Fucili Elettrici del Lungo XIX Secolo

Scritto da il 16 mag 2011 | Categorie: Armi da Fuoco, Oplologia, Steampunk, Storia

Oggi un piccolo articolo dedicato alle prime armi da fuoco con accensione elettrica. Penso che possa essere una curiosità carina per gli appassionati di armi e uno spunto Steampunk per chi cerca invenzioni bizzarre che non si sono affermate, un po’ come la mitragliatrice a vapore di Perkins. La differenza sostanziale con la mitragliatrice a vapore è che quell’arma offriva un notevole vantaggio, pur con dei grossi limiti che la rendevano un’arma da sola fortificazione (e quindi facile bersaglio per l’artiglieria), mentre i fucili elettrici… beh, a essere gentili si può dire che aggiungono solo complicazioni senza alcun beneficio.
Non c’è da stupirsi che siano morti nell’istante in cui sono nati.

Tutto cominciò quando Volta presentò la sua pila all’Institut de France a Parigi, il 7 novembre 1801, di fronte a Napoleone Bonaparte. La febbre elettrica era scoppiata e cominciarono i primi tentativi di realizzare armi elettriche. Già dieci anni dopo apparve il primo fucile elettrico. Ancora non avevano inventato la capsula a percussione e qualcuno cercava di sostituire le scintille delle pietre focaie, che da un secolo e mezzo fornivano l’accensione dei moschetti, con le scintille dell’elettricità. Non si sa niente di quel primo tentativo, ma evidentemente non fregò molto a nessuno o, più probabilmente, funzionò male.

Volta mostra a Napoleone il nuovo “apparato elettromotore” o pila voltaica, capostipite di una lunga serie di pile e accumulatori che popoleranno l’Ottocento: pila a secco Zamboni (1810); pila a tazze Wollaston (1816); pila Daniell (1836); pila Grove (1838); pila Bunsen (1840); accumulatore Planté (1859); pila a secco Gassner (1886); pila Weston (1893).
 

Un altro tentativo (fonte William Reid) lo fece Thomas Beningfield nel 1854, presentando il suo fucile ad accensione elettrica al British Ordnance Select Committee, la commissione che si occupava di scegliere gli armamenti inglesi. Non ci è giunta alcuna documentazione né descrizione accurata perché l’inventore decise di non brevettarlo e, possiamo intuirlo da soli, questo significa che fu un fallimento tale da non renderlo buono nemmeno per il mercato civile, spesso di bocca molto più buona e molto più disponibile alle innovazioni di quello militare. Non sappiamo nemmeno se impiegasse una cartuccia, come i fucili elettrici che vedremo tra poco, o se fosse ad avancarica.

Più interessante fu il fucile di brevettato negli anni 1850-1860 a Praga (Greener dice “circa 40 anni fa” nell’edizione del 1897) da un barone francese. In questo caso l’arma è ad avancarica e accende la polvere con una scintilla, come avviene con le candele nei motori a scoppio. Erroneamente William Reid nel suo libro attribuisce l’idea a due inventori, “Le Baron e Delmas” (sic), e dice che l’arma utilizza un bossolo metallico (falso). I due inventori sono probabilmente un sola persona, ovvero “Le Baron Delmas”, il barone francese di cui parla Greener (a quanto risulta qui esisteva il barone Louis Delmas al tempo di Napoleone: questo sarà un figlio o un nipote, immagino).

Il fucile del barone Delmas. Cliccare per ingrandire.

La batteria A è alloggiata nel calcio. Per accedere bisogna estrarre il tappo B e rimuovere la piastra C sul fondo del calcio. Un rocchetto a induzione D (un trasformatore per produrre impulsi ad alta tensione partendo da una sorgente di corrente continua a bassa tensione) è collegato alla batteria A. Dato che i solenoidi vibrano molto durante l’uso, un piccolo magnete F è collocato all’interno del rocchetto per ridurre le vibrazioni. Quando si preme il grilletto K questo fa ruotare in parte la noce Jche estrae la bacchetta H dalla guida L e la poggia nel punto d’arresto O. Il circuito OPR è completo: R genera una scintilla che incendia la polvere di primino che a sua volta incendia la carica principale e spara il proiettile.

Come la candela di un’automobile.
Possiamo immaginare che il caricamento avvenisse in tre fasi: versare nella canna la polvere di primino (polvere finissima, FFFFg, molto sensibile alle scintille); versare la carica principale di polvere (FFg per un fucile, in modo da rendere la combustione progressiva lungo tutta la canna); far scivolare all’interno la pallottola a espansione Minié o equivalenti (Lorenz a compressione o Peeter con anello, vedere qui).
La sicura N copre il grilletto a bottone K e va ruotata (come nel disegno) per poter sparare. Dopo lo sparo la molla M spinge il grilletto K verso il basso, interrompendo la produzione di scintille di R.

Vantaggi? Nessuno.
La maggiore quantità di componenti costosi non offre alcun vantaggio. La durata della batteria impiegata non è nota. L’accensione elettrica non offre nulla di più di quanto si può ottenere con le capsule di fulminato di mercurio, all’epoca lo standard per le armi militari. In più le capsule di fulminato non richiedono l’impiego del polverino per cui si può ottenere un’ottima affidabilità dell’arma usando solo la polvere di grana maggiore posta nella cartuccia assieme al proiettile.
Questo tipo di arma avrebbe avuto un minimo senso per l’ambito sportivo 50 anni prima: la scintilla elettrica non soffrendo dell’umidità ambientale quanto la pietra focaia e non causando altrettanto rumore avrebbe risolto il problema di Forsyth, il sacerdote con la passione per la caccia alle anatre che inventò i primi sistemi a percussione “con la boccetta” (se non ve li ricordate andate qui). Dopo la scoperta del fulminato di mercurio e la sua applicazione nelle capsule, l’accensione elettrica per armi ad avancarica non aveva più alcuna utilità.

Un ulteriore passo avanti venne fatto da Henri Pieper di Liegi nel 1883 che impiegò un fucile a retrocarica con bossolo metallico. Dai disegni si direbbe una doppietta o un monocolpo basculante, ovvero con canna (o canne) incernierata alla culatta (la bascula) poco prima del fondo e che si aprono ruotando (ovvero basculando) verso il basso.


Fucile elettrico di Pieper: due versioni operanti con lo stesso principio.
Clicca sul secondo per ingrandire.

Le cartucce del fucile elettrico hanno il bossolo in metallo. Alla base del bossolo, all’interno, c’è un batuffolo B da cui si estende un chiodo. Sulla parete del bossolo c’è un altro chiodo, A. Tra i due chiodi passa un filo C. Quando si preme il grilletto la corrente passa tra i chiodi, il filo sprizza scintille e si accende la carica di polvere da sparo.
I due chiodi si possono paragonare all’elettrodo centrale e all’elettrodo di massa di una candela d’automobile.

Bossolo per il fucile elettrico Pieper.

La batteria impiegata era di tipo tascabile, in modo da facilitare la sostituzione e da permettere di portare l’arma carica senza rischio di sparo accidentale: rimuovendo la placca nel calcio ed estraendo la batteria, l’arma diventa incapace di sparare. Si potrebbe costruire una versione dell’arma con un accumulatore di maggiore dimensioni dentro la canna, come avveniva nel fucile del barone Delmas, ma si perderebbe il vantaggio (scarso) di poter inserire e togliere con gran facilità la batteria. Pare che la batteria avesse una durata di due settimane (uh?) o mille colpi (non sarà tanto?).

Come potete facilmente intuire questo sistema di accensione aggiunge complicazioni all’arma senza apportare alcun vantaggio rispetto ai bossoli a percussione centrale o a percussione anulare, più semplici da produrre, più economici e più affidabili. In più le scintille non sarebbero sufficienti per accendere la polvere infume arrivata pochi anni dopo (dal 1886): la fiammata dell’esplosivo detonante posto nell’innesco dei bossoli moderni è fondamentale.

