Archivio per la Categoria 'Scrittura'
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- Manzoni: il Vero, l'Utile e il Ku Klux Klan by Il Duca Carraronan
- Una fanfic sul Duca e il mese dello Steampunk by Il Duca Carraronan
- Isaac Babel, le frasi brevi e il singolo aggettivo by Il Duca Carraronan
- Il gioco del parlare di narrativa in modo vago e la voglia di vomitare by Il Duca Carraronan
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“Steamed” di Katie MacAlister
Scritto da Il Duca Carraronan il 12 gen 2010 | Categorie: Libri, Scrittura, Steampunk
Frugando tra i siti dedicati allo Steampunk ho trovato il book trailer di Steamed. Ok, che lo Steampunk stia esplodendo se ne sono accorti pure i sassi e quindi è normale che tanti ci si lancino sperando di far cassa. Magari non sarà mai un successo come i “romanzi d’amore coi vampiri” (o con gli angeli, la nuova moda?, o coi lupi mannari), ma il principio è lo stesso: si scopre qualcosa che piace, pochi veri appassionati fanno qualcosa di decente (forse), la massa di approfittatori delle mode si lancia proponendo merda e, forte della mole e del titillare le solite due fantasie in croce del pubblico medio (il tutto potenziato dalla pubblicità a tappeto), trionfa proprio qualcosa nella massa di spazzatura!
O se anche non trionfa gli appassionati della prima ora che dicevano “Wow, finalmente è di moda quello che piace a noi!” si troveranno, come già accaduto molte volte, a lagnarsi col tono “era meglio quando piaceva a pochi e non eravamo sommersi di spazzatura commerciale senz’anima adorata da fan idioti”.
È una cosa naturale. Sono già pronto: se lo Steampunk vuole davvero proseguire lo sfondamento, senza spegnersi in una breve fiammata (come si diceva e si dice del Fantasy da anni), dovremo attenderci una grossa, grassa dose di oleosa merda, sia prodotta da inetti appassionati con tanta buona volontà che da professionisti entrati solo per far soldi con le moda del momento. ^_^
E poi ormai mi sono abituato: ho sempre pensato che le cose andavano meglio quando andavano peggio e che i giovani di oggi sono tutti dei drogati rincitrulliti. Sono nato vecchio e recitare anche questo nuovo ruolo da vecchietto steampunk disilluso non mi dispiace. ^__^
Non so se Steamed sia spazzatura. Spero sinceramente di no, ma dopo Leviathan che era a mala pena decoroso (l’ho letto tutto, ma… boh, un po’ al di sotto della mia sufficienza) e Boneshaker che con tutto quello che si diceva sembrava un gran bel libro e invece è una mezza fregatura (dico solo mezza perché sono fermo a metà, causa noia… ma per ora ci sono i pirati buoni e nessuna idea veramente steampunk a parte Daisy, l’arma elettrica anti-zombie), sto perdendo l’entusiasmo. Doctorow è evidente che si sia venduto per parlar bene di Boneshaker (o devo sperare che per miracolo nella seconda metà diventi bellerrimo?). Venduto, ma non troppo: una leccata senza eccedere, per compensare in abbondanza la perdita economica in termini di credibilità personale con il guadagno dovuto alla leccata stessa (amici-contatti e/o bustarella). Vendere la propria dignità leccando è normale per gli scrittori, soprattutto in Italia (a livelli allarmanti, aggiungo), ma da uno come Doctorow mi aspettavo di meglio. ^_^
Vi lascio al trailer: le altre considerazioni è meglio farle dopo la visione.
| Il tizio con la protesi steampunk è G. D. Falksen, fotografato da Tarilyn Quinn |
Computer technician Jack Fletcher is no hero, despite his unwelcome reputation as one. In fact, he’s just been the victim of bizarre circumstances. Like now. His sister happens to disturb one of his nanoelectromechanical system experiments, and now they aren’t where they’re supposed to be. In fact, they’re not sure where they are when…
…they wake up to see a woman with the reddest hair Jack has ever seen-and a gun. Octavia Pye is an Aerocorps captain with a whole lot of secrets, and she’s not about to see her maiden voyage ruined by stowaways. But the sparks flying between her and Jack just may cause her airship to combust and ignite a passion that will forever change the world as she knows it…
Partiamo alla grande. A parte che l’accostamento “brutto disegno di copertina” con “foto” non mi è parso geniale (dove siamo, su Chi ha incastrato Roger Rabbit o su Cool World, dove umani e disegni convivono?), ma avete notato quanto il trailer calchi su “New Steampunk Romantic Adventure”, “beautiful aerocorps captain Octavia Pyean”, “New Steampunk Romantic Thriller”, “Whirlwind ROMANCE” e “ignite in a PASSION”?
D’altronde è pure scritto in copertina: “a steampunk romance”.
Non c’è da stupirsene visto che l’autrice non è esattamente una scrittrice di fantascienza o di steampunk, ma una che scriveva libri d’amore coi vampiri (A Girl’s Guide To Vampires, ad esempio) e altra roba romantica. Non dico che non siano belli, nel loro genere e per il loro pubblico, non li ho letti, ma non è esattamente questo il tipo di autore che immagino per scrivere di retrofuturismo e diavolerie tecnologiche pseudo-Ottocentesche.
La cosa non puzza come il pesce di dieci giorni?
Si sveglia un mattino e, caso strano, vuole scrivere un romanzo steampunk proprio quando anche i peggiori deficienti del pianeta si sono accorti che sta tornando di moda. Negli ultimi 12 mesi tutti erano tenuti ad accorgersene, se bazzicavano un minimo la narrativa al di là del fantasy monnezzone all’italiana, quindi una professionista della narrativa è ovvio che ne fosse informata da tempo.
Il rischio che abbia usato lo steampunk solo come pretesto per una storia d’amore che poteva benissimo realizzare senza alcun bisogno di inserirsi nella “moda del momento” è enorme (prima i vampiri, ora lo steampunk, poi gli angeli, in futuro magari i bufali idrocefali…).
C’è comunque una minima possibilità che, pur di piacere anche al pubblico dello steampunk, si sia sforzata e abbia davvero inserito sufficienti bizzarrie retrofuturistiche da poter essere interessante (nel video, che tristezza, ci sono vari gadget da cosplay steampunk in mostra). La speranza è l’ultima a morire (dopo una lunga agonia), ma una bella impressione quel book trailer non me l’ha fatta.
Un estratto dell’opera
Qui potete trovare le prime pagine del romanzo, in inglese. Non so valutare la qualità narrativa bene come se fossero in italiano, mi spiace, ma riesco a vedere nel testo alcune scelte discutibili che non riguardano la lingua utilizzata. Segnerò un paio di cose molto evidenti, senza lanciarmi in una minuziosa analisi dell’estratto.
“Cap’n Pye! Cap’n Pye!”
“The word is ‘captain,’ Dooley. We are not pirates, nor are we yokels who cannot expend the extra effort to pronounce words correctly, and judging by the non-stop chatter I hear from you in the mess, I am reassured you have the vocal capacities to do so. Yes, I see it now, Mr. Mowen. The valve to the left of the intake cylinder, isn’t it? It’s cracked, you think?”
“Aye, captain.”
I sat back on my heels after examining the valve in question. Cracked, my three-legged uncle. It was no more cracked than I was.
“Captain Pye, Mr. Piper, he says you’re to come to the forward hold immediately!” Young Dooley fairly danced with agitation as he spoke, but that was nothing new. Dooley was a quicksilver sort of lad, always moving or talking, apparently unable to sit still for even the shortest amount of time. In a way, he reminded me of a hummingbird I’d seen in the emperor’s aviary, for Dooley flitted and dove around the ship just as the hummingbird had done in the highdomed aviary.
Iniziare con il dialogo è un trucco standard per i buoni incipit, ma il dialogo in sé non mi è parso perfetto né la scena è esente da scelte a mio parere opinabili. Osserviamo le prime due battute di dialogo. Per quanto non vi sia un vero e proprio problema di teste parlanti, ovvero di voci senza un corrispettivo visivo in azioni dei personaggi, non si può certo dire che il problema sia del tutto evitato.
La prima battuta è corretta. Breve, credibile. La seconda è lunga. Molto lunga. Trasmette l’idea di un personaggio logorroico nel suo articolare lunghe frasi, seppur non ciarliero “a mitraglia” come il primo (o, se non logorroico, perlomeno puntiglioso). E questo va benissimo. Ma il problema è che la frase diventa troppo lunga e si avvicina a generare un “effetto testa parlante a battuta singola” nel punto segnato dalla X.
“The word is ‘captain,’ Dooley. We are not pirates, nor are we yokels who cannot expend the extra effort to pronounce words correctly, and judging by the non-stop chatter I hear from you in the mess, I am reassured you have the vocal capacities to do so. X Yes, I see it now, Mr. Mowen. The valve to the left of the intake cylinder, isn’t it? It’s cracked, you think?”
Vedete? Dopo la prima lunga frase atta a delineare al lettore ciò che il capitano pensa del suo sottoposto, scopriamo che il capitano ha guardato la valvola. Eppure non viene detto che l’ha guardata. Solo successivamente ci viene detto che si è soffermato a controllarla. Non è di per sé un errore, la scena si capisce bene (non era questo in discussione), ma è di certo un’occasione persa per eliminare il rischio “testa parlante” e migliorare gli aspetti di contorno del dialogo.
Il secondo punto migliorabile, che contiene qualcosa di più vicino a un errore, è questo:
Dooley was a quicksilver sort of lad, always moving or talking, apparently unable to sit still for even the shortest amount of time.
Ora, siamo chiari, un personaggio in prima persona ha più diritto di uno in terza persona di esprimere giudizi e pensieri. Non contesto questo, anzi, è uno dei motivi che rende la prima persona più appetibile della terza in alcune narrazioni. Quello che contesto è la sottolineatura dell’ovvio e il pensiero che appare forzatamente descrittivo come se il capitano non pensasse “per sé”, ma pensasse “per il lettore” allo scopo unico di fornirgli informazioni.
Giacché si sottolinea l’ovvio e quindi non serve farlo, questo voler “pensare per il lettore” non può essere oggettivamente giustificato: potete infatti notare come Dooley sia già ben caratterizzato dai fatti e dalle parole. Non serve tagliare per forza tutti i pensieri del capitano su Dooley. Si ottiene già un notevole miglioramento eliminando quella singola frase e lasciando la parte sul colibrì, così:
“Captain Pye, Mr. Piper, he says you’re to come to the forward hold immediately!” Young Dooley fairly danced with agitation as he spoke, but that was nothing new. In a way, he reminded me of a hummingbird I’d seen in the emperor’s aviary, for Dooley flitted and dove around the ship just as the hummingbird had done in the highdomed aviary.
Ritengo che anche la parte “in a way [...] aviary”, dato il contesto (un guasto e una persona ben nota), sia un pensiero innaturale per il personaggio e inutile per il lettore, ma avendo tolto il pezzo precedentemente incriminato si è già alleggerito il problema a sufficienza.
In questo caso non credo che l’autrice abbia intenzione di fare Arte e Grande Letteratura, rifuggendo dai paurosi e castranti Generi (stile «solo perché ho parlato di avventure post-apocalittiche con supermutanti, esplosioni, armi laser e zombie radioattivi non potete dire che scrivo romanzi post-apocalitici d’azione!!!»), per cui se si volesse criticare l’estratto usando, dove necessario, gli strumenti atti alla valutazione predisposti dagli stessi autori di narrativa angloamericani e apprendibili sui manuali, direi che si potrebbe fare senza timore di essere linciati (e non essendo autrice italiana non ha gli squadristi del lecchinaggio già pronti a manganellare i contestatori, no?).
Provate nei commenti, se vi va. ^_^”
Manzoni: il Vero, l’Utile e il Ku Klux Klan
Scritto da Il Duca Carraronan il 17 ott 2009 | Categorie: For The Lulz, Musica, Razzismo e Stereotipi, Riflessioni, Scrittura
Ricordate Manzoni? No, non quelli che si abboffano nei pratoni e fanno certi stronzoni. No, nemmeno quello dei barattoli pieni di merda! Manzoni il letterato, il senatore, Alessandro, insomma. Quello dei Promessi Sposi.
Bravi, ve lo ricordate (ma preferivate non farlo).
Ecco, Manzoni ha parlato un po’ di volte della “Poetica del Vero”. E qualcuno, ogni tanto, con la lungimiranza di un ritardato che gioca col vinavil, lo tira in ballo per la narrativa citando la sua concezione della poetica. Più facile citare una cosa che fa finto figo, vista al liceo, che leggersi due dozzine di manuali sulla scrittura moderni e subire la crudele tortura dell’imparare qualcosa (sia mai che uno perda lo status di “inutile testa di cazzo” duramente guadagnato con anni di impermeabilità mentale). Ma di questo abbiamo già parlato in passato.
Vi rinfresco un attimo le idee.
Questo è il pezzo più interessante, spesso citato, tratto dalla lettera sul romanticismo a Cesare D’Azeglio del 1823:
Il principio, di necessità tanto più indeterminato quanto più esteso mi sembra poter essere questo: che la poesia e la letteratura in genere debba proporsi l’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo.
Se volete c’è anche il testo integrale della lettera, ma è nella versione del 1870, quella modificata col solo “Vero”.
