[CaD] La nonnina con la pistola

Scritto da Il Duca Carraronan il 11 mar 2010 | Categorie: Armi da Fuoco, Chiedilo al Duca, Oplologia

Una domanda della serie “Chiedilo al Duca” risalente agli ultimi giorni di giugno del 2009.
La risposta, come sempre, è stata rielaborata e riscritta per migliorarne la leggibilità.

[...]
Tempi nostri.
Una vecchia signora. Una vecchia signora che ha però un’arma così potente da poter sparare attraverso una porta aprendo un bel buco nella medesima. Dunque l’arma deve essere abbastanza leggera da poter essere impugnata da una donna anziana, seppur vispa, ma con pallottole decisamente letali.
Ce l’hai?
(Lara Manni)

Il problema fondamentale, in questo caso, è trovare un buon compromesso tra la potenza della cartuccia e il peso dell’arma, mantenendo intatta la capacità del proiettile di rimanere letale dopo aver perforato una comune porta in legno. Sarà possibile?

Inoltre la pistola deve essere leggera perché la vecchietta deve poter mirare correttamente senza che le tremi in mano e il rinculo non deve essere tanto forte da spezzare i polsi erosi dell’anziana. Il rinculo è legato alla potenza della cartuccia, come appare ovvio dal terzo principio della dinamica (azione e reazione).
Possiamo escludere calibri molto potenti come il .454 Casull, il .44 Magnum o il .357 Magnum. Evitando calibri molto potenti possiamo anche evitare pistole (spesso) troppo pesanti per un’anziana: il peso dell’arma è legato anche alla potenza della cartuccia perché serve a rendere meno violenti il rinculo vero e proprio (reazione lungo l’asse orizzontale, quello che da la botta su polsi e spalla) e il rilevamento (reazione lungo l’asse verticale, quello che sposta l’arma dalla linea di tiro), le due componenti in gioco che vengono indicati dalle masse come “rinculo”.
Una Desert Eagle in .50 Action Express, un bell’attrezzo massiccio di 2 kg che spara proiettili con tre o quattro volte l’energia cinetica del 9×19 ―che è la classica cartuccia da pistola militare―, spezzerebbe i polsi della vecchia e poi le si schianterebbe in mezzo alla fronte, mandandola KO. ^__^

“Ho la spada più potente del Mondo Emerso, ora voglio una pistola all’altezza!”
Anche voi state pensando a Nihal?

Bisogna poi prendere in considerazione la portabilità dell’arma.
Stiamo parlando di una signora anziana con una pistola per difesa personale. Possiamo immaginare una pistola compatta, con la canna corta e che non richieda molta manutenzione. La vecchietta non ha il tempo o la voglia per preoccuparsi della molla del caricatore: la pistola rimarrà nella borsetta per settimane, con la sicura, ma per il resto carica e pronta all’uso.

La scelta migliore, che tempo fa ho letto essere tipica anche dei poliziotti di mezza età statunitensi, è il revolver: puoi lasciarlo carico per mesi e quando dovrà sparare lo farà… e non ci sarà nessuna molla con il coefficiente K rovinato a impedire che il colpo successivo venga sparato. Per la difesa personale l’ideale può essere uno snubnose, quelli con la canna di 2-2,5 pollici (contro i 4-5 di una pistola normale). I più adatti da portare in tasche o borse sono quelli con il cane coperto, così non può impigliarsi nel tessuto, ma il problema è che spesso sono solo in Doppia Azione (DAO, double action only). Questo significa che il grilletto è più duro perché deve prima alzare il cane e poi sganciarlo per farlo abbattere. Con i revolver normali, quelli con il cane in vista, è possibile armarlo prima di sparare: riducendo il peso del grilletto si ottiene un tiro più stabile (poi dipende anche dalla forza fisica: per un energumeno probabilmente non cambia nulla a sparare in singola azione o in doppia azione nemmeno con la .44 Magnum dell’ispettore Callaghan). Per la nostra vecchietta può essere un problema.
Meglio evitare i DAO.

Tre storici revolver snub nose:
 
S&W_Model_38
Smith & Wesson Bodyguard, Model 38: il cane è coperto,
ma non in alto e quindi è ancora utilizzabile in singola azione.

 
Colt_Detective_Special_3rd
Colt Detective Special, terza versione.
 
Model_642
Smith & Wesson Model 642, sola doppia azione (DAO).

Il calibro? Naturalmente il miglior compromesso tra letalità e scarso rinculo, unito alla lodatissima capacità di funzionare anche nelle peggiori situazioni: il .38 Special, apprezzato anche dai vecchi mangiaciambelle americani. Tuttora un calibro principe nelle statistiche di letalità: può sembrare “anemico” perché non è veloce come il 9×19, ma per penetrare con efficacia la carne conta poco l’alta velocità ed è più importante la densità sezionale. Il .38 Special non manca di adeguata densità ed ha un calibro sufficiente per l’uso antiuomo (9,1 mm), ancora di più se impiegato con munizionamento a espansione (si apre fino a 15 mm circa). Un calibro da difesa se fosse stato del tutto “inadeguato” non sarebbe certo stato usato per 111 anni, fin dal 1899!

Immaginiamo quindi che la nonnina abbia un revolver snub nose .38 Special con canna da due pollici e mezzo, caricato con proiettili JHP da 158 grani, pesanti e letali, adatti per la difesa e l’uso di polizia perché dilatandosi nella ferita tendono a non fuoriuscire dal corpo (e quindi a non colpire altre persone, oltre al malvivente preso di mira). In particolare i proiettili da 158 grani, a differenza di quelli da 110, affondano fino a 30 cm circa di profondità nella carne, permettendo così di raggiungere vasi importanti come l’aorta. Alternativamente potrebbe avere proiettili FMJ da 130 grani, forse più adatti per un’acquirente “generica”: sono migliori per il tiro al bersaglio, quando l’anziana va al poligono, e costano pochissimo.
La velocità alla bocca in una canna da due pollici e mezzo non è naturalmente la stessa ottenibile in una da quattro pollici: probabilmente sarà sui 230 m/s, con entrambe le munizioni (ma potrebbe anche essere maggiore).

38_special_125_grani_JHP_espanso
.38 Special JHP (in questo caso da 125 grani). Notare il proiettile dopo l’espansione.
 
american_eagle_38_special_130_grani_FMJ
.38 Special FMJ, nell’ottima versione da 130 grani di American Eagle

Vediamo se questi proiettili sono adatti per trapassare una comune porta per interni, quella richiesta da Lara, mantenendo poi sufficiente velocità per ferire in modo grave un bersaglio privo di giubbotto antiproiettile. La porta possiamo immaginare che sia spessa 4-5 cm, ma le porte normali non sono blocchi di legno uniformi! Hanno più parti cave che parti piene, altrimenti peserebbero molto di più. Possiamo considerarla come 2 cm di legno, sotto forma di due pannelli da 1 cm separati da uno spazio vuoto.
Utilizzerò la formula di Weigel, adatta per il legno di abete, molto semplice e citata in tanti manuali di balistica.

Calcolerò la penetrazione dei proiettili JHP come se fossero pienamente espansi fin dell’impatto, dato che la maggior durezza del legno rispetto alla carne dovrebbe permetterlo in pochi millimetri. Nella carne invece, come ho avuto modo di scoprire studiando la penetrazione di proiettili sia FMJ che JHP di uno stesso calibro, il calibro da considerare nella formula per la penetrazione di un JHP è a metà tra quello di quando è espanso e quello iniziale, leggermente per difetto (quindi 12 mm in questo caso). Il fatto che la punta cava si spalanchi non modifica la dislocazione della massa posteriore: si mantiene alta la densità sezionale del centro che scava la ferita mentre il bordo più sottile dilata solo un taglio già fatto. Può darsi che questa regola, dipendente dall’elevata concentrazione di peso dietro il diametro iniziale, si applichi anche al legno. Non avendo però prove di ciò ho preferito ragionare come se non fosse così, dando lo “sconto” solo al primo centimetro.

011309-granny-gun
Prego, posizionare lo scrittore di fantasy dietro la porta…

Cominciamo.
I due pannelli di legno da 1 cm vanno considerati separatamente, essendo divisi da più di 1 cm di spazio (come nel caso delle lamine sottili di acciaio). Il proiettile JHP perde 22 m/s attraversando il primo centimetro, si espande completamente e perde altri 36 m/s attraverso il secondo centimetro. La velocità all’uscita è di 172 m/s. Se dietro ci fosse un bersaglio umano, sarebbe ancora in grado di penetrarlo per 21 cm nella carne, scavando un foro del diametro di ben 15 mm. Sufficiente per uccidere, colpendo organi vitali, e in grado di debilitare fortemente l’avversario anche colpendolo genericamente nel ventre. Non credo possa raggiungere grandi vasi come l’aorta, che può essere posta più in profondità (se il colpo va in diagonale nel corpo e se il malvivente è grasso). Sottrarre qualche cm, riducendolo a 15 o 16 cm, in caso di abiti di un certo spessore (giacca da uomo, panciotto, camicia e canottiera), non di più: la grossa decelerazione che limita la perforazione è dovuta alla pelle umana, spessa e straordinariamente elastica per resistere a violenti urti (ben 36 m/s spesi solo per bucarla, quanti ne erano serviti per il secondo centimetro di legno!).

Certo che non poter raggiungere l’aorta è una brutta cosa…
Immaginiamo allora il tutto con i classici proiettili FMJ da 130 grani. In fondo 9,1 mm sono comunque un buco sufficiente, non serve per forza che si espanda, soprattutto non quando questo va a danno di una sana e vigorosa penetrazione!
Nell’attraversare la porta perde 15 m/s col primo pannello e altri 15 m/s col secondo. Rimangono 200 m/s belli puliti: con tanta velocità può affondare nel corpo per 36 cm. Più che sufficienti per raggiungere l’aorta, anche in una persona sovrappeso, aumentando le possibilità che il colpo sia letale pur mancando gli organi vitali più tipici.

Se invece fossero 5 cm uniformi di legno, come un grosso tavolone da banchetto ribaltato, risulterebbero sufficienti per fermare le munizioni JHP, ma non quelle FMJ: decelerate a 150 m/s avrebbero ancora sufficiente velocità per infilarsi nella carne per ben 25 cm (decisamente una buona ferita).
Più sicuro il FMJ, nel caso in cui si dovesse incontrare qualche parte piena della porta oppure del materiale antincendio strano in grado di offrire più resistenza di quanta ne avessi ipotizzata.

In conclusione: revolver snubnose con canna da 2,5 pollici, .38 Special, con munizioni FMJ da almeno 130 grani (meglio se “+P”, ancora più veloci), come questo Colt Diamondback.

 

Ma come li scrivono i libri sulle armi?

Scritto da Il Duca Carraronan il 13 ott 2009 | Categorie: Armi da Fuoco, Libri, Oplologia

Per un paio di vecchi articoli mi è capitato, tra le molte fonti, di consultare anche il libro “Rifles” di David Westwood, che fa parte della serie Encyclopedias of Weapons and Warfare di 18 volumi ed è dedicato solo alla storia evolutiva dei fucili. Avevo già notato nel libro parecchi buchi, piccole inesattezze, discorsi evolutivi incompleti (il mio articolo sull’avancarica a percussione si mangia la sezione a tema di “Rifles” e la ricaga) ecc… e infatti lo uso più come ispirazione che per altro, dato che seppure male tratta comunque parecchie cosette. Il problema è che poi mi tocca andare a cercare conferma di ogni dato e ulteriori informazioni su altre fonti più sicure. ^_^”"

Pochi giorni fa mi è capitato di riaprirlo per controllare che informazioni desse sul fucile Dreyse M41, in particolare per scandagliare la bibliografia. Non ho trovato niente di interessante e, per la cronaca, il disegno della cartuccia del Dreyse era pessimo: Westwood ha messo il secondo tipo di munizione del Dreyse M41 invece di quella definitiva a ghianda e il sabot è pure fatto da cani… fa a gara con il merdoso disegno della pallottola Greener di poche pagine prima (sigh).

In compenso, rovistando nella sezione sui primi fucili bolt-action, sono capitato su una nota inquietante relativa al Mauser 98. E questa volta mi sono cadute davvero le palle.

The weapon was chambered for the 7.92mm Mauser cartridge.7
[...]
7. This cartridge was originally the 88/S, otherwise known as the 88/8 or 8mm x 57 J. In 1905 another cartridge was issued, and in World War I the standard cartridge was the “S.S. [or sS] Patrone,” which fired a heavier, boat-tailed bullet.

A parte che salta a pie’ pari il Gewehr 1888, passando dal 71/84 al 98 (sigh), ma che cazzo sta dicendo in questa nota? Secondo lui il 88/S sarebbe un proiettile, ovvero il 8×57 J, giusto? E il proiettile da 8×57 della prima guerra mondiale sarebbe più pesante del precedente? Mi viene da piangere.

Steampunk_Tinkerbell_by_sparvflickan_small
Mi consolo con le fatine: Trilli Steampunk è un’icona dello Steamfantasy!
(Clicca per ingrandire)

Qui non si sta parlando di sconvolgenti dettagli minimali, ma di cose semplici, concrete e stranote. Si sta parlando di qualcosa che in un libro dedicato solo ai fucili non si dovrebbe sbagliare. Sono cose che non sbaglia nemmeno wikipedia (urka!) e ci sono da anni e anni (”Rifle” è del 2005) un sacco di siti sui fucili in cui trovare conferma di queste cose, anche senza usare altri libri di settore (e Westwood comunque vanta una buona bibliografia: peccato che temo abbia guardato solo le figure in tanti casi ^_^).

Volete sapere che cosa contesto? Ok, partiamo:
1. il 88/S non è un tipo di munizione, ma il nome dei Gewehr 88 con canna rifatta dal 1903 per accettare i nuovi proiettili 7,92×57mm IS (JS col nome americano, ma lo vediamo dopo) appuntiti da 8,2 mm al posto dei precedenti 7,92×57mm I (J col nome americano) a punta tonda da 8,08 mm: quindi il 88/S non solo non è il 8×57mm J, ma nemmeno lo impiega dato che usa il JS;
2. dal 1905 vennero adottate ufficialmente delle nuove munizioni appuntite (quelle per cui stavano venendo convertiti i Gewehr 88), più aerodinamiche e capaci di fare ferite più gravi, ma i loro proiettili non erano più “pesanti” nonostante il calibro leggermente maggiore, anzi, a causa della massa di piombo sparita per renderli appuntiti erano molto più leggeri (9,9 grammi per le IS contro 14,6 grammi delle I);
3. il nome di queste munizioni nuove non era sS-patronen, ma S-patronen: le sS-patronen vennero adottate nel 1934 per i Karabiner 98k e usavano proiettili più pesanti delle s-Patronen (12,8 grammi contro 9,9 grammi, “sS” sta infatti per schweres Spitzgeschoß, ovvero “proiettili appuntiti pesanti”), più adatti per l’impiego nelle canne dei Karabiner 98k che erano molto più corte di quelle dei precedenti Gewehr 98 (600 mm contro 740 mm);
4. quattro (ma non lo contesto, bensì ne denuncio l’assenza nel libro!).

8x57_I_(1888)_e_8x57_IS_(1905)
7,92×57 I (1888) e 7,92×57 IS (1905).
Gli americani, solito gegno yankee al lavoro, li hanno denominati J e JS perché a quel tempo i tedeschi usavano un carattere per la I molto simile alla J. Gli yankee non si sono domandati se I e IS avessero un significato (lo hanno: Infanterie -fanteria- e Infanterie, Spitzgeschoß -fanteria, appuntito-), ma hanno tirato dritto e tuttora nel mercato USA quei due proiettili si chiamano 8×57 J e JS.

Circa centocinquanta pagine del libro sono dedicate alla catalogazione per nazione dei vari fucili militari impiegati: sono complete dei vari modelli di ogni arma, dal poco che ho potuto valutare, e i dati tornano abbastanza (non tutte le velocità di bocca mi risultano esatte al 100%, ma magari sbagliano altre fonti) però, caso strano, quando si arriva al Gewehr 1888 mancano i modelli 88/S, 88/* e 88/Z (però ci sono gli 88/05 e 88/14). D’altronde se pensa che gli 88/S siano proiettili, ne consegue che ignorerà il fatto evidente che siano fucili per non contraddirsi. ^_^”"

Come avete visto Westwood ha messo in poche righe abbastanza puttanate per farmi venir voglia di prenderlo a calci in culo. Ma come ci si permette di ficcare in un libro pubblicato simili vaccate su delle cose così? Mica sono dettagli secondari di armi vetuste e dimenticate, eh!

Mentre sfogliavo l’appendice dedicata ai fucili inglesi sono finito, non l’avessi mai fatto, sulle schede riassuntive dei fucili Snider (convertito del 1867) e Martini-Henry. E pure qui l’errore ci voleva! ^__^

snider
martini-henry

Notato niente di strano?
Il .67 Snider non esiste. E non esiste il .67/450 Martini-Henry. Lo Snider usava un proiettile con bossolo inizialmente di cartone (e poi metallico) chiamato .577 Snider. E il Martini-Henry impiegava il .577/450 Martini-Henry su cui tornerò tra poche righe.

Questi errori non sono accettabili in un libro dedicato solo ai fucili. E non contesto i dati delle velocità, che pure non mi tornano: mi risultavano 410 m/s per il proiettile da 31 grammi del Martini-Henry e 400 m/s o poco meno per il .577 Snider, come riporta anche Wikipedia. Si tratta di una differenza scarsa e potrebbe avere ragione Westwood. Non contesto questi dettagli, ma cose oggettive: munizioni inesistenti!

Un errore di questo tipo può permetterselo un libro che parla di armi solo in modo marginale, come “Wound Ballistic and the Scientific Backgrond” di Sellier e Kneubuehl, che non parla delle armi se non per quanto riguarda le ferite che i loro proiettili producono e le formule matematiche per simulare l’effetto dei proiettili. Ecco l’errorino:

Sellier_stronzata_martini_henry_cut

In realtà il nome .577/450 non viene dal fatto che il Martini-Henry avesse prima impiegato proiettili da 14,5 mm e poi da 11,4 mm, ma dalla particolare storia della cartuccia impiegata che si chiama appunto .577/450.
Quando si decise di diminuire a 11,4 mm il calibro per il nuovo fucile da fanteria inglese si arrivò alla conclusione che il bossolo per contenere tutta la polvere nera necessaria sarebbe stato troppo lungo e goffo. Il colonnello Boxer ebbe l’intuizione del bossolo a collo di bottiglia: usando un bossolo più largo del proiettile, ovvero largo come il vecchio bossolo del .577 Snider, e poi stringendolo dove si inseriva il proiettile era possibile accorciare la lunghezza senza diminuire la polvere nera (necessaria per mantenere velocità, gittata e precisione desiderate).
Nacque così la munizione soprannominata “Boxer”, con la base di un .577 e il proiettile di un .450: nome ufficiale .577/450 Martini-Henry.

Snider-Martini_Cartridges
Da sinistra: .577 Snider, .577/450 Martini-Henry in lamina di ottone arrotolata (abbandonato perché si dilatava troppo e talvolta si incastrava nell’arma dopo lo sparo) e .577/450 Martini-Henry con bossolo di ottone fuso in un pezzo solo.

Il professor Karl Sellier (1924-1997) è uno dei Grandi Uomini nello studio della balistica delle ferite, assieme a Martin Fackler (chirurgo militare) e pochi altri: il suo libro è ottimo e l’errore sottolineato riguarda un dettaglio del tutto marginale (tutti i dati di pesi e velocità sono comunque corretti!). È una cosa insignificante.
Ma per “Rifles” di Westwood è un altro discorso. E penso che non ci sia nulla da contestare se uno si incazza trovando dozzine e dozzine di errori sui fucili in un libro che parla solo di fucili! -___-

Pazzi per la Storia: il video del test di Pavia

Scritto da Il Duca Carraronan il 26 giu 2009 | Categorie: Armi da Fuoco, Consulenze, Documentari, Oplologia

Ecco finalmente il video del test di penetrazione sul foglio di acciaio C40, direttamente dall’episodio di “Pazzi per la Storia” del 24 giugno.
Lo ha segnalato su Facebook il buon Claudio Gatti, l’archibugere esperto che potete vedere nel video assieme alla recluta Alex Braga.
Per chi si era perso tutto il discorso vi rimando alla pagina sulla giornata passata a Pavia e alla consulenza balistica fornita per il documentario di History Channel Italia.

Come potete vedere prima dice che si spara dal fianco se si spara nel mucchio, senza precisare che è per via del fumo che brucia gli occhi (visto che fumata?) e non per la mancanza di precisione dell’arma in sé (che di certo non migliora se uno nemmeno la punta bene!), ma poi quando ha bisogno di sparare al meglio se la tiene bene contro la spalla.

Non è una contraddizione: nel fuoco di massa, continuo (si possono dover sparare anche 20 proiettili di fila), per non diventare ciechi col fumo degli archibugi senza forcella (e quindi con lo scodellino ancora più vicino agli occhi) va benissimo tirare dal fianco… e poi quando bisogna sfruttare al massimo la poca precisione disponibile, si tira dalla spalla accettando il fastidio di ricevere una nuvola di fumi urticanti dentro gli occhi. All’epoca gli occhialoni di plastica per il tiro ad avancarica non c’erano. ^_^

Il tiro dal fianco lo facevano anche i prussiani nell’Ottocento coi fucili ad ago Dreyse quando a furia di sparare la camera perdeva tenuta (non c’era gomma a sigillarla e i proiettili erano senza bossolo) e l’arma iniziava a fare vampate incandescenti verso la faccia del tiratore. ^__^

Prossimamente pubblicherò un paio di nuovi articoli della serie “Chiedilo al Duca”.
E ovviamente altri conigli. Tanti conigli.
Alla prossima.

La Mitragliatrice a Vapore di Mr. Perkins (1824)

Scritto da Il Duca Carraronan il 02 giu 2009 | Categorie: Armi da Fuoco, Oplologia, Steam: a Vapore!

Mi sono accorto di non aver mai parlato della, usando un termine moderno, “mitragliatrice” a vapore di Jacob Perkins. Probabilmente perché nessuno degli articoli precedenti trattava argomenti correlati: mitragliatrici o motori a vapore.
È un’arma strana e merita un po’ di spazio, anche se temo che qualcuno dei miei lettori già la conosca: a quanto mi risulta è più nota lei del fucile a vento Girandoni (che però usava aria compressa con una pompa manuale e in termini balistici faceva pietà). È una sorta di “must” per chiunque si voglia far passare seriamente per amante dello Steampunk: non conoscerla è come non conoscere Space 1889 (o peggio).

 
L’inventore
Jacob Perkins, celebre inventore americano dal cui genio sono dipese molte innovazioni tecnologiche (21 brevetti americani e 19 inglesi), è nato a Newburyport, Massachussets, il 9 luglio 1766. A dodici anni divenne apprendista di un orefice e, segno del suo genio, quando il maestro morì appena tre anni dopo, lui era già in grado di lavorare da solo. A soli 15 anni inventò un nuovo sistema per placcare le fibbie delle scarpe -un lavoro molto redditizio all’epoca- e gli affari prosperarono.
Era un artigiano così abile che a 21 anni lo Stato del Massachusetts gli commissionò la realizzazione degli stampi per le monete di rame dello Stato. Le invenzioni proseguirono, ma venne ingannato da alcuni “sponsor” approfittatori e cadde in rovina. Si trasferì a New York e poi a Filadelfia dove realizzò le prime lastre in acciaio per fabbricare banconote con componenti in rilievo, in modo da rendere più difficile il lavoro dei contraffattori. Alla fine, nel 1818, non riuscendo a trovare fondi e un ambiente adatto per esprimere al massimo la propria creatività, emigrò in Inghilterra: lì ottenne finanziamenti, fabbricò lastre per banconote per il governo e sviluppò strumenti per misurare la velocità della navi ecc…
alla fine la sua attenzione venne attirata dai motori a vapore: realizzò il primo motore a vapore a pistone singolo con un bollitore capace di sostenere una pressione di 800 libbre per pollice quadrato (psi), pari 54,4 atmosfere.

 
La Mitragliatrice
Alla fine Perkins realizzò la sua arma a vapore, lo “steam gun”, e la rese pubblica.
L’arma è registrata nel Regno Unito con brevetto numero 4592 del 15 maggio 1824.

the_london_mechanics_register_november_1824_steam_gun_perkins_diagram
Schema dello “steam gun” di Perkins, come apparso sul The London Mechanics’ Register del 6 novembre 1824. Segue la descrizione dell’arma pubblicata dalla rivista.


