Archivio per la Categoria 'Steampunk'

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  2. Dishonored, Wasteland 2 e un po' di rant by Il Duca di Baionette
  3. Un cavatappi di classe by Il Duca di Baionette
  4. Dr Grordbort Presents: The Deadliest Game by Il Duca di Baionette
  5. The Gentleman's Guide to Amputation by Il Duca di Baionette
  6. The Wars of Other Men - Trailer by Il Duca di Baionette
  7. Ritardo antologia e sano vekkiume by Il Duca di Baionette
  8. Il Vincitore del Concorso Steampunk by Il Duca di Baionette
  9. Aggiornamento sul Concorso Steampunk by Il Duca di Baionette
  10. Il Telefonoscopio di Robida e altre meraviglie by Il Duca di Baionette
  11. La telefonia mobile di cento anni fa (e un po' di cinema) by Il Duca di Baionette
  12. Segnalazione: "Assault Fairies" di Gamberetta by Il Duca di Baionette
  13. Steampunk Day (Giornata della Vaporteppa) 2011 by Il Duca di Baionette
  14. Breve Introduzione allo Steampunk by Il Duca di Baionette
  15. Fucili Elettrici del Lungo XIX Secolo by Il Duca di Baionette
  16. Raccolta dei Racconti Steampunk by Il Duca di Baionette
  17. I Coniglietti del Venerdì (28) by Il Duca di Baionette
  18. Isaac George nello spot Peperlizia by Il Duca di Baionette
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  21. Anniversario della nascita di Jules Verne e animali meccanici by Il Duca di Baionette
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La telefonia mobile di cento anni fa (e un po’ di cinema)

Scritto da il 04 ott 2011 | Categorie: Filmati d'epoca, Steampunk, Storia, Storia Militare

Quando si parla di telefonia mobile si pensa subito ai cellulari e all’esplosione della loro diffusione negli anni ’90. Chi ha qualche informazione storica in più ricorderà il primo telefono portatile commerciale Motorola del 1983, DynaTAC 8000x, il cui prototipo risaliva al 1973. Era un attrezzo massiccio (poco più di un 1 kg), più simile per dimensioni e peso ai telefoni militari degli anni ’60 che ai cellulari di oggi.
L’inventore, Martin Cooper, ci scherzava sopra dicendo

“La batteria [durante la telefonata] durava solo 20 minuti, ma questo non era davvero un gran problema perché non potevi tenerlo sollevato così a lungo.”

E dai telefonini per telefonare si è poi evoluto il mondo dei telefonini usati come lettori MP3 e per fare fotografie, fino agli smartphone con cui giocare, leggere, guardare video ecc…

Meno noto è invece che l’interesse mondiale per i telefonini risalga a prima della Seconda Guerra Mondiale. Molto prima. E che pure l’idea di usare il telefonino non per chiamare qualcuno, ma per ascoltare musica conservata nel cloud, in streaming, risalga a 90 anni fa e abbia radici ancora più antiche (ma su queste tornerò in un articolo dedicato allo streaming pre-1900).

Si può vedere a dimensioni maggiori su YouTube

 
Il cortometraggio risale al 1922 ed è stato realizzato dalla British Pathé, società cinematografica che al giorno d’oggi si occupa principalmente di vendere i diritti d’uso del suo archivio storico di oltre 90.000 pellicole girate tra 1897 e 1976. Gli archivisti di British Pathé hanno scoperto questa pellicola e sono rimasti stupiti dal contenuto, tanto da lanciare un appello a chiunque possieda informazioni sul dispositivo rappresentato e sulle attrici. Il Telegraph ha diffuso la notizia del ritrovamento e fatto rimbalzare l’appello nel maggio 2010.
British Pathé produsse cinegiornali dal 1910 al 1976, cominciando con la Pathé Gazzette bisettimanale e arrivando nel 1930 ad avere ben quattro diversi cinegiornali in produzione. Uno di questi era la cinerivista Eve’s Film Review, da cui proviene il filmato, che si occupò di argomenti per il pubblico femminile tra 1921 e 1933.

Ne approfitto per una breve incursione nella storia del cinema.
British Pathé nacque nel 1902 come filiale britannica della Pathé francese, fondata nel 1896 a Vincennes da Charles Pathé e i suoi due fratelli. Pathé si occupava di tutto il processo di produzione del film, dalla fabbricazione della pellicola da impiegare (nel 1912 brevettarono una pellicola ignifuga da 28 mm) fino alla distribuzione del film completato (ideò nel 1907 il principio per cui le pellicole non si vendono ai cinema, si noleggiano). Pathé inventò nel 1908 i cinegiornali, idea innovativa che ebbe un enorme successo fino alla diffusione di massa della televisione. Pensate ai cinegiornali americani durante la Seconda Guerra Mondiali e all’uso del cinema come mezzo di propaganda da parte di Mussolini e Hitler.

Quella britannica non fu l’unica filiale. Nel 1909 Pathé aveva più di 200 sale cinematografiche tra Francia e Belgio e dal 1910 si era espansa con stabilimenti a Madrid, Roma, Mosca e New York, più altri in Australia e in Giappone. Pathé dominava il mercato delle macchine da presa e dei proiettori: si stima che prima della Grande Guerra il 60% dei film del mondo venissero girati con attrezzature Pathé (fonte: wikipedia).

Il 1894 fa riferimento al negozio di grammofoni aperto da Pathé e non alla società cinematografica: tutto iniziò proprio con quel negozietto, quando Charles Pathé capì quanto era promettente la nascente industria dell’intrattenimento.
 

Pathé fu tra i produttori dei primi serial del mondo, ottenendo un successo notevole con The Perils of Pauline del 1914, serie di 20 episodi (due da 30 minuti e gli altri da 20 minuti) che venne trasmessa molte volte nei cinematografi durante gli anni ’10 e ’20, talvolta in versioni modificate o accorciate. È sopravvissuta solo l’edizione accorciata da 9 capitoli appena, della durata di 214 minuti.
La trama in poche parole:

Marvin, il ricco tutore di Pauline, muore e lascia tutto alla ragazza, ma con il vincolo che l’eredità sarà amministrata dal suo segretario, Koerner, fino a quando Pauline non si sarà sposata. Giustamente una ragazza ha bisogno della custodia di un uomo, sia esso il padre o il marito, altrimenti butterebbe tutti i soldi in capricci insensati: saggia scelta, Marvin.

Pauline però non vuole sposarsi subito, preferisce viaggiare e vivere avventure per prepararsi a una carriera da scrittrice. Il fatto che voglia informarsi, addirittura “sul campo”, la pone a centinaia di chilometri sopra la feccia degli scrittorucoli italiani che si accontentano, come Marina Lenti (autrice pubblicata da Delos Books e moderatore storico di Fantasy Magazine), di “una cultura media da film“.

Koerner non è scemo e vuole impadronirsi dell’eredità per cui approfitta della voglia di avventure per tramutare ogni viaggio in un tentativo di omicidio. Pauline viene regolarmente rapita o minacciata da cattivi di ogni sorta, inclusi pirati e indiani americani.

Grazie al successo di questa serie Pathé produsse nel 1914 un’altra serie simile, The Exploits of Elaine, in cui una fanciulla (interpretata da Pearl White, la stessa attrice che faceva Pauline) cerca l’assassino del padre con l’aiuto di un detective (no, nonostante il titolo ambiguo non è una serie porno). Nel 1915 arrivò il seguito, The New Exploits of Elaine, e poi una terza stagione conclusiva, The Romance of Elaine.

Come potete notare il meccanismo attuale di “se piace al pubblico facciamo un’altra stagione e poi un’altra finché non diventa una boiata e il pubblico ci manda affanculo o la poca dignità rimasta ci impone di piantarla” aveva già messo radici cento anni fa (in fondo mutuava il meccanismo dal mondo delle serie di racconti e romanzi, come quelli su Sherlock Holmes, personaggio di cui Doyle cercò di sbarazzarsi nel 1891).

 
Le serie di inizio ’900 erano perlopiù opere d’azione con eroi che prendevano a calci nel culo i cattivi e salvavano fanciulle in pericolo (anche se Pauline è molto più ricca di risorse della tipica damigella cliché indifesa). Il che è naturale considerando che era cinema muto per cui, francamente, lo spazio per i dialoghi brillanti non è che fosse molto. Sarebbe interessante provare a girare Dr. House nel 1911, muto.

Tra i serial di successo dell’epoca vi furono i tedeschi Arsene Lupin Contra Sherlock Holmes (5 episodi, 1910) e Homunculus (6 episodi, 1916), lo statunitense The Hazards of Helen (119 episodi tra 1914 e 1917), i francesi Nick Carter, le roi des détectives (6 episodi, 1908), Fantômas (5 episodi tra 1913 e 1914) e Les Vampires (10 episodi tra 1915 e 1916).