La passione elettrica di Pieper non si spense con il flop del fucile. Nel 1900 progettava macchine elettriche, all’epoca il principale tipo di automobile a fianco dei modelli con motore a vapore (in particolare Stanley). Solo con la scoperta dei giacimenti in Texas (che abbattè il costo del petrolio) e con l’invenzione del motorino d’accensione (che rese meno pericoloso il veicolo), il motore a scoppio riuscì a battere la concorrenza e a plasmare una nuova civiltà americana basata sull’automobile.
 

Qualche spunto elettrico per lo Steampunk
Come abbiamo visto in passato con Cruto, il geniale inventore italiano della lampadina a filamento di carbonio, l’elettricità è un elemento tipico dell’alta tecnologia dell’Ottocento. E anche della fantascienza: in pratica “elettrico” e “magico” erano sinonimi perché l’elettricità era vista come qualcosa in grado di permettere qualsiasi diavoleria futura (il Novecento sarebbe stato il secolo elettrico sia per Robida che per Salgari, solo per citare due autori). Su questo torneremo in futuro con Edison’s Conquest of Mars e altre opere.
L’elettricità è quindi un elemento perfetto, se lo si desidera, anche per lo Steampunk. Non esiste alcun ragionevole motivo di escluderla dalle proprie fantasie retrofuturistiche.

L’Italia era all’avanguardia negli “studi elettrici” e la famosa Esposizione di Torino del 1884 venne proprio dedicata all’elettricità. A Milano nel 1883 venne inaugurata la prima centrale elettrica della città, un impianto a corrente continua (sistema Edison) posto a fianco del Duomo, in via Santa Radegonda, dove prima sorgeva un teatro. Fu la prima centrale elettrica dell’Europa continentale e le quattro dinamo installate garantivano una potenza di 350 kW (parecchi per l’epoca), sufficienti per 4800 lampadine da 16 candele a 100-110 V.

Fucili elettrici, ma in questo caso che usavano direttamente l’elettricità per uccidere, ci sono anche nella narrativa del Lungo XIX Secolo. Il Capitano Nemo utilizzò un fucile elettrico subacqueo per difendere Ned e Conseil dall’attacco di uno squalo: nella descrizione di Verne l’arma sparava una sfera di vetro colma di elettricità. Qui una ricostruzione gradevolmente Steampunk della versione presente nel film della Disney.
Un fucile elettrico appare anche in L’Isola Misteriosa e Nemo lo usa contro i pirati che vogliono trasformare l’isola di Lincoln nel loro nascondiglio.

Ancora più famoso è il fucile elettrico di Tom Swift, protagonista di una serie di edisonate dedicate a un pubblico per ragazzi (dopo il 1896 le edisonate si divisero in due: per adulti/istruiti, come Edison’s Conquest of Mars, e per ragazzi/ignoranti, come la serie di Tom Swift). L’arma appare in Tom Swift and His Electric Rifle (1911), un romanzo così ricco di intelligenza Ottocentesca da meritare un accenno alla trama.

“Sono in via d’estinzione! Ammazziamoli tutti noi prima che li ammazzi qualcun altro!”
(Lo spirito pratico del Grande Cacciatore Bianco)

Tom Swift sta completando la sua nuova invenzione, il fucile elettrico, quando sente le storie di un esperto di safari e rimane affascinato. Esistono bestie così grosse da ammazzare? Uao! Tom e i suoi amici partono per l’Africa, desiderosi di sperimentare la nuova arma su più specie in via d’estinzione possibili. Rinoceronti ed elefanti cadono morti, investiti dalle sfere di elettricità (fulmini globulari?), e Tom si riempe le tasche d’avorio.
I pigmei rossi, feroce popolazione di selvaggi, ha però rapito dei vecchi amici di Tom. Penso che i nanerottoli avessero il crudele intento di fermare lo sterminio indiscriminato di specie a due passi dall’estinzione. Che crudeltà ingiustificabile privare l’uomo bianco dell’avorio che merita in virtù della sua superiorità tecnologica!
Tom libera gli amici e frigge pigmei a profusione. ^__^

Ho detto che è ancora più famoso del fucile elettrico di Nemo: forse non lo sapete, ma il nome TASER è l’acronimo di Thomas A. Swift’s Electric Rifle (la A. venne aggiunta per dare un suono decente, non era nel nome ufficiale di Tom Swift, e ricorda la A. del famoso Thomas Alva Edison a cui il personaggio di Tom Swift era ispirato). Jack Cover, il ricercatore della NASA che brevettò il TASER nel 1974, da bambino era un fan di quelle porcate: se fosse stato un fan di Nihal avrebbe probabilmente progettato inutili spade in cristallo nero (sigh).
La fantascienza, anche la più idiota, batte ancora il mongol-fantasy. ^_^

Fortunatamente l’infanzia di Jack Cover venne stimolata dalla fantascienza e non lobotomizzata dal fantasy per rincoglioniti che spopola ora in Italia.

 


 
Fonti principali:
The Gun and Its Development, William Greener (sesta edizione 1897, nona edizione 1910)
Storia delle armi, William Reid, editore Odoya.

 

Leggo IBS PB603, l’eReader di IBS

Scritto da il 19 dic 2010 | Categorie: Armi da Fuoco, Ebook, Oplologia

IBS ha messo in vendita il suo Leggo IBS PB603, in pre-ordine fino al 20 gennaio a 199 euro. Successivamente pare che sarà venduto a 219 euro. Non fa schifo come prezzo, ma rimane molto lontano da quello ideale di 99 euro per far esplodere la diffusione degli eReader (ma sono tutti lontani: solo il Kindle 3 ci si è avvicinato abbastanza).
Gli dedicherò giusto un paio di parole perché non c’è niente di nuovo da dire, è solo una segnalazione.

Come il “PB603″ fa ben capire, è semplicemente un PocketBook Pro 603 con il logo di IBS e il colore cambiato, da argento scuro a bianco. Non si sa se il firmware sia quello di base oppure uno nuovo scritto per IBS. Boh. Il lettore non è malvagio, ma non è neppure un capolavoro. Il prezzo è onesto. Lo schermo da 6 pollici è il classico E Ink 600×800 pixel, ma non è un E Ink Pearl: è il vecchio tipo di E Ink Vizplex. Di buono ha la connessione BlueTooth e WiFi per navigare in internet (sempre tenendo conto della scomodità di usare un eReader per navigare) e il 3G gratuito. Ed è touch, se ve ne frega qualcosa.

Il 3G gratuito copre SOLO la navigazione nel negozio di IBS, a quanto ho capito. Lo scopo evidente è di sfruttare la pigrizia dei lettori, assieme al fatto che tutte le librerie online faranno in pratica gli stessi prezzi sugli stessi libri, per fidelizzare l’utenza sul proprio negozio. Se volete comprare libri digitali da IBS potete farlo dove volete, ovunque vi sia copertura telefonica per il 3G, ma per navigare altrove dovrete appoggiarvi a una connessione diversa (il router di casa) sfruttando WiFi e BlueTooth. Sistema operativo Linux. La memoria per i libri è come sempre sovrabbondante: 2GB interna più slot SD e SDHC fino a 32 GB. Qui trovate le FAQ.
Il PocketBook Pro 603 non è altro che la versione con 3G e touch del PocketBook Pro 602.

Una cosa che mi lascia un po’ perplesso è che il PocketBook 603 pare non abbia uno spazio per riporre il pennino touch. Non si capisce bene se c’è e alcuni commentatori dicono che non l’ha. Mah! Se lui non l’ha, nemmeno la versione con il logo IBS dovrebbe averlo. In tal caso pronostico porconi a non finire per i pennini perduti. Se ne perderanno tanti, statene certi, appena i lettori inizieranno a girare fuori casa. D’altronde è evidente che debba finire così ed è successo molte volte in passato anche prima che arrivassero gli schermi touch sugli smartphone.
[Giupino segnala che potrebbe esserci uno spazio, il foro in alto che si vede nella seconda foto. Speriamo sia quello!]