Brevissima spiegazione tratta da RepubblicaLetteraria.it
In vari scritti, Manzoni affermò che materia della poesia doveva essere il Vero: lo dichiarò esplicitamente nella lettera Sul romanticismo, inviata al marchese Cesare D’Azeglio nel 1823. Nel 1846 un giornale parigino pubblicò questa lettera. Più tardi Manzoni la rivide e la inserì tra le sue Opere varie, nel 1870. In questa lettera, dopo aver condannato l’uso della mitologia da parte dei Classicisti, dopo aver considerato le favole false una causa di deviazioni morali, Manzoni sosteneva che la letteratura doveva avere come soggetto il Vero, come scopo l’Utile e come mezzo l’Interessante. Questa poetica, detta del Vero e che poggia dunque sui tre elementi: Vero, Utile e Interessante, si trova enunciata nella lettera del 1823; ma quando Manzoni nel 1870 la pubblicò, riveduta, ridusse i tre elementi al solo Vero, dichiarando che se tale è il soggetto di un’opera letteraria, ciò significa che è anche Utile ed Interessante.
In un passo della lettera, Manzoni precisa che è opinione dei Romantici che la poesia debba riconoscere il Vero come unica sorgente di un diletto nobile e duraturo, specialmente perché il falso finisce sempre per creare fastidio. Il mezzo più naturale per dare valore alla poesia è scegliere soggetti che interessino sia i dotti sia la maggioranza dei lettori, e questi soggetti si trovano sia nella storia, sia nelle esperienze di vita. Il problema porta con sé una difficoltà: bisogna affrontare la definizione di Vero nei confronti dell’opera letteraria. Non si tratta, sostiene Manzoni, di rivolgersi a ciò che è banale o di respingere ciò che è palesemente falso. Il concetto di Vero è sempre stato incerto; i Romantici tuttavia si sono avvicinati più degli altri, perché hanno cominciato a respingere il falso, il dannoso e l’inutile. I Romantici inoltre si rivolgono ad un Vero che non si discosta da ciò che la fede cristiana indica per tale: per questo motivo Manzoni riconosce una identità di interessi fra lui e i Romantici. Manzoni altrettanto esplicitamente sostiene l’elezione del Vero a materia di letteratura, in una lettera scritta a Marco Coen il 2 giugno 1832.
Dicevo: la concezione di Manzoni è vecchia e la sua idea del Vero è applicabile in narrativa solo in senso molto, molto ampio (il Vero come “vero della natura umana e della sua complessità” o “vero del credibile e specifico” ecc… ci sta senza problemi, come spiegano tanti autori di -orrore!- fantascienza, ma altro no) e non proprio vicino all’originale idea manzoni’anal.
Dubito che approverebbe il fantasy, anche quando ha un messaggio morale (sigh) o quando esplora i più reconditi anfratti dell’ano animo umano: “Perché mettere fantasie false, sciocche e anticristiane e quindi sataniche e peccaminose quando uno potrebbe scrivere un romanzo storico molto più vero e quindi intrinsecamente più utile e interessante?”
E chissà se sbufferebbe questo di fronte a un capolavoro della fantascienza sociale come Fiori per Algernon: “Che sciocchezza è un uomo che diventa un genio e poi torna scemo? Se si vuole parlare della condizione dei deficienti mentali che se ne parli con serietà e criterio, cribbio, senza baracconate da circo!”.
Chi lo sa. Ma (curiosità personale rivolta agli amici letterati che mi seguono di nascosto) Manzoni leggeva Poe?
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| Edgar Allan Poe in una delle rare foto senza il travestimento da umano |
Ma non guardiamo solo ai limiti della concezione manzoniana. In fondo cosa ce ne frega? Lui è morto, possiamo cagargli sulla tomba e non risorgerà per tirarci i piedi nel sonno (forse). Uno a zero per noi: essere vivi per combattere un altro giorno è meglio che essere morti da più di un secolo. ^__^
Guardiamo alla parte positiva del suo discorso!
Vero, Utile e Interessante sono ancora concetti importantissimi. Più di prima, oserei dire. Perché Manzoni sarà anche più morto di Lenin, ma non era un (completo) idiota e il suo discorso ha un senso e un’applicazione ancora oggi. Limitata, ma ce l’ha.
Un bel documentario.
Un documentario tratta il Vero, ma questo non basta a renderlo un bel documentario: deve trattare il Vero nel modo migliore. E come lo tratta? Un buon documentario lo stratta in modo Interessante, combinando immagini, suggestioni, curiosità e la questione principale per rendere l’apprendimento piacevole al lettore. Che male c’è nell’imparare con piacere invece che con dolore? E quel che si impara è Utile. Magari utile in un ambito ristretto (accoppiamento degli squali), ma utile. No?
Anche i migliori saggi storici sono così: Veri, Utili in quanto Veri e Interessanti perché viene presentato il Vero anche nelle sue sfaccettature meno banali (Manzoni lo dice: Vero non è uguale a Banale) con aneddoti e curiosità di ogni tipo.
Come il dirigibile abbattuto che distrugge un monastero e il pilota del biplano che l’ha tirato giù riprende il volo inseguito dai cavalleggeri tedeschi urlando “Salutatemi il Kaiser!” (ma di questo parlerò in futuro).
Manzoni sarebbe orgoglione di tutto ciò, non credete?
Ai suoi tempi i documentari non c’erano!
Ci sono anche belle canzoni che rispettano il Vero manzoniano! Non ci sono solo sciocche canzonette e successi pop e altre cavolate: esiste musica seria, manzoniana, che vuole essere Utile parlando del Vero in modo Interessante.
Qui sotto potete trovare un buon brano da ascoltare (testo educativo incluso).
Un Manzoniano “buon ascolto” a tutti voi. ^___^
| Kajun Ku Klux Klan Johnny Rebel, primi anni ‘60
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| Testo preso da Lyricsmania (e modificato in un paio di parole) You niggers listen now |
Il cantante per invogliare all’ascolto annuncia che insegnerà qualcosa di Utile, ovvero come evitare il KKK: chiudersi in casa e non uscire la sera. |
| Now I know you won’t believe me So I’m gonna tell you why The Kajun Ku Klux Klan Is gonna get you by and by I’m warnin’ you that when I’m through You’re gonna change your tune This story’s ’bout a nigger His name was Levi Coon |
Il cantante sa che l’informazione Utile non basta. Per farla capire va spiegata con una storia Vera: quella di Levy Coon! |
| He walked into a cafe He thought he’d get a bite He thought that they would serve him Since they passed the civil rights The waitress told him no And that he’d better go He said, “No ma’am, my Uncle Sam say I don’t have to go.” So he sat there in that cafe The waitess had enough When he saw them cajuns comin’ Now niggers understand |
La storia Vera viene fornita in modo Interessante usando un esempio chiaro e specifico: essere specifici è fondamentale! |
| Now the moral of this story As plain as it can be Niggers mind your business And let us white folks be You’d better heed my warnin’ And try to understand Don’t you demonstrate Around the Kajun Ku Klux Klan |
La morale riporta ancora l’informazione Utile, ma questa volta è molto più chiara perché supportata da una storia Vera e ben narrata che risulta Interessante. |
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| Vero, Utile e Interessante: semplice, no? (Cliccare per un Manzoni ancora più Interessante) |
Una fanfic sul Duca e il mese dello Steampunk
Scritto da Il Duca Carraronan il 07 ott 2009 | Categorie: Scrittura, Steampunk, Vita del Duca
Fanfic di “???” sul Duca
Gamberetta ha proposto un esercizio ai lettori: usare quanto appreso in fatto di pov/descrizioni per descrivere il contenuto di una specifica immagine fornita. Uno dei lettori, “???”, essendo un fan del Duca ha deciso di omaggiarmi con una fanfic molto carina (e anche ben scritta). L’articolo originale è questo, ma per comodità riporto la Fanfic (leggermente modificata: ho messo i pensieri in corsivo senza virgolette) con il mio commento e l’immagine di riferimento qua sotto.
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Giro l’angolo e percorro via Garibaldi. In fondo alla strada vedo un tizio vestito da coniglio gigante uscire dalla galleria che porta in via Roma.
Sfigato! penso, lisciandomi la barba. Se spera di far colpo sui giudici con un costume così banale sta manzo.
Faccio scorrere lo sguardo sulla divisa e poso la mano sul pomo della sciabola d’ordinanza che mi pende dal fianco.
Sono impeccabile. Originale. Ho un irresistibile fascino retrò. Vincere la gara sarà una passeggiata!
A metà via un odore famigliare cattura la mia attenzione. E’ un profumo agrodolce di umori corporali e calore da sfregamento.
Chiudo gli occhi e inspiro a fondo.
Santo Quattro! penso. Questo è odore di mutandine!
Riapro gli occhi di scatto. Mi ritrovo in paradiso.
Seduta sulle scale di un palazzo malconcio vedo una Gothic Lolita. Calze rosa, gonna di pizzo, corsetto nero e una piccola tuba sulla testa. Ha perfino i capelli blu! Come Nihal!
Sto per svenire dall’emozione. A stento mi trattengo dal saltarle addosso, quando noto che con la sinistra stringe un G3A3. Dal calcio un adesivo a forma di coniglietto rosa mi sorride.
Coniglietto.
Rosa.
Rischio davvero d’imbrattarmi la divisa.
Ok, stai calmo penso. Sembra molto giovane. Bisogna giocarsela bene!
Mi avvicino.
“Bel costume.” dico “Dove l’hai trovato il fucile? E’ molto carino.”
Lei si sistema un guanto con i denti e poi mi guarda. Ha gli occhi grandi, rossi.
“Grazie!” mi dice, sorridendo “Non sai che fatica ho fatto a mettere tutto assieme. Prima volevo vestirmi da fatina cocainomane, ma mi è sembrata un’idea troppo banale. Cosi sono ripiegata sul look Gothloli. Il fucile non é vero: è la replica di un HK33.”
Scuoto la testa. “No, guarda che ti sbagli.”
“Come? Che vuoi dire?”
“Sì, ehm, posso?” Le prendo il fucile. “Vedi il caricatore? E’ dritto. Questo qui è un G3A3. L’HK33 ha il caricatore curvo in avanti. ”
“Davvero?”
“Sì, sì!” ribatto, annuendo. “Ma non ti preoccupare è un errore comprensibile. Sono fucili molto simili.”
Le ripasso il fucile, ma le scivola la presa. Il G3A3 cade sulla borsetta e quella si rovescia sulle scale: due coniglietti rosa e una mela rotolano giù per i gradini.
Lei sbuffa. “Ma… cazzo” Raccoglie tutto e lo rimette in borsa.
“Senti” le dico ”A casa ho dei manuali di artiglieria. Se ti va dopo la gara posso mostrarteli”
Lei mi studia un attimo.
Speriamo se la beva.
“Be’ grazie, sei gentile. Verrei molto volentieri, se posso.”
“Ma certo che puoi! Così già che ci siamo ti mostro i miei coniglietti”
“Hai dei conigli? Anch’io! Ne ho due: Batuffolo e Fiocco di Neve. I tuoi come si chiamano?”
Le porgo la mano e l’aiuto a mettersi in piedi.
“Be’, c’è Napoleone III, Bismarck, Carlo V e poi il mio preferito: Tamer l’ano.”
Facciamo due passi e lei si sbatte una mano in fronte.
“Ma che scema che sono. Non mi sono nemmeno presentata. Mi chiamo Licia e tu?”
“Duca. Puoi chiamarmi Duca.”
E per chi vuole il mio commento con i consigli dati per migliore il testo:
Commento del Duca ▼
Prossimo obbiettivo: avere una sezione personale su EFP come Harry Potter e Naruto. ^_^
Il Mese dello Steampunk
Ottobre 2009 è il mese dello Steampunk. Lo ha annunciato Tor.com, offrendo un racconto steampunk gratuito, Zeppelin City, scritto da Michael Swanwick (quello di The Iron Dragon’s Daughter) ed Eileen Gunn.
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Forse solo i sassi (e gli editori italiani)
non si sono ancora accorti del ritorno in auge dello Steampunk…
E oggi usciva Leviathan in USA/UK/altri posti. A proposito: qui c’è la mappa dell’Europa di Leviathan, ispirata alle mappe satiriche del periodo che penso tutti gli amanti dello Steampunk o della Grande Guerra conoscano. Ne ha parlato anche l’autore sul suo blog (trovate la spiegazione delle figure scelte sul sito). È una bella citazione. E in più è una mappa figa.
Ecco qualche mappa satirica reale: inglese, tedesca e ancora tedesca (e una francese del 1870). Mi piacciono queste cose. ^__^
Isaac Babel, le frasi brevi e il singolo aggettivo
Scritto da Il Duca Carraronan il 27 set 2009 | Categorie: Libri, Scrittura
Oggi volevo dire due cose su Isaac Babel. È un autore russo molto famoso, magari non quanto Tolstoj o Dostoevskij o Gogol per le masse, ma è molto famoso. Non mi interessa però come “autore russo” o per le sue opere in generale, ma come autore che ha fatto delle affermazioni precise sulla scrittura per la narrativa.
