Archivio per la Categoria 'Oplologia'

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Edoardo Mori: calci in culo per tutti

Scritto da il 18 set 2011 | Categorie: Editoria, Notizie Varie, Oplologia, Riflessioni

EDIT 28 Settembre 2011
Qui trovato il documento originale del 16 agosto 2011, molto più ricco dell’intervista:
http://www.earmi.it/varie/scienze%20forensi.pdf
Sono ben 23 pagine dense di informazioni deprimenti sullo stato della nostra magistratura, di cui solo una piccola parte è finita nell’articolo. Per chi vuole vedere per forza come una strumentalizzazione ad hoc contro la magistratura l’articolo del Fognale arrivato un mese dopo (macchina del tempo?), vorrei ricordare che se avessimo magistrati più competenti e capaci anche un certo nanerottolo sarebbe ormai in gabbia da un pezzo perché magari non tutto, ma qualcosa lo ha fatto di sicuro. L’incompetenza della magistratura danneggia tutti, soprattutto chi blatera d’essere di Sinistra.

Oggi ho scoperto, con notevole sorpresa, un’intervista a Edoardo Mori su Il Fognale Giornale. Il giudice Edoardo Mori è da anni una delle persone che stimo di più al mondo, dopo Gamberetta. Il suo sito earmi.it è stato lo stimolo principale per la nascita di Baionette Librarie e in generale per il mio interesse verso la balistica negli ultimi cinque anni. Leggendo i suoi articoli è possibile trovare critiche feroci contro l’incompetenza della magistratura, dei giudici e della legislazione italiana nell’ambito delle armi. Questo articolo, che vi ripropongo in versione completa (l’originale inizia qui), è stupendo. Se avete già sentito voci sull’incompetenza dei periti italiani e della magistratura, come gli innocenti regolarmente condannati e le prove inquinate in allegria dalle forze dell’ordine (o l’abitudine a considerare perito balistico qualificato un semplice “cacciatore esperto”), Edoardo Mori vi aprirà un altro po’ gli gli occhi sull’inesistenza della giustizia in Italia.

Citando un passo bellissimo:

L’indagato innocente avrebbe più vantaggi dall’essere giudicato in base al lancio di una monetina che in base a delle perizie.

Oppure:

Ogni volta che ho segnalato mostruosità tecniche contenute nelle sentenze, mi sono dovuto poi giustificare di fronte al Csm. E ogni volta l’organo di autogoverno della magistratura è stato costretto a prosciogliermi. Forse mi ha inflitto una censura solo nel sesto caso, per aver offuscato l’immagine della giustizia segnalando che un incolpevole cittadino era stato condannato a Napoli.

E (grassetto mio):

In effetti i giudici d’appello un tempo erano eccellenti per prudenza e preparazione, proprio perché dovevano porre rimedio alle bischerate commesse in primo grado dai magistrati inesperti. Ma oggi basta aver compiuto 40 anni per essere assegnati alla Corte d’appello. Non parliamo della Cassazione: leggo sentenze scritte da analfabeti.

E (grassetto mio):

E non parliamo delle centinaia di casi, sconosciuti ai più, conclusi per l’inadeguatezza delle toghe con un errore giudiziario mai riparato: un innocente condannato o un colpevole assolto. In compenso il Csm è sempre solerte a bastonare chi si arrischia a denunciare le manchevolezze delle Procure.

Perché chi non fa “gioco di squadra” e difende i diritti dei cittadini, è un nemico. Proprio come in editoria, dove chi critica le truffe editoriali poi non verrà pubblicato da nessuno: chi difende i diritti dei lettori è sempre un nemico degli editori, per certa gente.

Dopo aver letto una relazione scritta per un pubblico ministero pugliese, con la quale il perito avrebbe fatto condannare un innocente sulla base di rivoltanti castronerie, mi permisi di scrivere al procuratore capo, avvertendolo che quel consulente stava per esporlo a una gran brutta figura. Ebbene, l’emerita testa mi segnalò per un procedimento disciplinare con l’accusa d’aver “cercato di influenzarlo” e un’altra emerita testa mi rinviò a giudizio.

e

Ci vorrebbe una sanzione penale per i Pm. Ma cane non mangia cane, almeno in Italia. In Germania, invece, esiste uno specifico reato. Rechtsverdrehung, si chiama. È lo stravolgimento del diritto da parte del giudice.

Perché tra scrittori magistrati non è lecito criticarsi. Non importa che l’altro abbia torto marcio, è il principio: in editoria magistratura nessuno può permettersi di dire nulla sul lavoro degli altri. Bello, no? Non vi risuonano gli urletti isterici degli autori offesi dalle autopsie letterarie, ovvero dal fatto che un pubblico istruito ed esigente (orrore!) possa accorgersi che scrivono in modo indegno e (doppio orrore!) far capire agli altri lettori che quegli autori sono degli incompetenti pieni di scoregge?

Come avevo già detto più volte, i problemi che affliggono l’editoria italiana sono dovuti alla mentalità di merda che domina in Italia. Chi difende la cultura del “non studiamo i manuali” e “facciamo il gruppetto di amyketti”, sta difendendo il meccanismo di fondo che la genera e, di conseguenza, anche l’intero apparato di aristocratici della giustizia che godono del proprio essere al di sopra della legge e hanno il potere di liberare i criminali e perseguitare gli innocenti, talvolta perfino il contrario, secondo il gusto del momento. E probabilmente eiaculano quando ottengono il suicidio di un innocente dopo anni di carcere e di uso della tortura fisica e psicologica: non è forse il potere di un Dio quello di distribuire la vita e la morte a piacere, senza subirne mai le conseguenze?
Nei fatti il magistrato è Legibus Solutus, come i monarchi del Settecento.

i cittadini sono trattati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interrogatori degenerano in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i diritti dell’inquisito.

Detto da un giudice di cassazione con 42 anni di servizio, non da un anarco-comunista bombarolo con la kefiah e Il Capitale che va con le spranghe alle manifestazioni.

Il problema è tutto di mentalità: è lei che genera la cultura dell’idiozia e dell’incompetenza da cui consegue logicamente il nepotismo e la corruzione (se non sussiste meritocrazia e non si sa come scegliere, perché non aiutare gli amiketti? È anche comprensibile se ci si mette nei panni degli inetti!), che ha distrutto l’Italia dall’editoria alla magistratura passando per la politica e i vari professionisti inaffidabili.

 


 
E il giudice si tolse la toga:
“Non sopportavo più l’idiozia di troppi colleghi”

di Stefano Lorenzetti

Magistrati, alzatevi! Stavolta gli imputati siete voi e a processarvi è un vostro collega, il giudice Edoardo Mori. Che un anno fa, come in questi giorni, decise di strapparsi di dosso la toga, disgustato dall’impreparazione e dalla faziosità regnanti nei palazzi di giustizia. «Sarei potuto rimanere fino al 2014, ma non ce la facevo più a reggere l’idiozia delle nuove leve che sui giornali e nei tiggì incarnano il volto della magistratura. Meglio la pensione».