Parentesi oplologica!
I tedeschi prima di adottare la Luger 08 nel 1908 avevano il revolver M/83, versione modificata del M/79. Era un revolver di concezione obsoleta in cui espulsione dei bossoli andava effettuata una camera per volta, usando una bacchetta. Un calibro antiuomo ottimo (11 mm), ma un’arma lenta da ricaricare e pensata per la cavalleria pesante che combatte principalmente con le sciabole e per gli ufficiali che, se le cose filano lisce, non hanno certo bisogno di usare la pistola. Per un qualche motivo idiota non chiaro, la bacchetta non era alloggiata in un supporta snodato come nei revolver di tutto il resto del mondo (inclusi il francese M1892 o il Bodeo italiano) e gli ufficiali tedeschi non facevano altro che perderle in giro! Attualmente i Reichsrevolver con inclusa la bacchetta originale sono rarissimi. Presto lo saranno anche i Leggo IBS con il primo pennino originale? ^_^”"

Reichsrevolver M/83

Riguardo il firmware ho un dubbio che la pagina di IBS non risolve. Il PocketBook Pro 602 e 603 erano in grado di leggere sia ePUB (con o senza DRM Adobe) che PRC senza DRM, ma la pagina ufficiale non segnala il PRC tra i formati supportati da Leggo IBS. Li leggerà o no? Se leggesse sia ePUB che PRC sarebbe parecchio più comodo, considerando quanta roba piratata si trova in mobipocket. Ok, è un piccolo vantaggio momentaneo visto che oramai i pirati rilasciano spesso in ePUB, ma meglio un formato in più che uno in meno.

Una nota sulla busta protettiva inclusa nel prezzo: mi dicono che non si tratta di una robusta custodia in cuoio antiurto, ma di una semplice bustina in neoprene. Beh, con il prezzo che ha, 199 euro, non mi pare un dramma. Consideriamo pure che il PocketBook Pro 603 originale costa 279 euro! Io sono stato senza custodia per il Cybook per un anno e mezzo, visto che costava l’ira di Dio. Ho comprato una custodia in cuoio marrone deluxe solo due settimane fa, quando mi sono accorto che il prezzo sul negozio di Simplicissimus era sceso a 9,90 euro. La custodia ha reso più scomodo maneggiare il lettore (ero abituato a usare sempre una sola mano), ma la notevole sensazione di protezione vale bene il maggiore ingombro.

Qui potete sentire la qualità del text-to-speech (in inglese) e dicono che contiene 20 dizionari. Spero che anche Leggo IBS abbia un firmware con le stesse cose, ma magari senza i problemi di scarsa reattività del settembre scorso… ^_^”

Costa 50 euro in meno del Sony PRS-650, ma non so se vale la pena comprarlo. Se dovessi comprare un eReader io, prenderei il Sony PRS-650 o, in alternativa, il Kindle 3 che costa molto meno. Solo E Ink Pearl, insomma: col 50% di contrasto in più rispetto ai vecchi E Ink, è la scelta migliore.
Comunque non si potrà avere Leggo IBS per Natale per cui se state pensando a fare/farvi un regalo, cercate qualcosa di diverso. L’Opus a 179 euro non è un lettore su cui sputare se serve qualcosa ben più compatto del Kindle 3 (che costa circa 144-155 euro spedizione e dogana inclusa, a quanto mi hanno detto). Potete trovare l’Opus al Darty e al Mediaworld, ad esempio.

Al Darty dell’Orio Center c’era un discreto spazio dedicato agli eReader: Sony PRS 350, 650 e 950 (5, 6 e 7 pollici) più Cybook Opus e Orizon e alcune patacche con schermi LCD sia retroilluminati a colori che passivi in bianco e nero. Cybook Orizon ha uno schermo touch Sipix e pare un ottimo eReader anche lui, con WiFi e un prezzo accettabile di 229 euro (contro i 249 senza WiFi del Sony PRS-650). Non ho prestato molta attenzione alle patacche LCD, ma i lettori seri (schermi E Ink e Sipix Microcup) erano in un posto ben visibile, vicino agli HDD esterni in offerta (bellissimi Western Digital da 1 TB a 89 euro, se ricordo bene).

Certo che il Sony PRS-650 con il suo sistema di appunti e i dizionari è tutta un’altra cosa rispetto all’Opus e se uno vuole comprare i libri in Italia è un po’ più comodo del Kindle 3, visto che gestisce file ePUB e i DRM Adobe. È anche vero che dei DRM Adobe potete sbattervene: i libri li dovreste comunque comprare al PC, allora tanto vale levare i DRM con lo script in Python e a quel punto li potete pure convertire in Mobipocket. In tal caso, se siete disposti a compiere l’osceno reato di levare i DRM (criminali!), potrete pure leggere gli eBook convertiti in mobi sul Kindle 3 che costa circa 100 euro in meno.

Il prossimo articolo a tema eBook sarà sull’offerta Biblet di Telecom. Spero entro due giorni.

 

AK Kaboom: il jihadista dell’anno?

Scritto da il 18 nov 2010 | Categorie: Armi da Fuoco, For The Lulz, Oplologia

Ricordate le armi copiate di passo Khyber, fonte di fucili d’assalto, lanciarazzi, pistole ed esplosivi per ogni svitato pastore di capre Pashtun con l’hobby del Jihad?
Non so che cosa stia usando questo islamongolo, ma potete immaginare che sia l’effetto di munizioni ex-sovietiche o cinesi di buona qualità impiegate su un merdoso “kalakov” assemblato sul pavimento di una capanna di sterco e paglia, in mezzo alle galline.

— Prima di mungere capre, fare belo video per amici di YouJihad!
— Zì, Abdul! Uzerò bele munizioni russe di giorni di festa!

Gli è andata bene che non si è fatto niente alla mano con cui si masturba sgozza cristiani.

 
Fonte del video: The Firearm Blog.

 

Il fucile Baker e la morte del generale Colbert

Scritto da il 11 nov 2010 | Categorie: Armi da Fuoco, Oplologia, Storia Militare

Oggi non ho voglia di parlare di mongoloidi itagliani e fantasy da due soldi. E nemmeno di eBook, visto che le cose concretamente importanti sono già state dette e non ho al momento voglia di ripeterle di nuovo. Oggi voglio parlare di balistica applicata a un evento realmente accaduto. Ricordate il vecchio articolo sulla nonnina con la pistola? Qualcosa di simile.

Non ho ancora scritto né un articolo specifico sulla balistica dei proiettili sferici né uno di introduzione dal punto di vista balistico (non medico) sulle ferite da armi da fuoco, ma penso che cominciare con un caso concreto per introdurre elementi che poi verranno trattati nei futuri articoli dedicati possa essere un modo divertente per entrare nell’ottica che tutta questa robba matematicosa può avere una qualche utilità pratica.

Utilità che si manifesta in più ambiti: per progettare regole per giochi (io stesso ho creato una gestione della penetrazione e delle ferite per GURPS interamente basata sui risultati reali e sulle formule), come supporto per la narrativa e i ragionamenti fantastici (il Gewehr 1898 impiegando proiettili a punta tonda del 1901 può trapassare da parte a parte un Ent e colpire l’Hobbit nascosto dietro? Un soldato italiano del 1915 proiettato col suo Carcano nel 1540, fino a che distanza può perforare le corazze più pesanti utilizzate dai cavalieri dell’epoca?) e per dare risposte a casi storici e dubbi forensi (un proiettile da 7,65 Browning può perforare da parte a parte un cranio a 100 metri di distanza o l’assassino era più vicino?).

