Archivio per la Categoria 'Oplologia'
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- Qualche lettura di questo periodo by Il Duca Carraronan
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- Il moschetto a pietra focaia: introduzione e caricamento by Il Duca Carraronan
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[CaD] La nonnina con la pistola
Scritto da Il Duca Carraronan il 11 mar 2010 | Categorie: Armi da Fuoco, Chiedilo al Duca, Oplologia
Una domanda della serie “Chiedilo al Duca” risalente agli ultimi giorni di giugno del 2009.
La risposta, come sempre, è stata rielaborata e riscritta per migliorarne la leggibilità.
[...]
Tempi nostri.
Una vecchia signora. Una vecchia signora che ha però un’arma così potente da poter sparare attraverso una porta aprendo un bel buco nella medesima. Dunque l’arma deve essere abbastanza leggera da poter essere impugnata da una donna anziana, seppur vispa, ma con pallottole decisamente letali.
Ce l’hai?
(Lara Manni)
Il problema fondamentale, in questo caso, è trovare un buon compromesso tra la potenza della cartuccia e il peso dell’arma, mantenendo intatta la capacità del proiettile di rimanere letale dopo aver perforato una comune porta in legno. Sarà possibile?
Inoltre la pistola deve essere leggera perché la vecchietta deve poter mirare correttamente senza che le tremi in mano e il rinculo non deve essere tanto forte da spezzare i polsi erosi dell’anziana. Il rinculo è legato alla potenza della cartuccia, come appare ovvio dal terzo principio della dinamica (azione e reazione).
Possiamo escludere calibri molto potenti come il .454 Casull, il .44 Magnum o il .357 Magnum. Evitando calibri molto potenti possiamo anche evitare pistole (spesso) troppo pesanti per un’anziana: il peso dell’arma è legato anche alla potenza della cartuccia perché serve a rendere meno violenti il rinculo vero e proprio (reazione lungo l’asse orizzontale, quello che da la botta su polsi e spalla) e il rilevamento (reazione lungo l’asse verticale, quello che sposta l’arma dalla linea di tiro), le due componenti in gioco che vengono indicati dalle masse come “rinculo”.
Una Desert Eagle in .50 Action Express, un bell’attrezzo massiccio di 2 kg che spara proiettili con tre o quattro volte l’energia cinetica del 9×19 ―che è la classica cartuccia da pistola militare―, spezzerebbe i polsi della vecchia e poi le si schianterebbe in mezzo alla fronte, mandandola KO. ^__^
| “Ho la spada più potente del Mondo Emerso, ora voglio una pistola all’altezza!” Anche voi state pensando a Nihal? |
Bisogna poi prendere in considerazione la portabilità dell’arma.
Stiamo parlando di una signora anziana con una pistola per difesa personale. Possiamo immaginare una pistola compatta, con la canna corta e che non richieda molta manutenzione. La vecchietta non ha il tempo o la voglia per preoccuparsi della molla del caricatore: la pistola rimarrà nella borsetta per settimane, con la sicura, ma per il resto carica e pronta all’uso.
La scelta migliore, che tempo fa ho letto essere tipica anche dei poliziotti di mezza età statunitensi, è il revolver: puoi lasciarlo carico per mesi e quando dovrà sparare lo farà… e non ci sarà nessuna molla con il coefficiente K rovinato a impedire che il colpo successivo venga sparato. Per la difesa personale l’ideale può essere uno snubnose, quelli con la canna di 2-2,5 pollici (contro i 4-5 di una pistola normale). I più adatti da portare in tasche o borse sono quelli con il cane coperto, così non può impigliarsi nel tessuto, ma il problema è che spesso sono solo in Doppia Azione (DAO, double action only). Questo significa che il grilletto è più duro perché deve prima alzare il cane e poi sganciarlo per farlo abbattere. Con i revolver normali, quelli con il cane in vista, è possibile armarlo prima di sparare: riducendo il peso del grilletto si ottiene un tiro più stabile (poi dipende anche dalla forza fisica: per un energumeno probabilmente non cambia nulla a sparare in singola azione o in doppia azione nemmeno con la .44 Magnum dell’ispettore Callaghan). Per la nostra vecchietta può essere un problema.
Meglio evitare i DAO.
Tre storici revolver snub nose:![]() Smith & Wesson Bodyguard, Model 38: il cane è coperto, ma non in alto e quindi è ancora utilizzabile in singola azione. |
![]() Colt Detective Special, terza versione. |
![]() Smith & Wesson Model 642, sola doppia azione (DAO). |
Il calibro? Naturalmente il miglior compromesso tra letalità e scarso rinculo, unito alla lodatissima capacità di funzionare anche nelle peggiori situazioni: il .38 Special, apprezzato anche dai vecchi mangiaciambelle americani. Tuttora un calibro principe nelle statistiche di letalità: può sembrare “anemico” perché non è veloce come il 9×19, ma per penetrare con efficacia la carne conta poco l’alta velocità ed è più importante la densità sezionale. Il .38 Special non manca di adeguata densità ed ha un calibro sufficiente per l’uso antiuomo (9,1 mm), ancora di più se impiegato con munizionamento a espansione (si apre fino a 15 mm circa). Un calibro da difesa se fosse stato del tutto “inadeguato” non sarebbe certo stato usato per 111 anni, fin dal 1899!
Immaginiamo quindi che la nonnina abbia un revolver snub nose .38 Special con canna da due pollici e mezzo, caricato con proiettili JHP da 158 grani, pesanti e letali, adatti per la difesa e l’uso di polizia perché dilatandosi nella ferita tendono a non fuoriuscire dal corpo (e quindi a non colpire altre persone, oltre al malvivente preso di mira). In particolare i proiettili da 158 grani, a differenza di quelli da 110, affondano fino a 30 cm circa di profondità nella carne, permettendo così di raggiungere vasi importanti come l’aorta. Alternativamente potrebbe avere proiettili FMJ da 130 grani, forse più adatti per un’acquirente “generica”: sono migliori per il tiro al bersaglio, quando l’anziana va al poligono, e costano pochissimo.
La velocità alla bocca in una canna da due pollici e mezzo non è naturalmente la stessa ottenibile in una da quattro pollici: probabilmente sarà sui 230 m/s, con entrambe le munizioni (ma potrebbe anche essere maggiore).
![]() .38 Special JHP (in questo caso da 125 grani). Notare il proiettile dopo l’espansione. |
![]() .38 Special FMJ, nell’ottima versione da 130 grani di American Eagle |
Vediamo se questi proiettili sono adatti per trapassare una comune porta per interni, quella richiesta da Lara, mantenendo poi sufficiente velocità per ferire in modo grave un bersaglio privo di giubbotto antiproiettile. La porta possiamo immaginare che sia spessa 4-5 cm, ma le porte normali non sono blocchi di legno uniformi! Hanno più parti cave che parti piene, altrimenti peserebbero molto di più. Possiamo considerarla come 2 cm di legno, sotto forma di due pannelli da 1 cm separati da uno spazio vuoto.
Utilizzerò la formula di Weigel, adatta per il legno di abete, molto semplice e citata in tanti manuali di balistica.
Calcolerò la penetrazione dei proiettili JHP come se fossero pienamente espansi fin dell’impatto, dato che la maggior durezza del legno rispetto alla carne dovrebbe permetterlo in pochi millimetri. Nella carne invece, come ho avuto modo di scoprire studiando la penetrazione di proiettili sia FMJ che JHP di uno stesso calibro, il calibro da considerare nella formula per la penetrazione di un JHP è a metà tra quello di quando è espanso e quello iniziale, leggermente per difetto (quindi 12 mm in questo caso). Il fatto che la punta cava si spalanchi non modifica la dislocazione della massa posteriore: si mantiene alta la densità sezionale del centro che scava la ferita mentre il bordo più sottile dilata solo un taglio già fatto. Può darsi che questa regola, dipendente dall’elevata concentrazione di peso dietro il diametro iniziale, si applichi anche al legno. Non avendo però prove di ciò ho preferito ragionare come se non fosse così, dando lo “sconto” solo al primo centimetro.
|
| Prego, posizionare lo scrittore di fantasy dietro la porta… |
Cominciamo.
I due pannelli di legno da 1 cm vanno considerati separatamente, essendo divisi da più di 1 cm di spazio (come nel caso delle lamine sottili di acciaio). Il proiettile JHP perde 22 m/s attraversando il primo centimetro, si espande completamente e perde altri 36 m/s attraverso il secondo centimetro. La velocità all’uscita è di 172 m/s. Se dietro ci fosse un bersaglio umano, sarebbe ancora in grado di penetrarlo per 21 cm nella carne, scavando un foro del diametro di ben 15 mm. Sufficiente per uccidere, colpendo organi vitali, e in grado di debilitare fortemente l’avversario anche colpendolo genericamente nel ventre. Non credo possa raggiungere grandi vasi come l’aorta, che può essere posta più in profondità (se il colpo va in diagonale nel corpo e se il malvivente è grasso). Sottrarre qualche cm, riducendolo a 15 o 16 cm, in caso di abiti di un certo spessore (giacca da uomo, panciotto, camicia e canottiera), non di più: la grossa decelerazione che limita la perforazione è dovuta alla pelle umana, spessa e straordinariamente elastica per resistere a violenti urti (ben 36 m/s spesi solo per bucarla, quanti ne erano serviti per il secondo centimetro di legno!).
Certo che non poter raggiungere l’aorta è una brutta cosa…
Immaginiamo allora il tutto con i classici proiettili FMJ da 130 grani. In fondo 9,1 mm sono comunque un buco sufficiente, non serve per forza che si espanda, soprattutto non quando questo va a danno di una sana e vigorosa penetrazione!
Nell’attraversare la porta perde 15 m/s col primo pannello e altri 15 m/s col secondo. Rimangono 200 m/s belli puliti: con tanta velocità può affondare nel corpo per 36 cm. Più che sufficienti per raggiungere l’aorta, anche in una persona sovrappeso, aumentando le possibilità che il colpo sia letale pur mancando gli organi vitali più tipici.
Se invece fossero 5 cm uniformi di legno, come un grosso tavolone da banchetto ribaltato, risulterebbero sufficienti per fermare le munizioni JHP, ma non quelle FMJ: decelerate a 150 m/s avrebbero ancora sufficiente velocità per infilarsi nella carne per ben 25 cm (decisamente una buona ferita).
Più sicuro il FMJ, nel caso in cui si dovesse incontrare qualche parte piena della porta oppure del materiale antincendio strano in grado di offrire più resistenza di quanta ne avessi ipotizzata.
In conclusione: revolver snubnose con canna da 2,5 pollici, .38 Special, con munizioni FMJ da almeno 130 grani (meglio se “+P”, ancora più veloci), come questo Colt Diamondback.
