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set 01

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Indicazioni sulla gestione futura del blog

Gli ultimi due articoli sul futuro del blog, quelli in cui dicevo cosa intendevo pubblicare in generale, risalgono al primo agosto e al primo dicembre 2009. Più di tre anni fa uno, poco meno di tre anni fa l’altro. Dopo non c’era stato bisogno di scriverne altri, al massimo indicavo qua e là che temi volevo trattare e comunque parecchi articoli ipotizzati poi non ho avuto modo di scriverli.

In particolare nel 2012, con la collaborazione in radio per Carta Vetrata (500 parole di appunti da preparare per ogni domenica su argomenti sempre diversi) unita all’apertura a gennaio di AgenziaDuca.it, e il conseguente arrivo un po’ alla volta del lavoro, ho avuto pochissima voglia e tempo per gli articoli (che, come detto già in passato, sono molto lento a scrivere). Gli appunti raccolti per tanti episodi di Carta Vetrata (un maxi-episodio divenne la famosa Breve Introduzione allo Steampunk) in realtà li potrei riutilizzare proprio per fare articoli maggiormente dettagliati rispetto alle versioni da 6-8 minuti degli interventi alla radio. Li volevo utilizzare in questo modo, ma poi quest’estate non sono stato in vena di scrivere granché… e ora, tra il lavoro, vari progetti in ballo che richiedono la scrittura di articoli appositi ecc… ho davvero poco tempo e quello che posso dedicare al web, dopo il poco che lascio alla lettura, lo voglio utilizzare per scrivere articoli, non per ciarlare col primo gonzo che lascia un commento. Se voglio dire qualcosa su un qualche argomento, ci scrivo un articolo. Quando voglio io e come voglio io.

Ho iniziato a usare internet attivamente, con il primo sito, nel 2002-2003, nell’ultima fase del web 1.0 in cui ancora i siti (soprattutto quelli fai da te) erano spesso statici, con il guestbook, i framesets (deprecati, ovviamente), gli scambi banner 88×31 in home e massiccio uso di tabelle e spaziatori al posto di indicazioni via CSS. Di conseguenza i troll non erano un problema di massa per chiunque costruisse un proprio spazio un minimo trafficato e per trovarli bisognava andarli a cercare nei forum. La consegna a domicilio dei troll non è proprio una gran evoluzione.
YouTube apparve solo nel 2005, coi video che erano a 320×240 pixel (ricordate quando apparve l’HD su YouTube, che era un 480p?), e Facebook non esplose seriamente in Italia prima del 2008. Nel mezzo l’avvento dei blog e il periodo MySpace… nessuno dei due mi ha mai interessato granché.

Scelsi WordPress, una piattaforma da blog, non per fare un blog ma per semplicità nella gestione di una grafica passabile e di un minimo di opzioni diverse dal “scrivi html in un txt e pubblicalo” a cui ero abituato anni prima. Un CMS minimale. Quello per cui l’ho usato però è stato principalmente per fare articoli seri (parecchio voluminosi in alcuni casi), ovvero materiale da consultazione utile per qualcuno, non per costruire rapporti sociali più o meno farlocchi a base di amichevoli chiacchierate nei commenti. Chissenefrega, francamente, di ciarlare a vuoto: uso pochissimo Facebook per lo stesso motivo: mi fa schifo sprecare il tempo in carezze sociali e idiozie correlate, spazzatura volatile priva di valore.

Io scrivevo (e ormai raramente, scrivo) articoli per contribuire al web come opera collettiva, fornendo materiale di qualità utile a chi cercava informazioni su argomenti di nicchia che conoscevo. Scrittura orientata al lettore casuale che viene dai motori di ricerca il cui premio non sono le discussioni scemotte a base di banalità e ignoranza, magari da stimolare con una gran quantità di articoli privi di approfondimento pur di rilasciarne uno tutti i giorni, ma i link rispettosi di ammiratori ignoti che segnalano gli articoli come in passato avrebbero segnalati dei libri. E nel caso dell’arco lungo e delle armature non ho più nemmeno idea di quanti link ci siano stati. Uno sproposito… e ne arrivano nuovi di continuo.

Biblioteca del Congresso.
Contiene oltre 100 milioni di preziosi e rari documenti da consultare.
Il vociare in strada della massa non ha lo stesso valore.

Per questo motivo non ho mai dato granché peso ai commenti, perché ricevere commenti intelligenti, ovvero che contribuiscano davvero alla diffusione della conoscenza del genere umano (pur nel ristretto campo trattato dal singolo articolo), è molto raro. È raro trovare anche domande interessanti, fatte in buona fede, a cui rispondere. Quando capitavano ho sempre risposto con commenti delle dimensioni di un articolo.

In più i commenti “liberi” spesso vengono usati per diffondere ignoranza, da parte di gonzi matricolati o di troll. In Italia il concetto che l’ignoranza non sia un sostituto della conoscenza, ma la sua mancanza non ha mai preso piede granché, a giudicare dai commenti sui blog e forum che seguivo (o seguo). Imporre la moderazione dei commenti fin dall’inizio, quando ancora parlavo solo di armi ad avancarica, mi ha salvato dalla massa di troll pigri, quelli che pubblicano solo dove sanno che l’amministratore se ne frega della qualità dei commenti e preferisce garantire la libertà di devastazione a pochi mentecatti a scapito del diritto a discutere (o meglio di leggere discussioni intelligenti) della maggioranza. La dittatura dei piccoli mentecatti. Ogni tanto ne cacciano qualcuno da qualche sito, come accaduto l’anno scorso da Zwei, ma è sempre troppo tardi e non vanno via tutti. Colpa anche degli utenti buoni, convinti della natura fondamentalmente buona del genere umano, come erano un tempo Mauro e Tapiro, disposti e discutere con tanti troll nella speranza che in fondo fossero brave persone (brave persone con l’Asperger, magari).

