2012

Archivio dell'Anno

Spumanti molto economici per iniziare l’anno

Posted by on 31 dic 2012 | Tagged as: Enogastronomia, Razzismo/Stereotipi

Nei primi giorni dell’anno, tra Capodanno e l’Epifania, i consumi italiani di bollicine di ogni tipo sono al top. Tra spumanti generici e DOP di varie nazionalità, di ogni prezzo, colore e sapore, durante le feste sono state stimate 90 milioni di bottiglie “stappate” (vendute?) entro Capodanno. Più o meno bevute, schizzate precocemente sul pavimento allo sparo del tappo, esplose in un tentativo di sabrage, regalate e lasciate a impolverarsi su uno scaffale, usate come clava su un conoscente poco simpatico o sganciate con i bombardieri sopra un villaggio di negretti nelle colonie dell’Africa Sublaziale.

L’idea di un bombardiere piemontese che sorvola la piazza di un tipico villaggio pugliese di “trulli surrogati”, capanne in paglia e sterco, e sgancia decine di bottiglie di Asti Spumante sulla folla di negri intenti a bere l’infido vino del contadino con il sedano dentro per dargli un po’ di corpo, mi mette un’ariana allegria. E se vi pare che la mia visione della Puglia sia un po’ troppo africana, non dimenticatevi che un loro vitigno tipico è il “Negro Amaro“. E quella colonia nell’Africa Sublaziale produce anche l’ottimo Primitivo, che però non è Giuseppe Simone o DagoRed, tra cui il molto apprezzato Primitivo di Manduria. Con nomi simili, negri amari e primitivi nei trulli, c’è poco da lamentarsi! ^_^

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I trulli di Alberobello,
versione “pulita”, da ricconi, per far contenti i turisti.

Ovviamente il Primitivo di Manduria non è (più) Taotor visto che ha imparato l’alfabeto e a furia di studiare materie ariane è sbiancato, il naso camuso si è drizzato e i labbroni sgonfiati. L’osso nel naso è stato riassorbito, formando la fetta di cervello mancante. Ricordo ancora i bei tempi, anni fa, quando era un negretto ricciuto che rincorreva una palla di stracci tra i trulli, dribblando sterco di capra, e gli davo rettangolini di meta per il fornello da campo spalmati di marmellata! Risate fino a far cadere il casco coloniale a guardarlo piegato dai conati!

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I veri “trulli surrogati” pugliesi, capolavori di primitivismo architettonico che nulla hanno da invidiare alla Reggia di Versailles o alla Basilica di San Pietro.
L’Arte è soggettiva, i gusti sono gusti!

Mi è stato suggerito di dedicare un articolo di indicazioni sugli spumanti più economici e più facili da trovare nei supermercati per Capodanno. Ho deciso di parlare di una verticale di quattro prodotti entro i tre euro, dal più economico al più costoso, concludendo con un prodotto bonus decoroso entro i cinque euro.

Perché un articolo simile, per parlare di prodotti da cui chiaramente ci si può aspettare molto poco, non certo rari casi di prodotti che valgono molto più del loro prezzo come fu con il Moscato La Versa e con l’Asti Docg Martini & Rossi?
Capisco non avere soldi per delle bollicine di buona qualità (basterebbero 10 euro), ma non è possibile che brindiate con i bottiglioni di Peroni da 66 cl, come i muratori rumeni tanto amati da Zwei. Allo stesso tempo, soprattutto se si capisce poco di ciò che si beve perché non si è abituati, ha poco senso spendere soldi per Capodanno, occasione in cui si fa il botto, c’è casino, si è stanchi, zeppi di cibo e quindi nelle peggiori condizioni per assaggiare i delicati sapori e il bouquet complesso di un buon Franciacorta o di uno Champagne. Tra una cosa e l’altra tanto vale puntare in basso, indirizzandosi con un minimo di criterio verso la bottiglia più adatta ai propri gusti.

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Bellavita La Marchesina Gran Dessert, a 1,19 euro.
Seppure sia una fanciulla (marchesina, non marchesa!), questa bevanda aromatizzata a base di vino prodotta in Italia da CVC srl a Gattinara (nota anche come Casa Vinivola Bellavita srl) e distribuita dalla Lebanese Arak Corporation (azienda statunitense di origini libanesi-siriane), non è certo un prodotto raffinato o elegante.
Non lo dico con cattiveria, cara marchesina, ma dovreste davvero allenarvi di più a camminare con un libro in testa, a ballare senza pestare i piedi al cavaliere, a riuscire a non guardarvi solo le scarpe mentre parlate con qualcuno e a ridere senza che vi parta in mezzo un singulto…

Nonostante la sua semplicità sembra piacere ai Russi, unici consumatori di cui ho trovato recensioni: gli rifilano 4 o 5 stelline, ovvero il massimo o quasi del gradimento. La bottiglia per il mercato russo ha un’etichetta diversa, in parte in italiano (quella per l’Italia è solo in italiano). L’impressione che deve fare nella GDO russa è quella delle bollicine italiane di importazione, puntate però a un pubblico che pur essendo abbastanza raffinato da non bere bottiglie con gli scarti di lavorazione della vodka, allo stesso tempo non ha molti soldi da spendere.
Nonostante il prezzo sia basso in rapporto ad altri vini sul mercato russo, dai 170 ai 350 rubli, questa comunque non è una cifra bassa in assoluto: da 4,2 a 8,7 euro (furto!), in un mondo in cui lo stipendio minimo è meno di 6mila rubli (ed è considerato molto sotto la soglia di povertà) e pochi mesi fa c’erano scioperi per i salari medi miserabili da circa 10mila rubli al mese (povertà), anche se nell’industria dell’auto arrivano fino a 18mila rubli (che non è comunque molto) dopo i recenti scioperi in primavera. Poveri russi.

Più recensori mettono, scherzosamente, come unico difetto di La Marchesina che si beve così bene da finire per berne troppo! Una ragazza, che non sembrava (dalla traduzione di Google russo-inglese) né una bimbaminkia né una pazza, ha affermato che è così buono da averne scolate otto bottiglie in cinque ragazze, una sera. Un altro tizio lo ha definito una buona alternativa economica all’amato Asti Spumante. Un altro ancora, più precisamente, come alternativa economica all’odiato Asti Mondoro (linea della Campari pensata principalmente per la Russia: forse odiato perché costa 1500+ rubli?).
Mah! L’unico voto negativo, 2 stelle, criticava la grande dolcezza che per gli altri era un vantaggio. Anche l’etichetta (secondo loro) da bottiglia “costosa” abbinata a un marchio poco conosciuto, ha il vantaggio di far fare bella figura spendendo poco. Effettivamente l’etichetta non è malaccio, ha quel fascino retrò e un po’ dozzinale che può ingannare.

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Retro della bottiglia per il mercato russo.