[CaD] Riconoscimento di una baionetta ersatz
Scritto da Il Duca Carraronan il 04 nov 2009 | Categorie: Armi Bianche, Chiedilo al Duca, Grande Guerra, Oplologia
Sono venuto a ritrovarmi tra le mani questa baionetta (molto probabilmente frutto di scavi nel Pasubio donatami da un amico scledense) che non riesco ad identificare.
La lunghezza totale è di 39 cm, il manico sino all’attaccatura forata misura cm. 14, il foro misura un diametro di mm. 17.
La lama è completamente liscia e disposta verticalmente rispetto al manico.
(Franco)
Data la locazione del ritrovamento e la forma peculiarissima, dovrebbe trattarsi di una baionetta austriaca “ersatz” M1917 per il fucile Steyr-Mannlicher M1895 e adatta anche per i precedenti Mannlicher M1888/90 e M1890 (in mano alla Landsturm e alle truppe di seconda linea).
Ho trovato la baionetta in “Baionette” di Frederick J. Stephens, pagina 84, figura 171.
“Ersatz”, ovvero di “rimpiazzo”, indica che la baionetta è stata prodotta in modo semplificato per esigenze di economia e di rapidità di produzione. È una cosa normale negli ultimi due anni di guerra. Come si può vedere il manico è minimale, senza nemmeno le guancette, e questo rende la baionetta inadatta all’uso senza il fucile. Alcune baionette ersatz tedesche avevano le guancette in acciaio invece che in legno, e rifiniture del manico grossolane. Sono esistiti anche pickelhaube ersatz nel 1915-1916, sia cappelli in feltro che elmetti in acciaio, ma ne parleremo in un altro articolo.
Questa baionetta non va bene per il Werndl, il vecchio fucile da 11 mm a polvere nera, utilizzato prima del passaggio alla polvere infume e ai fucili da 8 mm: per il Werndl M67/77 e M73/77, dato in mano alle unità delle retrovie a guardia dei magazzini (come in Italia veniva dato l’obsoleto Vetterli-Vitali), c’erano delle baionette ersatz di forma diversa, con foro da 19 mm e non da 17 mm.
Si possono vedere foto dello stesso tipo di baionetta qui:
1. http://arms2armor.com/
2. http://www.frontedolomitico.it/
3. http://www.bayonetconnection.com
4. quattro.
Repliche moderne della ersatz M1917:
1. http://www.ima-usa.com/
2. http://www.old-smithy.info/
Baionette ersatz per i fucili Werndl:
1. http://www.old-smithy.info/
2. http://www.warrelics.eu/
Meravigliose le baionette, no?
Non sono un argomento entusiasmante per le mie giovani, bellissime fan?
^___^
Ma come li scrivono i libri sulle armi?
Scritto da Il Duca Carraronan il 13 ott 2009 | Categorie: Armi da Fuoco, Libri, Oplologia
Per un paio di vecchi articoli mi è capitato, tra le molte fonti, di consultare anche il libro “Rifles” di David Westwood, che fa parte della serie Encyclopedias of Weapons and Warfare di 18 volumi ed è dedicato solo alla storia evolutiva dei fucili. Avevo già notato nel libro parecchi buchi, piccole inesattezze, discorsi evolutivi incompleti (il mio articolo sull’avancarica a percussione si mangia la sezione a tema di “Rifles” e la ricaga) ecc… e infatti lo uso più come ispirazione che per altro, dato che seppure male tratta comunque parecchie cosette. Il problema è che poi mi tocca andare a cercare conferma di ogni dato e ulteriori informazioni su altre fonti più sicure. ^_^”"
Pochi giorni fa mi è capitato di riaprirlo per controllare che informazioni desse sul fucile Dreyse M41, in particolare per scandagliare la bibliografia. Non ho trovato niente di interessante e, per la cronaca, il disegno della cartuccia del Dreyse era pessimo: Westwood ha messo il secondo tipo di munizione del Dreyse M41 invece di quella definitiva a ghianda e il sabot è pure fatto da cani… fa a gara con il merdoso disegno della pallottola Greener di poche pagine prima (sigh).
In compenso, rovistando nella sezione sui primi fucili bolt-action, sono capitato su una nota inquietante relativa al Mauser 98. E questa volta mi sono cadute davvero le palle.
The weapon was chambered for the 7.92mm Mauser cartridge.7
[...]
7. This cartridge was originally the 88/S, otherwise known as the 88/8 or 8mm x 57 J. In 1905 another cartridge was issued, and in World War I the standard cartridge was the “S.S. [or sS] Patrone,” which fired a heavier, boat-tailed bullet.
A parte che salta a pie’ pari il Gewehr 1888, passando dal 71/84 al 98 (sigh), ma che cazzo sta dicendo in questa nota? Secondo lui il 88/S sarebbe un proiettile, ovvero il 8×57 J, giusto? E il proiettile da 8×57 della prima guerra mondiale sarebbe più pesante del precedente? Mi viene da piangere.
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| Mi consolo con le fatine: Trilli Steampunk è un’icona dello Steamfantasy! (Clicca per ingrandire) |
Qui non si sta parlando di sconvolgenti dettagli minimali, ma di cose semplici, concrete e stranote. Si sta parlando di qualcosa che in un libro dedicato solo ai fucili non si dovrebbe sbagliare. Sono cose che non sbaglia nemmeno wikipedia (urka!) e ci sono da anni e anni (”Rifle” è del 2005) un sacco di siti sui fucili in cui trovare conferma di queste cose, anche senza usare altri libri di settore (e Westwood comunque vanta una buona bibliografia: peccato che temo abbia guardato solo le figure in tanti casi ^_^).
Volete sapere che cosa contesto? Ok, partiamo:
1. il 88/S non è un tipo di munizione, ma il nome dei Gewehr 88 con canna rifatta dal 1903 per accettare i nuovi proiettili 7,92×57mm IS (JS col nome americano, ma lo vediamo dopo) appuntiti da 8,2 mm al posto dei precedenti 7,92×57mm I (J col nome americano) a punta tonda da 8,08 mm: quindi il 88/S non solo non è il 8×57mm J, ma nemmeno lo impiega dato che usa il JS;
2. dal 1905 vennero adottate ufficialmente delle nuove munizioni appuntite (quelle per cui stavano venendo convertiti i Gewehr 88), più aerodinamiche e capaci di fare ferite più gravi, ma i loro proiettili non erano più “pesanti” nonostante il calibro leggermente maggiore, anzi, a causa della massa di piombo sparita per renderli appuntiti erano molto più leggeri (9,9 grammi per le IS contro 14,6 grammi delle I);
3. il nome di queste munizioni nuove non era sS-patronen, ma S-patronen: le sS-patronen vennero adottate nel 1934 per i Karabiner 98k e usavano proiettili più pesanti delle s-Patronen (12,8 grammi contro 9,9 grammi, “sS” sta infatti per schweres Spitzgeschoß, ovvero “proiettili appuntiti pesanti”), più adatti per l’impiego nelle canne dei Karabiner 98k che erano molto più corte di quelle dei precedenti Gewehr 98 (600 mm contro 740 mm);
4. quattro (ma non lo contesto, bensì ne denuncio l’assenza nel libro!).
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| 7,92×57 I (1888) e 7,92×57 IS (1905). Gli americani, solito gegno yankee al lavoro, li hanno denominati J e JS perché a quel tempo i tedeschi usavano un carattere per la I molto simile alla J. Gli yankee non si sono domandati se I e IS avessero un significato (lo hanno: Infanterie -fanteria- e Infanterie, Spitzgeschoß -fanteria, appuntito-), ma hanno tirato dritto e tuttora nel mercato USA quei due proiettili si chiamano 8×57 J e JS. |
Circa centocinquanta pagine del libro sono dedicate alla catalogazione per nazione dei vari fucili militari impiegati: sono complete dei vari modelli di ogni arma, dal poco che ho potuto valutare, e i dati tornano abbastanza (non tutte le velocità di bocca mi risultano esatte al 100%, ma magari sbagliano altre fonti) però, caso strano, quando si arriva al Gewehr 1888 mancano i modelli 88/S, 88/* e 88/Z (però ci sono gli 88/05 e 88/14). D’altronde se pensa che gli 88/S siano proiettili, ne consegue che ignorerà il fatto evidente che siano fucili per non contraddirsi. ^_^”"
Come avete visto Westwood ha messo in poche righe abbastanza puttanate per farmi venir voglia di prenderlo a calci in culo. Ma come ci si permette di ficcare in un libro pubblicato simili vaccate su delle cose così? Mica sono dettagli secondari di armi vetuste e dimenticate, eh!
Mentre sfogliavo l’appendice dedicata ai fucili inglesi sono finito, non l’avessi mai fatto, sulle schede riassuntive dei fucili Snider (convertito del 1867) e Martini-Henry. E pure qui l’errore ci voleva! ^__^
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Notato niente di strano?
Il .67 Snider non esiste. E non esiste il .67/450 Martini-Henry. Lo Snider usava un proiettile con bossolo inizialmente di cartone (e poi metallico) chiamato .577 Snider. E il Martini-Henry impiegava il .577/450 Martini-Henry su cui tornerò tra poche righe.
Questi errori non sono accettabili in un libro dedicato solo ai fucili. E non contesto i dati delle velocità, che pure non mi tornano: mi risultavano 410 m/s per il proiettile da 31 grammi del Martini-Henry e 400 m/s o poco meno per il .577 Snider, come riporta anche Wikipedia. Si tratta di una differenza scarsa e potrebbe avere ragione Westwood. Non contesto questi dettagli, ma cose oggettive: munizioni inesistenti!
Un errore di questo tipo può permetterselo un libro che parla di armi solo in modo marginale, come “Wound Ballistic and the Scientific Backgrond” di Sellier e Kneubuehl, che non parla delle armi se non per quanto riguarda le ferite che i loro proiettili producono e le formule matematiche per simulare l’effetto dei proiettili. Ecco l’errorino:
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In realtà il nome .577/450 non viene dal fatto che il Martini-Henry avesse prima impiegato proiettili da 14,5 mm e poi da 11,4 mm, ma dalla particolare storia della cartuccia impiegata che si chiama appunto .577/450.
Quando si decise di diminuire a 11,4 mm il calibro per il nuovo fucile da fanteria inglese si arrivò alla conclusione che il bossolo per contenere tutta la polvere nera necessaria sarebbe stato troppo lungo e goffo. Il colonnello Boxer ebbe l’intuizione del bossolo a collo di bottiglia: usando un bossolo più largo del proiettile, ovvero largo come il vecchio bossolo del .577 Snider, e poi stringendolo dove si inseriva il proiettile era possibile accorciare la lunghezza senza diminuire la polvere nera (necessaria per mantenere velocità, gittata e precisione desiderate).
Nacque così la munizione soprannominata “Boxer”, con la base di un .577 e il proiettile di un .450: nome ufficiale .577/450 Martini-Henry.