Il problema è che non esistono mezze misure coi troll. I troll vivono dello sfruttamento dei gonzi che pensano che possa esserci qualcosa di buono in loro (anche questo è un danno causato dall’idea cristiana della redenzione? Finiranno mai le ingerenze devastanti della religione nel mondo laico?) e che usano per guadagnare mesi e mesi di permanenza nociva. O si contrastano attivamente i troll o si sta favorendo il lavoro dei troll: i troll vivono del silenzio infastidito, ma pur sempre silenzio, della maggioranza. Chi tace invece di cacciarli, facendo credere loro di essere benvoluti, li fomenta. Poi, qualche volta, non essendo particolarmente svegli, finiscono male. Come quei due tizi nel blog di Zwei, un anno fa. Come al solito tutto come previsto.

Io non ho quasi più tempo per leggere e rispondere ai commenti dei lettori seri, che fanno domande intelligenti e in buona fede, figurarsi per identificare, dare un chance nel dubbio (come avvenuto qui) o scartare i troll. Non ne ho mai avuti granché, per il motivo detto prima, ma ne bastano pochi per far perdere tempo. Soprattutto se non li si censura subito, pensando che siano solo lettori “un po’ confusi”.

In più ci sono anche i lettori che non sono troll, ma sono idioti. Non c’è nulla di male in sé nell’essere idioti, che è quasi sempre un problema di mancanza di abitudine al ragionamento (superficialità) e non un vero handicap mentale permanente, ma quanto meno bisognerebbe sospettare della propria condizione e basare ogni propria affermazione su questa consapevolezza.
Principalmente perché è imbarazzante e fastidioso dover offendere il commentatore facendogli capire che è un idiota. Non si tratta di dire esplicitamente (Raccontare) che è un idiota, ma quando quel tizio legge e rilegge delle frasi scritte in un italiano chiarissimo (come ho visto succedere continuamente in vari blog che seguo) e nonostante questo capisce cose che non sono scritte lì nemmeno usando la più fervida immaginazione e le più selvagge interpretazioni, allora nel farglielo notare (Mostrare) gli stai dando dell’idiota.

Escono dalle pareti. Escono dalla fottute pareti.
E lasciano commenti.

È una questione che trasposta in Narrativa ho chiamato scrittura Scemo-Friendly: quell’insieme di consigli, apparentemente in contraddizione con i principi insegnati, che gli autori di manuali di scrittura forniscono (ma senza poter dichiarare il motivo in modo esplicito, immaginate che casino se dicessero ciò che pensano di tanti loro lettori) proprio in previsione dei lettori idioti che potrebbero leggere il romanzo. Un testo scritto bene è un testo che stimola il cervello, che lo mette in funzione, che immerge così a fondo da affaticare, emozionare… ma se il cervello non capisce, se legge una frase e dimentica i dettagli letti poco prima, se è in parole povere IDIOTA, allora una scrittura perfetta in quanto “vivida, concreta e sintetica” sarà pessima. Per gli idioti servono le aggiunte Scemo-Friendly, in generale un accorto sistema di ripetizioni, semplificazioni e aiutini per la comprensione che abbruttiscono il testo, ma in modo non troppo grave… a patto che l’autore sia sufficientemente esperto nel dosarli (se è inesperto e se punta a un pubblico di massa non abituato alla Narrativa, da imboccare, viene fuori roba parecchio brutta).

Io non sono contrario alla scrittura Scemo-Friendly, in fondo è un piccolo peggioramento in cambio di un grosso vantaggio per i lettori disagiati (che non sono pochi, come si desume anche dai pessimi risultati italiani nel Adult Literacy and Life skills), ma il problema arriva quando gli idioti, inconsapevoli della loro condizione (che per i “normali” informati è invece manifesta), iniziano a lamentarsi dello stile di scrittura del racconto, dell’articolo divulgativo, di qualsiasi cosa… o, peggio ancora, dei contenuti che non hanno capito nemmeno vagamente, tirandone fuori informazioni opposte a quelle scritte in modo chiarissimo oppure fallendo nel collegare tra loro semplici concetti compresi singolarmente e perdendo così la comprensione della questione nell’insieme. Come capire le singole frasi, ma non i capoversi. O capire le singole parole, ma non le frasi. Se uno non sa fare due collegamenti logici o ricordare il contenuto della frase precedente quando legge la successiva, è difficile seguire articoli di oltre 100 parole che non parlino solo di banalità.
Anche quando il collegamento viene loro indicato in modo esplicito possono fallire nel riprodurlo nella propria mente, come una scimmia che infila un cubo nel foro tondo nonostante conosca bene la forma dell’oggetto e la forma del foro. È deprimente, ma è molto comune in Italia. E questo ammazza gli aspetti democratici e di scambio di opinione, gli aspetti positivi di rinascita culturale, del web in lingua italiana.

Io scrivo. Che sia il lettore a imparare a leggere.
(Mark Harris, 1922-2007)

Uno non se la sente nemmeno di far capire loro che sono idioti. Soprattutto non quando sembrano sinceri e pieni di buone intenzioni. Poveretti, non è che lo fanno apposta, è che non ci arrivano proprio col cervello. “Mostrano” (esplicitamente) di essere idioti, ma “Raccontano” (implicitamente) di essere intelligenti e alla fine Mostrare batte sempre il Raccontare.
Io se non sono almeno in parte dei troll (si veda il caso linkato quattro paragrafi più in alto) non ce la faccio a rispondergli ciò che si meritano, buttando in faccia la loro pochezza manifesta, l’arroganza della loro ignoranza, il disgusto che provo per la loro imbecillità (che è come noto fonte di molti mali del genere umano essendo lo stupido “colui che cagiona danno a sé e/o ad altri senza alcun vantaggio per sé”, come insegna Cipolla, vedete qui e qui) e invitandoli a spostare le pozze di bava infetta di cretineria in altri posti.