Per 42 anni il giudice Mori ha servito lo Stato tutti i santi i giorni, mai un’assenza, a parte la settimana in cui il figlioletto Daniele gli attaccò il morbillo; prima per otto anni pretore a Chiavenna, in Valtellina, e poi dal 1977 giudice istruttore, giudice per le indagini preliminari, giudice fallimentare (il più rapido d’Italia, attesta il ministero della Giustizia), nonché presidente del Tribunale della libertà, a Bolzano, dov’è stato protagonista dei processi contro i terroristi sudtirolesi, ha giudicato efferati serial killer come Marco Bergamo (cinque prostitute sgozzate a coltellate), s’è occupato d’ogni aspetto giurisprudenziale a esclusione solo del diritto di famiglia e del lavoro. Con un’imparzialità e una competenza che gli vengono riconosciute persino dai suoi nemici. Ovviamente se n’è fatti parecchi, esattamente come suo padre Giovanni, che da podestà di Zeri, in Lunigiana, nel 1939 mandò a farsi friggere Benito Mussolini, divenne antifascista e ospitò per sei mesi in casa propria i soldati inglesi venuti a liberare l’Italia.

Mori confessa d’aver tirato un sospirone di sollievo il giorno in cui s’è dimesso: «Il sistema di polizia, il trattamento dell’imputato e il rapporto fra pubblici ministeri e giudice sono ancora fermi al 1930. Le forze dell’ordine considerano delinquenti tutti gli indagati, i cittadini sono trattati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interrogatori degenerano in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i diritti dell’inquisito. E il Gip pensa che sia suo dovere sostenere l’azione del Pm».

Da sempre studioso di criminologia e scienze forensi, il dottor Mori è probabilmente uno dei rari magistrati che già prima di arrivare all’università si erano sciroppati il Trattato di polizia scientifica di Salvatore Ottoleghi (1910) e il Manuale del giudice istruttore di Hans Gross (1908). Le poche lire di paghetta le investiva in esperimenti su come evidenziare le impronte digitali utilizzando i vapori di iodio. Non c’è attività d’indagine (sopralluoghi, interrogatori, perizie, autopsie, Dna, rilievi dattiloscopici, balistica) che sfugga alle conoscenze scientifiche dell’ex giudice, autore di una miriade di pubblicazioni, fra cui il Dizionario multilingue delle armi, il Codice delle armi e degli esplosivi e il Dizionario dei termini giuridici e dei brocardi latini che vengono consultati da polizia, carabinieri e avvocati come se fossero tre dei 73 libri della Bibbia.

Nato a Milano nel 1940, nel corso della sua lunga carriera Mori ha firmato almeno 80.000 fra sentenze e provvedimenti, avendo la soddisfazione di vederne riformati nei successivi gradi di giudizio non più del 5 per cento, un’inezia rispetto alla media, per cui gli si potrebbe ben adattare la frase latina che Sant’Agostino nei suoi Sermones riferiva alle questioni sottoposte al vaglio della curia romana o dello stesso pontefice: «Roma locuta, causa finita». Il dato statistico può essere riportato solo perché Mori è uno dei pochi, o forse l’unico in Italia, che ha sempre avuto la tigna di controllare periodicamente com’erano andati a finire i casi passati per le sue mani: «Di norma ai giudici non viene neppure comunicato se le loro sentenze sono state confermate o meno. Un giudice può sbagliare per tutta la vita e nessuno gli dice nulla. La corporazione è stata di un’abilità diabolica nel suddividere le eventuali colpe in tre gradi di giudizio. Risultato: deresponsabilizzazione totale. Il giudice di primo grado non si sente sicuro? Fa niente, condanna lo stesso, tanto – ragiona – provvederà semmai il collega in secondo grado a metterci una pezza. In effetti i giudici d’appello un tempo erano eccellenti per prudenza e preparazione, proprio perché dovevano porre rimedio alle bischerate commesse in primo grado dai magistrati inesperti. Ma oggi basta aver compiuto 40 anni per essere assegnati alla Corte d’appello. Non parliamo della Cassazione: leggo sentenze scritte da analfabeti».

Soprattutto, se il giudice sbaglia, non paga mai. «La categoria s’è autoapplicata la regola che viene attribuita all’imputato Stefano Ricucci: “È facile fare il frocio col sedere degli altri”. Le risulta che il Consiglio superiore della magistratura abbia mai condannato i giudici che distrussero Enzo Tortora? E non parliamo delle centinaia di casi, sconosciuti ai più, conclusi per l’inadeguatezza delle toghe con un errore giudiziario mai riparato: un innocente condannato o un colpevole assolto. In compenso il Csm è sempre solerte a bastonare chi si arrischia a denunciare le manchevolezze delle Procure».

Il dottor Mori parla con cognizione di causa: ha dovuto subire ben sei provvedimenti disciplinari e tutti per aver criticato l’operato di colleghi arruffoni e incapaci. «Dopo aver letto una relazione scritta per un pubblico ministero pugliese, con la quale il perito avrebbe fatto condannare un innocente sulla base di rivoltanti castronerie, mi permisi di scrivere al procuratore capo, avvertendolo che quel consulente stava per esporlo a una gran brutta figura. Ebbene, l’emerita testa mi segnalò per un procedimento disciplinare con l’accusa d’aver “cercato di influenzarlo” e un’altra emerita testa mi rinviò a giudizio. Ogni volta che ho segnalato mostruosità tecniche contenute nelle sentenze, mi sono dovuto poi giustificare di fronte al Csm. E ogni volta l’organo di autogoverno della magistratura è stato costretto a prosciogliermi. Forse mi ha inflitto una censura solo nel sesto caso, per aver offuscato l’immagine della giustizia segnalando che un incolpevole cittadino era stato condannato a Napoli. Ma non potrei essere più preciso al riguardo, perché, quando m’è arrivata l’ultima raccomandata dal Palazzo dei Marescialli, l’ho stracciata senza neppure aprirla. Delle decisioni dei supremi colleghi non me ne fregava più nulla».

Perché ha fatto il magistrato?
«Per laurearmi in fretta, visto che in casa non c’era da scialare. Fin da bambino me la cavavo un po’ in tutto, perciò mi sarei potuto dedicare a qualsiasi altra cosa: chimica, scienze naturali e forestali, matematica, lingue antiche. Già da pretore mi documentavo sui testi forensi tedeschi e statunitensi e applicavo regole che nessuno capiva. Be’, no, a dire il vero uno che le capiva c’era: Giovanni Falcone».

