Apre AgenziaDuca.it

Scritto da il 10 gen 2012 | Categorie: Editoria, Scrittura, Vita del Duca

Da alcune settimane è aperto il sito AgenziaDuca.it, sui cui articoli ho lavorato tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre. Alcuni di voi lo avranno già visto, sia perché l’ho indicato in privato (ringrazio Angra, Taotor e Mauro per la segnalazione dei refusi) sia perché vi sono capitati sopra grazie al link messo da Zwei nella sua pagina dei siti consigliati.

Oggi il sito apre “ufficialmente”.
Gamberetta collabora ed è disponibile a valutare offerte di lavoro inviatele da AgenziaDuca.it e, se li organizzerò e se ne avrà il tempo, per l’insegnamento in corsi online di scrittura per la Narrativa. Una libera collaborazione, in virtù delle innegabili capacità che possiede e della stima che ho per Lei come editor, critica e autrice (e Dea).
Verrà sempre indicato chi svolgerà il lavoro, fin dall’inizio. In generale io, a meno che il tempo o le competenze non me lo rendano impossibile. Se intendete affidare il lavoro solo a Gamberetta, contattatela privatamente.
Tutti i contenuti del sito, citazioni e scelta della grafica inclusi, sono esclusivamente colpa mia.

AgenziaDuca.it nasce con l’obiettivo di fornire Editing di qualità per la Narrativa a un prezzo onesto. A differenza di altri siti che vendono Editing facendo capire ben poco della filosofia di fondo che applicheranno, lasciando intendere che forse nemmeno loro lo sanno, non dichiarando quali Generi sono disposti a trattare o come lavorano, AgenziaDuca.it intende fornire ai potenziali clienti tutti gli strumenti per capire dalla prima lettura del sito ciò che possono ottenere.

Nella pagine Che Genere di Narrativa? e Principi della Narrativa potete trovare informazioni sulla “nostra” visione della Narrativa. Nostra tra virgolette, visto che la Scuola di Chicago, Aristotele e gli autori Ford Madox Ford e Gustave Flaubert non li abbiamo certo inventati noi.
Non abbiamo nemmeno inventato l’idea della Narrativa come forma di Retorica: per questa scoperta straordinaria dobbiamo ringraziare Wayne Clayson Booth, uno tra i massimi critici ed esperti di Narratologia del Novecento.

Nel caso siate incerti tra le diverse tipologie di Editing, o su cosa sia in generale, abbiamo predisposto Cos’è l’Editing? e ve ne consigliamo la lettura prima di esplorare Servizi e Tariffe.

Se lo stemma in alto a sinistra e la scritta in latino vi hanno lasciati spaesati come coniglietti di notte di fronte ai fari di un’auto in avvicinamento, potete trovare in Suum Cuique una spiegazione del motivo di quel motto e di quali ideali sono alla base di AgenziaDuca.it e della nostra visione del futuro editoriale.

Nella pagina Chi Siamo sono elencati i collaboratori e i loro campi di competenza: come spiegato nella pagina sugli Editing, per un più efficace Content Editing è sempre meglio poter disporre di un editor che sia esperto nel Genere a cui appartiene il vostro romanzo e che abbia anche conoscenze ulteriori attinenti agli eventi dell’opera. Per adesso siamo pochi, ma in futuro forse saremo di più.

E anche se ho usato il pluralis maiestatis, per “voi” clienti non ci sarà alcun “noi”: saprete esattamente con chi lavorerete, nessun Editing verrà subappaltato di nascosto a persone diverse dopo che avrete scelto di lavorare con uno di noi, a differenza di quanto accade troppo spesso da altre parti. Soprattutto negli USA, come testimonia l’editor Michael Garrett (il primo con cui Stephen King lavorò).

Ci rivolgiamo a chi è interessato a Scrivere per davvero, e quindi a studiare e a investire tempo e denaro su di sé, non a chi è interessato solo ad Aver Scritto una schifezza e a essere Pubblicato con qualsiasi mezzo, per quanto disgustoso, pur di vantarsi con gli amici dell’essere uno Scrittore.
Vogliamo aiutare gli autori a migliorare le loro opere attuali e, soprattutto, insegnar loro a scrivere meglio in previsione delle opere future, fornendo le conoscenze che negli USA sono considerate alla base della buona scrittura.

Se vi piacciono gli articoli del nuovo sito vi invito a condividerli su Facebook e Twitter o a segnalarli via mail, con l’apposito box a tendina di invio (arrivato con WordPress 3.3) che potete trovare in fondo a tutte le pagine pagine (anche qui sotto).

 

Carta Vetrata: interventi su scrittura e narrativa

Scritto da il 19 nov 2011 | Categorie: Scrittura, Vita del Duca

Userò questo post per inserire gli interventi dedicati alla scrittura per la narrativa e alla narrativa in generale che sto facendo per Carta Vetrata (streaming su Radio Città Futura, la domenica mattina dalle 11:00 alle 12:30). Ce ne saranno almeno tre, incluso quello di domenica scorsa, poi si vedrà.
Dipende se mi verranno idee sviluppabili nei limiti di tempo concessi tenendo conto che regolarmente, tra i tagli improvvisi sul minutaggio a causa degli sforamenti di altri e al numero di domande che andranno a interrompere il discorso, ci sarà il rischio di massacrare un intervento costruito con una eccessiva precisione nella sequenza di esempi e spiegazioni che portano alla conclusione.
Con queste premesse i discorsi più complessi e interessanti sono impossibili da fare. D’altronde la Radio non è un articolo dove si può scrivere a piacimento.

Ford Madox Ford: ha i baffi e l’uniforme quindi ha ragione.
Citato nell’episodio del 20 novembre.

L’intervento già disponibile è quello dedicato all’infodump.
C’è mancato poco che diventasse un obbrobrio nonostante la brevità e la semplicità dell’argomento: su 8 minuti previsti dalla scaletta e in base ai quali dovevo progettare l’intervento ne sono stati dati invece solo 7 (di cui uno ottenuto per un pelo alla fine). Nei sette minuti sono conteggiati anche gli interventi e due domande poco connesse con la questione che hanno occupato complessivamente 2 minuti e 40 secondi, oltre a incasinare un po’ la struttura prevista per l’intervento. Fa niente, amen.

Non sono bravo a parlare e non sono bravo a improvvisare, soprattutto quando il tempo è poco e l’argomento va spiegato in un certo modo. Non si può dire meno del minimo indispensabile. In questo caso fortunatamente l’intervento era pensato per richiedere 4 minuti appena, proprio perché temevo problemi di questo tipo. Nonostante tutto sono riuscito grossomodo a dire tutto il minimo necessario. Manca solo la spiegazione che precedeva la citazione finale, dedicata a come affrontare l’infodump e come risolverlo.

Soluzione sintetizzabile così:
1) se quelle informazioni sono importanti allora significa che sono rilevanti per la storia, se invece non sono rilevanti per la storia tagliale;
2) se sono rilevanti per la storia significa che appaiono dentro a delle scene che mandano avanti la storia, di conseguenza mostrale integrandole nelle scene in modo intelligente e coerente con il Personaggio-Punto-di-Vista scelto (vedi esempio col Ponte di Westminster);
3) se sei sicuro che quelle informazioni sono essenziali, ma non riesci a farle spuntar fuori con le scene disponibili già progettate significa che hai progettato male la sequenza delle scene: riprogetta la sequenza e fai in modo che ci sia ciò che deve esserci e che non ci sia ciò che non deve esserci.

Infodump (13/11/2011):

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Per l’As you know, Thetis vedi questo commento.

I prossimi due episodi (20 e 27 novembre, poco dopo mezzogiorno) saranno dedicati alla filosofia di fondo della Narrativa moderna, usando come spunto The Rhetoric of Fiction di Wayne Clayson Booth. Intendo Narrativa sia mainstream che di genere (comico escluso), ma non quella “Letteraria” (Literary Fiction), sia per mancanza di tempo sia per il fatto che la definizione è un po’ idiota e Booth stesso non se ne preoccupa quando affronta questa questione. La Literary Fiction è talmente lontana dalla Narrativa da non condividerne la filosofia di fondo, anche se ne condivide alcune regole (penso ad esempio all’importanza dei dettagli concreti, presente anche nella poesia).

È solo una questione di sapere qual è l’agenda creativa alla base dell’opera: raccontare una storia immergendo il lettore fino a che dimentichi di stare leggendo… oppure deliziare il lettore con la bellezza della parola in sé, senza nemmeno bisogno che ci sia una storia in senso tradizionale?
Ho già accennato alla cosa in questo commento.

Booth – la Narrativa come Retorica, prima parte (20/11/2011):

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[Lo scopo della Narrativa è] prendere il lettore, immergerlo nella vicenda così a fondo da renderlo inconsapevole sia di stare leggendo che dell’esistenza di un autore, in modo che alla fine possa dire e credere “io ero lì, io c’ero”.

(Ford Madox Ford, solamente uno dei più importanti autori inglesi tra XIX e XX secolo)

Molti romanzi sono seriamente danneggiati dalle intrusioni dell’autore.

(Wayne Clayson Booth, solamente uno dei maggiori esperti di narrativa del XX secolo)

Booth – la Narrativa come Retorica, seconda parte (27/11/2011):

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Un sostantivo ha bisogno di solo un aggettivo, il più adatto. Solo un genio può permettersi due aggettivi per un sostantivo.

(Isaak Babel citato da Oakley Hall in How Fiction Works)

Se quelli che hanno studiato l’arte della scrittura sono d’accordo su una cosa, è questa: il modo più sicuro per stimolare e mantenere l’attenzione del lettore è essere specifici, chiari e concreti. I più grandi scrittori – Omero, Dante, Shakespeare – sono efficaci in gran parte perché trattano i particolari e riportano i dettagli che contano. Le loro parole evocano immagini.
[...]
Una prosa ricca, ornata, è difficile da digerire, generalmente malsana e talvolta nauseante.

(The Elements of Style, Strunk & White, dal 1959)

Il discorso sulla Narrativa vista come Retorica si allunga con una terza e ultima parte su Demostene, dedicata a chi può avere ancora dei dubbi a causa della posizione intermedia tra atticismo e asianesimo di Cicerone.

Booth – la Narrativa come Retorica, terza parte (4/12/2011):

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Confrontando Cicerone con Demostene, dirò che il carattere di Demostene è l’evidenza della ragione, l’impeto e la veemenza di un’anima accesa ed eloquente; quello di Cicerone, l’ordine, la fecondità, e lo splendor dell’orazione. Il primo più aspro, talvolta secco e duro, ma più sublime e più robusto; il secondo più florido e più ornato, ma talvolta, come lo rimprovera Bruto, cascante e distemperato. In due parole: ammiro Cicerone, ma vorrei Demostene per difensore.

(Guglielmo Audisio, esperto di eloquenza sacra nell’Ottocento)

lontano da ogni abbellimento e gioco, volto alla potenza e alla sostanza

(Plutarco su Demostene)

BONUS – Fabrizio e Gizi sul problema della critica autoreferenziale (4/12/2011):

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Giusto per ricordare che la critica che fa Gamberetta, o che faccio io, ovvero quella il cui scopo è dare al pubblico gli strumenti per decidere meglio cosa leggere, non è la norma. Spesso la Narratologia finisce per parlare di sé stessa e della propria storia, producendo specialisti dottissimi nella storia della critica e nei diversi movimenti, ma incapaci di analizzare in modo utile un romanzo di un certo genere.
La visione che vada affrontato solo il testo, perché il testo è ciò che il lettore legge e chissenefrega di chi era l’autore (negro, bianco, povero, ricco, gay, maschio, femmina ecc…), non l’ha inventata Gamberetta, ma è arrivata con il movimento della Nuova Critica (anni 1920-1930) ed è una posizione intellettuale molto più sensata di altre se lo scopo è dare strumenti al lettore. Il fatto che qualcuno a 80 anni di distanza ancora si stupisca di un simile approccio così ovvio e naturale (e utile per recensire) è un ulteriore dimostrazione del fallimento del sistema scolastico italiano nel dare strumenti utili alla formazione mentale del cittadino.

La Scuola di Chicago (anni 1950-1960) con Booth reintroduce l’autore nella critica, ma solo per quello che ha scritto, ovvero come autore implicito. Quindi se l’autore è negro, ma scrive come se fosse un bianco del KKK, conta solo l’autore implicito e non l’autore fisico. Posizione su un campo di gioco simile a quello della Nuova Critica, ma più aperta a prendere il buono dalle altre scuole di pensiero. La Scuola di Chicago riscopre Aristotele, soprattutto il metodo di Aristotele e l’importanza dei Generi (ovvero che non esiste Letteratura e basta, ma un certo modo di fare e valutare il rosa e un certo modo il comico e un certo modo la fantascienza ecc…), per dare una nuova base da cui partire senza negare a priori ciò che di buono può venire da altre posizioni critiche.

 


 

Madden su Cechov – il chiaro di luna presente assente (15/1/2012):

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Teoria dell’Iceberg – come ragionare per evitare gli Infodump (22/1/2012):

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Aggiornerò questo articolo di volta in volta con i nuovi interventi e con le eventuali (brevi) annotazioni su cosa non ho potuto dire o su cosa ho spiegato male.

 

Il Leone della Narrativa

Scritto da il 25 ago 2011 | Categorie: For The Lulz, Riflessioni, Scrittura

In un articolo precedente ho parlato di una banale ovvietà, ovvero che la scrittura per la narrativa di genere si fonda su questo assioma:

la narrativa di genere deve essere avvincente.

Segue micro-spiegazione:

Le parole non devono essere lì per il gusto della loro bellezza, ma per stimolare, nella mente del lettore, immagini vivide ed emozioni intense, tanto che il lettore dimentichi di star leggendo e si immerga nel mondo narrativo come fosse reale.

Da questo assioma segue la regola dello Show, Don’t Tell visto che è dato come ovvio (verità autoevidente e accettata nei millenni) che Mostrare scene emozionanti cariche di dettagli vividi abbia un impatto maggiore che Raccontare un riassunto asettico di carattere puramente informativo. Mostrare proietta immagini ed emozioni per influenzare la gente, e questo è l’ambito della Retorica (la Narrativa è Retorica, infatti). Raccontare trasporta dati e informazioni, molto più adatto alla saggistica (ma i bravi storici sanno che la divulgazione si fa meglio con qualche dettaglio “mostrato” qua e là).

La scrittura per il comico è un caso a parte, ma thriller, azione, fantasy, fantascienza, rosa, i classici romanzi storici con avventure ecc… sono tutti ben serviti se si ragiona partendo dall’assioma lì sopra.
Sempre tenendo conto del discorso specifico sui testi che sembrano validi in quanto narrativa (perché così sono etichettati), ma che in realtà risultano piacevoli perché vanno a coprire altri campi di interesse del lettore e non per la validità narrativa in sé (commenti da qui in poi).

Già, ok, ma cosa fa la narrativa di genere?
Racconta storie. Dei personaggi vogliono qualcosa, qualcos’altro si oppone a loro, ne risulta del conflitto e in qualche modo finisce tutto. Se un libro diventa una accozzaglia di scene random scollegate, non è definibile come narrativa di per sé: magari i singoli brani sono pezzi di narrativa, ma l’insieme non è una storia.
Fin dal tempo di Aristotele c’è l’idea che una storia debba avere un inizio, uno svolgimento e una fine. Questo è un concetto importante perché di norma sfugge agli autori italiani, in particolare a chi aspira a venire pubblicato (o vomiterà la propria “grande opera” sul mercato come autopubblicato… sigh, ogni giorno il futuro della narrativa mi pare più nero). Troppo spesso il concetto di storia sfugge. E non sto scherzando.

Ecco un pezzetto di un’intervista ad Alan Altieri su Writer’s Magazine dell’ottobre 2007:

La tua visione degli scrittori italiani e della scrittura in Italia?
Domanda da un milione di dollari. Non faccio nomi e non cito titoli, ma in Italia c’è tutta una vasta narrativa che si occupa dei terribili tormenti dell’anima e che per me è da masturbazione mentale. Invece di raccontare delle storie, molti autori raccontano delle emozioni, che nella maggioranza dei casi percepisco come fittizie.

[Aggiunge però che da alcuni anni le cose stanno cambiando. Taglio per andare al sodo]

Molti autori italiani stanno tornando alle origini, cioè stanno tornando a voler scrivere delle storie di personaggi con problematiche, con conflitti, che hanno un inizio, un centro, una fine, e questo è molto incoraggiante, a mio parere.

Come potete vedere, non stavo scherzando.
Spesso agli autori italiani pubblicati, e tutt’ora ai dilettanti in cerca di pubblicazione o che stanno scrivendo il loro “romanzo”, manca proprio l’idea che la narrativa si occupi di storie, mandate avanti dal conflitto e con lo scopo di emozionare i lettori. C’è qualcosa di tragico in un autore famoso che vede con speranza il fatto che finalmente in Italia si inizi a fare ciò che perfino i peggiori ritardati dilettanti fanno all’estero: storie, non seghe.

Alan Altieri. Ha scritto “Magdeburg” e Clio lo detesta.
Clio ha ragione anche se non ama i coniglietti.
Blutta! Blutta! Testa di pigna! Blutta!

 

Non si scrive narrativa per mostrare quanto è figa la propria ambientazione fantasy con gli elfi (identica a mille altre). Si scrive per raccontare una storia: l’ambientazione apparirà per quel che importa nella storia e una buona storia saprà sfruttare i punti di forza/originalità dell’ambientazione (se non ci sono punti di forza, domandati perché cavolo vuoi usare quell’ambientazione inutile). Se ami tanto la tua ambientazione e vuoi donarla al mondo, scrivi un manuale dedicato con cronologia, genealogie, leggende, mappe e ‘sticazzi e diffondilo tra i gruppi che fanno LARP e i siti di GDR (e comunque non fregherà a nessuno).

Non si scrive narrativa per diffondere le proprie idee su qualche argomento. Se devi scrivere un saggio, scrivi un saggio. Se le idee devono esserci è perché funzionali alla storia, come la teoria economica basata sulle materie prime che muove tutta la storia in La Luna è una Severa Maestra. Quindi, in soldoni, sempre alla storia si arriva. Ci sono poi casi in cui le idee (sull’economia) non si notano e pure la storia fa schifo, ma non è questa la sede per parlare di un certo horror per bambini.