Alcuni idioti potrebbero desistere dall’idiozia, se fossero dotati di aiuti adeguati. Perfino guarire, se l’abitudine al ragionamento li alzasse di livello nella comprensione del testo e nel problem solving, o quanto meno non scrivere commenti. Aiuti che sono anche un utile mezzo per tenere a bada i troll: l’obbligo ad aderire al metodo scientifico e al positivismo. L’aspetto del positivismo che mi interessa, in parole povere, coincide con il metodo scientifico: l’obbligo a parlare solo basandosi su fatti precisi, precisamente riportati, come ad esempio essere costretti a citare puntualmente le frasi dell’articolo invece di dire che “in generale” le idee espresse non vanno bene.

Spesso l’idiota in buona fede, o il troll in malafede, riportano idee che non appaiono nell’articolo. Talvolta le esagerano, inventando cose che non sono davvero scritte, ma che assomigliano a quanto scritto (si veda L’Arte di Ottenere Ragione di Arthur Schopenhauer). Questo è possibile solo perché viene permesso il commento senza puntuale citazione. Se fossero obbligati a commentare nello specifico citando parola per parola, alcuni troll desisterebbero e molti idioti (spero “molti”) si accorgerebbero che il testo non dice ciò che loro pensavano che dicesse e che ciò che credevano di aver letto non c’è, era tutta un’invenzione della loro testolina piena di pigne!

In più andrebbe imposto il passo successivo: parlare solo di ciò che “c’è”, che è “presente”, nel senso che si può riportare. Essere costretti a basarsi sui fatti demolisce il trolling postmodernista di tanti fessacchiotti e, in più, aiuta anche alcuni idioti privi di cattive intenzioni. Ad esempio se qualcosa scritto nell’articolo sembra sbagliato, non si può dire che è sbagliato e basta perché sì. Bisogna presentare prove. D’altronde se una cosa suona sbagliata, non è che lo suona per miracolo di Gesù dal cielo, ma perché si dispone di altre informazioni che presentano la questione in modo diverso.

Alcuni esempi.
Se un articolo dice che non è possibile insegnare la scrittura per la Narrativa, non basta dirgli che è un cretino e ha torto: gli si possono linkare e citare articoli da più parti del mondo e distanti secoli di esperti che hanno dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio l’essenza Retorica della Narrativa e il suo essere materia insegnabile. Se in un articolo scrivo che non esistevano prove della conoscenza della teoria del Mostrato fuori dall’Europa prima della fine del XIX secolo, si può ad esempio smentirmi mostrando la citazione dal Naniwa miyage di Monzaemon del ’700. Se uno dice (notate che essendo una sparata senza prove in teoria non potrebbe mai comparire sul sito, però mi piace l’esempio) che nessuno se non un idiota analfabeta, e di certo nessun vero scrittore, può permettersi di criticare lo stile eccellente di Conrad o il genio dell’Ulysses di Joyce, si può segnalare i commenti (facili da trovare) dei contemporanei di Conrad, come Wells, che ne smontavano lo stile dilettantesco oppure Virginia Wolfe (tra i tanti letterati famosi) che parlava male dell’Ulysses.

In tali casi “correggere” puntuali frasi percepite come inesatte con puntuali citazioni non è trolling, non è voler dare fastidio e basta. Se io ho torto e lui ha ragione, lui ha contribuito a migliorare la qualità dell’articolo fornendo informazioni supplementari. E a me questi commenti interessano: quelli che ampliano il contenuto informativo dell’articolo, espandendo l’argomento, occupandosi di aspetti che avevo trattato solo marginalmente, correggendo le eventuali imprecisioni ecc… ma sempre basati su precise e puntuali citazioni verificabili e affidabili. Nello stesso modo in cui io scrivo gli articoli: basandosi su puntuali citazioni e occupandomi, nel caso degli articoli seri, solo di argomenti che studio appositamente da mesi in ambiti che studio appositamente da anni.

Un gonzo che viene a dire quattro scemate su un argomento che non conosce NON aiuta a migliorare il contenuto della pagina. Ed è fastidioso occuparsi in modo specialistico di un certo ambito, garantendo elevatissimi standard di qualità, e vedere arrivare a commentare un imbecille che a malapena sa dove si trova il proprio sedere (se lascia cadere la laurea italiana in Lettere e usa entrambe le mani forse lo trova) e le cui competenze nell’ambito commentato vanno dal nulla (il tipico laureato italiano che parla di Narratologia) ai farfugliamenti-truffa postmodernisti che hanno valore quanto la Puffologia (i discorsi post-strutturalisti, strettamente imparentati, o peggio ancora i deliri intellettualoidi dei VuMinchia).

[...] la stupidità è contagiosa. E, poiché chi ne è infetto non lo sa, l’epidemia è difficilmente curabile. Questo è uno dei motivi per cui il potere della stupidità è pernicioso – e le difese sono spesso inadeguate. Più la consideriamo “innocua” (e più ci illudiamo di esserne indenni) più aumenta la sua pericolosità.
(Giancarlo Livraghi, “La stupidità non è innocua”)

 

Gli altri commenti che tollero sono quelli che non richiedono risposta in quanto non contengono disinformazione, pur non contenendo neppure informazioni utili. Se non mi costa fatica occuparmene, se non mi portano via tempo, non mi danno fastidio. Però per OT e discussioni random sconnesse preferisco che si usino i post dei Coniglietti del Venerdì o quelli meno “seri”, in cui è chiaro dalla pochezza del mio intervento che non mi aspetto di certo discussioni interessanti (segnalazioni di piccole curiosità o video ecc…).