In fondo non sarebbe nemmeno giusto valutare La Marchesina con i criteri di un vino, sarebbe come analizzare un cocktail di gazzosa e alcool, o la cola del discount. Ma ha il tappo che pare a fungo sotto la stagnola e la vendono tra i vini, a competere con gli Asti Docg del glorioso Piemonte (Avanti, Savoia!), per cui la valutazione ci sta.
Di solito valutare un vino cattivo è difficile, perché si è incerti se optare tra la sufficienza risicata in un valore e l’insufficienza. Facile dire che un grande vino è chiaramente così e cosà, più difficile distinguere le sfumature di mediocrità. Ma La Marchesina ha saputo stupirmi: mai bevuto una porcata così chiaramente porcata.

Il tappo a fungo è in plastica, unica nota positiva in tutta la faccenda: con la carenza mondiale di sughero che sta minacciando i vini importanti, sarebbe stato da processo all’Aja sprecarlo per queste bottiglie. La Marchesina parte con una schiuma discreta, rapida a dissolversi anche se un po’ meno blitzkrieg di quella dei due spumanti successivi, ma subito l’occhio è attirato da un dettaglio così peculiare che l’ho trovato affascinante: è incolore.
La delizia frizzante è di un bel bianco trasparente, come vodka, con forse dei riflessi verdolini. Le bollicine sembrano assenti, ma levando la condensa si nota una striminzita catenella centrale e un’altra, con bolle più distanziate, a fianco. Strano. Le scarse bolle sono quantomeno adeguatamente fini, non grosse bolle da gazzosa.

L’odore è poco percepibile (ma è colpa mia, temo). Complice un po’ di raffreddore (ho tenuto questa bottiglia per ultima e nel frattempo mi sono ammalato) ho potuto percepire, con fatica, solo una vaga nota dolciastra di fruttato. Fruttato agrumato, direi, acidulo al naso. Mio fratello, annusando senza alcuna indicazione, ha avvertito un odore di pipì, per cui l’acidulo agrumato pare confermato. Direi che è carente nel bouquet. Profumo di qualità “comune”: abbiamo trovato il Ronco Sancrispino dei botti di Capodanno. In bocca il sapore è quello di una gazzosa alcolica, con una delicata punta di retrogusto amaro muovendola in bocca. Ecco, ricorda un po’ l’acqua tonica. Dolce è dolce, ma un cocktail di acqua tonica, zucchero, qualche goccia di limone e un po’ di alcool buongusto posso prepararmelo anche da solo…

EDIT 15:05, 31-12-2012
Mi è passato il raffreddore. Correggo l’analisi olfattiva in questo box: l’aroma è abbastanza intenso e l’unico sentore è un agrumato acidulo, leggermente pungente, che ricorda il limone da pasticca effervescente di un integratore o, meglio ancora, una versione più intensa e acida del Vivin C. La parte del sapore la confermo coem era prima: le stesse cose già dette, giusto una puntina più intense di come le ho sentite ieri, amarognolo incluso (e l’alcool si sente ancora di più).

L’alcool si sente, quel poco che c’è, e la bevanda come detto è dolce, ma non c’è molto altro di cui complimentarsi, visto il sapore. Quanto meno è sufficientemente morbido in bocca e abbastanza fresco da non castrare la salivazione. Un po’ di minerali ci sono, si sentono in bocca, ma non tanti. E la bocca rimane leggermente impastata subito dopo aver ingoiato. Un prodotto abbastanza equilibrato, nella sua miseria, ma poco vario di sapori e poco persistente (rimane solo un sapore di alcool). Fortunatamente, direi, vista la qualità dozzinale!
Una buona scelta per una gazzosa “alternativa”, oscena per delle bollicine in senso spumantistico.

Che spettacolo: non pensavo potesse esistere un simile nettare…
Misteriosamente al secondo calice il perlage è stato decente.

Se l’Asti Docg Martini e il Moscato La Versa erano due graziose signorine abbottonate fino al collo che sorridevano timidamente, mentre il Moscato Duchessa Lia era una ragazza di strada, mezza nuda, che avanza spingendo su il seno con le mani, La Marchesina con il prezzo ridicolo che chiede e le sue prestazioni tutt’altro che eccelse, senza colore, inespressiva e priva di carattere, che cos’è?

Io la immagino come una signorina di una famiglia decaduta all’improvviso, con la casa in vendita da cui escono i mobili trasportati dai muscolosi scaricatori della Casa d’Aste con le ascelle pezzate, che passeggia in strada tra vecchi “amici” di famiglia che fingono di non vederla, chiedendo loro un aiuto, qualche moneta, con il sorriso composto, senza lacrime, con la dignità dello sguardo incrinata dalla balbuzie per la vergogna, come una signorina bene educata, nonostante la gonna un po’ sporca, i guanti lunghi in cui appare già un buco, la cuffia non stirata da cui escono un paio di ciuffi spettinati (la cameriera è andata via da settimane) che fanno sembrare ancora più pallida la pelle rimasta per tutta la vita lontana dal sole.

I più laidi tra voi la possono immaginare diversamente. Il sorriso timido è diventato un solco inespressivo. Gli occhi sono opachi, persi verso il muro opposto del vicolo, oltre la spalla dell’operaio che per poche monete le ha sollevato le sottane e la sta possedendo contro il muro, lasciandole con le sue sporche mani callose lividi bluastri e lunghe strisce sudice sulla pelle morbida che prima d’ora aveva di rado conosciuto il tocco del sole e mai quello di un uomo. Dopo una serie di grugniti si allontana e lei scivola inerte a sedere in mezzo al sudiciume della strada, col ventre pieno di puzzolente liquame proletario e il retro dell’abito sporco per l’attrito contro il muro. Gli occhi vuoti a malapena colgono le poche monete che le butta in terra.
Questo è ciò che alcuni di voi immaginano, massaggiandosi la patta al dopo lavoro o mentre il sindacalista li incita allo sciopero, alla rivoluzione, al dare fuoco alle abitazioni di chi ha avuto intelligenza a sufficienza per elevarsi sopra la bestialità, promettendo per premio di crocifiggerne i figli e violentarne le figlie e chi prima arraffa l’argenteria può tenersela, in nome dell’eguaglianza sociale. Lo so che lo pensate. Lo so.

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Rocca dei Forti spumanti brut e dolce, in offerta a 1,99 euro.
Pam-pa-pa-pa-pàaaa (POP!): Rocca dei Forti, bevi italiano! Così fa l’agghiacciante pubblicità che da giorni martella gli spettatori alla televisione e su YouTube (se bazzicate video sui vini). Non potevo esimermi dal provare un prodotto così a buon mercato e così diffuso, su cui molti potrebbero posare lo sguardo. Per coprire i due estremi dei gusti spumantistici più comuni ho scelto brut e dolce da uve vinificate in bianco e ho saltato la terza bottiglia disponibile (un rosso dolce a base di Sangiovese e Montepulciano).

Il brut si presenta di colore giallo paglierino, con riflessi dorati (nel video sotto sembra più dorato, ma non fidatevi). Spuma evanescente che sparisce subito, formata da bolle ampie, grossolane. Il perlage è abbastanza numeroso, abbastanza fine, ma non particolarmente persistente: dopo pochi minuti sembra quasi un vino fermo, giusto due o tre catenelle incerte con bollicine distanziate.

