Wasteland 2 – due video di Fargo (e un altro rant)

Scritto da il 22 apr 2012 | Categorie: Giochi, Riflessioni, Troll & Flame, Videogiochi

Non l’avevo segnalato la volta scorsa, ma visto che, come attestano i 61mila giocatori che hanno investito nel progetto Wasteland 2 e come ho visto dai commenti di alcuni lettori sul blog e via mail, c’è ancora gente che si ricorda cosa ERA ed È un videogioco, credo che questo video di bonaria protesta/constatazione girato da chi ha fatto la storia degli RPG per computer farà ridacchiare più di uno sotto i baffi:

In fact, at Interplay, our mission statement was “For Gamers, by Gamers”. The gamers always came first.

Che è la stessa idea di lavorare nella Narrativa puntando alla qualità per soddisfare anche i lettori meno gonzi, senza limitarsi solo a inseguire temi di moda e produrre porcate da ficcare in gola a forza al belante e confuso pubblico da un libro all’anno. Bisogna tornare a scrivere buoni romanzi, non merda malcagata in base all’ordine dell’ufficio marketing.
Fargo pensa la stessa cosa riguardo i videogiochi: bisogna tornare alla mentalità sana, creativa e produttiva di una volta, senza politiche di banditismo becero.

Wasteland was made during the Golden Era of computer games, when creativity was king. Not everyone remembers that era.

Su questa dimenticanza/ignoranza le Grandi Case dei videogiochi hanno costruito dieci anni di bieco sfruttamento del popolo bue, guidati dalle direttive dell’ufficio marketing basate su ciò che il pubblico aveva acquistato nei mesi precedenti. Nessun elemento di cui non si potesse stimare l’impatto sulle vendite, in quanto già sperimentato con rischio da altri, era permesso se non in rari casi.

C’è gente che magari ora ha 18 o 20 anni e ha conosciuto SOLO questo mondo, vedendo i vecchi classici con il filtro del tempo, come io ora vedo i classici della fantascienza d’epoca, e senza averli vissuti quando erano novità. Io stesso ho potuto vedere solo una parte dell’Età dell’Oro, nella seconda metà degli anni ’90 con Fallout e Dungeon Keeper, o The Longest Journey (giocato però solo recentemente) Deus Ex del 2000, per chiudere con Arcanum nel 2001. Non ho potuto giocare il carismatico ma legnosissimo Martian Dreams quando uscì, né il primo Doom (ma il secondo e il grandioso Duke Nukem 3D sì), né un pezzo della storia degli RPG come Ultima VII. Anche Final Fantasy VI l’ho giocato solo pochi anni fa, con l’emulatore.

There was a Fallout 1 and 2?

Domanda stupita che ben rappresenta la cultura videoludica tipica di molti dei giocatori da console che le Grandi Case spremono…

Wasteland del 1988 l’ho scoperto solo leggendo informazioni su Fallout, nel 1997-1998 (ho ancora CD e manuale originale). Pensare che un classico come Fallout sia per i giocatori di oggi antico più di quanto fosse Wasteland per me all’epoca fa una certa impressione. E mi ricorda nei romanzi di Asimov l’umanità che a furia di espandersi nello spazio ha dimenticato di provenire da un unico pianeta…

Qui Fargo chiarisce alcune cose su Wasteland 2:

E qui un’intervista da leggere.

Normally, when you’re working for a publisher, you’re trying to get your own vision across, of course. You’re also jumping through hoops to make some guy or group happy, and it’s not necessarily what the fans want. It’s what we have to do in order to get paid. There’s a bit of a disconnect. Now, I’m on the front lines, looking eye to eye with the fans and they’re telling me, “Brian this is what we want. You better deliver.” I like the process better. It’s more personal and more intense.

Ricordate di finanziare ancora il progetto comprando in anticipo la vostra copia per 20 dollari!

Da alcuni anni temevo (grazie anche al parere di un amico esperto nell’ambito videoludico) che non avremmo mai più visto un grande videogioco vecchio stile, che richieda un anno abbondante o due solo per la complessità del mondo, della storia, degli eventi (non di programmazione), senza essere ridotto all’ennesimo lavoro grafico (mal programmato e spreca risorse) di qualche mese con un po’ di storia farlocca attorno per stordire i gonzi con gli effetti speciali come il peggior cinema ha insegnato, temo, ai videogiochi degli ultimi anni. O peggio ancora, vendere un macello di copie con un giochino idiota solo grazie alla fama del film (tipo Cars della Disney).

Arcanum, che certo non era un capolavoro di grafica o di meccaniche nemmeno per l’epoca (il combattimento non era coinvolgente e tattico come in Fallout), era però un piccolo capolavoro narrativo con un’ambientazione profonda, ricca di dettagli e originale (con un’originalità volutamente costruita sul contrasto con il fantasy classico, stravolto dalla rivoluzione industriale), e le sue 234mila copie le ha vendute.

Arcanum’s large, free-form world bears many similarities to Fallout with regards to the scarcity of towns, cities, or other locations of interest; however Arcanum’s map is much larger than Fallout’s. The travel system, however, has some things in common with the Elder Scrolls series in that the world can be traveled across in-game, without the use of the world map, and that the game doesn’t rush the player into pursuing the main quest.

We chose not to go 3d this time around because we wanted to focus most of our energy on our roleplaying and dialogue/scripting systems than on creating or adapting a 3d engine. Since we knew exactly what we wanted in a 2d engine, and we were experienced in that area, we figured that would be the smart way to go. This way, if we decide to go 3d on our next game, we already have a complex rpg/scripting/dialogue system in place and we can spend more energy on exploring how we would even want to use a 3d engine.

Un gioco in cui l’intelligenza del protagonista cambiava radicalmente i dialoghi, aumentando ancora di più la rigiocabilità (senza contare il dover specializzare il personaggio perché non avrebbe mai potuto fare “tutto”, le scelte tra magia e tecnologia, le scelte morali e l’eventuale party radunabile), e in cui le ingiustizie non sempre potevano essere punite, come insegna la missione sull’origine dei mezzi-ogre che fece schiumare di rabbia vari giocatori per l’impossibilità (proprio come nel mondo reale) di punire i colpevoli.
Qui ci sono le musiche di Arcanum, per i nostalgici.
Sentite come è deprimente, e quindi perfettamente calzante, la musica principale del gioco.

Fortunatamente non tutti i videogiocatori attuali sono ridotti a fessacchiotti schiavi del marketing che non hanno idea di cosa siano i videogiochi e che non sanno nulla della loro storia, per cui non riescono nemmeno a concepire un mondo videoludico diverso nella loro ridotta prospettiva fatta di ignoranza del passato e di menzogne spacciate per verità dall’abitudine.

Riporto questo brano dal commento di Tolman:

È da tempo che, anche a mio parere, il mondo videoludico bada troppo a grafica e sonoro tralasciando la componente di giocabilità e longevità: tanto l’attenzione di giocatori con un QI a mala pena a due cifre è di breve durata, basta che si stordiscano per un pochino e poi via a comprare un nuovo titolo.

E quest’altro che, per chi ha un QI a 3 cifre (come Tolman), era un elemento evidente da quanto scritto nel precedente articolo e che in pochi hanno colto (o forse molti hanno preferito fingere di non sapere e di non vedere):

Quanto alla Ubisoft, anatema su di loro: hanno fatto in modo che i ragazzini credessero di imparare la storia giocando ad Assassin’s creed, ed ora i miei studentelli delle medie pensano che Savonarola sia stato messo da vivo al rogo, invece che impiccato e poi bruciato, che Alessandro VI fosse un super-genio del male, Lucrezia Borgia una schizofrenica, considerano Leonardo da Vinci una specie di Archimede Pitagorico un po’ finocchio, invece dell’astutissimo PR che era, e mi trattano l’ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo come la Spectre.

E ora un nuovo rant. ▼

 

Recensioni, Narrativa, Troll e Ignoranza. In quattro parole: “state zitti e studiate!”

Scritto da il 11 ago 2011 | Categorie: Riflessioni, Scrittura, Troll & Flame

Gli ultimi giorni ci hanno donato una discussione particolarmente interessante su Gamberi Fantasy. Non interessante nel senso di intelligente o stimolante; interessante perché l’idiozia del soggetto che l’ha generata (bebbo) e il suo continuo trolling mi hanno fatto venir voglia di rispolverare una piccola collezione di estratti di recensioni librarie statunitensi che avevo messo da parte.

Ne ho approfittato per rileggere il libro Self Editing for Fiction Writers, da cui provengono parecchie delle citazioni presenti in questo articolo, e mi è sembrata una buona idea fornire al pubblico davvero interessato alla narrativa un piccolo spaccato di cosa siano davvero le recensioni. Giusto per ricordarsi che le coglionate psico-socio-politiche all’italiana quando si parla di narrativa sono la normalità in Italia, non dove ci sono critici preparati per davvero e in grado di recensire seguendo criteri di scrittura oggettivi.

Se non vi interessa il post sulle regole, andate direttamente alle recensioni.

 


 

La discussione con bebbo verteva attorno al concetto di Show, Don’t Tell. Era particolarmente confusionario come discorso perché bebbo sosteneva di essere d’accordo con la maggiore efficacia del Mostrare sul Narrare, ma poi diceva che non è sbagliato usare apposta il Raccontato per rendere meno avvincente un brano. Proprio così: rovinare apposta un brano rendendolo più noioso è una scelta dell’autore che non può essere criticata!

Le due cose non stanno molto bene insieme. Lo Show, Don’t Tell implica il concetto che NON si voglia mai rendere apposta meno avvincente un brano (anche se è possibile inserire brevi inserti di Raccontato per separare le scene importanti, ma è una cosa diversa da quella detta da bebbo). Lo Show, Don’t Tell, come tutte le altre regole della narrativa, nasce dall’accettazione di un assioma: la narrativa di genere deve essere avvincente. Le parole non devono essere lì per il gusto della loro bellezza (quella è la Literary Fiction, un discorso a parte), ma per stimolare, nella mente del lettore, immagini vivide ed emozioni intense, tanto che il lettore dimentichi di star leggendo e si immerga nel mondo narrativo come fosse reale.

Questo assioma è alla base della narrativa di genere.
Se lo si rifiuta, qualsiasi regola importante (Punto di vista, Mostrare, gestione dei dialoghi, orrore dell’infodump, uso ridotto degli aggettivi ecc…) si può benissimo buttare nel cesso perché perde ogni motivo di esistere.
Secoli di regole e manuali sono tutti basati su questo assunto non dimostrato (un assioma, appunto).

Citando, tra le decine di manuali che spiegano il concetto, Self Editing for Fiction Writers:

Mostrare la storia ai lettori attraverso una sequenza di scene non darà solo immediatezza alla scrittura, le darà trasparenza. Uno dei modi più semplici per sembrare un dilettante è di usare tecniche narrative che attirino l’attenzione su di sé e la distolgano dalla storia. Devi fare in modo che i lettori siano così presi dal tuo mondo da non accorgersi nemmeno che lo scrittore esista.

Originale in inglese ▼

Il discorso di bebbo (poche frasi sensate sommerse da cumoli di idiozie, con contradizioni a distanza di poche parole), contiene chicche come questa:

è una scelta il volere rendere una parte coinvolgente o meno!