Il terzo tipo di commenti che tollero sono quelli degli ignoranti in buona fede consapevoli di essere ignoranti. Non c’è nulla di male nell’ignoranza, tutti sono ignoranti. Io sono ignorante su gran parte delle cose del mondo, come quasi tutti. Il problema sono gli ignoranti che si atteggiando a esperti e pretendono che le loro idiozie abbiano lo stesso peso o interesse dei commenti di gente che sa di cosa parla.

Se un individuo sinceramente ignorante, ma anche sinceramente interessato a imparare, presenta il proprio dubbio con la necessaria umiltà di chi sa di non sapere e cerca risposte, farò di tutto per rispondere nel modo più esauriente e gentile possibile (tempo permettendo). Come ho fatto così tante volte in passato da aver perso il conto da anni. Se la domanda copre un ambito troppo vasto, e spesso quelle più semplifici in Narratologia richiedono risposte tutt’altro che brevi, segnalerò testi utili su cui studiare per integrare la pochezza della mia risposta.
Sapere di non sapere e quindi chiedere, è giusto. E chi davvero è interessato a sapere la risposta alla propria domanda lo si riconosce da come reagisce alla risposta (i troll meno stupidi si camuffano talvolta da finti umili interessati, ma poi l’unico modo di iniziare il trolling è far cadere la maschera).

In tutti i commenti è proibita la dialettica eristica. Lo scopo dei commenti deve essere di favorire la diffusione della conoscenza, non di fare il figo mentendo e attribuendo cose non dette o interpretazioni farlocche. Questo in parte è garantito dall’obbligo alle citazioni puntuali delle frasi che si desiderano commentare, ma molti trucchi sono più subdoli. È robetta patetica, per individui di scarso cervello. E infatti è l’arma numero uno dei membri della macchina del fango che contestano le regole della Narrativa e, in generale, dei fanatici del relativismo nelle scienze sociali e dei postmodernisti, che non avendo argomenti da contrapporre (argomenti che ancora non sia stato dimostrato essere spazzatura per cretinetti, intendo), sono costretti alla menzogna pur di non cedere di fronte alla natura di Puffologia a cui si ridurrebbe il loro “sapere” dopo un’attenta analisi.
Se la dialettica eristica diventa evidente, i commenti verranno censurati.
Qui il parere di Schopenhauer sui troll: ▼

Qualsiasi commento che non soddisfi i requisti verrà censurato, ovvero qualsiasi commento che peggiori il contenuto informativo dell’articolo affermando idiozie da debunkizzare o dichiari il falso mentendo sui contenuti dell’articolo stesso o mi faccia perdere tempo senza offrire spunti utili agli altri lettori, ad esempio con le solite domande o affermazioni squinternate sulla Narrativa le cui risposte sono già scritte in molti altri articoli e libri (e la cui uniche risposte saranno: leggere le risposte già presenti e l’ignoranza non è un sostituto della conoscenza).

Basandomi sul principio dell’obbligo a presentare prove di ciò che si dice (positivismo, pensiero scientifico) e quindi parlare Mostrando prove (Aristotele diceva infatti che lo scopo della Retorica -ovvero della discussione- non è convincere, ma Mostrare ciò che genera il convincimento) decade la classica tecnica dei troll di fare sparate prive di prove, dichiarandole vere a priori e delegando ai commentatori “seri” di debunkizzarle (bullshit, “stronzata”, usando il linguaggio tecnico, si veda On Bullshit di Harry Frankfurt).

Ognuno è responsabile di tutte le proprie argomentazioni e queste vanno automaticamente ESCLUSE se non sono sostenute da prove. Esclusi i casi di verità evidenti di cui trovare le prove è molto facile (se dici che la Grande Guerra non è mai avvenuta ed è una invenzione di Hollywood sei tenuto a portare prove, se dici che è scoppiata nel 1914 no perché è facile trovare prove per tutti), in tutti gli altri casi bisogna sempre produrre prove di qualità e valore sufficiente in base all’importanza dell’idea sostenuta nel proprio commento (un’idea centrale, chiave, richiede prove importanti… un dettaglio secondario, un elemento di contorno poco rilevante, quasi nessuna).

Ciò che è falso va automaticamente espulso dal discorso e non può MAI più essere dichiarato: i troll di solito, infatti, dopo parecchi commenti tendono (a ore, giorni o mesi di distanza) a riproporre le stesse idiozie precedenti, fingendo che non siano state già smentite e creando così un loop di discussioni eternamente uguali a sé stesse e prive di contenuto informativo (da parte del troll, perlomeno). Chiunque agisce in questa maniera, ignorando che le proprie affermazioni siano state smentite con prove chiare o fingendo di non leggere quanto dicono gli altri lettori che riportano citazioni puntuali, è per definizione un troll e va espulso dal sito. Troppi troll di questo genere vengono tollerati nei blog che lurko, rovinando le discussioni della gente intelligente come Mauro o Tapiro.