Abbastanza intenso al naso e sufficientemente complesso, dall’aroma fruttato (pesca, forse un pochino di mela e una puntina acida di agrumi), ma con un sentore vinoso (di alcool, di mosto) che non mi pare adattissimo a uno spumante brut. Ricorda troppo al naso un classico Chardonnay economico fermo, come se lo spumante prodotto non si fosse pienamente trasformato e portasse con se ancora troppo i sentori del vino di base impiegato. Tutto l’aroma comunque è abbastanza grezzo, mischiato, non una bella serie distinta. Nel complesso direi poco fine tendente ad abbastanza fine, sono incerto tra la sufficienza e una insufficienza moderata. Mancano la vaniglia e la crosta di pane di uno spumante Chardonnay metodo classico che ha riposato sui lieviti, essendo stato prodotto in autoclave col metodo Martinotti.

La spuma evanescente, grossolana, del brut.

In bocca la bollicine pizzicano solo all’atto di collidere con la lingua, poi si aprono in una spuma ampia, invadente, soffusa, appena si muove un po’ il liquido in bocca per sentirne tutti i sapori. L’alcool presente (11,5%) lo rende abbastanza caldo. È secco, adeguatamente morbido e sufficientemente fresco, ma l’ho trovato poco ricco di mineralità (troppo fluido).

Poco persistente, dopo 3 secondi ogni sensazioni positiva sparisce dalla bocca con un retrogusto quasi nullo e lasciando l’impressione di aver bevuto acqua poco frizzante. Nell’insieme è poco intenso, in bocca si sente la schiuma, una vaga sensazione vinosa e stop. Abbastanza fine, ma siamo sul limite della sufficienza. Struttura debole. Abbastanza equilibrato, ma si tratta comunque di un prodotto di scarso livello, buono per chi cerca alcool frizzante e nient’altro.

Sopportabile, in fondo, ma già a metà del calice non ero proprio desideroso di finire l’altra metà. Bis? Non mi è venuta nemmeno l’idea.
Meglio o peggio del Pinot di Pinot Brut Gancia a 4,90 euro (3,40 euro con le offerte natalizie all’Iper)? Forse peggio, ma non provo il Gancia da tempo e all’ultima bevuta ancora non avevo quel minimo di esperienza per distinguere i sapori, ricordare e provare a valutare. In entrambi i casi non si tratta di spumanti da bere per il piacere: è roba buona solo per la dieta, come alternativa nella quota dei carboidrati al riso in bianco scondito, o per fare casino con i botti. E ovviamente per allenarsi nel sabrage, visto che costa meno del Gancia.

Passiamo al dolce.
Colore giallo dorato scarico che in video, con la luce elettrica, sembra più acceso. Spuma evanescente a grana grossa, sparisce subito (prendete come esempio il video del brut). Perlage abbastanza numeroso (forse lo si può indicare come “numeroso” nella definizione AIS, di sicuro ci sono più catene che nel brut), abbastanza fine e abbastanza persistente .
Abbastanza intenso al naso, ma il bouquet è poco complesso. Troviamo l’aromatico generico del Moscato, ma nessuna nota fruttata particolarmente distinguibile (una punta di erbaceo e una punta di vaga pesca, forse). Nell’insieme non è sgradevole, lo definirei sufficientemente fine, ma c’è davvero poca roba da sentire.

Le numerose catene del Rocca dei Forti dolce.

In bocca si apre bene, è meno schiumoso del brut. Forse perché più ricco di minerali.
Poco caldo, amabile tendente al dolce (non mi è parso davvero dolce come il Martini o il Duchessa Lia), morbido, fresco, abbastanza sapido. Riguardo la dolcezza, nel dubbio di averla sentita male per via di un inizio di raffreddore, ho provato a testare dell’acqua di rubinetto zuccherata a poco meno di 10 grammi per 100 ml, i livelli di zuccheri di altri tipici spumanti dolci, e l’acqua è risultata nettamente più dolce del Rocca dei Forti, come era il Duchessa Lia. Forse qualcosa castra la sensazione zuccherina del prodotto. Boh.

Sapore poco persistente. Il poco fruttato sentito al naso sparisce, rimane solo una zuccherina frizzantezza. Muovendolo in bocca appare una nota agrumata (forse legata al moscato bianco dell’Oltrepo’ Pavese o alle malvasie?) con una spiccata nota amarognola mandorlata che si sente ancora di più a causa della dolcezza un po’ chiusa. Poco intenso, senza sciacquarlo un po’ quel sapore ulteriore nemmeno appare. Abbastanza fine, comunque. Struttura tra la sufficienza e il debole, grazie forse all’alcool non troppo leggero che lo sostiene (9,5%). Abbastanza equilibrato. Tra pro e contro, paragonabile come complessità alla bocca e al naso.

Meglio il dolce o il brut?
Da una parte un’interpretazione tristarella del glorioso moscato bianco che come sapore pare quasi un Asti Docg Martini allungato con acqua di rubinetto, dall’altra parte il primo brut che ho bevuto che in bocca mi ha fatto pensare a un cocktail ottenuto con due parti di un vino bianco economico, come lo Chardonnay di J.P. Chenet, e una parte di acqua molto frizzante. Non proprio il cocktail migliore del mondo.
Scegliete un po’ voi di che morte morire. Una bella Marchesina?

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Moscato spumante dolce Duchessa Lia, a 2,59 euro.
Data la preferenza per gli spumanti dolci in Italia per Capodanno (forse 59% delle bottiglie), ripropongo come quarta opzione il Moscato Spumante Dolce di Duchessa Lia (2,59 euro) perché permette un buon paragone con il Rocca dei Forti Dolce appena visto. Inutile ripetere il parere, lo trovate al link.

Entrambi semplici, entrambi senza pretese, ma Duchessa Lia ha sentori fruttati più chiari e pronunciati, e una dolcezza più percepibile, anche se risulta (a quanto avevo annotato) più fluido in bocca e sensibilmente più povero di alcool (6,5% contro 9,5%). Ma in fondo in nessuno dei due casi l’alcool fornisce particolari vantaggi di struttura, sono entrambi prodottini deboli, semplici, da bere così come sono (forse il Rocca dei Forti è un pochino meno debole). In fondo non stiamo parlando di rossi a confronto, valutando chi possa maturare di più e diventare migliore tra cinque, otto o dieci anni in cantina. Questi sono prodotti giovani da aprire e bere prima che si rovinino, possibilmente entro due anni dall’imbottigliamento (ma è solo una regola molto indicativa, giusto per far capire di non tenerli dieci anni in un armadio).
Tra i due preferisco il Duchessa Lia, più fruttato, perché rende maggiore giustizia al concetto di spumante dolce partendo dal moscato bianco ed evita quella nota amarognola piuttosto importante, seppure nascosta (per chi non vuole sentirla: mandate giù dritto dalla punta della lingua alla gola, senza fermarvi ad assaporare).