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Isaak Ėmmanuilovič Babel’
(Odessa, 13 luglio 1894 – Mosca, 27 gennaio 1940)Isaac Babel era un ebreo nella Russia antisemita. La famiglia scampò per un pelo al pogrom del 1905, protetta da una famiglia cristiana, e Isaac riuscì a studiare e a diventare giornalista nonostante gli stretti vincoli posti all’ammissione scolastica degli ebrei. Da giovane adorava Gustave Flaubert e Guy de Maupassant e per un anno lesse solo Lev Tolstoj, arrivando a dire che grazie a lui “aveva compreso le sublimi virtù della gente russa”. Detta da un ebreo che vive in mezzo a dei russi che ammazzavano i giudei non appena capitava l’occasione (non erano ben integrati come in Germania) e il resto del tempo li tenevano in un regime stile apartheid, è una frase che fa riflettere sul potere della letteratura: rende scemi. ^_^
Isaac combatté per anni al fianco dei rivoluzionari bolscevichi, fece il traduttore per il controspionaggio e partecipò alla Guerra Polacco-Bolscevica del 1919-1921 al fianco dei feroci cosacchi della Prima Armata a Cavallo del generale Budënnyj. E i cosacchi, Isaac lo sapeva bene, erano i più feroci antisemiti in un mondo di antisemiti.
All’esperienza della guerra in Polonia dedicò i racconti pubblicati nel 1924 e poi raccolti nel libro “L’Armata a Cavallo” del 1926. Racconti crudi, in cui la violenza contro gli ebrei dei territori invasi non ha colore politico: bianchi e rossi infieriscono allo stesso modo. Ma era il mondo della Russia comunista prima di Stalin, quando la Pravda poteva ancora definire “astro nascente della nostra letteratura” un autore così brutale nel rappresentare la realtà della Rivoluzione (ma anche all’epoca gli autori che avevano una visione più romantica lo osteggiarono).
Isaac Babel aveva un problema (a parte l’essere ebreo, russo e comunista): era uno di quei coglioni delle “regolette sulla scrittura”. E da alcune cose che diceva, sembra anche uno dei coglioni peggiori: peggiore di Orson Scott Card, peggiore di Flaubert, forse perfino peggiore di Strunk & White, l’anticristo degli Artisti che odiano le “regolette” e il suo allievo prediletto. Il peggiore dei peggiori. Vogliamo leggere un suo parere?
[...] before I take out all the rubbish, I break the text into shorter sentences. The more full stops the better. I’d like to have that passed into law. Not more than one idea and one image in one sentence. Never be afraid of full stops. [...]
I take out all the participles and adverbs I can. Participles are heavy, angular, they destroy the rhythm. They grate like tanks going over rubble. Three participles to one sentence and you kill the language. All that “resenting,” “obtaining,” “concentrating,” and so on. Adverbs are lighter. They can even lend you wings in a way. But too many make the language spineless. [...]
A noun needs only one adjective, the choicest. Only a genius can afford two adjectives to one noun.Citato in “How Fiction Works” di Oakley Hall.
Frasi brevi. Evitare i participi. Limitarsi a un solo aggettivo per volta, il migliore. Non è proprio vero che bisogna essere dei geni per riuscire a metterne due, Babel è un fanatico, ma di certo è rischioso gestire più di un solo aggettivo per volta e precipitare nel ridicolo al terzo aggettivo è praticamente assicurato. Quattro aggettivi sono un pericolo anche per Joyce. Si può scrivere meglio evitando di fare gare di aggettivazione estrema e concentrandosi di più su nomi e verbi, no? Come diceva Le Carré: “Lasciate che i verbi facciano il lavoro”.
A proposito di James Joyce, che potremmo usare come “genio” capace di gestire più di un aggettivo per volta senza scadere nel ridicolo, Oakley Hall suggerisce questo brano:
The high cold empty gloomy rooms liberated me and I went from room to room singing. From the front window I saw my companions playing below in the street. Their cries reached me weakened and indistinct and, leaning my forehead against the cool glass, I looked over at the dark house where she lived.
Non mi piace molto come scrive, ma non mi sento offeso e preso per il culo da quel “high cold empty gloomy”. Ha una sua musicalità, un suo ritmo, una sua forza difficile da spiegare. Non mi fa impazzire, per cui lo sforzo titanico di mettere quattro aggettivi di seguito non riesco a percepirlo come “ripagato”, ma non prenderei a calci nei denti Joyce per questo (per altro forse sì, ma io non sono il suo pubblico ideale).
Nel libro di Oakley Hall potete trovare un altro esempio, tratto da “Il generale nel suo labirinto” di Márquez, in cui vengono indicati vari aggettivi che è bene tenere perché necessari al testo. Gli aggettivi e gli avverbi di modo non vanno tolti tutti, ma solo quelli superflui: nel caso degli aggettivi saranno gran parte e nel caso degli avverbi di modo saranno quasi tutti.
Vengono tolti perché superflui (“ciò che non aggiunge qualità al testo la sottrae”) e non “perché sì perché è fantasy”, come invece vorrebbero far credere gli ignoranti che disdegnano i manuali di scrittura per partito preso oppure i gegni che lo fanno per incapacità di comprensione e apprendimento (la volpe e l’uva della narrativa: non capisco una mazza di come si fa a scrivere quindi i manuali fanno schifo e li odio… LOL!).
Curioso che Isaac Babel fosse più avvelenato nei confronti degli aggettivi che degli avverbi di modo. Forse gli avverbi di modo in russo non hanno lo stesso suono disgustoso che hanno in spagnolo e in italiano (e in tono minore in inglese). Benissimo non dovevano suonare, visto che comunque li sconsiglia, ma qui dovrebbe intervenire qualche esperto di narrativa che conosce bene il russo per togliere i dubbi.
Un comunista ebreo russo della prima metà del Novecento può dare suggerimenti sulla narrativa poco diversi da quelli di un capitalista americano di oltre mezzo secolo dopo o di un professore di inglese suo contemporaneo o di un grande letterato francese di metà Ottocento: le buone idee non badano all’anno, alla razza e alla nazione.
Per farvi un’idea del suo stile riporto la traduzione in inglese distribuita da SovLit.com del racconto “La Morte di Dolgushov” tratto da “L’Armata a Cavallo”.
Ho evitato le due traduzioni in italiano che avevo letto perché, a parte eventuali problemi di copyright, le ho reputate inadeguate: quella di Renato Poggioli sembrava una cattiva traduzione dall’inglese (con tanto di He che regolarmente diventa Egli invece di essere omesso) e quella di Costantino Di Paola, questa forse davvero dal russo, non mi convinceva rispetto alla versione in inglese.
Non so quale versione sia più fedele all’originale russo, ma quella in inglese mi suona meglio anche se l’abbondanza di avverbi in “-ly” mi fa sospettare che pure questa traduzione sia di bassa qualità (e la seconda frase mi pare una schifezza illeggibile in tutte le versioni).
La Morte di Dolgushov
Testo in inglese fornito da:![]()
The curtains of battle were moving toward the city. At noon, Korochaev, in a black cloak, the disgraced commander of the fourth division, fighting alone and seeking out death, flew past us. On the run he shouted to me:
“Our communications links are broken! Radziwillow and Brody are in flames!”
And he galloped off, fluttering, all black, with eyes like coal.
On the plain, flat as a board, the brigades were repositioning themselves. The sun was rolling along in the crimson dust. The wounded, in ditches, were snacking. Nurses were lying on the grass and singing quietly. Afonka’s scouts were roaming the field, searching out the dead and uniforms. Afonka passed by within two feet of me. Without turning his head he said:
“They smacked us right in the face. Ain’t no doubt about it. They’re thinking of changing the divisional commander. The soldiers don’t trust him.”
The Poles came up to the forest three versts from us and set up their machine guns nearby. Bullets whine and scream. Their lament grows unendurably. Bullets wound the earth and dig into it, trembling with impatience. Vytyagaichenko, commander of the regiment, snoring in the sunshine, cried out in his sleep and woke up. He got on his horse and rode off to the lead squadron. His face was crumpled, in red streaks after his uncomfortable sleep, and his pockets were full of plums.
“Son of a bitch,” he said angrily and spit a seed out of his mouth. “What a hell of a mess. Timoshka, pull out the flag!”
“Shall we get going?” asked Timoshenko, taking the staff out of the stirrup and unfurling the banner, which had a star on it and some wording about the Third International.
“We’ll see what’s up there,” Vytyagaichenko said. Then he suddenly let out a wild yell: “Girls, to your horses! Squadron commanders, get your men together!”
The buglers sounded the alarm. The squadrons lined up in a column. A wounded soldier crawled up out of a ditch and, covering his face with the palm of his hand, said to Vytyagaichenko, “Taras Grigorevich, I’m a delegate. It looks like we’re going to be left behind.”
“Defend yourselves,” Vytyagaichenko mumbled and reared his horse up on its hind legs.
“We kind of have the idea, Taras Grigorevich, that we won’t be able to defend ourselves,” the wounded man called after him.
“Don’t whine,” Vytyagaichenko retorted. “It’s not like I’m gonna abandon you.” And he gave the order to get ready.
Just then, the whining, womanish voice of my friend Afonka Bida rang out. “Don’t go racing off, Taras Grigorevich. We’ve got six versts to cover. How you gonna fight if the horses are worn out? We’ll make it in plenty of time.”
“At a walk!”, commanded Vytaygaichenko, not raising his eyes.
The regiment set off.
“If I’m right about the Divisional Commander,” whispered Afonka, holding back, “if they replace him, things will start moving. Period.”
Tears flowed from his eyes. I stopped by Afonka in amazement. He spun around like a top, grabbed his cap, started to wheeze, let out a whoop, and galloped off.
Grishchuk with his idiotic tachanka cart and I stayed behind until evening, wandering around between the walls of fire. Divisional headquarters had disappeared. Other units wouldn’t take us in. The regiments entered Brody, and were beaten back by a counterattack. We went up to the city cemetery. A Polish scout jumped up from behind a grave and, shouldering his rifle, began to shoot at us. Grishchuk turned around. His tachanka squealed with all four wheels.
“Grishchuk!”, I shouted through the whistling and the wind.
“What nonsense,” he answered sadly.
“It’s the end of us,” I exclaimed, seized by a fatal panic. “It’s the end of us!”
“Why do women go through all the trouble?’ he answered even sadder. “Why all the proposals and marriages, and having fun at the weddings?”
A pink tail shined in the sky, then faded away. The Milky Way emerged through the stars.
“It makes me laugh,” said Grishchuk sorrowfully and pointed his whip at a man sitting on the side of the road. “It makes me laugh that women go to all that trouble.”
The man sitting on the road was Dolgushov, the telephone operator. Spreading out his legs, he stared at us.
“I’m done for, you see?” said Dolgushov as we approached. “We see”, answered Grishchuk, stopping the horses.
“You’ll have to waste a cartridge on me,” said Dolgushov.
He sat leaning against a tree. His boots were sticking out in different directions. Without lowering his eyes from my gaze, he carefully pulled back his shirt. His stomach had been ripped open, his intestines were hanging on his knees, and you could see the beating of his heart.
“The Poles’ll show up and have their fun. Here are my documents. Write my mother and tell her what happened.”
“No,” I answered and spurred on my horse.
Dolgushov laided his blue palms on the ground and looked at them distrustfully.
“You’re running away?” he muttered, sliding down. “You’re running, you louse.”
Sweat crawled down along my body. Machine guns tapped out faster and faster with hysterical insistence. Framed in the nimbus of the sunset, Afonka Bida galloped up to us.
“We’re really giving it to them,” he shouted out happily. “What’s all the hub-bub here?”
I pointed out Dolgushov to him and rode away.
They spoke briefly. I didn’t hear their words. Dolgushov held his papers out to the platoon commander. Afonka hid the papers in his boot and shot Dolgushov in the mouth.
“Afonka,” I said, riding up to the Cossack with a pitiful smile, “I just couldn’t”.
“Go away,” he said, growing pale. “I’ll kill you. You guys in glasses have as much pity for our boys as a cat does for a mouse.” And he cocked his rifle.
I rode away at a walk, not turning around, feeling cold and death at my back.
“Bona,” Grishchuk shouted out behind me, “stop fooling around.” And he grabbed Afonka by the arm.
“The goddamn lackey,” shouted Afonka, “He’s not gonna get off that easy.”
Grishchuk caught up with me at the turn in the road. Afonka wasn’t there. He had ridden off in the opposite direction.
“You see, Grishchuk,” I said, “today I lost my Afonka, my best friend.”
Grishchuk pulled a shriveled apple out from underneath his seat.
“Eat,” he told me. “Please, eat.”
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| “Solo nel 1923 imparai come esprimere i miei pensieri in modo chiaro e non troppo prolisso. Quindi tornai a scrivere.” (Isaac Babel) |
Sarà il caso di imitarlo? Prima studiate e trovate qualcosa per cui valga la pena scrivere (nel suo caso la guerra, su cui si era ben informato di persona) e solo dopo riprendete a scrivere. Magari evitando di scrivere per settimane la storia di due cinesi in un bordello (1919) o scopiazzare racconti dalle memorie di un ufficiale francese (1920): o farlo giusto come esercizio di scrittura mentre si trova il “proprio stile”, senza pensare subito di poter iniziare con la “grande opera di una vita”. Ma forse l’italiano medio si sente migliore di Isaac Babel, un miserabile ebreo comunista, vero? ^_^
Lieto fine per quelli che odiano le “regolette” (e gli ebrei): nel 1940 Stalin fece fucilare Babel senza alcun motivo ragionevole a parte un “perché sì, perché sono le purghe”. Forse anche baffone non amava le regolette di scrittura: siete in buona compagnia. ^_^
Il gioco del parlare di narrativa in modo vago e la voglia di vomitare
Scritto da Il Duca Carraronan il 22 set 2009 | Categorie: Riflessioni, Scrittura
Ho visto una striscia divertente. Pensavo di proporla in un post, così, per divertirsi, con giusto qualche riga di commento come testo. Poi ho pensato a cosa scrivere, ho riletto vecchie discussioni nel web e ho ripescato alcuni brani tratti dai libri sulla scrittura per la narrativa. Ho riflettuto un paio di giorni e ora ho solo voglia di vomitare. ^__^
Ecco la striscia. Segue qualche riga di considerazioni.
