Archivio per la Categoria 'Vita del Duca'

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  3. SteamCamp 2013 by Il Duca di Baionette
  4. Brindisi di San Valentino per Gamberetta! by Il Duca di Baionette
  5. Un Rosé per brindare a Gamberetta by Il Duca di Baionette
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  7. Sciabolamento spumante - Ada Lovelace Day 2012 by Il Duca di Baionette
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  13. I Coniglietti del Venerdì (87) by Il Duca di Baionette
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  40. Ebook: un gennaio incredibile by Il Duca di Baionette
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SteamCamp 2013 – considerazioni dopo l’evento

Scritto da il 13 apr 2013 | Categorie: For The Lulz, Riflessioni, Steamfantasy, Steampunk, Vita del Duca

SteamCamp 2013 è passato da più di quattro giorni. Ho avuto la possibilità di vedere come è stato accolto dai diversi partecipanti e ho deciso di aspettare alcuni giorni per verificare i primi pareri sul web, fino a ora positivi, se non in tutti i singoli dettagli (qualche relatore meno brioso degli altri, io con un delle slide vomitevoli, il problema della collocazione della mostra FarSteam), comunque sempre positivi nel complesso.

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Dago, l’ascaro pugliese, diviene ufficialmente un Negrariano: ancora non Ariano, ma neppure più Negro, in virtù dei meriti sbiancanti della permanenza in Trentino.

Una piccola premessa sul luogo dell’evento.
Invece che a Milano, con il vantaggio di poter sfruttare tutto il bacino di visitatori locali e la possibilità di arrivare agevolmente in treno da tutta le direzioni più importanti (Torino, Venezia e Roma, potendo così far venire comodamente anche pubblico dalla Toscana, dalla Liguria e altre regioni), senza considerare poi il maggiore impatto per i media (possibilità che giornalisti venissero a vederne o ne scrivessero prima), ci siamo ritrovati a Cittadella, in provincia di Padova. Un posto così agevole a livello di trasporti che non è nemmeno possibile prendere un biglietto del treno sul posto per fuggire (vedere foto scattata da Tapiro) e che i TomTom boicottano impedendo di raggiungerlo e costringendo a girare in tondo in eterno (fortunatamente il mio navigatore della Peugeot 208 non soffre di questo problema). Questo potete ben immaginare da soli che avrà ridotto a un quarto o meno il pubblico che poteva partecipare (anche se, come vedremo, è andata benissimo).

In più non abbiamo avuto sponsor.
Siamo andati avanti con la passione e con la disponibilità del principale organizzatore (anche se essendo un BarCamp l’organizzazione era aperta a tutti) di mettere soldi di tasca propria pur di non far fallire l’evento a pochi giorni dall’inizio. Sponsor dati per certi fino a fine gennaio, sono spariti nel nulla a causa di un bel po’ di confusione mediatica per un evento simile piazzato a sorpresa pochi giorni prima del nostro. Nonostante tutto, senza più sponsor, noi il biglietto non lo abbiamo fatto pagare a nessuno né nessun venditore ha sborsato nemmeno un euro per vendere da noi.
Questione di principio: noi facciamo cultura con spirito liberale da aristocratici e orrore del denaro (ma potete dare 50 euro al mio Segretario, se proprio volete).

Tanti possibili sponsor un po’ non capivano cosa fosse lo Steampunk e un po’ avevano enormi pregiudizi, per cui anche se nei due mesi rimasti (troppo poco tempo) ne sono stati contattati a decine, non è servito a niente se non a sprecare le ore di Maurizio. La fama di “mentecattaggine per travestiti sottratti all’agricoltura” (Steampunk: il nuovo Fantasy!) è ciò che SteamCamp cerca di combattere, mostrando che dietro i costumi (o anche a posto dei costumi) c’è molto altro. C’è cultura nello Steampunk fatto bene. Come il vino non è solo vino per sfondarsi e rotolare sotto il tavolo: dietro c’è storia, cultura, territorio. Pregiudizi a livello di “ommiddio arrivano i punkabbestia che squarciano le poltrone e ci cagano dentro” appena hanno visto foto di costumi Steampunk tipici, anche se prima di vederli squittivano di gioia “O che bello, ma che programmone culturale, complimenti!”, e che hanno fatto saltare, per dire, l’ipotesi della festa di sabato per mancanza della location inizialmente offerta in virtù della qualità culturale dell’evento.
No, non vi dico qual è perché voi siete steampunks e finisce che andate lì, sventrate le poltrone e ci cagate dentro… :-/

Steampunkettari: strana gente vestita in modo inquietante.
Secondo fonti attendibili potrebbero squarciare le poltrone e cagarci dentro.

Organizzare gli spazi il venerdì.
Disponibilità iniziale secondo quanto accordato: sala da 80 posti come principale; sala da 50 come secondaria (è pure molto più lunga che larga, per questo non è buona come principale); tre minori per i laboratori da 15 posti massimi. Hall allestibile per mercatino ed esposizione, inclusa la pannellatura con spiegazioni e la parete della mostra FarSteam. Manichini. Quattro proiettori che forse sono tre nel senso che uno dei tre dell’hotel potrebbe essere rotto (nel dubbio uno lo porta Maurizio). Registrazione interventi su entrambe le sale, streaming sulla principale.

Cosa ci siamo trovati la sera di venerdì: la sala da 80 non possiamo usarla; la sala da 50 posti lunga e stretta è la nuova principale (Manzetti); fortunatamente delle tre salette rimaste una permette di ospitare 20 posti (30 stringendosi e rubando sedie) per cui diventa la nuova Tsiolkovsky e i due laboratori possono effettivamente ospitare 15 persone l’uno stringendosi molto. Nella Hall non possiamo attaccare niente, nemmeno usando il patafix con cui l’Hotel permette di attaccare tutto nelle altre sale. Niente pannellature comode su cui attaccare, solo pareti. I manichini ci sono, perfetti. I proiettori sono solo due e ce ne servono su tre sale (appunto mentale: al mattino cambiare le collocazioni del pomeriggio, spostare le “Architetture” nella nuova Tsiolkovsky mentre il BarCamp che devo presidiare va in una piccola).

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Regalo di Diego Ferrara, autore di Soldati a Vapore.
Al primo SteamCamp si aggiunge il mio primo Alta Langa, orgoglio spumantistico piemontese!
(ancora DOC perché la vendemmia è del 2006 e la DOCG è iniziata con la 2008)

Dopo un attento sopralluogo decidiamo come sfruttare tutto e la mostra FarSteam finisce sull’unica lunga parete disponibile, quella in sala Manzetti. Abbiamo gli strumenti e l’esperto, Simone, che organizza la registrazione in Manzetti e lo streaming: l’unico problema è che tra sala stretta, proiettore, tavolo e telecamera con zoom in fondo alla sala, i relatori sono costretti a stare fermi in fondo, possibilmente seduti. Io ero partito con l’idea di permettere ai relatori di muoversi, penetrare anche nelle prime fila di pubblico, ma non è agevole muoversi. Per me non è grave: io so a malapena sedermi, come un novantenne, figurarsi camminare.

La notte dei lunghi patafix.
Il nastro biadesivo non possiamo usarlo, non ci sono le pannellature adatte. Come suggerisce l’hotel dobbiamo usare il patafix, ma non è un problema perché ovviamente visto che lo pretendono ne hanno una scorta adeguata da darci! Ci arrivano due striscioline sufficienti per riempirci il naso tutti e sette. Maurizio viene spedito prima che la cartoleria chiuda a comprare due confezioni nuove di quel pongo infernale.
Iniziamo la affissioni. Le opere di FarSteam con il patafix stanno per miracolo sui muri: freddo, 44 ore circa da fare sui muri… l’opinione comune è che sabato mattina cadranno. Idea: accendere il riscaldamento, spremere il patafix fino a trivellare i muri, sperare che Dio non esista perché lo stiamo bestemmiando e confidare nell’ottimismo. I fogli cerati su Manzetti stanno su molto meglio, grazie al carisma di Manzetti che con quell’espressione truce in foto frontale e laterale potrebbe essere un serial killer. Silvestro Ferrara è alto come una pertica, per cui dall’alto del mio “un cazzo e due barattoli” attacco il patafix ai fogli e glieli passo, poi giro la consulenza agli architetti per dire a Silvestro se è dritto visto che io non saprei distinguere un foglio orizzontale da uno verticale. Forse cadrà tutto di notte, ma la sala Manzetti è completata e le riprese funzionano perfettamente.

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La mostra FarSteam a cura di Tenaga,
con 18 opere di 18 giovani artisti italiani.

Dettagli da completare al mattino.
Mi sveglio alle sette, mi camuffo da persona normale, vado a fare colazione. Passano le otto e ancora non scende nessuno, a parte la scolaresca anglofona con ragazzine moderne dallo sguardo timido che sembrare dire “A 14 anni mi hanno regalato il mio primo aborto”. Mi metto a leggere un romanzetto porno di cento anni fa sullo smartphone. Passano altri venti minuti. Io ho ancora tutto il materiale da affiggere su Steampunk, estetica e pornografia vittoriana. Chiamo la stanza del custode del patafix e in pochi minuti arriva. Parto per l’affissione più importante di tutte: il porno vittoriano nella sala del laboratorio di moda, in accordo con la Graziano. L’idea che tante candide fanciulle non riescano a girare lo sguardo verso la parete per l’imbarazzo (solo qualche rapida occhiata) mi stuzzica, ma ovviamente l’intento è pratico: non potendo girarsi e/o alzare troppo lo sguardo senza arrossire per la vista del materiale, dovranno stare attente e lavorare di più. D’altronde è un evento per signorine per bene.

