Archivio per la Categoria 'For The Lulz'

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SteamCamp 2013 – considerazioni dopo l’evento

Scritto da il 13 apr 2013 | Categorie: For The Lulz, Riflessioni, Steamfantasy, Steampunk, Vita del Duca

SteamCamp 2013 è passato da più di quattro giorni. Ho avuto la possibilità di vedere come è stato accolto dai diversi partecipanti e ho deciso di aspettare alcuni giorni per verificare i primi pareri sul web, fino a ora positivi, se non in tutti i singoli dettagli (qualche relatore meno brioso degli altri, io con un delle slide vomitevoli, il problema della collocazione della mostra FarSteam), comunque sempre positivi nel complesso.

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Dago, l’ascaro pugliese, diviene ufficialmente un Negrariano: ancora non Ariano, ma neppure più Negro, in virtù dei meriti sbiancanti della permanenza in Trentino.

Una piccola premessa sul luogo dell’evento.
Invece che a Milano, con il vantaggio di poter sfruttare tutto il bacino di visitatori locali e la possibilità di arrivare agevolmente in treno da tutta le direzioni più importanti (Torino, Venezia e Roma, potendo così far venire comodamente anche pubblico dalla Toscana, dalla Liguria e altre regioni), senza considerare poi il maggiore impatto per i media (possibilità che giornalisti venissero a vederne o ne scrivessero prima), ci siamo ritrovati a Cittadella, in provincia di Padova. Un posto così agevole a livello di trasporti che non è nemmeno possibile prendere un biglietto del treno sul posto per fuggire (vedere foto scattata da Tapiro) e che i TomTom boicottano impedendo di raggiungerlo e costringendo a girare in tondo in eterno (fortunatamente il mio navigatore della Peugeot 208 non soffre di questo problema). Questo potete ben immaginare da soli che avrà ridotto a un quarto o meno il pubblico che poteva partecipare (anche se, come vedremo, è andata benissimo).

In più non abbiamo avuto sponsor.
Siamo andati avanti con la passione e con la disponibilità del principale organizzatore (anche se essendo un BarCamp l’organizzazione era aperta a tutti) di mettere soldi di tasca propria pur di non far fallire l’evento a pochi giorni dall’inizio. Sponsor dati per certi fino a fine gennaio, sono spariti nel nulla a causa di un bel po’ di confusione mediatica per un evento simile piazzato a sorpresa pochi giorni prima del nostro. Nonostante tutto, senza più sponsor, noi il biglietto non lo abbiamo fatto pagare a nessuno né nessun venditore ha sborsato nemmeno un euro per vendere da noi.
Questione di principio: noi facciamo cultura con spirito liberale da aristocratici e orrore del denaro (ma potete dare 50 euro al mio Segretario, se proprio volete).

Tanti possibili sponsor un po’ non capivano cosa fosse lo Steampunk e un po’ avevano enormi pregiudizi, per cui anche se nei due mesi rimasti (troppo poco tempo) ne sono stati contattati a decine, non è servito a niente se non a sprecare le ore di Maurizio. La fama di “mentecattaggine per travestiti sottratti all’agricoltura” (Steampunk: il nuovo Fantasy!) è ciò che SteamCamp cerca di combattere, mostrando che dietro i costumi (o anche a posto dei costumi) c’è molto altro. C’è cultura nello Steampunk fatto bene. Come il vino non è solo vino per sfondarsi e rotolare sotto il tavolo: dietro c’è storia, cultura, territorio. Pregiudizi a livello di “ommiddio arrivano i punkabbestia che squarciano le poltrone e ci cagano dentro” appena hanno visto foto di costumi Steampunk tipici, anche se prima di vederli squittivano di gioia “O che bello, ma che programmone culturale, complimenti!”, e che hanno fatto saltare, per dire, l’ipotesi della festa di sabato per mancanza della location inizialmente offerta in virtù della qualità culturale dell’evento.
No, non vi dico qual è perché voi siete steampunks e finisce che andate lì, sventrate le poltrone e ci cagate dentro… :-/

Steampunkettari: strana gente vestita in modo inquietante.
Secondo fonti attendibili potrebbero squarciare le poltrone e cagarci dentro.

Organizzare gli spazi il venerdì.
Disponibilità iniziale secondo quanto accordato: sala da 80 posti come principale; sala da 50 come secondaria (è pure molto più lunga che larga, per questo non è buona come principale); tre minori per i laboratori da 15 posti massimi. Hall allestibile per mercatino ed esposizione, inclusa la pannellatura con spiegazioni e la parete della mostra FarSteam. Manichini. Quattro proiettori che forse sono tre nel senso che uno dei tre dell’hotel potrebbe essere rotto (nel dubbio uno lo porta Maurizio). Registrazione interventi su entrambe le sale, streaming sulla principale.

Cosa ci siamo trovati la sera di venerdì: la sala da 80 non possiamo usarla; la sala da 50 posti lunga e stretta è la nuova principale (Manzetti); fortunatamente delle tre salette rimaste una permette di ospitare 20 posti (30 stringendosi e rubando sedie) per cui diventa la nuova Tsiolkovsky e i due laboratori possono effettivamente ospitare 15 persone l’uno stringendosi molto. Nella Hall non possiamo attaccare niente, nemmeno usando il patafix con cui l’Hotel permette di attaccare tutto nelle altre sale. Niente pannellature comode su cui attaccare, solo pareti. I manichini ci sono, perfetti. I proiettori sono solo due e ce ne servono su tre sale (appunto mentale: al mattino cambiare le collocazioni del pomeriggio, spostare le “Architetture” nella nuova Tsiolkovsky mentre il BarCamp che devo presidiare va in una piccola).

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Regalo di Diego Ferrara, autore di Soldati a Vapore.
Al primo SteamCamp si aggiunge il mio primo Alta Langa, orgoglio spumantistico piemontese!
(ancora DOC perché la vendemmia è del 2006 e la DOCG è iniziata con la 2008)

Dopo un attento sopralluogo decidiamo come sfruttare tutto e la mostra FarSteam finisce sull’unica lunga parete disponibile, quella in sala Manzetti. Abbiamo gli strumenti e l’esperto, Simone, che organizza la registrazione in Manzetti e lo streaming: l’unico problema è che tra sala stretta, proiettore, tavolo e telecamera con zoom in fondo alla sala, i relatori sono costretti a stare fermi in fondo, possibilmente seduti. Io ero partito con l’idea di permettere ai relatori di muoversi, penetrare anche nelle prime fila di pubblico, ma non è agevole muoversi. Per me non è grave: io so a malapena sedermi, come un novantenne, figurarsi camminare.

La notte dei lunghi patafix.
Il nastro biadesivo non possiamo usarlo, non ci sono le pannellature adatte. Come suggerisce l’hotel dobbiamo usare il patafix, ma non è un problema perché ovviamente visto che lo pretendono ne hanno una scorta adeguata da darci! Ci arrivano due striscioline sufficienti per riempirci il naso tutti e sette. Maurizio viene spedito prima che la cartoleria chiuda a comprare due confezioni nuove di quel pongo infernale.
Iniziamo la affissioni. Le opere di FarSteam con il patafix stanno per miracolo sui muri: freddo, 44 ore circa da fare sui muri… l’opinione comune è che sabato mattina cadranno. Idea: accendere il riscaldamento, spremere il patafix fino a trivellare i muri, sperare che Dio non esista perché lo stiamo bestemmiando e confidare nell’ottimismo. I fogli cerati su Manzetti stanno su molto meglio, grazie al carisma di Manzetti che con quell’espressione truce in foto frontale e laterale potrebbe essere un serial killer. Silvestro Ferrara è alto come una pertica, per cui dall’alto del mio “un cazzo e due barattoli” attacco il patafix ai fogli e glieli passo, poi giro la consulenza agli architetti per dire a Silvestro se è dritto visto che io non saprei distinguere un foglio orizzontale da uno verticale. Forse cadrà tutto di notte, ma la sala Manzetti è completata e le riprese funzionano perfettamente.

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La mostra FarSteam a cura di Tenaga,
con 18 opere di 18 giovani artisti italiani.