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| Da sinistra: .577 Snider, .577/450 Martini-Henry in lamina di ottone arrotolata (abbandonato perché si dilatava troppo e talvolta si incastrava nell’arma dopo lo sparo) e .577/450 Martini-Henry con bossolo di ottone fuso in un pezzo solo. |
Il professor Karl Sellier (1924-1997) è uno dei Grandi Uomini nello studio della balistica delle ferite, assieme a Martin Fackler (chirurgo militare) e pochi altri: il suo libro è ottimo e l’errore sottolineato riguarda un dettaglio del tutto marginale (tutti i dati di pesi e velocità sono comunque corretti!). È una cosa insignificante.
Ma per “Rifles” di Westwood è un altro discorso. E penso che non ci sia nulla da contestare se uno si incazza trovando dozzine e dozzine di errori sui fucili in un libro che parla solo di fucili! -___-
Qualche lettura di questo periodo
Scritto da Il Duca Carraronan il 02 ott 2009 | Categorie: Artiglieria e Veicoli, Libri, Oplologia
Negli ultimi giorni non ho messo articoli nuovi perché ero un po’ impegnato. Ho risposto a qualche mail arretrata e a un paio di consulenze nuove (una la pubblicherò, l’altra no) e ho letto due libri di Robert Heinlein che non era in programma leggessi questa settimana: Sesta colonna (Cosmo Oro) e La fortezza di Farnham (Urania Collezione 079). Ho ancora in arretrato un po’ di mail, come al solito, ma spero di rispondere a tutti/tutte qualcosa entro la prossima settimana. Vi ricordo come sempre che per le belle ragazze l’invio di foto in biancheria intima o di nudo fa passare davanti alle altre richieste. Dicasi lo stesso per l’invio di domande intelligenti e stimolanti, ma conoscendo il pubblico italiano del fantasy punterei di più sull’allegare foto. ^_^
A parte i soliti manuali di scrittura e l’imprevista lettura dei due romanzi di Heinlein, da una decina di giorni sto leggendo un po’ di cosette interessanti recuperate in cantina. Questo articoletto è dedicato alle mie nuove letture, così, giusto per tenervi informati sulle minchiate che mi fanno saltellare come un gioioso coniglietto.
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| Ci sono tante cose che mi fanno gioire come un coniglietto, a parte scoprire che la fatina che fa il bagno nel mio tè ha portato un’amica… |
Vediamo cosa ho recuperato di bello? Scartiamo cose inutili come il librone di metereologia, quello dell’ufficiale topografo e tutta la roba di strategia con scenari bellici anni ‘70-’80 che ormai andrebbero bene solo per dei romanzi di retrofantapolitica. Molto interessante è Sinossi di Balistica Interna, il librone che accompagnava il corso di Balistica Interna della Scuola d’Applicazione a fine anni ‘50, a opera del dottor ingegner Giuseppe Russo, colonnello d’artiglieria: pirostatica, pirodinamica, proietti, rigature, gas dello sparo e più matematica di quanta io reputi igienico (il che mi sta costringendo a ripassare un paio di cose per capire i passaggi). Stupendi i due manuali dedicati all’obice OTO Melara Mod. 56, orgoglio dell’artiglieria da montagna italiana per molti anni: Obice da 105/14 – Materiale e Munizioni e Obice da 105/14 – Servizio del Pezzo. Letti: molto belli!
Sembrano molto interessanti anche le Sinossi di Materiale d’Artiglieria Vol. I e Vol. II, piene di foto e disegni delle componenti di artiglierie semoventi, mortai, cannoni e obici. Li sto ancora sfogliando, piano piano, perché le pagine sono un po’ troppo incollate e vanno aperte con cura, come un vecchio numero di Playboy… ^__^”"
Per capire qualcosa di più sul tiro d’artiglieria, leggerò appena possibile Istruzione sul Tiro dell’Artiglieria contro Obiettivi Terrestri – Vol. I – Tiro dell’Artiglieria Campale che parla di munizioni, informazioni generali sul tiro, fasci di traiettorie, correzione del tiro, dispersione, osservazione, preparazione topografica, fuoco d’efficacia ecc… ecc… insomma un Artillery for Dummies (con allegati). Per completare l’argomento “osservazione” (il lavoro di guardare dove cadono i proiettili e comunicare l’esito alla batteria, spesso svolto in territorio nemico e a breve distanza dal bersaglio, con tutti i rischi che si possono immaginare) ho anche il piccolo Note sull’Osservazione.
E non può mancare, spostando un po’ l’ambito, il classico Autotelaio – Trazione Meccanica che parla di motori, trasmissione, alberi, cambi, freni, sospensioni, gomme ecc… fornendo formule e disegni delle componenti: ora non so se queste cose si studiano, ma una volta un ufficiale doveva avere le competenze di un piccolo meccanico per individuare guasti ed effettuare riparazioni anche in modo autonomo (conoscendo nel dettaglio ogni più piccola componente di ogni autoveicolo in dotazione all’esercito… perlomeno per passare l’esame, poi poteva pure scordarsi tutto ^_^).
E infine il Manuale del Combattente, il famoso libretto blu che si trova senza problemi su eBay (il mio è quello del 1986 con modifica del 1988): non è granché, ma dovrebbe essere presente in ogni collezione.
Qualcosa di tutta questa roba prima o poi potrebbe servirmi a qualcosa. Parlando degli organi elastici dell’obice da 105/14 magari si rimorchia pure qualche fanciulla dallo sguardo adorante (”Oooohhh, io ho sempre adorato gli obici da montagna, duchino caro…“). E in ogni caso è cultura, qualcosa su cui non ho ancora imparato a sputare nonostante legga fantasy (in alcuni ambienti va di moda denigrare la pratica dell’informarsi), anzi: ho ordinato su eBay altri quattro manuali che secondo mio padre sono interessanti, ma che non aveva conservato, come quello per il sottocomandante di batteria. ^__^
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| Semplice da smontare, leggero e ottimizzato per la soma, l’obice mod. 56 venne scelto da circa trenta paesi, dominando per anni il settore degli obici per l’artiglieria leggera. La scarsa gittata (poco più di 10 km) è compensata dalla facilità di trasporto (smontato su soma, sollevato via elicottero, trainato, aviolanciato o caricato senza scudo su un trasporto truppe M113) e dalla manegevolezza che gli permette di operare senza problemi in luoghi dove i pezzi più massicci e potenti non potrebbero nemmeno arrivare. |
Da qualche parte dovrei essere in grado di pescare un manuale recente sul combattimento urbano (mio fratello dovrebbe averne uno), anche se il mio sogno è quello di mettere le mani sul manuale prodotto in collaborazione tra Alpini e Paracadutisti qualcosa come quaranta anni fa, dedicato solo alle tecniche spicciole e ai trucchi per il combattimento della fanteria in città… ma mi risulta che non sia mai stato standardizzato e messo in produzione. Peccato.
Consiglio per gli acquisti: su eBay si trovano sempre i manuali dell’esercito sui vari pezzi d’artiglieria e prenderne uno o due può essere una buona idea, giusto per informarsi, soprattutto se si intende scrivere narrativa di guerra di un certo tipo. Poi fate voi, capisco che non si tratti delle letture più entusiasmanti del mondo…
Questi invece si possono comprare senza alcun problema fuori da eBay, visto che sono tutti in commercio e facili da reperire: Storia dell’Arma Bianca Italiana – da Waterloo al Nuovo Millennio di Cesare Calamandrei (terza edizione di quella che ormai è considerata l’enciclopedia delle armi bianche italiane, ricchissima di foto e illustrazioni); Pistole Militari Imperiali (avevo bisogno di un buon libro dedicato alle armi da fianco tedesche della Grande Guerra e questo sembra ottimo) e Mauser C96 “9 Rosso” (avevo già un libro sulla C96, ma le informazioni su questa adorabile fanciulla non sono mai abbastanza per me), entrambi di Loriano Franceschini; La marina da guerra – Le armate di mare e le armi navali dal Rinascimento al 1914 di Giovanni Santi-Mazzini (sembra fatto bene: quello sulle armi di Santi-Mazzini mi era piaciuto, nonostante qualche svista e una parte sull’avancarica a percussione poco accurata e incompleta anche rispetto al mio articolo a tema).
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| Guardate: li ho comprati per davvero! E li ho fotografati alla cazzo di cane! ^_^ |
E, a parte le letture in corso e le mail arretrate, sono pure indietro di settimane e settimane con gli articoli, sia di oplologia che di puttanate varie. Abbiate pazienza, fanciulle. ^__^”"
Il Cyklop Stormwalker e qualche strano elmetto
Scritto da Il Duca Carraronan il 07 set 2009 | Categorie: Armature, Grande Guerra, Libri, Mech e Robot, Oplologia, Steampunk
Altra illustrazione da Leviathan. Per chi si è perso le puntate precedenti, trovate informazioni qui, quo, qua e… e un quarto papero non ce l’ho. Ho evitato di parlare del Book Trailer perché, seppure sopra la media di tanti Book Trailer, non era granché. Carino, passabile, ma non valeva la pena di fare un articolo solo per lui. Chi vuole vederlo lo può trovare sul sito di Scott Westerfeld.
Passiamo invece all’illustrazione, tratta dal capitolo due di Leviathan (come chi ha letto i due capitoli d’anteprima avrà certamente notato): un Cyklop Stormwalker in tutto il suo splendore, con un cannone che spunta dalla pancia e due mitragliatrici Spandau (Maschinengewehr 08, 8×57 I.S.) che fanno “ciao” dalla capoccia.
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Nell’illustrazione Otto e Alek portano due elmetti chiodati: Otto l’ha in testa, con la visiera alzata; Alek sotto il braccio, con la visiera ben in vista. Ho sempre avuto un particolare fetish per gli elmetti chiodati, quindi tanto meglio se ce ne sono. La presenza di una visiera è coerente con gli elmetti da carrista (e altri elmetti speciali) della Grande Guerra: c’erano parecchi elmetti con visiere in acciaio o veli in cotta di maglia che scendevano a difendere la faccia dalle schegge.
Un proiettile che non perfora il veicolo può sempre far saltare in aria dei pezzi, anche solo di blindatura, producendo schegge che volano allegramente in giro… e anche un proiettile che passa può poi frantumarsi in schegge di piombo e rimbalzare in giro, come i proiettili da 20 mm che colpivano gli aerei della Seconda Guerra Mondiale: per quel motivo i piloti indossavano giubbotti anti-schegge, mica nel caso che un tedesco lanciasse una bomba a mano a 1000 metri d’altezza dentro un finestrino, LOL!
Occhi, mandibola e naso sono cose che possono saltar via con sorprendente facilità e scarsa gioia del proprietario: vivere senza la mandibola non deve essere l’esperienza più esaltante del mondo (tanti sono sopravvissuti senza più una bocca degna di questo nome, figo no?).
Il dettaglio quindi mi lascia soddisfatto.