Il magistrato trucidato con la moglie e la scorta a Capaci.
«Mi portò al Csm a parlare di armi e balistica. Ma poi non fui più richiamato perché osai spiegare che molti dei periti che i tribunali usavano come oracoli non erano altro che ciarlatani. Ciononostante questi asini hanno continuato a istruire i giovani magistrati e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma guai a parlar male dei periti ai Pm: ti spianano. Pensi che uno di loro, utilizzato anche da un’università romana, è riuscito a trovare in un residuo di sparo tracce di promezio, elemento chimico non noto in natura, individuato solo al di fuori del sistema solare e prodotto in laboratorio per decadimento atomico in non più di 10 grammi».

Per quale motivo i pubblici ministeri scambiano i periti per oracoli?
«Ma è evidente! Perché i periti offrono ai Pm le risposte desiderate, gli forniscono le pezze d’appoggio per confermare le loro tesi preconcette. I Pm non tollerano un perito critico, lo vogliono disponibile a sostenere l’accusa a occhi chiusi. E siccome i periti sanno che per lavorare devono far contenti i Pm, si adeguano».

Ci sarà ben un organo che vigila sull’operato dei periti.
«Nient’affatto, in Italia manca totalmente un sistema di controllo. Quando entrai in magistratura, nel 1968, era in auge un perito che disponeva di un’unica referenza: aver recuperato un microscopio abbandonato dai nazisti in fuga durante la seconda guerra mondiale. Per ottenere l’inserimento nell’albo dei periti presso il tribunale basta essere iscritti a un ordine professionale. Per chi non ha titoli c’è sempre la possibilità di diventare perito estimatore, manco fossimo al Monte di pietà. Ci sono marescialli della Guardia di finanza che, una volta in pensione, ottengono dalla Camera di commercio il titolo di periti fiscali e con quello vanno a far danni nelle aule di giustizia».

Sono sconcertato.
«Anche lei può diventare perito: deve solo trovare un amico giudice che la nomini. I tribunali rigurgitano di tuttologi, i quali si vantano di potersi esprimere su qualsiasi materia, dalla grafologia alla dattiloscopia. Spesso non hanno neppure una laurea. Nel mondo anglosassone vi è una tale preoccupazione per la salvaguardia dei diritti dell’imputato che, se in un processo si scopre che un perito ha commesso un errore, scatta il controllo d’ufficio su tutte le sue perizie precedenti, fino a procedere all’eventuale revisione dei processi. In Italia periti che hanno preso cantonate clamorose continuano a essere chiamati da Pm recidivi e imperterriti, come se nulla fosse accaduto».

Può fare qualche caso concreto?
«Negli accertamenti sull’attentato a Falcone vennero ricostruiti in un poligono di tiro – con costi miliardari, parlo di lire – i 300 metri dell’autostrada di Capaci fatta saltare in aria da Cosa nostra, per scoprire ciò che un esperto già avrebbe potuto dire a vista con buona approssimazione e cioè il quantitativo di esplosivo usato. È chiaro che ai fini processuali poco importava che fossero 500 o 1.000 chili. Molto più interessante sarebbe stato individuare il tipo di esplosivo. Dopo aver costruito il tratto sperimentale di autostrada, ci si accorse che un manufatto recente aveva un comportamento del tutto diverso rispetto a un manufatto costruito oltre vent’anni prima. Conclusione: quattrini gettati al vento. Nel caso dell’aereo Itavia, inabissatosi vicino a Ustica nel 1980, gli esami chimici volti a ricercare tracce di esplosivi su reperti ripescati a una profondità di circa 3.500 metri vennero affidati a chimici dell’Università di Napoli, i quali in udienza dichiararono che tali analisi esulavano dalle loro competenze. Però in precedenza avevano riferito di aver trovato tracce di T4 e di Tnt in un sedile dell’aereo e questa perizia ebbe a influenzare tutte le successive pasticciate indagini, orientate a dimostrare che su quel volo era scoppiata una bomba. Vuole un altro esempio di imbecillità esplosiva?».

Prego.
Sono rassegnato a tutto.

«Per anni fior di magistrati hanno cercato di farci credere che il plastico impiegato nei più sanguinosi attentati attribuiti all’estrema destra, dal treno Italicus nel 1974 al rapido 904 nel 1984, era stato recuperato dal lago di Garda, precisamente da un’isoletta, Trimelone, davanti al litorale fra Malcesine e Torri del Benaco, militarizzata fin dal 1909 e adibita a santabarbara dai nazisti. Al processo per la strage di Bologna l’accusa finì nel ridicolo perché nessuno dei periti s’avvide che uno degli esplosivi, asseritamente contenuti nella valigia che provocò l’esplosione e che pareva fosse stato ripescato nel Benaco dai terroristi, era in realtà contenuto solo nei razzi del bazooka M20 da 88 millimetri di fabbricazione statunitense, entrato in servizio nel 1948. Un po’ dura dimostrare che lo avessero già i tedeschi nel 1945».

Ormai non ci si può più fidare neppure dell’esame del Dna, basti vedere la magra figura rimediata dagli inquirenti nel processo d’appello di Perugia per l’omicidio di Meredith Kercher.
«Si dice che questo esame presenti una probabilità d’errore su un miliardo. Falso. Da una ricerca svolta su un database dell’Arizona, contenente 65.000 campioni di Dna, sono saltate fuori ben 143 corrispondenze. Comunque era sufficiente vedere i filmati in cui uno degli investigatori sventolava trionfante il reggiseno della povera vittima per capire che sulla scena del delitto era intervenuta la famigerata squadra distruzione prove. A dimostrazione delle cautele usate, il poliziotto indossava i guanti di lattice. Restai sbigottito vedendo la scena al telegiornale. I guanti servono per non contaminare l’ambiente col Dna dell’operatore, ma non per manipolare una possibile prova, perché dopo due secondi che si usano sono già inquinati. Bisogna invece raccogliere ciascun reperto con una pinzetta sterile e monouso. I guanti non fanno altro che trasportare Dna presenti nell’ambiente dal primo reperto manipolato ai reperti successivi. E infatti adesso salta fuori che sul gancetto del reggipetto c’era il Dna anche della dottoressa Carla Vecchiotti, una delle perite che avrebbero dovuto isolare con certezza le eventuali impronte genetiche di Raffaele Sollecito e Amanda Knox. Non è andata meglio a Cogne».

Cioè?
«In altri tempi l’indagine sulla tragica fine del piccolo Samuele Lorenzi sarebbe stata chiusa in mezza giornata. Gli infiniti sopralluoghi hanno solo dimostrato che quelli precedenti non erano stati esaustivi. Il sopralluogo è un passaggio delicatissimo, che non consente errori. Gli accessi alla scena del delitto devono essere ripetuti il meno possibile perché ogni volta che una persona entra in un ambiente introduce qualche cosa e porta via altre cose. Ma il colmo dell’ignominia è stato toccato nel caso Marta Russo».