Sono a metà lavoro e ho capito che mezz’ora basterà per un pelo. Fortunatamente appare Alex Hastur, a cui ho fatto compagnia a colazione fino a pochi minuti prima ingurgitando caffè come se stesse per venire abolito. Ho bisogno di un volontario per aiutarmi nelle affissioni e decido che lui lo è, per cui prendiamo i fogli, cambiamo sala e mettiamo tutto il materiale completo (Steampunk, estetica e porno) in Tsiolkovsky, fiduciosi che essendo una sala un po’ più libera la gente potrà leggere lì. Sfortunatamente lo spostamento del laboratorio di fumetto là dentro, zeppo di gente e spesso con la porta chiusa, non ha favorito la visione del materiale.

Volevo mettere tutto nel porticato di passaggio per le sale e la Hall, ma non possiamo affiggere fuori dalle sale. Mi pare equo, se no sarebbe stato troppo facile, efficiente e ragionevole. Ora sapete perché le cose erano sparse in modi un po’ bizzarri e non proprio agevoli per i visitatori. Nove e mezza. Ho finito tutto per tempo.
Vado a indossare vestiti decenti per la conferenza delle dieci. Sfortunatamente non ho fatto in tempo a portarmi un costume Steampunk, per cui mi vestirò normale con tunica da ulano, pantaloni da cavalleria, pitalhaube (svuotato al mattino), stivali e sciabola.

Alle dieci e venti circa iniziamo. Stranamente c’è già gente, non come a quell’altro evento della settimana prima in cui saltarono due interventi della mattinata e Augusto si trovò da ultimo prima del pranzo a primo intervento del giorno alle 12:30. Ma d’altronde noi siamo al nord, gente che si alza presto e lavora. O che si traveste in modo imbarazzante e parla di rotelle, senza pudore, fin dalle 10:00. È un buon segno.

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Io mentre mi scuso perché sono la vergogna di Steampunk Italia: invece di avere il costume fatto con materiali riciclati ho comprato quasi tutto dai cinesi.

Maurizio prende la parola, descrive l’evento, come è nata l’idea e perché accanto a lui, che è un signore distinto e normale, ci sia un idiota in uniforme con un pitale in testa. Lo guardo come Fantozzi con il Semenzara, quando ordinò di infilare la mano sotto il culo. Confessa che, sì, pare che quello sia il direttore del comitato scientifico. Sento scendere il gelo sulla folla e percepisco negli sguardi, come uniti in una mente alveare, “Dio, cosa cavolo sono andato a vedere oggi?”. Intanto io cerco di mettere a pieno schermo le slide di Maurizio, ma l’allergia per i Mac (computer che nella mia mente riesco a collegare solo a Eat da Poopoo in Uganda) mi fa desistere e Roncaglia viene in mio soccorso come un provetto insegnante di sostegno. Gioisco con un verso inarticolato, sentendomi la versione in uniforme di Sloth dei Goonies.

Foto di alcune conferenze e laboratori.

In sala ci sono all’inizio circa 35 spettatori. A mano a mano che l’intervento prosegue aumenteranno di una decina, salendo verso i 45-48, con un po’ di gente in piedi dietro e delle sedie vuote qua e là: quasi pieno per una sala da 50 posti a sedere massimi. Durante il mio intervento guardo solo le prime quattro persone davanti a me: due ragazze con gli occhiali dal cui disagio cerco di decifrare il livello di idiozia di ciò che dico, il professor Roncaglia che mi fa un sorriso cordiale tipo “Devo inventarmi una scusa per dire che non conosco questo scemo col pitale in testa” e una bella ragazza vestita di nero, con i capelli biondo platino, che mi guarda gamberettescamente come se avesse pestato una cacca di cane. Trovo il tutto molto motivante e faccio finta che della mia spiegazione, tra storia della fantascienza e critica dei generi per inquadrare lo Steampunk, freghi qualcosa a qualcuno. O che perlomeno nessuno si alzi per andarsene dando l’ispirazione a tutti gli altri.

A fine intervento, uscito fuori dallo slot orario di venti minuti, dichiaro che mi dispiace che il mio intervento fosse noioso, ma non so fare di meglio con un argomento così tecnico e apprezzo che siano rimasti anche se faceva proprio schifo. Finalmente ho detto qualcosa che il pubblico ha capito e che può sottoscrivere. Si alzano felici per le conclusioni condivise. Salvo col finale.

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Il pubblico all’inizio del mio intervento (poi è aumentato un altro po’).
Notare gli sguardi motivazionali.

E così si conclude l’apertura della prima giornata. È andata molto bene: c’era parecchia gente, sembrava contenta, alcuni sconosciuti hanno fatto i complimenti perfino a me prima che me la filassi per verificare cosa accadeva altrove. Abbiamo ritardato l’inizio solo di una ventina di minuti, ma senza causare problemi agli interventi successivi, perché anche se il programma in teoria era fitto, in realtà erano stati predisposti margini di gioco abbondanti. Rispetto alle due ore di vuoto di pubblico e di conseguenza agli eventi della mattina saltati nell’altro evento Steampunk, a noi è andata alla grande.

In cortile alle 11:20 circa, quando ho finito io, c’è già gente che chiacchiera e fa foto, i banchetti del mercatino e dell’esposizione sono affollati di gente felice, c’è affluenza al bar. Mi faccio due conti in testa e penso che non è mica andata male, anzi, se aggiungiamo pure i 12-13 iscritti teorici del laboratorio di fumetto è andata proprio bene (partito alle 10:00, per cui non erano presenti alla mia presentazione). Vado a guardare i laboratori. Vuoti. Arrivo alla Tsiolkovsky: piena. Tra proiettore più agevole da collocare lì e l’eccedenza di partecipanti rispetto alle attese, a occhio 15-16 circa (e circa 18-20 il giorno dopo su 15 prenotati), la sala è stata assegnata d’urgenza a loro. Ottimo, il BarCamp sta funzionando: non serviamo io o Maurizio sempre presenti per fare questi aggiustamenti facili, riescono a gestirsi da soli.

Nel dubbio decido che è meglio coordinare tutto, perdendomi le conferenze e girando per aiutare, decidere spostamenti, rispondere alle domande dei visitatori e in generale fare accoglienza intercettando e cercando di trasmettere entusiasmo a quelli un po’ più smarriti, come credo stiano facendo anche gli S.T.I.M. di Steampunk Italia, che vedo belli attivi a sfrecciare qua e là. Dopo aver coordinato i primissimi cambiamenti a voce, mi accorgo che ci siamo dimenticati di stampare il calendario degli eventi e appenderlo (e nonostante tutto il pubblico non è scappato prendendoci per scemi!): alla reception mi stampano il calendario di entrambi i giorni e lo collochiamo su un cavalletto che mettiamo al centro della Hall, ben visibile dai due accessi esterni, accanto al manichino con l’abito di fine Ottocento. L’interesse del pubblico per le conferenze, non solo per le ragazze vestite in modo bizzarro, si notava anche da quanto spesso verificavano il calendario e controllavano eventuali modifiche a penna.

Ancora strani tizi vestiti in modo inquietante
che potrebbero sventrare le poltrone e cagarci dentro.

Niente pausa pranzo, due barrette dietetiche e giù di prosecco con cinque visite al bar di sabato, ovviamente mischiando i minuti del prosecco con le chiacchiere con i visitatori, per non sprecare tempo e farmi un’idea dei risultati e del gradimento.
Lì ho scoperto che i pareri positivi dei venditori, con vendite sopra la media rispetto a eventi ben più ampi e affollati, erano giustificati: una ragazza che ho approcciato per farle domande (ovviamente è solo un caso che fosse carina) era entusiasta dei suoi acquisti, era venuta apposta da Trieste (mi pare) per comprare qui, attirata dalla fama positiva che ci eravamo costruiti solo grazie ai contenuti (che evidentemente si è trasmessa anche al piccolo mercatino organizzato, che in effetti era ottimo), e aveva speso una cifra poco sopra i 300 euro. Non male!
Pure Tenaga mi ha detto che portando solo il fumetto Hunters J (e gadget collegati) ha fatto comunque vendite simili a quelle del Cartoomics di Milano due settimane prima. Il pubblico molto specializzato, seppure in un evento insignificante in proporzione, permette risultati inaspettati.

Anche i pochi venditori presenti, grazie al loro entusiasmo, all’interesse che dimostravano per lo Steampunk, hanno aiutato moltissimo a mettere a loro agio i visitatori. In particolare sono stato molto contento di come andassero bene gli affari al banco di Ciro Tonetto, che aveva anelli e medaglioni Steampunk molto carini (e a cui ho lasciato 45 euro per 3 anelli da regalare a delle amiche), e di Francesca Dal Ben, che aveva principalmente cappelli (ma prendeva anche gli ordini per fabbricare corsetti su misura!).