![]() Elmetto sperimentale belga del 1917 ![]() Elmetto sperimentale USA numero 6 ![]() Elmetto sperimentale USA numero 8 |
| Sì, sono brutti, ma sono meglio che vivere per 40 anni senza naso o bocca. ^_^ Degli elmetti della Grande Guerra parlerò in modo più approfondito prima o poi… |
Passiamo ora al mech vero e proprio, il Ciclope con la K che dagli anglosassoni fa figo e da noi fa bimbominkia ke t lovva tnt. ^_^
È un attrezzo largo, pesante, grosso. Le gambe sembrano corte, ma se notate non lo sono poi così tanto: sono solo piegate (infatti quando parte si rialza dalla posizione rannicchiata). La grande larghezza rispetto alle tozze gambe non lo fanno sembrare molto agile, anzi. E pure nel libro bastano un po’ di radici sporgenti in un boschetto per fargli rischiare di crollare al suolo: saranno state pure belle radici, molto sporgenti (guardate che piedoni che dovevano fermare), ma è DEPRIMENTE che un mech non sappia nemmeno camminare in modo decente.
D’altronde, come mi si può far notare, i mech bipedi possono funzionare solo in tre contesti: fumetti, film/cartoni o se sono in grado di decidere da soli dove e come piazzare i piedi (come i golem da guerra tecnomagici che piacciono a me: veicoli viventi corazzati). Se il veicolo bipede è più complesso, più incasinato, più delicato ecc… del cingolato/ruotato senza che questo dia alcun vantaggio in termini di agilità e manovrabilità superiore, allora è meglio che il veicolo sia cingolato o ruotato.
Il tozzo e goffo Cyklop sembra urlare: levatemi le gambe e datemi dei cingoli, brutti bastardi!
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Meglio allora un’armatura potenziata (o esoscheletro corazzato o come diavolo volete chiamarlo) in stile “Fanteria dello Spazio” di Heinlein (per svolazzare in giro con gran balzi: più corazzati, più armati e più agili dei normali fanti!) o anche solo in stile Fallout (più lenti, senza zompi, ma corazzati alla grande e carichi di munizioni). La mia preferenza anche in questo caso rimane il golem vivo indossabile. Ma magari delle troiate Steamfantasy che piacciono a me (metodo BRF rules) parliamo un’altra volta. ^_^
E per finire in bellezza: la cara Gamberetta era stata così gentile da segnalarmi, al tempo del primo articolo su Leviathan, il cetaceo nave da guerra di Blue Submarine n. 6. Ma c’è anche una “raffinata” citazione dal mondo della musica: addirittura uno squalo zeppelin in perfetto stile Leviathan!
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LOL!
[CaD] Baionette seghettate
Scritto da Il Duca Carraronan il 15 ago 2009 | Categorie: Armi Bianche, Chiedilo al Duca, Grande Guerra, Oplologia
Non ho i capelli blu o verdi o lavanda o di altri colori da cartone giapponese ma sono una ragazza e spero che mi risponderai lo stesso ^^”’
[...taglio...]
Le baionette con la lama seghettata sono un’invenzione del cinema o esistevano davvero?
(Silvia)
Baionette con lama seghettata intesa come dentatura posteriore e non anteriore? Immagino che intendi questa. Sì, esistevano.
Le baionette con la dentatura/sega si sono diffuse, a quanto mi risulta, con l’affermazione delle sciabole-baionetta e spade-baionetta a partire dal 1870.
Le precedenti del 1800-1860 non avevano dentatura (anche se in quel periodo, come per tutto il Settecento, la fanteria tendeva a usare baionette triangolari a ghiera, non utilizzabili come armi da sole).
Le sciabole-baionetta dei sottufficiali della Guerra Civile Americana non avevano dentatura (almeno quelle che ho visto, che sono corte e massicce sciabole con l’incastro a ghiera che si protende dall’elsa). Quelle degli artiglieri erano simili a daghe, su design francese ispirato al gladio romano, e ovviamente non avevano la sega.
E nemmeno le spade-baionetta per il fucile Baker utilizzato dalle giubbe verdi a inizio Ottocento avevano la sega.
La baionetta inglese del fucile Enfield per l’artiglieria (Enfield P1853 a due fascette) del 1856 aveva una lama lunga e curva in avanti (57 cm di lama, 71 cm complessivi), con lo stile detto “a yatagan” tipico anche delle baionette francesi successive (Chassepot M1866), ma nessuna sega.
La pesante daga-baionetta dei pionieri prussiani M1857 per fucile Dreyse invece aveva la dentatura sul dorso, ma era un caso raro rispetto alla massa di sciabole/spade-baionetta privi di sega.
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| Baionetta “a yatagan” modello 1856. Era utilizzata dagli artiglieri e, in parte, dalla fanteria (che di solito usava baionette triangolari). |
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| Sciabola-Baionetta per fucile ad ago Chassepot M1866 |
Dal 1870, con i fucili a retrocarica con bossolo metallico, iniziarono ad affermarsi le sciabole/spade-baionetta anche tra la truppa, fornendo così un ulteriore attrezzo per la difesa (e il taglio dei ramoscelli o del salame) utilizzabile anche quando non inastato sull’arma.
Le baionette della truppa raramente avevano la sega. Le baionette tedesche per il fucile Mauser 1871 e 1871/84 avevano la lama priva di dentatura per la truppa e con la dentatura per i sottufficiali: per il resto elsa, materiali (ottone e acciaio) e dimensioni erano identiche.
Anche la baionette per la truppa del Gewehr 1888 erano prive di dentatura.
Le baionette da pioniere tendenzialmente avevano la sega, comoda per aumentare la versatilità dell’utensile, e talvolta anche quelle degli artiglieri. La baionetta da pioniere prussiana del 1871 è pesante e larga, con una sega molto accentuata… 60 cm di lunghezza e, a occhio, 1 kg c’è tutto di peso! Un attrezzo dannatamente serio.
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| Daga-baionetta da pioniere (pionierfaschinenmesser), Prussia, M1871 |
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| Baionetta da truppa per il Gewehr 88 dell’esercito tedesco |
La baionetta adottata nel 1875 per i Martini-Henry della Regia Artigliera inglese aveva la sega. Idem le baionette, molto poco usate, di lord Elcho del 1870: sega sul dorso e lama che si allargava a punta di lancia, con un buon design da machete per il fendente.
Ma gli inglesi per i Martini-Henry della truppa preferirono sempre la vecchia baionetta triangolare a ghiera, passando all’uso delle sciabole-baionetta solo a partire dal Lee-Metford e dal Lee-Enfield.
Quelle italiane per il Vetterli, per il Vetterli-Vitali e per il Carcano non mi risulta che avessero mai la dentatura.
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| Spada-Baionetta progettata da Lord Elcho, 64 cm, 0,65 Kg circa con sega per il taglio della legna e punta larga a imitazione delle lance assegai degli Zulu |
Con la Prima Guerra Mondiale si diffuse l’abitudine tra i tedeschi di fare dentature artigianali sul dorso delle proprie baionette per dar loro un aspetto più “spaventoso”. Non era una cosa permessa, in teoria, dato che si trattava di modificare l’equipaggiamento fornito, ma gli ufficiali sorvolavano. Questo è il momento di massima diffusione delle baionette seghettate. Le seghe artigianali sul dorso delle lame le facevano anche i soldati della Triplice Intesa, talvolta.
Ma la propaganda della Triplice Intesa diffuse l’idea che i tedeschi utilizzassero le dentature per amputare pezzi ai prigionieri torturati (forse perché lo facevano loro stessi…), per cui i tedeschi ricevettero l’ordine di piantarla col modding delle baionette: il rischio di essere torturati a morte dagli Anglo-Francesi se trovati in possesso di armi dentate era troppo elevato.
Allo stesso modo i prigionieri austriaci trovati in possesso di mazze ferrate, utilizzate per finire i nemici moribondi intossicati dai gas, venivano assassinati regolarmente dagli italiani (e venne ordinato di non usarle più: gli italiani intossicati potevano pure agonizzare per ore se gli dava così fastidio farsi ammazzare con un colpo di mazza in testa!).
Nel 1917, con l’arrivo degli americani, i tedeschi smisero di produrre le baionette con la sega dei sottufficiali per migliorare la propria immagine pubblica e per semplificare la produzione (nonostante fosse già TUTTA roba Ersatz, cioè fatta in modo approssimativo/economico -letteralmente “surrogato”- fin dal 1915… si vedano i caschi chiodati fatti in feltro leggero invece che in spesso cuoio sudamericano).
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| Fucile Vetterli 1870 e sciabola-baionetta con lama da 52 cm |
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| Sciabola-Baionetta Modello 1891 e 1891 Truppe Speciali Lama lunga 30 cm, lunghezza complessiva 41 cm (una sciabola baionetta così corta che la sciabola è rimasta solo nel nome ufficiale) |
Le baionette della Seconda Guerra Mondiale, sia che fossero pugnali/coltelli-baionetta o sciabole-baionetta, erano prive di dentatura (perlomeno tutti i modelli che ho visto: tedeschi, italiani, americani, giapponesi…).
La dentatura, inclusa anche una porzione di sega frontale, si è riaffermata negli ultimi anni in cui la baionetta sta diventando sempre più uno strumento multi-uso di alta tecnologia per “giustificare la propria esistenza” (lame in acciai straordinari, fatti per tagliare benissimo e assieme resistere a stress e cattive condizioni ambientali). Ma del ruolo della baionetta dopo la Seconda Guerra Mondiale parlerò in futuro.
Spero di esserti stato di aiuto. ^__^
PS: tingiti i capelli di verde e inizia a guidare Golem a Vapore…
In futuro verrà pubblicato un nuovo articolo dedicato alla storia delle baionette in generale e allo “spirito della baionetta”, contenente anche questa piccola parte sulle dentature espansa e arricchita con un numero maggiore di immagini.
Pazzi per la Storia: il video del test di Pavia
Scritto da Il Duca Carraronan il 26 giu 2009 | Categorie: Armi da Fuoco, Consulenze, Documentari, Oplologia
Ecco finalmente il video del test di penetrazione sul foglio di acciaio C40, direttamente dall’episodio di “Pazzi per la Storia” del 24 giugno.
Lo ha segnalato su Facebook il buon Claudio Gatti, l’archibugere esperto che potete vedere nel video assieme alla recluta Alex Braga.
Per chi si era perso tutto il discorso vi rimando alla pagina sulla giornata passata a Pavia e alla consulenza balistica fornita per il documentario di History Channel Italia.
Come potete vedere prima dice che si spara dal fianco se si spara nel mucchio, senza precisare che è per via del fumo che brucia gli occhi (visto che fumata?) e non per la mancanza di precisione dell’arma in sé (che di certo non migliora se uno nemmeno la punta bene!), ma poi quando ha bisogno di sparare al meglio se la tiene bene contro la spalla.