Si riferisce alle prove balistiche sul proiettile che uccise la studentessa nel cortile dell’Università La Sapienza di Roma?
«E non solo. S’è preteso di ricostruire la traiettoria della pallottola avendo a disposizione soltanto il foro d’ingresso del proiettile su un cranio che era in movimento e che quindi poteva rivolgersi in infinite direzioni. In tempi meno bui, sui libri di geometria del ginnasio non si studiava che per un punto passano infinite rette? Dopodiché sono andati a grattare il davanzale da cui sarebbe partito il colpo e hanno annunciato trionfanti: residui di polvere da sparo, ecco la prova! Peccato che si trattasse invece di una particella di ferodo per freni, di cui l’aria della capitale pullula a causa del traffico. La segretaria Gabriella Alletto è stata interrogata 13 volte con metodi polizieschi per farle confessare d’aver visto in quell’aula gli assistenti Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro. Uno che si comporta così, se non è un pubblico ministero, viene indagato per violenza privata. Un Pm non può usare tecniche da commissario di pubblica sicurezza, anche se era il metodo usato da Antonio Di Pietro, che infatti è un ex poliziotto».

Un sistema che ha fatto scuola.
«La galera come mezzo di pressione sui sospettati per estorcere confessioni. Le manette sono diventate un moderno strumento di tortura per acquisire prove che mancano e per costringere a parlare chi, per legge, avrebbe invece diritto a tacere».

Che cosa pensa delle intercettazioni telefoniche che finiscono sui giornali?
«Non serve una nuova legge per vietare la barbarie della loro indebita pubblicazione. Quella esistente è perfetta, perché ordina ai Pm di scremare le intercettazioni utili all’indagine e di distruggere le altre. Tutto ciò che non riguarda l’indagato va coperto da omissis in fase di trascrizione. Nessuno lo fa: troppa fatica. Ci vorrebbe una sanzione penale per i Pm. Ma cane non mangia cane, almeno in Italia. In Germania, invece, esiste uno specifico reato. Rechtsverdrehung, si chiama. È lo stravolgimento del diritto da parte del giudice».

Come mai la giustizia s’è ridotta così?
«Perché, anziché cercare la prova logica, preferisce le tesi fantasiose, precostituite. Le statistiche dimostrano invece che nella quasi totalità dei casi un delitto è banale e che è assurdo andare in cerca di soluzioni da romanzo giallo. Lei ricorderà senz’altro il rasoio di Occam, dal nome del filosofo medievale Guglielmo di Occam».

In un ragionamento tagliare tutto ciò che è inutile.
«Appunto.
Le regole logiche da allora non sono cambiate. Non vi è alcun motivo per complicare ciò che è semplice. Il “cui prodest?” è risolutivo nel 50 per cento dei delitti. Chi aveva interesse a uccidere? O è stato il marito, o è stata la moglie, o è stato l’amante, o è stato il maggiordomo, vedi assassinio dell’Olgiata, confessato dopo 20 anni dal cameriere filippino Manuel Winston. Poi servono i riscontri, ovvio. In molti casi la risposta più banale è che proprio non si può sapere chi sia l’autore di un crimine. Quindi è insensato volerlo trovare per forza schiaffando in prigione i sospettati».

Ma perché si commettono tanti errori nelle indagini?
«I giudici si affidano ai laboratori istituzionali e ne accettano in modo acritico i responsi. Nei rari casi in cui l’indagato può pagarsi un avvocato e un buon perito, l’esperienza dimostra che l’accertamento iniziale era sbagliato. I medici i loro errori li nascondono sottoterra, i giudici in galera. Paradigmatico resta il caso di Ettore Grandi, diplomatico in Thailandia, accusato nel 1938 d’aver ucciso la moglie che invece si era suicidata. Venne assolto nel 1951 dopo anni di galera e ben 18 perizie medico-legali inconcludenti».

E si ritorna alla conclamata inettitudine dei periti.
«L’indagato innocente avrebbe più vantaggi dall’essere giudicato in base al lancio di una monetina che in base a delle perizie. E le risparmio l’aneddotica sulla voracità dei periti».

No, no, non mi risparmi nulla.
«Vengono pagati per ogni singolo elemento esaminato. Ho visto un colonnello, incaricato di dire se 5.000 cartucce nuove fossero ancora utilizzabili dopo essere rimaste in un ambiente umido, considerare ognuna delle munizioni un reperto e chiedere 7.000 euro di compenso, che il Pm gli ha liquidato: non poteva spararne un caricatore? Ho visto un perito incaricato di accertare se mezzo container di kalashnikov nuovi, ancora imballati nella scatola di fabbrica, fossero proprio kalashnikov. I 700-800 fucili mitragliatori sono stati computati come altrettanti reperti. Parcella da centinaia di migliaia di euro. Per fortuna è stata bloccata prima del pagamento».

In che modo se ne esce?
«Nel Regno Unito vi è il Forensic sciences service, soggetto a controllo parlamentare, che raccoglie i maggiori esperti in ogni settore e fornisce inoltre assistenza scientifica a oltre 60 Stati esteri. Rivolgiamoci a quello. Dispone di sette laboratori e impiega 2.500 persone, 1.600 delle quali sono scienziati di riconosciuta autorità a livello mondiale».

E per le altre magagne?
«In Italia non esiste un testo che insegni come si conduce un interrogatorio. La regola fondamentale è che chi interroga non ponga mai domande che anticipino le risposte o che lascino intendere ciò che è noto al pubblico ministero o che forniscano all’arrestato dettagli sulle indagini. Guai se il magistrato fa una domanda lunga a cui l’inquisito deve rispondere con un sì o con un no. Una palese violazione di questa regola elementare s’è vista nel caso del delitto di Avetrana. Il primo interrogatorio di Michele Misseri non ha consentito di accertare un fico secco perché il Pm parlava molto più dello zio di Sarah Scazzi: bastava ascoltare gli scampoli di conversazione incredibilmente messi in onda dai telegiornali. Ci sarebbe molto da dire anche sulle autopsie».

Ci provi.
«È ormai routine leggere che dopo un’autopsia ne viene disposta una seconda, e poi una terza, quando non si riesumano addirittura le salme sepolte da anni. Ciò dimostra solamente che il primo medico legale non era all’altezza. Io andavo di persona ad assistere agli esami autoptici, spesso ho dovuto tenere ferma la testa del morto mentre l’anatomopatologo eseguiva la craniotomia. Oggi ci sono Pm che non hanno mai visto un cadavere in vita loro».