A – The Chamber of the Gun, from which the Barrel is charged.
B – The Handle which directs the piece working in the Chamber, and by means of which the Balls are conveyed from the Hoppers (C) into the Barrel.
C – The Hoppers, into which the Balls are placed, and from which they drop one by one into the Chamber, when the Handle (B) is moved to its extent.
D – The Barrel, which is about six feet In length.
E - A Regulating screw, by means of which the Handle is kept tight.
F – A Swivel Joint, which allows of the Gun being elevated or lowered to any point, and by means of which the Barrel may be moved in almost any direction.
G – A Throttle Valve, by which the steam is admitted from the Generator of the Engine, and into which the Pipe, communicating with the Barrel, is introduced.
H – Mr. Perkins` admirable mode of uniting Pipes so as to resist any pressure. This represents the junction of the Pipe from the Generator with that from the Chamber.

L’arma era costituita da una canna “D”, con una struttura circolare “A” per l’inserimento dei tubi “C” con le palle di piombo (caduta verticale) e la manopola col grilletto “B” per far precipitare le palle verso il flusso di vapore ad alta pressione.
La struttura, molto semplicemente, era collegata tramite un giunto a snodo “F” (swivel joint) alla struttura di giuntura dei tubi “H” (con la valvola “G” per dosare la quantità di vapore ammesso) che univa l’arma vera e propria al tubo rigido del Generatore di Vapore: il vapore ad alta pressione dosato con la valvola “G” veniva inviato lungo la canna e spingeva le palle fuori dalla canna a gran velocità.

Il giunto a snodo “F” permetteva di puntare la canna verso l’alto, il basso, a sinistra e a destra con sufficiente rapidità. La canna era lunga sei piedi (182 cm), in grado quindi di spingere per il tempo sufficiente la palla permettendole di acquistare la dovuta velocità d’uscita.

Le dimensioni, unite al bisogno di un generatore di vapore (una grossa caldaia non pesa come una piuma…), la rendono un ingombrante “pezzo d’artiglieria” da trainare con gli appositi carriaggi piuttosto che un’arma da impiegare a livello di compagnia (come sono invece le mitragliatrici di squadra moderne per cui bastano due o tre persone per trasportarle e impiegarle senza problemi). Era più ingombrante della successiva mitralleuse francese (1866) o anche della prima mitralleuse belga a 50 canne (1851) (entrambe ippotrainate).

La diversità dell’arma di Perkins rispetto alle prime mitragliatrici “sperimentali” (di 30 anni dopo) sta anche nell’impiegare una sola canna per le raffiche: non molte canne che sparano in sequenza una sola volta e poi si cambia il caricatore (la mitralleuse Reffye usata dai francesi nella guerra Franco-Prussiana del 1870 aveva 25 canne), ma una sola canna che spara tutti i proiettili uno dietro l’altro. Concezione molto moderna.

mitrailleuse_canon_a_balles_modele_1866
Reffye mitrailleuse, “Canon à balles modèle 1866″.
Venticinque canne rigate da 13mm disposte su cinque righe.

L’arma, impiegando vapore di spinta invece che esplosioni di composti chimici, rispetto alle mitragliatrici successive è immune alle esplosioni della camera di sparo per surriscaldamento, non soffre di inceppamenti per la cattiva qualità delle munizioni col bossolo (non le usa!) e la canna è meno stressata e può sostenere il fuoco per periodi molto prolungati (intere ore) senza surriscaldamenti che la rovinino o la portino alla rottura: proprio come un treno.

Le mitragliatrice moderne invece soffrono molto il surriscaldamento della canna e della camera di sparo, costringendo il trasporto di una o due canne supplementari per la sostituzione: una tipica squadra di MG42 nella seconda guerra mondiale portava sempre almeno una canna di riserva per evitare di stressare l’arma oltre il punto critico (ovvero di deformazione del metallo e guasto permanente della rigatura).
Senza contare i primi modelli di inizio Novecento che usavano serbatoi da 20 litri d’acqua per il raffreddamento della canna (e gli inglesi con una raffica o due si scaldavano l’acqua per il té)… oppure i modelli, come le Gatling, che per evitare il problema del riscaldamento utilizzavano anche una dozzina di canne a rotazione (con notevole aumento del peso dell’arma).

L’arma disponeva di un bollitore capace di sostenere una pressione di 900 psi, pari a 61,2 atmosfere, ancora superiore al record di 800 psi conseguito poco tempo prima! Notate che il generatore di vapore richiesto non ha bisogno di disporre di pistoni o altro per tramutare l’energia del vapore in energia meccanica, ma ha bisogno solo del vapore ad alta pressione da usare per spingere le palle invece di spingere un pistone. Tecnicamente è un dispositivo più semplice del motore a vapore di una locomotiva.

uniflow_steam_engine
Uniflow Steam Engine: inventato da Perkins nel 1827 (anacronistico!) e brevettato da Leonard Todd nel 1885. Divenne famoso grazie al tedesco Johann Stumpf nel 1909. Impiegato nell’ambito industriale fino alla Seconda Guerra Mondiale.

Il Duca di Wellington, che in altri ambiti fu quasi tecnofobo (il suo disgusto per i treni è passato alla storia), si interessò moltissimo alla nuova arma. Avendo combattutto in prima persona contro Napoleone, aveva bene in mente il potenziale di simili armi contro 100-200mila avversari schierati in linea o in colonne da assalto alla francese.

Fu proprio grazie alle pressioni esercitate dal Duca che un gruppo di ufficiali del genio e dell’artiglieria accettò di presenziare alle prove dell’arma. Ma molte cose andavano a svantaggio di Perkins, nonostante l’illustre sostenitore: Jacob era nato nelle ex-colonie, quindi era guardato dall’alto in basso dagli aristocratici conservatori inglesi che dominavano i vertici militari; inoltre i militari inglesi, più di quelli di tutte le altre nazioni, erano dei conservatori estremisti, tanto che nel decennio successivo arrivarono a rifiutare un ottimo fucile rigato con ottime prestazioni balistiche perché “impiegava proiettili non sferici e i militari hanno sempre usato palle di piombo” (proiettile a espansione Norton, 1834) o perché “il proiettile era formato da due parti e non da una sola, quindi troppo complesso da produrre” (proiettile a espansione con tappo di legno Greener, 1836). Solo nel 1851 abbracciarono con entusiasmo i proiettili non sferici, scegliendo il design del francese Minié (si veda questo articolo per i dettagli sull’evoluzione dei fucili militari dell’epoca).

Le prove vennero svolte presso la manifattura di Perkins, a Regent’s Park.
Inizialmente Perkins sparò le palle con ritmo lento, a imitare il fuoco di un moschetto o di un piccolo pezzo d’artiglieria campale, contro una lastra di ferro spessa 1/4 di pollice (0,635 cm) a 35 yarde di distanza (30 metri). Lo scopo della prima prova era solo di mostrare la forza con cui le palle da moschetto si spiaccicavano contro la lastra.
Le fonti dicono palle “da un’oncia”, come capita spesso, ma in realtà erano un po’ più pesanti: 32-34 grammi e non 28 grammi. Il regolamento inglese prevedeva infatti che le palle dei moschetti da 0,75 fossero fuse in modo da ricavarne 14 da una libbra di piombo (una libbra contiene 16 once), ovvero palle da 0,69-0,71 pollici.

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Le palle spiaccicate nella prima prova contro la lastra.

Per massimizzare l’effetto psicologico dello spiaccicamento sugli ufficiali ignoranti (”se si appiattiscono così deve spararle proprio FORTE!”), come mostrato nel disegno sopra, Perkins impiegò palle in piombo morbido. In realtà fin dal Settecento gli inglesi impiegavano, soprattutto nei fucili rigati (in particolare quelli per uso sportivo), proiettili in piombo duro legati col 3% di antimonio (fonte: “Carabine da Bersaglieri”, Regno di Sardegna, 1855). Un piccolo trucco del geniale Perkins. ^___^

La prova proseguì. Per dimostrare che le palle inviate erano abbastanza forti da uccidere un uomo a 30 metri (30-50 metri a quell’epoca era diventata la distanza più importante di tiro per i moschetti, per massimizzare le vittime e il crollo del morale prima della “decisiva” carica alla baionetta), Perkins mise in fila 11 tavole di legno molto resistente spesse 1 pollice (2,54 cm), distanziate di 1 pollice l’una dall’altra. I proiettili le trapassarono tutte senza difficoltà.

Se ipotizziamo che il legno fosse semplice abete (classico legno da prove balistiche per cui abbiamo ottime formule per la penetrazione) e se immaginiamo che le palle fossero ancora in piombo morbido come prima, l’energia necessaria per attraversare ogni tavola sarebbe stata di 170 J circa.
Per delle tavole distanziate così tanto non va sommato tutto il legno e rifatto il calcolo, basta solo moltiplicare l’energia: quindi 11 tavole richiedono almeno 1870 J. Se consideriamo che la palle si sarebbe fermata nel tentativo di sfondare la dodicesima, si può arrivare a ipotizzare 2000 J o poco meno. Con palle da 32 grammi (0,69 pollici) sarebbero 350 metri al secondo a 30 metri, e quindi -calcolando un 22% di perdita di energia cinetica come da prove sperimentali per palle da 0,69- sarebbero stati 2560 J e 400 metri al secondo alla bocca.
Quasi come un moschetto Brown Bess (460-470 metri al secondo alla bocca).

Perkins mise il vapore a tutta forza, per portare al massimo il ritmo e la violenza dei colpi (in pratica aprendo di più la valvola non solo aumenta il ritmo di fuoco, ma anche la forza dei proiettili: nei primi tiri contro la lastra il vapore non stava mostrano tutta la sua violenza!), e falciò una lunga tavola di legno atta a simulare una linea di fanteria. L’arma priva di rinculo mise a segno tutti i colpi: se ci fosse stata davvero una compagnia di fucilieri in quel punto, sarebbero stati tutti massacrati in mezzo minuto.
Come sottolinea l’autore dell’articolo del 1824 “Mr. Perkins Steam Gun”, una simile arma posta al fianco di un reggimento schierato per il fuoco di linea avrebbe massacrato i nemici senza infastidire le proprie truppe.

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La Sottile Linea Rossa del 93esimo Highlander, Battaglia di Balaclava, 25 ottobre 1854.
Trenta anni dopo. Immaginate cosa potrebbe fare lo Steam Gun contro di loro? ^__^

Non contento di ciò, Perkins decise di tornare alle piastre di ferro. Prese di nuovo la piastra da 1/4 di pollice, quella su cui aveva fatto spiaccicare a uno a uno i proiettili morbidi e con una raffica a piena forza da 500 colpi al minuto la ridusse a un groviera. Più di 6 mm di ferro falciati come se fossero di legno.

Se, per ridurre al minimo le “doti dell’arma”, ipotizziamo che Perkins in questo esperimento abbia impiegato una lastra di ferro battuto (wrought iron con scorie, equivalente all’ottocentesco ferro svedese, peggiore del ferro ARMCO puro attuale) e non di acciaio dolce (mild steel AISI 1010-1020), cosa plausibile visto che fino al 1855 non sarà possibile produrre acciaio dolce a bassissimo costo, e che i proiettili fossero in piombo duro e non in piombo morbido…
…allora l’energia necessaria per trapassare la lastra sarebbe stata di 2840-3400 J (resistenza del ferro con scorie rispetto al mild steel pari al 50-60%, come da dati di Alan Williams), ovvero una velocità a 30 metri di 422-461 metri al secondo (477-521 metri al secondo alla bocca).

È realistica una velocità alla bocca così elevata? Sì.
Benjamin Robins, il padre del pendolo balistico, registrò nel 1742 una velocità di 509 metri al secondo per una palla di moschetto sparata con una dose di polvere pari a metà del peso della palla. E anche Benton, nell’Ottocento, registrò 579 metri al secondo da un fucile rigato per uso sportivo caricato con polvere pari al 46% del peso della palla.
Quindi velocità molto alte, ma non straordinarie in sé.

Come ci fa notare l’autore dell’articolo “Mr. Perkins Steam Gun”, quest’arma oltre a un volume di fuoco micidiale, senza precedenti (Perkins disse che poteva portare la pressione della caldaia fino a 2.000 psi e le raffiche da 250-500 a 1000 colpi al minuto senza problemi, se l’arma fosse stata richiesta), ha anche altri vantaggi: è economica.
Se si suppone che una sola canna scarichi 250 palle al minuto questo equivarrebbe a 15.000 palle da un’oncia all’ora che per 16 ore (un’intera giornata di scontro, tanto l’arma non soffre di surriscaldamento della canna) sarebbero 15.000 libbre di piombo (un po’ di più, come visto, ma seguiamo i dati esatti dell’articolo). La sola spesa in polvere da sparo, facendo lo stesso con dei moschetti, sarebbe di 35 Sterline ogni 1.000 proiettili, pari a 525 Sterline in 16 ore (il salario giornaliero di 3.500 operai!). La mitragliatrice a vapore può sostenere quel volume di fuoco con una buona scorta d’acqua e solo 3 o 4 Sterline di carbone Morte di massa a basso costo.

La richiesta di carbone, poco costoso ma ingombrante, unita al forte consumo di acqua e alla mole del generatore di vapore, la rendeva un’arma ingombrante, paragonabile come traino di cavalli a un pezzo d’artiglieria d’assedio da 24 libbre, probabilmente. Non proprio l’oggetto più comodo del mondo da portarsi appresso.

Ma i vantaggi erano innegabili. Come arma da postazione, montata in un forte o simili (in una ridotta a difesa dell’artiglieria d’assedio) dove la grossa caldaia e il consumo di acqua diventavano irrilevanti, poteva fornire un volume di fuoco straordinario. Un’arma difensiva, più che offensiva.

Gli ufficiali tecnici non criticarono la precisione e la gittata (alte, seppur nel limite delle palle sferiche, come già discusso in questo articolo), né la letalità o il volume di fuoco, né l’affidabilità (l’arma era molto semplice e non soffrì di alcun inceppamento, a differenza delle mitragliatrici di 40 anni dopo), ma pur di rifiutarla per partito preso si inventarono che il vapore così potente avrebbe potuto in teoria deformare la sfericità del proiettile. D’altronde si erano presentati alle prove solo per far felice Wellington.

Cioè… LOL! Come se la spinta della polvere da sparo non fosse identica! E inoltre la questione fu della deformazione teorica in sé, ignorando il fatto che in realtà l’arma era (per l’epoca) precisa e dotata di un’ottima gittata (200-300 yarde di tiro letale, come i fucili rigati Baker). Comunque, inventata la scusa per rifiutare l’arma, si sentirono felici e contenti. Il Duca di Wellington, ricevendo di nuovo la conferma che i suoi colleghi ufficiali erano degli imbecilli come dieci anni prima, lo fu molto meno.
Una perla di saggezza inglese ▼

Un’arma tanto pericolosa e letale o la usavano i britannici o nessun altro. E, dato il design avveniristico e l’altissima tecnologia frutto del genio di Perkins, solo lui poteva progettarla. Ricordiamo che mancavano ancora 12 anni all’invenzione del fucile ad ago di Dreyse e 42 anni alla diffusione in massa delle armi a retrocarica a colpo singolo negli eserciti! L’invenzione di Perkins era davvero qualcosa frutto di un genio inimitabile dai contemporanei (e infatti solo nel 1861 l’inventore sudista Winans proporrà una mitragliatrice a vapore che, a quanto pare, era peggiore di quella di Perkins).

Qualcuno dirà “Ma se l’arma era tanto buona, innovativa, ecc… perché nessun altro governo in quegli anni ci ha pensato?”.
In realtà fu proprio il contrario: mezza Europa si interessò all’arma di Perkins. I francesi richiesero una dimostrazione della nuova arma e Perkins, a Greenwich, ne portò una versione modificata secondo le specifiche francesi e in grado di sparare 60 palle da 4 libbre (1,8 kg!) al minuto. In pratica un cannoncino automatico. Il principe Polignac ne fu molto soddisfatto e chiese anche di vedere la versione “mitragliatrice” che sparava raffiche di palle da moschetto. Anche qui il principe gongolò come un bimbo in un negozio di giocattoli. Ma quando si trattò di parlare di soldi, i francesi non furono interessati: erano lì per “vedere”, mica per comprare! Chi ce li ha i soldi da buttare? Sigh. In ogni caso è probabile che Perkins, senza il parere positivo del governo, non l’avrebbe venduta lo stesso.

L’Autocrate di Russia, lo Zar Alessandro I, ne volle comprare sull’unghia una batteria (parecchi esemplari, insomma) per quanto era rimasto affascinato da quell’arma, ma qualsiasi offerta venne rifiutata da Perkins: la Russia non era un’amica dell’Inghilterra e quindi non doveva mettere le mani su un’arma tanto pericolosa.
Perfino i Greci, nella loro lotta contro i Turchi, arrivarono a chiederne un paio! La notizia dell’arma non era certo passata inosservata. Ma i militari Britannici, appunto, erano famosi per l’acume delle loro menti…

Estratto di un articolo d’epoca, dal The London Mechanics’ Register, 6 novembre 1824.

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“If Mr. Perkins’s steam guns were introduced into general use, there would be but very short wars; since no fecundity could provide population for its attacks…

What plague, what pestilence would exceed, in its effects, those of the steam gun? – 500 balls fired every minute… one out of 20 to reach its mark – why, 10 such guns would destroy 150,000 daily. If we did not feel that this mode of warfare would end in producing peace, we should be far from recommending it…

We have heard, but we do not vouch for the fact, that the Emperor of Russia, who has more knowledge of the importance of steam than some of us Englishmen, has sent an agent to procure a supply of Perkins’s steam guns, which that gentleman’s patriotism will not allow him to offer…”

E già, pensa come sarebbero veloci e indolori le guerre se tutti disponessero di armi estremamente letali come queste “mitragliatrici” o peggio, tipo gas tossici o bombardieri! Positivismo portami via: mi fischiano nelle orecchie qualcosa come due conflitti mondiali… ^__^

 


Fonti principali:
“Gas, Air & Spring Guns of the World” di W.H.B. Smith, 1957. Contiene un’inesattezza nel riferirsi a proiettili più duri “in ferro”: è una cosa insensata, priva di prove sui documenti d’epoca e balisticamente non credibile (il vantaggio del +25% di penetrazione è superato dalla perdita del 31% di peso). La cosa più probabile è che abbia pensato “ferro” quando ha letto di proiettili più “duri” perché non era (e non è) di conoscenza comune il fatto che il piombo indurito con l’antimonio venisse fabbricato ben prima del 1880.
L’articolo “Mr. Perkins Steam Gun” tratto da “Mechanics’ Magazine” vol. 5, pagina 147, del 1826.
L’articolo “Mr. Perkins’s Extraordinary Steam Gun” tratto da “The London Mechanics’ Register” del 6 novembre 1824.
Un breve accenno tratto da “Armi da Fuoco” di E.S. Ellacott. Contiene varie inesattezze, nonostante la scarsa mole (25 righe appena), inclusa l’inverosimile dichiarazione che la lastra di ferro fosse spessa 1,25 cm (mezzo pollice invece di un quarto). Quest’ultima forse dipende dalla dozzinale traduzione italiana.

I primi fucili a retrocarica: Ferguson (1776), Hall (1819) e Kammerlader (1842)

Scritto da Il Duca Carraronan il 12 apr 2009 | Categorie: Armi da Fuoco, Oplologia

Quando si pensa alla retrocarica si pensa solitamente ad armi che impiegano munizioni moderne, ovvero cartucce in carta o metallo contenenti innesco, polvere da sparo (oppure polvere infume) e proiettile.
A chi possiede anche solo un’infarinatura basilare di storia armiera viene subito in mente il fucile ad ago tedesco di metà Ottocento, il Dreyse, con la sua grande rapidità di caricamento. E molti ricorderanno la disastrosa sconfitta di Garibaldi alla battaglia di Mentana del 1867, quando i suoi soldati armati di fucili ad avancarica (e non erano nemmeno i migliori esistenti) vennero fatti a pezzi e costretti alla resa dai francesi armati coi nuovi fucili a retrocarica Chassepot, armi ad ago di una generazione successiva al Dreyse.
Ma vi era retrocarica ben prima delle cartucce e dei fucili ad ago.

Fin dal Cinquecento si era cercato di ottenere buona precisione e rapidità di caricamento (necessaria all’ambito militare) sfruttando il binomio rigatura-retrocarica. Le armi tendevano ad avere camere di sparo sigillate male a causa della scarsa precisione delle componenti, della dilatazione del metallo e dell’impossibilità di sigillare il tutto con la gomma (il Chassepot sarà il primo fucile a usarla). Per oltre due secoli la retrocarica per uso militare si rivelò un fallimento. Le armi per il tiro di precisione anche nell’ambito caccia (i fucili tedeschi e la loro copia americana, i Kentucky) rimasero ad avancarica: troppo lente da caricare per essere utili ai militari e al tiro in massa della fanteria.
Ma l’arrivo del fucile Ferguson segnò un importante passo verso l’accettazione da parte dei militari della retrocarica e delle armi rigate.

 
Ferguson
Il fucile Ferguson è un’arma particolare, opera del genio di Patrick Ferguson, un ufficiale scozzese. La famiglia di Patrick era collegata all’Illuminismo e la casa era frequentata da scienziati, storici e filosofi tra cui perfino David Hume, che consigliò al quindicenne Patrick di leggere il romanzo Clarissa di Samuel Richardson.
Patrick era descritto come un uomo attraente, magro, intelligente, istruito, arguto, di buon carattere e galante. Scrisse vari articoli dal tono satirico, sotto differenti pseudonimi. Venne soprannominato “il bulldog” per il suo tenace coraggio. Fu uno degli eroi “romantici” dei Lealisti nella Guerra d’Indipendenza, attorno a cui ruotarono aneddoti e leggende.

Patrick entrò nell’esercito a 15 anni, come era normale all’epoca (il padre gli aveva comprato l’accesso a 12 anni, ma venne considerato troppo gracile per servire subito e proseguì gli studi in patria), e servì nei Royal Scots Greys (un reggimento di Dragoni) durante la Guerra dei Sette Anni. Dovette ritornare in Inghilterra a causa della tubercolosi, che gli colpì il ginocchio. Nel 1768 venne trasferito al 70° Fanteria.
Nel 1774 partecipò agli addestramenti per la formazione di compagnie permanenti di fanteria leggera e lì, per la sua particolare predisposizione e capacità, venne notato dal generale Howe.

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Patrick Ferguson in uniforme da capitano della compagnia leggera del 70° Fanteria,
miniatura opera di artista sconosciuto, circa 1774-1777

Ferguson progettò la sua arma nel 1775, a 31 anni, partendo dal design di Chaumette. Invece di avere la camera di sparo separata dalla canna (la tipica soluzione adottata per la retrocarica), creando così problemi di fughe di gas e perdita di forza del colpo, Ferguson costruì un sistema a vite che con un rapido giro permetteva di accedere alla camera di sparo da dietro. La grossa e spessa vite, richiusa, assicurava la tenuta dei gas.

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Con questo sistema il caricamento dell’arma rigata diventava molto veloce: un rapido giro del vitone (la leva da usare per girarla comprendeva il ponte del grilletto), poi si inseriva la palla senza pezzuola, si versava la polvere in grani stando attenti a farla finire nella camera e non tutta sul vitone (bastava inclinare la canna verso il basso, tanto la palla non poteva scivolare fuori dalla canna), poi si richiudeva il vitone e si metteva il polverino fine nello scodellino (o parte della carica di lancio prima di versare il resto).

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Ottenne il brevetto per l’arma nel dicembre del 1776. Nell’estate di quell’anno aveva condotto una serie di prove presso gli arsenali di Blackheath e Woolwich che avevano sbalordito gli ufficiali presenti tanto che venne inviato a mostrare le performance della sua arma al Re, presso il Castello di Windsor.

Ferguson sparò sei colpi al minuto da posizione fissa a un bersaglio distante 200 iarde (180 metri) e ben quattro colpi al minuto avanzando al passo di quattro miglia all’ora.
Come termine di riferimento basti ricordare che con le armi rigate ad avancarica, senza pezzuola, meno di un colpo al minuto è la norma (primi fucili rigati da caccia del ‘500) e usando la pezzuola ingrassata (Baker, Kentucky) due colpi al minuto sono un buon risultato. E ricaricare camminando (o stando sdraiati o in ginocchio dietro un riparo) con armi ad avancarica è impossibile.
In più lo sporco che si forma nella canna a causa degli spari non influenza il caricamento dei colpi successivi: la palla venendo inserita dal retro non viene influenzata dalla sporcizia della canna (perlomeno fino a quando le rigature non si otturano tanto da smettere di imprimere il moto rotatorio).