Il fruttato, soprattutto in un prodotto dolce, è un elemento fondamentale. Motivo per cui i classici vini faciloni che piacciono a tutti, appassionati e quasi astemi, sono spesso quelli dolci e intensamente fruttati. Il fruttato non è tutto, ma aiuta molto.
Attenzione, non sto criticando la qualità (il Ben Ryé di Donnafugata è uno zibibbo straordinario, con note chiarissime di confettura di albicocche, caramello, miele, vaniglia): sto solo constatando le diverse tipicità. I vini secchi, con un’importante struttura di tannini del legno arrotondati dalla maturazione, con aromi dominanti più complessi come cuoio, tabacco, pepe ecc… sono apprezzati maggiormente dagli appassionati che cercano qualcosa di più ricco. Probabilmente anche perché il “gioco” di riconoscere i sapori diversi dalla frutta è fattibile solo avendo un minimo di esperienza.
Infatti a me che sono un tontolone ottocentesco coi baffi a manubrio piace di più il dolce Moscadello di Montalcino rispetto al Brunello.

E ora il bonus…

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Max Müller Thurgau – Durello spumante brut, a 4,80 euro.
Spumante prodotto con metodo Martinotti da uve aromatiche Müller Thurgau (e aggiunta di Durello, uva ricca di acidi adatta agli spumanti), con una delicata fermentazione in autoclave. Il metodo più adatto per preservare i sentori tipici di simili uve. Si tratta in generale di un buon prodotto della Cantina di Soave (casa fondata nel 1898), ottimo in rapporto al prezzo basso che chiede. Dopo averlo assaggiato ho cercato un po’ di informazioni e ho scoperto che effettivamente è riuscito a ottenere 3 stelle e mezza su 5 su Sparkle Bere Spumante 2012 e se il voto è giusto questo lo collocherebbe nella stessa fascia di “buoni economici” del Moscato La Versa e dell’Asti Docg Sigillo blu di Martini & Rossi. Preciso che per principio non leggo mai pareri di altri prima di degustare e la mia prassi è questa: provo il vino; compilo appunti sulla degustazione; leggo pareri di altri e li incollo nella scheda del prodotto; riprovo cercando di cogliere ciò che non ho distinto subito (sensazioni in più a cui non sapevo dare un nome) e se lo trovo aggiungo le nota negli appunti altrimenti segno di non aver sentito affatto quanto indicato (e aggiungo se mi pare che il recensore abbia detto una castroneria in stile “sella di cavallo sudato” per farsi bello con i lettori, nel caso).
Dal mio punto di vista, mi pare un voto giusto e lo considero un prodotto che merita di venire consigliato a chi non ha 10 euro per una bottiglia migliore.

Il colore è giallo paglierino scarico con dei riflessi verdolini. Più paglierino che verdolino, se proprio devo precisare, ma i riflessi proseccosi e giovani ci sono e si notano. Bollicine abbastanza fini con alcune fini, numerose e persistenti. Un peccato non averlo filmato. La spuma svanisce 5-6 secondi dopo averlo versato e non rimane nemmeno una corona, solo catene di bollicine.

Aroma abbastanza intenso (si sente bene avvicinando il naso, ma non salta certo addosso a mezzo metro dal bicchiere), abbastanza complesso, adeguatamente fine. Su tutto domina il fruttato sotto forma di una sensazione marcata di giovane mela a pasta bianca, croccante, con un’aggiunta di erbaceo (non so identificarlo) unito a una punta delicata di floreale generico. Simile a un Prosecco serio, insomma.
In bocca è secco, abbbastanza caldo, abbastanza morbido, abbastanza fresco e abbastanza sapido. Tutto adeguato, senza punte di eccellenza e senza carenze, in modo equilibrato. Il meglio non è tanto nelle sue doti tecniche, ma nel gusto: in bocca la mela diventa ancora più intensa, come avere la polpa del frutto in bocca subito prima di ingoiare, e si unisce inaspettata una sensazione di pesca gialla, in modo elegante.

Sapore equilibrato e intenso. Persistente, il sapore piacevole della mela supera di poco i sette secondi dopo aver deglutito. Rispetto ai due Rocca dei Forti, siamo su un altro pianeta qualitativo. Nell’insieme direi che è abbastanza fine ed è meglio in bocca che al naso.

Tutto sommato un buon prodotto. Non so valutarlo in rapporto agli altri Müller Thurgau (è il primo che bevo spumantizzato in abbinamento al Durello e dei fermi ricordo sapori completamente diversi, in comune solo la pesca), ma posso dire che il forte sentore di mela lo pone più come “concorrente” di un Prosecco che di uno spumante a base di Chardonnay e Pinot. Ognuno valuti in base ai suoi gusti se questo è bene o male. Per me è bene, mi piace sentire la mela.

Buon anno nuovo: finito questo 1912 all’insegna dell’apocalisse Maya, puntualmente giunta, e del Titanic, puntualmente affondato, ci aspetta un 1913 certamente interessante e poi un 1914 che, lo sospetto, non sarà privo di avvenimenti degni di nota.

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I Coniglietti del Venerdì (119)

Posted by on 28 dic 2012 | Tagged as: Conigli

In previsione dell’abbuffata di Capodanno, ho pensato a due video di conigli che mangiano in gruppo: prima dei coniglietti piccini che mangiano la pappa con moderata educazione, senza lottare tra loro, anche se il grigetto che è entrato nella ciotola meriterebbe una lezione ulteriore di galateo, poi dei conigli più grandi che si avventano sul cibo come un banco di piranha. L’appetito è appetito e i conigli sono per natura giocherelloni e non esattamente maestri di buone maniere, se non educati apposta a mangiare con decoro: la lotta per mordere la mela è un gioco come un’altro.

Fonti:
http://www.youtube.com/watch?v=f88CKWsP0Lw
http://www.youtube.com/watch?v=LqHfCQ0duy0

 

Natale al ristorante: mangiare bene con mezzo dollaro… nel 1891

Posted by on 25 dic 2012 | Tagged as: Enogastronomia, Storia, Vekkiume

Passato il pranzo di Natale e il cenone della Vigilia, ma quanto avete speso? E chi è andato al ristorante quanto è stato rapinato? Esclusi chi è andato alla mensa dei poveri, visto che con le ultime stangate è più clima da Caritas che da Calvados…

Oggi introdurrò un argomento che tratterò con maggiori dettagli in futuro, i prezzi del passato, in particolare nei ricchissimi Stati Uniti di fine Lungo XIX Secolo, il paese dell’abbondanza per “tutti” e dei salari con un elevato potere d’acquisto. Anche rispetto a quelli attuali. Ma soprattutto rispetto a quelli attuali di noi poveri europei, gente sventurata che non ha mai vissuto l’Età della Cuccagna che vissero i nostri cugini fanatici religiosi cacciati a pedate in un continente pieno di selvaggi con le penne nei capelli. Stupidi indiani: dovevate mangiarvi quei bigotti rincoglioniti, non regalargli un continente! XD

Mischiando l’amato vekkiume e la nuova sezione enogastronomica, ho pensato di iniziare il discorso con un articolo dedicato a tre menù dei ristoranti, di cui due natalizi per un facile confronto con le spese sostenute da chi ha mangiato al ristorante in questi giorni.

