Come mangiano gli animali

Scritto da il 17 apr 2013 | Categorie: Filmati vari, Riflessioni, Scrittura, Troll & Flame

Leggere su internet i discorsi sulla narrativa è spesso deprimente perché raramente chi parla conosce l’argomento a sufficienza da non dire idiozie dovute alla mancanza di elementi. Partecipare per rispondere è inutile perché, siamo seri, chi vuole studiare sta zitto e studia: se si parla prima di aver studiato, significa che studiare non interessa davvero. In più molte risposte prevederebbero l’ordine di studiare per mesi o anni indicando una selezione di testi e in più fornire un corso di aggiornamento che starebbe bene presso un’Università (il materiale supersintetico da me scritto per i miei corsi su AgenziaDuca.it occupa attualmente oltre 21mila parole). Non esattamente ciò che si può mettere in un commento agevolmente.

Ovviamente vi invito a rileggere questo post sulla politica delle discussioni, valido per il mio blog e per chiunque voglia parlare con me in qualsiasi altro ambito: se i requisiti non sono soddisfatti, se il metodo fondato sulla prova positiva non è applicato o se c’è puzza di malafede nel non esporre TUTTI gli elementi anche a svantaggio della propria posizione (chi si interessa di cultura espone tutto il necessario tecnicamente rilevante anche se “ostile” alla propria interpretazione), non perdo tempo a rispondere.

Chi vuole studiare studia, non scrive idiozie. Già scrivere idiozie in certi modi implica la malafede di chi gongola nell’ignoranza e non vuole né imparare con l’aiuto di altri né studiare da solo. Lo si lasci a grufolare nel proprio porcile se Mostra di volerlo, anche se intanto Racconta di voler imparare.
Se Mostrato e Raccontato sono incoerenti tra loro significa che sta mentendo oppure che l’ambito non è più il discorso sulla narrativa, ma è quello dell’igiene mentale in quanto volontà e azioni che ne derivano divergono in modo impossibile per una mente sana.

forgiveness

La Narrativa è un “tutto in equilibrio” e la mancanza di conoscenze tecniche porta a dire idiozie (sottili, nei dettagli, o grossolane, nell’essenza) perché il “sistema” non dispone di tutte le condizioni e produce quindi risposte che sembrano valide senza esserlo. Conoscere quel “tutto” (di base, i concetti) richiede anni di studi, decine di testi e un livello di dedizione e approfondimento che porti, per gli standard italiani, a essere più edotto di tutti gli editor il cui lavoro (o commenti) ho potuto analizzare. Anzi, il problema è che regolarmente ho visto gente non avere nemmeno queste basi ELEMENTARI essenziali. Considerando che la Retorica non è un’invenzione moderna e ha un senso, è facile capire come mai così tanti lettori italiani disprezzano la narrativa con cognizione di causa (29,8%, Istat 2007, non legge più perché quando ci provava i romanzi erano brutti).

La piena comprensione delle basi non è automatica nemmeno all’estero, tant’è che pure negli USA nonostante non abbiano lo stesso ritardo culturale italiano (anche se hanno subito pure loro parte dei danni del postmodernismo) tendono a dire idiozie. Anche se molto meno che da noi visto che da loro quanto meno una discreta fetta delle basi sono comunemente note (e i manuali che ne parlano considerati banale normalità e non scandalosi tomi che incatenano l’arte) mentre da noi la norma è l’ignoranza più totale. Però conoscere “meno di tutto il minimo necessario”, anche se è molto meglio rispetto a non conoscere proprio niente, è ovviamente insufficiente per ottenere il giusto range di risposte prodotte dal sistema-del-tutto-in-equilibrio-in-cui-ogni-cosa-aiuta-a-interpretare-ogni-altra per mancanza di condizioni ulteriori da porre in quel sistema (o sostitutive, visto che conoscere permette di capire e giustificare, più che di escludere).

Ecco che allora ogni discussione mancante di tutte le basi, e che produce quindi idiozie di livelli più o meno approfonditi, mi stimola una sola possibile risposta razionale diversa da “Stai zitto e vai a studiare, torna tra due anni” ed è questa:

Originale su YouTube

Volevo fare un rant migliore, ma nonostante l’effetto benefico del pitale da cumenda che indosso ancora non riesco a raggiungere le vette di pateticità dei miei maestri italici. Sarà colpa del fatto che parlo di cose serie e di criteri seri di ragionamento, senza frignare soltanto perché il mondo è brutto e cattivo. ^_^

 

Indicazioni sulla gestione futura del blog

Scritto da il 01 set 2012 | Categorie: Novità sul Sito, Riflessioni, Scrittura, Stupidità, Troll & Flame, Vita del Duca

Gli ultimi due articoli sul futuro del blog, quelli in cui dicevo cosa intendevo pubblicare in generale, risalgono al primo agosto e al primo dicembre 2009. Più di tre anni fa uno, poco meno di tre anni fa l’altro. Dopo non c’era stato bisogno di scriverne altri, al massimo indicavo qua e là che temi volevo trattare e comunque parecchi articoli ipotizzati poi non ho avuto modo di scriverli.

In particolare nel 2012, con la collaborazione in radio per Carta Vetrata (500 parole di appunti da preparare per ogni domenica su argomenti sempre diversi) unita all’apertura a gennaio di AgenziaDuca.it, e il conseguente arrivo un po’ alla volta del lavoro, ho avuto pochissima voglia e tempo per gli articoli (che, come detto già in passato, sono molto lento a scrivere). Gli appunti raccolti per tanti episodi di Carta Vetrata (un maxi-episodio divenne la famosa Breve Introduzione allo Steampunk) in realtà li potrei riutilizzare proprio per fare articoli maggiormente dettagliati rispetto alle versioni da 6-8 minuti degli interventi alla radio. Li volevo utilizzare in questo modo, ma poi quest’estate non sono stato in vena di scrivere granché… e ora, tra il lavoro, vari progetti in ballo che richiedono la scrittura di articoli appositi ecc… ho davvero poco tempo e quello che posso dedicare al web, dopo il poco che lascio alla lettura, lo voglio utilizzare per scrivere articoli, non per ciarlare col primo gonzo che lascia un commento. Se voglio dire qualcosa su un qualche argomento, ci scrivo un articolo. Quando voglio io e come voglio io.

Ho iniziato a usare internet attivamente, con il primo sito, nel 2002-2003, nell’ultima fase del web 1.0 in cui ancora i siti (soprattutto quelli fai da te) erano spesso statici, con il guestbook, i framesets (deprecati, ovviamente), gli scambi banner 88×31 in home e massiccio uso di tabelle e spaziatori al posto di indicazioni via CSS. Di conseguenza i troll non erano un problema di massa per chiunque costruisse un proprio spazio un minimo trafficato e per trovarli bisognava andarli a cercare nei forum. La consegna a domicilio dei troll non è proprio una gran evoluzione.
YouTube apparve solo nel 2005, coi video che erano a 320×240 pixel (ricordate quando apparve l’HD su YouTube, che era un 480p?), e Facebook non esplose seriamente in Italia prima del 2008. Nel mezzo l’avvento dei blog e il periodo MySpace… nessuno dei due mi ha mai interessato granché.

Scelsi WordPress, una piattaforma da blog, non per fare un blog ma per semplicità nella gestione di una grafica passabile e di un minimo di opzioni diverse dal “scrivi html in un txt e pubblicalo” a cui ero abituato anni prima. Un CMS minimale. Quello per cui l’ho usato però è stato principalmente per fare articoli seri (parecchio voluminosi in alcuni casi), ovvero materiale da consultazione utile per qualcuno, non per costruire rapporti sociali più o meno farlocchi a base di amichevoli chiacchierate nei commenti. Chissenefrega, francamente, di ciarlare a vuoto: uso pochissimo Facebook per lo stesso motivo: mi fa schifo sprecare il tempo in carezze sociali e idiozie correlate, spazzatura volatile priva di valore.

Io scrivevo (e ormai raramente, scrivo) articoli per contribuire al web come opera collettiva, fornendo materiale di qualità utile a chi cercava informazioni su argomenti di nicchia che conoscevo. Scrittura orientata al lettore casuale che viene dai motori di ricerca il cui premio non sono le discussioni scemotte a base di banalità e ignoranza, magari da stimolare con una gran quantità di articoli privi di approfondimento pur di rilasciarne uno tutti i giorni, ma i link rispettosi di ammiratori ignoti che segnalano gli articoli come in passato avrebbero segnalati dei libri. E nel caso dell’arco lungo e delle armature non ho più nemmeno idea di quanti link ci siano stati. Uno sproposito… e ne arrivano nuovi di continuo.

Biblioteca del Congresso.
Contiene oltre 100 milioni di preziosi e rari documenti da consultare.
Il vociare in strada della massa non ha lo stesso valore.

Per questo motivo non ho mai dato granché peso ai commenti, perché ricevere commenti intelligenti, ovvero che contribuiscano davvero alla diffusione della conoscenza del genere umano (pur nel ristretto campo trattato dal singolo articolo), è molto raro. È raro trovare anche domande interessanti, fatte in buona fede, a cui rispondere. Quando capitavano ho sempre risposto con commenti delle dimensioni di un articolo.

In più i commenti “liberi” spesso vengono usati per diffondere ignoranza, da parte di gonzi matricolati o di troll. In Italia il concetto che l’ignoranza non sia un sostituto della conoscenza, ma la sua mancanza non ha mai preso piede granché, a giudicare dai commenti sui blog e forum che seguivo (o seguo). Imporre la moderazione dei commenti fin dall’inizio, quando ancora parlavo solo di armi ad avancarica, mi ha salvato dalla massa di troll pigri, quelli che pubblicano solo dove sanno che l’amministratore se ne frega della qualità dei commenti e preferisce garantire la libertà di devastazione a pochi mentecatti a scapito del diritto a discutere (o meglio di leggere discussioni intelligenti) della maggioranza. La dittatura dei piccoli mentecatti. Ogni tanto ne cacciano qualcuno da qualche sito, come accaduto l’anno scorso da Zwei, ma è sempre troppo tardi e non vanno via tutti. Colpa anche degli utenti buoni, convinti della natura fondamentalmente buona del genere umano, come erano un tempo Mauro e Tapiro, disposti e discutere con tanti troll nella speranza che in fondo fossero brave persone (brave persone con l’Asperger, magari).

Il problema è che non esistono mezze misure coi troll. I troll vivono dello sfruttamento dei gonzi che pensano che possa esserci qualcosa di buono in loro (anche questo è un danno causato dall’idea cristiana della redenzione? Finiranno mai le ingerenze devastanti della religione nel mondo laico?) e che usano per guadagnare mesi e mesi di permanenza nociva. O si contrastano attivamente i troll o si sta favorendo il lavoro dei troll: i troll vivono del silenzio infastidito, ma pur sempre silenzio, della maggioranza. Chi tace invece di cacciarli, facendo credere loro di essere benvoluti, li fomenta. Poi, qualche volta, non essendo particolarmente svegli, finiscono male. Come quei due tizi nel blog di Zwei, un anno fa. Come al solito tutto come previsto.

Io non ho quasi più tempo per leggere e rispondere ai commenti dei lettori seri, che fanno domande intelligenti e in buona fede, figurarsi per identificare, dare un chance nel dubbio (come avvenuto qui) o scartare i troll. Non ne ho mai avuti granché, per il motivo detto prima, ma ne bastano pochi per far perdere tempo. Soprattutto se non li si censura subito, pensando che siano solo lettori “un po’ confusi”.

In più ci sono anche i lettori che non sono troll, ma sono idioti. Non c’è nulla di male in sé nell’essere idioti, che è quasi sempre un problema di mancanza di abitudine al ragionamento (superficialità) e non un vero handicap mentale permanente, ma quanto meno bisognerebbe sospettare della propria condizione e basare ogni propria affermazione su questa consapevolezza.
Principalmente perché è imbarazzante e fastidioso dover offendere il commentatore facendogli capire che è un idiota. Non si tratta di dire esplicitamente (Raccontare) che è un idiota, ma quando quel tizio legge e rilegge delle frasi scritte in un italiano chiarissimo (come ho visto succedere continuamente in vari blog che seguo) e nonostante questo capisce cose che non sono scritte lì nemmeno usando la più fervida immaginazione e le più selvagge interpretazioni, allora nel farglielo notare (Mostrare) gli stai dando dell’idiota.

Escono dalle pareti. Escono dalla fottute pareti.
E lasciano commenti.

È una questione che trasposta in Narrativa ho chiamato scrittura Scemo-Friendly: quell’insieme di consigli, apparentemente in contraddizione con i principi insegnati, che gli autori di manuali di scrittura forniscono (ma senza poter dichiarare il motivo in modo esplicito, immaginate che casino se dicessero ciò che pensano di tanti loro lettori) proprio in previsione dei lettori idioti che potrebbero leggere il romanzo. Un testo scritto bene è un testo che stimola il cervello, che lo mette in funzione, che immerge così a fondo da affaticare, emozionare… ma se il cervello non capisce, se legge una frase e dimentica i dettagli letti poco prima, se è in parole povere IDIOTA, allora una scrittura perfetta in quanto “vivida, concreta e sintetica” sarà pessima. Per gli idioti servono le aggiunte Scemo-Friendly, in generale un accorto sistema di ripetizioni, semplificazioni e aiutini per la comprensione che abbruttiscono il testo, ma in modo non troppo grave… a patto che l’autore sia sufficientemente esperto nel dosarli (se è inesperto e se punta a un pubblico di massa non abituato alla Narrativa, da imboccare, viene fuori roba parecchio brutta).

Io non sono contrario alla scrittura Scemo-Friendly, in fondo è un piccolo peggioramento in cambio di un grosso vantaggio per i lettori disagiati (che non sono pochi, come si desume anche dai pessimi risultati italiani nel Adult Literacy and Life skills), ma il problema arriva quando gli idioti, inconsapevoli della loro condizione (che per i “normali” informati è invece manifesta), iniziano a lamentarsi dello stile di scrittura del racconto, dell’articolo divulgativo, di qualsiasi cosa… o, peggio ancora, dei contenuti che non hanno capito nemmeno vagamente, tirandone fuori informazioni opposte a quelle scritte in modo chiarissimo oppure fallendo nel collegare tra loro semplici concetti compresi singolarmente e perdendo così la comprensione della questione nell’insieme. Come capire le singole frasi, ma non i capoversi. O capire le singole parole, ma non le frasi. Se uno non sa fare due collegamenti logici o ricordare il contenuto della frase precedente quando legge la successiva, è difficile seguire articoli di oltre 100 parole che non parlino solo di banalità.
Anche quando il collegamento viene loro indicato in modo esplicito possono fallire nel riprodurlo nella propria mente, come una scimmia che infila un cubo nel foro tondo nonostante conosca bene la forma dell’oggetto e la forma del foro. È deprimente, ma è molto comune in Italia. E questo ammazza gli aspetti democratici e di scambio di opinione, gli aspetti positivi di rinascita culturale, del web in lingua italiana.

Io scrivo. Che sia il lettore a imparare a leggere.
(Mark Harris, 1922-2007)

Uno non se la sente nemmeno di far capire loro che sono idioti. Soprattutto non quando sembrano sinceri e pieni di buone intenzioni. Poveretti, non è che lo fanno apposta, è che non ci arrivano proprio col cervello. “Mostrano” (esplicitamente) di essere idioti, ma “Raccontano” (implicitamente) di essere intelligenti e alla fine Mostrare batte sempre il Raccontare.
Io se non sono almeno in parte dei troll (si veda il caso linkato quattro paragrafi più in alto) non ce la faccio a rispondergli ciò che si meritano, buttando in faccia la loro pochezza manifesta, l’arroganza della loro ignoranza, il disgusto che provo per la loro imbecillità (che è come noto fonte di molti mali del genere umano essendo lo stupido “colui che cagiona danno a sé e/o ad altri senza alcun vantaggio per sé”, come insegna Cipolla, vedete qui e qui) e invitandoli a spostare le pozze di bava infetta di cretineria in altri posti.

Alcuni idioti potrebbero desistere dall’idiozia, se fossero dotati di aiuti adeguati. Perfino guarire, se l’abitudine al ragionamento li alzasse di livello nella comprensione del testo e nel problem solving, o quanto meno non scrivere commenti. Aiuti che sono anche un utile mezzo per tenere a bada i troll: l’obbligo ad aderire al metodo scientifico e al positivismo. L’aspetto del positivismo che mi interessa, in parole povere, coincide con il metodo scientifico: l’obbligo a parlare solo basandosi su fatti precisi, precisamente riportati, come ad esempio essere costretti a citare puntualmente le frasi dell’articolo invece di dire che “in generale” le idee espresse non vanno bene.

Spesso l’idiota in buona fede, o il troll in malafede, riportano idee che non appaiono nell’articolo. Talvolta le esagerano, inventando cose che non sono davvero scritte, ma che assomigliano a quanto scritto (si veda L’Arte di Ottenere Ragione di Arthur Schopenhauer). Questo è possibile solo perché viene permesso il commento senza puntuale citazione. Se fossero obbligati a commentare nello specifico citando parola per parola, alcuni troll desisterebbero e molti idioti (spero “molti”) si accorgerebbero che il testo non dice ciò che loro pensavano che dicesse e che ciò che credevano di aver letto non c’è, era tutta un’invenzione della loro testolina piena di pigne!

In più andrebbe imposto il passo successivo: parlare solo di ciò che “c’è”, che è “presente”, nel senso che si può riportare. Essere costretti a basarsi sui fatti demolisce il trolling postmodernista di tanti fessacchiotti e, in più, aiuta anche alcuni idioti privi di cattive intenzioni. Ad esempio se qualcosa scritto nell’articolo sembra sbagliato, non si può dire che è sbagliato e basta perché sì. Bisogna presentare prove. D’altronde se una cosa suona sbagliata, non è che lo suona per miracolo di Gesù dal cielo, ma perché si dispone di altre informazioni che presentano la questione in modo diverso.

Alcuni esempi.
Se un articolo dice che non è possibile insegnare la scrittura per la Narrativa, non basta dirgli che è un cretino e ha torto: gli si possono linkare e citare articoli da più parti del mondo e distanti secoli di esperti che hanno dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio l’essenza Retorica della Narrativa e il suo essere materia insegnabile. Se in un articolo scrivo che non esistevano prove della conoscenza della teoria del Mostrato fuori dall’Europa prima della fine del XIX secolo, si può ad esempio smentirmi mostrando la citazione dal Naniwa miyage di Monzaemon del ’700. Se uno dice (notate che essendo una sparata senza prove in teoria non potrebbe mai comparire sul sito, però mi piace l’esempio) che nessuno se non un idiota analfabeta, e di certo nessun vero scrittore, può permettersi di criticare lo stile eccellente di Conrad o il genio dell’Ulysses di Joyce, si può segnalare i commenti (facili da trovare) dei contemporanei di Conrad, come Wells, che ne smontavano lo stile dilettantesco oppure Virginia Wolfe (tra i tanti letterati famosi) che parlava male dell’Ulysses.