Dettagli da completare al mattino.
Mi sveglio alle sette, mi camuffo da persona normale, vado a fare colazione. Passano le otto e ancora non scende nessuno, a parte la scolaresca anglofona con ragazzine moderne dallo sguardo timido che sembrare dire “A 14 anni mi hanno regalato il mio primo aborto”. Mi metto a leggere un romanzetto porno di cento anni fa sullo smartphone. Passano altri venti minuti. Io ho ancora tutto il materiale da affiggere su Steampunk, estetica e pornografia vittoriana. Chiamo la stanza del custode del patafix e in pochi minuti arriva. Parto per l’affissione più importante di tutte: il porno vittoriano nella sala del laboratorio di moda, in accordo con la Graziano. L’idea che tante candide fanciulle non riescano a girare lo sguardo verso la parete per l’imbarazzo (solo qualche rapida occhiata) mi stuzzica, ma ovviamente l’intento è pratico: non potendo girarsi e/o alzare troppo lo sguardo senza arrossire per la vista del materiale, dovranno stare attente e lavorare di più. D’altronde è un evento per signorine per bene.

Sono a metà lavoro e ho capito che mezz’ora basterà per un pelo. Fortunatamente appare Alex Hastur, a cui ho fatto compagnia a colazione fino a pochi minuti prima ingurgitando caffè come se stesse per venire abolito. Ho bisogno di un volontario per aiutarmi nelle affissioni e decido che lui lo è, per cui prendiamo i fogli, cambiamo sala e mettiamo tutto il materiale completo (Steampunk, estetica e porno) in Tsiolkovsky, fiduciosi che essendo una sala un po’ più libera la gente potrà leggere lì. Sfortunatamente lo spostamento del laboratorio di fumetto là dentro, zeppo di gente e spesso con la porta chiusa, non ha favorito la visione del materiale.

Volevo mettere tutto nel porticato di passaggio per le sale e la Hall, ma non possiamo affiggere fuori dalle sale. Mi pare equo, se no sarebbe stato troppo facile, efficiente e ragionevole. Ora sapete perché le cose erano sparse in modi un po’ bizzarri e non proprio agevoli per i visitatori. Nove e mezza. Ho finito tutto per tempo.
Vado a indossare vestiti decenti per la conferenza delle dieci. Sfortunatamente non ho fatto in tempo a portarmi un costume Steampunk, per cui mi vestirò normale con tunica da ulano, pantaloni da cavalleria, pitalhaube (svuotato al mattino), stivali e sciabola.

Alle dieci e venti circa iniziamo. Stranamente c’è già gente, non come a quell’altro evento della settimana prima in cui saltarono due interventi della mattinata e Augusto si trovò da ultimo prima del pranzo a primo intervento del giorno alle 12:30. Ma d’altronde noi siamo al nord, gente che si alza presto e lavora. O che si traveste in modo imbarazzante e parla di rotelle, senza pudore, fin dalle 10:00. È un buon segno.

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Io mentre mi scuso perché sono la vergogna di Steampunk Italia: invece di avere il costume fatto con materiali riciclati ho comprato quasi tutto dai cinesi.

Maurizio prende la parola, descrive l’evento, come è nata l’idea e perché accanto a lui, che è un signore distinto e normale, ci sia un idiota in uniforme con un pitale in testa. Lo guardo come Fantozzi con il Semenzara, quando ordinò di infilare la mano sotto il culo. Confessa che, sì, pare che quello sia il direttore del comitato scientifico. Sento scendere il gelo sulla folla e percepisco negli sguardi, come uniti in una mente alveare, “Dio, cosa cavolo sono andato a vedere oggi?”. Intanto io cerco di mettere a pieno schermo le slide di Maurizio, ma l’allergia per i Mac (computer che nella mia mente riesco a collegare solo a Eat da Poopoo in Uganda) mi fa desistere e Roncaglia viene in mio soccorso come un provetto insegnante di sostegno. Gioisco con un verso inarticolato, sentendomi la versione in uniforme di Sloth dei Goonies.

Foto di alcune conferenze e laboratori.

In sala ci sono all’inizio circa 35 spettatori. A mano a mano che l’intervento prosegue aumenteranno di una decina, salendo verso i 45-48, con un po’ di gente in piedi dietro e delle sedie vuote qua e là: quasi pieno per una sala da 50 posti a sedere massimi. Durante il mio intervento guardo solo le prime quattro persone davanti a me: due ragazze con gli occhiali dal cui disagio cerco di decifrare il livello di idiozia di ciò che dico, il professor Roncaglia che mi fa un sorriso cordiale tipo “Devo inventarmi una scusa per dire che non conosco questo scemo col pitale in testa” e una bella ragazza vestita di nero, con i capelli biondo platino, che mi guarda gamberettescamente come se avesse pestato una cacca di cane. Trovo il tutto molto motivante e faccio finta che della mia spiegazione, tra storia della fantascienza e critica dei generi per inquadrare lo Steampunk, freghi qualcosa a qualcuno. O che perlomeno nessuno si alzi per andarsene dando l’ispirazione a tutti gli altri.

A fine intervento, uscito fuori dallo slot orario di venti minuti, dichiaro che mi dispiace che il mio intervento fosse noioso, ma non so fare di meglio con un argomento così tecnico e apprezzo che siano rimasti anche se faceva proprio schifo. Finalmente ho detto qualcosa che il pubblico ha capito e che può sottoscrivere. Si alzano felici per le conclusioni condivise. Salvo col finale.

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Il pubblico all’inizio del mio intervento (poi è aumentato un altro po’).
Notare gli sguardi motivazionali.

E così si conclude l’apertura della prima giornata. È andata molto bene: c’era parecchia gente, sembrava contenta, alcuni sconosciuti hanno fatto i complimenti perfino a me prima che me la filassi per verificare cosa accadeva altrove. Abbiamo ritardato l’inizio solo di una ventina di minuti, ma senza causare problemi agli interventi successivi, perché anche se il programma in teoria era fitto, in realtà erano stati predisposti margini di gioco abbondanti. Rispetto alle due ore di vuoto di pubblico e di conseguenza agli eventi della mattina saltati nell’altro evento Steampunk, a noi è andata alla grande.

In cortile alle 11:20 circa, quando ho finito io, c’è già gente che chiacchiera e fa foto, i banchetti del mercatino e dell’esposizione sono affollati di gente felice, c’è affluenza al bar. Mi faccio due conti in testa e penso che non è mica andata male, anzi, se aggiungiamo pure i 12-13 iscritti teorici del laboratorio di fumetto è andata proprio bene (partito alle 10:00, per cui non erano presenti alla mia presentazione). Vado a guardare i laboratori. Vuoti. Arrivo alla Tsiolkovsky: piena. Tra proiettore più agevole da collocare lì e l’eccedenza di partecipanti rispetto alle attese, a occhio 15-16 circa (e circa 18-20 il giorno dopo su 15 prenotati), la sala è stata assegnata d’urgenza a loro. Ottimo, il BarCamp sta funzionando: non serviamo io o Maurizio sempre presenti per fare questi aggiustamenti facili, riescono a gestirsi da soli.

Nel dubbio decido che è meglio coordinare tutto, perdendomi le conferenze e girando per aiutare, decidere spostamenti, rispondere alle domande dei visitatori e in generale fare accoglienza intercettando e cercando di trasmettere entusiasmo a quelli un po’ più smarriti, come credo stiano facendo anche gli S.T.I.M. di Steampunk Italia, che vedo belli attivi a sfrecciare qua e là. Dopo aver coordinato i primissimi cambiamenti a voce, mi accorgo che ci siamo dimenticati di stampare il calendario degli eventi e appenderlo (e nonostante tutto il pubblico non è scappato prendendoci per scemi!): alla reception mi stampano il calendario di entrambi i giorni e lo collochiamo su un cavalletto che mettiamo al centro della Hall, ben visibile dai due accessi esterni, accanto al manichino con l’abito di fine Ottocento. L’interesse del pubblico per le conferenze, non solo per le ragazze vestite in modo bizzarro, si notava anche da quanto spesso verificavano il calendario e controllavano eventuali modifiche a penna.