Non si scrive narrativa per diffondere la propria opinioni sui Grandi Temi della Vita in modo che la mamma e il salumiere (e i WuMing) ci trattino come “intellettuali”. Se si parla di Grandi Temi è perché muovono la storia. Non si riduce la narrativa a una scusa per parlare di altro, altrimenti vale lo stesso suggerimento di prima: scrivi un saggio. Crichton ha scritto Jurassic Park quando ha voluto parlare di manipolazione genetica, successo mondiale, mentre D’Angelo ha scritto quella porcata de La Rocca dei Silenzi.
Il primo è una storia e proprio perché funziona dal punto di vista narrativo ha emozionato i lettori e di conseguenza portato a discutere di clonazione tra le masse. Bingo, due in uno. Il secondo usa la storia come mera scusa per denunciare in generale gli orrori della manipolazione genetica e fa schifo. Morale della favoletta: anche se l’obiettivo è sensibilizzare il pubblico su un tema che interessa l’autore, lo si ottiene meglio mettendolo al centro di tutta la storia. Drammatizzando i fatti. Mostrando ciò che fa comodo. “Vendendo” una storia avvincente, come fa un bravo pubblicitario o un avvocato.
D’altronde la narrativa è retorica, no? La brutta retorica non convince nessuno.

Si potrebbe proseguire, ma voglio tagliare corto.
Tanto avete capito l’antifona.


 

Se anche si conoscono le Basi della scrittura per la narrativa, non sono sufficienti per poter pensare di scrivere a meno di non aver chiaro anche cos’è la narrativa (raccontare una storia con un inizio, un centro e una fine) e qual è il suo obiettivo (emozionare il lettore, immergerlo nella storia come se la scrittura non esistesse).
Se si ha chiaro tutto, forse, dico forse, si ha qualche speranza di produrre qualcosa di dignitoso. Forse. La scrittura è difficile, richiede molto esercizio e anche i concetti banali (come Punto di Vista e Mostrare) non sono facili da applicare come sembra. A mio parere è più facile imparare a fare editing che imparare a scrivere, ma è solo la mia impressione.

La mia Fiat Punto ha una manuale che dice ogni cosa. In teoria leggendolo si sa tutto su come guidarla, è scritto lì, chiaro come il sole che acceca e manda a sbattere. E infatti se uno non fa scuola guida e non impara a usarla, si schianterà.
Sapere come funziona l’auto è fondamentale ed è un ottimo inizio, quanto meno per curvare si girerà il volante invece di attivare i tergicristalli, ma per riuscire a guidare senza essere un pericolo per sé e per gli altri ci vuole pratica. E ancora si sarà lontani dal livello di guida dello stuntman o del poliziotto addestrato in inseguimenti, professionisti equivalenti allo scrittore capace di produrre narrativa degna di essere pagata (o letta gratis, in fondo il tempo non può essere restituito).

Ma cosa succede se uno “conosce” le regole, ma non ha capito che il tutto è al servizio del raccontare una storia avvincente?
Dal punto di vista narrativo non saprei indicarvi un autore tecnicamente bravo sulle singole frasi nelle scene, ma incapace di tramutarle in una storia o di renderle avvincenti. Di solito gli incompetenti lo sono in tutto: se non si informano su cosa è la narrativa, figurati se lo fanno su come la si scriva al meglio.

Però ho un caso alternativo.
Nel 1731 il Governatore di Algeri regalò un leone a Re Federico I di Svezia. Il Re adorava quel leone e quando morì volle farlo imbalsamare. Sfortunatamente il tassidermista di corte, certamente bravo nel suo mestiere, non aveva però idea di cosa fosse un leone. Non ne aveva mai visto uno vivo e tutto ciò che aveva per lavorare erano ossa, pelle e qualche rappresentazione araldica/farlocca dei leoni.
Fece quel che poteva col fiato del Re sul collo.
Ecco il risultato: un cagnolone sbavante.


Il nobile portamento del Re della Savana!
 


Il regale muso della belva!
 

Riuscite a distinguerlo dagli altri leoni? È Uniko!
Spicca come i romanzi fantasy italiani in mezzo a quelli esteri!

 
Tenete bene a mente cos’è la narrativa e forse il vostro romanzo non assomiglierà a quel leone. Se non conoscete nemmeno le Basi, le “regolette”, sarà peggio: marcio e sfatto, come se il tassidermista non avesse saputo nemmeno imbalsamare gli animali.

Fine del racconto ammonitore per giovani fanciulle.
Ora che sapete i rischi del perdere di vista l’obiettivo finale, non cadete più in errore, mie giovani lettrici. E non abbandonatevi a pratiche di auto-abuso e alla fornicazione. E non mangiate carne rossa, è putrida di batteri come sterco equino. Il dottor Harvey Kellog sia la vostra guida verso una vita sana e onesta. E Gamberetta Hime-sama sia il vostro modello in ogni azione.
^_^

 
Un ringraziamento a Bizzarro Bazar.

 

Recensioni, Narrativa, Troll e Ignoranza. In quattro parole: “state zitti e studiate!”

Scritto da il 11 ago 2011 | Categorie: Riflessioni, Scrittura, Troll & Flame

Gli ultimi giorni ci hanno donato una discussione particolarmente interessante su Gamberi Fantasy. Non interessante nel senso di intelligente o stimolante; interessante perché l’idiozia del soggetto che l’ha generata (bebbo) e il suo continuo trolling mi hanno fatto venir voglia di rispolverare una piccola collezione di estratti di recensioni librarie statunitensi che avevo messo da parte.

Ne ho approfittato per rileggere il libro Self Editing for Fiction Writers, da cui provengono parecchie delle citazioni presenti in questo articolo, e mi è sembrata una buona idea fornire al pubblico davvero interessato alla narrativa un piccolo spaccato di cosa siano davvero le recensioni. Giusto per ricordarsi che le coglionate psico-socio-politiche all’italiana quando si parla di narrativa sono la normalità in Italia, non dove ci sono critici preparati per davvero e in grado di recensire seguendo criteri di scrittura oggettivi.

Se non vi interessa il post sulle regole, andate direttamente alle recensioni.

 


 

La discussione con bebbo verteva attorno al concetto di Show, Don’t Tell. Era particolarmente confusionario come discorso perché bebbo sosteneva di essere d’accordo con la maggiore efficacia del Mostrare sul Narrare, ma poi diceva che non è sbagliato usare apposta il Raccontato per rendere meno avvincente un brano. Proprio così: rovinare apposta un brano rendendolo più noioso è una scelta dell’autore che non può essere criticata!

Le due cose non stanno molto bene insieme. Lo Show, Don’t Tell implica il concetto che NON si voglia mai rendere apposta meno avvincente un brano (anche se è possibile inserire brevi inserti di Raccontato per separare le scene importanti, ma è una cosa diversa da quella detta da bebbo). Lo Show, Don’t Tell, come tutte le altre regole della narrativa, nasce dall’accettazione di un assioma: la narrativa di genere deve essere avvincente. Le parole non devono essere lì per il gusto della loro bellezza (quella è la Literary Fiction, un discorso a parte), ma per stimolare, nella mente del lettore, immagini vivide ed emozioni intense, tanto che il lettore dimentichi di star leggendo e si immerga nel mondo narrativo come fosse reale.

Questo assioma è alla base della narrativa di genere.
Se lo si rifiuta, qualsiasi regola importante (Punto di vista, Mostrare, gestione dei dialoghi, orrore dell’infodump, uso ridotto degli aggettivi ecc…) si può benissimo buttare nel cesso perché perde ogni motivo di esistere.
Secoli di regole e manuali sono tutti basati su questo assunto non dimostrato (un assioma, appunto).

Citando, tra le decine di manuali che spiegano il concetto, Self Editing for Fiction Writers:

Mostrare la storia ai lettori attraverso una sequenza di scene non darà solo immediatezza alla scrittura, le darà trasparenza. Uno dei modi più semplici per sembrare un dilettante è di usare tecniche narrative che attirino l’attenzione su di sé e la distolgano dalla storia. Devi fare in modo che i lettori siano così presi dal tuo mondo da non accorgersi nemmeno che lo scrittore esista.

Originale in inglese ▼

Il discorso di bebbo (poche frasi sensate sommerse da cumoli di idiozie, con contradizioni a distanza di poche parole), contiene chicche come questa:

è una scelta il volere rendere una parte coinvolgente o meno!

Angra gli ha risposto che se si sceglie di farlo per più di tre righe è una scelta sciagurata, che è ciò che i manuali dicono espressamente: il Raccontato, anche quando usato per separare le scene Mostrate, deve durare al massimo un paragrafetto o due. Sapendo come funziona la narrativa, non è difficile arrivarci anche da soli.
Ovviamente bebbo ha sentito il bisogno di ribattere stizzito anche al puro e semplice buon senso:

Si, ma questo è un PARERE, non una REGOLA. E’ su questo che non concordo (al massimo si può parlare di “regola per scrivere come piace a me” ma mi sembrerebbe un cavillo intellettuale)

Altre perle del suddetto geniaccio:

è messo in dubbio il fatto che non si riconosca all’autore la libertà di usare il tell quando gli pare a lui per i motivi che pare a lui

L’unica regola che potrei accettare è : mostrare è più coinvolgente, raccontare lo è di meno

E non gli viene nemmeno il dubbio per un istante che questo violi l’assioma, mandando a gambe all’aria il motivo, l’unico motivo, per cui esistono le regole. Uno, due, tre, prova: bocca chiama cervello, rispondete.

Da qua a dire che quando racconti “sbagli” e non “scrivi una cosa che a me non piace” ce ne passa parecchio.

Ma all’autore non viene impedito di fare nulla. Se lo fa non vengono i carabinieri ad arrestarlo. Non c’è un processo per direttissima. Semplicemente è un fatto che se si usa il Raccontato a caso, al posto del Mostrato, il brano verrà male. Fine. E se viene male è lecito dirlo, non far finta di niente e farfugliare che è solo questione di gusti e che lo ha fatto apposta. Se uno fa male apposta un brano perché non sa scrivere è un incompetente, non un genio incompreso.
Sono rarissimi i casi in cui Narrare può produrre un risultato migliore di Mostrare (intendo al di fuori dell’uso del Raccontato per “ridurre la tensione” tra due scene Mostrate). Casi talmente rari che per trovarne uno gli autori di Self Editing hanno dovuto scomodare Il Grande Gatsy:

“Mi hanno detto che Gatsby ha ammazzato un uomo, una volta.”
Fummo tutti percorsi da un brivido.

[...]
Per esempio la riga “Fummo tutti percorsi da un brivido” è chiaramente raccontata. E nonostante tutto questa riga, posta accanto alla voce che Gatsby possa aver ucciso un uomo, dona un gusto di gossip da due soldi alla scena e ne potenzia l’effetto.
Ma nella buona narrativa questo tipo di Raccontato è un’eccezione, e un’eccezione rara per giunta. Questo perché quando mostri la scena invece di raccontarla, tratti i tuoi lettori con rispetto. E questo rispetto rende più facile trascinarli nel mondo che hai creato.

È un caso limite e discutibile: non viene detto che facendo diversamente (Mostrando) non sarebbe venuta meglio, si dice solo che così funziona.
Un caso più unico che raro e molto breve, come prevedono le REGOLE sull’uso del Raccontato.

“Oh, gno! Anciola i fecci che flaintendogno le piegaccioni ciul Racciontato gnei magnuali!”
“Gli stopidi oomani ciono stopidi. Ignoliamoli.”

 

Quando bebbo dice di accettare che “mostrare è più coinvolgente, raccontare lo è di meno” è un enorme What The Fuck. Dato che è accettato come ASSIOMA della Narrativa che lo SCOPO a cui tutte le “regole” puntano sia quello di coinvolgere il lettore, emozionarlo, è evidente che ciò che ottiene questo scopo è meglio di ciò che non lo ottiene. Giusto?
Per bebbo no. Questo WTF era già stato fatto notare a bebbo che però, armato di un bipensiero degno dei dementi plagiati di 1984, si è rifiutato di accettare le conseguenze logiche delle proprie affermazioni. Il che, inutile dirlo, è proprio ciò che fanno di norma i Troll per proseguire l’azione di disturbo nonostante siano caduti in trappola.

Uno dei commentatori ha cercato di convincere bebbo dell’utilità di informarsi sulla narrativa prima di discuterne:

Con questo non voglio dire che sia scorretto discutere o mettere in dubbio lo show don’t tell. Ma prima di farlo sarebbe meglio avere un minimo di autorità in materia, dimostrare di aver letto almeno 3 o 4 manuali o quantomeno avere una teoria precisa e testata con varie fonti.

La risposta di bebbo è stata ovviamente razionale e motivata:

ahahahah scusa, devo “dimostrare” ??? ma dai! e poi cosa mi qualifica come “non noob” ?? l’aver letto i manuali ?? ahahaha ma daaaai!!! :PPP ma non farmi ridere :PPPP

Avevo già usato la parola Troll? Mi pare di sì.

Certi utenti sono convinti che non sapere nulla di un argomento, essere ignoranti, sia una buona ragione per vomitare la propria opinione. Non capiscono che per aprire bocca su questioni tecniche specialistiche devono prima studiare. Pittoresco: come vedere un ragazzino che nemmeno riesce a tenere acceso il motore dell’auto mentre contesta l’insegnante della scuola-guida. E anche dopo il decimo tentativo di partire con la quinta marcia, non accetta di provare con la prima (“o al più la seconda, ma per favore piantala con la quinta!” piagnucola l’insegnante).
Vediamo cosa ne pensa un grande autore di fantascienza come Harlan Ellison:

Tutti hanno opinioni: io le ho, tu le hai. E fin da quando abbiamo aperto gli occhi ci hanno detto che abbiamo diritto di avere nostre opinioni. Be’, è una stronzata, naturalmente. Non abbiamo diritto di avere opinioni, abbiamo diritto di avere opinioni informate. Senza studio, senza basi, senza comprensione, un’opinione non vale niente.
È solo un farfugliamento. È come una scoreggia nella galleria del vento, gente.

Originale in inglese ▼

Opinioni informate, non semplici opinioni.
O ci si informa o le proprie opinioni saranno come “una scorreggia nella galleria del vento”.
Internet permette a tutti di poter dire quello che pensano, ma questo non significa che tutti abbiano il diritto di essere ascoltati o di essere presi sul serio. Il concetto di meritocrazia, di essere giudicati ogni singola volta per ciò che si dice, è ancora più importante di prima. Non ci si vuole informare? Si sta zitti invece di affermare sciocchezze. E se si fanno affermazioni in totale sicurezza, dandole come verità assolute e ovvie, quando non si sa nulla dell’argomento di cui si sta parlando, è GIUSTO che si venga trattati con disprezzo o ignorati.

Il caso di bebbo che rifiuta concettualmente lo studio dei manuali (d’altronde rifiuta il concetto di regole, perché studiare? Per lui son tutti “gusti”…) fa sembrare dei geni dell’approfondimento quei Troll che pretendono di commentare su questioni tecniche in ambito narrativo dopo aver letto solo uno o due manuali e senza averli nemmeno capiti. Spiacente, è un po’ poco. Soprattutto se uno non ha afferrato come tutte le regole e i consigli di scrittura raccolti in decine di testi formino un solo quadro complessivo. Un quadro complessivo formato da dozzine di elementi tecnici, tutti in equilibrio tra loro e che si influenzano reciprocamente.

Ci vogliono anni di studio per acquisire le BASI in modo sufficientemente solido da poter discutere DAVVERO di narrativa. Cose come il Mostrare, i dettagli concreti, la trasparenza, il punto di vista ecc… sono le BASI. Concetti dati per veri nella forma attuale in oltre un secolo da centinaia di autori e che si ricollegano a precetti simili insegnati da esperti di teatro e narrativa dei secoli precedenti. Perfino dei millenni precedenti.

Se seguiamo il ragionamento di Wayne Clayson Booth (critico letterario statunitense, 1921-2005) possiamo far risalire i primi tentativi di fare Show, Don’t Tell, ovvero di concentrarsi sui dettagli specifici e concreti, all’Iliade stessa (si veda The Rhetoric of Fiction). Per Booth la narrativa è una forma di retorica: l’autore inventa storie che sono false, sono “bugie”, e per convincere il pubblico a prenderle sul serio usa tecniche in grado di immergere il lettore nella vicenda, emozionarlo, suscitare immagini vivide nel suo cervello. Vicende e immagini scelte e manipolate dall’autore, esperto di retorica per storie inventate.

Wayne Clayson Booth, un altro ragazzino che imita Gamberetta.
Mostrare, mostrare: tutte chiacchiere! Che ne sa lui di scrittura, lui che non ha nemmeno pubblicato una trilogia di horror per bambini con Mondadori? Booth è un mandante morale delle persecuzioni ai danni degli autori, ecco cos’è! Un mandante morale!

 

La retorica si usa anche per influenzare le giurie di tipo anglosassone: dove la logica o le prove non possono trionfare, c’è l’emozione, l’empatia e il sentimento. Un bravo avvocato, proprio come nell’Antica Roma, deve essere un maestro di retorica visto che racconterà frottole e mezze verità. E non è questo un campo professionale che richiede complessi studi?
Non ci vogliono forse anni di studio per sviluppare l’arte retorica? Cicerone quando fuggì in Grecia (79-77 a.C.) per evitare l’ira di Silla ne approfittò per raffinare le proprie tecniche oratorie consultando i migliori maestri del tempo, incluso il grande retore Apollonio Molone di Rodi. Lo stesso Apollonio Molone che istruì Giulio Cesare, altro grande oratore.

Qual era il segreto di Molone?
Riduco all’osso la questione. In un periodo in cui tra gli oratori andava di moda l’Asianesimo (uno stile oratorio ricco, enfatico, artificioso, “barocco”, pieno di figure fonetiche: il bello per il gusto del bello), Molone sosteneva l’Atticismo e il ritorno a uno stile più semplice, concreto e diretto. Semplicità e trasparenza nell’esposizione ottenute tramite la perfetta (e difficilissima) padronanza delle tecniche. Gli stessi principi sono insegnati dagli odierni manuali di scrittura.
Un paragone stupido: se l’Asianesimo è lo stile della Literary Fiction, l’Atticismo è quello della narrativa di genere. I manuali di scrittura moderni insegnano tecniche che già venivano insegnate al tempo di Aristotele. Scrivere semplice è difficile, scrivere complicato (e male) è facile. Ci vuole enorme abilità e tantissimo lavoro di revisione per scrivere in un modo così naturale da far pensare al lettore che non ci voglia niente a fare altrettanto.

Chi ha da dire qualcosa di nuovo e di importante ci tiene a farsi capire. Farà perciò tutto il possibile per scrivere in modo semplice e comprensibile. Niente è più facile dello scrivere difficile.
(Karl Popper in La società aperta e i suoi nemici)

Ma secondo la nuova corrente storica del bebbismo, Cicerone e Cesare hanno buttato il loro tempo a studiare da Molone. Infatti il saggio bebbo ci spiega che l’insegnamento della retorica (ricordate che la Narrativa è retorica) non può essere effettuato:

Inoltre puoi citare tutti i manuali del mondo, ma l’unica regola fondamentale rimane: piace ciò che piace.

I manuali non contano. Apollonio Molone era valido da ascoltare quanto il primo coglione raccattato per strada. Non ci sono regole, c’è solo il gusto personale.
Bizzarro, ma Cicerone ha preferito costruire una delle più potenti arti oratorie della storia partendo dallo studio delle regole. Evidentemente era un coglione, come Booth: ormai abbiamo bebbo a spiegarci come stanno le cose! Grazie, bebbo!