Mostrò anche l’affidabilità dell’arma col tempo cattivo sparando dopo aver bagnato l’interno della canna (beh, dato che lì la polvere non passa più non ci vuole molto a capire che è irrilevante).

Nel corso dei test solo tre colpi della massa sparata finirono fuori bersaglio. Questo non dimostra tanto le qualità dell’arma, che anche se buona non può competere coi fucili di 70 anni dopo sparanti proiettili cilindro-conici, quanto le eccellenti doti di tiratore dello stesso Ferguson. L’arma in sé non poteva essere chissà quale “capolavoro di precisione” proprio per una questione di aerodinamica della palla sferica che si ribalta su se stessa sbandando in modo non predicibile, come spiegato in passato.

L’arma era precisa quanto i fucili Baker successivi o i concorrenti dell’epoca, i Kentucky/Pennsylvania usati da cacciatori americani. Potendo approfittare della traiettoria piuttosto stabile (perlomeno entro le 200 iarde) era dotato di tacca di mira a foglia, a differenza dei moschetti ad anima liscia (con la palla sottodimensionata sarebbe inutile). L’esercito dei ribelli utilizzava perlopiù moschetti ad anima liscia (e non fucili rigati), i Charleville, di prestazioni equivalenti al Brown Bess inglese, inviati assieme agli ufficiali veterani dalla Francia monarchica per supportare la causa indipendentista.

Venne prodotto un numero limitato di fucili Ferguson, duecento circa (e forse un migliaio in totale considerando anche il mercato sportivo), per armare un’unità “sperimentale” di fanteria leggera guidata dallo stesso Ferguson, il Ferguson’s Rifle Corps. La fanteria leggera inglese di norma usava moschetti lisci, proprio come la fanteria pesante, e aveva compiti esplorativi e di schermaglia, non di tiro di precisione. L’arma di Ferguson diede l’avvio a qualcosa che poi si concretizzerà sul serio solo a partire dalle Guerra Napoleoniche, con la nascita delle Giubbe Verdi: fanteria leggera con compiti esplorativi, alta capacità di manovra e addestramento al tiro di precisione (e i Bersaglieri del Regno di Sardegna pochi decenni dopo).

C’erano tre tipi diversi di fucile Ferguson: quello per il soldato (più lungo), quello per gli ufficiali (più corto e leggero) e quello sportivo. La lunghezza andava dai 48 ai 60 pollici. Le canne erano arrotondate oppure ottagonali, con 6-8 rigature e un passo che permetteva perlomeno tre-quarti di rotazione. Il calibro variava dai 5/8 ai 3/4 di pollice (con 3/4 di pollice poteva usare cariche e palle dei moschetti Brown Bess della fanteria, semplificando la logistica).

Ma il nuovo fucile non era privo di difetti: la vite tendeva a sporcarsi molto per cui dopo pochi colpi (3-4) diventava sempre più difficile ricaricare e in più il legno troppo sottile rispetto al vitone tendeva a spaccarsi (tutti i Ferguson sopravvissuti hanno un ferro di rinforzo inchiodato per tenere assieme legno e canna).
Questo però non dipendeva dall’arma ideata da Ferguson di per sé, ma dalla cattiva qualità della produzione che non rispettava gli standard di precisione richiesti per poter fare la cresta sulla commissione militare (nonostante fossero fabbricanti “stimatissimi” come Durs Egg, Barbar di Newark, Barker di Birmingham, Innes di Edinburgh, Newton e Wilson).

Le repliche moderne del fucile costruite seguendo i modelli sopravvissuti hanno dimostrato tutte le debolezze storicamente accertate, ma quelle costruite seguendo alla lettera le indicazioni scritte da Ferguson sono risultate molto migliori: più di sessanta colpi sparati prima di dover pulire vitone e canna, proprio come dichiarava Patrick!
In sintesi: Ferguson progettò un gioiello di arma e in America si ritrovò con degli aborti.

La Morte di Patrick Ferguson…
Il Maggiore Patrick Ferguson venne ucciso nella battaglia di King’s Mountain il 7 ottobre del 1780. Aveva 36 anni.
I Lealisti guidati da Ferguson stavano finendo le munizioni e iniziarono a cedere. Sembrava la fine, ma settanta Volontari riuscirono a passare da un lato della montagna all’altro, scacciando i Ribelli per un po’ con delle cariche alla baionetta. Patrick era nel mezzo dell’azione, come suo solito, con la spada in mano incitando i suoi uomini nel punto più debole dello schieramento e dando ordini con il suo celebre fischietto d’argento. Due cavalli vennero uccisi sotto di lui quel giorno e il terzo, l’ultimo, era grigio, come a chiudere il cerchio della sua vita militare, iniziata sui cavalli grigi degli Scots Greys.
Sapendo che i Ribelli non avrebbero dato quartiere, incitati al massacro indiscriminato di uomini e donne “lealisti” dal sermone di Doak, Patrick giurò che egli “never would yield to such a damn’d banditti“.
Con altri due ufficiali a cavallo della milizia, il colonnello Vezey Husbands e il maggiore Daniel Plummer, guidò un ultimo tentativo disperato di spezzare la linea nemica e, spada sguainata, si lanciò in avanti, nel mezzo di una scarica di moschetti.
Husbands venne ammazzato e Plummer gravemente ferito. Patrick era un bersaglio facile da riconoscere, con la spada nella mano sinistra e il braccio destro appeso al collo (ne aveva perso l’uso a causa di una palla di moschetto che gli aveva distrutto il gomito nella battaglia del Brandywine del 1777: imparò in pochi mesi a scrivere e sparare con la sinistra, senza perdere il suo umorismo – testimoniato dalle lettere inviate a casa – nonostante la menomazione fisica e la morte del padre).

Sugli esatti dettagli della sua morte le fonti sono discordanti. Secondo una (riportata anche nel libro del 2003 “Patrick Ferguson”, di Gilchrist) venne ucciso da una dozzina di proiettili che lo strapparono dalla sella, lasciandolo però impigliato in una staffa e il cavallo, terrorizzato, lo trascinò moribondo in mezzo ai Ribelli dove morì pochi minuti dopo.
Secondo un’altra versione Patrick venne colpito e trascinato in mezzo ai Ribelli e lì gli venne intimata la resa (perché era un ufficiale, e valeva un riscatto se preso vivo), ma lui, da Vero Scozzese, da Vero Uomo e da Vero Lealista preferì la morte al disonore: prese la pistola e uccise il criminale indipendentista. A quel punto venne crivellato di colpi, abbattuto come una bestia feroce. Morì come il Bulldog che era sempre stato. Forse è solo una leggenda. Forse no.
I Lealisti, perso il loro leader, si arresero.

Tutti concordano però sul fatto che i Ribelli, esaltati per la vittoria, urinarono e infierirono sul cadavere di Patrick prima di permettere agli ufficiali lealisti di seppellirlo. William Campbell, il comandante dei Ribelli, cercò di fermare (”Don’t kill any more! It’s murder!“) la follia dei suoi uomini che avevano iniziato a torturare e uccidere i prigionieri indifesi, uomini e donne.
Erano morti più di 200 lealisti e altri 163, troppo feriti per poter camminare, vennero abbandonati in pasto agli animali selvatici. Fortunatamente alcuni vennero soccorsi prima di finire nello stomaco dei lupi grazie all’intervento della popolazione (lealista). I prigionieri, come testimoniano i sopravvissuti e gli ufficiali Ribelli, vennero maltrattati e pungolati con le spade durante il tragitto fino al campo nemico.
E così finì la storia del Ferguson’s Rifle Corps che ormai privo di ufficiali venne sciolto.

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La lapide dell’eroico Patrick Ferguson, nel Kings Mountain National Military Park.
Sempre sia maledetta la nazione yankee e quello che ha fatto al mondo.

…e una curiosità.
Nel 1777, poco prima della battaglia presso il fiume Brandywine, Patrick ebbe l’occasione per uccidere un importante ufficiale dei Ribelli, accompagnato da un altro ufficiale in divisa da ussaro. Decise di non sparare perché quello gli stava dando le spalle e non lo aveva visto, per cui non rappresentava un pericolo immediato da eliminare. Proprio in quei giorni, in quel luogo, si trovava George Washington e le fonti storiche ritengono che fosse proprio lui l’ufficiale nel mirino di Patrick: se fosse stato un po’ meno gentiluomo e un po’ meno rispettoso della vita altrui probabilmente la Guerra d’Indipendeza sarebbe andata in modo differente.

 
Hall M1819
Il fucile Hall M1819 venne brevettato dal capitano John h. Hall il giorno 11 maggio 1811 e, come dice pure il nome, adottato dall’esercito degli Stati Uniti nel 1819. Venne impiegato durante le guerre contro gli indiani e i messicani. Ne vennero prodotti meno di 20mila esemplari (tutti ad Harpers Ferry), perché l’arma per quanto “valida” non era ancora perfettamente in grado di sostituire i più semplici, comodi e affidabili moschetti ad avancarica: tendeva a sporcarsi molto, producendo così malfunzionamenti, perché la tenuta dei gas era ancora piuttosto cattiva.

L’arma aveva una camera di sparo separata dalla canna, che si alzava esponendo l’ingresso per il caricamento. L’idea non era nuova, anzi, come dimostra la carabina Crespi austriaca del 1770, che venne ritirata dal servizio a causa della pessima tenuta dei gas. Il fucile Hall aveva un calibro di 0,69 pollici.
Tiro utile “preciso” e ritmo di fuoco probabilmente erano identici a quelli del Ferguson: 200 iarde e sei colpi mirati al minuto. Per il caricamento, essendo identico nelle due armi (a parte l’eventuale presenza di un acciarino a pietra invece che a percussione), rimando alla parte successiva sul Kammerlader norvegese.

Il meccanismo di sparo, che contiene anche i primi centimetri di canna, può essere facilmente estratto e usato come rozza pistola. Pare fosse usato per la difesa personale dai soldati quando andavano in libera uscita.

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L’importanza del fucile l’Hall M1819 sta nel suo aver servito per parecchi anni nell’esercito (1819-1842, inclusa le versioni a percussione invece che a pietra), divenendo così la prima arma a retrocarica impiegata dalle forze armate statunitensi.

 
Kammerlader norvegese
Il kammerlader, letteralmente “caricato dalla camera” (retrocarica), è un fucile utilizzato dalle forze armate norvegesi tra 1842 e 1870. Il primo modello fu il M1842, sperimentale e prodotto in numero limitatissimo, ma ne seguirono altri 80, alcuni per i militari (marina ed esercito) e altri per il mercato civile. Ma alla fine in totale ne vennero prodotti solo 40mila.
I modelli più facili da riconoscere per le differenti lunghezze sono quelli M1860 e M1860/67 a tre fascette (lunghi) e due fascette (corti, per la cavalleria). Il modello più comune è quello lungo da fanteria M1849/55 (circa 10mila esemplari).

Il sistema di mira variava da quello a due foglie (come in tanti fucili della Guerra Civile americana) per le armi della fanteria di linea, fino agli alzi graduati a distanze maggiori (un chilometro?) per esploratori e “tiratori scelti”.

Nel 1860 il calibro passò da 17,5 mm a 11,77 mm (4 “linee” norvegesi). Nelle ultime versioni del 1867 modificate per utilizzare proiettili con il bossolo (M1860/67) tramite il sistema di conversione di Jacob Lund (Jens Landmark per la marina militare), il calibro cambiò di nuovo passando al 12,17×44 mm “rimfire” (percussione anulare).

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Kammerlader. Cliccare per ingrandire.

Il calibro iniziale era un po’ abbondante, considerando che già negli anni ‘50 molti dei calibri militari erano tra i 13,7 (0,54 austriaco) e i 14,5 mm (0,577 inglese). Ma, rispetto al precedente 20 mm dei moschetti nordici, è una riduzione apprezzabile (i calibri mostruosi dovevano avere un certo fascino sulla gente del nord, forse pensavano di dover affrontare la cavalleria su orsi? ^__^)

Il kammerlader ha una canna rigata di tipo Krupp (col passaggio al 4 linee la canna divenne una Withworth esagonale elicoidale) e una camera che si apre, come nel fucile Hall, esponendo l’ingresso verso l’alto. In questo caso l’apertura avviene ruotando una leva apposita che arretra la camera, staccandola dalla canna in cui è inserita l’apertura (la tenuta dei gas in questo modo è più che buona), e la solleva. La canna ha un calibro “reale” di 17,84 mm, mentre la camera arriva a 18,71 mm nel punto più largo (ovvero non alla strozzatura finale, quella è delle dimensioni della canna).

I solchi della canna erano molto profondi perché l’arma doveva, cosa normale per l’epoca, poter raccogliere la feccia degli spari senza otturarsi troppo rapidamente (se no i proiettili poi saltavano la rigatura e perdevano stabilità in volo).

kammerlader_camera
Camera aperta. Foto per gentile concessione di Øyvind Flatnes.

Nei primi modelli si usavano palle sferiche, custodite dentro le classiche cartucce di carta contenenti la polvere da sparo. Pesavano 2,4 “lod” pari a 37,34 grammi (574 grani). In piombo puro sarebbero sfere di 18,3 m: passando nella stretta canna rimanevano incisi solchi profondi nel piombo tenero.
Dal 1849 si passò a impiegare proiettili cilindro-conici, molto migliori come prestazioni nelle canne rigate. I primi erano proiettili molto pesanti (54,5 grammi, pari a 838 grani) con un singolo solco alla base per legare la cartuccia con il filo.
Nel 1855 si passò a proiettili più leggeri, modellati su quelli di Tamisier con due solchi per la stabilità in volo (come già spiegato in questo articolo), del peso di 40,4 grammi (623,5 grani).

A quanto risulta dalla ricostruzione dell’esperto norvegese Øyvind Flatnes (dal cui sito provengono queste immagini e molti dei dettagli citati), i proiettili erano a base piatta e non a espansione1.

La dose di polvere da sparo per i proiettili del 1855 era di 96 grani, pari al 15,39% del peso del proiettile (contro il 12,5% dei moschetti americani, che usavano 60 grani per spingere proiettili minié da 480 grani).

kammerlader_proiettili
Cartucce: 1855, 1849 e palla sferica.
 
kammerlader_1849_1855
Proiettile modello 1849 (replica) e 1855 (originale)

Caricamento.
1. Si arma il cane, montato sotto l’arma (invece che sopra).
2. La leva va ruotata verso di sé, in modo che la camera di sparo arretri dalla canna e ruoti esponendo l’apertura verso l’alto.
3. Si inserisce la capsula sul luminello, posto sotto la camera mobile.
4. Quattro.
5. Si apre il fondo della cartuccia coi denti e si versa la polvere nella camera di sparo.
6. Si inserisce ora il proiettile, assieme alla carta della cartuccia che è legata col filo.
7. Si ruota di nuovo la leva, in avanti, riportandola alla posizione di partenza e serrando bene la camera con l’ingresso della canna (la tenuta dei gas risultante è infatti buona).

kammerlader_caricamento
Caricamento con cartuccia (1849 o 1855, dalle dimensioni…), in cinque foto.
Cliccare per ingrandire.

Alle prove svolte in Belgio nel 1861 si classificò tra gli otto fucili più precisi d’Europa. A blocchi di 100 iarde in 100 iarde arrivò a competere fino alla distanza massima di 1100 iarde (1005 metri). Si trattava naturalmente del M1860, col calibro più moderno da 11,77 mm. Se gli attribuiamo le stesse doti balistiche dei fucili da 11 mm degli anni successivi (Martini-Henry, Gras 1874, Mauser 1871, Vetterli 1870) avrà avuto un tiro preciso fino a 500 metri circa e quindi un discreta precisione residua fino, appunto, a un chilometro.

I fucili del 1855, con il proiettile Tamisier da 623,5 grani e 96 grani di carica, considerando che la quantità di energia cinetica alla bocca è proporzionale alla quantità di polvere da sparo e considerando che con 60 grani di polvere nera un palla minié da 480 grani viaggia a circa 335 m/s (energia: 1740 J), dovevano avere una velocità alla bocca attorno ai 360-370 m/s (energia: 2600-2700 J).

 
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Considerazioni su balistica e precisione di palle e proiettili allungati
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1: Wikipedia li indica come minié, ma (anche senza tirare in ballo i proiettili d’epoca sopravvissuti) design e tipologia di arma impiegata fanno pensare che non possano essere a espansione perché sarebbe del tutto inutile, aggiungendo solo complessità alla fabbricazione senza alcun vantaggio pratico. Wikipedia, come succede regolarmente con articoli tecnici di questo tipo, se si vanno a vedere le cose nel “dettaglio” tende a riportare inesattezze o, più spesso, cazzate belle e buone. ^__^

L’Apice dell’Avancarica: la percussione e i proiettili a espansione

Scritto da Il Duca Carraronan il 15 mar 2009 | Categorie: Armi da Fuoco, Oplologia

Dopo gli acciarini a miccia, a ruota, alla micheletta, alla chenapan e “alla moderna” siamo arrivati all’apice tecnologico dei meccanismi di accensione per le armi ad avancarica: l’acciarino a percussione.

 
I primi esplosivi da innesco
Fino alla fine del Settecento l’unico esplosivo noto era la polvere da sparo o, più semplicemente, la “polvere” e gli esplosivi stessi fino a quel momento non avevano nemmeno una classificazione paragonabile a quelle attuali: c’era la polvere e nient’altro (suddivisa in “da mina”, “pirica”, “da guerra” ecc… in base all’impiego).
Lo stesso nome “polvere nera” diverrà di uso comune con l’arrivo delle polveri da sparo di colore diverso, come la Poudre B (Poudre Blanche, polvere bianca) o Polvere Vieille dal nome dell’inventore Paul Vieille (1886). Il problema principale della polvere nera era che esplodeva col calore, per cui ci si doveva affidare a micce accese o scintille per poterla utilizzare.
Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento apparvero però due esplosivi rivoluzionari in grado di reagire agli urti e che quindi potevano essere adoperati come “esplosivi da innesco”: il clorato di potassio e il fulminato di mercurio.

Quando gli scienziati del Settecento compresero che la combustione della polvere da sparo avveniva grazie all’ossigeno ceduto dal nitrato di potassio (salnitro) si ottennero due importanti risultati:
1) la polvere da sparo venne standardizzata nel 1780 nella formula ideale di 75 parti di salnitro, 15 di carbone e 10 di zolfo;
2) si iniziarono a studiare e scoprire nuovi composti in grado di svolgere la stessa funzione del salnitro, magari con potenza perfino maggiore.

Uno dei candidati alla sostituzione del nitrato fu l’iperossimuriato di potassa o, con un nome più comprensibile ai giorni nostri, il clorato di potassio o sale di Berthollet, dal nome del grande chimico Claude Louis Berthollet che lo scoprì nel 1785.
Il clorato era meno ricco di ossigeno del nitrato ma lo cedeva per intero, per cui Berthollet pensò di sostituirlo al nitrato fabbricando una polvere con 75 parti di clorato, 12,5 di carbone e 12,5 di zolfo. Berthollet prevedeva così di ottenere una maggiore velocità di combustione e quindi di pressione: in parole povere una polvere da sparo più potente. Il governo francese, molto interessato alla cosa, mise a disposizione del chimico il polverificio di Essonne. Peccato che Berthollet non avesse capito “quanto” la sua nuova polvere di colore bianco fosse più potente: ben tre volte di più.

Il polverificio di Essonne saltò in aria uccidendo quattro operai, la figlia del direttore e il direttore stesso, Letort, a cui va imputata tutta la colpa. Letort, convinto di poter preparare la polvere anche senza acqua, decise di sbriciolarne un frammento secco con il bastone, procurandone la deflagrazione, seguita dall’incendio e dall’esplosione dell’impianto stesso. Berthollet, miracolosamente, rimase incolume. Di positivo c’è da notare che Berthollet, ora, aveva scoperto qualcosa di ben più utile di una semplice variante della polvere da sparo: un esplosivo innescante. Evviva.

il conte claude louis berthollet 1748 1822
Il conte Claude Louis Berthollet, 1748-1822.
Uscì illeso dall’esplosione del polverificio di Essonne per pura fortuna. ▼

Nel 1799 l’inglese Edward Charles Howard scoprì il fulminato di mercurio, una sostanza dotata di altissima velocità di reazione e molto sensibile agli urti. Queste sue proprietà lo rendevano inadatto come esplosivo in sé, ma particolarmente valido come innescante della deflagrazione della carica di lancio del proiettile. Il fulminato di mercurio viene preparato dissolvendo mercurio in acido nitrico e aggiungendo al tutto etanolo. È un precipitato cristallino di colore bianco che esplode se esposto al calore (150 °C), se sottoposto a frizione o se urtato. A causa dell’effetto lente dei suoi cristalli può esplodere se lasciato a lungo al sole. Il suo principale vantaggio sul clorato di potassio, il concorrente dell’epoca per gli inneschi, è di non essere corrosivo, ma il suo svantaggio è quello di perdere efficacia con l’umidità nel corso del tempo (proprio come la polvere da sparo).
Per la sua scoperta Howard nel 1800 vinse la Medaglia Copley, il più antico (1731) e importante premio assegnato dalla Royal Society di Londra.

Questa funzione di innesco dei nuovi esplosivi, sfruttata negli anni successivi da Forsyth e da altri armaioli, fece nascere la prima classificazione degli esplosivi in base alla loro funzione: deflagrante o innescante.

 
L’acciarino a bottiglietta di profumo di Forsyth
Alexander John Forsyth (1768-1843) fu l’inventore del primo meccanismo a percussione per armi ad avancarica. Alexander Forsyth era un pastore presbiteriano scozzese e quando il padre, anch’egli ministro del culto, morì nel 1790 Alexander lo sostituì nella direzione della parrocchia di Belhelvie, nell’Aberdeenshire. Tenne questo ministero fino alla morte, nel 1843. A parte il “lavoro” di sacerdote, ereditato dal genitore, Alexander Forsyth aveva due passioni: le armi da fuoco e la caccia alle anatre. La Scozia però non ha il clima più soleggiato del mondo e Forsyth viveva una vita da cacciatore frustrato: nonostante i suoi fucili a pietra fossero i migliori e nonostante la polvere impiegata fosse la più pregiata sul mercato, la pioggia e l’umidità scozzese rovinavano le sue battute di caccia all’anatra.

Quando il reverendo Forsyth sparava spesso la polvere nello scodellino prendeva fuoco in ritardo, rovinata dalla pioggerella e dall’umidità, per cui passava qualche decimo di secondo tra la pressione del grilletto e lo sparo reale e questo, oltre a rovinare la mira, metteva in allarme gli uccelli. Senza contare che spesso, a causa dell’aria umida in modo intollerabile, era la pietra stessa a non cavare nemmeno una scintilla per accendere la polvere. E le anatre scappavano via, spaventate dal suono della pietra che raschiava la martellina, e magari bombardavano con un paio di scagazzate il povero Alexander intento a bestemmiare tutti i santi del calendario.
Forsyth, non potendo costringere Dio (nonostante le ripetute preghiere) a rendere la Scozia meno umida, decise di risolvere il problema da solo inventando un nuovo tipo di fucile. Nel 1805 nacque l’acciarino a bottiglietta di profumo. La primavera successiva Forsyth partì per Londra.

acciarino forsyth completo e spaccato
Acciarino a percussione Forsyth
Disegni provenienti da “The Edinburgh Encyclopedia”, Sir David Brewster, 1832
vol. X – “Gunmaking” – Tv. CCLXXXV

L’acciarino a percussione di Forsyth era un meccanismo innovativo, ma, come vedremo, non privo di difetti. È composto da un cane H e da un serbatoio che ricorda una “bottiglietta di profumo” (fig. I, MN). Il serbatoio (in sezione trasversale e diametrale, fig. III-IV) è composto da mozzo A, che funge da asse di rotazione, avvitato lateralmente alla culatta S e da un corpo in grado di ruotare attorno al mozzo.

acciarino forsyth sezione più chiara

Nella parte superiore del mozzo (fig. III) si trova lo scodellino B dal cui fondo Bf parte il canale m (fig. IV) che sbocca nella camera della culatta S. La polvere di innesco, composta da 3 parti di clorato di potassio, 1 di zolfo e 1 di carbone, è contenuta nella cavità C del serbatoio che ha una capacità di 40 cariche (30 secondo altre fonti, 12 secondo altre ancora: dipende dalle dimensioni della cavità C). Nella cavità superiore D sono invece ospitati il percussore d’acciaio e la sua molla E. Le due F sono le viti tra le cui punte e un pezzo di sughero si trova il lubrificante del mozzo.