Ancora strani tizi vestiti in modo inquietante
che potrebbero sventrare le poltrone e cagarci dentro.

Niente pausa pranzo, due barrette dietetiche e giù di prosecco con cinque visite al bar di sabato, ovviamente mischiando i minuti del prosecco con le chiacchiere con i visitatori, per non sprecare tempo e farmi un’idea dei risultati e del gradimento.
Lì ho scoperto che i pareri positivi dei venditori, con vendite sopra la media rispetto a eventi ben più ampi e affollati, erano giustificati: una ragazza che ho approcciato per farle domande (ovviamente è solo un caso che fosse carina) era entusiasta dei suoi acquisti, era venuta apposta da Trieste (mi pare) per comprare qui, attirata dalla fama positiva che ci eravamo costruiti solo grazie ai contenuti (che evidentemente si è trasmessa anche al piccolo mercatino organizzato, che in effetti era ottimo), e aveva speso una cifra poco sopra i 300 euro. Non male!
Pure Tenaga mi ha detto che portando solo il fumetto Hunters J (e gadget collegati) ha fatto comunque vendite simili a quelle del Cartoomics di Milano due settimane prima. Il pubblico molto specializzato, seppure in un evento insignificante in proporzione, permette risultati inaspettati.

Anche i pochi venditori presenti, grazie al loro entusiasmo, all’interesse che dimostravano per lo Steampunk, hanno aiutato moltissimo a mettere a loro agio i visitatori. In particolare sono stato molto contento di come andassero bene gli affari al banco di Ciro Tonetto, che aveva anelli e medaglioni Steampunk molto carini (e a cui ho lasciato 45 euro per 3 anelli da regalare a delle amiche), e di Francesca Dal Ben, che aveva principalmente cappelli (ma prendeva anche gli ordini per fabbricare corsetti su misura!).

Mercatino e area espositiva con Steampunk Italia.

Ho passato i due giorni sfrecciando come un piccolo cumenda, col mio pitale in testa, chiedendo come andava l’evento, se serviva qualcosa, indirizzando i visitatori e informandoli del programma, aiutando a decidere i cambiamenti di sala e collocare i bis degli eventi (“Riciclare il non riciclabile” di Steampunk Italia ha fatto il bis in Tsiolkovsky, attirando oltre 20 persone e costringendo a portare sedie da un’altra sala). Ho pure fatto una conferenza privata sullo Steampunk a una coppietta, con annessa parte sulla verifica delle “fonti” a tema Steampunk, visto che avevo la saletta e nessuno si proponeva per il BarCamp.

Tre volte ho fatto anche lo strillone, annunciando l’evento che stava per iniziare nella sala Manzetti. Ho trovato particolarmente soddisfacente gridare “TRA DIECI MINUTI CONFERENZA SU KELLOGG IN SALA MANZETTI! CI SARANNO GRANDI CLISTERI DI YOGURT!” (o forse non ho precisato lo yogurt, boh). La conferenza su Kellogg è andata avanti parecchio ed è stata molto divertente, con Silvestro Ferrara che tirava fuori le peggiori porcate del dottore e io che sottolineavo la correttezza e il buon senso di John Harvey Kellogg, in particolare sui metodi per impedire la masturbazione maschile tramite mutande di filo spinato. Abbiamo iniziato l’intervento con 8 spettatori e a furia di porcate abbiamo chiuso con oltre 30 (stranamente niente fughe nonostante la tenia di sei metri, la collezione di escrementi e i clisteri di yogurt). Non male.

Voglio citare il parere, apparso su Facebook, di una gentile signorina di innegabile rettitudine morale (di cui non faccio il nome per privacy) che sintetizza bene lo stupore che si vedeva in gran parte del pubblico:

passo 3 ore al laboratorio di costume vittoriano. cambio sala e mi trovo a una conferenza in cui si parla di circoncisioni punitive e tenie di 6 metri. eeeh?

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John Harvey Kellogg (circa 1913),
sano nell’intestino e nella mente.

Perfino per la mia conferenza sui vini ha avuto del pubblico. Io speravo che saltasse per disinteresse, invece appena finito Kellogg (alle 17:30 circa) tre persone mi acchiappano per sapere della conferenza sui vini. Ho risposto che non avevo il proiettore (avevo 20 slide, questa volta “utili”, con fotografie che permettevano di vedere bene ciò di cui si parlava), ma se gradivano la potevamo fare in sala Caselli, vuota, recuperando delle sedie e facendo una chiacchierata in privato. Dopo meno di dieci minuti i primi cinque ascoltatori sono diventanti tra i dieci e i dodici (mi pare dodici se ricordo bene). Abbiamo parlato di Barolo, di Champagne, di Sabrage e di Assenzio, attraverso un percorso di aneddoti storici e qualche informazione “moderna” per capire meglio le informazioni (per esempio a cosa serve il Pinot Nero nei rosé e quindi perché il colorante usato nello Champagne di fine Ottocento non desse lo stesso risultato, al di là della falsificazione alimentare all’epoca permessa). Piaciuto così tanto da chiedermi le fonti per approfondire e farmi strappare la promessa di scrivere il prima possibile un articolo con gli stessi contenuti e la bibliografia. Una ragazza addirittura mi ha detto che le è piaciuto così tanto il modo in cui ho fatto percepire il mondo del vino, la cultura che c’è dietro, da voler fare il corso per sommelier della AIS. Spero che lo faccia perché AIS organizza dei corsi veramente belli.

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Il Duca con Stefano Tamiazzo, direttore artistico della Scuola Comics di Padova.
Il Duca con un fan. Il Duca con Gamberetta. Il Duca con Dario Tonani.

Qualche ipotesi sull’entità del successo dell’evento.
Avevo stampato 100 volantini, più qualche foglio extra venuto meno bene di scorta, con i nomi delle sale. Tra sabato nella tarda mattinata e domenica nel primo pomeriggio, in quattro sessioni di pochi minuti sfrecciando tra la gente e offrendo il volantino solo a chi mi pareva abbastanza libero da poterlo disturbare per quattro secondi (“Salve! Vi va un volantino che spiega perché abbiamo scelto questi nomi per le sale?”), ho distribuito tutti i volantini che avevo. Arrivato a neanche metà di domenica pomeriggio mi sono messo a frugare nella cartelletta, che Tenaga custodiva per me al suo tavolo, e non ne avevo più… e avevo tre ragazzi al seguito a cui volevo darlo più una quindicina di altri che avevo addocchiato, venuti solo domenica, e a cui ero sicuro di non averlo dato. Tra una cosa e l’altra, anche guardando le foto online, penso di aver dato il volantino a nemmeno un terzo dei partecipanti.

Abbiamo avuto almeno 300 visitatori sui due giorni, nonostante il luogo poco accessibile se non per gli abitanti del Veneto. Possono sembrare pochi, e in un evento normale lo sarebbero, ma da noi non è che la gente veniva, stava venti minuti e andava via: domenica siamo arrivati al punto che NON andavano via neppure nell’ora di pausa per il pranzo, per cui abbiamo improvvisato due bis di conferenze (Musica Steampunk e un altro) per intrattenerli. Tanta gente è venuta ed è rimasta dal mattino fino alla chiusura della giornata. Alcuni sono venuti ambo i giorni. La maggior parte ha fatto almeno mezza giornata. Per questo pur essendo solo, a occhio, 300 persone c’erano abbastanza stabilmente un centinaio di visitatori simultaneamente tra sale e mercatino, con punte verso il basso nei momenti di calo peggiore (sabato a pranzo?) che secondo me non scendevano sotto le 60-70 persone. Bastano 300 persone in due giorni, se stanno così tanto, ad affollare spazi di dimensioni modeste come un bell’albergo (ma mai fino alla scomodità, perlomeno non fuori dai laboratori!).

Laboratori zeppi. Quelli del fumetto stavano abbastanza bene, grazie al cambio di sala, ma nel laboratorio di costume le ragazze erano ridotte a lavorare a turno in terra perché mancavano i tavoli per tutte! Tavoli comunque su cui lavorare in piedi, per tre ore, con la schiena spesso piegata. Già questo fa capire l’entusiasmo, la voglia di partecipare che c’era. Bisogna adeguarsi, bisogna soffrire? Va bene, perché è troppo bello per rinunciarci!