Pathé si lanciò anche nel mercato home video ante-litteram, ben prima di VHS e BetaMax (e perfino della televisione), con un sistema basato su pellicole da 9,5 mm perforate nell’interlinea (Pathé Baby) che inizialmente prevedeva solo il proiettore e solo dopo arrivò la macchina da presa apposita.
Pathé Baby ebbe un notevole successo nei decenni successivi, soprattutto in Europa (dove vennero venduti gran parte dei 300.000 proiettori), nonostante la concorrenza crescente del formato Kodak da 8 mm (qualitativamente molto peggiore) introdotto nel 1932. Scomparve nel 1960 assieme alla Pathescope Ltd. che se ne occupava, ma alcuni fanatici lo usano ancora (come sono rimasti ancora alcuni che usano l’ottimo Betamax o l’eccellente LaserDisc e, tra qualche decennio, diremo lo stesso dei fanatici che collezionano e consumano romanzetti in cartaceo, facendoli stampare apposta col Print on Demand).

Vi ricordo l’articolo dell’anno scorso sul rivale di Pathé nell’ambito dei cortometraggi erotici, l’austriaca Saturn Films di Johann Schwarzer.

Pellicole d’epoca da 9,5 mm con perforazione nell’interlinea.
Prima della Seconda Guerra Mondiale era il formato preferito per i filmati porno amatoriali.
Lo dico per sentito dire, all’epoca non c’ero. E comunque non ero io in quel video. PUNTO.

 

Chiudo la parentesi cinematografica, scritta solo per via delle informazioni spendibili per chi si occupa di Steampunk e Dieselpunk (se non le mettevo in un articolo così non avrei saputo dove infilarle), e torno alla telefonia mobile.

La mia opinione è che il telefono mostrato nel video non fosse un vero prototipo di qualcosa, ma solo un oggetto inventato allo scopo di descrivere le potenzialità dei dispositivi mobili al pubblico. Un elemento più futuristico che reale, senza possibilità di apparire davvero sul mercato (non appaiono marchi o altro nel video).
Ma questo non significa che non ci fossero già compagnie dedicate allo sviluppo di brevetti per la telefonia mobile. Il 1902 può essere considerato l’anno di inizio della Generazione Zero della telefonia mobile (0G, 1902-1983, incluse le ricetrasmittenti usate come telefono dai militari), con la diffusione sulla stampa statunitense delle notizie sugli esperimenti di Stubblefield (a cui seguì un brevetto per telefoni senza filo nel 1908).

Nathan Stubblefield era un coltivatore di meloni con l’hobby dell’inventore. Già negli anni 1880 si era occupato di telefonia “senza cavi” e per vent’anni cercò di trovare un modo di inviare chiaramente la voce attraverso l’aria o il suolo. Non si può considerare uno dei padri della radio (come Tesla, Braun, Popov o Marconi) perché il suo telefono non funzionava modulando in ampiezza o in frequenza le onde radio, ma trasformando il segnale audio pari pari in segnale elettromagnetico (la lunghezza d’onda della voce è molto maggiore quando portata in elettromagnetico). In pratica niente onde radio in alta frequenza.

Questo sistema di “induzione della frequenza” ha lo svantaggio di funzionare bene solo in prossimità della sorgente, quindi con un raggio di trasmissione molto ridotto. Non era un’idea nuova, ci avevano provato (senza evidentemente lo stesso successo) già Trowbridge, Preece, Phelps ed Edison nel ventennio tra il 1880 e il 1900. Stubbefield si occupò molto anche di conduzione terrestre, campo già esplorato fin dagli anni 1850 dagli esperti di telegrafia (si accorsero che le comunicazioni telegrafiche potevano essere ricevute anche da una macchina scollegata dal cavo, su brevi spazi), sempre allo scopo di creare il telefono senza fili.

Nel 1898 brevettò una batteria sepolta (non ho trovato il nome tecnico in italiano). In parole povere due elettrodi di metalli diversi, nella versione di Bain del 1841 erano in zinco e rame, che ottengono la corrente elettrica “gratis” come prodotto di scarto dell’azione dei campi magnetici che attraversano il suolo (non è un granché come spiegazione, ma immaginate la batteria al limone o quella con la patata: non proprio qualcosa con cui far funzionare il PC). La batteria di Stubblefield includeva un solenoide oltre al resto.
Come mai si interessò al mondo delle batterie? Ovviamente per rifornire di corrente il suo telefono! Tutta la sua carriera di inventore girò attorno al telefono senza fili (chi ha pensato “ma allora è finito come un morto di fame!” riceve un bel più sul registro).

Stubblefield fece una dimostrazione pubblica della trasmissione di voce e musica il primo gennaio 1902, di fronte a mille spettatori, sfruttando la conduzione terrestre per inviare suoni a cinque postazioni riceventi nel raggio di mezzo miglio (800 metri). Il 20 marzo 1902 a Washington D.C. trasmise musica e voce dal vaporetto Bartholdi verso la riva, a un terzo di miglio di distanza, attraversando l’acqua e il suolo. L’esperimento andò meno bene quando lo tentò a New York nel giugno 1902 perché la diffusione della corrente alternata interferiva con la conduzione terrestre del segnale. Considerando quanto è stata importante la corrente alternata di Tesla per plasmare il Secolo Elettrico (citando la definizione di Robida), non è certo un problema di poco conto: pur con tutta la buona volontà e l’ingegno dimostrato, il telefono di Stubblefield era una porcata.

Stubblefield con la comodissima postazione ricevente del 1907 per le telefonate a induzione di frequenza (VLF, Very Low Frequency).
È piccola quasi come l’antenna dell’iPhone, nevvero?

 
Il numero del 24 marzo 1902 del Washington Times loda i risultati di Stubblefield e dice che sfruttando per la trasmissione dei bastoni di acciaio da affondare nel terreno per tre piedi (quasi un metro) era possibile comunicare a una distanza variabile tra le 300 iarde e il mezzo miglio (270-800 metri). I bastoni d’acciaio, che fungono da tralicci, sono avvolti da una bobina e collegati agli apparati elettrici di ricezione e trasmissione (l’apparato installato sul vaporetto Bartholdi).

La conduzione terrestre si era dimostrata un problema per colpa della corrente alternata diffusa nelle città più avanzate. Stubblefield iniziò a impiegare grandi bobine circolari per inviare la voce alla stazione ricevente e nel 1903 riuscì a trasmettere a 114 metri di distanza usando solo l’induzione di frequenza. Nel 1904 arrivò a 386 metri. La quantità di cavi necessari per la postazione di trasmissione e quella ricevente era tale da bastare a usarli per collegare un telefono tradizionale, ma con questo sistema c’era il vantaggio di poter spostare comodamente le postazioni.
Nel 1907 una bobina di trasmissione di appena 18 metri di cavo riuscì a trasmettere in modo adeguato a 400 metri di distanza. Nel 1908 Stubblefield ottenne il brevetto, come detto all’inizio. Nel brevetto dice che quel sistema può essere utile per trasmettere telefonate tra le stazioni ferme e veicoli in movimento come treni, navi o automobili.

Nathan Stubblefield tiene in mano la comoda “antenna” del ricevitore (che a quanto si capisce dal brevetto è un contenitore di metallo con dentro la bobina), mentre la moglie Ada Mae guarda e la figlia Pattie porta all’orecchio la cornetta.

 
Ringrazio Angra (autore del romanzo science-fantasy Marstenheim) per avermi aiutato a capire meglio il funzionamento del telefono mobile di Stubblefield. Altre info su Stubblefield qui, qui e qui.

Per concludere infilo qualche dispositivo radio portatile impiegato in ambito militare.
Nel numero del giugno 1931 di Modern Mechanix era presente un blindato con postazione radio, dotato di otto ruote. Uno dei primi esemplari di applicazione della radio ai veicoli da combattimento (divenuta poi cosa comune nei carri armati successivi). Gli inglesi, dopo l’occupazione della Mesopotamia alla fine della Grande Guerra, si trovarono a dover risolvere il problema delle comunicazioni con i soldati nelle vaste aree da pattugliare sia in Iraq che sulla frontiera dell’India con l’Afganistan. La risposta (ovvia) fu il blindato con annesso un apparato ricetrasmittente.

