sbaglio, ma secondo me premierebbe il tiro mirato su lunghe distanze (usando ottiche per poter vedere il bersaglio sopra i 500 metri), da sdraiati per limitare lo slittamento degli stivali sulla sabbia marziana dovuto al rinculo dei potenti fucili da battaglia (il corpo pesa solo il 37% di prima!) e ridurrebbe a zero o quasi l’eventuale presenza di pistole-mitragliatrici per via del rilevamento eccessivo nella raffica che farebbe sprecare gran parte dei colpi (ma non ridurrebbe le mitragliatrici di squadra con pesanti affusti ruotati).

In più (bis!) la minore gravità e l’atmosfera rarefatta sconvolgerebbero le tabelle di tiro dell’artiglieria, esclusi tiri diretti ravvicinati relativamente privi di curvatura, creando enormi problemi di adattamento e costringendo a molti esperimenti per trovare coefficienti correttivi e adattarle… con il rischio, sempre, per la fretta e la paura in battaglia, di non applicare i coefficienti e usare i valori come sono scritti, mandando i proiettili molto più distanti! Le tabelle andranno ristampate corrette, per sicurezza.

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Non c’è pace per gli artiglieri

Il fatto che Marte sia “incredibile” non significa che la storia debba essere stupida.
Non è un problema se i tedeschi hanno come tenente nell’artiglieria una fatina superintelligente che fa da calcolatore per il tiro (se non per motivi di gusto dei lettori, talvolta interessati al Fantastico solo come rassicurante etichetta sulle solite banalità senza fantasia viste mille volte): il problema c’è se la storia sembra incoerente, non credibile, e il comportamento umano insensanto e ingiustificabile. Difficilmente un lettore vorrà avere a che fare con una storia simile, a meno che l’elemento non credibile non sia esplicitamente parte degli elementi fantastici ricercati dai lettori “ideali” a cui ci si rivolge.

Per esempio i dogfight alla Star Wars, per fare la “seconda guerra mondiale nello spazio”, sono un elemento comune in certa fantascienza militare. Sono insensati e spiccatamente cretini in uno scenario militare spaziale credibile, quindi non si possono proporre facendo fantascienza HARD, ma in altri contesti i lettori li accettano… o li cercano perfino! Ogni altra idiozia, le vere idiozie non-fantastiche, saranno motivo di fastidio e fuga dall’opera.

 

GoatsTrek: Kirk ce l’ha di marmo tra le mani

Scritto da il 22 mar 2013 | Categorie: Bizzarro, Fantascienza, Film e TV, Zozzerie

Due sere fa ero a cena con Omar Serafini di Fantascientificast per registrare un paio di interventi a tema Steampunk, incluso un rifacimento semplificato e meno accademico dell’intervento di fine 2012 (che aveva problemi di audio grossi, per cui andava comunque rifatto). Ho seguito la nuova versione di spiegazione alleggerita e più schematica che ho adottato da alcuni mesi. Fornirò i link all’episodio quando sarà disponibile, nei prossimi giorni.

Durante la cena si è parlato solo di Fantascienza e argomenti correlati come siti di settore, anime e concetti di tecnica narrativa (la premise e roba simile). Non mi ricordo come, è uscito fuori Star Trek. A me Star Trek non è mai interessato granché, non sono un fan di quel genere di fantascienza, non amo le avventurone spaziali più fantasy che fantascientifiche e la space opera. Mi piace la fantascienza di concetto, credibile e che quindi stimola al ragionamento come in Morte dell’Erba o a suo modo anche Guerra Eterna oppure la fantascienza militare ben fatta in alcuni aspetti spaziali come in La Fiaccola dell’Onore (scritto male, ma le idee mi piacevano) o le idee evolutive sugli alieni come nel suo seguito Le potenze dello spazio.

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ARTE.

Star Trek entra nella discussione per via di J. J. Abrams, produttore di Lost, Cloverfield e Mission Impossible IV, a cui da alcuni anni è stato assegnato il compito a di rinfrescare il marchio. Ovviamente non lo fa sfruttando le molte possibilità libere nella vasta storia dell’universo di Star Trek: butta tutto, fa un reboot con il film del 2009 (ne uscirà a breve il seguito) e si inventa un universo parallelo diverso. Con tutti i problemi per i fan che discutevano di Star Trek visto che ora NULLA è più certo come prima, tutto il sapere più o meno coerente accumulato se ne va affanculo perché essendo tutto incerto, tutto che può cambiare alla prossima decisione di Abrams, niente è più discutibile con certezza. Evviva per i nuovi fan da attrarre (motivo dell’operazione), che palle per i vecchi fan la cui sapienza diviene irrilevante o così incerta, in attesa di future idee di Abrams, da essere inutile.

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No, il pubblico non dimenticherà questo!

Come dicevano per attirare il pubblico: “questo non è lo Star Trek di tuo padre”. Beh, nemmeno Star Wars con la trilogia nuova è stato più il vecchio Star Wars, ma NUOVO non è necessariamente MEGLIO: il buono del vecchio è stato buttato nel cesso e il nuovo è diventato una trashata per un pubblico di clienti generici non interessati davvero alla fantascienza, dalla ridotta soglia di attenzione e bisognosi di forti stimoli visivi continui e spiegazioni gonzo-scientifiche (la Forza si gestisce con le bestioline!) degne di un postmodernista francese.
Un pubblico di bebè intrappolati in corpi adulti capaci di reagire ai prodotti solo con gli estremi della risata demente di approvazione e del pianto condito di urla.

Il problema è che i produttori non hanno avuto torto e cercando quel pubblico di minorati mentali, molto più facile da soddisfare garantendo così certezze sugli investimenti, per ora lo hanno trovato e fatto soldi. Ricordate però il discorso simile sulla narrativa e quindi i possibili pericoli futuri nel puntare solo a un pubblico simile.

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E non dimenticherà nemmeno questo!

Tornando a Star Trek mi è stato consigliato di vedere le serie pre-Abrams. Tenterò. Ricordando comunque che perfino la vecchia serie anni ’60, nonostante le supertrashate continue, aveva pure dei buoni sceneggiatori. Pensando a Gerrold col suo The Trouble With Tribbles (episodio di rara demenza pelosetta), mi è venuta voglia di condividere con voi questa sequenza di immagini, praticamente una suggestione di storyboard, che rappresenta bene lo spirito di Star Trek “serie originale”.

Attenzione: contenuti inadatti alle signorine per bene ▼

La giusta reazione di una signorina per bene di fronte a quanto proposto!

 

Negri gay dallo spazio profondo

Scritto da il 08 feb 2013 | Categorie: Bizzarro, Fantascienza, Film e TV

Oggi voglio proporre il cortometraggio di fantascienza Gayniggers from Outer Space, realizzato nel 1992 dal danese Morten “Master Fatman” Lindberg. Un grande film, una grande storia. Un articolo-regalo per il compleanno di Clio nella speranza che il film le rammenti il suo spasimante DagoRed (qui in una ricostruzione attendibile) e, ovviamente, anche in onore di Gamberetta! ^_^

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La nave intergalattica Sfintere II degli omosessuali negri provenienti dal pianeta Anus, guidati dal Capitano B. Dick, scopre la presenza di donne sulla Terra e decide, con l’approvazione del Presidente della Federazione Intergalattica dei Pianeti Gay, di inviare qualcuno sulla Terra per scoprire qualcosa sulle misteriore donne. I contatti sessuali tra femmine e maschi lasciano l’equipaggio sconvolto: devono intervenire con la forza per esportare la democrazia liberare i maschi dalle disgustose pratiche sessuali femminili!
Con le armi a raggi i gay negri eliminano la popolazione femminile e liberano gli uomini oppressi e infelici. La nave deve partire verso nuovi mondi “dove nessun gay è giunto prima” (alla Star Trek) e liberarli dall’oppressione femminile (Per un Universo Gay!).
Sulla Terra viene lasciato un Ambasciatore Gay per aiutare gli uomini terrestri ad abituarsi alla loro nuova vita e imparare a partorire solo figli maschi.

Meraviglioso.
Una storia commovente di libertà, primo contatto e un Sacro Buco del Culo in cui infilare il pugno per essere scelti e acquisire grandi poteri e responsabilità, con un cast di personaggi indimenticabili: ArmInAss, il Capitano B. Dick, D. Ildo, il sergente Shaved Balls e il signor Schwul. Vedrete nel sorriso carico di gioia del contadino ucraino tutta l’infelice condizione umana.

Se non vi va di seguire il pessimo doppiaggio inglese fuori sincrono, potete ripiegare sui sottotitoli italiani distribuiti a fine 2011 dai Bowling Ball Fansubs (il torrent va pianissimo, ma va, c’è 1 seed BBF mantenuto, per cui consiglio il download diretto senza torrent). Non sono perfetti, ma sono meglio di un braccio nel culo. Cioè, voglio dire, dipende dai gusti, ma cosa intendevo spero si sia capito.

In futuro, magari già al prossimo San Valentino, quando vi sentirete oppressi dalle lamentele e dagli ordini della vostra femmina, pensate che forse, lassù, i Negri Gay esistono davvero e un giorno verrano a salvarci. Per un Universo Gay!
Buona visione.

 

Stuhlinger – Perché Esplorare lo Spazio?

Scritto da il 08 ago 2012 | Categorie: Fantascienza, Storia

Il sito Letters of Note pubblica molte lettere interessanti, sia in termini di aneddoti che di semplici curiosità da scoprire. Questa volta la lettera scelta è legata alle discussioni sulla missione della Curiosity, il laboratorio su ruote inviato a frugare nel cratere Gale su Marte in cerca, tra le altre cose, di tracce di vita (il cratere, con al centro una montagna sui 5mila metri, potrebbe essere stato un lago quando c’era ancora abbondante acqua liquida sulla superficie, miliardi di anni fa).

La lettera è del 1970, ma è legata all’argomento perché risponde alla solita domanda idiota: perché spendere soldi nella ricerca scientifica (e quindi nell’esplorazione spaziale) quando gli stessi soldi si potrebbero usare per sfamare gli affamati ecc…?
Nonostante chiunque potrebbe rispondersi da solo che spendere soldi fino all’attuale sviluppo medico non è stato un affare troppo pessimo (nonostante l’industria farmaceutica criminale), rispetto a quando eravamo nell’Età del Bronzo, questa domanda, che possiamo considerare come discriminante per individuare l’idiozia e/o il fallimento del sistema scolastico, viene ripetuta ossessivamente a ogni nuovo investimento scientifico “costoso & famoso” (i viaggi spaziali sono i preferiti, come i 2,6 miliardi di Curiosity, le spese delle squadre di calcio italiane invece no perché visto che non contengono ricerca scientifica -orrore!- allora sono una cosa buona e onesta).