Possono delle signorine per bene, di retta moralità e sicura Virtù, accettare di lavorare così?
Sì, perché il laboratorio è troppo interessante per rinunciarci.

La sala principale sempre occupata almeno per metà, quindi mal che andava sulle 20-25 persone si tiravano su a ogni conferenza (a quanto ho visto, infilando il naso ogni tanto per controllare cosa succedeva). Pensate quando certi scrittori piuttosto famosi si lamentano che con migliaia di contatti e presentazioni in grosse città, certe volte su decine o centinaia di adesioni finiscono per avere tre spettatori in sala. Durante la conferenza su Kellogg, mentre in sala c’erano 35-40 persone, via streaming erano connessi nei momenti di punta 100 IP differenti assieme!

Noi avevamo più visitatori reali che fan su Facebook, non molti meno come è normale accada! Fan che stanno crescendo nei giorni successivi l’evento più di quanto crescessero in quelli precedenti: 30 in più solo nei due giorni successivi, per far capire quanto sia piaciuto e quanto il pubblico voglia rimanere aggiornato sui prossimi. Questo significa che, seppure all’inizio le comunicazioni sono state lente, l’interesse incerto, è stata la QUALITA’ concreta a tenerli sul posto, a parlarne bene online, a far crescere già ora l’attesa per il prossimo nel 2014 e per gli spin-off che vorremmo realizzare in autunno. I lavori sono già in corso.

Falaschi sembra un pazzo pericoloso,
ma assicuro che non è affatto pericoloso! Forse.

Stiamo già pensando al futuro perché SteamCamp 2013 è andato alla grande.
Nonostante tutti i piccoli problemi. Nonostante l’assenza di sponsor. Nonostante non fossimo né a Roma né a Milano. Nonostante i guai dell’ultimo minuto su come gestire e usare gli spazi. Nonostante la copertura ridicola dei quotidiani: siamo stati ignorati quando eventi ben meno culturali e ben meno innovativi vengono pubblicizzati di continuo nelle pagine culturali di tanti giornali importanti e ricevono la visita della RAI per fare il servizio di 2-3 minuti al TG Regionale. Tutto perché, beh, “lo Steampunk è per mentecatti”. Poco importa quali fossero le conferenze proposte, di fronte al pregiudizio di tanti giornalisti e presunti uomini di cultura.

Avevamo l’entusiasmo, la voglia di non arrenderci e di non “frignare all’italiana contro il mondo cattivo”. L’evento è stato troppo sbilanciato sul sabato più culturale (per attirare i giornalisti, ma non è servito) e c’erano troppi buchi sulla domenica anche per la mancanza degli editori italiani di fumetti Steampunk nonostante diversi inviti a venire (se fossero venuti avrebbero venduto TUTTO, a giudicare da come sono andati gli affari agli altri). Ma nonostante questi innegabili difetti si è percepita chiaramente la varietà, qualità e unicità di SteamCamp nel panorama italiano.
Non eravamo lì per fare il solito Chardonnay o il solito taglio bordolese che sanno fare tutti: eravamo lì per mostrare che la nascita di un nuovo Cru nell’ambito degli eventi Steampunk, l’equivalente dello Champagne o della Borgogna, in mezzo agli spumantini industriali da 3-4 euro e ai vinacci in tetrapak che costano come il latte. Per essere la pietra di paragone dei futuri eventi Steampunk (non due, tre, quattro: ne vogliamo vedere a DECINE, grandi o minuscoli, diffusi in tutte le regione italiane nei prossimi anni!), sicuri che nessuno avrebbe potuto commentare negativamente (siamo rimasti basiti leggendolo) come in un altro evento simile.
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Foto con Steampunk Italia alla chiusura di domenica, dopo le 18:00.

Eravamo lì per mostrare che lo Steampunk non si riduce a incollare due rotelle su dei goth che hanno scoperto il marrone. Allo stesso tempo NON eravamo lì nemmeno per fare discorsoni accademici zeppi di paroloni e riferimenti complicati per nascondere la mancanza di sostanza concreta.
Eravamo lì per mostrare che lo Steampunk è cultura e che la cultura è divertimento.
Abbiamo attirato con le conferenze a tema storico tanti appassionati di Steampunk (e curiosi) che non avevano magari mai immaginato che dietro lo Steampunk potesse esserci tutto questo e che fosse così vario e piacevole.

Perché la cultura è divertente. La cultura non è una noia a cui piegarsi per poi vantarsi facendo gli intellettualoidi (e rendendo così la cultura odiosa), la cultura è divertimento. La cultura non è fine a sé stessa, è fine al piacere di poterla condividere trasmettendo l’entusiasmo agli altri, di poterne parlare assieme (il clima informale del BarCamp), di poter “giocare” tra sconosciuti con il sapere e sognare con gli spunti che la conoscenza del recente passato può darci. Lo Steampunk non è per pochi soggetti in costume e qualche lettore, lo Steampunk è parte di un grande risveglio culturale che può coinvolgere tutti, anche chi ha il vomito se pensa alle rotelle incollate.
Questo messaggio sulla “cultura come piacere” che la scuola dell’obbligo è preposta a far passare, spesso fallendo, noi lo abbiamo visto concretizzarsi nell’entusiasmo dei visitatori in quei due giorni. Visitatori in gran parte, pare, disinteressati alla narrativa scritta e alla fantascienza, ma non alla cultura. Questo significa che il piano ha avuto successo, il che è ovvio perché io sono il Duca.

 

Il Quattro Quattro alle Quattro e Quarantaquattro

Scritto da il 04 apr 2013 | Categorie: Bizzarro, For The Lulz, Rabbit Weird

In questo Sacro Quattro Quattro alle Quattro e Quarantaquattro, apice della Natalità del Quattro che mai fu concepito e sempre è esistito, né creato né generato, né creatura né creatore, che era prima del tempo e sarà alla fine del tempo, in questo lieto giorno in cui la Quattrità si Manifesta come mai il Tre alla sua sinistra o il Cinque alla sua destra avrebbero potuto immaginare, in questo lieto giorno vi porto l’Annuncio della Verità in quattro punti:

1. Il punto
2. più importante
3. è il
4. Quattro

Amen, gloria, alleluja!
E ora qualcosa di completamente differente perfettamente collegato:

Fonte
Ringrazio Uriele per questo video

Fuggite la fornicazione. Ogni altro peccato che l’uomo commetta, è fuori del corpo; ma il fornicatore pecca contro il proprio corpo.
(1 Corinzi 6:18)

Il Quattro Quattro è inoltre ufficialmente dedicato alla nostra Dea Gamberetta, per cui ripropongo il festoso sabrage con tanto di pitale in testa:

 

Coniglietti pasquali

Scritto da il 31 mar 2013 | Categorie: Conigli, For The Lulz, Rabbit Weird

In piena crisi economica anche i post nuovi vanno fatti con gli avanzi di quelli vecchi, recuperando ciò che altrimenti andrebbe buttato, nella tradizione della blogosfera povera di un tempo. Comincio ricordando a grandi linee di cosa tratta la Pasqua, partendo dagli avanzi di quando la Pasqua cadde nel Quattro-Quattro del 2010:

Piccola Nota sulla Pasqua.
La Pasqua è una festicciola secondaria in cui si commemora Jesus Onofago che dopo tre giorni che gridava “RES PLZ!” finalmente è stato ressato. Non sono sicuro di cosa esattamente vada festeggiato: la codardia del suo Party che lo abbandonò quando quel pirla di Giuda piombò con un carico di mob (“Help plz, mi hanno aggrato in massa!”), il fatto che l’unico healer del gruppo fosse morto (tre giorni di “Res Plz!” pur di non fare il respawn al Tempio di Gerusalemme dove lo avrebbe aggrato il Boss dell’area, Caifa), la decisione idiota di far ritirare il Tank Pietro -l’unico del Party che aveva le palle per affrontare i mob inferociti- (“Rimetti la tua spada al suo posto: coloro che mettono mano alla spada periranno di spada”) o che altro…
Comunque ai papisti piace molto questa festa usata come scusa per ingozzarsi di cioccolato, come se non fosse bastato il compleanno di Babbo Natale pochi mesi prima per strafogarsi di panettoni.

easter_bunny_500

Nella loro confusione dottrinale dovuta al rifiuto del Quattro e della natura onofaga del Cristo, i papisti adorano anche la figura del coniglio, seppure in modo bizzarro: il coniglio pasquale trasporta uova e le consegna alla gente. Per adorarlo vengono divorate statue di cioccolato con la sua effige. Tutto molto strano, come al solito, in questa bizzarra somma di superstizioni (senza la luce del Quattro vi è solo la tenebra dell’ignoranza).