In tali casi “correggere” puntuali frasi percepite come inesatte con puntuali citazioni non è trolling, non è voler dare fastidio e basta. Se io ho torto e lui ha ragione, lui ha contribuito a migliorare la qualità dell’articolo fornendo informazioni supplementari. E a me questi commenti interessano: quelli che ampliano il contenuto informativo dell’articolo, espandendo l’argomento, occupandosi di aspetti che avevo trattato solo marginalmente, correggendo le eventuali imprecisioni ecc… ma sempre basati su precise e puntuali citazioni verificabili e affidabili. Nello stesso modo in cui io scrivo gli articoli: basandosi su puntuali citazioni e occupandomi, nel caso degli articoli seri, solo di argomenti che studio appositamente da mesi in ambiti che studio appositamente da anni.

Un gonzo che viene a dire quattro scemate su un argomento che non conosce NON aiuta a migliorare il contenuto della pagina. Ed è fastidioso occuparsi in modo specialistico di un certo ambito, garantendo elevatissimi standard di qualità, e vedere arrivare a commentare un imbecille che a malapena sa dove si trova il proprio sedere (se lascia cadere la laurea italiana in Lettere e usa entrambe le mani forse lo trova) e le cui competenze nell’ambito commentato vanno dal nulla (il tipico laureato italiano che parla di Narratologia) ai farfugliamenti-truffa postmodernisti che hanno valore quanto la Puffologia (i discorsi post-strutturalisti, strettamente imparentati, o peggio ancora i deliri intellettualoidi dei VuMinchia).

[...] la stupidità è contagiosa. E, poiché chi ne è infetto non lo sa, l’epidemia è difficilmente curabile. Questo è uno dei motivi per cui il potere della stupidità è pernicioso – e le difese sono spesso inadeguate. Più la consideriamo “innocua” (e più ci illudiamo di esserne indenni) più aumenta la sua pericolosità.
(Giancarlo Livraghi, “La stupidità non è innocua”)

 

Gli altri commenti che tollero sono quelli che non richiedono risposta in quanto non contengono disinformazione, pur non contenendo neppure informazioni utili. Se non mi costa fatica occuparmene, se non mi portano via tempo, non mi danno fastidio. Però per OT e discussioni random sconnesse preferisco che si usino i post dei Coniglietti del Venerdì o quelli meno “seri”, in cui è chiaro dalla pochezza del mio intervento che non mi aspetto di certo discussioni interessanti (segnalazioni di piccole curiosità o video ecc…).

Il terzo tipo di commenti che tollero sono quelli degli ignoranti in buona fede consapevoli di essere ignoranti. Non c’è nulla di male nell’ignoranza, tutti sono ignoranti. Io sono ignorante su gran parte delle cose del mondo, come quasi tutti. Il problema sono gli ignoranti che si atteggiando a esperti e pretendono che le loro idiozie abbiano lo stesso peso o interesse dei commenti di gente che sa di cosa parla.

Se un individuo sinceramente ignorante, ma anche sinceramente interessato a imparare, presenta il proprio dubbio con la necessaria umiltà di chi sa di non sapere e cerca risposte, farò di tutto per rispondere nel modo più esauriente e gentile possibile (tempo permettendo). Come ho fatto così tante volte in passato da aver perso il conto da anni. Se la domanda copre un ambito troppo vasto, e spesso quelle più semplifici in Narratologia richiedono risposte tutt’altro che brevi, segnalerò testi utili su cui studiare per integrare la pochezza della mia risposta.
Sapere di non sapere e quindi chiedere, è giusto. E chi davvero è interessato a sapere la risposta alla propria domanda lo si riconosce da come reagisce alla risposta (i troll meno stupidi si camuffano talvolta da finti umili interessati, ma poi l’unico modo di iniziare il trolling è far cadere la maschera).

In tutti i commenti è proibita la dialettica eristica. Lo scopo dei commenti deve essere di favorire la diffusione della conoscenza, non di fare il figo mentendo e attribuendo cose non dette o interpretazioni farlocche. Questo in parte è garantito dall’obbligo alle citazioni puntuali delle frasi che si desiderano commentare, ma molti trucchi sono più subdoli. È robetta patetica, per individui di scarso cervello. E infatti è l’arma numero uno dei membri della macchina del fango che contestano le regole della Narrativa e, in generale, dei fanatici del relativismo nelle scienze sociali e dei postmodernisti, che non avendo argomenti da contrapporre (argomenti che ancora non sia stato dimostrato essere spazzatura per cretinetti, intendo), sono costretti alla menzogna pur di non cedere di fronte alla natura di Puffologia a cui si ridurrebbe il loro “sapere” dopo un’attenta analisi.
Se la dialettica eristica diventa evidente, i commenti verranno censurati.
Qui il parere di Schopenhauer sui troll: ▼

Qualsiasi commento che non soddisfi i requisti verrà censurato, ovvero qualsiasi commento che peggiori il contenuto informativo dell’articolo affermando idiozie da debunkizzare o dichiari il falso mentendo sui contenuti dell’articolo stesso o mi faccia perdere tempo senza offrire spunti utili agli altri lettori, ad esempio con le solite domande o affermazioni squinternate sulla Narrativa le cui risposte sono già scritte in molti altri articoli e libri (e la cui uniche risposte saranno: leggere le risposte già presenti e l’ignoranza non è un sostituto della conoscenza).

Basandomi sul principio dell’obbligo a presentare prove di ciò che si dice (positivismo, pensiero scientifico) e quindi parlare Mostrando prove (Aristotele diceva infatti che lo scopo della Retorica -ovvero della discussione- non è convincere, ma Mostrare ciò che genera il convincimento) decade la classica tecnica dei troll di fare sparate prive di prove, dichiarandole vere a priori e delegando ai commentatori “seri” di debunkizzarle (bullshit, “stronzata”, usando il linguaggio tecnico, si veda On Bullshit di Harry Frankfurt).

Ognuno è responsabile di tutte le proprie argomentazioni e queste vanno automaticamente ESCLUSE se non sono sostenute da prove. Esclusi i casi di verità evidenti di cui trovare le prove è molto facile (se dici che la Grande Guerra non è mai avvenuta ed è una invenzione di Hollywood sei tenuto a portare prove, se dici che è scoppiata nel 1914 no perché è facile trovare prove per tutti), in tutti gli altri casi bisogna sempre produrre prove di qualità e valore sufficiente in base all’importanza dell’idea sostenuta nel proprio commento (un’idea centrale, chiave, richiede prove importanti… un dettaglio secondario, un elemento di contorno poco rilevante, quasi nessuna).

Ciò che è falso va automaticamente espulso dal discorso e non può MAI più essere dichiarato: i troll di solito, infatti, dopo parecchi commenti tendono (a ore, giorni o mesi di distanza) a riproporre le stesse idiozie precedenti, fingendo che non siano state già smentite e creando così un loop di discussioni eternamente uguali a sé stesse e prive di contenuto informativo (da parte del troll, perlomeno). Chiunque agisce in questa maniera, ignorando che le proprie affermazioni siano state smentite con prove chiare o fingendo di non leggere quanto dicono gli altri lettori che riportano citazioni puntuali, è per definizione un troll e va espulso dal sito. Troppi troll di questo genere vengono tollerati nei blog che lurko, rovinando le discussioni della gente intelligente come Mauro o Tapiro.

“E fa in fretta, Tapiro, ché ho fame!”
(Ringrazio DagoRed per aver postato il meme mesi fa da Zwei)

Non mi interessa discutere per il solo gusto di discutere. E infatti commento molto raramente nei siti che seguo. La discussione fine a sé stessa, che non diffonde o produce conoscenza, è un deplorevole hobby troppo diffuso in Italia, frutto temo dell’anomalia parlamentare italiana fin dai primi decenni di unificazione e dall’adesione incondizionata di troppi scemotti alle favolette giustificazioniste per non dover studiare date dal postmodernismo. Le discussioni che ne risultano sono in gran parte vuoto belare privo di valore, unicamente “carezze sociali”, nulla di più. Non hanno valore conoscitivo in sé. A me non interessano: ho già fin troppe persone con cui intrattengo rapporti, anche online, e avendo poco tempo da perdere lo preferisco dedicare solo a chi se lo merita.

Le discussioni online se vogliono essere discussioni per davvero e non mero belare devono produrre o diffondere conoscenza per il genere umano e possibilmente anche per me stesso, visto che i commenti intelligenti e stimolanti sono parte della mia ricompensa per la fatica di tenere in piedi il sito.
Le migliori domande e discussioni nell’ultimo anno non sono mai avvenute nei commenti, ma solo via mail con lettori sinceramente interessati agli eBook o allo Steampunk e che quindi mi hanno cercato apposta su Facebook o mi hanno inviato una mail. Sconosciuti che volevano saperne di più. Se uno è davvero interessato all’argomento vuole RISPOSTE, non vuole visibilità (misera) nello spazio dei commenti pubblici.

Solo i troll cercano la visibilità in sé del commento e non la conoscenza. Caso tipico: nonostante la natura e il funzionamento della Narrativa siano evidenti, noti, diffusi in decine di manuali disponibili online e in moltissimi articoli, i troll ripetono ossessivamente le stesse domande a cui già hanno ricevuto risposta centinaia di volte. Ad esempio negando che le regole contino, dicendo che i gusti sono gusti e non importa altro (ma rifiutando la conseguenza che allora non dovrebbero discutere), vantandosi che il Raccontanto è meglio del Mostrato ecc… o inventando aneddoti falsi, insomma violando le due indicazioni precedenti sull’obbligo alle citazioni puntuali e al discutere solo basandosi su argomentazioni verificabili.

Un classico del trolling italiano sono i tizi che negano la natura di Retorica della Narrativa. Forse perché drogati dai farfugliamenti scomposti di Benedetto Croce, la disgrazia del popolo italiano[Nota]. Qui un breve commento di Giulio Mozzi a riguardo, che sottoscrivo:

Quello che vorrei fosse chiaro, è questo: se oggi prospera l’insegnamento privato della retorica, della scrittura, della narrazione eccetera, è perché nella prima metà del Novecento tale insegnamento fu – in Italia – espulso dalla scuola pubblica. Benedetto Croce, buon’anima, sosteneva che la Retorica doveva essere conosciuta quel tanto che bastava per riconoscerla ed evitarla: tanto la Poesia era solo frutto d’intuizione. E non si rendeva conto (lui, che lavorò alla più importante riforma della scuola superiore italiana) che estirpando l’insegnamento della Retorica dalla scuola otteneva un unico risultato: rendere gli italiani mediamente meno abili sul piano comunicativo.

(Link al commento)

In quel “italiani mediamente meno abili sul piano comunicativo” di Mozzi ci sta tutto il mio discorso precedente sugli idioti (leggono e non capiscono) e sui troll di basso livello (sindrome di Asperger in edizione Web). Mozzi, per chi non se lo ricorda, è uno dei più famosi editor consulenti editoriali italiani (sulla competenza non mi esprimo, ma non scrive male e lascia commenti intelligenti nel proprio blog), un sostenitore della natura retorica della Narrativa e, naturale conseguenza del conoscere qualcosa di Narrativa, un fan di Gamberetta con tanto di link nel proprio sito da molto tempo.

Nel leggere i latrati dei troll anti-Retorica mi sento vicino alla rivista Enthymema quando in un amaro commento disse che in Italia i fondamentali insegnamenti di Booth non sono ancora stati recepiti per davvero (40 anni di ritardo culturale). Così, i troll dicono che la Narrativa non è Retorica “perché sì”, senza addurre dimostrazioni o prove che sarebbe comunque impossibile riportare (non sussistono).
Viene da domandarsi se i suddetti troll sappiano davvero leggere in italiano o se abbiano mai frequentato una biblioteca. Perfino il semplice frequentare una biblioteca dovrebbe aver messo in contatto il troll, se davvero gli importa qualcosa dell’argomento, con la banale constatazione che i manuali di scrittura (e anche alcuni di narratologia) sono classificati come 808.3 nella classificazione Dewey, ovvero come Retorica della Narrativa. E non viene loro nessun sospetto, neppure vago. Ma figurarsi se sono interessati davvero all’argomento: se lo fossero non sarebbe troll, per definizione…

Il mio interesse è lo stesso che guidava le menti nel Web 1.0 (earmi.it di Edoardo Mori è rimasto statico, come era 10 anni fa): scrivere articoli che contengano elementi interessanti per i lettori con gusti simili ai miei, sia sotto forma di brevi articoli con spunti di riflessione che di lunghi articoloni approfonditi a tema eBook, armi, Steampunk, vecchiume o altra robaccia che mi piace.
Ho citato nella pagina su Facebook alcune cosette interessanti che poi non ho mai postato qui, come commenti sui Savoia di Denis Mack Smith o simili, e penso che anche quel tipo di citazioni possano essere utilizzate.

Non mi interessano i sé i commenti altrui, se questi non producono o non diffondono conoscenza. Ridurre il concetto di web 2.0, come molti hanno fatto, a un vociare indistinto dominato dai mentecatti e in cui le persone intelligenti smettono di partecipare alle discussioni, equivale a uccidere il potenziale di internet causando così un danno a tutti… e, ops, cos’è che fanno gli stupidi secondo Cipolla? Appunto.

In particolare non tollero, come detto, i commenti basati su mancanza di comprensione o menzogne. Tutti gli utenti in buona fede possono evitare di farli applicando le regole sulle citazioni obbligatorie e sul rifiuto della dialettica eristica esposte prima. Chiunque non applichi le regole dimostra di non essere in buona fede e di conseguenza è un troll. Se non si è disposti a usare i metodi della discussione, non ci si inserisca nelle discussioni. E soprattutto prima di avviarne una bisogna verificare di essere in argomento e che la discussione non sia già stata fatta in passato: ripetere migliaia di volte le stesse cose già dette e ridette mi fa solo perdere tempo per cui se a voi non interessa abbastanza l’argomento da cercare da soli le discussioni precedenti, io di sicuro non sono interessato a regalarvi il mio tempo! Imbecilli e scansafatiche possono evitare quindi di commentare: i loro commenti non verrano approvati.

La regola di dimostrare umiltà ogni qual volta si sappia di non aver investito anni di studi specialistici in un dato campo è un altro buon modo per evitare di cadere nel trolling. Io, come detto prima, se parlo di un argomento “centrale” per il mio articolo o il mio commento lo faccio solo se ho acquisito la conoscenza necessaria per farlo. Se volete contestarmi partite prima dal presupposto di domandarvi se avete DAVVERO capito quanto scritto (check idiozia), poi domandatevi se voi avete ANNI di esperienza nella materia (oplologia, narrativa ecc…) e/o se siete assolutamente sicuri che ho sbagliato perché disponete di DOCUMENTAZIONE riportabile per dimostrarlo, e solo alla fine commentate (secondo i principi delle citazioni puntuali e l’assenza di dialettica eristica).
Se volete contestare ciò che scrivo dovete dimostrare la stessa serietà, preparazione e accuratezza dell’articolo che contestate. Ragionare in questo modo, sui fatti, crea discussioni basate sul metodo scientifico che arricchiscono la grande biblioteca del web. Sparare a caso idiozie fondate sull’esaltazione della propria ignoranza, crea la quasi totalità del letamaio-web.

Anche tra i miei utenti di vecchia data, non solo con i nuovi conoscenti citati prima, preferisco discutere in privato, dove fessi e troll non vengono a sbavare: con Mauro, con Tapiro e con altri ho scambiato mail molto interessanti e utili, con vantaggio reciproco. Questo genere di rapporto privato serio è ciò che cerco, non le maxi-discussioni pubbliche in cui qualsiasi scemotto può venire a deragliare il discorso. E come è intuibile è per questo che praticamente non commento mai nei forum o blog: se non voglio immergermi nel letame fuori da qui, non mi pare che ci voglia un genio per capire che di sicuro non voglio che quello stesso letame appaia anche qui.

Un veterano del web fruga nei commenti in cerca di qualcosa di interessante.

Se non vi sta bene, non commentate e non leggete Baionette Librarie.
Il web è grande, non venite a sbavare idiozia infetta. Non sono i singoli siti che devono piegarsi alla vostra pochezza intellettuale, censurando la cultura ed esaltando la mentecattaggine, ma voi a dovervi levare dalle scatole e lasciare in pace le persone rispettabili. Questa non è l’editoria, non segue la logica commerciale dell’annientamento intellettuale e dell’istupidimento collettivo.
Troverete tutto il letame a cui la vostra golosità ambisce in molti altri siti. O in libreria.

 

Anniversario di un Addio e Lippamanni

Scritto da il 21 giu 2012 | Categorie: Concorsi Letterari, For The Lulz, Riflessioni, Troll & Flame

Se non ti interessa l’anniversario e vuoi saltare direttamente al caso Lipperini-Manni, clicca qui.

Esattamente un anno fa, il più celebre autore di horror per bambini d’italia chiuse il suo blog. Beh, proprio un anno fa no, ma ci sono andato vicino: era il 19 giugno 2011. Vicino più o meno come il suddetto autore, GL, quando sostenette pubblicamente che il film Apocalypse Now fosse ispirato al libro Dispacci di Herr invece che a Cuore di Tenebra di Conrad. O un’altra delle sue celebri gaffe, ormai andate perdute tra il blog cancellato (lasciò solo due articoli e cancellò tutti gli altri) e la distanza temporale che ha reso vaghi, indistinti, i ricordi di questi piacevoli aneddoti innocenti.

Questo post nasce prima di tutto per commemorare GL.
GL è stato il più riuscito dei personaggi comici sfornati dagli anni del boom del Fantasy Italiano (2007-2010). La sua comicità nasceva da una equilibrata, raffinata, amalgama di serietà e dabbenaggine. Come un professorino che non sa nulla degli argomenti di cui parla, siano questi l’economia, le citazione nell’ambito della letteratura, la narratologia, la storia della critica o quella dei manuali di scrittura, ma comunque è tutto impettito e pretende d’avere ragione, sparando sciocchezze gagliarde senza un’ombra di vergogna. E senza mai portare puntuali citazioni e fonti (cosa d’altronde impossibile, visto che sparava scempiaggini). E se qualcuno gli faceva notare gli errori, portando puntuali citazioni a prova di ciò, o faceva finta di niente (per poi ripetere beatamente gli errori ancora e ancora) o esplodeva tramutandosi in uno pseudo-Hitler dal volto congestionato, all’apice di un discorso furibondo, strillando anatemi e accuse.
Mi piaceva e in un certo senso gli volevo, e gli voglio, bene.
A mio modo.

GL era una vittima. Questo posso dirlo con certezza.
GL era una vittima di sé stesso. Abbiamo avuto tanti autori pessimi, prima, assieme e dopo di lui. Molti scrivevano peggio di lui, per incapacità tecnica e per faciloneria dei contenuti (penso a romanzi come Amon, Unika, Arsalon e tanti altri). Eppure solo GL fu il grande animatore comico degli anni 2009-2010. Come mai?
Mentre tanti altri pessimi autori suoi pari per cattiva qualità e talvolta anche peggiori come il povero Marco Davide della Trilogia di Lothar Basler non ricevevano alcuna attenzione, e furono e sono TANTI, lui ne ricevette molta. Come si spiega? Beh, GL, a differenza di Marco Davide, per esempio, aggrediva chiunque lo criticasse, con tanto di circolino di lettori diversamente astuti, come Imp.Bianco, Eleas, Valberici e alcuni altri ereditati dalla collega in Mondadori Licia Troisi (e condivisi con Lara Manni). GL sbraitava, offendeva apertamente, aggrediva senza ragione… semplicemente gli altri, come tanti blog o come il forum Massacri, riportavano e commentavano le sue sparate. Sparate che essendo sciocche gli facevano fare la figura dello sciocco. Questo faceva incazzare ancora di più GL, che proseguiva gli attacchi e pure questi prima o poi venivano, per il divertimento di constatare a quale livello arrivassero le sue sparate, riportati e commentati. Un circolo vizioso.
E come è chiaro, la colpa era di GL.