Con questa gente non è possibile discutere.
La discussione prevede un terreno comune da cui partire: assiomi matematici, leggi della fisica, concetti filosofici condivisi, regole del gioco accettate da entrambi o qualsiasi cosa che accomuni le parti. Se bebbo sostiene che non esistano regole, che non esista nulla di cui discutere, che conti solo il gusto e ognuno ha il suo… beh, che altro aggiungere? Tu hai il tuo gusto, un altro il suo.

È come cercare di spiegare a un minorato che non può costruire una macchina del moto perpetuo perché c’è l’entalpia e bla bla bla, ma lui sbuffa e ribatte “Io posso perché quando lo faccio io l’entalpia non c’è!”
Non c’è nulla di cui discutere con un alienato. Si può ignorarlo o si può ricoverarlo, fine.

Parafrasando Lawrence d’Arabia:

con duemila anni di esempi alle nostre spalle, non abbiamo attenuanti se quando dobbiamo parlare di scrittura non lo facciamo con cognizione di causa.

Lawrence sul dromedario. No, non è una moto: è un dromedario.
Osi forse insinuare che il Mostrato sia più efficacie del Raccontato?
Quello è un dromedario. Punto.

 

E non era la prima volta che un Troll ignorante e disinformato veniva a fare casino, trolleggiando per impedire le discussioni di chi invece ha studiato le basi e vorrebbe davvero approfondire. Già alcuni mesi fa Gamberetta era stata costretta a rispondere così a un certo Troll frignone, offeso dal fatto che lo avessi invitato a studiare i manuali invece di pretendere che io gli spiegassi le cose, regalandogli decine di ore del mio tempo e centinaia di euro di lavoro.
Ecco cosa disse Gamberetta:

Comunque, sai cosa dà fastidio? Non dà fastidio che mi chiami “estremista”, dà fastidio che scrivi:
“Io sono un ignorante. Non conoscevo nessuno dei manuali di scrittura che consigli.” Abbinato a: “E’ semplicemente che per te, ad esempio, tutto deve essere mostrato. Per me, invece, un po’ di raccontato non stona.”

E magari dovrei anche spiegarti perché hai la sensazione che il raccontato non stoni. Non funziona così: un’opinione ha senso solo quando è informata, quando sai di cosa stai parlando. Se non lo sai, e non lo sai – lo ammetti tu stesso –, le opinioni servono solo a irritare chi invece ha un minimo di conoscenze.
Prima smetti di essere ignorante, poi esprimi la tua opinione.
[...]
La cosa giusta è che ti leggi i manuali segnalati, impari e poi discutiamo seriamente di un argomento che appassiona entrambi. Se non conosci l’inglese, lo studi. Se non sei così appassionato, allora eviti di far perdere tempo a chi invece ci tiene.
Che poi sono cose talmente ovvie che appunto mi sento cretina a ripeterle: hai imparato a giocare a scacchi il mese scorso e intervieni per dire che secondo te la tal variante della Difesa Nimzo-Indiana non funziona? Ah, no, un manuale di tattica delle aperture non l’ho mai letto. Ah, no, non gioco mai, guardo solo. Ah, no, una simulazione al computer non mi è neanche passato per l’anticamera del cervello di farla.
Studia, impara, sperimenta, e solo alla fine dai la tua opinione. Che a quel punto probabilmente non sarà più un’opinione, ma un progresso nell’analisi della Difesa Nimzo-Indiana. O forse scoprirai che la tua opinione coincide con la mia e dunque è inutile ripeterla.
[...]
se la discussione si orienta su argomenti più tecnici sarebbe bello non dover ripartire sempre da zero. Pia illusione. Pazienza.

Solo a me sembra una versione approfondita e molto più gentile del commento di Ellison?
O vogliamo continuare con le stronzate sul fatto che Gamberetta sia una talebana, una nazista e bla bla bla dette solo e sempre, guarda caso, dai lecchini degli scrittorucoli italiani, dagli ignoranti che rifiutano di informarsi per principio e dai mentecatti conclamati. Mai da parte di chi ha studiato decine di manuali e sa come funzionano le recensioni vere di un certo livello, all’estero. Stranamente chi conosce la narrativa per davvero non critica mai i suoi modi o le nozioni di scrittura che riporta. Sarà solo un caso, ovviamente…

Il Troll redarguito da Gamberetta, dopo un periodo di quiete in cui pareva avesse acquistato un cervello, alla fine è tornato alla carica per creare confusione con i suoi “2 cents di ignoranza” allo scopo di mantenere in vita (tecnicamente è gettare benzina sul flame) il trolling di bebbo. E come lo ha fatto? Ovviamente facendo un discorso retard condito da un’ironia che uno nelle sue infime condizioni non può permettersi:

Probabilmente verrò fanculizzato garbatamente dicendomi che per poter parlare di scacchi devo essere un campione di scacchi poter parlare di questi argomenti dovrei prima leggere i manuali.
Qualcuno – avrei voluto leggerli tutti, ma il tempo non me lo permette – l’ho letto, ma non ho trovato questo integralismo… anzi.

Ora vado a leggere altri cento manuali, sicuro che verrò invitato a leggerne altri duecento fino a quando non concorderò.

Considerando che non ha capito un cazzo e sproloquia balbettamenti da mentecatto, non mi pare così folle l’idea che debba studiare di più. Ma per lui lo è.
In questo caso la risposta di Angra è più che sufficiente e spiegare il problema di fondo con quello specifico tipo di Troll:

Non devi leggere altri cento manuali, devi solo leggere con attenzione – se ti interessa l’argomento – invece che andare a cercare materiale per far polemica.

Il problema con i Troll di questo tipo è che citano frasi dai manuali SENZA averle capite, evitando sempre rigorosamente di mettere a sistema tutte le informazioni tratte dai manuali stessi per costruire un quadro d’insieme coerente. Stando bene attenti a EVITARE le altre parti dello stesso manuale in cui il loro dubbio verrebbe risolto. Lo scopo di questi soggetti è di fare trolling dicendo “ah-ah, ti sbagli! Sei un nazista, i manuali dicono che posso fare così!”. Cazzata: sulle cose di base non ci sono divergenze significative di opinione e non ce ne è nessuna sui principi generali (dettagli, importanza del punto di vista ecc…) in decine di manuali scritti da esperti negli ultimi 100 anni, ma se uno è un Troll ed evita accuratamente di capire il significato delle spiegazioni, in particolare quando si riferiscono a casi molto particolari non collegati all’ambito in cui il Troll vorrebbero portare la loro eventuale citazione, non può capirlo.

I commenti dei troll fanno deprimere i coniglietti.
Pensaci prima di permettere a un troll di continuare a rompere le palle.

 
Qualche recensione statunitense

Nel corso delle sue farneticazioni sull’inesistenza delle regole, in particolare contro le conseguenze dello Show, Don’t Tell, bebbo se ne è uscito con una frase particolarmente ridicola:

tra l’altro, piccolissima parentesi, ma tu pensi che i veri critici letterari non si spancino dalle risate a vedere ALCUNE delle cose lette qui?

Va bene. Vediamo cosa dicono i veri critici letterari.

Qui abbiamo Frederick Busch che recensisce una biografia, Dickens: Life and Times di Peter Ackroyd, per il Los Angeles Times.

Il desiderio di declamare, insieme al bisogno di ribadire con un commento quello che era stato appena chiaramente mostrato, sfocia in toni che sono più appropriati alle divertenti parodie che Dickens faceva delle pomposità di suo padre: “Così lontano era già giunto il giovane autore”; “Così il mondo reale entra nella narrativa di Dickens”; “Così la sua vita, interiore ed esteriore, continua.” Dov’era l’editor di Ackroyd?

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Notate che non si tratta di narrativa di genere, ma di una biografia e come nel caso della saggistica storica l’uso del Mostrato è normale che sia molto ridotto. Pochi dettagli precisi e curiosi ottengono nella saggistica effetti straordinari, pur senza entrare mai nel vero Mostrato con Punto di Vista ecc…

Eppure, nonostante questo, il recensore si accannisce proprio sull’eccesso di inutile Raccontato. L’autore prima mostra una vicenda, poi la racconta. Ad esempio mostra l’orrore del giovane Dickens di fronte a una impiccagione e poi, non contento, aggiunge qualche altra frase inutile che invece di rafforzare l’immagine la diluisce.

Il recensore sarà davvero qualificato per affermare ciò che afferma? Si esprime con concetti e toni che sembrano scopiazzare quelli di Gamberetta! Visto che questa recensione serve a rispondere all’affermazione di bebbo, vediamo cosa lui intende per “qualificato”:

Ultimo appunto: il metro per misurare la preparazione di qualcuno in un dato campo al momento nel mondo occidentale non è la lettura di un manuale ma al massimo il possesso di una laurea.

Definizione pittoresca. E curiosa, visto che in editoria non si usano le lauree “nel settore” (Alan Altieri è ingegnere, Sandrone Dazieri cuoco) e gli editor sono autodidatti anche nel mondo anglosassone. Quel “nel mondo occidentale” in realtà mi fa venire in mente il solito piccolo italiano che conosce solo i cinque metri davanti al proprio naso e pensa che siano tutto il mondo esistente.
Comunque, accettiamo la sua definizione solo per questa volta.
Il critico qualificato di narrativa è laureato… in lettere immagino, seguendo il ragionamento di bebbo. Non certo in fisica nucleare o in medicina.

Frederick Busch (1941-2006) è stato Professore Emerito di Lettere presso la Colgate University dal 1966 al 2003, una delle più prestigiose università di arti liberali e classificata tra i trenta centri di eccellenza degli Stati Uniti. È stato un prolifico autore di romanzi e racconti, vincendo anche una discreta quantità di riconoscimenti.
Basta come qualifica per recensire qualcosa o serve anche un Pulitzer o un Nobel? Giusto per sapere.

Colgate University, centro di eccellenza i cui Professori si esprimono con toni e concetti tecnici più simili a quelli di Gamberetta che alle farneticazioni intellettual-impegnate dei WuMing. Forse perché essendo professori in un centro di eccellenza, sanno di cosa stanno parlando…
 

Dato che per bebbo la qualifica a parlare si misura con le lauree e dato che dubito che lui possa vantare un curriculum superiore a quello del professor Frederick Busch, il quale usa concetti tecnici e critica l’uso balordo del Raccontato perfino in una biografia, ne consegue che bebbo ha torto. Ha torto perfino secondo la propria (idiota) concezione dell’autorità.
EPIC FAIL.

Citare le recensioni però è divertente. Continuiamo!
Qui abbiamo Robert Stuart Nathan che critica gli infodump presenti in Games of the Hangman di Victor O’Reilly:

Tra gli altri difetti del romanzo troviamo lunghe spiegazioni irrilevanti; persone ignoranti anche di fatti noti a tutti, come quell’ufficiale di polizia che dice che il ragazzo morto “veniva da un posto chiamato Berna”, solo per avere la cortese risposta di Hugo: “È la capitale della Svizzera”; e personaggi che si scambiano in modo goffo informazioni che già conoscono, per il solo beneficio del lettore, come quando un personaggio chiede: “Conosci la storia dell’originale Alibe?” e Hugo replica: “Ricordamela”.

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Sempre a tema infodump abbiamo Christopher Lehman-Haupt che maltratta Airframe per il New York Times:

La causa che il gruppo di Casey sospetta sia responsabile per i problemi del Volo 545 è “un’apertura degli slat” senza che il pilota automatico abbia corretto. L’aereo in questione, un N-22, non aveva mai avuto problemi del genere in passato. Nel caso non fosse chiaro quello che significa, a Casey è stato assegnato un assistente ignorante in fatto di aereodinamica, al quale la stessa Casey si rivolge di propria iniziativa, così: “Non ne sai niente di aereodinamica? No? Bene, un aereo vola grazie alla forma delle ali.”
Continua la spiegazione: “Quando un aereo si muove a bassa velocità, durante decollo e atterraggio, le ali necessitano di una maggiore curvatura per garantire la portanza. Così in quelle situazioni viene aumentata la curvatura estendendo delle sezioni lungo il bordo delle ali – flap lungo il bordo posteriore, e slat lungo quello anteriore.” Il problema è: “Quando si aprono gli slat, l’aereo può risultare instabile.” E questo sembra essere accaduto al Volo 545.
Ogni volta che il signor Crichton avvicina le dita alla tastiera, Casey sciorina lezioni simili.

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Dei recensori che criticano gli infodump. Criticano citando problemi tecnici.
Questo è un messaggio diretto in particolare a due gonzi inetti e boriosi che sparano idiozie sul fatto che criticare in questo modo sia fare “autopsie letterarie”, una moda sciagurata nata con l’odiata Gamberetta e che nessun critico serio seguirebbe mai. Soprattutto perché, a detta di questi due geniacci, l’infodump non è un errore, anzi, può essere proprio bello! Un po’ di infodump qua e là è bello, fantastico, necessario.
Proprio. Ci sono molte idee bislacche che possono trovare una minima giustificazione nei manuali, ma questa non è una di loro: l’infodump è per definizione pura e semplice merda. Questo fatto è accettato in modo univoco da un secolo di autori, critici e manuali. Non c’è nemmeno quel barlume di dibattito che si trova attorno al modo in cui Raccontato e Mostrato si debbano dosare. Perfino in Italia, nei pochi manuali prodotti, appare il concetto di infodump come schifezza da evitare. Perfino in Italia.

Intercetto la possibile obiezione da minus habens che potrebbe venire sollevata: “il recensore che fa queste autopsie narrative sarà uno dei quei giornalisti frustrati alle prime armi che pensano di farsi un nome gettando fango sui poveracci!”.
Spiacente, non è così. Christopher Lehman-Haupt è un critico letterario che ha lavorato per il prestigioso The New York Times Book Review fin dal 1965, scrivendo 4.000 tra recensioni e articoli tra il 1965 e il 2000. The New York Times Book Review, allegato settimanale di critica libraria attivo dal 1896, non il primo giornaletto che capita. Christopher Lehman-Haupt ha coperto anche posizioni di rilievo come direttore della sezione che si occupa dei coccodrilli (i necrologi scritti in anticipo) del New York Times. Serve sottolineare che è direttore editoriale della Delphinium Books, casa editrice specializzata in narrativa? Lo sottolineo lo stesso. E, tra parentesi, Crichton non è esattamente un poveraccio da affossare. Anche perché adesso è già nella fossa.

Quando uno di questi soggetti dice che in Italia nessuno è disposto a pagare per un editing e che se lui si propone di farne gli offrono come pagamento una cena in pizzeria, io non mi scandalizzo: con una simile ignoranza su cosa sia la scrittura e su come funzioni il mondo della narrativa fuori dalla propria piccola cloaca italica, il prezzo di una pizza è maggiore del valore dell’editing che può offrire. Una fetta di pizza al trancio, senza bibita, mi pare più equo. Pagata da lui all’autore, però!

Il lavoro di editing di certi caproni disinformati non vale nemmeno il prezzo di una pizza surgelata, figurarsi di questa!
 

Qui abbiamo Patrick McGrath che recensisce The Witching Hour di Anne Rice per il New York Times:

Nonostante l’incessante energia narrativa, nonostante le continue invenzioni, il libro è logorroico, cresciuto a dimensioni elefantiache. [...] Il problema è il continuo ripetere gli stessi fatti; gli stessi episodi sono raccontati diverse volte, con sempre maggiori dettagli a ogni ripetizione. Inoltre, i personaggi principali hanno l’abitudine di rigurgitare quello che hanno scoperto, anche se il lettore era con loro mentre facevano le scoperte.

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Almeno lui sarà un invidiosone che scarica la rabbia contro gli autori perché nessuno lo pubblica?
Non direi. Patrick McGrath ha vinto nel 2001 il Premio Flaiano, riconoscimento italiano internazionale vinto in passato da autori come Tom Clancy, Andrea Camilleri, Mario Rigoni Stern, Paulo Coelho e Daniel Pennac.
È sufficiente per non essere soltanto un invidiosone che nessuno pubblica?

Qualche anno fa, una recensione del New York Times sottolineò la qualità della caratterizzazione dei personaggi in un giallo appena uscito, e per dimostrare tale affermazione veniva citato un brevissimo passaggio. Si trattava di un piccolo gesto, ma che diceva di più a proposito del personaggio che non lunghe descrizioni o spiegazioni. Il gesto era: “Si soffiò il naso con il lenzuolo.”

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Romanzi di cui si parla bene lodandoli per aspetti tecnici!
In Italia quando arriveremo ad avere recensioni in cui sia normale lodare un autore per l’uso sapiente di un piccolo gesto in mezzo a un dialogo? I cosiddetti “beat”, in inglese, equivalenti agli “stage business” di cinema e teatro di cui Humphrey Bogart è considerato un esperto da prendere a esempio anche per la narrativa. A parte le recensioni di Gamberetta, dove è ritenuto normale in Italia valutare la narrativa di genere (si è parlato di gialli e dei romanzi di Anne Rice) con criteri oggettivi e tecnici invece che con pipponi socio-economici e psicologia da due soldi perché il recensore vuole far credere di essere un intellettuale? ▼

Io non ho mai visto un posto in cui lo fosse.
La pietra di paragone per le recensioni fantasy, prima di Gamberi Fantasy, era FM. Come paragonare un grattacielo a una capanna di fango e merda…

E qui Carolyn See recensisce The Real World di Tim Paulson:

Questo è un elogio della noia e della scarsa attenzione ai dettagli. [...] Che importa se a pagina 117 la sorella di Tom “calca” il suo accento del Sud e a pagina 119 Mac Stuart “calca” il suo di accento del Sud? Che importa se a pagina 134, dopo che Tom e Julie si trasferiscono a Brooklyn, “i loro veri amici ebbero il coraggio di affrontare tre trasbordi tra le linee della metropolitana” e a pagina 335 Tom sottolinea: “Abbiamo scoperto chi sono i nostri veri amici quando ci sono venuti a trovare”? Questo è il mondo reale, santo cielo! E chi è che aveva detto che nel mondo reale c’è qualcosa in più rispetto al tedio, alla routine, alla noia?

Originale in inglese ▼

Carolyn See, autrice di 14 libri e recensore presso The Wahington Post, è stata membro del consiglio del National Book Critics Circle e ha vinto il Guggenheim Fellowship, riconoscimento a chi “ha dimostrato eccezionali abilità creative nelle arti” che risale al 1925. Sarà sufficientemente qualificata per poter valutare fare l’autopsia letteraria di un romanzo?