Non è una contraddizione: nel fuoco di massa, continuo (si possono dover sparare anche 20 proiettili di fila), per non diventare ciechi col fumo degli archibugi senza forcella (e quindi con lo scodellino ancora più vicino agli occhi) va benissimo tirare dal fianco… e poi quando bisogna sfruttare al massimo la poca precisione disponibile, si tira dalla spalla accettando il fastidio di ricevere una nuvola di fumi urticanti dentro gli occhi. All’epoca gli occhialoni di plastica per il tiro ad avancarica non c’erano. ^_^
Il tiro dal fianco lo facevano anche i prussiani nell’Ottocento coi fucili ad ago Dreyse quando a furia di sparare la camera perdeva tenuta (non c’era gomma a sigillarla e i proiettili erano senza bossolo) e l’arma iniziava a fare vampate incandescenti verso la faccia del tiratore. ^__^
Prossimamente pubblicherò un paio di nuovi articoli della serie “Chiedilo al Duca”.
E ovviamente altri conigli. Tanti conigli.
Alla prossima.
La Mitragliatrice a Vapore di Mr. Perkins (1824)
Scritto da Il Duca Carraronan il 02 giu 2009 | Categorie: Armi da Fuoco, Oplologia, Steam: a Vapore!
Mi sono accorto di non aver mai parlato della, usando un termine moderno, “mitragliatrice” a vapore di Jacob Perkins. Probabilmente perché nessuno degli articoli precedenti trattava argomenti correlati: mitragliatrici o motori a vapore.
È un’arma strana e merita un po’ di spazio, anche se temo che qualcuno dei miei lettori già la conosca: a quanto mi risulta è più nota lei del fucile a vento Girandoni (che però usava aria compressa con una pompa manuale e in termini balistici faceva pietà). È una sorta di “must” per chiunque si voglia far passare seriamente per amante dello Steampunk: non conoscerla è come non conoscere Space 1889 (o peggio).
L’inventore
Jacob Perkins, celebre inventore americano dal cui genio sono dipese molte innovazioni tecnologiche (21 brevetti americani e 19 inglesi), è nato a Newburyport, Massachussets, il 9 luglio 1766. A dodici anni divenne apprendista di un orefice e, segno del suo genio, quando il maestro morì appena tre anni dopo, lui era già in grado di lavorare da solo. A soli 15 anni inventò un nuovo sistema per placcare le fibbie delle scarpe -un lavoro molto redditizio all’epoca- e gli affari prosperarono.
Era un artigiano così abile che a 21 anni lo Stato del Massachusetts gli commissionò la realizzazione degli stampi per le monete di rame dello Stato. Le invenzioni proseguirono, ma venne ingannato da alcuni “sponsor” approfittatori e cadde in rovina. Si trasferì a New York e poi a Filadelfia dove realizzò le prime lastre in acciaio per fabbricare banconote con componenti in rilievo, in modo da rendere più difficile il lavoro dei contraffattori. Alla fine, nel 1818, non riuscendo a trovare fondi e un ambiente adatto per esprimere al massimo la propria creatività, emigrò in Inghilterra: lì ottenne finanziamenti, fabbricò lastre per banconote per il governo e sviluppò strumenti per misurare la velocità della navi ecc…
alla fine la sua attenzione venne attirata dai motori a vapore: realizzò il primo motore a vapore a pistone singolo con un bollitore capace di sostenere una pressione di 800 libbre per pollice quadrato (psi), pari 54,4 atmosfere.
La Mitragliatrice
Alla fine Perkins realizzò la sua arma a vapore, lo “steam gun”, e la rese pubblica.
L’arma è registrata nel Regno Unito con brevetto numero 4592 del 15 maggio 1824.
L’arma era costituita da una canna “D”, con una struttura circolare “A” per l’inserimento dei tubi “C” con le palle di piombo (caduta verticale) e la manopola col grilletto “B” per far precipitare le palle verso il flusso di vapore ad alta pressione.
La struttura, molto semplicemente, era collegata tramite un giunto a snodo “F” (swivel joint) alla struttura di giuntura dei tubi “H” (con la valvola “G” per dosare la quantità di vapore ammesso) che univa l’arma vera e propria al tubo rigido del Generatore di Vapore: il vapore ad alta pressione dosato con la valvola “G” veniva inviato lungo la canna e spingeva le palle fuori dalla canna a gran velocità.
Il giunto a snodo “F” permetteva di puntare la canna verso l’alto, il basso, a sinistra e a destra con sufficiente rapidità. La canna era lunga sei piedi (182 cm), in grado quindi di spingere per il tempo sufficiente la palla permettendole di acquistare la dovuta velocità d’uscita.
Le dimensioni, unite al bisogno di un generatore di vapore (una grossa caldaia non pesa come una piuma…), la rendono un ingombrante “pezzo d’artiglieria” da trainare con gli appositi carriaggi piuttosto che un’arma da impiegare a livello di compagnia (come sono invece le mitragliatrici di squadra moderne per cui bastano due o tre persone per trasportarle e impiegarle senza problemi). Era più ingombrante della successiva mitralleuse francese (1866) o anche della prima mitralleuse belga a 50 canne (1851) (entrambe ippotrainate).
La diversità dell’arma di Perkins rispetto alle prime mitragliatrici “sperimentali” (di 30 anni dopo) sta anche nell’impiegare una sola canna per le raffiche: non molte canne che sparano in sequenza una sola volta e poi si cambia il caricatore (la mitralleuse Reffye usata dai francesi nella guerra Franco-Prussiana del 1870 aveva 25 canne), ma una sola canna che spara tutti i proiettili uno dietro l’altro. Concezione molto moderna.
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| Reffye mitrailleuse, “Canon à balles modèle 1866″. Venticinque canne rigate da 13mm disposte su cinque righe. |
L’arma, impiegando vapore di spinta invece che esplosioni di composti chimici, rispetto alle mitragliatrici successive è immune alle esplosioni della camera di sparo per surriscaldamento, non soffre di inceppamenti per la cattiva qualità delle munizioni col bossolo (non le usa!) e la canna è meno stressata e può sostenere il fuoco per periodi molto prolungati (intere ore) senza surriscaldamenti che la rovinino o la portino alla rottura: proprio come un treno.
Le mitragliatrice moderne invece soffrono molto il surriscaldamento della canna e della camera di sparo, costringendo il trasporto di una o due canne supplementari per la sostituzione: una tipica squadra di MG42 nella seconda guerra mondiale portava sempre almeno una canna di riserva per evitare di stressare l’arma oltre il punto critico (ovvero di deformazione del metallo e guasto permanente della rigatura).
Senza contare i primi modelli di inizio Novecento che usavano serbatoi da 20 litri d’acqua per il raffreddamento della canna (e gli inglesi con una raffica o due si scaldavano l’acqua per il té)… oppure i modelli, come le Gatling, che per evitare il problema del riscaldamento utilizzavano anche una dozzina di canne a rotazione (con notevole aumento del peso dell’arma).
L’arma disponeva di un bollitore capace di sostenere una pressione di 900 psi, pari a 61,2 atmosfere, ancora superiore al record di 800 psi conseguito poco tempo prima! Notate che il generatore di vapore richiesto non ha bisogno di disporre di pistoni o altro per tramutare l’energia del vapore in energia meccanica, ma ha bisogno solo del vapore ad alta pressione da usare per spingere le palle invece di spingere un pistone. Tecnicamente è un dispositivo più semplice del motore a vapore di una locomotiva.
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| Uniflow Steam Engine: inventato da Perkins nel 1827 (anacronistico!) e brevettato da Leonard Todd nel 1885. Divenne famoso grazie al tedesco Johann Stumpf nel 1909. Impiegato nell’ambito industriale fino alla Seconda Guerra Mondiale. |
Il Duca di Wellington, che in altri ambiti fu quasi tecnofobo (il suo disgusto per i treni è passato alla storia), si interessò moltissimo alla nuova arma. Avendo combattutto in prima persona contro Napoleone, aveva bene in mente il potenziale di simili armi contro 100-200mila avversari schierati in linea o in colonne da assalto alla francese.
Fu proprio grazie alle pressioni esercitate dal Duca che un gruppo di ufficiali del genio e dell’artiglieria accettò di presenziare alle prove dell’arma. Ma molte cose andavano a svantaggio di Perkins, nonostante l’illustre sostenitore: Jacob era nato nelle ex-colonie, quindi era guardato dall’alto in basso dagli aristocratici conservatori inglesi che dominavano i vertici militari; inoltre i militari inglesi, più di quelli di tutte le altre nazioni, erano dei conservatori estremisti, tanto che nel decennio successivo arrivarono a rifiutare un ottimo fucile rigato con ottime prestazioni balistiche perché “impiegava proiettili non sferici e i militari hanno sempre usato palle di piombo” (proiettile a espansione Norton, 1834) o perché “il proiettile era formato da due parti e non da una sola, quindi troppo complesso da produrre” (proiettile a espansione con tappo di legno Greener, 1836). Solo nel 1851 abbracciarono con entusiasmo i proiettili non sferici, scegliendo il design del francese Minié (si veda questo articolo per i dettagli sull’evoluzione dei fucili militari dell’epoca).
Le prove vennero svolte presso la manifattura di Perkins, a Regent’s Park.
Inizialmente Perkins sparò le palle con ritmo lento, a imitare il fuoco di un moschetto o di un piccolo pezzo d’artiglieria campale, contro una lastra di ferro spessa 1/4 di pollice (0,635 cm) a 35 yarde di distanza (30 metri). Lo scopo della prima prova era solo di mostrare la forza con cui le palle da moschetto si spiaccicavano contro la lastra.
Le fonti dicono palle “da un’oncia”, come capita spesso, ma in realtà erano un po’ più pesanti: 32-34 grammi e non 28 grammi. Il regolamento inglese prevedeva infatti che le palle dei moschetti da 0,75 fossero fuse in modo da ricavarne 14 da una libbra di piombo (una libbra contiene 16 once), ovvero palle da 0,69-0,71 pollici.
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| Le palle spiaccicate nella prima prova contro la lastra. |
Per massimizzare l’effetto psicologico dello spiaccicamento sugli ufficiali ignoranti (”se si appiattiscono così deve spararle proprio FORTE!”), come mostrato nel disegno sopra, Perkins impiegò palle in piombo morbido. In realtà fin dal Settecento gli inglesi impiegavano, soprattutto nei fucili rigati (in particolare quelli per uso sportivo), proiettili in piombo duro legati col 3% di antimonio (fonte: “Carabine da Bersaglieri”, Regno di Sardegna, 1855). Un piccolo trucco del geniale Perkins. ^___^
La prova proseguì. Per dimostrare che le palle inviate erano abbastanza forti da uccidere un uomo a 30 metri (30-50 metri a quell’epoca era diventata la distanza più importante di tiro per i moschetti, per massimizzare le vittime e il crollo del morale prima della “decisiva” carica alla baionetta), Perkins mise in fila 11 tavole di legno molto resistente spesse 1 pollice (2,54 cm), distanziate di 1 pollice l’una dall’altra. I proiettili le trapassarono tutte senza difficoltà.