Tant’è che la recensione che più lo ferì, temo, seppur non certo la più dura o la più crudele (parecchi si lamentarono che era stata troppo buona), con anche alcuni elementi dell’opera che giustamente vennero lodati, fu quella di Wunderkind a opera di Gamberetta.
E questa recensione GL se la cercò, anzi, la causò da solo. Con i propri insulti.

Riporto dalla recensione:

l’autore del romanzo, G.L. D’Andrea (d’ora in poi G.L.), mi sta antipatico. E questa antipatia, a differenza di quanto accaduto con la signora Troisi, non nasce dalla lettura della sua opera. G.L. mi stava sullo stomaco prima che aprissi Wunderkind.

Il signor G.L. mi ha offesa negli scorsi mesi senza alcuna ragione e la faccenda non mi ha fatto piacere.

Fatto di cui ero a conoscenza visto che alcune settimane prima un amico, estimatore anche lui di Gamberetta, mi scrisse:

GL ha detto che Gamberetta è un vampiro che succhia la vita alla gente e bisognerebbe tirarle le monetine per farla star zitta

E Gamberetta ricordò la cosa al tempo della chiusura del blog da parte di GL:

Il caro signore in tempi non sospetti quando nessuno sapeva chi fosse (me compresa) e non aveva ancora pubblicato, venne su aNobii, entrò a gamba tesa in una discussione sul New Weird, e mi disse che ero morta e rubavo la vita alla gente.

E nonostante le offese ripetute, oggettivamente immotivate (giacché se l’ambito è la critica e le recensioni allora valgono i loro criteri, e Gamberetta ha onestamente applicato sempre quelli dei più grandi recensori statunitensi, come Damon Knight) e gratuite, Gamberetta trattò l’opera con ESEMPLARE GIUSTIZIA: solo 3 gamberi marci (“brutto”, ma non orrendo in modo aberrante… quello va dai 5 gamberi marci in poi) e perfino lodi per alcune idee, seppur male utilizzate, e per una scena ben riuscita.

Cito:

Volendo tirare su il sacco nero di Wunderkind dal pozzo, e volendosi sporcare le mani a frugare all’interno, qualcosa di buono si trova.

La magia, qui chiamata Permuta, è basata sull’uso dei ricordi. Il mago, chiamato Cambiavalute, rinuncia a un suo ricordo per piegare alla sua volontà le leggi fisiche. E più è importante il ricordo che decide di sacrificare più potente è l’incantesimo. Non è male come idea, purtroppo è gestita male.
Con una simile regola di fondo, almeno i maghi più potenti dovrebbero essere ridotti come il protagonista di Soldato nella Nebbia di Wolfe o il protagonista del film Memento, ma non è così. Il Barbone Barbuto pare avere un’ottima memoria. E anche quando van Zant compie gli incantesimi più potenti non pare che dopo abbia perso molto.
C’è la buona idea, non ci sono le dovute conseguenze (oltre ai già rilevati problemi nell’utilizzo della magia stessa).

[...]

Come accennato, quando G.L. esce dal tunnel degli aggettivi, quando invece di dire che una cosa è orribile, sacrilega, oscena, spaventosa, ecc. dice cos’è, se la cava in maniera passabile. Il Calibano, la morte del Cid, l’esercito di mani e altre scene qui e là sono intorno alla linea della decenza. Peccato che tutto il romanzo dovrebbe essere almeno su quel livello.

Quanti altri avrebbero avuto tutta questa gentilezza (troppa), moderazione e giustizia, nel trattare l’opera di qualcuno che si divertiva a passare il tempo vomitando contro di loro odio e insulti? Occhio e croce, io dico nessuno.
E invece di ringraziare, invece di baciarsi i gomiti per la fortuna… GL continuò gli insulti, più forti, costanti e continui di prima. Quasi ininterrottamente dal 2009 al 2011, quanto meno una frecciatina se non l’insulto vero e proprio verso Gamberetta e chiunque adottasse criteri simili ai suoi, ovvero quelli della critica accademica e dei grandi recensori d’oltreoceano, e più in generale contro chiunque osasse criticarlo (tutti ridotti a una indistinta massa di adoratori di Gamberetta, per GL).

Serietà critica che GL e Lara non sapevano nemmeno dove stesse di casa. Potrei citare il caso storico dell’aggressione violenta e gratuita di GL contro tale “Nihal”, una gentile ragazza stupefatta dalla vicenda con cui ho avuto modo di parlare in privato su aNobii poco dopo i fatti, ma non lo citerò ora: citiamo un esempio di discussione utile secondo Lara Manni, protagonista della seconda parte di questo articolo.

Lara Manni, ipocritamente sempre collocata nel comodo mezzo, con una retorica delle posizioni moderate studiata con arte per attirare una grossa fetta di lettori stanchi di posizioni estreme, che siano corrette o sbagliate. Una retorica che, imbiancata ogni tanto come ogni sepolcro per bene che si rispetti, aveva una discreta presa sui lettori, inclusi quelli “di parte avversa” che detestavano GL.

Lara Manni era una di quelle che, come i VuMinchia, detestava l’ironia e il sarcasmo. Ricordiamo che l’ironia è l’arma tipica della sinistra, il potere destabilizzante e livellatore della risata, e la sua assenza o il suo odio è tipicamente visto come un simbolo della pomposità del potere fascista. Curiosamente, in Italia, appena gli intellettuali raggiungono una posizione di prestigio da difendere, per quanto piccola, si dimenticano dell’ironia e assumono posizioni che perfino Benito Mussolini avrebbe trovato ridicole (Mussolini che, stranamente, apprezzava la comicità contro di sé molto più di Berlusconi, VuMinchia o la Lipperini, ma d’altronde aveva tutta un’altra levatura morale).

Lara Manni, oltre a detestare l’ironia, criticava le recensioni e i commenti che non cercassero di tirare fuori in tutti i modi anche aspetti positivi, anzi, meglio tacere su quelli negativi o nel caso dire in modo chiaro che non erano errori, ma limiti del proprio gusto… e altre stupidaggini simili, il tutto in nome di un presunto scambio di opinioni utile a entrambi.
Ma poi, quando si trattava di critiche rivolte ai suoi amichetti, come GL…

Commento di un lettore sul blog di GL:

Ciao, ho finito il tuo libro, ma confesso che non mi è piaciuto. Si vede che vuoi imitare Barker e Lovecraft, ma di quest’ultimo riprendi solo lo stile ridondante. Scusa se vado giù duro, ma di trama qui non ho proprio avvertito traccia… Un’ultima cosa: come si fa a “umettarsi una lacrima”?
Cat

Risposta di Lara, sul blog di GL:

Mi intrometto pesantamente nel blog del padrone di casa. Cat, adesso tu ti siedi, con calma, e mi esponi la tua idea di trama, eh? Perché per dire che in Wunderkind non c’è trama ci sono solo due spiegazioni: uno, hai un concetto di intreccio molto particolare ed è interessante capire qual è. Due, forse hai esagerato con la Forst? :)
Ps. Omaggiare non è imitare, santi numi.

E la cosa è talmente ridicola che mi viene solo da citare il vecchio commento sulla vicenda di Gamberetta:

Che dite, era ironica? Oppure alludere che qualcuno parli perché ha esagerato con il bere è “utile” scambio di vedute tra “autore” e lettore?

E non fu solo GL o Lara, fu tutto il circolino di amichetti comuni tra lui e Lara o tra lui, Lara e Lippa (e spesso fan di Licia Troisi), che girava attorno. Due anni di insulti, talvolta velati, talvolta espliciti, e minacce più o meno serie rivolte a Gamberetta e a chi osava sembrare “del suo gruppo”.
Zwei, che c’entrava solo vagamente, ma che fece recensioni contro altri fantasy orrendi, si becca da gente non molto diversa insulti, minacce, anche collegati al suo essere di origine ebraica. Io pure ho ricevuto insulti e minacce, come è normale, e non sono mica corso a piangere dai lettori, in quella ricerca ossessiva di attenzione, fosse anche qualche ora di attestati di solidarietà, che era tipica del modo di fare di GL.

E con Gamberetta?
Nel suo caso, anche se quasi sempre stette zitta sulla questione (forse non vedendo nemmeno tutto perché mi disse che seguiva sempre meno i blog fantasy italiani, men che meno quelli di certa gente), le cose furono un po’ più gravi. A parte le solite, classiche, masse di insulti in pubblico, su facebook o via mail, vi furono anche minacce di picchiarla. Non minacce scherzose, che uno ci sorride sopra e amen, intendo minacce dette con toni e in contesti seri. Vabbé, sono capitate anche a me, le si dà per scontate e anche se fastidiose si sa che alla fine non significano nulla.

Però Gamberetta, a quanto sapevano i tizi del premiato gruppetto di amici di Lara/GL e contorno esteso di amici di amici, è una giovane ragazza. Dico a “a quanto sapevano” perché Lei si è definita come tale e loro avevano solo la sua parola, non sapendo nulla della persona reale… che nell’edizione in carne e ossa è una bellissima e dolcissima fanciulla, tra parentesi, che mischia la serietà con l’umorismo e l’aggressività/decisione con un animo romantico (ma il 2D ha sempre un fascino che è precluso al 3D, diciamolo).

Essendo una ragazza, scatta in automatico una molla nella testa di queste persone: come avviene da secoli, una ragazza che non sa stare al proprio posto merita uno stupro. Cominciando dal basso, prima i classici inviti a farsi una scopata, già nel 2007, come risposta alle recensioni troppo dure e dettagliate. E proseguirono per anni.

Fai tutta la acida, la saputella, la rabbiosa. Mi fai pena. Davvero. Ma va farti una scopata! E scarica tutta ‘sta energia negativa che hai accumulato con il rosicamento.

(25 ottobre 2010)

Talvolta perfino suggerimenti non tanto signorili sul fatto che, nel caso, a somministrarle una bella scopata per guarirla ci potevano pensare loro. Ed ecco poi fioccare non solo minacce, non sempre scherzose, di morte, ma anche il passo successivo della dialettica di certo pubblico del Fantasy Italiano, ovvero di rapirla (sottinteso) e seviziarla (esplicito), una volta perfino di stuprarla in branco per insegnarle una lezione (tutt’ora mi pare che per insegnare alle lesbiche il “gusto del cazzo”, si pratichino sequestri e stupri in branco allo scopo di “guarirle”, giusto per ricordare in che ambito umano ci troviamo) e altre graziosità che in gran parte sono scomparse assieme ai siti su cui erano state pubblicate, ormai chiusi da tempo, o sono annegate nel mare di facebook, e di un po’ ne ho ricordi così vaghi, nella nausea che mi dava quella mole di odio rivolto in modo esplicito contro il fatto che Gamberetta fosse una femmina, che non le ho conservate né saprei ritrovarle se ancora ce ne fossero online. Tranne una. Giusto per mostrare che non dico cazzate, ma chi all’epoca c’era qualcosa si ricorderà se non dormiva con una mascherina di prosciutto sugli occhi.

Ho conservato e ricordo bene solo una delle più “scherzose”, forse perché questa era di sicuro nota a Gamberetta che l’aveva citata un paio di volte, una in cui ancora si vede un tentativo di umorismo, anche se non capisco bene cosa ci sia di divertente, o di comico, nel dire di voler trafiggere una ragazza e stuprarla mentre muore:

null
Edit 26 giugno 2012: Roghi (Imp.Bianco) si è pentito del commento e ha chiesto scusa. Il Roghi di ora non è più il Roghi di anni fa.

Eleas è Gianrico Gambino, che gestiva il sito gianrico.org (su cui apparvero i commenti dell’immagine), ormai non più esistente nella precedente versione, e che aveva un’ossessione così malsana (vabbé, parlo io, lol!) verso Gamberetta da dedicarle post di acceso odio ogni settimana, talvolta ogni giorno per vari giorni consecutivi. Così ossessionato che, se ricordo bene il nome, Valberici gli fece notare con una certa preoccupazione la cosa.

E il bello è che questa gente frequentava Lara che, come vedremo dopo, non solo aveva posizioni identiche alla Lipperini, ma quasi sicuramente è la Lipperini. Quella che ho descritto al meglio che ho potuto è, come viene chiamata, la “cultura dello stupro”. Il genere di maschilismo che la Lipperini odia e combatte. Eppure GL, Lara, gli altri… o zitti o a partecipare.

E quando si bersaglia qualcuno, nello specifico con minacce di morte, o la si aggredisce/ammazza, per il fatto di essere femmina (quindi la minaccia/aggressione, in quella forma e gravità, non sussisterebbe se si fosse uomini), è ciò che la Lipperini da mesi ci fa una testa così sul suo blog: FEMMINICIDIO.
Eppure, tutti zitti… tutti sì sì, certo, i diritti delle donne, e come vi permettete a fare umorismo sessista e lo stalking è uno stillicidio continuo e la pornografia svilisce e rende schiava la donna e bla bla bla IN PUBBLICO, NEI “SALOTTI BENE” DEL WEB, poi in privato, nei siti un po’ più per pochi intimi, il registro cambiava leggermente… ^_^”"

Io che, in teoria, per i loro canoni “pubblici” sono un individuo spregevole, non mi sogno nemmeno lontanamente di minacciare una ragazza e soprattutto non per il fatto che sia una ragazza… il che temo mi renda terribilmente maschilista e antiquato, una sorta di relitto proveniente da un passato triste e infelice. ^_^”

Ecco, immaginate questa gente che continuamente ti dice che se solo sapesse che faccia hai e dove abiti verrebbe a picchiarti, oppure a rapirti per torturarti, stuprarti in branco e ucciderti. O quando va bene spezzarti la schiena, così potrai vivere il resto della vita in sedia a rotelle (questa la trovai particolarmente disgustosa, detta da gente che si vanta del proprio perbenismo e poi scherza sulle tragedie altrui). E quando non dice questo, allora ti accusa di essere una codarda, perché ti nascondi dietro una personalità che esiste solo sul web e non dici chi sei, dove abiti e non mostri che faccia hai.
Cioè, lol, Gamberetta è buona, ma non è mica idiota!

Lasciamo i lodevoli esemplari umani di contorno e torniamo a GL.
La recensione di Gamberetta attirò l’attenzione su un libro prima trascurato dai più, avviando a tutti gli effetti il grande periodo di ilarità, lazzi e modeste arrabbiature. Sì, anche arrabbiature: non è sempre facile ridere di insulti, anche pesanti, rivolti con arroganza da un tizio che si è dimostrato un inetto e un ignorante, ben diverso da un ipotetico Umberto Eco che maltratti qualcuno perché ha detto sciocchezze sulla semiotica.
Ma, come chiaro a chiunque, chi fu causa del proprio male fu solo GL.

Un meccanismo simile, nel periodo 2007-2009, giusto per ricordare che la Storia non insegna mai nulla a certi soggetti, era stato innescato da Andrea D’Angelo, detto Negróre, autore per Nord di una trilogia fantasy (nel 2002-2003) e di un romanzo autoconclusivo (nel 2005), ormai sparito dalla scena editoriale. Anche Negróre aveva il vizietto di non sopportare le critiche vere, quelle basate su criteri tecnici della scrittura e di coerenza della storia, e di aggredire in risposta. Lo fece con me, lo fece con Gamberetta, lo fece con altri. Ogni volta la risposta alle sue aggressioni era una raffica di “calci intellettuali” tale da farlo sparire di nuovo con la coda tra le gambe.

Immaginate un Negróre potenziato di cento volte, ma senza il suo gruppo di amichetti, senza l’appoggio di Lara Manni e della Lipperini (sulla cui probabile unica identità tornerò dopo) e di tutto il loro circolino VuMinchia/KaiZecche: quest’entità paradossale, questa parodia esasperata dello scrittore ipersuscettibile, questa follia fatta uomo, nato da donna mortale e disceso sulla Terra per la nostra salvezza ilarità, costui era GL. E solo per questo il suo nome merita un posto nella Storia del Fantasy Italiano.

E con Negrore condivise il destino.
L’intera vicenda ha il sapore fantasy di un profezia e merita menzione, ma essendo un po’ lunga da citare qui vi rimando all’eccellente articolo di Angra: La Profezia di Negróre.
In quell’articolo troverete riferimenti alla ciliegina sulla torta: GL, che odiava gli eBook, si trovò il terzo libro di Wunderkind pubblicato, con il suo consenso ovviamente, solo in digitale. E troverete il buon San Drone da Zieri, scopritore di Licia Troisi (e anche suo, per quanto riguarda Mondadori), che lo smerdò pubblicamente smontando tutto il castello di stupidate sul perché non sarebbe stato pubblicato in cartaceo: il primo aveva venduto malissimo e il secondo di conseguenza non lo avevano voluto i librai, tant’è che per trovarlo bisogna cercarlo, a fatica, nelle librerie di catena Mondadori obbligate a tenerne almeno una copia… in queste condizioni nessuno avrebbe mai voluto il terzo.
E pochissimi lo avrebbero letto visto che in digitale, nonostante i vari tizi che si proclamavano fan e amici di GL e che hanno sbraitato come ossessi quando il Wunderkind 3 venne annunciato senza cartaceo, lo hanno letto in così pochi che solo in quattro (amichetti inclusi) lo hanno aggiunto su aNobii. Se considerate che un romanzo autopubblicato con un minimo di successo come Assault Fairies ne ha 103, il motivo per cui la Mondadori non ha voluto il Wunderkind 3 appare perfettamente sensato.

E quando in massa i librai non vogliono qualcosa non è perché alla Casa Editrice ne hanno stampate 100mila copie e vendute 20mila (visto che il singolo libraio ne ha chieste se va bene 12, più facilmente 2 o 3 di prova, e a quelle bada, ergo alcuni saranno soddisfatti e altri molto delusi), ma perché qualsiasi sia il numero stampato, non ne è stato venduto un cazzo. Nessun libro da possibile boom silurato per un errore nei numeri stampati: se pure vi fu quell’errore, non fu certo il problema determinante (e più volte si disse, pure, che Wunderkind non era un libro pensato per fare il botto, stile Licia, ma solo un esperimento di medio profilo nella nicchia horror-fantasy).

Il più bel blurb per i suoi eventuali, futuri, romanzi:

Wunderkind è stato il mio fallimento.
(Sandrone Dazieri)

GL amava definirsi un bersaglio.
Come ben spiegato prima era sì un bersaglio, ma non come si raffigurava. Non era il povero giudeo vittima dell’odio immotivato. Era più simile all’eccentrico che scende in strada e urla insulti alla gente, frignando poi se lo picchiano. O, mantenendo il linguaggio della caccia suggerito da bersaglio, era un tizio vestito da anatra, con un cartello sul petto e uno sulla schiena, decorati entrambi con cerchi rossi concentrici, che girava alla ricerca dei cacciatori per tirare loro pietre e ricevere in cambio fucilate.
GL era un indossatore di bersagli. Mestiere che l’alta moda dovrebbe rivalutare.