“E fa in fretta, Tapiro, ché ho fame!”
(Ringrazio DagoRed per aver postato il meme mesi fa da Zwei)

Non mi interessa discutere per il solo gusto di discutere. E infatti commento molto raramente nei siti che seguo. La discussione fine a sé stessa, che non diffonde o produce conoscenza, è un deplorevole hobby troppo diffuso in Italia, frutto temo dell’anomalia parlamentare italiana fin dai primi decenni di unificazione e dall’adesione incondizionata di troppi scemotti alle favolette giustificazioniste per non dover studiare date dal postmodernismo. Le discussioni che ne risultano sono in gran parte vuoto belare privo di valore, unicamente “carezze sociali”, nulla di più. Non hanno valore conoscitivo in sé. A me non interessano: ho già fin troppe persone con cui intrattengo rapporti, anche online, e avendo poco tempo da perdere lo preferisco dedicare solo a chi se lo merita.

Le discussioni online se vogliono essere discussioni per davvero e non mero belare devono produrre o diffondere conoscenza per il genere umano e possibilmente anche per me stesso, visto che i commenti intelligenti e stimolanti sono parte della mia ricompensa per la fatica di tenere in piedi il sito.
Le migliori domande e discussioni nell’ultimo anno non sono mai avvenute nei commenti, ma solo via mail con lettori sinceramente interessati agli eBook o allo Steampunk e che quindi mi hanno cercato apposta su Facebook o mi hanno inviato una mail. Sconosciuti che volevano saperne di più. Se uno è davvero interessato all’argomento vuole RISPOSTE, non vuole visibilità (misera) nello spazio dei commenti pubblici.

Solo i troll cercano la visibilità in sé del commento e non la conoscenza. Caso tipico: nonostante la natura e il funzionamento della Narrativa siano evidenti, noti, diffusi in decine di manuali disponibili online e in moltissimi articoli, i troll ripetono ossessivamente le stesse domande a cui già hanno ricevuto risposta centinaia di volte. Ad esempio negando che le regole contino, dicendo che i gusti sono gusti e non importa altro (ma rifiutando la conseguenza che allora non dovrebbero discutere), vantandosi che il Raccontanto è meglio del Mostrato ecc… o inventando aneddoti falsi, insomma violando le due indicazioni precedenti sull’obbligo alle citazioni puntuali e al discutere solo basandosi su argomentazioni verificabili.

Un classico del trolling italiano sono i tizi che negano la natura di Retorica della Narrativa. Forse perché drogati dai farfugliamenti scomposti di Benedetto Croce, la disgrazia del popolo italiano[Nota]. Qui un breve commento di Giulio Mozzi a riguardo, che sottoscrivo:

Quello che vorrei fosse chiaro, è questo: se oggi prospera l’insegnamento privato della retorica, della scrittura, della narrazione eccetera, è perché nella prima metà del Novecento tale insegnamento fu – in Italia – espulso dalla scuola pubblica. Benedetto Croce, buon’anima, sosteneva che la Retorica doveva essere conosciuta quel tanto che bastava per riconoscerla ed evitarla: tanto la Poesia era solo frutto d’intuizione. E non si rendeva conto (lui, che lavorò alla più importante riforma della scuola superiore italiana) che estirpando l’insegnamento della Retorica dalla scuola otteneva un unico risultato: rendere gli italiani mediamente meno abili sul piano comunicativo.

(Link al commento)

In quel “italiani mediamente meno abili sul piano comunicativo” di Mozzi ci sta tutto il mio discorso precedente sugli idioti (leggono e non capiscono) e sui troll di basso livello (sindrome di Asperger in edizione Web). Mozzi, per chi non se lo ricorda, è uno dei più famosi editor consulenti editoriali italiani (sulla competenza non mi esprimo, ma non scrive male e lascia commenti intelligenti nel proprio blog), un sostenitore della natura retorica della Narrativa e, naturale conseguenza del conoscere qualcosa di Narrativa, un fan di Gamberetta con tanto di link nel proprio sito da molto tempo.

Nel leggere i latrati dei troll anti-Retorica mi sento vicino alla rivista Enthymema quando in un amaro commento disse che in Italia i fondamentali insegnamenti di Booth non sono ancora stati recepiti per davvero (40 anni di ritardo culturale). Così, i troll dicono che la Narrativa non è Retorica “perché sì”, senza addurre dimostrazioni o prove che sarebbe comunque impossibile riportare (non sussistono).
Viene da domandarsi se i suddetti troll sappiano davvero leggere in italiano o se abbiano mai frequentato una biblioteca. Perfino il semplice frequentare una biblioteca dovrebbe aver messo in contatto il troll, se davvero gli importa qualcosa dell’argomento, con la banale constatazione che i manuali di scrittura (e anche alcuni di narratologia) sono classificati come 808.3 nella classificazione Dewey, ovvero come Retorica della Narrativa. E non viene loro nessun sospetto, neppure vago. Ma figurarsi se sono interessati davvero all’argomento: se lo fossero non sarebbe troll, per definizione…

Il mio interesse è lo stesso che guidava le menti nel Web 1.0 (earmi.it di Edoardo Mori è rimasto statico, come era 10 anni fa): scrivere articoli che contengano elementi interessanti per i lettori con gusti simili ai miei, sia sotto forma di brevi articoli con spunti di riflessione che di lunghi articoloni approfonditi a tema eBook, armi, Steampunk, vecchiume o altra robaccia che mi piace.
Ho citato nella pagina su Facebook alcune cosette interessanti che poi non ho mai postato qui, come commenti sui Savoia di Denis Mack Smith o simili, e penso che anche quel tipo di citazioni possano essere utilizzate.

Non mi interessano i sé i commenti altrui, se questi non producono o non diffondono conoscenza. Ridurre il concetto di web 2.0, come molti hanno fatto, a un vociare indistinto dominato dai mentecatti e in cui le persone intelligenti smettono di partecipare alle discussioni, equivale a uccidere il potenziale di internet causando così un danno a tutti… e, ops, cos’è che fanno gli stupidi secondo Cipolla? Appunto.