La lettera è stata scritta da Ernst Stuhlinger, all’epoca vicedirettore scientifico del Marshall Space Flight Center della NASA, in risposta a Sorella Mary Jucunda, una suora che operava in Zambia e chiedeva come mai tanti soldi venissero spesi in simili progetti (Ernst stava lavorando proprio su una missione verso Marte) quando c’erano così tanti bambini che morivano di fame sulla Terra.
Alla lettera Stuhlinger allegò una copia di “Earthrise”, la foto della Terra fatta dalla Luna nel 1968 da Anders. Questa risposta venne successivamente pubblicata dalla NASA col titolo Why explore space?

L’unico motivo per cui immagino abbia risposto è che la domanda veniva da qualcuno direttamente coinvolto nell’assistenza ai bisognosi, il tipo di persona che avrebbe stretto un patto col diavolo per un centesimo di quella cifra da usare per i propri poveri, e non dal solito demente random che sfotte la NASA mentre si imbottisce di calcio, Grande Fratello e Facebook e presso cui i soldi dell’istruzione pubblica, vista l’incapacità palese di ragionare, si sono dimostrati l’unico vero spreco in tutta la faccenda (il tipo di demente insultato da Mana proprio oggi).

May 6, 1970

Dear Sister Mary Jucunda:

Your letter was one of many which are reaching me every day, but it has touched me more deeply than all the others because it came so much from the depths of a searching mind and a compassionate heart. I will try to answer your question as best as I possibly can.

First, however, I would like to express my great admiration for you, and for all your many brave sisters, because you are dedicating your lives to the noblest cause of man: help for his fellowmen who are in need.

You asked in your letter how I could suggest the expenditures of billions of dollars for a voyage to Mars, at a time when many children on this Earth are starving to death. I know that you do not expect an answer such as “Oh, I did not know that there are children dying from hunger, but from now on I will desist from any kind of space research until mankind has solved that problem!” In fact, I have known of famined children long before I knew that a voyage to the planet Mars is technically feasible. However, I believe, like many of my friends, that travelling to the Moon and eventually to Mars and to other planets is a venture which we should undertake now, and I even believe that this project, in the long run, will contribute more to the solution of these grave problems we are facing here on Earth than many other potential projects of help which are debated and discussed year after year, and which are so extremely slow in yielding tangible results.

Before trying to describe in more detail how our space program is contributing to the solution of our Earthly problems, I would like to relate briefly a supposedly true story, which may help support the argument. About 400 years ago, there lived a count in a small town in Germany. He was one of the benign counts, and he gave a large part of his income to the poor in his town. This was much appreciated, because poverty was abundant during medieval times, and there were epidemics of the plague which ravaged the country frequently. One day, the count met a strange man. He had a workbench and little laboratory in his house, and he labored hard during the daytime so that he could afford a few hours every evening to work in his laboratory. He ground small lenses from pieces of glass; he mounted the lenses in tubes, and he used these gadgets to look at very small objects. The count was particularly fascinated by the tiny creatures that could be observed with the strong magnification, and which he had never seen before. He invited the man to move with his laboratory to the castle, to become a member of the count’s household, and to devote henceforth all his time to the development and perfection of his optical gadgets as a special employee of the count.

The townspeople, however, became angry when they realized that the count was wasting his money, as they thought, on a stunt without purpose. “We are suffering from this plague,” they said, “while he is paying that man for a useless hobby!” But the count remained firm. “I give you as much as I can afford,” he said, “but I will also support this man and his work, because I know that someday something will come out of it!”

Indeed, something very good came out of this work, and also out of similar work done by others at other places: the microscope. It is well known that the microscope has contributed more than any other invention to the progress of medicine, and that the elimination of the plague and many other contagious diseases from most parts of the world is largely a result of studies which the microscope made possible.

The count, by retaining some of his spending money for research and discovery, contributed far more to the relief of human suffering than he could have contributed by giving all he could possibly spare to his plague-ridden community.

The situation which we are facing today is similar in many respects. The President of the United States is spending about 200 billion dollars in his yearly budget. This money goes to health, education, welfare, urban renewal, highways, transportation, foreign aid, defense, conservation, science, agriculture and many installations inside and outside the country. About 1.6 percent of this national budget was allocated to space exploration this year. The space program includes Project Apollo, and many other smaller projects in space physics, space astronomy, space biology, planetary projects, Earth resources projects, and space engineering. To make this expenditure for the space program possible, the average American taxpayer with 10,000 dollars income per year is paying about 30 tax dollars for space. The rest of his income, 9,970 dollars, remains for his subsistence, his recreation, his savings, his other taxes, and all his other expenditures.

You will probably ask now: “Why don’t you take 5 or 3 or 1 dollar out of the 30 space dollars which the average American taxpayer is paying, and send these dollars to the hungry children?” To answer this question, I have to explain briefly how the economy of this country works. The situation is very similar in other countries. The government consists of a number of departments (Interior, Justice, Health, Education and Welfare, Transportation, Defense, and others) and the bureaus (National Science Foundation, National Aeronautics and Space Administration, and others). All of them prepare their yearly budgets according to their assigned missions, and each of them must defend its budget against extremely severe screening by congressional committees, and against heavy pressure for economy from the Bureau of the Budget and the President. When the funds are finally appropriated by Congress, they can be spent only for the line items specified and approved in the budget.

The budget of the National Aeronautics and Space Administration, naturally, can contain only items directly related to aeronautics and space. If this budget were not approved by Congress, the funds proposed for it would not be available for something else; they would simply not be levied from the taxpayer, unless one of the other budgets had obtained approval for a specific increase which would then absorb the funds not spent for space. You realize from this brief discourse that support for hungry children, or rather a support in addition to what the United States is already contributing to this very worthy cause in the form of foreign aid, can be obtained only if the appropriate department submits a budget line item for this purpose, and if this line item is then approved by Congress.

You may ask now whether I personally would be in favor of such a move by our government. My answer is an emphatic yes. Indeed, I would not mind at all if my annual taxes were increased by a number of dollars for the purpose of feeding hungry children, wherever they may live.

I know that all of my friends feel the same way. However, we could not bring such a program to life merely by desisting from making plans for voyages to Mars. On the contrary, I even believe that by working for the space program I can make some contribution to the relief and eventual solution of such grave problems as poverty and hunger on Earth. Basic to the hunger problem are two functions: the production of food and the distribution of food. Food production by agriculture, cattle ranching, ocean fishing and other large-scale operations is efficient in some parts of the world, but drastically deficient in many others. For example, large areas of land could be utilized far better if efficient methods of watershed control, fertilizer use, weather forecasting, fertility assessment, plantation programming, field selection, planting habits, timing of cultivation, crop survey and harvest planning were applied.

The best tool for the improvement of all these functions, undoubtedly, is the artificial Earth satellite. Circling the globe at a high altitude, it can screen wide areas of land within a short time; it can observe and measure a large variety of factors indicating the status and condition of crops, soil, droughts, rainfall, snow cover, etc., and it can radio this information to ground stations for appropriate use. It has been estimated that even a modest system of Earth satellites equipped with Earth resources, sensors, working within a program for worldwide agricultural improvements, will increase the yearly crops by an equivalent of many billions of dollars.

The distribution of the food to the needy is a completely different problem. The question is not so much one of shipping volume, it is one of international cooperation. The ruler of a small nation may feel very uneasy about the prospect of having large quantities of food shipped into his country by a large nation, simply because he fears that along with the food there may also be an import of influence and foreign power. Efficient relief from hunger, I am afraid, will not come before the boundaries between nations have become less divisive than they are today. I do not believe that space flight will accomplish this miracle over night. However, the space program is certainly among the most promising and powerful agents working in this direction.

Let me only remind you of the recent near-tragedy of Apollo 13. When the time of the crucial reentry of the astronauts approached, the Soviet Union discontinued all Russian radio transmissions in the frequency bands used by the Apollo Project in order to avoid any possible interference, and Russian ships stationed themselves in the Pacific and the Atlantic Oceans in case an emergency rescue would become necessary. Had the astronaut capsule touched down near a Russian ship, the Russians would undoubtedly have expended as much care and effort in their rescue as if Russian cosmonauts had returned from a space trip. If Russian space travelers should ever be in a similar emergency situation, Americans would do the same without any doubt.

Higher food production through survey and assessment from orbit, and better food distribution through improved international relations, are only two examples of how profoundly the space program will impact life on Earth. I would like to quote two other examples: stimulation of technological development, and generation of scientific knowledge.

The requirements for high precision and for extreme reliability which must be imposed upon the components of a moon-travelling spacecraft are entirely unprecedented in the history of engineering. The development of systems which meet these severe requirements has provided us a unique opportunity to find new material and methods, to invent better technical systems, to manufacturing procedures, to lengthen the lifetimes of instruments, and even to discover new laws of nature.

All this newly acquired technical knowledge is also available for application to Earth-bound technologies. Every year, about a thousand technical innovations generated in the space program find their ways into our Earthly technology where they lead to better kitchen appliances and farm equipment, better sewing machines and radios, better ships and airplanes, better weather forecasting and storm warning, better communications, better medical instruments, better utensils and tools for everyday life. Presumably, you will ask now why we must develop first a life support system for our moon-travelling astronauts, before we can build a remote-reading sensor system for heart patients. The answer is simple: significant progress in the solutions of technical problems is frequently made not by a direct approach, but by first setting a goal of high challenge which offers a strong motivation for innovative work, which fires the imagination and spurs men to expend their best efforts, and which acts as a catalyst by including chains of other reactions.

Spaceflight without any doubt is playing exactly this role. The voyage to Mars will certainly not be a direct source of food for the hungry. However, it will lead to so many new technologies and capabilities that the spin-offs from this project alone will be worth many times the cost of its implementation.

Besides the need for new technologies, there is a continuing great need for new basic knowledge in the sciences if we wish to improve the conditions of human life on Earth. We need more knowledge in physics and chemistry, in biology and physiology, and very particularly in medicine to cope with all these problems which threaten man’s life: hunger, disease, contamination of food and water, pollution of the environment.

We need more young men and women who choose science as a career and we need better support for those scientists who have the talent and the determination to engage in fruitful research work. Challenging research objectives must be available, and sufficient support for research projects must be provided. Again, the space program with its wonderful opportunities to engage in truly magnificent research studies of moons and planets, of physics and astronomy, of biology and medicine is an almost ideal catalyst which induces the reaction between the motivation for scientific work, opportunities to observe exciting phenomena of nature, and material support needed to carry out the research effort.

Among all the activities which are directed, controlled, and funded by the American government, the space program is certainly the most visible and probably the most debated activity, although it consumes only 1.6 percent of the total national budget, and 3 per mille (less than one-third of 1 percent) of the gross national product. As a stimulant and catalyst for the development of new technologies, and for research in the basic sciences, it is unparalleled by any other activity. In this respect, we may even say that the space program is taking over a function which for three or four thousand years has been the sad prerogative of wars.