Affrontiamo un caso storico che ha fatto discutere per due secoli gli appassionati di tiro di precisione ad avancarica. Vediamo come la balistica esterna e la balistica terminale possano essere utilizzate nell’analisi della morte del generale Auguste François-Marie de Colbert-Chabanais.

Il generale Colbert (1777-1809)

La domanda a cui voglio rispondere è: qual era la distanza massima possibile a cui poteva trovarsi Thomas Plunkett quando sparò col fucile rigato Baker per uccidere Colbert?

 
L’evento da analizzare
Sintetizzo visto che non è l’intera vicenda storica in sé a interessare, ma il solo sparo. Thomas Plunkett (o Plunket) è un fuciliere nel primo battaglione del 95esimo reggimento, uno dei due reggimenti di Giubbe Verdi. È il 3 gennaio 1809 e siamo nel pieno della disastrosa ritirata inglese iniziata nel Natale del 1808. Gli inglesi sono imbottigliati su un ponte presso il villaggio di Cacabelos, sulla strada per Corunna. Il giorno prima a Villafranca del Bierzo le truppe, centinaia di analfabeti ubriachi e affamati, si sono rivoltate, hanno saccheggiato i magazzini e distrutto la cittadina. Siamo in una situazione in cui un attacco francese potrebbe mandare in rotta quel che resta dell’esercito inglese, ormai prossimo al collasso. Ai fucilieri del primo battaglione del 95esimo, essendo considerati tra i più disciplinati di fronte al nemico, viene assegnata la retroguardia: sono schierati su una collina a protezione dell’esercito mentre attraversa il ponte.

I francesi incalzano. Attaccati del 15esimo Cacciatori a Cavallo e dal terzo Ussari, le Giubbe Verdi scendono dalla collina e si ritirano verso il ponte. I francesi li inseguono, ma incontrano la compagnia leggera del 28esimo reggimento e il 15esimo Ussari, rimasti indietro per proteggere il passaggio di sei cannoni della Reale Artiglieria a Cavallo. Gli inglesi, affamati, incazzati e disperati, respingono l’attacco francese. A questo punto entra in gioco il generale Colbert, un bel gentiluomo francese su un cavallo bianco. Colbert cavalca su e giù tra le truppe, cercando di riorganizzarle per tentare un secondo attacco e massacrare gli inglesi prima che possano completare la ritirata. Colbert è coraggioso, ma non è pazzo: è a circa 400-500 metri dagli inglesi per cui è sicuro che le Giubbe Verdi, che hanno un debole per l’uccisione degli ufficiali, non possano colpirlo. Thomas Plunkett si è accorto di quello che sta succedendo, rompe i ranghi e si avvicina senza essere visto ai francesi. È molto distante da Colbert, secondo alcune fonti 700 metri (una distanza impossibile, come vedremo dopo), secondo altre meno di 200 (in fondo uccidere il generale nemico e salvare tutti è un gran cosa anche a 180 metri, no?). Colbert continua a riunire la cavalleria per lanciarsi sugli inglesi in un assalto che permetta di catturare i sei cannoni. Plunkett si sdraia tra il fango e la neve, assumendo la peculiare posizione inglese per il tiro di precisione dell’epoca: sulla schiena, con il piede destro che scavalca la gamba sinistra e tende la cinghia del fucile, il calcio sotto l’ascella destra. Una posizione bizzarra e scomoda, ma che pare funzionare bene per stabilizzare l’arma come se fosse montata su un affusto.

Plunkett uccide il generale Colbert. Notate la posizione di tiro supina o “ortodossa”.

Plunkett è uno dei migliori tiratori del 95esimo. Nel 1807, a Buenos Aires, si è piazzato sul tetto del convento di Santo Domingo e ha ucciso da solo venti soldati spagnoli e un ufficiale (l’ufficiale sventolava una bandiera per chiedere la tregua, ma Plunkett non conosceva il significato delle bandiere). Plunkett prende la mira e spara. Colbert crolla da cavallo, morto o moribondo. Plunkett sta già ricaricando il fucile, forse usando la scomoda procedura per la ricarica da sdraiati, mentre un aiutante di campo cerca di soccorrere il generale. I francesi sono in allerta: sparare ora equivale e indicare la propria posizione con una bella nuvoletta bianca e trovarsi addosso la cavalleria. Plunkett se ne fotte: prende la mira e uccide anche il secondo ufficiale. Questo dovrebbe bastare a dimostrare che il primo centro non era stato solo un colpo di fortuna. Il suo prestigio di tiratore vale più del rischio di farsi ammazzare. La cavalleria francese lo individua e lo insegue, ma Plunkett riesce a tornare sano e salvo tra i suoi compagni che lo acclamano. Senza Colbert i francesi non saranno in grado di massacrarli!

La vicenda non è riportata da tutte le fonti storiche, dato che alcuni contemporanei che hanno parlato della ritirata non si trovavano su quel lato del fiume e quindi hanno raccontato la schermaglia coi francesi da un altro punto di vista. Non è nemmeno sempre specificato dove sia stato colpito Colbert. Io immaginavo nel petto, data la dispersione dei colpi di un fucile come il Baker sulle lunghe distanze, ma altre fonti indicano la testa (sopra l’occhio sinistro, pare).
Anche Napoleon’s Commanders (1) 1792-1809 di Philip J. Haythornthwaite segnala un colpo in testa. Seppur difficile da colpire con un fucile simile, è una locazione perfetta per uccidere all’istante. Nella sezione dell’articolo dedicata al calcolo della distanza, considererò che il proiettile abbia colpito il cranio.

 
Il fucile Baker
Avevamo già parlato delle armi a pietra focaia tre anni fa. Non spiegherò di nuovo il funzionamento generale per cui se proprio non sapete cosa sia un fucile a pietra focaia, leggetevi il vecchio articolo.

Il fucile Baker è un eccellente fucile rigato a pietra con acciarino alla moderna (l’eccellente acciarino militare a collo di cigno usato da francesi e inglesi). Quando la Board of Ordnance fece i test nel 1800 per scegliere un fucile per le Giubbe Verdi, il fucile di Ezekiel Barker sconfisse senza problemi la concorrenza. Un’arma in grado di rivaleggiare con i migliori fucili da caccia tedeschi, come quelli copiati e impiegati da certi ribelli americani durante la guerra di indipendenza. Pesa 9 libbre (4 kg) e ha una canna da 30 pollici (76 cm) con sette solchi di rigatura e un passo piuttosto lento, appena un quarto di giro (le prove del 1803 in cui venne confrontato con un fucile rivale da mezzo giro mostrò che il passo più rapido rendeva meno stabile il proiettile sferico).

La lunga spada-baionetta serve a compensare la minore lunghezza della canna quando si forma un quadrato di fanteria per respingere la cavalleria nemica.

La canna ha un calibro di 0,625 pollici (15,9 mm), ma per semplicità nella logistica delle munizioni venne fabbricato a partire dal 1809 anche in calibro 0,75 (19 mm) in modo da poter impiegare nel tiro rapido le cartucce sottodimensionate del fucile Brown Bess usato dal resto della fanteria inglese (e anche le palle francesi, circa 1,5 mm più piccole: un vantaggio che faceva sempre piacere agli inglesi). Il fucile Baker in questo caso non era ovviamente un modello 1809, ma uno dei precedenti in calibro 0,625.