Per usare un fucile a bottiglietta di profumo bisogna prima di tutto caricarlo ad avancarica, come il precedente fucile a pietra focaia. Immaginando che sia rigato, essendo arma da caccia di una certa precisione, si dovrà versare nella canna la polvere da sparo ben dosata e poi inserire la palla di piombo con la pezzuola ingrassata da spingere fino in fondo con la bacchetta (la pezzuola di cuoio ingrassata aiuta la discesa). Come nel fucile Baker, famoso proprio in quegli anni come arma delle Giubbe Verdi.
Bisogna poi armare il cane H e ruotare il serbatoio in modo che il percussore punti in basso (fig. I): ora la cavità C si trova sopra lo scodellino B e vi deposita una piccola quantità di innesco. Il serbatoio va ruotato di nuovo (fig. II) per avere il percussore in alto, posizionato sopra lo scodellino carico di innesco. Premendo il grilletto il cane va a colpire il percussore che a sua volta scende e colpisce l’innesco nello scodellino: la fiammata prodotta può fuggire solo attraverso il canale m fino alla culatta S in cui si trova la carica di polvere. Il proiettile vola via dalla canna verso l’odiosa anatra, vera nemesi del signor Forsyth. ^__^ La molla E riporta il percussore nella posizione di riposo.

acciarino forsyth
Acciarino Forsyth sopravvissuto fino ai giorni nostri
 
pistola boccetta profumo forsyth
Replica moderna di pistola con acciarino Forsyth

Al posto dell’innesco a base di clorato di potassio è possibile caricare l’arma con fulminato di mercurio in grani (e alcune fonti, sbagliando, non citano il clorato affatto).
L’acciarino di Forsyth a causa dell’eccessivo costo della manifattura di precisione e della pericolosità dell’innesco non ebbe molto successo. Talvolta le cariche di innesco del serbatoio esplodevano tutte assieme, distruggendo l’arma (sono arrivati ai giorni nostri vari acciarini rotti). In più l’innesco al clorato era più corrosivo della polvere da sparo e l’arma andava pulita accuratamente dopo l’uso per non rovinare il meccanismo. Un oggetto più per appassionati cacciatori, che non per militari. In compenso Forsyth dimostrò in modo inequivocabile la superiorità della percussione sulla pietra focaia: bisognava solo trovare un acciarino più adatto all’impiego militare della bottiglietta di profumo.

Nel 1807 Forsyth brevettò la sua scoperta. Il Maestro Generale Francis Rawdon Hastings (1806–1807) permise a Forsyth di lavorare alla sue nuove armi a percussione nelle armerie della Torre di Londra. Gli esperimenti di Forsyth si rivelarono distruttivi e, per timore che saltasse in aria tutto l’arsenale, il nuovo Maestro Generale John Pitt (1807-1810) lo cacciò via. Secondo alcune fonti (e riportato anche in “The Columbia Encyclopedia”, sesta edizione) Forsyth, cacciato in malo modo, ricevette un’offerta di 20mila sterline per la sua invenzione da Napoleone. Forsyth rifiutò di tradire la sua patria passando la nuova tecnologia ai francesi, ma in compenso intentò una serie di cause legali contro chiunque cercasse di produrre nuovi “acciarini a percussione”.
Pare che in realtà il brevetto fu registrato nel 1812, ma grazie all’aiuto dell’amico James Watt (il famoso inventore, proprio lui) con cui si era messo in affari per fabbricare armi, Forsyth ottenne la retrodatazione al 1807. Ma senza l’appoggio del governo, e quindi senza le commissioni militari, la nuova invenzione di Forsyth poté avere successo solo nell’ambito delle armi da caccia.

Nonostante l’esercito britannico avesse adottato un sistema a percussione nel 1836 (fucile Brunswick basato sul sistema a percussione con la capsula e il luminello -di cui parlerò dopo-, ma il brevetto di Forsyth era sul principio della percussione dell’innesco in sé e non sulla sola boccetta di profumo), il governo si rifiutò per anni di pagare il dovuto ad Alexander Forsyth. Alla fine, nel 1842, si decisero a pagare la ridicola cifra di 200 sterline. Troppo poco. L’opinione pubblica lo vide come un oltraggio a un prestigioso e stimato inventore e nel 1843 il governo corse ai ripari offrendo altre 800 sterline, per un totale di 1000 complessive. Ma il reverendo era morto da alcuni mesi e i soldi finirono agli eredi.

 
L’acciarino a pastiglia e l’acciarino a canale
Nel 1816 Joseph Manton, il più sveglio dei fratelli Manton (l’altro è John, che firmava le sue armi con il solo cognome), brevettò l’acciarino a pastiglia (pill lock). Questo generò un contenzioso legale con Forsyth, dato che il nuovo acciarino si basava anche lui sulla percussione dell’innesco, seppure in modo molto diverso dalla bottiglietta di profumo del reverendo. Vinse Forsyth. Manton continuò lo stesso a produrre armi basate sul sistema a pastiglia. Tiè!

L’invenzione di Manton utilizzava come innesco del fulminato di mercurio mischiato con gomma arabica, modellato fino a formare una piccola pastiglia e infine coperto con cera o vernice per proteggerlo dall’ambiente esterno. Questa pastiglia andava poi posta, in base al design specifico dell’arma, o dentro a un canale comunicante col focone dell’arma oppure, nel caso delle pistole, dentro a un incavo del cane che andava ad abbattersi sopra il focone (il canale di collegamento tra l’innesco alla camera con la polvere di sparo).

Fucile a pastiglia di Ephraim Gilbert 1829
acciarino a pastiglia con cane laterale acciarino a pastiglia visto dall'alto
Fucile con canna parzialmente ottagonale prodotto da Ephraim Gilbert nel 1829.
Ha un acciarino a pastiglia da inserire nel focone e il cane posto lateralmente.

I vantaggi rispetto all’arma ideata da Forsyth erano vari: assenza di un pericoloso serbatoio; assenza di inneschi corrosivi per l’arma; innesco protetto per evitare che si rovini con l’umidità. Ma dal punto di vista militare l’arma non era priva di difetti inaccettabili: la pastiglia era troppo piccola e il soldato, nella furia della battaglia, poteva perderla di mano; la cera e la vernice utilizzate per isolarla erano entrambe troppo suscettibili al calore (oltre alla gomma in sé) e nel clima caldo di posti come l’India gli inneschi si sarebbero fusi in una massa appiccicosa come cioccolatini abbandonati nell’auto in pieno agosto.

Però Joseph Manton non aveva finito le idee! Non contento della pastiglia ideò anche un secondo tipo di acciarino, quello “a canale” o “a tubetto” (tube lock), brevettato nel 1818. L’acciarino a canale utilizzava un tubetto di rame aperto a entrambe le estremità e riempito di fulminato di mercurio. Il tubetto andava inserito in un foro della piastra comunicante con il focone, poggiando con una delle estremità su una piccola incudine dello scodellino. Il cane abbattendosi sull’estremità esposta attivava l’innesco e chiudeva l’estremità del tubo appiattendo il morbido rame: la fiammata poteva fuggire solo verso il focone. Questo perlomeno in teoria.
In realtà spesso il tubetto non veniva ben sigillato dal colpo e la fiammata partiva in entrambe le direzioni, investendo il compagno accanto o finendo in faccia al tiratore stesso. In alcuni casi l’intero tubetto veniva sparato fuori dal canale, causando serie lesioni a chi si trovava vicino.
Non c’è da stupirsi se anche in questo caso i militari dimostrarono scarso interesse. Ottenne comunque una certa popolarità nell’ambito delle armi da caccia.

L’acciarino a canale, nonostante la realizzazione di Manton non particolarmente efficace, ebbe un certo successo in versione modificata nell’Europa continentale. L’italiano Giuseppe Console nel 1830 ideò un acciarino a canale modificato basato su quello di Manton. E l’armaiolo tedesco Augustin ideò “l’acciarino a percussione Augustin”, una versione molto migliorata dell’originale di Manton. Il sistema Augustin ottenne un buon successo e venne impiegato dall’esercito Austriaco dal 1840, con la conversione dei moschetti a pietra già esistenti al sistema Augustin e poi la realizzazione del fucile ad anima liscia da fanteria del 1842 e quello rigato del 1844 (e per la cavalleria il moschetto corto, la carabina rigata e la pistola del 1851). Nel 1854 anche l’Austria passò, come tutte le altre nazioni europee, alla percussione con la capsula e il luminello (col fucile rigato da fanteria Lorenz M1854).

fucile rigato sistema augustin 1844 kammerbuchse
Fucile austriaco rigato, percussione con sistema Augustin, Modello 1844.
Lunghezza 122,8 cm, peso 4,6 kg, calibro 18,1 mm.
Sotto si vede la baionetta modello Lockart con lama da 59,5 cm.

La principale differenza tra il “tube lock” originale e il sistema Augustin è nella maggiore sicurezza e affidabilità, ottenuta tramite un percussore: il cane non si abbatte più direttamente sul tubetto di rame, ma colpisce (come nel sistema Forsyth) un percussore che a sua volta colpisce il tubetto di rame custodito in uno scodellino chiuso da cui non possono partire pericolose fiammate verso l’esterno.
Osservare le foto del meccanismo nel dettaglio renderà tutto più chiaro. Volendo lo stesso sistema si può adottare anche per pastiglie di innesco, ma il tubetto di rame è più sicuro perché evita il problema dello scioglimento con il calore a cui si accennava prima.

austrian military percussion tube lock augustin system 1851
Pistola austriaca ad anima liscia modello 1851, sistema Augustin.
Lunghezza 42,3 cm, peso 1,55 kg, calibro 16,9 mm, fornimenti in ottone.
Vista dall’alto, dal basso, lato sinistro e col cane armato.
austrian_military_percussion_tube_lock_augustin_system_m1851_chiuso austrian_military_percussion_tube_lock_augustin_system_m1851_aperto
Acciarino, chiuso e aperto: notate il “canale” in cui inserire il tubetto di esplosivo innescante.

 
L’acciarino a percussione per eccellenza: capsula e luminello
Prima di tutto: cos’è la capsula? La capsula a percussione è un cilindretto di rame spalmato all’interno con del fulminato di mercurio. In questa forma di “vernice” e non di grani il fulminato di mercurio è meno sensibile all’umidità e al degrado nel corso del tempo. Percuotendo con il cane la capsula, che fa da innesco, si ottiene una fiammata che accende la carica di polvere nera.
Tra i vari inventori che affermarono di aver ideato per primi la capsula a percussione, il candidato più probabile è Joshua Shaw, un artista e inventore di origine inglese emigrato a Filadelfia nel 1817. E proprio negli Stati Uniti ottenne il brevetto per la capsula a fulminato di mercurio nel 1822.

percussion_caps_500
Capsule a percussione per pistole e fucili. Diametro 4,5 e 6 mm.
Sul fondo si vede lo strato di fulminato di mercurio spalmato.

Dopo aver individuato il miglior materiale sia per la capsula (rame: gli esperimenti col ferro non furono soddisfacenti) che per l’innesco (fulminato di mercurio al posto di altri fulminati più corrosivi), Shaw e i suoi “concorrenti” (Egg in particolare) dovettero affrontare un ulteriore ostacolo per produrre una capsula che fosse veramente pratica e ben realizzata. Durante gli esperimenti le prime capsule tendevano a soffrire molto lo stress dell’esplosione, talvolta frantumandosi in pericolose schegge.

Vennero allora applicate due soluzioni, in grado assieme di risolvere il problema:
1) le capsule più grosse, quelle dei moschetti/fucili, vennero tagliate sui lati in modo da potersi aprire invece che spezzare mentre le capsule più piccole, quelle delle pistole, vennero dotate di sottili solchi per favorire resistenza alla frattura aumentando la dilatazione;
2) il cane venne dotato di un affossamento nel punto di percussione, in modo da poter circondare la capsula con il proprio acciaio proteggendo il tiratore da un’eventuale esplosione.

capsule_percussione_dettaglio
Capsule nel dettaglio:
notare i tagli nel primo e le rigature nel secondo

Shaw successivamente inventò macchinari per la produzione in massa delle capsule e partecipò alla nascita del Frankford Arsenal di Filadelfia. Oltre a tutto questo l’esercito degli Stati Uniti pagò Shaw 18mila dollari per usare i suoi brevetti. Decisamente meno tirchi di quello inglese con Forsyth.

Box: la Paternità della Capsula
I due più diretti concorrenti di Shaw alla paternità della scoperta furono l’inglese Durs Egg, famoso armaiolo, che brevettò in Inghilterra la capsula nello stesso anno (1822), e il francese François Prélat che la brevettò a Parigi nel 1818.
Guardando solo le date, senza guardare ai fatti, parrebbe che la paternità vada attribuita a Prélat, ma non è così. Shaw inventò la capsula a fulminato nel 1814-1816, ma non riuscì a patentarla perché spaventato dal “terrorismo a base di avvocati” di Forsyth che proprio in quel periodo stava contestando il brevetto di Manton sull’acciarino a pastiglia. Shaw, che non sapeva molto di brevetti, si convinse che Forsyth ne avesse uno che copriva tutti i meccanismi a base di fulminato di mercurio (non era esattamente così: la capsula in sé non poteva violare i diritti monopolistici di Forsyth). Fuggì negli Stati Uniti, dove riuscì infine a ottenere il brevetto anni dopo. Sfortunatamente la sua scoperta era ormai pubblica e altri imprenditori si lanciarono, a suon di avvocati e uffici brevetti locali, per “ottenerne la paternità” per primi. Durs Egg vinse la competizione in Inghilterra, ma può anche darsi che abbia davvero inventato anche lui la stessa cosa in modo autonomo, come accade spesso con innovazioni tecnologiche di questo tipo. In ogni caso Egg fu uno dei migliori produttori di acciarini a percussione basati sulla capsula.
Si sa invece per certo che Prélat era un ignobile truffatore, con una carriera ben nota di furti di idee: il suo business, a parte l’armaiolo, era scoprire le invenzioni di altri, copiarle e correre a Parigi prima di loro per ottenere il brevetto. Il suo brevetto francese del 1818 al fine della “paternità storica” vale quanto la carta per pulirsi il culo.

Come funziona un acciarino a percussione con capsula e luminello?
Prima di tutto l’arma ad avancarica deve essere stata caricata con la polvere e il proiettile (ne parlerò in modo più dettagliato più avanti nel corso dell’articolo).
Sull’asse del focone (che, se vi ricordate, è il foro che porta la fiammata dall’innesco alla carica di polvere da sparo) è avvitato il luminello, un cilindretto forato sulla cui cima viene posta la capsula. Quando si spara il cane schiaccia violentemente la capsula e il fulminato di mercurio esplode sprigionando una fiammata che, attraverso i fori del luminello e del focone, raggiunge la carica di lancio contenuta nella camera di scoppio della canna.

acciarino_a_percussione_palla_pezzuola
Nell’esempio è raffigurata una palla di piombo con pezzuola, ben aderente alla canna

La nuova tecnologia ottenne subito moltissimi consensi tra gli appassionati di caccia, mentre fu più lenta l’accettazione da parte degli ufficiali dell’esercito abituati alle loro armi a pietra che si erano dimostrate sul campo soddisfacenti. Va considerato però che gli ufficiali usavano in pratica solo la pistola e pure quella molto meno di quanto un fante usasse il fucile: gran parte dei problemi dovuti alla sporcizia dell’arma (caricamento rallentato, perdita di precisione, accensioni mancate) e alla manutenzione non li toccavano. In più la minaccia napoleonica era appena stata debellata una volta per tutte, facendo tirare un bel sospiro di sollievo ai membri della Settima Coalizione (l’alleanza militare delle potenze europee contro Napoleone che comprendeva, grossomodo, TUTTI) e questo “senso di pace” non favoriva certo la disponibilità di fondi per innovare gli armamenti. Anzi, i governi dovevano pensare a cosa fare di interi reggimenti arruolati negli ultimi anni per sconfiggere Napoleone e ora superflui: l’equipaggiamento disponibile per l’organico militare ridimensionato in tempo di pace era sovrabbondante!

Ma alla fine, negli anni ‘30 dell’Ottocento, tutte le potenze iniziarono test sui nuovi sistemi di accensione. Dalla metà degli anni ‘40 ogni potenza europea era dotata di nuove armi a percussione, dalla grande e arretrata Russia alla potente e tecnologica Inghilterra fino al piccolo e scalpitante Regno di Sardegna (tutti con capsula e luminello a parte l’Austria che preferì il sistema a canale Augustin). Iniziarono convertendo i fucili rigati e i moschetti già esistenti, per conservare canne, legni, fornimenti e munizioni, per poi investire in nuovi modelli “tempo e denaro permettendo” (e dopo accurati studi e valutazioni delle commissioni).
L’Inghilterra prese il buon vecchio Brown Bess da 0,75 (19 mm), che attraverso i vari modelli aveva ormai 130 anni di storia, e lo trasformò nel modello 1839. Sfortunatamente un incendio nel 1841 distrusse gran parte dei moschetti convertiti a percussione. Il modello 1842 è in pratica la stessa arma del 1839, nella nuova “serie” di conversioni.
Conversioni simili avvennero nel Regno di Sardegna, negli Stati Uniti, in Austria ecc… inutile elencare tutti i modelli delle varie nazioni qui.

wurttemberggisch mauser 1857
Fucile da fanteria Württembergisch Mauser modello 1857.
Lunghezza 1390 mm, calibro 13,9 mm (0,547), peso 4,6 kg.
Arma d’ordinanza fabbricata dal 1857 al 1866 presso la Gewehrfabrik di Oberndorf. Si tratta del fucile da fanteria “Vereinsgewehr” (fucile federativo) modello 1857 adottato negli Stati del Württemberg, del Baden e dal Granducato d’Assia.

I vantaggi del nuovo sistema di accensione sono parecchi ed evidenti. Perfino le teste di legno Sardo-Piemontesi alla fine ci arrivarono: col dispaccio numero 3734-35 del 23 ottobre 1844 la Segreteria di Stato di Guerra e Marina dell’Armata Sarda ordinò che i moschetti in dotazione ai Carabinieri (moschetto ad anima liscia a pietra focaia modello 1833) venissero ridotti, ovvero convertiti, a percussione (creando così il modello 1844 che fu l’arma lunga dei carabinieri anche nella Guerra di Crimea del 1855-1856).
Ecco quanto era scritto a riguardo della percussione nel “Manuale sulla costruzione e conservazione delle armi a Fuoco Portatili” del 1854:

I. – Riduzione considerevole di colpi mancati per causa di cassula.
Ciò succede con molto meno frequenza che quando s’usava i fucili a pietra (selce).
A) Perché il meccanismo dell’acciarino è più semplice.
B) Perché la quantità della polvere impiegata nelle cariche è sempre la stessa, non essendo più il rischio di mettere più o meno polvere nello scudetto.
C) Perché la polvere a fulminante contenuta nella cassula difficilmente s’inumidisce, né si altera per conseguenza di pioggia o vento, come succedeva nelle armi a scudetto.
D) Soppressa la pietra e la batteria, non succedono più colpi riusciti a vuoto per causa di deteriorazione della pietra, o per ingrasso della stessa, o per quello del copriscudetto come accadeva dopo un certo numero di colpi.

II. – Riduzione considerevole di colpi mancati per cause di canna.
Il getto prodotto dall’infiammazione della polvere a fulminante è dotato di una energia sufficiente per comunicare il fuoco alla carica, malgrado le poche feccie che ingombrar potessero il canale del luminello da un colpo all’altro. Per il modo d’escar l’arma usato in prima nei fucili a selce, l’infiammazione della carica doveva riuscire meno rapida, e meno certa, per la sua minor energia ed istantaneità, perché successiva di granello in granello, e potendo inoltre la striscia di polvere venire interrotta.

III. – Giustezza maggiore nei tiri.
A) Per conseguenza di perfetta uniformità delle cariche di polvere, perché non si è esposti ad impiegare più o meno polvere nell’escar l’arma.
B) Per effetto della più pronta infiammazione, che non espone il tiratore a scomporre la sua arma prima che il colpo sia partito.

IV – Diminuzione di polvere nella carica.
A) Perché la polvere per escar l’arma non viene presa dalla carica.
B) La infiammazione più pronta produce i medesimi effetti con meno polvere.
C) Perché l’effetto della polvere a fulminante della cassula si aggiunge all’effetto della polvere della carica.
D) Perché quasi nulla sono le feccie che si generano nel foro del luminello”.

Nello scodellino (scudetto) di un fucile a pietra focaia veniva versata parte della polvere della cartuccia, all’incirca 10 grani su un carica di 120-200 grani (15,43 grani fanno 1 grammo). Questi, bruciando, scaricavano i propri gas in gran parte all’esterno dell’arma (lo scodellino è aperto all’accensione e nei video di sparo si può vedere una bella fumata dalla batteria) e solo in minima parte dentro il focone. In pratica sono 10 grani di esplosivo persi.

Con la capsula fulminante, come viene fatto notare al punto IV-A nemmeno un grano della carica è perso: la carica si accende tutta e più in fretta, grazie alla fiammata, garantendo una spinta migliore del proiettile migliore (e il raggiungimento di alte velocità anche in canne più corte di quelle usate per la pietra focaia). In più il fulminato di mercurio stesso, tre volte più potente della polvere da sparo, collabora alla spinta del proiettile (seppure in modo blando: ci saranno 2-3 grani di fulminato sulla capsula… nei giocattoli con le capsule le dosi sono di 1/10 di grano, ovvero 1/154 di grammo).

Inoltre, come vedremo parlando dei proiettili allungati, anche la superficie su cui concentrare la spinta sarà minore e la traiettoria più stabile. Pur usando molta meno polvere da sparo (1/7-1/10 del peso del proiettile contro 1/3) i proiettili allungati di pari peso delle precedenti “palle”, ma di calibro inferiore, arrivano a distanze maggiori e con traiettorie molto più stabili e prevedibili. E tutto ciò nonostante la minore velocità alla bocca: 300-350 metri al secondo alla bocca, contro i 400-470 dei moschetti ad anima liscia.

I fucili a percussione rigati, a differenza dei moschetti ad anima liscia usati per tutto il Settecento, vengono dotati di mirini e alzi/tacche di mira regolabili per sfruttare la gittata e la precisione superiore: un soldato ben addestrato al tiro, correggendo l’alzo in modo conforme alla distanza (che ora DEVE saper valutare con margine di errore minimo), può inviare con discreta precisione i propri proiettili fino a 500 metri (in situazione non di battaglia: lo stress rende molto più difficile sparare bene).
L’alzo dell’Enfield 1853 era regolabile per 100 (distanza “di battaglia”), 200, 300 e 400 iarde (365 metri). Per distanze superiori veniva utilizzato un alzo a cerniera, graduato fino a 900-1250 iarde (1140 metri).

Il tiro utile reale, in cui l’arma mostra al massimo tutta la precisione e l’accuratezza di cui dispone, è più basso, probabilmente sui 300-350 metri: 500 metri è una gittata da cartucce ben più moderne, come il 577-450 Martini-Henry del 1871 o le altre da 11 mm (mauser, gras…) dello stesso periodo o il 5,56 Nato attuale (che però è intrinsecamente più preciso e con un traiettoria più piatta).
Anche la gittata regolabile con l’alzo a cerniera è decisamente eccessiva per le reali capacità dell’arma, ma all’epoca (e fino alla prima guerra mondiale) era normale graduare anche l’eccesso: la pistola Mauser del 1896, gittata utile reale sui 150 metri circa, aveva una tacca graduabile fino alla gittata massima di due chilometri!

tacca-di-mira-con-alzo-a-due-foglie-springfield-1855
Tacca di mira con alzo a due foglie dello Springfield 1855: 100, 300 e 500 iarde.
È il tipo di alzo più semplice e comodo da produrre, che copre tutta la gittata utile dell’arma.

 
Enfield 1853 a due bande - alzo a cerniera
Alzo dell’Enfield 1853.
Notare l’alzo a cerniera in posizione per il tiro sulle lunghe distanze.