Angra gli ha risposto che se si sceglie di farlo per più di tre righe è una scelta sciagurata, che è ciò che i manuali dicono espressamente: il Raccontato, anche quando usato per separare le scene Mostrate, deve durare al massimo un paragrafetto o due. Sapendo come funziona la narrativa, non è difficile arrivarci anche da soli.
Ovviamente bebbo ha sentito il bisogno di ribattere stizzito anche al puro e semplice buon senso:

Si, ma questo è un PARERE, non una REGOLA. E’ su questo che non concordo (al massimo si può parlare di “regola per scrivere come piace a me” ma mi sembrerebbe un cavillo intellettuale)

Altre perle del suddetto geniaccio:

è messo in dubbio il fatto che non si riconosca all’autore la libertà di usare il tell quando gli pare a lui per i motivi che pare a lui

L’unica regola che potrei accettare è : mostrare è più coinvolgente, raccontare lo è di meno

E non gli viene nemmeno il dubbio per un istante che questo violi l’assioma, mandando a gambe all’aria il motivo, l’unico motivo, per cui esistono le regole. Uno, due, tre, prova: bocca chiama cervello, rispondete.

Da qua a dire che quando racconti “sbagli” e non “scrivi una cosa che a me non piace” ce ne passa parecchio.

Ma all’autore non viene impedito di fare nulla. Se lo fa non vengono i carabinieri ad arrestarlo. Non c’è un processo per direttissima. Semplicemente è un fatto che se si usa il Raccontato a caso, al posto del Mostrato, il brano verrà male. Fine. E se viene male è lecito dirlo, non far finta di niente e farfugliare che è solo questione di gusti e che lo ha fatto apposta. Se uno fa male apposta un brano perché non sa scrivere è un incompetente, non un genio incompreso.
Sono rarissimi i casi in cui Narrare può produrre un risultato migliore di Mostrare (intendo al di fuori dell’uso del Raccontato per “ridurre la tensione” tra due scene Mostrate). Casi talmente rari che per trovarne uno gli autori di Self Editing hanno dovuto scomodare Il Grande Gatsy:

“Mi hanno detto che Gatsby ha ammazzato un uomo, una volta.”
Fummo tutti percorsi da un brivido.

[...]
Per esempio la riga “Fummo tutti percorsi da un brivido” è chiaramente raccontata. E nonostante tutto questa riga, posta accanto alla voce che Gatsby possa aver ucciso un uomo, dona un gusto di gossip da due soldi alla scena e ne potenzia l’effetto.
Ma nella buona narrativa questo tipo di Raccontato è un’eccezione, e un’eccezione rara per giunta. Questo perché quando mostri la scena invece di raccontarla, tratti i tuoi lettori con rispetto. E questo rispetto rende più facile trascinarli nel mondo che hai creato.

È un caso limite e discutibile: non viene detto che facendo diversamente (Mostrando) non sarebbe venuta meglio, si dice solo che così funziona.
Un caso più unico che raro e molto breve, come prevedono le REGOLE sull’uso del Raccontato.

“Oh, gno! Anciola i fecci che flaintendogno le piegaccioni ciul Racciontato gnei magnuali!”
“Gli stopidi oomani ciono stopidi. Ignoliamoli.”

 

Quando bebbo dice di accettare che “mostrare è più coinvolgente, raccontare lo è di meno” è un enorme What The Fuck. Dato che è accettato come ASSIOMA della Narrativa che lo SCOPO a cui tutte le “regole” puntano sia quello di coinvolgere il lettore, emozionarlo, è evidente che ciò che ottiene questo scopo è meglio di ciò che non lo ottiene. Giusto?
Per bebbo no. Questo WTF era già stato fatto notare a bebbo che però, armato di un bipensiero degno dei dementi plagiati di 1984, si è rifiutato di accettare le conseguenze logiche delle proprie affermazioni. Il che, inutile dirlo, è proprio ciò che fanno di norma i Troll per proseguire l’azione di disturbo nonostante siano caduti in trappola.

Uno dei commentatori ha cercato di convincere bebbo dell’utilità di informarsi sulla narrativa prima di discuterne:

Con questo non voglio dire che sia scorretto discutere o mettere in dubbio lo show don’t tell. Ma prima di farlo sarebbe meglio avere un minimo di autorità in materia, dimostrare di aver letto almeno 3 o 4 manuali o quantomeno avere una teoria precisa e testata con varie fonti.

La risposta di bebbo è stata ovviamente razionale e motivata:

ahahahah scusa, devo “dimostrare” ??? ma dai! e poi cosa mi qualifica come “non noob” ?? l’aver letto i manuali ?? ahahaha ma daaaai!!! :PPP ma non farmi ridere :PPPP

Avevo già usato la parola Troll? Mi pare di sì.

Certi utenti sono convinti che non sapere nulla di un argomento, essere ignoranti, sia una buona ragione per vomitare la propria opinione. Non capiscono che per aprire bocca su questioni tecniche specialistiche devono prima studiare. Pittoresco: come vedere un ragazzino che nemmeno riesce a tenere acceso il motore dell’auto mentre contesta l’insegnante della scuola-guida. E anche dopo il decimo tentativo di partire con la quinta marcia, non accetta di provare con la prima (“o al più la seconda, ma per favore piantala con la quinta!” piagnucola l’insegnante).
Vediamo cosa ne pensa un grande autore di fantascienza come Harlan Ellison:

Tutti hanno opinioni: io le ho, tu le hai. E fin da quando abbiamo aperto gli occhi ci hanno detto che abbiamo diritto di avere nostre opinioni. Be’, è una stronzata, naturalmente. Non abbiamo diritto di avere opinioni, abbiamo diritto di avere opinioni informate. Senza studio, senza basi, senza comprensione, un’opinione non vale niente.
È solo un farfugliamento. È come una scoreggia nella galleria del vento, gente.

Originale in inglese ▼

Opinioni informate, non semplici opinioni.
O ci si informa o le proprie opinioni saranno come “una scorreggia nella galleria del vento”.
Internet permette a tutti di poter dire quello che pensano, ma questo non significa che tutti abbiano il diritto di essere ascoltati o di essere presi sul serio. Il concetto di meritocrazia, di essere giudicati ogni singola volta per ciò che si dice, è ancora più importante di prima. Non ci si vuole informare? Si sta zitti invece di affermare sciocchezze. E se si fanno affermazioni in totale sicurezza, dandole come verità assolute e ovvie, quando non si sa nulla dell’argomento di cui si sta parlando, è GIUSTO che si venga trattati con disprezzo o ignorati.

Il caso di bebbo che rifiuta concettualmente lo studio dei manuali (d’altronde rifiuta il concetto di regole, perché studiare? Per lui son tutti “gusti”…) fa sembrare dei geni dell’approfondimento quei Troll che pretendono di commentare su questioni tecniche in ambito narrativo dopo aver letto solo uno o due manuali e senza averli nemmeno capiti. Spiacente, è un po’ poco. Soprattutto se uno non ha afferrato come tutte le regole e i consigli di scrittura raccolti in decine di testi formino un solo quadro complessivo. Un quadro complessivo formato da dozzine di elementi tecnici, tutti in equilibrio tra loro e che si influenzano reciprocamente.

Ci vogliono anni di studio per acquisire le BASI in modo sufficientemente solido da poter discutere DAVVERO di narrativa. Cose come il Mostrare, i dettagli concreti, la trasparenza, il punto di vista ecc… sono le BASI. Concetti dati per veri nella forma attuale in oltre un secolo da centinaia di autori e che si ricollegano a precetti simili insegnati da esperti di teatro e narrativa dei secoli precedenti. Perfino dei millenni precedenti.

Se seguiamo il ragionamento di Wayne Clayson Booth (critico letterario statunitense, 1921-2005) possiamo far risalire i primi tentativi di fare Show, Don’t Tell, ovvero di concentrarsi sui dettagli specifici e concreti, all’Iliade stessa (si veda The Rhetoric of Fiction). Per Booth la narrativa è una forma di retorica: l’autore inventa storie che sono false, sono “bugie”, e per convincere il pubblico a prenderle sul serio usa tecniche in grado di immergere il lettore nella vicenda, emozionarlo, suscitare immagini vivide nel suo cervello. Vicende e immagini scelte e manipolate dall’autore, esperto di retorica per storie inventate.

Wayne Clayson Booth, un altro ragazzino che imita Gamberetta.
Mostrare, mostrare: tutte chiacchiere! Che ne sa lui di scrittura, lui che non ha nemmeno pubblicato una trilogia di horror per bambini con Mondadori? Booth è un mandante morale delle persecuzioni ai danni degli autori, ecco cos’è! Un mandante morale!

 

La retorica si usa anche per influenzare le giurie di tipo anglosassone: dove la logica o le prove non possono trionfare, c’è l’emozione, l’empatia e il sentimento. Un bravo avvocato, proprio come nell’Antica Roma, deve essere un maestro di retorica visto che racconterà frottole e mezze verità. E non è questo un campo professionale che richiede complessi studi?
Non ci vogliono forse anni di studio per sviluppare l’arte retorica? Cicerone quando fuggì in Grecia (79-77 a.C.) per evitare l’ira di Silla ne approfittò per raffinare le proprie tecniche oratorie consultando i migliori maestri del tempo, incluso il grande retore Apollonio Molone di Rodi. Lo stesso Apollonio Molone che istruì Giulio Cesare, altro grande oratore.

Qual era il segreto di Molone?
Riduco all’osso la questione. In un periodo in cui tra gli oratori andava di moda l’Asianesimo (uno stile oratorio ricco, enfatico, artificioso, “barocco”, pieno di figure fonetiche: il bello per il gusto del bello), Molone sosteneva l’Atticismo e il ritorno a uno stile più semplice, concreto e diretto. Semplicità e trasparenza nell’esposizione ottenute tramite la perfetta (e difficilissima) padronanza delle tecniche. Gli stessi principi sono insegnati dagli odierni manuali di scrittura.
Un paragone stupido: se l’Asianesimo è lo stile della Literary Fiction, l’Atticismo è quello della narrativa di genere. I manuali di scrittura moderni insegnano tecniche che già venivano insegnate al tempo di Aristotele. Scrivere semplice è difficile, scrivere complicato (e male) è facile. Ci vuole enorme abilità e tantissimo lavoro di revisione per scrivere in un modo così naturale da far pensare al lettore che non ci voglia niente a fare altrettanto.

Chi ha da dire qualcosa di nuovo e di importante ci tiene a farsi capire. Farà perciò tutto il possibile per scrivere in modo semplice e comprensibile. Niente è più facile dello scrivere difficile.
(Karl Popper in La società aperta e i suoi nemici)

Ma secondo la nuova corrente storica del bebbismo, Cicerone e Cesare hanno buttato il loro tempo a studiare da Molone. Infatti il saggio bebbo ci spiega che l’insegnamento della retorica (ricordate che la Narrativa è retorica) non può essere effettuato:

Inoltre puoi citare tutti i manuali del mondo, ma l’unica regola fondamentale rimane: piace ciò che piace.

I manuali non contano. Apollonio Molone era valido da ascoltare quanto il primo coglione raccattato per strada. Non ci sono regole, c’è solo il gusto personale.
Bizzarro, ma Cicerone ha preferito costruire una delle più potenti arti oratorie della storia partendo dallo studio delle regole. Evidentemente era un coglione, come Booth: ormai abbiamo bebbo a spiegarci come stanno le cose! Grazie, bebbo!

Con questa gente non è possibile discutere.
La discussione prevede un terreno comune da cui partire: assiomi matematici, leggi della fisica, concetti filosofici condivisi, regole del gioco accettate da entrambi o qualsiasi cosa che accomuni le parti. Se bebbo sostiene che non esistano regole, che non esista nulla di cui discutere, che conti solo il gusto e ognuno ha il suo… beh, che altro aggiungere? Tu hai il tuo gusto, un altro il suo.

È come cercare di spiegare a un minorato che non può costruire una macchina del moto perpetuo perché c’è l’entalpia e bla bla bla, ma lui sbuffa e ribatte “Io posso perché quando lo faccio io l’entalpia non c’è!”
Non c’è nulla di cui discutere con un alienato. Si può ignorarlo o si può ricoverarlo, fine.