How much human suffering can be avoided if nations, instead of competing with their bomb-dropping fleets of airplanes and rockets, compete with their moon-travelling space ships! This competition is full of promise for brilliant victories, but it leaves no room for the bitter fate of the vanquished, which breeds nothing but revenge and new wars.

Although our space program seems to lead us away from our Earth and out toward the moon, the sun, the planets, and the stars, I believe that none of these celestial objects will find as much attention and study by space scientists as our Earth. It will become a better Earth, not only because of all the new technological and scientific knowledge which we will apply to the betterment of life, but also because we are developing a far deeper appreciation of our Earth, of life, and of man.

The photograph which I enclose with this letter shows a view of our Earth as seen from Apollo 8 when it orbited the moon at Christmas, 1968. Of all the many wonderful results of the space program so far, this picture may be the most important one. It opened our eyes to the fact that our Earth is a beautiful and most precious island in an unlimited void, and that there is no other place for us to live but the thin surface layer of our planet, bordered by the bleak nothingness of space. Never before did so many people recognize how limited our Earth really is, and how perilous it would be to tamper with its ecological balance. Ever since this picture was first published, voices have become louder and louder warning of the grave problems that confront man in our times: pollution, hunger, poverty, urban living, food production, water control, overpopulation. It is certainly not by accident that we begin to see the tremendous tasks waiting for us at a time when the young space age has provided us the first good look at our own planet.

Very fortunately though, the space age not only holds out a mirror in which we can see ourselves, it also provides us with the technologies, the challenge, the motivation, and even with the optimism to attack these tasks with confidence. What we learn in our space program, I believe, is fully supporting what Albert Schweitzer had in mind when he said: “I am looking at the future with concern, but with good hope.”

My very best wishes will always be with you, and with your children.

Very sincerely yours,

Ernst Stuhlinger

Associate Director for Science

Trovate una traduzione della lettera su ilpost.it:
http://www.ilpost.it/2012/08/08/perche-spendere-cosi-tanto-per-lo-spazio/

La mia posizione sull’esplorazione spaziale credo di averla già accennata altre volte in passato, in qualche commento. Sintetizzando: la Terra è limitata per dimensioni e risorse e i trucchetti della finanza non possono moltiplicare i materiali pregiati, come le terre rare e i metalli impiegati nell’elettronica. Là fuori, sulla Luna, nella cintura degli asteroidi, forse su Marte, si trovano i materiali con cui costruire il benessere delle future generazioni e visto che arrivare “là fuori” ha grandi costi (non enormi, ma grandi a sufficienza e -soprattutto- senza profitto a breve termine per cui solo lo Stato può sostenerli), dobbiamo sostenerli finché ancora possiamo, ovvero finché sono “soldi sprecati”.

Quando avremo davvero un disperato bisogno di essere già là fuori, non avremo più né il tempo né i soldi per andarci e la Terra sarà la bara del genere umano… e per chi apprezza le ipotesi delle civiltà precedenti, diecimila anni dopo le future civiltà umane si domanderanno se c’erano mai state civiltà avanzate sulla Terra prima di loro e avranno un nuovo mito di Sodoma e Gomorra (ricordate di leggere Un Cantico per Leibowitz) e un nuovo mito di Atlantide “affondata in una notte” (noi, ma useranno “incendiati” per le armi nucleari o la metafora dell’affondamento andrà bene per un tracollo non-nucleare a base di guerre civili, epidemie e carestie?) su cui i futuri Giacobbo faranno programmi televisivi per i tizi -sciocchini!- convinti che vi sia un fondo di verità nei miti.

O magari capiterà per caso e la stupidità umana darà solo il colpo di grazia: un’epidemia come quella di Morte dell’Erba o di qualche nuovo virus portato di continente in continente grazie ai voli aerei e al turismo di massa (stile Ebola, che più per culo che per altro non ha già spazzato via l’umanità).
Non serve nemmeno distruggersi da soli o per il termine delle risorse: a priori stoccare tutti gli umani in un solo pianeta è un’idea cretina, degna di un coglione colossale (per i cristiani: Dio), come se uno infilasse tutti i soldi nel materasso in attesa che capiti un incendio, e sta a noi umani risolvere la stortura di una simile idiozia e distribuirci al di fuori del pianeta.
Con le colonie nei diversi punti di Lagrange.
E poi menarci con i Gundam.

L’uomo deve a tutti i costi sconfiggere la gravità della Terra e avere, come riserva, quanto meno lo spazio del Sistema Solare.
Ogni genere di pericolo lo aspetta sulla Terra. Non intendiamo solo le difficoltà della vita di tutti i giorni: l’umanità presto se ne sbarazzerà. Stiamo parlando dei disastri che possono distruggere l’intero genere umano o una gran parte.

(Konstantin Tsiolkovsky, 1857-1935, padre dell’astronautica dal 1903)

Sono un vecchio cosmista di cento anni fa…

 

Il Telefonoscopio di Robida e altre meraviglie

Scritto da il 15 ott 2011 | Categorie: Ebook, Editoria, Fantascienza Retrò, Steampunk, Storia

Nell’articolo sul telefonino di primo Novecento si vedevano due ragazze effettuare una chiamata per chiedere di ascoltare della musica. Non collegandosi a un broadcast radiofonico, ma chiedendo uno specifico disco a una centralinista.

Musica in streaming. Ora è una cosa normale, ma all’epoca no: non c’era nemmeno il telefonino, figurarsi usarlo per ascoltare musica! Ma l’idea di ascoltare musica via telefono, trasmessa da una “radio via cavo” o scelta dal cliente, a quando risale?

Dedico questo articolo a una carrellata di servizi e tecnologie del Lungo XIX Secolo per l’intrattenimento via cavo, ormai ricordati solo dagli appassionati, e alla fantascienza profetica di Albert Robida sul mondo delle telecomunicazioni.
L’opera di Robida da cui traggo le citazioni per questo articolo, tradotte da me in italiano, è Le Vingtième Siècle del 1883 che ho letto nella prima edizione in lingua inglese (The Twentieth Century, 2004). Per chi mastica il francese la prima edizione è disponibile su Wikisource (quella americana contiene il “best of” della grafica delle varie edizioni francesi, a detta dei curatori). La primissima edizione di lusso venne pubblicata per il Natale del 1882 al doppio del prezzo dei volumi rilegati di Verne. Le vendite andarono benissimo. Solo dopo venne riproposta a fascicoli e raccolta in nuove edizioni più economiche, per cui spesso si indica il 1883 come data dell’opera, riferendosi all’uscita delle prime versioni economiche.

 
Il telefonografo: vivavoce, citofono…
Fin dal primo capitolo Robida ci presenta una meraviglia delle comunicazioni del “futuro” Ventesimo Secolo, il telefonografo: un apparecchio multiuso per ascoltare e parlare senza bisogno di un cornetta. Vivavoce. Prima applicazione pratica presentata? Il citofono! Gran parte dell’ingegno di Robida non sta nelle invenzioni in sé, ma nel modo in cui intuisce che verranno sfruttate.
Robida non ha scritto un romanzo scientifico, non si è concentrato sulla tecnologia: ha fatto fantascienza, concentrandosi sugli effetti della tecnologia. Cosa farebbe la gente se possedesse una certa tecnologia? Come la sfrutterebbe? Queste sono le domande attorno a cui ruota l’opera di Robida.

Una nota prima della lettura. ▼

[...] un bellissimo giardino proteggeva la villa dei Ponto con un denso muro verde di vegetazione.
Appena misero piede nel giardino, le due ragazze Ponto si stupirono che né il padre né la madre fossero lì a dar loro il benvenuto. Barbe si incamminò fino al telefonografo installato in uno dei pilastri del cancello e si annunciò come un ordinario visitatore.
“Hélène, Barbe e Barnabette!”

[Il custode risponde e apre il cancello. Le tre ragazze attraversano il giardino, entrano in casa e scoprono che il signor Ponto non è ancora tornato, ma il custode ha telefonato alla Borsa Valori e bisogna aspettare che richiami. Il telefonografo all'ingresso sta squillando proprio in quel momento.]

In tutte le case dei quartieri più ricchi, un pannello di controllo posto all’ingresso contiene il telefonografo, un utile strumento che combina il telefono e il fonografo. Diversamente dal telefono, non c’è bisogno di reggere in mano il ricevitore o di parlare accostando la bocca al microfono; basta solo stare vicino all’apparato e parlare normalmente. Un’apertura metallica, che funziona da ricevitore e da microfono, trasmette la voce con precisione perfetta.

[Segue chiamata del signor Ponto che dice di esser stato trattenuto in Borsa perché il mercato azionario quel giorno è particolarmente burrascoso, con tutti i titoli al ribasso. La telefonata viene ricevuta sfruttando il vivavoce dell'apparecchio.]

Ora un breve excursus sui citofoni d’epoca.
Già nella prima metà dell’Ottocento esistevano citofoni acustici nei palazzi signorili, condotti di metallo o pietra dentro le pareti che trasportavano il suono come avviene con i tubi acustici installati nella navi, e dagli anni 1870 esisteva il telefono: “perché non unire le due cose?”, si domanda Robida. Applicazione pratica, utile e di conseguenza di successo come tante altre idee più o meno profetiche di Robida.

 

Casa Sola-Busca, palazzo in via Serbelloni a Milano. È chiamata “la cà de l’orèggia” per via dell’orecchio che spunta accanto all’ingresso. L’orecchio è opera di Adolfo Wildt, realizzato nel 1919 per decorare il citofono (acustico, secondo la wikipedia italiana) del palazzo.
 

I primi citofoni elettrici, a quanto ho capito frugando qua e là, risalgono agli anni 1890. Venivano sponsorizzati come mezzi per comunicare all’interno di un edificio, da un ufficio all’altro (linea telefonica interna, interfono), più che come citofoni da collocare all’ingresso. Il vantaggio principale era l’assenza di una centralinista: il collegamento lo si poteva fare da soli, premendo un tasto sull’apparecchio per scegliere la linea.

Il Metaphone della Electric Utilities nel 1905 veniva pubblicizzato così:

Ti piacerebbe allungare semplicemente la mano, alzare un piccolo dispositivo ed essere in comunicazione istantanea [con qualcuno della tua azienda]? Il Metaphone ti permette di farlo. È un trasmettitore e un ricevitore montati agli estremi opposti di una piccola maniglia di metallo. Richiede solo la corrente necessaria per suonare un campanello elettrico.