E fin qui abbiamo visto le recensioni.
Recensioni scritte da un Professore Emerito in Lettere di una delle più prestigiose università statunitensi, di un autore premiato con riconoscimenti internazionali o di un’autrice che è stata pure nel consiglio dell’associazione nazionale dei Critici. Recensioni sempre basate su criteri di scrittura oggettivi insegnati dai manuali da… un paio di millenni. Magari bebbo e soci negli ultimi duemilia anni non hanno badato ai fatti del mondo e se li sono persi. Capita. Agli idioti.
I veri recensori, i veri critici, i veri Professori Emeriti di Lettere, usano criteri oggettivi e universalmente accettati per dare valore e sostenere le proprie argomentazioni a favore o contro un certo libro. Questo è un dato di fatto.

Ma cosa succede tra gli editor professionisti?
Quelli sono recensori, critici professionisti, vediamo come si esprime invece un editor. Una persona che con le sue osservazioni cerca di migliorare la qualità dei testi.
Facile controllare. Lasciando da parte Self Editing for Fiction Writers e passando a Editing Fact and Fiction, che è proprio un manuale pensato per insegnare il mestiere ai giovani editor alle prime armi e agli aspiranti professionisti (che, come spiegano i due autori, sono autodidatti all’estero proprio come da noi, non hanno corsi di formazione… solo che lì studiano sul serio per conto proprio e studiare fa la differenza), troviamo nelle prime pagine:

‘Il Generale emise un suono udibile’
Ho letto questa frase in un recente bestseller e ha fatto ribollire il mio sangue di editor. Avrei voluto gridare: avanti, prova a emettere un suono inudibile, dannazione! Dov’era l’editor di questo romanzo? Il copyeditor? Il correttore di bozze?

Originale in inglese ▼

Chi è tanto pervaso dalla furia, arrivando (lo spiega dopo) ad aver consigliato a tutti quelli che conosceva di NON comprare quella schifezza di bestseller? Chi può esserci dietro un simile rancore? Sicuramente un giovane editor saccente e invidioso che nasconde la propria inesperienza dietro l’aggressività, giusto? Sembra di leggere Gamberetta: è puro “gambero-pensiero” (citando la definizione dei gonzi).

Risposta:
Richard Marek, professionista nell’editoria per oltre trent’anni. È stato editor alla Macmillan, senior editor presso World, redattore capo al The Dial Press (la lista proseguirebbe a lungo, ma la taglio) e ha anche una propria compagnia, la Marek & Charles, specializzata in servizi editoriali, incluso design e produzione.
Tra i molti autori di cui è stato editor: James Baldwin, Robert Ludlum e Thomas Harris.

La prossima volta che vi verrà voglia di criticare il “gambero-pensiero”, come lo chiamate, fatevi un favore e andate davanti a uno specchio: avrete l’onore di ammirare dal vivo una colossale testa di cazzo ignorante. ^_^

 

Raccolta dei Racconti Steampunk

Scritto da il 06 apr 2011 | Categorie: Concorsi Letterari, Ebook, Libri, Scrittura, Steamfantasy, Steampunk

Ho deciso di pubblicare i racconti Steampunk “in gara” (non i fuori concorso) con licenza leggermente più restrittiva di quella indicata nel regolamento (che verrà invece applicata all’eventuale antologia) per garantire meglio i diritti degli autori sui testi. Mancano i racconti che sono stati ritirati e un racconto privo di appigli Steampunk (Mondi in guerra). Un altro racconto troppo poco Steampunk per il regolamento del concorso (Lowres) è stato lasciato: a qualche amante del cyberpunk potrebbe interessare.

Ci sono 30 racconti, per un totale di circa 1 milione di battute.
Non è ovviamente possibile, né utile nella maggior parte dei casi, effettuare un editing di tutti i testi. I più promettenti, quelli candidati alla vittoria e al possibile inserimento nell’eventuale antologia, hanno guadagnato il diritto a ricevere un editing soft per migliorarli un po’. Non è permesso riscriverli da zero cambiando troppe cose o mettendo nuove scene che stravolgano le storia originale: il vincitore tra i testi per l’antologia deve somigliare a ciò che è stato selezionato. Questo perché altrimenti tutti i racconti, rifacendoli completamente diversi (ovvero diventando altri racconti), potrebbero meritare la vittoria. I testi candidati alla vittoria sono quelli che mi è parso possibile rendere decenti con un editing poco invasivo o che l’autore saprebbe rendere decenti, a mio parere, con le giuste indicazioni (rifare una scena con un POV -Point of View, Punto di Vista- diverso, ad esempio), senza stravolgerne però la struttura o i contenuti.

L’immagine scelta per la copertina della raccolta,
modificata a partire dalla copertina di “Simplicissimus” del 15 settembre 1914

L’idea avanzata alcuni mesi fa di usare i racconti come base per parlare di scrittura ecc… è stata respinta. Invece di parlare degli errori più comuni sfruttando estratti dai racconti, preferisco pubblicare per intero i racconti e, come promesso successivamente, aggiungere un paio di righe di commento per ciascuno. Solo un paio, come premio e indicazione di cosa sistemare (tra la massa di cose) per l’autore. Ho un quaderno zeppo di appunti per ogni racconto, ma ne userò solo un percentuale infima (non posso scrivere 2000-5000 parole di spiegazioni per ognuno dei 30 racconti, bestie). Misteriosamente, durante la scrittura dell’articolo, il “paio di righe” si è gonfiato in modo allarmante… O_o

Se volete parlare di scrittura e trovare risposte ai vostri dubbi, avete tre ottimi articoli: Descrizioni, Dialoghi e Mostrare. Il ritorno di Gamberetta e l’arrivo del terzo articolo rende inutile cominciare una lunga, noiosa e inconcludente sequenza di spiegazioni articolate sugli errori in questa sede. Se non siete sicuri di una cosa e non avete voglia di studiare da soli i manuali perché siete pigri, da Gamberetta ci sono centinaia di commenti con inclusi esercizi di scrittura commentati. Potete trovare le risposte ai vostri dubbi lì.
Se proprio non riuscite a trovare risposta in quanto già scritto lì (cosa di cui dubito, a meno che non siate dei gonzi che non capiscono le risposte), provate a chiedere in quelle sedi.

Non fatemi domande su cose già spiegate negli articoli o nei commenti: è offensivo pretendere il tempo degli altri se per primi non si usa il proprio per leggere le spiegazioni già scritte. Fare domande per cui sono già presenti risposte non è diverso da dire “brutto stronzo, dai, scrivimi una roba, su, tanto non hai un cazzo da fare oggi, eh, stronzo?”. Chiamatevi stronzi da soli, se proprio ci tenete. ^_^

Se non siete disposti neppure a leggere lì le risposte, non sareste disposti a leggerle neppure da me per cui è inutile che le riscriva io. E comunque, ma è solo il mio parere personale, se uno non è disposto a faticare studiando per anni sui manuali per migliorare la propria scrittura, significa che non gli importa per davvero di diventare un bravo autore: inutile perderci tempo (a meno di non venire pagati la giusta tariffa). Ma è solo il mio parere.

Ho notato che alcuni errori più ricorrenti, errorini che chiunque potrebbe correggere con la semplice buona volontà (sovrabbondanza di aggettivi e di avverbi, ad esempio), fanno parte del bagaglio di errori tipici di cui parlavano già i primi due articoli di Gamberetta. Articoli che era stato indicato di studiare nel bando del concorso. E che era stato ripetuto più volte di studiare, nel corso degli aggiornamenti.
Questa mancanza di applicazione delle indicazioni di editing più basilari, quelle che non richiedono alcuna comprensione o riflessione complicata, ma solo buona volontà e ripetizione meccanica seguendo una “lista” delle cose da controllare, mi ha deluso molto. C’è chi ha cercato di competere con il romanzo Amon nella frequenza degli avverbi di modo: se era uno scherzo, non l’ho trovato divertente.

Ho messo i testi più interessanti tra i primi. Vi consiglio di leggere per intero perlomeno questi tre, che sono i più carini: Piloti e Nobiltà, L1L0 e Photophantastes e magari sfruttare i commenti per dire come vi sembrano. Altri possibili candidati alla vittoria sono Lunasil, Il Colosso di Colorado Springs e La Maschera di Bali.

Scarica la raccolta in ePub, Mobipocket e PDF:
Concorso Steampunk di Baionette Librerie (EPUB) Concorso Steampunk di Baionette Librerie (MOBI) Concorso Steampunk di Baionette Librerie (PDF)

Il PDF include una pagina con l’indice dei racconti. Mobipocket e ePub sono dotati di una comoda e moderna TOC, richiamabile con l’apposito comando del lettore di eBook (o visibile a sinistra, nell’apposita colonna, se usate il plugin per ePub di FireFox).

 


 

Oggetto d’Amore

Quella notte era particolarmente silenziosa e buia lungo Molino delle Armi.

Inizia senza un POV, con una frase inutile relativa all’irrilevante notte fuori al laboratorio. Subito, per gradire, un avverbio di modo che compete per il premio all’inutilità: che differenza c’è tra una notte silenziosa e una “particolarmente” silenziosa? E “particolarmente” rispetto a cosa? Già è strano che la notte di Milano, seppure nel 1842, sia silenziosa: quell’aggettivo rende già a sufficienza la particolarità di quella notte.

Arturo Telli sedeva al tavolo del suo laboratorio e lavorava con la concentrazione e l’abnegazione che sempre impiegava per perfezionare e inventare armi e oggetti meccanici. Arturo Telli perseguiva uno scopo, una vera e propria ossessione.

Continua col narratore, ma è meglio iniziare subito con il POV di Telli e rimanerci per tutto il racconto. Tutte le info inutili (come queste qua sopra), i commenti privi di qualsiasi valore fatti dal Narratore (Telli è “l’abile armaiolo”, ad esempio) ecc… ecc… vanno tagliati. La semplice regola di scegliere un POV e seguirlo, descrivendo ciò che fa e prova attraverso il suo filtro umano, risolve quasi tutti i problemi del testo.
Quel “suo laboratorio”, come anche i parenti “suoi macchinari” ecc… fanno sembrare il testo una brutta traduzione dall’inglese. Di chi sarebbero il laboratorio di Telli e i macchinari di Telli, se non di Telli? Inutile ribadire l’ovvio ogni volta sottolineando che sono proprio “suoi”.

«Prima di lasciarla andare voglio ricordarle che questa sarà l’ultima volta che le sarà concesso. [...] Non possiamo perderlo di nuovo».
Arturo Telli non si lasciò intimidire dall’autorità di quel personaggio: «Non sono d’accordo. Io non ho ancora raggiunto il mio scopo e i servigi che ho compiuto per lei rappresentano la mia garanzia sul fatto che sarò io, e solo io, a dire quando potrete arrestare lo sventratore. D’altronde, se siete dentro quell’uniforme ben confezionata e impreziosita da belle medaglie luccicanti, lo dovete solo a me [...]».

Mi pare evidente dalla risposta di Telli che non si sia fatto intimidire. Non ha senso precisare qualcosa prima di mostrarla. Questo errore avviene regolarmente in un certo romanzo horror per bambini e in altri esempi di narrativa italiana, fin troppo comuni, in cui l’editing è assente o affidato a incapaci.

Passando alla storia, i problemi non si riducono. Il fatto che sia un armaiolo, come tutto il dialogo iniziale, non ha alcuna rilevanza per la storia o per il finale che vorrebbe essere a sorpresa (ma è solo cliché). Lo sventratore è inutile, sembra messo solo per non far sembrare troppo cattivo Telli e per far credere, all’inizio (col dialogo), che il protagonista intenda combattere il crimine o qualcosa di simile. Il coniglio non ha alcun ruolo utile nella storia, ma almeno è presente: vincolo soddisfatto al minimo sindacale.

 
Bunny – Il cacciatore di taglie
L’inizio è un “meh”. Il POV è confuso e i dialoghi mi paiono poco credibili.
Un certo gusto per i “suo/suoi” inutili è presente anche qui, fin dalle prime righe:

il suo sigaro d’importazione Nibiana [...] Con i suoi occhi rotondi e scuri soffocati dalle pesanti palpebre

con in più un certo gusto per il doppio aggettivo (Babel disapprova).

Ecco il POV che oscilla:

[Il Barone] guardò con disappunto il suo contrabbandiere preferito. «O no?» chiese ironico sbuffando del fumo in faccia al suo interlocutore.

Bunny è visto con il POV del Barone, che lo definisce nella propria testa il “suo contrabbandiere preferito” e, poco dopo, “suo interlocutore”. E’ innaturale definire sé stessi tramite il modo in cui ci vedono gli altri: chiaramente qui siamo nel POV del Barone (anche se di sfuggita, grazie al Narratore Epilettico) e non nel POV di Bunny.
Eppure già dalla riga dopo:

Bunny non se ne curò, erano altre le preoccupazioni protagoniste dei suoi pensieri.
Prima fra tutte: portare al sicuro le sue chiappe pelose!

E qui è chiaro che siamo nel POV di Bunny (Narratore Epilettico o meno: in fondo non importa come ci siamo finiti).
Ahi, ahi, ahi. Saltellare da un cervello all’altro durante gli accapo è una pessima idea, quasi quanto saltellare nel pieno di una frase.

«Anzi» continuò Luna. «Sei tu che hai bisogno di me. O sbaglio? Dai, raccontami tutto!»
«Devo recuperare per il Barone una cassa. Dentro c’è una mecca per il piacere. Vado, pago e torno!» fu veloce e sintetico.

Come indicato per il racconto precedente, è meglio non sottolineare l’ovvio: che sia stato veloce e sintetico lo si è visto nella battuta di dialogo.

Passando alla storia, la situazione peggiora. Fino al momento in cui cominciano a dubitare della natura della Mecca (è un automa all’avanguardia o una bambina vera?) avevo speranza che si potesse aggiustare e selezionare per l’antologia. Correggendo i balzi di POV, tagliando la mole di info inutili (la spiegazione sui figli di nessuno, tra le altre) e cose così, si poteva cavare fuori un testo passabile. Il personaggio di Luna mi era piaciuto. Il problema è che la vicenda va avanti a coincidenze e Deus Ex Machina (l’amico cacciatore di taglie) pur di non affrontare la Vera Natura della storia (il conflitto interiore) e il tema della pedofilia.

Bunny parte bene, con un possibile conflitto interiore tra il dovere verso il Barone, condito dal bisogno di soldi, e il desiderio di non far del male a un innocente (Bunny è evidente che non è cattivo). L’intera storia doveva partire dalle conseguenze della scelta di Bunny di non consegnare la Mecca al cliente per timore che fosse davvero una bambina rapita venduta a un ricco pedofilo. Oppure dalle conseguenze dell’averla consegnata credendo fosse una Mecca, scoprire cosa era successo, e voler correggere l’errore. Un po’ in stile Han Solo, che prima non vuole combattere e desidera solo saldare il proprio debito con Jabba the Hutt, ma poi l’orgoglio lo porta a voler far rimangiare a Luke l’accusa di codardia per cui torna indietro e salva il culo ai Ribelli (conflitto interiore: desiderio di farsi i fatti propri contro reputazione di contrabbandiere coraggioso). Manca il conflitto nel protagonista e la storia diventa una sequenza di banalità.

 
Mammuth
Troppe info inutili. Il supertreno corazzato è carino, anche se non mi è chiaro come funzioni (ma tanto non importa: meglio un treno corazzato in più che uno in meno!), e sono una buona aggiunta anche gli esoscheletri. L’idea del cameratismo tra soldati che sono degli pseudo-sconosciuti e il fatto che Arkady facendo la spia ottenga il “rispetto” degli ufficiali (gente che ammazza a sangue freddo i propri soldati per una rissa in cui non c’è stato neanche il morto) sono delle scemate (e raccontate, per giunta).

[...] una piccola incomprensione tra scommettitori causò una discussione piuttosto animata.
L’uomo dai baffi a ferro di cavallo stava cercando di calmare le acque quando il calcio di un fucile lo colpì sulla nuca, sbattendolo a terra. Il fucile apparteneva ad un certo Nikanor Ostromirovsky, un ex detenuto con diverse accuse di aggressione aggravata a suo carico. Ferro, come Arkady aveva mentalmente soprannominato il milite dalla pelle olivastra, si rialzò e, con un balzo, fu addosso ad Ostromirovsky con la baionetta sguainata.
Uno sparo interruppe il combattimento.
Sulla porta si stagliava un gigantesco ufficiale in vena di ispezioni a sorpresa. Con la magnifica pistola riservata solo a militari d’un certo rango ancora stretta in pugno urlò: – Branco di cani! Cosa pensate di fare nei miei vagoni? Faide tra camerati? Inaccettabile!
- Veramente, signore… – cercò di giustificarsi Ferro.
- Silenzio soldato! Deve saltare fuori il responsabile di questo o dieci di voi, scelti a caso, saranno fucilati seduta stante, e, guarda caso, tu sei già stato sorteggiato!
Nessuno fiatò, erano tutti troppo impegnati a guardarsi attorno, lanciando qua e là occhiate di circostanza senza trovare il coraggio di guardare l’ufficiale in volto. Trascorse un interminabile minuto carico di tensione e lo spietato comandante di plotone sollevò il braccio armato verso Ferro e pose il dito sul grilletto.
- Ostromirovsky! – gridò Arkady – La responsabilità di tutto questo è di Ostromirovsky.
Maksimilian gli mise una mano sulla spalla: – Sei diventato matto? – sussurrò.
- Piccolo figlio di puttan… – una pallottola in fronte fece sbollire rapidamente l’attaccabrighe. Due attendenti entrarono nel vagone e diedero una pulita sommaria al pavimento, il corpo del giustiziato venne gettato dal treno con noncuranza.
Com’era immaginabile, quanto accaduto, non favorì certo un rapporto amichevole tra Arkady ed i compagni di viaggio.
Una delle regole mai scritte del cameratismo era: non fare la spia. Le circostanze particolari ed il fatto che l’azione del giovane fosse stata compiuta come un gesto di altruismo verso la truppa non importavano nulla a nessuno.

Seriamente: una banda di sconosciuti che si accoltellerebbero per futili motivi un giorno sì e l’altro pure, dovrebbe scegliere di sacrificarsi (in 10 poi!) per difendere il coglione del gruppo che ha cercato di spaccare il cranio di un compagno? Ma per davvero? Srsly? Ognun per sé: alla minaccia lo avrebbero consegnato subito, altro che sacrificarsi in 10 scelti a caso (di cui uno è Ferro che vuole sacrificarsi per salvare il tizio che ha cercato di sfondargli il cranio: LOL, nemmeno i Martiri del Cristianesimo…).
Meglio tagliare il raccontato, così si risolve anche il problema delle idee contestabili o ingenue (che a nessuno piacciano gli spioni è ovvio, non serve tirare in ballo il cameratismo).

Sistemando qua e là e tagliando le enormi quantità di infodump poteva anche diventare passabile per l’antologia, ma la storia non va bene (comincia col soldato Arkady e il fatto che debba andare a combattere in una guerra che sembra brutta, sporca e sovraccarica di propaganda, ma poi tutto quello che muove la storia è la vicenda della cacciatrice Victoria che però è avvenuta tutta in background e nel racconto c’è solo il finale) e l’elemento conigliesco è tirato per le orecchie e insufficiente. Peccato.