Se ipotizziamo che il legno fosse semplice abete (classico legno da prove balistiche per cui abbiamo ottime formule per la penetrazione) e se immaginiamo che le palle fossero ancora in piombo morbido come prima, l’energia necessaria per attraversare ogni tavola sarebbe stata di 170 J circa.
Per delle tavole distanziate così tanto non va sommato tutto il legno e rifatto il calcolo, basta solo moltiplicare l’energia: quindi 11 tavole richiedono almeno 1870 J. Se consideriamo che la palle si sarebbe fermata nel tentativo di sfondare la dodicesima, si può arrivare a ipotizzare 2000 J o poco meno. Con palle da 32 grammi (0,69 pollici) sarebbero 350 metri al secondo a 30 metri, e quindi -calcolando un 22% di perdita di energia cinetica come da prove sperimentali per palle da 0,69- sarebbero stati 2560 J e 400 metri al secondo alla bocca.
Quasi come un moschetto Brown Bess (460-470 metri al secondo alla bocca).
Perkins mise il vapore a tutta forza, per portare al massimo il ritmo e la violenza dei colpi (in pratica aprendo di più la valvola non solo aumenta il ritmo di fuoco, ma anche la forza dei proiettili: nei primi tiri contro la lastra il vapore non stava mostrano tutta la sua violenza!), e falciò una lunga tavola di legno atta a simulare una linea di fanteria. L’arma priva di rinculo mise a segno tutti i colpi: se ci fosse stata davvero una compagnia di fucilieri in quel punto, sarebbero stati tutti massacrati in mezzo minuto.
Come sottolinea l’autore dell’articolo del 1824 “Mr. Perkins Steam Gun”, una simile arma posta al fianco di un reggimento schierato per il fuoco di linea avrebbe massacrato i nemici senza infastidire le proprie truppe.
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| La Sottile Linea Rossa del 93esimo Highlander, Battaglia di Balaclava, 25 ottobre 1854. Trenta anni dopo. Immaginate cosa potrebbe fare lo Steam Gun contro di loro? ^__^ |
Non contento di ciò, Perkins decise di tornare alle piastre di ferro. Prese di nuovo la piastra da 1/4 di pollice, quella su cui aveva fatto spiaccicare a uno a uno i proiettili morbidi e con una raffica a piena forza da 500 colpi al minuto la ridusse a un groviera. Più di 6 mm di ferro falciati come se fossero di legno.
Se, per ridurre al minimo le “doti dell’arma”, ipotizziamo che Perkins in questo esperimento abbia impiegato una lastra di ferro battuto (wrought iron con scorie, equivalente all’ottocentesco ferro svedese, peggiore del ferro ARMCO puro attuale) e non di acciaio dolce (mild steel AISI 1010-1020), cosa plausibile visto che fino al 1855 non sarà possibile produrre acciaio dolce a bassissimo costo, e che i proiettili fossero in piombo duro e non in piombo morbido…
…allora l’energia necessaria per trapassare la lastra sarebbe stata di 2840-3400 J (resistenza del ferro con scorie rispetto al mild steel pari al 50-60%, come da dati di Alan Williams), ovvero una velocità a 30 metri di 422-461 metri al secondo (477-521 metri al secondo alla bocca).
È realistica una velocità alla bocca così elevata? Sì.
Benjamin Robins, il padre del pendolo balistico, registrò nel 1742 una velocità di 509 metri al secondo per una palla di moschetto sparata con una dose di polvere pari a metà del peso della palla. E anche Benton, nell’Ottocento, registrò 579 metri al secondo da un fucile rigato per uso sportivo caricato con polvere pari al 46% del peso della palla.
Quindi velocità molto alte, ma non straordinarie in sé.
Come ci fa notare l’autore dell’articolo “Mr. Perkins Steam Gun”, quest’arma oltre a un volume di fuoco micidiale, senza precedenti (Perkins disse che poteva portare la pressione della caldaia fino a 2.000 psi e le raffiche da 250-500 a 1000 colpi al minuto senza problemi, se l’arma fosse stata richiesta), ha anche altri vantaggi: è economica.
Se si suppone che una sola canna scarichi 250 palle al minuto questo equivarrebbe a 15.000 palle da un’oncia all’ora che per 16 ore (un’intera giornata di scontro, tanto l’arma non soffre di surriscaldamento della canna) sarebbero 15.000 libbre di piombo (un po’ di più, come visto, ma seguiamo i dati esatti dell’articolo). La sola spesa in polvere da sparo, facendo lo stesso con dei moschetti, sarebbe di 35 Sterline ogni 1.000 proiettili, pari a 525 Sterline in 16 ore (il salario giornaliero di 3.500 operai!). La mitragliatrice a vapore può sostenere quel volume di fuoco con una buona scorta d’acqua e solo 3 o 4 Sterline di carbone Morte di massa a basso costo.
La richiesta di carbone, poco costoso ma ingombrante, unita al forte consumo di acqua e alla mole del generatore di vapore, la rendeva un’arma ingombrante, paragonabile come traino di cavalli a un pezzo d’artiglieria d’assedio da 24 libbre, probabilmente. Non proprio l’oggetto più comodo del mondo da portarsi appresso.
Ma i vantaggi erano innegabili. Come arma da postazione, montata in un forte o simili (in una ridotta a difesa dell’artiglieria d’assedio) dove la grossa caldaia e il consumo di acqua diventavano irrilevanti, poteva fornire un volume di fuoco straordinario. Un’arma difensiva, più che offensiva.
Gli ufficiali tecnici non criticarono la precisione e la gittata (alte, seppur nel limite delle palle sferiche, come già discusso in questo articolo), né la letalità o il volume di fuoco, né l’affidabilità (l’arma era molto semplice e non soffrì di alcun inceppamento, a differenza delle mitragliatrici di 40 anni dopo), ma pur di rifiutarla per partito preso si inventarono che il vapore così potente avrebbe potuto in teoria deformare la sfericità del proiettile. D’altronde si erano presentati alle prove solo per far felice Wellington.
Cioè… LOL! Come se la spinta della polvere da sparo non fosse identica! E inoltre la questione fu della deformazione teorica in sé, ignorando il fatto che in realtà l’arma era (per l’epoca) precisa e dotata di un’ottima gittata (200-300 yarde di tiro letale, come i fucili rigati Baker). Comunque, inventata la scusa per rifiutare l’arma, si sentirono felici e contenti. Il Duca di Wellington, ricevendo di nuovo la conferma che i suoi colleghi ufficiali erano degli imbecilli come dieci anni prima, lo fu molto meno.
Una perla di saggezza inglese ▼
Un’arma tanto pericolosa e letale o la usavano i britannici o nessun altro. E, dato il design avveniristico e l’altissima tecnologia frutto del genio di Perkins, solo lui poteva progettarla. Ricordiamo che mancavano ancora 12 anni all’invenzione del fucile ad ago di Dreyse e 42 anni alla diffusione in massa delle armi a retrocarica a colpo singolo negli eserciti! L’invenzione di Perkins era davvero qualcosa frutto di un genio inimitabile dai contemporanei (e infatti solo nel 1861 l’inventore sudista Winans proporrà una mitragliatrice a vapore che, a quanto pare, era peggiore di quella di Perkins).
Qualcuno dirà “Ma se l’arma era tanto buona, innovativa, ecc… perché nessun altro governo in quegli anni ci ha pensato?”.
In realtà fu proprio il contrario: mezza Europa si interessò all’arma di Perkins. I francesi richiesero una dimostrazione della nuova arma e Perkins, a Greenwich, ne portò una versione modificata secondo le specifiche francesi e in grado di sparare 60 palle da 4 libbre (1,8 kg!) al minuto. In pratica un cannoncino automatico. Il principe Polignac ne fu molto soddisfatto e chiese anche di vedere la versione “mitragliatrice” che sparava raffiche di palle da moschetto. Anche qui il principe gongolò come un bimbo in un negozio di giocattoli. Ma quando si trattò di parlare di soldi, i francesi non furono interessati: erano lì per “vedere”, mica per comprare! Chi ce li ha i soldi da buttare? Sigh. In ogni caso è probabile che Perkins, senza il parere positivo del governo, non l’avrebbe venduta lo stesso.
L’Autocrate di Russia, lo Zar Alessandro I, ne volle comprare sull’unghia una batteria (parecchi esemplari, insomma) per quanto era rimasto affascinato da quell’arma, ma qualsiasi offerta venne rifiutata da Perkins: la Russia non era un’amica dell’Inghilterra e quindi non doveva mettere le mani su un’arma tanto pericolosa.
Perfino i Greci, nella loro lotta contro i Turchi, arrivarono a chiederne un paio! La notizia dell’arma non era certo passata inosservata. Ma i militari Britannici, appunto, erano famosi per l’acume delle loro menti…
Estratto di un articolo d’epoca, dal The London Mechanics’ Register, 6 novembre 1824.
E già, pensa come sarebbero veloci e indolori le guerre se tutti disponessero di armi estremamente letali come queste “mitragliatrici” o peggio, tipo gas tossici o bombardieri! Positivismo portami via: mi fischiano nelle orecchie qualcosa come due conflitti mondiali… ^__^
Fonti principali:
― “Gas, Air & Spring Guns of the World” di W.H.B. Smith, 1957. Contiene un’inesattezza nel riferirsi a proiettili più duri “in ferro”: è una cosa insensata, priva di prove sui documenti d’epoca e balisticamente non credibile (il vantaggio del +25% di penetrazione è superato dalla perdita del 31% di peso). La cosa più probabile è che abbia pensato “ferro” quando ha letto di proiettili più “duri” perché non era (e non è) di conoscenza comune il fatto che il piombo indurito con l’antimonio venisse fabbricato ben prima del 1880.
― L’articolo “Mr. Perkins Steam Gun” tratto da “Mechanics’ Magazine” vol. 5, pagina 147, del 1826.
― L’articolo “Mr. Perkins’s Extraordinary Steam Gun” tratto da “The London Mechanics’ Register” del 6 novembre 1824.
― Un breve accenno tratto da “Armi da Fuoco” di E.S. Ellacott. Contiene varie inesattezze, nonostante la scarsa mole (25 righe appena), inclusa l’inverosimile dichiarazione che la lastra di ferro fosse spessa 1,25 cm (mezzo pollice invece di un quarto). Quest’ultima forse dipende dalla dozzinale traduzione italiana.
Fare le faccende di casa con un elmetto chiodato
Scritto da Il Duca Carraronan il 26 mag 2009 | Categorie: Armature, Filmati vari, For The Lulz, Oplologia, Pornografia
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I primi fucili a retrocarica: Ferguson (1776), Hall (1819) e Kammerlader (1842)
Scritto da Il Duca Carraronan il 12 apr 2009 | Categorie: Armi da Fuoco, Oplologia
Quando si pensa alla retrocarica si pensa solitamente ad armi che impiegano munizioni moderne, ovvero cartucce in carta o metallo contenenti innesco, polvere da sparo (oppure polvere infume) e proiettile.