Cercherò di essere involuto e intimista. Ci proverò. Almeno un po’. E fallirò.
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La striscia si spiega da sola: se negli altri campi è necessario sfoderare conoscenze tecniche precise e puntuali, nella critica letteraria si possono tirare fuori fiumi di stronzate e, se uno se la sa cavare nel bluffare, riuscire a farsi passare per uno che sa perfino di cosa sta parlando. Magari non un genio, ma comunque uno che “sa qualcosa”. Il trucco sta nel tenersi sul vago, sul filosofico, nel parlare di aria fritta, senza riferimenti precisi e puntuali al testo che viene trattato: proprio come nell’ultima vignetta.
I due volumi sono un’esagerazione, ovvio, ma a livello più basso, tra gente già di suo poco esperta o addirittura formata da altrettanti millantatori (più o meno consapevoli l’uno dell’altro, ma capaci di costruirsi una rete intellettualoide di supporto), è una cosa che funziona.
Se pensate che non funzioni, spiacenti per voi, ma o siete ritardati o siete vissuti al di fuori del mondo per un bel po’: fate due passi sui forum/siti di settore e controllate quanto l’aria fritta (”La libertà dello scrittore!”, “Chi ha detto che mettere quattro aggettivi di fila sia una cattiva idea?”, “Un incipit orrendo non è un buon motivo per criticare l’incipit orrendo”, “Gli avverbi in mente spiegano e specificano l’azione del verbo: solo un idiota ignorante che confonde i libri con il cinema li toglierebbe!”, “Chi può giudicare un testo di narrativa se esso in quanto intrattenimento è personale e quindi basato sul gusto e il gusto è per sua natura ingiudicabile?”, “Parlavo in generale, non di questo libro”, SIGH…) basti a mandare avanti i discorsi, a scapito dei precisi e puntuali riferimenti al testo e a scapito dello studio della scrittura per la narrativa e dei suoi meccanismi.
Anzi, peggio ancora. Chi si macchia del terribile crimine di occuparsi della narrativa dal punto di vista di chi si occupa della narrativa, ovvero con gli strumenti, i metodi e il punto di vista dello scrittore professionista (grazie alle opere in materia che gli scrittori pubblicano) per cercare di capire cosa non vada in un testo che appare “brutto”, viene perseguitato, insultato in modo più o meno velato e cacciato da piccoli nuclei di individui che praticano il “gioco del critico vago”.
In particolare il voler “spiegare e motivare” un problema di scorrevolezza o di immedesimazione PRESENTE nel testo viene ribaltato dichiarando che lo scopo Vero è quello di demolire l’opera A PRIORI: essendo per primi in malafede, accusano di malafede chi è in buona fede per mascherare la propria malafede e instillare il dubbio nel lettore, giacché chi accusa per primo è in vantaggio e l’eventuale accusa identica in risposta appare come semplice ritorsione. Dialettica eristica, la morte del dialogo intelligente e la difesa prediletta per il Giocatore del “gioco del vago”, in particolare tramite l’argumentum ad auditores e la generalizzazione.
Gioco, ecco, questo è il termine che potrebbe calzare.
Tutta la questione mi ricorda molto l’esempio del “gioco dei difetti” spiegato da Eric Berne (medico chirurgo e psichiatra, ufficiale medico nell’esercito statunitense durante la Seconda Guerra Mondiale) in “A che gioco giochiamo“.
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| Eric Berne non è OK. Io non sono OK. Tu non sei OK. |
Le mogli si riuniscono, bevono il tè e sparlano dei mariti, con il tacito accordo che il divertimento stia nello sparlare dei mariti in sé e non nel dialogare in modo intelligente dei propri problemi di vita coniugale per trovare soluzioni. Quando una nuova signora si aggiunge e invece di “giocare secondo le regole” decide di discutere sul serio dei problemi, cercando anche di giustificare il comportamento dei mariti e analizzare la questione in modo più razionale, le altre donne si irritano per il “gioco rovinato”.
Se la situazione di incomprensione prosegue e la nuova arrivata non capisce che lì nessuna è davvero interessata a discutere in modo razionale e intelligente, le altre smetteranno di invitarla in modo che non rovini più il loro bel “gioco dei difetti”.
Non è molto diverso ciò che succede in certi luoghi pieni di gente capace di parlare di un libro senza occuparsi del libro in sé, parlando “in generale”, chiacchierando “di massimi sistemi”, e quando viene fatto notare che per il libro in questione ciò che dicono non ha alcun valore o attinenza, questi si barricano dietro frasi come “Sì, lo so, ma io parlavo in generale, mica del libro!”.
Pare brutto in una discussione su un libro specifico parlare del libro specifico?
Evidentemente sì, perché questo costringerebbe a citare il testo in modo preciso e puntuale, facendo uso delle conoscenze di scrittura per la narrativa utili in quell’ambito: il problema è che il finto intellettuale e critico NON conosce le tecniche di scrittura (segue affermazione che i manuali sono scritti da falliti, idioti, mentecatti e anche quando non è così sono del tutto inutili “perché sì”) e NON ha le capacità e la maturità critica per discutere in modo intelligente del testo.
Molto più facile fare il Vago, dandosi un’aria da navigato intellettuale, e usando come frasi per far tacere “il rozzo tecnico” qualche roba figa origliata nelle discussioni di qualche genio che per aver preso una laurea in lettere (o star studiando lettere) pensa di sapere tutto della narrativa e di conseguenza snobba gli scrittori e i loro manuali tacciandoli di essere tutti truffatori e tutti coglioni che scrivono solo coglionate… ce ne sono a dozzine, ovunque, fate un giro e li trovate. E dato che molte cose dette dagli scrittori nei “loro manuali” sono le stesse scritte da William Strunk (professore di inglese alla Cornell University per 46 anni) e da Elwyn White (Pulitzer per “l’intero corpo delle sue opere” nel 1978) decenni prima in “The Elements of Style“, ne consegue che Strunk è un coglione e un truffatore pure lui.
E come Scott Card e gli altri pure Strunk e White sono stati traviati dal cinema e dai film d’azione di Sylvester Stallone pieni di esplosioni, per questo non capiscono che la narrativa è Arte “priva di regole” e non ci si può concentrare su stupidi dettagli legati all’immedesimazione e al mostrare. Giusto?
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William Strunk junior, un celebre drogato di cinema e televisione che non aveva idea di cosa fosse la Scrittura secondo molti intellettuali del “parlar vago di narrativa”. E chi lo ha ammirato e ha studiato il suo libro, come King e più di mezzo secolo di scrittori di narrativa (Matheson?), non è meno cranioleso di lui, giusto?
Brani da The Elements of Style, detto anche Strunk & White (prima edizione 1959, brani tratti dalla quarta edizione del 1999, ora c’è anche una quinta del 2009).
(Leggetelo in inglese che la versione in italiano è dello Strunk -senza White- del 1918 e mi pare tradotta di merda)
Rich, ornate prose is hard to digest, generally unwholesome, and sometimes nauseating. If the sickly-sweet word, the overblown phrase are your natural form of expression, as is sometimes the case, you will have to compensate for it by a show of vigor, and by writing something as meritorious as the Song of Songs, which is Solomon’s.
[...]
Avoid the elaborate, the pretentious, the coy, and the cute. Do not be tempted by a twenty-dollar word when there is a ten-center handy, ready and able. Anglo-Saxon is a livelier tongue than Latin, so use Anglo-Saxon words. In this, as in so many matters pertaining to style, one’s ear must be one’s guide: gut is a lustier noun than intestine, but the two words are not interchangeable, because gut is often inappropriate, being too coarse for the context. Never call a stomach a tummy without good reason.
If you admire fancy words, if every sky is beauteous, every blonde curvaceous, every intelligent child prodigious, if you are tickled by discombobulate, you will have a bad time with Reminder 14 (NdDuca: Avoid fancy words). What is wrong, you ask, with beauteous? No one knows, for sure. There is nothing wrong, really, with any word — all are good, but some are better than others. A matter of ear, a matter of reading the books that sharpen the ear.
The line between the fancy and the plain, between the atrocious and the felicitous, is sometimes alarmingly fine.
Rule 4: Write with nouns and verbs
The adjective hasn’t yet been built that can pull a weak or inaccurate noun out of a tight place.
Rule 8: Avoid the use of qualifiers
Rather, very, little, pretty — these are the leeches that infest of the pond of prose, sucking the blood of words. The constant use of the adjective little (except to indicate size) is particularly debilitating; we should all try to do a little better, we should all be very watchful of this rule, for it is a rather important one and we are pretty sure to violate it now and then.
No one can write decently who is distrustful of the reader’s intelligence, or whose attitude is patronizing.
Tra gli altri poveri stronzi (perché alcune delle cose che dicono sono le stesse cose dette dai poveri stronzi dei manuali), giusto per completezza, ricordiamo: Gabriel García Márquez (odia gli avverbi in “-mente” e si vanta di non averne messo nessuno in L’Amore ai Tempi del Colera); Ezra Pound (consigliò a Hemingway di non fidarsi degli aggettivi); Voltaire (l’aggettivo come nemico del nome); Gustave Flaubert (suggerì a Guy de Maupassant di cercare sempre la parola giusta e il verbo giusto, le mot juste, senza cedere alle soluzioni più facili e volgari… ovvero correggere un nome/verbo meno adatto di quello “perfetto” tramite avverbi e aggettivi che lo rendano più specifico); John Le Carré (”We went for a bald style… profound suspicioun of adjectives and making the verb do the work”) ecc… ecc…
Tutti citati anche in “How Fiction Works” di Oakley Hall (finalista al premio Pulitzer nel 1958, ha servito nei Marines durante la Seconda Guerra Mondiale).
Chi si presenta a parlare di narrativa di un certo tipo (fantasy e fantascienza) pensando che sia lecito far uso di conoscenze tratte dai manuali scritti proprio dagli autori di quel tipo di narrativa (ma le cui considerazioni e consigli vanno al di là del mero genere, e chi ha letto i manuali lo sa: ma i grandi letterati non si sporcano leggendo questi orribili manuali scritti da stupidi scrittori che magari non sono nemmeno laureati in lettere!) viene a rovinare il gioco dei critici da due soldi.
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| Gene Wolfe (1931 – vivente) Stimato e apprezzato autore di fantasy e fantascienza, veterano della Guerra di Corea e ingegnere… è una delle grandi menti dietro la macchina che produce le patatine Pringles. Non è laureato in lettere, ma conosce la scrittura più di tanti gonzi con un pezzo di carta. |
Questi “critici dell’aria fritta” magari per due o tre anni si sono divertiti in qualche comunità online a costruirsi un pubblico, delle amicizie e una reputazione da tizi che sanno quel che dicono: che qualcuno venga a rovinare tutto facendo capire che loro non sanno di che parlano è una cosa che non possono tollerare. E fanno i gruppetti di squadristi, usando tecniche tra il borderline e la palese violazione delle regole della community, per isolare, offendere e scacciare chiunque osi contestarli “con motivazioni valide”. Non posso fare a meno di vomitare di fronte a tutto ciò. ^_^
Gamberetta ha rotto il gioco a molti due anni fa, portando con ammirevole testardaggine un diverso modo di parlare di fantasy, più serio, a imitazione di quello che si può leggere all’estero, nelle discussioni che noi possiamo solo invidiare. E in tanti si sono incazzati perché anche se è stato possibile cacciarla dal proprio adorato forum, non è stato possibile cacciarla dalla “sala da tè del web”. E la sua semplice esistenza è ancora un atto di accusa contro di loro.
E il fatto che anche altri stiano cominciando a capire che si può e si deve studiare la narrativa di genere per parlarne con cognizione di causa (scartiamo quelli che cercano di fare commenti precisi e puntuali senza aver prima studiato… ho già accennato una volta agli imitatori di Gamberetta che fanno più danni che altro, smerdando così anche i commentatori più seri e accorti), fa sentire questi “truffatori del discorso” sempre più minacciati e spaventati. E urlano contro i critici puntigliosi. Urlano contro il mondo. Urlano in realtà contro la propria ignoranza e stupidità, che li soffoca e li fa sentire impotenti, ma non possono privarsene perché “studiare” significherebbe darla vinta al Nemico.
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| Gamberetta in una immagine utilizzata dai fan per adorarla. L’immagine non è idealizzata: la Vera Gamberetta è molto più bella. PUNTO. |
Negri, Editori, Scrittori e Lettori
Scritto da Il Duca Carraronan il 12 set 2009 | Categorie: Editoria, Libri, Razzismo e Stereotipi, Riflessioni, Scrittura
Lo spezzone proviene dal secondo episodio della miniserie TV “Radici” del 1977, basata sull’omonimo romanzo di Alex Haley. È una bella miniserie: ci sono dei negri, ci sono dei bianchi, i primi sono schiavi dei secondi. Molto bello. Ora lasciamo stare “Radici” e passiamo alla riflessione che avevo in mente, ma se avete letto il titolo del post e guardato il video avrete già capito dove andrò a parare: siamo tutti negri.
Scrittura e lettura.
Nei libri dedicati alla scrittura ricorrono una serie di consigli per fare in mondo che il lettore sia tanto avvinto dalle vicende lette da rimanere incollato alle pagine per ore e ore. Il lettore deve entrare nella storia, sentire che quello che legge è in un certo senso “reale”, appassionarsi ai personaggi e/o alle vicende.