Una piccola chicca liciana, degna di Nihal che piange “perché è triste”:

Arkady si voltò verso Vic Halloran, che si tolse il casco mostrando il suo volto.
Lunghe ciocche di capelli rosso acceso scivolarono lungo le spalle del cacciatore, incorniciando un volto candido dal quale scintillavano due splendidi occhi verdi. La sua bocca era morbida e carnosa ed il naso sottile e lievemente alla francese. Era decisamente bellissima.

“Era decisamente bellissima”: sì, perché se no non lo capivamo da soli. ^_^

Grazie per la precisazione. Srsly.

 
Bumblebee
Infodump a piacere e commenti inutili come se piovesse, inclusa la spiegazione sugli Aviar di cui né il testo né i lettori hanno alcun bisogno. Il nobile che fa il portapacchi è una stupidata. La bambina drogata è una buona idea, ma andava calcata la mano sui lati pedofili della faccenda, che invece non vengono nemmeno accennati. Tra i commenti inutili ci sono cose come:

Edy intanto con grande agilità si era arrampicata fuori dall’abitacolo e con il telo piegato sotto il braccio avanzava verso la coda dell’aviar.

Quel “con grande agilità” è un commento inutile: arrampicarsi fuori dall’abitacolo di un aereo in volo per raggiungerne la coda credo che faccia intuire a sufficienza la “grande agilità” al lettore.

L’elemento conigliesco è veramente minimo, ma è già meglio delle semplici ghette viste sopra. Il racconto non è terribile, si può sistemare, ma l’idea finale dell’anomalia sembra messa lì “tanto per”, buttata per arricchire il finale, e non ha un reale legame con il resto della storia (non uno utile e percepibile nel corso della storia, prima della rivelazione stessa). Devo pensare se può valer la pena vedere se l’autore può migliorarla ancora o se è una perdita di tempo.

 
L’ultimo caso di O’Mallory
La prima riga parte male:

Seduto davanti a lui, in un magnifico completo rosso e bianco, il vecchio Conte di Norfolk aspettava paziente, con un’espressione tranquilla sul viso rugoso.

“A lui” chi? Si capisce che si riferisce al POV, ma noi non sappiamo ancora un accidenti di chi sia il POV! È meglio riordinare le frasi iniziali e presentare prima O’Mallory, che appare proprio nella frase successiva, e poi il tizio sottoposto all’interrogatorio. Oppure tagliare direttamente il “Seduto davanti a lui” e tenere solo la descrizione del Conte (pure questa da aggiustare, comunque).

La sirena che al quinto livello, senza oblò, segnalava l’alba, trovò Sean bocconi sul pavimento della sua cabina.

Frase un po’ goffa. Sembra che la sirena sia senza oblò (fisicamente), invece è il quinto piano ad esserlo e la sirena (in mancanza di luce) indica l’alba. Meglio tagliarla del tutto e concentrarsi, come sempre, su come il POV filtra la realtà che lo circonda. Non uscire dal personaggio. Non bisogna dire che la sirena trova Sean: Sean è il protagonista, non la sirena, per cui è meglio che Sean senta la sirena e non che la sirena trovi lui.

Quando al mattino il frastuono della sveglia ci obbliga ad alzarci, sentiamo l’allarme che ci scassa le palle oppure percepiamo che “l’allarme della sveglia ci ha trovati addormentati”?
La risposta è sempre nel filtro applicato alla realtà dal POV (quel filtro per cui uno “sporco straccione negro”, dal mio punto di vista, è invece un “immigrato svantaggiato dalla società capitalista” per un altro individuo… e in realtà è un nero italiano da tre generazioni, avvocato di successo, con un look trasandato e jeans stracciati di marca per seguire la moda) e nel modo in cui funzionano i cinque sensi.

La sera prima, tornato in cabina, aveva finito una prima bottiglia [...]

Tagliare la sequenza di ricordi o, meglio, di bisogno dell’autore di inserire riferimenti di background. Non servono. Concentrati sul qui e ora: è un racconto, hai poco spazio e non puoi permetterti pessime trovate che sarebbero tollerabili (a malapena) in un romanzo. Non sprecare le parole: pensa ai bambini in Africa che non le hanno!

Tutto ciò che aveva era stato venduto o impegnato [...]

Ancora col background? Taglia. Se l’ambiente in cui vive è miserabile, basta che lo descrivi per quel che è. Sapere che una volta non faceva così schifo non lo rende ORA più miserabile. Applica il POV: qui e ora, senza seghe o informazioni inutili.

Il finale con l’incidente simulato è carino. In fondo non mi è dispiaciuto troppo perché, se ricordo bene, si vedeva che era facile da aggiustare. Come nel caso precedente: devo rileggerlo ancora (passato un po’ di tempo dall’ultima rilettura) e pensarci su qualche giorno prima di contattare l’autore per fare un tentativo.

 
Il Lunasil
Questo era un racconto che mi aveva fatto ben sperare per la scorrevolezza e i protagonisti simpatici, vivi. Il finale è il problema più grosso: non sembra un vero finale, non ci sono davvero conseguenze dopo la risoluzione del conflitto principale (il casino col Lunasil). Il racconto parte, va avanti gagliardo a testa alta, poi barcolla un po’ e alla fine si ammoscia come il pisello di un vecchio. Questo è un grosso problema.

Ci sono da fare parecchie piccole correzioni nelle frasi, fin dall’incipit, ma niente di drammatico. Ad esempio, una tra le tantissime, qui:

«Vai da quella parte,» indicò Galeazzo a un certo punto.

“A un certo punto” va tagliato: Galeazzo sta indicando in quel momento, non serve dirlo che sta accadendo proprio adesso nel tempo della storia invece che domattina o tre giorni fa. E “indicò”, così senza dire come, è poco visivo: indica con l’indice o con un cenno del mento? Immagino con l’indice. Oppure usa il Carcano ’49, puntandolo con un braccio solo come se fosse un bastone?
Forse è meglio rifare la frase mettendo prima Galeazzo che indica nel punto esatto e poi l’ordine.

Di fianco a lui, Galeazzo era salito in piedi sul sedile, in equilibrio assai precario, e scrutava la selva in cerca del Lunasil, con il Carcano ’49 appoggiato alla spalla e pronto al fuoco.

Anche qui manca la precisione descrittiva. “Equilibrio assai precario” non significa molto, non è nulla di visivo. È commento del Narratore o del POV su un qualcosa di visivamente concreto. Leggendolo il lettore immagina qualcosa (io lo immagino che ondeggia e sbatte le braccia per riprendere l’equilibrio), ma tu non gli hai detto cosa immaginare: eppure il compito del narratore è proprio fare questo lavoro, senza delegare tutto al lettore!
Galeazzo oscilla o barcolla, sta per cadere giù, ma pianta una mano sulla carrozzeria e si rimette in piedi? Inventa qualcosa e l’immagine di precarietà sarà più vivida per il lettore che non dovrà più inventarsi qualcosa da solo per completare il riquadro bianco lasciato nei fotogrammi della scena.

Una nota sulle armi, valida anche per Bunny e per altri racconti: i nomi delle armi vanno usati il meno possibile e spesso sono inutili. In questo caso viene ripetuto ossessivamente “Carcano ’49″, il nome del fucile a raggi della fanteria italiana. Come nel caso del Beretta BM59 o del Carcano M1891 o del Beretta AR 70/90, nella mente dei personaggi deve diventare solo “il fucile” dopo la prima presentazione atta a renderlo più riconoscibile al lettore (sempre che il POV permetta il riconoscimento: questo è un problema che il cinema, e la terza persona oggettiva cinematografica, non hanno). Nel caso del Beretta BM59 è accettabile che qualcuno lo pensi come “il FAL”, visto che era un nome molto usato (era indicato ufficialmente come FAL BM59 -fucile automatico leggero BM59- che è più semplice contrarre in FAL).

 
Piloti e Nobiltà
Questo è uno dei racconti che ho trovato più interessanti. La storia è coerente, chiusa, con un buon finale e non spreca elementi: tutti i dettagli sono inseriti in funzione dell’economia del racconto. Solo ciò che serve, con pochissimi sprechi (di natura stilistica). Il primo conflitto, il fastidio causato dagli ospiti alla pilota, si allarga poi diventando il vero conflitto (il problema grosso da risolvere) e la soluzione trovata permetterà alla pilota di prendersi la rivincita sugli ospiti che le stanno sulle palle. La risoluzione del problema principale porta alla risoluzione dei problemi secondari.
Tra tutti è quello che ha maggiormente la struttura di un vero racconto (anche più di L1L0, altro racconto che ho apprezzato), senza sembrare un mix di scene a caso oppure un concept per un romanzo oppure un riassuntone.

Dei problemi del testo parlerò con l’autore e non c’è niente di così scandaloso da meritare apposita segnalazione qui. Errori banali come i “suoi” di troppo e cose così.

 
Il Colosso di Colorado Springs

La mente di Nikola Tesla sondava lo spazio. Grazie al Teslascopio l’Io si espandeva nell’etere veloce come il pensiero. Marte, Giove, Saturno. Nikola superò senza fatica il sistema solare e si addentrò nelle profondità galattiche. Mentre avanzava, controllò ogni centimetro cubo con l’occhio della mente.

Le prime righe sono il cosiddetto background (es: visione fuori pov, un uomo e una donna al tavolo di un ristorante). Il vantaggio del background è che imposta la scena, lo svantaggio è che è fuori POV. Non sei dentro la testa di qualcuno e non stai filtrando il mondo con la sua testa. Che si faccia background con una terza persona cinematografica o con uno squallido narratore, il problema rimane. Qui sarebbe meglio partire subito dal POV di Tesla che usa il Teslascopio (senza bisogno di dargli un nome, lo sta già usando) per abbracciare con la mente l’universo. Si può mostrare come se fosse una proiezioni astrale in cui Tesla si concentra sui singoli pianeti, in cerca di informazioni. Si può farlo immergere sotto le nubi di acido solforico di Venere, nelle grotte lunari abitate da Seleniti e poi dritto nell’Angustus Labyrinthus di Marte (mostrando industrie estrattive?) e più in là fino alla “Città Inca”, scoperta da Tesla molto prima che lo facesse il Mariner 9 (una cupola protettiva sotto cui si trova un centro industriale marziano a mappa quadrata). Questo renderebbe più visivo il suo controllo, facendolo concentrare su punti di interesse nella mole di stimoli che riceve “espandendo l’Io” nel sistema solare

Il Teslascopio raggiunse il proprio limite

Anche qui puoi mostrare cosa succede, senza riassumerlo extra-POV. Tesla spinge per abbracciare fette di spazio sempre più grandi oltre il sistema solare, arriva a Boh, cerca di imporre la propria volontà per sfruttare al massimo le capacità della macchina di far espandere l’Io, gioca coi comandi (ti inventi qualche manopola di qualche valore), e alla fine rinuncia.

Il cratere straripava di conigli: sembravano quasi incollati gli uni agli altri.

Tra “sembravano quasi incollati” e “sembravano incollati” non vedo differenza nell’immagine: tagliare il “quasi”. Meglio ancora rifare la frase senza i due punti: “Il cratere straripava di conigli, appiccicati gli uni agli altri.”. Meglio ancora dire “Il cratere straripava di conigli” e poi mostrare le zampette e i musetti coi nasini tremanti che spingono e si fanno strada tra i corpi, un mare ribollente di orecchiuta pelosità che diventa una creatura sola (e poi appare la mano fatta di conigli).

Le antenne all’esterno del Colosso inviarono i segnali al Teslascopio II che li rielaborò e l’immagine ricostruita dell’hangar apparve davanti all’occhio della mente di Nikola.

È meglio ridurre a zero le spiegazioni. Non dire in che modo Tesla riceve le immagini, mostrale soltanto. Non uscire dal POV di Tesla. Quando navighi su internet vedi il funzionamento dei nodi della rete, i pacchetti che viaggiano, i DNS e il protocollo HTTP al lavoro? No, vedi solo il risultato. E così Tesla. Se Tesla avrà mai bisogno per motivi INTERNI alla storia di riflettere sul funzionamento delle cose, lo farai riflettere e lo mostrerai al lavoro con dettagli concreti (non spiegazioni generiche). Se non c’è bisogno di loro significa che sono spiegazioni inutili per la storia e quello che è inutile per la storia, come la millenaria Scuola di Hokuto Arte Retorica ha tramandato ai suoi discepoli, va cancellato.

Nell’insieme si fa leggere. Frasi brevi. Molti dialoghi. Non mi dispiace e si può migliorare senza dover impazzire. Bell’uso del coniglio. Facendo un controllo al volo ora noto un genocidio degli avverbi in “-mente” a cui non avevo badato prima (ulteriore prova che la loro presenza si fa sentire in modo sgradevole, mentre la loro assenza non disturba per nulla): zero avverbi presenti, una pulizia etnica degna di Gabriel García Márquez che si vantava, nemmeno fosse un bambino di cinque anni che ha acchiappato una lucertola, di aver scritto tutto L’Amore ai Tempi del Colera senza metterne nemmeno uno. Garcia però poteva pure trovarsi un hobby più intelligente, eh…

 
La Maschera di Bali

Abigail afferrò la maniglia, entrò e si tolse la benda dagli occhi. La descrizione delle stanza coincideva con la previsione, ma il soldato nella gabbia aveva al massimo venticinque anni.
Ed era biondo.
Anche stavolta ho sbagliato qualcosa.

“La descrizione delle stanza coincideva con la previsione, ma” si può tagliare. Descrivere direttamente le due differenze rispetto alla visione e sottolineare l’errore col pensiero in corsivo è sufficiente. Viene da sé che il resto dell’immagine fosse esatto.

Come detto prima, i nomi delle armi vanno ridotti al minimo: “Perkins W4″ ogni volta disturba la lettura, ha un suono strano (quel “W4″). Le armi sono una bella cosa, ma spesso i loro nomi non possono avere molto spazio nella narrativa. Spiacente.

In italiano esiste “iarde”. Non c’è bisogno di usare “yard” in inglese. Ecco un’applicazione sportiva, per le olimpiadi del 1904. Non c’entra con la narrativa, ma per chi vuole un po’ di sano Lulz del XIX Secolo, leggete il paragrafo sulle giornate antropologiche della Terza Olimpiade moderna.

Nell’insieme non è male. Va sistemato, per forza, ma ci si può lavorare e non vedo motivi per non fare un tentativo. L’inizio con la previsione scorretta e il finale con la previsione scorretta danno una struttura narrativa chiusa alla vicenda. È un racconto per davvero, insomma.
Non c’entra niente con il racconto, né le ho caricate sul lettore quando l’ho letto (però le ho inserite nella raccolta), ma complimenti all’autore delle due tavole. Mi sono piaciute e sullo schermo del Cybook, impostando prima a 800px la loro altezza, si vedevano benissimo in tutti i dettagli. Molto meglio queste illustrazione della grafica al computer di una certa raccolta di racconti Steampunk appena uscita (di cui ho comprato il PDF: 7,50 euro per una smitragliata di facepalm e molte delle immagini non mi sono piaciute nemmeno un po’).

Le due illustrazioni di The Sparker

 
Photophantastes
L’incipit è tremendo. Narratore (non è visione cinematografica, ci sono commenti come “allegro starnazzare” e “tanto più assordante nella quiete notturna” che non hanno a che fare con l’oggettiva trasposizione degli eventi) “tanto per” e scena che, rifatta col POV di uno dei due studenti, sarebbe molto migliore. Si può ridurre il background per impostare la scena a una sola riga: “La Cugnot 799 filò a gran vapore dal Merton a Christ Church”. Poi si passa ai due studenti che suonano i clacson, ridono, bevono e sbeffeggiano i poliziotti e i poveracci che gridano in risposta ogni sorta di maledizione.

Ad esempio:

L’ordinamento universitario mai aggiornato dal medioevo vietava agli studenti di scorrazzare per Oxford a cavallo, in carrozza o qualsiasi altro tiro: ma i moderni veicoli aggiravano quelle norme.

Questa è una spiegazione inutile. Può diventare un dettaglio concreto se uno dei due si sporge dal veicolo e grida verso un vecchio che li ha minacciati di denunciarli al Rettore: “Non è una carrozza coi cavalli: non stiamo violando le leggi dell’Università!”. O qualcosa di simile. Sempre che uno ne senta davvero il bisogno (e non mi pare che serva, se non per far capire che i due protagonisti sono scapestrati, furbi e disposti a violare le regole -anche quando nei fatti e non nella forma-, ma questo si capisce lo stesso senza citare il regolamento di Oxford).

Nella scena in cui Robert e Charles si inseguono, la notte del 31 maggio, il POV salta senza motivo, preda del Narratore Epilettico. Qui, ad esempio:

Robert proseguiva la sua corsa sui tetti, e via via che avanzava e balzava acquisiva più equilibrio e sicurezza. Fin qui tutto bene. Non era il caso di testare le granate, ma decise di provare qualche rabbitrampino. Si calò nel giardino a arpionare qualche albero.
Dodsgon più inseguiva quell’essere più gli sembrava che nel suo portamento, nel suo modo di muoversi, nelle membra per la parte umana ci fosse qualcosa di stranamente familiare.

È meglio scegliere un solo POV e rimanerci dentro. Charles (Dodsgon) è il più adatto dei due.

Il racconto mi è piaciuto e si può (si deve) sistemare. L’uso del coniglio è accettabile (non è eccellente come in RabbiT, ma è buono), la presenza degli esseri fatati nei campi è un’ottima idea e lo spirito dell’opera è quello gonzo-historical, allegro e cazzone, dello Steampunk della prima generazione. Una cosa che considero in modo molto positivo.

 
RabbiT
Senza parole. Lo stile è tremendo, ma è fatto apposta per dare la sensazione di un’opera inedita di D’Annunzio, per cui ha un suo perché (il che non lo rende meno cattivo né lo giustifica, ma perlomeno ne spiega il motivo).
La storia in sé invece è ottima. L’elemento conigliesco è PERFETTO (non metto spoiler, leggetevelo) e l’ambientazione mostra sufficienti elementi retrofuturistici di contorno. Ho apprezzato in particolare i motobipedi dei poliziotti e la difesa elettromagnetica di Vienna che fa molto “Tesla è tornato a casa per tempo”, lol. I riferimenti storici sono tutti buoni.

Un racconto in puro stile Steampunk della prima generazione. Con questo stile non può competere per la vittoria, ma merita un posto come “Speciale” nell’eventuale antologia.

 
Il Coniglio sulla Luna
Il paragrafetto iniziale di impostazione si può tagliare:

Il cielo era terso quella tarda sera primaverile. Mancavano delle ore alla mezzanotte, ma la sagoma del Coniglio s’intravedeva già sul disco tenue della luna nascente.