Alcune possibili spiegazioni del coniglio pasquale “papista” si ricollegano ad elementi della Vera Fede Quattrista, come il fatto che Jesus fosse un mangiatore di uova (nonostante la diatriba teologica secondo cui onofago non sarebbe legato a “oòn”, ma a “onos” e quindi Jesus non avrebbe divorato catini zeppi di uova sode -simbolo ebraico di resurrezione- ma bensì bollito d’asino, il che è chiaramente una posizione che nega la resurrezione dell’uovo e riduce Jesus alla carnalità dell’asino come semplice profeta e uomo… pura e semplice ERESIA) o che l’apostolo Pietro in realtà fosse un coniglio. Entrambe le cose sono solo parzialmente vere: San Pietro non era un coniglio, ma il coniglio è parte fondamentale dell’insegnamento di Jesus (basta leggere tra le righe dei suoi continui “Stai Manzo!”, ad esempio nel Discorso della Montagna) ed è anche vero che Jesus mangiava le uova, ma non è risorto sotto forma di zombie senza cervello.

Lasciando la questione religiosa, voglio sottolineare che tre anni fa ho acquistato uno dei Gold Bunny della Lindt. Prima di tutto chiariamo una cosa: quella della Lindt era una pubblicità INGANNEVOLE. Il Gold Bunny non è si mai mosso in quattro giorni. Ero stato tentato di mangiarlo, per provare il tradizionale rito della superstizione cattolica, ma la visione di questo filmato, in cui la punizione del Quattro cade sugli adoratori degli idoli, mi ha dissuaso dal compiere un tale gesto blasfemo…

E ora due video sconvolgenti sui conigli.
Il primo video mostra, spazzando via ogni dubbio, che i conigli fanno le uova. Io l’ho SEMPRE sostenuto. Non nascono tutti dalle uova, ma alcuni sì (di solito le fanno di cioccolato, per consegnarle a Pasqua). Ho spesso sostenuto, e lo confermo ancora, che nel coniglio vi è solo il maschio, dotato di entrambi gli organi sessuali — pene e ano, a scopo esclusivamente omoricreativo — e che di norma si riproduce per mitosi.
Nel secondo video un pucciosissimo coniglietto chiede al papà se può diventare il Coniglio Pasquale, ma lo aspetta una brutta delusione! Com’è dolcino!

— Signorina Gamberetta, posso mettermi un pitale in testa e farmi chiamare Duca?
— Se vuoi, ma sembreresti un ritardato.
— *Abbasso le orecchie* Oh…

 

Mi è sembrato di vedere un nazista negro

Scritto da il 19 nov 2012 | Categorie: For The Lulz, Razzismo/Stereotipi, Storia Militare

Un articoletto leggero, fondamentalmente 4 teh lulz, giusto per mostrare qualche foto.
Questa è una foto scattata in Grecia, nel 1943:

No, non è un prigioniero.
Non avrebbe molto da ridere, se lo fosse. È un soldato volontario, un membro della Libera Legione Araba formata da stranieri intenzionati ad appoggiare l’esercito tedesco nella sua guerra in Africa e in Grecia. Quindi non la Legione Araba filo-britannica. Sembra strano vedere un negro nazista, probabilmente ben integrato tra i suoi camerati, che sorride. All’epoca a essere negro c’era da sorridere poco in qualsiasi posto!

Nulla di strano, a pensarci.
È che viene così naturale pensare ai negri quando si pensa alla minoranza classica da perseguitare che sembra ovvio che i nazisti li odiassero… ma perché avrebbero dovuto? E infatti il nazismo fu ambiguo coi negri. È vero, dal punto di vista tedesco e quindi ariano, il negro è inferiore. Però Hitler era già un po’ postmodernista di suo (e xenofobicamente democratico) per cui la regola di quale sia la razza superiore in realtà va applicata da ogni razza contro le altre. L’amore di Hitler per il darwinismo sociale lo portò anche a mantenere apposta la competizione tra i suoi generali, con effetti devastanti: essere un romantico idealista, come Hitler, non funziona molto.

Comunque, stringendo la deriva sul romantico idealismo hitleriano, gli Arabi non ebbero grossi problemi ad aderire al nazismo quando Hitler lo diffuse per incitarli alla rivolta contro i britannici (bastava cambiare ariano con arabo), tant’è che nonostante il poco fruttuoso colpo di stato del 1941 e la successiva sconfitta tedesca, proseguirono l’opera ideologica del nazismo dal 1947 con il partito Ba’th, con risultati straordinari in Siria (paese che accolse e protesse tanti membri delle SS ed è tuttora zeppo di vecchi Stg44), paese che rimase fondamentalmente laico grazie all’ideologia del nazismo a soppiantare quella dell’islamismo. Molti punti in comune tra le due, ma con la prima c’è un (bel) po’ di laicità che male non fa. In fondo dopo 60 anni abbiamo ben visto che i nazisti facevano schifo, ma i vincitori dopo non è che siano stati meglio nel forgiare il mondo a loro immagine e somiglianza (e spesso con ben meno dignità non avendo dei profondi ideali da seguire, seppure crudeli dal nostro punto di vista filo-americano).

Torniamo ai negri.
Essere negro in Germania comportava il tipico livello di fastidio, di scarsa integrazione, presente negli altri paesi occidentali. Probabilmente meno che in Francia, paese colonialista abituato a disprezzare i negri (e a odiare gli ebrei… chissà quanto rode in cuor loro ai francesi di non aver causato loro l’Olocausto, eh? Lasciare l’onore a quegli antisemiti della seconda ora dei tedeschi). E forse anche meno che in Italia, visto che a noi degli ebrei fregava relativamente poco mentre i negri eravamo abituati a disprezzarli da decenni (grazie alle colonie).
Però non erano perseguitati appositamente. O non era la norma: erano solo cittadini di serie B. I matrimoni misti ovviamente erano visti malissimo (e divennero illegali) e chi era già figlio di una coppia mista quando arrivò il nazismo non ebbe una vita facilissima. Una cosa è fare il negro purosangue, un’altra è mischiarsi. D’altronde Hitler aveva scritto nel Mein Kampf che “gli ebrei hanno portato i negri nella Renania con il chiaro intento di rovinare l’odiata razza ariana con la risultante bastardizzazione”. Pare che ci furono anche casi di sterilizzazioni forzate di negri. Insomma, meglio essere bianco che negro però non c’era proprio paragone tra essere negro ed essere ebreo (o gay o zingaro).

We are Hitler is not amused.

E come detto questo è ovvio.
Non si odia ciò che non si conosce. La solita idiozia del “la conoscenza porta la tolleranza” è ovviamente un’idiozia. È proprio l’incontrarsi, il convivere, anche solo a livello delle narrazioni montate dai pubblicisti (il negro come macchietta, come icona di inciviltà), che porta il disprezzo bonario o perfino l’odio.
Non si odiano gli zingari se non li hai mai visti né sentiti, inizi a odiarli quando a Cosenza ti rubano l’auto e scopri dai vigili che funziona così: devi andare dal capo degli zingari e chiedere aiuto, loro per una cifra modesta (qualche centinaio di euro) ti aiutano a ritrovare in che strada l’hai parcheggiata per sbaglio e poi te la sei dimenticata. A quel punto magari passi da fare la fiaccolate in difesa dei rom a quelle con i neonazisti per incendiargli i campi.
Non odi i negri se sai a malapena che esistono: li odi quando masse di disoccupati e banditelli, che potevano benissimo essere bianchi e invece sono negri, si spostano nel tuo quartiere e in pochi anni casa tua perde 4/5 del valore, tutti i vicini con i soldi scappano e le strade diventano una fogna (il background del film American History X).