In particolare non tollero, come detto, i commenti basati su mancanza di comprensione o menzogne. Tutti gli utenti in buona fede possono evitare di farli applicando le regole sulle citazioni obbligatorie e sul rifiuto della dialettica eristica esposte prima. Chiunque non applichi le regole dimostra di non essere in buona fede e di conseguenza è un troll. Se non si è disposti a usare i metodi della discussione, non ci si inserisca nelle discussioni. E soprattutto prima di avviarne una bisogna verificare di essere in argomento e che la discussione non sia già stata fatta in passato: ripetere migliaia di volte le stesse cose già dette e ridette mi fa solo perdere tempo per cui se a voi non interessa abbastanza l’argomento da cercare da soli le discussioni precedenti, io di sicuro non sono interessato a regalarvi il mio tempo! Imbecilli e scansafatiche possono evitare quindi di commentare: i loro commenti non verrano approvati.

La regola di dimostrare umiltà ogni qual volta si sappia di non aver investito anni di studi specialistici in un dato campo è un altro buon modo per evitare di cadere nel trolling. Io, come detto prima, se parlo di un argomento “centrale” per il mio articolo o il mio commento lo faccio solo se ho acquisito la conoscenza necessaria per farlo. Se volete contestarmi partite prima dal presupposto di domandarvi se avete DAVVERO capito quanto scritto (check idiozia), poi domandatevi se voi avete ANNI di esperienza nella materia (oplologia, narrativa ecc…) e/o se siete assolutamente sicuri che ho sbagliato perché disponete di DOCUMENTAZIONE riportabile per dimostrarlo, e solo alla fine commentate (secondo i principi delle citazioni puntuali e l’assenza di dialettica eristica).
Se volete contestare ciò che scrivo dovete dimostrare la stessa serietà, preparazione e accuratezza dell’articolo che contestate. Ragionare in questo modo, sui fatti, crea discussioni basate sul metodo scientifico che arricchiscono la grande biblioteca del web. Sparare a caso idiozie fondate sull’esaltazione della propria ignoranza, crea la quasi totalità del letamaio-web.

Anche tra i miei utenti di vecchia data, non solo con i nuovi conoscenti citati prima, preferisco discutere in privato, dove fessi e troll non vengono a sbavare: con Mauro, con Tapiro e con altri ho scambiato mail molto interessanti e utili, con vantaggio reciproco. Questo genere di rapporto privato serio è ciò che cerco, non le maxi-discussioni pubbliche in cui qualsiasi scemotto può venire a deragliare il discorso. E come è intuibile è per questo che praticamente non commento mai nei forum o blog: se non voglio immergermi nel letame fuori da qui, non mi pare che ci voglia un genio per capire che di sicuro non voglio che quello stesso letame appaia anche qui.

Un veterano del web fruga nei commenti in cerca di qualcosa di interessante.

Se non vi sta bene, non commentate e non leggete Baionette Librarie.
Il web è grande, non venite a sbavare idiozia infetta. Non sono i singoli siti che devono piegarsi alla vostra pochezza intellettuale, censurando la cultura ed esaltando la mentecattaggine, ma voi a dovervi levare dalle scatole e lasciare in pace le persone rispettabili. Questa non è l’editoria, non segue la logica commerciale dell’annientamento intellettuale e dell’istupidimento collettivo.
Troverete tutto il letame a cui la vostra golosità ambisce in molti altri siti. O in libreria.

 

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9 comments

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  1. Giulio Mozzi

    Una precisazione, visto che vengo citato in questo articolo come “editor”. Non sono un “editor”. Nell’editoria italiana, gli “editor” sono le persone che lavorano all’interno della casa editrice (sono funzionari, talvolta dirigenti) e decidono che cosa si pubblica. Una volta si chiamavano “direttori di collana”, o qualcosa del genere.
    Poiché le lingue sono oggetti bizzarri, quel lavoro che è chiamato “editing” non viene quasi mai fatto dagli “editor”: bensì da redattori, collaboratori esterni continuativi o free-lance, eccetera.
    Io sono un consulente editoriale, un collaboratore esterno. Un co.co.pro., per intendersi.
    Ringrazio per l’ospitalità e chiedo scusa per la pedanteria.

  2. Il Duca di Baionette

    Sì, in Italia praticamente non esiste la figura anglosassone dell’editor (di cui è stata solo scimmiottata la parola figa straniera, come fanno gli addetti al food o al comparto beverage, e non il concetto), non come “revisore puro” addetto alla retorica in ambito content editing e line editing (e non solo copy). Ricordo i commenti di Forte e di altri sull’anomalia italiana. Anomalia ancora per poco, visto cosa dicono gli editor statunitensi sul loro declino costante e sulle esternalizzazioni che li ha trasformati quasi tutti in indipendenti, a partire dagli anni ’80…

    Comunque pensavo che fossi anche editor indipendente (nel vero senso di editor, intendo, ché in Italia possono pure mettere il bollino Chiquita a una pera -direttore editoriale- ma non ne caveranno una banana -editor-, solo la derisione internazionale), visto che ti occupavi/occupi di insegnamento di scrittura per la narrativa (e anche l’insegnamento, nella vecchia tradizione anglosassone pre-esternalizzazione, era un compito storico dell’editor… e lo è ancora, visto che gente come Michael Garrett ha tutt’ora un impianto di editing fortemente legato all’insegnamento, a quanto dichiara).

    Se non fai anche revisioni come indipendente, credo sia meglio che sostituisca editor con “insegnante di scrittura per la narrativa” o “esperto di narrativa” (in questo caso mi interessa più quell’aspetto professionale che non quello di scrittore).
    Cosa preferisci?