Mercatino e area espositiva con Steampunk Italia.

Ho passato i due giorni sfrecciando come un piccolo cumenda, col mio pitale in testa, chiedendo come andava l’evento, se serviva qualcosa, indirizzando i visitatori e informandoli del programma, aiutando a decidere i cambiamenti di sala e collocare i bis degli eventi (“Riciclare il non riciclabile” di Steampunk Italia ha fatto il bis in Tsiolkovsky, attirando oltre 20 persone e costringendo a portare sedie da un’altra sala). Ho pure fatto una conferenza privata sullo Steampunk a una coppietta, con annessa parte sulla verifica delle “fonti” a tema Steampunk, visto che avevo la saletta e nessuno si proponeva per il BarCamp.

Tre volte ho fatto anche lo strillone, annunciando l’evento che stava per iniziare nella sala Manzetti. Ho trovato particolarmente soddisfacente gridare “TRA DIECI MINUTI CONFERENZA SU KELLOGG IN SALA MANZETTI! CI SARANNO GRANDI CLISTERI DI YOGURT!” (o forse non ho precisato lo yogurt, boh). La conferenza su Kellogg è andata avanti parecchio ed è stata molto divertente, con Silvestro Ferrara che tirava fuori le peggiori porcate del dottore e io che sottolineavo la correttezza e il buon senso di John Harvey Kellogg, in particolare sui metodi per impedire la masturbazione maschile tramite mutande di filo spinato. Abbiamo iniziato l’intervento con 8 spettatori e a furia di porcate abbiamo chiuso con oltre 30 (stranamente niente fughe nonostante la tenia di sei metri, la collezione di escrementi e i clisteri di yogurt). Non male.

Voglio citare il parere, apparso su Facebook, di una gentile signorina di innegabile rettitudine morale (di cui non faccio il nome per privacy) che sintetizza bene lo stupore che si vedeva in gran parte del pubblico:

passo 3 ore al laboratorio di costume vittoriano. cambio sala e mi trovo a una conferenza in cui si parla di circoncisioni punitive e tenie di 6 metri. eeeh?

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John Harvey Kellogg (circa 1913),
sano nell’intestino e nella mente.

Perfino per la mia conferenza sui vini ha avuto del pubblico. Io speravo che saltasse per disinteresse, invece appena finito Kellogg (alle 17:30 circa) tre persone mi acchiappano per sapere della conferenza sui vini. Ho risposto che non avevo il proiettore (avevo 20 slide, questa volta “utili”, con fotografie che permettevano di vedere bene ciò di cui si parlava), ma se gradivano la potevamo fare in sala Caselli, vuota, recuperando delle sedie e facendo una chiacchierata in privato. Dopo meno di dieci minuti i primi cinque ascoltatori sono diventanti tra i dieci e i dodici (mi pare dodici se ricordo bene). Abbiamo parlato di Barolo, di Champagne, di Sabrage e di Assenzio, attraverso un percorso di aneddoti storici e qualche informazione “moderna” per capire meglio le informazioni (per esempio a cosa serve il Pinot Nero nei rosé e quindi perché il colorante usato nello Champagne di fine Ottocento non desse lo stesso risultato, al di là della falsificazione alimentare all’epoca permessa). Piaciuto così tanto da chiedermi le fonti per approfondire e farmi strappare la promessa di scrivere il prima possibile un articolo con gli stessi contenuti e la bibliografia. Una ragazza addirittura mi ha detto che le è piaciuto così tanto il modo in cui ho fatto percepire il mondo del vino, la cultura che c’è dietro, da voler fare il corso per sommelier della AIS. Spero che lo faccia perché AIS organizza dei corsi veramente belli.

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Il Duca con Stefano Tamiazzo, direttore artistico della Scuola Comics di Padova.
Il Duca con un fan. Il Duca con Gamberetta. Il Duca con Dario Tonani.

Qualche ipotesi sull’entità del successo dell’evento.
Avevo stampato 100 volantini, più qualche foglio extra venuto meno bene di scorta, con i nomi delle sale. Tra sabato nella tarda mattinata e domenica nel primo pomeriggio, in quattro sessioni di pochi minuti sfrecciando tra la gente e offrendo il volantino solo a chi mi pareva abbastanza libero da poterlo disturbare per quattro secondi (“Salve! Vi va un volantino che spiega perché abbiamo scelto questi nomi per le sale?”), ho distribuito tutti i volantini che avevo. Arrivato a neanche metà di domenica pomeriggio mi sono messo a frugare nella cartelletta, che Tenaga custodiva per me al suo tavolo, e non ne avevo più… e avevo tre ragazzi al seguito a cui volevo darlo più una quindicina di altri che avevo addocchiato, venuti solo domenica, e a cui ero sicuro di non averlo dato. Tra una cosa e l’altra, anche guardando le foto online, penso di aver dato il volantino a nemmeno un terzo dei partecipanti.

Abbiamo avuto almeno 300 visitatori sui due giorni, nonostante il luogo poco accessibile se non per gli abitanti del Veneto. Possono sembrare pochi, e in un evento normale lo sarebbero, ma da noi non è che la gente veniva, stava venti minuti e andava via: domenica siamo arrivati al punto che NON andavano via neppure nell’ora di pausa per il pranzo, per cui abbiamo improvvisato due bis di conferenze (Musica Steampunk e un altro) per intrattenerli. Tanta gente è venuta ed è rimasta dal mattino fino alla chiusura della giornata. Alcuni sono venuti ambo i giorni. La maggior parte ha fatto almeno mezza giornata. Per questo pur essendo solo, a occhio, 300 persone c’erano abbastanza stabilmente un centinaio di visitatori simultaneamente tra sale e mercatino, con punte verso il basso nei momenti di calo peggiore (sabato a pranzo?) che secondo me non scendevano sotto le 60-70 persone. Bastano 300 persone in due giorni, se stanno così tanto, ad affollare spazi di dimensioni modeste come un bell’albergo (ma mai fino alla scomodità, perlomeno non fuori dai laboratori!).

Laboratori zeppi. Quelli del fumetto stavano abbastanza bene, grazie al cambio di sala, ma nel laboratorio di costume le ragazze erano ridotte a lavorare a turno in terra perché mancavano i tavoli per tutte! Tavoli comunque su cui lavorare in piedi, per tre ore, con la schiena spesso piegata. Già questo fa capire l’entusiasmo, la voglia di partecipare che c’era. Bisogna adeguarsi, bisogna soffrire? Va bene, perché è troppo bello per rinunciarci!

Possono delle signorine per bene, di retta moralità e sicura Virtù, accettare di lavorare così?
Sì, perché il laboratorio è troppo interessante per rinunciarci.

La sala principale sempre occupata almeno per metà, quindi mal che andava sulle 20-25 persone si tiravano su a ogni conferenza (a quanto ho visto, infilando il naso ogni tanto per controllare cosa succedeva). Pensate quando certi scrittori piuttosto famosi si lamentano che con migliaia di contatti e presentazioni in grosse città, certe volte su decine o centinaia di adesioni finiscono per avere tre spettatori in sala. Durante la conferenza su Kellogg, mentre in sala c’erano 35-40 persone, via streaming erano connessi nei momenti di punta 100 IP differenti assieme!

Noi avevamo più visitatori reali che fan su Facebook, non molti meno come è normale accada! Fan che stanno crescendo nei giorni successivi l’evento più di quanto crescessero in quelli precedenti: 30 in più solo nei due giorni successivi, per far capire quanto sia piaciuto e quanto il pubblico voglia rimanere aggiornato sui prossimi. Questo significa che, seppure all’inizio le comunicazioni sono state lente, l’interesse incerto, è stata la QUALITA’ concreta a tenerli sul posto, a parlarne bene online, a far crescere già ora l’attesa per il prossimo nel 2014 e per gli spin-off che vorremmo realizzare in autunno. I lavori sono già in corso.

Falaschi sembra un pazzo pericoloso,
ma assicuro che non è affatto pericoloso! Forse.

Stiamo già pensando al futuro perché SteamCamp 2013 è andato alla grande.
Nonostante tutti i piccoli problemi. Nonostante l’assenza di sponsor. Nonostante non fossimo né a Roma né a Milano. Nonostante i guai dell’ultimo minuto su come gestire e usare gli spazi. Nonostante la copertura ridicola dei quotidiani: siamo stati ignorati quando eventi ben meno culturali e ben meno innovativi vengono pubblicizzati di continuo nelle pagine culturali di tanti giornali importanti e ricevono la visita della RAI per fare il servizio di 2-3 minuti al TG Regionale. Tutto perché, beh, “lo Steampunk è per mentecatti”. Poco importa quali fossero le conferenze proposte, di fronte al pregiudizio di tanti giornalisti e presunti uomini di cultura.