Per questo disprezzo molto di più gli italiani bianchi rispetto ai negri di qualsiasi nazionalità. Gli unici negri che ho conosciuto erano/sono miei amici. Brave persone. Di bianchi coglioni ne trovo a pacchi (senza doverli nemmeno cercare). Ovviamente un po’ di disprezzo lo riservo a tutti perché non mi piace discriminare troppo. Il Duca è severo, ma ingiusto.

Ascaro tedesco, 1919. Con “goggles” per un tocco Steampunk.
I soldati negri, rispettati e ben guidati dagli ufficiali tedeschi, si comportarono in modo eccellente soprattutto in Africa Orientale.

In Germania c’erano poche migliaia di negri.
Le colonie erano durate poco e comunque erano state perse dal 1919 (in realtà completamente isolati dal 1914, come se non ci fossero). Perché mai il nazismo doveva preoccuparsi dei negri? Diverso il caso coi negri non tedeschi: i soldati negri francesi delle truppe coloniali era molto più facile che venissero massacrati, invece che presi come prigionieri, rispetto ai bianchi/arabi. D’altronde in Francia bisogna fare come i francesi no? Seguendo le idee di Sant’Ambrogio e Sant’Agostino, “quando si è a Roma, si fa come i romani”. Sarebbe stata estrema maleducazione non considerare i negri come subumani da disprezzare!

Sant’Agostino, dalla Lettera 54

Credo d’averlo raccontato già una volta : però voglio ricordarlo ancora adesso. Mia madre, la quale m’aveva seguito a Milano, trovò che quella Chiesa il sabato non digiunava; aveva quindi cominciato a turbarsi ed era in ansia non sapendo che cosa avrebbe dovuto fare: allora io non mi curavo di tali cose, ma, per far piacere a lei, consultai su ciò l’incomparabile Ambrogio di santa memoria ed egli mi rispose che non poteva insegnarmi nient’altro che quant’egli stesso faceva, poiché se avesse conosciuto una norma migliore, l’avrebbe osservata di preferenza. Io pensavo che senza darmene la ragione egli mi avesse voluto esortare con la sua sola autorità a non digiunare il sabato, ma egli aggiunse dicendomi: “Quando vado a Roma, digiuno il sabato; ma quando sono qui, non digiuno. Così tu pure, osserva l’uso della Chiesa ove ti capiterà d’andare, se non vuoi essere di scandalo ad alcuno né riceverlo da altri”. Avendo io riferito ciò a mia madre, essa abbracciò quella regola. Quanto poi a me, pensando spesso a quel parere, l’ho sempre ritenuto come se l’avessi ricevuto da un oracolo celeste. Ho sentito spesso con dolore e pena che si generano nei deboli molti turbamenti per la cocciutaggine nel litigare o per la superstiziosa timidezza di qualcuno dei nostri fratelli: litigano per questioni di tal genere che non possono arrivare a nessuna determinata soluzione né basandosi sull’autorità della Sacra Scrittura né sulla Tradizione della Chiesa universale né sull’utilità di rendere più santa la vita. Alla base delle loro opinioni c’è solo un’argomentazione qualunque soggettiva o l’usanza che si osserva nella propria patria o perché uno ha visto l’usanza in qualunque altro luogo e si crede d’esser diventato tanto più istruito quanto più s’è allontanato dai suoi col viaggiare; così sollevano questioni dibattute con tanto attaccamento alle proprie opinioni, che non ritengono giusto se non quel che fanno essi.

E così vari negri tedeschi finirono per servire, arruolati di leva o come volontari, sia nell’esercito che nelle SS. Pure nella Gioventù Hitleriana (al fianco di Ratzinger?). Nazisti negri. Perché se uno è volontario nelle SS non venitemi a dire che è lì perché lo costringono e che no, lui è un bravo liberale democratico abbraccia-alberi-amico-degli-ebrei! Giusto per ricordare che la realtà è più sfaccettata, complicata e fantasiosa della fantasia e magari qualche fesso, vedendo un nazista negro in un romanzo, potrebbe pensare che l’autore sia un cretino: di sicuro un cretino c’è, ma non l’autore.

Tranne Sven Hassel: lui è cretino anche se Albert Mumbuto era negro. Perché sì.
E dal 21 settembre 2012 è pure morto. Un po’ mi dispiace perché ci sono sono autori molto peggiori in giro, a camionate, e così la tacchetta della media qualitativa degli autori in vita è scesa di una frazione. I suoi libri li avevo letti volentieri quando facevo il primo e il secondo anno del liceo.

Ovviamente lo scopo del post era dare del cretino a Sven Hassel.
E ricordare a DagoRed che è morto. Tié: terun va a mangià il sapun!

 


 

Gustav Sabac el Cher
Aggiunta del 19-11-2012, ore 14:00

Mi stavo dimenticando di un dettaglio e di un’altra bella foto. Avete visto il quadro con il soldato negro che abbraccia la ragazza biondo-rossiccia? È opera di Emil Doerstling (1859-1940) e si intitola Preußisches Liebesglück (Felice amore prussiano, credo, del 1890). Pensate che sia una licenza artistica, un’invenzione, magari a scopo xenofobo contro i matrimoni misti?

Non proprio. I due personaggi non sono inventati: secondo lo storico dell’arte Gorch Pieken il soldato è Gustav Sabac el Cher e la ragazza è la sua fidanzata (e poi moglie) Gertrud Perlig. Quando ancora negli USA, che si credono tanto civili, i matrimoni misti erano un’oscenità e i negri cittadini di second’ordine, nella Germania Imperiale dominata dall’ideologia del Suum Cuique, l’identità era prima di tutto culturale e nazionale, legata alle “presunte” peculiarità tedesche nella vita domestica (si veda il bel Sweeping the German Nation – Domesticity and National Identity in Germany, 1870–1945). Solo secondariamente era etnica.

Un negro tedesco poteva essere un buon tedesco, come il più bianco dei bavaresi. E fare carriera anche nell’esercito. Non dico che essere negro fosse come essere bianco, ma il razzismo violento che dominava la cultura francese e statunitense non era presente nella Germania Imperiale. Ricordiamo che la Germania Imperiale era anche stata in grado di integrare perfettamente gli ebrei, molto più numerosi dei negri, al punto da farne sentire tanti prima di tutto tedeschi e solo dopo ebrei (come è giusto che sia per chiunque nella propria nazione).

August Albrecht Sabac el Cher, in abiti “orientali”.

Gustav Sabac el Cher (1868-1934) era figlio di August Sabac el Cher (1836-1885). August venne regalato all’età di sette anni dal Vicerè Ottomano d’Egitto al principe Alberto di Prussia (1809-1872), in visita al Cairo. Ricevette il cognome di Sabac el Cher perché sapeva dire solo quello in arabo: “buongiorno”.
Il principe se ne prese cura (all’epoca regalare agli europei bambini negri non era strano, per gli Ottomani) e lo fece diventare un valletto della sua corte. Fu assistente di Alberto nel quartier generale durante la guerra del 1864 e fu in prima linea, in fanteria, durante la battaglia di Sadowa del 1866. Partecipò a tutte le guerre di unificazione tedesca. Quando il padrone morì, venne mantenuto in servizio nella casa del figlio, principe Alberto pure lui (reggente del Ducato di Brunswick dal 1885 al 1906). Nel 1876 August aveva ormai un reddito annuo di 600 Marchi d’oro, più molti altri bonus, ed era responsabile di argenterie, porcellane ecc… ruoli tipici, appunto, di un maggiordomo. Si ritirò dal servizio nel 1882, per motivi di salute. Era naturalizzato tedesco, un cittadino con pieni diritti come se fosse nato prussiano, e nel 1867 aveva sposato Anna Maria Jung.

Gustav Sabac el Cher nel 1908.