GL venne tradotto all’estero, in Germania, in Francia, in Polonia e in altri paesi (mai in inglese). Come sapete la traduzione, legata all’acquisto dei diritti spesso ancora prima che il libro venga pubblicato, non ha granché a che fare con la reale qualità dell’opera. Un bravo agente o un bravo editore, se il libro non è tremendo-tremendo (questo caso), o se ha dietro un piano di marketing per trasformare l’autore in un brand vero e proprio dell’editore (Licia Troisi), riesce a ottenere che qualcuno, a qualche prezzo, magari non alto, compri i diritti di traduzione per il proprio paese.
GL adorava l’essere tradotto all’estero, si sentiva come il Capitano Nemo che fa il profeta nella propria patria… ops, gaffe in stile GL! Dante, nemo propheta in patria, a cui il fallimento in Italia sarebbe stato compensato dal successo all’estero, dimostrando così di essere troppo grande, troppo bravo, per quei piccoli italiani ingrati capaci solo di disprezzare.

A ogni nuovo paese, GL aggiornava sul blog la sua mappa del Risiko, con un nuovo paese in rosso, “conquistato”. E a ogni nuova recensione o commento positivo all’estero, lo segnalava con entusiasmo. La ridottissima quantità di questi, meno di quanto sarebbe stato lecito immaginare: se uno compra i diritti di un libro poi fa girare la voce, allerta i blogger e i siti che fanno recensioni in cambio di libri ecc… vengono fuori parecchie recensione per ogni paese, più quelle “vere”, non su commissione. GL gioiva, annunciava come queste recensioni (vuoti giri di parole, talvolta moderatamente entusiasti) fossero la prova che se solo non fosse nato in Italia, ora sarebbe stato un autore di successo, rispettato, ma che gli italiani sanno solo distruggere e per colpa loro non abbiamo i nostri Gaiman e i nostri Barker… e altre sciocchezze di questo genere, ma avete capito l’antifona.

Ma se poi si va su terreno neutrale, se si valuta quanti parlavano del libro per davvero, nelle recensioni delle librerie… la situazione è più desolante. Licia Troisi, per dire, tradotta in tedesco con tutta la prima trilogia, seppure non abbia nemmeno vagamente il successo che ha in Italia, ha comunque la sua discreta fetta di recensioni su Amazon, anche piuttosto positive visto che il pubblico tedesco ha gusti demenziali come quello italiano (pure peggio, visto che il primo libro del ciclo dei nani è peggio di Nihal della Terra del Vento, a mio parere).
E GL, orgogliosamente pubblicato in Francia e Germania, quante recensioni aveva? Su Amazon.fr ben… nessuna. Ignorato. E in Spagna? Ancora zero. Beh, rimane il suo più grande orgoglio, la pubblicazione in Germania ed effettivamente c’è una singola recensione e non è neppure un voto infimo: ben 3 stelle su 5.

Guardiamola da vicino… uhm, riguarda l’audiolibro e non il romanzo. Va bene. Vediamo cosa dice. Se il mio francese è estremamente cattivo, il mio tedesco è non pervenuto, ma con l’aiuto del traduttore di Google e dell’amico che sa leggere tedesco di un mio amico, ho raffazzonato qualcosa. Dice cose come (cerco di rendere il senso al meglio che posso):

— Chiaramente Caius è il Wunderkind e tutto gira attorno a lui, ma il motivo esatto per cui questo accada, o perché lui sia il Wunderkind, non sono chiari.
— I diversi personaggi e le creature sono tutti, inclusi il protagonista, Caius, non abbastanza tangibili per me. Le loro motivazioni, le loro sensazioni, i loro pensieri, spesso li ho trovati incomprensibili.
— A un certo punto ho continuato solo per sentire Simon Jäger. Legge benissimo, dona a ogni personaggio una voce distinta [...] è un grande narratore, uno che si deve semplicemente ascoltare. Sfortunatamente questo non basta a soddisfarmi.

In pratica un pastrocchio: storia e personaggi mal realizzati, confusi, non credibili. Di buono solo l’attore che legge l’audiolibro. Un 3/5 che è facile scomporre in un 5/5 (attore) e un 1/5 (romanzo).
Ma a quanto mi risulta il buon GL non si è mai vantato di questa recensione.

La nostalgia mi ha fatto dilungare nei ricordi già per oltre 2000 parole… oh cielo, oh cielo, che sciocchino che sono. Torniamo alla questione principale, GL ormai ridotto al clown del Fantasy Italiano… e qui avrei dei bei ricordi su come GL si arrabbiasse all’inizio, dicendo che lui scriveva Horror, non Fantasy, da cui lo sfottò di essere un “autore di horror per bambini” visto che lo pubblicavano nella narrativa per ragazzini a fianco di Geronimo Stilton, e poi quando il gruppetto Lippa-Manni si scontrò sul Fantasy con il critico Cortellessa subito GL divenne un autore Fantasy felice di esserlo… eh eh eh, ma sto divagando.
Dicevo, GL ridotto al clown del Fantasy Italiano che a un certo punto chiude il blog. Inutile raccontare di nuovo tutto, se ne parlò in modo chiaro e dettagliato in questo mio vecchio articolo e in quest’altro mi presi la gloria di aver contribuito in modo significativo a sfondare di calci nel culo sia GL che la giornalista corrotta che lo supportava.

Riducendo la questione all’osso:
— Un tizio chiese, usando come nick Lara Manni e aggiungendo un bel “firmato: Lara Manni”, roba che urla sono falso ai quattro venti anche all’orecchio meno attento, se a GL piaceva la fica.
— GL e Lara si infuriano, minacciano di denunciarlo di furto di identità.
— Il tizio frigna in privato, via mail (mai dimostrato, bisogna crederci sulla fiducia) con Lara, di essere un 14enne e che è pentito e che lo ha fatto per noia spinto da siti contro GL come il forum di Massacri Fantasy. Il presunto 14enne scrive la breve confessione sul blog di GL e su quello di Lara, con un pentimento da “guardate, il vero volto del Nemico è quello di un codardo spaventato” degno della miglior propaganda hitleriana (presente i processi farsa con gli imputati, nemici politici, vestiti con pantaloni troppo larghi e senza cintura, in modo che cadessero quando si alzavano e facessero ridere il pubblico?)
— GL e Lara, assieme alla Lipperini, usano la conveniente accusa contro Massacri, di cui il presunto 14enne non era nemmeno un utente noto, per avviare la macchina del fango degna del miglior Il Giornale o della miglior Striscia la Notizia contro gli utenti di quel forum e, per estensione, chiunque abbia collaborato a riempire negli anni le scarpe di GL di sassolini da levare ora…

Ecco l’intero fattaccio illecito che secondo questi geniacci sarebbe stato un FURTO di identità e che secondo GL, ma lo aveva detto in altra sede, avrebbe reso GL stesso responsabile e lo avrebbe potuto far finire in tribunale assieme al presunto 14enne:

Annotazioni per la riflessione:
— Non era in alcun modo possibile scambiarlo per la vera Lara Manni, visto che ella commenta usando il profilo privato con il login, e in più il suo nick non è “Lara Manni”, ma solo “Lara”.
— GL avrebbe potuto censurare il commento, come fatto con tanti altri in passato (e fino a pochi minuti prima), e magari attivare la moderazione, che è una semplice norma di buon senso sui blog che hanno un minimo di visibilità.
— Alla luce di parecchie menzogne precedenti e successive, incluso un fake su twitter usato contro di me poche settimane fa che sospetto sia stato creato da GL, ma non ci giuro (perché sospettosamente, minuto per minuto con margine ridottissimo, sapeva cosa accadesse e commentava su FB per diffamarmi -come mi riferì con screen di prova un comune “amico”- mentre io chiedevo al tizio di piantarla di tirarmi in ballo su cose che riguardavano GL e Lara Manni, nonostante quel profilo twitter nato il giorno stesso, e cancellato al termine della giornata d’uso, non avesse alcun follower), ma è solo l’ultima goccia di una lunghissima serie… come indicato nel vecchio articolo, era facile che il tizio fosse un fake di GL, creato per attuare la più demenziale exit strategy della storia.

Dopo che l’intero casino venne risolto come ricordato qui, con Lara Manni intellettualmente e moralmente presa a calci e la Lippa danneggiata nella sua credibilità presso il pubblico sul web in modo non trascurabile, GL ebbe il suo “esilio” senza nemmeno la soddisfazione della vittoria. L’ennesimo fallimento in due anni di fallimenti.
La Lippa dovette pure ammettere, facendo una enorme figura di merda, di aver richiesto la CENSURA di parte del mio articolo, richiesta a cui ho ubbidito di buon grado, e come chi lesse l’articolo prima della censura e i molti che lo ricevettero in privato dopo, non venne censurato nulla di davvero offensivo: solo Verità scomode in grado di sputtanare la Lipperini come giornalista (ma nemmeno tanto, ne ha fatte così turpi nella sua carriera che ben altri hanno detto ben di peggio!).
In più quello del “Ti piace la figa?” – “Chiudo il blog!” divenne un meme nel piccolo web del Fantasy Italiano, meme ancora ripetuto quando capita l’occasione. GL arrivò tra le risate come un clown, visse tra le risate come un clown e se ne andò nel fragore delle risate come un clown. Una storia che sarebbe molto triste… se solo non facesse ancora ridere. ^_^

Al riso festoso si aggiunge il riso amaro dell’ipocrisia, aspetto meno divertente del personaggio, come pure della giornalista amichetta o di Lara Manni. L’ipocrisia mette tristezza, non fa ridere. In questo caso voglio ricordare che mentre GL sbraitava di leggi e tribunali, come il miglior demagogo in pieno giustizialismo elettorale, nonostante non vi fosse stato alcun reato (appurato da vari lettori laureati in legge e pure da lettori semplicemente dotati di buon senso) né alcuna responsabilità per GL, se anche vi fosse stato un reato (sottolineato di nuovo dalla Cassazione pochi mesi dopo), fu GL il primo a commettere dei REATI, di cui sussistono prove certe.

Tant’è che attribuì l’azione del presunto 14enne (che aveva subito prima lasciato altri commenti poco edificanti, cancellati da GL) a Marco Albarello (detto Alberello), su Facebook, davanti a oltre 200 persone (270 amici circa, incluso me, seppure ancora per poco), che nulla aveva a che fare (come GL sapeva avendo accesso ai dati dei commenti sul suo blog, ad esempio gli IP o altri dati), solo perché pochi giorni prima aveva copiato il modo di scrivere commenti di GL (sparate libere senza prove) per farci una lunga discussione sul blog, fino a quando GL non capì che lo stavano prendendo per il culo e si incazzò.
Questa è DIFFAMAZIONE.

Ecco i dettagli (sono stato autorizzato dai due interessati):

Mail di Alberello a Zwei, esperto in legge:

La diffamazione, in diritto penale italiano, è il delitto previsto dall’art. 595 del Codice Penale secondo cui:

«Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1032.

Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2065.
Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore ad euro 516.
Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.»

In pratica GL mi ha accusato pubblicamente o quantomeno ha insinuato di essere il tizio che sul suo blog ha violato il codice penale rubando l’identità altrui (che tra l’altro se è uno pseudonimo nemmeno è tale). Non voglio certo trascinarlo in tribunale adesso, così come non me fregava niente in passato (mi è bastato prenderlo per il culo), ma nel caso fosse reato ci terrei a farlo notare, visto che loro continuano a gridare allo stalking ed accusarci di commetterne. :) Grazie per la consulenza, buon lavoro.

Risposta di Zwei:
Premesso che un giudice ti odierebbe per il tempo perso, il reato potrebbe configurarsi. Tenetemi aggiornato sulla faccenda.

Concludo dicendo che esistevano ben 3 GL diversi, e spero esistano ancora:
La persona fisica dietro agli altri due, un uomo magro, sorridente, che cade in gaffe imbarazzanti quando parla con il suo tono serio, un po’ intellettuale, con un po’ di barbetta e di baffi, come muffa arrampicata su un volto più giovanile di quello che la sua età suggerisce. Un individuo per bene, probabilmente abile nel suo lavoro, che ho conosciuto di sfuggita a Torino, nel 2009, e non mi è dispiaciuto per niente andare apposta lì per conoscerlo.
L’Autore Implicito del Wunderkind, come direbbe Wayne Booth, uno scrittore con una discreta fantasia, ma pochissimo buon senso e pochissima capacità di far ragionare e muovere in modo credibile i personaggi, aggravato da enormi buchi di teoria nella scrittura per la Narrativa (praticamente non sapeva cose fosse il Punto di Vista, quello vero, non la mera scelta tra “io” e “egli”, ma quello su cui si fonda la Narrativa moderna basata sull’immersione… e anche la rivoluzione del Mostrato, vecchia di 150 anni e giunta al suo apice tecnico-teorico pochi decenni fa, temo gli fosse sfuggita). Un GL che non mi piace granché, ma che apprezzo per il poco che ha di buono, come fece anche Gamberetta.
Il GL sul web, un individuo irrazionale, rabbioso, arrogante, ossessionato dai propri nemici, la macchietta di sé e per questo ridicolo come un clown. È questo terzo GL che ha fatto affondare il secondo e ha rovinato la vita al primo. Questo terzo GL è quello che non mi piace, quello che in un certo senso detesto, perché ha fatto (e continua a fare, negli spazi limitati prima del blog di Lara Manni e poi solo di Facebook) del male agli altri due.

 


Lo Strano Caso della Signora Lipperini e della Signorina Manni

Chi è Lara Manni?
Lara Manni è un marchio italiano di calzature fondato nel 1982, inizialmente una piccola azienda famigliare poi espansa con un discreto successo anche all’estero. Secondariamente, Lara Manni è anche il nome di un’autrice che ha contribuito, parlando molto e facendo parlare molto di sé con la propria continua attività nell’ambito del circolino Lipperini-VuMinchia, agli ultimi tre anni di storia del fantasy italiano sul web.
In libreria la sua presenza è stata molto più circoscritta, praticamente ridicola: un romanzo con Feltrinelli fallito miseramente, Esbat (che a me non era dispiaciuto, ma a quasi tutti quelli che conosco che lo hanno letto per colpa mia ha fatto schifo), il passaggio due anni dopo al nuovo editore Fazi, con Sopdet, altro che libro che a quanto mi è stato detto ha venduto ben poco, e infine Tanit, sempre con Fazi, pochi mesi fa.

Lara Manni avviò in Italia una sorta di leggenda buona, quella della scrittrice di fan fiction di successo, su EFP, che viene scoperta da qualcuno che a sua volta la segnala a un altro tizio, trova un agente letterario e viene pubblicata. La morale è quella che chiunque, se sa fare bene, può farcela. Peccato che la storia faccia falle da tutte le parti, non notate nell’entusiasmo generale in stile “una nostra compagna ce l’ha fatta!”…

Leggete queste due versioni della storia rilasciate da Lara…

Dunque, come ho fatto. Il merito è di un lettore e fanwriter, presente qui, che ha mandato il link di Esbat a una sua amica giornalista. La quale l’ha mandato al suo agente letterario. Il quale, alla fine, mi ha chiamato, ed è stato lui a proporlo all’editore.
però, io so che Feltrinelli invece accetta i manoscritti: mi hanno raccontato che un romanzo uscito l’anno scorso, quello di Vanni Santoni, viene proprio dal web, da un sito di concorsi letterari. Quindi secondo me bisogna insistere!!!

(Link)

Volevo iniziare porgendoti i miei complimenti per il tuo primo traguardo: già passare dall’Erika Fanfictions Page alla Feltrinelli non è esattamente da tutti. Puoi raccontarci com’è andata?

Così: un lettore della fan fiction ha passato il link a una persona che lavora nell’editoria e che si è interessata della storia sia presso un agente che presso la casa editrice. Poi ci ho lavorato molto: per passare dalla fan fiction al romanzo sono state necessarie cinque stesure, anche se la storia in sè non è cambiata moltissimo, in apparenza. E’ stato un lavoro di linguaggio e di psicologia dei personaggi, soprattutto.

(Link)

Nel primo caso era un lettore che ha un’amica che lavora nell’editoria e che le procura un agente, e non un agente qualsiasi, ma il potentissimo Santachiara, uno dei più influenti agenti d’Italia (lo stesso agente, guarda caso, della Lipperini che veniva pubblicata proprio da Feltrinelli!). Nel secondo caso il lettore ha un’amica giornalista che la mette in contatto con Santachiara.

Come mai dico con tanta sicurezza che fu subito Santachiara e non dopo?
Perché lo disse Lara Manni:

Debiti. Ne ho moltissimi. [...]
Nei confronti di Angelo Scotto, senza il quale Esbat non sarebbe arrivato nelle mani di chi l’ha portato in altre, preziosissime mani: quelle di Roberto Santachiara e, poi, in quelle di Alberto Rollo e, infine, in quelle di editor meravigliosi come Carlo Buga e Giovanna Salvia.

(Link)

Le due versioni combaciano perfettamente, visto che la Lipperini è sia una giornalista (per Repubblica, molto famosa, e ha un programma radio per la RAI) che un’autrice della Feltrinelli. Quindi la lettrice contattala Lipperini, sua amica, e la Lipperini usa la propria influenza per convincere Santachiara e far pubblicare da Feltrinelli, il proprio editore, questa Lara Manni.
La cosa cozza un po’ con certe affermazioni fatte da Lara…


Clicca per ingrandire.

In più il modo in cui Lara, fin da subito, si inserisce benissimo nel circolino Lipperini-WuMing, quel circolino di sostegno reciproco e mutue citazioni e mutui attestati di stima, che rimbalza poi su Carmilla Online e da lì altrove, coinvolgendo talvolta anche Evangelisti, è considerato un gruppo estremamente chiuso, riservatissimo, per pochi eletti.
Eppure arriva Lara ed è dentro, boom, assieme a GL che però sapevamo già essere caro amico della Lipperini. L’ipotesi che anche Lara sia cara amica della Lipperini, e quindi abbia mentito riguardo la raccomandazione, è quindi estremamente probabile. Cara amica… o perfino la stessa persona, come vedremo tra poco.

E qualcuno, ormai convinto che la Manni e la Lipperini siano la stessa persona, mostra grosse perplessità sulla faccenda “amicizie”:

Già. E’ curioso però che WM1, parlando della sua traduzione, ringrazi Biondillo e Lara Manni, cioè a quanto pare la solita Lippa, e che un altro libro di King venga tradotto da Giovanni Arduino, altro amicone di Lara. E che WM4 incensi il libro di Lara Manni.

In pratica Lara sembra diventata il fulcro del gioco, quando di fatto non è nessuno: e non alludiamo alla sua presunta inesistenza, ma proprio allo scarso peso di un’autrice marginale di un settore tutto sommato marginale come il fantasy manghesco. Tutti questi debiti di riconoscenza da parte di persone che di norma non riconoscono un debito nemmeno a sparargli sembrano davvero strani. Forse attraverso Lara si pensa di raggiungere un nuovo pubblico, e comunque la sua voce è meno “compromessa” di quella della Lippa, notoriamente schierata a favore di Wu e quindi non credibilissima nei giudizi. Insomma una voce nuova, distante dalle logiche dei circoletti, che si aggiunge al gruppo dei sostenitori storici. Finchè non si scopre che quella voce probabilmente non esiste.