Tutto questo a patto di saper sparare decentemente: un imbranato alle prime armi non prenderebbe un uomo a cinquanta metri nemmeno con un fucile moderno in 7,62×51 col tiro teso a 800 metri, facendosi umiliare da un soldato del Settecento che lo colpirebbe con un aborto di arma ad anima liscia il cui proiettile sottodimensionato rimbalza nella canna come un coniglio pazzo. ^__^

I soldati armati con le nuove armi a canna rigata vennero quindi addestrati a mirare e a sparare “al bersaglio scelto”, e non solo a manovrare e a ricaricare in fretta per poi scaricare piombo alla cieca come accadeva invece fino a pochi anni prima.

I bersaglieri nelle prove del marzo 1855 con la nuova carabina ottennero con il tiro “a braccio sciolto” (normale tiro) ben 66 colpi a segno su 100 contro un bersaglio largo due metri (e si presume alto pure due metri: i classici bersagli che simulano due uomini) a 280 metri e quasi un terzo di colpi a segno a 465 metri (distanza probabilmente al di sopra di quella ottimale per il tiro, ma nel limite in cui l’arma ha ancora una discreta precisione nella rosata). Si tratta di prove effettuate da normali tiratori, non da geni del tiro: negli stessi anni le prove effettuate da quelli che per noi sarebbero autentici “tiratori scelti” nelle competizioni tra costruttori di armi da caccia arrivavano a 1000 e più metri (ben oltre il tiro utile accettato di queste armi rigate).

Da Carabine da Bersaglieri: Costruzione, Uso e Teorie sulle medesime (1855):

[...] considerare che una carabina non dovrebbe essere giudicata accettabile, se non quando sparando con essa alla distanza di 350 metri (Nota: probabilmente la distanza massima a cui l’arma può esprimere ancora tutte le sue doti al meglio) in un circolo di un metro di diametro vi si colpirà tre volte su cinque sparì.

Carabina da Bersaglieri Mod. 1856
tavole I-IV pubblicate sul Giornale Militare
carabina bersaglieri 1856 tavola 1 carabina bersaglieri 1856 tavola 2
Tavola III e Tavola IV

 
Il sistema di innesco a nastro di Maynard
L’avvento della percussione col luminello non terminò la ricerca di un modo per evitare di dover inserire un nuovo innesco ad ogni colpo: serbatoi interni (alla Forsyth) e i sistemi di cambio dell’innesco automatici (con nastri di pastiglie fulminanti) avrebbero potuto rendere più veloce il caricamento dell’arma (cosa che ai militari faceva sempre piacere) ed evitare il problema delle piccole capsule che scivolano di mano.
Nel 1834 Charles Louis Stanislaus, barone di Heurteloup, brevettò un’arma dotata di un sistema automatico di inneschi sotto forma di un nastro messo in moto dall’azione del cane. Ne progettò anche una versione in grado di resistere agli elementi esterni (immagino pioggia e umidità), denominata Koptipteur. Le armi di Heurtleloup avevano serbatoi di inneschi da 70 cariche.
L’Esercito Britannico si interessò all’invenzione ed effettuò dei test nel 1837 e nel 1842. Il sistema, più complesso di quello con capsula e luminello, venne rifiutato entrambe le volte. Alcuni esemplari di armi basate sul sistema di Heurteloup vennero acquistate dagli eserciti di Francia, Belgio e Russia, ma non ci sono informazioni sulle loro performance sul campo. Considerando che non presero mai piede, probabilmente non furono entusiasmanti.

Anche Edward Maynard, un inventore e dentista americano, ideò un sistema di innesco a nastro. Gli inneschi erano pastiglie custodite tra due strati di carta, in una striscia che avanzava posizionandosi sul luminello ogni volta che il cane veniva armato. In più il cane oltre a detonare l’innesco tagliava anche la carta, facendo cadere in terra le parti di nastro già utilizzate. Per il resto l’arma andava caricata ad avancarica, come al solito.

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Il sistema Maynard ottenne il brevetto nel 1845. Molti costruttori di armi lo adottarono e anche il governo degli Stati Uniti se ne interessò fin da subito: il sistema venne installato in prova su 300 moschetti convertiti a percussione (e a Maynard vennero pagati royalties di 1$ per arma, che non sono male su un prezzo complessivo di circa 18-20$).

Oltre al vantaggio di diminuire il numero di gesti necessari per caricare l’arma, aumentando di conseguenza la rapidità nel caricamento, c’era un secondo vantaggio molto importante: le strisce per gli inneschi fatte di carta costavano molto meno delle capsule di rame ed erano perfino più facili da produrre.

Nel 1855, su pressione del Ministro della Guerra (e futuro presidente degli Stati Confederati d’America) Davis Jefferson il sistema Maynard venne adottato per il nuovo fucile da fanteria Springfield 1855, prodotto in 60mila esemplari tra il 1855 e il 1860.
Il sistema era stato garantito a prova d’acqua, ma era tutta una balla: i nastri di inneschi erano estremamente sensibili e si rovinavano con facilità perfino con la semplice umidità ambientale! E il meccanismo stesso era delicato e sensibile al fango e alla polvere, richiedendo molta più manutenzione dei normali fucili a capsula per funzionare bene.
A parte questi problemi enormi, l’arma era ottima: ma altrettanto ottimo e ben più affidabile poteva esserlo qualsiasi fucile a capsula. L’arma venne sostituita dallo Springfield 1861, un normale (e più economico) fucile a percussione.
Lo stesso problema di affidabilità lo ebbe nella Guerra di Crimea la cavalleria britannica a cui erano state fornite 2000 carabine Greene, basate sul sistema Maynard.

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Dettagli del sistema Maynard: serbatoio del nastro e meccanica interna
 
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Dettagli del sistema Maynard della carabina britannica Greene

 
Proiettili a forzamento: palle sferiche e proiettili con alette
I militari non volevano solo armi più affidabili, ma anche più precise.
Dopo le guerre contro Napoleone il bisogno di armi che “sparassero dritto”, possibilmente seguendo una rigatura e a grande distanza, era diventato sempre maggiore: possedere un fucile con il doppio della gittata di quello nemico sarebbe stato un vantaggio enorme. Il fucile rigato Baker, di inizio ‘800, usando una palla forzata con la pezzuola poteva colpire bersagli con discreta precisione a 200 iarde (182 metri) e, in mano di un valido tiratore, era ancora pericoloso fino a 300 iarde (274 metri). E qualche centro saltuario (leggasi “con molto culo”) contro un bersaglio di dimensioni umane si poteva mettere a segno fino a 400 iarde, secondo il costruttore.
Molto meno dei 500 metri di gittata utile assicurata dei fucili rigati di metà Ottocento. Il problema non era tanto nella rigatura del Baker (o del Kentucky o di altri), il cui passo e numero di linee probabilmente era più che buono, ma nella palla sferica in sé.
La palla sferica ha un pessimo rapporto volume-superficie e in più, col suo centro di massa coincidente col centro geometrico, tende a ruotare su se stessa mentre vola perché la coda (che non subisce l’impatto dell’aria, formando una depressione) cerca continuamente di scavalcare la testa (che subisce l’impatto dell’aria rallentando) in un continuo scambio di ruoli. Con la pezzuola e la forzatura perlomeno queste rotazioni casuali non le fa pure dentro la canna, aderendo alla rigatura e seguendola al meglio delle sue ridotte capacità, ma una volta in volo la brusca decelerazione dovuta al violento impatto contro l’aria pone fine in breve al moto rotatorio impresso e il tiro si destabilizza molto riducendo la gittata (sia utile che massima) rispetto a un proiettile allungato.

Con un fucile a canna liscia sparante proiettili sferici sottodimensionati (un 0,71 in una canna da 0,75) la precisione è molto minore perché la palla, oltre a ribaltarsi e girare su se stessa, tende a ribalzare nella canna aggiungendo un ulteriore fattore casuale nella propria traiettoria.
Un soldato delle campagne napoleoniche se anche avesse voluto mirare (cosa che non erano addestrati a fare e non c’era neppure il comando di mira né la tacca di mira sull’arma) si sarebbe trovato a pensare qualcosa del tipo: “Questa volta i suoi 20 cm di derivazione (lo sbandamento orizzontale dalla traiettoria ideale) a tal distanza li farà a destra o li farà a sinistra? E li farà tutti di lato o magari tenderà un po’ più in basso o un po’ più in alto del solito? Dove correggo la mira, a destra o a sinistra?”
Lancia la monetina e buona fortuna…

derivazione_palla_sferica_manuale_carabina_1855
Derivazione (sbandamento orizzontale) di un palla sferica sottodimensionata ipotizzando un ultimo urto a sinistra della canna, tratto dal manuale sull’uso della carabina da bersaglieri del 1855. Notare il moto rotatorio della palla attorno al suo baricentro indicato con le frecce.

Non c’è nemmeno la possibilità di agire sull’alzo del mirino (che non è presente proprio perché inutile) in quanto lo scostamento dalla traiettoria ideale non è prevedibile con precisione. Invece coi fucili rigati moderni con palle appuntite sparate a velocità supersoniche tutto può essere regolato -caduta verticale e derivazione orizzontale rispetto al piano di tiro- a patto di conoscere la direzione e la forza del vento, la distanza del bersaglio, l’umidità ecc…

Il tiro col moschetto ad anima liscia con palle sferiche sottodimensionate è tiro istintivo, come quello con l’arco lungo. E con perfino meno gittata utile da sfruttare (ma per tirare decentemente a 50 e più metri con un arco lungo ce ne vuole di addestramento). ^__^
Sulle performance delle armi antiche tornerò con un articolo specifico in futuro, recuperando parte di quanto detto qui.

Il proiettile sferico, o palla, come visto non è adatto al tiro a lungo distanza con il fucile rigato. Serve un proiettile che non ruoti su se stesso a caso e abbia quindi una traiettoria più stabile e che sia possibile calcolare con precisione. O, se si vuole ancora usare la palla, serve perlomeno un metodo per poterla caricare con più rapidità di quanto non accada con il forzamento tramite pezzuola.

Box: caricamento a forzamento con la pezzuola
Nel caricamento a palla forzata si usa una palla sferica dal diametro poco inferiore a quello interno della canna (una 0,615 per una canna 0,625 nel caso del fucile Baker) che con l’aiuto della pezzuola unta, che agisce sia come lubrificante che come sabot, aderisce alla rigatura. Questo è il sistema di caricamento usato dalle Giubbe Verdi inglesi durante le guerre napoleoniche e dai miliziani americani della Guerra d’Indipendenza che usavano i temibili fucili da caccia Kentucky -derivati dai fucili da caccia tedeschi- in calibro 0,40-0,50)

1. Si versa la polvere nella canna con un corno dosatore o una cartuccia senza palla.
2. Si poggia sul centro della bocca dell’arma la pezzuola, un quadratino di cuoio ben lubrificato con olii vegetali o grasso animale.
3. Si poggia la palla sopra la pezzuola e si spinge dentro col pollice: la pezzuola deve essere abbastanza grande da coprire più di metà della palla (in modo che aderisca sui lati contro la rigatura), ma non più dei due terzi (per non interferire con la traiettoria ed essere “scartata” agevolmente all’uscita dalla canna, come se fosse un sabot).
4. Quattro.
5. Con la bacchetta si spinge la palla giù per la canna, fino a farla poggiare contro la polvere (distanza nota, registrata per comodità con un segno sulla bacchetta): la palla, per quanto aderente grazie alla pezzuola, scivolerà aiutata dal lubrificante senza costringere a sforzi sovrumani. Lo sforzo e il tempo di caricamento diventano sempre maggiori a mano a mano che le rigature della canna si riempono di “feccia”, ovvero polvere da sparo mal combusta, piombo e residui di pezzuole bruciate. Non bisogna spingere di più perché altrimenti la palla per scendere spezza i grani di polvere, modificandone le proprietà esplosive e quindi il comportamento della palla. La spinta deve essere lenta, per piccoli tratti, tramite colpetti.
6. Se a circa dieci centimetri dalla polvere la palla offre una maggiore resistenza alla discesa bisogna fermarsi subito. Il focone potrebbe essersi otturato, impedendo all’aria di fuoriuscire. Se si spinge con forza l’aria verrà compressa aumentando la pressione e la temperatura fino a far esplodere la carica di polvere (e infatti la bacchetta si maneggia per sicurezza tenendola di lato e non spingendo da sopra, così se viene “sparata” non colpisce la mano). Bisogna prendere lo spillo (che fa parte del set di pulizia dell’arma) e scrostare il focone prima di proseguire il caricamento.
7. Finito: ora si carica lo scodellino (arma con acciarino a pietra) o si mette la capsula (acciarino a percussione).

Un’arma di rara stupidità fu il fucile Brunswick con palla cinturata. Gli inglesi con l’avvento della percussione invece di ridurre al nuovo sistema i vecchi fucili rigati Baker, armi ottime, adottarono nel 1836 un nuovo fucile per il tiro di “precisione”: il Brunswick.
La particolarità di quest’arma è di avere una rigatura di sole due righe, belle larghe e grosse, in cui la palla non aderisce per deformazione del piombo (incastrandosi), ma perché la palla stessa ha una “cintura” adatta per calzare bene nelle righe. Ne vennero prodotti anche ad anima liscia e in calibro 0,654 (sono in totale quattro le versioni prodotte: 1836, 1840, 1841 e 1848).

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Fucile a percussione Brunswick, calibro 0,704, 4-4,5 kg in base al modello
con tacca di mira fissa (200 iarde) e foglia (300 iarde)

In teoria l’arma doveva essere più rapida da caricare dei vecchi Baker a palla forzata, in quanto la frizione è minore (e quindi è minore anche l’impiombatura della rigatura) In realtà senza la pezzuola unta è molto faticoso far scendere il proiettile lungo la canna perché la rigatura per imprimere il moto rotatorio deve ruotare.

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Considerando che tra i competitori per diventare la nuova arma rigata inglese c’erano fucili hannoveriani con canna ovale e altre cose di questo tipo, senza però lo svantaggio della pessima aerodinamica della palla sferica cinturata. Misteriosamente vinse la competizione il Brunswick.
Una canna ovale non è molto diversa come principio da quello del Brunswick: invece di imporre il moto al proiettile con una rigatura, lo si impone con una canna la cui stessa forma (ovale, esagonale ecc…) agisce come rigatura tramite un’andatura elicoidale che impone la rotazione. Ovviamente vanno usati proiettili di forma adatta alla canna. Fucili da caccia a canna ovale Lancaster di altissima precisione (e ormai a retrocarica) erano ancora prodotti a fine Ottocento (es: fucile Lancaster Express .577 – 2 3/4 del 1886).
C’erano cose ancora più bizzarre del Brunswick: Whitworth ideò una canna ad anima esagonale elicoidale (con palle analogamente a sezione esagonale e facce elicoidali).

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Fucile Withworth con proiettili appositi…

Il Brunswick si rivelò poco preciso (la palla cinturata è instabile in volo) e molto difficile da caricare: a parte il lento lavoro di spinta per far scendere la palla, era anche difficile posizionarla correttamente nella canna quando c’era poca luce o si era sotto stress in combattimento.

Simile al Brunswick (in pratica una copia) e con gli stessi problemi di caricamento era la carabina russa Luttich del 1843, che impiegava un proiettile allungato di forma appuntita, con alette da inserire nella rigatura (il peso ufficiale del proiettile era 776 grani -50 grammi-, ma quello di alcuni reperti era solo 760 grani). Venne usato durante la Guerra di Crimea, assieme ad altre armi e tipi di palle.

Un’arma molto valida fu anche il fucile di Jacob (ideato dal generale britannico John Jacob), disponibile con canna singola e con due canne giustapposte (tipo doppietta). I suoi proiettili avevano una gittata massima di 2000 iarde e un tiro molto preciso a 800 almeno (Jacob sosteneva che la precisione era ancora buona fino a 1200 iarde). Era un’arma estremamente precisa per la sua epoca, paragonabile probabilmente ai successivi fucili a retrocarica con bossolo metallico come il Martini-Henry o il Mauser 1871.
La canna, di calibro 0,50-0,58 (12,7-14,7 mm), aveva quattro rigature e veniva caricata ad avancarica con un proiettile dotato di quattro alette (una per riga) dalla forma appuntita, in grado di tagliare l’aria molto meglio dei proiettili round nose (ma non è ancora un vero “spitzer”, nome che va usato sui proiettili appuntiti incamiciati dal 1905 in poi).

jacob_proiettile_alette_una_due_canne

Poteva impiegare anche proiettili esplosivi-incendiari. In questo caso il proiettile era cavo e all’interno, sul davanti, si inseriva un tubetto di rame pieno di fulminato di mercurio. All’impatto il proiettile esplodeva, causando seri danni e incendiando materiale combustibile. La gittata era di circa 1000 iarde. Era studiato per essere impiegato nell’attacco ai treni delle artiglierie, in particolare alle scorte di munizioni per farle saltare in aria. Venne impiegato da un apposito reggimento chiamato “fucilieri di Jacob” (ufficialmente il 3rd Baluchi Rifles nel 1861) in Sud Africa e India.

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“Two good riflermen so armed could annihilate the best battery of field artillery in 10 minutes.” (brigadier-generale John Jacob)

Altri estimatori della palle a forzamento con la pezzuola furono gli americani (nell’ambito sportivo e di caccia) e gli svizzeri. Entrambi usavano proiettili molto lunghi, di piccolo calibro (10-12 mm). La loro precisione e la loro gittata erano ottime, paragonabili a quelle dei successivi fucili rigati con palle minié, ma lo sforzo per far scendere il proiettile con la pezzuola era enorme (tutta la superficie cilindrica aderisce alla rigatura, non solo una piccola porzione), tanto che i tiratori scelti svizzeri pare agissero in gruppi da tre: uno metteva la polvere e spingeva il proiettile fino in fondo, un altro armava il cane e metteva l’innesco e il terzo sparava. Così il tiratore di turno non si sarebbe trovato con le braccia tremanti per la fatica dopo pochi colpi.

 
Delvigne e Thouvenin: nuovi sistemi per caricare i fucili rigati
Nel 1826 l’ufficiale francese Henri-Gustave Delvigne ideò un sistema per unire la velocità della palle sottodimensionate all’adesione alla rigatura delle palle forzate. Negli anni precedenti si era già provato a schiacciare a colpi di bacchetta le palle di piombo morbido contro la carica di polvere di sparo, per farle appiattire e deformare in modo che aderissero alla rigatura, ma la rottura dei grani di polvere e la deformazione irregolare del proiettile rendevano il tiro poco preciso. Qual era l’idea di Delvigne? In fondo alla canna andava fatta una camera più piccola, in modo che vi cadesse la polvere da sparo ma non la palla. Schiacciandola con la bacchetta la palla sottodimensionata si sarebbe deformata, aderendo alla rigatura, e i grani di polvere non si sarebbero rotti. La versione ad avancarica di “salvare capra e cavoli”. Peccato che la palla si deformasse male, con un naso piatto molto poco aerodinamico e formando una protuberanza posteriore che spostava il centro di massa indietro: la traiettoria risultava molto instabile.

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Palla di piombo deformata nella camera di una carabina con sistema Delvigne

Delvigne provò a inserire un tacco di legno sotto il proiettile, in modo che la deformazione posteriore venisse limitata da questo, ma non bastò: il tacco spesso si spezzava o si girava male quando veniva inserito nella canna. E comunque era un pezzo in più che rendeva meno “semplice e geniale” il sistema.

Dal 1830 Delvigne provò anche proiettili cilindro-sferici e clindro-conici a base piatta, per ovviare ai problemi di stabilità. I nuovi proiettili erano effettivamente migliori. Quando si batteva il proiettile, per mantenerne la forma appuntita e farne dilatare la porzione cilindrica si usava una bacchetta con l’incavo di percussione sagomato.

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Proiettili: sferico, cilindro-sferico a base piatta e cilindro-conico a base piatta
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Bacchetta sagomata per preservare la forma del proiettile
in fucili e carabine coi sistemi “a camera” di Delvigne o “a stelo” di Thouvenin

I Bersaglieri al tempo della Guerra di Crimea erano equipaggiati con la carabina “La Marmora” modello 1844. Era un’arma rigata (otto righe) a percussione con capsule, peso 4,2 kg, calibro 16,9 mm (0,665 pollici) con sistema Delvigne e proiettili cilindro-conici. Era lunga 1,12 metri, ma ovviava alla limitata lunghezza in corpo a corpo montando una sciabola-baionetta con lama di 47 cm.
I Bersaglieri non usavano cartucce preconfezionate, ma inserivano la carica con un fiaschetta che dosava esattamente 3,25 grammi e, per i tiri più lunghi, portavano cariche extra da 3,5 grammi. Il proiettile utilizzato, di cui sono stati trovati parecchi reperti nelle aree in cui hanno operato i Bersaglieri durante la Guerra di Crimea, pesava 550 grani (35 grammi) ed era lubrificato con una mistura di sego e cera ai lati.

Nel 1841 Louis-Etienne de Thouvenin, un ufficiale francese collega di Delvigne, ideò un sistema ancora migliore per far aderire il proiettile alla canna rigata: invece di una camera più piccola per la polvere che avrebbe fatto sprofondare parzialmente il fondo del proiettile compresso a colpi di bacchetta, si inseriva uno “stelo” di acciaio al centro della camera di sparo.
Questo stelo, un cilindro di acciaio avvitato (e graduabile in lunghezza in base alla necessità) nel vitone della canna, avrebbe fermato il proiettile al centro, evitando lo sprofondamento e migliorandone l’allargamento. La polvere da sparo si sarebbe depositata attorno allo stelo in fase di caricamento, evitando qualsiasi rischio di contatto con la palla mentre veniva deformata. Thouvenin propose il suo fucile a stelo nel 1844: piacque subito e venne adottato nel 1846 in Francia per la “Carabine à tige” (gli Chasseurs, tiratori, la impiegarono dal 1853), in Belgio per la carabina del 1853, in Prussia per i nuovi fucili degli Jäger (tiratori) e anche dal Regno di Sardegna (ma non per i bersaglieri che preferirono tenersi il già valido sistema Delvigne).

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Carabina a stelo, dal manuale di teoria e uso della carabina da bersaglieri del 1855

Il difetto dello stelo stava nella sua fragilità: con l’uso si corrodeva e poteva spezzarsi durante lo sparo, costringendo il soldato a portare pezzi di ricambio ulteriori, e in più era difficile pulire la canna attorno allo stelo (a meno di non smontare la canna per il lavaggio).

In alcuni libri sono presenti illustrazioni scorrette dei proiettili impiegati dalle armi a stelo (es: “La Macchina da Guerra” di Giovanni Santi-Mazzini, che a parte questo errore e il disegno scorretto delle palle Nessler è un libro eccellente), a causa della confusione generata dalla loro somiglianza “esterna” (i solchi di Tamisier) con i più famosi proiettili minié.
I proiettili francesi e sardi della Guerra di Crimea erano tutti a base piatta e non cava. Negli esemplari sparati è possibile notare la piccola cavità formata dallo stelo quando la palla vi veniva battuta sopra.
Alcuni libri, dato l’aspetto di nicchia dell’argomento “stelo”, inseriscono spesso raffigurazioni di proiettili minié (ovvero cavi dietro, come vedrete tra poco), sia dotati di capsula di metallo che privi, nelle illustrazioni di questo tipo di arma. A tutti gli effetti è superfluo (anche se non “dannoso”) mettere proiettili simili dentro una carabina a stelo: loro sono già in grado di espandersi da soli senza bisogno di essere deformati prima dello sparo. E lo stelo non ha bisogno di cavità esistenti per agire in modo corretto.

I francesi usavano nelle loro carabine a stelo della Guerra di Crimea proiettili cilindro-conici a base piatta, calibro 17 mm (0,670) di circa 715-770 grani (46-50 grammi). Proprio come quello nell’illustrazione mostrata sopra: nel manuale del 1855 appare anche uno spaccato del proiettile francese che mostra l’assenza di cavità posteriori.
Idem per i proiettili sardi usati dalla fanteria nelle armi rigate a stelo: cilindro-conici a base piatta, di circa 700 grani (45 grammi), leggermente più tondeggianti di quelli francesi.

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Proiettile Tamisier con solchi per carabina a stelo francese, per fucile a stelo sardo e proiettile senza solchi per carabina da Bersagliere

Questi proiettili per fucile a stelo avendo punte ancora più leggere rispetto alla coda di quanto accadesse coi proiettili da carabina Delvigne, tendevano a ribaltarsi in volo nella fase discendente, soprattutto sulle lunghe distanze quando l’effetto stabilizzatore della rotazione diminuiva (il loro baricentro, come nei proiettili moderni, era più verso la coda che verso la testa).
Come risolvere il problema?