Gli apparecchi potevano essere collegati in un network, in modo che qualsiasi coppia potesse comunicare senza affidarsi a un centralino telefonico unico, oppure radialmente, in tal caso solo la postazione centrale poteva comunicare con le altre.
Andavano a sostituire sistemi di telefonia acustica a tubi molto più ingombranti, come quello che si vede in questa foto di un ufficio del 1903 tratta da Office Museum. Notate i quattro tubi di gomma appesi alla scrivania a sinistra (che poi diventano tubi rigidi dentro le pareti, immagino), la doppia illuminazione elettrica e a kerosene e la pressa copialettere.

Alcuni sistemi, come il Dictograph della General Acoustic del 1907, erano sviluppati già con l’idea che la postazione centrale (Master) comunicasse in modo privilegiato con le postazioni secondarie (Sub-Station): nel caso del Dictograph si comunicava con la stenografa (o con un altro sottoposto, bastava selezionarlo con la levetta corrispondente), dettando dalla propria scrivania ed evitando la scomodità di doverla convocare in ufficio. Immagine d’epoca del dispositivo in funzione.
Veniva sponsorizzato e venduto ancora negli anni 1940. Potete immaginare il direttore che sta coi pantaloni calati a trastullarsi, magari con una stagista minorenne, mentre detta la lettera alla segretaria nella stanza accanto (“Signor Direttore, devo cancellare lo ‘sbo-ooo-orro’ di venti secondi fa?” — “Grazie, meglio di sì. Signorina Colobry, può andare. La sputacchiera è accanto alla porta. Ecco, brava… Bene, riprendiamo la lettera.”).

 


Interfono Kellogg (1894) – Interfono DeVeau (1899-1905) – Metaphone della Electric Utilities (1905) – Interfono Lennox della Electric Goods (1910) – Schema del Dictograph (1907) – Postazione Master del Dictograph (1940).

 
Si dice che quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. In realtà anche il saggio è uno sciocco se guarda con il solo ausilio dei propri occhi. Se il saggio indica la luna, Robida tira fuori il cannocchiale per guardarla meglio di lui. Questa è la mentalità che traspare dall’opera di Robida: la tecnologia non è lì perché sì, a far bella mostra di sé come “stranezza da ricchi”, ma esiste allo scopo di diffondersi in massa per rendere più comoda (o semplicemente diversa) la vita di tutti. E da un cambiamento tecnologico può venire una catena di cambiamenti sociali, come vedremo col telefonoscopio.

Così Robida immagina il citofono telefonico quando ancora non esisteva in questa versione. In più vi ricordo che quando Robida ha scritto questo romanzo, nel 1882, il telefono aveva iniziato a diffondersi solo da quattro o cinque anni al massimo (1877-1878).
Ma anticipare il futuro di pochi anni è troppo poco per Robida, infatti intuisce che il citofono da installare all’ingresso dei palazzi per avere successo deve essere privo dello scomodo ricevitore da portare all’orecchio. Due più due ed ecco che Robida immagina il telefono col vivavoce.
Ma figurarsi se gli poteva bastare così poco: il telefonografo è telefono col vivavoce, citofono…

 
… e segreteria telefonica!
Ma il telefonografo non si limita alle telefonate: è anche capace anche di registrare messaggi come una segreteria telefonica.

[Poco dopo la scena riportata prima. Il signor Ponto è appena tornato a casa e le figlie chiedono dove si trovi la signora Ponto.]

Il banchiere suonò un campanello; un servitore apparve nella stanza.
“Il fono della signora Ponto!” ordinò il banchiere.
Il servitore fece un inchino e tornò poco dopo con l’apparato richiesto.
“Quando la signora Ponto va fuori,” disse il banchiere, “non si scorda mai di lasciare fono-istruzioni su dove andrà. Molto comodo!”
Raphaël Ponto toccò il quadrante del telefonografo.
“Ricordati di sostituire i fiori nel salotto,” disse il telefonografo.
“Questa è la voce della mamma,” esclamò Barnabette, “è sempre la stessa…”
“Vai ai grandi magazzini Trocadéro per i campioni di raso Régence e per le tagliatelle da Colmar… Cambia l’acqua nell’acquario… Tornerò per le undici.”
“Ah!” esclamarono Barbe e Barnabette.
“Pranzerò al Caffè Inglese con alcune amiche politiche.”
Il telefonografo si interruppe.

Una piccola nota: nella versione inglese precisano “telefonografo”, mentre nella versione francese che ho controllato in questo pezzo lasciano sempre “fonografo” (phonographe al posto di téléphonographe). Il tipo di apparecchio dovrebbe essere lo stesso, anche se in questo caso in un modello personale di dimensioni ridotte al posto del grosso modello centrale del vestibolo che fa da centralina per gli apparecchi sparsi in casa. I curatori hanno preferito usare il nome esteso, probabilmente basandosi su altre edizioni dell’opera o su note d’epoca, per far capire che la capacità di registrare i messaggi l’ha anche il primo telefonografo. Robida credo che suggerisca, dividendo il nome e permettendo un rapido trasporto da una camera all’altra, che la componente di fonografo sia separabile dal resto del telefonografo, per funzionare come messaggeria (e forse anche come registratore?) senza bisogno di rimanere vincolata ai cavi telefonici.

Robida mostra un’applicazione in cui il messaggio registrato è stato lasciato dalla signora Ponto prima di uscire di casa, ma visto che il telefonografo può ricevere chiamate non è da escludere l’ovvia applicazione ulteriore: registrare una chiamata fatta da un altro telefono/telefonografo. Mancano ancora le videochiamate? Per quelle c’è il telefonoscopio.
 

Innamorati al telefono secondo Robida.
Manca solo il “mi ami? ma quanto mi ami?” dell’odioso spot Telecom del secolo scorso.

 
Il Telefonoscopio
Il telefonoscopio è uno degli elementi caratteristici del futuro (ormai passato/presente) mondo dei media immaginato da Robida. Riporto il brano che lo presenta, tratto dal capitolo cinque della prima parte del romanzo.

Da notare che Robida fa uso del Narratore per spiegare le cose solo quando si tratta di tecnologie nuove e meravigliose, fantascientifiche, e non lo usa come regola di scrittura generale. Trattandosi di un’opera che non basa la propria forza sulla storia, ma usa le vicende di Hélène solo come scusa per presentare al pubblico del 1883 le meraviglie degli anni 1950, la cosa ha perfettamente senso: il protagonista è l’ambientazione, non la ragazza. Hélène fornisce il punto di vista per evitare, ogni qual volta sia possibile, di usare il Narratore e per rendere più immediato e godibile il resoconto.

Molte meraviglie e molti cambiamenti della società sono presentati tramite scene “qui e ora” con protagonista Hélène, non come infodump del Narratore. E sono spesso scene divertenti, come quella in cui Hélène visita il carcere di minima sicurezza (parte prima, capitolo dodici) in cui il direttore è convinto che i criminali vadano educati con la gentilezza, non puniti. Mentre il direttore loda gli enormi successi della nuova visione moderna delle carceri, i galeotti prima rubano a Hélène il portamonete e poi, con la scusa di chiederle i fiammiferi, le fregano pure l’orologio.
In generale Robida nel Ventesimo Secolo scrive molto meglio di Verne e non si sogna di fare orrende liste della spesa come le fa Verne quando presenta tutti gli osservatori astronomici nell’incipit di Robur il Conquistatore (candidato per il più brutto incipit della storia?).

Torniamo al telefonoscopio. Di Robida e delle sue intuizioni profetiche in molti campi diversi da quello dei media (politica, costumi, economia) parlerò in futuro.

Tra le molte invenzioni sublimi di cui il ventesimo secolo può vantarsi, tra le mille-e-una meraviglie di un’era così fertile di straordinarie scoperte, il telefonoscopio spicca come la più impressionante, l’apice della gloria dei nostri scienziati.
Il vecchio telegrafo elettrico — quella primitiva applicazione dell’elettricità — è stato rimpiazzato dal telefono e poi il telefono è stato rimpiazzato dal suo più alto perfezionamento, il telefonoscopio. Il vecchio telegrafo permetteva di comunicare a distanza con un interlocutore. Il telefono permise di sentirlo. Il telefonoscopio superò entrambi rendendo possibile anche vederlo. Che si può volere di più?
Quando il telefono venne universalmente adottato, anche per comunicazioni su lunghe distanze, tutti si abbonarono per un prezzo simbolico. Ogni casa era dotata di cavi che si snodavano verso gli uffici locali e regionali. Così, a basso prezzo, si poteva comunicare in qualsiasi ora del giorno, a qualsiasi distanza, stando comodamente in poltrona e senza bisogno di correre in un ufficio. La compagnia telefonica locale stabiliva la connessione ed era fatto: uno poteva chiacchierare a piacimento. Ben diverso dal vecchio telegrafo con la spesa legata al numero delle parole.
Così il pubblico accolse con entusiasmo l’invenzione del telefonoscopio. Gli abbonati che ordinavano il nuovo servizio potevano avere l’apparato installato sui loro telefoni per un canone mensile extra.

[Salto la parte sui teatri. Ci torno dopo.]

L’apparecchio consiste di un semplice schermo di cristallo, posto contro il muro o appeso sopra il caminetto come uno specchio.

Nota sul “basso prezzo” e sul poter comunicare “a piacimento”: il telefono stava iniziando ad apparire in Europa (il primo abbonato italiano fu nel 1881) e per questo il paragone di Robida è con il telegrafo, molto più costoso e con il prezzo legato al numero di parole usate che costringeva chi non aveva molto denaro a ridurre al minimo la lunghezza dei messaggi. In più andavano inviati recandosi in appositi uffici, non da casa, con lentezze e fastidi che lo rendevano incredibilmente inferiore al telefono come capacità di cambiare le abitudini di comunicazione delle persone.
Robida loda i molti pregi del telefono e il modo in cui prevedeva che avrebbe cambiato il mondo, prima di introdurre la sua futuristica evoluzione.
 

Relazioni a distanza: marito e moglie possono rimanere in contatto senza problemi.
Ora togliete i bambini e lasciate la tetta scoperta. Sì, Robida aveva intuito anche quello.

 
Notate anche quando parla degli “abbonamenti mensili”.
Robida aveva già capito che l’abbonamento flat è preferibile rispetto a quello a tempo. Ed è la direzione che a fatica si sta prendendo, prima con internet e poi con il fatto che Skype è un brutto palo nel culo per le compagnie telefoniche abituate ai “minuti” ora che ci sono gli smartphone (e infatti talvolta lo castrano). Idem la televisione non si paga al minuto, ma col canone (schifo) e con abbonamenti flat in base all’offerta scelta per i canali a pagamento (come nel caso del telefonoscopio). E i canali a pagamento sfruttano, con l’aggiunta del decoder, l’apparato di antenne e cavi già presente.
Idem la connessione internet via ADSL aggiunge solo un filtro e un modem all’impianto telefonico pre-esistente. Allo stesso modo il telefonoscopio, con l’aggiunta dello schermo apposito, sfrutta i cavi del telefono. D’altronde, questa è l’intuizione di Robida, non si devono tirare migliaia di chilometri di cavi nuovi ogni volta che appare una tecnologia diversa, se si può evitare!