Non imposta un bel nulla e la sua assenza non cambia niente. Tagliare. O ridurre, perlomeno cancellando “Il cielo era terso quella tarda sera primaverile” (“quella sera”? Quella rispetto a cosa? Quella per chi?) e lasciando solo “Mancavano ore alla mezzanotte, ma la sagoma del Coniglio s’intravedeva già sulla luna nascente.”. Però è una frase di somma inutilità per cui va cancellata. Punto.

Il testo soffre fin dall’incipit per il POV inesistente, forse rapito dal Narratore Epilettico e seppellito in un pozzo.

Le frasi lunghe è meglio spezzarle:

Ashwini entrò nel laboratorio strappandosi dal viso i peli posticci, franò su una sedia e si slacciò gli anfibi, i cui grossi speroni avevano già sbrindellato il fondo dell’ultimo paio di calzoni rimasti.

Può diventare:

Ashwini entrò nel laboratorio strappandosi dal viso i peli posticci, franò su una sedia e si slacciò gli anfibi. I grossi speroni avevano già sbrindellato il fondo dell’ultimo paio di calzoni rimasti.

Il risultato è anche più visivo e coerente se, come sembra, il POV deve essere quello di Ashwini: leva gli anfibi e si accorge che hanno già sbrindellato i pantaloni. Chi altri dovrebbe badare a un dettaglio simile, pensando pure che quelli sono proprio gli ultimi calzoni rimasti?
L’idillio del POV coerente dura poco e il Narratore cade preda della prima crisi:

“Ash” chiamò Dhaval, che ricevette in risposta un sacchetto, preso al volo prima che si schiantasse sul suo naso largo.

“Ricevette in risposta” sposta il POV su Dhaval (Ash dal proprio punto di vista gli ha tirato il sacchetto, Dhaval dal suo punto di vista ha ricevuto in risposta il sacchetto), ma il “suo naso largo” (“suo”, “di lui”, di un esterno al POV che osserva -che altrimenti sarebbe il “proprio naso” o meglio ancora “gli si schiantasse sul naso”, senza riferimenti alla proprietà-) con tanto di constatazione della larghezza informa che il POV è di Ash. O meglio: il POV è in mano al Narratore, crollato al suolo, con la bava alla bocca, in piena crisi epilettica.
E il POV infatti supera la rete, rimbalza e viene respinto di nuovo a Dhaval:

“Il meglio che sono riuscita a trovare” gli disse Ashwini alzandosi.

“Gli disse”, ovvero disse a lui, al POV Dhaval, altrimenti se il POV fosse Ash sarebbe un semplice “disse Ashwini, alzandosi”. Ah, ovviamente questa passione per i gerundi, come la passione in altri testi per l’ablativo assoluto, è una pessima scelta narrativa. Difficilmente si fanno davvero le cose in simultanea (Ash si alza piano apposta per far durare “l’alzandosi” per tutta la frase detta?).
Visto che il narratore può scegliere come immaginare le scene, è meglio piantarla di far fare sempre qualcos’altro ai personaggi mentre parlano: possono alzarsi e poi dire la battuta, o il contrario, senza bisogno di sovrapporre le cose per il gusto masochista di peggiore la propria scrittura.

Si era praticamente spogliata, rimanendo in sottoveste bianca stretta in vita dal corsetto allentato, e gli anfibi aperti sciaguattavano ad ogni passo.

Qui potremmo essere nel POV di Ash oppure no, ma l’immagine esterna e il “praticamente spogliata” suggeriscono che il POV sia quello dichiarato poco fa, ovvero quello di Dhaval. Sottolineare che essere rimasta con addosso solo la sottoveste e il corsetto allentato equivalga a essersi “spogliata” è inutile: lo possiamo intuire da soli che le brave ragazze non girano di regola senza pantaloni (li ha levati e poi ha rimesso gli anfibi slacciati). Volendo si poteva aumentare la qualità della scena facendola parlare e lanciare il sacchetto mentre si spogliava, tenendo il POV su di lei.

Giunta di fronte a Dhaval questi alzò un panno umido per pulirle i resti di adesivo dalla faccia, mentre con l’altra mano reggeva l’involucro che si agitava.
Il panno scivolò dal viso al collo alla curva dei seni.
Ashwini a quel punto si allontanò senza parlare, abbracciando con lo sguardo la macchina dietro di loro.

Uhm. Prima Ashwini e Dhaval sono uno di fronte all’altro, poi Ashwini si allontana. Ora ci sono tre possibilità: tira dritto e supera Dhaval, che per qualche misterioso motivo non si volta; supera Dhaval e Dhaval si volta per seguirla con gli occhi; si gira e torna indietro (e Dhaval è già orientato in quella direzione e le guarda le spalle).
In che modo Ashwini può guardare una macchina che si trova, mentre la guarda, simultaneamente alle spalle sia sue che di Dhaval? Come si fa ad abbracciare con lo sguardo un oggetto posto dietro i propri occhi? Non sta buttando uno sguardo dietro le spalle, con la macchina che è sia dietro Dhaval che dietro di lei: sta “abbracciando con lo sguardo”. Sta usando il pieno campo visivo. Forse ha il collo spezzato e la testa si è girata di 180 gradi… ^_^”"

Il racconto è brutto, pieno di salti di POV, sia legittimi (ma di pessima scelta) che sbagliati. Un altro esempio di Narratore in crisi epilettica:

Qualcuno bussò e Lord Withrow, colto di sorpresa, tracciò con la piuma uno sfregio sulla carta.
“Avanti.”
Lord MacLean entrò richiudendosi rapido l’uscio alle spalle.
“Dov’è?” chiese Withrow, la voce simile alla lama affilata d’un rasoio.
[...]
Lord MacLean s’inchinò senza replicare, maledicendo in cuor suo l’animo superstizioso della regina.

Prima il POV è su Withrow, poi sbanda un attimo su MacLean (“chiese Withrow, la voce simile alla lama affilata d’un rasoio.”) e alla fine, convulsioni e schiuma alla bocca per l’amato Narratore, ci troviamo sbalzati proprio nella testa di MacLean.

Gli avverbi di modo ci fanno ciao, come le caprette di Heidi, talvolta da soli e talvolta in gruppo:

Normalmente usava la sua voce ruvida solo se strettamente indispensabile.

Scartato. Grazie per aver partecipato.

 
Fil Rabbit
Un testo che parte male, ma quanto meno ha la coerenza di confermare le aspettative. Si inizia con un italianissimo:

Nella zona est della città giace un laboratorio segreto che sembra situato alle soglie dell’inferno.

Descriverlo un po’ proprio no, eh? Appiccicare solo un’etichetta Chiquita (segreto) che non significa una ceppa non è un po’ poco?
Poi prosegue con:

Un uomo opera nell’ossessione più profonda alla ricerca della felicità assoluta.

Forse è colpa dei miei studi Gielleschi arrugginiti, ma non mi pare che nemmeno il Sommo Water sia mai giunto a un simile livello d’Arte.

“Mi senti?” Sussurra una voce roca e baritonale nell’orecchio di Aldo, un uomo di circa mezza età legato e imbavagliato su una grossa tavola di legno. Una potente lampada appesa a un timpano d’ottone dorato riflette un bagliore accecante negli occhi dell’uomo. La sua vista è già molto affaticata per l’alta concentrazione di fumo che padroneggia nel salone. L’uomo ha soltanto una canottiera e un paio di mutande. I suoi vestiti sono ammassati in un grosso secchio di latta poco distante dalla grande asse.
Si sentono dei rumori striduli, un ingranaggio che gira molto lentamente emette quelle vibrazioni sinistre e ridondanti che aumentano di secondo in secondo. È una grossa ventola che acquista sempre più velocità, è situata sotto la tavola e il signor Aldo percepisce dei piccoli spifferi d’aria gelata provenire dalle crepe del legno.

Aldo è il POV, o almeno avrebbe l’intenzione di esserlo, ma si vede come un Narratore esterno che lo descrive. Curioso. Mi domando quanti autori vivono nella perenne condizione di avere una proiezione astrale di sé stessi che li osserva, generando quella combinazione POV/non-POV/Narratore che piace tanto. Sovrannaturale.
Chiamiamo un parapsicologo.

Come detto all’inizio, il testo dopo non migliora. Tra aggettivi (“oscure ed enormi lenti nere”) ed avverbi di modo a piacere (“due grosse siringhe posizionate in maniera perfettamente parallela”: evidentemente si può essere ancora più che paralleli!), ho smesso di prendere appunti a metà racconto. E la mano già faceva male.
Voglio giusto sottolineare un intervento narrativo dell’U.C.A.S., Ufficio Complicazione Affari Semplici, a cui temo sia stata delegata la revisione del racconto:

La sua vista è già molto affaticata per l’alta concentrazione di fumo che padroneggia nel salone.

Che prima dell’intervento dell’Ufficio credo fosse così:

Il fumo che invade il salone gli fa bruciare gli occhi.

O qualcosa di simile, magari mettendo prima il fumo e poi Aldo che vede a fatica tra le lacrime.

Da manuale anche il classico Dialogo Sui Massimi Puntini:

“Sono… sono molto fortunato… ho una bellissima moglie e… dei bellissimi figli… perché io…” Aldo scandisce le parole a scatti a causa del liquido che sale sempre più velocemente diramandosi nel tessuto cerebrale.
“Io… sono un uomo importante… ho tante donne, tanti soldi… io sono ricco… ricco… dio… sono un dio… sono una luce… sono quella luceeeee…”

Il Valhalla della Narrativa ha ricevuto scorte di puntini per i prossimi duemila anni, grazie al solerte invio di generazioni di principianti. Si consiglia la prossima volta di inviare scatole di barrette Mars (P.S. Dick ha chiesto un vibratore nuovo visto che Heinlein non gli ha più restituito il suo).

 
L’incontro
Prima frase:

In un grigio cielo, avvolto da pesanti e scure nubi, si muoveva un’aeronave rosso sangue.

Grigio. Pesanti. Scure. Rosso.
Quattro aggettivi per sedici parole, inclusi articoli, congiunzioni e preposizioni: aggettivazione al 25%.
Aggettivi inutili: o tieni il cielo grigio (perché ovviamente ci sono le nubi) o dici che ci sono le nubi scure (e difficilmente sembreranno meno che pesanti, se sono scure e cariche d’acqua). Una minzione menzione speciale per l’aeronave “rosso sangue”: deve esserci voluto parecchio per trovare un modo di definire il rosso così innovativo e originale. Ti darei la mano, ma ho appena pisciato e non me le so… qua la mano, complimenti vivissimi! ^_^

V-Vegeta, quanti aggettivi ci sono ora?

Parte con cliché e banalità per poi seppellirci sotto tonnellate di info inutili che fanno background. Inutile riportarle, potete leggervelo da soli.
Non è narrativa. Cerca solo di assomigliarci.

 
Manoscritto trovato su un’aeromobile precipitata
Troppe info inutili e troppo background. Viola il basilare precetto narrativo che quello che va scritto è ciò che succede “Qui & Ora” e non eventi precedenti riassunti e ricordati dal protagonista. Se gli eventi sono così importanti da essere la vera storia, si parli di quelli. Se il racconto non sta in piedi senza quegli eventi, si scriva un romanzo che parte da quegli eventi e arriva al finale mostrato nel racconto, senza dover riassumere tutto. “Qui & Ora”, non mi pare difficile.

Il racconto è buggato fin dalla struttura e non si fa mancare altri difetti. Quando si arriva al vero contenuto del racconto, questo è spesso riassunto e raccontato.

Arrivo silenzioso, dal cielo, in una notte senza luna. Invisibile e silenzioso. Si accorgono di me solo quando ho la mia lama alla loro gola. Troppo tardi.
Elimino le guardie, silenziosamente, con il mio coltello. Letale, mi aggiro per i corridoi vuoti e tetri del palazzo. Mi muovo lentamente, in maniera sistematica, senza lasciarmi sfuggire angoli bui o salette laterali, esplorando una a una le sale del palazzo, dal tetto dove ho ancorato l’Eudora fino al sottosuolo dove so Costanza essere prigioniera.

Tutto scorre liscio, non c’è tensione, non c’è reale conflitto.
È il riassunto di un racconto unito al concept di un romanzo.
Mi spiace dirlo perché l’autore mi sta simpatico, ma questa non è narrativa.

 
Si vis pacem…

Il cargo attraccò al porto dopo molte settimane di viaggio.

Irrilevante per la storia. Basta che attracchi ora. Tagliare.

Nonostante il motore della nave fosse stato arrestato prima di entrare nell’insenatura, la gigantesca ruota da sessanta pale di bronzo al tungsteno impiegò almeno un quarto d’ora prima di fermarsi completamente. Dodici volani accoppiati modello Junkers-Graf l’avevano mantenuta in movimento fino ad allora.
Il Duca di Brandeburgo, Conestabile del Regno, attendeva la nave e quindi il suo carico, già da alcune ore. Era rimasto a scrutare l’imbocco del porto incurante del gelido vento che soffiava impietoso dal Baltico. Aveva rifiutato più volte un’impronunciabile e forse imbevibile acquavite polacca offertagli dal responsabile del molo, un tarchiato e goffo Sottufficiale da sempre vissuto in Pomerania.

Se il Duca è il POV, tutto il primo pezzo si può tagliare. Meglio partire col Duca, dando quel minimo di background sull’attesa e basta. Un esempio di correzioni minimaliste:

Il Duca di Brandeburgo, Conestabile del Regno, attendeva la nave e quindi il suo carico, già da alcune ore. Era rimasto a scrutare l’imbocco del porto, incurante del gelido vento che soffiava impietoso dal Baltico. Aveva rifiutato più volte un’impronunciabile e forse imbevibile acquavite polacca offertagli dal responsabile del molo, un tarchiato e goffo Sottufficiale da sempre vissuto in Pomerania.

O si tiene questo riassunto come impostazione dell’inizio oppure si rifà tutto col POV del Duca, evitando il background minimo. Io eviterei a priori il background minimo ogni volta che si può: se il filtro del POV è meglio, che lo si usi. Non ha senso fare le prime righe di un testo meno bene di come si potrebbe. In realtà andando avanti a leggere non c’è un vero POV nella scena iniziale: il Narratore impera, seduto su un sacco di patate, con lo scettro della sciatteria saldo nel pugno.
E se gli gira fa un’incursione nella testa di qualcuno:

- La merce deve essere molto preziosa per richiedere il suo disturbo – aggiunse il Sottufficiale con l’intento di conquistarsi sia la benevolenza del superiore che notizie utili per eventuali capovolgimenti di fronte.

Grazie per essere balzato nella testa del pomerano per spiegarci i suoi intenti: peccato solo che dei suoi intenti non ci possa fregare di meno (e i lettori non sono fan di Licia scemi per cui lo capiscono da soli che un simile linguaggio da lecchino implica il voler leccare il culone del Duca).

Commentare ciò che si commenta da solo, assieme all’abbondanza di informazioni inutili, è tra gli elementi caratteristici dell’opera:

Agli alloggiamenti dell’equipaggio non era stata destinata alcuna comodità, ma questa era la regola nelle navi mercantili di grande stazza. Le brande dei fuochisti erano posizionate sui depositi di carbone mentre gli alloggi dei macchinisti, degli idraulici e dei vaporisti, erano a ridosso della sala macchine, in balia del caldo opprimente ed del frastuono assordante che si sprigionava dai motori d’ultima generazione, alimentati a carbone minerale e scarti di oli vegetali.

Se l’equipaggio dorme in brande sui depositi di carbone o “in balia del caldo opprimente ed del frastuono assordante”, penso che il lettore lo possa capire da solo che “agli alloggiamenti dell’equipaggio non era stata destinata alcuna comodità”, no? Nihal piange disperata, perché è triste…

Comincia con una scena. Prosegue con un’altra. Poi si passa a un altro POV ancora. Ci sono i conigli, ma vabbé, prima c’erano le macchine prussiane (e quindi?). Tutti muoiono e un nuovo POV ancora, da qualche parte tra i carri dei rifornimenti, osserva la strage.
Finisce con una morale trita sull’evoluzione degli orrori della guerra e con un abuso Molto Italiano di aggettivi a caso:

Quello che trovarono i soldati della colonna logistica quando arrivarono al campo, fu l’orrore assoluto.
L’esercito prussiano, dopo essersi nutrito per giorni con cibo contaminato da un virus innaturale e implacabile, moriva rapidamente flagellato da un nuovo modo di combattere la guerra che, nel giro di pochi giorni, aveva sopppiantato le pur moderne tecniche belliche. Un sistema poco selettivo che avrebbe irretito l’umanità imponendo nuove regole.
Se vuoi la pace, prepara la guerra.

“L’orrore assoluto”, quello dell’uomo posto di fronte a una transumanza senza greggi. Cose che l’umanità non dovrebbe conoscere.
Mancano i graffiti osceni, blasfemi, oscuri e quello-che-era degli horror per bambini editi da Mondadori.

Neanche questa è narrativa.
Non è l’evoluzione di un personaggio che affronta ostacoli, sia interiori che fisici, per raggiungere un obiettivo, il tutto secondo un filo conduttore riconoscibile detto “premise”.

 
Coniglio con patate
La storia non era neanche troppo brutta, giusto i soliti errori, ma il finale è veramente scemo, buttato alla cavolo.
Non c’è bisogno di ulteriori commenti (a parte che i fucili tesla nel 1870, quando Nikola Tesla ha appena compiuto 14 anni, sono un tantinello precoci). Il coniglio aveva un suo ruolo, ma non c’era alcun elemento veramente conigliesco (l’estetica del coniglio): una volta cotto e imbottito di esplosivo, tanto valeva che fosse un pollo o un tacchino. Un piccolo consiglio: meglio scandire i dialoghi con dei simpatici accapo invece di mettere tutte le battute una in fila all’altra sulla stessa riga.

Non merita commenti ulteriori.

 
Appuntamento col destino
Il problema principale dell’inizio del racconto è la voglia di usare termini diversi per indicare gli stessi personaggi e introdurli a sorpresa senza averli mostrati prima. Si comincia con solo il mercenario, poi appare la ragazzina così, come se fosse sempre stata lì. E poi gli altri, presentati in modo confuso nel corso dell’azione (il guerriero col demone diventa “la figura accanto all’uomo rettile”). L’imprecisione domina l’opera anche in dettagli di poco conto che impediscono una visualizzazione delle scene sempre soddisfacente, ad esempio quando Angelica prende “l’arma di precisione”: non è più semplice dire che è un fucile?
Sarebbe meglio usare il POV di Alexandr per tutto il tempo, passando ad Angelica solo quando necessario (nell’ultima scena, ad esempio). Come sempre usare il POV risolve ogni problema possibile: Alexandr conosce i suoi compagni, non può per definizione usare termini vaghi o giri di parole per descriverli, come farebbe invece uno sconosciuto. E si eviterebbero scene con il Narratore Epilettico che ci mostra cose a caso, senza rimanere fermo in un posto:

«Sono tutti qui.» comunicò agli altri. Parlava nella trasmittente all’interno della maschera; tutti ricevettero la segnalazione.