Avevamo l’entusiasmo, la voglia di non arrenderci e di non “frignare all’italiana contro il mondo cattivo”. L’evento è stato troppo sbilanciato sul sabato più culturale (per attirare i giornalisti, ma non è servito) e c’erano troppi buchi sulla domenica anche per la mancanza degli editori italiani di fumetti Steampunk nonostante diversi inviti a venire (se fossero venuti avrebbero venduto TUTTO, a giudicare da come sono andati gli affari agli altri). Ma nonostante questi innegabili difetti si è percepita chiaramente la varietà, qualità e unicità di SteamCamp nel panorama italiano.
Non eravamo lì per fare il solito Chardonnay o il solito taglio bordolese che sanno fare tutti: eravamo lì per mostrare che la nascita di un nuovo Cru nell’ambito degli eventi Steampunk, l’equivalente dello Champagne o della Borgogna, in mezzo agli spumantini industriali da 3-4 euro e ai vinacci in tetrapak che costano come il latte. Per essere la pietra di paragone dei futuri eventi Steampunk (non due, tre, quattro: ne vogliamo vedere a DECINE, grandi o minuscoli, diffusi in tutte le regione italiane nei prossimi anni!), sicuri che nessuno avrebbe potuto commentare negativamente (siamo rimasti basiti leggendolo) come in un altro evento simile.
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Foto con Steampunk Italia alla chiusura di domenica, dopo le 18:00.

Eravamo lì per mostrare che lo Steampunk non si riduce a incollare due rotelle su dei goth che hanno scoperto il marrone. Allo stesso tempo NON eravamo lì nemmeno per fare discorsoni accademici zeppi di paroloni e riferimenti complicati per nascondere la mancanza di sostanza concreta.
Eravamo lì per mostrare che lo Steampunk è cultura e che la cultura è divertimento.
Abbiamo attirato con le conferenze a tema storico tanti appassionati di Steampunk (e curiosi) che non avevano magari mai immaginato che dietro lo Steampunk potesse esserci tutto questo e che fosse così vario e piacevole.

Perché la cultura è divertente. La cultura non è una noia a cui piegarsi per poi vantarsi facendo gli intellettualoidi (e rendendo così la cultura odiosa), la cultura è divertimento. La cultura non è fine a sé stessa, è fine al piacere di poterla condividere trasmettendo l’entusiasmo agli altri, di poterne parlare assieme (il clima informale del BarCamp), di poter “giocare” tra sconosciuti con il sapere e sognare con gli spunti che la conoscenza del recente passato può darci. Lo Steampunk non è per pochi soggetti in costume e qualche lettore, lo Steampunk è parte di un grande risveglio culturale che può coinvolgere tutti, anche chi ha il vomito se pensa alle rotelle incollate.
Questo messaggio sulla “cultura come piacere” che la scuola dell’obbligo è preposta a far passare, spesso fallendo, noi lo abbiamo visto concretizzarsi nell’entusiasmo dei visitatori in quei due giorni. Visitatori in gran parte, pare, disinteressati alla narrativa scritta e alla fantascienza, ma non alla cultura. Questo significa che il piano ha avuto successo, il che è ovvio perché io sono il Duca.

 

13 giorni allo SteamCamp 2013

Scritto da il 24 mar 2013 | Categorie: Dieselpunk, Steampunk, Vita del Duca

Nei giorni 6 e 7 aprile 2013, presso l’Hotel Filanda di Cittadella (Padova), si terrà lo SteamCamp, un evento ad accesso GRATUITO dedicato allo Steampunk in senso ampio (dieselpunk incluso) voluto da un gruppo di appassionati e organizzato nei mesi scorsi con il mio aiuto. A loro gli aspetti pratici e concreti, quelli senza cui non si possono fare eventi, e a me le decisioni sugli argomenti da trattare e su come indirizzare il Camp. Ne ho già parlato a metà febbraio.
Lo SteamCamp avrà un indirizzo fortemente storico perché senza accurate informazioni non è possibile produrre buono Steampunk, né come estetica (disegni, abiti, gadget) né come narrativa. Il motto guida dello SteamCamp:

l’Ottocento come base per fare Steampunk e lo Steampunk come modo per riscoprire l’Ottocento.

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Logo di Andrea Falaschi per la prima edizione,
in mostra le sue opere horror-retrò della “Piccola bottega degli Orrori“.

Ci sono alcune novità rispetto alla comunicazione precedente.
Diego Ferrara, assieme a Dario Tonani, presenterà la nuova opera di narrativa intitolata Soldati a Vapore, una storia di guerra con i mech ambientata nel Risorgimento, presto in vendita in eBook autopubblicato.
Abbiamo finalmente abilitato le iscrizioni via Facebook ai laboratori di costume (sabato e domenica). Ci si può comunque iscrivere anche via mail, se non si usa Facebook, come indicato nelle pagine dei laboratori. Steampunk Italia ha organizzato anche un laboratorio dedicato al riciclo in cui mostrerà come realizzare un gadget Steampunk partendo da oggetti inutili.

È stata confermata l’organizzazione dei laboratori di fumetto Steampunk da parte della Scuola Internazionale di Comics di Padova, con iscrizione via Facebook come indicato prima, che invierà Frosi (laboratorio sugli oggetti, sabato) e Menin (laboratorio sui personaggi, domenica). Sempre a tema illustrazioni e fumetti, Valeria “Tenaga” Romanazzi ha organizzato una mostra di opere di artisti indipendenti a tema Fantawestern Steampunk, intitolata FarSteam Exposure. La troverete nell’area espositiva “Torino 1884″.

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Avete una conferenza o qualcosa di diverso da proporre?
Se appena appena siete a tema, siete benvenuti. SteamCamp non è un evento esclusivo per amici-di-amici all’italiana, è un BarCamp ovvero un evento “inclusivo” per far esprimere tutti a patto che vogliano parlare di Steampunk o argomenti storici collegati. Se siete a tema siete benvenuti: SteamCamp è il contenitore per dare spazio ai vostri contenuti.
Se avete un argomento MOLTO interessante magari si trova un posto perfino nella sala principale. Ci sono ancora un paio di ore disponibili, affrettatevi.

Al contrario di tanti altri, noi non facciamo ragionamenti da cricche all’italiota: a noi interessa lo stato dell’Arte, non le simpatie personali o quegli altri ragionamenti meschini che hanno contribuito a ridurre la narrativa a un covo di babbei rancorosi che si tirano frecciatine alle spalle perché non hanno la preparazione per affrontare i veri problemi tecnico-artistici e accettarne le conseguenze.
A SteamCamp, recuperando lo spirito meritocratico dell’Ottocento, conta solo l’interesse dell’argomento proposto, non chi siete e se siete professoroni o autori pubblicati: sta a voi metterci la faccia se poi, nonostante la buona idea, fate un lavoro di bassa qualità.
Chi prima arriva meglio alloggia quindi sbrigatevi!

In più vi ricordo le due ore “libere” in sala Tsiolkovsky per presentare proprie idee e progetti senza preavviso: se siete lì e avete qualcosa da dire che riguardi lo Steampunk, possibilmente per ottenere un feedback su un lavoro che avete in cantiere o per segnalare le vostre attività, potete chiedere di parlare.

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“Modern Steam Monobike 1896″ e altre opere di Stefano Marchetti
saranno in esposizione nell’area “Torino 1884″.

C’è una convenzione con l’Hotel Filanda presso cui si svolge l’evento, potete trovare maggiori informazioni qui sui prezzi per soggiornare ed è possibile prenotare già ora le cene a tema a cura dello chef Florian Bunea del ristorante interno “Il Filandino”. Prenotate tramite mail, come indicato nella pagina, non usando il booking online dell’albergo.

Modulo per registrarsi e partecipare a SteamCamp: compilatelo, ci aiuta a organizzare.
SteamCamp per avere successo ha bisogno di passaparola: seguiteci su Facebook e diffondete l’evento tra i vostri amici.

 

SteamCamp 2013

Scritto da il 15 feb 2013 | Categorie: Dieselpunk, Steampunk, Vita del Duca

Nei giorni 6 e 7 aprile 2013 si terrà lo SteamCamp, un evento dedicato allo Steampunk in senso ampio (un po’ di Dieselpunk incluso, fantascienza d’epoca inclusa), voluto da un gruppo di appassionati e organizzato nei mesi scorsi con il mio aiuto. A loro gli aspetti pratici e concreti, quelli senza cui non si possono fare eventi, e a me le decisioni sugli argomenti da trattare e su come indirizzare il Camp. Alcuni di voi lo sapevano già perché la voce dell’evento, anche su un paio di forum di settore, girava da un anno.
Lo SteamCamp avrà un indirizzo fortemente storico perché senza accurate informazioni non è possibile produrre buono Steampunk, né come estetica (disegni, abiti ecc…) né come narrativa.
Il motto guida dello SteamCamp sarà:

l’Ottocento come base per fare Steampunk e lo Steampunk come modo per riscoprire l’Ottocento.

Sede del primo SteamCamp sarà l’Hotel Filanda a Cittadella, in provincia di Padova. Abbiamo cinque sale a disposizione: una grande per le conferenze principali, una più piccola per le secondarie e tre per i laboratori. Più un bello spazio per una mostra di ambito sia Steampunk (spiegazioni, liste di opere, disegni ecc…) che strettamente storico (inventori, storia della moda ecc…).
Forse infileremo anche un angolo piccante dedicato all’erotismo vittoriano.
Magari con due bei mutandoni lunghi in mostra.

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“…e quindi, uhmm, bisognava curvare qui, venti minuti fa.”
“Il tuo TomTom di carta fa schifo, non arriveremo mai allo SteamCamp!”