Parafrasando Lawrence d’Arabia:

con duemila anni di esempi alle nostre spalle, non abbiamo attenuanti se quando dobbiamo parlare di scrittura non lo facciamo con cognizione di causa.

Lawrence sul dromedario. No, non è una moto: è un dromedario.
Osi forse insinuare che il Mostrato sia più efficacie del Raccontato?
Quello è un dromedario. Punto.

 

E non era la prima volta che un Troll ignorante e disinformato veniva a fare casino, trolleggiando per impedire le discussioni di chi invece ha studiato le basi e vorrebbe davvero approfondire. Già alcuni mesi fa Gamberetta era stata costretta a rispondere così a un certo Troll frignone, offeso dal fatto che lo avessi invitato a studiare i manuali invece di pretendere che io gli spiegassi le cose, regalandogli decine di ore del mio tempo e centinaia di euro di lavoro.
Ecco cosa disse Gamberetta:

Comunque, sai cosa dà fastidio? Non dà fastidio che mi chiami “estremista”, dà fastidio che scrivi:
“Io sono un ignorante. Non conoscevo nessuno dei manuali di scrittura che consigli.” Abbinato a: “E’ semplicemente che per te, ad esempio, tutto deve essere mostrato. Per me, invece, un po’ di raccontato non stona.”

E magari dovrei anche spiegarti perché hai la sensazione che il raccontato non stoni. Non funziona così: un’opinione ha senso solo quando è informata, quando sai di cosa stai parlando. Se non lo sai, e non lo sai – lo ammetti tu stesso –, le opinioni servono solo a irritare chi invece ha un minimo di conoscenze.
Prima smetti di essere ignorante, poi esprimi la tua opinione.
[...]
La cosa giusta è che ti leggi i manuali segnalati, impari e poi discutiamo seriamente di un argomento che appassiona entrambi. Se non conosci l’inglese, lo studi. Se non sei così appassionato, allora eviti di far perdere tempo a chi invece ci tiene.
Che poi sono cose talmente ovvie che appunto mi sento cretina a ripeterle: hai imparato a giocare a scacchi il mese scorso e intervieni per dire che secondo te la tal variante della Difesa Nimzo-Indiana non funziona? Ah, no, un manuale di tattica delle aperture non l’ho mai letto. Ah, no, non gioco mai, guardo solo. Ah, no, una simulazione al computer non mi è neanche passato per l’anticamera del cervello di farla.
Studia, impara, sperimenta, e solo alla fine dai la tua opinione. Che a quel punto probabilmente non sarà più un’opinione, ma un progresso nell’analisi della Difesa Nimzo-Indiana. O forse scoprirai che la tua opinione coincide con la mia e dunque è inutile ripeterla.
[...]
se la discussione si orienta su argomenti più tecnici sarebbe bello non dover ripartire sempre da zero. Pia illusione. Pazienza.

Solo a me sembra una versione approfondita e molto più gentile del commento di Ellison?
O vogliamo continuare con le stronzate sul fatto che Gamberetta sia una talebana, una nazista e bla bla bla dette solo e sempre, guarda caso, dai lecchini degli scrittorucoli italiani, dagli ignoranti che rifiutano di informarsi per principio e dai mentecatti conclamati. Mai da parte di chi ha studiato decine di manuali e sa come funzionano le recensioni vere di un certo livello, all’estero. Stranamente chi conosce la narrativa per davvero non critica mai i suoi modi o le nozioni di scrittura che riporta. Sarà solo un caso, ovviamente…

Il Troll redarguito da Gamberetta, dopo un periodo di quiete in cui pareva avesse acquistato un cervello, alla fine è tornato alla carica per creare confusione con i suoi “2 cents di ignoranza” allo scopo di mantenere in vita (tecnicamente è gettare benzina sul flame) il trolling di bebbo. E come lo ha fatto? Ovviamente facendo un discorso retard condito da un’ironia che uno nelle sue infime condizioni non può permettersi:

Probabilmente verrò fanculizzato garbatamente dicendomi che per poter parlare di scacchi devo essere un campione di scacchi poter parlare di questi argomenti dovrei prima leggere i manuali.
Qualcuno – avrei voluto leggerli tutti, ma il tempo non me lo permette – l’ho letto, ma non ho trovato questo integralismo… anzi.

Ora vado a leggere altri cento manuali, sicuro che verrò invitato a leggerne altri duecento fino a quando non concorderò.

Considerando che non ha capito un cazzo e sproloquia balbettamenti da mentecatto, non mi pare così folle l’idea che debba studiare di più. Ma per lui lo è.
In questo caso la risposta di Angra è più che sufficiente e spiegare il problema di fondo con quello specifico tipo di Troll:

Non devi leggere altri cento manuali, devi solo leggere con attenzione – se ti interessa l’argomento – invece che andare a cercare materiale per far polemica.

Il problema con i Troll di questo tipo è che citano frasi dai manuali SENZA averle capite, evitando sempre rigorosamente di mettere a sistema tutte le informazioni tratte dai manuali stessi per costruire un quadro d’insieme coerente. Stando bene attenti a EVITARE le altre parti dello stesso manuale in cui il loro dubbio verrebbe risolto. Lo scopo di questi soggetti è di fare trolling dicendo “ah-ah, ti sbagli! Sei un nazista, i manuali dicono che posso fare così!”. Cazzata: sulle cose di base non ci sono divergenze significative di opinione e non ce ne è nessuna sui principi generali (dettagli, importanza del punto di vista ecc…) in decine di manuali scritti da esperti negli ultimi 100 anni, ma se uno è un Troll ed evita accuratamente di capire il significato delle spiegazioni, in particolare quando si riferiscono a casi molto particolari non collegati all’ambito in cui il Troll vorrebbero portare la loro eventuale citazione, non può capirlo.

I commenti dei troll fanno deprimere i coniglietti.
Pensaci prima di permettere a un troll di continuare a rompere le palle.

 
Qualche recensione statunitense

Nel corso delle sue farneticazioni sull’inesistenza delle regole, in particolare contro le conseguenze dello Show, Don’t Tell, bebbo se ne è uscito con una frase particolarmente ridicola:

tra l’altro, piccolissima parentesi, ma tu pensi che i veri critici letterari non si spancino dalle risate a vedere ALCUNE delle cose lette qui?

Va bene. Vediamo cosa dicono i veri critici letterari.

Qui abbiamo Frederick Busch che recensisce una biografia, Dickens: Life and Times di Peter Ackroyd, per il Los Angeles Times.

Il desiderio di declamare, insieme al bisogno di ribadire con un commento quello che era stato appena chiaramente mostrato, sfocia in toni che sono più appropriati alle divertenti parodie che Dickens faceva delle pomposità di suo padre: “Così lontano era già giunto il giovane autore”; “Così il mondo reale entra nella narrativa di Dickens”; “Così la sua vita, interiore ed esteriore, continua.” Dov’era l’editor di Ackroyd?

Originale in inglese ▼

Notate che non si tratta di narrativa di genere, ma di una biografia e come nel caso della saggistica storica l’uso del Mostrato è normale che sia molto ridotto. Pochi dettagli precisi e curiosi ottengono nella saggistica effetti straordinari, pur senza entrare mai nel vero Mostrato con Punto di Vista ecc…

Eppure, nonostante questo, il recensore si accannisce proprio sull’eccesso di inutile Raccontato. L’autore prima mostra una vicenda, poi la racconta. Ad esempio mostra l’orrore del giovane Dickens di fronte a una impiccagione e poi, non contento, aggiunge qualche altra frase inutile che invece di rafforzare l’immagine la diluisce.

Il recensore sarà davvero qualificato per affermare ciò che afferma? Si esprime con concetti e toni che sembrano scopiazzare quelli di Gamberetta! Visto che questa recensione serve a rispondere all’affermazione di bebbo, vediamo cosa lui intende per “qualificato”:

Ultimo appunto: il metro per misurare la preparazione di qualcuno in un dato campo al momento nel mondo occidentale non è la lettura di un manuale ma al massimo il possesso di una laurea.

Definizione pittoresca. E curiosa, visto che in editoria non si usano le lauree “nel settore” (Alan Altieri è ingegnere, Sandrone Dazieri cuoco) e gli editor sono autodidatti anche nel mondo anglosassone. Quel “nel mondo occidentale” in realtà mi fa venire in mente il solito piccolo italiano che conosce solo i cinque metri davanti al proprio naso e pensa che siano tutto il mondo esistente.
Comunque, accettiamo la sua definizione solo per questa volta.
Il critico qualificato di narrativa è laureato… in lettere immagino, seguendo il ragionamento di bebbo. Non certo in fisica nucleare o in medicina.

Frederick Busch (1941-2006) è stato Professore Emerito di Lettere presso la Colgate University dal 1966 al 2003, una delle più prestigiose università di arti liberali e classificata tra i trenta centri di eccellenza degli Stati Uniti. È stato un prolifico autore di romanzi e racconti, vincendo anche una discreta quantità di riconoscimenti.
Basta come qualifica per recensire qualcosa o serve anche un Pulitzer o un Nobel? Giusto per sapere.

Colgate University, centro di eccellenza i cui Professori si esprimono con toni e concetti tecnici più simili a quelli di Gamberetta che alle farneticazioni intellettual-impegnate dei WuMing. Forse perché essendo professori in un centro di eccellenza, sanno di cosa stanno parlando…
 

Dato che per bebbo la qualifica a parlare si misura con le lauree e dato che dubito che lui possa vantare un curriculum superiore a quello del professor Frederick Busch, il quale usa concetti tecnici e critica l’uso balordo del Raccontato perfino in una biografia, ne consegue che bebbo ha torto. Ha torto perfino secondo la propria (idiota) concezione dell’autorità.
EPIC FAIL.

Citare le recensioni però è divertente. Continuiamo!
Qui abbiamo Robert Stuart Nathan che critica gli infodump presenti in Games of the Hangman di Victor O’Reilly:

Tra gli altri difetti del romanzo troviamo lunghe spiegazioni irrilevanti; persone ignoranti anche di fatti noti a tutti, come quell’ufficiale di polizia che dice che il ragazzo morto “veniva da un posto chiamato Berna”, solo per avere la cortese risposta di Hugo: “È la capitale della Svizzera”; e personaggi che si scambiano in modo goffo informazioni che già conoscono, per il solo beneficio del lettore, come quando un personaggio chiede: “Conosci la storia dell’originale Alibe?” e Hugo replica: “Ricordamela”.

Originale in inglese ▼

Sempre a tema infodump abbiamo Christopher Lehman-Haupt che maltratta Airframe per il New York Times:

La causa che il gruppo di Casey sospetta sia responsabile per i problemi del Volo 545 è “un’apertura degli slat” senza che il pilota automatico abbia corretto. L’aereo in questione, un N-22, non aveva mai avuto problemi del genere in passato. Nel caso non fosse chiaro quello che significa, a Casey è stato assegnato un assistente ignorante in fatto di aereodinamica, al quale la stessa Casey si rivolge di propria iniziativa, così: “Non ne sai niente di aereodinamica? No? Bene, un aereo vola grazie alla forma delle ali.”
Continua la spiegazione: “Quando un aereo si muove a bassa velocità, durante decollo e atterraggio, le ali necessitano di una maggiore curvatura per garantire la portanza. Così in quelle situazioni viene aumentata la curvatura estendendo delle sezioni lungo il bordo delle ali – flap lungo il bordo posteriore, e slat lungo quello anteriore.” Il problema è: “Quando si aprono gli slat, l’aereo può risultare instabile.” E questo sembra essere accaduto al Volo 545.
Ogni volta che il signor Crichton avvicina le dita alla tastiera, Casey sciorina lezioni simili.