 
Non sono sicuro del modello, ma per esclusione credo che sia un Rolls Royce Indian Pattern. Non ho trovato foto per cui non posso dire di essere sicuro, ma la descrizione del modello indiano parla di una torretta a cupola con spazio per quattro mitragliatrici e di un corpo più lungo rispetto alle altre autoblindo Rolls Royce per contenere più equipaggiamenti… e infatti nella foto c’è una coppia di ruote posteriori in più.

Ma una postazione radio su un veicolo non è sufficiente. La fanteria spesso ha bisogno di trasmettere per chiedere appoggio alla base o per comunicare all’interno della compagnia, senza dover inviare staffette in giro. Ad esempio una squadra che tiene un nido di mitragliatrici può dover comunicare la presenza del nemico a livello di plotone e la radio portatile di plotone, di dimensioni e portata maggiore, può chiedere il supporto dell’artiglieria a livello di reggimento (o i bombardieri). La possibilità di trasmettere a livello di squadra e di plotone, senza doversi basare solo sulle postazioni radio fisse, è stata un elemento fondamentale nei cambiamenti della tattica militare dalla Seconda Guerra Mondiale in poi (come dice Antoine Bousquet in The Scientific Way of Warfare si passa dalla “Guerra Termodinamica” alla “Guerra Cybernetica”, ovvero basata sul controllo e sulle comunicazioni).

Facendo degli esempi concreti, questo è un radiotelefono a zaino (SCR-300), simile a quelli che si vedono spesso nei film sul Vietnam:

 
È stato adottato nel 1943. È voluminoso e costringe a far portare l’equipaggiamento dello zaino del soldato che la trasporta agli altri soldati. Il peso è tra i 15 e i 17 Kg, in base alla batteria. Ha il vantaggio di avere un raggio di trasmissione discreto (soprattutto se si considera che era una grossa novità durante la Seconda Guerra Mondiale), quasi cinque chilometri con l’antenna estesa al massimo. La ricetrasmittente SCR-300 fu la prima a ricevere il nomignolo di walkie talkie.
In realtà nel Vietnam veniva impiegato un modello successivo chiamato AN/PRC-25 (soprannominato Prick-25) che pesava appena 10 kg e aveva un raggio di trasmissione di cinque-sei chilometri con l’antenna corta, mentre saliva a trenta chilometri con l’antenna lunga (che era portata a parte in un sacco di tela agganciato a fianco del set radio, nell’imbracatura tipo zaino).

Questo invece è una ricetrasmittente più piccola, da impiegare a livello di squadra (o plotone) senza dover dedicare un soldato al suo trasporto, visto che pesa solo 2,3 kg (batteria inclusa) invece di 10 kg.

AN/PRC-6 con o senza la cornetta opzionale che rende più comodo l’impiego.
Il suo predecessore del 1940 era il modello SCR-536 (handie talkie).

 
L’AN/PRC-6 ha un raggio di meno di 300 metri nella giungla e di un chilometro e mezzo su terreno sgombro. Il corto raggio non è uno svantaggio: in questo modo si può comunicare in chiaro a livello di plotone o compagnia, trovandosi molto vicini al nemico, senza che il nemico possa intercettare a molti chilometri di distanza ciò che viene detto. Gli addetti radio “veri” comunicheranno poi in codice, magari usando perfino una lingua straniera come il Navajo o simili.
È stato usato dalla Guerra di Corea fino alla Guerra del Vietnam.

Per finire un link al famoso AN/ARC-5 Command Radio Set impiegato a lungo anche dall’esercito italiano (siamo campati per qualche decennio con la roba americana).
Famoso per il motivo che bastavano un po’ di scossoni per mandarlo a puttane e dopo era un casino calibrare di nuovo la macchina lavorando con la cuffia e le manopole. Una baracca delicata e fastidiosa. Mio padre la odiava (e quando ci siamo procurati di meglio aveva già un grado sufficiente per non doversene interessare).

Si può immaginare che tutte le ricetrasmittenti dei primi decenni avessero problemi e delicatezze più o meno gravi. Giusto nel caso si voglia mettere assieme gli equipaggiamenti militari degli anni 1940-1960 alle idee sulla telefonia mobile risalenti al 1880-1900 per una ambientazione Steampunk in cui gli eserciti già nel 1890 avevano strumenti radio pari a quelli di 50 anni dopo e, di conseguenza, combattevano in un modo che è una via di mezzo tra quello della loro epoca e quello di mezzo secolo dopo (tattiche di fanteria moderne -non fanteria di fila-, ma senza supporto aereo “serio” e con grandi/lenti carri armati in stile Grande Guerra in appoggio?).

Puntare sulla scarsa affidabilità e sui problemi di veicoli, organizzazioni, armi ecc… dà un tocco di realismo molto maggiore che concentrarsi su ciò che funziona. A funzionare sono bravi tutti allo stesso modo: è a guastarsi che ogni oggetto è diverso.

 

Segnalazione: “Assault Fairies” di Gamberetta

Scritto da il 29 giu 2011 | Categorie: Fantascienza, Fantasy, Fatine, Libri, Steamfantasy, Steampunk

La sorpresa per i quattro anni di Gamberi Fantasy è stata la pubblicazione in eBook gratuito di Assault Fairies – Vol.I, il nuovo romanzo breve di Gamberetta. Assault Fairies è un’opera bellissima per stile, contenuti e originalità del mix proposto. Non solo è un eccellente esempio di Steampunk, ha esattamente il tipo di ambientazione SteamFantasy che vorrei trovare nei romanzi, ricca di riferimenti alla storia e alla narrativa dell’epoca, con un sacco di roba fantascientifica-fantasy figa.

Descrizione
Siamo all’alba del ventesimo secolo, in un mondo che ricorda il nostro. Però è un mondo nel quale il Piccolo Popolo ha fondato una civiltà tecnologica e non ha alcun bisogno di nascondersi agli occhi degli umani.
La fatina Astride abita in un modesto appartamento a Londra, in volontario esilio dal Reame delle Fatine. Trascorre un’esistenza miserevole, costretta a lavorare come hostess in un locale notturno per pagare l’affitto. Finché una sera riceve una proposta che potrebbe cambiarle la vita. È l’occasione per riscattare il proprio onore di fatina e per salvare la città. Forse.

Assault Fairies non è solo Steampunk o SteamFantasy, ma è qualcosa di unico nel suo genere. Un mix di fantascienza militare, fantasy e fatine degno di meritare un proprio sottogenere apposito per descriverlo: military aetheric fairypunk (che non è per forza Steampunk, anche se in questo caso lo è — grazie Gamberetta! ^_^).

Sono un po’ più di 45.000 parole. Si legge in una serata.
Se siete in dubbio su cosa leggere, dedicategli un paio di ore e non ve ne pentirete (spero).
Se volete avvicinarvi allo Steampunk Fantasy leggete Assault Fairies, invece del lento e infodumposo Perdido Street Station.
Da ora in poi sarà questo il titolo SteamFantasy per eccellenza che indicherò. ^_^

Tutti i dettagli e i link per scaricare l’opera sul sito di Gamberetta.

 

Steampunk Day (Giornata della Vaporteppa) 2011

Scritto da il 14 giu 2011 | Categorie: Steampunk, Storia

Oggi è lo Steampunk Day (Giornata della Vaporteppa, in Italia).
Per chi sta strabuzzando gli occhi in un gioioso WTF, qui trovate cos’è lo Steampunk.

La data del 14 giugno è stata scelta perché… boh. La cosa aveva lasciato perplesso anche quel lecchino all’italiana che non capisce una minchia di retorica e narrativa, ma pensa lo stesso di analizzare lo Steampunk Steampunk Scholar che l’anno scorso aveva dedicato un articolo alla questione. Ma in fondo chissenefrega. Di momenti WTF è pieno lo Steampunk, sempre più intenzionato a diventare l’erede del Fantasy in quanto a retard. Però per il lulz dopo metterò la spiegazione della scelta del giorno secondo il “prestigioso” steampunk.com: siete autorizzati a strapparvi i capelli in via preventiva.
Motivazione ufficiale sulla pagina di facebook: perfino ninja, emo e pirati hanno una loro giornata. Sì, piuttosto solida come argomentazione.

Per festeggiare ho deciso di mostrarvi due video con Gus, l’intellettuale che faceva le pulizie di casa con indosso un pickelhaube, mentre stappa lo champagne usando una sciabola da cavalleria modello 1860. Ovviamente con in testa il pickelhaube, irrinunciabile ornamento dell’uomo alla moda. A tutti i maschi dotati di buon gusto, e alle fanciulle che apprezzano un bel butt-plug sopra un casco di cuoio, consiglio l’iscrizione al gruppo 100,000 Strong for the Pickelhaube.

Primo video:

OMG, 3D!!!! Indossate gli occhialini rossi e blu!!!
 