  3. Giulio Mozzi

    Quando mi chiedono che mestiere faccio, dico: il consulente editoriale.

  4. Il Duca di Baionette

    Sì, mi sembra più adatto, ci si può infilare un po’ di tutto.
    Vada per quello.

  5. PlatinumV

    Ok, scusa la domanda stupida, ma pure noi (nel nostro piccolo) abbiamo a che fare con dei troll (in realtà abbiano buoni motivi di convinzione che sia sempre la stessa casalinga frustrata che dovrebbe farsi una vita, invece che prima trollare con nomi random nel blog e poi scriverci email strappalacrime, ma vabbé) e c’è una cosa che non riesco proprio a spiegarmi. Magari tu, che ci hai a che fare più estensivamente, sai illuminarmi.
    Se a me non interessa un argomento, non mi piace un sito, non mi sta simpatico l’autore, ecc, semplicemente mi volto e me ne vado. Non perdo sicuramente tempo ogni settimana ad andare a lasciare commenti idioti in giro, tanto per irritare i gestori. A che pro, poi? Tanto è solo il troll quello che fa la figura dell’idiota!
    Quindi potresti illuminarmi? Quale diamine è il motivo per cui uno perde tempo a trollare? Giuro, non l’ho mai capito. E visto che pare sia un’attività piuttosto diffusa, volevo sapere se magari ci sono dei motivi dietro (chessò, sono pagati per fare commenti in giro e quindi trollano tanto per farne di più, o vai a sapere) che io non conosco, o se è solo perché sono idioti.
    Sul serio. Non sto trollando! :-D
    Grazie
    V

  6. Il Duca di Baionette

    Anche gettare sassi dai cavalcavia richiedeva tempo, non procurava alcun beneficio per sé, creava gravi danni agli altri ed era perfino pericoloso per il rischio di venire rintracciati.

    Gli stupidi sono stupidi proprio perché la loro raison d’être, che ne siano consapevoli (troll, ovvero idioti maligni) o meno (idioti non maligni), è la distruzione del genere umano attraverso il sabotaggio delle attività positive per la collettività o per i singoli.

    Gran parte dei mali del genere umano sono imputabili alle masse indistinte che impediscono il progresso, diffondono la miseria, si nutrono di atti criminali gratuiti e sproporzionati al beneficio (eventuale) ottenuto ecc…
    Il genere di gente di cui parla Livraghi nel suo libro sulla stupidità.

    Non domandarti che ragioni ha un troll: il male è in sé la sua ragione e il genere umano è il suo nemico.

  7. PlatinumV

    Insomma, sono proprio idioti per il gusto di esserlo. :-( Che vuoi che ti dica, questa cosa è deprimente, speravo che ci fosse almeno una qualche ragione recondita dietro…
    Non penso che capirò mai la gente…
    V

  8. Il Duca di Baionette

    Aggiungo una nota per chi, non avendo il concetto di ordine cronologico, trovasse meravigliosa o folle la dichiarazione su Croce di Giulio Mozzi.
    Premetto che conosco Croce solo per un’opera letta (Etica e politica) e per lo studio di testi che parlavano delle sue idee (ne cito uno recentissimo tra poco), che è comunque meglio che confondere il 1937 per il 1922 (vedi dopo).
    Non ho letto altre opere di Croce perché scrive in modo imbarazzante, l’opposto dell’obbligo morale e tecnico alla chiarezza e semplicità che dovrebbe guidare chiunque scriva, a meno di non voler fare propria quella retorica dell’oscurità tipica dei cialtroni e che era già nel medioevo (ed è ancora) motivo di grave imbarazzo perfino per la Chiesa (“Nella Chiesa si parla molto per non dire nulla” – Joseph Comblin, teologo).
    E ce ne vuole a farli imbarazzare di sé stessi.

    Forse Croce scriveva così male perché anche quando scriveva saggi si affidava all’intuizione di contenuto e forma come atto della mente inseparabile?

    Ne dubito, visto che non era Poesia: forse scriveva solo male e basta (d’altronde ha disprezzato la retorica a lungo). Perfino Clausewitz, che lessi per intero proprio due anni prima di affrontare Croce, scrive molto meglio e tratta una materia ben più complessa con chiarezza molto superiore. E Clausewitz scrive come uno professorino tedesco preso a padellate in faccia da Hegel.

    Intuizione in cui forma e contenuto sono inseparabili che è all’opposto del funzionamento della Narrativa, in cui tutto è costruzione successiva ed è applicazione di regole (Sommergere l’Io ecc…) che NULLA hanno a che vedere con la scena immaginata nella mente, ma sono applicazioni successive (anche su una eventuale bozza di getto di quanto immaginato) e servono a trasformare ciò che si è immaginato in una esperienza avvolgente anche per il lettore (che deve farla propria) e non solo per l’autore (che l’aveva già dentro di sé, chiarissima e vivida, e il suo problema era renderla tale agli altri).
    Eppure per Croce solo quell’intuizione inseparabile di forma e contenuto era Arte.

    Com’è noto, Croce definisce l’arte come forma spirituale, affermando che l’espressione artistica è intimamente connessa con l’intuizione estetica, vissuto di un’attività spirituale il cui atto conoscitivo si manifesta in forma di rappresentazione.
    L’intuizione e la rappresentazione non sono due realtà a sé stanti, ma due aspetti di un unico atto di pensiero, che mentre intuisce rappresenta:
    conoscenza per la fantasia, conoscenza dell’individuale e dunque attività teoretica produttrice di immagini poetiche. Ciò significa che nell’opera d’arte non vi è scissione tra contenuto e forma: la forma espressiva non è veste che si indossa dall’esterno, ma è la stessa intuizione, il suo rivelarsi.
    «L’espressione consiste [...] nell’essere un fatto di attività» e ciò significa che il «bello» non ammette forma ornamentale retorica. D’altra parte, il contenuto non è sensazione o fatto insorgente da moti scomposti, irrazionale-psicologici; esso è intuizione, ossia visione trasfigurante.