Originale in inglese ▼

Dei recensori che criticano gli infodump. Criticano citando problemi tecnici.
Questo è un messaggio diretto in particolare a due gonzi inetti e boriosi che sparano idiozie sul fatto che criticare in questo modo sia fare “autopsie letterarie”, una moda sciagurata nata con l’odiata Gamberetta e che nessun critico serio seguirebbe mai. Soprattutto perché, a detta di questi due geniacci, l’infodump non è un errore, anzi, può essere proprio bello! Un po’ di infodump qua e là è bello, fantastico, necessario.
Proprio. Ci sono molte idee bislacche che possono trovare una minima giustificazione nei manuali, ma questa non è una di loro: l’infodump è per definizione pura e semplice merda. Questo fatto è accettato in modo univoco da un secolo di autori, critici e manuali. Non c’è nemmeno quel barlume di dibattito che si trova attorno al modo in cui Raccontato e Mostrato si debbano dosare. Perfino in Italia, nei pochi manuali prodotti, appare il concetto di infodump come schifezza da evitare. Perfino in Italia.

Intercetto la possibile obiezione da minus habens che potrebbe venire sollevata: “il recensore che fa queste autopsie narrative sarà uno dei quei giornalisti frustrati alle prime armi che pensano di farsi un nome gettando fango sui poveracci!”.
Spiacente, non è così. Christopher Lehman-Haupt è un critico letterario che ha lavorato per il prestigioso The New York Times Book Review fin dal 1965, scrivendo 4.000 tra recensioni e articoli tra il 1965 e il 2000. The New York Times Book Review, allegato settimanale di critica libraria attivo dal 1896, non il primo giornaletto che capita. Christopher Lehman-Haupt ha coperto anche posizioni di rilievo come direttore della sezione che si occupa dei coccodrilli (i necrologi scritti in anticipo) del New York Times. Serve sottolineare che è direttore editoriale della Delphinium Books, casa editrice specializzata in narrativa? Lo sottolineo lo stesso. E, tra parentesi, Crichton non è esattamente un poveraccio da affossare. Anche perché adesso è già nella fossa.

Quando uno di questi soggetti dice che in Italia nessuno è disposto a pagare per un editing e che se lui si propone di farne gli offrono come pagamento una cena in pizzeria, io non mi scandalizzo: con una simile ignoranza su cosa sia la scrittura e su come funzioni il mondo della narrativa fuori dalla propria piccola cloaca italica, il prezzo di una pizza è maggiore del valore dell’editing che può offrire. Una fetta di pizza al trancio, senza bibita, mi pare più equo. Pagata da lui all’autore, però!

Il lavoro di editing di certi caproni disinformati non vale nemmeno il prezzo di una pizza surgelata, figurarsi di questa!
 

Qui abbiamo Patrick McGrath che recensisce The Witching Hour di Anne Rice per il New York Times:

Nonostante l’incessante energia narrativa, nonostante le continue invenzioni, il libro è logorroico, cresciuto a dimensioni elefantiache. [...] Il problema è il continuo ripetere gli stessi fatti; gli stessi episodi sono raccontati diverse volte, con sempre maggiori dettagli a ogni ripetizione. Inoltre, i personaggi principali hanno l’abitudine di rigurgitare quello che hanno scoperto, anche se il lettore era con loro mentre facevano le scoperte.

Originale in inglese ▼

Almeno lui sarà un invidiosone che scarica la rabbia contro gli autori perché nessuno lo pubblica?
Non direi. Patrick McGrath ha vinto nel 2001 il Premio Flaiano, riconoscimento italiano internazionale vinto in passato da autori come Tom Clancy, Andrea Camilleri, Mario Rigoni Stern, Paulo Coelho e Daniel Pennac.
È sufficiente per non essere soltanto un invidiosone che nessuno pubblica?

Qualche anno fa, una recensione del New York Times sottolineò la qualità della caratterizzazione dei personaggi in un giallo appena uscito, e per dimostrare tale affermazione veniva citato un brevissimo passaggio. Si trattava di un piccolo gesto, ma che diceva di più a proposito del personaggio che non lunghe descrizioni o spiegazioni. Il gesto era: “Si soffiò il naso con il lenzuolo.”

Originale in inglese ▼

Romanzi di cui si parla bene lodandoli per aspetti tecnici!
In Italia quando arriveremo ad avere recensioni in cui sia normale lodare un autore per l’uso sapiente di un piccolo gesto in mezzo a un dialogo? I cosiddetti “beat”, in inglese, equivalenti agli “stage business” di cinema e teatro di cui Humphrey Bogart è considerato un esperto da prendere a esempio anche per la narrativa. A parte le recensioni di Gamberetta, dove è ritenuto normale in Italia valutare la narrativa di genere (si è parlato di gialli e dei romanzi di Anne Rice) con criteri oggettivi e tecnici invece che con pipponi socio-economici e psicologia da due soldi perché il recensore vuole far credere di essere un intellettuale? ▼

Io non ho mai visto un posto in cui lo fosse.
La pietra di paragone per le recensioni fantasy, prima di Gamberi Fantasy, era FM. Come paragonare un grattacielo a una capanna di fango e merda…

E qui Carolyn See recensisce The Real World di Tim Paulson:

Questo è un elogio della noia e della scarsa attenzione ai dettagli. [...] Che importa se a pagina 117 la sorella di Tom “calca” il suo accento del Sud e a pagina 119 Mac Stuart “calca” il suo di accento del Sud? Che importa se a pagina 134, dopo che Tom e Julie si trasferiscono a Brooklyn, “i loro veri amici ebbero il coraggio di affrontare tre trasbordi tra le linee della metropolitana” e a pagina 335 Tom sottolinea: “Abbiamo scoperto chi sono i nostri veri amici quando ci sono venuti a trovare”? Questo è il mondo reale, santo cielo! E chi è che aveva detto che nel mondo reale c’è qualcosa in più rispetto al tedio, alla routine, alla noia?

Originale in inglese ▼

Carolyn See, autrice di 14 libri e recensore presso The Wahington Post, è stata membro del consiglio del National Book Critics Circle e ha vinto il Guggenheim Fellowship, riconoscimento a chi “ha dimostrato eccezionali abilità creative nelle arti” che risale al 1925. Sarà sufficientemente qualificata per poter valutare fare l’autopsia letteraria di un romanzo?

E fin qui abbiamo visto le recensioni.
Recensioni scritte da un Professore Emerito in Lettere di una delle più prestigiose università statunitensi, di un autore premiato con riconoscimenti internazionali o di un’autrice che è stata pure nel consiglio dell’associazione nazionale dei Critici. Recensioni sempre basate su criteri di scrittura oggettivi insegnati dai manuali da… un paio di millenni. Magari bebbo e soci negli ultimi duemilia anni non hanno badato ai fatti del mondo e se li sono persi. Capita. Agli idioti.
I veri recensori, i veri critici, i veri Professori Emeriti di Lettere, usano criteri oggettivi e universalmente accettati per dare valore e sostenere le proprie argomentazioni a favore o contro un certo libro. Questo è un dato di fatto.

Ma cosa succede tra gli editor professionisti?
Quelli sono recensori, critici professionisti, vediamo come si esprime invece un editor. Una persona che con le sue osservazioni cerca di migliorare la qualità dei testi.
Facile controllare. Lasciando da parte Self Editing for Fiction Writers e passando a Editing Fact and Fiction, che è proprio un manuale pensato per insegnare il mestiere ai giovani editor alle prime armi e agli aspiranti professionisti (che, come spiegano i due autori, sono autodidatti all’estero proprio come da noi, non hanno corsi di formazione… solo che lì studiano sul serio per conto proprio e studiare fa la differenza), troviamo nelle prime pagine:

‘Il Generale emise un suono udibile’
Ho letto questa frase in un recente bestseller e ha fatto ribollire il mio sangue di editor. Avrei voluto gridare: avanti, prova a emettere un suono inudibile, dannazione! Dov’era l’editor di questo romanzo? Il copyeditor? Il correttore di bozze?

Originale in inglese ▼

Chi è tanto pervaso dalla furia, arrivando (lo spiega dopo) ad aver consigliato a tutti quelli che conosceva di NON comprare quella schifezza di bestseller? Chi può esserci dietro un simile rancore? Sicuramente un giovane editor saccente e invidioso che nasconde la propria inesperienza dietro l’aggressività, giusto? Sembra di leggere Gamberetta: è puro “gambero-pensiero” (citando la definizione dei gonzi).

Risposta:
Richard Marek, professionista nell’editoria per oltre trent’anni. È stato editor alla Macmillan, senior editor presso World, redattore capo al The Dial Press (la lista proseguirebbe a lungo, ma la taglio) e ha anche una propria compagnia, la Marek & Charles, specializzata in servizi editoriali, incluso design e produzione.
Tra i molti autori di cui è stato editor: James Baldwin, Robert Ludlum e Thomas Harris.

La prossima volta che vi verrà voglia di criticare il “gambero-pensiero”, come lo chiamate, fatevi un favore e andate davanti a uno specchio: avrete l’onore di ammirare dal vivo una colossale testa di cazzo ignorante. ^_^

 

Pour le Mérite

Scritto da il 25 giu 2011 | Categorie: For The Lulz, Troll & Flame, Vita del Duca

NOTA – ARTICOLO SOLO “4 TEH LULZ”
Non prendetetelo sul serio. Quello serio sull’argomento è di martedì.

Oggi voglio raccontarvi un cosa curiosa accaduta giovedì.
Come ricorderete, martedì mi ero deciso a dire qualcosa su quella coglionata di vicenda di un certo autore di horror per bambocci, gonfiata a livello ridicolo dalla cricca simil-massonica degli “amichetti che si aiutano” per usarla come pretesto per perseguitare i loro oppositori (ovvero chiunque difenda i diritti dei lettori contro gli interessi dei truffatori dell’editoria), con tanto di articolo su Affari Italiani.

Alberello mi contattò per chiedermi di usare quel filmato bizzarro che mi aveva detto di tenere da parte per un momento WTF autentico. Gli risposi che ok, potevo metterlo, con magari una riga di commento sulla vicenda (da cui mi ero tenuto fuori, pur seguendola attentamente fin dall’inizio), ma che non mi andava di immischiarmi più che tanto.
Solo che c’era un problema. Se mi si chiede di tirare un barchetta in secca, io non mi metto ad aiutare a tirarla per una cima o chissà che altro, perché francamente non capisco un cazzo di navi. Mentre Alberello stava con la fune in mano, io sono andato alla fortezza e ho tirato la barca in secca a modo mio: con tutta la fottuta artiglieria costiera disponibile, fino a farla scagliare sulla spiaggia dalle onde.

E infatti il mio articolo divenne una carica furiosa nel fianco dello schieramento nemico. L’articolo di una certa giornalista famosa per la sua disonestà intellettuale, passò dall’avere pochi commenti a venire così sommerso da commenti contro l’autrice per la sua malafede e le sue menzogne da costringerla a moderarli. E anche quelli fatti passare dopo non sono tutti a suo favore, anzi: la censura attuata, le sue affermazioni, l’intera vicenda vengono criticate da alcuni commentatori. In pratica tutto l’appoggio che aveva voluto dare alla causa dell’amiketto si era azzerato e la sua scelta demenziale di chiedermi di cancellare quanto avevo scritto contro di lei (è una benedizione avere dei nemici diversamente furbi, non credete?), richiesta che mi aspettavo conoscendo il soggetto, aveva trasformato il tutto in un boomerang. Già il giorno dopo, nemmeno 20 ore dopo la pubblicazione, la vittoria era ormai assicurata.