La soluzione arrivò subito (1841) grazie a un altro ufficiale francese, il capitano di artiglieria Tamisier: per contrastare la tendenza della coda a scavalcare la testa, bisognava aumentarne l’attrito contro l’aria praticando dei solchi attorno alla porzione cilindrica del proiettile. In tal modo la testa leggera e appuntita non veniva scavalcata dalla coda pesante che per colpa dei solchi veniva trattenuta indietro dall’impatto maggiore dell’aria.
Nei solchi, inoltre, si poteva inserire il lubrificante per pulire le rigature dalla feccia e dalle impiombature all’atto dello sparo.
Il sistema era meno efficiente nelle carabine Delvigne perché i proiettili, dovendo essere “compressi” a colpi di bacchetta (e non “dilatati attorno allo stelo”), si sarebbero ritrovati coi solchi rovinati e sarebbe diminuito l’effetto frenante. Comunque non risulta che i Bersaglieri avessero mai lamentato simili problemi, nonostante le palle prive di solchi: forse questo è da imputare al rapido passo di rigatura della carabina La Marmora, in grado di contrastare il capovolgimento meglio delle altre armi rigate contemporanee.

 
Proiettili a espansione: il trionfo di Minié
Claude-Etienne Minié, ufficiale francese degli Chasseurs in Africa, è famoso in tutto il mondo per la sua invenzione, la palla minié, la cui “letalità” è decantata dai sopravvissuti della Guerra Civile Americana. L’ennesimo genio tecnico dell’esercito francese assieme a Delvigne, Thouvenin e Tamisier? O forse non era tutta farina del suo sacco?

Da tempo si cercava di realizzare un efficace proiettile a espansione e lo stesso Delvigne si era interessato alla cosa, con scarsi risultati. Prima di lui, però, fu un ufficiale inglese a ideare un proiettile di questo tipo.
Nel 1823 il capitano John Norton del 34esimo reggimento inventò un proiettile cilindro-conico leggermente più piccolo del diametro della canna, in modo da scendere senza difficoltà, e dotato di un cavità alla base in modo che i gas dell’esplosione lo facessero dilatare e aderire alla rigatura.
Gli esperti del Ministero della Guerra, nonostante il proiettile funzionasse molto bene, lo rifiutarono con la motivazione che “solo i proiettili sferici erano adatti all’uso militare”.

Nel 1836 William Greener, un celebre armaiolo, propose un proiettile a base cava con l’aggiunta di un piccolo tappo di legno costruito in modo tale da spingere e dilatare il piombo sotto la spinta del gas: dato il maggior spessore del piombo, troppo perché i gas potessero sempre dilatarlo, questo assicurava l’adesione alla rigatura costante. Se lo spessore del piombo è troppo scarso e se manca un sistema di solchi Tamisier (ancora non inventato) che migliori la capacità di piegarsi senza spezzarsi, talvolta il cilindro di piombo può staccarsi dalla testa conica che volerà così priva del moto rotatorio imposto dalla rigatura. Questo piccolo tappo di legno risolveva i due problemi.
Il Ministero rifiutò l’invenzione perché un proiettile in due parti era troppo complicato da realizzare. Sigh.

Nel 1847 il capitano Claude-Etienne Minié “ideò” un proiettile praticamente identico a quello di Greener, basato sullo stesso principio, e successivamente arricchito con l’aggiunta dei solchi (proiettile Minié-Tamisier). Il proiettile Minié, sconvolgente differenza con quello di Greener, aveva uno scodellino di ferro al posto del tappo in legno. Uao.

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Norton, liscio. Greener, con tappo di legno. Minié con solchi Tamisier e tappo di ferro.

Il governo francese se ne interessò e fece una serie di test a Vincennes nel 1849, ma alla fine preferì le armi con proiettili a fondo piatto già in dotazione, come i fucili a stelo Thouvenin (e comprandone perfino altri dopo il 1849: gli Chasseurs ottennero le loro carabine nel 1853) e senza desiderio di sostituire in massa i vecchi fucili a canna liscia sparanti proiettili Nessler (che vedremo dopo). In ogni caso pare che ricompensò Minié con 20mila franchi per la sua “invenzione”.
Nemmeno il Belgio fu impressionato dal nuovo proiettile, preferendo altri tipi di arma (e anche loro comprarono nuove carabine a stelo nel 1853).

Ai russi non dispiacque: nella caterva di armi e calibri diversi della Guerra di Crimea c’era anche il “minié russo” o “7 linee” (i russi dividevano il pollice in dieci “linee”, per cui il nome “7 linee” indica un 0,70 pollici e un “3 linee” uno 0,30, ovvero un 7,62×54 mm russo): uno strano minié con una protuberanza di piombo posteriore posta al centro dello spazio vuoto dei tipici minié, e con un anello di ferro attorno alla protuberanza che doveva favorire l’apertura dei lati. Pesa dai 780 agli 815 grani (50-53 grammi). È chiamato anche “palla di Peeter” o “palla Timmerhans” (venne usato anche dal Belgio al posto del minié autentico). Inutilmente strano e complicato. E con un design aerodinamico inferiore al minié originale.

Il governo inglese fu ENTUSIASTA del nuovo proiettile: ordinò di realizzare un nuovo fucile rigato, il modello 1851. Greener, che non era scemo e aveva il brevetto sul proiettile con l’aggiunta per favorire l’espansione, piantò un casino legale e il Ministero fu obbligato a pagargli 1000 sterline.
Il fucile rigato Minié modello 1851 britannico aveva un calibro di 0,702 pollici e una gittata utile di 550 metri circa. Per questo fucile vennero realizzati due tipi di proiettili minié con scodellino di ferro: tipo 1 e tipo 2, entrambi senza solchi laterali.
Il tipo 1 pesava 660-670 grani (43 grammi) e aveva un design interamente conico per tutta la sua lunghezza, senza una porzione cilindrica, rendendo così poco affidabile l’aderenza alla rigatura. Venne messo fuori produzione.
Il tipo 2 era un proiettile cilindro-conico da 690-700 grani (45 grammi) che si rivelò molto migliore del precedente, espandendosi senza difficoltà e aderendo senza problemi alla rigatura.

Il calibro 0,702 venne subito considerato troppo pesante: uno spreco di piombo e polvere. Venne scelto un nuovo fucile rigato da fanteria: Enfield modello 1853, calibro 0,577 (o 0,58 per comodità). Il nuovo fucile si rivelò un’arma solida, precisa, affidabile, venduta anche agli Stati Confederati d’America durante la Guerra Civile, e rimase in servizio nell’esercito britannico dal 1853 al 1867 (e poi venne convertito a retrocarica col sistema Snider-Enfield).
Ma il primo tipo di proiettile impiegato durante la Guerra di Crimea mise in cattiva luce la nuova arma, facendola sembrare meno precisa del modello 1851: il proiettile Pritchett (lo stesso fucile venne inizialmente chiamato Enfield-Pritchett 1853) era privo di scodellino metallico per l’espansione e questo, unito alla cavità della base troppo poco accentuata, rendeva difficile e incerta l’espansione del proiettile.
Venne subito sostituito con un secondo tipo di proiettile nel 1855, studiato e ideato a partire dal proiettile Pritchett alla Scuola di Tiro (School of Musketry) di Hythe, nel Kent.

Il rapporto Hythe del 12 maggio 1855 diceva:

The condition of the service ammunition for the rifle 1853, from the trials made, was found to be very unsatisfactory…. In order, therefore, to correct any imperfection which may exist, either in diameter of bullet or bore of barrel, it is desirable to adopt at once an iron cup in the Pritchett bullet, as in the Minie [1851] to insure increased expansion. Experiments are now being conducted at the School of Musketry to test the efficiency of the Pritchett bullet (fitted with an iron cup), the result of which shall be reported in a few days.

Quello del 17 maggio 1855:

The results of the experiments made with the bullets for musket 1853, fitted with an iron cup, have been most satisfactory; the shooting made with them, although the iron cup was of an imperfect shape, was far superior to that made with the service ammunition as at present manufactured, and justifies my recommending that the iron cup be at once adopted for the bullets for the rifle musket 1853. Further experiments will be made with a view to improve the shape of the iron cup.

Nel rapporto del 5 giugno 1855 venne discussa la scelta tra l’uso di una coppa emisferica di ferro (come nel 1851), un tappo conico con un buco in cima (suggerito dagli esperti di Hythe) oppure un tappo conico in legno. I risultati dimostrarono che il tappo conico di ferro era migliore dello scodellino, ma che il migliore di tutti (garantendo meno sporcizia della canna) era il tappo di legno.
I nuovi proiettili sono facili da identificare anche in assenza dello scodellino di ferro/tappo di legno, grazie alla maggiore lunghezza (29,7 mm contro i 27,4 mm dei vecchi) e alla cavità posteriore molto più profonda che nei Pritchett.
Il nuovo proiettile, conosciuto anche come Burton-Minié, pesava 530 grani (34 grammi) ed era spinto da una carica di 68 grani (4,4 grammi) di polvere da sparo, pari al 12,8% del peso del proiettile. Nelle cartucce prefabbricate era posto, col suo tappo di legno (o di metallo) in fondo e non in cima, con la punta rivolta verso la polvere da sparo. Questo avveniva perché era privo di solchi laterali in cui inserire il lubrificante (cera e grasso animale), per cui era la carta stessa attorno al proiettile ad essere lubrificata.

pattern_1851_primo_secondo_pattern_1853_pritchett_iron_cup_linea7_russo
1851 primo tipo, 1851 secondo tipo, 1853 Pritchett, 1853 Iron Cup, Sette linee russo
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Confezione da dieci cartucce Burton-Minié per il fucile Enfield 1853 e spaccato di una cartuccia che mostra la disposizione delle componenti.

Box: caricamento del fucile da fanteria Enfield 1853 (stando in piedi)
Istruzioni “semplificate” da The Infantry Manual containing Directions for the Drill and Instruction of Recruits, the Manual Exercise, the Revised Platoon Exercise, an Abstract of the Field Exercises and Evolutions of the Army ecc ecc… del 1854.
Questo è il sistema di caricamento del fucile che, a causa del grasso animale usato per ungere le cartucce, esasperò la situazione indiana e accese la scintilla della rivolta dei Sepoy del 1857. Una spiegazione dettagliata di questa complessa vicenda, spesso riletta in chiave nazionalista (e antistorica) dall’India moderna, si possono trovare in L’Assedio di Delhi di William Dalrymple.
Gli ordini che scandiscono le fasi di caricamento sono stati lasciati in inglese.

Prepare to Load
Tenendo l’arma per la canna con la mano sinistra, posizionarla con il calcio in terra e la bocca verso l’alto. La canna deve essere dritta, perpendicolare al suolo, a circa 15 cm dal corpo. Con la mano destra prelevare una cartuccia dalla borsa delle munizioni.

Load
1. Portare la cartuccia alla bocca, tenendola tra indice e pollice, l’estremità col proiettile posizionata nel palmo della mano. Il gomito deve essere vicino al corpo. Aprire coi denti l’estremità della cartuccia.
2. Portare il gomito all’altezza della spalla e rovesciare la polvere della cartuccia dentro la canna (il dorso della mano verso di sé, il palmo verso l’esterno).
3. Posizionare la mano sopra la canna con il palmo rivolto verso di sé, in modo che l’estremità col proiettile (e non quella con la carta svuotata dalla polvere) sia sulla bocca della canna. Tenendo la carta vuota tra indice e pollice, inserire l’estremità col proiettile dentro la canna.
4. Quattro.
5. Ora sporge dalla canna solo la porzione di carta vuota: strapparla con la mano e buttarla via. Sempre con la mano destra (la sinistra è rimasta tutto il tempo a tenere l’arma per la canna) afferrare la testa della bacchetta tra la seconda falange dell’indice e il pollice.

Rod
1. Estrarre la bacchetta a metà e afferrarla nel centro, tenendo il dorso della mano rivolto verso il viso.
2. Estrarla completamente e ribaltarla, in modo che la testa sia verso il basso e il dorso della mano verso l’esterno, e poggiarla contro il proiettile. La bacchetta va tenuta per l’asta con indice, medio e pollice, mentre anulare e mignolo devono rimanere chiusi.

Home
1. Spingere il proiettile giù per la canna fino a quando il dito medio tocca la bocca.
2. Afferrare la bacchetta come prima, ma subito sotto la cima.
3. Spingere il proiettile fino in fondo, tenendo sempre il gomito vicino al corpo.
4. Quattro.
5. Accertarsi che il proiettile sia posizionato sopra la polvere con due colpetti, evitando colpi troppo forti che potrebbero rompere i grani di polvere.

Return
1. Estrarre la bacchetta a metà e afferrarla con il dorso della mano verso il proprio viso e con l’avambraccio che fa angolo retto col bicipite.
2. Completare l’estrazione distendendo il braccio sopra la spalla e girare la bacchetta in modo che la sua testa sia verso l’alto e il palmo della mano verso il volto. Rimettere la bacchetta nella sua sede, arrivando alla fine a tenerla sotto la testa con l’indice e il pollice, come all’inizio dell’estrazione.

Cap
1. Afferrare il fucile con la sinistra poco oltre la batteria e portarlo in posizione orizzontale, stretto contro il fianco, con la mano destra che stringe l’impugnatura. Con il pollice della mano destra armare il cane a mezza corsa (per accedere al luminello).
2. Usando l’indice della destra far saltare via la capsula precedente, già utilizzata (se presente). Afferrare una nuova capsula tra indice e pollice. Posizionare la capsula sul luminello e premerla giù, usando il pollice. Riportare la mano destra all’impugnatura.

XXX yards. Ready
1. Aggiustare l’alzo. Usando il pollice e l’indice della mano destra regolare la tacca di mira per la distanza XXX ordinata. Nel caso usando l’alzo a cerniera. Riportare la mano all’impugnatura, con il pollice sul cane a mezza corsa.
[NdDuca. L'alzo varia da modello a modello. Nel moschetto del 1842 ad anima liscia c'è una tacca di mira fissa regolata per le 150 iarde (distanza limite del tiro utile per la palla sferica in anima liscia). Nel fucile minié del 1851 e in quello del 1853 l'alzo è regolabile fino a 900 iarde e più.]
2. Armare il cane completamente e riposizionare il pollice sull’impugnatura.

È possibile fabbricare anche cartucce vecchio stile, simili a quelle del Settecento, con il proiettile sopra e la polvere sotto. Ad esempio quelle dello Springfield 1861 avevano un proiettile minié con tre ampi solchi ingrassati, senza coppa di ferro e con la polvere sotto il proiettile. La carta si poteva buttare dopo aver fatto fatto cadere nella canna il proiettile oppure la si poteva inserire nella canna come stoppaccio proprio come accadeva nel Settecento con le palle sferiche di piombo (così se uno capovolgeva l’arma prima di sparare il proiettile non cascava fuori). La coppa di ferro era stata tolta perché un proiettile minié se accuratamente studiato (solchi, pareti non troppo spesse -ma nemmeno troppo sottili-, cavità ampia) può dilatarsi perfettamente senza aver bisogno di alcun aiuto ulteriore.

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Cartuccia 0,58 per lo Springfield 1861

Il proiettile minié ha ottenuto una fama nell’ambito Ottocentesco superiore a quella che fu la sua reale diffusione in Europa. Questa fama è principalmente dovuta alla Guerra Civile americana e alla questione del grasso di mucca e di maiale al tempo della rivolta indiana del 1857. In realtà, come si è visto, i proiettili a “compressione” con la bacchetta coi sistemi Delvigne e Thouvenin furono perfino più diffusi nelle armi rigate dell’Europa continentale di quanto lo fosse il proiettile del signor Minié.
La Guerra Civile americana vide anche la nascita delle leggende sulla letalità delle palle minié, viste come “mostruosamente più letali” delle precedenti palle sferiche. In realtà a distanze molto basse (tiro sotto i cinquanta metri) avevano meno energia cinetica delle palle caricate con 1/3 del proprio peso in polvere nera, ma la maggiore densità sezionale ne conservava la letalità anche sulle lunghe distanze (al limite del tiro utile) e aumentava enormemente la gittata in cui erano in grado di frantumare le ossa (anche quelle più spesse) costringendo i chirurghi all’amputazione dell’arto.
Tra i soldati circolavano leggende di ogni tipo, come quella che una palla minié potesse penetrare un soldato e il suo zaino a 1200 iarde ed essere ancora in grado di uccidere un altro soldato. Oppure che potessero uccidere quindici uomini in fila. Esagerazioni non dissimili da quelle nate un secolo dopo sull’efficacia (sopravvalutata) dei giubbotti antischegge.

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Osso frantumato da una palla minié

 
Il proiettile a compressione Lorenz
Un design alternativo alla palla a espansione fu quello a compressione. Invece di comprimere e allargare la palla colpendola con la bacchetta, si creava una palla con profondi solchi laterali (al posto del buco posteriore) in grado di collassare con la coda contro il blocco della testa sotto la spinta dei gas dello sparo. Era un sistema ingegnoso, ma meno valido e affidabile di quello della espansione… o almeno così dicono.
Due famosi produttori di questo tipo di proiettile furono il britannico Wilkinson e l’austriaco Lorenz.

Il proiettile a compressione Lorenz venne adottato con una certa segretezza dall’esercito Austro-Ungarico (nel manuale sulla carabina da Bersaglieri del 1855 c’è un disegno piuttosto “fantasioso” di quel misterioso proiettile di cui ancora si sa pochissimo) per i nuovi fucili a percussione con capsula M1854 e per i fucili degli Jager.
Il proiettile aveva un calibro di 0,545 pollici (quasi 13,9 mm) ed era lungo 1 pollice (25,4 mm). Pesava 450 grani (29 grammi) e usava 62 grani di polvere (4 grammi), pari al 13,77% del peso del proiettile.
Negli ampi solchi laterali non si può mettere il lubrificante, perché si schiacciano in fase di sparo, per cui il lubrificante va messo sulla carta che avvolge il proiettile (come nell’Enfield 1853).
Questo tipo di proiettile venne usato anche nella Guerra Civile americana: il Nord importò infatti 100mila fucili austriaci M1854 mentre il Sud ne importò 225mila. Si potevano comunque impiegare, come infatti fecero, anche palle minié in calibro 0,54 (il fucile M1854 è uno 0,547).

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Proiettile Lorenz: prima e dopo lo sparo.

Una curiosità sul piombo impiegato nei proiettili…
Si utilizzava piombo morbido non perché non si sapesse fabbricare piombo duro (fonti dell’epoca affermano che già molti anni prima -nel periodo napoleonico o nel Settecento- gli inglesi fabbricavano proiettili sferici per i moschetti utilizzando piombo reso più duro legandolo con un 3% di antimonio), ma perché il piombo duro nonostante il vantaggio di impiombare meno la canna non è in grado di dilatarsi bene per aderire alla rigatura.
Con l’arrivo delle armi a retrocarica (1866-1867 per gran parte delle nazioni europee) si ricominciò a usarlo per limitare la sporcizia delle rigature, fino al 1885 quando si diffuse l’incamiciatura dei proiettili in acciaio oppure in rame/ottone.

…e una sulla carta delle cartucce.
La carta per le cartucce, quella da usare pure come stoppaccio, non è semplice “carta”. Si può prendere un foglio di giornale o una pagina della Bibbia e farci una buona cartuccia, ma non si può poi ficcare quella carta dentro la canna. La carta delle cartucce, fin dai suoi esordi nel Seicento, veniva trattata col nitrato di potassio e simili per renderla altamente combustibile, in modo da non lasciare scorie ancora accese dentro la canna dopo lo sparo. Non sarebbe divertente versare la successiva carica di polvere da sparo sopra un pezzetto di carta incendiata, no?
Gli stessi borraggi, usati quando si tira senza pezzuola con le palle di piombo sferiche, sono in feltro spesso in modo da venir spinti via con il proiettile senza finire a pezzi dentro la canna. Lo svantaggio di borraggi, stoppacci e pezzuole é che dopo cadono ancora infuocati sul terreno, a qualche metro dal tiratore, e se l’erba è molto secca e la stagione bella (tipo in India d’estate) può venirne fuori uno sgradevole incendio…

 
E i vecchi moschetti convertiti alla percussione?
Avevo spiegato che negli anni ‘40 un po’ tutte le nazioni si erano messe a convertire (ridurre) i vecchi moschetti ad anima liscia dalla pietra focaia alla percussione. Ma visto l’enorme svantaggio della palla sferica rispetto alle palle lunghe in canna rigata, non erano troppo svantaggiati? A che serviva avere queste armi se i propri fanti sarebbero stati massacrati con discreta precisione a 300-500 iarde di distanza dalla armi nemiche rigate, senza poter mettere a segno un colpo nemmeno per sbaglio con le palle sferiche che arrivavano a 150 iarde scarse di tiro utile?

Dato che, contrariamente al pensiero dei non addetti ai lavori (leggasi “ignoranti”), i militari non erano del tutto scemi, si corse subito ai ripari. A parte l’Inghilterra, che continuò a usare solo palle sferiche nei moschetti modello 1842, sia la Francia che la Russia che il Regno di Sardegna al tempo della Guerra di Crimea dotarono i reggimenti con armi ad anima liscia di un munizionamento migliore, la palla Nessler.

La palla nessler è un proiettile di invenzione belga creato per evitare il moto rotatorio della palla sferica tradizionale e permettere allo stesso tempo l’adesione precisa alla canna, evitando i rimbalzi interni. È un proiettile cilindro-sferico, con la porzione cilindrica non più lunga di 2/3 del diametro (altrimenti si appesantiva troppo in coda), e una concavità posteriore per permettere una limitata espansione al momento dello sparo. In tal modo la palla poteva venire caricata ad avancarica con la rapidità delle palle sferiche sottodimensionate (usando cartucce ingrassate simili a quelle dell’Enfield 1853) e allo stesso tempo poteva aderire alla canna bene come le palle a forzamento con la pezzuola. L’espansione della nessler non le permetteva di aderire a fondo alle rigature (in canna rigata salterebbe le righe andando dritta come in una canna liscia), ma era più che sufficiente per aderire alla canna liscia.

Una palla nessler aveva due volte la gittata utile di una palla sferica (sia secondo i test moderni che secondo le affermazioni dell’epoca), ovvero circa 300 iarde (270 metri), con una buona precisione garantita dal baricentro avanzato che le permetteva di non ribaltarsi in volo anche se priva del moto rotatorio impresso dalla rigatura.
La gittata rimane inferiore a quella dei fucili rigati con proiettili allungati, ma quantomeno si guadagna un po’ di gittata ulteriore (300 iarde contro 500 è meglio di 150 contro 500). I russi, forse i principali utilizzatori di palle nessler, durante la Guerra di Crimea si lamentarono che i loro moschetti non potevano colpire gli inglesi quando quelli degli inglesi già potevano far fuoco con precisione. Questa lamentela non è dovuta solo alla minore gittata delle palle nessler, ma anche al fatto che non tutti i reggimenti russi armati di moschetti ad anima liscia le impiegavano: molti utilizzavano ancora palle sferiche di piombo (ne sono state rivenute di varie dimensioni, come se neppure il calibro dei moschetti russi fosse standardizzato per tutto l’esercito).

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Nessler russa, francese e sarda

Nessler russa: è leggermente più lunga delle Nessler francesi e sarde. Diametro e lunghezza di un tipico esemplare: 0,670 pollici (17 mm). Peso 488 grani (31 grammi).
Nessler francese: più corta e leggera della russa. Calibro 0,675 (17,1 mm), lunghezza 0,580 (14,7 mm) Peso 453 grani (29 grammi).
Nessler sarda: simile alla Nessler francese, ma con la punta tonda invece che appiattita. Peso 450 grani (29 grammi) e lunghezza poco inferiore al diametro (16,6 mm).