(Link)

Diciamolo chiaramente, non è la stessa cosa se un editor qualsiasi casualmente tra migliaia di fan fiction ne trova una, ne rimane colpito, e la fa pubblicare… o se una tizia potente e influente, su diretta segnalazione di un’amica, dice all’editore tramite il suo agente potente e influente che vuole che quel testo venga pubblicato. La favola buona diventa una classica storia di raccomandazioni.
Ma si salva almeno l’altro elemento della favola buona, Lara Manni era davvero, se non l’autrice con la fan fiction più celebre su EFP, quanto meno una delle più celebri? Sfortunatamente pare di no, era nella media, una tra le tantissime, né più né meno apprezzata di altre.
Leggete in questa pagina sotto “Esbat era una storia molto popolare sull’EFP?”:
http://lisachanoando.livejournal.com/180937.html

Al 17/3/2009 “Esbat” contava 21 capitoli e 85 commenti; “Sopdet” 20 capitoli e 67 commenti; “Tanit” era ancora in corso (7 capitoli) e contava 28 commenti. Al 20/5/2009, “Esbat” era stata cancellata in vista della pubblicazione, “Sopdet” non mostrava nuovi commenti, “Tanit” era stata complet ata con 13 capitoli in più e un totale di 86 commenti. Notare che in entrambi i casi già campeggiava il banner della prossima pubblicazione di Esbat.

Un po’ di dati random, adesso. A ottobre 2007 (all’incirca, il periodo in cui rosencrantz ha terminato Esbat), “L’ULTIMA TENTAZIONE” di AYRILL contava 15 capitoli e 153 commenti; “TUTTO PER COLPA DI UN TRENO!” di Dolce Sango91 20 capitoli e 147 commenti; “Dance&Love” di Mirokia 18 capitoli e 228 commenti; “Nemesi” di lete89 54 capitoli e 148 commenti; “Nemesi Project” di shana 4 capitoli e 56 recensioni; “Le origini” di supersara 24 capitoli e 83 commenti; “New Life in A New School” di DarkyChan 19 capitoli e 114 commenti; “Raise your voice” di Dreamer21 20 capitoli e 105 commenti; “Outlaw” di Dreamer21 13 capitoli e 94 commenti; “The pursuit of Happiness” di Makino 13 capitoli e 144 commenti; “LADY ICE & LORD FIRE” di AYRILL 8 capitoli e 105 commenti; “Cucciolo d’uomo” di elyxyz era una one-shot da 16 commenti; “Nuova identità” di Marea 34 capitoli e 148 commenti; “La vita con te” di Onigiri 20 capitoli e 131 commenti.

Tutti questi dati sono estrapolati dal Web Archive e precisamente dalla sezione di Inuyasha dell’EFP in quel periodo storico. Non ho letto nessuna di queste storie, e pertanto è possibile (probabile, anzi) che molte di queste storie siano inferiori in qualità a Esbat (che invece ho letto): tuttavia la popolarità, in tempi in cui l’EFP non aveva né gli strumenti delle “storie scelte” né le classifiche “di qualità” delle recensioni, si misura(va) in un modo soltanto. Recensioni.

[...]

Avete mai fatto un giro nelle sezioni davvero popolari, come HP o Naruto o Twilight? Ci sono storie da mille, duemila recensioni. Sia più brevi che più lunghe di “Esbat”. E soprattutto anche meglio scritte di “Esbat” (questo, peraltro, non lo diciamo neppure noi: vox populi). Eppure a nessuna di queste è stata mai prospettata una pubblicazione.

Ho controllato su Archive.org e quanto detto corrisponde, a quanto ho potuto verificare, a verità. Se poi qualcuno è interessato a impelagarsi su questioni esterne, come la non certo innocentissima figura in ambito fake di uno dei due autori (Defe), vi rimando a quanto detto in modo esaustivo, credo, nella discussione presso aNobii.com sul caso Lipperini-Manni.
Non modificando in alcun modo la veridicità di quanto indicato, vi invito a non trattare la questione Defe qui.

Ma Lara Manni è il suo nome vero o è uno pseudonimo per difendere la privacy in caso di pubblicazione? D’altronde è un’autrice molto schiva nel mondo reale, seppure iperattiva in quello del web, di cui non esistono foto, che non è apparsa mai a nessuno se non, a quanto mi risulta, allo stesso GL che la andò a trovare a Roma, come testimoniato qui
Ce lo dice Lara Manni in una intervista del giugno 2009:

Lara Manni è il tuo vero nome? Visto che il tuo campo è il fantasy-trattino-horror non dovresti avere un nome esotico, dal sapore germanico, con delle K o delle W, un secondo nome o almeno un paio di lettere puntate? qualcosa tipo Lahara K. T. Manni, magari?

E’ il mio vero nome: in compenso il mio nickname su EFP è Rosencrantz. Non è abbastanza esotico? L’ho scelto pensando a “Rosencrantz e Guildestern sono morti” di Tom Stoppard, che secondo me è una fan fiction tratta da “Amleto”.

Poi, a marzo, scoppiò la questione: Serino, all’interno di una faida nel mondo dei critici/giornalisti, aggredì la Lipperini affermando che fosse Lara Manni. Il suo articolo conteneva alcune imprecisioni e non portava prove concrete, ma alcuni lettori cominciarono a fare due più due e a furia di somme venne raccolta una quantità enorme di coincidenze, triangolazioni di aiutini/supporti e… beh, lascio il riassunto a chi è più bravo di me a farli:

Tutto il faccendone aka per chi non ne avesse abbastanza
Posted on 9 giugno 2012

Ci vorrebbe il Giampi per fare un comodo storify, ma lui lavora solo per chi lo liscia. Dovrete accontentarvi del vecchio metodo. Tutta la storia della Lippa Mannara è in questi link:

Serino afferma che la Lipperini è Lara Manni e si incensa da sola, cominciano ad accumularsi le coincidenze e parte la contro-operazione “fake di Serino”. La Lippa tace e la nostra piccola inchiesta si scontra col muro di gomma (intermezzo: rapito un nostro commento!). Anche Serino adesso tace. Ci viene il dubbio che l’operazione Lara Manni sia parte della manovra di invasione della letteratura di genere da parte del Wumingo. Torniamo indietro al 2005 e indaghiamo sulla sparizione di Luigi Bernardi. Le tracce dell’invasione si accumulano, ma il coraggioso popolo della rete cerca di reagire (aka la lacrimevole storia del ragazzo prodigio). Il Wumingo però non sta con le Manni in mano e sferra il suo contrattacco. A questo punto torniamo al fake: due episodi grotteschi come ”Perfiduca” e l’intervista al robot di Lara Manni. Infine si svela il meccanismo della triangolazione recensoria. Il resto è sotto gli occhi.

(Link)

La Lipperini che scrive fan fiction su InuYasha, possibile?
Non mi sembra proprio il tipo, così seria, così impegnata, così impettita, in fondo ha cominciato a parlare tanto del meraviglioso mondo delle fan fiction solo dopo che Lara è stata pubblicata… o forse no? Forse la Lipperini, guarda caso, diede segni in anni non sospetti di un particolare interesse verso la serie InuYasha, arrivando, caso strano, a citarla nei suoi discorsi?
Pare di sì. Nel 2005.

Qualche settimana fa, ad una nota e stimata operatrice culturale dedita alla promozione della lettura fra i ragazzi, tentavo di raccontare come, per esempio, ci siano tematiche della nostra mitologia anche in quelli che vengono ritenuti prodotti “lontani” e ovviamente deleteri come l’animazione giapponese (per dire: il conflitto padre-figlio di cui si parlava un post fa sta interamente nell’anime “Inuyasha” trasmesso da Mtv e amatissimo dai ragazzini).

(30 novembre 2005, quinto commento)

E con l’inizio di giugno si arriva alla prova definitiva, la prima vera e propria prova concreta con cui, di norma, si smascherano gli pseudonimi. In tal caso non sarebbe nemmeno uno pseudonimo, avendo dichiarato che quello era il nome vero quando avrebbe potuto usare qualsiasi giro di parole per pararsi il culo, ad esempio dire che “Lara Manni” era uno pseudonimo per motivi di privacy, ma si tratta di un vero caso di inganno tramite l’invenzione di una persona allo scopo di ottenere vantaggi facendo leva sulla mal riposta fiducia degli ingannati.

La prova è il bollino SIAE.
Spiegazione in breve di cosa è il bollino SIAE, quel piccolo riquadro adesivo argentato posta dentro ai libri (mai veramente obbligatorio, dato che in un modo o nell’altro gli editori ottenevano nel contratto di non farlo apporre, e da qualche anno dichiarato come “opzionale” anche dai nostri giudici). Il bollino è un mezzo di garanzia per l’autore che sa quanti bollini esistono e sa che ogni libro deve avere il bollino, di conseguenza sa quante copie sono state stampate. Questo è utile per stimare le royalties in casi di successi rilevanti. Senza il bollino l’editore potrebbe mentire: dire che ne ha stampate 20mila e vendute 15mila, pagando le royalties (e erodendo l’eventuale debito dell’anticipo) solo su 15mila copie, mentre magari ne ha stampate 50mila e vendute 35mila. Capito, no? Se invece ne stampa solo 10mila come concordato e ne vende 3mila, ma poi mente all’autore dicendo che ne ha vendute solo 2mila e su quelle calcola il compenso, il bollino non aiuta l’autore in alcun modo.


Bollino di Esbat, riporta “Lipperini Lor” al posto di “Manni Lara”.

La SIAE è leggendaria per la capacità di sbagliare quasi sempre gli pseudonimi sui bollini (il nome sopra il bollino indica l’autore a cui vanno le royalties). La norma infatti è che la SIAE metta il nome reale, anche se l’autore voleva lo pseudonimo per difendere la propria privacy. Certe volte fanno errori che riportano nomi inesistenti, né quello vero né quello di penna. Per questo i bollini, tra li addetti ai lavori, sono considerati la PROVA CERTA della presenza di un dato autore dietro un dato pseudonimo. In tal modo venne, per esempio, smascherato Giulio Leoni (J. P. Ryan) dall’ormai defunto Vegetti. Ma in quel caso era un segreto di pulcinella e Leoni, pubblicamente, ci fece una risata sopra.
Non so perché facciano questi casini alla SIAE, credo sia solo sbadataggine (e infatti vari editori, come Fazi coi due romanzi successivi di Lara o la DeAgostini con la serie Unika, non fanno apporre i bollini per evitare rischi), ma a prova di quanto dico ecco una carrellata di bollini fotografati da me:


Primo e secondo bollino.
Il vero nome di Licia Troisi è Felicia Troisi: nel primo caso la SIAE ha imbroccato giusto l’innocente pseudonimo (o simil-pseudonimo, vista la somiglianza…), ma nel secondo Licia si è tramutata nell’inesistente “LUCIA”! WTF?

Una nota sui bollini di Licia.
Ricordate la balla, in cui ero cascato pure io, secondo cui dopo la figuraccia di aver pubblicato Nihal nei “Massimi della Fantascienza”, alla Mondadori avevano subito cambiato collocazione ai libri della troisi mettendoli tra quelli per “ragazzi”?
Ricordo che i “Massimi della Fantascienza” era (è?) una collana nata per stampare il meglio della narrativa fantastica (originariamente solo fantascienza) che aveva fatto la storia del genere, tanto che poco prima dell’Era Ferrari in Mondadori in uno dei volumi si vantavano del successo costruito grazie all’alta qualità della selezione e di conseguenza grazie al rispetto verso i lettori. Ah-ah. Certo, poi ci hanno infilato il primo fantasy di una esordiente… Gian Arturo Ferrari ha riscritto il significato della parola Rispetto, pescandolo sotto la voce Disprezzo.
Se alla biblioteca di Dalmine scoprirò qual era quel romanzo con il discorsetto introduttivo, farò le foto. Quando avrò tempo di andare a cercare.

Beh, la balla era una balla.
Lì c’è il bollino del secondo volume della serie, in hardcover (notare pure il 4a Edizione… confermo che ho guardato bene dal vivo e fatto varie foto, è proprio una 4a edizione hardcover). E notate l’appartenenza ai “Massimi della Fantascienza”, ancora, molti mesi dopo lo scandalo iniziale!

Terzo e quarto bollino.
Francesco Dimitri ha il proprio nome riportato correttamente, seppur troncato. GL invece non ha la sua sigla “G. L.”, che è parte del suo pseudonimo come lo sono le R. R. di George Martin, ma si trova il nome esteso e troncato in “GIUS”.

Chiunque può facilmente verificare l’abitudine della SIAE di riportare i nomi reali andando in una libreria Giunti e prendendo Hyperversum, come ho fatto io pochi giorni fa, e leggendo sul bollino che Cecilia Randall è riportata come RANDAZZO CECI.

Se oltre al bollino, che come detto è considerato in editoria la prova definitiva, e ai molti collegamenti mostrati prima ancora non credete, perché magari pensate che “LIPPERINI LOR” possa essere Lorella, Loretta o Lorenzo, insomma non per forza Loredana (ma questo non cambierebbe che Lara Manni abbia mentito sul suo vero nome e quindi perché non dovrebbe aver mentito in generale ed essere proprio quella Loredana Lipperini?), ecco alcuni altri elementi su cui riflettere.

Gli indirizzi IP.
Non posso indicare l’IP esatto per motivi di privacy, ma posso dire che degli IP usati da Lara nei pochi commenti lasciati su Baionette Librarie (WordPress traccia gli IP per motivi di sicurezza/controllo fake):

— 4 erano IP dinamici di Telecom Italia provenienti da Roma.
— 5 erano IP statici di proprietà della RAI (tutti indicati come di Roma, meno uno indicato come Mentana… lol?).
— 1 era un IP statico Vodafone wireless (le famose connessioni all’aperto in vacanza di cui parlava nel blog?).

Dieci commenti in giorni diversi di mesi diversi: luglio 2009, settembre 2009, due giorni diversi del febbraio 2010, maggio 2010.
Chi di voi ha ricevuto commenti da Lara nel proprio blog WordPress, o in altri che indichino gli IP, verifichi il numero qui se è curioso:
http://whatismyipaddress.com

I cinque del tipo 212.162.xxx.xxx da me erano tutti della RAI, per cui consiglio di concentrarsi sugli IP che iniziano così perché potrebbero essere della RAI.
E non ho mai avuto altri visitatori con un IP del tipo 212.162.xxx.xxx
Ho chiesto a Gamberetta conferma e mi ha detto che di ben 27 commenti lasciati sul suo sito, ben 25 vengono da IP della RAI.

Il parente in RAI che verifica.
Non molto giorni fa mi era stato comunicato da un’amica “reale” (non gente conosciuta solo online) che ha un parente in RAI (non so di che grado di parentela, non ho chiesto… magari è “mio, mio cugino” stile Elio e le Storie Tese, ma non credo ^_^) in grado di verificare i nomi del personale a cui aveva sottoposto il dubbio, essendo anche lei amica online di Lara e quindi interessata, che non esisteva nessuna Lara Manni lì. La Lipperini invece sappiamo che c’è, ha pure il programma alla radio.
Se non è la Lipperini, quanto meno le vive nella borsetta e le fa da pet sulla scrivania in ufficio, temo. Giusto per chiarire la questione…

Il libraio che lo sa.
Il libraio della famosa libreria di Piazza Repubblica, a Cagliari, quello che per dire ha avuto un ruolo nel lancio di Michela Murgia, quando l’argomento Lara/Lippa è stato introdotto da Alberello ha subito innocentemente, con tono pacato, risposto che è ovvio che la Lara Manni sia Loredana Lipperini e che nell’ambiente lo si dava ormai per scontato. Bizzarra coincidenza?
Una svista dovuto all’errore sul bollino da parte della SIAE (che razza di errore sarebbe mettere il nome di una persona che non c’entra niente al posto del nome giusto?) è stato sufficiente a convincere il popolo dei librai/addetti ai lavori di una cosa falsa di tale enorme portata per l’immagine di entrambe?
Alberello, tutto entusiasta, mi ha pure rotto le scatole telefonato poco dopo per dirmelo non potendo aspettare di contattarmi su MSN…

Lo strano parallelo con King.
Alberello (che ringrazio per il link) mi ha ricordato che qui, nel caso Lippa-Manni, se fossero davvero (come pare l’unica soluzione ragionevole) una sola persona, ci sarebbe una bellissima citazione kinghiana! Ed entrambe adorano King!
Il caso Lara-Lippa si è “concluso”, seppure con effetti diversi, come quello King-Bachman: coi documenti per le royalties (nel nostro caso sotto forma di bollini SIAE):

Tra il 1977 e il 1984 ho pubblicato cinque romanzi sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. Erano Ossessione (1977), La lunga marcia (1979), Uscita per l’inferno (1981), L’uomo in fuga (1982) e L’occhio del male (1984). Due sono i motivi per cui alla lunga sono stato riconosciuto sotto il nome di Bachman: perché i primi quattro libri, tutti originariamente in edizione tascabile, erano dedicati a persone con cui avevo rapporti di vario genere e perché il mio vero nome compariva sui documenti riguardanti i diritti d’autore di uno dei romanzi. Ora mi si chiede perché l’ho fatto e pare che non riesca a trovare risposte molto soddisfacenti. Meno male che non ho assassinato nessuno, vero?

Ora immaginate i fan che per anni sarebbero andati avanti dicendo che no, Bachman non era King, come poteva avere tempo per scrivere con entrambi i nomi ecc… se lui non avesse confessato la cosa. Un po’ come accade ora, con la Lippa che non confessa.

Intanto su Wikipedia.
Loredana Lipperini, con il nick Lippa, è l’autrice della propria pagina su wikipedia, che custodisce e controlla fin dal 11 settembre 2006. Curiosamente, non si sa perché, un po’ come capitò all’epoca quando Falconi si fece la pagina da solo e venne eliminata, la Lippa è anche autrice della pagina di Lara Manni… che per mancanza di pubblicazioni, troppo poche, non è considerata sufficientemente enciclopedica ed è stata eliminata.

Eppure è tutto così strano.
Se Lara non è la Lippa, hanno tutti gli interessi a smentire perché qui si configura un REATO chiaro, secondo l’attuale orientamento della Cassazione:

La Corte di Cassazione (sent. n. 46674/2007) si riferisce dunque al reato previsto dall’art. 494 c.p., che punisce chiunque per ottenere un vantaggio per sé o per altri, ovvero danneggiare un terzo, attribuisce a sé o ad altri una falsa identità, o qualità alle quali la legge riconduce determinati effetti giuridici, inducendo la controparte in errore (si tratta della cosiddetta sostituzione di persona).