Sono un rigattiere letterario che colleziona vekkiume e lo ripropone.

Prima di tutto una premessa NON strettamente necessaria: un operaio non specializzato negli anni 1880-1910, quelli di maggiore mio interesse, guadagnava circa 2 dollari al giorno che possiamo arrotondare per difetto a 10 dollari settimanali o 40 dollari mensili (in realtà credo che dire 50 sia più corretto), ma questa stima mensile ci tornerà comoda in futuro, quando ipotizzeremo un confronto di potere d’acquisto con un operaio non specializzato italiano di oggi che prenda 900 euro al mese. Volendo si può arrotondare e fare 50 dollari contro 1000 euro e stop. In fondo è giusto per dare l’idea.

Oggi quel buffo confronto non ci servirà: farò uso esclusivamente delle formule presentate dalla Federal Reserve Bank of Minneapolis per calcolare quanti dollari di ieri equivalgano in dollari di oggi, al fine principalmente di valutare quanto certi beni siano cresciuti di prezzo in modo incoerente rispetto all’indice dei prezzi al consumo (sigla inglese: CPI). Nessuna mia ipotesi di confronto, solo scarni fatti e CPI.

Partiamo con questi due menù Natalizi di ristoranti del Selvaggio West, entrambi per il Natale del 1891 a Santa Fe (Nuovo Messico), in due locali diversi. Dovete immaginare che molti immigrati, minatori e lavoratori dei ranch, vivevano in spartane stanze in affitto sopra i saloon, accontentandosi del pessimo ristorante interno, e per mangiare qualcosa di decente con le feste dovevano andare per forza in un ristorante vero.

Cliccare per ingrandire.

Il primo menù viene dal Conway’s Bon Ton e propone al prezzo stracciato di 25 centesimi un menù che include parecchie scelte diverse per le varie portate, dessert e accompagnamenti. Si può avere, tra le varie opzioni di arrosto, il tacchino in salsa di mirtilli rossi americani oppure il maialino da latte il salsa di mele oppure l’anatra con gelatina o il manzo. Nell’insieme non ci sono portate particolarmente sofisticate (anche se l’insalata di gamberetti, aragosta e patata mi attira), ma c’è tanta roba da mangiare e il prezzo è molto basso: 25 centesimi era il prezzo di un normale pranzo in un normale ristorante dell’epoca. Vini esclusi.

Il secondo menù viene dal Billy’s New Restaurant e offre a 50 centesimi una bella carrellata di delizie: ostriche fresche, dentice atlantico in salsa di gamberi, cappone bollito con salsa “velouette” (secondo Jan Whitaker è la salsa velouté), tacchino con farcitura alle ostriche e salsa di mirtilli rossi americani, lombata di manzo (in alternativa al tacchino?) seguita da lombata di alce con salsa all’arancia e gelatina, stufato Brunswick oppure quaglia arrosto, insalata di gamberetti oppure di patate, vegetali, noci/mandorle/mele/uvetta a scelta seguite dal classico pudding natalizio inglese con salsa al Brandy, chiudendo poi con una fetta di torta di mele oppure di “mince pie” (che mi ricorda un po’ uno strudel di quelli non ortodossi, con dentro parecchia frutta e frutta secca diversa) e un bel caffè francese oppure un tè verde o del formaggio.

Naturalmente, essendo il XIX Secolo notoriamente un secolo pieno di pentimento per l’essere nati in Occidente e di paura di offendere qualsiasi orientamento, ideologia, superstizione più o meno religiosa, scelta alimentare, stile di vita ecc… era disponibile anche l’alternativa vegetariana: un gambo di sedano crudo e andarsene affanculo (opzione per gli omosessuali vegetariani: ficcarsi il sedano in altro orifizio a piacere).

Il sedano è un ottimo sex toy: la french maid Arturo con il sedano nel…
… didietro quando sculetta spolvera i mobili.

Ora facciamo due conti in tasca. Ok, sappiamo già che con 2$ di paga giornaliera spendere 50 centesimi a testa al ristorante per un menù all’apparenza ottimo, è decisamente poco: pranzo di Natale in quattro, escluso il vino, a un giorno di paga di un operaio non specializzato! Un operaio non specializzato italiano di oggi, con 900 euro al mese divisi su, facciamo, 22 giorni realmente lavorativi, riceve 41 euro al giorno. In pratica 5 euro all’ora. Non vorrei sbagliarmi, ma con 41 euro in quattro si va giusto in pizzeria o in un ristorante prendendo un singolo piatto economico e l’acqua, non per la mangiatona di Natale a farsi servire ostriche, arrosti, primi, dessert ecc…

I nostri poveri Cristi con stipendi da fame infatti non fanno il pranzo di Natale al ristorante. Anzi, manca poco che lo facciano alla mensa dei poveri dopo la batosta su dodicesima e tredicesima. E comunque anche a Santa Fe tanti avranno scelto probabilmente il ristorante da 25 centesimi con cibi più normali, invece di andare a “fingersi ricchi” in un posto più sofisticato (spendendo il doppio, per quanto poco, e con una carta dei vini temo molto più dispendiosa).

Passando agli americani, perché l’esempio viene meglio (non che non sia giusto paragonare la nostra miseria attuale con i prezzi bassi americani di 100-150 anni fa, in fondo lo scopo è rosicare e sentirci coglioni, seppure con l’iPhone e Facebook a farci credere di avere chissà che benessere), possiamo rapidamente verificare dai link sopra forniti che 1 dollaro del 1891 vale come 25,77 dollari del 2012. Ne consegue che, se i prezzi in un dato settore non sono lievitati oltre quanto previsto dal CPI, dovrebbe essere possibile mangiare tutta quella bella roba offerta da Billy in un bel ristorantino a neanche 13 dollari. In quattro persone con 53 dollari. Non vorrei sbagliarmi, ma dubito che sia così normale mangiare in quattro un cenone di Natale di quell’abbondanza e varietà con 53 dollari (più il vino).
Se qualcuno ha stime di oggi del prezzo di un menù simile, si potrà facilmente calcolare quanto i prezzi siano cresciuti in modo incoerente con il CPI. Poi magari mi sbaglio, ma dubito.

“Fortissimo questo film di fantascienza: un giorno saremo così poveri da pagare un vestito con metà del salario mensile e da doverci preoccupare del prezzo del cibo!”
“Poco credibile visto che il Capitalismo crea benessere e ricchezza per tutti, ma è una prospettiva che comunque fa cagare sotto!”

Forse Will Burton, il proprietario del Billy’s New Restaurant, aveva gusti un po’ troppo raffinati per le tasche del pubblico di Santa Fe (nonostante simili offerte speciali) e vantava una carta di vini francesi pregiati e ottimo whisky scozzese. Forse per i prezzi bassi rispetto alla qualità proposta e forse la mancanza di clientela, o più probabilmente per entrambi, e il ristorante di Burton fallì nel giro di pochi mesi: aprì per la fine di novembre del 1891 e chiuse nella primavera del 1892. Burton andò poi a lavorare presso il più economico Conway’s Bon Ton. Almeno non finì disoccupato!