Tutto questo Robida lo aveva già capito nel 1882.
E non era una cosa banale, perché il suo mondo ragionava coi pagamenti al minuto (lo vedremo dopo con l’ispirazione storica del telefonoscopio). Pure Dick al tempo di Ubik, oltre 80 anni dopo, ancora immaginava un mondo di servizi a tempo da pagare con le monetine, come se tutto il mondo fosse diventato una camera di motel di certi film americani. Ma d’altronde Robida è Robida mentre Dick è soltanto Dick, ovvero meno di uno sputo del più grande profeta della fantascienza mai apparso.
Robida tra le molte cose, per fare un esempio, ha previsto il collasso finanziario dell’economia USA e il fatto che la Cina avrebbe detenuto una notevole fetta del suo debito pubblico. Comunque la previsione della Cina che si compra fette del mondo va mischiata con altri eventi reali avvenuti: la bancarotta Argentina di pochi anni fa, la penetrazione cinese nei porti e nelle aziende statunitensi e perfino in Africa ecc…
Molto meglio di Dick o di Verne. Non c’è nemmeno da fare il paragone.

Ma a parte telefonare che altro si fa col telefonoscopio?
Se può trasmettere immagini evidentemente potrà trasmettere anche spettacoli.

Il teatro beneficiò immensamente dell’arrivo del telefonoscopio. Le trasmissioni teatrali via telefono, già prima in voga, in poco tempo imperversarono perché gli ascoltatori potevano vedere gli spettacoli oltre che sentirli.
In aggiunta ai guadagni portati dai frequentatori dei teatri, gli incassi crebbero in modo spettacolare con l’arrivo degli spettatori casalinghi, collegati al teatro tramite i cavi del telefonoscopio. Niente più tetti ai guadagni, nessun limite al numero di posti da vendere. Uno spettacolo di successo, oltre ai tre o quattromila spettatori seduti a teatro, poteva contare fino a cinquantamila abbonati che lo guardavano seduti a casa propria. E non solo da Parigi, abbonati da tutto il mondo.

Robida non sta solo parlando di un sistema simile alla televisione (permette anche di regolare l’audio a piacimento con una manopola, lo dice il signor Ponto), sta parlando di qualcos’altro. Notate il “da tutto il mondo”.

Fondata nel 1945, la Compagnia Universale del Telefonoscopio Teatrale ora può contare seicentomila abbonati in tutte le parti del mondo. Questa corporazione ha centralizzato la rete via cavo e paga sovvenzioni ai teatri affiliati.

Una sola azienda che vende contenuti di intrattenimento in tutto il mondo. Non è ciò che proprio nei giorni scorsi si diceva che Amazon potrebbe voler ottenere in futuro, iniziando con il primo passo del Kindle Fire, un oggetto fin da subito definito come piattaforma per l’intrattenimento e mai come tablet?
In una ipotesi molto fosca del futuro, tutti i libri (e i film, morta Netflix sotto i colpi di Amazon Prime?) saranno venduti da Amazon e andranno letti coi formati proprietari che vorrà lei. Nel futuro immaginato da Robida tutti gli spettacoli teatrali sono trasmessi dalla compagnia del telefonoscopio: il teatro che vuole trasmettere deve rivolgersi a loro (immaginate pure che ci sia l’esclusiva sulle trasmissioni) e chi vuole vedere spettacoli a casa deve abbonarsi con loro.

Robida più passa il tempo e più diventa attuale. D’altronde Robida conosceva il capitalismo, si occupava di satira politica, e sapeva che il passaggio da molte aziende medie a poche grandi aziende che le assimilano è normale a livello nazionale. Ma cosa succede quando tutto il mondo diventa accessibile grazie alla rapidità dei trasporti e delle comunicazioni, proprio come se fosse un singolo stato globale? Da poche grandi aziende nazionali si passa a poche grandi aziende multinazionali, sul lungo periodo.
 

Raphaël Ponto adora il teatro.
Lo guarda ogni sera, così in pochi minuti si addormenta con i classici.
Sta sveglio solo quando ci sono le attricette mezze nude che gli piacciono.
Robida aveva già intuito l’importanza della velina/valletta/attricetta svestita.

 
Qualcuno può dire che Robida abbia sbagliato la sua previsione del 1882, andando a vedere come tutti i grandi marchi si accentrino in pochi possessori nel 2011? Senza contare le sue previsioni sul potere della finanza nel futuro, tanto grande da superare quello della politica che tiene al guinzaglio. Immagino che negli ultimi cinque anni pochi possano dare torto a Robida.
Molte sue previsioni si sono avverate proprio in questi ultimi anni, dal 2001 a oggi. Altre attendono di potersi avverare, alcune forse molto in là nel futuro: la creazione di una nuova isola-continente, trasformata in una nazione indipendente governata dalla più grande banca del pianeta (o l’altro esempio più comico sull’Italia trasformata in un parco turistico, sotto il controllo della banca del signor Ponto). Il potere della finanza al suo apice, la Corporazione che diviene Nazione. Come in Mutant Chronicles o nelle visioni pessimistiche del Cyberpunk.

Notare poi che Robida parla di un abbonamento mensile, ma per i gestori dei teatri è importante che gli spettacoli abbiano più spettatori possibili per guadagnare. Non ricorda quei sistemi con abbonamento per gli eBook di cui si parlava poco tempo fa (l’estensione di Amazon Prime agli eBook e la sua concorrenza a Netflix?), e di cui aveva parlato Cavallero di Mondadori a EbookLab Italia lanciando l’idea dell’editore/negozio che diventa un bibliotecario di contenuti? Non si paga la “copia” dell’opera, ma l’accesso alle opere. Poi in qualche modo gli autori verranno ricompensati, si immagina anche in base a quanto le loro opere vengano scelte dagli abbonati.

Sul modello della biblioteca del futuro in cui non si paga l’eBook all’editore per avere la possibilità di fare TOT prestiti, ridicolo (è ciò che volevano imporre negli USA all’inizio del 2011, forzare i limiti di uso del delicato paperback, che dopo un po’ di prestiti si rovina e va buttato, all’ebook), ma si paga invece una certa cifra (bassa) all’editore per ogni prestito effettuato.
Leggi l’opinione di Antonio Tombolini. ▼

Ulteriore forma di guadagno per gli spettacoli è la pubblicità, ovviamente. Gli spettacoli vengono modificati, adattati, “stuprati” e ridotti a porcate pur di ottenere più spettatori e vendere spazi pubblicitari. In più nel futuro visto da Robida c’è sempre una scusa per infilare dentro della pubblicità “occulta” che è fin troppo visibile. Senza contare la pubblicità tradizionale: oltre a cartelloni che volano nel cielo, sulle fiancate delle aeronavi (stile dirigibile pubblicitario, solo che le aeronavi sono il principale mezzo di trasporto per cui il bombardamento pubblicitario è massiccio), ci sono pure enormi pubblicità sui lati dei palazzi. E perfino maxi-schermi, alla Blade Runner. Il Ventesimo Secolo di Robida è un mondo dominato dal denaro e dalla pubblicità, dove gli ideali si sono ridotti a riti svuotati di senso: perfino le elezioni si fanno con una rivolta farsa, a metà tra la guerriglia urbana e la festa, organizzata con l’aiuto del governo uscente ogni dieci anni.
E pure i libri, come vedremo nell’ultima sezione dell’articolo.

Il principale impiego del telefonoscopio rimane quello delle videochiamate. La videochiamata non ha preso piede da noi, nonostante le massicce campagne per lanciarla anni fa, perché spesso non si vuole o non si può farsi vedere dall’altro interlocutore. Anche Robida intuisce che la videochiamata, per quanto importante per chi conduce una relazione a distanza, non avrebbe sostituito di colpo il vecchio telefono (telefonografo, anzi) come invece gli esperti di marketing di 120 anni dopo pensavano (ma perché si paga gente il cui principale pregio è l’ignoranza?). La rassicurante certezza di poter chiamare la propria moglie mentre l’ufficio è invaso da prostitute cinesi per allietare un importante cliente e dire “Sono al lavoro, c’è riunione fino a tardi!”, non ha prezzo.
Essendo Robida un genio delle intuizioni pratiche, aveva già inventato la gag della webcam rimasta accesa con oltre un secolo d’anticipo:

Telefonoscopio rimasto acceso in camera da letto e connessione telefonica “sbagliata” dalla centralinista. I porcelloni chiamano gli amici e spiano. Si può intuire che chi vuole può dimenticare apposta il telefonoscopio acceso, all’insaputa della compagna (pare che non squilli se lo schermo è già acceso), per mostrare agli amici le proprie performance.
 

Se migliaia di persone possono collegarsi allo stesso telefonoscopio ricevente, quello che trasmette lo spettacolo nel teatro, allora possono collegarsi anche a un’aula per seguire le lezioni. Robida avrà pensato alla possibilità di corsi online? Ovviamente sì e dedica un’illustrazione all’argomento in La Vie Electrique del 1890, terzo volume della trilogia di Robida sul Ventesimo Secolo.
 

Lezioni a distanza col telefonoscopio.
 

E se si possono seguire le lezioni, parlare con gli amici ecc… magari ci si può anche collegare ai negozi che vendono per posta. Ovviamente sì, anche se Robida non lo considera il principale tipo di commercio, avendo intuito l’importanza sociale e psicologica del poter vagare in un centro commerciale dal vivo, guardando la merce, toccandola, provandola. Il più grande centro commerciale francese immaginato da Robida, il Trocadéro, ha 800 gallerie divise su 15 piani, di cui 4 sotterranei, serviti da ascensori, con 15.000 dipendenti e un servizio completo che affianca ai negozi anche un hotel e ristoranti sia di cucina europea che etnici.
Comunque, come detto, si può comprare online. Le merci viaggiano per tutta Parigi in una rete sotterranea di tubi atmosferici, per ridurre il traffico su strada altrimenti ingestibile. Quella della rete di tubi impiegata al di fuori dell’ambito del trasporto di piccoli oggetti non è semplice fantasia: tuttora esistono aziende che cercano di portare avanti progetti simili (e qui il mio articolo sulla posta pneumatica).
 

Acquisti a distanza col telefonoscopio.
 