Alcuni eventi del Lungo XIX secolo avvenuti il 14 giugno:

— Il compleanno della Macchina Differenziale (wikipedia inglese e italiana), la cui idea venne presentata ufficialmente il 14 giugno 1822 da Charles Babbage alla Royal Astronomical Society con l’articolo Note on the application of machinery to the computation of very big mathematical tables.
— L’inizio dell’avventura coloniale francese in Algeria nel 1830 con lo sbarco di oltre 37.000 uomini a 25 km a ovest di Algeri. In pochi anni l’Algeria venne strappata all’Impero Ottomano che vi aveva infilato il grugno, rubandola all’influenza spagnola, nel 1529.
— Nel 1837 morì Giacomo Leopardi. Era andato a Napoli per curarsi con l’aiuto dell’aria marina, ma si beccò invece un’epidemia di colera. Un tipo fortunato.
— Nel 1864 è nato Aloysius Alzheimer, lo psichiatra e neuropatologo tedesco che per primo descrisse un caso di demenza senile presentando assieme i risultati dell’autopsia di un cervello danneggiato dal morbo.
— Nel 1881 John McTammany junior brevettò la pianola.
— Per gli amanti delle navi da guerra e della corsa agli armamenti, nel 1900 venne approvata dal Reichstag una nuova legge per espandere la Marina Imperiale Tedesca.
— Alle femministe (e agli invertiti) farà piacere sapere che nel 1907 la Norvegia concesse il suffragio femminile.

Ancora OMG, 3D!!!! Indossate gli occhialini rossi e blu!!!
 

E ora la motivazione dietro il 14 giugno secondo Steampunk.com:

June 14th is H. G. Wells’ birthday and in his honor it is also International Steampunk Day (and has been for several years).

Angry Robots conferma l’idea del compleanno di Wells e si fa pubblicità con un’offerta speciale sui libri steampunk:

I hope you’ll forgive the advert… but in celebration of Mr Wells, we at Angry Robot are marking down eBooks of all four of our steampunk titles at a 2-for-the-price-of-1 discount… but only for today.

Peccato per un piccolo dettaglio: Wells è nato il 21 settembre. Un commentatore se ne accorge e li smerda:

HG Wells birthday is Sept 21.
In any case, happy international steampunk day to all and to all good day!

Ai membri del gruppo su Facebook dedicato allo Steampunk Day, Drew Mierzejewski ha inviato un messaggio pochi minuti fa con la spiegazione ufficiale della data:

The reason I chose June 14th was because it was the earliest day that me and my friends could celebrate Steampunk back in 2009. Nothing more and nothing less. I seem to remember that it was after finals were done and it was the best time in the week for all of us to get together to dress up steampunkish and watch steampunkish movies. I wish there was a better reason for choosing that day but really there isn’t.

Lo Steampunk Day è nato nel 2009 e si è diffuso solo nel 2010.
Meno male che “has been for several years”, come diceva Steampunk.com. Tre anni, di cui solo due in cui la festa si è diffusa a livello rilevante tra gli appassionati, non sono esattamente “several years”.

Le persone che si interessano allo Steampunk sembrano sempre più indirizzate verso il livello di incompetenza media fantasy italiana. Roba di questo genere è degna di vergogne 100% italiche come Fantasy Magazine, non di siti stranieri che vorrebbero specializzarsi su un dato argomento: almeno controllare wikipedia, di solito, i siti anglo-americani lo fanno.

Sapete cosa? Mi viene da vomitare.
Per le boiate di oggi e, in via preventiva, per quelle abbondantissime che il futuro ci riserverà. ^_^

 

Breve Introduzione allo Steampunk

Scritto da il 30 mag 2011 | Categorie: Fantascienza, Fantascienza Retrò, Libri, Steamfantasy, Steampunk

Come molti lettori di Baionette Librarie sapranno, il Duca da marzo è ospite telefonico di Carta Vetrata per volontà di Alberto Gaffi (amministratore unico della casa editrice Gaffi), conduttore del programma assieme ad Antonio Debenedetti.
Per ora, a settimane quasi sempre alterne, ci sono stati sette interventi dedicati allo Steampunk, tutti tra le 11:00 e le 11:30. Il programma si può seguire via radio oppure con lo streaming al PC. Ringrazio Mauro che ha registrato gli episodi per chi non poteva seguirli dal vivo (manca solo il primo).

Il primo episodio è stata una breve introduzione allo Steampunk. Il secondo e il terzo sono stati dedicati a due opere della prima generazione, Le Porte di Anubis e Le Macchine Infernali. Il quarto a due opere di fantascienza ricche di elementi innovativi e sfruttati dalla fantascienza successiva, A Mexican Mystery e Edison’s Conquest of Mars. Il quinto e il sesto a una delle prime opere Steampunk, che è anche una di quelle con il maggior spirito “punk” di critica e ribellione, The Warlord of the Air. Il settimo episodio è una introduzione allo Steampunk un po’ più completa rispetto agli abbozzi di spiegazioni precedenti, per dare una definizione comprensibile e dei riferimenti narrativi chiari.
Gli episodi sei e sette sono quelli più interessanti e sono i primi che ho iniziato a preparare in anticipo non solo segnandomi degli appunti, ma scrivendo per intero proprio l’articolo-guida per il discorso.

Cliccare qui per ascoltare gli interventi o scaricarli. ▼


L’articolo che segue è una rielaborazione, estesa da 1580 a 3040 parole, del discorso tenuto nel settimo episodio.
Con 3000 parole è venuto un articolo di lunghezza contenuta anche se, ovviamente, ho dovuto rinunciare alle puntuali citazioni sia tratte dalle opere indicate che di un lungo elenco di giochi, fumetti, film e altri romanzi con elementi importanti per delineare gli ampissimi confini dello Steampunk. In pratica ho rinunciato all’articolone sullo Steampunk. Me lo ero immaginato sulle 30.000 parole (una follia ingestibile), ma non è morto: in futuro, ancora più allungato e dettagliato (100.000 parole?), diventerà un eBook dedicato allo Steampunk e ai suoi legami con la fantascienza del XIX secolo.

Per il sito meglio inserire articoli di dimensioni più contenute, scegliendo un argomento circoscritto per volta. Su alcuni dei libri indicati prima scriverò degli articoli nelle prossime settimane per arricchire con citazioni puntuali, spiegazioni più dettagliate e ulteriori elementi le brevi descrizioni fornite nel programma a causa dei limiti di tempo.
Spero che questa “breve introduzione” possa essere utile a chiarire le idee su cosa sia lo Steampunk.
 


 
Cos’è la Narrativa Steampunk: una breve introduzione
Oggi vorrei parlare ancora del punk nello Steampunk per dare una migliore visione di insieme di cosa sia questo sottogenere letterario le cui contaminazioni artistiche sono più diffuse della sua narrativa.

Lo Steampunk NON è la trasposizione del Cyberpunk nel XIX secolo.
I libri della prima generazione, a parte uno, non hanno niente a che vedere con il Cyberpunk. Il libro più punk della prima generazione (o del proto-steampunk, se si preferisce catalogarlo così) è The Warlord of the Air di Michael Moorcock, del 1971. Anni prima che il Cyberpunk esplodesse nel 1984 già Moorcock produceva uno dei romanzi con lo spirito più punk che abbia mai letto: una critica smaliziata al mondo degli imperi coloniali unita a una visione un po’ cinica del progresso e una visione ancora più pessimista di chi, in nome degli ideali, vuole rovesciare lo status quo. Non risparmia nessuno: più punk di così!
Sapendo questo è di conseguenza ridicolo costruire un legame obbligatorio tra Steampunk e Cyberpunk, inesistente anche per quanto riguarda l’aspetto punk di “ribellione”.

La trilogia di Oswald Bastable, il nomade dei flussi del tempo.
 

Lo Steampunk era punk ben prima che il Cyberpunk muovesse i primi passi.
L’unico rapporto tra i due generi è nella battuta fatta da Jeter nella famosa lettera a Locus del 1987, quella in cui per la prima volta appare il termine “steampunks”.

Dear Locus,
Enclosed is a copy of my 1979 novel Morlock Night; I’d appreciate your being so good as to route it Faren Miller, as it’s a prime piece of evidence in the great debate as to who in “the Powers/Blaylock/Jeter fantasy triumvirate” was writing in the “gonzo-historical manner” first. Though of course, I did find her review in the March Locus to be quite flattering.