L’evento è ad accesso gratuito e i contenuti sono stati selezionati da me con l’idea di non fare una festicciola/mercatino e basta tanto per divertirsi, ma di assicurarsi che vi fossero conferenze interessanti e culturalmente stimolanti, su ambiti diversi e fatte da persone di fiducia provata. Per questo ho voluto coinvolgere il professor Gino Roncaglia, che ha accettato di portare una conferenza sulla storia dell’informatica, e il buon Silvestro Ferrara (autore del divertentissimo Mai dire Mais: ne ho parlato alla radio parecchi mesi fa e prima possibile farò un articolo anche qui), che parlerà degli alieni nella fantascienza ottocentesca. Ferrara si è laureato con una tesi di storia della fantascienza sugli alieni, l’ho letta ed è uno che sa di cosa parla. A condurre sia il laboratorio di costume vittoriano che la conferenza sul vestiario vittoriano sarà la professoressa Angela Graziano.

Un posto di prim’ordine lo avrà l’amato inventore Innocenzo Manzetti a cui verrà dedicata una conferenza a cura di Mauro Caniggia Nicolotti e di Luca Poggianti (che spero portino anche copie del recente libro su Manzetti, il più completo al mondo), il nome della sala principale e una fetta (spero più ampia possibile) della pannellatura a tema storico della mostra.

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“Guardate, ha gli occhialoni: deve essere lo Steampunk!”

I laboratori saranno due, fumetto/disegno e moda/sartoria, uno al mattino e uno al pomeriggio, con i tempi scambiati nei due giorni.
Ci saranno anche presentazioni di libri Steampunk, per completare il quadro: Delos Books ha proposto la traduzione italiano di un libro la cui anteprima in inglese su Amazon mi ha stupito in senso positivo (il genere di roba gonzo-storica fantasy che mi piace e non è scritto troppo male, per cui ho accettato la proposta) e Augusto Chiarle, che si occuperà anche della conferenza sulla musica Steampunk e suonerà con i suoi The Wimshurst’s Machine alla festa di sabato sera, rappresenterà gli autopubblicati con il suo ciclo di romanzi a tema “marziano”. Se altri vorranno aggiungersi, si facciano avanti!
Stesso discorso per la presentazione di fumetti a tema: inviteremo sia editori (ne abbiamo individuati due) che autopubblicati (ne abbiamo di sicuro almeno una).

Sul sito ufficiale (grafica provvisoria) potrete seguire l’evoluzione delle conferenze: http://www.steamcamp.it/wordpress/programma-2013/
Alcune di quelle previste e “sicure” sono ancora prive di descrizione: appena i relatori le forniranno, verranno inserite.
Per chi non potesse venire o per motivi di orario non potesse seguire tutte le conferenze che lo interessano, magari perché vuole girare nella mostra, visitare il mercatino o chiacchierare con gli altri visitatori, i video delle conferenze verranno caricati sul sito dell’evento.

SteamCamp vuole attirare sia un pubblico di appassionati, fornendo loro contenuti di qualità che non si trovano facilmente nella massa di immondizia web disinformata e sviante sullo Steampunk, che un pubblico di curiosi che non hanno idea di cosa sia lo Steampunk, se non al massimo in modo vago. Spazio quindi ai cosplayer infervorati tra laboratori di moda e concorso del sabato sera… e anche a persone a cui lo Steampunk non interessa affatto, ma magari interessano le conferenze a tema storico.

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“Mamma, voglio vedere la gara di cosplay!”
“No, andiamo via Luigino! Sembrano una banda di squinternati!”

Un ringraziamento particolare agli S.T.I.M. di Steampunk Italia che hanno concesso l’utilizzo di foto in outfit, cureranno una conferenza sui giochi, organizzeranno il concorso per outfit/cosplay e forniranno il proprio tempo e impegno anche in altri modi per far funzionare i due giorni mentre noi organizzatori impazziremo dietro ai vari casini da coordinare.

SteamCamp per avere successo ha bisogno di passaparola.
Ci saranno anche due ore in sala Tsiolkovsky per presentare proprie idee e progetti.
Diffondete la voce e seguiteci su Facebook!

 

Brindisi di San Valentino per Gamberetta!

Scritto da il 14 feb 2013 | Categorie: Vita del Duca

Come anticipato in questo articolo ho dedicato la festa di San Valentino a Gamberetta, con l’idea che l’Amore che ogni fan deve avere per Lei sia un buon modo per dare un minimo di decenza a una festività ormai commerciale e svuotata di valori.
Ero in dubbio su quale Sua effige accettata dal culto scegliere tra la Needa Schuetlitch creata da Yamashita Shunya (il sergente che appare anche nel Suo avatar attuale) oppure Estelle del videogioco Tales of Vesperia (la dolce principessina rosa).

Pensavo perfino di fare due set di foto diversi, ma alla fine ho deciso che l’ideale era Estelle: in quel disegno rappresenta al meglio il volto della Dea come io lo immagino e in più mi piace, tramite Estelle, ricordare la nostra Dea come era anni fa, più allegra e deliziosamente sbarazzina, più desiderosa di educare i lettori, in fondo più impetuosamente ingenua, mentre ora un velo di consapevole cinismo e di durezza, di fronte all’idiozia dei lettori italiani medi, né marchia la disillusione e la perdita dell’entusiasmo iniziale.

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È un peccato che nelle mie foto si perda il delicatissimo colore rosa pastello del Max Rosé di Berlucchi. Perfino con la luce naturale è impossibile, con i miei miseri mezzi, catturare l’identica qualità di rosa che appare alla vista: la foto la vira sempre almeno un po’ verso tonalità d’ambra (soprattutto con ambienti bui e flash).
Questa è la migliore foto che sono riuscito a scattare e non rende giustizia a sufficienza. Ammiratelo in prima persona, con abbondante luce naturale, e godete del suo delicato profumo di crostata di fragola.

Mi piacerebbe vedere Gamberetta di nuovo come era una volta, allegra e piena di entusiasmo. Diversa da come sono io, disilluso e cinico. Magari con un blog nuovo, dedicato ai suoi interessi letterari attuali e non alla pessima condizione del fantasy italiano. Ma è più facile che dopo questo articolo imbarazzante l’attuale involucro corporeo della Dea Gamberetta venga a spaccarmi il cranio con il bokken e io sia quindi troppo morto per godere di futuri mutamenti. Però il sabrage Le era piaciuto, per cui magari perdonerà anche quest’ultima iniziativa. ^_^

Il secondo sabrage, per l’Ada Lovelace Day

In attesa della giusta morte meritata, passerò la sera finendo la bottiglia e pensando a quanto Lei sia bella e a quanto sarebbe dolce morire per Sua mano con il Suo volto come ultima memoria da portare all’inferno. ^_^
E voi avete brindato alla nostra Hime-sama Gamberetta?

 

Un Rosé per brindare a Gamberetta

Scritto da il 11 feb 2013 | Categorie: Enogastronomia, Razzismo/Stereotipi, Vita del Duca

San Valentino, festa che vorrebbe essere dedicata a un alto sentimento, quello dell’Amore, e si riduce a rito consumista per relazioni altrettanto consumiste, coppie instabili unite dalla pulsione a fornicare, come cani in strada, da cui i commercianti e i ristoratori (senza considerare gli albergatori) traggono profitto in un trionfo dello sperpero, della superficialità dei sentimenti, che ha il suo apice nella bestiale emissioni di fluidi disgustosi.
È questo Amore, un colare di muco genetico a macchiare le lenzuola o sputato nel lavandino?

No, l’Amore è un sentimento più elevato.
Per questo vi invito a dividere in due aspetti ben diversi la festa di San Valentino: da una parte la triste attività fornicatrice, svuotata di senso, come animali, che consumerete con la vostra o il vostro partner senza sapere se “l’eterno amore” sarà ancora tale il mese dopo; dall’altra parte tutto l’opposto, autentico Amore puro svuotato di ogni bestialità emissiva, di ogni fornicante onanismo, di ogni miserabile copula… brindare all’autentico sentimento di Amore eterno che ha per Lei ogni fan di Gamberetta, maschio o (preferibilmente) femmina che sia.

Sul dovere di brindare a Gamberetta ha concordato anche una lettrice:

Sono d’accordissimo, renderebbe un minimo di spiritualità a una festa commerciale per amoretti effimeri e superficiali ù_ù
(Clio)

Non voglio dilungarmi troppo: darò una sommaria descrizione di alcuni spumanti rosé che è possibile comprare presso i supermercati e due che si possono trovare in enoteca. Comunque ogni enoteca è radicalmente diversa dalle altre, è giusto per dire che quei due è più difficile che siano negli scaffali della GDO. Ho scelto prodotti diversi e di aree geografiche diverse, nella speranza che almeno uno incontri il gusto e la possibilità di spesa di ogni lettore.
Esclusi quelli che per problemi economici ripiegheranno sulla Peroni da 66 cl, sul tetrapak dell’Acinello o sul lambrusco frizzante da 2 euro, ma la Dea nella sua infinita misericordia sono sicuro che accetterà anche il brindisi dei più poveri.

A fine articolo presenterò un video per mostrare la spuma e il perlage dei vari vini trattati, esclusi Gancia e Villa, e far vedere meglio le bottiglie per aiutare a identificarle più rapidamente al supermercato.