Senza contare che, ovviamente, venne travolto anche l’autore horror per bambocci e la sua lecchina numero uno, che mi piace chiamare col nome che si è guadagnata in due anni di attività vittimistico-lecchina: Serpe. Contro la Serpe si è espresso ieri anche Alessandro Forlani, in conclusione di un articolo di argomento più ampio (che ho commentato via mail):

Esempio: io ho contribuito più volte a discussioni sul blog di LM, ma lei sul mio non ha mai scritto una sillaba, ammanco un saluto. Alle mail risponde, solo a patto che l’oggetto sia: “quant’è bello E, quant’è profondo S”: in tal caso trova anche il tempo di leggere papiri di adolescenti. Oppure che l’interlocutore presenti come credenziali una buona posizione sul mercato editoriale (io sono solo un professorino di sceneggiatura, figurati); o la insulti (confermando così la vocazione al martirio). Insomma la celebre battuta: “ma ora basta parla di me, dimmi un po’ di te: cosa pensi di me?”.

Torniamo alla cosa divertente.
Il giorno dopo la vicenda, quando ormai era chiaro che i tre avversari erano stati mandati in rotta, ho trovato un pacchetto nella cassetta della posta. Dentro c’era una medaglia Pour le Mérite, la più alta onorificenza della Germania Imperiale, con tanto di foglie di quercia e spade. Ok, in realtà l’avevo ordinata io la replica della Pour le Mérite, ma era in ritardo di oltre dieci giorni sulla data di arrivo ed è arrivata, caso strano, proprio quel giorno.
E considerate un altro fatto curioso: la Pour le Mérite può avere le foglie di quercia (per intendere una doppia onorificenza ricevuta), ma a quanto ne so non ha mai le spade (possibili con le croci di cavaliere, invece). I conti, in questa bizzarra coincidenza, tornano: Pour le Mérite (giornalista), con foglie di quercia (autore horror per bambocci) e spade (la Serpe).


Mi sento un po’ come Hindenburg dopo le vittorie di Tannenberg e dei laghi Masuri, quando distrusse le armate di Samsonov e Rennenkampf solo grazie ai piani di Hoffman: Hindenburg divenne l’eroe salvatore della patria e Hoffman tutt’ora non lo conosce nessuno, a parte i più infervorati appassionati di storia. Venire sommerso di commenti positivi e mail di ringraziamenti per il contributo “fondamentale” della mia auctoritas nel distruggere la credibilità di quella gentaglia, quando in realtà tutto il lavoro vero lo avevano fatto per giorni quelli di Massacri Fantasy, mi ha fatto proprio venire in mente quell’episodio.
E il fatto che i tre Kaiser tedeschi, dall’alto dei cieli, abbiano fatto ritardare così tanto una consegna postale per premiarmi nel giorno giusto con una medaglia che non veniva più assegnata a nessuno dal 1918, conferma la sensazione. Dopo 93 anni la Pour le Mérite viene di nuovo assegnata, addirittura con ordine dall’Oltretomba (Steampunk Fantasy!) e versione speciale con spade, al Duca di Baionette, fervente monarchico e difensore dei lettori.

Ah, giusto, mi sono dimenticato di dire come mai ritengo di aver sconfitto anche l’autore di horror per bambocci. Semplice. Appena pubblicai il post lui lo condivise, inserendo i nomi di tutti i possibili interessati nella descrizione, su Facebook. Invece della solita tonnellata di commenti di amichetti che danno pacche sulle spalle e si uniscono allo sdegno, ricevette l’appoggio solo di pochi amichetti (e una era l’editor del suo romanzaccio). Come lo so, visto che non siamo amichetti su FB da quando l’ho mandato affanculo oltre un anno fa e il suo profilo è privato? Beh, considerando che tanti suoi “cari amici” non hanno commentato contro di me, non mi pare difficile intuirlo… ^__^
Chissà che rabbia…

Un consiglio dal cuore, per la giornalista disonesta e per lo scrittore horror per bambocci, i due che peggio hanno subito la sconfitta: l’unico modo per preservare l’onore, a Tannenberg, per il generale Samsonov fu di spararsi in testa. Potete scegliere l’onore oppure trascinare una vita che è solo degrado: so già che sceglierete la vita.
^___^

 

Qualcosa su cui riflettere

Scritto da il 21 giu 2011 | Categorie: Bizzarro, For The Lulz, Riflessioni, Troll & Flame

Questo:

Perché il resto in questi giorni era più retard di questo video che, comunque, sintetizza benissimo la vicenda in versione simbolico-fantastica. Riflettete su quel video, il resto è roba da vomito istantaneo.

Ecco uno dei commenti più intelligenti sulla vomitevole vicenda (dopo vi do un link), preso da un sito che ha avuto il buon gusto di tenersi fuori dall’ennesima polemica da mentecatti italioti. Quello al centro:

Con mio massimo stupore, Tapiro negli ultimi due anni deve aver speso tutte le paghette per comprarsi un cervello. Ormai scrive quasi solo commenti intelligenti. Incredibile. Ho il sense of wonder surriscaldato, con il lampeggiante acceso e la sirena.
Nonostante Tapiro abbia ragione (di nuovo fumo dalle orecchie, non riesco ad abituarmi), voglio comunque dire qualcosa.

Per chi è interessato alla vicenda di cui si parla, basta leggere QUI e seguire i link forniti. Segnalo questo forum perché è l’unico posto in cui non si è provveduto a inventare menzogne su menzogne allo scopo di costruire un “nemico comune” da abbattere per salvare i “boveri sgriddori indifezi”.
Negli altri trogoli italioti c’è un bel pogrom vecchia maniera, costruito ad arte per non pensare ai problemi veri: tipo che abbiamo autori mentecatti che vanno avanti a leccate di culo e case editrici che insultano i lettori. Meglio prendersela con chi si lamenta, meglio ancora se sfruttando un pretesto (casus belli) che c’entra ben poco con il pogrom successivo.

Massacri Fantasy è infatti l’unico posto dove è possibile reperire citazioni puntuali sulla vicenda per poter vedere i fatti al di là della propaganda delirante messa in atto dal carrozzone della cricca del Fantasy Italiota. Carrozzone di ispirazione massonica, direi, visto il compito di aiutarsi spontaneamente l’un l’altro, in base al potere dei rispettivi ruoli, solo in virtù della comune appartenenza alla cricca… peccato che la Massoneria sia intellettualmente otto chilometri sopra di loro e non giochi così sporco nemmeno in Calabria (e cazzo se in Calabria sono ovunque!).

E perfino questi sono un po’ meglio di quelli là…
(per chi vuole iscriversi alla cricca: leccate, leccate chiunque, non criticate mai nessuno a meno che la cricca non approvi e, ma è opzionale, pubblicate un romanzo di merda con qualche amico-di-amici)

[Parte centrale cancellata secondo richiesta: leggete i commenti per ulteriori -vaghi- chiarimenti]

La vicenda in sé non mi interessa: solita roba di Attention Whore, Exit Strategy[Nota] e ritardo mentale all’italiana medio. Niente di nuovo. Invece mi interessa molto l’abuso sistematico dell’auctoritas da parte di chi ne ha un po’, senza alcun rispetto verso la fiducia dei lettori. Mi viene da vomitare.

Chiudo questa parentesi [CENSURA] con una frase del barone Arthur Ponsonby, pacifista e politico, autore di Falsehood in Wartime – Propaganda Lies of the First World War (1928):

Quando si dichiara una guerra la prima vittima è la verità

E ora qualcosa su cui varrebbe la pena riflettere davvero, a parte il video.
Frasi intelligenti che secondo me colgono il vero problema: quello di mentire per plagiare il pubblico, basandosi sulla fiducia che questi NON si informerà -ovvero non pretenderà fatti e citazioni puntuali dall’Untore di turno- prima di unirsi all’attacco abilmente direzionato.

Non so se mi faccia più tristezza o più ridere, a dirla tutta, perché dopo che ci viene contestata la forma di quello che diciamo, dopo che ci viene detto che siamo maleducati, che rifiutiamo il dialogo, che siamo delle specie di nazisti informatizzati, non mi pare che quel tipo di comportamento sia molto diverso dalle definizioni (erronee, a mio parere, ma si può dire che sono di parte) che vengono date di noi.

(LuciferLight)

“giocate con la vita delle persone”, “siete i mandanti morali”, neanche stessimo parlando di un attentato mafioso. Qui c’è stato solo un ragazzino che si è spacciato per un’altra persona (reato), senza però mettere in alcun guaio legale GL.
La vicenda mi ricorda il souvenir tirato in faccia al Berlusca. Il giorno dopo tutto il pdl a strepitare “è una campagna d’odio” “Di Pietro mandante morale”!

Un cerino che ha innescato un’esplosione nucleare.

(Zweilawyer)

La parola “denuncia” (e non querela, che son due cose diverse) l’ho tirata fuori io, e la ritirerei fuori comunque. Siamo stati vittime di reati penali, reati gravi quali la calunnia e la diffamazione, non vedo perché la Manni può (giustamente, non mi stancherò mai di ripeterlo) denunciare qualcuno che compie un reato penale nei suoi confronti, mentre noi non possiamo. Seriamente, mi sfugge la logica in questo. E visto come la Manni stessa ha volutamente fuorviato le nostre parole sul suo blog, mentendo sul fatto che noi volessimo denunciare LEI, non credo si possa dire che abbia tenuto un comportamento corretto nel suo blog.

(Hika)

CITAZIONE (The Princess @ 21/6/2011, 10:47)
A me pare che l’intera discussione parta da presupposti errati: praticamente ogni singola risposta che mi è stata data non tiene conto di quello che ho detto o che si è detto in questa discussione, si prende quel che fa comodo e si ignora bellamente il resto. E se l’interlocutore non ti sta a sentire è inutile anche intervenire, IMO.

Motivo per cui non ho intenzione di continuare a leggere sul blog della Lipperini (ma che cazz…?), né di calcolare di striscio le risposte sul manniblog a parte quelle di persone che dimostrano di leggere quel cazzo che scrivo, che poi siano d’accordo o meno non mi interessa (anzi, se non sono d’accordo è più interessante u.ù), ma almeno parlare la stessa lingua lo pretendo.

(LuciferLight)

Mica siamo andati a sbandierare falsità clamorose e autoevidenti per rinfocolare un altro po’ falsità e disinformazione nel web.
Detto chieramente: pochi hanno il tempo e la voglia di leggersi le lunghe discussioni qui e il flammone sul blog della Manni. E’ normale che, se il blogger/giornalista di cui si fidano dice che noi abbiamo denunciato la Manni di querela, la maggior parte dei lettori ci creda.
Ora esprimerò una mia opinione personale e altamente politically uncorrect: questo genere di scribacchini mi fanno schifo, perché nutrono ignoranza e menzogna.
Forse noi saremo delle anime brutte e aggressive, ma per lo meno su questo forum non si raccontano falsità, e se qualcuno fa una sparata non verificabile viene prontamente richiamato.
Trovo anche estremamente deludente che persone come la Manni, invece di difendere la verità (e Lara SA che nessuno ha enunciato LEI di nessuna denuncia) preferiscono tenere profilo basso. Non amano le risse? Se l’etica del non amare le risse è lasciare che le calunnie e la disinformazione si diffondano, allora preferisco la mia immorale mancanza di regole.

(Tenger)

Tutti commenti tratti, caso strano, dall’unico posto in cui la cricca simil-massonica non sta spargendo falsità e diffamazione. Perché lì vengono costretti a argomentare con citazioni puntuali e fonti quello che dicono. Quando uno mente sapendo di mentire, come può argomentare?

[Parte cancellata secondo richiesta]

E ora quello che considero il commento più importante di tutti, quello che mostra la vera differenza tra gli autori del Fantasy Italiota e quel magico mondo delle leggende detto l’Estero.