La carriera del figlio Gustav, seppure molto meno ricca di avvenimenti di quella del padre, fu comunque un’onesta carriera. Suonava il violino da quando aveva otto anni e a diciassette divenne musicista nell’esercito tedesco. Nel 1893 venne inviato all’Accademia Reale di Musica e nel 1895 già dirigeva la banda del Primo Reggimento Granatieri a Königsberg. Mica poco. Divenne una celebrità, spesso citato nel giornali, e arrangiò varie ouverture di Mozart per farne marce militari. Nel 1909 lasciò l’esercito e iniziò a lavorare come direttore di banda presso varie città. Secondo questo articolo fu anche un nazionalista di destra e appoggiò il nazismo. Quando morì nel 1934, la moglie ricevette un telegramma di condoglianze dall’Imperatore Guglielmo II, in esilio in Olanda.

 

Malattie della razza negra: la drapetomania

Scritto da il 03 set 2012 | Categorie: For The Lulz, Medicina e salute, Razzismo/Stereotipi, Storia, Vekkiume

Ricordate la mia riflessione di tre anni fa sulla natura negra di noi lettori?
L’articolo prendeva spunto da questo spezzone che proviene dal secondo episodio della miniserie TV Radici del 1977, basata sull’omonimo romanzo di Alex Haley. È una bella miniserie: ci sono dei negri, ci sono dei bianchi, i primi sono schiavi dei secondi. Molto bello.
Ho aggiunto una riflessione supplementare sul video in fondo a questo articolo, qui.

Proprio in questi giorni sto vedendo di nuovo Radici e sono incappato in un paio di altri spezzoni molto interessanti su un problema che mi stava incuriosendo, quello della fuga degli schiavi. Uno pensa agli schiavi e si immagina una cosa arretrata, roba finita 50 anni fa, niente a che vedere con noi uomini moderni del 1912, giusto?

Nulla di più sbagliato (a parte la fornicazione). Pensate ai grigi lavori, quando va bene e si ha un lavoro, e alla voglia di fuga e di cambiare vita. Pensate alle condizioni di lavoro. Siamo onesti, gli schiavi liberati negli USA dopo il 1865 sono stati spesso peggio di come stavano prima della guerra e se parliamo di Europa, beh, dall’abolizione della servitù della gleba da parte di Alessandro II che ha creato masse di contadini “liberi” indebitati e affamati, siamo arrivati fino alla condizione attuale dei co.co.pro. che non è che sia molto meglio.

La fuga è un tema attualissimo. Nella New Economy, quella del tabacco e del cotone egiziano a fibra lunga, orde di co.co.pro. con rinnovo automatico a vita tramite l’agenzia proprietaria si spaccheranno la schiena, lucidando col loro sudore questo nuovo, suggestivo, trionfo del capitalismo finanziario: il Neofeudalesimo. E quando giungerà l’ora, me ne prenderò uno robusto!

Ma come è possibile la fuga?
Pensiamoci, lo schiavo sta meglio di tante altre persone. Sta meglio di un operaio del Settecento a Londra. Ha cibo, sa che il padrone non lo lascerà morire (a meno che non sia un pazzo, ma pure da noi le morti sul lavoro non è che siano poche), ha sicurezza sociale e può con queste certezze pianificarsi una vita, avere una famiglia. Certezze che da anni mancano ai giovani d’oggi. Condizioni di vita che un co.co.pro. si sogna. In più sta facendo il lavoro per cui è adatto e non il Babbo Natale con la laurea in ingegneria aerospaziale o il centralinista che è un fisico nucleare…

Eppure fugge.
Il negrone qui sotto è Kunta Kinte, un Bingo Bongo[Nota] stranamente sprovvisto di hunga munga, arma micidiale (per sé stessi) e raffinato strumento culturale per affettare il cocomero, tagliare le banane dagli alberi e mangiare il pollo fritto (i centopiedi invece li si infilza con un bastoncino).
Bizzarra assenza, invero, bizzarra.

Nonostante tutti i benefici e la bella vita di cibo e lavoro, Kunta Kinte fugge per tre volte sapendo benissimo che se andrà bene verrà catturato, picchiato e riceverà un sacco di frustate a casa. Se andrà male finirà nelle mani di qualche cacciatore pazzo che lo torturerà a morte e lo lascerà come monito in mezzo alla strada. Non ha nessuna possibilità di tornare libero: il Canada è troppo distante e lui non può diventare bianco per passare inosservato.

Continuare a fuggire e a ricevere frustate, come una bestiolina rincretinita che morde il cibo elettrificato, è un comportamento folle se consideriamo che Kunta Kinte è più intelligente di tanti altri negri. E quell’impulso irresistibile che lo porta a fuggire, quell’autentica febbre della fuga, non colpisce gli altri negri della piantagione: solo lui è ridotto in quello stato, causando stupore e timore nel vecchio e saggio Violino (il suo migliore amico).

Alla quarta fuga i cacciatori gli amputano metà del piede destro per impedirne altre. Passano gli anni e nonostante la menomazione che lo ha reso permanentemente zoppo, Kunta Kinte viene di nuovo colto dalla frenesia della fuga quando ormai ha una famiglia, una figlia nata da poco e serve sotto un padrone saggio, buono e generoso. Sta meglio di praticamente tutti gli operai londinesi dello stesso periodo, la fine del Settecento. Solo per un pelo l’amore per la famiglia gli permette di resistere alla voglia di correre via, verso il nulla, con altri negri febbricitanti dello stesso desiderio irrealizzabile, certo solo di venire catturato di nuovo.

Fortunatamente la scienza medica ha permesso di svelare il mistero. L’egregio dottor Samuel Adolphus Cartwright, della Virginia, ha pubblicato sul numero del maggio 1851 di The New Orleans Medical and Surgical Journal un articolo intitolato Report on the Diseases and Peculiarities of the Negro Race, in cui affronta anche questa malattia mentale tipica della razza negra: la drapetomania.
Sperando di far cosa gradita a chi, come me, cerca una risposta a questo dilemma razziale e ambisce a una soluzione per guarire i negri colpiti da questo terribile male, ho tradotto parte dell’articolo in italiano.

Dall’inizio dell’articolo:

Prima di entrare nelle peculiarità delle loro malattie, è necessario dare uno sguardo alle differenze anatomiche e fisiologiche tra l’uomo negro e l’uomo bianco, altrimenti le loro malattie non possono essere comprese. È spesso dato per scontato che il colore della pelle sia la principale ed essenziale differenza tra la razza negra e la razza bianca. [...] Anche il cervello del negro e i nervi, il chilo e gli altri umori, sono colorati con una sfumatura di pervasiva oscurità. La sua bile è di un colore più intenso e il sangue e più nero di quello dell’uomo bianco. C’è la stessa differenza nella carne tra il bianco e il nero, per quanto riguarda il colore, di quella che esiste tra le carne di coniglio e la carne di lepre.

Bestiacce strane, decisamente. E sgradevoli, perbacco!
Che una fisicità tanto oscena sia ricettacolo anche di oscene turbe della mente?
Così è, invero, ed ecco il male di cui volevo parlare (ma ce ne sono altri ancora):