Robida più che anticipare Amazon, il grande aggregatore di prodotti, comprese l’importanza delle vendite a distanza che proprio in quegli anni stavano iniziando a prendere piede negli USA. Sears, Roebuck and Company pubblicò il suo primo catalogo per la vendita via posta nel 1888 e in pochi anni ebbe un successo straordinario: nel 1895 il catalogo era di 532 pagine e le vendite ammontarono a 750.000 dollari. Vendeva di tutto, dal mobilio alle armi da fuoco. Gli unici precedenti di rilievo furono Montgomery Ward, che vendeva merci con forti sconti fin dal 1872 (avendo tolto l’intermediazione del negozio al dettaglio), e Hammacher Schlemmer che vendeva solo ferramenta e componenti meccaniche e stampò il primo catalogo nel 1881. Montgomery Ward esiste ancora: nel 2001 è andato in bancarotta, sconfitto dalla concorrenza di altre catene, ma nel 2004 è riapparso e fa solo vendite via internet. Anche Hammacher Schlemmer esiste ancora e pure Sears (oltre 22 miliardi di dollari di fatturato nel 2010).

Il ventesimo secolo in gran parte è vissuto a sbafo sulla grandezza e sulle idee del Lungo XIX Secolo, relatività di Einstein inclusa, con pochissimo di davvero innovativo (forse solo la meccanica quantistica, dal 1925, anche se Max Planck si occupava già della Teoria dei Quanti nel 1901 e ricevette il Nobel nel 1918). Nemmeno internet è davvero innovativo: le sue radici vengono dal mondo connesso da telegrafi precedente. Una evoluzione, non un cambio di paradigma come passare da un mondo isolato, “medioevale”, a un mondo in cui le notizie corrono da un continente all’altro in poche ore (talvolta con effetti disastrosi, come le grandi carestie degli anni 1870-1900). Lunga vita all’Ottocento, il secolo che ha creato il mondo a immagine e somiglianza della perfida Albione, una nazione di bottegai.

Infine il telefonoscopio e il telefonografo possono ricevere notizie sotto forma di fonogiornali e telegiornali. Il fonogiornale può essere ricevuto su specifici telefoni/telefonografi, richiedendo di ricevere degli squilli di avviso per gli argomenti di maggiore interesse o per le notizie più importanti.
Hélène durante la prima notte a casa del signor Ponto per ore viene perseguitata dagli squilli dell’apparecchio e da notizie di ogni sorta: dalle recensioni di spettacoli teatrali fino alle ultime notizie sulle rivoluzioni (una serie di esplosioni che dilaniano la capitale dello stato africano di Senegambia e uccidono il Re, mentre in Giappone è in corso un colpo di stato militare), con un bell’attentato contro il Tubo Asiatico Transcontinentale attraverso cui viaggiano i treni pneumatici come ciliegina sulla torta delle catastrofi mondiali.
Hélène è sconvolta dagli eventi sanguinosi che sente al fonogiornale. Tenta di spegnere l’apparecchio per poter dormire in santa pace, ma pasticciando con il pannello di controllo della camera attiva l’allarme antifurto. Il signor Ponto accorre e le spiega il modo per interrompere la ricezione delle notizie, cosa che in teoria avrebbe dovuto fare la domestica quando ha preparato la camera. E aggiunge:

Il mio telefono privato ha un filtro che fa passare solo le notizie di estrema importanza.

(Parte prima, capitolo tre)

Fin qui tutto normale. Come vedremo dopo questo servizio di fonogiornale verrà poi inventato davvero, pochi anni dopo. Robida ha in più un’altra intuizione, quella delle edizioni del fonogiornale all’ora dei pasti, per far compagnia a chi mangia approfittando di un momento di pausa dal lavoro che può essere dedicato all’informazione. Come poi è successo davvero, in particolare con l’avvento dei telegiornali.
 

Fonogiornale all’ora dei pasti.
 

Il signor Ponto era un abbonato di L’Époque. Il telefonografo del giornale era al centro della tavola, circondato dai piatti della cena.

[Alla fine arriva la notizia che aspettano, il primo servizio registrato da Hélène]

Il signor Ponto abbassò la forchetta per dedicare tutta la sua attenzione a questa leccornia giornalistica.

(Parte seconda, capitolo sei)

E per concludere l’applicazione ultima del telefonoscopio: maxischermi pubblici da 25 metri di diametro, accesi giorno e notte, presso la sede de L’Époque. A sinistra una pubblicità e a destra il telegiornale (che gli abbonati possono seguire dai loro schermi) con riprese dal vivo degli inviati di guerra. Quando Hélène si reca alla sede nel secondo giorno di lavoro, uno dei maxischermi sta mostrando il corrispondente di guerra nel Sahara, sdraiato nel letto da campo con attorno ufficiali e medici. Poche righe in sovraimpressione annunciano che il proiettile che lo ha colpito era avvelenato e alle tre del pomeriggio gli verrà amputato il braccio destro.
Speculare su ogni cosa. Capitalismo e giornalismo al massimo della loro gloria.

 
Il Teatrofono
Cosa c’è all’origine dell’idea di Robida di usare il telefonoscopio per trasmettere spettacoli teatrali? Su questo Robida si può considerare più vicino al romanzo scientifico che alla fantascienza visto che l’idea di cui parla risale proprio a quegli anni.
Nel 1881 Clément Ader presentò il théâtrophone all’Esposizione Internazionale dell’Elettricità di Parigi. Il macchinario comprendeva tre chilometri di cavi che correvano nelle fogne di Parigi per collegare i microfoni installati nell’Opéra con i telefoni predisposti all’Esposizione. L’invenzione piacque molto, ma ci volle qualche anno prima che prendesse piede a Parigi diventando un servizio accessibile al pubblico. Ecco la testimonianza di Victor Hugo (ringrazio Clio per l’aiuto con la traduzione):

Siamo andati con Alice e i due bambini all’albergo del Ministro delle Poste. Sulla soglia abbiamo incontrato Berthelot che arrivava. Siamo entrati. È molto curioso. Mettiamo dei paraorecchi che stanno agganciati al muro e sentiamo le rappresentazioni dell’Opèra, cambiamo i paraorecchi e sentiamo il Théâtre-Français, Coquelin, ecc. Cambiamo ancora e sentiamo l’Opéra-Comique.
I bambini ne erano ammaliati, e anche io. Eravamo soli con Berthelot, il ministro, suo figlio e sua figlia, che è molto graziosa.

(Victor Hugo, 11 novembre 1881)

“Le Théâtrophone”, litografia del 1896 di Jules Chéret.
Chissà se Gamberetta Hime-sama lo avrebbe ascoltato.
Di sicuro non con una simile scollatura da poco di buono!

 

Una serie di microfoni piazzati presso il palco permetteva di ottenere un sorta di stereo binaurale (40 all’Opéra Garnier, 10 alla Comédie-Française). Il teatrofono richiedeva ben tre linee telefoniche per funzionare: una per il trasmettitore destro, una per il sinistro (immagino divise con i microfoni corrispondenti alle due porzioni del palco) e una per comunicare all’operatore a quale teatro collegarsi, visto che all’epoca c’erano ancora le centraliniste in carne e ossa. La centralina automatica, sebbene inventata nella prima versione elettro-meccanica nel 1888 da Almon Strowger, impiegò decenni ad affermarsi: c’erano ancora centraliniste e centralinisti negli anni 1960 negli avanzatissimi USA. All’inizio il teatrofono era pensato per impiegare solo monete, per un uso in luogo pubblico, e Robida capì che così non poteva funzionare.

Nel 1890, sette anni dopo il romanzo di Robida, venne fondata la Compagnie du Théâtrophone. Permetteva di abbonarsi, installando una macchina con le linee dedicate (o più di una macchina) in casa. Forse avevano copiato Robida, visto che il romanzo aveva avuto un grande successo, o forse no. Di sicuro Robida aveva capito l’importanza dell’abbonamento flat subito: una macchina a monetine, o con pagamento al minuto in generale, non era adatta alle case dei (ricchi) privati.

La versione per uso pubblico funzionava invece con le monete. Con un franco si ottenevano 10 minuti di ascolto, con mezzo franco cinque minuti. Per dare un’idea migliore del prezzo: 1500 franchi era lo stipendio annuale medio di un abile lavoratore. In questo caso la terza linea gestiva il tempo di connessione e allo scadere cambiava automaticamente teatro: se si voleva rimanere collegati allo spettacolo richiesto, bisognava inserire altre monete prima della scadenza. Quando nessuna opera teatrale era disponibile, l’apparecchio trasmetteva musica registrata.
I teatrofoni pubblici erano installati negli hotel, nelle caffetterie, nei club e altri luoghi. Oltre a usare le monete era possibile acquistare tessere scontate. Il teatrofono includeva un servizio di fonogiornale che trasmetteva a intervalli regolari notiziari della durata di cinque minuti.
Le trasmissioni della Compagnie du Théâtrophone finirono nel 1932, quando il teatrofono cedette il posto alla radio.

Chiedo continuamente Pelléas al teatrofono [...] e poi non c’è nemmeno una parola di cui mi ricordi. Le parti che amo di più sono quelle di musica senza parole [...] la scena ripresa dal Fidelio in cui Pélleas esce dal sotterraneo [...] ci sono alcune righe veramente impregnate della freschezza del mare e dell’odore delle rose portato dalla brezza.

(Marcel Proust, lettera a Reynaldo Hahn, 4 marzo 1911)


Cliccare per ingrandire.
 

Prima che in Francia il teatrofono si diffuse in altri paesi.
Nel 1884 Re Luigi I del Portogallo lo fece installare per ascoltare l’opera anche quando non poteva recarsi di persona. Nello stesso anno il teatrofono arrivò in Belgio e poi a Lisbona l’anno dopo. Nel maggio 1887 vi fa la prima trasmissione in Svezia, a Stoccolma. Il teatrofono in breve entrò anche in letteratura, tanto che Maria Louise Ramé nel romanzo The Massarenes del 1897 così descrive un personaggio femminile:

Che animale spaventosamente dispendioso era una moderna donna di mondo! Costosa come una corazzata e complicata come un teatrofono. Il più delizioso prodotto di una condizione interamente artificiosa, ma anche il più dannoso e il più esasperante per coloro che ha ridotto in rovina.

A Londra il teatrofono arrivò nel 1895, con il nome di electrophone. La compagnia operò fino al 1926, trasmettendo spettacoli teatrali, l’opera, musica varia e perfino la Messa di domenica. Non so se trasmettessero fonogiornali o letture di racconti/romanzi. Anche se non fu mai un oggetto in grado di diffondersi tra le masse, l’elettrofono rimase a lungo nella mente degli inglesi come termine di paragone: per molti anni chiamarono infatti la radio “wireless”, in contrapposizione al vecchio servizio via cavo. In questo articolo del 1923 ad esempio non si usa mai la parola radio, ma wireless appare ben cinque volte. Secondo l’articolo nel 1923, all’apice della sua diffusione, l’elettrofono serviva solo duemila abbonati circa. Numeri che l’economica radio avrebbe presto reso ridicoli.