QUI il blog di Patrick Rothfuss, scrittore statunitense di fantasy, che ha avuto un gran successo da esordiente qualche anno fa. È irrispettoso, ha presentato il suo secondo libro con tipo due anni di ritardo, non si preoccupa di essere politically correct, è spiritoso, divertente, autoironico, non si atteggia a qualcuno che non è, non si mette in mostra, non si sforza di tirar fuori per forza post “intelligenti” … e ha un pubblico di fedelissimi a cui io mi sono aggiunta per simpatia, non avendo trovato il suo primo libro un capolavoro, anche se decisamente ben fatto. se lui non fosse il personaggio che è, forse il seguito non lo avrei atteso e acquistato subito.
magari gli autori – esordienti e non – di casa nostra potrebbero aprire la finestra e imparare qualcosa.
non è andando avanti per ore e giorni a fare crociate dallo scopo nebuloso o gesti estremi atteggiandosi a vittime della società, che acquisti importanza

(wasmehr)

Lo prendo per vero dato quello che so sull’autore, ma nel caso Rothfuss non fosse così ci sono molti altri esempi validi (Jeff VanderMeer ecc…) di normali autori stranieri che sono completamente diversi dagli pseudo-intellettualoidi ignoranti affetti da vittimismo italiani. Gente che parla davvero di fantastico e si diverte a farlo, coinvolgendo il pubblico nel piacere di immaginare.

Commentate sulla vicenda SOLO se si vi siete informati sulla vicenda.
Il che obbliga a NON poter mentire, visto che i fatti sono disponibili sotto gli occhi di tutti.
Se volete mentire sapendo di mentire, calci nel culo.
Io non sono un giornalista, non mi piace sguazzare nella merda dei maiali. ^_^

 


Nota sulla Exit Strategy:
Abbiamo un tizio famoso per inventarsi le cose (si vedano le menzogne contro Knigth, smontate dallo stesso diffamato citando i fatti reali verificabili da tutti -internet non dimentica-) e tutta la vicenda si basa sul credergli SULLA FIDUCIA che il ragazzino che si è finto Lara sia davvero un ragazzino (di 14 anni, per l’esattezza) e non un fake creato ad hoc?

Vicenda avvenuta casualmente proprio quando questo tizio diceva di voler lasciare il web e gli serviva solo un pretesto per farlo facendo pure bella figura coi suoi fan -Attention Whore: farsi compatire è il primo obbiettivo-, con un modello di vicenda che ricalca alla perfezione mille altri casus belli farlocchi del passato (es: quello della Guerra Franco-Prussiana del 1870, quasi identico)? Davvero dobbiamo credergli così, sulla fiducia? E poi magari crediamo anche a Bush junior e alle Armi di Distruzione di Massa in Iraq, giusto?

Se la cosa è successa davvero, potrebbe essere l’unica cosa vera in un universo di menzogne che il tale soggetto produceva da ANNI, fiducioso che le smentite degli interessati sarebbe state dimenticate dal suo pubblicobue (e lui lo sapeva e se ne approfittava, insultando così l’intelligenza dei suoi fan, perlomeno dei pochi in grado di accorgersene e abbandonarlo disgustati). Ma mi pare idiota fidarsi alla cieca di qualcuno che è stato sputtanato ripetutamente, anche ieri, per la sua abitudine a falsificare la verità (e che tentò un annetto fa una exit strategy simile, cercando lo scontro apposta con Sosio e FantasyMagazine in modo da poter fare lo scandalizzato e scappar via dal brutto web kattivo, ovviamente spalleggiato dalla Lipperini che venne redarguita per la carenza di etica giornalistica da Sosio).

E nel caso sia successo davvero, ovviamente la cosa mi fa schifo. Usare il nick/nome di altri in chiari contesti che favoriscono lo scambio di identità, come quello, è una porcata. Non solo per il reato in sé, ma perché così si mischiano le carte, si rende difficile capire chi ha detto cosa. Quando leggo, in qualsiasi posto sia, un tizio che dice STRONZATE, voglio la certezza che le abbia dette lui davvero. Non voglio dover dubitare che sia un fake perché poi mi confondete tutto lo schedario in stile KGB che tengo su ogni singolo mentecatto che ho incrociato (e poi mi costringete a tirar il collo ai miei uccellini quando sbagliano). No, effettivamente non è molto credibile la cosa del KGB: però faceva figo e se siete così coglioni da crederci fa ancora più figo perché mi sento come Varys (ovvero grasso e castrato, lol).
Torna su.

 

Disinformati e contenti: FM sullo Steampunk

Scritto da il 29 ott 2010 | Categorie: Steampunk, Storia, Troll & Flame

IMPORTANTE!
Se volete una selezione di romanzi Steampunk e una guida introduttiva su cosa è (e non è) lo Steampunk, per farvi delle idee chiare in 10 minuti su questo genere evitando le cialtronate dei mentecatti di FantasyMagazine, leggete la Breve Introduzione allo Steampunk.

La qualità di FantasyMagazine è sempre stata bassa, ma da un po’ di tempo è diventata imbarazzante. E non mi sto riferendo al forum, che da quanto ricordo è sempre stato un covo per la cricca di subumani con la sindrome della Kapò (lollosa la guerra intestina di un anno fa, tra Merdina e Merdalupo Marina e Metalupo), ma solo al portale. Il forum da un paio di anni è leggermente migliorato, visto che il pubblico (che i capi di FM vorrebbe formato solo da scemi belanti da plagiare) in piccola parte si è svegliato e ha iniziato a valutare i libri con criteri sensati, appoggiandosi a quanto appreso da Gamberetta. Rimane comunque un trogolo di infamia.

Se anni fa, con una certa generosità, la si poteva considerare meglio che niente come punto di riferimento per gli appassionati del fantastico italiani, ormai è impossibile attribuirgli onestamente quel ruolo: FM è un portale di pseudo-recensioni a qualità zero, comunicati stampa (tra il truffaldino e il demenziale) degli editori, abbondanti leccate di culo (che tra due soggetti ormai noti sconfinano nel pompino fisico virtuale vero e proprio), segnalazione scopiazzate da siti in inglese e Disinformazione con la Grande D, quella becera che entra nel cervello e lo tramuta un orsetti gommosi al gusto di cacca.
Da FantasyMagazine a FantasyMestizia, sempre FM rimane.

FantasyMestizia vi porta ogni giorno il FAIL. Gratis!

Come mai ho deciso di prendermela di nuovo con FantasyMestizia, dopo così tanto tempo dalle ultime frecciate? Un coniglietto mi ha sussurrato di leggere con attenzione l’Approfondimento dedicato allo Steampunk, che io avevo messo da parte senza leggere. Data la modesta dimensione immaginavo che fosse una blanda introduzione al genere e credevo che scrivere grosse cazzate (quelle piccole le sopporto) in un simile articolo sarebbe stato impossibile. Mi sbagliavo. Moltissimo.

L’articolo di Cristina Donati è stato un’epifania dell’Ignoranza, un viaggio mistico nella Disinformazione, la consapevolezza ontologica del Retard: un’esperienza sensoriale paragonabile a un orgasmo senza emissione e senza piacere con un negro che mi conficca chiodi sotto le ascelle. Cristina Donati (alias Kinzica) mi ha insegnato che quel minimo di fiducia che riponevo nel genere umano, perlomeno nella sua capacità di scopiazzare informazioni senza annodarsi gli indici, era del tutto mal riposta. Grazie Kinzica: ora la vita fa un po’ più schifo.

C’è almeno un errore in ogni paragrafo di quella Cosa Immonda. Se fosse un parto fisico e non creativo, sarebbe un aborto ritardato impegnato a trascinarsi a forza di braccini deformi, con le ruote posteriori che slittano sulla bava che cola copiosa mentre lancia lamentosi richiami alla madre: “Mama Ghinziga! Mama Ghinziga! Bacino!

Curioso notare che gli approfondimenti dovrebbero essere gli articoli di punta del sito, quelli importanti che durano nel tempo, mentre qui ci troviamo di fronte a una mediocre articoletto da blog scopiazza-wikipedia, farcito di parole a caso e cazzate. Ma ormai questo è il livello di FantasyMestizia. I bei tempi in cui Delos produceva Speciali sullo Steampunk come questo, molto più serio e molto più corretto, sono ormai passati. Considerate che l’articolo su Delos 39 è stato pubblicato nel settembre del 1998, quando le fonti sullo Steampunk erano molto più scarse (erano molto scarse anche nel 2001, quando ho iniziato a interessarmi io allo Steampunk e internet era già molto più viva e ampia): nel suo piccolo è un lavoro di tutto rispetto!

 
Qualche dettaglio sul figlio deforme.
Riporterò alcuni degli errori, abbondantissimi, presenti nell’articolo. Come già detto avrei sorvolato senza fiatare su poche imprecisioni, ma qui siamo al puro mongolismo che cola, condito con parole a vanvera per dare una patina culturale all’ignoranza abissale dell’autrice di questo crimine contro l’intelligenza. Queste defecazioni pubbliche non si possono sopportate, non su un sito di tale (immeritata) importanza.

Il primo a usare il termine è stato K.W.Jeter per il suo romanzo Morlock Nights, uno dei seguiti apocrifi a The Time Machine di H.G. Wells.

Penso che una fantasy vittoriana sarà la prossima grande cosa, se siamo in grado di trovare un termine collettivo per [Timothy T.] Powers, [James P.] Blaylock e me stesso. Qualcosa basato sulla tecnologia appropriata dell’epoca; come “steampunk”, forse.” [Locus Magazine— 1979]

Cominciamo bene, fin dal primo paragrafo.
Jeter non ha usato steampunk per riferirsi al suo romanzo, ma per riferirsi a sé e ai suoi due amichetti da tempo intenti a scrivere “gonzo-historical fiction” (ovvero puttanate con ambientazione storica), infatti il termine usato da Jeter è “steampunks” (plurale). Sono quasi sicuro che Jeter, nella sua testa, intendesse anche Steampunk come genere, ma la citazione è chiara: lì sta parlando di persone. Kinzica, dato che poi ha anche riportato una pessima traduzione, avrebbe potuto capirlo da sola. Forse pretendo troppo da chi, come vedremo, nemmeno sa copiare le date.
Leggendo la lettera originale la questione diventa molto più chiara:

Dear Locus,
Enclosed is a copy of my 1979 novel Morlock Night; I’d appreciate your being so good as to route it Faren Miller, as it’s a prime piece of evidence in the great debate as to who in “the Powers/Blaylock/Jeter fantasy triumvirate” was writing in the “gonzo-historical manner” first. Though of course, I did find her review in the March Locus to be quite flattering.

Personally, I think Victorian fantasies are going to be the next big thing, as long as we can come up with a fitting collective term for Powers, Blaylock and myself. Something based on the appropriate technology of the era; like “steampunks”, perhaps…
—K.W. Jeter

Steampunk è passato poi a indicare una corrente, una subcultura e un sottogenere di narrativa fantascientifica/fantasy, ma quando lo ha usato Jeter indicava le tre persone intente a scrivere minchiate science-fantasy d’ambientazione storica invece che futuristica. Una gioco di parole a partire da Cyberpunk, come ho già spiegato più volte in passato: a loro (Gibson, Sterling ecc…) il vicino futuro cyber e agli altri (Jeter, Blaylock, Powers) il vicino passato steam. Proseguire nella spiegazione delle origini dello Steampunk, precedente le opere di Jeter (Moorcock ad esempio), va oltre gli intenti del presente post e rimando al futuro articolone sullo Steampunk.

Ah, giusto, dimenticavo la minchiata più evitabile.
Kinzica cara, almeno ricopiare le date dovrebbe essere possibile pur con le tue limitatissime capacità: la lettera è apparsa su Locus dell’aprile 1987, non nel 1979. Nel 1979 c’era solo Morlock Night, non le opere di Powers e Blaylock (The Anubis Gates è del 1983 e Homunculus è del 1986). Non viene proprio in mente a nessuno di controllare di nuovo la data quando è EVIDENTE che si sta scrivendo una cazzata? Su FM pare di no.