Personally, I think Victorian fantasies are going to be the next big thing, as long as we can come up with a fitting collective term for Powers, Blaylock and myself. Something based on the appropriate technology of the era; like “steampunks”, perhaps…

Se gli altri erano Cyberpunk perché ambientavano le loro storie seriose in un vicino futuro, il trio Blaylock-Jeter-Powers allora era Steampunk ambientando le proprie cialtronate in un recente passato: il mondo del Lungo XIX Secolo. Da Cyberpunk a Steampunk: un semplice gioco di parole in un periodo in cui il Cyberpunk era all’apice della popolarità, nessuna discendenza diretta. D’altronde come potrebbe un romanzo del 1979 (o uno del 1971) discendere da opere pubblicate dal 1983 in poi?

The term [steampunk] itself is partly an ironic nod to the Cyberpunk movement of the 80s, and indeed seems a suitable choice, exhibiting the inherent tendency of steampunk narratives towards a playful, ironic, sometimes (notably in the works of James Blaylock) whimsical bend.

(Apex Science Fiction & Horror Digest, estate 2006)

Basta ambientare una storia poco seria, “gonzo-historical”, nel XIX secolo per fare Steampunk? L’analisi delle opere considerate Steampunk ci dice di no.
Le Porte di Anubis è uno science-fantasy (viaggi nel tempo e maghi egizi) senza retrofuturismo, con una solida base storica e una discreta presenza in ruoli importanti di personaggi del periodo napoleonico; La Notte dei Morlock si ispira al romanzo sulla macchina del tempo di Wells e aggiunge elementi fantasy, creando un altro miscuglio science-fantasy; La Macchina della Realtà di Gibson e Sterling, l’unico romanzo della prima generazione a sembrare un cyberpunk anticipato d’epoca, è un eccellente esempio di retrofuturismo e di fantascienza ucronica (senza fantasy). Queste tre opere, tutte appartenenti alla prima generazione dello Steampunk, hanno in comune il fatto di NON essere soltanto romanzi storici, bensì fantascienza o science-fantasy di ambientazione storica.

Romanzi dallo spirito punk come quelli di Flashman (da noi è arrivato il primo con l’orrendo titolo italiano di L’ussaro della regina bianca), con protagonista un ufficiale britannico violento, maschilista e cialtrone che partecipa a tutti i conflitti dell’Inghilterra Vittoriana coprendosi di gloria per pura fortuna, nonostante la codardia, non sono Steampunk: sono solo romanzi storici irriverenti, bizzarri, ma privi di appigli con la fantascienza del periodo. A un appassionato di Steampunk possono piacere (a me molto), ma di per sé non appartengono al genere.

I romanzi su Flashman hanno un sacco di spirito punk, ma non sono Steampunk.
 

Retrofuturismo ottocentesco, fantascienza del periodo o anche il reale XIX secolo, conditi con elementi fantasy e citazioni di personaggi inventati nella narrativa d’epoca, questi sono gli elementi chiave dello Steampunk, anche se non è necessario che tutti siano presenti assieme, come visto con le opere precedenti.

Basta allora copiare la fantascienza ottocentesca per fare Steampunk?
No, ovviamente no, altrimenti anche Wells e Verne e tutti gli altri autori ottocenteschi sarebbero Steampunk e non è così. Manca ancora un tassello del puzzle per poter costruire una visione di insieme chiara e semplice della narrativa Steampunk.

Un’opera come The Space Machine (Christopher Priest, 1976), pur essendo una lettura gradevole per un amante dello Steampunk, non è di per sé Steampunk. Mischia assieme La Macchina del Tempo e La Guerra dei Mondi di Wells, il che sarebbe un’eccellente partenza per un romanzo steampunk, ma l’opera ha un punto di vista ostile a qualsiasi dettaglio scabroso (come Dickens che non scriveva nulla che potesse “far arrossire le gote dell’innocenza”) e un finale identico a quello dell’originale La Guerra dei Mondi che lo fanno assomigliare a un vero romanzo d’epoca. Se qualcuno fosse andato nel 1898 e avesse scritto una fan fiction sulle opere di Wells, avrebbe potuto creare quel romanzo esattamente come l’ha scritto Priest. Lo stesso autore, infatti, lo ha sottotitolato “un romanzo scientifico” per dichiarare il proprio desiderio di imitare le opere del passato senza stravolgerle.
Volendo proprio estendere la definizione al massimo, lo si potrebbe considerare come un blando Steampunk visto che in fondo c’è un remix di opere ed è pur sempre molto più Steampunk di tanto pattume che sta uscendo ora (corsetti più dirigibili e occhialoni, cliché fino alla nausea… sigh). In ogni caso non è vero Steampunk.

The Space Machine: uno Steampunk mancato.
Albert Robida: la sua fantascienza non è Steampunk solo perché è dell’epoca.

 

Cosa dovrebbe fare un’opera per essere Steampunk pur partendo da basi interamente tratte dalla fantascienza dell’epoca? Ce lo spiega Jess Nevins, bibliotecario esperto in storia della fantascienza, nel suo breve saggio pubblicato all’interno dell’antologia intitolata Steampunk a cura dei coniugi VanderMeer. Le opere Steampunk devono essere scritte con un occhio moderno, un po’ cinico, di noi che abbiamo visto il futuro del mondo dopo il XIX secolo. In un certo senso lo Steampunk è una reazione alle edisonate di fine Ottocento: se in quei romanzi gli indiani venivano sterminati da geniali inventori in cerca di ricchezze, ma la loro morte era “asettica”, priva dell’orrore e delle conseguenze di un vero sterminio, ora lo Steampunk può riproporre le stesse idee con una percezione meno infantile, più adulta. Veri morti. Vere guerre distruttive. Vero razzismo. Un certo cinismo o meglio una perdita di quell’innocenza narrativa ancora presente in tante opere d’epoca, perfino in quelle che volevano rappresentare l’orrore delle guerre tecnologiche. Questo è il punk dello Steampunk: la perdita dell’innocenza originale, pur trattando gli stessi temi o rifacendo le stesse opere.

Un esempio Steampunk concreto: il fumetto La lega degli straordinari gentlemen, secondo volume, quello con l’invasione marziana sul modello di La Guerra dei Mondi. Nel romanzo originale Wells fa morire gli alieni a causa delle malattie terrestri a cui non erano abituati. Le forze naturali e la fortuna trionfano, non l’astuzia o l’eroismo degli uomini.
Nel fumetto della lega invece il virus che annienta i marziani è un prodotto della scienza, un’arma batteriologica a base di Antrace e Streptococco che viene sparata contro gli alieni, come nei bombardamenti di gas della Grande Guerra. È l’uomo a trionfare, con le armi sporche, non la Natura. E, ancora più moderno, il governo inglese spaccia i morti civili causati dal virus (che viene sparso in piena Londra sacrificando apposta la popolazione per salvare i “pezzi grossi” del governo) per morti dovuti alle armi tossiche degli alieni. E gli alieni, nella versione ufficiale, sono morti per banali virus terrestri, non per le armi chimiche. Proprio come Wells ci ha raccontato, solo che è tutto falso: cosa c’è di più cinicamente moderno di un governo che massacra la propria popolazione pur di vincere (come Churchill nella seconda guerra mondiale), nasconde la verità e accusa dei morti il nemico?

La Lega degli Straordinari Gentlemen (clicca per ingrandire).
Le armi chimiche contro i marziani e due delle moltissime citazioni d’epoca: le fatine di Cottingley e l’Uomo a Vapore delle praterie.

 

Per il resto il fumetto della lega è punk anche in un altro modo, nel modo in cui era punk Robida a fine Ottocento: mischia assieme personaggi di molte opere letterarie dell’epoca e li reinterpreta in modo più negativo, denigratorio, sporco… un po’ come fa Robida con gli eroi verniani nelle avventure di Saturnino Farandola, in cui li rende meschini, codardi e sciocchi.

Lo Steampunk è fantascienza oppure science-fantasy ambientata:
— nel nostro Lungo XIX Secolo, grossomodo dalla rivoluzione francese alla Grande Guerra (Le Macchine Infernali: invenzioni folli e uomini pesce in una Inghilterra Vittoriana per il resto normale; oppure il già citato Le Porte di Anubis);
— in un Lungo XIX Secolo alternativo (Anti-Ice: un 1870 retrofuturistico con un ponte sulla Manica, navi terrestri, cannoni “atomici” e veicoli spaziali, tutto grazie all’uso dell’antimateria al posto del carbone; oppure il già citato La Macchina della Realtà);
— in mondi industrializzati di ispirazione ottocentesca diversi dalla Terra (il New Weird Steampunk Fantasy di Mieville in Perdido Street Station)
— in un secolo diverso “visto con gli occhi della fantascienza ottocentesca” (il mondo del 1952 descritto da Albert Robida nel suo Le Vingtième Siècle del 1883 può essere una eccellente ambientazione Steampunk non ottocentesca) o come un XIX secolo che si è trascinato, con la sua mentalità, i suoi costumi e/o le sue tecnologie retrofuturistiche, nei secoli successivi (il 1974 con gli Imperi e i dirigibili in polimeri plastici di The Warlord of the Air).