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Gamberetta, in una delle sue raffigurazioni accettate dal culto, mentre difende la Narrativa dai suoi nemici eseguendo la Mystic Arte “Ultimate Line Editing” sulla prima pagina di un fantatrash, rilevando 35 errori e infliggendo all’autore 13457 danni. L’autore muore devastato dal Giudizio Divino sulle sue mancanze… ma non mancherà ai lettori con un QI a tre cifre.

 
Cantine Maschio Rosé Extra Dry (3,29 euro).
Cominciamo proprio con un prodotto adatto a chi ha pochi soldi che ricorda per la sua natura beverina un prosecchino da 3-4 euro. È un prodotto a base di uve pinot bianco, pinot nero e raboso, leggermente rosato (di un delicatissimo rosa tenue molto scarico).
Il perlage è abbastanza fine e abbastanza numeroso: in un calice Prosecco o nel nuovo Franciacorta fa la sua bella dose di catenelle che mette allegria e apre i profumi.
Il profumo poco complesso, ma sufficientemente intenso ricorda bene la fragola, con un generico floreale puntato verso la rosa e una nota dolce soffusa con una punta acida di lampone… in pratica è come se fosse un prosecchino virato dalla mela verso la fragola.

In bocca non ha nulla che non vada ed è fresco, l’acidità fa il suo lavoro stimolando la salivazione. Meglio berlo alla giusta temperatura da prosecco di struttura debole, circa 4-6 gradi, per renderlo più beverino: il fresco aiuterò ad alzare le durezze, compensando la scarsa quantità di minerali presenti e bilanciando l’effetto ammorbidente degli zuccheri. Ricordate che Extra Dry è leggermente più dolce di Brut e di norma sta bene sui prodotti di cui esaltare semplici note fruttate o compensare la forte acidità (il tipico Prosecco è più facilmente Extra Dry che Brut, il tipico Franciacorta l’opposto).

Piccola nota a tema temperatura: molti spumanti attuali essendo dotati di strutture più complesse di un prosecchino supereconomico e di profumi più ampi soffrono a essere serviti quasi “ghiacciati”, 2-3 gradi (da sabrage in pratica), brutta abitudine che ha rovinato tanti eccellenti Champagne. Meglio stare sugli 8-10 gradi per goderli al meglio della loro complessità. Il mio frigo a regime normale fa 7-8 gradi: metto dentro la bottiglia di sera e il giorno dopo è pronta.

Lo ricomprerò, è il mio nuovo spumantino rosé super-economico preferito, da alternare ai vari prosecchi sui 4-5 euro. Se proprio siete a corto di soldi per il brindisi, comprate questo e non vi deluderà.

Pinot di Pinot Rosé Gancia (4,99 euro).
Questo devo metterlo per dissuadere dall’acquisto, visto quanto è facile trovarlo nei supermercati. Prodotto solo con uve pinot, bianche e nere. Colore teoricamente “rosa tenue”, in realtà molto più tendente al rosso che al rosa nelle nuove bottiglie trasparenti (ramato?) oppure verso un giallo aranciato-ambrato (vecchie bottiglie scure).
Spuma cremosa che sparisce rapidamente. Perlage adeguato nei vari parametri, ma con un difetto di fondo: risulta molto incostante. Al primo calice era adeguato in ogni aspetto, ma al secondo calice solo un’ora dopo le bollicine erano già fortemente diminuite per numero e persistenza, tanto da sembrare un vino fermo se non si guardava con grande attenzione. Lo stesso problema lo avevo notato mesi prima, quando al primo calice fu quasi come un vino fermo e al secondo fece bollicine adeguate. È come se la sua struttura gli rendesse difficile aprirsi, se non in situazioni ottimali (sto sempre attento a pulire i bicchieri e non ho mai problemi con i prodotti ben fatti, anche di prezzo basso).
Il profumo è addirittura meno godibile di quello del Maschio prima: la nota di floreale e di fragola è intrappolata in una idea di pesantezza che è il principale difetto del prodotto.

In bocca non vi sono difetti evidenti, ma non brilla certo per finezza. Risulta un po’ pesante e acidulo nello stomaco (ma senza risultare straordinariamente fresco in bocca). Manca la leggerezza briosa di uno spumante. Un calice si beve, ma all’idea del secondo passa la voglia: forse il solo pinot, lavorato in modo economico e puntando al rosa macerando in parte le bucce, ha dato troppa struttura? Sembra più un vino rosato frizzante pesantello che uno spumante pieno d’allegria. E infatti l’ho goduto bene con una pasta col pesce molto condita e altri piatti, come se fosse un vino da tavola capace di tenere a bada anche sapori forti e il piccante, mentre a digiuno mi si è stroncato due volte in pancia.

Completamente inadatto a un brindisi gioioso per Lei.
E sconfitto come “spumante da tavola” dal più allegro Maschio Rosé.

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Come ve lo vorrebbero spacciare e come è davvero.
E come era più ambrato quando usciva dalle vecchie bottiglie verdi.

 
Il Calepino Brut Rosé (8,85 euro).
Un rosé bergamasco famoso, di un’azienda premiata per la qualità dei suoi spumanti dal Gambero Rosso (è a tema, no?). Gli spumanti de Il Calepino sono famosi per due cose: il terreno su cui si trovano i vigneti è geologicamente come quello della Franciacorta, garantendo una situazionale ideale per gli spumanti, e costano davvero poco (anche perché… non possono usare il nome Franciacorta!). Pensate che il Riserva di Fra Ambrogio, uno spumante serio e dal sapore complesso che sta 60 mesi sui lieviti (5 ANNI di fermentazione in bottiglia, più il resto della lavorazione), costa solo 12-13 euro. Se potessero scrivere “Franciacorta docg” magari lo venderebbero a non meno di 22 euro senza perdere una sola vendita. E questo Brut Rosé a 12 euro come il rosé base di Ferrari.

Bel colore rosa pastello (tecnicamente rosa tenue) come la Sua chioma. Nel video sembra più ambrato, ma è colpa prima della luce ambientale e dello sfondo.
La spuma è cremosa, di bell’aspetto, ma evanescente (dura 10 secondi nel video). Il perlage è eccellente: bollicine in gran parte fini, molto numerose e nel complesso persistente. Un gradevole spettacolo. Peccato non averlo ripreso anche nel calice Franciacorta!
Il profumo è sufficientemente intenso, ma è un po’ delicato. Nessuna nota negativa nei profumi, adeguatamente fini (pur senza eccellenze) e abbastanza complessi, forse tendenti al complesso. È molto più difficile valutare rispetto a un vino fermo con cui si può fare il giochino di muovere il vino e vedere quanto e come cambia. La prima cosa che mi ha stupito è la totale mancanza della “fragola”, profumo che speravo di trovare: le note fruttate ricordano l’acidità dell’agrume, con una punta di esotico del kiwii, assieme a un’idea di acidità da lampone unita all’amarognolo della nocciola. Ovviamente seguono note floreali e la gradevole sensazione fragrante di crosta di pane che i 24 mesi di fermentazione sui lieviti hanno lasciato.

In bocca ha tutti i parametri nella norma: secco, abbastanza caldo (se fosse un vino fermo con 13% facilmente sarebbe stato “caldo”), abbastanza morbido, fresco, abbastanza sapido. Il sapore ricorda frutta di buona acidità, agrumi e frutti di bosco rossi, con una nota amara finale di nocciola. Un po’ sempre l’idea del kiwii ritorna, vagamente, ma forse è una mia sovrapposizione di altre sensazioni che mi ritorna in mente. Gusto persistente dopo aver ingoiato, 7-8 secondi di sapori intensi, poi rimangono a lungo più delicati. Più intenso nel sapore che negli aromi. Sapore elegante.
Per verificare la nota amarognola di nocciola (invece che di mandorla o di altro), ho mangiano una nocciola dopo essermi sciacquato la bocca e la nota amara finale è stata identica.

L’assenza della fragola e la forte acidità del fruttato non lo rendono la mia scelta ideale per brindare a Gamberetta, ma il colore è adeguato e il sapore, in fondo, è questione di gusti. Lo ricomprerò di sicuro, visto anche il prezzo davvero competitivo per un 24 mesi ben fatto.

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Il Calepino, premiato dal Gambero Rosso. Un’eccellenza vitivinicola bergamasca.

 
Franciacorta DOCG, Berlucchi Cuvée Imperiale Max Rosé Extra Dry (10,80 euro)
Questo è stato il primo spumante rosé d’Italia, nato in Franciacorta per volontà del creatore dell’azienda che fondò la Franciacorta, Guido Berlucchi. Il progetto Max Rosé nacque nel 1962 (festeggiò i 50 anni a fine 2012) su sollecita richiesta di Max Imbert, un antiquario milanese appassionato di Champagne Rosé, amico di Guido Berlucchi. All’epoca non esistevano “Champagne” Rosé in Italia (all’epoca si potevano ancora chiamare Champagne, oggi è giustamente vietato) per cui Max doveva andare in Francia a procurarseli! Franco Ziliani, l’enologo cofondatore della Berlucchi nel 1955, vide che la cosa era fattibile e nell’ottobre 1962 convince Guido Berlucchi a soddisfare la richiesta, dando il nome di Max al nuovo spumante (ora da indicare preferibilmente col nome “Franciacorta” invece che col generico spumante/bollicine, come si indica “Champagne” lo spumante della regione omonima).
Il Max Rosé è un prodotto di ottimo livello, maturato 24 mesi sui lieviti, con un rapporto qualità-prezzo elevatissimo, che può piacere anche a chi pretende (giustamente) un minimo di 50% di pinot nero nonostante ne abbia solo il 40% (il restante 60% è chardonnay per dare acidità ed eleganza). Su cinque milioni di bottiglie annuali prodotte di Berlucchi, 500.000 sono di Max Rosé. Nel primo anno di “produzione”, il 1961, c’erano solo 3.000 bottiglie. Dati presi da Bibenda.