Con La macchina della realtà di Sterling e William Gibson, il termine steampunk viene ufficializzato e il genere prende corpo nella consapevolezza dei lettori.

Altro esempio di mongolismo e ignoranza della storia del genere. Il termine non venne ufficializzato manco per il cazzo, qualsiasi cosa voglia dire (dove si ufficializzano i termini? Ci sono dei moduli e un ufficio nel Comune?). La fama di Gibson e Sterling aiutò a dare visibilità allo steampunk e a renderlo popolare come Fantascienza Retrofuturistica (e non solo come cazzatona science-fantasy) nonostante Gibson stesso non fosse interessato al genere in sé e detestasse le etichette.

“You know, that’s another case of someone applying a term to my writing… it happened with ‘cyberpunk’ too, I never called my work ‘cyberpunk’, and ‘steampunk’ isn’t a term I would have applied to my writing either”
(Gibson riportato a memoria da Sinjun)

Tra aiutare a diffondere a malincuore un’etichetta e “ufficializzare”, mi pare ci sia una certa differenza. Opere come il gioco Space: 1889 del 1988 e un discreto interesse per lo Steampunk (con questo nome) vi erano già prima di The Difference Engine, pubblicato nel 1990. Quel (brutto) romanzo rese solo più popolare il termine. Non c’era e non c’è mai nulla da ufficializzare: lasciamo le fantasie burocratiche ai ritardati che non sanno pensare in termini di diffusione dal basso (il vero segreto del successo dello Steampunk come subcultura/corrente negli ultimi anni). La cosa più vicina a una ufficializzazione nel senso ritardato-burocratico che certa gente ha in mente, è l’ingresso dello Steampunk nell’Oxford English Dictionary al fianco di vuvuzela e hikikomori. Un’ottima compagnia.

Proseguiamo con le cazzate presenti nell’articolo:

Lo steampunk è un’ucronia ambientata nel XIX secolo, ovvero un’età vittoriana con macchinari portentosi frutto non della tecnologia elettronica o – peggio che mai — digitale, ma della forza vapore.

A parte il fatto che lo steampunk non è necessariamente Storia Alternativa nel XIX secolo, errorino che possiamo considerare secondario in un articolo completamente privo di profondità e rivolto a un pubblico del tutto a digiuno sull’ABC, qui ci troviamo di fronte a un problema molto più grave: il fallimento del sistema scolastico italiano.

Avrei tollerato qualcuno che dice digitale per intendere elettronico (è una pessima abitudine, ma la capisco), costruendo così una contrapposizione tra elettronica digitale e meccanica, ma non è questo il caso: qui elettronica e digitale sono divisi (il che va benissimo), mettendo in mostra l’aberrante ignoranza di Kinzica.
La Macchina Analitica di Babbage, il calcolatore meccanico messo in funzione da motori a vapore, è una macchina digitale in quanto lavora su sequenze di numeri prese da un insieme di valori discreti (ovvero un insieme di numeri ben definito e circoscritto). Una macchina analogica invece non lavora su numeri in sé, ma su variazioni continue di stati fisici, come nel caso dei calcolatori analogici per il tiro dei cannoni navali. Le macchine analogiche si possono usare per simulare valori numerici nel caso di compiti specifici (tot giri della manopola tal dei tali se vogliamo indicare la velocità X del bersaglio ecc…), ma di per sé non manipolano numeri.

Una piccola parte del “mulino” (la CPU) della Macchina Analitica.

Cosa significhi “digitale” non è una questione che riguarda l’ambito della narrativa, ma le conoscenze di base che qualsiasi persona che ha concluso la scuola superiore dovrebbe (si spera) avere. Non sapere perlomeno a grandi linee cosa significhi digitale è una vergogna per un laureato, fosse anche solo un laureato in lettere (chi vuole occuparsi di cultura non può essere un illetterato su questioni che riguardano la vita di tutti i giorni da più di mezzo secolo) ed è, non sto scherzando, da cancellazione immediata di una eventuale laurea in ambito scientifico. Se dovessi intuire il titolo di studio dell’autrice dell’articolo dai suggerimenti presenti nell’articolo, direi medie inferiori (ma siamo in itaGLia, per cui non mi stupirei se fosse laureata e magari avesse pure un dottorato, lol).

In realtà non serviva nemmeno conoscere il significato di digitale, bastava aver aperto Wikipedia sulla pagina dello Steampunk prima di scrivere l’articolo:

Other examples of steampunk contain alternate history-style presentations of “the path not taken” for such technology as dirigibles, analog computers, or such digital mechanical computers as Charles Babbage’s Analytical engine.

Consultare Wikipedia è il minimo se si vuole scrivere un articolo su qualcosa che non si conosce. Il minimo. A questo minimo FM e Kinzica non arrivano. E anche in questo vi è il fallimento della scuola pubblica nel formare la mentalità delle persone.

Stendiamo un velo pietoso sul fallimento dell’istruzione pubblica e andiamo avanti:

Allo steam si aggiunge il punk, parola chiave di altre correnti come cyberpunk (il capostipite), splatter punk, diesel punk, squidpunk (!) etc etc, ovvero un atteggiamento di rottura verso l’ordine costituito, le costrizioni dei costumi sociali, la società standard.

Sigh. Kinzica non supera il livello di idiozia medio di chi copia senza capire dalla (pessima) pagina della Wikipedia italiana. Basterebbe aver letto le opere per sapere che il punk in questo senso non è un elemento determinante dello steampunk e che il punk stesso nel nome è lì solo per via del gioco di parole a partire da Cyberpunk. Il Cyberpunk è punk, lo Steampunk non necessariamente. Il Dieselpunk ha già connotati di punk più vicini a quelli del Cyberpunk. Punk nei generi è diventato sinonimo di “cazzatona tecnologicamente alternativa”, come faceva notare GURPS stesso coniando termini come Clockpunk. O anche Sandalpunk: bizzarrie mongole clockpunk nel mondo degli antichi greci e romani. LOL.
Per quanto riguardo lo Squidpunk stendo un ulteriore velo pietoso e lascio ad altri il compito di spiegarle come stanno i fatti della vita (forse sarà necessario cominciare dalle api e i fiori).

Il punk come critica contro la società non c’entra un cazzo. Lo stesso romanzo di Gibson e Sterling, di solito citato come il più punk della prima generazione (in effetti è cyberpunk trapiantato nell’Ottocento), non è punk nemmeno lui: a meno che con punk non intendiate la ridicolizzazione sistematica di chi cerca di opporsi al potere centrale, meno scemo di quanto si pensi, e la finale sconfitta degli elementi “punk” così mentecatti (macchiette di cattivi) da far sembrare i Governanti Kattivoni Fascistoni come il male minore. In The Difference Engine, nonostante la fama attribuitagli da chi non lo ha letto (è uno di quei libri famosi perché tutti lo citano e pochissimi hanno superato il primo, soporifero, capitolo), il -punk è più nel senso di divergenza tecnologica che altro.
Ci sarebbe poi da tirar fuori (di nuovo!) la questione di cosa sia il punk nello steampunk, con la definizione di Nevins e le radici in Robida e bla bla bla, ma ne ho già parlato in alcuni commenti in passato ed è materia per l’articolone sullo Steampunk. Vi basti sapere che Kinzica è ignorante e ha scritto una cazzata, mentre con un minimo di studio avrebbe potuto scrivere qualcosa di molto più approfondito e interessante anche solo sul punk dello steampunk.

Il risultato è “colonizzare il passato per sognare il futuro”, come se Babbage avesse davvero costruito la difference engine o se invece dell’elettricità fosse stata l’energia del vapore a dar vita a una sofisticata tecnologia alternativa.

Ehm, Kinzica, la Macchina Differenziale (che non è il computer programmabile che pensi) è stata davvero costruita, in più esemplari, dallo svedese Per Georg Scheutz a partire dal 1855. Uno venne venduto anche al governo britannico, nel 1859.
Cosa sia la cosiddetta energia del vapore, visto che l’acqua è solo un mezzo per far funzionare macchine che l’energia la ottengono bruciando legna, carbone e, nei modelli per auto di primo Novecento, kerosene, non oso chiederlo. Abbiamo già appurato che Kinzica non pare avere conoscenze scientifiche degne di nota, inutile calcare la mano.

C’è questa idea, ma solo tra gli ignoranti, che un mondo “steampunk” sia un mondo senza dipendenza dal petrolio… ah, sì? Il kerosene con cui i motori a vapore più compatti funzionavano da dove pensate di ricavarlo, idioti? A braccetto con questa idea vi è quella che nello Steampunk non vi sia l’elettricità. Strano: la fantascienza ottocentesca (dagli automi delle ultime Edisonate al Nautilus) è piena di elettricità e la stessa Italia, come abbiamo visto, organizzò un mostra dedicata all’elettricità durante l’esposizione di Torino del 1884. Anche Tesla e la sua guerra delle correnti contro Edison credo non abbia bisogno di presentazioni.
Ma in fondo perché informarsi prima di scrivere puttanate? È solo storia della scienza storia della fantascienza fantasy!

Ovvero una fantasy-fantascienza a carbone in piena rivoluzione industriale, forgiata in ferro e mattoni e popolata da mostri meccanizzati, computer analogici, dirigibili e caldaie, ciminiere e banlieux distopiche, eroi in cuoio, occhialoni da pilota e pistole a tamburo, lolite gothic, l’oppio o il laudano al posto della cocaina e l’assenzio nei bicchieri

Glissiamo sulla sequenza di banalità, in fondo tollerabile in un articolo per un pubblico generale, e concentriamoci di nuovo sulla voglia di Kinzica di aggiungere parole solo per mostrare al mondo di essere ignorante. Cocaina. Non so cosa abbia Kinzica contro la cocaina, tanto da volerla vedere fuori dal XIX secolo e quindi dallo Steampunk, ma immagino che la risposta sia intuibile: ignoranza.
La cocaina è una droga Ottocentesca, tanto da essere protagonista di un saggio di Sigmund Freud del 1884, Über Coca, dedicato alle sue doti come panacea (stimolante per il corpo o analgesico, in base ai casi). In generale la diffusione dell’uso della coca in ambiti commerciali/medici è un elemento caratteristico dell’Ottocento che fa parte della cultura generale (almeno del Vin Mariani Kinzica avrà sentito parlare, no?).

Nel 1885 la cocaina venne commercializzata da Parke-Davis negli USA sotto forma di sigarette, soluzione da iniettare in vena (la usava anche Sherlock Holmes in questo modo, con soluzione al 7%) o, come si adopera spesso in questi anni, polvere da sniffare. La cocaina veniva usata come cura per la dipendenza da morfina, a sua volta usata come cura per la dipendenza da alcol visto che i morfinomani non erano socialmente pericolosi come gli alcolizzati. Gegnale.

Pure l’eroina è una droga del Lungo XIX secolo: venne commercializzata dalla Bayer dal 1898 al 1910 in comode confezioni a prezzo modico, con due dosi e una siringa. Anche lei, come la cocaina, era stata immaginata come trattamento per la dipendenza dalla morfina (oltre che come sostituto per combattere la tosse), essendo a tutti gli effetti morfina “zippata” da dezippare con il fegato (l’eroina se non è tagliata con la merda, se è eroina farmaceutica pura al 100%, NON distrugge le vene e non crea tutti quei problemi tipici dell’eroina venduta dai criminali: l’unico rischio è quello di overdose in caso di errori nel dosaggio, facili con una sostanza così concentrata).

Eroina Bayer, la cura per la tosse che aspettavate!

Eroina e cocaina sono droghe usate tutt’ora e forse questo ha contribuito a dar loro una falsa patina di modernità, come d’altronde solo degli ultimi decenni è l’aggravarsi della inutile/antistorica/fallimentare (scegliete gli aggettivi preferiti in base alla quantità di letture sulla storia delle droghe che avete alle spalle) lotta alla droga e al narcotraffico, fenomeno creato a tavolino da irrazionali politiche di criminalizzazione imposte dagli USA fin dall’inizio del Novecento (per approfondimenti si cominci leggendo il famoso Piccola storia delle droghe di Antonio Escohotado).