Per fare questo ci sono varie tecniche più o meno semplici: aumentare la leggibilità del testo usando pochi avverbi di modo e pochi aggettivi (solo quelli che servono, niente di più, che è una cosa banalmente ovvia… e di norma ne servono pochissimi); scegliere di mostrare le scene attraverso dei POV-Character piuttosto che col narratore onnisciente; costruire dialoghi che non siano scambi troppo diretti di battute tipo “domanda-risposta”; gestire l’andamento della tensione causando picchi e cali; non imporre la propria interpretazione delle cose, ma attenersi ai “cinque sensi” e lasciare libertà al lettore anche di trovare divertente (magari perché gli ricorda un conoscente che detesta) il dramma psicologico di un personaggio; inserire elementi fantastici e bizzarri (nel caso del fantasy/fantascienza) sin dall’incipit per stimolare il pubblico sensibile a questi elementi; far affezionare i lettori (o meglio “provarci”) a un dato personaggio e poi ucciderlo a due terzi della storia per sfruttarne l’impatto psicologico (e stimolare il desiderio di vendetta sul responsabile da parte del lettore, che lo vorrà vedere punito) ecc… ecc…
Fate prima a leggervi dei buoni libri sulla scrittura e a farvi un’idea da soli.
Tutto questo ha lo scopo di far rimanere il lettore incollato al libro o, meglio, farlo stare “dentro la storia”, come se fosse REALE e REALMENTE interessante. Sbagliare qualcosa (incoerenza, periodi pesanti da leggere, errori di POV spaesanti…) può causare nel lettore uno shock, come se gli si urlasse “Non è una storia Reale, stupido, è solo un romanzo scritto male”. Se lo shock è abbastanza forte, il lettore può arrivare a interrompere la lettura: viene cacciato fuori dalla storia. Se è lieve, può proseguire senza alcun problema, se non al più un vago senso di fastidio momentaneo. Una storia che funziona è una storia che tiene il lettore incollato fino alla fine o, perlomeno, fino a quando non si accorge che non è più mezzanotte, ma sono già le due e tra meno di cinque ore dovrà alzarsi per andare al lavoro: il tempo vola con un buon romanzo.
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| Ci sono svaghi più intelligenti che non leggere romanzi fantasy… |
Cosa c’entra col video?
Quando si impara come funziona la scrittura per la narrativa d’intrattenimento, perlomeno per quel che gli autori di successo rivelano nei libri dedicati o nei seminari, se non si è tonti come bestie, si riuscirà in breve tempo a individuare i problemi all’interno di un brano e ci si ritroverà a provare un senso di fastidio: “Diamine, lui è un autore pubblicato famoso e fa questi errori che perfino io so vedere?”
Questo, per chi ha letto qualche manuale (o anche uno solo) e non è mentalmente subnormale, è del tutto automatico: non bisogna leggere il testo con attenzione, basta leggerlo normalmente, come semplici lettori, per vedere gran parte dei problemi peggiori che possono affliggerlo.
Viene da sé che un errore che prima, nella beata ignoranza, avrebbe fatto solo “storcere il naso” per mezzo secondo, ora ha un effetto amplificato dalla capacità di individuare la natura dell’errore e dal fastidio provato a causa della sua presenza. Tutte cose che rendono l’errore più grave di quanto non sia: il rischio di essere espulsi dalla storia aumenta in modo drammatico.
Eppure non è davvero colpa dell’autore: è colpa del lettore che è diventato ipersensibile. Se il lettore fosse rimasto ignorante, avrebbe potuto godersi meglio la storia, come se la era sempre goduta. Chi non ha mai fatto l’esperienza di rileggere un vecchio libro che era piaciuto anni prima e trovarlo pieno di errori, stupidaggini, scelte narrative mediocri che svelano appieno la gretta incompetenza e dabbenaggine dell’autore? Siamo sinceri: se uno ha riletto qualcosa di vecchio dopo aver imparato un po’ di elementi di scrittura deve aver fatto questa esperienza, altrimenti è un idiota refrattario all’apprendimento (o non ha letto seriamente i libri sulla scrittura, ma si vanta solo d’averlo fatto).
Ma se si legge narrativa per intrattenimento, non sarebbe meglio evitare tutto ciò?
Non sarebbe meglio rimanere ignoranti, come i negri, e felici?
Non sarebbe meglio non sapere che ciò che si legge è un mezzo aborto costruito con scarsa capacità e piazzato sul mercato con l’unico intento di fregare i lettori con un po’ di pubblicità mirata e un nome d’autore famoso?
Con molta pazienza e molto sforzo si può anche evitare il problema, e tornare a godersi i brutti libri quasi come prima… quasi, appunto. Ma vale davvero la pena fare questo sforzo e intanto rovinarsi (almeno un pochino) tante letture che avrebbero potuto invece donarci solo gioia?
Padroni bianchi ed Editori premurosi
Un ragionamento simile a quello dei bianchi del video forse lo fanno anche gli editori.
Comincerà a pensare, a riflettere, e allora diventerà molto infelice e avvilito.
No no no no: sono anime semplici e forse gli rendiamo un servizio migliore non pretendendo di più dalla loro natura.
Il lettore tipico è un’anima semplice, un Negro Ignorante, che può godere per anni e anni leggendo libri facili da trovare e stampare: i classici brutti fantasy stereotipati.
Anche io ho conosciuto persone che fin da ragazzini hanno letto R.A. Salvatore e continuano a leggere e rileggere i libri ambientati nei Forgotten Realms e simili. Sono in gran parte troiate oscene a quanto mi hanno detto. Quelli che ho letto io erano TUTTI troiate oscene, analizzandoli col senno attuale (quando avevo 14 anni avevo trovato piacevole “Le Lande di Ghiaccio”, ma pure lì ben sapendo che era una troiata), ma mi assicurano che qualcosa di decente c’è e io mi fido, per cui dico “gran parte”.
Però a tanti piacciono e se li godono e rigodono. Stessa cosa per i libri di Terry Brooks. Io li ho letti quasi tutti ancora prima di iniziare a studiare la scrittura sui manuali, con crescente disgusto (a parte quando avevo 10-13 anni e mi piacevano un po’… non erano belli, ma si facevano leggere).
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| I soliti elfi di Fantasylandia… e una versione un po’ più interessante. |
Come può un lettore rovinarsi, anche senza leggere manuali di scrittura?
Semplice: leggendo romanzi veramente buoni e diventando un Negro Istruito. Quando si vede cosa c’è di meglio, e magari si scopre che non riceve lo stesso pompaggio pubblicitario di cose molto peggiori e più “accessibili ai negri qualsiasi”, si inizia a non trovare più altrettanto piacevoli i libri peggiori.
Se il negro impara a leggere e scopre che in fondo anche lui è un uomo e anche lui ha diritto alla libertà, la sua condizione servile diventa peggiore. Se il lettore impara che posti affascinanti come la città di New Crobuzon o il mondo di The Iron Dragon’s Daughter sono alternative possibili alla solita Fantasylandia numero XXXX piena di cliché, inizierà a trovare meno attraente il solito medioevo con gli elfi dei boschi che prendono in giro i nani dei monti.
Ma inizierà anche a essere infelice, perché tanto fantasy è spazzatura (o non è particolarmente innovativo o interessante o fantasioso… il fantasy senza fantasia è andato a lungo per la maggiore). Sarà molto più facile di prima comprare un libro e non esserne felici.
Gli editori, come i padroni degli schiavi, ci proteggono da tutto questo. Se rimaniamo ignoranti, grazie ai soliti fantasy da due soldi stampati in massa (Le Cronache del Mondo Emerso, Eragon, i romanzi di Dragonlance e altri a tema D&Desco, la massa di stronzate dei giovani autori italiani partorite nel 2008 ecc…), potremmo continuare a essere felici. Ogni tanto rilasciano qualcosa di un pochino più innovativo (ma è poca roba rispetto alla massa: basta guardare lo scaffale del Fantasy e Fantascienza di una tipica libreria) per provare a soddisfare i negri più esigenti (i negri “istruiti”), ma la massa è roba per il tipico negro ignorante.
Non per niente va per la maggiore il target Young Adults: più giovani, meno anni di lettura alle spalle, più possibilità che abbiano letto meno libri, maggiore incidenza statistica dei Negri Ignoranti rispetto ai Negri Istruiti, spesso di bocca buona per l’inesperienza o il “fascino per la lettura” che se appena esploso è difficile da scalfire (ehi, io mi sono letto i primi sette libri di Shannara di seguito due volte quando ero giovane e ardente di voglia di leggere). Pubblico ideale per spacciare immondizia e allo stesso tempo ricevere dei “grazie”.
Come vendere fucili a pietra focaia ai Maori quando tu già usi fucili con le cartucce metalliche: per te che lo sai sono merda pura, ma per il Maori ignorante sono tremendi bastoni della morte! Soddisfazione garantita.
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| Essere bravi negri riconoscenti: “Buono editori da noi tanto mangiari che tutti giorni è come Nascimento” |
Non è meglio essere protetti e cullati nell’ignoranza?
In fondo lo fanno per il nostro bene… e il loro interesse, ma che male c’è nel guadagnare qualcosa mentre si fa del bene?
Io vorrei essere ancora un Negro Ignorante: mi mancano gli anni in cui leggevo tutto e mi piaceva (quasi) tutto. Ero più felice. Ora invece che sono un Negro un pochino più istruito sono meno felice e, in più, vedo pure che molti come me vengono tacciati di essere “invidiosi” quando spiegano cosa ritengono non vada in un libro pubblicato. Grandioso…
| Voi cosa ne pensate? |
Novità e rubrica “Chiedilo al Duca”
Scritto da Il Duca Carraronan il 03 feb 2009 | Categorie: Chiedilo al Duca, Novità sul Sito, Scrittura
Dopo il divertente intermezzo trollesco con il Pino Mugo del Fantasy Italiano, torniamo a parlare di cose serie. Questo è un aggiornamento lampo dedicato agli articoli in arrivo e alla nuova rubrica “Chiedilo al Duca”.
Articoli in Arrivo
Sto riordinando gli appunti sui primi due libri delle Cronache del Mondo Emerso e, sigh, con grande dolore sto rileggendo il terzo libro. Tutto per amore di Nihal. E come preannunciato alcuni giorni fa sto leggendo “Il Destino di Adhara”, nuovo libro di Licia Troisi che alcuni mentecatti imbottiti di metanfetamine hanno definito la Regina del Fantasy Italiano. Chissà perché mi viene in mente Gaetano Bresci… ^__^
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| «Io non ho ucciso Umberto. Io ho ucciso il Re. Ho ucciso un principio.» |
Oltre a questa spazzatura mi sto dedicando alla lettura di romanzi più seri, ovvero quelli di Carlton Mellick III che mi sono appena arrivati.
Dedicherò un articolo alla Bizarro Fiction e al libro “The Haunted Vagina” che ho appena finito di leggere. E agli altri romanzi in futuro, se saranno altrettanto belli.
Ho anche il libro “The New Weird” a cura di Ann e Jeff Vandermeer, per cui potrei usare il materiale e i racconti contenuti per fare un articolo su cosa sia il New Weird. Qualcosa di un pochino più completo e delineato, se riuscirò, di una traduzione da wikipedia per qualche rivista di dubbio gusto. E anche un articolo su un nuovo genere letterario di cui preferisco non parlavi prima per non rovinarvi la sorpresa (e non c’entra con lo Steam, è molto più figo!). ^__^
Per quanto riguarda armi e armature, gli articoli per cui ho raccolto materiale nel corso di questi mesi sono: storia e spirito della baionetta; articolo “4 Dummies” sulla balistica terminale nel corpo umano (perché di più non posso fare); storia ed evoluzione (in breve) delle armature da fanteria dalla fine dell’Ottocento a oggi; gli acciarini a percussione (parlando anche di palle minié e altre soluzioni meno intelligenti); il moschetto con la forcella, una falsa innovazione.
Gli altri che potrei scrivere non li cito perché penso di metterli dopo questi (il che significa tra parecchi mesi).
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Chiedilo al Duca
Questa è la nuova sezione. L’idea nasce dalla discreta quantità di consulenze più o meno complicate che ho fornito via mail o via msn nell’ultimo anno. Una piuttosto interessante proprio la scorsa settimana. Talvolta il materiale che metto assieme per rispondere è sufficiente per poterci costruire attorno un articolo a sé e ho pensato che magari qualcun altro potrebbe essere interessato a leggere la risposta.
Quella su Armature e Armi da Fuoco alla battaglia di Pavia è una vera e propria consulenza di un certo livello, per cui non l’ho inserita nella nuova categoria, ma domani provvederò a pubblicare il primo articolo di “Chiedilo al Duca”.
Chiunque può mandarmi quesiti di natura storico-armiera o chiedere consigli che richiedano competenze in oplologia o storia militare per la propria ambientazione fantasy. Anche domande applicative del tipo “ho questo e questo nella mia ambientazione fantasy, secondo te ci può stare quest’altro o non ha senso?”. Oppure “avrebbe senso che ci fossero X e Y nella mia ambientazione, anche se non voglio che ci sia W?”.