Esattamente quale POV, a parte il narratore onnisciente, può sapere che tutti hanno ricevuto la comunicazione?

Le pallottole si incagliarono nella schermatura. Il britannico alla guida accennò un sorriso soddisfatto. Poi sgranò gli occhi.

È Finn che vede questo o il Narratore? A che distanza è per vedere così bene il volto del britannico dopo aver conficcato un’orgia di proiettili nel vetro dell’esoscheletro? Gli ha sparato a bruciapelo? Non sembravano così vicini da come era costruita la scena e bastano pochi metri per non vedere dettagli insignificanti (e che essendo tali non meritano attenzione) nel pieno dello scontro. Il lettore non dovrebbe mai avere dubbi sulla scena (e comunque che ci facciamo col POV di Finn all’improvviso?).

Passiamo oltre.
I gerundi (barbara popolazione nomade dell’Asia) fanno ancora vittime:

La terra iniziò a tremare. Alexandr afferrò la ragazzina per una spalla e la spinse dietro la propria schiena imbracciando il fucile;

L’afferra per una spalla e la spinge dietro di sé (ok) mentre simultaneamente imbraccia il fucile, ovvero lo porta in posizione di tiro contro la spalla, fattibile in modo utile solo disponendo della mano di sostegno oltre che di quella sul calcio? Sarebbe meglio prima spingere Angelica indietro, con una mossa rapida che la fa cadere in ginocchio, e poi piantarsi il calcio del fucile contro la spalla.

Comunque l’opera non mi dispiaceva. Finché sembrava un avvenimento localizzato nella zona di Pripjat’ avevo buone prospettive di considerarlo tra i lavorabili in previsione dell’inserimento nell’antologia. I personaggi mi piacevano, le scene d’azione c’erano, il tutto aveva un buon sapore Steampunk Fantasy. Il problema è che dopo parte per la tangente e si vede che la storia è troppo ampia per i limiti del racconto. Pare il concept di un romanzo, con scene abbozzate da cui partire per sviluppare la vera opera, non un racconto completo in sé.
Peccato.

 
Squadra Speciale 0
Finalmente un errore nuovo. Era ora! Il romanzo comincia con un dialogo bello lungo, senza alcuna azione, nessuna descrizione minima dell’ambiente, nessuna possibilità di visualizzare i personaggi. Alcuni italioti, ad esempio una famosa Troll di FantasyMestizia, usano la definizione di “Teste Parlanti/Galleggianti”. Come capita regolarmente nella lingua italiana, ad esempio con la parola “focalizzazione” parlando della questione del POV, le definizioni hanno nomi che in sé confondono le idee invece di aiutare la comprensione.
“Teste Parlanti” è un nome cretino perché fa immaginare qualcosa di visivo: teste senza corpo che parlano. In Futurama non sarebbe neppure troppo strano un dialogo tra Teste Parlanti. Peccato che in realtà non vediamo nemmeno delle teste: non vediamo niente.
Io preferisco chiamarlo con un nome che indichi quello che è: Voci nel Vuoto. Niente sfondo, niente personaggi, solo Voci.

Dopo un inizio così si lancia nell’errore opposto: muri di testo senza dialoghi. Con info inutili a piacere e una pioggia dorata di avverbi (e tripli punti esclamativi e “?!” di dubbia utilità). Avevo fornito dei consigli all’autore con la versione precedente del racconto, molto diversa, ma la situazione non è migliorata granché. I consigli precedenti rimangono validi. Il consiglio di leggere gli articoli di Gamberetta diventa un imperativo categorico.
Buona fortuna.

 
Kaninen
Una delle opere che ha torturato maggiormente la mia lettura. Quasi quanto le prime pagine di Oggetto d’Amore. La cosa migliore che si può dire è che il tavolo da gioco di Strategia è un’idea simpatica. Fine. Sulle cose negative da dire c’è possibilità di sbizzarrirsi, ma una ridottissima selezione dovrà bastare visto che non ho né voglia né tempo di maltrattare il racconto:

Marvin si riprese quando l’acqua gli era ormai arrivata alla vita. Non aveva un granchè idea di dove si trovasse, ma era sicuramente un posto scomodo, pieno di spigoli. E c’era acqua. Tanta acqua.
Senza ancora aprire gli occhi cominciò a tastarsi intorno. Pietra. Scaloni di pietra viscidi. Scaloni di pietra viscidi di alghe.
Orgoglioso di quello che era riuscito a capire con quel minimo di sforzo, Marvin si concesse qualche minuto di riposo congratulatorio.

Se i personaggi vanno valutati in base a quanto l’autore ci dice di loro, mettendoli in mostra, possiamo affermare senza errore che Marvin, “orgoglioso di quello che era riuscito a capire con quel minimo di sforzo”, è un ritardato[Nota Extra].

Marvin aveva conosciuto Arturo Einaudi la prima volta quando era stato avvicinato dalla madre,

È davvero necessario precisare “la prima volta”. Si conoscono le persone più di una volta? Forse si intendeva “incontrato la prima volta” (che è ciò che sta dietro il “conosciuto”)?

E chi si priverebbe mai delle gioie di un doppio avverbio?

non aveva più la forza di stargli dietro personalmente, specialmente da quando, qualche mese prima, si era gettato nella musica.

Sublime.

L’editor di maggior successo in Italia, l’Agenzia Letteraria U.C.A.S. vista prima, ha revisionato con attenzione anche questo racconto, donandoci perle come:

si ritrovò ad accettare l’incarico

Perché evidentemente “accettò l’incarico” è troppo semplice.

L’impressione finale, analizzando la mole di errori che infesta ogni frase, è che l’autore abbia pensato che stessi scherzando quando ho detto di leggere i manuali e gli articoli di Gamberetta. Qualcosa del tipo “Duca, ho tolto tutti gli avverbi di modo, ridotto gli aggettivi e usato un POV sensato! Che faticaccia!” – “Sorpresa: sei su candid camera!”. No, non stavo scherzando.

 
L1L0
Questo era un racconto che sembrava partire molto male, per via del tono e della voce molto caratteristica del POV, ma poi si capisce il motivo e ci si può godere lo strambo personaggio principale: un automa da guerra la cui personalità è basata sull’umorismo ebraico, unico modo per evitare che si suicidi dopo aver constatato di essere composto da “tre cervelli di scimmia e un bollitore”.

L’ho trovato molto simpatico e coglie bene lo spirito demente dello Steampunk originale. Per gli errori vedrò direttamente con l’autore.

 
Sogni a vapore
Tralasciando gli errori più semplici, il problema di questo racconto è che non è un racconto. Non lo è perché la protagonista non affronta davvero delle sfide, non supera davvero degli ostacoli e non ha nemmeno un obiettivo vero se non trascinarsi dalla situazione iniziale e quella che, più che finale, sembra intermedia in attesa dello svolgimento della vera storia (che non c’è).

Vuole scappare di casa? Nessun problema. Il fratello potrebbe fermarla, possibile conflitto fisico o psicologico? No, non ci prova nemmeno (perfino la protagonista se ne stupisce, figuriamoci il lettore). Dorme fuori casa, su un albero? Ovviamente nessun incidente: né poliziotti di ronda né malintenzionati. Poi decide che vuole lavorare in un fabbrica di robba meccanica perché adora le meccanica. Nessun problema, è assunta, sulla fiducia e con un nome falso. Si prendono pure cura del coniglietto mentre è al lavoro il primo giorno!
Dov’è la storia? Dov’è il conflitto? Dov’è la sofferenza del protagonista che viene preso a calci in culo fino all’ultima scena, quando trionfa e lo mette nel sedere a tutti?

In più, molto fastidioso, la protagonista parla più volte direttamente ai lettori. Come se lasciasse la scena montata sul palco, si sporgesse verso il pubblico e commentasse. Questo annienta la possibilità di immaginare la vicenda come reale.

Comunque poteva essere peggio: è scorrevole e la lettura non è stata odiosa e dolorosa come con altri testi.

 
Saltellando verso Est
Ci sono dirigibili carichi di elio infiammabili come se fossero carichi di idrogeno. Conigli giganti (un po’ particolari, come si scopre nel finale) con il pelo di cotone e una maschera in faccia. Avvenimenti con poco senso, in un’ambientazione surreale. Umorismo che non fa ridere, vista la depressione venuta leggendo:

Il rugoso ometto fece segno alla Padrona di chinarsi: quando l’ebbe fatto, lui si sporse sulle punte dei piedi (era DAVVERO basso) infilati in un paio di leggerissimi sandali e mormorò, o perlomeno così pareva voler fare, nonostante la sua voce echeggiasse in maniera poco dissimile da poco prima.
« Sa cosa vuol dire scambiare un cactus per la propria moglie in lingerie? Non è una bella cosa. »
Altro segnale vocale: questa volta i coloni portarono ciascuno una mano nella zona inguinale, contraendo il volto in una smorfia.

Il narratore che parla al lettore:

Ora, vi starete chiedendo dove, in tutta codesta vicenda, si trovi l’esempio a cui mi ero inizialmente riferito. I meno smemorati di voi rimembreranno sicuramente la menzione della pericolosità dei dirigibili menzionata qualche paragrafo prima, nevvero?

Descrizioni dal sapore liciano:

Le tre pulci recavano ognuna sul dorso una sorta di caldaia da cui sporgevano vari tubi, legata al ventre dell’insetto tramite cinghie in cuoio.

Contempliamo lo splendore dell’originale liciano:

Era una sorta di castello piuttosto massiccio, fatto di pietroni squadrati, che si sviluppava interamente sul ciglio di un’immensa cascata.

Non ci siamo ancora, ma manca poco.

Non mancano nemmeno le raffinate citazioni…

Io ne ho viste di cose che voi comuni borghesi di città non potreste immaginarvi: navi a vapore salpare dai porti della cornovaglia, e il metallo delle macchine luccicare nel buio nelle fabbriche dell’East Side… Ma animali che saltano così in alto, non ne avevo mai visti.

… da Blade Runner, come se dovessero far ridere.

I’ve seen things you people wouldn’t believe. Attack ships on fire off the shoulder of Orion. I’ve watched c-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gate. All those … moments will be lost in time, like tears…in rain.

Forse era meglio concentrarsi sullo scrivere una storia decente in modo decente. Anche qui i conflitti sono pressoché inesistenti e la storia è una sequenza di scene che non sembrano fatte per stare nella stessa opera.

 
Lowres
Racconto cyberpunk con un insignificante elemento dal sapore steampunk. È lì giusto per chi vuole darci un’occhiata. Magari la storia a qualcuno può piacere.

 
Tea Machine
L’idea della gara di Tennis (circa) è stupida. Il modo in cui si sviluppa, con entrambe le fazioni che barano ecc… è banale e raffazzonata. Le info inutili non mancano, sia descritte che pronunciate dai personaggi:

— Potrebbero bastare — rilevò Wingfield. – I nostri carri pesano una volta e mezzo i loro e sono meglio armati. Cannoni Krupp da 120 e mitragliatrici Gatling.

Sanno già come sono fatti i loro carri. Per pietà, tagliamo cose come “Cannoni Krupp da 120 e mitragliatrici Gatling”. Non servono alla storia, non significano niente per il lettore ed è innaturale che vengano spiattellati così.

— Abbiamo anche ingente artiglieria ferroviaria, – proseguì Lucan — ma il problema è che siamo quasi tagliati fuori dai rifornimenti. Il carbone in polvere per i carri e i cavalli è strettamente razionato, per non parlare delle munizioni, mentre quei dannati diavoli col colbacco hanno la grande madre Russia, appena alle loro spalle, che li foraggia in continuazione.

E un bel “As you know, Bob” proprio no?

Lucan inarcò entrambe le sopracciglia.
— Un battipanni??!!

Grazie: fa sempre comodo della punteggiatura in più nel Valhalla della Narrativa, ma avevamo detto prima che sarebbe meglio inviare delle barrette Mars. E Dick aspetta ancora il vibratore nuovo.

Il finale è un non finale, slegato come l’inizio dal resto della storia: Wingfield torna al suo alloggio e riesce a far funzionare la macchina che fa il tè. Gli resta solo da accendere il sigaro. E chissenefrega no?

 
Jocelyn
Non mi dice niente. Storia banale e poco credibile, con una nazione abituata al terrorismo che non fa nessun controllo significativo prima di far entrare un tizio (che poi è perfino una donna con una bomba nel corpo) nonostante sappiano benissimo che il mondo è zeppo di squinternati anarchici disposti al suicidio pure di far crollare lo scavo.
Le norme di sicurezza minime prevederebbero quantomeno di spogliare i nuovi assunti e disinfestarli prima di consegnare le nuove tute da lavoro (e basterebbe questo a scoprire che è una donna con un orrendo impianto che le sporge dal torso), poi ficcargli due dita in culo come in carcere per controllare che non abbiano dentro un candelotto di dinamite. Invece niente. Non ha senso nemmeno che si porti una bomba nel corpo, per far saltare i depositi di esplosivi comodamente a portata di mano: bastava davvero un candelotto su per il culo (che ci vuole?) visto che nessuno controlla un tubo. E sono a venti miglia dalla più vicina “presa d’aria”, come viene fatto notare, a scavare il tunnel sotto la Manica in condizioni di vita estreme e misure di sicurezza (per il cantiere, non per gli operai) che non possono che essere massime.

Vabbé, guardiamo un paio di frasi.

Sento gli operai che discutono tra loro e soprattutto sento l’incessante scavare delle trivelle. Sono come grosse talpe che divorano la terra e la risputano insieme ai soffocanti sbuffi di vapore e fumo. Le fornaci che le alimentano sembrano ruggire fameliche e insaziabili e riscaldano l’aria rendendola soffocante. L’aria non basta mai qua sotto.

Qualcosa così, levando i dettagli inutili ma senza stravolgere il brano:

Il frastuono delle trivelle non cessa mai. Grosse talpe che divorano la terra e la risputano assieme a sbuffi di fumo. Le loro fornaci ruggiscono e rendono l’aria bollente.

Andiamo al finale:

Anche il quarto bottone si slaccia e ora posso aprire la camicia, posso mostrargli ciò che sono diventata.
L’ufficiale guarda e inorridisce. Vedo il terrore e il disgusto nei suoi occhi.
Perché ora sta osservando il mio ventre, solcato da una profonda cicatrice verticale e sta osservando l’ingranaggio metallico che sporge dalla mia pelle. Sta guardando la macchina.
Quello che i suoi occhi non vedono sono le quattro libbre di dinamite che covo dentro al mio corpo, come una madre amorevole.

Che potrebbe diventare una cosa così:

Slaccio il quarto bottone e apro la camicia.
“Per Dio…” l’ufficiale indietreggia di mezzo passo. Il revolver gli trema nella mano.
Una cicatrice slabbrata mi taglia in due il ventre. Un ingranaggio sporge dalla carne viva unta di pus. Puzza di putrefazione.
Vedo il disgusto negli occhi dell’ufficiale. Ma quello che i suoi occhi non vedono è che sono incinta di quattro libbre di dinamite.

Fanno ancora schifo le frasi. Sarebbe meglio ripensare tutte le scene invece di aggiustare a cavolo quelle esistenti. Aggiustare a cavolo non funziona: la roba brutta rimane brutta. Solo una riscrittura, ripensando ogni dettaglio da zero, la migliora per davvero.

Velo pietoso su una ditta che si chiama Metal & Steam.
E non mancano ovviamente le info inutili per spiegare gli eventi passati.

 
Il varco

Quando ricevetti quella missiva, pensai subito ad uno scherzo. Non vi era il mittente sulla busta, solo il mio nome e l’indirizzo. Lo trovai strano, ma non gli diedi troppa importanza: l’archiviai tra le altre carte e non ci pensai più.

Io non sono un uomo fantasioso e non credo al caso… Preferisco chiamarle coincidenze. Tuttavia, quella sera avvertì qualcosa di strano.

Stavo sfogliando pigramente “La macchina del tempo” di Wells, quando lo sguardo mi cadde sulla lettera; si trovava in cima ad una pila di documenti. La osservai a lungo e infine mi decisi e la aprii. Non riconobbi subito la scrittura, ma dopo aver preso confidenza con quella strana calligrafia riemersero nella mia mente ricordi sepolti ormai da tempo.

Ricordate cosa ho detto sulle info inutili e sugli incipit? Snelliamolo.

Quando ricevetti quella missiva, pensai subito ad uno scherzo. Non vi era il mittente sulla busta, solo il mio nome e l’indirizzo. Lo trovai strano, ma non gli diedi troppa importanza: l’archiviai tra le altre carte e non ci pensai più.

Io non sono un uomo fantasioso e non credo al caso… Preferisco chiamarle coincidenze. Tuttavia, quella sera avvertì qualcosa di strano.

Stavo sfogliando pigramente “La macchina del tempo” di Wells, quando lo sguardo mi cadde sulla lettera in cima ad una pila di documenti. L’avevo lasciata lì dalla mattina. La osservai a lungo e infine mi decisi e La aprii. Non riconobbi subito la scrittura, ma dopo aver preso confidenza con quella strana calligrafia riemersero nella mia mente ricordi sepolti ormai da tempo.

Continua a fare schifo e rimane troppo narrato, ma le prime righe di background non si potevano proprio vedere.

Guardai l’orologio perplesso: erano le 23.35 del 26 agosto.

Chi è perplesso, lui o l’orologio? Una virgola non ha mai ucciso nessuno.

Posai la lettera che ancora stringevo tra le mani sul tavolino di legno

Se non l’avesse ancora tra le mani come farebbe a posarla? E “tra le mani sul tavolino di legno” fa pensare che le mani siano sul tavolino di legno. Lo svantaggio delle lingue posizionali è che bisogna fare un sforzo minimo per mettere le parole nell’ordine giusto: non basta spargerle in un ordine qualsiasi. Forse l’autore dovrebbe scrivere in una lingua basata sui casi, come il latino.
Messaggio urgente dal Valhalla della Narrativa: Virgilio protesta per la malsana l’idea.

Salii in carrozza aiutato da un giovanotto in vestito rosso, mi sistemai in uno scompartimento semi libero; assieme a me viaggiavano due donne e un reverendo.

Lo scompartimento “semi-libero” non si può vedere. Qui si fa a gara con Rocca.

Un enorme WTF sul fatto che il protagonista non sappia nemmeno quanto dovrebbe impiegare per arrivare a destinazione il treno su cui sta viaggiando. L’astuto autore immagina che lo stupore di scoprire di essere arrivati in 45 minuti invece che in 2 ore sia una buona idea per mostrare la potenza del Carbonitro. No, fa solo sembrare il protagonista deficiente: non si è informato prima di comprare il biglietto su orari di partenza e di arrivo? Non ha visto da solo di star salendo su un nuovissimo treno a Carbonitro, che sicuramente sarà sponsorizzato come da noi il Freccia Rossa?