Questi due menù sono ottime offerte per l’epoca, ma non offerte uniche. Non era raro che per le feste ci fossero dei supermenù allo stesso prezzo dei pranzi normali (25 centesimi in un ristorante normale, 50 in uno più raffinato) e, forse, ancora più scandaloso di questi menù natalizi è quello proposto per il 9 aprile 1896 dal Leader Restaurant di Cleveland:

Zuppa di ostriche, arrosto di tacchino con la solita salsa e tanta altra roba a soli 25 centesimi? Forse si esagera un po’. Anzi, quasi certamente si esagera: questo è un altro menù che meriterebbe almeno 50 centesimi!
Il tacchino di solito veniva snobbato dai ristoranti raffinati, quelli che servivano cucina francese e prediligevano uccelli vari e selvaggina, ma non era un prodotto particolarmente economico. Quando appariva nei menù di altri ristoranti meno fini quanto meno costava un supplemento rispetto a un menù uguale, ma con arrosto di manzo. A quanto riporta Jan Whitaker nel link precedente, un menù con arrosto di manzo e patate all’Electric Restaurant della Fiera Mondiale di Chicago del 1893 veniva 45 centesimi e uno con arrosto di tacchino farcito con aggiunta di salsa di mele ben 50 centesimi.
La fiera del 1893 è quella in cui il cannone spaziale sparò la nave-capsula per azione di un sabotatore, non so se ricordate, inviando parecchi personaggi famosi su Marte, mai rintracciati nemmeno dalla sonda Curiosity: a questa storia tragica è ispirato il videogioco Martian Dreams.

Tornando al tacchino, è sospetto trovare arrosto in un menù da 25 centesimi invece che da 50 e come disse un cameriere nel 1908: “Quando ricevi tacchino giovane con salsa di mirtilli rossi americani, purè di patate, sedano, pane, burro, caffè e ‘mince pie’ per la somma di 25 centesimi, puoi immaginare che qualcosa non va coi tacchini.”

Bismarck’s “after-dinner” speech: “Gentlemen, there is really no more Turkey”.
(Vignetta sul Congresso di Berlino del 1878)

Il tacchino era così amato che nel 1902 in un ristorante gestito da Avventisti del Settimo Giorno (una setta di bigotti che aspettano il ritorno di Cristo sgranocchiando carote e guardando male chi crede nella laicità della Stato e si fa una grigliata mista) si arrivò a proporre il tacchino per vegetariani, ma non ho idea di cosa facessero per simularne la carne. Forse una qualche transustanziazione in cui il tofu pur rimanendo tofu era anche tacchino, come l’ostia è mollica di pane eppure è il corpo di Cristo. Quanto meno è un’opzione migliore del gambo di sedano che avevo in mente io. Ok, forse non lo è.

Dopo tutti questi menù economici, godiamoci per un attimo qualche prezzo DAVVERO alto. Così alto che già all’epoca era giudicato ingiustificatamente alto, soprattutto in rapporto alle porzioni da uccellino: un’eccentricità da ricchi “alla moderna” che non godono tanto dei piaceri della vita in sé, ma di quanti soldi possono far mostra di avere nel goderli. Avete presente certi russi ignoranti che sborsano 5000 euro in contanti per un vino rosso pregiatissimo che poi si fanno servire ghiacciato?
Ecco: gente simile apprezzerebbe ugualmente (e lo sa benissimo) una bottiglia da 10 euro, ne sborsa migliaia solo per far mostra col mondo, per quanto ridotto al cameriere, al proprietario del ristorante e magari a un paio di tavoli vicini di sconosciuti, di avere così tanti soldi da poterli buttare a piacere. La spregevole volgarità di chi ha il denaro, ma non ha la dignità della tradizione aristocratica né la bontà aristocratica, un tempo diffusa, di usarli per opere di bene verso i poveri.

Questo caso non è esagerato come il vino a 5000 euro, ma si può magari paragonare a un posto un po’ figo in cui l’aperitivo invece di 5-8 euro ne costa 20 (e serve le stesse cose o peggio). Decisamente puntato alla borghesia coi soldi, non alla piccola. Ecco il menù per il tè pomeridiano, il momento dei prezzi altissimi (sugli altri menù pare che non facesse prezzi altissimi, a quanto ho capito), da Schrafft nel 1929:

Cliccare per ingrandire.

Toast imburrato a 15 centesimi. Gambero con salsa a 50 centesimi. Insalata di vegetali a 50 centesimi. Marmellata di arance a 15 centesimi. Tramezzino di funghi tostato con sedano ripieno a 60 centesimi. Sempre 60 centesimi anche per il tramezzino con pollo e insalata (e sedano ripieno assieme). Tramezzini assortiti da tè per 40 centesimi appena.

Ricordate che nel 1929 era ancora possibile fare un pasto completo (zuppa, arrosto, contorno, dessert e caffè) per 50 centesimi in un ristorante decente.
Non sono prezzi stratosferici, ma di sicuro sono prezzi ALTI. E questi prezzi alti in dollari del 2012 a quanto equivalgono? Uhm: un dollaro nel 1929 equivaleva, a livello di CPI, come 13,54 dollari del 2012.
Quindi toast imburrato con marmellata a 4 dollari attuali e tramezzini misti per il tè a 5,4 dollari. Ok, pensando che in un tipico pub da proletari con 5-6 euro prendi un toast merdolone farcito o un paninazzo per accompagnare la birra, non mi sento sconvolto da questi prezzi per riccastri del 1929.

O forse proprio per questo dovrei trovarli sconvolgenti.
Che tristi tempi di impoverimento, che tempi…

 

Due spumanti dolci a pochi euro per Natale

Posted by on 24 dic 2012 | Tagged as: Enogastronomia, Signorine e Galateo

Con questo articolo apro una nuova sezione dedicata all’enogastronomia.
Da alcuni mesi ho iniziato a interessarmi ai vini, in particolare agli spumanti. Da quando ho cominciato a interessarmi e a studiare, sia da solo (leggendo libri dedicati, seguendo siti di settore, comprando bottiglie da provare e frequentando degustazioni) che tramite il corso organizzato da AIS Lombardia, di cui parlerò in un post futuro, mi è capitato più volte di dare indicazioni per gli acquisti agli amici, in base ai gusti che riuscivo a decifrare chiedendo i frutti preferiti e ai vini che avevo potuto assaggiare per potermi orientare di prima persona su “cosa sa/odora di cosa”.

Gewürztraminer: di norma sa di litchi (foto) al naso e in bocca, ma se non avete mai assaggiato i litchi una buona descrizione è “qualcosa di delicato e dolce, a metà tra una banana e una pesca gialla”. Può ricordare un po’ anche l’ananas. In bocca è spesso un vino morbido, che scorre come una carezza vellutata, con una illusione di dolcezza senza essere dolce.