Se le risposte saranno sufficientemente interessanti le sistemerò, amplierò e pubblicherò un po’ per volta nella nuova categoria. Sempre che io sia in grado di rispondere, cosa che NON è affatto da dare per scontata! ^__^
Indirizzo e-mail a cui inviare: carraronan@gmail.com
Sono sempre disponibile anche a leggere gli incipit dei romanzi delle aspiranti scrittrici (o scrittori…) di Fantasy per fornire pareri e aiuto tecnico (quel poco che posso fare). Ma su questo farò un articolo apposito in futuro, per spiegare in modo chiaro l’importanza di inviare le proprie mutandine assieme al testo.
Nel frattempo chiunque voglia approfittarne è benvenuta, soprattutto se giovane, attraente, disinibita e domiciliata in Lombardia. Meglio se perfettamente sana e se prende la pillola: preferisco che non vi siano barriere artificiali nel rapporto di editing. Va da sé che se siete maschi leggerò le vostre opere con molto meno interesse.
Sono sessista, cazzi vostri. ^__^
A domani con il primo articolo di “Chiedilo al Duca”.
Odio: la colazione dei campioni!
Scritto da Il Duca Carraronan il 01 dic 2008 | Categorie: Riflessioni, Scrittura, Troll & Flame
Oggi il visitatore iome ha scritto “licia troisi sa che questo articolo esiste”.
Al che io ho pensato: buon per lei, le avevo pure messo un bel link pulito al suo sito così mi poteva trovare tramite i Link in entrata nella bacheca del suo Wordpress! Sarebbe stato bello avere un suo commento, in fondo era un post fatto per divertirsi con le allusioni sessuali del suo libro, ma sapevo già che non ci sarebbe stato. Come ha sottolineato Angra gli autori da millemila copie non si mischiano con il volgo così invidioso e criticone. E pensare che io sono pure Duca!
Cascando a fagiuolo la Regina del Fantasy Italiano ci ha regalato un bellissimo post dopo appena una manciata di ore: http://www.liciatroisi.it/blog/2008_12_01/ledificante-ed-esemplare-storia-del-blogger-non-anonimo/
Un bel giorno, il blogger non anonimo si rende conto che ha un sacco di voglia di scrivere che quel determinato detrattore che l’ha insultato gli sta sul culo. Sì, testuali parole. Ha già pronto un post al vetriolo. Ma, calma. Dar contro a chi ha evidentemente insultato per scatenare un flame-war è da idioti, è fare il gioco del nemico. Tanto più che è anche una battaglia persa in partenza. Cazzo.
Fosse stato anonimo lo sfizio se lo poteva pur passare. Uno sfogo senza firma sotto e senza faccia a corredo, ma così…e allora lascia perdere e parla d’altro.
[...]
- ok, ma tanto c’è il fatto c. No, aspetta. Il fatto c tira in ballo tutta quella gente lì che ti ha diffamato sulla rete. E, ehi, tu quelli non li devi sfiorare manco da lontano. Voglio direi, lo sai quanto pallose sono le discussioni che vertono sull’argomento, poi ti tocca mettere in quarantena il blog per un mese. No, no, lascia perdere
Credo che si stesse riferendo principalmente alla carissima Gamberetta. ^__^ Ma mi piace immaginare che un po’ del suo odio fosse anche per me (ho avuto parecchi visitatori che cercavano commenti e recensioni su Il Destino di Adhara) e per i miei compagni di merende. Magari il mio articolo ha aiutato a farla sbroccare o forse no, ma è bello pensare di aver collaborato.
Vabbè, a quanto pare Licia non verrà a salutarmi. Credo sia perché vorrebbe vedermi pendere dalla forca assieme ad Angra e a Taotor, dopo aver incendiato la barca per gamberi e aver fatto squartare Gamberetta dai cavalli selvatici.
Mentre sarà impegnata a sbranare il suo nemico naturale, io e Angra potremo provare a sfuggirle (scusa, Taotor, dobbiamo lasciarti indietro “a coprirci” mentre effettuiamo la “ritirata strategica” ^_^).
Licia dovrebbe canalizzare la violenza in scrittura. È una cosa che fa bene. Magari scrivendo contro qualche etnia/religione che non piace a nessuno: ebrei, albanesi, musulmani…
Ah, già, pare che istigare all’odio sia un genere di libertà di espressione vietata nei paesi orgogliosi della propria libertà di espressione. Che noia. .___.
Licia potrebbe però sfruttare tutto questo rancore inespresso come carburante per migliorare la sua scrittura. Funziona, lo testimonia anche David Gerrold in “Worlds of Wonder”.
But one day he (NdDuca: l’odiato professore alcolizzato) said to me the most important words in my entire career. Had he not said these words, my life would have been far different — I probably would not have become a writer. He looked me straight in the eye and said, “Stop wasting my time. You’re no good. You’ll never be any good. You have no talent. You’ll never be a writer.”
His words angered me so much that I made a promise to myself. It was very simple. I’ll show you, you stupid old bastard!
That was in 1963.Within four years I’d sold a script to television—”The Trouble With Tribbles” episode of Star Trek. Within ten years I’d published eight novels, two anthologies, two nonfiction books about television production, and a short story collection. I’d written four more television scripts.
And I’d won three Hugo and three Nebula nominations.
Boy, I showed him.
And yes, rage is an excellent fuel.
Concordo con Gerrold, avendo sperimentato la cosa (anche se non nell’ambito della scrittura) e quindi sapendo bene quanto conta essere infuriati per trovare lo stimolo a dare il meglio, a impegnarsi al massimo.
È una cosa banale, ovvia, ma come tante altre cose ovvie che proprio perché ovvie vengono dimenticate, merita di essere ricordata agli aspiranti scrittori. E Gerrold non è certo il solo a sottolineare l’importanza della furia, dell’odio, della rabbia come carburante (doping?) per le persone:
Io so che l’odio come l’ira hanno la loro funzione nello sviluppo della società, perché l’odio dà la forza e l’ira sprona al mutamento.
(Ivo Andrić, scrittore serbo, Nobel per la letteratura nel 1961)
L’odio è un tonico, fa vivere, ispira vendetta; invece la pietà uccide, indebolisce ancora di più la nostra debolezza.
L’odio senza desiderio di vendetta è un seme caduto sul granito.
(Honoré de Balzac, culattone francese, mangiatore di rane)
Dai risultati non mi pare che Licia stia sfruttando il potenziale insito nell’odio contro i suoi (a ragione) detrattori, ma forse mi sbaglio e si sta dimostrando incapace nonostante la strepitosa carica del rancore. Spero per lei di no.
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| Rabbia: la colazione dei campioni! |
Come già scritto credo molto nella forza dell’odio e della furia, quel gradevole stimolo che ti porta a vedere l’avversario come un bestia da schiacciare, un animale da fare a pezzi, qualcuno da cui bisogna ottenere soddisfazione in un modo o nell’altro, prima o poi. L’odio attiva i meccanismi mentali più preziosi dell’uomo, quelli della lotta per la sopravvivenza. Uccidi o fatti uccidere. Divora o fatti divorare. Nessuno vuole avere una posizione peggiore del proprio nemico nella catena alimentare.
Ci credo tanto che lo uso anche quando faccio l’editing dei testi a amici/conoscenti: con punzecchiature e commenti gratuitamente cattivi cerco di stimolare una reazione violenta nello scrittore offeso. Alcuni non mi mandano più niente dopo. Gente senza spina dorsale, cazzi loro. Spero che però l’odio verso di me li aiuti lo stesso a migliorare. Altri continuano a chiedere pareri, come criceti che mordono ancora e ancora e ancora il cibo elettrificato. Taotor ad esempio è molto migliorato e ormai non lo insulto più da tempo, ma i suoi primi scritti facevano vomitare le capre morte. Non so se ne abbia ricavato davvero del sano odio, ma di certo non era piacevole per lui veder considerato tutto il proprio lavoro al livello dello sterco putrido. Un qualche genere di meccanismo mentale sarà pur scattato se ha deciso di voler davvero imparare a scrivere meglio.
In generale se a uno interessa davvero aiutare uno scrittore è meglio farsi odiare e dire le cose come stanno (con cattiveria se si pensa che possa servire) piuttosto che moderare i toni e mentire per evitare grane. D’altronde lo dicono anche i manuali di scrittura (sempre a dire cose ovvie questi manuali!): non fidarsi del parere di genitori e amici, potrebbero sopravvalutare l’opera perché “l’hai scritta tu” o potrebbero perfino mentire per non rovinare l’amicizia.
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| Gli hanno forse insegnato qualcosa di sbagliato? Non mi pare. |
Il prezioso carburante dell’odio può essere ottenuto anche sfruttando gli scrittori spazzatura che infestano le librerie. È disgustoso vedere lavori dozzinali, scritti male da incompetenti o buttati là senza fregarsene molto dell’editing, che hanno il loro bel seguito di fan. Non parlo di Harry Potter, che da quanto ho visto ha la sua dignità (anche se il successo ottenuto è difficile da giustificare), ma mi riferisco proprio a libri come quelli di Licia Troisi. O anche parlando di libri molto meno pubblicizzati e venduti, è osceno veder pubblicati e magari spacciati come capolavori/rivelazioni tanti altri libracci italiani e stranieri.
Disgusto. Ribrezzo. Odio. Falli macerare per bene e ricavane la tua fottuta benzina personale. Fantastica sull’uccidere o mutilare gli autori. Sogna di vederli in rovina. Leccati le labbra mentre immagini di affondare la baionetta nel loro ventre molle gonfio di liquami. Non è reato coltivare il proprio odio per trasformarlo in qualcosa di positivo.
MUORI! MUORI! MUORI! Due minuti di odio ogni giorno, come insegna Orwell!
Alcuni, tipo i leccaculo che infestano certi forum e siti, potrebbero vederla come Invidia, ma non ha molto senso. Invidia di cosa? Del successo e quindi dei soldi? Allora meglio invidiare King o la Rowling, che senso ha invidiare la Troisi che fa uno sputo dei loro guadagni? No, l’odio è qualcosa di più pregiato della mera invidia. Chi parla di invidia dimostra solo la propria ignoranza e stupidità. L’odio è l’oro delle emozioni: l’invidia è solo ottone.
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Alcuni anni fa ero pieno di nVidia, avevo la 6600GT Ma da tempo sono un uomo diverso è ho la ATI Radeon 2900XT |
Post Scriptum
Un suggerimento per il genio che oggi è arrivato al mio sito cercando “licia troisi stuprata analmente“: guardati un bel porno asiatico, ne hai tanto bisogno. ^__^
Carica alla Baionetta verso il Futuro!
Scritto da Il Duca Carraronan il 27 mag 2008 | Categorie: Novità sul Sito, Riflessioni, Scrittura
Nelle ultime settimane stavo lavorando ad alcuni articoli e mi sono trovato parecchie volte a pensare a come far evolvere questo sito. Ho visto che i tre articoli più letti sono stati “Fantasy, scrittura e giochi di ruolo“, “Le Armature: test di penetrazione e conclusioni” e “Il moschetto a pietra focaia: introduzione e caricamento“.
I primi due mi sono valsi anche varie e-mail di piccoli fan (LOL) e gli apprezzamenti di emeriti sconosciuti qua e là per il web. Se ve lo state domandando: SI, controllo ogni giorno i Refer e Lurko senza pudore.
I due articoli preferiti dai miei piccoli fan non hanno un cazzo di niente in comune:
quello su Scrittura e GdR trasuda sarcasmo gratuito, con note di pura cattiveria, ma va dritto al punto con efficacia: chiarisce, a chi avesse ancora dei dubbi, che certi cliché fanno schifo e che perfino scrivere Fantasy è una questione seria, ma lo fa divertendo il lettore ed evitando complessi tecnicismi o riflessioni psicopedoparaplegicologiche;
quello sulle armature è un’asettica sequenza di dati sui test di penetrazione dei fogli di acciaio e di riflessioni per trasformare i pochi dati “certi” in conoscenza concreta che dia un’idea chiara riguardo l’evoluzione delle armature.
I futuri articoli rimarranno fedeli alle due tipologie già viste.
Negli Articoli Tecnici su armi, armature, storia o simili delizie eviterò il sarcasmo e cercherò di contenere la mia scurrilità al minimo.
Sarò un fottuto professorino con la scopa in culo.
In quelli sul Fantasy e sulla Scrittura invece non mi farò problemi a scatenare la mia innata volgarità e a vomitare sarcasmo, ma con l’obbiettivo chiaro di trasmettere un messaggio propositivo che stimoli, magari, una riflessione nel lettore.
Cattiveria Utile, per far capire meglio i concetti e favorire il pensiero laterale.
Le Immagini negli Articoli
Le immagini trasmettono bene la “sensazione” che dovrebbe accompagnare l’idea espressa. Le immagini mostrano e il testo racconta. In particolare quando si tratta di fare umorismo, scatenare il sarcasmo o deridere q.c., niente di meglio di un bel motivator a tema o qualche altra stupidaggine con una bella didascalia per sottolineare quanto detto.
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| Concordo al 100% |
Sfortunatamente gran parte dei motivator e delle immagini contenenti scritte hanno il testo in inglese. Se non riuscite a leggerle abbozzate e fate finta di farcela, perché dovreste vergognarvi. L2P or GTFO!
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Questo è un motivator o “immagine con motivazione”. Se non sai l’inglese ti perdi un sacco di divertimento, n00b! |
In caso di immagini pornografiche Hard userò la funzione di spoiler per nasconderle alla vista (un click e appariranno in tutto il loro splendore). Per il Soft non lo farò.
Sulla Scrittura e sul Fantasy
Premetto che non sono un esperto del settore, se con esperto intendiamo un coglione dotato di pezzi di carta da sbandierare o di un libraccio pidocchioso pubblicato, né sono uno di quei dementi che blaterano di finezze letterarie, si fanno una sega leggendo testi arzigogolati privi di qualunque messaggio (Stile per il gusto dello Stile), ma poi non sanno nemmeno riconoscere un uso improprio dei POV quando lo vedono.