In base alla fonte ho trovato pesi diversi per le cariche di polvere nera del fucile Baker. Nel test del 1803 vennero usati 84 grani (5,44 grammi) di polvere per una palla da 1/20 di libbra (22,5 grammi circa), che è una dose un pochino bassa per gli standard dell’epoca (24%). Vi ricordo che i fucili Brown Bess impiegavano cariche pari a metà del peso della palla, con botte sulla spalla così forti da portare i soldati a buttare in terra parte della polvere (nonostante il rischio di fustigazione) pur di ridurle, e nei test austriaci vennero velocità molto elevate anche usando cariche da appena un terzo del peso della palla. Queste cariche sembrano enormi rispetto a quelle per i proiettili cilindro-conici di metà Ottocento, ma come vedremo nel futuro articolo sulla balistica delle palle sferiche (e un pochettino anche in questo) è tutta colpa della “palla tonda”.

Su The King’s German Legion di Mike Chappell vengono indicati 4 dram (109-110 grani, 7 grammi) per il tiro con palla e pezzuola, ovvero per il tiro di precisione, e 6 dram (164-165 grani, 10,5 grammi) per il tiro rapido usando cartucce con carica pronta e palla sottodimensionata (1/22 di libbra, 20,5 grammi), come se il Baker fosse un moschetto ad anima liscia. Altre fonti indicano anche la presenza di cartucce rapide di sola polvere, da usare al posto della fiaschetta, con 2,5 o 3 dram. I soldati portavano di solito due fiaschette di polvere, infilate in tasca: una con ottima polvere da fucileria, in grani uniformi (di dimensione FFg o forse perfino FFFg), l’altra con polverino fine per lo scodellino (FFFFg immagino) in modo da assicurare l’accensione certa.
Una fonte indicava due cariche diverse per il tiro di precisione: 2 dram entro le 150 iarde (135 metri) e 4 dram oltre. Mi pare ragionevole che si risparmi polvere quando non serve chissà quale velocità alla bocca, anche se 55 grani sono davvero pochini per una palla da 350 grani. Se il dosatore della fiaschetta fa di base 2 dram non c’è nessun problema a calcolare una dose singola o una doppia. Mi paiono cariche ragionevoli, in particolare quella da 110 grani per il tiro lungo che equivale a quasi un terzo del peso della palla.

Lo stesso Ezekiel Baker in Twenty-three Years Practice and Observations with Rifle Guns del 1804, in riferimento alle cariche che ha impiegato per fare ottime rosate a 200 iarde (180 metri), dice:

The charge of good powder I have found to be nearly equal to one-third the weight of the ball, priming included

Che con palle da 350 grani equivale proprio a 110-120 grani di polvere, inclusa quella per lo scodellino. Facendo un po’ di conti, con l’ausilio di dati di altri test con cariche note, mi viene una velocità alla bocca di circa 470-500 m/s, perfetta per tirare (e ferire il bersaglio) entro le 400 yarde.

BOX: il caricamento con la pezzuola
Nel caricamento a palla forzata si usa una palla sferica dal diametro poco inferiore a quello interno della canna (0,615 pollici per una canna da 0,625, nel caso del fucile Baker) che con l’aiuto della pezzuola unta (spessore 0,010 pollici), che agisce sia come lubrificante che come sabot, aderisce alla rigatura senza permettere il passaggio dell’aria. Questo è il sistema di caricamento usato dalle Giubbe Verdi inglesi durante le guerre napoleoniche e dai miliziani americani della Guerra d’Indipendenza che usavano i temibili fucili da caccia Kentucky -derivati dai fucili da caccia tedeschi- in calibro 0,40-0,50. Con canne rigate e pezzuola è preferibile usare proiettili in piombo morbido al posto di quelli in piombo indurito col 5% di antimonio, in modo che possano seguire al meglio la rigatura anche quando inizia a riempirsi di feccia.

1. Si versa la polvere nella canna con una fiaschetta, un corno dosatore oppure una cartuccia senza palla.
2. Si poggia al centro della bocca dell’arma la pezzuola, un quadratino (o un tondino, nel caso del Baker) di cuoio ben lubrificato con olio vegetale, cera o grasso animale.
3. Si poggia la palla sopra la pezzuola e si spinge dentro col pollice: la pezzuola deve essere abbastanza grande da coprire più di metà della palla (in modo che aderisca sui lati contro la rigatura), ma non più dei due terzi (per non interferire con la traiettoria ed essere “scartata” agevolmente all’uscita dalla canna, come se fosse un sabot).
4. Quattro.
5. Con la bacchetta si spinge la palla giù per la canna, fino a farla poggiare contro la polvere (distanza nota, registrata per comodità con un segno sulla bacchetta): la palla, per quanto aderente grazie alla pezzuola, scivolerà aiutata dal lubrificante senza costringere a sforzi sovrumani. Lo sforzo e il tempo di caricamento diventano sempre maggiori a mano a mano che le rigature della canna si riempono di “feccia”, ovvero polvere da sparo mal combusta, piombo e residui di pezzuole bruciate. Non bisogna spingere di più perché altrimenti la palla per scendere spezza i grani di polvere, modificandone le proprietà esplosive e quindi il comportamento balistico della palla. La spinta deve essere lenta, per piccoli tratti, tramite colpetti.
6. Se a circa dieci centimetri dalla polvere la palla offre una maggiore resistenza alla discesa bisogna fermarsi subito. Il focone potrebbe essersi otturato, impedendo all’aria di fuoriuscire. Se si spinge con forza l’aria verrà compressa aumentando la pressione e la temperatura fino a far esplodere la carica di polvere (e infatti la bacchetta si maneggia per sicurezza tenendola di lato e non spingendo da sopra, così se viene “sparata” non colpisce la mano). Bisogna prendere lo spillo (che fa parte del set di pulizia dell’arma) e scrostare il canale che collega lo scodellino alla canna prima di proseguire il caricamento.
7. Finito: ora si carica lo scodellino con 10 grani circa di polvere fine (minimo FFFg, preferibilmente FFFFg).

Se la canna non è troppo sporca e non oppone resistenza al caricamento, un soldato ben addestrato può fare tutto in 30 secondi o poco meno. Il caricamento con palle sottodimensionate e cartucce richiede invece dai 12 ai 20 secondi (con un minimo di esperienza tutti i soldati devono poter caricare un Brown Bess in 20 secondi, arrivando a 12-15 secondi quando diventano degli esperti di ricarica veloce)


Due posizioni per il tiro da sdraiati tratte dal libro di Baker. Quella a pancia sotto era criticata perché, non disponendo di un bipiede o di un caricatore sporgente sotto l’arma, mancava un solido appoggio fornito invece dai piedi e dalla cinghia nella posizione “ortodossa” (qui mostrata nella variante con entrambe le gambe distese). Interessante l’idea di usare il pesante copricapo in cuoio bollito come appoggio.

Parliamo ora della precisione dell’arma.
L’accuratezza dipende, come sottolinea lo stesso Baker nel suo libro (e come veniva detto nel manuale sulla carabina dei Bersaglieri), dalla capacità di calcolare con estrema precisione la distanza del bersaglio e compensare il tiro verticalmente di conseguenza. Baker dice che per la carabina rigata c’è una tacca di mira fissa azzerata a 200 yarde: per tiri prima o dopo quella distanza bisogna compensare mirando più in basso o più in alto rispetto al punto che si vuole colpire (oltre alla correzione verso il basso per compensare il rilevamento della canna, se necessaria).
Sulla precisione, ovvero la dispersione dei colpi attorno al punto mirato, il tiratore non può fare nulla. Il tiratore migliore del mondo è quello che azzera l’errore umano, lasciando solo l’errore della combinazione arma-munizione scelta. La dispersione dei colpi al giorno d’oggi si misura in MOA. Un singolo MOA, usando la definizione più semplice, equivale a un cerchio largo 1 pollice entro cui ricadono tutti i colpi sparati (in gruppi di 5 o 10) a 100 iarde, ovvero una dispersione di tutti colpi sparati entro un cerchio di diametro di 2,908 cm a 100 metri.