A chi possiede anche solo un’infarinatura basilare di storia armiera viene subito in mente il fucile ad ago tedesco di metà Ottocento, il Dreyse, con la sua grande rapidità di caricamento. E molti ricorderanno la disastrosa sconfitta di Garibaldi alla battaglia di Mentana del 1867, quando i suoi soldati armati di fucili ad avancarica (e non erano nemmeno i migliori esistenti) vennero fatti a pezzi e costretti alla resa dai francesi armati coi nuovi fucili a retrocarica Chassepot, armi ad ago di una generazione successiva al Dreyse.
Ma vi era retrocarica ben prima delle cartucce e dei fucili ad ago.
Fin dal Cinquecento si era cercato di ottenere buona precisione e rapidità di caricamento (necessaria all’ambito militare) sfruttando il binomio rigatura-retrocarica. Le armi tendevano ad avere camere di sparo sigillate male a causa della scarsa precisione delle componenti, della dilatazione del metallo e dell’impossibilità di sigillare il tutto con la gomma (il Chassepot sarà il primo fucile a usarla). Per oltre due secoli la retrocarica per uso militare si rivelò un fallimento. Le armi per il tiro di precisione anche nell’ambito caccia (i fucili tedeschi e la loro copia americana, i Kentucky) rimasero ad avancarica: troppo lente da caricare per essere utili ai militari e al tiro in massa della fanteria.
Ma l’arrivo del fucile Ferguson segnò un importante passo verso l’accettazione da parte dei militari della retrocarica e delle armi rigate.
Ferguson
Il fucile Ferguson è un’arma particolare, opera del genio di Patrick Ferguson, un ufficiale scozzese. La famiglia di Patrick era collegata all’Illuminismo e la casa era frequentata da scienziati, storici e filosofi tra cui perfino David Hume, che consigliò al quindicenne Patrick di leggere il romanzo Clarissa di Samuel Richardson.
Patrick era descritto come un uomo attraente, magro, intelligente, istruito, arguto, di buon carattere e galante. Scrisse vari articoli dal tono satirico, sotto differenti pseudonimi. Venne soprannominato “il bulldog” per il suo tenace coraggio. Fu uno degli eroi “romantici” dei Lealisti nella Guerra d’Indipendenza, attorno a cui ruotarono aneddoti e leggende.
Patrick entrò nell’esercito a 15 anni, come era normale all’epoca (il padre gli aveva comprato l’accesso a 12 anni, ma venne considerato troppo gracile per servire subito e proseguì gli studi in patria), e servì nei Royal Scots Greys (un reggimento di Dragoni) durante la Guerra dei Sette Anni. Dovette ritornare in Inghilterra a causa della tubercolosi, che gli colpì il ginocchio. Nel 1768 venne trasferito al 70° Fanteria.
Nel 1774 partecipò agli addestramenti per la formazione di compagnie permanenti di fanteria leggera e lì, per la sua particolare predisposizione e capacità, venne notato dal generale Howe.
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| Patrick Ferguson in uniforme da capitano della compagnia leggera del 70° Fanteria, miniatura opera di artista sconosciuto, circa 1774-1777 |
Ferguson progettò la sua arma nel 1775, a 31 anni, partendo dal design di Chaumette. Invece di avere la camera di sparo separata dalla canna (la tipica soluzione adottata per la retrocarica), creando così problemi di fughe di gas e perdita di forza del colpo, Ferguson costruì un sistema a vite che con un rapido giro permetteva di accedere alla camera di sparo da dietro. La grossa e spessa vite, richiusa, assicurava la tenuta dei gas.
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Con questo sistema il caricamento dell’arma rigata diventava molto veloce: un rapido giro del vitone (la leva da usare per girarla comprendeva il ponte del grilletto), poi si inseriva la palla senza pezzuola, si versava la polvere in grani stando attenti a farla finire nella camera e non tutta sul vitone (bastava inclinare la canna verso il basso, tanto la palla non poteva scivolare fuori dalla canna), poi si richiudeva il vitone e si metteva il polverino fine nello scodellino (o parte della carica di lancio prima di versare il resto).
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Ottenne il brevetto per l’arma nel dicembre del 1776. Nell’estate di quell’anno aveva condotto una serie di prove presso gli arsenali di Blackheath e Woolwich che avevano sbalordito gli ufficiali presenti tanto che venne inviato a mostrare le performance della sua arma al Re, presso il Castello di Windsor.
Ferguson sparò sei colpi al minuto da posizione fissa a un bersaglio distante 200 iarde (180 metri) e ben quattro colpi al minuto avanzando al passo di quattro miglia all’ora.
Come termine di riferimento basti ricordare che con le armi rigate ad avancarica, senza pezzuola, meno di un colpo al minuto è la norma (primi fucili rigati da caccia del ‘500) e usando la pezzuola ingrassata (Baker, Kentucky) due colpi al minuto sono un buon risultato. E ricaricare camminando (o stando sdraiati o in ginocchio dietro un riparo) con armi ad avancarica è impossibile.
In più lo sporco che si forma nella canna a causa degli spari non influenza il caricamento dei colpi successivi: la palla venendo inserita dal retro non viene influenzata dalla sporcizia della canna (perlomeno fino a quando le rigature non si otturano tanto da smettere di imprimere il moto rotatorio).
Mostrò anche l’affidabilità dell’arma col tempo cattivo sparando dopo aver bagnato l’interno della canna (beh, dato che lì la polvere non passa più non ci vuole molto a capire che è irrilevante).
Nel corso dei test solo tre colpi della massa sparata finirono fuori bersaglio. Questo non dimostra tanto le qualità dell’arma, che anche se buona non può competere coi fucili di 70 anni dopo sparanti proiettili cilindro-conici, quanto le eccellenti doti di tiratore dello stesso Ferguson. L’arma in sé non poteva essere chissà quale “capolavoro di precisione” proprio per una questione di aerodinamica della palla sferica che si ribalta su se stessa sbandando in modo non predicibile, come spiegato in passato.
L’arma era precisa quanto i fucili Baker successivi o i concorrenti dell’epoca, i Kentucky/Pennsylvania usati da cacciatori americani. Potendo approfittare della traiettoria piuttosto stabile (perlomeno entro le 200 iarde) era dotato di tacca di mira a foglia, a differenza dei moschetti ad anima liscia (con la palla sottodimensionata sarebbe inutile). L’esercito dei ribelli utilizzava perlopiù moschetti ad anima liscia (e non fucili rigati), i Charleville, di prestazioni equivalenti al Brown Bess inglese, inviati assieme agli ufficiali veterani dalla Francia monarchica per supportare la causa indipendentista.
Venne prodotto un numero limitato di fucili Ferguson, duecento circa (e forse un migliaio in totale considerando anche il mercato sportivo), per armare un’unità “sperimentale” di fanteria leggera guidata dallo stesso Ferguson, il Ferguson’s Rifle Corps. La fanteria leggera inglese di norma usava moschetti lisci, proprio come la fanteria pesante, e aveva compiti esplorativi e di schermaglia, non di tiro di precisione. L’arma di Ferguson diede l’avvio a qualcosa che poi si concretizzerà sul serio solo a partire dalle Guerra Napoleoniche, con la nascita delle Giubbe Verdi: fanteria leggera con compiti esplorativi, alta capacità di manovra e addestramento al tiro di precisione (e i Bersaglieri del Regno di Sardegna pochi decenni dopo).
C’erano tre tipi diversi di fucile Ferguson: quello per il soldato (più lungo), quello per gli ufficiali (più corto e leggero) e quello sportivo. La lunghezza andava dai 48 ai 60 pollici. Le canne erano arrotondate oppure ottagonali, con 6-8 rigature e un passo che permetteva perlomeno tre-quarti di rotazione. Il calibro variava dai 5/8 ai 3/4 di pollice (con 3/4 di pollice poteva usare cariche e palle dei moschetti Brown Bess della fanteria, semplificando la logistica).
Ma il nuovo fucile non era privo di difetti: la vite tendeva a sporcarsi molto per cui dopo pochi colpi (3-4) diventava sempre più difficile ricaricare e in più il legno troppo sottile rispetto al vitone tendeva a spaccarsi (tutti i Ferguson sopravvissuti hanno un ferro di rinforzo inchiodato per tenere assieme legno e canna).
Questo però non dipendeva dall’arma ideata da Ferguson di per sé, ma dalla cattiva qualità della produzione che non rispettava gli standard di precisione richiesti per poter fare la cresta sulla commissione militare (nonostante fossero fabbricanti “stimatissimi” come Durs Egg, Barbar di Newark, Barker di Birmingham, Innes di Edinburgh, Newton e Wilson).
Le repliche moderne del fucile costruite seguendo i modelli sopravvissuti hanno dimostrato tutte le debolezze storicamente accertate, ma quelle costruite seguendo alla lettera le indicazioni scritte da Ferguson sono risultate molto migliori: più di sessanta colpi sparati prima di dover pulire vitone e canna, proprio come dichiarava Patrick!
In sintesi: Ferguson progettò un gioiello di arma e in America si ritrovò con degli aborti.
La Morte di Patrick Ferguson…
Il Maggiore Patrick Ferguson venne ucciso nella battaglia di King’s Mountain il 7 ottobre del 1780. Aveva 36 anni.
I Lealisti guidati da Ferguson stavano finendo le munizioni e iniziarono a cedere. Sembrava la fine, ma settanta Volontari riuscirono a passare da un lato della montagna all’altro, scacciando i Ribelli per un po’ con delle cariche alla baionetta. Patrick era nel mezzo dell’azione, come suo solito, con la spada in mano incitando i suoi uomini nel punto più debole dello schieramento e dando ordini con il suo celebre fischietto d’argento. Due cavalli vennero uccisi sotto di lui quel giorno e il terzo, l’ultimo, era grigio, come a chiudere il cerchio della sua vita militare, iniziata sui cavalli grigi degli Scots Greys.
Sapendo che i Ribelli non avrebbero dato quartiere, incitati al massacro indiscriminato di uomini e donne “lealisti” dal sermone di Doak, Patrick giurò che egli “never would yield to such a damn’d banditti“.
Con altri due ufficiali a cavallo della milizia, il colonnello Vezey Husbands e il maggiore Daniel Plummer, guidò un ultimo tentativo disperato di spezzare la linea nemica e, spada sguainata, si lanciò in avanti, nel mezzo di una scarica di moschetti.
Husbands venne ammazzato e Plummer gravemente ferito. Patrick era un bersaglio facile da riconoscere, con la spada nella mano sinistra e il braccio destro appeso al collo (ne aveva perso l’uso a causa di una palla di moschetto che gli aveva distrutto il gomito nella battaglia del Brandywine del 1777: imparò in pochi mesi a scrivere e sparare con la sinistra, senza perdere il suo umorismo – testimoniato dalle lettere inviate a casa – nonostante la menomazione fisica e la morte del padre).Sugli esatti dettagli della sua morte le fonti sono discordanti. Secondo una (riportata anche nel libro del 2003 “Patrick Ferguson”, di Gilchrist) venne ucciso da una dozzina di proiettili che lo strapparono dalla sella, lasciandolo però impigliato in una staffa e il cavallo, terrorizzato, lo trascinò moribondo in mezzo ai Ribelli dove morì pochi minuti dopo.