 
Nel frattempo in Prussia…
Mentre le nazioni europee si lanciavano nell’acquisto di armi ad avancarica con design sempre migliori, ma tutte piuttosto lente da caricare (2-3 colpi al minuto in battaglia, 3-4 teorici), la Prussia nel 1841 aveva acquistato e nascosto in un arsenale segreto 60mila esemplari del fucile ad ago Dreyse M1841. Tra i 10 e i 12 colpi al minuto.
Era un’arma così formidabile per l’epoca che il Ministero della Guerra prussiano mantenne la massima segretezza anche durante gli addestramenti dei reggimenti che la dovevano impiegare (molto difficile in un’epoca in cui lo spionaggio militare anche in tempo di pace era una prassi), perché dopo i primi successi sul campo erano sicuri che tutti l’avrebbero copiata. Ma dei fucili ad ago e dei revolver cap-and-ball parlerò nei prossimi articoli…

 
Due manuali d’epoca da scaricare
The Infantry Manual (Gran Bretagna, 1847)
Carabine da Bersaglieri (Regno di Sardegna, 1855)

Armature e Armi da Fuoco alla Battaglia di Pavia

Scritto da Il Duca Carraronan il 23 gen 2009 | Categorie: Armature, Armi da Fuoco, Consulenze, Oplologia, Storia Militare

Questo articolo nasce dalla consulenza svolta per History Channel Italia sulle armi da fuoco e sulle armature presenti alla Battaglia di Pavia del 1525. Lo scopo della consulenza era quello di arrivare a definire l’arma da fuoco e il tipo di acciaio da utilizzare per simulare in modo realistico e storicamente attendibile quello che sarebbe potuto avvenire se un cavaliere francese avesse ricevuto un colpo di archibugio spagnolo contro il pettorale dell’armatura.
Un buon pettorale sarebbe rimasto intatto facendo spiaccicare il proiettile come si vede in una delle scene all’inizio del film di Ermanno Olmi Il Mestiere delle Armi? Si sarebbe piegato, ma senza forarsi, limitando il tutto a una brutta concussione e a una costola rotta? O il proiettile avrebbe sfondato l’armatura e sarebbe affondando nel corpo del cavaliere, che è quello che le testimonianze storiche affermano (con enfasi notevole)?

Per poter condurre test di penetrazione che simulino l’interazione tra le armi da fuoco utilizzate dalla fanteria imperiale e le armature indossate dai cavalieri francesi alla Battaglia di Pavia del 1525 bisogna conoscere sei cose principali:

    1- qual era lo spessore medio delle corazze usate dai francesi;
    2- con qual tipologia di acciaio al carbonio erano fabbricate;
    3- che forma avevano;
    4- quattro;
    5- quali armi da fuoco erano impiegate dalla fanteria imperiale;
    6- che prestazioni fornivano queste armi da fuoco;

Disponendo di queste informazioni è possibile scegliere di conseguenza i fogli di acciaio per i test, l’angolo con cui inclinarli e le caratteristiche che il proiettile deve avere all’impatto (forma, materiale, velocità).

Questo articolo non tratta la Battaglia di Pavia in sé e non approfondisce l’argomento dei moschetti con la forcella nel dettaglio (questo avverrà in un altro articolo apposito). Non contiene nulla di nuovo per chi ha letto i precedenti articoli sulle armi ad avancarica e sulle armature, ma è un esempio di applicazione a un caso reale delle nozioni apprese in precedenza. Per approfondimenti ulteriori segnalo:
Avancarica: energia cinetica e velocità
e Le Armature: test di penetrazione e conclusioni.

battaglia di pavia 1525
La Battaglia di Pavia, 1525
(cliccare per ingrandire)

Le Armature dei Cavalieri Francesi
Le armature impiegate dai francesi all’epoca erano sia di produzione francese che importate dal sud della Germania e dal nord dell’Italia. La produzione francese di corazze era abbondante e i documenti dell’epoca attestano centinaia di fabbricanti di armature tra Parigi, Bordeaux, Lione e Tours. Pochissimi esemplari di armature di fattura francese identificabili sono però arrivati fino ai giorni nostri e sono tutte in metallo di pessima o mediocre qualità (ferrite priva di carbonio e ricca di scorie o un mix di ferrite, perlite, pochissimo carbonio -0,1%- e scorie). La difficoltà identificativa dipende anche dalla pratica (a differenza di quanto accadeva in Austria, Germania Meridionale e Italia Settentrionale) di non apporre alcun marchio di fabbrica sui pezzi.

Questa ricca offerta interna unita alla cattiva qualità del prodotto fa ben capire come mai in Francia vi fosse anche una forte domanda di costose armature di fabbricazione lombarda e tedesca: se un ferro di cattiva qualità poteva andar bene per l’armatura di un normale uomo d’arme, di certo non andava bene per chi, come un ricco cavaliere o un nobile facoltoso, poteva investire in prodotti di maggiore qualità, di norma indicati come “a prova di balestra” (ad esempio le armature di fattura milanese-bresciana).
L’assenza della marchiatura che identifica con orgoglio il produttore, assieme alla richiesta di armature di importazione (i documenti a riguardo abbondano, con ordini di centinaia di bracciali, pettorali e gorgiere) e di artigiani stranieri (Gabriele e Francesco Merate, di Milano, dal 1494 al 1497 lavorarono nella città di Arbois, in Francia), sono tutte prove a favore dell’inferiorità tecnologica della metallurgia francese e della conseguente scarsa qualità della produzione locale.

Le armature italiane di alta qualità erano fatte di un acciaio a medio livello di carbonio e povero di scorie, simile come resistenza al moderno mild steel (acciaio dolce). Mancava ancora sia la tecnologia che il motivo (le armi da fuoco più potenti non erano ancora comuni) per produrre acciai interamente formati da martensite temprata in acqua e poi sottoposta a rinvenimento. Nella seconda metà del secolo (dal 1540) il primato tecnologico nelle armature passerà da Milano all’inglese Greenwich ed alcune città tedesche, in grado di ottenere sia dorature che alta qualità degli acciai, entrambe necessarie per il mercato di lusso.
In Austria già a fine ‘400, come anche in Italia, era possibile “in teoria” produrre armature in martensite sottoponendole a tempra con risultati più o meno validi (spesso la tempra non andava a buon fine) piuttosto che di perlite raffreddata ad aria, ma è più facile che la massa dei cavalieri francesi dotati di armature italiane non possedesse tali manufatti “ipertecnologici” (LOL).

Ciò non toglie che tanti cavalieri, per motivi di disponibilità o di mancanza di conoscenza, indossassero anche corazze di pessima fattura francese: è facile per noi giudicare la qualità di quegli acciai, con le foto al microscopio e secoli di conoscenze accumulate, ma lo era molto meno per la gente dell’epoca.
Inoltre le armi da fuoco usate dalla fanteria spagnola erano ancora una “novità” (per quanto venissero usate da 100 anni, dal tempo della guerra degli imperiali contro gli eretici Hussiti, ma fu un’esperienza “educativa” che coinvolse i tedeschi e non i francesi) e non il principale pericolo per i cavalieri, in particolare per quelli francesi, abituati a ragionare ancora in termini di “frecce e picche” come pericoli principali da cui difendersi.
In più, come vedremo dopo, la potenza di fuoco degli imperiali fu tale che non si può certo fargliene una colpa se i francesi arrivarono del tutto impreparati per resistere.

Una corazza francese in ferrite con scorie (composti simili al vetro che inquinano il metallo) è più dura di una in sola ferrite pura (non ottenibile con la metallurgia medievale): la durezza Vickers sale da 80 a 150-180.
Ma allo stesso tempo le scorie (3-4%) la rendono sia più dura che più fragile: la resistenza diminuisce da circa 200 KJ/m^2 (ferro puro spesso 2 mm) a 120-150 KJ/m^2. Apparentemente più “dure”, in realtà più fragili.

L’acciaio usato nelle armature milanesi
, a medio livello di carbonio (0,5%), con scorie attorno all’1%, ma non sottoposto a tempra (raffreddato ad aria formando così perlite invece di martensite), ha una resistenza alla frattura di circa 260 KJ/m^2.
Il miglior metallo trovato nelle armature francesi esaminate è un mix di ferrite e un pochino di perlite con lo 0,1% di carbonio e 1-2% di scorie: un acciaio (o meglio un ferro acciaioso) da 180-200 KJ/m^2.

dettaglio armatura Francesco I metropolitan museum
Dettaglio di un’armatura di Francesco I di Francia,
acquisita a inizio Novecento dal Metropolitan Museum.

Le armature utilizzate dai francesi erano perlopiù armature a piastre di design “simile” a quello della AVANT, ovvero arrotondate (alla milanese) e non spigolate (alla massimiliana) come era invece la preferenza tedesca. Un’armatura con ampie piastre arrotondate tende a far atterrare il colpo con un angolo non ottimale, un po’ come succede con le armature dei carri armati che sono inclinate apposta, il che a pari spessore la rende più efficiente di un’armatura a scaglie o lamellare priva della stessa rigidità e forma. Alan Williams in “The Knight and the Blast Furnace” stima l’angolo di impatto tipico offerto come di circa 30° gradi: questo rende l’energia necessaria al colpo per penetrare maggiore di un 15-20% circa (energia per penetrare con un colpo perpendicolare divisa per il coseno dell’angolo d’impatto).

Lo spessore delle corazze pettorali del periodo si aggirava tra i 1,5 e i 2,5 mm, con la maggioranza dei reperti studiati da Williams sui 2 mm. La porzione frontale della corazza è quella più importante perché protegge gli organi vitali e, assieme alla parte frontale dell’elmo, è quella di maggior spessore. Per fare un esempio di quanto variasse lo spessore basta prendere i dati della seguente armatura da fanteria fabbricata a Innsbruck nel 1563: pettorale 1,9 mm; schiena 1,2 mm; elmetto 1,4 mm; fiancali (le piastre che scendono dalla corazza a proteggere l’area inguinale e la porzione superiore della coscia) 0,9 mm.
Un tipico cavaliere francese con indosso un’armatura italiana col pettorale spesso 2 mm (sotto forma di un sistema di piastre sovrapposte – pancera, petto e ampie spalle – o come piastra unica), avrò avuto schiena, bracciali e gambali tra gli 1 e gli 1,5 mm massimi.

Abbiamo le risposte ai primi quattro punti per delineare un’ottima corazza da cavaliere:

    1- spessore medio delle corazze pettorali: 2 mm;
    2- tipologia di metallo: acciaio a medio livello di carbonio raffreddato ad aria;
    3- forma della corazza: arrotondata;
    4- quattro.

 
Le Armi da Fuoco degli Imperiali
Lo schieramento imperiale comprendeva alcune migliaia di archibugieri spagnoli, ma che generi di armi portavano e quanta energia cinetica potevano offrire i loro proiettili?
Oltre all’archibugio vero e proprio, con la canna inferiore al metro e di calibro tra i 16 e i 20 mm, sparante proiettili sferici in piombo morbido del diametro di 15-19 mm (per via del gioco che facilita il caricamento ad avancarica, qui esagerato a un intero millimetro per comodità), vi era anche il “moschetto” (o archibugione) che nel linguaggio armiero riferito al ‘500 e alla prima metà del ‘600 non indica un “normale fucile ad anima liscia” come il Brown Bess settecentesco, bensì un’arma tanto grossa e pesante da dover essere maneggiata con l’aiuto di una forcella piantata al suolo (che aiuta a stabilizzare la mira e, in mancanza d’altro, si può usare per infilzare il nemico).

La canna del moschetto è molto lunga, il che aumenta notevolmente la velocità del proiettile. La polvere da sparo, in particolare quella non in grani, ha una combustione piuttosto lenta per cui se la canna è troppo corta il proiettile rischia di uscirne prima di aver ricevuto la spinta esplosiva da parte di tutta la polvere. Una canna abbastanza lunga (lunga in relazione sempre al calibro della canna, tant’è che vengono misurate in “calibri”) da permettere a tutta la carica di contribuire alla spinta migliora notevolmente le prestazioni.
Alan Williams ha condotto dei test usando una palla di piombo da 40 grammi sparata con una canna da 20 mm usando 20 grammi di polvere da sparo non in grani (serpentine powder, in inglese, una polvere composta da salnitro, carbone e zolfo nella percentuale 75-15-10). La dose di polvere pari a 1/2 del peso della palla, che può sembrare enorme, è normale per l’epoca (all’inizio del Quattrocento, con polveri meno valide di quelle del Cinquecento, si arrivava a dosi pari al peso della palla!) e ancora nel Settecento i manuali di addestramento inglesi prevedevano questa dose di polvere per il Brown Bess (qualunque dose tra 1/3 e 1/2 del peso della palla può essere considerata storicamente attendibile). Solo nell’Ottocento, con i proiettili minié più aereodinamici, le cariche vennero ridotte fino anche a 1/7 o 1/9 del peso della palla.
Il test ha previsto la variazione della lunghezza della canna per registrare come questo influisse sulla velocità alla bocca del proiettile. La canna lunga appena 13 calibri (254 mm) ha fatto raggiungere al proiettile una velocità di soli 149 m/s. Le canne lunghe 20 e 48 calibri (381 e 914 mm)hanno fatto registrare velocità alla bocca di 239 e 255 m/s. La canna ultralunga da 72 calibri (1372 mm), in grado di simulare un pesante moschetto con la forcella, ha permesso invece una velocità eccellente di ben 343 m/s.
La formula dell’energia cinetica è:

Ovvero metà massa (in kg) per il quadrato della velocità: se la massa raddoppia l’energia raddoppia, ma se la velocità raddoppia allora l’energia quadruplica. Semplice, no?

Un tipico archibugio con una canna di 900 mm che spari palle di piombo da 19 mm (40 grammi) a circa 255 m/s (con una dose di polvere da sparo non in grani pari a metà del peso della palla) avrà un’energia cinetica di 1300 J. Armi di calibro inferiore avranno energie sui 900-1200 J, ma difficilmente un archibugiere avrebbe portato con sé calibri piccoli, ad esempio 15 mm, anche perché la fabbricazione delle canne è più difficoltosa quando il calibro è minore. Inoltre i calibri inferiori (nel caso delle palle sferiche) sono meno efficaci nel penetrare le armature perché il calibro minore ha sì meno superficie da penetrare (bene), ma percentualmente ha ancora meno massa (male!): un proiettile da 16 mm rispetto a uno da 18 mm ha bisogno solo del 80% dell’energia necessaria al primo per penetrare una data corazza (formula di Krupp), ma la sua massa è solo il 70% per cui a pari velocità è svantaggiato rispetto al calibro maggiore di un buon 10%!

Archibugeri alla Battaglia di Pavia
Archibugeri alla Battaglia di Pavia
Con gli archibugi a miccia si poteva sparare dal petto/spalla, come mostrato nei manuali militari di fine ‘500, oppure dal fianco -per evitare vampate dello scodellino e fumo negli occhi- come mostrato in questo dipinto dedicato alla Battaglia di Pavia.
Cavaliere con archibugio a miccia 1499
Disegno da un’opera di primo ‘500: cavaliere che spara con l’archibugio.
Pope 1473
Da un manoscritto del 1473: archibugio usato dalla spalla.
lanzichenecchi_battaglia_pavia_avanzata_orley_tiro_spalla
“La Battaglia di Pavia. L’Avanzata di Carlo V.” Arazzo di Bernard van Orley (1508-1541), scuola fiamminga. Particolare con gli archibugieri che tirano dalla spalla e non dal fianco.

Un moschetto con la forcella, sempre in calibro 20 mm, avrà invece un’energia di 2300 J alla bocca grazie alla maggiore velocità della palla (sempre di 40 grammi in piombo). Ma questi moschetti erano presenti alla battaglia di Pavia del 1525? Secondo gli storici si, anche se non è dato sapere in quale quantità. Addirittura gli spagnoli dello schieramento imperiale erano stati visti usare questi nuovi mostruosi moschetti solo 4 anni prima, all’assedio di Parma del 1521, secondo la testimonianza di Martin du Bellay che dice di aver visto in mano agli spagnoli archibugi tanto grandi da richiedere l’uso di una forcella per sostenerli. E nel 1524 il “leale servitore” di Bayard testimonia la morte del suo padrone causata da un grosso proiettile sparato da uno di quegli archibugi tanto grandi da sembrare “hacquebute à croc” (ovvero archibugi da posta in italiano: grandi armi da usare in posizioni difensive, spesso poggiate su un sostegno a “uncino” come la forcella o dotate di un uncino di ancoraggio per il tiro dagli spalti e dai carri, da cui il “croc” indicato dal servo di Bayard).
Non c’è nessun motivo particolare per pensare che i suddetti spagnoli non avessero con sé queste mostruose armi da fuoco utilizzate nei quattro anni precedenti anche se nelle opere d’arte sulla battaglia si vedono archibugi più piccoli: le testimonianze dell’epoca, come quella di Paolo Giovio, ne dichiarano la presenza sul campo.
Quanto poteva pesare il proiettile sparato da un simile archibugione? Oltre ai classici 40 grammi già visti, un calibro ridotto per una simile arma, vi erano anche moschetti che sparavano proiettili di 70 grammi (4000 J a 340 m/s), ovvero con un calibro di quasi 23 mm. Vari proiettili da 50-70 grammi sono arrivati fino ai giorni nostri, testimonianza della corsa al calibro spaventoso dei moschetti con la forcella (i proiettili per archibugio da posta più pesanti di tutti, segnati nell’inventario di Norimberga di Conrad Gurtler del 1462, erano da 75 grammi).
La decelerazione dei proiettili sferici è molto rapida, tanto che nei primi otto metri arriva a 2,5 m/s per metro! Alla distanza di 100 metri un proiettile sferico ha già perso metà della sua energia cinetica (dati forniti da Bert S. Hall citando esperimenti di Benjamin Robins, il padre del pendolo balistico, e test moderni). Un proiettile sparato a 40 metri avrà probabilmente 2/3 dell’energia di partenza (stima a occhio).

Rimane il problema della polvere. Nella prima metà del Quattrocento venne inventata la polvere in grani, ovvero polvere da sparo umidificata con acqua o urina (quella dei religiosi era la più pregiata per via della loro vicinanza a Dio che li rendeva migliori: gli uomini del medioevo sapevano ragionare in modo “coerente”, ma bizzarro!), ridotta in panetti, divisa in grani di dimensioni uniformi e seccata. Questa polvere è molto migliore di quella classica perché i grani sono porosi e ricchi di ossigeno (che è un comburente per la fiamma), il che velocizza notevolmente la rapidità con cui viene rilasciato il gas dell’esplosione. Una carica di polvere in grani uniformi permette di inviare proiettili con 1/3 o più di velocità rispetto a quella non in grani, con un conseguente aumento dell’energia cinetica di almeno un 50%. Archibugi e moschetti con proiettili da 40 grammi farebbero in tal caso tra 1750 e 3000 J. Ma gli spagnoli di Pavia avevano nelle fiaschette della polvere in grani? Non lo so.

Sicuramente la conoscevano, ed è anche comoda dal punto di vista logistico perché non va rimescolata (la polvere normale, a causa dei differenti pesi delle componenti, tende a separarsi rovinando la miscela), ma non saprei se le armi da fuoco di Pavia fossero caricate con polvere in grani o con polvere non in grani. Non ho trovato fonti che ne parlassero. Probabilmente usavano entrambe, in base alla disponibilità, come era normale nel Quattrocento e all’inizio del Cinquecento. Solo negli anni successivi la polvere in grani uniformi, molto più comoda, diventò lo standard in Europa.

Tornando agli ultimi punti rimasti:

    5- armi da fuoco impiegate: archibugi e moschetti, in calibri tipici di 18-20 mm;
    6- energia cinetica: da 1300 a 3000 J in base a calibro, canna e polvere usata.

 

Uso del moschetto con la forcella
Manuale inglese di addestramento del ‘600:
caricamento e uso del moschetto con la forcella passo dopo passo
(clicca per vedere tutta la pagina)

 
Conclusioni: come simulare tutto ciò?
Partiamo dalle armi da fuoco: come visto bisogna ottenere una combinazione tra peso della palla sferica in piombo e velocità alla bocca che garantisca circa 1300 J per simulare l’archibugio classico con polvere serpentina e 3000+ J per simulare il moschetto con polvere in grani (o un moschetto con calibro poco più grosso di 20 mm, con polvere non in grani).
Disporre di un proiettile da 2300-3000 J è importante per rendere al meglio il test, data la presenza certa di grandi moschetti con la forcella a Pavia, vera “novità militare” degli spagnoli che unita al fuoco in massa, alle pessime armature francesi e alla stupidità di Francesco I permisero la vittoria straordinaria degli imperiali.

Come simulare le armature? Per simulare le corazze pettorali non servono vere e proprie corazze, ma basta sfruttare dei normali fogli di metallo di vario spessore variando quello al posto della qualità (così non bisogna mettersi a cercare ferri lavorati schifosi come i peggiori ferri francesi di primo ‘500).
Per simulare una buona armatura milanese basta prendere un normale foglio di acciaio dolce (mild steel) con le seguenti caratteristiche: 0,15-0,2% carbonio, sui 150-170 VPH, di 2 mm di spessore (o qualcosa di molto simile), con una resistenza alla frattura sui 235-250 KJ/m^2.
O qualcosa di simile, tanto se si usano armi del calibro e della potenza giusta (2-3000 J), non si noterà alcuna differenza.
Un foglio simile dovrebbe essere penetrato (inteso come “buco del diametro del proiettile”) con 750-800 J da un proiettile di 18 mm che non si deformi (ovvero in acciaio o, se in piombo, con energia sovrabbondante per non schiacciarsi all’impatto, come quello di un buon archibugio o di un moschetto). Per simulare l’angolatura dell’armatura basta inclinare il foglio in modo che il proiettile vi atterri con un angolo di 30 gradi. In tal modo la resistenza dell’armatura salirà a quasi 900 J (750 diviso il coseno dell’angolo).
Per simulare una corazza da 2 mm in pessimo ferro francese (robusto la metà del buon acciaio milanese) basta prendere un foglio dello stesso acciaio dolce di prima (AISI 1015-1020), ma con uno spessore di solo 1,6 mm (vedesi test di Williams).
Ma dimostrare di poter penetrare un buon foglio di acciaio è un test sufficiente: se passa un AISI 1050 è ovvio che passerà anche una schifezza che vale meno della metà!

Se invece dell’acciaio dolce si dovesse usare dell’AISI 1050, ovvero acciaio al carbonio con 0,5% di carbonio (e ovviamente senza scorie schifose dentro, trattandosi di acciai moderni), con resistenza alla frattura di 320 KJ/m^2 circa per un foglio da 2 mm, allora bisognerebbe variare gli spessori di tutto.
Per simulare l’armatura milanese da 2 mm usando un acciaio AISI 1050 (1,36 volte più robusto del mild steel a 0,15%, secondo Williams, ma secondo altri dati -tensile strength in MPa su eFunda- 1,6 volte più robusto) bisogna disporre di un foglio da 1,6-1,8 mm. Per simulare con l’acciaio 1050 una pessima armatura in ferro francese da 2 mm ne servirà uno da 1,4 mm, diciamo.

Alla fine, per simulare una delle migliore corazze pettorali possibili a Pavia, si è optato per un acciaio AISI 1040 (UNI C40) spesso 2 mm. E’ un 10-15% più robusto del tipico acciaio milanese che si voleva simulare, ma non importa. Il tiro eseguito, come spiegato nell’articolo sulla giornata di riprese, ha permesso un impatto angolato adeguato per simulare un’armatura arrotondata.

Nel futuro articolo dedicato ai moschetti con la forcella verrà inserita una modellazione fatta con le formule di penetrazione dei proiettili nella carne e nell’acciaio dolce per simulare, con un esperimento teorico che è più un giuoco che altro, le affermazioni di Paolo Giovio sulla potenza dei pesanti archibugi spagnoli. Giuochiamo con la Storia! ^__^
La simulazione era stata inclusa nel documento inviato a History Channel ed era piaciuta molto.

Fucile a Vento Girandoni

Scritto da Il Duca Carraronan il 05 apr 2008 | Categorie: Armi da Fuoco, Oplologia

Oggi voglio parlare di un’arma diversa dal solito e a suo modo bizzarra: il fucile Girandoni. Fin dal Cinquecento gli armaioli tedeschi avevano provato a costruire armi ad aria compressa, ma da quel che è giunto fino a noi pare che fossero tutti delle bizzarrie prive di valore per l’ambito militare e al più utilizzate in quello venatorio dai ricchi eccentrici in grado di permettersele. Le armi ad aria compressa nacquero per risolvere i molti problemi delle armi da fuoco: togliere il rinculo, che rovina la mira; togliere il fumo, che irrita gli occhi e nasconde il bersaglio; togliere il rumore eccessivo, che terrorizza la selvaggina e la fa fuggire; togliere il bisogno di usare polvere da sparo, che sporca, ingombra, puzza e può anche esploderti in mano con tutta l’arma; permettere la rigatura dell’arma e un comodo sistema di retrocarica.
Tutti questi problemi affliggevano i ricchi cacciatori e non i soldati, che dietro il puzzolente fumo degli spari potevano perfino trovare un riparo durante la ricarica e si avvantaggiavano del rumore prodotto per far innervosire i cavalli nemici. Quanto al rinculo non era un problema: gli eserciti dell’epoca ambivano al fuoco rapido, non alla precisione individuale, e si sparavano salve di massa a distanze piuttosto brevi. Se infatti ricordate quanto detto nell’articolo sui focili, di norma i moschetti nel Seicento-Settecento non avevano nemmeno il mirino posteriore, ma solo la tacca di mira frontale.
Le armi ad aria compressa erano quindi gingilli per i ricchi cacciatori e anche in questo caso di successo limitato: le balestre rimasero in voga come armi silenziose e precise ad uso venatorio per tutto il Cinquecento e il Seicento, sopravvivendo così all’invasione delle armi da fuoco che le espulsero dal mercato militare.