Un fucile da battaglia o d’assalto con munizioni standard militari ha circa 2-3 MOA. Un vecchio fucile monocolpo del 1870-1880 (o un AK-47 in buone condizioni) stava sui 4-5 MOA. Un fucile militare per tiratore scelto deve poter ottenere gruppi da 1,5 MOA o meno (lo standard minimo è possibilmente 1 MOA) con munizioni match grade… anche se le munizioni match grade militari sono delle schifezze rispetto a quelle commerciali di ultima generazione, per cui un civile col suo superfucile nuovo può ottenere anche 0,25 MOA. Avevo già parlato un po’ di questa cosa in passato.
Cosa significa in concreto una precisione di 2 MOA? Che a 400 metri i tuoi colpi finiranno tutti da qualche parte dentro un cerchio del diametro di 23-24 cm per cui non puoi colpire con adeguata sicurezza qualcuno in un occhio nemmeno se sei il miglior tiratore dell’Universo e hai un mirino telescopico per mirare con esattezza assoluta la pupilla. E se hai un Martini-Henry e tiri a 4,5 MOA entro la massima distanza utile, circa 800 metri, devi essere già estremamente contento se colpisci in generale un essere umano (dispersione dei colpi in un diametro di un metro).

E il Baker che dispersione aveva?
Bella domanda. Ci sono alcuni test dell’epoca, ma riguardano combinazioni di canne e cariche di polvere diverse, per cui vanno valutati con le pinze. Nei test del 1800 dela Board of Ordnance, usando una canna da circa 0,75 pollici con palle da 31 grammi piazzò 11 colpi su 12 in un cerchio del diametro di 4,5 piedi a 300 iarde (consideriamoli come se fossero tutti i colpi sparati: il 12esimo non si sa che fine ha fatto, se era un tiro di prova o se era un malfunzionamento dello scodellino). Sarebbero 18 MOA. Forse un po’ troppo. Considerate che la pistola Beretta 34 in 9×17 faceva 20 MOA.
Cosa non mi convince in questo test? L’arma era immobile su un affusto, e questo azzera l’errore umano, ma la carica era inferiore a quella ideale testata da Baker: solo 110 grani per un proiettile da 480 grani, con una velocità alla bocca probabilmente pari o poco superiore a quella del suono (330 m/s). Decisamente inadeguato.
Nonostante tutto fu il fucile che si comportò meglio, battendo armi americane e tedesche che usavano un passo della rigatura più rapido (tre quarti di giro o un giro intero ogni quattro piedi… lui usava appena un quarto di giro per tutta la canna da due piedi e mezzo!), forse troppo rapido per delle palle sferiche con pezzuola.

Abbiamo anche altri test.
Quello a 200 iarde per il Principe del Galles è inutile considerarlo: il Baker si comportò molto meglio del fucile concorrente Nock (non c’è paragone), ma l’arma usata era una versione stile carabina da cavalleria con canna da appena 20 pollici (invece dei 30 dei fucili usati dalle Giubbe Verdi) pensata per i Dragoni Leggeri, con carica ridotta di conseguenza ad appena 84 grani per palle da 350 grani. Inadeguato per rappresentare la vera precisione del fucile Baker (e infatti fece circa 20 MOA).
Altrettanto inutile è il test a 12 iarde, sempre per il Principe del Galles, in cui il Baker piazzò tre palle nello stesso foro.

Molto più interessante il test con l’eunuco.
No, non ha sparato al custode castrato di un harem: l’eunuco è il nome tecnico di un tipo di bersaglio alto sei piedi (un metro e ottanta) con disegnato un uomo eretto i cui genitali sono proprio nel centro del bersaglio. Baker sparò alla distanza di 200 iarde, con l’aiuto di un appoggio (ma senza un affusto, quindi un minimo di errore umano c’era), calcolando da solo come compensare la caduta in base alla distanza visto che le mire andavano ancora sistemate (i primi due colpi vennero belli affiancati, ma subito sopra i capelli dell’eunuco). Dopo aver capito come compensare l’errore delle mire, piazzò 18 colpi dentro al torso e al braccio dell’eunuco, più altri due nella coscia, uno sopra l’occhio sinistro e uno nell’inguine al fianco dei genitali. Se non consideriamo i colpi mirati apposta (o per errore) più in basso o più in alto e consideriamo solo la dispersione orizzontale come indicatore, abbiamo ben 18 colpi in un cerchio del diametro di 1,8 piedi al massimo, pari a poco meno di 11 MOA. Con 11 MOA la fama di miglior fucile a pietra focaia per uso militare della storia è assolutamente meritata!
I risultati a 100 iarde però non sono altrettanto straordinari, visto che la dispersione non si mantiene di 11 MOA. Con 34 colpi piazzati si avvicina di più ai 15 MOA. Sempre ottima per un’arma del 1800 che usa palle sferiche, credo superiore a quella dei famosi fucili Kentucky, ma meno straordinaria.

Un’arma in grado di colpire con sicurezza un uomo a 200 iarde e con buone possibilità, in mano a un tiratore esperto, fino a 300 iarde. La stessa opinione è espressa anche da Ezekiel Baker che scriveva:

I have found 200 yards the greatest range I could fire to any certainty. At 300 yards I have fired very well at times, when the wind has been calm. At 4 and 500 yards I have frequently fired, and I have sometimes struck the object

 
L’analisi balistica del caso Colbert-Plunkett
Dopo aver visto qual è la dispersione dei colpi a 300 iarde penso che nessuno possa sostenere che il tiro di Plunkett sia avvenuto a 800 iarde, giusto? Lo scopo dei conti che seguiranno è valutare qual è la massima distanza possibile a cui potrebbe essere avvenuto il tiro. Immaginiamo che i due colpi consecutivi a segno siano dipesi da una notevole fortuna, ovvero che Plunkett abbiamo calcolato la distanza con un errore ridottissimo (meno di 10 iarde) ed effettuato un tiro perfetto, azzerando l’errore umano. Anche se si azzera l’errore umano, rimane presente l’errore dell’arma. Colpire un bersaglio quando la dispersione dei colpi, pur mirando perfettamente nel centro, è maggiore del bersaglio stesso, non è questione di abilità nel centrare o meno: entra in gioco anche il “culo”, ovvero tutte le variabili del volo del proiettile non governabili dall’uomo. Valutiamo la distanza massima possibile a partire quindi dalla ferita inflitta: se poi dovesse rimanere una distanza molto lunga, daremo per scontato il fattore “culo”.
Io però, a quanto so delle palle sferiche (come ricorderete dagli articoli precedenti, perdono circa metà dell’energia nei primi cento metri e dimezzano la velocità entro i duecento), scommetto che non avremo bisogno di appellarci a nessuna distanza estrema. ^_^

Come si può calcolare questa distanza?
Semplice. Valutiamo la perdita di velocità della palla nel bersaglio (cervello, ossa del cranio, pelle) per sapere a che velocità minima deve averlo colpito, poi calcoliamo qual è la distanza massima a cui può essere arrivata la palla per possedere ancora quella velocità.
Non è difficile. Per la ferita utilizzeremo le formule di Sellier per la velocità limite sulla cute, la velocità residua dopo la penetrazione di uno strato noto di osso e la penetrazione nel cervello (tessuti molli). Per la distanza utilizzeremo la tavola di decelerazione di Journée (quello famoso per il calcolo della gittata massima dei pallettoni). Non avete bisogno di spulciare complicati libri di balistica pieni di formule strambe (quello di Sellier e Kneubuehl, Wound ballistics and the scientific background, è introvabile a quanto so): le formule per la penetrazione nel corpo sono descritte qui e quelle per la decelerazione sono invece qui. Ringrazio Edoardo Mori per le ottime spiegazioni fornite.

www.earmi.it di Edoardo Mori, uno dei miei siti preferiti:
le nuove generazioni di appassionati di oplologia sono cresciute con lui.