Diamine, aveva la mia stessa età, ma sembrava che si fosse addosato sulle spalle tutto il peso del mondo.

Il Valhalla della Narrativa ringrazia per la frase fatta inviata, ma ricorda che stanno ancora aspettando la scatola di barrette Mars. E il vibratore.

A parte la bellezza dello stile e l’intelligenza del protagonista, l’opera è apprezzabile anche per la precisione maniacale nei dettagli:

-Ancora una porta-mi disse a bassa voce. La porta in questione distava da noi circa 10 metri

Metri. Non iarde. Ha proprio scritto metri.
Lo devo interpretare come una retrofuturistica vittoria del Sistema Metrico su quei barbari senza Dio di inglesi e statunitensi? O una raffinata presa di posizione meta-narrativa sul diritto per il lettore di leggere unità di misura comprensibili al volo, e quindi trasparenti, invece di folcloristici babbling senza significato per i più (pollici, iarde, stadi, piedi, galloni…)? Posizione che sarebbe anche condivisibile, se non fosse che se uno scrive bene non ha quasi mai bisogno di fare paragoni riferiti alle unità di misura (si veda l’articolo sul Mostrare) per cui il problema NON si pone.

 
Risiko
Il problema più grave del testo è l’assenza di credibilità dei dialoghi. Come spiegato in lungo e in largo in più sedi, ogni volta che si parla di dialoghi, esce il problema delle parolacce. Le parolacce devono suonare credibili e venire localizzate tenendo conto dell’economia complessiva dei dialoghi. Spiegandolo in modo molto semplice: i dialoghi che uno legge sono TUTTI i dialoghi esistenti nel mondo narrativo. Punto. Se i personaggi dicono “cazzo” ogni quattro parole, viene fuori un mondo in cui il 25% delle parole pronunciate è “cazzo”. Questo non è realistico: è idiota. Se si sceglie di far parlare solo personaggi che vanno indicati come buzzurri e volgari, e nessun essere normale avrà mai la parola, basta usare un numero molto ridotto di “cazzo” e “merda” per passare il significato.

I dialoghi non sono veri dialoghi, sono approssimazioni narrative il cui scopo è conseguire il risultato atteso. Punto. Nei dialoghi non si scrive “cioè… ah… tipo, capisci no? Ma daaaai che capisci. Cioè, dai, ma verameeente???” I 50 minuti di telefonata di quella cazzo di oca che mi sono sorbito per tutto il viaggio da Milano a Bergamo, la scorsa settimana, non sono un dialogo credibile nella narrativa. E almeno lei era una fighetta e spingeva il suo culetto caldo contro la mia coscia, rendendo meno intollerabile la propria esistenza. E allo stesso modo non sono credibili “merda”, “cazzo” ecc… messi a manciate nelle frasi.
Quelle frasi sono tutte le frasi pronunciate nell’universo narrativo e l’universo narrativo non credo sia una caserma in cui il 90% dei concetti si esprimono con “cazzo”, “fare”, “merda” e “coso”. A meno di non voler fare umorismo trash.

In più le parolacce sembrano inserite “tanto per”, in frasi che suonano molto più credibili e naturali senza. Invece di dare l’idea di buzzurri a cui scappano spontanei insulti mentre parlano, sembra l’opera raffinata di chi inserisce a bella posa le parolacce perché si sente figo. Tipo un bambino di otto anni. E “maledizione”, che spopola nei dialoghi dei n00b (e qui lo otteniamo fin dalla prima battuta), non è che sia così diffuso nel parlato.

Non serve che le frasi assomiglino tutte a questa:

- Coglione! Ma che cazzo dici, eh? Ma sei fuori? Fottutissimo deficiente, lo sai cosa ci fanno i Pipes se ci beccano a parlare? Non dire cazzate, comunista del cazzo!

Basta anche una cosa più soft, così:

- Coglione! Ma che cazzo dici, eh? Ma sei fuori? Fottutissimo Deficiente, lo sai cosa ci fanno i Pipes se ci beccano a parlare? Non dire cazzate, Comunista del cazzo!

Abbiamo un “cazzo” e un “deficiente” su 16 parole complessive. Un tasso di volgarità del 12,5%. Meglio rispetto al 20,68% precedente (6 su 29) e va considerato che i pezzi tagliati erano solo funzionali all’insulto, non “arricchiti dall’insulto”, per cui in realtà pesano di più nell’economia delle volgarità della battuta. E poi cazzo-cazzate-cazzo suonava male, sembrava una cantilena.

Quindi oltre alla densità di insulti non credibile (ma che potrebbe appartenere a frasi volgari di per sé credibili, prese una per una), il problema si estende alle frasi dei dialoghi non credibili in sé. Esistono molte persone che parlano come se stessero leggendo un brutto copione, ma questo non significa che sia una buona idea imitarle. I personaggi dovrebbero parlare meglio del primo fesso che passa, anche quando sono loro stessi dei fessi. Finzione narrativa.

Nemmeno il resto del testo è particolarmente pulito. All’inizio la voglia di usare parole diverse per indicare le stesse persone porta a una visione confusionaria della scena, in cui prima ci sono “un altro inserviente” (rispetto a Giga che quindi è catalogato dal suo stesso POV come inserviente? WTF!) e “un terzo”, poi uno diventa un generico “l’altro”, poi assieme diventano “gli altri due” (tutto per non ripetere “inservienti” o non rendere più visive le scene), poi sono di punto in bianco solo “i due” e alla fine sono i “due portaferiti”. Ah, erano dei portaferiti veri e propri con tanto di lettiga. Chiamarli con un solo nome e tenerlo il più possibile proprio no?

Anche la scelta di rendere i più sboccati e cialtroni due Giapponesi, in barba alle descrizioni di Barzini sul loro superformalismo ipocrita contrapposto alla sincera mancanza di buone maniere dei Russi, mi ha lasciato perplesso. Forse era meglio renderli due napoletani. Possibilmente ex-camorristi. Così, tanto per dire…

La parte migliore del racconto è questa:

- Oh certo, la nostra amatissima Vittoria é una santissima vergine, immacolata da ottant’anni, e ci ama tutti come i suoi figli! Ma per favore, Jake! La Regina é una stronza, basta pensare a cosa ha fatto fare agli indiani, pensi davvero che ci tratterá meglio?
- Ma cosa c’entrano gli indiani? Le scimmie non contano, te lo sei dimenticato?

Seguito da

- [...] La guerra durerá almeno altri vent’anni, e le scimmie non sono infinite. Vedrete, una volta finite le scimmie e i negri, manderanno noi e tutti i nostri figli al macello!

Amen, fratello.

Tutti gli altri problemi che affliggono il testo, dalle info inutili alle incertezze del POV ecc… sono già state trattate in abbondanza. Inutile ripetere. L’errore nuovo era quello sopra e ho dedicato già il giusto spazio all’argomento. Aggiungo, giusto per completezza, che più che una storia sembra una sequenza di scene non troppo ben collegate. Manca un vero filo conduttore che dia il senso dell’unità del racconto e del suo sviluppo attraverso conflitti e sviluppo dei personaggi.
Peccato

 
Cacciatore e preda
Pessimo. Il POV non è credibile, invece di filtrare la realtà con i suoi sensi tende a parlarcene rovinando qualsiasi cosa capiti a tiro. Lo stile è dozzinale e incerto, afflitto da formule disfunzionali come

Cerco di annusare la preda, nonostante il carboniato e la distanza. È il tipo giusto: femmina; abbastanza in salute; poco contaminata dal carboniato, ergo in città da poco; giovane; alticcia quanto basta.

Non si “cerca di annusare”: o si annusa o non si annusa.

È a un metro da me.
Perché non la colpisco?
Un odore?
No, un suono, ecco cosa cambia tutto.
All’improvviso il rombo del dirigibile si smorza a sufficienza da permettermi di sentire il borbottio di due motori a vapore, mischiato al sibilo e al tintinnio di arti a vapore.

C’è davvero bisogno di domande retoriche?
Meglio limitarsi a dire quello che sente: il rombo che si smorza e il borbottio/tintinnio dei due tipacci in arrivo. Usa il POV e basta. Perché sembra così difficile filtrare la realtà con il POV? Il POV è l’essenza stessa della vita che sperimentiamo tutti i giorni, non è qualcosa che richieda studi particolarmente complessi per essere compreso nelle sue basi: è solo buon senso.

Dal cortile sbucano due tizi, armi in pugno. Aggiungo anche io il mio contributo di paura all’aria. Cacciatori. Scheiss.
Che il diavolo li prenda e li inculi tutti per l’eternità, per primi questi due!
Come sono fatti? Gli ho dato solo un’occhiata, ma credo che li ricorderò finché campo.
Sedia-a-motore è molto sovrappeso, ben vestito, completo verde scuro teso dal respiro trattenuto. Bei favoriti, biondi, adatti al faccione rubizzo e incazzoso, perfetti con l’elegante cappello a cilindro. Dal punto in cui si troverebbero i piedi si alza un treppiede di metallo cromato.

Generiche “armi in pugno” (un rastrello e un coltello da formaggio? Una mitragliatrice e una katana?). Due frasi completamente inutili, con un bel “Come sono fatti? Gli ho dato solo un’occhiata” che è un bel rivolgiamoci al lettore e vaffanculo la credibilità narrativa. Infine descrizione statica, tipo quadro.

La mia preda sviene, giù a terra come un sacco di patate. Prevedibile.
E poi?
Poi due spari, quasi contemporanei, dalle due pistole, uno così forte da farmi ronzare le orecchie.

E poi? E poi un facepalm così forte da mandarmi K.O. e l’uso immediato di Eraser con pulizia Schneier a 7 passi per cancellare definitivamente il racconto dall’Hard Disk. Srsly (no, l’ho letto tutto prima di bonificare dall’infezione il mio povero Western Digital).

Non è questo il modo di scrivere. Non al di fuori della Cricca del Fantasy Italiano e di altre lobby dedite all’incesto e alla sodomia cinofila, perlomeno. Meglio imparare a scrivere meglio se si vogliono raccontare storie: la Cricca ha molti membri, ma la pubblicazione non è così facile e la scalata nella gerarchia degli amyketti è faticosa. Sforzo per sforzo, tanto vale spendere le proprie forze a studiare la scrittura.
C’erano racconti peggiori, ma NON è salvabile senza un lavoro di riscrittura completo. Inutile tentare.

 
The Cog fo War

Peter non si sentiva per nulla a suo agio. Non era riuscito a dormire più di qualche ora, tramortito dal frastuono e dal calore; il suo abito di flanella era ridotto uno straccio, intriso di nerofumo e sudore. Stanco anche della lettura, abbandonò il piccolo libro di cronache sulla panca e si arrischiò a scostare la stuoia di vetiver dal finestrino.

Questo è l’inizio. L’intenzione è di dare prima un piccolo background per impostare la scena, fornendo dettagli non legati al “Qui & Ora”, poi proseguire. Ok, non è il mio metodo preferito, ma si può fare. Facciamolo allora un pochettino meglio, levando le cose inutili.

Peter non era riuscito a dormire più di qualche ora, tramortito dal frastuono e dal calore. L’abito di flanella era ridotto a uno straccio, intriso di nerofumo e sudore. Abbandonò il piccolo libro di cronache sulla panca e scostò la stuoia di vetiver dal finestrino.

Che scostarla sia un rischio (o comunque nessuno lo fa, da cui “arrischiarsi” a fare qualcosa di diverso) si capisce poco dopo.
Anche dopo si può togliere l’eccedenza di parole:

Tra le sottili fessure della veneziana d’acciaio iniziava a filtrare la luce; il paesaggio era monotono, più prevedibile di un cronometro Hooke. Nulla più che giungla, con variazioni di giungla e ancora giungla; con una spolverata di giungla e qualche chiazza marrone che poteva essere una capanna.

Che la veneziana sia d’acciaio non mi pare fondamentale. La luce che inizia a filtrare, ovvero la prima luce del giorno, immagino sia quella dell’alba. La monotonia della giungla si può ottenere con solo due ripetizioni. La “prevedibilità di un cronometro Hooke” è una porcata.

Tra le sottili fessure della veneziana filtrava la luce dell’alba. Il paesaggio era monotono, nulla più che giungla e ancora giungla, con qualche chiazza marrone che poteva essere una capanna.

Ho solo tolto parole inutili, conservando le frasi. Non è un vero editing, è solo una aggiustatina soft di fortuna in stile “caviamone il meno peggio prima che vada in stampa… Cristo, tra dieci ore! Aaaaahhh, babba bia!“. ^_^

Come sempre si consiglia di cancellare l’ovvio e le frasi che raccontano qualcosa prima di mostrarlo:

La traversata si rivelò estremamente faticosa, come risalire un fiume agitato.

Similitudine più abusata di un bambino in mano ai preti. E frase inutile: dopo spieghi che Peter non ha il “passo da binari” per camminare tra i vagoni per cui si capisce benissimo che risalire il treno è stata una fatica boia.

L’atmosfera del nuovo vagone era totalmente diversa. L’aria era assurdamente fresca, quasi fredda: le veneziane d’acciaio erano accuratamente chiuse, lasciando filtrare poca luce rossastra. Una fila di lumi a gas occhieggiava dalle pareti coperte di cuoio.

Non dire che l’atmosfera è diversa: lo mostri dopo passando dall’aria infernale e fumosa dei precedenti vagoni all’aria fresca del nuovo vagone. Fai rabbrividire il tizio, fagli sentire l’aria fresca addosso ai vestiti zuppi di sudore. Magari un bello starnuto (lo infili dopo, ma puoi metterlo prima se preferisci). Inventati qualcosa da mostrare. Se stai alla canna del gas con le idee metti che è fresca, ma almeno evita l’”assurdamente”. La luce rossa dalle veneziane non è una vera novità, perché sottolinearla? Meglio i lumi sulle pareti coperte di cuoio.

Poco mobilio: un tavolinetto basso, sul quale accanto a piatti e posate usati era stato ancorato il ricettacolo d’ottone di un huqqa; una poltrona rivestita di pelle; un braciere colmo di carboni ardenti. Peter starnutì; il suo accompagnatore si accostò alla porta, mettendosi sull’attenti. Mentre i suoi occhi si abituavano alla penombra, Peter iniziò a cogliere l’aspetto del suo ospite. Seduto su quella poltrona, nella zona più buia del vagone, di lui erano visibili solo le mani;

Da rifare. Sembra strano solo a me che sia così buio da vedere solo le mani del tizio seduto sulla poltrona, ma Peter riesca 1. a notare che la poltrona è rivestita di pelle e 2. a notare prima la poltrona (su cui c’è una figura ridotta a mera ombra che la COPRE) senza vedere chi c’è seduto sopra, e solo dopo notare il tizio? Prima una poltrona vuota, in pelle (se dici di immaginare una poltrona, il lettore la immagina senza nessuno sopra: non si inventano personaggi non indicati). Poi -PUFF! Magia!- appare un tizio seduto sulla poltrona, ma così al buio che si vedono solo le mani.
Seriamente?

L’imprecisione nella scrittura non aiuta a mantenere in piedi il sogno narrativo del lettore:

Con un paio di lunghe pinze, Banastre prese un carbone dal braciere e lo portò in cima all’huqqa. Tirò due o tre boccate dal tubo, prima di riprendere a parlare.

Ah, beh, se non lo sai tu quante sono le boccate. Quando hai deciso avverti, così mi immagino la scena esatta.

Mahorca, pensò Peter, forse con qualche granello d’oppio.

Non dire che “pensò”. Sei dentro al POV, ogni cosa è filtrato dal POV e hai libero accesso ai pensieri del personaggio: non c’è qualcun altro che può pensare in questo modo, solo lui. Usa un indicatore per sottolineare che si tratta di un pensiero riportato in modo esatto, ad esempio il corsivo (Mahorca, forse con qualche granello d’oppio.) se temi che il lettore non capisca, ad esempio perché hai usato la telecamera mostrano in modo troppo oggettivo le scene e hai filtrato poco con la personalità del personaggio, oppure scrivi direttamente il pensiero senza alcuna indicazione se hai già abituato il lettore a stare immerso al 100% nella capoccia del POV.

C’è una bella collezione di altri errori grossolani, come il “cinese iniziò ad avviarsi” (è un portatile e sta facendo il boot? “Il cinese si avviò” è sufficiente), per citare uno dei più piccoli nell’orda di info inutili, avverbi, affermazioni di ovvietà e bla bla bla. Come nel caso di altri racconti, verrebbe un testo di 10.000 parole solo per indicare tutti gli errori. E la storia diventa una vaccata.
Inutile: c’è solo da buttarlo. Peccato perché l’inizio sul treno era promettente e avevo sperato di poterlo inserire nella lista dei meritevoli di ulteriore attenzione.

Ah, una cosa: non è molto furba l’idea di mettere delle frasi in cirillico. Perfino quando si riportano le frasi in giapponese si usano i romaji per dare una “pronunciabilità”, invece di scopiazzare stupidi ideogrammi che i lettori non potrebbero neanche leggere. C’è perfino chi rende il carattere ß con SS per migliorare la leggibilità per i non tedeschi (Schoß -> Schoss).
Io di certo non vado a rifare l’ePub perché quei caratteri non sono sempre supportati in modo adeguato su tutti i lettori: il plugin di FF li vede e il Cybook Gen3 credo che li veda pure lui, ma il mio Asus EA800 su cui ho testato l’ePub no… ma è colpa sua perché ha il software di lettura ePub più merdoso della storia umana -come da tradizione di sciatteria della Asus, azienda di teste di cazzo che immettono sul mercato prodotti fallati con software in fase Alpha, nemmeno Beta!-.
Se qualcuno vede “?? ???!” o simili, erano i pezzi in mongolingua del russo.

Ah, giusto per infierire: il POV è di un inglese che non sa parlare il russo. Hai mai sentito dei caratteri in cirillico entrarti nelle orecchie? O degli ideogrammi? Si sentono i SUONI, tovarish autore. Trascrivili, spasiba. Questo errore nel POV è abbastanza grossolano da chiamare l’Ira del Signore, come ai tempi di Sodoma e Gomorra. ^_^

 


 

Ho superato le 13.900 parole. Basta così.
Se volete commentare e chiacchierare tra voi fatelo pure, ma come detto all’inizio io non farò lezioni di scrittura. Le trovate già negli appositi luoghi e negli appositi testi di insegnanti ed esperti affermati. Se volete suggerire quale racconto per voi merita la vittoria, magari scegliendo tra quelli che ho indicato come migliori, la vostra indicazione verrà tenuta in considerazione. Naturalmente se dopo le revisioni uno dei racconti sarà chiaramente migliore degli altri, sarà lui a vincere: il parere mi è utile in caso di dubbio.
Bucate le 14.000 parole. Secondo articolo più lungo di sempre.

 

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