Secondo un’altra versione Patrick venne colpito e trascinato in mezzo ai Ribelli e lì gli venne intimata la resa (perché era un ufficiale, e valeva un riscatto se preso vivo), ma lui, da Vero Scozzese, da Vero Uomo e da Vero Lealista preferì la morte al disonore: prese la pistola e uccise il criminale indipendentista. A quel punto venne crivellato di colpi, abbattuto come una bestia feroce. Morì come il Bulldog che era sempre stato. Forse è solo una leggenda. Forse no.
I Lealisti, perso il loro leader, si arresero.Tutti concordano però sul fatto che i Ribelli, esaltati per la vittoria, urinarono e infierirono sul cadavere di Patrick prima di permettere agli ufficiali lealisti di seppellirlo. William Campbell, il comandante dei Ribelli, cercò di fermare (”Don’t kill any more! It’s murder!“) la follia dei suoi uomini che avevano iniziato a torturare e uccidere i prigionieri indifesi, uomini e donne.
Erano morti più di 200 lealisti e altri 163, troppo feriti per poter camminare, vennero abbandonati in pasto agli animali selvatici. Fortunatamente alcuni vennero soccorsi prima di finire nello stomaco dei lupi grazie all’intervento della popolazione (lealista). I prigionieri, come testimoniano i sopravvissuti e gli ufficiali Ribelli, vennero maltrattati e pungolati con le spade durante il tragitto fino al campo nemico.
E così finì la storia del Ferguson’s Rifle Corps che ormai privo di ufficiali venne sciolto.
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La lapide dell’eroico Patrick Ferguson, nel Kings Mountain National Military Park.
Sempre sia maledetta la nazione yankee e quello che ha fatto al mondo.…e una curiosità.
Nel 1777, poco prima della battaglia presso il fiume Brandywine, Patrick ebbe l’occasione per uccidere un importante ufficiale dei Ribelli, accompagnato da un altro ufficiale in divisa da ussaro. Decise di non sparare perché quello gli stava dando le spalle e non lo aveva visto, per cui non rappresentava un pericolo immediato da eliminare. Proprio in quei giorni, in quel luogo, si trovava George Washington e le fonti storiche ritengono che fosse proprio lui l’ufficiale nel mirino di Patrick: se fosse stato un po’ meno gentiluomo e un po’ meno rispettoso della vita altrui probabilmente la Guerra d’Indipendeza sarebbe andata in modo differente.
Hall M1819
Il fucile Hall M1819 venne brevettato dal capitano John h. Hall il giorno 11 maggio 1811 e, come dice pure il nome, adottato dall’esercito degli Stati Uniti nel 1819. Venne impiegato durante le guerre contro gli indiani e i messicani. Ne vennero prodotti meno di 20mila esemplari (tutti ad Harpers Ferry), perché l’arma per quanto “valida” non era ancora perfettamente in grado di sostituire i più semplici, comodi e affidabili moschetti ad avancarica: tendeva a sporcarsi molto, producendo così malfunzionamenti, perché la tenuta dei gas era ancora piuttosto cattiva.
L’arma aveva una camera di sparo separata dalla canna, che si alzava esponendo l’ingresso per il caricamento. L’idea non era nuova, anzi, come dimostra la carabina Crespi austriaca del 1770, che venne ritirata dal servizio a causa della pessima tenuta dei gas. Il fucile Hall aveva un calibro di 0,69 pollici.
Tiro utile “preciso” e ritmo di fuoco probabilmente erano identici a quelli del Ferguson: 200 iarde e sei colpi mirati al minuto. Per il caricamento, essendo identico nelle due armi (a parte l’eventuale presenza di un acciarino a pietra invece che a percussione), rimando alla parte successiva sul Kammerlader norvegese.
Il meccanismo di sparo, che contiene anche i primi centimetri di canna, può essere facilmente estratto e usato come rozza pistola. Pare fosse usato per la difesa personale dai soldati quando andavano in libera uscita.
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L’importanza del fucile l’Hall M1819 sta nel suo aver servito per parecchi anni nell’esercito (1819-1842, inclusa le versioni a percussione invece che a pietra), divenendo così la prima arma a retrocarica impiegata dalle forze armate statunitensi.
Kammerlader norvegese
Il kammerlader, letteralmente “caricato dalla camera” (retrocarica), è un fucile utilizzato dalle forze armate norvegesi tra 1842 e 1870. Il primo modello fu il M1842, sperimentale e prodotto in numero limitatissimo, ma ne seguirono altri 80, alcuni per i militari (marina ed esercito) e altri per il mercato civile. Ma alla fine in totale ne vennero prodotti solo 40mila.
I modelli più facili da riconoscere per le differenti lunghezze sono quelli M1860 e M1860/67 a tre fascette (lunghi) e due fascette (corti, per la cavalleria). Il modello più comune è quello lungo da fanteria M1849/55 (circa 10mila esemplari).
Il sistema di mira variava da quello a due foglie (come in tanti fucili della Guerra Civile americana) per le armi della fanteria di linea, fino agli alzi graduati a distanze maggiori (un chilometro?) per esploratori e “tiratori scelti”.
Nel 1860 il calibro passò da 17,5 mm a 11,77 mm (4 “linee” norvegesi). Nelle ultime versioni del 1867 modificate per utilizzare proiettili con il bossolo (M1860/67) tramite il sistema di conversione di Jacob Lund (Jens Landmark per la marina militare), il calibro cambiò di nuovo passando al 12,17×44 mm “rimfire” (percussione anulare).
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| Kammerlader. Cliccare per ingrandire. |
Il calibro iniziale era un po’ abbondante, considerando che già negli anni ‘50 molti dei calibri militari erano tra i 13,7 (0,54 austriaco) e i 14,5 mm (0,577 inglese). Ma, rispetto al precedente 20 mm dei moschetti nordici, è una riduzione apprezzabile (i calibri mostruosi dovevano avere un certo fascino sulla gente del nord, forse pensavano di dover affrontare la cavalleria su orsi? ^__^)
Il kammerlader ha una canna rigata di tipo Krupp (col passaggio al 4 linee la canna divenne una Withworth esagonale elicoidale) e una camera che si apre, come nel fucile Hall, esponendo l’ingresso verso l’alto. In questo caso l’apertura avviene ruotando una leva apposita che arretra la camera, staccandola dalla canna in cui è inserita l’apertura (la tenuta dei gas in questo modo è più che buona), e la solleva. La canna ha un calibro “reale” di 17,84 mm, mentre la camera arriva a 18,71 mm nel punto più largo (ovvero non alla strozzatura finale, quella è delle dimensioni della canna).
I solchi della canna erano molto profondi perché l’arma doveva, cosa normale per l’epoca, poter raccogliere la feccia degli spari senza otturarsi troppo rapidamente (se no i proiettili poi saltavano la rigatura e perdevano stabilità in volo).
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| Camera aperta. Foto per gentile concessione di Øyvind Flatnes. |
Nei primi modelli si usavano palle sferiche, custodite dentro le classiche cartucce di carta contenenti la polvere da sparo. Pesavano 2,4 “lod” pari a 37,34 grammi (574 grani). In piombo puro sarebbero sfere di 18,3 m: passando nella stretta canna rimanevano incisi solchi profondi nel piombo tenero.
Dal 1849 si passò a impiegare proiettili cilindro-conici, molto migliori come prestazioni nelle canne rigate. I primi erano proiettili molto pesanti (54,5 grammi, pari a 838 grani) con un singolo solco alla base per legare la cartuccia con il filo.
Nel 1855 si passò a proiettili più leggeri, modellati su quelli di Tamisier con due solchi per la stabilità in volo (come già spiegato in questo articolo), del peso di 40,4 grammi (623,5 grani).
A quanto risulta dalla ricostruzione dell’esperto norvegese Øyvind Flatnes (dal cui sito provengono queste immagini e molti dei dettagli citati), i proiettili erano a base piatta e non a espansione1.
La dose di polvere da sparo per i proiettili del 1855 era di 96 grani, pari al 15,39% del peso del proiettile (contro il 12,5% dei moschetti americani, che usavano 60 grani per spingere proiettili minié da 480 grani).
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| Cartucce: 1855, 1849 e palla sferica. |
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| Proiettile modello 1849 (replica) e 1855 (originale) |
Caricamento.
1. Si arma il cane, montato sotto l’arma (invece che sopra).
2. La leva va ruotata verso di sé, in modo che la camera di sparo arretri dalla canna e ruoti esponendo l’apertura verso l’alto.
3. Si inserisce la capsula sul luminello, posto sotto la camera mobile.
4. Quattro.
5. Si apre il fondo della cartuccia coi denti e si versa la polvere nella camera di sparo.
6. Si inserisce ora il proiettile, assieme alla carta della cartuccia che è legata col filo.
7. Si ruota di nuovo la leva, in avanti, riportandola alla posizione di partenza e serrando bene la camera con l’ingresso della canna (la tenuta dei gas risultante è infatti buona).
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| Caricamento con cartuccia (1849 o 1855, dalle dimensioni…), in cinque foto. Cliccare per ingrandire. |
Alle prove svolte in Belgio nel 1861 si classificò tra gli otto fucili più precisi d’Europa. A blocchi di 100 iarde in 100 iarde arrivò a competere fino alla distanza massima di 1100 iarde (1005 metri). Si trattava naturalmente del M1860, col calibro più moderno da 11,77 mm. Se gli attribuiamo le stesse doti balistiche dei fucili da 11 mm degli anni successivi (Martini-Henry, Gras 1874, Mauser 1871, Vetterli 1870) avrà avuto un tiro preciso fino a 500 metri circa e quindi un discreta precisione residua fino, appunto, a un chilometro.
I fucili del 1855, con il proiettile Tamisier da 623,5 grani e 96 grani di carica, considerando che la quantità di energia cinetica alla bocca è proporzionale alla quantità di polvere da sparo e considerando che con 60 grani di polvere nera un palla minié da 480 grani viaggia a circa 335 m/s (energia: 1740 J), dovevano avere una velocità alla bocca attorno ai 360-370 m/s (energia: 2600-2700 J).
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Revolver cap-and-ball
1: Wikipedia li indica come minié, ma (anche senza tirare in ballo i proiettili d’epoca sopravvissuti) design e tipologia di arma impiegata fanno pensare che non possano essere a espansione perché sarebbe del tutto inutile, aggiungendo solo complessità alla fabbricazione senza alcun vantaggio pratico. Wikipedia, come succede regolarmente con articoli tecnici di questo tipo, se si vanno a vedere le cose nel “dettaglio” tende a riportare inesattezze o, più spesso, cazzate belle e buone. ^__^




