(Link)

Come confermatomi sia da Zwei che da altri due amici, uno avvocato da anni e l’altro solo laureato in legge, il caso è cristallino e il parere della Cassazione evidente.
Se fosse vero, se la Lippa è Lara Manni, allora l’inganno portato fino a questo punto è un REATO: nome reale falso, con età falsa e vari elementi falsi di background nel tempo, ma pochi, per dare credibilità; finto incontro testimoniato da GL; l’esempio di successo spontaneo nelle fyccine che diventa libro stampato; sfruttamento della credulità altrui per costruire un circolino parallelo di rimbalzo e rinforzo alle proprie idee; utilizzo del nome e del personaggio per vendere libri ingannando i lettori, peggio ancora farsi aiutare da Me -una consulenza- e da Gamberetta -valutazione e consigli- mentendo sulla propria identità per ottenere l’aiuto che difficilmente o mai sarebbe giunto alla Lipperini ecc…

E se invece la Lippa è Lara, il non ammettere la colpa è anch’esso ben spiegato dal REATO che così ammetterebbe di aver commesso, certamente a lei noto essendo una giornalista di un certo livello, non la prima arrivata. Una professionista con una lunga carriera alle spalle e trucchi da vendere (ma nonostante tutto l’anno scorso, come raccontato nella prima parte del post, l’ho fatta finire in trappola con il trucco più cliché del mondo, quello dell’arrendevolezza alla censura!).

È ragionevole dubitare che la Lipperini sia Lara Manni?
È possibile dubitare che Lara Manni e la Lipperini possano essere la stessa persona, come è possibile credere nelle fatine (cosa ragionevole, visto che esistono) o nella reincarnazione o nella capacità del popolo di votare il leader migliore. Ma non è un “ragionevole dubbio”, dati gli elementi forniti. Si può aver ragione, per pura fortuna, ma i fatti sono tutti contro l’idea che possano essere persone distinte.

Pensate a cosa è il “ragionevole dubbio”.
Se un tizio viene trovato mentre deturpa un edificio storico con un martello, chi può dire che sia “lui” che stia agendo e non un alter ego alieno che lo ha sostituito fino all’ultimo istante in cui, sorpreso, si è trovato con in mano un martello e davanti due poliziotti che gli ordinano di interrompere il vandalismo?
Possiamo provare che non esistano civiltà aliene in grado di effettuare lo scambio? Ovviamente no.
E forse le nostre carceri sono piene di innocenti “colti sul fatto”, ma ahimé per la legge degli umani questo non è considerato un “ragionevole dubbio”.
Forse la Lipperini non è Lara e forse gli alieni sfregiano i monumenti e poi danno la colpa agli altri.
Non mi stupirei di nessuna delle due possibilità…

E ora la domanda finale: “Perché?” Ecco la mia ipotesi.
Come con tutti i “nomi d’arte” lo scopo era di non trascinarsi dietro il peso della propria posizione di intellettuale/giornalista ecc… che sarebbe diventata “quella che scrive stronzatine sui manga” e derisa, per poter elevare la stima delle FF nel pubblico (senza rinunciare alle spintarelle degli amici per farlo, tutti i pipponi su FF e Arte e bla bla bla includendo come AMICA anche “se stessa” sotto forma di Lippa, ovvero giornalista seria, impegnata e femminista) e, una volta ottenuto un adeguato successo che la ponesse fuori da feroci critiche dannose, magari rivelare la propria identità dando così un ulteriore colpo a favore delle FF (stile: “Dopo 10 libri e 15 anni di successi, il prodigio del fantasy impegnato Lara Manni si scopre essere l’intellettuale Lipperini”).
Sogni di gloria demenziali uniti alla paura, legittima, di non potersi esporre perché in Italia il Fantasy viene abbinato ai deficienti.

L’editoria è piena di fake, incluse storie strappalacrime di vere persone mai esistite. E invenzioni varie su come Tal dei Tali è giunta a scrivere un dato libro ecc… spesso casi creati ad hoc, da svelare dopo la campagna di lancio del libro (si veda il caso Thomas Jay, marketing del peggiore tipo, fatto alle spalle dei tanti che davvero muoiono da innocente nelle carceri USA), ma qui andiamo ancora oltre, con un personaggio che ha comunicato attivamente per anni con la gente, magari come Lippa e come Lara assieme con la stessa persona, che ha chiesto e ottenuti visibilità e favori, inclusi quelli della cara amica Lipperini, che in realtà era sé stessa…

L’editoria è un mondo di cialtroni che considerano i lettori dei fessacchiotti e li imbottiscono di stupidate, dall’inizio alla fine, mentendo senza pudore.
Magari fossimo ancora ai bei tempi in cui l’unico elemento di “minore onestà” nei rapporti col lettore era avere un nome d’arte per un genere e uno per un altro. Stefano Di Marino aveva e ha un nome d’arte diverso per ogni gruppo di libri: Stephen Gunn per la serie “il professionista”, Xavier LeNormand per “Vlad”, Etienne Valmont per “Jasmine” ecc…
ma a quanto so non si è mai messo a fare una discussione in cui le sue 7-8 personalità diverse si appoggiavano e sostenevano tra loro! Figurarsi anni di citazioni e stima reciproca Lippa-Manni! E comunque qui, come ben chiarito, siamo oltre lo pseudonimo svelato, pratica normale e accettata: qui vi sarebbe un REATO ben preciso.

Io spero tanto che si avveri il miracolo e che siano tutte concidenze, per quanto improbabili, e che Lara non sia la Lippa. Lo dico perché la Lippa come giornalista era già disprezzabile (ho colto più di un commento di disprezzo verso di lei alla fiera della piccola editoria a Roma… come dire che non serve nemmeno volerne parlare, nel settore se capita per un articolo o per un altro motivo l’argomento Lipperini scattano anche le pernacchie) e nel condurre una campagna diffamatoria contro Massacri Fantasy degna del peggior schifo giornalistico denunciato da Barzini un secolo fa, ha solo dimostrato di essere ciò che già si sapeva fosse: la versione femminista degli ultimi anni di Striscia la Notizia, stessi meccanismi accusatori e di caccia alle streghe, o come dicono altri è un rigurgito di “berlusconismo”.
Se fosse anche Lara, non ci sarebbe nulla in più di cui godere.

Ma se Lara fosse davvero l’innocente e talentuosa autrice che, risucchiata in un vortice di amichetti e corruzione, è diventata la vipera ipocrita che era diventata (ricordate come tollerava, e quindi incoraggiava col silenzio, insulti contro i ragazzi di Massacri e Gamberetta o altri sul suo blog, per poi dire cose in stile “ma io volevo solo stare in pace, fuori da queste polemiche!!!” appena le parti offese osavano far notare la cosa), peggiorando anche nello stile e passando dal leggibile Esbat al trombon-filosofico-malscritto Sopdet (un po’ come Dimitri da Pan è passato ad Alice, e nel mezzo c’è solo l’amicizia e la stima reciproca con GL), allora sarebbe una prova ulteriore del meccanismo perverso e in sé malvagio dell’editoria tradizionale, che non solo non coltiva talenti ma li appiattisce, li stringe nella morsa dell’intellettualese, e infine li rigurgita sotto forma di Zombie Intellettualoide Standard che scrive porcate e non se ne rende conto.
Dopo Dimitri, poi tradito dai suoi stessi compagni di merende, avere anche Lara sarebbe il massimo.

Io spero tanto che Lara non sia la Lippa, che sia chiunque altro, non so, anche un muratore polacco qualsiasi, e che il bollino sia solo “la coincidenza più assurda della storia dell’editoria italiana”.

Che rapporti ho avuto con questi soggetti?
Sessuali no, no di certo, non che io ricordi. ^_^”"
Posso dire che GL era un mio fan, lo trovai prima su aNobii, che mi chiese l’amicizia, e poi scoprii che quel tizio era l’autore di Wunderkind. Leggeva il mio blog, gli stavo molto simpatico, avevamo alcune passioni in comune. Anche a me GL “fisico” stava simpatico, un po’ come mi sta simpatica anche Licia Troisi “fisica”. Per i motivi indicati anche da Gamberetta, speravo di essere di aiuto per migliorare lo stile di GL che prima accettò con discreto entusiasmo l’idea che gli dessi un parere sul suo libro, poi quando lo inviaii, e sottolineo che era un parere che esaltava il più possibile gli elementi positivi e calcava la mano il meno possibile su quelli troppo negativi, questi fu offeso dai “suggerimenti”, perché non potevo permettermi di parlargli di scrittura, perché non ero uno scrittore ecc… eppure avevo ben documentato le indicazioni, che all’epoca potevo dare con molta minore capacità di oggi, usando un paio di manuali che avevo letto.
Se mi devo pentire di una cosa, a parte il tempo perso, è stato dell’eccessiva generosità e gentilezza, per timore che potesse offendersi e chiudersi a riccio, nella speranza che apprendesse alcuni concetti tipici della scrittura per la Narrativa e li usasse nel libro successivo.

Ma GL fu chiaro: la scrittura è Arte in cui non esistono criteri oggettivi e, come ripeté più volte, tutta la storia dei manuali era solo un modo per speculare sugli aspiranti autori propinando idee sulla scrittura che vengono direttamente dal cinema di Hollywood.
Demenziale. E da parte di un laureato in lettere, con tanto di master (se ben ricordo), queste corbellerie sono roba da revoca immediata della laurea.

Mantenni a lungo rapporti sporadici con GL, via mail (il GL via mail è simile al GL fisico, forse giusto con una punta extra verso il GL Web, ma poco). Di norma lui punzecchiava me in un articolo, io poi punzecchiavo lui. Io stavo zitto e lui, quando recepiva, faceva un risata e mi segnalava che aveva colto il riferimento. Quando feci l’articolo sulle corazzate russe circolari gli piacque molto e si fece un bel facepalm alle spalle del progettista. Solo due volte ci fu un malinteso, quando sfottei pesantemente Negróre, ma GL pensò che l’avessi con lui… mi contattò, gli fornii i link di riferimento alla sfottò e si fece una risata quando capì tutto (detestava Negróre, moltissimo).
Poi, un po’ alla volta, la rottura (non sopportavo i continui attacchi e insulti verso un sacco di gente, questo mi rendeva impossibile mantenere il rapporto senza criticare GL quando capitava l’occasione), divenuta definitiva tempo dopo.

Con Lara Manni ebbi meno contatti. Qualche mail, soprattutto quando Dimitri, l’autore di Pan, diceva coglionate a tema eBook e Lara (che sosteneva gli eBook proprio come la Lipperini, ora questo è molto più facile da spiegare) ne voleva discutere.
Una piccola consulenza sulla scelta della pistola e del calibro per una vecchietta che spari contro un demone con indosso un kimono attraverso una comune porta in legno. Questo mi valse, a rapporti già rotti, ma non distrutti, la citazione nei ringraziamenti di Sopdet.

Il primissimo contatto fu indiretto.
Come sapete Lara chiese aiuto a Gamberetta per rattoppare il proprio primo romanzo, Esbat, e per avere supporto psicologico pre-pubblicazione in generale, e Gamberetta mi parlava in modo positivo di come poteva essere il romanzo se Lara lo avesse sistemato. All’inizio me ne fregai di Lara e del suo blog, ma Gamberetta mi convinse alla fine a dare una chance a Esbat.
Lessi Esbat, mi piacque, e feci una pseudo-recensione generalmente positiva. Su questo sito non faccio mai recensioni, al massimo commenti sparsi nei commenti o cose simili, per cui con quell’unico strappo alla regola posso dire di avere il 100% di “quasi recensioni” positive. ^_^

E con questo, seppure abbia ancora tanti aneddoti (di pubblico dominio) da raccontare su entrambi, come quando GL si cagò in mano trovandomi a sorpresa a commentare nel Sito Segreto del Progetto Segreto per una antologia Steampunk di soli amiketti per la (defunta) collana Epix di Mondadori, non ho altro da aggiungere su questi personaggi.

A parte una cosa.
Come dicevo spesso a Gamberetta e ad Angra e a tanti altri, vedendo nuovi romanzacci fantasy che abbassavano il minimo storico di un’ulteriore tacca, “in futuro ripenseremo con rimpianto all’autore X”. Qualcosa di simile con GL. Nella sua pagliaccesca serietà, con tutti i suoi amichetti e i suoi appoggi più o meno ininfluenti, GL era migliore e superiore ai suoi eredi attuali. Eredi che vengono dalla, ahimé, fogna indistinta delle primissime autopubblicazioni dell’era eBook. E io lo avevo detto, subito, già nel 2010: un giorno rimpiangeremo GL.
Gente come MillantMan e il suo amichetto. MillantMan perlomeno è placido, flemmatico, e questo attenua il fastidio della sua supponente ignoranza e la sua smania di dare lezioncine morali a gente che eticamente e intellettualmente sta chilometri sopra di lui (ricordate i commenti di pochi giorni fa). L’amichetto, che non posso nominare perché ha chiarito nel suo blog che denuncerà chiunque osi dire meno che bene di lui (non perché prenda sul serio la minaccia, ma perché è così ridicola da meritare che la rispetti), ha una boria e un’aggressività pari a quelle del GL dei tempi migliori. Ma senza nessuno degli aspetti positivi di GL: ha meno fantasia di lui, meno cultura, meno capacità di produrre ragionamenti un minimo interessanti (seppur sballati), una piattezza di fondo che stimola lo sbadiglio e scrive peggio.
Se mi ridate GL, ve li regalo entrambi.

Concorso: chi ha incontrato GL?
Narra in non più di 5000 battute, spazi inclusi, l’incontro tra GL e la fantomatica Lara Manni a Roma! Chi sarà stata… o stato? E GL lo sapeva prima o fu una sorpresa? Va bene una singola scena in stile slice of life, senza titolo: Mostrate, non Raccontate! Sbizzarritevi e lasciate la vostra storia nei commenti (conteggerò le battute del testo prima di approvare il commento col racconto, se il testo del racconto supera le 5000 lo censuro e vi avverto del problema). Non si vince niente, ma GL ci odierà tutti! ^_^

 

Wasteland 2 – due video di Fargo (e un altro rant)

Scritto da il 22 apr 2012 | Categorie: Giochi, Riflessioni, Troll & Flame, Videogiochi

Non l’avevo segnalato la volta scorsa, ma visto che, come attestano i 61mila giocatori che hanno investito nel progetto Wasteland 2 e come ho visto dai commenti di alcuni lettori sul blog e via mail, c’è ancora gente che si ricorda cosa ERA ed È un videogioco, credo che questo video di bonaria protesta/constatazione girato da chi ha fatto la storia degli RPG per computer farà ridacchiare più di uno sotto i baffi:

In fact, at Interplay, our mission statement was “For Gamers, by Gamers”. The gamers always came first.

Che è la stessa idea di lavorare nella Narrativa puntando alla qualità per soddisfare anche i lettori meno gonzi, senza limitarsi solo a inseguire temi di moda e produrre porcate da ficcare in gola a forza al belante e confuso pubblico da un libro all’anno. Bisogna tornare a scrivere buoni romanzi, non merda malcagata in base all’ordine dell’ufficio marketing.
Fargo pensa la stessa cosa riguardo i videogiochi: bisogna tornare alla mentalità sana, creativa e produttiva di una volta, senza politiche di banditismo becero.

Wasteland was made during the Golden Era of computer games, when creativity was king. Not everyone remembers that era.

Su questa dimenticanza/ignoranza le Grandi Case dei videogiochi hanno costruito dieci anni di bieco sfruttamento del popolo bue, guidati dalle direttive dell’ufficio marketing basate su ciò che il pubblico aveva acquistato nei mesi precedenti. Nessun elemento di cui non si potesse stimare l’impatto sulle vendite, in quanto già sperimentato con rischio da altri, era permesso se non in rari casi.

C’è gente che magari ora ha 18 o 20 anni e ha conosciuto SOLO questo mondo, vedendo i vecchi classici con il filtro del tempo, come io ora vedo i classici della fantascienza d’epoca, e senza averli vissuti quando erano novità. Io stesso ho potuto vedere solo una parte dell’Età dell’Oro, nella seconda metà degli anni ’90 con Fallout e Dungeon Keeper, o The Longest Journey (giocato però solo recentemente) Deus Ex del 2000, per chiudere con Arcanum nel 2001. Non ho potuto giocare il carismatico ma legnosissimo Martian Dreams quando uscì, né il primo Doom (ma il secondo e il grandioso Duke Nukem 3D sì), né un pezzo della storia degli RPG come Ultima VII. Anche Final Fantasy VI l’ho giocato solo pochi anni fa, con l’emulatore.

There was a Fallout 1 and 2?

Domanda stupita che ben rappresenta la cultura videoludica tipica di molti dei giocatori da console che le Grandi Case spremono…

Wasteland del 1988 l’ho scoperto solo leggendo informazioni su Fallout, nel 1997-1998 (ho ancora CD e manuale originale). Pensare che un classico come Fallout sia per i giocatori di oggi antico più di quanto fosse Wasteland per me all’epoca fa una certa impressione. E mi ricorda nei romanzi di Asimov l’umanità che a furia di espandersi nello spazio ha dimenticato di provenire da un unico pianeta…

Qui Fargo chiarisce alcune cose su Wasteland 2:

E qui un’intervista da leggere.

Normally, when you’re working for a publisher, you’re trying to get your own vision across, of course. You’re also jumping through hoops to make some guy or group happy, and it’s not necessarily what the fans want. It’s what we have to do in order to get paid. There’s a bit of a disconnect. Now, I’m on the front lines, looking eye to eye with the fans and they’re telling me, “Brian this is what we want. You better deliver.” I like the process better. It’s more personal and more intense.

Ricordate di finanziare ancora il progetto comprando in anticipo la vostra copia per 20 dollari!

Da alcuni anni temevo (grazie anche al parere di un amico esperto nell’ambito videoludico) che non avremmo mai più visto un grande videogioco vecchio stile, che richieda un anno abbondante o due solo per la complessità del mondo, della storia, degli eventi (non di programmazione), senza essere ridotto all’ennesimo lavoro grafico (mal programmato e spreca risorse) di qualche mese con un po’ di storia farlocca attorno per stordire i gonzi con gli effetti speciali come il peggior cinema ha insegnato, temo, ai videogiochi degli ultimi anni. O peggio ancora, vendere un macello di copie con un giochino idiota solo grazie alla fama del film (tipo Cars della Disney).

Arcanum, che certo non era un capolavoro di grafica o di meccaniche nemmeno per l’epoca (il combattimento non era coinvolgente e tattico come in Fallout), era però un piccolo capolavoro narrativo con un’ambientazione profonda, ricca di dettagli e originale (con un’originalità volutamente costruita sul contrasto con il fantasy classico, stravolto dalla rivoluzione industriale), e le sue 234mila copie le ha vendute.

Arcanum’s large, free-form world bears many similarities to Fallout with regards to the scarcity of towns, cities, or other locations of interest; however Arcanum’s map is much larger than Fallout’s. The travel system, however, has some things in common with the Elder Scrolls series in that the world can be traveled across in-game, without the use of the world map, and that the game doesn’t rush the player into pursuing the main quest.

We chose not to go 3d this time around because we wanted to focus most of our energy on our roleplaying and dialogue/scripting systems than on creating or adapting a 3d engine. Since we knew exactly what we wanted in a 2d engine, and we were experienced in that area, we figured that would be the smart way to go. This way, if we decide to go 3d on our next game, we already have a complex rpg/scripting/dialogue system in place and we can spend more energy on exploring how we would even want to use a 3d engine.