Nel calice si presenta di un bel rosa tenue, ma proprio rosa-rosa pastello, non uno di quei rosé rossicci o ambrati. Un colore splendido, come quello della Sua chioma, che mette subito allegria e invoglia a immergersi nel suo delizioso profumo. La spuma è cremosa, ma non particolarmente durevole (mi pare 6 secondi sul video). Il perlage è fine, persistente e molto numeroso. Un torrente delizioso di bollicine che fa “ribollire” la superficie. L’aroma è elegante e delicato, ma sufficientemente intenso per poterlo percepire perfettamente anche in abbinamento a del cibo. Il bouquet non è particolarmente vasto, ma esalta pochi elementi specifici creando un’idea complessiva che ho trovato affascinante. Il profumo principale è quello di piccoli frutti rossi, in particolare fragole mature e una punta di acidità di lamponi, segue forte e chiaro il sentore di crosta di pane, i fiori (rose, credo) e la frutta secca (mandorla, sono sicuro, ho verificato). Il tutto nella soffusa dolcezza, non invasiva, di un Extra Dry (15 grammi/litro di zucchero, circa il doppio di un Brut moderno). Dolcezza più fragole mature più crosta di pane più punta di acidità più mandorla… ed ecco che l’insieme evoca un ricordo di crostata di fragole.
Ricordo delicato, ovviamente, ma chiaro: quando ho suggerito l’idea ad alcune persone NON appassionate di vino, hanno subito concordato che era quello il profumo. Considerate che quando un vino ha un profumo di intensità forte come l’elemento originale che richiama di solito è indicato come “molto intenso”… per esempio la marmellata di albicocche o pesche in un passito di Pantelleria.

In bocca l’amabilità degli zuccheri costruisce una delicata e morbida dolcezza. La morbidezza in sé (come valore da scheda AIS) non è alta, ma gli zuccheri dosati in modo perfetto la fanno sembrare maggiore. Non è zucchero in più “perché sì”, per faciloneria: è una scelta di rinunciare al Brut, più di moda, per costruire un progetto gusto-olfattivo che esalti al meglio tutto l’insieme, riuscendo così a mantenere il prezzo “popolare” (gli altri Rosé di Berlucchi infatti sono molto più costosi e sono Brut).
Tornano in bocca gli aromi di frutta di bosco fresca, fragola e mandorla, come al naso. Esaltate da una mineralità importante che denota una ricchezza di sostanze estrattive e una struttura solida, senza divenire pesante. Non si riduce a spuma e non pizzica troppo, si muove in bocca elegante e leggero, mantenendo la liquidità originale.
Il sapore è molto persistente, è fine ed è equilibrato. Potrebbe essere ancora più elegante, più saporito e più armonico, ma già così fa un ottimo lavoro.

Quando l’ho bevuto la prima volta mi ha stupito.
È esattamente ciò che cercavo in un rosé: eleganza, profumo di fragola, bollicine belle e numerosissime senza essere fastidiose in bocca, un color rosa pastello chiaro PERFETTO senza compromessi verso il rosso… e un prezzo basso, perfino più basso di altri ottimi rosé base come quello di Ferrari o il Tridentum di Cesarini Sforza. Questo è il Franciacorta che amo e che voglio bere “regolarmente” quando non devo sperimentare bottiglie nuove e mi va di buttarmi su un rosa sicuro che sia una garanzia di piacere, sia abbinato al cibo che da meditazione. Testato su pane bianco con abbondante prosciutto crudo piuttosto salato e maionese: non ha perso una nota di sapore. In difficoltà solo con il prosciutto crudo da solo, tagliato a fette spesse come bistecche.

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Max Rosé esprime un dolce, elegante, profumo di fragole.

 
Trento DOC, Cantine Ferrari Rosé Brut (11,90 euro)
Un rosé di una storica cantina, la Ferrari, che iniziò l’esperienza delle peculiari bollicine “d’alta quota” nel lontano 1902, ben 53 anni prima che iniziasse l’attività spumantistica franciacortina (e considerando che il 1902 era 11 anni fa, ho problemi a far tornare i conti). Ancora oggi, dopo due guerre mondiali e la caduta dell’Impero Austro-Ungarico in cui nacque, Ferrari è ancora il produttore simbolo di quei peculiari spumanti “alpini” un tempo chiamati tutti Champagne e ormai denominati orgogliosamente Trento o Trentodoc (tutto attaccato).
In questo caso ci troviamo di fronte a un rosé più ortodosso, al 60% fatto con pinot nero (contro il 40% del Max Rosé), e lasciato a maturare sui lieviti per non meno di 24 mesi (come il precedente Max Rosé).

Il colore è un bel rosa tenue pastello, come nel Max Rosé. Il perlage mi è parso inferiore per bellezza visiva: bollicine fini, ma meno numerose. Però c’è un punto di forza visivo che nessun altro spumante trattato in questo articolo ha: una spuma cremosa, alta, densa che dura ben 30 secondi nel video fatto! Contro i 6 secondi del Max Rosé. Tutta un’altra spuma!
L’aroma è fine, con intensità e complessità adeguate. L’aroma si apre con una soffusa idea di fragoline e altri piccoli frutti di bosco rossi, fiori, fragrante di crosta di pane e un bel nerbo minerale che punzecchia il naso.
In bocca è secco (brut), fresco e ricco di sali minerali. Sapore elegante con una nota dominante saporita di minerale salinità di montagna e delicata frutta secca (mandorla?). Dopo aver ingoiato rimane la “salinità” accompagnata da una sentore di fragoline ritornato. Persistente.

Un prodotto base di alto livello che merita il prezzo che chiede, senza problemi, e che può piacere a tutti come può piacere il Max Rosé, pur avendo note gusto-olfattive diverse. Diciamo che per chi predilige i Pas Dosé (zero zuccheri) e vorrebbe lo stesso un sentore di fragola sarà meglio puntare a questo Brut, mentre per chi ha gusti più legati alla dolcezza, più normali, è preferibile il Max Rosé.
Particolarmente consigliato ai nostalgici del governo Austro-Ungarico che vorranno brindare alla Dea con una lacrimuccia per l’Impero perduto.

Masseria Frattasi Prestige Rosée Extra Dry (17 euro)
Dal Trentino alla Campania, dal Manzanarre al Reno, ecco uno spumante dalla provincia di Benevento. Un prodotto che ho pensato di aggiungere come segno di armonia, unità nazionale sotto il Piemonte e distensione verso i nostri negri fratelli italiani dell’Africa Sublaziale. Questo spumante mi è stato caldamente consigliato in enoteca per provare qualcosa di prezzo contenuto e capace di evocare sensazioni molto diverse dagli altri rosé. Effettivamente questo spumante, prodotto in appena 5000 bottiglie l’anno e fermentato in autoclave secondo il metodo Martinotti (i tre precedenti erano “metodo classico”, fermentati in bottiglia secondo la tradizione dello Champagne), ha la peculiarità di essere fatto in purezza con uve aglianico.

Il colore è rosa cerasuolo carico, quindi ben più rossiccio del rosa tenue (in parole povere: rosso pastello e trasparente, brillante). Il perlage nel calice standard è numeroso, fine e persistente (non ho provato con il calice Franciacorta, mea culpa). Così fine che nel rosso tanto intenso era facile vederlo, ma quasi impossibile catturare le bollicine con il mio misero smartphone. Ho fatto il possibile per far vedere qualcosa.

Il profumo è intenso e fine, il bouquet sufficientemente complesso. Su tutto domina un profumo di frutta esotica, circondata di note floreali. Continuava a venirmi in mente la papaya, non so perché, ma penso che non sia la descrizione giusta. È deliziosamente aromatico, molto peculiare, e l’odore credo che si possa descrivere come una combinazione di floreale, fruttato (papaya candita, lampone e soprattutto anguria) e una punta di fagioli di soia bolliti, quelli venduti in scatola.

In bocca è ben fatto, come il Max Rosé: sapido e fresco, abboccato come dose di zuccheri, abbastanza morbido e abbastanza caldo come alcool.
Peculiare e indice di qualità (equilibrato e armonico) il fatto che sia UGUALE in bocca e al naso, si aggiunge solo una leggera nota amara che mi ricorda i fagioli di soia bolliti. Giusto per far capire che non sparo cazzate (perché per primo non mi fido dei collegamenti che il mio cervello fa tra oggetti e profumi), di fronte a una sensazione così strana ho subito aperto una confezione di soia Valfrutta e ho controllato la nota d’odore e, soprattutto, il retrogusto amarognolo. Identico: posso confermare che non è l’amarognolo della mandorla o della nocciola!