Cominciamo.
La prima cosa che il proiettile incontrerà è la pelle, un materiale molto elastico e resistente in grado di ammaccarsi senza perforarsi contro proiettili arrotondati a bassa velocità. La formula per calcolare la perforazione della pelle considera solo la densità sezionale per cui non importa qual è la velocità di impatto della palla (a differenza della formula per la penetrazione dei tessuti molli, dove più sei veloce e più bruscamente deceleri nei primi centimetri). L’unica cosa che conta è la densità sezionale. Facendo due conti viene 32,65 m/s che possiamo arrotondare a 33 m/s per semplicità.

Dopo la pelle c’è il cranio. Un cranio maschile adulto è spesso mediamente 6,5 mm.
Per motivi un po’ lunghi da spiegare, magari ci tornerò nell’articolo sulla balistica delle ferite, ho considerato lo spessore dell’osso da penetrare maggiore di quanto non fosse per simulare il fatto di impiegare palle in piombo morbido invece di proiettili blindati (ho usato come guida la diversa costante presente nell’altra formula per la penetrazione in osso). Invece di 6,5 mm di osso ho stimato 9,5 mm. Non è cambiato praticamente niente: la formula pare tarata su ossa umane di spessore ridotto, non più spesse delle vertebre, per cui la differenza tra bucare 5 mm o 2 cm è di pochi metri al secondo (si vedano gli esempi di Mori sul sito). Credo dipenda dal crack che si trasmette nell’osso, come un vetro che si frantuma. Dato che questo forse può rendere problematico fare i conti con la formula della velocità residua in caso di grandi spessori (vengono cose strane, IHMO, come un 9×19 che perfora 32 cm di osso!), ovvero spessori molto superiori a quelli umani per cui pare tarata, penso che in futuro manderò una mail a Mori per chiedere consigli: altrimenti come faccio a simulare il tiro di una Luger 08 contro il cranio di un drago lungo venti metri? ^_^

Per sapere con che velocità dobbiamo colpire il cranio, dobbiamo prima sapere che velocità vogliamo avere dopo averlo perforato.
Uhm. Andiamo sul sicuro: circa 12 cm di penetrazione nel cervello. A meno di un miracolo dovrebbe assicurare una ferita mortale. Per ottenere questa penetrazione, come spiegherò in futuro quando parlerò della balistica delle ferite, basta che la formula dei tessuti molli ci dia 6 cm di penetrazione. Spiego in breve il problema. La formula prevede che il risultato venga moltiplicato per la densità sezionale, ma gli studi di Fackler hanno dimostrato che proiettili del peso di “una sola palla di quel calibro” penetrano il doppio di quanto la formula preveda. Fackler ha effettuato esperimenti di tiro nella gelatina balistica sia con una palla grossa e pesante (17,5 mm a 165 m/s, in piombo) che con una palla piccola e veloce (6 mm per 1031 m/s, in acciaio), in entrambi i casi la penetrazione è stata doppia rispetto al previsto. La cosa dipende dal fatto che la formula è tarata per mostrare la maggiore penetrazione di proiettili ad alta densità sezionale, avvantaggiati nello scavarsi una via nell’aria o nei tessuti molli, senza però tenere conto che al di sotto di un peso pari a “due palle dello stesso materiale di quel calibro” non vi è però alcuno svantaggio per il proiettile. Correggere il conto per le palle sferiche è molto semplice. Basta saperlo.
La velocità necessaria è 95 m/s per 5,96 cm di penetrazione, pelle inclusa. Dato che la pelle l’abbiamo calcolata prima, non va conteggiata due volte. Sono quindi 62 m/s per il solo cervello.

Ok, ora possiamo usare la formula per la penetrazione nelle ossa. Vogliamo una velocità finale di 62 m/s circa. Con 133 m/s otteniamo una velocità residua poco inferiore a quanto richiesto. Con 134 m/s otteniamo una velocità poco superiore, con 71 m/s per sfondare il cranio e 63 m/s per spappolare il cervello.
Sommiamo il tutto: 33 m/s per la pelle più 71 m/s per il cranio più 63 m/s per il cervello, ovvero un totale di 167 m/s.

A quale distanza massima la palla del Baker poteva ancora disporre di 167 m/s?
Le velocità alla bocca la stimiamo di 500 m/s quindi possiamo perdere al massimo 333 m/s. Facendo due conti possiamo notare che la massima distanza a cui possiamo disporre ancora di 167 m/s è quella in cui la somma dei due valori (R e il coefficiente balistico Cb moltiplicato per la distanza stessa) è circa 5,2446. Con 500 m/s otteniamo un valore R di 0,8240 per cui rimane solo 4,4106 da sommare. Questo equivale a una distanza di 334 metri (365 iarde).

Dal punto di vista della dispersione è una gittata che richiede una grossa quantità di culo per permettere un bel centro nel cranio. Fate due conti voi: un bersaglio cranico largo 20-25 cm quando i colpi si disperdono a caso in un cerchio del diametro di 100-150 cm? LOL! Sembra molto più ragionevole di 800 iarde, ma se dovessi valutare la vicenda solo dal punto di vista della dispersione considererei molto più credibile una distanza di 200 iarde.
L’eroismo dell’azione sta nell’essere avanzato a metà strada tra le proprie forze e i nemici per abbattere il generale avversario, non in cento metri in più o cento metri in meno di tiro. A 200 iarde ci vorrebbe meno culo e più coraggio: non sarebbe un brutto scambio.

Comunque non si stava parlando di quale fosse la gittata più probabile dal punto di vista della dispersione dei colpi, ma solo quale era quella massima a cui si poteva uccidere Colbert ed è 334 metri. Se consideriamo l’uso di cariche maggiori, magari una dose maggiorata del 50% di polvere, si può guadagnare ulteriore gittata, ma l’ampiezza della dispersione e la caduta verticale del proiettile diventano sempre più ridicole e diventa eccessivo poter ipotizzare due colpi mortali di seguito (il secondo, quello sull’aiutante, non si sa dove è finito: immagino nel torso).
Fine. Soprattutto per Colbert.

 


Approfondimenti.
The 95th Rifles & Royal Horse Artillery
Twenty-three Years Practice and Observations with Rifle Guns di Ezekiel Baker (1804)

 

Un bel fucilone Steampunk in .50 BMG

Scritto da il 16 set 2010 | Categorie: Armi da Fuoco, Oplologia, Steampunk

Baionette Librarie continua a mantenere l’attenzione sul vecchiume del Lungo XIX Secolo e sulla sua rielaborazione moderna, lo Steampunk. Oggi voglio parlare di un oggetto che rappresenta perfettamente l’estetica Steampunk applicata. Abbiamo già parlato in passato di armi finte, fantascientifici giocattoli a raggi come l’Unnatural Selector di Lord Cockswain o la pistola per signore (un vibratore camuffato) di Lady Clankington.
Questa volta l’arma è vera ed è bellissima.


Il fucile qua sopra è un calibro .50 BMG (12,7 mm, standard Nato per mitragliatrici pesanti e fucili da tiro di precisione sopra il chilometro) ed è deliziosamente Steampunk. È stato realizzato da Jack T. Smith di Sudbury (Massachusetts), un ex-Marine e dipendente della CIA con 45 anni di esperienza nelle strumentazioni ottiche, nella sua officina casalinga tra il 1993 e il 1995. La parte più importante, la canna, è stata lavorata a partire dalla canna di una mitragliatrice d’aereo: per metà lunghezza è stata ridotta a sezione circolare per ridurre il peso mentre la prima metà, maggiormente soggetta agli stress del grande calibro, è rimasta a sezione ottagonale. La canna è lunga 38,25 pollici (97,16 cm), adeguata per sfruttare al meglio il 12,7 mm.
L’asta del fucile (la parte da impugnare sotto la canna) è in bronzo con pannelli in legno di noce francese. Il calcio e l’impugnatura, tra i quali vi è abbondante spazio per il pollice, sono in bronzo con pannelli in legno di cocobolo. L’imbottitura per la spalla è foderata di cuoio. Gli agganci per l’ottica sono in alluminio e tutto il resto è di ottimo acciaio.
Le incisioni sono state realizzate dal maestro John Adams: sul lato sinistro un’aquila in volo, ispirata a quella sulle monete da un centesimo di dollaro; sul lato destro l’aquila con lo scudo, il ramo d’ulivo e il fascio di frecce presente sul mezzo dollaro d’argento del 1858.