Un gioco in cui l’intelligenza del protagonista cambiava radicalmente i dialoghi, aumentando ancora di più la rigiocabilità (senza contare il dover specializzare il personaggio perché non avrebbe mai potuto fare “tutto”, le scelte tra magia e tecnologia, le scelte morali e l’eventuale party radunabile), e in cui le ingiustizie non sempre potevano essere punite, come insegna la missione sull’origine dei mezzi-ogre che fece schiumare di rabbia vari giocatori per l’impossibilità (proprio come nel mondo reale) di punire i colpevoli.
Qui ci sono le musiche di Arcanum, per i nostalgici.
Sentite come è deprimente, e quindi perfettamente calzante, la musica principale del gioco.

Fortunatamente non tutti i videogiocatori attuali sono ridotti a fessacchiotti schiavi del marketing che non hanno idea di cosa siano i videogiochi e che non sanno nulla della loro storia, per cui non riescono nemmeno a concepire un mondo videoludico diverso nella loro ridotta prospettiva fatta di ignoranza del passato e di menzogne spacciate per verità dall’abitudine.

Riporto questo brano dal commento di Tolman:

È da tempo che, anche a mio parere, il mondo videoludico bada troppo a grafica e sonoro tralasciando la componente di giocabilità e longevità: tanto l’attenzione di giocatori con un QI a mala pena a due cifre è di breve durata, basta che si stordiscano per un pochino e poi via a comprare un nuovo titolo.

E quest’altro che, per chi ha un QI a 3 cifre (come Tolman), era un elemento evidente da quanto scritto nel precedente articolo e che in pochi hanno colto (o forse molti hanno preferito fingere di non sapere e di non vedere):

Quanto alla Ubisoft, anatema su di loro: hanno fatto in modo che i ragazzini credessero di imparare la storia giocando ad Assassin’s creed, ed ora i miei studentelli delle medie pensano che Savonarola sia stato messo da vivo al rogo, invece che impiccato e poi bruciato, che Alessandro VI fosse un super-genio del male, Lucrezia Borgia una schizofrenica, considerano Leonardo da Vinci una specie di Archimede Pitagorico un po’ finocchio, invece dell’astutissimo PR che era, e mi trattano l’ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo come la Spectre.

E ora un nuovo rant. ▼

 

Recensioni, Narrativa, Troll e Ignoranza. In quattro parole: “state zitti e studiate!”

Scritto da il 11 ago 2011 | Categorie: Riflessioni, Scrittura, Troll & Flame

Gli ultimi giorni ci hanno donato una discussione particolarmente interessante su Gamberi Fantasy. Non interessante nel senso di intelligente o stimolante; interessante perché l’idiozia del soggetto che l’ha generata (bebbo) e il suo continuo trolling mi hanno fatto venir voglia di rispolverare una piccola collezione di estratti di recensioni librarie statunitensi che avevo messo da parte.

Ne ho approfittato per rileggere il libro Self Editing for Fiction Writers, da cui provengono parecchie delle citazioni presenti in questo articolo, e mi è sembrata una buona idea fornire al pubblico davvero interessato alla narrativa un piccolo spaccato di cosa siano davvero le recensioni. Giusto per ricordarsi che le coglionate psico-socio-politiche all’italiana quando si parla di narrativa sono la normalità in Italia, non dove ci sono critici preparati per davvero e in grado di recensire seguendo criteri di scrittura oggettivi.

Se non vi interessa il post sulle regole, andate direttamente alle recensioni.

 


 

La discussione con bebbo verteva attorno al concetto di Show, Don’t Tell. Era particolarmente confusionario come discorso perché bebbo sosteneva di essere d’accordo con la maggiore efficacia del Mostrare sul Narrare, ma poi diceva che non è sbagliato usare apposta il Raccontato per rendere meno avvincente un brano. Proprio così: rovinare apposta un brano rendendolo più noioso è una scelta dell’autore che non può essere criticata!

Le due cose non stanno molto bene insieme. Lo Show, Don’t Tell implica il concetto che NON si voglia mai rendere apposta meno avvincente un brano (anche se è possibile inserire brevi inserti di Raccontato per separare le scene importanti, ma è una cosa diversa da quella detta da bebbo). Lo Show, Don’t Tell, come tutte le altre regole della narrativa, nasce dall’accettazione di un assioma: la narrativa di genere deve essere avvincente. Le parole non devono essere lì per il gusto della loro bellezza (quella è la Literary Fiction, un discorso a parte), ma per stimolare, nella mente del lettore, immagini vivide ed emozioni intense, tanto che il lettore dimentichi di star leggendo e si immerga nel mondo narrativo come fosse reale.

Questo assioma è alla base della narrativa di genere.
Se lo si rifiuta, qualsiasi regola importante (Punto di vista, Mostrare, gestione dei dialoghi, orrore dell’infodump, uso ridotto degli aggettivi ecc…) si può benissimo buttare nel cesso perché perde ogni motivo di esistere.
Secoli di regole e manuali sono tutti basati su questo assunto non dimostrato (un assioma, appunto).

Citando, tra le decine di manuali che spiegano il concetto, Self Editing for Fiction Writers:

Mostrare la storia ai lettori attraverso una sequenza di scene non darà solo immediatezza alla scrittura, le darà trasparenza. Uno dei modi più semplici per sembrare un dilettante è di usare tecniche narrative che attirino l’attenzione su di sé e la distolgano dalla storia. Devi fare in modo che i lettori siano così presi dal tuo mondo da non accorgersi nemmeno che lo scrittore esista.

Originale in inglese ▼

Il discorso di bebbo (poche frasi sensate sommerse da cumoli di idiozie, con contradizioni a distanza di poche parole), contiene chicche come questa:

è una scelta il volere rendere una parte coinvolgente o meno!

Angra gli ha risposto che se si sceglie di farlo per più di tre righe è una scelta sciagurata, che è ciò che i manuali dicono espressamente: il Raccontato, anche quando usato per separare le scene Mostrate, deve durare al massimo un paragrafetto o due. Sapendo come funziona la narrativa, non è difficile arrivarci anche da soli.
Ovviamente bebbo ha sentito il bisogno di ribattere stizzito anche al puro e semplice buon senso:

Si, ma questo è un PARERE, non una REGOLA. E’ su questo che non concordo (al massimo si può parlare di “regola per scrivere come piace a me” ma mi sembrerebbe un cavillo intellettuale)

Altre perle del suddetto geniaccio:

è messo in dubbio il fatto che non si riconosca all’autore la libertà di usare il tell quando gli pare a lui per i motivi che pare a lui

L’unica regola che potrei accettare è : mostrare è più coinvolgente, raccontare lo è di meno

E non gli viene nemmeno il dubbio per un istante che questo violi l’assioma, mandando a gambe all’aria il motivo, l’unico motivo, per cui esistono le regole. Uno, due, tre, prova: bocca chiama cervello, rispondete.

Da qua a dire che quando racconti “sbagli” e non “scrivi una cosa che a me non piace” ce ne passa parecchio.

Ma all’autore non viene impedito di fare nulla. Se lo fa non vengono i carabinieri ad arrestarlo. Non c’è un processo per direttissima. Semplicemente è un fatto che se si usa il Raccontato a caso, al posto del Mostrato, il brano verrà male. Fine. E se viene male è lecito dirlo, non far finta di niente e farfugliare che è solo questione di gusti e che lo ha fatto apposta. Se uno fa male apposta un brano perché non sa scrivere è un incompetente, non un genio incompreso.
Sono rarissimi i casi in cui Narrare può produrre un risultato migliore di Mostrare (intendo al di fuori dell’uso del Raccontato per “ridurre la tensione” tra due scene Mostrate). Casi talmente rari che per trovarne uno gli autori di Self Editing hanno dovuto scomodare Il Grande Gatsy:

“Mi hanno detto che Gatsby ha ammazzato un uomo, una volta.”
Fummo tutti percorsi da un brivido.

[...]
Per esempio la riga “Fummo tutti percorsi da un brivido” è chiaramente raccontata. E nonostante tutto questa riga, posta accanto alla voce che Gatsby possa aver ucciso un uomo, dona un gusto di gossip da due soldi alla scena e ne potenzia l’effetto.
Ma nella buona narrativa questo tipo di Raccontato è un’eccezione, e un’eccezione rara per giunta. Questo perché quando mostri la scena invece di raccontarla, tratti i tuoi lettori con rispetto. E questo rispetto rende più facile trascinarli nel mondo che hai creato.

È un caso limite e discutibile: non viene detto che facendo diversamente (Mostrando) non sarebbe venuta meglio, si dice solo che così funziona.
Un caso più unico che raro e molto breve, come prevedono le REGOLE sull’uso del Raccontato.

“Oh, gno! Anciola i fecci che flaintendogno le piegaccioni ciul Racciontato gnei magnuali!”
“Gli stopidi oomani ciono stopidi. Ignoliamoli.”

 

Quando bebbo dice di accettare che “mostrare è più coinvolgente, raccontare lo è di meno” è un enorme What The Fuck. Dato che è accettato come ASSIOMA della Narrativa che lo SCOPO a cui tutte le “regole” puntano sia quello di coinvolgere il lettore, emozionarlo, è evidente che ciò che ottiene questo scopo è meglio di ciò che non lo ottiene. Giusto?
Per bebbo no. Questo WTF era già stato fatto notare a bebbo che però, armato di un bipensiero degno dei dementi plagiati di 1984, si è rifiutato di accettare le conseguenze logiche delle proprie affermazioni. Il che, inutile dirlo, è proprio ciò che fanno di norma i Troll per proseguire l’azione di disturbo nonostante siano caduti in trappola.

Uno dei commentatori ha cercato di convincere bebbo dell’utilità di informarsi sulla narrativa prima di discuterne:

Con questo non voglio dire che sia scorretto discutere o mettere in dubbio lo show don’t tell. Ma prima di farlo sarebbe meglio avere un minimo di autorità in materia, dimostrare di aver letto almeno 3 o 4 manuali o quantomeno avere una teoria precisa e testata con varie fonti.

La risposta di bebbo è stata ovviamente razionale e motivata:

ahahahah scusa, devo “dimostrare” ??? ma dai! e poi cosa mi qualifica come “non noob” ?? l’aver letto i manuali ?? ahahaha ma daaaai!!! :PPP ma non farmi ridere :PPPP

Avevo già usato la parola Troll? Mi pare di sì.

Certi utenti sono convinti che non sapere nulla di un argomento, essere ignoranti, sia una buona ragione per vomitare la propria opinione. Non capiscono che per aprire bocca su questioni tecniche specialistiche devono prima studiare. Pittoresco: come vedere un ragazzino che nemmeno riesce a tenere acceso il motore dell’auto mentre contesta l’insegnante della scuola-guida. E anche dopo il decimo tentativo di partire con la quinta marcia, non accetta di provare con la prima (“o al più la seconda, ma per favore piantala con la quinta!” piagnucola l’insegnante).
Vediamo cosa ne pensa un grande autore di fantascienza come Harlan Ellison:

Tutti hanno opinioni: io le ho, tu le hai. E fin da quando abbiamo aperto gli occhi ci hanno detto che abbiamo diritto di avere nostre opinioni. Be’, è una stronzata, naturalmente. Non abbiamo diritto di avere opinioni, abbiamo diritto di avere opinioni informate. Senza studio, senza basi, senza comprensione, un’opinione non vale niente.
È solo un farfugliamento. È come una scoreggia nella galleria del vento, gente.

Originale in inglese ▼

Opinioni informate, non semplici opinioni.
O ci si informa o le proprie opinioni saranno come “una scorreggia nella galleria del vento”.
Internet permette a tutti di poter dire quello che pensano, ma questo non significa che tutti abbiano il diritto di essere ascoltati o di essere presi sul serio. Il concetto di meritocrazia, di essere giudicati ogni singola volta per ciò che si dice, è ancora più importante di prima. Non ci si vuole informare? Si sta zitti invece di affermare sciocchezze. E se si fanno affermazioni in totale sicurezza, dandole come verità assolute e ovvie, quando non si sa nulla dell’argomento di cui si sta parlando, è GIUSTO che si venga trattati con disprezzo o ignorati.

Il caso di bebbo che rifiuta concettualmente lo studio dei manuali (d’altronde rifiuta il concetto di regole, perché studiare? Per lui son tutti “gusti”…) fa sembrare dei geni dell’approfondimento quei Troll che pretendono di commentare su questioni tecniche in ambito narrativo dopo aver letto solo uno o due manuali e senza averli nemmeno capiti. Spiacente, è un po’ poco. Soprattutto se uno non ha afferrato come tutte le regole e i consigli di scrittura raccolti in decine di testi formino un solo quadro complessivo. Un quadro complessivo formato da dozzine di elementi tecnici, tutti in equilibrio tra loro e che si influenzano reciprocamente.

Ci vogliono anni di studio per acquisire le BASI in modo sufficientemente solido da poter discutere DAVVERO di narrativa. Cose come il Mostrare, i dettagli concreti, la trasparenza, il punto di vista ecc… sono le BASI. Concetti dati per veri nella forma attuale in oltre un secolo da centinaia di autori e che si ricollegano a precetti simili insegnati da esperti di teatro e narrativa dei secoli precedenti. Perfino dei millenni precedenti.

Se seguiamo il ragionamento di Wayne Clayson Booth (critico letterario statunitense, 1921-2005) possiamo far risalire i primi tentativi di fare Show, Don’t Tell, ovvero di concentrarsi sui dettagli specifici e concreti, all’Iliade stessa (si veda The Rhetoric of Fiction). Per Booth la narrativa è una forma di retorica: l’autore inventa storie che sono false, sono “bugie”, e per convincere il pubblico a prenderle sul serio usa tecniche in grado di immergere il lettore nella vicenda, emozionarlo, suscitare immagini vivide nel suo cervello. Vicende e immagini scelte e manipolate dall’autore, esperto di retorica per storie inventate.

Wayne Clayson Booth, un altro ragazzino che imita Gamberetta.
Mostrare, mostrare: tutte chiacchiere! Che ne sa lui di scrittura, lui che non ha nemmeno pubblicato una trilogia di horror per bambini con Mondadori? Booth è un mandante morale delle persecuzioni ai danni degli autori, ecco cos’è! Un mandante morale!

 

La retorica si usa anche per influenzare le giurie di tipo anglosassone: dove la logica o le prove non possono trionfare, c’è l’emozione, l’empatia e il sentimento. Un bravo avvocato, proprio come nell’Antica Roma, deve essere un maestro di retorica visto che racconterà frottole e mezze verità. E non è questo un campo professionale che richiede complessi studi?
Non ci vogliono forse anni di studio per sviluppare l’arte retorica? Cicerone quando fuggì in Grecia (79-77 a.C.) per evitare l’ira di Silla ne approfittò per raffinare le proprie tecniche oratorie consultando i migliori maestri del tempo, incluso il grande retore Apollonio Molone di Rodi. Lo stesso Apollonio Molone che istruì Giulio Cesare, altro grande oratore.

Qual era il segreto di Molone?
Riduco all’osso la questione. In un periodo in cui tra gli oratori andava di moda l’Asianesimo (uno stile oratorio ricco, enfatico, artificioso, “barocco”, pieno di figure fonetiche: il bello per il gusto del bello), Molone sosteneva l’Atticismo e il ritorno a uno stile più semplice, concreto e diretto. Semplicità e trasparenza nell’esposizione ottenute tramite la perfetta (e difficilissima) padronanza delle tecniche. Gli stessi principi sono insegnati dagli odierni manuali di scrittura.
Un paragone stupido: se l’Asianesimo è lo stile della Literary Fiction, l’Atticismo è quello della narrativa di genere. I manuali di scrittura moderni insegnano tecniche che già venivano insegnate al tempo di Aristotele. Scrivere semplice è difficile, scrivere complicato (e male) è facile. Ci vuole enorme abilità e tantissimo lavoro di revisione per scrivere in un modo così naturale da far pensare al lettore che non ci voglia niente a fare altrettanto.

Chi ha da dire qualcosa di nuovo e di importante ci tiene a farsi capire. Farà perciò tutto il possibile per scrivere in modo semplice e comprensibile. Niente è più facile dello scrivere difficile.
(Karl Popper in La società aperta e i suoi nemici)

Ma secondo la nuova corrente storica del bebbismo, Cicerone e Cesare hanno buttato il loro tempo a studiare da Molone. Infatti il saggio bebbo ci spiega che l’insegnamento della retorica (ricordate che la Narrativa è retorica) non può essere effettuato:

Inoltre puoi citare tutti i manuali del mondo, ma l’unica regola fondamentale rimane: piace ciò che piace.

I manuali non contano. Apollonio Molone era valido da ascoltare quanto il primo coglione raccattato per strada. Non ci sono regole, c’è solo il gusto personale.
Bizzarro, ma Cicerone ha preferito costruire una delle più potenti arti oratorie della storia partendo dallo studio delle regole. Evidentemente era un coglione, come Booth: ormai abbiamo bebbo a spiegarci come stanno le cose! Grazie, bebbo!

Con questa gente non è possibile discutere.
La discussione prevede un terreno comune da cui partire: assiomi matematici, leggi della fisica, concetti filosofici condivisi, regole del gioco accettate da entrambi o qualsiasi cosa che accomuni le parti. Se bebbo sostiene che non esistano regole, che non esista nulla di cui discutere, che conti solo il gusto e ognuno ha il suo… beh, che altro aggiungere? Tu hai il tuo gusto, un altro il suo.

È come cercare di spiegare a un minorato che non può costruire una macchina del moto perpetuo perché c’è l’entalpia e bla bla bla, ma lui sbuffa e ribatte “Io posso perché quando lo faccio io l’entalpia non c’è!”
Non c’è nulla di cui discutere con un alienato. Si può ignorarlo o si può ricoverarlo, fine.

Parafrasando Lawrence d’Arabia:

con duemila anni di esempi alle nostre spalle, non abbiamo attenuanti se quando dobbiamo parlare di scrittura non lo facciamo con cognizione di causa.

Lawrence sul dromedario. No, non è una moto: è un dromedario.
Osi forse insinuare che il Mostrato sia più efficacie del Raccontato?
Quello è un dromedario. Punto.

 

E non era la prima volta che un Troll ignorante e disinformato veniva a fare casino, trolleggiando per impedire le discussioni di chi invece ha studiato le basi e vorrebbe davvero approfondire. Già alcuni mesi fa Gamberetta era stata costretta a rispondere così a un certo Troll frignone, offeso dal fatto che lo avessi invitato a studiare i manuali invece di pretendere che io gli spiegassi le cose, regalandogli decine di ore del mio tempo e centinaia di euro di lavoro.
Ecco cosa disse Gamberetta:

Comunque, sai cosa dà fastidio? Non dà fastidio che mi chiami “estremista”, dà fastidio che scrivi:
“Io sono un ignorante. Non conoscevo nessuno dei manuali di scrittura che consigli.” Abbinato a: “E’ semplicemente che per te, ad esempio, tutto deve essere mostrato. Per me, invece, un po’ di raccontato non stona.”