I romanzi Steampunk non sono solo romanzi storici né romanzi fantasy d’ambientazione storica: sono fantascienza o miscugli science-fantasy. La serie napoleonica coi draghi Temeraire non è Steampunk: è solo pessimo fantasy (o Flintlock Fantasy, usando il termine impiegato da Stephen Hunt, autore del romanzo Steampunk Fantasy The Court of the Air). E, come nel caso dei romanzi rosa coi vampiri (paranormal romance), bisogna distinguere le opere realmente Steampunk da quelle appartenenti alla “moda Steampunk”: un romanzo rosa rimane sempre un romanzo rosa, anche se ci sono dirigibili, corsetti, occhialoni e un bel 1889 a indicare l’anno nel prologo. Allo stesso modo un romanzo rosa coi vampiri, come Twilight, non diventa fantasy perché ci sono dei vampiri che nemmeno sembrano tali: rimane rosa (con sommato il fetish dei vampiri ritardati: la teoria dei fetish narrativi applicati ai generi reali risolve sempre i dubbi ed evita erronee catalogazioni).

L’invasione della spazzatura spacciata per Steampunk è già cominciata da un po’…
 

Al massimo si possono considerare blando Steampunk quei romanzi che pur avendo alle spalle una forte ambientazione retrofuturistica e di divergenza tecnologica rispetto al mondo reale, sono carenti sul lato “punk”: il 1914 di Leviathan con mostri e Mech dotati di gambe è una eccellente ambientazione per dei romanzi di guerra Steampunk, ma l’autore ne cava fuori solo una trita storiella Young Adult con un livello di punk ridotto, anche per la definizione di Nevins, al minimo (il concetto di YA è sempre un peggiorativo per la narrativa). È comunque più Steampunk di The Space Machine o del rosa camuffato da Steampunk.

Passando ai giochi e quindi alle ambientazioni considerate al di fuori di qualsiasi concreto uso narrativo, ci sono casi ibridi: Space 1889 fornisce un’eccellente ambientazione Steampunk spaziale e alcuni commenti nei manuali suggeriscono un uso di preferenza Steampunk, ma volendo si può impiegare con una mentalità più retrò possibile per tramutarlo in un gioco di pura Fantascienza ottocentesca. È più facile finire per dargli un tocco moderno (anche senza volerlo) e giocarlo in stile Steampunk, ma l’ambientazione non esclude l’altra opzione.

D’altro canto Albert Robida con la sua estrema modernità e il suo spirito punk che anticipava i tempi tira molto la corda della definizione, essendo molto più Steampunk di certe opere blande. La pura e semplice datazione delle sue opere fantascientifiche (anni 1880-1890) però le classifica come una fenomenale fonte di ispirazione per lo Steampunk (quasi proto-Steampunk!) e non come appartenenti al genere. Un padre ispiratore dello Steampunk, assieme a Wells e a Verne.

Poi c’è anche il suffisso -punk usato per dare il senso di divergenza tecnologica: Clockpunk (termine nato con il manuale GURPS Steampunk del 2000 per rappresentare un Rinascimento con automi e meraviglie meccaniche leonardesche), Atompunk, Dieselpunk e simili nomi nati ispirandosi allo Steampunk retrofuturistico.
I Flintstones si potrebbero dire Stonepunk/Prehistoricpunk, visto che una tecnologia perfettamente anni ’50 viene riprodotta con pietre e dinosauri (sigh), ma in fondo nessuno sente davvero il bisogno di definirli così, no? ^_^”"
Sul rapporto tra Clockpunk e Steampunk tornerò in futuro.
Idem sullo Steampunk Fantasy (o Steamfantasy) e sul Dieselpunk.

Senza lo spirito punk serio presente in The Warlord of the Air o quello punk umoristico del racconto Victoria di Di Filippo (la regina Vittoria viene sostituita con un tritone mutante ninfomane, lol!) o senza il punk inteso come visione moderna, cinica e adulta di opere che sembrerebbero altrimenti uscite dal passato (tesi di Jess Nevins), non ci può essere Vero Steampunk. E non importa quanti occhialoni, rotelline incollate sul cappello, orologi a cipolla, dirigibili e corsetti siano presenti… anzi, gli elementi cliché sarebbe meglio ridurli al minimo. Il fumetto La lega degli straordinari gentlemen ha mostrato molto bene come lo Steampunk possa essere un dotto e divertente gioco di citazioni (quasi una in ogni vignetta) di tecnologie e personaggi dell’epoca, sia reali che tratti dalla narrativa fantastica! Altro che fare degli occhialoni con due orologi al posto delle lenti (WTF?).

Il problema non è che i cappelli con gli occhialoni siano un’idiozia, ma che una simile idiozia si sia diffusa così tanto da essere un vero emblema dei più beceri clichè dei cosplay Steampunk. In questo caso con nuove vette di mentecattaggine: cosa cavolo si dovrebbe vedere con quegli occhialoni se sono riempiti di ingranaggi random?
 

Per concludere, una parentesi sullo spirito che anima lo Steampunk.
Possiamo vedere lo Steampunk come una reazione alla tecnologia sempre più simile a magia perché incomprensibile all’uomo comune e spesso priva di parti meccaniche visibili. Forme asettiche, arrotondate, con un design essenziale e che priva di qualsiasi bellezza la tecnologia. La potenza del motore, il grasso degli ingranaggi, la meccanica in movimento che si può “riparare” come si potevano riparare in proprio le automobili fino a pochi decenni fa, tutto è sostituito da dispositivi che sembrano magici. Tecnologia indistinguibile, per il profano, dalla magia.

Questa reazione al mondo asettico degli oggetti tecnologici privi di bellezza, contrapposti a quelli del passato quando perfino i contatori del gas avevano abbellimenti in metallo che li rendono ancora piacevoli, è anche una critica al consumismo dell’Usa e Getta per cui si producono oggetti che si buttano invece di ripararli e che per tenere bassi i prezzi sono spesso mal funzionanti, contrapposto a un mondo passato pre-consumista in cui l’oggetto si riparava ed era fatto per durare. Ora invece quanti prodotti di elettronica escono di fabbrica già guasti? Tecnologie sempre più avanzate e sempre meno affidabili. Sfiducia verso la tecnologia: sempre più presente, sempre più vitale, sempre più traditrice.

Troviamo questo spirito anche in Ubik di Philip Dick, del 1969 (proprio quando il proto-steampunk stava iniziando ad affiorare), quando il protagonista, Chip, sbalzato dal futuro del 1992 al 1939 si trova ad apprezzare la bellezza del cuoio, del metallo, di una macchina che ubbidisce al padrone, opposto al futuro dell’uomo schiavo delle macchine ingovernabili (ma dal funzionamento silenzioso e quasi magiche) e del consumismo fine a se stesso. Le macchine in Ubik tengono in ostaggio le persone (letteralmente: se non gli dai cinque centesimi, la porta di casa non ti fa uscire!), le privano dei servizi (anche doccia e caffettiera sono a pagamento) e le insultano (chi non ha soldi è una merdaccia): l’esaltazione del più disumanizzante capitalismo consumista.

Dick sembra criticare l’estetica minimalista dei prodotti Apple attuali. Cosa ha di bello un iPad, esteticamente? Niente: sarà anche funzionale per essere un tablet, ma esteticamente è un vassoio per i panini! A mostrarlo a un esperto di design del 1890, direbbe di metterci decorazioni in ottone e inserti in radica, per farlo sembrare un artistico telefonoscopio della fantascienza di Robida.
L’Ottocento esaltava la bellezza della meccanica, la potenza del motore, la danza dei pistoni, come ricorda Herbert Sussman nel libro Victorian Technology. Una tecnologia che era assieme robusta, funzionante e piacevole alla vista.


Teatrofono (1890) e iPad (2010).
Riuscite a notare le sottili differenze estetiche nella scocca?

 
Il Clacker di Datamancer, computer in stile Steampunk.
All’estetica di quale dei due oggetti precedenti si avvicina di più?