Un acquisto di cui sono felice, ma l’esperienza iniziale è stata abbastanza traumatizzante. Non riuscivo a ricollegare il profumo a qualcosa, nonostante fosse CHIARO che era un profumo fruttato che avevo sentito migliaia di volte. Pensavo a combinazioni possibili, senza uscirne. Era come avere una parola sulla punta della lingua e rimanere come scemi senza riuscire proprio a dirla.

Se siete africani sublaziali e riuscite a trovarlo, magari perché abitate in zona, ve lo consiglio per brindare con un vino che ricorda l’anguria, frutto di cui i negri sono particolarmente ghiotti. Al primo calice sentirete i rimbalzi della pallacanestro. Al secondo i tamburi della giungla nera. Bevibile anche se siete ariani in cerca di esperienze esotiche: il metodo di fermentazione nordico vi eviterà contaminazioni negroidi. In caso sentiate desiderio di pollo fritto e anguria, un bel bicchiere di piemontese Moscato d’Asti vi rimetterà il boja fauss in bocca. ^_^

Bisogna pensare ai gusti dei connazionali negri del Sud.
Il Piemonte ha il dovere di renderli bianchi con la civiltà e lo spumante!

 
Santero Villa Jolanda Moscato Rosé Dolce (6,80 euro)
Questo è un po’ l’intruso della situazione. Attratto dalla bottiglia elegante, festosa, rigata come se fosse stata sparata da un fucile, ho erroneamente sperato che il colore rosato e l’elevata dolcezza avrebbero diretto il sapore verso una fragola intensa, come se fosse un Brachetto d’Acqui, però con un colore più adatto al brindisi rosé che immaginavo. Non avevo considerato che il moscato avrebbe spinto verso aromi e sapori più erbacei… da uve moscato, appunto.

Il colore è difficile da definire: direi un rosa cerasuolo scarico, con unghia quasi incolore, che con luce naturale evoca sfumature più verso l’arancio ambrato (un miele?) che verso il rosso. Perlage fine, abbastanza numeroso e abbastanza persistente. Spuma adeguata, ma che sparisce velocemente.
Profumo tutto nella norma per intensità, finezza e ampiezza. Più che fruttato ha un profumo moscato caratteristico erbaceo di salvia e una punta di speziato di cannella, in cui più che i frutti si riconosce una sensazione di miele e di floreale, forse descrivibile come un agrumato di fiori d’arancio e miele d’arancio.
In bocca è poco caldo (9,5%) ed è dolce. Nessun difetto e nessun punto di forza negli altri valori. Di positivo posso dire che il sapore è persistente (direi quasi 10 secondi pieni, poi rimane ancora a lungo ma più vago). Non è particolarmente elegante, ma non è nemmeno troppo grezzo.

Non mi pento dell’acquisto e potrei anche ricomprarlo nel corso dell’anno, ma non mi sento di consigliarlo per questa occasione.
Non sono gli aromi o il colore che immaginavo per Lei, spiacente.

Franciacorta DOCG, Villa Rosè Demi-Sec (22 euro)
Un grande prodotto di una grande casa della Franciacorta, Villa. Scoperto in enoteca (Lunetta, in centro a Bergamo) su consiglio della commessa, una collega corsista che mi ha riconosciuto perché sedevo sempre davanti a lei al primo livello del corso per sommelier AIS Bergamo (come al solito quando i posti sono liberi si tende a mettersi sempre negli stessi). Strano, non sono facile da riconoscere…
Un consiglio eccellente, tanto che pochi giorni dopo sono tornato per comprare un ottimo stopper per spumanti marchiato “Villa”. Sono diventato un fan di Villa dopo tre prodotti (oltre a questo il Brut, provato al corso, e il Diamant Pas Dosé, elegantissimo e davvero ben fatto, seppure io non ami affatto i Pas Dosé).

Questo Rosè (imitando l’accento scelto da Villa) forse farà storcere la bocca ai puristi, avendo solo un 30% di pinot nero. Anche il suo essere Demi-Sec (fascia dei 33-50 grammi/litro), in un mondo che viaggia sempre più in direzione di Extra Brut e Pas Dosé, lo rende un prodotto più adatto a persone con gusti di cento anni fa.
Un bel color rosa tenue (ma più rossiccio di un rosa pastello), brillante. Bollicine abbastanza numerosi e fini: nel calice standard da degustazione nessun torrente di bolle, ma comunque una quantità dignitosa e fatte bene, persistenti. Aroma intenso, elegante, in cui si mischia lo speziato e il fruttato dando l’idea di una soffusa fragola dolce vanigliata, che chiude fragrante ricordando sensazioni di crosta di pane (in questo caso ha fatto non meno di 30 mesi sui lieviti prima della sboccatura).

In bocca è abbastanza caldo, ma è anche morbido, amabile (non è dolce come un Asti o un Moscato che viaggiano sui 50-100 grammi/litro), fresco, sapido (fa venire voglia di masticare), intenso ed equilibrato. La stessa elegante, soffusa e prolungata, femminile fragola vanigliata di prima si ritrova identica in bocca.
Persistente, le sensazioni piacevoli perdurano ben oltre dieci secondi dopo aver deglutito. Un Franciacorta fine e armonico per amanti della dolcezza e della fragola alla ricerca di un prodotto che ha l’eleganza femminile di una fanciulla timida, dolce e aristocratica. Forse anche troppo timida: avrei preferito sapori un pochino più decisi e bollicine più vigorose per aprire gli aromi (più simile al Max Rosé, ma senza sacrificare l’eleganza).

E infatti ci sono anche delle note “negative” (molto tra virgolette).
Essendo un Demi-Sec è meno abbinabile col cibo, in particolare per la sua grande e delicata eleganza. Lo vedo bene con la pasticceria secca, ma non concordo con la scheda ufficiale che consiglia anche culatello e formaggi a media stagionatura. Ha un’eleganza così femminea che secondo me ogni cibo più forte della pasticceria secca senza creme rischia di guastarlo. Non è versatile e deciso come il “meno elegante” Max Rosé. Lo vedo, e l’ho gustato, come un vino da meditazione. Un calice a sera, meditando sulla bontà e sulla bellezza della nostra rosea Dea.

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Villa Rosè Demi-Sec, lo potete comprare online a 16,49 euro qui.

 
Maschio, Berlucchi, Ferrari, Villa… o un Brachetto d’Acqui?
Rimaniamo in ambito “fragola” e facciamo una riflessione semplice. Per chi cerca un ricco sapore di fragola più burrascoso e gioioso, spruzzato d’aroma di rose, consiglio un classico Brachetto d’Acqui a 9-11 euro da supermercato: Araldica è buono, lo è anche Bersano, malaccio non deve essere Duchessa Lia.
Nel dubbio leggete se l’etichetta cita la fragola. Non sarà un rosé, sarà uno spumante con un bel rosso carico e scuro, ma facilmente piacerà un po’ a tutti (e ce ne sono anche di eccellenti a prezzi superiori in enoteca).

Ma si tratta di qualcosa di diverso da un Trento o un Franciacorta.
Antropomorfizziamole. Il Brachetto da 10 euro sarebbe come una briosa demimondaine che si scatena a far baldoria. Il Villa è una signorina di classe, giusto un po’ troppo irregimentata, che pretende rispetto e risponde con misurati gesti femminili carichi di grazia ed eleganza. Il Max Rosé pure è un signorina di classe, ma più alla mano e decisa, capace di tenere testa rispondendo a tono a chi la contrasta (il sapore del cibo), invece di chiudersi in un infastidito silenzio. Ferrari è la cugina alpina del Max Rosé, con quelle note più minerali che me la fanno immaginare con vestiti più semplici a fare alpinismo e lunghe passeggiate nella natura. Maschio invece è la ragazza un po’ goffa, impacciata, non abituata a comportarsi in società, che si fa subito notare nel resto del gruppo: d’altronde si è evoluta in comunità col metodo Martinotti, come dire che è andata in collegio mentre le altre tre hanno avuto l’educatore privato in casa!

Cosa sceglierò io?
Ho già pronta una bottiglia di Max Rosé. L’ho scelto non solo per gli aromi, che mi fanno pensare a Lei, e per il colore pressoché perfetto: ritengo che rappresenti bene la precisione e la decisione della nostra Dea, una ragazza che sa quello che vuole. La nostra Dea è una fanciulla elegante che nel momento del bisogno, se offesa, invece del silenzio e di coprirsi il volto col ventaglio preferisce menare una botta col bokken sul cranio del disgraziato di turno.
In più il Max Rosé ha un costo contenuto e il più elevato rapporto qualità-prezzo e so che la nostra Dea detesta gli sprechi e ha sempre un occhio di riguardo per i proletari (esclusi quelli sbavanti che si massaggiano il pacco fissandola mentre prende il tè, per quelli ci sono le manganellate della pubblica sicurezza).

Brindate anche voi a Gamberetta, per San Valentino, e se vi va fate una foto dell’evento e linkatela nei commenti. O brindate e basta e scrivetemi con cosa. ^_^

 

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