Il fucile imita nell’aspetto i Fucili Schützen, una categoria d’armi da tiro al bersaglio su lunghe gittate molto in voga tra 1875 e 1945. Il nome è legato al fatto che imitavano le armi davvero in uso tra gli Schützen tirolesi, grandi tiratori, negli anni 1870-1880: fucili di precisione a colpo singolo, di solito con otturatore rollante (simile a quello Remington usato dalle truppe vaticane a Porta Pia) o a blocco cadente (simile a quello del Martini-Henry). I Fucili Schützen (quelli sportivi) di solito erano dotati di mirino di precisione, otturatore modificato di alta qualità, incisioni pregiate, canna pesante, talvolta doppio grilletto (per ridurre il peso al momento del tiro e quindi le imprecisioni dovute allo sforzo dell’indice, il lavoro è diviso su due: un grilletto molto pesante che porta a un pelo dallo sparo e uno leggerissimo che completa l’azione) e cassa ottimizzata per agevolare il tiro (miglior presa per il pollice, sagomatura migliorata per la spalla ecc…).
La corsa molto breve, quasi nulla, del grilletto di questo fucile indica che probabilmente è leggero, per favorire il tiro di precisione a scapito della maggiore sicurezza “in caso di urto violento” di un grilletto più pesante.



Dall’alto: fucile Pope Ballard a otturatore rollante in calibro .30-40, con ottica; fucile Aydt-Hanael (1890-1925 circa), calibro 8,15x46R; fucile a blocco cadente degli Schützen, molto simile nell’aspetto alla variante del blocco cadente Martini (ma la differenza se c’è è “dentro”), calibro 8,15x46R.

Il fucile implementa un’originale variante del blocco cadente di tipo Farquharson (brevettato in Scozia nel 1872) in quanto a rinforzo dell’otturatore (in caso di rottura dovuta alla cartuccia molto potente) è presente un blocco girevole, visibile nelle foto. Il maggior spessore sulla bocca della canna, nel rispetto della storicità tecnica dell’arma imitata, non contiene un rompifiamma. Il rompifiamma sarebbe inutile considerando che non è un fucile d’assalto o una mitragliatrice di squadra che ha bisogno di sfruttare parte dei gas per compensare il rilevamento (la componente verticale del “rinculo”). Senza considerare che il grande peso unito all’affusto riduce a nulla lo scalciare del cartuccione scelto. È stato costruito per partecipare alle competizioni di tiro da affusto (bench rest) con fucile pesante, limite massimo 65 libbre, quindi peserà 25-29 kg. Un rompifiamma sarebbe buono solo a raccattare sporcizia: meglio che non ci sia.

L’ottica Unertl da 15x ricorda quelle lunghe di primo Novecento. Le mire metalliche comprendono un alzo a cerniera posto dietro l’otturatore, proprio come nei veri fucili da tiro della seconda metà dell’Ottocento: erano agganciati in un apposito spazio, in modo da poterli sostituire facilmente con altri di precisione costruiti secondo le esigenze del cliente.
Sia l’ottica che le mire metalliche sono spostate verso sinistra. Questa è una pratica comune sulle mitragliatrici e sui grandi fucili, perché le dimensioni dell’arma renderebbero scomodo poter arrivare con l’occhio fino a metà larghezza dell’arma (e anche per non ricevere una fetta di rinculo dritta sui denti). Naturalmente la cosa rende il tiro estremamente scomodo, se non impossibile, per un mancino. Una volta tutte le armi da fuoco lunghe erano scomode per i mancini, visto che la pratica di farce sganci/sicure ambidestre ed espulsione dei bossoli ribaltabile è un’abitudine solo degli ultimi decenni. Un altro caso in cui le mire potevano essere sfasate a sinistra è nel caso di caricatori posti sopra l’arma, come nel caso del fucilone controcarro Boys (quello usato da Lynette in Strike Witches, per chi segue i programmi ad alto contenuto intellettuale).

Lo spostamento del sistema di mira implica un ulteriore errore nel tiro in caso di errata valutazione della distanza. Piccola parentesi balistica di spiegazione. L’ottica e le mire metalliche sono allineate normalmente con l’occhio del tiratore, ma sono spostate verso sinistra rispetto al centro della canna. Ne consegue che in tal modo l’organo di mira è accurato solo sullo “zero” (la distanza scelta sull’alzo a cerniera o sull’ottica), mentre i tiri a distanza inferiore risulteranno sia più alti che più spostati a destra rispetto al punto mirato, mentre quelli oltre lo zero cadranno più in basso e più a sinistra. Allo spostamento verticale in caso di errata valutazione della distanza (sia nella regolazione che nella comprensione a occhio in fase di sparo) si aggiunge uno spostamento orizzontale (detto “deriva”: ne abbiamo già parlato con le armi ad avancarica un anno fa).
Esempio coi numeri: se le mire fossero spostate di 3 cm a sinistra e azzerate a 100 metri, e si mirasse con l’alzo da 100 metri a distanze superiori, a 200 metri la deriva porterebbe i colpi a cadere 3 cm più a sinistra e a 500 metri i colpi finirebbero ben 12 cm più a sinistra! Se stessi mirando al centro del cranio, mettiamo subito sopra il naso e in mezzo agli occhi, già 9 cm (più l’errore naturale dell’arma) potrebbero bastare a far sbagliare un colpo altrimenti perfetto.
Un disegno di spiegazione con le faccine, così perfino i miei lettori possono capirlo! ^_^

Frederick Courteney Selous, esploratore e ufficiale britannico. Selous usò un fucile Farquharson calibro .461 Gibbs (a destra nella foto) per gran parte delle sue spedizioni di caccia in Africa. La foto è degli anni 1890.

È un oggetto moderno fabbricato con l’intento di riproporre l’estetica del passato, in una deliziosa combinazione di tecnologia moderna, DIY ed efficienza. Lo stesso figlio del fabbricante descrive il lavoro del padre così:

Mr. Smith is reported to have required that his guns have form, function & beauty and these were the thoughts he apparently had in his mind when he created this magnificent piece.

Officina casalinga, canna riciclata, imitazione delle armi di fine ’800, funzionalità e bellezza: Do It Yourself degno dei migliori artigiani Steampunk. Perfino il calibro non è del tutto fuori luogo: il .50 BMG non è altro che la copia americana del 13,2 mm TuF (Tank und Flieger perché era il calibro delle nuove mitragliatrici Maxim MG 18 anticarro e antiaeree, arrivate però quando la guerra era già finita), usato sul primo fucile controcarro della storia: il Mauser 13,2 mm Tank Abwehr Gewehr Mod. 18, o più semplicemente T-Gewehr.
Il 13x92mmSR (armor piercing, immagino) penetrava a 100 metri ben 24 mm di acciaio per armature (120-150 kg/mm2, ovvero 170-210 ksi, contro i 55 ksi dell’acciaio AISI 1010-1020), ma anche il .50 BMG si fa ben rispettare nel fucilone artigianale: gruppo di 5 colpi su piastra di acciaio.

Ringrazio Steve di The Firearm Blog per la segnalazione.
Per ulteriori dettagli sul fucilone e per chi volesse partecipare all’asta di James D. Julia Inc. del 3-4 ottobre, è il lotto 1350 su questa pagina. Verrà venduto a 15.000-25.000 dollari.
 

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