 

Lo Steampunk si è sviluppato a mano a mano che la nostalgia per il passato ha portato una parte della fantascienza a non guardare più solo in avanti, verso un futuro che non sembrava più promettente, ma a guardarsi alle spalle, verso un passato che non aveva conosciuto le guerre mondiali e in cui l’ottimismo scientifico ancora dominava con buone ragioni.
Lo Steampunk è una nostalgia del passato unita alla nostalgia di un futuro che non è avvenuto. E assieme una reazione di disgusto, di critica, a un mondo moderno che disumanizza, manca di ideali e riduce ogni cosa a merce usa e getta. Le macchine che un tempo erano viste dai romantici come strumenti infernali, ora sono visti da noi come oggetti carichi del romanticismo di un’epoca più sincera e più comprensibile.
E non è solo nostalgia: è anche riscoperta di una fantascienza che molti non sapevano nemmeno esistere, una riscoperta di idee che pensiamo risalgano agli anni ’50-’70 e che invece appartengono spesso all’Ottocento. Ma su questo tornerò nel dettaglio in futuro…

 
Vaporteppa!
Anche l’Italia può avere un eccellente posto nello Steampunk, come dimostrato con questa breve carrellata di spunti tecnologici. E gli italiani possono essere autarchici non solo nell’ambientazione, il Risorgimento e il Regno d’Italia, ma anche nel nome: da Steampunk a Vaporteppa! D’Annunzio approva i pantaloni in lanital del vero Vaporteppa e brinda con del buon arzente (o un autarchico caffè di cicoria per gli astemi). Vaporteppa, con quel bel “teppa” che è vecchiume anche per le nostre nonne: altro che il punk, così carico di modernità (cultura punk, anni ’70) o, peggio ancora, di arcaica oscenità (punk lo usava Shakespeare per dire prostituta) che mal si abbinerebbero ai gusti della nostra amata Gamberetta. E teppa è anche ben a tema con l’Ottocento visto che la prima teppaglia fu quella della Compagnia della Teppa, un gruppo di giovinastri dediti al vandalismo, nel 1818 a Milano.

Vaporteppa!
Re Umberto I e i suoi baffi approvano.

 

Dove scaricare alcune opere citate…

Su Library.nu potete trovare questi libri:
The Warlord of the Air (ePub con Table of Content)
The Space Machine: a Scientific Romance (PDF)
The Space Machine: A Scientific Romance (ePub convertito dal PDF, senza ToC)
Victorian Technology: Invention, Innovation, and the Rise of the Machine (PDF)
Flashman (PDF), primo volume di dodici. Su Library.nu ci sono anche gli altri, meno il numero sei. Su eMule si trovano tutti, se si cerca bene.

Se non sapete come leggere gli ePub e non avete un eReader che li legga, usate questo plugin per FireFox oppure convertitelo in qualcosa di diverso con Calibre.

Su eMule invece cercate questi file:
— eBook.ITA.705.K.W.Jeter.Le.Macchine.Infernali.(doc.lit.pdf.rtf).[Hyps].rar (1,47 MB)
— eBook.ITA.148.Tim.Powers.Le.Porte.Di.Anubis.(doc.lit.pdf.rtf).[Hyps].rar (2,37 MB)
— eBook.ITA.791.William.Gibson.&.Bruce.Sterling.La.Macchina.Della.Realtà.(doc.lit.pdf.rtf).[Hyps].rar (2,46 MB)
— Alan.Moore.-.La.lega.degli.straordinari.gentlemen.(JPG).(ITA).(EWScan)(by.il.Barone).rar (79,77 MB)
— La.Lega.degli.Straordinari.Gentlemen.Vol2_#01_by_yanfry_ITA.rar (10,76 MB)
— La.Lega.degli.Straordinari.Gentlemen.Vol2_#02_by_yanfry_ITA.rar (6,91 MB)
— La.Lega.degli.Straordinari.Gentlemen.Vol2_#03_by_yanfry_ITA.rar (8,88 MB)
— La.Lega.degli.Straordinari.Gentlemen.Vol2_#04_by_yanfry_ITA.rar (9,88 MB)
— La.Lega.degli.Straordinari.Gentlemen.Vol2_#05_by_yanfry_ITA.rar (9,59 MB)
— La.Lega.degli.Straordinari.Gentlemen.Vol2_#06_by_yanfry_ITA.rar (10,24 MB)

Tra parentesi il peso in MB visto da eMule, così evitate di scaricare malware.
In ogni caso non troverete sorprese utilizzando solo server della lista sicura (e rete Kad).
Se usate un eReader consiglio di convertire i Lit in Mobi (Kindle 3) o in ePub (tutti gli altri) con Calibre.

 

Fucili Elettrici del Lungo XIX Secolo

Scritto da il 16 mag 2011 | Categorie: Armi da Fuoco, Oplologia, Steampunk, Storia

Oggi un piccolo articolo dedicato alle prime armi da fuoco con accensione elettrica. Penso che possa essere una curiosità carina per gli appassionati di armi e uno spunto Steampunk per chi cerca invenzioni bizzarre che non si sono affermate, un po’ come la mitragliatrice a vapore di Perkins. La differenza sostanziale con la mitragliatrice a vapore è che quell’arma offriva un notevole vantaggio, pur con dei grossi limiti che la rendevano un’arma da sola fortificazione (e quindi facile bersaglio per l’artiglieria), mentre i fucili elettrici… beh, a essere gentili si può dire che aggiungono solo complicazioni senza alcun beneficio.
Non c’è da stupirsi che siano morti nell’istante in cui sono nati.

Tutto cominciò quando Volta presentò la sua pila all’Institut de France a Parigi, il 7 novembre 1801, di fronte a Napoleone Bonaparte. La febbre elettrica era scoppiata e cominciarono i primi tentativi di realizzare armi elettriche. Già dieci anni dopo apparve il primo fucile elettrico. Ancora non avevano inventato la capsula a percussione e qualcuno cercava di sostituire le scintille delle pietre focaie, che da un secolo e mezzo fornivano l’accensione dei moschetti, con le scintille dell’elettricità. Non si sa niente di quel primo tentativo, ma evidentemente non fregò molto a nessuno o, più probabilmente, funzionò male.

Volta mostra a Napoleone il nuovo “apparato elettromotore” o pila voltaica, capostipite di una lunga serie di pile e accumulatori che popoleranno l’Ottocento: pila a secco Zamboni (1810); pila a tazze Wollaston (1816); pila Daniell (1836); pila Grove (1838); pila Bunsen (1840); accumulatore Planté (1859); pila a secco Gassner (1886); pila Weston (1893).
 

Un altro tentativo (fonte William Reid) lo fece Thomas Beningfield nel 1854, presentando il suo fucile ad accensione elettrica al British Ordnance Select Committee, la commissione che si occupava di scegliere gli armamenti inglesi. Non ci è giunta alcuna documentazione né descrizione accurata perché l’inventore decise di non brevettarlo e, possiamo intuirlo da soli, questo significa che fu un fallimento tale da non renderlo buono nemmeno per il mercato civile, spesso di bocca molto più buona e molto più disponibile alle innovazioni di quello militare. Non sappiamo nemmeno se impiegasse una cartuccia, come i fucili elettrici che vedremo tra poco, o se fosse ad avancarica.

Più interessante fu il fucile di brevettato negli anni 1850-1860 a Praga (Greener dice “circa 40 anni fa” nell’edizione del 1897) da un barone francese. In questo caso l’arma è ad avancarica e accende la polvere con una scintilla, come avviene con le candele nei motori a scoppio. Erroneamente William Reid nel suo libro attribuisce l’idea a due inventori, “Le Baron e Delmas” (sic), e dice che l’arma utilizza un bossolo metallico (falso). I due inventori sono probabilmente un sola persona, ovvero “Le Baron Delmas”, il barone francese di cui parla Greener (a quanto risulta qui esisteva il barone Louis Delmas al tempo di Napoleone: questo sarà un figlio o un nipote, immagino).

Il fucile del barone Delmas. Cliccare per ingrandire.

La batteria A è alloggiata nel calcio. Per accedere bisogna estrarre il tappo B e rimuovere la piastra C sul fondo del calcio. Un rocchetto a induzione D (un trasformatore per produrre impulsi ad alta tensione partendo da una sorgente di corrente continua a bassa tensione) è collegato alla batteria A. Dato che i solenoidi vibrano molto durante l’uso, un piccolo magnete F è collocato all’interno del rocchetto per ridurre le vibrazioni. Quando si preme il grilletto K questo fa ruotare in parte la noce Jche estrae la bacchetta H dalla guida L e la poggia nel punto d’arresto O. Il circuito OPR è completo: R genera una scintilla che incendia la polvere di primino che a sua volta incendia la carica principale e spara il proiettile.