Non ho mai suggerito prodotti che non avessi provato o che non fossero dello stesso tipo di quello provato, nel caso di vini con certe caratteristiche aromatiche tipiche del vitigno “sicure”, come in un Passito di Pantelleria, in un Moscato Spumante o in un Gewürztraminer. Il problema principale è che consigliare grandi vini o comunque ottimi vini di un certo tipo è facile se si possono spendere 20-30 euro, così magari consiglio direttamente quelli provati con gran piacere al corso (quasi 40 tra vini fermi e spumanti), ma se si tratta di consigliare vini con un prezzo più normale, magari ad amici in ristrettezze economiche, bisogna trovare ciò che non solo è buono, ma che costi meno di quanto vale. Discorso valido anche per me, perché anche se non ho problemi economici non ho nemmeno il denaro che mi esce dal sedere. Sfortunatamente la Ginecologia Morale è una scienza difficile in cui affermarsi!

Non è facile consigliare. Di vini sugli 8-10 euro buoni ce ne sono tanti (quasi tutti) e perfino alcuni molto buoni. Come disse un professore al corso: un 8-10 euro deve essere buono, ma se è fine è meglio, mentre un vino a 30 euro “se non è fine mi incazzo” (cit.). Però se scendiamo verso le fasce di prezzo più comunemente acquistate (1-3 euro), talvolta le uniche presenti in supermercati più orientati ai prezzi economici, di vini mediocri appena bevibili ce ne sono tanti anche senza scomodare il Ronco nel cartone pastorizzato a 90 gradi.
Se uno compra una dama di vino normale da 0,60 euro al litro, quando il latte fresco (che si produce in un giorno, mentre il vino in un anno) ne costa 1-1,60, sa di trovarsi davanti un prodottaccio che ha subito così tanti compromessi di produzione e allevamento della vite da essere “consumabile solo dopo la cottura”, come acqua di un torrente con la carcassa dentro. A cuocerlo invece va benissimo, ma per cuocere il cibo nel vino va bene anche un avanzo di bottiglia che si è ossidato dopo una settimana (ecco: non scolateli nel lavandino se li fate rovinare, usateli per cucinare la carne al posto dell’olio).

Ronco San Crispino: contro un vino ossidato dopo due settimane dall’apertura, vince. Con i vini sani meglio non competere. E vi invito ad ammirare le confezioni mini da 0,25 stile succo di frutta: meravigliose!

Però se uno compra un vino o uno spumante a 3-6 euro, quindi un prezzo ben superiore, non sa mai cosa potrà trovarsi. Di norma i vini veri ormai non sono mai “cattivi”, a meno di guasto della bottiglia stessa, grazie all’evoluzione raggiunta nel settore, però rimane il dubbio: sarà passabile o sarà buono? Sarà più che buono? È passabile, ma proprio non fa per me questo tipo di vino?

Se l’amico chiede “Consigliami un rosso decente, per portarlo a pranzo da un amico” cosa dirgli che sia facile da trovare, sia un prodotto che piace a molti e costi poco? Ormai lo so: se l’unico parametro è questo, un bel Nero d’Avola del siciliano Rapitalà: un vino che riscuote sempre più successo di un produttore che tiene al proprio nome e mantiene bassi i prezzi senza sacrificare troppo la qualità.

Natale e Capodanno, quando gli italiani fanno “pop”.
Capisco lo smarrimento di chi si trova a guardare vini le cui etichette non dicono nulla, o dicono perfino cose sbagliate (certi vini dolci spacciati come “a tutto pasto”), pieni di nomi che non significano nulla a chi non li conosce “di assaggio”. Dolce? Brut? Moscato? Cuvée? Trento Doc o Franciacorta Docg? Ci si trova a guardare un moscato spumante dolce Duchessa Lia a 2,59 euro e a fianco un Asti Docg spumante dolce di Martini & Rossi a 4,29 euro e chiedersi: cosa cavolo cambia? Butto solo un euro e mezzo in più o li merita? Idem di fronte a un Brachetto d’Acqui Araldica in offerta col 50% di sconto, crollato da 9,90 euro a 4,95 euro: sarà buono o lo sconto è sospetto? E quante offerte di prosecchi e di spumanti brut!

Moscato dolce di “Duchessa Lia”, Asti Docg spumante dolce di “Martini & Rossi”, Moscato spumante dolce di “La Versa”: chi è il terzo incomodo dozzinale accanto a due ottimi prodotti economici?

Se per scegliere la bottiglia di Capodanno ancora c’è tempo, per Natale ormai mancano 24 ore. Cosa comprare oggi da abbinare al panettone o in generale ai dolci per il cenone o per il pranzo di domani? Io dico, e sarò ottocentesco nel dirlo, che a Natale, col dolce, ci vuole uno spumante dolce. Magari di quel vitigno aromatico che tanto ha dato alla storia spumantistica del Piemonte, il moscato bianco. Anzi, un bello spumante dolce fa allegria e accompagna tutto il periodo natalizio.

Chissà quante fanciulle, nelle case addobbate a festa, lasciano scorrazzare e giocare i coniglietti per le stanze, senza badare nel clima festoso alle buone maniere e senza assillarli con lo studio, magari prendendoli in grembo e imboccandoli a merenda con crema Chantilly, facendo loro sorseggiare un dito di moscato spumante dolce dolce per poi guardarli mentre leccano fino all’ultima goccia nel bicchiere e fanno saettare la linguetta sui baffi, tutti felici.

Ecco i miei consigli da supermercato: Moscato spumante dolce La Versa e Asti Docg spumante dolce “Sigillo Blu” Martini & Rossi. Due prodotti diversi che meritano entrambi di essere provati. Si trovano entrambi a prezzo contenuto: meno di 5 euro a prezzo pieno, meno di 4 euro con le offerte natalizie (mi pare 3,59 l’Asti Docg e 3,79 il Moscato). Cercherò di trasmettere le sensazioni in termini che siano il più possibile comprensibili soprattutto a chi non beve mai o quasi mai: chi beve li conoscerà già di certo o saprò inquadrarli a priori senza problemi.

Tra i due il mio preferito è il Martini. Più complesso e intenso del La Versa, più ricco di sensazioni, seppure simile (quasi indistinguibile al degustatore occasionale) grazie al grande vitigno da cui nasce e al metodo Martinotti (fermentazione in autoclave) che valorizza al meglio i sapori del moscato bianco spumantizzato.

Il Sigillo Blu è uno spumante con un bel colore più dorato che paglierino, luminoso, cristallino, in cui si riflettono bene le luci. Il perlage, ovvero le bollicine, sono numerose e durano per parecchi minuti, anche se la grana non è straordinariamente fine: un buon mix di piccole bolle e bolle a punta di spillo, in gioiose catene. Ora il punto forte, l’aroma: di buona intensità e con un bouquet abbastanza complesso, che si apre con eleganza e finezza facendo provare in sequenza blandi sentori floreali generici con una punta di agrume, il fruttato tra la banana e la pesca (facilmente percettibile) e quella nota erbacea di sfondo del vitigno aromatico che non so mai definire con certezza “salvia” o “muschiato”.