Il servizio di teatrofono più interessante fu, a mio parere, l’ungherese Telefon Hírmondó di Budapest. La tecnologia impiegata era originale, brevettata nel 1892 da Tivadar Puskás, un ingegnere che aveva lavorato per Edison, appartenente a una famiglia aristocratica della Transilvania. Pare però che non fosse un vampiro.
Telefon Hírmondó (l’Araldo Telefonico, tradotto) non iniziò come teatrofono e poi aggiunse il fonogiornale: iniziò da subito strutturando la propria programmazione per essere un quotidiano via telefono, poi aggiunse l’opera e le canzoni. Una tipica programmazione giornaliera è disponibile su Wikipedia: l’ora esatta, notizie dalla Borsa Valori, notizie dal Parlamento, ultime notizie, notizie dall’estero, musica, lezioni di lingue straniere (italiano, francese e inglese), letture di poesie e romanzi, esibizioni dalla sala concerti dell’emittente e l’opera.
 

Sala concerti di Telefon Hírmondó.
 

La compagnia cominciò con poche decine di abbonati e 69 km di cavo nel febbraio del 1893, trasmettendo il fonogiornale senza il permesso delle autorità. Dopo un paio di settimane si misero in regola. Tra i suoi clienti ebbe molti politici e perfino l’Imperatore d’Austria-Ungheria Francesco Giuseppe, che evidentemente quando soggiornava nella capitale ungherese gradiva ascoltare i programmi. Gli abbonati salirono a 7629 nel 1899. Nel 1907 Telefon Hírmondó aveva 1800 chilometri di cavi e 15.000 abbonati (la popolazione complessiva di Budapest nel 1910 era di 880.000 persone). Negli anni 1920 ottenne il permesso di trasmettere via radio, raddoppiando il servizio. Nel 1930 aveva 91.079 abbonati.
Con Telefon Hírmondó era possibile scegliere di ricevere “segnali di richiamo”, una serie di squilli sempre più forti che terminavano 30 secondi prima della trasmissione delle notizie più importanti o delle notizie dell’ambito di interesse (finanza, esteri, politica ecc…) per cui si era deciso di attivare l’allarme. Proprio come col fonogiornale immaginato da Robida!

Il successo di Telefon Hírmondó dipendeva anche dalla politica di prezzi bassi adottata. Il prezzo era di 18 corone per anno, pari a 10 kg di zucchero o 20 kg di caffè (un terzo dell’abbonamento telefonico). La macchina per ricevere le trasmissioni veniva installata gratuitamente e il cliente doveva solo garantire un anno minimo di abbonamento e pagare subito i primi quattro mesi (anche il rinnovo andava pagato ogni quattro mesi).
I costi di gestione di Telefon Hírmondó (circa 17.000 corone al mese nel 1901) non venivano coperti solo dagli abbonati, ma grazie alla pubblicità: tra le notizie di maggiore rilievo venivano infilate pubblicità al prezzo di 1 corona per 12 secondi. Con appena 3,6 minuti di pubblicità incassavano come ad avere un abbonato in più per un anno.

Robida aveva già immaginato tutto, parecchi anni prima: fonogiornali, lezioni a distanza, spazi pubblicitari mischiati alle notizie e molto altro. c’è ancora da meravigliarsi se lo considero il più grande e profetico genio della fantascienza?
 

Lettura delle notizie.
 

Il successo di Telefon Hírmondó fu così grande che la tecnologia venne copiata anche all’estero. In Italia vi fu l’Araldo Telefonico, a Roma, che iniziò le trasmissioni nel 1910. Nel 1914 aveva superato i 1300 abbonati. Come l’originale ungherese aveva allarmi per le notizie più importanti, lezioni di lingua (solo francese), teatro ecc… e consigli di igiene per bambini e signore.
Il servizio si interruppe con la Grande Guerra e riprese nel 1922, col nuovo nome di Fonogiornale. Nel 1923 divenne Radioaraldo, la prima stazione radiofonica di Roma.

Online si trovano le foto di una brochure, stampata prima della ripresa delle trasmissioni nel 1922, che spiega il palinsesto.
 

Tre paginette della brochure dell’Araldo Telefonico.
 

Adoro quando dice: “Le famiglie possono vivere tranquille, poiché mai vengono trasmesse notizie o parole che non possano essere ascoltate da qualunque fanciulla.”
Invece su Baionette Librarie troppo spesso le innocenti gote delle mie lettrici avvampano di imbarazzo, sigh.

Notate anche il riferimento al Ventesimo Secolo di Robida a pagina tre. All’epoca la consapevolezza di stare vivendo le meraviglie immaginate dalla fantascienza era concreta e Robida, caduto poi nel dimenticatoio, era uno dei grandi autori. Sfortunatamente la sua fama fuori dalla Francia sparì con la sua morte e rimase solo Verne nella memoria collettiva.

 
Streaming, autoproduzioni e altro ancora
Qualcuno dirà “Certo: bello il telefonoscopio, belli i fonogiornali e i telegiornali e la videochiamata, ma ormai è tutta roba vecchia”. Vero. Bisogna scusare Robida, ma una grossa fetta del suo interesse fantascientifico ha riguardato cose che si sono già avverate da tempo. Ma non tutte. Alcune si stanno avverando adesso o fanno parte degli ultimi anni, con l’arrivo di internet e i cambiamenti nell’editoria a partire dal 1990.

Cominciamo con la musica.
Oltre a vedere e ascoltare spettacoli dal vivo, è possibile ascoltare anche musica registrata. Gli abbonati possono usare il telefonografo (o il telefonoscopio, solo audio) per ascoltare musica del passato, registrata dalla fine del XIX secolo in poi. Vengono organizzati anche spettacoli di retrospettive musicali in cui i migliori brani del passato e le migliori opere vengono trasmesse dall’archivio che le custodisce.
Si intuisce che abbinato a un operatore telefonico (come è nel caso degli apparecchi casalinghi che mostra Robida) o a un sistema automatico tipo juke box, il sistema può diventare un vero servizio di musica on demand.

Nell’episodio di Hélène perseguitata dalle notizie del fonogiornale si scopre che i sistemi di telecomunicazioni futuri immaginati da Robida dispongono di un buffer di memoria. Si può ascoltare in streaming tutto o riceverlo sull’apparecchio e ascoltarlo dopo (e a quel punto si scarica dal buffer, liberando lo spazio). Robida non entra nel dettaglio a immaginare sistemi di memoria, come cilindri o dischi, ma usa un generico “tubo” quando il signor Ponto spiega il funzionamento dell’apparecchio a Hélène:

Tutte le stanze da letto sono equipaggiate con un telefono, ma quando non si vuole essere svegliati lo si spegne e le notizie rimangono nel tubo. Al mattino lo si può accenderle e riceverle tutte.

(Parte prima, capitolo tre)

Con tubo non intende i cavi telefonici, ma si riferisce al robusto tubo di gomma flessibile che collega il trasmettitore alla base dell’apparecchio. Lì dentro c’è il buffer di memoria, a quanto pare, quindi niente battute su “internet è una serie di tubi” (^_^).
Robida non entra mai nei dettagli tecnici delle cose, si occupa solo delle conseguenze della loro esistenza: e, onestamente, anche se lo schermo piatto di cristallo del Telefonoscopio poteva sembrare una stupidata da bambini “senza spiegazione” 50 anni fa, al giorno d’oggi gli LCD hanno da tempo invaso il mercato e soppiantato i tubi catodici, per cui c’è poco da lamentarsi della mancanza di dettagli tecnici.

Qualcosa di più moderno della versione ottocentesca di iTunes: i musicisti autoprodotti.
Robida ha capito subito che quel che conta è avere pubblico e se uno è famoso e ha una base di pubblico su cui fare leva, può rinunciare agli intermediari più esosi (teatri, case discografiche, editori). Semplice. Volendo anche gli sconosciuti autoprodotti possono farlo. Robida ci parla di un “futuro” in cui una miriade di professionisti tenterà la strada dell’autoproduzione, dove possibile (con l’intermediazione solo di un aggregatore di artisti autoprodotti, il servizio di “teatro da camera” paragonabile a iTunes per la musica o ad Amazon per gli eBook):

“Collegatemi al teatro da camera. [...] Il telefono ha generato una moltitudine di attori: artisti che recitano a casa propria, senza un teatro. [...] È una forma economica di teatro e sfortunatamente la produzione è limitata a commedie e farse.”

[Segue parte di una recita in cui un solo attore, neppure granché bravo secondo il signor Ponto, interpreta tutti i personaggi.]

“I teatri da camera possono avere anche attori eccellenti,” proseguì il signor Ponto. “A discapito dei normali teatri, comunque, perché quando un certo attore ha talento, nel momento in cui si è costruito una base di pubblico, lascia i teatri e si costruisce un proprio teatro da camera con la propria troupe. Oppure senza altri interpreti, e recita tutte le parti da solo incluse quelle femminili.”

(Parte prima, capitolo sei)

Teatro da camera: un buzzurro in vestaglia che recita tutte le parti da solo,
senza altri attori e senza musica.

 

Anche se queste previsioni riguardano in un certo senso anche la nostra editoria attuale, passiamo ora a cosa Robida dice dell’editoria del ventesimo secolo. Il diffondersi dei romanzi recitati via cavo ha reso la produzione e il consumo delle opere più veloce, con quattro conseguenze principali: la prima è che esistono scrittori senza editore tradizionale, o per cui la stampa su carta è secondaria, perché basano il proprio successo sul pubblico “online” (e questo si sta avverando);
la seconda è che anche le opere muteranno, favorendo romanzi prodotti più in fretta e a episodi, adatti per continuare a bombardare di nuovo materiale il pubblico di fedelissimi (e questo sta avvenendo, grossomodo, anche se più con nuove opere immesse a ritmo continuo -es: Konrath- che non con opere a puntate);
la terza è che anche nei contenuti le opere cambieranno, favorendo aberrazioni pubblicitarie (su questo si discuteva negli ultimi due anni) o robaccia che cavalca la moda/notizia del momento (questo è già avvenuto con la carta e coi programmi televisivi negli ultimi 20 anni);
la quarta è QUATTRO ed è ovviamente la più importante.

“Ora ascolta questo,” continuò il nuovo collega di Hélène, conducendola ad alcune cabine più in basso. “Questo è il famoso scrittore di narrativa popolare Alexis Barigoul, una delle stelle del nostro secolo, il maestro del romanzo moderno! Per ottenere i suoi servigi L’Époque lo ha dovuto pagare profumatamente. Il suo romanzo gli fa guadagnare 1000 franchi all’ora e l’episodio di oggi è numero 792. Ha già guadagnato 792.000 franchi con quel romanzo! È davvero un successo di pubblico!”