E magari dovrei anche spiegarti perché hai la sensazione che il raccontato non stoni. Non funziona così: un’opinione ha senso solo quando è informata, quando sai di cosa stai parlando. Se non lo sai, e non lo sai – lo ammetti tu stesso –, le opinioni servono solo a irritare chi invece ha un minimo di conoscenze.
Prima smetti di essere ignorante, poi esprimi la tua opinione.
[...]
La cosa giusta è che ti leggi i manuali segnalati, impari e poi discutiamo seriamente di un argomento che appassiona entrambi. Se non conosci l’inglese, lo studi. Se non sei così appassionato, allora eviti di far perdere tempo a chi invece ci tiene.
Che poi sono cose talmente ovvie che appunto mi sento cretina a ripeterle: hai imparato a giocare a scacchi il mese scorso e intervieni per dire che secondo te la tal variante della Difesa Nimzo-Indiana non funziona? Ah, no, un manuale di tattica delle aperture non l’ho mai letto. Ah, no, non gioco mai, guardo solo. Ah, no, una simulazione al computer non mi è neanche passato per l’anticamera del cervello di farla.
Studia, impara, sperimenta, e solo alla fine dai la tua opinione. Che a quel punto probabilmente non sarà più un’opinione, ma un progresso nell’analisi della Difesa Nimzo-Indiana. O forse scoprirai che la tua opinione coincide con la mia e dunque è inutile ripeterla.
[...]
se la discussione si orienta su argomenti più tecnici sarebbe bello non dover ripartire sempre da zero. Pia illusione. Pazienza.

Solo a me sembra una versione approfondita e molto più gentile del commento di Ellison?
O vogliamo continuare con le stronzate sul fatto che Gamberetta sia una talebana, una nazista e bla bla bla dette solo e sempre, guarda caso, dai lecchini degli scrittorucoli italiani, dagli ignoranti che rifiutano di informarsi per principio e dai mentecatti conclamati. Mai da parte di chi ha studiato decine di manuali e sa come funzionano le recensioni vere di un certo livello, all’estero. Stranamente chi conosce la narrativa per davvero non critica mai i suoi modi o le nozioni di scrittura che riporta. Sarà solo un caso, ovviamente…

Il Troll redarguito da Gamberetta, dopo un periodo di quiete in cui pareva avesse acquistato un cervello, alla fine è tornato alla carica per creare confusione con i suoi “2 cents di ignoranza” allo scopo di mantenere in vita (tecnicamente è gettare benzina sul flame) il trolling di bebbo. E come lo ha fatto? Ovviamente facendo un discorso retard condito da un’ironia che uno nelle sue infime condizioni non può permettersi:

Probabilmente verrò fanculizzato garbatamente dicendomi che per poter parlare di scacchi devo essere un campione di scacchi poter parlare di questi argomenti dovrei prima leggere i manuali.
Qualcuno – avrei voluto leggerli tutti, ma il tempo non me lo permette – l’ho letto, ma non ho trovato questo integralismo… anzi.

Ora vado a leggere altri cento manuali, sicuro che verrò invitato a leggerne altri duecento fino a quando non concorderò.

Considerando che non ha capito un cazzo e sproloquia balbettamenti da mentecatto, non mi pare così folle l’idea che debba studiare di più. Ma per lui lo è.
In questo caso la risposta di Angra è più che sufficiente e spiegare il problema di fondo con quello specifico tipo di Troll:

Non devi leggere altri cento manuali, devi solo leggere con attenzione – se ti interessa l’argomento – invece che andare a cercare materiale per far polemica.

Il problema con i Troll di questo tipo è che citano frasi dai manuali SENZA averle capite, evitando sempre rigorosamente di mettere a sistema tutte le informazioni tratte dai manuali stessi per costruire un quadro d’insieme coerente. Stando bene attenti a EVITARE le altre parti dello stesso manuale in cui il loro dubbio verrebbe risolto. Lo scopo di questi soggetti è di fare trolling dicendo “ah-ah, ti sbagli! Sei un nazista, i manuali dicono che posso fare così!”. Cazzata: sulle cose di base non ci sono divergenze significative di opinione e non ce ne è nessuna sui principi generali (dettagli, importanza del punto di vista ecc…) in decine di manuali scritti da esperti negli ultimi 100 anni, ma se uno è un Troll ed evita accuratamente di capire il significato delle spiegazioni, in particolare quando si riferiscono a casi molto particolari non collegati all’ambito in cui il Troll vorrebbero portare la loro eventuale citazione, non può capirlo.

I commenti dei troll fanno deprimere i coniglietti.
Pensaci prima di permettere a un troll di continuare a rompere le palle.

 
Qualche recensione statunitense

Nel corso delle sue farneticazioni sull’inesistenza delle regole, in particolare contro le conseguenze dello Show, Don’t Tell, bebbo se ne è uscito con una frase particolarmente ridicola:

tra l’altro, piccolissima parentesi, ma tu pensi che i veri critici letterari non si spancino dalle risate a vedere ALCUNE delle cose lette qui?

Va bene. Vediamo cosa dicono i veri critici letterari.

Qui abbiamo Frederick Busch che recensisce una biografia, Dickens: Life and Times di Peter Ackroyd, per il Los Angeles Times.

Il desiderio di declamare, insieme al bisogno di ribadire con un commento quello che era stato appena chiaramente mostrato, sfocia in toni che sono più appropriati alle divertenti parodie che Dickens faceva delle pomposità di suo padre: “Così lontano era già giunto il giovane autore”; “Così il mondo reale entra nella narrativa di Dickens”; “Così la sua vita, interiore ed esteriore, continua.” Dov’era l’editor di Ackroyd?

Originale in inglese ▼

Notate che non si tratta di narrativa di genere, ma di una biografia e come nel caso della saggistica storica l’uso del Mostrato è normale che sia molto ridotto. Pochi dettagli precisi e curiosi ottengono nella saggistica effetti straordinari, pur senza entrare mai nel vero Mostrato con Punto di Vista ecc…

Eppure, nonostante questo, il recensore si accannisce proprio sull’eccesso di inutile Raccontato. L’autore prima mostra una vicenda, poi la racconta. Ad esempio mostra l’orrore del giovane Dickens di fronte a una impiccagione e poi, non contento, aggiunge qualche altra frase inutile che invece di rafforzare l’immagine la diluisce.

Il recensore sarà davvero qualificato per affermare ciò che afferma? Si esprime con concetti e toni che sembrano scopiazzare quelli di Gamberetta! Visto che questa recensione serve a rispondere all’affermazione di bebbo, vediamo cosa lui intende per “qualificato”:

Ultimo appunto: il metro per misurare la preparazione di qualcuno in un dato campo al momento nel mondo occidentale non è la lettura di un manuale ma al massimo il possesso di una laurea.

Definizione pittoresca. E curiosa, visto che in editoria non si usano le lauree “nel settore” (Alan Altieri è ingegnere, Sandrone Dazieri cuoco) e gli editor sono autodidatti anche nel mondo anglosassone. Quel “nel mondo occidentale” in realtà mi fa venire in mente il solito piccolo italiano che conosce solo i cinque metri davanti al proprio naso e pensa che siano tutto il mondo esistente.
Comunque, accettiamo la sua definizione solo per questa volta.
Il critico qualificato di narrativa è laureato… in lettere immagino, seguendo il ragionamento di bebbo. Non certo in fisica nucleare o in medicina.

Frederick Busch (1941-2006) è stato Professore Emerito di Lettere presso la Colgate University dal 1966 al 2003, una delle più prestigiose università di arti liberali e classificata tra i trenta centri di eccellenza degli Stati Uniti. È stato un prolifico autore di romanzi e racconti, vincendo anche una discreta quantità di riconoscimenti.
Basta come qualifica per recensire qualcosa o serve anche un Pulitzer o un Nobel? Giusto per sapere.

Colgate University, centro di eccellenza i cui Professori si esprimono con toni e concetti tecnici più simili a quelli di Gamberetta che alle farneticazioni intellettual-impegnate dei WuMing. Forse perché essendo professori in un centro di eccellenza, sanno di cosa stanno parlando…
 

Dato che per bebbo la qualifica a parlare si misura con le lauree e dato che dubito che lui possa vantare un curriculum superiore a quello del professor Frederick Busch, il quale usa concetti tecnici e critica l’uso balordo del Raccontato perfino in una biografia, ne consegue che bebbo ha torto. Ha torto perfino secondo la propria (idiota) concezione dell’autorità.
EPIC FAIL.

Citare le recensioni però è divertente. Continuiamo!
Qui abbiamo Robert Stuart Nathan che critica gli infodump presenti in Games of the Hangman di Victor O’Reilly:

Tra gli altri difetti del romanzo troviamo lunghe spiegazioni irrilevanti; persone ignoranti anche di fatti noti a tutti, come quell’ufficiale di polizia che dice che il ragazzo morto “veniva da un posto chiamato Berna”, solo per avere la cortese risposta di Hugo: “È la capitale della Svizzera”; e personaggi che si scambiano in modo goffo informazioni che già conoscono, per il solo beneficio del lettore, come quando un personaggio chiede: “Conosci la storia dell’originale Alibe?” e Hugo replica: “Ricordamela”.

Originale in inglese ▼

Sempre a tema infodump abbiamo Christopher Lehman-Haupt che maltratta Airframe per il New York Times:

La causa che il gruppo di Casey sospetta sia responsabile per i problemi del Volo 545 è “un’apertura degli slat” senza che il pilota automatico abbia corretto. L’aereo in questione, un N-22, non aveva mai avuto problemi del genere in passato. Nel caso non fosse chiaro quello che significa, a Casey è stato assegnato un assistente ignorante in fatto di aereodinamica, al quale la stessa Casey si rivolge di propria iniziativa, così: “Non ne sai niente di aereodinamica? No? Bene, un aereo vola grazie alla forma delle ali.”
Continua la spiegazione: “Quando un aereo si muove a bassa velocità, durante decollo e atterraggio, le ali necessitano di una maggiore curvatura per garantire la portanza. Così in quelle situazioni viene aumentata la curvatura estendendo delle sezioni lungo il bordo delle ali – flap lungo il bordo posteriore, e slat lungo quello anteriore.” Il problema è: “Quando si aprono gli slat, l’aereo può risultare instabile.” E questo sembra essere accaduto al Volo 545.
Ogni volta che il signor Crichton avvicina le dita alla tastiera, Casey sciorina lezioni simili.

Originale in inglese ▼

Dei recensori che criticano gli infodump. Criticano citando problemi tecnici.
Questo è un messaggio diretto in particolare a due gonzi inetti e boriosi che sparano idiozie sul fatto che criticare in questo modo sia fare “autopsie letterarie”, una moda sciagurata nata con l’odiata Gamberetta e che nessun critico serio seguirebbe mai. Soprattutto perché, a detta di questi due geniacci, l’infodump non è un errore, anzi, può essere proprio bello! Un po’ di infodump qua e là è bello, fantastico, necessario.
Proprio. Ci sono molte idee bislacche che possono trovare una minima giustificazione nei manuali, ma questa non è una di loro: l’infodump è per definizione pura e semplice merda. Questo fatto è accettato in modo univoco da un secolo di autori, critici e manuali. Non c’è nemmeno quel barlume di dibattito che si trova attorno al modo in cui Raccontato e Mostrato si debbano dosare. Perfino in Italia, nei pochi manuali prodotti, appare il concetto di infodump come schifezza da evitare. Perfino in Italia.

Intercetto la possibile obiezione da minus habens che potrebbe venire sollevata: “il recensore che fa queste autopsie narrative sarà uno dei quei giornalisti frustrati alle prime armi che pensano di farsi un nome gettando fango sui poveracci!”.
Spiacente, non è così. Christopher Lehman-Haupt è un critico letterario che ha lavorato per il prestigioso The New York Times Book Review fin dal 1965, scrivendo 4.000 tra recensioni e articoli tra il 1965 e il 2000. The New York Times Book Review, allegato settimanale di critica libraria attivo dal 1896, non il primo giornaletto che capita. Christopher Lehman-Haupt ha coperto anche posizioni di rilievo come direttore della sezione che si occupa dei coccodrilli (i necrologi scritti in anticipo) del New York Times. Serve sottolineare che è direttore editoriale della Delphinium Books, casa editrice specializzata in narrativa? Lo sottolineo lo stesso. E, tra parentesi, Crichton non è esattamente un poveraccio da affossare. Anche perché adesso è già nella fossa.

Quando uno di questi soggetti dice che in Italia nessuno è disposto a pagare per un editing e che se lui si propone di farne gli offrono come pagamento una cena in pizzeria, io non mi scandalizzo: con una simile ignoranza su cosa sia la scrittura e su come funzioni il mondo della narrativa fuori dalla propria piccola cloaca italica, il prezzo di una pizza è maggiore del valore dell’editing che può offrire. Una fetta di pizza al trancio, senza bibita, mi pare più equo. Pagata da lui all’autore, però!

Il lavoro di editing di certi caproni disinformati non vale nemmeno il prezzo di una pizza surgelata, figurarsi di questa!
 

Qui abbiamo Patrick McGrath che recensisce The Witching Hour di Anne Rice per il New York Times:

Nonostante l’incessante energia narrativa, nonostante le continue invenzioni, il libro è logorroico, cresciuto a dimensioni elefantiache. [...] Il problema è il continuo ripetere gli stessi fatti; gli stessi episodi sono raccontati diverse volte, con sempre maggiori dettagli a ogni ripetizione. Inoltre, i personaggi principali hanno l’abitudine di rigurgitare quello che hanno scoperto, anche se il lettore era con loro mentre facevano le scoperte.

Originale in inglese ▼

Almeno lui sarà un invidiosone che scarica la rabbia contro gli autori perché nessuno lo pubblica?
Non direi. Patrick McGrath ha vinto nel 2001 il Premio Flaiano, riconoscimento italiano internazionale vinto in passato da autori come Tom Clancy, Andrea Camilleri, Mario Rigoni Stern, Paulo Coelho e Daniel Pennac.
È sufficiente per non essere soltanto un invidiosone che nessuno pubblica?

Qualche anno fa, una recensione del New York Times sottolineò la qualità della caratterizzazione dei personaggi in un giallo appena uscito, e per dimostrare tale affermazione veniva citato un brevissimo passaggio. Si trattava di un piccolo gesto, ma che diceva di più a proposito del personaggio che non lunghe descrizioni o spiegazioni. Il gesto era: “Si soffiò il naso con il lenzuolo.”

Originale in inglese ▼

Romanzi di cui si parla bene lodandoli per aspetti tecnici!
In Italia quando arriveremo ad avere recensioni in cui sia normale lodare un autore per l’uso sapiente di un piccolo gesto in mezzo a un dialogo? I cosiddetti “beat”, in inglese, equivalenti agli “stage business” di cinema e teatro di cui Humphrey Bogart è considerato un esperto da prendere a esempio anche per la narrativa. A parte le recensioni di Gamberetta, dove è ritenuto normale in Italia valutare la narrativa di genere (si è parlato di gialli e dei romanzi di Anne Rice) con criteri oggettivi e tecnici invece che con pipponi socio-economici e psicologia da due soldi perché il recensore vuole far credere di essere un intellettuale? ▼

Io non ho mai visto un posto in cui lo fosse.
La pietra di paragone per le recensioni fantasy, prima di Gamberi Fantasy, era FM. Come paragonare un grattacielo a una capanna di fango e merda…

E qui Carolyn See recensisce The Real World di Tim Paulson:

Questo è un elogio della noia e della scarsa attenzione ai dettagli. [...] Che importa se a pagina 117 la sorella di Tom “calca” il suo accento del Sud e a pagina 119 Mac Stuart “calca” il suo di accento del Sud? Che importa se a pagina 134, dopo che Tom e Julie si trasferiscono a Brooklyn, “i loro veri amici ebbero il coraggio di affrontare tre trasbordi tra le linee della metropolitana” e a pagina 335 Tom sottolinea: “Abbiamo scoperto chi sono i nostri veri amici quando ci sono venuti a trovare”? Questo è il mondo reale, santo cielo! E chi è che aveva detto che nel mondo reale c’è qualcosa in più rispetto al tedio, alla routine, alla noia?

Originale in inglese ▼

Carolyn See, autrice di 14 libri e recensore presso The Wahington Post, è stata membro del consiglio del National Book Critics Circle e ha vinto il Guggenheim Fellowship, riconoscimento a chi “ha dimostrato eccezionali abilità creative nelle arti” che risale al 1925. Sarà sufficientemente qualificata per poter valutare fare l’autopsia letteraria di un romanzo?

E fin qui abbiamo visto le recensioni.
Recensioni scritte da un Professore Emerito in Lettere di una delle più prestigiose università statunitensi, di un autore premiato con riconoscimenti internazionali o di un’autrice che è stata pure nel consiglio dell’associazione nazionale dei Critici. Recensioni sempre basate su criteri di scrittura oggettivi insegnati dai manuali da… un paio di millenni. Magari bebbo e soci negli ultimi duemilia anni non hanno badato ai fatti del mondo e se li sono persi. Capita. Agli idioti.
I veri recensori, i veri critici, i veri Professori Emeriti di Lettere, usano criteri oggettivi e universalmente accettati per dare valore e sostenere le proprie argomentazioni a favore o contro un certo libro. Questo è un dato di fatto.

Ma cosa succede tra gli editor professionisti?
Quelli sono recensori, critici professionisti, vediamo come si esprime invece un editor. Una persona che con le sue osservazioni cerca di migliorare la qualità dei testi.
Facile controllare. Lasciando da parte Self Editing for Fiction Writers e passando a Editing Fact and Fiction, che è proprio un manuale pensato per insegnare il mestiere ai giovani editor alle prime armi e agli aspiranti professionisti (che, come spiegano i due autori, sono autodidatti all’estero proprio come da noi, non hanno corsi di formazione… solo che lì studiano sul serio per conto proprio e studiare fa la differenza), troviamo nelle prime pagine:

‘Il Generale emise un suono udibile’
Ho letto questa frase in un recente bestseller e ha fatto ribollire il mio sangue di editor. Avrei voluto gridare: avanti, prova a emettere un suono inudibile, dannazione! Dov’era l’editor di questo romanzo? Il copyeditor? Il correttore di bozze?

Originale in inglese ▼

Chi è tanto pervaso dalla furia, arrivando (lo spiega dopo) ad aver consigliato a tutti quelli che conosceva di NON comprare quella schifezza di bestseller? Chi può esserci dietro un simile rancore? Sicuramente un giovane editor saccente e invidioso che nasconde la propria inesperienza dietro l’aggressività, giusto? Sembra di leggere Gamberetta: è puro “gambero-pensiero” (citando la definizione dei gonzi).

Risposta:
Richard Marek, professionista nell’editoria per oltre trent’anni. È stato editor alla Macmillan, senior editor presso World, redattore capo al The Dial Press (la lista proseguirebbe a lungo, ma la taglio) e ha anche una propria compagnia, la Marek & Charles, specializzata in servizi editoriali, incluso design e produzione.
Tra i molti autori di cui è stato editor: James Baldwin, Robert Ludlum e Thomas Harris.

La prossima volta che vi verrà voglia di criticare il “gambero-pensiero”, come lo chiamate, fatevi un favore e andate davanti a uno specchio: avrete l’onore di ammirare dal vivo una colossale testa di cazzo ignorante. ^_^

 

Pagina 1 di 3
1 2 3 successiva › ultima »