Io non scrivo né penso di riprendere a farlo in tempi brevi, però mi piace studiare la scrittura per capire meglio quello che leggo.
La lettura consapevole è più gratificante di quella inconsapevole perché permette di capire, perlomeno a grandi linee, “cosa c’è di sgradevole” e “cosa c’è di piacevole” nel testo.
Ti capita mai di iniziare a leggere un romanzo per poi decidere di smettere a causa di un vago fastidio che però non sai ben spiegare? Probabilmente è a causa di una serie di piccoli errori che si ripetono con grande frequenza. Leggere consapevolmente permette di capire quali siano quelle piccole cose che ti hanno fatto storcere il naso e poter così dire agli amici “perché” quel libro non ti sia piaciuto.
Io parlo solo di narrativa di intrattenimento e rimango terra-terra: niente seghe mentali, niente citazioni del Guru della scuola polacca retroconformista di scrittura creativa, niente stronzate del genere.
Io mi limito ai concetti semplici e intuitivi, ma così semplici e intuitivi che stranamente un sacco di imbrattacarte ancora non li conosce nonostante basti un po’ di lettura consapevole (o un libro decente sulla scrittura) per impararli tutti.
Questo è il pubblico a cui mi rivolgo: gli aspiranti scrittori ignari dei più basilari trucchi della narrativa, troppo pigri per leggersi un buon libro che ne parli e troppo n00b per arrivarci da soli con lo studio dei romanzi letti in precedenza.
Aspiranti scrittori che con un po’ di umiltà e di buona volontà potrebbero cambiare completamente la propria scrittura passando dallo schifo alla decenza.
La semplice decenza non è sufficiente per produrre un romanzo/racconto che valga la pena leggere se non ci sono buone idee e buone storie, ma in fondo se non avete una buona storia da raccontare perché cavolo dovreste scrivere narrativa?
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| Le Buone Idee fanno la Differenza! |
In conclusione:
io sono uno stronzo, sono volgare, sono un monarchico e faccio battute razziste e sessiste, ma questo è il mio fottuto sito e faccio come cazzo mi pare.
Ti sta bene? Bene.
Non ti sta bene? GTFO.
(Get The Fuck Out: Vai Fuori dai Coglioni)
Articoli in Preparazione…
Incipit: una delle cose più importanti, ma più trascurate dai n00b.
Archi lunghi: storia e informazioni spendibili per chi scrive riguardo l’arco da guerra inglese e qualche informazione sugli archi compositi.
Balestre: articolo che si concentra sui meccanismi di caricamento per le balestre.
Spade: infarinatura di base sull’evoluzione delle spade medievali/rinascimentali e su come sono fatte e classificate.
Il Successo di Nihal: riflessioni sulle Cronache del Mondo Emerso, partendo dalla mia esperienza personale di lettore dei romanzi di Licia Troisi.
Anime: riflessioni sugli anime/manga e su come le scimmie gialle di quell’isola sappiano essere così fantasiosamente bizzarri e dementi (la seconda cosa NON è sempre positiva, ma la prima vedremo che invece può esserlo).
Body Building, Scrittura e mille parole
Scritto da Il Duca Carraronan il 22 mar 2008 | Categorie: Body Building, Riflessioni, Scrittura
Da un bel po’ di tempo volevo scrivere un post dedicato alle somiglianze che vedo tra Body Building e Scrittura. Dopo aver commentato il post di Taotor mi è venuto lo stimolo per provare a scriverlo. Un po’ tutte le attività finiscono per somigliarsi nelle fondamenta quando le si conosce a fondo e nel mio caso trovo semplice notare un parallelo tra il Body Building e la Scrittura dato che studio il primo da anni e mi sono avvicinato con metodo allo studio della seconda negli ultimi mesi.
Questo post ha due fondamentali problemi:
1) il body building è sconosciuto alla massa dei miei possibili lettori…
2) …e non gliene frega un cazzo a nessuno delle sue somiglianze con la scrittura.
Dato che nessuno potrà evitare la pubblicazione di questo articolo solo perché appetibile a un pubblico di ZERO lettori, e quindi anti-economico nella concezione editoriale classica, io lo scriverò lo stesso. Chi non è interessato può levarsi dalle palle. E’ il bello della libertà di parola nel Web.
Il Body Building è un’attività complessa che solo chi ne ignora integralmente le fondamenta può ritenere una pratica semplice per bestioni scemi. Il Body Building richiede studio, dedizione e fatica. Senza studio non si può combinare nulla di buono, a meno di non delegare questa parte più complessa a uno specialista del settore, come un trainer sempre aggiornato che abbia anche un’infarinatura adeguata da nutrizionista sportivo. Rimane il fatto che senza disporre delle conoscenze teoriche, che si possono ottenere comprando l’assistenza di uno specialista o studiandosele per conto proprio, non si va da nessuna parte.
Prima di passare a discutere le somiglianze che vedo nelle due attività, per chi fosse interessato, c’è il box riassuntivo con le informazioni minime per capire quello di cui si parlerà dopo. Chi già sa qualcosa su muscoli e allenamento per favorire l’ipertrofia salti pure.
Box sui Principi di Base del Body Building
Sintetizzati e concentrati in modo così vergognoso da risultare utili solo a chi ha conoscenze altrettanto vergognose del corpo umano.Le persone hanno le ossa, tenute assieme da giunture e coperte da muscoli e grasso. Il grasso fa prevalentemente da scorta alimentare, mentre i muscoli servono a fare in modo che le ossa si avvicinino tra loro ruotando sulla giuntura di pertinenza. Per ottenere il movimento i muscoli si contraggono, ovvero si rannicchiano su se stessi ingobbendosi e così finiscono per tirare il “gancio” (tendine) che li ancora all’osso e muovono il pezzo desiderato. Ogni muscolo ha, come regola generale, un suo gemello opposto per uno scopo ben preciso: se ti puoi muovere in una direzione devi poterti muovere anche nell’altra, se no non potresti mai tornare alla posizione di partenza. Le coppie più famose, che perfino il più ignorante caprone dell’universo se ha una minima percezione di come diavolo è formato il suo corpo deve per forza di cose aver notato nel corso della propria vita, sono pettorali e dorsali, bicipiti e tricipiti, bicipiti femorali e quadricipiti ecc… ecc… secondo la filosofia costruttiva del Tira-Spingi, Avvicina-Allontana.
Lo sviluppo muscolare inizia con la distruzione muscolare: gli sforzi compiuti durante l’allenamento coi pesi servono a danneggiare il tessuto muscolare, danneggiando le fibre e riempendo i muscoli di piccole lesioni. Questo succede perché l’allenamento per aumentare la forza muscolare si fonda sull’idea di compiere uno sforzo a cui il muscolo non è abituato: per questo si usano dei carichi, ovvero i pesi.
Lo sforzo per aumentare la massa e la forza deve essere intenso, tanto intenso da permettere di ripetere lo stesso “movimento” solo un numero molto limitato di “volte consecutive” (il set). Da sei a otto ripetizioni per set sono considerate la classica cifra per favorire lo sviluppo muscolare: il carico usato deve essere tanto pesante da permettere almeno sei ripetizioni del movimento dell’esercizio, ma non più di otto. Carichi maggiori, che permettano da una (massimale) a quattro ripetizioni stressano molto maggiormente le articolazioni, stimolano la componente nervosa e favoriscono un incremento della forza assoluta/esplosiva. Carichi molto bassi e molte ripetizioni favoriscono la forza resistente, a cui si accompagna però una perdita di forza assoluta: si diventa più bravi a sostenere a lungo sforzi con carichi limitati, ma si peggiorano notevolmente i propri picchi di forza e le fibre muscolari perdono volume. Un allenamento per l’ipertrofia, come lo fanno i Body Builder, è un mix equilibrato per stimolare forza esplosiva e forza resistente, con un conseguente aumento della massa muscolare. Più si diventa forti più crescerà nel tempo il carico necessario a ottenere il cedimento con lo stesso numero di ripetizioni: se all’inizio uno cede all’ottavo curl per i bicipiti con 10 kg, magari dopo tre mesi cederà all’ottava ripetizione con 16 Kg. Un grosso miglioramento!
Gli esercizi distruggono i muscoli, non li aumentano affatto! E’ il recupero, ovvero quello che succede dopo l’allenamento, ad aumentare la massa muscolare e la forza. L’organismo mette in atto un meccanismo di sopravvivenza mediante il quale le fibre muscolari danneggiate vengono riparate con l’aggiunta di un “extra” che ne aumenta il volume, per garantire che in futuro siano in grado di sopportare uno stress maggiore senza rompersi di nuovo. L’allenamento coi pesi si riduce a questo: lo stress danneggia i muscoli e l’organismo li ripara e li migliora. Una cosa simile avviene in seguito a una frattura: l’osso guarito risulta più robusto e resistente di prima.
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Non si ottiene un corpo da modella fitness se non ci si allena!
Quindi smettetela di scrivere, aspiranti scrittrici, e andate subito in palestra che di romanzacci da quattro soldi ne abbiamo fin troppi!Per garantire il completamento del ciclo di manutenzione, recupero e potenziamento dei muscoli bisogna lasciar passare del tempo tra le sessioni di allenamento. Un gruppo muscolare che ha ricevuto il giusto allenamento richiede circa tre giorni di riposo. Se si allena di nuovo un muscolo prima che l’indolenzimento sia passato si rischia di essere controproducenti: si creano nuovi danni prima ancora che i vecchi siano stati riparati! L’organismo non potrà riparare tutto assieme e allenamento dopo allenamento rimarrà sempre più indietro col lavoro di manutenzione, per cui i muscoli invece che sempre più grandi e forti risulteranno sempre più rovinati e deboli.
Oltre al recupero del singolo gruppo muscolare bisogna tenere conto anche del recupero globale del corpo che riguarda il sistema fisiologico, endocrino e nervoso centrale. Gli effetti dell’allenamento coinvolgono sia i singoli gruppi muscolari utilizzati che il corpo nella sua totalità. Anche se si allenasse un solo gruppo muscolare al giorno sarebbe impossibile impegnarsi tutti i giorni al massimo dell’intensità per settimane o mesi, perché il sistema fisiologico prima o poi andrebbe in tilt. L’eccessiva frequenza (troppe sessioni ravvicinate) e l’eccessivo volume di allenamento (troppi set per gruppo muscolare e troppi giorni di allenamento consecutivi) fanno sì che i tessuti muscolari vengano distrutti troppo rapidamente rispetto alla velocità con cui possono essere riparati.
Oltre a una perdita di massa e forza si inizieranno a sentire i sintomi del sovrallenamento: ansia, inappetenza, perdita di entusiasmo, disturbi del sonno e vulnerabilità alle infezioni e ai raffreddamenti.Il recupero avviene grazie all’alimentazione corretta: pasti frequenti, molte proteine, una quantità di carboidrati equilibrata con le proteine e la giusta dose di grassi, oltre all’integrazione di ulteriori sostanze difficili da ottenere con il cibo senza squilibrare il resto dell’alimentazione. Tutto rispettando tempi, modalità, combinazioni e quantità accuratamente studiate: la differenza tra un Body Builder che cresce molto rapidamente ed uno che arranca può risiedere spesso in piccoli dettagli, come l’indice glicemico nei cibi utilizzati prima e dopo l’allenamento o nelle tempistiche di assunzione degli integratori e dei pasti post-allenamento.
Se non dài all’organismo quello di cui ha bisogno, lui NON ti farà crescere indipendentemente dall’impegno e dalla costanza con cui ti alleni.
Il bello del Body Building è che è un’attività dove contano i risultati, non le chiacchere e non conta tutto l’impegno, ma solo quello di chi fa le cose giuste. Chi dà il massimo nel fare le cose sbagliate viene etichettato come un cretino e non ottiene i risultati che potrebbe ottenere facendo le cose giuste.
Il Body Building è bello perché unisce assieme vari elementi:
- studio e apprendimento;
- personalizzazione;
- meritocrazia;
- ossessione per i dettagli.
Se non studi e non impari cosa fare, come farlo e quando farlo non vai da nessuna parte.
Se non impari a sfruttare la conoscenza teorica generale per selezionare gli esercizi specifici più adatti alla tua particolare morfologia e gli alimenti più adatti al tuo gusto e costruire così la tua Via Personalizzata alla crescita, rimarrai sempre indietro rispetto a chi invece sa farlo… e rischi prima o poi di smettere di ottenere risultati.
Se fai le cose giuste nel modo giusto ottieni sempre i premi che meriti e se sbagli ottieni sempre le punizioni che meriti, nessuno sfugge a questa regola.
La differenza tra un grande workout e uno mediocre o tra un regime integrativo eccellente e uno decente risiede in piccoli dettagli all’apparenza insignificanti: sta al professionista mantenersi aggiornato seguendo le pubblicazioni di settore, sperimentando e ascoltando il proprio corpo per conseguire quel “più” che distingue l’applicazione bovina di quanto appreso dalla vera sapienza.
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L-Glutammina ed L-Arginina se non sai cosa sono devi solo provare vergogna, n00b! |
C’è un Dio del Body Building, severo e giusto, che punisce chi sbaglia e glorifica chi ne segue gli insegnamenti. E’ un Dio a cui tutti devono rispondere, perché l’alimentazione, che è la parte più complessa del Body Building, riguarda anche chi non pratica l’allenamento coi pesi e questo Dio è crudele con chi ignora i suoi precetti.