Resta evidente che una persona SERIA prima di citare la cocaina come se fosse qualcosa di moderno, da sostituire con sostanze più Ottocentesche, avrebbe dovuto avere il buon senso di controllare perlomeno su Wikipedia se era così. Non che serva Wikipedia, comunque: l’interesse di Freud per la cocaina è una cosa arcinota anche fuori dall’ambito della storia delle droghe. Siamo in Itaglia, la copia mongola della vecchia Italia: chi scrive narrativa e chi scrive articoli per il web ormai se ne sbatte allegramente di controllare ciò che dice. Rispetto per i lettori sottozero.

Se scrivere fantastico vuol dire travalicare i confini, lo steampunk si sviluppa distruggendo i confini.

Ah, ma lo vedi Kinzica che non hai capito un cazzo? Lo Steampunk (se lo si conosce) è facilmente rappresentabile come un sottoinsieme della Fantascienza. Immagina i due insiemi di Fantascienza e Fantasy che si sovrappongono. Nell’intersezione ci sono Science-Fantasy e Tecnofantasy. Lo Steampunk abbraccia una fetta di entrambi e per il resto sta nella Fantascienza. Semplice, no?

Non è una rappresentazione insiemistica perfetta, si può fare di meglio. L’ho tirata fuori al volo usando meno elementi possibili, ma grossomodo mi pare contenga tutto ciò che conosco a tema Steampunk che non sia Steampunk più qualcosa d’altro.
Lo Steampunk non distrugge nessun confine: se ne sta buono buono (ma incarognito nell’animo, se è Steampunk di qualità) come sottoinsieme pseudo-Ottocentesco di generi più grandi. Forse Kinzica, confusa come un cetaceo disturbato dai sonar, ha attribuito allo Steampunk caratteristiche proprie del New Weird (che può facilmente essere Steampunk Fantasy, travalicando i confini degli altri generi, si veda Perdido Street Station).

Gli autori steampunk non scrivono romanzi storici bensì allucinazioni storiche assolutamente non allineate, mondi già trascorsi con contaminazioni del futuro: una sorta di postmoderno nel passato.

Questo era il momento delle parole a caso. Usare frasi prive di significato apprezzabile, vuoti esercizi di banalità, pare che tra i subumani sia il marchio dell’Intellettuale, anzi, dell’Esperto Che Ne Sa A Pacchi. No, non lo è: è l’equivalente per Ignoranti che parlano di cose che non conoscono del pacchiano mignolo alzato dell’ex-proletario arricchito che brinda.
Vergognati, Kinzica. Queste frasi non vanno bene manco per i maiali.

Jules Verne, H.G. Wells, Mark Twain, Arthur Conan Doyle sono spesso considerati steampunk “classico”, ma in realtà non è proprio così: le loro opere non sono ucronie bensì descrivono la realtà contemporanea agli autori, miscelata a elementi fantastici.

Uh-uh, ok, esatto, vedo che hai evitato il tranello più comu—WTF??? MARK TWAIN??? Che cazzo c’entra Mark Twain con la storia della fantascienza e del romanzo scientifico da cui lo Steampunk trae ispirazione? Citarlo per A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court è tirata per i capelli al massimo, ma vedo che Kinzica non lo fa: allora cosa intende? Almeno in quel libro c’è Storia Alternativa (anche se la base di partenza è medioevale) e uno spirito D.I.Y. che piacerebbe molto agli artigiani dello Steampunk, ma non è certo l’esempio più adatto di fantascienza ottocentesca a cui ispirarsi. È onestamente la PRIMA volta che vedo citato seriamente (ovvero al di fuori degli elenchi scritti da bimbiminkia) Mark Twain tra gli autori di ispirazione per lo Steampunk…

Onore al merito, come sempre, a chi ha sdoganato il genere. La Macchina della Realtà è il manifesto della percezione originaria di steampunk,

Ah, ma allora avevo visto giusto: Kinzica non ne sa proprio un cazzo, va avanti alla cieca vomitando frasi a fantasia! ^_^
No, The Difference Engine NON è il manifesto della percezione originaria dello Stempunk. Non ti sei proprio degnata di leggere NULLA delle opere della prima generazione? La caratteristica fondamentale di The Difference Engine è di essere MOLTO DIVERSO dalle altre opere Steampunk, scegliendo la Storia Alternativa e lo sviluppo tecnologico anticipato si pone su un piano diverso da The Anubis Gates (science-fantasy con maghi egizi e viaggi nel tempo gestiti alla cazzo), Morlock Night (ispirato a un’opera di Wells, con Merlino e Artù perché sì: era un gioco tra lui e Powers metterli dove capitava) o Infernal Devices (gonzo-historical fiction pura, con uomini pesce e puttanate miste).

The Difference Engine è diventato un libro simbolo, un classico, per lo Steampunk della seconda generazione perché è il romanzo che più di tutti, a differenza delle prime opere (escluse quelle di Moorcock), rappresenta ciò che poi è diventato il motto dello Steampunk retrofuturistico: come sarebbe stato il passato se il futuro fosse accaduto prima.
Questo motto è stato la base di partenza per l’artigianato e per i disegnatori che hanno diffuso lo Steampunk tra le masse, creando una subcultura Steampunk fortemente legata a Internet, ben prima che gli autori di narrativa ricominciassero a occuparsene per davvero (seppur in modo indegno, ma così vanno le cose).

le crinoline di Sybil, giovane prostituta, e il giubbotto del paleontologo Edward “Leviathan” Mallory, le macchine, anzi la Macchina Differenziale di Babbage che ha invaso il mondo, gli inventori su strani tricicli e le ruspe che scavano nella metro di Londra. Le fabbriche e lo Smog.

Sigh. La Macchina non è quelle Differenziale del titolo scelto a cazzo (un blando calcolatore dedicato alla tabulazione di funzioni polinomiali), ma quella Analitica, ovvero il computer meccanico programmabile mai realizzato per intero (ma c’è una raccolta fondi per costruirlo), neppure nella versione semplificata di cui ci è arrivato un piccolo pezzo. Non facciamo nemmeno finta di informarci, eh, Kinzica?

Riguardo lo Smog, doppio sigh: il problema nel romanzo non è lo Smog delle industrie, ma “the Stink” ovvero la puzza di marcio del Tamigi in estate che costringe il Parlamento alla fuga e getta la città nel caos, con visibilità ridotta e morti intossicati dalla nebbia giallastra. La crisi del Tamigi fa da sfondo al tentativo sovversivo del gruppo di mongoloidi anarco-comunisti che fanno la figura dei coglioni. L’episodio della Puzza non è altro che la riproposizione senza originalità della Grande Puzza del 1858. Il fatto che avvenga nel 1855, ovvero tre anni prima, secondo alcuni idioti dovrebbe essere il lato distopico di quell’Ottocento “peggiore di quello reale” (inquinatissimo come la Cina di oggi!) ideato da Gibson e Sterling. Stronzate: è solo che anche all’estero i critici/recensori hanno una conoscenza della storia degna di un mongoloide lobotomizzato e non sapendo niente della Grande Puzza del 1858 al massimo riescono a tirare in ballo il Grande Smog del 1952, che c’entra molto meno. Coglioni marci ignoranti pure loro.
Tornando a Kinzica: la parola Smog, da lei riportata con la maiuscola come se fosse un elemento del libro, non appare nemmeno una volta (controllato su eBook in inglese).

Basta, non ce la faccio più. Mi sanguinano gli occhi. Che schifo.
E ci sono ancora badilate di roba da tirar fuori: considerate che non ho citato NULLA dalla seconda metà dell’articolo! Lascio a chi tra voi ha più coraggio di me, e capillari oculari meno predisposti al sanguinamento, il compito di proseguire l’opera…

 
Conclusione.
L’impressione che mi dà questo articolo è che Kinzica non sappia nulla dello Steampunk, non conosca le opere che cita e non sappia nemmeno leggere in inglese. Se sapesse leggere in inglese, come visto, avrebbe potuto evitare gran parte degli errori. O forse sa leggere benissimo in inglese, ma è solo questione di pigrizia: perché controllare su Wikipedia (o su Amazon, visto che non sa nemmeno citare in modo corretto il titolo dell’antologia a cura dei VanderMeer), tanto è solo un articolo per i lettori di FM che non sanno trovare il proprio culo nemmeno usando entrambe le mani e una mappa! Il solito itaGLianissimo rispetto per il lettore.
Kinzica vaga nella confusione della sua ignoranza come una balena mandata in tilt dai sonar e alla fine, dopo due paginette ingloriose, si arena sulla spiaggia a morire.

Balena arenata su una spiaggia nel Cinquecento per colpa dei sonar.

Questa massa di cazzate, di cui ho riportato solo una piccola parte, sarebbe “informazione”? Non era l’informazione l’obiettivo di FM?

FantasyMagazine non è un blog. Non è questione di qualità — abbiamo il massimo rispetto per il concetto di blog, ci sono molti blog di qualità eccellente — ma, appunto, di obiettivi. Un blog viene scritto principalmente per esprimere opinioni personali; un magazine come il nostro ha uno scopo principalmente informativo.

Ah, certo, che fesso che sono! In sé l’informazione non è detto che debba essere corretta. Loro stanno facendo informazione: diffondono informazioni false. Un servizio utilissimo per inquinare il web. Come Wikipedia, ma al contrario: un gruppo di volontari che sfruttano la visibilità di un sito per diffondere spazzatura nel web, contribuendo a quel rumore di fondo che non permette agli utenti con poca esperienza in un dato argomento di distinguere tra informazioni veritiere e merda.

Il fatto che siano volontari, che lo facciano per passione e bla bla bla rende solo peggiori le cose: anche i vandali su Wikipedia lo fanno gratis, per passione del rendere il web un posto peggiore, per il gusto di rovinare ciò che gli altri faticano a costruire per il bene di tutti. Diffondere spazzatura sfruttando la propria base di utenza danneggia chi invece, con mezzi molto più limitati, cerca di segnalare romanzi decenti e fornire informazioni veritiere. Usare il proprio peso per compiere il male e fomentare l’ignoranza non dovrebbe essere un vanto… but on Meth it is ma su FM lo è. Questi sono dati di fatto e la realtà non può essere cambiata (solo nascosta o plagiata) da troll come S* o da altri mentecatti privi di dignità.
Grazie FM, una fetta della peggiore itaGLia sul web.

 


Appendice I: pagine congelate.
Nel caso vengano effettuate correzioni successive alla pubblicazione di questo articolo, potete godere delle due pagine nella versione originale a questi indirizzi:
http://www.freezepage.com/1288259928LIGKAVJIVQ
http://www.freezepage.com/1288260200IBUDLYJTRV

 
Appendice II: Mana è meglio di FM.
In passato ho criticato, in un commento, l’inaffidabilità generale e le inesattezze presenti negli articoli di Davide Mana, specificando però che lo considero uno dei maggiori esperti italiani di Steampunk. Se qualcuno, forse perché ritardato, ha pensato che lo stessi sfottendo, farebbe meglio ad aprire gli occhi: il livello qualitativo degli articoli di Mana è mille volte superiore a questa merda apparsa su FM. Quando dico che, nonostante gli errori/orrori che piazza qua e là, è uno dei massimi esperti di Steampunk italiani, NON sto scherzando. La questione ricorda un po’ Licia Troisi col Fantasy: essere uno dei meno peggiori non significa essere sufficienti, ma tra Licia/Mana e Centi/Kinzica c’è un baratro come tra un cattivo snack in cioccolata surrogata e uno stronzo di cane.
 

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