(Parte seconda, capitolo sei)

Ricordo che 1000 franchi era quanto guadagnava un abile lavoratore in otto mesi e Barigoul li fa in un’ora. Ricorda i 20mila e passa dollari al mese di Konrath o le vagonate di soldi molto maggiori dei veri big dell’editoria digitale. Anche il fatto che l’editore debba pagare a caro prezzo per averlo nella propria scuderia ricorda i casi di Amanda Hocking e di John Locke, arrivati al successo con gli eBook autoprodotti e poi comprati a caro prezzo (nel secondo caso solo per il cartaceo) da grossi editori.

E ora l’aberrazione pubblicitaria in tutto il suo splendore:

“Cos’è questo?” chiese Hélène. “Un altro romanzo?”
“Sì,” rispose il giornalista. “Questo è un romanzo pubblicitario. Avrai compreso che il giornale telefonico non può trasmettere lo stesso tipo di pubblicità che fanno i giornali cartacei. Gli abbonati non le ascolterebbero. Bisogna trovare un altro modo per infilare le pubblicità e così sono nati i romanzi pubblicitari. Ascolta…”
“Distesa sul divano (dal Baazar del Mobilio, Boulevard du Châtillon), con indosso una vestaglia di chiffon dal taglio squisito del grande stilista Philibert, la sfortunata Valentina stava soffrendo per un acuto reumatismo. Dottor Baldy, il celebre medico preferito da tutte le donne di buon gusto (945 Rue Atala), le aveva prescritto un impiastro di eccellente senape Godot assieme a un assortimento delle migliori medicine: compresse Flageois, che proteggono contro…”

(Parte seconda, capitolo sei)

Giusto per ricordare che quando di discute come se fosse una cosa futuristica/innovativa dei romanzi in eBook per pubblicizzare al meglio negozi e marchi reali tramite i futuri eReader/Tablet sempre connessi, si sta al solito parlando di qualcosa che è solo una variante di idee di 130 anni fa.
Idem il fatto che solo da pochi anni si stia cominciando a capire che la pubblicità tradizionale è fastidiosa e sempre meno gente ne viene influenzata e che quindi bisogna inventarsi modi diversi per invogliare all’acquisto. Robida fornisce una soluzione piuttosto comica, ma ha tutti i germi di ciò che davvero si sta pensando di fare con gli eBook (o si è fatto nei film, con i marchi dei prodotti in bella vista fino a pochi decenni fa).
Si potrebbe per una volta avere idee originali?
Qualcosa che non venga dall’Ottocento? ^_^”"
 

Il pubblico segue le battaglia nel Sahara al telegiornale, in diretta.
In versione rettangolare il telefonoscopio sembra proprio un LCD.

 

E infine ci sono anche le porcate assemblate in tutta fretta per cavalcare l’onda del momento. Robida fa l’esempio con uno spettacolo teatrale, ma potrebbe applicarsi anche alla narrativa o all’interesse verso un dato argomento dei fonogiornali e telegiornali:

[Premessa — un inviato di guerra de L'Époque è rimasto ferito mentre seguiva nel Sahara la Guardia Nazionale di Biskra, alleati dei francesi, mentre danno la caccia ai Tuareg di Abd-el-Razibus che razziano l'area e minacciano il Tubo di Timbuctu, una linea di condotti di fondamentale importanza per i treni pneumatici. L'amputazione del braccio del giornalista diventa una super-notizia su cui speculare per L'Époque, che subito dà massima importanza alla cosa trasformandolo nella celebrità del momento.]

Il coraggioso inviato di L’Époque è riuscito a scritturare le mogli di Abd-el-Razibus per l’Odéon. Durante la convalescenza per l’amputazione del braccio destro, il dinamico giornalista trovò perfino la forza di scrivere un’opera teatrale di lunghezza epica sulle proprie avventure in appena dodici giorni!
Inutile dirlo, questo spettacolo di guerra fu un successo fenomenale a Parigi. La moda si tramutò in un delirio quando, al suo ritorno in patria, il giornalista accettò di interpretare il ruolo dell’inviato ferito.

(Parte seconda, capitolo sette)

Gli Instant Book scritti da ignoranti con materiale non verificato e i programmi assemblati con pseudo-esperti all’accatto in poche ore/giorni non vengono in mente a nessuno? Io immagino, horribile visu, Vespa col plastico della casa del delitto di Cogne. ^_^

Passi per il giornalista ferito, ma perfino le mogli di Abd-el-Razibus, che non sono attrici e hanno l’unico pregio di essere apparse in televisione, diventano all’improvviso delle celebrità che tutti vogliono vedere e di conseguenza trovano lavoro a teatro al posto di attrici professioniste più qualificate. Ricorda il modo in cui certi personaggi senza qualità (tranne, talvolta, l’aspetto fisico) vengono lanciati in TV, saturando i programmi per brevi periodi, in seguito a casi di cronaca, reality show ecc…

E ora, mettendo assieme tutte le informazioni sul telefonoscopio, possiamo immaginare che anche gli spettacoli erotici stile webcam siano una realtà possibile del Ventesimo Secolo di Robida. Come visto è possibile abbonarsi per contattare altri telefonoscopi specifici che forniscono servizi a pagamento, ad esempio gli artisti che recitano via telefono o i professori che insegnano le loro materie via telefonoscopio o perfino i negozi per farsi spedire merci.

Non ci sarebbe nulla di strano quindi se fosse possibile collegarsi a un aggregatore di “artisti”, pagando in base ai minuti o su abbonamento, e scegliere di vedere le performance di una ragazza, come se fosse una webcam pubblica (il telefonoscopio permette di trasmettere verso molti abbonati assieme), oppure uno spettacolino privato. Nel caso dello spettacolo privato il microfono permette di parlare con la ragazza scelta. Immaginatelo come qualcosa di simile al sito Ragazze in Vendita, in cui qualsiasi ragazza può iscriversi, essere inserita nelle liste (magari inviate in cartaceo via posta agli abbonati?) e gestire il proprio lavoro lasciando una fetta dei guadagni in mano ai gestori (d’altronde nel Ventesimo Secolo di Robida le ragazze hanno pari diritti e studiano all’università, ergo devono pagarsi gli studi). Il telefonoscopio alla connessione col servizio potrebbe, di base, trasmettere una serie di foto col nome/numero della ragazza che scorrono grazie a un rullo automatico e, magari, inquadrare altri due o tre piccoli telefonoscopi che mostrano delle performance pubbliche.

Come nel caso degli attori più talentuosi che diventano indipendenti, le migliori potrebbero aprire un business basato sulla propria immagine: spettacoli pubblici e privati per gli abbonati, invio di numeri di una rivista con i nuovi set fotografici e gli orari delle performance live (stile fonogiornale: si può immaginare che fuori da quegli orari vengano ritrasmessi video di repertorio registrati o sequenze di foto).
Un tipo di business legato alla singola modella, come nel caso del sito di Ariel Rebel (qui il suo blog). Cito lei perché mi sta simpatica (le piacciono anime ed hentai), è famosa nel settore -con anche un premio vinto nel 2010- e il suo mix di softcore e di aspetto da ragazzina innocente mi pare particolarmente in linea con i gusti dei borghesi di un simil-XIX secolo. E in più è a tema con l’ambientazione di Robida: è una canadese la cui lingua madre è il francese. ^_^
Ovviamente io non guardo queste sconcezze e so queste cose solo per sentito dire: Gamberetta Hime-sama non approverebbe!

Robida lascia intuire di aver pensato alla questione. A parte il fatto che Ponto sbavi di fronte agli spettacoli con ragazze poco vestite e si addormenti con le cose serie, c’è un esplicito riferimento alla possibilità di guardare spettacoli piccanti al telefonoscopio, simili (credo) agli spettacolini softcore che le emittenti locali mettevano in televisione di notte dopo le undici o alle commedie sexy che andavano di moda una volta (e che hanno fondate basi storiche nel XIX secolo):

Barnabette ebbe un’improvvisa ispirazione: “Perché non approfittiamo che papà si è addormentato per guardarci qualche scena di quegli spettacoli che ci ha proibito di vedere?”
“Buona idea!” Barbe approvò con entusiasmo. “Assaggiamo il frutto proibito e visitiamo i teatri vietati alle giovani donne. Ah! Il Palais-Royal! Alcune delle miei amiche sposate non si perdono mai gli spettacoli lì o al Variétés.”
“E il Palais-Royal sia. Controlla la guida: che stanno facendo?”
L’Ultimo degli Scapoli, una farsa piccante in quindici scene.”
“Rapida Barnabette, colleghiamoci!”

[Lo spettacolo è in pausa. Vengono trasmesse immagini degli spettatori, soddisfatti. Le tre ragazze sono deluse dal contrattempo. Il signor Ponto si sveglia.]

“Ma… questo non è il Molière-Palace!” esclamò il signor Ponto. “Piccole birbanti! Vi siete approfittate del mio pisolino per cambiare teatro! Scommetto che siete balzate subito sul frutto proibito. Vediamo, che teatro è?”
“Papà, questo è… l’Odéon!” disse Barbe.
“Andiamo, lo so bene qual è: è il Palais-Royal! Ah, care bambine, ci potrete andare più avanti nella vita se i vostri mariti ve lo permetteranno, ma non ora. Questo non è un teatro per giovani signorine… Ma… se non mi sbaglio… lì, in quel palchetto sulla sinistra, c’è vostro fratello Philippe!”

[Mentre discutono sul fatto che il tizio sia o meno Philippe, che in teoria dovrebbe essere a Costantinopoli a occuparsi della bancarotta dell'Impero Ottomano, lo spettacolo ricomincia.]

“Vietato alle giovani ragazze!” urlò il signor Ponto, spegnendo il telefonoscopio.
Lo schermo si fece nero di colpo e la stanza sprofondò nell’oscurità.
“Oh!” fecero le giovani, deluse.

Come minimo c’era qualcosa di equivalente alle commedie sexy di Alvaro Vitali o all’umorismo a base di cazzi giganti dei teatri del mondo classico. Non si capisce altrimenti la reazione del signor Ponto.
Secondo me Robida ha preferito evitare di approfondire la questione dell’erotismo per via del punto di vista scelto, una ragazza per bene come Hélène, ma deve averci pensato e ha lasciato questo indizio. E anche altri, ad esempio nell’illustrazione sul cosiddetto “errore” di collegamento col telefonoscopio: non avete notato il signore coi baffetti, l’unico nascosto da un pudico giornale che non ha motivo di essere in quel contesto se non per suggerire del *fap fap fap*?
Un genio come Robida non poteva non aver pensato al futuro del porno! ^_^

C’è molto altre da dire sul Ventesimo Secolo, anche rimanendo solo nel mondo dei media, ma si andrebbe ancora più fuori strada rispetto al discorso tecnologico iniziale. Troverò altre occasioni per parlare del genio di Robida.

 

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