L’inventore del fucile Girandoni è Bartholomäus Girandoni, un inventore originario del Sud Tirolo trasferitosi a Vienna. Questo nuovo fucile ad aria compressa è chiamato anche Windbüchse (fucile a vento) e venne realizzato nel 1779 o forse nel 1780, attirando subito l’attenzione del governo Austriaco che lo adottò in gran segreto per armare alcuni reparti di Jager (fanteria leggera) fin dal 1787-1791. Per una serie di problemi che vedremo, l’arma fu abbandonata definitivamente nel 1815. La produzione di armi ispirate al fucile Girandoni proseguì dopo il 1815 grazie ad armaioli come Joseph Lowenz e Joseph Contriner di Vienna o come Samuel Staudenmayer che nel suo negozio di Londra ne costruì versioni modificate, ma estremamente costose, fino al 1832.

Il fucile Girandoni è lungo 1,2 metri e pesa 4,5 kg. Il calibro reale nel modello esaminato è di 0,464 pollici (11,75 mm), ma altre fonti ne dichiarano 0,51. Ha un serbatoio tubolare affiancato alla canna che contiene 22 palle da 11,75 mm (20 secondo altre fonti: forse era quanto poteva contenere con il calibro maggiore previsto in origine?). Peso a misure non lo rendono molto diverso dalle altre armi dell’epoca, come il fucile rigato Baker di inizio Ottocento (4 kg, 1,16 metri, colpo singolo ad avancarica) o il moschetto ad anima liscia Brown Bess (4-5 kg in base al modello, 1,5 metri circa, colpo singolo ad avancarica) diffuso fin dall’inizio del Settecento. Il calibro è piuttosto ridotto, rispetto agli 0,62 pollici del Baker e agli 0,75 del Brown Bess, per cui le palle di piombo sono più leggere e scavano ferite meno devastanti.

Dispone di un ingegnoso meccanismo di retrocarica: si inclina la canna verso l’alto e poi premendo il bottone di metallo che sporge dalla sinistra dell’arma si muove il “selettore” che riceve la palla in caduta dal serbatoio per forza di gravità e, dopo aver rilasciato il bottone, torna nella posizione iniziale di riposo grazie alla molla posta sulla destra, allineando così la palla con la canna.

La canna è rigata e l’arma dispone sia di un mirino fisso che di una tacca di mira, similarmente al fucile rigato Baker che armò le Giubbe Verdi inglesi. La bacchetta posta sotto la canna non serviva per comprimere la palla sulla carica di polvere (che non c’è!), ma solo come strumento per la pulizia.

Il calcio è un serbatoio per l’aria compressa in metallo ricoperto di cuoio che si riempe sfruttando una pompa e poi si avvita al fucile. La forma poco anatomica non è un problema, considerando che l’arma è priva di un rinculo capace di rovinare la mira.
Il fucile Girandoni dispone di un cane che non percuote alcunché, ma arma un meccanismo interno che reagisce alla pressione del grilletto aprendo per poco tempo la valvola all’imboccatura del serbatoio.

Il serbatoio privo della copertura in cuoio, intero e smontato
Valvola del calcio-serbatoio, smontata: a sinistra l’originale e a destra una copia da museo

L’aria compressa disponibile permette di sparare trenta colpi: i primi dieci fino alla distanza utile di 120 metri, i dieci successivi fino a 90 metri e gli ultimi dieci fino a 75 metri. La velocità a carica massima è paragonabile a quella di un .45 ACP ovvero, possiamo ipotizzare, circa 250-300 m/s, fornendo così appena 300-400 Joule.
Se i proiettili fossero più veloci, per ipotesi, e quindi più letali sarebbero anche più rumorosi: sopra i 320 m/s si infrange il muro del suono! BANG, Mach 1. In più pressioni maggiori dell’aria per ottenere spinte maggiori causerebbero un incremento notevole del suono prodotto dall’aria che si espande di colpo uscendo dalla canna.
La gittata è scarsa per un’arma rigata di precisione, in particolare rispetto al Baker o ad altri fucili rigati da caccia (come il Kentucky della Guerra d’Indipendenza americana) che arrivavano a 300-400 metri, con casi accertati di tiri fino a 700 metri da parte di tiratori straordinari. L’energia cinetica alla bocca è infima, messa a paragone con i 3700 Joule del Brown Bess o coi 1800 Joule del Baker che hanno pure calibri maggiori capaci di generare ferite ancora più devastanti.
Il rapido sistema di retrocarica permette di svuotare l’intero caricatore da 22 colpi in meno di un minuto.

Seguendo il principio sempre valido dello Show, Don’t Tell eviterò le descrizioni troppo accurate delle fasi di arretramento del cane (scandite da tre click) e mostrerò invece l’azione dello sparo fase per fase sfruttando gli eccellenti disegni di Geoffrey Baker.

Fucile Girandoni a riposo, con cane abbassato, come dopo aver sparato
Il cane viene tirato indietro, producendo tre click:
il primo a inizio corsa, il secondo a mezza corsa e il terzo quando è completamente armato
Il grilletto è stato premuto: il cane viene rilasciato e aggancia il meccanismo del percussore
Il cane spinge costringendo il percussore a premere sulla valvola che si apre e fa uscire l’aria sotto pressione del serbatoio (blu nel disegno)
La valvola è completamente aperta e l’aria spinge la palla lungo la canna. Il cane torna in posizione di riposo e la valvola potrà richiudersi spingendo il percussore in avanti grazie alla molla d’acciaio. Si torna alla prima immagine.

Il fucile Girandoni, oltre alla scarsa gittata e alla poca energia cinetica, ha una serie di problemi che lo rendono poco pratico per l’uso militare.
Il serbatoio d’aria da 30 colpi richiede ben 1500 pompaggi con la pompa a mano d’ordinanza (una mezz’ora di lavoro intenso e faticoso). Durante la battaglia un tipico fuciliere armato di moschetto tradizionale porta con sé 50-60 cartucce tra cartucciera e zaino e, talvolta, possono anche non bastargli. Il fuciliere armato col Girandoni porta con sé due cilindri d’aria di riserva, dato che ricaricarli sul campo è impensabile, e quattro tubi di proiettili extra per il caricamento rapido del serbatoio.
Il carico di “munizioni” che deve portare su di sé non è quindi inferiore a quello del fuciliere tradizionale con le cartucce già pronte.
I serbatoi vuoti (o semivuoti) vengono consegnati a una staffetta che corre fino ai carri delle munizioni, in grado di ospitare fino a mille cilindri d’aria l’uno, per sostituirli o per ricaricarli presso le più potenti pompe su ruote (più rapide della piccola pompa manuale).

L’arma è molto delicata ed è completamente inadatta al corpo a corpo a differenza del fucile rigato Baker che era solido e robusto, perfetto sia come clava che come falcione (montava infatti una spada corta come baionetta, in modo da compensare la minore lunghezza rispetto ai moschetti). Il calcio del Girandoni è inadatto per fungere da clava e un colpo violento, anche in parata, può rovinarlo facendo fuggire di colpo tutta l’aria. Questo è un limite enorme per il tipo di combattimento dell’epoca in cui, prima o poi, al corpo a corpo si arrivava (e con solo 120 metri di gittata era praticamente certo che ci si arrivava!). Immagino che non sia molto piacevole farsi saltare in mano una bombola di aria compressa…

Video fornito dal Carlisle Military History Institute

Il fucile Girandoni non è facile da usare e richiede un addestramento specifico, e forse troppo complesso per il soldato tipico, per mantenere l’arma nelle migliori condizioni, come scrisse lo stesso Imperatore Giuseppe II: “E’ necessario che il semplice soldato, la cui intelligenza è generalmente piuttosto limitata, sia addestrato appena riceve l’arma e che questo addestramento sia fornito in singole parti e non tutte in una sola volta.”
In sintesi: i soldati sono scemi e con questo fucile ci sono troppe cose da fare per curarne la manutenzione!

La delicatezza dell’arma è notata anche dal Duca di Colloredo, Direttore Generale d’Artiglieria, che il 21 luglio 1789 scrisse: “A causa del modo in cui sono state costruite, queste armi erano molto più difficili da usare di quelle normali, cosicché andavano maneggiate con molta più cautela e attenzione. Inoltre i soldati che le usavano andavano supervisionati con estrema cura, essendo poco sicuri sulle operazioni da compiere. Queste armi divennero inservibili dopo pochissimo tempo – tanto che in breve non più di un terzo di queste erano ancora utilizzabili. Abbiamo bisogno dell’intero inverno per ripararle e sostituirle.
L’ultimo ordine dell’Imperatore, prima di morire, fu di “selezionare i soldati più abili e promettenti per usare queste armi.

Riguardo al comportamento sul campo sappiamo solo, dai documenti dei Tiratori Scelti del Tirolo, che “queste armi furono molto precise ed efficaci” nella Guerra contro i Turchi e in quella contro la Prussia del 1790. Contrariamente a quanto riferito da alcune fonti, il fucile a vento non venne mai usato contro le truppe napoleoniche.

E per concludere, ecco una pistola a ripetizione Girandoni. Un’arma particolarissima, decorata in oro per un cliente forse di “stirpe reale”. E’ stata realizzata da Johann Girandoni presso il negozio di Joseph Contriner, subito dopo la morte del padre Bartholomäus nel 1799. Calibro dell’arma: 9 mm. Nessun altro dato disponibile.
Sembra un’arma interessante per un assassino che non vuole fare troppo rumore, no?

NO, mi rispondo da solo, probabilmente non lo è: con 9 mm di calibro sparerebbe palle di piombo da 4,35 grammi che a 200 m/s circa (considerando la canna più corta e la bombola meno robusta) fanno appena 87 Joule! E’ come il .22 Long Rifle (91 J), un calibro infimo per armi da tiro al bersaglio, con in più la differenza che il .22 LR essendo più piccolo può penetrare più a fondo e magari colpire l’aorta o un organo importante molto più facilmente di questo. Anche scaricando tutto il caricatore (otto colpi, forse, con l’energia cinetica che decresce costantemente) si potrebbe non riuscire a uccidere il bersaglio a meno di non prenderlo negli occhi o forargli per pura fortuna la carotide devastandogli il collo un colpo dopo l’altro.
Se pure la velocità fosse 250 m/s si raschierebbero appena i 135 Joule, che sono il limite minimo della decenza… e pure qui l’assassino non potrebbe accontentarsi di un singolo colpo a bruciapelo per uccidere, ma dovrebbe spararne anche un secondo e un terzo! Che fetenzia di arma!

Ringrazio il dottor Robert D. Beeman, una delle principali fonti di informazioni riguardo le armi ad aria compressa che ho trovato.

Snaplock e Snaphance

Scritto da Il Duca Carraronan il 04 gen 2008 | Categorie: Armi da Fuoco, Oplologia

Dopo la piastra a miccia, l’acciarino a pietra focaia alla moderna e la piastra a ruota, vediamo in breve gli ultimi sistemi di accensione principali impiegati nei secoli precedenti l’invenzione dell’acciarino a percussione.
 

L’Acciarino alla Biscaglia
Questo acciarino venne chiamato anche miquelet, alla micheletta, snaplock, alla spagnola e alla catalana. La versione italiana, prodotta a Brescia e in Italia meridionale fino al 1830 è detto alla romana. Altre versioni sono quella baltica e quella alla russa.
Personalmente preferisco il termine snaplock. Il termine miquelet (o alla micheletta) andrebbe riservato esclusivamente alla armi impiegate in Catalogna dalle truppe di Wellington durante la Guerra Peninsulare (1808-1814).
Lo snaplock è simultaneamente sia il precursore dell’acciarino a focile che un suo contemporaneo, data la maggiore semplicità meccanica che lo rendeva una valida alternativa.
Questo tipo di acciarino apparve per la prima volta nella prima metà del Cinquecento, forse negli anni quaranta in Germania meridionale. Esternamente somiglia molto all’acciarino a focile, per chi non è abituato a riconoscerli. Un indizio per un facile riconoscimento può essere il cane dritto, a differenza di quello a collo di cigno del focile.
La principale differenza pratica tra l’acciarino a focile e quello alla biscaglia è l’assenza di un copriscodellino che si apra in automatico nel secondo: va aperto manualmente prima di sparare (aperto un po’, quanto basta per farvi piovere dentro le scintille, non spalancato del tutto come durante l’inserimento della polvere di primino!)

Acciarino alla Miquelet
Replica moderna di un Acciarino alla Romana

E’ economico e facile da produrre, molto più della piastra a ruota o del successivo acciarino a focile, ma non riuscì subito a imporsi per l’uso di massa sulle più semplici e già molto affidabili armi a miccia né riuscì a surclassare per diffusione le più complesse pistole a ruota. Probabilmente, nel caso delle pistole, ciò è dovuto all’obsoleto copriscodellino manuale. Per la fanteria invece credo dipenda dalle maggiori componenti richieste: molle (che si usurano e vanno sostituite) e pietre focaie (i centri di produzione di massa arriveranno solo nella seconda metà del Seicento, grazie all’innovazione tecnologica dell’acciarino alla moderna).
Con l’arrivo dell’acciarino alla moderna, a metà del Seicento, lo snaplock venne declassato ad arma rozza, obsoleta, anche per l’assenza di sistemi di sicurezza e per la meccanica meno robusta seppure più semplice.
Per il resto caricamento, pietra focaia utilizzata e uso sono identici all’acciarino alla moderna.
Questo tipo di acciarino rimase in uso, soprattutto nel mediterraneo, fino all’inizio dell’Ottocento. Veniva prodotto in Italia e Spagna e importato da Russi, Turchi, Arabi e Persiani. In particolare il termine mojacca (o morlacca) indica gli acciarini italiani costruiti per l’esportazione nei paesi del Mediterraneo orientale.
 

L’Acciarino alla Chenapan
Il nome chenapan, con cui è maggiormente conosciuto in Italia, è un termine francese. Viene anche chiamato snaphance, snaphaunce, schnaphaunce o olandese. Il termine snaphance viene probabilmente dall’olandese snap haan o dal tedesco schnapphahn e significano entrambi beccata di gallina.
Secondo alcuni nelle armi da fuoco il nome cock (sarebbe il “cane” in italiano) deriva proprio dalla virata verso il pollaio della terminologia. Per fare un esempio della variazione terminologica, l’asta che stringe la miccia nelle armi da fuoco si chiamava (e si chiama tutt’ora) serpentina.
Apparve per la prima volta attorno al 1550 e rappresenta un miglioramento tecnologico rispetto allo snaplock: questo tipo di acciarino si differenzia per la batteria distinta dal blocco dello scodellino, ma fornisce un copriscodellino che si apre automaticamente allo sparo (come nella piastra a ruota).

Uno snaphance d’epoca: chissà chi ha ammazzato quando era in servizio?
Replica moderna di Acciarino Snaphance

Dato che utilizzava una pietra focaia (e non della pirite) anch’esso soffrì degli svantaggi che impedirono allo snaplock di imporsi da subito sia come arma da fanteria che come arma per la cavalleria. Lo snaphance conquistò la sua fetta di mercato nell’Europa del Nord, nonostante già alla fine del Seicento fosse diventato un meccanismo obsoleto e piuttosto rozzo rispetto all’acciarino alla moderna. Fu l’alternativa economica al focile nel Nord Europa, come avvenne per lo snaplock nell’area del Mediterraneo, ma con minor successo di quest’ultimo.
La versione italiana era quella alla bolognese o alla fiorentina e venne prodotta a Brescia, in Emila e in Toscana fino alla metà del Settecento, per il mercato dell’Italia del Nord.
 

Per le velocità alla bocca delle armi da fuoco antiche vi ricordo:
http://www.steamfantasy.it/blog/2007/11/28/avancarica-energia-cinetica-e-velocita/

 
Prossimamente…
Breve storia evolutiva delle armi da fuoco
Efficienza e precisione delle armi con acciarino a focile
Primo articolo sulle armature

La Piastra a Ruota

Scritto da Il Duca Carraronan il 01 gen 2008 | Categorie: Armi da Fuoco, Oplologia

Dopo la piastra a miccia (che dominò i campi di battagli del ‘500 e della prima metà del ‘600) e l’acciarino a pietra focaia alla moderna (il protagonista dei conflitti dalla seconda metà del ‘600 ai primi decenni dell ‘800), vediamo in breve gli altri sistemi di accensione principali impiegati nei secoli precedenti l’invenzione dell’acciarino a percussione.
Oggi… la ruota.
 

La Piastra a Ruota
Il meccanismo di accensione a ruota è formato da una piastra di ferro a cui è applicata una ruota d’acciaio zigrinata imperniata su un asse collegato a una molla. Il cane è un braccio di metallo che stringe tra le ganasce un pezzo di pirite (bisolfuro di ferro) e non una pietra focaia (ossido di silicio) come invece avviene nell’acciarino alla moderna. La ruota è collegata allo scodellino, per incendiare la polvere con il fiume di scintille generato dallo sfregamento della ruota zigrinata contro il pezzo di pirite.
Vediamo come funziona il meccanismo.
La ruota viene caricata in senso orario facendogli compiere all’incirca metà o tre quarti di rivoluzione con l’apposita chiave, una corta asta di metallo che si usa come una moderna chiave inglese.
Con il caricamento della ruota lo scodellino si apre in automatico. La polvere di primino, meno potente e più sensibile, viene versata all’interno dello scodellino. Premendo l’apposito pulsante laterale il copriscodellino si posiziona a protezione della polvere.
La carica di polvere nera e il proiettile vengono introdotti dalla bocca, come visto in precedenza con le altre armi ad avancarica. L’uso della cartuccia di carta probabilmente non era praticato dato che quest’ultima acquistò la giusta notorietà nella seconda metà del Seicento, quando l’acciarino alla moderna (e i suoi colleghi meno raffinati di cui parlerò nel prossimo articolo) aveva già soppiantato la piastra a ruota sia nei moschetti che nelle pistole.
Per sparare bisogna abbassare il cane verso la ruota, portando la pirite a contatto del copriscodellino. Premendo il grilletto la ruota viene rilasciata e il copriscodellino si sposta automaticamente. La pirite si trova spinta a contatto del bordo della ruota zigrinata in movimento e produce una pioggia di scintille ad alta temperatura. Le scintille incendiano la polvere nello scodellino e questa, attraverso il focone, dà fuoco a sua volta alla carica principale nella canna.
Come già visto con l’acciarino alla moderna la carica principale esplode, i gas si espandono prevalentemente attraverso la canna, dato che è il condotto maggiore, e spingono il proiettile che blocca loro l’uscita.
In misura minore parte del gas scappa dal piccolo focone e fuoriesce dallo scodellino.
BOOM! Un francese in meno di cui preoccuparsi.

Il meccanismo a ruota ha dei notevoli vantaggi rispetto al meccanismo a miccia, suo diretto concorrente: evita le micce sempre accese, permette di costruire comodamente armi corte da portare infilate in tasca o alla cintura e garantisce un copriscodellino che si apre allo sparo. Solo alcuni modelli molto economici e di cattiva meccanica sono privi del corpiscodellino ad apertura automatica e costringono ad aprirlo a mano prima di sparare.
La scomodità di questa assenza in una pistola è palese: non solo devi estrarla dalla cintura e abbassare il cane, ma devi pure perdere un altro secondo o due per esporre lo scodellino, col rischio di rovesciare la polvere se poi muovi troppo bruscamente l’arma (ad esempio per schivare la stoccata di un sicario o a causa del movimento del cavallo dato che le pistole pesanti sono la tipica arma da fuoco della cavalleria del tempo). Per un’arma lunga come il moschetto, invece, lo scodellino che si apre da solo non è una comodità indispensabile.
Gli svantaggi principali sono l’alto prezzo e la complessa meccanica che ne rende difficile la manutenzione e la produzione. E’ quindi inadatta all’uso in massa per la fanteria.
Dal preziario di Kenneth Hodges è possibile vedere che una pistola a ruota in inghilterra costava 28 scellini a metà del Seicento e una carabina a ruota costava 30 scellini, mentre un normale moschetto a miccia costava solo tra i 16 scellini e mezzo e i 18 scellini e mezzo.
Perfino l’acciarino alla moderna, tecnologicamente superiore a quello a ruota per robustezza e velocità di caricamento, costava meno: una carabina a pietra focaia dello stesso periodo è attestata da Hodges a 22 scellini (27% in meno).
Sfortunatamente i prezzi di beni di consumo come vino, birra, pane e simili non sono forniti per il Seicento nel preziario di Hodges (ce ne sono, e in abbondanza, per il Trecento e il Quattrocento), ma posso fornire come termine di paragone le paghe dei soldati inglesi del tempo della Guerra Civile (tre guerre tra 1642 e 1651): un fante guadagnava 8 pence al giorno (20 scellini al mese) e andavano via quasi tutti per mangiare -spesso non bastavano nemmeno- e per mantenere l’equipaggiamento; un sergente guadagnava 1 scellino al giorno; un tenente 4 scellini al giorno; un tenente-colonnello 12 scellini al giorno. Questo quando le paghe arrivavano, che era un’ipotesi piuttosto fantascientifica: in realtà il soldato tipico non riceveva quasi nulla e viveva di saccheggi e furti… o usando i propri soldi se ufficiale (e quindi ricco e spesso nobile).
Un apprendista armaiolo, quindi apprendista in un mestiere piuttosto remunerativo, guadagnava 15 scellini al mese a metà Cinquecento. Altro termine di paragone può essere una corazza petto-e-schiena, come quelle indossate dagli Ironside, che costava dai 26 (normale) ai 40 scellini (garantita a prova di pistola). Un elmetto (un morione o una borgognotta) veniva 4 scellini circa.
Non costavano tanto le armi da fuoco, ma nemmeno poco.

Non si sa con certezza chi inventò questo complesso meccanismo di accensione che è, a onor del vero, tutto meno che intuitivo da immaginare. La possibilità che sia stato ideato autonomamente da persone differenti nello stesso periodo è quindi trascurabile.
Alcune fonti tedesche del Settecento e successive riportano che l’inventore è un tale Johann Kiefuss di Norimberga nel 1517, ma questo è impossibile per due ragioni: non si conosce nessun inventore di nome Johann Kiefuss esistito a Norimberga in quel periodo (ma ne esiste invece uno vissuto cento anni dopo) ed esistono riferimenti ad armi a ruota precedenti il 1517.
Alcuni sostengono che l’inventore del meccanismo a ruota sia stato Leonardo da Vinci, in virtù di alcun disegni del suddetto meccanismo. Sfortunatamente questi disegni sono di data incerta: forse della metà degli anni ‘90 del Quattrocento o forse del primo decennio del Cinquecento.
Se i disegni fossero del primo decennio del Cinquecento allora Leonardo non potrebbe esserne l’inventore, dato che esistono disegni del meccanismo a ruota già in un libro tedesco del 1505. Inoltre vi sono dei documenti del 1507 che attestano l’acquisto di un’arma a ruota in Austria in cui si dichiara che l’inventore dell’arma venduta è un meccanico tedesco.
Di certo sappiamo solo che le prime leggi per il controllo delle armi da fuoco che proibirono le armi a ruota vennero proclamate dall’Imperatore Massimiliano I nel 1517 (in Austria) e nel 1518 (nel resto dell’Impero). Alcuni stati italiani seguirono l’esempio negli anni venti e trenta del Cinquecento.
Questi fatti supportano la teoria del misterioso inventore tedesco.
 

Per le velocità alla bocca delle armi da fuoco antiche vi ricordo:
http://www.steamfantasy.it/blog/2007/11/28/avancarica-energia-cinetica-e-velocita/
 

Prossimamente…
Gli altri acciarini con pietra focaia (alla Chenapan, alla Biscaglia, alla Romana ecc…)
Breve storia evolutiva delle armi da fuoco
Primo articolo sulle armature

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