Ma in mezzo a questo mare di fanghiglia, lei com’è riuscito a fare il giudice per 42 anni, scusi?
«Mi consideri un pentito. E un corresponsabile. Anch’io ho abusato della carcerazione preventiva, ma l’ho fatto, se mai può essere un’attenuante, solo con i pregiudicati, mai con un cittadino perbene che rischiava di essere rovinato per sempre. Mi autoassolvo perché ho sempre lavorato per quattro. Almeno questo, tutti hanno dovuto riconoscerlo».

Non è stato roso dal dubbio d’aver condannato un innocente?
«Una volta sì. Mi ero convinto che un impiegato delle Poste avesse fatto da basista in una rapina. Mi fidai troppo degli investigatori e lo tenni dentro per quattro-cinque mesi. Fu prosciolto dal tribunale».

Gli chiese scusa?
«Non lo rividi più, sennò l’avrei fatto. Lo faccio adesso. Ma forse è già morto».

Intervistato sul Corriere della Sera da Indro Montanelli nel 1959, il giorno dopo essere andato in pensione, il presidente della Corte d’appello di Milano, Manlio Borrelli, padre dell’ex procuratore di Mani pulite, osservò che «in uno Stato bene ordinato, un giudice dovrebbe, in tutta la sua carriera e impegnandovi l’intera esistenza, studiare una causa sola e, dopo trenta o quarant’anni, concluderla con una dichiarazione d’incompetenza».
«In Germania o in Francia non si parla mai di giustizia.
Sa perché? Perché funziona bene. I magistrati sono oscuri funzionari dello Stato. Non fanno né gli eroi né gli agitatori di popolo. Nessuno conosce i loro nomi, nessuno li ha mai visti in faccia».

Si dice che il giudice non dev’essere solo imparziale: deve anche apparirlo. Si farebbe processare da un suo collega che arriva in tribunale con Il Fatto Quotidiano sotto braccio? Cito questa testata perché di trovarne uno che legga Il Giornale non m’è mai capitato.
«Ho smesso d’andare ai convegni di magistrati da quando, su 100 partecipanti, 80 si presentavano con La Repubblica e parlavano solo di politica. Tutti espertissimi di trame, nomine e carriere, tranne che di diritto».

Quanti sono i giudici italiani dai quali si lascerebbe processare serenamente?
«Non più del 20 per cento. Il che collima con le leggi sociologiche secondo cui gli incapaci rappresentano almeno l’80 per cento dell’umanità, come documenta Gianfranco Livraghi nel suo saggio Il potere della stupidità».

Perché ha aspettato il collocamento a riposo per denunciare tutto questo?
«A dire il vero l’ho sempre denunciato, fin dal 1970. Solo che potevo pubblicare i miei articoli unicamente sul mensile Diana Armi. Ha chiuso otto mesi fa».

(561. Continua)

 


 
Quando sarà disponibile online il resto dell’intervista, la aggiungerò.
Aggiungo l’intervista a Edoardo Mori fatta per Armi e Strumenti, sito molto serio e con un altissimo livello tecnico degli articoli, in cui parla delle follie legislative nell’ambito delle armi. Leggi fatte da ignoranti e incompetenti. I discorsi di Mori sul modo in cui la Giustizia si occupa di armi non sono granché diversi da quelli che io e Gamberetta facciamo sul modo in cui l’Editoria si occupa di Narrativa Fantastica.
Come è ovvio. L’ignoranza, l’idiozia e la malafede sono i mali comuni di qualsiasi ambito, poiché fanno leva sulla pigrizia e sull’arroganza degli stolti, e creano in questo modo tutti i problemi del mondo.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Buon divertimento!

 

Il Duca si lucida la “spada”

Scritto da il 06 ago 2011 | Categorie: Armi Bianche, Oplologia, Vita del Duca

Il Duca oggi ha lucidato la “spada”.
Un intenso lavoro di mano, su e giù con forza. Abbondanti liquidi annessi, prima e dopo.
Foto dettagliate, senza veli. Alcune molto sporche. Anche questo post è sconsigliato alle fanciulle in età da marito, il cui sguardo è ancora innocente, e che desiderano preservare in ogni aspetto la purezza virginale fino al matrimonio. Le mie lettrici non saranno mica donnacce, no?
Mostra il resto del post ▼

Spero di non aver turbato l’innocenza delle mie giovani lettrici con queste foto lerce e con l’implicito invito a prendere in mano la “spada” del duchino. Invito ancora valido.

La giusta reazione di una fanciulla per bene di fronte alle foto.

 

Fucili Elettrici del Lungo XIX Secolo

Scritto da il 16 mag 2011 | Categorie: Armi da Fuoco, Oplologia, Steampunk, Storia

Oggi un piccolo articolo dedicato alle prime armi da fuoco con accensione elettrica. Penso che possa essere una curiosità carina per gli appassionati di armi e uno spunto Steampunk per chi cerca invenzioni bizzarre che non si sono affermate, un po’ come la mitragliatrice a vapore di Perkins. La differenza sostanziale con la mitragliatrice a vapore è che quell’arma offriva un notevole vantaggio, pur con dei grossi limiti che la rendevano un’arma da sola fortificazione (e quindi facile bersaglio per l’artiglieria), mentre i fucili elettrici… beh, a essere gentili si può dire che aggiungono solo complicazioni senza alcun beneficio.
Non c’è da stupirsi che siano morti nell’istante in cui sono nati.

Tutto cominciò quando Volta presentò la sua pila all’Institut de France a Parigi, il 7 novembre 1801, di fronte a Napoleone Bonaparte. La febbre elettrica era scoppiata e cominciarono i primi tentativi di realizzare armi elettriche. Già dieci anni dopo apparve il primo fucile elettrico. Ancora non avevano inventato la capsula a percussione e qualcuno cercava di sostituire le scintille delle pietre focaie, che da un secolo e mezzo fornivano l’accensione dei moschetti, con le scintille dell’elettricità. Non si sa niente di quel primo tentativo, ma evidentemente non fregò molto a nessuno o, più probabilmente, funzionò male.

Volta mostra a Napoleone il nuovo “apparato elettromotore” o pila voltaica, capostipite di una lunga serie di pile e accumulatori che popoleranno l’Ottocento: pila a secco Zamboni (1810); pila a tazze Wollaston (1816); pila Daniell (1836); pila Grove (1838); pila Bunsen (1840); accumulatore Planté (1859); pila a secco Gassner (1886); pila Weston (1893).
 