    (Da La retorica nel pensiero di Benedetto Croce. Per il libro da cui è tratto vedi in fondo al commento. Grassetti miei.)

    Vabbè, lasciamo stare gli obbrobri stilistici e retorici. Dicevo che il commento di Mozzi va, o almeno così l’ho inteso io, contestualizzato: pone due riferimenti chiari, la Poesia come intuizione e la riforma scolastica (del 1923).
    Quindi il cambiamento di idee di Croce sulla retorica, che smette di essere il massimo orrore dell’universo e diventa invece una cosa (a quanto ricordo) non negativa, avvenuta con la sua analisi della letteratura in La poesia: introduzione alla critica e storia della poesia e della letteratura del 1937, è successivo all’epoca (pre-1923) in cui l’unica retorica nota a Croce era per lui una mostruosità da debellare (da lui accusata anche di essere portatrici di errori nel giudizio e nella logica). L’epoca ovvero in cui aveva collaborato alla riforma scolastica, dando quell’impronta anti-retorica.

    D’altro canto, la retorica è, per fortuna, del pari inefficace sia come retorica, del bene sia come retorica del male, e nociva del pari, nell’un caso come nell’altro, solo in quanto retorica, cioè vanità e perditempo.

    (Dai Frammenti d’estetica del 1922, riportati in Etica e Politica pubblicato da Einaudi nel 1956)

    Gli effetti di quel cambiamento non si sono palesati subito (credo). Non è che se cancelli la retorica (che nel mondo classico era alla base dell’istruzione e noi dopo averla cacciata osiamo dichiarare di favorire gli “studi classici”? Mah!) subito tutti i tizi istruiti secondo i vecchi principi diventano ritardati. Nemmeno i professori cambieranno cervello dall’oggi al domani. Non lo diventerà necessariamente nemmeno la generazione successiva, perché crescerà in un ambiente di adulti non deformati dalla riforma. Idem i giovani ancora dopo vivranno in un ambiente ancora non del tutto epurato (in ambito politico, di giornalisti, di intellettuali ecc…) di chi era cresciuto prima della riforma (e che ora magari è un saggio, un personaggio importante).
    Aggiungeteci pure il ’68 e qualche altro decennio ed eccoci arrivare all’attuale classe politica, agli attuali giornalisti e ai risultati del test ALL che ci collocano ai minimi, temo, delle capacità intellettive per essere considerati umani. Siamo a braccetto col Messico!

    Ah, il libro che volevo indicare, giusto… Per un rapido ripasso confermativo di quanto ricordavo al fine di scrivere questa nota mi sono letto il capitolo quinto (La retorica nel pensiero di Benedetto Croce) di Sei studi su Benedetto Croce di Giusi Furnari Luvarà (coordinatore del Corso di Laurea triennale in Filosofia dell’Università di Messina e professoressa in storia della filosofia moderna).

    Comunque Croce non è l’argomento dell’articolo.
    Chi volesse parlare con Mozzi della sua affermazione su Croce, e chiedere eventualmente conferma sul suo significato e dell’ambito d’applicazione, dovrebbe rivolgersi direttamente a Mozzi (il link alla fonte non è lì per sport). Io ne so troppo poco, ma da quello che ho studiato l’affermazione di Mozzi mi torna.

    Link per tornare all’articolo nel punto in cui è indicata la nota.

  9. Baccio

    Mi mancano i tuoi interventi sugli ebook

    http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/scrittori-e-pubblicitari-la-nuova-moda-di-autopubblicarsi-con-gli-e-book-e-una-43833.htm

    “Negli Stati Uniti, invece, i titoli auto-pubblicati sono circa 212.000 (41% digitale). Le piattaforme più utilizzate? Kindle Direct Publishing e CreateSpace (Amazon), Authorsolutions’ (comprata da Penguin per 116 milioni di dollari), Lulu, la recente Smashword, che comincia a portare i suoi autori nella classifica e-book del New York Times.

    Il fenomeno del self-publishing sta infatti creando tutto un suo indotto esterno alle case editrici. È quello dei nuovi editori in rete, che traducono a prezzi stracciati i libri di scrittori liberi che poi li possono vendere ovunque. Ma soprattutto, delle compagnie di marketing on line, che ti insegnano come twittare da cinque account diversi, come innescare gli algoritmi di Amazon per avere recensioni a tutto spiano.

    Forse il riscatto degli editori, che ancora non si sono ripresi dalla batosta ebook e ora affrontano quella del self-publishing, magari venduti direttamente dal sito degli autori (è il caso della saga Harry Potter in ebook, acquistabile solo sul sito), potrebbe partire da qui: in fondo se per pubblicare e promuoversi bisogna pagare degli esperti, tanto vale tornare nel recinto degli editori, magari attraverso una delle piattaforme di pubblicazione messe a disposizione dai più furbi (come Mondadori), o attraverso i nuovi concorsi letterari (come IoScrittore di Gems o IlgiovaneHolden). Ma è soprattutto sulla stanchezza dei cyber scrittori che gli editori possono giocare. Come dice il proverbio cinese: «Siediti sulla sponda del fiume, e prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico».”

    oppure sarà il cliente a veder passare il cadavere della mondadori

    Baccio

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