Drapetomania, o la malattia che porta i negri a fuggire.
[...] Non è conosciuta dalle nostre autorità mediche, anche se il suo sintomo diagnostico, la fuga dal servizio, è ben nota ai nostri coltivatori e ai sorveglianti [...]
Nell’annunciare una malattia finora non classificata nella lunga lista dei malanni a cui l’uomo è soggetto, è necessario disporre di un nuovo termine per chiamarla. La causa che induce il negro a scappare dal servizio, nella maggior parte dei casi, è una malattia della mente come qualsiasi altra forma di alienazione mentale ed è molto più semplice da curare, in generale. Avvantaggiandosi di adeguati consigli medici, da seguire rigidamente, l’abitudine problematica che hanno tanti negri di fuggire via può essere interamente prevenuta, anche nel caso in cui gli schiavi abitino al confine con uno stato libero, a un tiro di pietra dagli abolizionisti.
[...]
Se l’uomo bianco cerca di opporsi alla volontà di Dio, tentando di fare del negro qualcosa di diverso dal “sottomesso genuflesso[Nota] (che l’Onnipotente ha decretato che fosse), cercando di elevarlo al proprio livello, o ponendo sé stesso in un rapporto di eguaglianza col negro, o se abusa del potere che Dio gli ha dato sul suo compagno trattandolo crudelmente, punendolo quando si è arrabbiati o negandogli la protezione dagli abusi dei compagni servi e di tutti gli altri, o negandogli le normali comodità e necessità per vivere, il negro scapperà via. Ma se lo mantiene nella posizione che sappiamo le Scritture intendono fargli occupare, quella del sottomesso e se il suo padrone o sorvegliante è gentile e cortese con lui, ma senza condiscendenza, e allo stesso tempo soddisfa i suoi bisogni fisici e lo protegge dagli abusi, il negro sarà ammaliato e non potrà fuggire via.
[...]
In base alla mia esperienza, il “genu flexit”, la soggezione e la riverenza, devono essere pretesi da loro altrimenti disprezzeranno i padroni, diventeranno scortesi e ingovernabili e fuggiranno via. [...] due tipi di persone sono portate a perdere i loro negri: quelli che sono con loro troppo famigliari, li trattano come eguali, e fanno scarsa o nessuna distinzione per il colore della pelle; e, dall’altra parte, quelli che li trattano crudelmente, negano loro le semplici necessità delle vita, non li proteggono dagli abusi degli altri o li spaventano con approcci minacciosi quando devono punirli per le loro malefatte. Prima che i negri fuggano, a meno che non siano spaventati o colti dal panico, diventano imbronciati e insoddisfatti. La causa di questo malumore e di questa insoddisfazione va rintracciata e rimossa o saranno portati a fuggire via o cadere preda della consunzione dei negri [nota: un altro malanno trattato nell'articolo]. Quando sono imbronciati o insoddisfatti senza motivo, l’esperienza di coloro che si occupano di queste cose è decisamente in favore a frustarli fino a fare uscire il malumore, come misura preventiva contro il darsi alla latitanza o altre cattive condotte. Veniva chiamata frustare il diavolo fuori.

Se trattati gentilmente, ben nutriti e vestiti, con combustibile sufficiente per mantenere un piccolo fuoco acceso tutta la notte – separati in famiglie e ogni famiglia con la propria casa – senza il permesso di vagare di notte per visitare i vicino, di ricevere visite o usare liquori intossicanti, e se non oberati di lavoro o esposti troppo alle intemperie, sono molto facili da governare – più di qualsiasi altra popolazione del mondo.
Quando tutto ciò è garantito, se uno di loro o più di uno, in qualsiasi momento, è portato ad alzare la testa e mettersi sullo stesso piano del loro padrone o sorvegliante, l’umanità e il loro stesso bene necessitano che siano puniti fino a ricadere nello stato sottomesso che è stato previsto per loro fin da quando il loro progenitore ricevette il nome di Canaan o “sottomesso genuflesso”. Devono essere mantenuti in questo stato e trattati come bambini, con cura, gentilezza, attenzione e umanità, per prevenire e curare le fughe.

L’articolo è riportato per intero nel settimo volume di raccolta di The New Orleans Medical and Surgical Journal, telefonoscopioridotta in PDF da Google.

Samuel Adolphus Cartwright (1793-1863)
Luminare della scienza medica.

A chi, stolto che non ha fiducia nella scienza medica, dubita delle parole dell’esimio dottor Cartwright, un autentico luminare nel suo campo, voglio ricordare la disciplina atletica dei cento metri piani.
Come è noto i cento metri piani sono dominati dalla razza negra, ma forse non avete mai riflettuto su cosa siano davvero i cento metri piani: sono una fuga, rapidissima. Ed ecco che il negro, la cui razza anela la fuga ed è per questo l’unica a soffrire di drapetomania, per pochi secondi ha quella marcia in più che lo rende più rapido di un bianco. Scatta e fugge a razzo e dopo cento rallenta, col corpo che in ritardo rammenta la propria condizione di uomo libero e non di schiavo in fuga. Tant’è che lo stesso Usain Bolt ha rammentato nel corso delle olimpiadi appena trascorse quanto sia diverso fare i duecento metri, che pure non sono certo una maratona, rispetto ai cento (ed avendo lui il più vigoroso caso di drapetomania della storia, da far invidia a Kunta Kinte, ha vinto l’oro anche nei duecento).

Dite che affermo sciocchezze? Guai a voi, stolti: pensate che disporre dietro agli atleti NEGRI, guarda caso, proprio dei signori BIANCHI, spesso con l’aspetto rubizzo di un proprietario terriero, e che la partenza sia annunciata non con un gentile fischio, o con una bandierinaa che discenda o con un semaforo, ma proprio con lo sparo di una pistola, sia solo una buffa serie di coincidenze?
Vedete e credete:

Non è la scienza medica una meravigliosa disciplina capace di spiegare tanti misteri dell’uomo? Poffarbacco se lo è, invero!

 



Riflessione supplementare sul primo video.
Una delle cose più divertenti della miniserie Radici è che nonostante voglia essere una rappresentazione credibile dell’epoca, alcune delle peggiori idee razziste (sostenute dai bianchi del film, che in teoria sarebbero dovuti apparire come dei razzisti che dicono idiozie razziste) sono presentate coi fatti come se fossero vere. E ci sono più bianchi buoni e generosi che negri davvero intelligenti. A parte l’ossessione di Kunta Kinte per le fughe irragionevoli, che in fondo si può giustificare, c’è il caso di sua figlia, una ragazza molto intelligente a cui la padrona bianca (una coetanea) ha insegnato a leggere e a scrivere. Con la sua superiore cultura (né il padre Kunta Kinte né gli altri negri sanno leggere), la ragazza si monta la testa e pensa di poter violare le regole, essere come una bianca, al punto di falsificare un lasciapassare per amore di uno schiavo a cui vuole favorire la fuga.
Questo porta a una catastrofe (cattura del ragazzo e scoperta del documento falso) a cui segue la vendita della ragazza che viene comprata da un padrone molto peggiore (il dottore era una sorta di santo con l’orrore della frusta) che già dalla prima sera inizia a stuprarla per mesi, fino a metterla incinta (uno schiavo gratis!). E cosa avevano detto nel video sull’insegnare a leggere ai negri e sul dolore che un mutamento della loro condizione “inconsapevole” può portare? Altro che sciocca idea razzista presentata per mettere in cattiva luce i bianchi dell’epoca: il film ha dimostrato, nella sua storia, che era VERA!

Nel leggere la spiegazione del dottor Cartwright sulla drapetomania è possibile notare un altro elemento a favore delle idee razziste in Radici: è proprio il rapporto di eguaglianza, l’essere le “migliori amiche”, tra la ragazza bianca e la figlia di Kunta Kinte a riempire la testa di quest’ultima di sciocche idee di una fuga per amore. Il buon padrone è invece quello gentile e generoso, ma fermo e che mantiene il negro al suo posto (anche a costo di doverlo punire contro la propria volontà, soffrendo per averlo fatto), come il dottore, non lo sciocco che illude il negro di essere come il bianco.

Nota: ci sono delle differenze nei cognomi e nei rapporti di parentela tra libro e miniserie, per cui ho evitato di precisare troppo.
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Nota sul Bingo Bongo.
Nello specifico Kunta Kinte è un Mandingo che sembra un nome razzista quanto bingo bongo, roba da attore porno specializzato in film alla Blacks on Blondes (che ovviamente mi ripugnano e li conosco solo per poter ammonire le fanciulle per bene dal vederli), ma invece è il vero nome di uno dei principali gruppi etnici dell’Africa (chiamati anche Mandinka o Malinke).

Per ulteriore lulz il fiume accanto al villaggio di questo Bingo Bongo si chiama Kambi Bolongo (che noi occidentali chiamiamo più dignitosamente Gambia). Seriamente, amici africani: prendete per il culo o fate sul serio?
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Nota su “sottomesso genuflesso”.
Nel testo inglese era “submissive knee-bender”. La definizione del negro come schiavo e la giustificazione (usata prevalentemente dall’Islam) per il commercio dei negri è presa dal nono capitolo della Genesi nel Pentateuco. Per leggere la versione interconfessionale clicca qui: ▼

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