Un altro tentativo (fonte William Reid) lo fece Thomas Beningfield nel 1854, presentando il suo fucile ad accensione elettrica al British Ordnance Select Committee, la commissione che si occupava di scegliere gli armamenti inglesi. Non ci è giunta alcuna documentazione né descrizione accurata perché l’inventore decise di non brevettarlo e, possiamo intuirlo da soli, questo significa che fu un fallimento tale da non renderlo buono nemmeno per il mercato civile, spesso di bocca molto più buona e molto più disponibile alle innovazioni di quello militare. Non sappiamo nemmeno se impiegasse una cartuccia, come i fucili elettrici che vedremo tra poco, o se fosse ad avancarica.

Più interessante fu il fucile di brevettato negli anni 1850-1860 a Praga (Greener dice “circa 40 anni fa” nell’edizione del 1897) da un barone francese. In questo caso l’arma è ad avancarica e accende la polvere con una scintilla, come avviene con le candele nei motori a scoppio. Erroneamente William Reid nel suo libro attribuisce l’idea a due inventori, “Le Baron e Delmas” (sic), e dice che l’arma utilizza un bossolo metallico (falso). I due inventori sono probabilmente un sola persona, ovvero “Le Baron Delmas”, il barone francese di cui parla Greener (a quanto risulta qui esisteva il barone Louis Delmas al tempo di Napoleone: questo sarà un figlio o un nipote, immagino).

Il fucile del barone Delmas. Cliccare per ingrandire.

La batteria A è alloggiata nel calcio. Per accedere bisogna estrarre il tappo B e rimuovere la piastra C sul fondo del calcio. Un rocchetto a induzione D (un trasformatore per produrre impulsi ad alta tensione partendo da una sorgente di corrente continua a bassa tensione) è collegato alla batteria A. Dato che i solenoidi vibrano molto durante l’uso, un piccolo magnete F è collocato all’interno del rocchetto per ridurre le vibrazioni. Quando si preme il grilletto K questo fa ruotare in parte la noce Jche estrae la bacchetta H dalla guida L e la poggia nel punto d’arresto O. Il circuito OPR è completo: R genera una scintilla che incendia la polvere di primino che a sua volta incendia la carica principale e spara il proiettile.

Come la candela di un’automobile.
Possiamo immaginare che il caricamento avvenisse in tre fasi: versare nella canna la polvere di primino (polvere finissima, FFFFg, molto sensibile alle scintille); versare la carica principale di polvere (FFg per un fucile, in modo da rendere la combustione progressiva lungo tutta la canna); far scivolare all’interno la pallottola a espansione Minié o equivalenti (Lorenz a compressione o Peeter con anello, vedere qui).
La sicura N copre il grilletto a bottone K e va ruotata (come nel disegno) per poter sparare. Dopo lo sparo la molla M spinge il grilletto K verso il basso, interrompendo la produzione di scintille di R.

Vantaggi? Nessuno.
La maggiore quantità di componenti costosi non offre alcun vantaggio. La durata della batteria impiegata non è nota. L’accensione elettrica non offre nulla di più di quanto si può ottenere con le capsule di fulminato di mercurio, all’epoca lo standard per le armi militari. In più le capsule di fulminato non richiedono l’impiego del polverino per cui si può ottenere un’ottima affidabilità dell’arma usando solo la polvere di grana maggiore posta nella cartuccia assieme al proiettile.
Questo tipo di arma avrebbe avuto un minimo senso per l’ambito sportivo 50 anni prima: la scintilla elettrica non soffrendo dell’umidità ambientale quanto la pietra focaia e non causando altrettanto rumore avrebbe risolto il problema di Forsyth, il sacerdote con la passione per la caccia alle anatre che inventò i primi sistemi a percussione “con la boccetta” (se non ve li ricordate andate qui). Dopo la scoperta del fulminato di mercurio e la sua applicazione nelle capsule, l’accensione elettrica per armi ad avancarica non aveva più alcuna utilità.

Un ulteriore passo avanti venne fatto da Henri Pieper di Liegi nel 1883 che impiegò un fucile a retrocarica con bossolo metallico. Dai disegni si direbbe una doppietta o un monocolpo basculante, ovvero con canna (o canne) incernierata alla culatta (la bascula) poco prima del fondo e che si aprono ruotando (ovvero basculando) verso il basso.


Fucile elettrico di Pieper: due versioni operanti con lo stesso principio.
Clicca sul secondo per ingrandire.

Le cartucce del fucile elettrico hanno il bossolo in metallo. Alla base del bossolo, all’interno, c’è un batuffolo B da cui si estende un chiodo. Sulla parete del bossolo c’è un altro chiodo, A. Tra i due chiodi passa un filo C. Quando si preme il grilletto la corrente passa tra i chiodi, il filo sprizza scintille e si accende la carica di polvere da sparo.
I due chiodi si possono paragonare all’elettrodo centrale e all’elettrodo di massa di una candela d’automobile.

Bossolo per il fucile elettrico Pieper.

La batteria impiegata era di tipo tascabile, in modo da facilitare la sostituzione e da permettere di portare l’arma carica senza rischio di sparo accidentale: rimuovendo la placca nel calcio ed estraendo la batteria, l’arma diventa incapace di sparare. Si potrebbe costruire una versione dell’arma con un accumulatore di maggiore dimensioni dentro la canna, come avveniva nel fucile del barone Delmas, ma si perderebbe il vantaggio (scarso) di poter inserire e togliere con gran facilità la batteria. Pare che la batteria avesse una durata di due settimane (uh?) o mille colpi (non sarà tanto?).

Come potete facilmente intuire questo sistema di accensione aggiunge complicazioni all’arma senza apportare alcun vantaggio rispetto ai bossoli a percussione centrale o a percussione anulare, più semplici da produrre, più economici e più affidabili. In più le scintille non sarebbero sufficienti per accendere la polvere infume arrivata pochi anni dopo (dal 1886): la fiammata dell’esplosivo detonante posto nell’innesco dei bossoli moderni è fondamentale.

La passione elettrica di Pieper non si spense con il flop del fucile. Nel 1900 progettava macchine elettriche, all’epoca il principale tipo di automobile a fianco dei modelli con motore a vapore (in particolare Stanley). Solo con la scoperta dei giacimenti in Texas (che abbattè il costo del petrolio) e con l’invenzione del motorino d’accensione (che rese meno pericoloso il veicolo), il motore a scoppio riuscì a battere la concorrenza e a plasmare una nuova civiltà americana basata sull’automobile.
 

Qualche spunto elettrico per lo Steampunk
Come abbiamo visto in passato con Cruto, il geniale inventore italiano della lampadina a filamento di carbonio, l’elettricità è un elemento tipico dell’alta tecnologia dell’Ottocento. E anche della fantascienza: in pratica “elettrico” e “magico” erano sinonimi perché l’elettricità era vista come qualcosa in grado di permettere qualsiasi diavoleria futura (il Novecento sarebbe stato il secolo elettrico sia per Robida che per Salgari, solo per citare due autori). Su questo torneremo in futuro con Edison’s Conquest of Mars e altre opere.
L’elettricità è quindi un elemento perfetto, se lo si desidera, anche per lo Steampunk. Non esiste alcun ragionevole motivo di escluderla dalle proprie fantasie retrofuturistiche.