Come la candela di un’automobile.
Possiamo immaginare che il caricamento avvenisse in tre fasi: versare nella canna la polvere di primino (polvere finissima, FFFFg, molto sensibile alle scintille); versare la carica principale di polvere (FFg per un fucile, in modo da rendere la combustione progressiva lungo tutta la canna); far scivolare all’interno la pallottola a espansione Minié o equivalenti (Lorenz a compressione o Peeter con anello, vedere qui).
La sicura N copre il grilletto a bottone K e va ruotata (come nel disegno) per poter sparare. Dopo lo sparo la molla M spinge il grilletto K verso il basso, interrompendo la produzione di scintille di R.

Vantaggi? Nessuno.
La maggiore quantità di componenti costosi non offre alcun vantaggio. La durata della batteria impiegata non è nota. L’accensione elettrica non offre nulla di più di quanto si può ottenere con le capsule di fulminato di mercurio, all’epoca lo standard per le armi militari. In più le capsule di fulminato non richiedono l’impiego del polverino per cui si può ottenere un’ottima affidabilità dell’arma usando solo la polvere di grana maggiore posta nella cartuccia assieme al proiettile.
Questo tipo di arma avrebbe avuto un minimo senso per l’ambito sportivo 50 anni prima: la scintilla elettrica non soffrendo dell’umidità ambientale quanto la pietra focaia e non causando altrettanto rumore avrebbe risolto il problema di Forsyth, il sacerdote con la passione per la caccia alle anatre che inventò i primi sistemi a percussione “con la boccetta” (se non ve li ricordate andate qui). Dopo la scoperta del fulminato di mercurio e la sua applicazione nelle capsule, l’accensione elettrica per armi ad avancarica non aveva più alcuna utilità.

Un ulteriore passo avanti venne fatto da Henri Pieper di Liegi nel 1883 che impiegò un fucile a retrocarica con bossolo metallico. Dai disegni si direbbe una doppietta o un monocolpo basculante, ovvero con canna (o canne) incernierata alla culatta (la bascula) poco prima del fondo e che si aprono ruotando (ovvero basculando) verso il basso.


Fucile elettrico di Pieper: due versioni operanti con lo stesso principio.
Clicca sul secondo per ingrandire.

Le cartucce del fucile elettrico hanno il bossolo in metallo. Alla base del bossolo, all’interno, c’è un batuffolo B da cui si estende un chiodo. Sulla parete del bossolo c’è un altro chiodo, A. Tra i due chiodi passa un filo C. Quando si preme il grilletto la corrente passa tra i chiodi, il filo sprizza scintille e si accende la carica di polvere da sparo.
I due chiodi si possono paragonare all’elettrodo centrale e all’elettrodo di massa di una candela d’automobile.

Bossolo per il fucile elettrico Pieper.

La batteria impiegata era di tipo tascabile, in modo da facilitare la sostituzione e da permettere di portare l’arma carica senza rischio di sparo accidentale: rimuovendo la placca nel calcio ed estraendo la batteria, l’arma diventa incapace di sparare. Si potrebbe costruire una versione dell’arma con un accumulatore di maggiore dimensioni dentro la canna, come avveniva nel fucile del barone Delmas, ma si perderebbe il vantaggio (scarso) di poter inserire e togliere con gran facilità la batteria. Pare che la batteria avesse una durata di due settimane (uh?) o mille colpi (non sarà tanto?).

Come potete facilmente intuire questo sistema di accensione aggiunge complicazioni all’arma senza apportare alcun vantaggio rispetto ai bossoli a percussione centrale o a percussione anulare, più semplici da produrre, più economici e più affidabili. In più le scintille non sarebbero sufficienti per accendere la polvere infume arrivata pochi anni dopo (dal 1886): la fiammata dell’esplosivo detonante posto nell’innesco dei bossoli moderni è fondamentale.

La passione elettrica di Pieper non si spense con il flop del fucile. Nel 1900 progettava macchine elettriche, all’epoca il principale tipo di automobile a fianco dei modelli con motore a vapore (in particolare Stanley). Solo con la scoperta dei giacimenti in Texas (che abbattè il costo del petrolio) e con l’invenzione del motorino d’accensione (che rese meno pericoloso il veicolo), il motore a scoppio riuscì a battere la concorrenza e a plasmare una nuova civiltà americana basata sull’automobile.
 

Qualche spunto elettrico per lo Steampunk
Come abbiamo visto in passato con Cruto, il geniale inventore italiano della lampadina a filamento di carbonio, l’elettricità è un elemento tipico dell’alta tecnologia dell’Ottocento. E anche della fantascienza: in pratica “elettrico” e “magico” erano sinonimi perché l’elettricità era vista come qualcosa in grado di permettere qualsiasi diavoleria futura (il Novecento sarebbe stato il secolo elettrico sia per Robida che per Salgari, solo per citare due autori). Su questo torneremo in futuro con Edison’s Conquest of Mars e altre opere.
L’elettricità è quindi un elemento perfetto, se lo si desidera, anche per lo Steampunk. Non esiste alcun ragionevole motivo di escluderla dalle proprie fantasie retrofuturistiche.

L’Italia era all’avanguardia negli “studi elettrici” e la famosa Esposizione di Torino del 1884 venne proprio dedicata all’elettricità. A Milano nel 1883 venne inaugurata la prima centrale elettrica della città, un impianto a corrente continua (sistema Edison) posto a fianco del Duomo, in via Santa Radegonda, dove prima sorgeva un teatro. Fu la prima centrale elettrica dell’Europa continentale e le quattro dinamo installate garantivano una potenza di 350 kW (parecchi per l’epoca), sufficienti per 4800 lampadine da 16 candele a 100-110 V.

Fucili elettrici, ma in questo caso che usavano direttamente l’elettricità per uccidere, ci sono anche nella narrativa del Lungo XIX Secolo. Il Capitano Nemo utilizzò un fucile elettrico subacqueo per difendere Ned e Conseil dall’attacco di uno squalo: nella descrizione di Verne l’arma sparava una sfera di vetro colma di elettricità. Qui una ricostruzione gradevolmente Steampunk della versione presente nel film della Disney.
Un fucile elettrico appare anche in L’Isola Misteriosa e Nemo lo usa contro i pirati che vogliono trasformare l’isola di Lincoln nel loro nascondiglio.

Ancora più famoso è il fucile elettrico di Tom Swift, protagonista di una serie di edisonate dedicate a un pubblico per ragazzi (dopo il 1896 le edisonate si divisero in due: per adulti/istruiti, come Edison’s Conquest of Mars, e per ragazzi/ignoranti, come la serie di Tom Swift). L’arma appare in Tom Swift and His Electric Rifle (1911), un romanzo così ricco di intelligenza Ottocentesca da meritare un accenno alla trama.

“Sono in via d’estinzione! Ammazziamoli tutti noi prima che li ammazzi qualcun altro!”
(Lo spirito pratico del Grande Cacciatore Bianco)

Tom Swift sta completando la sua nuova invenzione, il fucile elettrico, quando sente le storie di un esperto di safari e rimane affascinato. Esistono bestie così grosse da ammazzare? Uao! Tom e i suoi amici partono per l’Africa, desiderosi di sperimentare la nuova arma su più specie in via d’estinzione possibili. Rinoceronti ed elefanti cadono morti, investiti dalle sfere di elettricità (fulmini globulari?), e Tom si riempe le tasche d’avorio.
I pigmei rossi, feroce popolazione di selvaggi, ha però rapito dei vecchi amici di Tom. Penso che i nanerottoli avessero il crudele intento di fermare lo sterminio indiscriminato di specie a due passi dall’estinzione. Che crudeltà ingiustificabile privare l’uomo bianco dell’avorio che merita in virtù della sua superiorità tecnologica!
Tom libera gli amici e frigge pigmei a profusione. ^__^

Ho detto che è ancora più famoso del fucile elettrico di Nemo: forse non lo sapete, ma il nome TASER è l’acronimo di Thomas A. Swift’s Electric Rifle (la A. venne aggiunta per dare un suono decente, non era nel nome ufficiale di Tom Swift, e ricorda la A. del famoso Thomas Alva Edison a cui il personaggio di Tom Swift era ispirato). Jack Cover, il ricercatore della NASA che brevettò il TASER nel 1974, da bambino era un fan di quelle porcate: se fosse stato un fan di Nihal avrebbe probabilmente progettato inutili spade in cristallo nero (sigh).
La fantascienza, anche la più idiota, batte ancora il mongol-fantasy. ^_^

Fortunatamente l’infanzia di Jack Cover venne stimolata dalla fantascienza e non lobotomizzata dal fantasy per rincoglioniti che spopola ora in Italia.

 


 
Fonti principali:
The Gun and Its Development, William Greener (sesta edizione 1897, nona edizione 1910)
Storia delle armi, William Reid, editore Odoya.