A berlo non scalda molto come alcool (7,5% appena, è leggero), ma ha una bella morbidezza e densità minerale, direi “cremoso” come se si aprisse appena passate le labbra in una larga spuma che invade e accarezza il palato. È dolce senza essere troppo dolce: adatto a chi ha gusti ottocenteschi, ma senza il rischio di offendere il palato delle persone più normali. In più è fresco, ovvero dotato di acidi quanto basta a stimolare bene la salivazione. Quando si ingoia arriva una punta amara di mandorla, la nota finale che con un cambio repentino, seppur lieve, dalla dolcezza all’amaro dona un tocco di serietà e di complessità. Molto apprezzata!

Le bollicine del Moscato “La Versa”, alcuni minuti dopo averlo versato.

Passiamo al Moscato spumante dolce di La Versa.
Da il classico moscato bianco spumantizzato piemontese del consorzio Asti, eccoci alla sua versione dell’Oltrepo’ pavese, da una cantina seria e famosa come La Versa.

Cosa dire se non che è prodotto eccellente, pur nella sua diversità?
Il giallo paglierino è tenue e cristallino, quasi trasparente come un velo, privo dei riflessi dorati precedenti. La spuma forma belle catene lunghe e non prive di alcune bollicine a punta di spillo che durano parecchi minuti dopo averlo versato (credo dieci almeno, poi l’ho bevuto). Punto forte la spuma: dura pochi secondi meravigliosi in cui forma una crema bianca, densa, che si dissolve assumendo rotondità da nuvola. Da ammirare.
Al naso somiglia all’altro moscato: l’erbaceo del muschiato tendente alla salvia, i fiori bianchi generici che dominano sul fruttato, dando una sensazione in cui i ricordi di tenue pesca e banana (quasi litchi?) sembrano più parte dell’aroma floreale che non indipendenti, il tutto coronato da un sentore agrumato di fiori d’arancio che ho faticato a riconoscere per via della mia inesperienza, ma quando l’ho scoperto poi è stato sufficientemente chiaro al naso. Questo maggiore sentore d’arancio pare dipenda dal moscato bianco locale, che ha questa sfumatura ulteriore rispetto al tipico moscato piemontese. Sfumatura deliziosa, a mio avviso.

La spuma del Moscato “La Versa” appena versato, ben 24 ore dopo l’apertura.

Dolce in bocca, ma come nell’altro caso è un dolce che si sente bene senza essere eccessivo (100 grammi di zucchero per litro, come nelle classiche bevande gassate). Molto lontano dallo stucchevole. Domina su tutto la morbidezza, la cremosità di un vino ampio che si apre in bocca e la invade con gioia. Le molte bollicine visibili, avvolte nella dolcezza, nella morbidezza, nella buona mineralità, diventano appena un gentile solletico sulla lingua. Per chi ama bollicine un po’ più forti, ma pur sempre delicate, meglio il Sigillo Blu precedente. Nessuna nota finale: dolce inizia, floreale e un po’ fruttato, e dolce finisce.
Altra pecca rispetto al Sigillo Blu: l’intensità dei profumi è inferiore e questo è un peccato, data la buona complessità e la più che adeguata eleganza.

E ora la pecora nera.
Ahimè, ora l’inglorioso confronto con il moscato spumante dolce di Duchessa Lia (2,59 euro), marchio che mi faceva simpatia a priori e che comunque non fa schifo, ma per neanche due euro in più è meglio comprare bottiglie ben superiori!

Colore giallo paglierino, meno cristallino degli altri due, ma comunque adeguato.
Il profumo è più intenso e aggressivo che nell’Asti, ma è meno fine e complesso: è come una ragazza di strada, mezza nuda, che avanza spingendo su il seno con le mani, mentre le altre due erano graziose signorine abbottonate fino al collo che sorridevano timidamente. Domina su tutto una sensazione di frutta esotica (banana?) abbinata alla pesca, con dei fiori gialli sullo sfondo. Erbaceo o altri aromi, non pervenuti. Potrebbe essere un succo di frutta frizzante alcolizzato.

Spuma e bollicine ci sono, ma niente che meriti una nota positiva particolare. In bocca è dolce, molto poco caldo (6,5% di alcool, leggero), morbido, non altrettanto fresco quanto l’Asti e molto meno minerale/sapido di entrambi. Meno consistente, più “acquoso”, per capirci. Probabilmente dipende dai compromessi di produzione che hanno privilegiato il numero di grappoli e acini rispetto alla densità di sostanze estratte dal terreno per singolo acino.

Uno spumante di struttura debole, meglio al naso che in bocca, dotato di una semplicità estrema e di un dolcezza troppo dominante che fanno stancare in fretta. Un calice l’ho bevuto volentieri e ho pensato che ne avrei bevuto volentieri un altro a sera, ma non mi veniva voglia di berlo subito. Con i due precedenti mi sarei scolato in allegria una magnum senza battere ciglio (e chiedendo magari una jeroboam da 3 litri per la volta dopo).
Non vi perdete niente a non provarlo.

Felice Natale e auguri con una coppa di Asti spumante!

 

I Coniglietti del Venerdì (118)

Posted by on 21 dic 2012 | Tagged as: Conigli, Rabbit Weird

Oggi, 21 Dicembre 2012, come previsto dai Maya inizierà un cambiamento epocale. Una nuova era di splendore. Dopo millenni il Grande Piano sviluppato dai Conigli entra nella fase operativa. Il più lento, anomalo e complesso Colpo di Stato della storia. Anzi, un Colpo di Mondo. Lentamente, insidiosamente, i Conigli inizieranno a riprendersi ciò che è loro: il controllo del pianeta. Non avverrà dall’oggi al domani, sarà lento, graduale.

Ma non voglio parlare oggi dei conigli e della loro storia: basti sapere che per una specie le cui radici su questo mondo risalgono a 50 milioni di anni fa e che ha assunto l’aspetto “moderno” tra i 10 e i 20 milioni di anni fa, paiono ridicoli i tempi concitati di una specie frenetica come la nostra, che ha divorato e bruciato il mondo in pochi secoli (contro decine di milioni di anni di prosperità e uso sostenibile sotto l’illuminato sguardo dei conigli) e che in tutto ha appena 200mila anni come Homo Sapiens e 2 milioni se consideriamo fino all’Homo Erectus (una scimmia lurida e indegna del termine uomo, quanto un dittatore subsahariano, in realtà).

I tempi dei conigli sono diversi, la loro specie gloriosa, la vittoria finale certa.
È l’alba di una nuova Era dominata dagli orecchiuti signori del pianeta.
L’uomo ha corso come un folle per dominare il pianeta in pochi millenni, ma come gli anziani ricordano, forse tramandando un antico monito dell’Età dell’Oro, quando i conigli insegnavano la scienza del passato agli uomini:
chi troppo in alto sal cade sovente precipitevolissimevolmente.

L’uomo non ha mangiato la foglia e la trappola si sta chiudendo.
L’uomo non ha l’intelligenza del coniglio.
I conigli sì che mangiano sempre la foglia:

Fonti:
http://www.youtube.com/watch?v=JmJ0VWTSS94
http://www.youtube.com/watch?v=C0Y1Cvn93mI
http://www.youtube.com/watch?v=r3M6G1LKZ5k
 

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