L’Italia era all’avanguardia negli “studi elettrici” e la famosa Esposizione di Torino del 1884 venne proprio dedicata all’elettricità. A Milano nel 1883 venne inaugurata la prima centrale elettrica della città, un impianto a corrente continua (sistema Edison) posto a fianco del Duomo, in via Santa Radegonda, dove prima sorgeva un teatro. Fu la prima centrale elettrica dell’Europa continentale e le quattro dinamo installate garantivano una potenza di 350 kW (parecchi per l’epoca), sufficienti per 4800 lampadine da 16 candele a 100-110 V.

Fucili elettrici, ma in questo caso che usavano direttamente l’elettricità per uccidere, ci sono anche nella narrativa del Lungo XIX Secolo. Il Capitano Nemo utilizzò un fucile elettrico subacqueo per difendere Ned e Conseil dall’attacco di uno squalo: nella descrizione di Verne l’arma sparava una sfera di vetro colma di elettricità. Qui una ricostruzione gradevolmente Steampunk della versione presente nel film della Disney.
Un fucile elettrico appare anche in L’Isola Misteriosa e Nemo lo usa contro i pirati che vogliono trasformare l’isola di Lincoln nel loro nascondiglio.

Ancora più famoso è il fucile elettrico di Tom Swift, protagonista di una serie di edisonate dedicate a un pubblico per ragazzi (dopo il 1896 le edisonate si divisero in due: per adulti/istruiti, come Edison’s Conquest of Mars, e per ragazzi/ignoranti, come la serie di Tom Swift). L’arma appare in Tom Swift and His Electric Rifle (1911), un romanzo così ricco di intelligenza Ottocentesca da meritare un accenno alla trama.

“Sono in via d’estinzione! Ammazziamoli tutti noi prima che li ammazzi qualcun altro!”
(Lo spirito pratico del Grande Cacciatore Bianco)

Tom Swift sta completando la sua nuova invenzione, il fucile elettrico, quando sente le storie di un esperto di safari e rimane affascinato. Esistono bestie così grosse da ammazzare? Uao! Tom e i suoi amici partono per l’Africa, desiderosi di sperimentare la nuova arma su più specie in via d’estinzione possibili. Rinoceronti ed elefanti cadono morti, investiti dalle sfere di elettricità (fulmini globulari?), e Tom si riempe le tasche d’avorio.
I pigmei rossi, feroce popolazione di selvaggi, ha però rapito dei vecchi amici di Tom. Penso che i nanerottoli avessero il crudele intento di fermare lo sterminio indiscriminato di specie a due passi dall’estinzione. Che crudeltà ingiustificabile privare l’uomo bianco dell’avorio che merita in virtù della sua superiorità tecnologica!
Tom libera gli amici e frigge pigmei a profusione. ^__^

Ho detto che è ancora più famoso del fucile elettrico di Nemo: forse non lo sapete, ma il nome TASER è l’acronimo di Thomas A. Swift’s Electric Rifle (la A. venne aggiunta per dare un suono decente, non era nel nome ufficiale di Tom Swift, e ricorda la A. del famoso Thomas Alva Edison a cui il personaggio di Tom Swift era ispirato). Jack Cover, il ricercatore della NASA che brevettò il TASER nel 1974, da bambino era un fan di quelle porcate: se fosse stato un fan di Nihal avrebbe probabilmente progettato inutili spade in cristallo nero (sigh).
La fantascienza, anche la più idiota, batte ancora il mongol-fantasy. ^_^

Fortunatamente l’infanzia di Jack Cover venne stimolata dalla fantascienza e non lobotomizzata dal fantasy per rincoglioniti che spopola ora in Italia.

 


 
Fonti principali:
The Gun and Its Development, William Greener (sesta edizione 1897, nona edizione 1910)
Storia delle armi, William Reid, editore Odoya.

 

La fionda lancia machete

Scritto da il 01 apr 2011 | Categorie: Archi e Balestre, Armi Bianche, Bizzarro, Oplologia

Il Fantasy ci ha abituato alle armi retard, scomodissime da usare, sbilanciate, pesanti, con guardie inutili e possibilmente pericolose più per chi le impugna che per i nemici. Tant’è che ormai nei negozi di repliche, come anche in Second Life (grazie Angra per la segnalazione), c’è la netta distinzione tra armi medioevali, dall’aspetto più normale possibile, e armi Fantasy ovvero così retard da essere peggio che inutili. E imbarazzanti da guardare.

Però il pessimo Fantasy moderno, come sempre, conferma la sua fama di essere privo di fantasia. Il mondo reale quando si impegna può regalare armi retard molto più fantasiose e interessanti. Ecco a voi la “fionda lancia machete” di Jörg Sprave.

A new challenge arose from the clouds of the youtube community: Can you shoot a machete with a slingshot?

Now a machete is a very heavy weapon, and strong rubber plus a very long draw was called for. This had to be a slingshot crossbow because the rubber had to be so strong that you can not draw it out with one hand. Also the danger of hitting your hand had to be considered.

The result is actually pretty impressive: The weapon sent the machete all the way up to the hilt into six layers of very thick cardboard. Try to do that by throwing a machete! No way.

The video also shows two very conventional slingshots, both handmade by Jörg Sprave.

Fonte: The Firearm Blog

A proposito di energumeni con strani hobby, sento che Zwei sta già pensando di fabbricarne una che scaglia spadoni a due mani afferrandoli per i denti di arresto. ^_^

 

Leggo IBS PB603, l’eReader di IBS

Scritto da il 19 dic 2010 | Categorie: Armi da Fuoco, Ebook, Oplologia

IBS ha messo in vendita il suo Leggo IBS PB603, in pre-ordine fino al 20 gennaio a 199 euro. Successivamente pare che sarà venduto a 219 euro. Non fa schifo come prezzo, ma rimane molto lontano da quello ideale di 99 euro per far esplodere la diffusione degli eReader (ma sono tutti lontani: solo il Kindle 3 ci si è avvicinato abbastanza).
Gli dedicherò giusto un paio di parole perché non c’è niente di nuovo da dire, è solo una segnalazione.

Come il “PB603″ fa ben capire, è semplicemente un PocketBook Pro 603 con il logo di IBS e il colore cambiato, da argento scuro a bianco. Non si sa se il firmware sia quello di base oppure uno nuovo scritto per IBS. Boh. Il lettore non è malvagio, ma non è neppure un capolavoro. Il prezzo è onesto. Lo schermo da 6 pollici è il classico E Ink 600×800 pixel, ma non è un E Ink Pearl: è il vecchio tipo di E Ink Vizplex. Di buono ha la connessione BlueTooth e WiFi per navigare in internet (sempre tenendo conto della scomodità di usare un eReader per navigare) e il 3G gratuito. Ed è touch, se ve ne frega qualcosa.