E’ un Dio che non ascolta scuse né gli interessano: vuole solo i fatti e i risultati, tutto il resto per lui non ha valore. E’ un Dio che non tollera gli sciocchi e non sopporta gli ignoranti, su cui getta maledizioni e saette sotto forma di scarsa crescita muscolare, sovrallenamento e incidenti durante i workout.
Ma è anche un Dio che premia con generosità chi lo compiace e accoglie senza pregiudizi chi ha sbagliato se questi inizia a seguire correttamente i suoi sacri precetti.
Chiunque è benvenuto al Suo Cospetto per essere giudicato su quello che realmente ha fatto e ricevere le benedizioni o le maledizioni che piovono dall’alto del Suo Trono eterno.
Non è simile alla Scrittura? Se uno scrive un racconto non conta come lo ha prodotto, ma solo il risultato finale frutto di studio, tecnica, impegno, riflessione e applicazione corretta dei precetti. E se uno scrive un brutto racconto non sarà costretto a scriverne uno brutto anche in futuro: può produrre qualcosa di meglio o di peggio e il nuovo prodotto avrà una qualità indipendente da quella di ciò che ha scritto prima.
In entrambe queste attività il prodotto finale non ha molto a che vedere con il modo in cui lo si crea.
Nella Scrittura si studia, si riflette, si inventa la trama e le vicende, si creano personaggi interessanti, si provano varie scene, si scrive e infine si corregge di nuovo tutto, si smonta, si assembla ecc… e alla fine è pronto il “romanzo”, ma nessuna delle attività intermedie era il romanzo di per sé.
Nel Body Building si studiano gli integratori, il funzionamento degli ormoni, la dieta, le tabelle dei workout, si mangia quello che si deve all’ora che si deve (che lo si voglia o no), si praticano esercizi più o meno complessi per isolare singoli muscoli (curl unilaterale da seduti) o per stimolarne molti assieme (squat e mezzi stacchi), ma alla fine il risultato è la massa muscolare costruita, non le attività intermedie!
Per diventare bravi in un gioco come gli scacchi, il calcio e la pallacanestro bisogna allenarsi molto nel praticare parti o intere partite di questi giochi: l’attività di miglioramento può coincidere con lo scopo finale, ovvero giochi molto a scacchi o a calcio per giocare meglio a scacchi o a calcio, e ti alleni tutto il giorno sulla stessa sequenza di passaggi e palleggi della pallacanestro per poi usarla realmente sul campo meglio di quanto facevi prima.
Invece nel Body Building e in Scrittura si fanno cose diverse dal risultato in sé per ottenere il prodotto finale: inventare trame, ambientazioni, personaggi e intrecci NON sono cose identiche al romanzo finale né sono lo scopo finale della scrittura, ma solo mezzi utili a costruirlo, così come Leg Press, addominali e Bench Press NON sono lo scopo, ma solo il modo di ottenere il risultato finale di avere muscoli più grossi e forti.
Il “lettore” si troverà di fronte solo il prodotto finito e tutto quello che c’è dietro è solo un’anonimo Black Box irrilevante.
Non sono simili?
Tutti possono imparare a scrivere in modo decente, se vogliono farlo. Chi dimostra particolare interesse, impegno e attitudine all’apprendimento imparerà a farlo più in fretta di altri, ma di per sé il miglioramento non è negato a nessuno, proprio come nel Body Building: si può essere più o meno portati (metabolismo, lunghezza dei muscoli, inserzioni ossee, quantità di fibre bianche e rosse…), ma tutti possono migliorare e raggiungere ottimi livelli di sviluppo muscolare (a meno di non avere particolari malattie) se si degnano di fare le cose giuste.
La questione, appunto, è “fare le cose giuste” che in Scrittura come nel Body Building non è così scontato: un sacco di dilettanti di entrambi gli ambiti si ostinano a sbagliare e, per quanto si impegnino per ore tutti i giorni, non potranno mai migliorare finché non la smetteranno di fare solo cazzate.
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| Parole Sante! |
Stephen King consiglia di scrivere almeno mille parole al giorno, indipendentemente dal fatto di averne voglia o dall’avere o meno qualcosa da scrivere, e molti prendono questa affermazione come oro colato e la generalizzano rovinandola nella forma scrivendo molto si migliorerà sempre.
A parte l’ingenuità disarmante di una tale affermazione sconclusionata, si nota subito la sua idiozia se si ragiona isolando le singole variabili in gioco. Quando si scrive si scrive qualcosa e quel qualcosa non nasce dal fatto di stare tracciando linee di inchiostro sulla carta né dallo star fornendo una forza su dei tasti di plastica per premerli. Quel qualcosa esiste perché lo si è pensato e immaginato, prima ancora e indipendentemente dal fatto che lo si congeli o meno nella forma scritta (a meno di non voler produrre un flusso di coscienza “puro” che per la sua natura caotica richiede di essere scritto mentre lo si idea).
Ma, tralasciando il flusso di coscienza, quale delle due cose è più importante? La meccanica e bovina ripetizione nel tracciare linee e nel premere tasti oppure quello che si decide di mettere in forma scritta e la sua forma?
Se fosse importante la prima cosa (Scrittura) allora si potrebbe diventare grandi scrittori premendo tasti a caso di continuo dato che non importa ciò che si scrive, ma il gesto di scrivere in sé: volendo uno può farlo anche attaccandosi a una macchina automatizzata e dormire mentre il marchigegno guida la mano nel compiere i gesti ripetitivi. E’ una teoria cretina.
Se invece contasse la seconda (Riflessione), ovvero ciò che uno ha in mente di scrivere e non il meccanico gesto di farlo, allora la questione sarebbe molto diversa: non è utile scrivere mille parole al giorno, ma ragionare ogni giorno su come si scrive e su come scrivere meglio.
La scrittura delle parole in sequenza, che può o meno avvenire, servirà per avere di fronte a sé la cristallizzazione di quanto pensato per potervi ragionare sopra meglio che non a mente, ma non sarà utile di per sé.
La base rimane lo studio di come scrivere, la Riflessione, non il gesto meccanico di Scrivere in sé.
La Scrittura infatti è Cristallizzazione: quando scrivi stai già ponendo in forma statica ciò che hai appreso, non stai apprendendo in quel momento. Imparare come porre in sequenza le parole fa parte della fase precedente, la Riflessione, come già visto. Cristallizzare in forma scritta quello che si è appreso, come esercizio, è una buona cosa, ma non è necessaria né automaticamente funzionale allo scopo di scrivere meglio.
Per scrivere meglio bisogna scrivere meglio. Scrivere molto e male non è scrivere meglio. Solo scrivere meglio è scrivere meglio.
La verità di questa affermazione è sotto gli occhi di tutti: se scrivere fosse utile di per sé a migliorare allora saremmo sommersi di scrittori più che decenti, dato che ci sono migliaia di scrittori che producono romanzi e racconti a profusione inondando il web delle loro produzioni.
Eppure non è così: la maggior parte di loro continua a scrivere in modo indegno indipendentemente da quanto abbia prodotto, spesso senza migliorare di una virgola dopo centinaia o migliaia di pagine. Certi arrivano perfino a cristallizzarsi nelle loro convinzioni, convincendosi di stare facendo la cosa giusta, di stare scrivendo bene anche se nessuno li capisce (geni incompresi!), e rendendo la loro mente impermeabile al miglioramento.
Eppure per scrivere così tante storie devono aver anche riflettuto complessivamente molto su come mettere assieme le frasi e le idee! Come mai non sono migliorati nonostante tutto il lavoro fatto?
La risposta è: hanno riflettuto molto, ma hanno riflettuto male per cui il prodotto che hanno cristalizzato in forma scritta non è potuto migliorare.
Questo è un fenomeno noto nel Body Building: c’è chi si impegna come un matto, ci mette anima e corpo in ogni workout, ma non migliora di una virgola, mentre altri che sembrano metterci molto meno impegno di lui riescono senza problemi a diventare più grossi e più forti settimana dopo settimana. Perchè? La risposta è semplice: non conta l’impegno, se è impegno nel fare le cose sbagliate.
Le palestre sono piene di gente che si lamenta di faticare tantissimo senza mettere su nemmeno un chilogrammo di massa magra in più e, se li si interroga, si scopre che non fanno il pasto pre-allenamento né quello dopo, a casa mangiano un po’ a casaccio e non sanno distinguere una fonte di carboidrati dall’altra oppure fanno le ripetizioni dei vari set con carichi troppo pesanti e un sacco di cheating o con carichi troppo leggeri e senza uno sforzo apprezzabile.
E’ naturale che sbagliando l’alimentazione e/o gli esercizi non si potrà mai sperare di migliorare la forma cristallizzata del lavoro svolto, ovvero il Risultato Fisico finale, così come mancando una Riflessione decente su quello che si intende scrivere la forma Scritta che si produrrà risulterà di scarso valore.
Al Dio del Body Building non gliene frega niente se un uomo ha messo l’anima in quello che ha fatto: valuterà solo quello che ha fatto per davvero e ignorerà con disprezzo ogni giustificazione o dichiarazione d’intenti a cui non sia seguita una reale azione corretta.
E’ un Dio inflessibile, privo di compassione, ma giusto.
Se uno scrittore non ha capito come migliorare la propria scrittura, potrà soltanto scrivere cose dello stesso livello di quelle precedentemente scritte. Il miglioramento non si inventa da solo, né arriva per divina intercessione. Scrivere è solo il banco di prova finale di un processo che avviene interamente al di fuori della Scrittura in sé.
Se poi uno scrittore sa unire l’apprendimento con la Scrittura vera e propria, tanto meglio: avrà una produzione di opere sempre migliori da usare come riferimento per gloriarsi del proprio miglioramento. E imparerà a scrivere più in fretta, che in fondo non è una cosa disprezzabile: quando uno saprà scrivere bene sarà solo un vantaggio poterlo fare anche in fretta.
Quello che conta è capire che scrivere a tutti i costi non significa migliorare se dietro ogni parola scritta non c’è anche un serio lavoro di riflessione e studio.
Non si è sempre detto che chi non legge non può nemmeno scrivere?
E che i grandi scrittori sono prima di tutto grandi lettori?
O queste sono guittate inventate da qualche mentecatto oppure hanno un senso. Cerchiamo di scoprire se ne hanno uno. Quando leggiamo ci troviamo di fronte ad un testo che può essere più o meno bello o perfino brutto. Quel testo ha già conseguito un risultato per cui si può usare come modello per capire come scrivere qualcosa di bello o di brutto. Se uno vuole imparare a scrivere bei racconti erotici, dovrà leggere molti racconti erotici di qualità per capire cosa hanno di buono e anche molti racconti erotici brutti per capire cosa hanno di male. Lo stesso per chi vuole scrivere thriller o romanzi d’azione o di guerra…
Se uno scrive mille parole al giorno può poi rileggerle per capire cosa va o non va nel suo testo, ma non è la stessa cosa: è difficile valutare un proprio testo poco dopo averlo scritto, in particolare se lo si è fatto con impegno e quindi la forma in cui è scritto è quella che si ritiene migliore. Come si può imparare qualcosa di nuovo da sé stessi? Molto più semplice, utile e facile analizzare testi di altri autori che si ambisce di eguagliare in qualche aspetto. Magari si ammira la Hobb per certe cose, McNab per altre e la Carey per altre ancora: nulla vieta di cercare di apprendere cose differenti da autori differenti, purché si apprenda!
Può sembrare scomodo analizzare tutto ciò che si legge, ma non lo è: quando si prende l’abitudine di non bere acriticamente ogni frase si potrà leggere col normale ritmo di lettura un romanzo e assieme coglierne i punti deboli e quelli forti.
L’allenamento costante alla bella scrittura tramite l’intelligente lettura.
Verrà poi il tempo di provare sul campo quello che si è appreso, scrivendo qualcosa, ma non va considerato di per sé un esercizio come si è già detto: non puoi scrivere meglio di come sai scrivere, quindi prima di scrivere di nuovo devi migliorare la tua abilità se vuoi scrivere meglio di prima.
Scrivere per il gusto di farlo, senza curarsi che vi sia un miglioramento effettivo tra una sessione di scrittura e l’altra, può portare l’effetto opposto di quello desiderato: ci si abitua a scrivere male, ci si radicalizza in quello schifo e si diventa scrittori sempre più ottusi e ritrosi al miglioramento pagina dopo pagina. Proprio come un atleta vittima del sovrallenamento: l’eccesso non solo non lo migliora, ma lo distrugge. Le cose vanno fatte con metodo allo scopo di conseguire un risultato, non “fatte per farle“.
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“Chiudi quella fottuta bocca e allenati” Un principio valido anche per gli scrittori! |
Body Building e Scrittura si somigliano molto: dopo tutto il lavoro a monte, tutto lo studio, tutto l’impegno e tutta la riflessione alla fine conta solo il risultato finale ottenuto, ovvero il testo che hai prodotto o la massa muscolare che hai costruito.
Se hai lavorato bene avrai un buon risultato, altrimento no. Non puoi aver fatto tutto perfettamente e produrre lo stesso un pessimo risultato: se pensi che sia successo allora ti è sfuggito qualcosa di grave (perché NON può succedere) e devi ripensare attentamente il modo in cui ti alleni o il modo in cui concepisci la scrittura!
Tutti possono ambire a un risultato decente se fanno le cose giuste per ottenerlo.