Il 3G gratuito copre SOLO la navigazione nel negozio di IBS, a quanto ho capito. Lo scopo evidente è di sfruttare la pigrizia dei lettori, assieme al fatto che tutte le librerie online faranno in pratica gli stessi prezzi sugli stessi libri, per fidelizzare l’utenza sul proprio negozio. Se volete comprare libri digitali da IBS potete farlo dove volete, ovunque vi sia copertura telefonica per il 3G, ma per navigare altrove dovrete appoggiarvi a una connessione diversa (il router di casa) sfruttando WiFi e BlueTooth. Sistema operativo Linux. La memoria per i libri è come sempre sovrabbondante: 2GB interna più slot SD e SDHC fino a 32 GB. Qui trovate le FAQ.
Il PocketBook Pro 603 non è altro che la versione con 3G e touch del PocketBook Pro 602.

Una cosa che mi lascia un po’ perplesso è che il PocketBook 603 pare non abbia uno spazio per riporre il pennino touch. Non si capisce bene se c’è e alcuni commentatori dicono che non l’ha. Mah! Se lui non l’ha, nemmeno la versione con il logo IBS dovrebbe averlo. In tal caso pronostico porconi a non finire per i pennini perduti. Se ne perderanno tanti, statene certi, appena i lettori inizieranno a girare fuori casa. D’altronde è evidente che debba finire così ed è successo molte volte in passato anche prima che arrivassero gli schermi touch sugli smartphone.
[Giupino segnala che potrebbe esserci uno spazio, il foro in alto che si vede nella seconda foto. Speriamo sia quello!]

Parentesi oplologica!
I tedeschi prima di adottare la Luger 08 nel 1908 avevano il revolver M/83, versione modificata del M/79. Era un revolver di concezione obsoleta in cui espulsione dei bossoli andava effettuata una camera per volta, usando una bacchetta. Un calibro antiuomo ottimo (11 mm), ma un’arma lenta da ricaricare e pensata per la cavalleria pesante che combatte principalmente con le sciabole e per gli ufficiali che, se le cose filano lisce, non hanno certo bisogno di usare la pistola. Per un qualche motivo idiota non chiaro, la bacchetta non era alloggiata in un supporta snodato come nei revolver di tutto il resto del mondo (inclusi il francese M1892 o il Bodeo italiano) e gli ufficiali tedeschi non facevano altro che perderle in giro! Attualmente i Reichsrevolver con inclusa la bacchetta originale sono rarissimi. Presto lo saranno anche i Leggo IBS con il primo pennino originale? ^_^”"

Reichsrevolver M/83

Riguardo il firmware ho un dubbio che la pagina di IBS non risolve. Il PocketBook Pro 602 e 603 erano in grado di leggere sia ePUB (con o senza DRM Adobe) che PRC senza DRM, ma la pagina ufficiale non segnala il PRC tra i formati supportati da Leggo IBS. Li leggerà o no? Se leggesse sia ePUB che PRC sarebbe parecchio più comodo, considerando quanta roba piratata si trova in mobipocket. Ok, è un piccolo vantaggio momentaneo visto che oramai i pirati rilasciano spesso in ePUB, ma meglio un formato in più che uno in meno.

Una nota sulla busta protettiva inclusa nel prezzo: mi dicono che non si tratta di una robusta custodia in cuoio antiurto, ma di una semplice bustina in neoprene. Beh, con il prezzo che ha, 199 euro, non mi pare un dramma. Consideriamo pure che il PocketBook Pro 603 originale costa 279 euro! Io sono stato senza custodia per il Cybook per un anno e mezzo, visto che costava l’ira di Dio. Ho comprato una custodia in cuoio marrone deluxe solo due settimane fa, quando mi sono accorto che il prezzo sul negozio di Simplicissimus era sceso a 9,90 euro. La custodia ha reso più scomodo maneggiare il lettore (ero abituato a usare sempre una sola mano), ma la notevole sensazione di protezione vale bene il maggiore ingombro.

Qui potete sentire la qualità del text-to-speech (in inglese) e dicono che contiene 20 dizionari. Spero che anche Leggo IBS abbia un firmware con le stesse cose, ma magari senza i problemi di scarsa reattività del settembre scorso… ^_^”

Costa 50 euro in meno del Sony PRS-650, ma non so se vale la pena comprarlo. Se dovessi comprare un eReader io, prenderei il Sony PRS-650 o, in alternativa, il Kindle 3 che costa molto meno. Solo E Ink Pearl, insomma: col 50% di contrasto in più rispetto ai vecchi E Ink, è la scelta migliore.
Comunque non si potrà avere Leggo IBS per Natale per cui se state pensando a fare/farvi un regalo, cercate qualcosa di diverso. L’Opus a 179 euro non è un lettore su cui sputare se serve qualcosa ben più compatto del Kindle 3 (che costa circa 144-155 euro spedizione e dogana inclusa, a quanto mi hanno detto). Potete trovare l’Opus al Darty e al Mediaworld, ad esempio.

Al Darty dell’Orio Center c’era un discreto spazio dedicato agli eReader: Sony PRS 350, 650 e 950 (5, 6 e 7 pollici) più Cybook Opus e Orizon e alcune patacche con schermi LCD sia retroilluminati a colori che passivi in bianco e nero. Cybook Orizon ha uno schermo touch Sipix e pare un ottimo eReader anche lui, con WiFi e un prezzo accettabile di 229 euro (contro i 249 senza WiFi del Sony PRS-650). Non ho prestato molta attenzione alle patacche LCD, ma i lettori seri (schermi E Ink e Sipix Microcup) erano in un posto ben visibile, vicino agli HDD esterni in offerta (bellissimi Western Digital da 1 TB a 89 euro, se ricordo bene).

Certo che il Sony PRS-650 con il suo sistema di appunti e i dizionari è tutta un’altra cosa rispetto all’Opus e se uno vuole comprare i libri in Italia è un po’ più comodo del Kindle 3, visto che gestisce file ePUB e i DRM Adobe. È anche vero che dei DRM Adobe potete sbattervene: i libri li dovreste comunque comprare al PC, allora tanto vale levare i DRM con lo script in Python e a quel punto li potete pure convertire in Mobipocket. In tal caso, se siete disposti a compiere l’osceno reato di levare i DRM (criminali!), potrete pure leggere gli eBook convertiti in mobi sul Kindle 3 che costa circa 100 euro in meno.

Il prossimo articolo a tema eBook sarà sull’offerta Biblet di Telecom. Spero entro due giorni.

 

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